di Alessandro Volpi
Dopo gli ultimi eventi internazionali sono possibili alcune considerazioni sull’attuale posizione di Donald Trump in materia economica e finanziaria. Gli Stati Uniti devono fronteggiare tre questioni critiche: l’eccessivo indebitamento federale che porta con sé l’indebolimento del dollaro e la sua rapida perdita di credibilità internazionale, il rischio di esplosione della bolla finanziaria che è determinata da una ipervalutazione dei titoli con rapporti prezzo utili non giustificabili e infine la necessità di procedere almeno ad una parziale reindustrializzazione, puntando su alcuni settori ancora difendibili.
Per la prima questione la strada intrapresa è quella di ricorrere a “guerre daziarie” per aumentare le entrate federali, imponendo tariffe dure soprattutto a quelle realtà come l’Europa che troppo dipendono dagli Usa. Al tempo stesso Trump mira a concepire un largo uso di stablecoin, con sottostante di titoli del debito statunitense, e a puntare sui grandi gestori americani del risparmio globale perché continuino a indirizzare i risparmi di mezzo mondo verso il debito degli Stati Uniti.
Per contenere il rischio di esplosione della bolla e, al contempo, per reindustrializzare l’economia americana le ricette principali sono due: mettere insieme tutta la forza finanziaria Usa, legando le Big Three e la finanza trumpiana, da Peter Thiel a Elon Musk, fino a Larry Ellison, per destinare una massa di liquidità costante sui listini così da farli tenere, e aumentare in maniera massiccia la spesa pubblica – le commesse di Stato – per favorire tale avvicinamento e, appunto, la reindustrializzazione.
In tal senso sono decisivi due grandi programmi come il “Golden Dome”, il sistema di difesa antimissile, che mobiliterà oltre 500 miliardi di dollari destinati ad andare a Space X, Palantir, Anduril, Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris Technologies, e Stargate, il sistema legato all’intelligenza artificiale, in cui far confluire Oracle, OpenAI, Softbank e Microsoft. In sintesi, tanta spesa federale rivolta agli oligarchi della finanza Usa per rianimare l’industria attraverso armi e tecnologia.
A questi elementi strategici Trump ne aggiunge altri due, facilmente individuabili. Si tratta della volontà di sviluppare al massimo la capacità di esportazione del settore dell’energia americana, a partire dal GNL arrivando a generare una dipendenza quasi totale dell’Europa e di altri parti del mondo, magari mettendo le mani anche sul petrolio venezuelano. A ciò Trump abbina l’utilizzo dello shutdown per operare una drastica, ulteriore privatizzazione del sistema sanitario e pensionistico, così da lasciare massimo spazio alla possibilità per i grandi fondi di trovare milioni di nuovi clienti a cui vendere, oltre agli Etf, persino le criptovalute.
In una simile ottica il presidente degli Stati Uniti sta mettendo insieme un capitalismo ideologicamente fondato su una destra ferocemente identitaria e sorretto da un intervento statale e da un legame organico con gli oligarchi della finanza. L’impressione è che, di fronte a questo posizionamento, l’Unione europea non possa reagire per la sua subalternità finanziaria, economica e militare e che l’unica possibilità di reazione sia nelle mani della Cina e della sua capacità di aggregare parti del mondo a cui Trump vorrebbe affibbiare il “modello Milei”, di cui peraltro si dichiara entusiasta anche qualche politico italiano.
In tale contesto merita una considerazione particolare la già accennata vicenda venezuelana. L’arrivo della portaerei Ford in prossimità delle coste del Venezuela è un segnale molto pericoloso perché rappresenta la manifestazione della volontà di Trump di utilizzare la pressione militare – e forse non solo la pressione – per ribadire la subalternità dell’America Latina. Si tratta di una volontà, però, dettata da una crescente debolezza degli Stati Uniti, testimoniata da almeno due dati.
Il primo. Nel 2018 gli Stati dell’America Latina e dei Caraibi possedevano titoli del debito federale statunitense per quasi 790 miliardi di dollari. A fine giugno 2025, tale cifra si era ridotta a 484 miliardi, in pratica quasi un dimezzamento, seguendo una tendenza che si sta accentuando. In pratica, di fronte al “cortile di casa” che si ribella al finanziamento degli Usa, occorrono segnali forti.
Il secondo dato, meno evidente, è costituito dalla duplice contrazione dell’utilizzo del dollaro come riserva delle banche centrali dell’America Latina e come mezzo di pagamento negli scambi commerciali. Naturalmente si può dare poi per scontato l’interesse americano per il petrolio venezuelano sia sul versante degli approvvigionamenti reali sia su quello della speculazione sui prezzi energetici attraverso gli strumenti della finanza derivata. Debito e dollaro sono i sintomi di una pesante crisi Usa a cui Trump vuole rispondere con armi, petrolio e finanza speculativa. I narcos venezuelani sono un pretesto veramente fasullo.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/11/2025
USA - Debito e dollaro preoccupano Trump. Che risponde con armi, petrolio e finanza speculativa
30/09/2025
Che cos’è il Golden Dome, lo scudo spaziale di Donald Trump
Raggi laser sparati dai satelliti. E altri satelliti “sentinella” a sorvegliare il cielo statunitense, oltre a batterie antimissile in allerta 24 ore su 24. Il Golden Dome Shield – la “Cupola d’oro” di Donald Trump – sarà una rivoluzione per la Difesa a stelle e strisce. E potrebbe anche sancire l’avvio di una nuova Guerra Fredda, questa volta combattuta in orbita.
Il faraonico scudo spaziale del presidente degli Stati Uniti sta però dividendo il Paese, con una battaglia su un budget da 175 miliardi di dollari e con una raffica di critiche sull’efficacia militare di questo arsenale che “proteggerà la nostra patria”, come ha detto Trump a metà maggio dagli hangar della Al Udeid Air Base, nel deserto del Qatar. Per poi aggiungere, prima dallo Studio Ovale e poi al vertice Nato dell’Aja, che “avremo il miglior sistema mai costruito”. La Cupola d’oro intercetterà i missili “anche se vengono sparati dall’altra parte del mondo” e persino dallo spazio.
Trump mira a realizzare oggi il sogno delle Star Wars di Ronald Reagan negli anni ’80: un “ombrello spaziale” che protegga gli Stati Uniti dalla grande paura di un attacco missilistico sferrato dai suoi nemici: Iran, Corea del Nord, Cina o Russia.
Oltre al programma del suo predecessore, la Cupola d’oro ha un’altra fonte di ispirazione: l’Iron Dome, lo scudo di Israele che – nonostante i dubbi sollevati sulla sua reale efficacia – ha intercettato razzi e missili dall’Iran e dalle milizie proxy filo-iraniane. Secondo Jeffrey Lewis, esperto di Difesa del californiano Middlebury Institute, la differenza tra quest’ultimo e la proposta di Trump sarebbe pari a quella tra “un kayak (l’Iron Dome) e una corazzata (il Golden Dome)”.
L’allarme del Pentagono
Da anni, il Pentagono sostiene che gli Stati Uniti non abbiano tenuto il passo con gli ultimi missili sviluppati da Cina e Russia, che tradotto vuol dire: sono necessarie nuove contromisure. I generali statunitensi hanno rivelato che Mosca e Pechino possiedono centinaia di missili balistici intercontinentali, oltre a migliaia di missili da crociera in grado di colpire la terraferma da New York a Los Angeles.
I sistemi di difesa missilistica a terra statunitensi, in Alaska e in California, hanno fallito quasi la metà dei test. All’inizio dell’anno, un alto ufficiale ha avvertito che – in caso di conflitto, magari legato a un’invasione di Taiwan – i missili cinesi potrebbero colpire la base aerea di Edwards, in California.
In un’analisi dettagliata sulla rivista Defense News, gli esperti Chuck de Caro e John Warden hanno spiegato perché la Cupola d’oro non è sufficiente per fermare un attacco cinese contro gli Stati Uniti: “Oggi gli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una situazione simile a quella della Corea nell’ottobre 1950: sebbene il presidente Donald Trump stia compiendo sforzi intensi per rafforzare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con iniziative che vanno dall’F-47 e dal B-21 Raider alla promessa di un sistema di difesa aerospaziale denominato Golden Dome, questi sistemi non sono ancora operativi”. Comunque, proseguono gli analisti, “la Cina ha costantemente aumentato il proprio potere offensivo sotto la guida del presidente Xi Jinping”.
Golden Dome: come funziona
Il Golden Dome Shield, sfruttando una costellazione di centinaia di satelliti e grazie a sensori e intercettori sofisticati, potrebbe neutralizzare i missili nemici in arrivo anche subito dopo il loro decollo e prima che raggiungano gli States.
Un esempio? Proviamo a immaginare che un giorno la Cina decida di lanciare un missile contro gli Stati Uniti. Grazie al Golden Dome, i satelliti americani rileverebbero le sue scie luminose. E, mentre il missile sarebbe ancora nella sua fase di “spinta”, uno degli intercettori spaziali tramite un raggio laser, o una munizione alternativa, farebbe esplodere il missile eliminando la minaccia.
Il nuovo sistema di difesa si estenderà su terra, mare e spazio. Servirà per neutralizzare un’ampia gamma di minacce aeree “di nuova generazione”, tra cui missili da crociera, balistici e ipersonici. Questi ultimi, in particolare, sono i più difficili da abbattere per la loro manovrabilità ad alta velocità.
Il Golden Dome dovrebbe fermare i missili in tutte e quattro le fasi di un potenziale attacco: rilevamento e distruzione prima di un’offensiva, intercettazione precoce, arresto a metà volo e arresto durante la discesa verso un obiettivo. E lo farà grazie a una flotta di satelliti di sorveglianza e a una rete separata di satelliti d’attacco. La “Cupola d’oro” fermerà anche i sistemi di fractional orbital bombardment (Fob, Sistema di Bombardamento Orbitale Frazionale) in grado lanciare testate dallo spazio.
In campo i giganti delle armi
Fiutando un’opportunità di business senza precedenti, i giganti dell’industria militare americana – L3Harris Technologies, Lockheed Martin e RTX Corp – si sono già schierati in prima fila. L3Harris ha investito 150 milioni di dollari nella costruzione di un nuovo stabilimento a Fort Wayne, nell’Indiana, dove produce satelliti per sensori spaziali che fanno parte degli sforzi del Pentagono per rilevare e tracciare le armi ipersoniche.
Al 40esimo Space Symposium di Colorado Springs, Lockheed Martin ha invece diffuso un video promozionale che mostra una Cupola d’oro che scherma le strade deserte e notturne delle città americane. Per 25 miliardi di dollari, la Booz Allen Hamilton, società di consulenza tecnologica della Virginia, sostiene di poter lanciare in orbita duemila satelliti per rilevare ed eliminare i missili nemici. Mentre dall’US Space Force, in qualità di vicecapo delle operazioni, il generale Michael A. Guetlein, a cui Trump ha affidato la regia del mega progetto, ha assicurato che il Golden Dome sarà operativo entro la fine del suo mandato nel 2030.
Il finanziamento di quest’opera, però, è una sfida enorme. Per ora sul piatto ci sono 25 miliardi di dollari: un settimo della spesa totale ipotizzata. Il governo stima infatti che la Cupola d’oro possa costare fino a 175 miliardi di dollari, una cifra che il Congressional Budget Office punta a far rientrare nel più corposo bilancio da 542 miliardi che gli Stati Uniti intendono spendere in progetti spaziali nei prossimi vent’anni. Un’iniziativa cara come l’oro, dunque. Anche perché Trump, sembra ossessionato dal prezioso metallo (il suo ufficio alla Casa Bianca è stato del resto letteralmente dorato: dalle tende al telecomando della Tv).
Uomini d’oro e conflitto di interesse
Mentre i colossi della difesa e dello spazio fiutano l’affare, nel resto degli Stati Uniti divampano gli scontri su costi e appalti. Perché a costruire la Cupola d’oro si sono candidati uomini d’oro: in pole position c’è il miliardario Elon Musk, proprietario di SpaceX e della costellazione Starlink, ex braccio destro di Trump prima che la loro liaison finisse, con il magnate che ha lasciato la Casa Bianca sbattendo la porta.
Un voltafaccia che il presidente non ha digerito: sebbene SpaceX rimanga il frontrunner del settore, l’amministrazione USA è a caccia di nuovi partner spaziali da imbarcare nel progetto, a cominciare dal Project Kuiper di Amazon di Jeff Bezos, insieme alle startup Stoke Space e Rocket Lab, mentre la Northrop Grumman sta alla finestra consapevole di poter essere il vincitore nel lungo periodo.
Siccome il Golden Dome sarà un concentrato tecnologico, in campo ci sono anche Palantir, società di analisi dei big data del tycoon conservatore Peter Thiel, e Anduril di Palmer Luckey, azienda specializzata in sistemi autonomi avanzati, dall’intelligenza artificiale alla robotica.
Intanto un gruppo di 42 membri del partito Democratico ha scritto all’ispettore generale del Pentagono per aprire un’indagine, dopo che si è saputo che SpaceX potrebbe aggiudicarsi un maxi contratto per la costruzione del Golden Dome. Con in testa la senatrice Elizabeth Warren, i democratici chiedono trasparenza ed esprimono timori per possibili “conflitti di interesse” tra l’amministrazione Trump, Musk e le altre aziende americane.
Lo scetticismo dei militari
Passando dal fronte economico a quello militare, più di un esperto è scettico sull’efficacia del Golden Dome Shield: malgrado Trump continui a dire che frenerà le minacce al 97%, sul progetto aleggia più di un interrogativo. Anzitutto, come saranno gli intercettori? È ancora da decidere. Un dirigente della stessa Lockheed Martin non ha nascosto, parlando con il sito Defense One, che intercettare un missile nella sua fase di spinta è “terribilmente difficile” e che si potrebbe metterlo fuori combattimento solo “nelle fasi relativamente lente dopo il suo lancio”.
Per Thomas Withington, esperto di electronic e cyber warfare del Royal United Services Institute, i raggi laser sono preferibili ai missili, pesano meno e riducono il costo di lancio dell’intercettore. Ma ammette che questa tecnologia non è mai stata testata nello spazio.
Un gruppo indipendente dell’American Physical Society ha calcolato che servirebbero 16mila intercettori per mettere fuori uso 10 missili intercontinentali simili all’ipersonico Hwasong-18 nordcoreano. Per questo motivo, su The Spectator, Fabian Hoffmann, ricercatore di tecnologia missilistica del Centre for European Policy Analysis, ha definito il Golden Dome un “progetto mangiasoldi”.
Una nuova Guerra Fredda
Negli Stati Uniti non mancano i perplessi. L’ufficio indipendente del bilancio del Congresso ha avvertito che il progetto potrebbe costare fino a 524 miliardi di dollari e richiedere 20 anni per essere realizzato. Ma i dubbi riguardano anche la validità e utilità dello scudo spaziale. Scienziati come Laura Grego, intervistata dal MIT Technology Review, definiscono il progetto, da sempre, “tecnicamente irraggiungibile, economicamente insostenibile e strategicamente poco saggio”.
E poi ci sono le conseguenze geopolitiche, che potrebbero minare gli equilibri delle superpotenze. La Cina ha già espresso la sua preoccupazione su questo progetto. Il Cremlino è pronto a parlare con Washington di armi tattiche e nucleari. Nel prossimo decennio, il pericolo è che si inneschi una spirale incontrollata, con una corsa agli armamenti anti-satellite per bucare il Golden Dome.
Come all’inizio di una nuova Guerra Fredda, è possibile che Trump stia cercando di costringere i suoi nemici a investire in tecnologie costose al fine di indebolirne l’economia, così come le “guerre stellari” di Reagan avevano contribuito a mandare in bancarotta l’Unione Sovietica.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: se la prossima amministrazione statunitense decidesse di cancellare il Golden Dome, a quel punto a finire in un buco nero sarebbero decine di miliardi di dollari statunitensi.
Fonte
Il faraonico scudo spaziale del presidente degli Stati Uniti sta però dividendo il Paese, con una battaglia su un budget da 175 miliardi di dollari e con una raffica di critiche sull’efficacia militare di questo arsenale che “proteggerà la nostra patria”, come ha detto Trump a metà maggio dagli hangar della Al Udeid Air Base, nel deserto del Qatar. Per poi aggiungere, prima dallo Studio Ovale e poi al vertice Nato dell’Aja, che “avremo il miglior sistema mai costruito”. La Cupola d’oro intercetterà i missili “anche se vengono sparati dall’altra parte del mondo” e persino dallo spazio.
Trump mira a realizzare oggi il sogno delle Star Wars di Ronald Reagan negli anni ’80: un “ombrello spaziale” che protegga gli Stati Uniti dalla grande paura di un attacco missilistico sferrato dai suoi nemici: Iran, Corea del Nord, Cina o Russia.
Oltre al programma del suo predecessore, la Cupola d’oro ha un’altra fonte di ispirazione: l’Iron Dome, lo scudo di Israele che – nonostante i dubbi sollevati sulla sua reale efficacia – ha intercettato razzi e missili dall’Iran e dalle milizie proxy filo-iraniane. Secondo Jeffrey Lewis, esperto di Difesa del californiano Middlebury Institute, la differenza tra quest’ultimo e la proposta di Trump sarebbe pari a quella tra “un kayak (l’Iron Dome) e una corazzata (il Golden Dome)”.
L’allarme del Pentagono
Da anni, il Pentagono sostiene che gli Stati Uniti non abbiano tenuto il passo con gli ultimi missili sviluppati da Cina e Russia, che tradotto vuol dire: sono necessarie nuove contromisure. I generali statunitensi hanno rivelato che Mosca e Pechino possiedono centinaia di missili balistici intercontinentali, oltre a migliaia di missili da crociera in grado di colpire la terraferma da New York a Los Angeles.
I sistemi di difesa missilistica a terra statunitensi, in Alaska e in California, hanno fallito quasi la metà dei test. All’inizio dell’anno, un alto ufficiale ha avvertito che – in caso di conflitto, magari legato a un’invasione di Taiwan – i missili cinesi potrebbero colpire la base aerea di Edwards, in California.
In un’analisi dettagliata sulla rivista Defense News, gli esperti Chuck de Caro e John Warden hanno spiegato perché la Cupola d’oro non è sufficiente per fermare un attacco cinese contro gli Stati Uniti: “Oggi gli Stati Uniti potrebbero trovarsi in una situazione simile a quella della Corea nell’ottobre 1950: sebbene il presidente Donald Trump stia compiendo sforzi intensi per rafforzare la sicurezza nazionale degli Stati Uniti, con iniziative che vanno dall’F-47 e dal B-21 Raider alla promessa di un sistema di difesa aerospaziale denominato Golden Dome, questi sistemi non sono ancora operativi”. Comunque, proseguono gli analisti, “la Cina ha costantemente aumentato il proprio potere offensivo sotto la guida del presidente Xi Jinping”.
Golden Dome: come funziona
Il Golden Dome Shield, sfruttando una costellazione di centinaia di satelliti e grazie a sensori e intercettori sofisticati, potrebbe neutralizzare i missili nemici in arrivo anche subito dopo il loro decollo e prima che raggiungano gli States.
Un esempio? Proviamo a immaginare che un giorno la Cina decida di lanciare un missile contro gli Stati Uniti. Grazie al Golden Dome, i satelliti americani rileverebbero le sue scie luminose. E, mentre il missile sarebbe ancora nella sua fase di “spinta”, uno degli intercettori spaziali tramite un raggio laser, o una munizione alternativa, farebbe esplodere il missile eliminando la minaccia.
Il nuovo sistema di difesa si estenderà su terra, mare e spazio. Servirà per neutralizzare un’ampia gamma di minacce aeree “di nuova generazione”, tra cui missili da crociera, balistici e ipersonici. Questi ultimi, in particolare, sono i più difficili da abbattere per la loro manovrabilità ad alta velocità.
Il Golden Dome dovrebbe fermare i missili in tutte e quattro le fasi di un potenziale attacco: rilevamento e distruzione prima di un’offensiva, intercettazione precoce, arresto a metà volo e arresto durante la discesa verso un obiettivo. E lo farà grazie a una flotta di satelliti di sorveglianza e a una rete separata di satelliti d’attacco. La “Cupola d’oro” fermerà anche i sistemi di fractional orbital bombardment (Fob, Sistema di Bombardamento Orbitale Frazionale) in grado lanciare testate dallo spazio.
In campo i giganti delle armi
Fiutando un’opportunità di business senza precedenti, i giganti dell’industria militare americana – L3Harris Technologies, Lockheed Martin e RTX Corp – si sono già schierati in prima fila. L3Harris ha investito 150 milioni di dollari nella costruzione di un nuovo stabilimento a Fort Wayne, nell’Indiana, dove produce satelliti per sensori spaziali che fanno parte degli sforzi del Pentagono per rilevare e tracciare le armi ipersoniche.
Al 40esimo Space Symposium di Colorado Springs, Lockheed Martin ha invece diffuso un video promozionale che mostra una Cupola d’oro che scherma le strade deserte e notturne delle città americane. Per 25 miliardi di dollari, la Booz Allen Hamilton, società di consulenza tecnologica della Virginia, sostiene di poter lanciare in orbita duemila satelliti per rilevare ed eliminare i missili nemici. Mentre dall’US Space Force, in qualità di vicecapo delle operazioni, il generale Michael A. Guetlein, a cui Trump ha affidato la regia del mega progetto, ha assicurato che il Golden Dome sarà operativo entro la fine del suo mandato nel 2030.
Il finanziamento di quest’opera, però, è una sfida enorme. Per ora sul piatto ci sono 25 miliardi di dollari: un settimo della spesa totale ipotizzata. Il governo stima infatti che la Cupola d’oro possa costare fino a 175 miliardi di dollari, una cifra che il Congressional Budget Office punta a far rientrare nel più corposo bilancio da 542 miliardi che gli Stati Uniti intendono spendere in progetti spaziali nei prossimi vent’anni. Un’iniziativa cara come l’oro, dunque. Anche perché Trump, sembra ossessionato dal prezioso metallo (il suo ufficio alla Casa Bianca è stato del resto letteralmente dorato: dalle tende al telecomando della Tv).
Uomini d’oro e conflitto di interesse
Mentre i colossi della difesa e dello spazio fiutano l’affare, nel resto degli Stati Uniti divampano gli scontri su costi e appalti. Perché a costruire la Cupola d’oro si sono candidati uomini d’oro: in pole position c’è il miliardario Elon Musk, proprietario di SpaceX e della costellazione Starlink, ex braccio destro di Trump prima che la loro liaison finisse, con il magnate che ha lasciato la Casa Bianca sbattendo la porta.
Un voltafaccia che il presidente non ha digerito: sebbene SpaceX rimanga il frontrunner del settore, l’amministrazione USA è a caccia di nuovi partner spaziali da imbarcare nel progetto, a cominciare dal Project Kuiper di Amazon di Jeff Bezos, insieme alle startup Stoke Space e Rocket Lab, mentre la Northrop Grumman sta alla finestra consapevole di poter essere il vincitore nel lungo periodo.
Siccome il Golden Dome sarà un concentrato tecnologico, in campo ci sono anche Palantir, società di analisi dei big data del tycoon conservatore Peter Thiel, e Anduril di Palmer Luckey, azienda specializzata in sistemi autonomi avanzati, dall’intelligenza artificiale alla robotica.
Intanto un gruppo di 42 membri del partito Democratico ha scritto all’ispettore generale del Pentagono per aprire un’indagine, dopo che si è saputo che SpaceX potrebbe aggiudicarsi un maxi contratto per la costruzione del Golden Dome. Con in testa la senatrice Elizabeth Warren, i democratici chiedono trasparenza ed esprimono timori per possibili “conflitti di interesse” tra l’amministrazione Trump, Musk e le altre aziende americane.
Lo scetticismo dei militari
Passando dal fronte economico a quello militare, più di un esperto è scettico sull’efficacia del Golden Dome Shield: malgrado Trump continui a dire che frenerà le minacce al 97%, sul progetto aleggia più di un interrogativo. Anzitutto, come saranno gli intercettori? È ancora da decidere. Un dirigente della stessa Lockheed Martin non ha nascosto, parlando con il sito Defense One, che intercettare un missile nella sua fase di spinta è “terribilmente difficile” e che si potrebbe metterlo fuori combattimento solo “nelle fasi relativamente lente dopo il suo lancio”.
Per Thomas Withington, esperto di electronic e cyber warfare del Royal United Services Institute, i raggi laser sono preferibili ai missili, pesano meno e riducono il costo di lancio dell’intercettore. Ma ammette che questa tecnologia non è mai stata testata nello spazio.
Un gruppo indipendente dell’American Physical Society ha calcolato che servirebbero 16mila intercettori per mettere fuori uso 10 missili intercontinentali simili all’ipersonico Hwasong-18 nordcoreano. Per questo motivo, su The Spectator, Fabian Hoffmann, ricercatore di tecnologia missilistica del Centre for European Policy Analysis, ha definito il Golden Dome un “progetto mangiasoldi”.
Una nuova Guerra Fredda
Negli Stati Uniti non mancano i perplessi. L’ufficio indipendente del bilancio del Congresso ha avvertito che il progetto potrebbe costare fino a 524 miliardi di dollari e richiedere 20 anni per essere realizzato. Ma i dubbi riguardano anche la validità e utilità dello scudo spaziale. Scienziati come Laura Grego, intervistata dal MIT Technology Review, definiscono il progetto, da sempre, “tecnicamente irraggiungibile, economicamente insostenibile e strategicamente poco saggio”.
E poi ci sono le conseguenze geopolitiche, che potrebbero minare gli equilibri delle superpotenze. La Cina ha già espresso la sua preoccupazione su questo progetto. Il Cremlino è pronto a parlare con Washington di armi tattiche e nucleari. Nel prossimo decennio, il pericolo è che si inneschi una spirale incontrollata, con una corsa agli armamenti anti-satellite per bucare il Golden Dome.
Come all’inizio di una nuova Guerra Fredda, è possibile che Trump stia cercando di costringere i suoi nemici a investire in tecnologie costose al fine di indebolirne l’economia, così come le “guerre stellari” di Reagan avevano contribuito a mandare in bancarotta l’Unione Sovietica.
Ma c’è anche il rovescio della medaglia: se la prossima amministrazione statunitense decidesse di cancellare il Golden Dome, a quel punto a finire in un buco nero sarebbero decine di miliardi di dollari statunitensi.
Fonte
23/04/2025
USA - SpaceX, Palantir e Anduril in corsa per il nuovo scudo missilistico
Mentre l’azienda Blue Origin di Jeff Bezos lancia il turismo spaziale, ricevendo una cascata di critiche per il carattere evidemente elitario di questa attività, sul lato militare è ancora la triade SpaceX, Palantir e Anduril a cercare di affermarsi come nuovo polo del complesso militare-industriale statunitense.
Qualche giorno fa, infatti, l’agenzia britannica Reuters ha diffuso la notizia per cui, stando alle informazioni ottenute da sei fonti rimaste anonime, si sono da poco svolti degli incontri tra i rappresentanti delle tre società e alti ufficiali del Pentagono e dell’amministrazione di cui lo stesso Elon Musk fa parte.
Al centro del confronto vi sarebbe stata la partecipazione allo sviluppo del progetto “Golden Dome”, ovvero lo scudo missilistico pensato per proteggere gli USA dalle minacce di missili balistici intercontinentali (ICBM) e armi ipersoniche. Lo scorso 27 gennaio Trump aveva firmato un ordine esecutivo proprio a questo scopo.
Già a inizio mese era emerso che il Dipartimento della Difesa di Washington stesse cercando oltre la solita platea di affermati appaltatori delle forze armate stelle-e-strisce (Boeing, Loockeed Martin, Northrop Grumman) e SpaceX, Palantir e Anduril rappresentano i candidati ideali. Non senza critiche per il doppio ruolo rivestito da Musk alla Casa Bianca.
Una delle fonti di Reuters ha detto che nella comunità della sicurezza nazionale statunitense si sta affermando un atteggiamento definito di “deferenza” nei confronti del Dipartimento guidato dal magnate sudafricano. Nessuno degli attori coinvolti ha rilasciato dichiarazioni o ha risposto puntualmente alle domande, e solo Musk ha scritto su X semplicemente che “non è vero”.
Ad ogni modo, anche l’agenzia stampa britannica ha fatto presente che il percorso del Golden Dome è ancora alle fasi iniziali, e il modo in cui evolverà è ancora tutto da definire. Ci sono più di 180 aziende che hanno espresso interesse per un progetto di cui il direttore operativo della Lockheed Martin ha detto: “in termini di importanza per la difesa della nazione, è simile al Progetto Manhattan”.
Di certo, SpaceX sembra il candidato ideale per il tipo di infrastruttura da mettere in campo. Si parla di una costellazione che dovrebbe contare tra i 400 e i 1.000 satelliti, con i quali creare una rete capace di segnalare e tracciare operazioni missilistiche dirette verso il territorio statunitense.
Una flotta di circa altri 200 satelliti, armati di missili o laser, sarebbe invece preposta alla neutralizzazione di queste eventuali minacce. In quest’ultimo caso, tuttavia, le fonti hanno indicato che SpaceX non sarebbe coinvolta nell’armamento di questi strumenti, lasciando spazio ad altri attori.
Questo rimane tuttavia uno dei nodi più spinosi: questi 200 satelliti potrebbero essere considerati non conformi al Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico, firmato nel 1967. Questo accordo vieta di collocare o stazionare armi di distruzione di massa o simili nella zona extra-atmosferica, e gli equipaggiamenti di tali satelliti potrebbe essere considerati tali.
C’è inoltre anche un altro tema che ha sollevato il dibattito intorno alle forme della sicurezza nazionale statunitense in questa nuova fase della competizione globale. Sembrerebbe che SpaceX abbia proposto lo stesso approccio tenuto dalla NASA: cioè il governo pagherebbe per il servizio e l’accesso alla tecnologia, ma senza possederla.
Questo sarebbe il primo caso di un accordo del genere per il Pentagono, che velocizzerebbe così alcune procedure. Ma due delle fonti di Reuters hanno sottolineato come, nella difesa statunitense, alcune voci abbiano espresso criticità per un sistema del genere (che di fatto resterebbe di proprietà privata) quando si parla di un’infrastruttura di questa importanza critica e portata strategica.
Intanto, altri esperti hanno già valutato che il Golden Dome potrebbe richiedere centinaia di miliardi di appalti per i prossimi anni. La Casa Bianca ha già fissato alcune scadenze, la prima all’inizio del 2026. Non dovremo aspettare molto per capire come evolverà questo dossier e il tentativo di affermare di queste nuove società nel complesso militare-industriale USA.
Fonte
Qualche giorno fa, infatti, l’agenzia britannica Reuters ha diffuso la notizia per cui, stando alle informazioni ottenute da sei fonti rimaste anonime, si sono da poco svolti degli incontri tra i rappresentanti delle tre società e alti ufficiali del Pentagono e dell’amministrazione di cui lo stesso Elon Musk fa parte.
Al centro del confronto vi sarebbe stata la partecipazione allo sviluppo del progetto “Golden Dome”, ovvero lo scudo missilistico pensato per proteggere gli USA dalle minacce di missili balistici intercontinentali (ICBM) e armi ipersoniche. Lo scorso 27 gennaio Trump aveva firmato un ordine esecutivo proprio a questo scopo.
Già a inizio mese era emerso che il Dipartimento della Difesa di Washington stesse cercando oltre la solita platea di affermati appaltatori delle forze armate stelle-e-strisce (Boeing, Loockeed Martin, Northrop Grumman) e SpaceX, Palantir e Anduril rappresentano i candidati ideali. Non senza critiche per il doppio ruolo rivestito da Musk alla Casa Bianca.
Una delle fonti di Reuters ha detto che nella comunità della sicurezza nazionale statunitense si sta affermando un atteggiamento definito di “deferenza” nei confronti del Dipartimento guidato dal magnate sudafricano. Nessuno degli attori coinvolti ha rilasciato dichiarazioni o ha risposto puntualmente alle domande, e solo Musk ha scritto su X semplicemente che “non è vero”.
Ad ogni modo, anche l’agenzia stampa britannica ha fatto presente che il percorso del Golden Dome è ancora alle fasi iniziali, e il modo in cui evolverà è ancora tutto da definire. Ci sono più di 180 aziende che hanno espresso interesse per un progetto di cui il direttore operativo della Lockheed Martin ha detto: “in termini di importanza per la difesa della nazione, è simile al Progetto Manhattan”.
Di certo, SpaceX sembra il candidato ideale per il tipo di infrastruttura da mettere in campo. Si parla di una costellazione che dovrebbe contare tra i 400 e i 1.000 satelliti, con i quali creare una rete capace di segnalare e tracciare operazioni missilistiche dirette verso il territorio statunitense.
Una flotta di circa altri 200 satelliti, armati di missili o laser, sarebbe invece preposta alla neutralizzazione di queste eventuali minacce. In quest’ultimo caso, tuttavia, le fonti hanno indicato che SpaceX non sarebbe coinvolta nell’armamento di questi strumenti, lasciando spazio ad altri attori.
Questo rimane tuttavia uno dei nodi più spinosi: questi 200 satelliti potrebbero essere considerati non conformi al Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico, firmato nel 1967. Questo accordo vieta di collocare o stazionare armi di distruzione di massa o simili nella zona extra-atmosferica, e gli equipaggiamenti di tali satelliti potrebbe essere considerati tali.
C’è inoltre anche un altro tema che ha sollevato il dibattito intorno alle forme della sicurezza nazionale statunitense in questa nuova fase della competizione globale. Sembrerebbe che SpaceX abbia proposto lo stesso approccio tenuto dalla NASA: cioè il governo pagherebbe per il servizio e l’accesso alla tecnologia, ma senza possederla.
Questo sarebbe il primo caso di un accordo del genere per il Pentagono, che velocizzerebbe così alcune procedure. Ma due delle fonti di Reuters hanno sottolineato come, nella difesa statunitense, alcune voci abbiano espresso criticità per un sistema del genere (che di fatto resterebbe di proprietà privata) quando si parla di un’infrastruttura di questa importanza critica e portata strategica.
Intanto, altri esperti hanno già valutato che il Golden Dome potrebbe richiedere centinaia di miliardi di appalti per i prossimi anni. La Casa Bianca ha già fissato alcune scadenze, la prima all’inizio del 2026. Non dovremo aspettare molto per capire come evolverà questo dossier e il tentativo di affermare di queste nuove società nel complesso militare-industriale USA.
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