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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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25/10/2026

Se l’Europa finisce nella lista nera degli Stati uniti

di Emiliano Brancaccio

Immaginiamo che un funesto mattino l’Europa si svegli nella lista nera dell’America. Risultato: Instagram e WhatsApp muti, Google irraggiungibile, ChatGPT spento. I servizi digitali di marca americana, che governano merci, prenotazioni e logistica, inceppati. Le carte Visa e Mastercard che non passano. Molti conti bancari bloccati. E i dollari digitali situati in Europa congelati.

Esagerata distopia? Per ora sì, nella sua versione totale. Ma il problema è già evidente.

Gli Stati Uniti manifestano un bisogno crescente di consolidare le vendite di dollari, di titoli, di armi, energia e tecnologia americane a caro prezzo, da riversare in primo luogo sugli alleati europei. È un modo per scaricare su questi il debito statunitense. E di governare il loro allineamento alla politica estera americana.

Allineamento non più scontato, come è noto. Con gli Stati Uniti al momento vogliosi più dell’Europa di chiudere la guerra con la Russia. E con l’Europa riluttante sulla nuova guerra americana nel Golfo.

E non è finita. Si vedrà presto che le tensioni principali verranno sulla Cina. Un dissidio tra Europa e Stati Uniti sul modo di gestire i rapporti con Pechino sarebbe deflagrante per le relazioni atlantiche.

Ebbene, in quel caso, Washington difficilmente manderebbe droni contro le capitali europee. Ma potrebbe far qualcosa di più sottile. Come obbligare le aziende americane a interrompere i servizi essenziali in Europa. Fino a nuovo ordine. I precedenti non mancano.

Quando gli Usa hanno imposto sanzioni extra-territoriali contro Iran e Cuba senza il consenso dell’Ue, quelle sanzioni hanno colpito anche banche e imprese europee.

Quando l’America era in prima linea nella guerra alla Russia, qualche riottoso paese europeo è stato messo in riga minacciando blocchi finanziari.

Quando gli Stati Uniti hanno congelato le carte di credito dei giudici della Corte penale internazionale, l’Europa dissenziente non ha potuto reagire.

Quando Washington ha bloccato i conti di Francesca Albanese e di Autistici/Inventati, vagheggiando aderenze con organizzazioni sgradite alla politica estera americana, non c’è stato molto da fare.

Non è ancora un blackout totale. Ma è una chiara lezione su chi ha il potere di spegnere l’interruttore a chi.

Insomma, il quadro è nitido: l’autonomia della politica estera richiede oggi anche autonomia delle infrastrutture digitali. Dalle carte di credito fino all’intelligenza artificiale.

Il caso dell’euro digitale è un esempio. La BCE ci lavora per affiancare al contante una rete pubblica di pagamenti europei. Non sarebbe poco, in un continente che ha affidato larga parte delle transazioni ai circuiti statunitensi. E che oggi rischia un’invasione di stablecoin: la moneta digitale americana, anonima e a basso costo, con cui Trump sogna di dollarizzare l’Europa.

La costruzione di un’autonoma infrastruttura digitale, però, non è solo una sfida geopolitica. Solleva anche domande sui rapporti tra le classi sociali. Pensiamo alla questione dell’anonimato. L’euro digitale vuol sostituire gli stablecoin denominati in dollari, bene. Ma a tale scopo vuole anche riprodurre la loro opacità?

I proprietari delle monete digitali americane non sono immediatamente identificabili. Il fisco e la magistratura sono costretti a decifrare codici, prima di risalire ai nomi dei titolari. L’euro digitale dovrebbe imitare il meccanismo? La Bce promette una riservatezza simile al contante. Non è detto che sia un bene: una cosa è la privacy dei comuni cittadini, un’altra l’invisibilità degli interessi capitalistici, talvolta anche criminali.

Si difenda la prima senza più usarla come pretesto per opacizzare i secondi. La sovranità digitale è una necessità strategica europea. Diventerà virtù politica solo se limiterà l’anonimato e gli altri vasti e vezzeggiati diritti del capitale.

Solo così aiuterà a rilanciare i diritti civili, politici e sociali, da tempo soffocati anche grazie ai nascondini digitali dell’odierno capitalismo centralizzato.

Fonte

22/02/2026

USA - Il capitalismo “feudale” MAGA riscrive l’establishment e la politica estera

Come spesso facciamo sul nostro giornale, riportiamo articoli di analisti che reputiamo interessanti per la lucidità (o la mistificazione) con cui affrontano nodi fondamentali. Questo pezzo di Vittorio Carlini, giornalista per Il Sole 24 Ore, appartiene alla prima categoria.

Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.

La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.

Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.

Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.

In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.

A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.

La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere”, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.

E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che prepari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA ancora hanno , ma le tensioni che crea sono assai pericolose.

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“Imprevedibile”. Oppure: “Inaffidabile” o anche peggio. Sono alcuni degli epiteti – chi si scorda “Taco”, ovvero Trump si tira indietro – assegnati all’attuale Presidente degli Usa. Si tratta di una scorciatoia rassicurante. È il modo più semplice attraverso cui trasformare un progetto in rumore, una strategia in capriccio.

Ma dietro la retorica muscolare (al di là delle orribili e tremende mosse di politica interna con l’ICE) o delle giravolte apparenti si muove qualcosa di più solido: la riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere che salda politica, tecnologia e rendita. Non caos, dunque. Bensì, un nuovo ordine tutt’altro che improvvisato.

È un modello nel quale la logica delle piattaforme digitali, la concentrazione dei capitali e la centralizzazione della forza politica (e militare) si uniscono in un struttura precisa. Dove lo Stato federale non è più semplice arbitro dei mercati. Al contrario, ne diventa azionista, regolatore, garante e co-protagonista.

1. Maggiore controllo sui mercati

Il passaggio è evidente in diverse mosse dell’attuale amministrazione. Alla Sec, la Securities and exchange commission, “The Donald” ha insediato Paul Atckins, veterano repubblicano e convinto sostenitore del listino quale leva centrale dell’ordine economico.

La sua nomina segna una discontinuità netta con la stagione Biden, che aveva rafforzato vigilanza su Esg, trasparenza contabile e derivati. Atkins punta sul dossier della deregolamentazione, chiedendo che la “creazione di capitale” sia di nuovo la priorità.

È un linguaggio dove è forte l'eco degli anni Ottanta, quello della supply-side reaganiana aggiornato al mondo digitale. Il mercato deve tornare libero di oscillare, entro però una cornice politica che ne orienti priorità e limiti. E con lui la stessa autorità di controllo (Sec), la quale al segnale del Presidente dev’essere pronta a muoversi, ad esempio, per mettere in discussione l’obbligo della contabilità trimestrale a Wall Street.

Analogo messaggio è arrivato dalla Cftc, la Commodity future trading commission. Michael Selig è stato nominato con un mandato che unisce ortodossia regolatoria e apertura alle nuove frontiere finanziarie: derivati su cripto-asset e stablecoin. La Casa Bianca vuole che la supervisione resti “amichevole” verso l’innovazione, ma allineata al disegno strategico nazionale. Detto diversamente: più spazio per la sperimentazione e meno regolamentazione. È un approccio pragmatico, ma anche politico. Le piattaforme di scambio digitale e le criptovalute (le stablecoin devono garantire la loro parità con il dollaro attraverso l’acquisto di titoli di Stato Usa) diventano un tassello della sovranità americana alla medesima stregua di portaerei e chip.

2. La narrazione economica

Sullo sfondo di queste nomine si muove un’operazione più profonda: il focus sulle fonti del dato economico. Il Bureau of Labour Statistics, la macchina che produce i numeri sull’occupazione e sull’inflazione, nella scorsa estate è stato al centro di un evento clamoroso: la rimozione della commissaria nominata sotto Biden, Erika McEntarfer. Una scelta avvenuta all’indomani della pubblicazione di numeri sull’occupazione Usa non in linea con la narrazione dell’Esecutivo di un’economia in espansione. Adesso il posto è affidato – stante lo scontro sul candidato proposto dalla Casa Bianca – all’interim di William Wiatrowski, figura interna e rispettata. Ma il segnale è chiaro: Washington tenta di avere un racconto dell’economia che il più possibile rifletta la visione del Presidente. In un sistema dove le aspettative contano più dei fatti, la gestione del dato diventa strumento di potere. I numeri non mentono, ma possono essere orchestrati.

3. No all’indipendenza della Fed

Nella stessa logica si colloca, poi, il duro conflitto con la Federal reserve. Da decenni l’indipendenza della banca centrale è uno dei pilastri del capitalismo americano ed occidentale: oggi è diventato un concetto negoziabile. Due settimane fa, sono emerse iniziative investigative da parte di procuratori federali sul presidente della Fed, Jerome Powell, in merito alla sua testimonianza – resa la scorsa estate – riguardo alla ristrutturazione degli edifici della medesima banca centrale. Powell, che ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, ha reagito con fermezza. In un video ha definito l’indagine un pretesto nell’ambito della campagna in corso del presidente Donald Trump, finalizzata a fare pressione sulla Federal reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Di nuovo: il Governo centrale – a detta di diversi commentatori – vuole il controllo della politica economica.

4. Le tesi di Stephen Miran

Un tesi assurda? Non proprio. Anche perché, a conferma della suddetta interpretazione, c’ è il fatto che la volontà di controllo sulla Fed è esplicitata da Stephen Miran, già capo dei consiglieri economici della Casa Bianca e oggi in una posizione di rilievo all’interno della Fed stessa. Cosa dice Miran? Beh che – essendo «la Fed già integrata con il resto del potere esecutivo» – questa dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) l’esperto propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni fino a renderli rimovibili dal presidente (“at his will”) e non più per giusta causa. Insomma: lo scenario pare chiaro. Se il denaro è lo strumento supremo di sovranità, chi controlla la Fed controlla il tempo stesso di mercato ed economia.

5. Lo stato nell’industria

Ma non è solo questione della presa diretta su politica monetaria e mercati. Altro segnale eclatante del nuovo capitalismo di Trump è venuto dall’industria. Nel 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nel capitale di Intel, con una partecipazione vicino al 10%. È una svolta importante: lo Stato diventa socio di minoranza di un campione tecnologico privato. L’obiettivo dichiarato è garantire la sovranità dei semiconduttori, ma la sostanza è un’ altra: il governo vuole dire la sua sulla governance. “The Donald” ha chiamato personalmente Li-Bu Tan, ceo di Intel, per discutere delle strategie produttive e dei rapporti asiatici. Non solo. La Casa Bianca ha subordinato il via libera all’export verso la Cina da parte di Nvidia ad una sorta di “commissione sui ricavi” – seppure si tratti di un’indicazione di massima – pari a circa il 25% sulle vendite. Ancora. Come dimenticare – rispetto al tema delle materie prime – lo shopping di partecipazioni in realtà minerarie: da Trilogi Metals (che estrae zinco in Alaska) fino a Lithium Americas attiva nel litio per le batterie. Insomma: il confine tra attività privata d’impresa e comando politico si assottiglia.

6. Il patto con le tecnologie

Una logica simile pervade, poi, i rapporti con la Silicon valley. Le pressioni su Microsoft, culminate nella richiesta – riportata da diversi osservatori – di rimuovere Lisa Monaco, responsabile per gli affari globali del colosso di Redmond ed ex vice ministro della giustizia di Biden, sono state un segnale diretto. Un messaggio che si colloca in un contesto dove Trump ha organizzato – nel rinnovato Rose Garden della Casa Bianca – una cena con molti tra i più importanti ceo e fondatori del big tech. Intorno alla tavola apparecchiata, gli “dei” della tecnologia: da Bill Gates a Satya Nadella, fino a Tim Cook, Lisa Su e Mark Zuckerberg. Senza dimenticare altri jolly del mazzo, come Sam Altman e Sundar Pichai. Un asse il quale, per diversi osservatori, è realpolitik: fare buon viso a cattivo gioco, in uno scenario in cui la Casa Bianca ha assunto un ruolo sempre più attivo nella politica industriale. Ma che, più in generale, rappresenta il salto di qualità evidente. Il matrimonio tra Trump e il business tecnologico non è più tacito: è volutamente dichiarato, nel reciproco riconoscimento di potere che ricorda – a detta di vari esperti – quello tra il sovrano e i signori feudatari nel Medioevo.

Anche la moneta digitale entra nel disegno. Con il “genius Act”, Trump ha imposto la supervisione diretta dell’Office of the comptroller of the currency – presieduto da un altro fedelissimo, Johnatan Guld – sugli emittenti delle stablecoin. Ogni token dovrà essere coperto al 100% da riserve in dollari o titoli del Tesoro. È di nuovo – ecco il fil rouge – una liberalizzazione la quale, però, non può uscire dal controllo pubblico. L’apparente criptonarchia si trasforma in nazionalizzazione della fiducia.

7. Lo scenario attuale

Queste mosse, prese insieme, delineano un nuovo assetto di potere. Lo Stato americano agisce oggi come una “piattaforma”, non più quale mero arbitro. Sempre di più Washington gestisce risorse e consenso con logiche di rete: attribuisce privilegi, concede licenze, redistribuisce accesso. Chi partecipa al sistema riceve protezione; chi ne resta fuori rischia l’emarginazione o, addirittura, il trattamento ostile. Può obiettarsi: si tratta di una situazione già esistente in passato. Vero! Ma questo non contraddice la tesi della trasformazione in atto. Da un lato, l’attuale Presidente non rappresenta altro che l’enzima catalizzatore in grado – tra mille contraddizioni – di concretizzare la reazione chimica; dall’altro, tutti gli elementi della formula già erano ben presenti sul tavolo. E non da poco tempo.

8. Gli hippy con gli anarco-capitalisti

In tal senso, per cogliere al meglio il contesto odierno, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. Cioè, negli anni Settanta, quando la California divenne il laboratorio di un esperimento unico: la fusione tra controcultura hippy, individualismo libertario e fede nel mercato. I figli dei fiori, insieme agli ideali pacifisti e mutualisti, credevano profondamente nell’autonomia individuale e nella libertà creativa. Il successo del Whole Earth Catalog, il “Google cartaceo” ante litteram curato da Stewart Brand, risiedeva anche – e soprattutto – nella convinzione che la tecnologia potesse liberare l’uomo dai rapporti di potere tradizionali, rendendolo sovrano di sé stesso. Una visione che, a ben vedere, è alla base della cultura hacker.

Questa concezione del mondo, in cui la dimensione della socialità tendeva a dissolversi nell’autosufficienza individuale, si è poi saldata con il nascente libertarismo economico della baia di San Francisco: un’imprenditoria che diceva no allo Stato e vedeva nell’high-tech uno strumento di emancipazione personale nel libero mercato. Certo! Sul piano materiale, molte di quelle imprese – destinate a diventare colossi globali – si svilupparono anche grazie al sostegno dell’apparato pubblico e militare statunitense, in particolare attraverso la domanda di tecnologie avanzate nel settore della difesa. L’impalcatura ideologica, tuttavia, rimase quella.

Con il passare del tempo, però, il sistema ha finito per generare il proprio opposto. Deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, globalizzazione – abbracciata a piene mani anche dai democratici – e concentrazione dei dati hanno prodotto, come l’economia classica insegna, oligopoli più potenti di molti Stati nazionali. Il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, in cui il plusvalore “estratto” dagli utenti sono le informazioni sulle loro vite, e il capitalismo del cloud sono diventati così gli strumenti di un dominio perlopiù invisibile: la rendita che sostituisce il profitto e l’accesso che si trasforma in privilegio.

9. La Casa Bianca e l’hardware del potere

In un simile contesto, Trump chiude il cerchio. Dove la Silicon Valley aveva costruito infrastrutture immateriali di controllo – algoritmi, piattaforme, ecosistemi high-tech – la Casa Bianca costruisce oggi l’hardware del potere: nomine, decreti, autorità. Lo Stato si appropria della logica di rete, centralizzando le proprie funzioni. È la traduzione fisica del potere digitale.

Questo processo, coerente con l’ambito di provenienza dello stesso Trump, investe anche settori industriali più tradizionali. L’appeasement del mondo petrolifero non è una contraddizione, ma rafforza una struttura di potere che richiama, per analogia, dinamiche di tipo feudale. Trump agisce come un monarca del XXI secolo: distribuisce favori, contratti, accessi; assegna ruoli chiave nei nodi strategici del sistema – dalle authority di regolazione ai campioni industriali – e in cambio ottiene lealtà politica.

In un simile quadro, il rapporto con le élite economiche diventa esplicito e ritualizzato. I vertici delle Big Tech e dell’industria energetica vengono accolti simbolicamente nel cuore del potere esecutivo, in un riconoscimento reciproco di autorità che segna il superamento della separazione tradizionale tra Stato e mercato. Come osservano diversi economisti, quest’ultimo tende così a essere sostituito da un sistema di “rente politique”, in cui la rendita nasce dall’appartenenza al perimetro riconducibile a Washington. La concorrenza formale sopravvive – quella reale, per usare una formula cara a Peter Thiel, è sempre più residuale – mentre uno dei principali vantaggi competitivi diventa la relazione personale con il decisore politico.

Per imprese e investitori il nuovo assetto è ambivalente: offre stabilità, incentivi e protezione industriale. La volatilità dei mercati, però, non è più legata soltanto ai dati economici o alle scelte sui tassi, bensì anche alle parole e ai segnali provenienti dalla Casa Bianca. L’economia americana resta potente, ma più gerarchica. Il capitalismo della libertà assume il retrogusto del capitalismo della fedeltà.

10. La geopolitica

A livello geopolitico, la trasformazione si inserisce in una traiettoria globale già in atto. Nella progressiva separazione tra il blocco americano – che nella visione trumpiana include l’intero emisfero occidentale e si estende fino all’avamposto da conquistare rappresentato dalla Groenlandia – e le aree di influenza della Cina, emerge un modello economico in cui il pubblico-militare entra direttamente nei circuiti tecnologici e finanziari. Trump non inventa questa tendenza: la americanizza. L’ideologia libertaria della Silicon Valley viene assorbita nella sovranità nazionale. Il paradosso è compiuto: l’anarchia digitale produce un nuovo ordine centralizzato.

Non è un ritorno al socialismo, né un’estensione del liberismo. È una mutazione del capitalismo stesso: post-industriale, iper-tecnologico e politicamente centrato. Lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere. Nel linguaggio dei mercati, è la fusione tra rischio politico e rischio di credito. In quello della storia, è la reincarnazione del sovrano nel XXI secolo. È il capitalismo della fedeltà a Trump non in quanto persona, ma in ciò che lui rappresenta. Un apparato politico, economico e militare che – come era prevedibile – è uscito dalla lampada, che da tempo era ben in vista sul tavolo. Un apparato sempre di più pronto a prepararsi allo scontro finale con il colosso cinese.

Fonte

10/01/2026

Cina e Usa, due modelli sempre più alternativi

Appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, dallo sviluppo dell’Intelligenza artificiale alle criptovalute, dall’impegno per il multilateralismo sul piano geopolitico alla transizione energetica.

L’incontro di Busan

Ci sono degli avvenimenti, magari non ufficialmente percepiti al momento come molto importanti, mentre i media ne parlano soltanto per un paio di giorni, che segnano invece uno spartiacque profondo per le implicazioni che comportano. 

Questo è stato il caso dell’incontro del 30 ottobre tra Xi Jinping e Donald Trump a Busan, una città della Corea del Sud. La reale importanza di tale incontro non sta tanto nella pur importante tregua commerciale concordata in quella sede tra Cina e Stati Uniti, ma nella dimostrazione evidente, quasi ufficiale, che il Paese asiatico può ormai affrontare gli Stati Uniti da pari a pari (Doshi, 2025), con una tendenza anzi, a nostro parere, del rovesciamento dei rapporti di forza tra i due paesi. Si tratta ovviamente di una constatazione della massima importanza sulla strada di un rilevante mutamento dell’ordine internazionale. Più in generale, il 2025 è stato un anno molto favorevole al Paese asiatico.

Nell’ambito di una guerra che dura ormai da parecchio tempo, almeno sin dai tempi di Barak Obama e del suo pivot to Asia, Trump ha ingaggiato una battaglia, mesi prima dell’incontro fatidico, imponendo dazi ai prodotti cinesi di oltre il 140%, convinto che il Paese asiatico si sarebbe piegato, come tanti altri, ai diktat Usa; ma Xi ha risposto colpo su colpo con armi che hanno alla fine neutralizzato l’avversario. E tutti hanno percepito come l’incontro di Busan abbia sancito la vittoria dei cinesi. 

Le armi della vittoria sono costituite dal quasi monopolio delle terre rare e dei magneti (comunque alla fine “una pistola puntata alle tempie agli Stati Uniti”, Doshi, 2025), ma per capire come è stato ottenuto questo risultato è necessario anche considerare altre implicazioni che ci sono dietro. Tra queste, il fatto che la stragrande maggioranza dei farmaci utilizzati negli Stati Uniti dipendono dalle forniture dei componenti di base che provengono dalla Cina. Inoltre va considerato che senza le merci cinesi il livello dei prezzi della gran parte dei beni di consumo venduti sul mercato interno americano sarebbe salito in maniera verticale, e alcune merci sarebbero diventate di difficile reperimento. Qualcuno, ad esempio, aveva rilevato già nei mesi primaverili che senza i condizionatori cinesi gli americani avrebbero sofferto molto più caldo nel periodo estivo, sarebbero mancati gli arredi di Natale, che, come è noto, provengono pressoché tutti da un’unica città cinese, così come le bandiere americane e i cappellini con la scritta Maga. Tutto ciò, sino a non molto tempo fa. 

In questo quadro, il testo che segue si sofferma soltanto su alcuni punti relativi ai differenti modelli di sviluppo dei due Paesi, non tanto analizzando le grandi differenze tra le caratteristiche generali del sistema economico e politico cinese e quello statunitense, quanto piuttosto concentrando l’attenzione su alcuni temi specifici venuti alla luce nell’ultimo periodo.

L’IA, due modelli differenti

Il modello di sviluppo dell’Intelligenza Artificiale portato avanti dai grandi gruppi Usa del settore appare mirato ad affermare la loro supremazia tecnologica attraverso enormi investimenti (OpenAI da sola programma di impegnare 400 miliardi di dollari nei prossimi anni nel settore), che producono massicci programmi proprietari chiusi e a pagamento, con il controllo dell’esportazione delle tecnologie dei chip e dei software avanzati verso la Cina. Donald Trump ha dichiarato a questo proposito che gli Stati Uniti faranno qualsiasi cosa che sarà necessaria per essere la guida mondiale nel settore dell’IA (Thornhill, 2025).

La Cina invece investe somme certo importanti, ma nettamente inferiori a quelle degli Usa: secondo una stima cinese gli impegni del Paese asiatico nel settore tra il 2023 e il 2025 sono stati dell’82% più bassi di quelli degli Stati Uniti (Global Times, 2025), mentre altre stime sono un poco più elevate, ottenendo peraltro risultati sostanzialmente equivalenti a quelli statunitensi, con la diffusione poi di un sistema aperto a tutti e gratuito, con il parallelo obiettivo di diffondere rapidamente e in maniera capillare la tecnologia. Si tratta evidentemente di un approccio che sarà privilegiato nei Paesi del Sud del mondo, ma anche in molti casi in quelli del Nord. In effetti si registra un crescente uso dei modelli cinesi anche negli Stati Uniti; si cita tra l’altro il caso di Airbnb (Global Times, 2025).

Lo stesso boss di Nvidia prevede che nella gara per la supremazia nel settore alla fine vincerà la Cina, mentre altri esperti statunitensi affermano che gli Stati Uniti stanno facendo un errore strategico catastrofico nello scommettere così pesantemente su modelli IA giganti e chiusi e che gli Stati Uniti sono nel settore dalla parte sbagliata della storia (Thornhill, 2025). C’è chi prevede che il successo dei modelli di IA aperti cinesi, sei volte meno cari di quelli Usa, (Surman, 2025), faranno scoppiare la bolla dei valori oggi fortemente gonfiati delle imprese del settore statunitense. 

I ricercatori asiatici della Silicon Valley

Per altro verso, gli undici ricercatori che presso il gruppo Meta perseguono l’ambizioso obiettivo di costruire un programma che eguagli o sia più potente del cervello umano sono tutti immigrati educati in altri Paesi e sette di questi sono cinesi (Metz, Tan, 2025). Più in generale, l’industria high tech statunitense dipende in rilevante misura da ingegneri cinesi. E quindi se l’amministrazione Trump portasse ancora avanti la sua politica di contrasto agli scienziati del Paese asiatico presenti negli Stati Uniti le società della Silicon Valley resterebbero indietro nella gara per il primato nel campo dell’IA (Metz, Tan, 2025). E in effetti diversi ricercatori di primo livello hanno già lasciato gli Stati Uniti tornando nella madrepatria. C’è da pensare che diversi altri li seguiranno. 

Le cose peggiorerebbero ancora se anche per gli scienziati indiani, come per qualche verso si profila, l’aria diventasse difficile nel paese; si tratta infatti della seconda componente fondamentale del capitale umano della Silicon Valley dopo quella cinese. 

Una dipendenza sorprendente

Abbiamo visto come i grandi gruppi Usa dell’IA stiano portando avanti una forsennata politica di investimenti nei centri dati in giro per il mondo. Ora l’Agenzia Internazionale per l’Energia prevede che per alimentare tali centri nel 2030 si consumerà un quinto di tutta l’energia generata negli Stati Uniti nello stesso anno (Sandlund, 2025).

Per quanto riguarda la componentistica necessaria per tali impianti – sistemi di immagazzinamento dell’energia, convertitori, trasformatori, ecc. – le imprese statunitensi stanno ricorrendo in misura massiccia alle imprese cinesi, in ragione della maggiore rapidità di consegne rispetto ai concorrenti di altri paesi come la Corea del Sud, della maggiore affidabilità e durata e di costi più vantaggiosi. Tutto questo mentre in teoria gli Stati Uniti vorrebbero ridurre la loro dipendenza dalla Cina nei settori chiave (Sandlund, 2025). 

La lotta al cambiamento climatico

Anche nel campo dell’ecologia si possono rilevare due atteggiamenti molto diversi tra Usa e Cina. Nel primo caso con l’amministrazione Trump ci troviamo di fronte alla negazione che ci sia un problema di qualche natura in campo climatico (come ribadito ancora nel dicembre del 2025) e a tentativi di bloccare in tutti i modi possibili gli investimenti nel settore nel suo Paese, oltre allo sforzo di frenare gli accordi relativi in sede internazionale. Del resto gli Stati Uniti erano assenti dai recenti incontri della Cop30 in Brasile.

C’è da sottolineare che la ricetta trumpiana non viene seguita negli Stati governati dai democratici, che cercano invece, tra crescenti ostacoli federali, di portare avanti dei programmi alternativi.

Nel frattempo la Cina è diventato di gran lunga il Paese che investe di più nel settore (normalmente almeno quanto il resto del mondo messo assieme) e il leader tecnologico su di un fronte molto ampio di prodotti relativi, dalle auto e camion elettrici, alle pale eoliche, ai pannelli solari, alle grandi batterie da accumulo; i suoi prodotti tendono ormai a conquistare i mercati mondiali, nonostante il boicottaggio degli Stati Uniti e in parte dell’Unione Europea. Senza le tecnologie cinesi non si riuscirà a combattere efficacemente il cambiamento climatico. Il Paese sembra poi aver raggiunto il picco delle emissioni nel 2025, in largo anticipo rispetto all’obiettivo precedentemente fissato del 2030. Anche quello di emissioni zero fissato ufficialmente al 2060, sarà presumibilmente raggiunto molto prima, tra il 2050 e il 2053.

Alla fine, comunque, Trump consegna il futuro dell’energia a livello mondiale alla Cina (Luce, 2025).

Le criptovalute e le stablecoin

L’Oxford English Dictionary definisce le criptovalute come sistemi di pagamento digitale che operano indipendentemente da un’autorità centrale e che impiegano tecniche crittografiche per controllare e verificare le transazioni. Se questo sistema si diffondesse largamente gli effetti sulla regolamentazione e stabilizzazione delle economie nazionali potrebbero essere devastanti. 

Le cripto non hanno valore in senso economico, non generano reddito, non sono legate ad alcun tipo di produzione, non pagano dividendi. Quello che le spinge in avanti non sono quindi i cash flow, ma le aspettative, in particolare quelle che in futuro qualcun altro compri tali titoli ad un prezzo maggiore di quello di oggi (Editorial, 2025). 

Le criptovalute minacciano lo stesso concetto di lotta al denaro sporco e alla criminalità. 

Le stablecoin sono degli strumenti digitali che offrono agli investitori la flessibilità delle criptovalute, ma che, al contrario delle stesse, non presentano apparentemente rischi di oscillazione di prezzo delle stesse, dal momento che sono legate ad un asset stabile, quale una valuta, dei depositi bancari, o un bene come l’oro. In realtà i rischi in proposito sono rilevanti.

Donald Trump afferma che lo sviluppo delle stablecoin aiuterà a rinforzare il dominio del dollaro nel mondo, attraendo tra l’altro flussi di investimento verso gli Stati Uniti, nonostante che sul piano politico il Paese stia perdendo qualche colpo (Walker, 2025). La famiglia Trump, del resto, ha lanciato nel 2025 una serie di iniziative di criptovalute attraverso le quali, sia pure tra alti e bassi, sembra sia riuscita a guadagnare diversi miliardi di dollari.

La tendenza statunitense sottesa a tali movimenti è quella ad una privatizzazione e deregolamentazione spinta della valuta e dei mercati finanziari. 

Molto diverso appare l’atteggiamento cinese (Zhu Lanxu, 2025), (Grossi, 2025). In un recente incontro sulla lotta alla speculazione sulle valute virtuali, la Banca Centrale di Pechino, preoccupata dalla crescita della stessa speculazione cripto in Cina e dalle mosse di Trump, avendo già lanciato lo yuan digitale pubblico, ha dichiarato che intensificherà una politica proibizionista sul trading e sulla speculazione su bitcoin e criptovalute. Tali strumenti infatti  non possono circolare in Cina, ne essere usati sul mercato. 

G20, COP30, aiuti all’Africa

Due recenti vertici molto importanti, il G20 in Sud Africa la Cop30 in Brasile hanno visto l’assenza dei rappresentanti degli Stati Uniti; del resto Trump non ama le assemblee di tutti i tipi, preferendo di gran lunga i rapporti bilaterali, situazione in cui può più facilmente prevalere sull’avversario. Invece la Cina ha afferrato l’occasione per presentarsi come sostenitrice di un ordine multipolare, della cooperazione internazionale, dei trattati ambientali, guadagnandosi maggiore fiducia dai paesi del Sud del mondo (Noci, 2025).

Poco tempo prima, mentre gli Stati Uniti bloccavano gli aiuti ai paesi africani, la Cina aboliva tutti i dazi nei confronti delle merci provenienti dai Paesi di tale continente.

Le esportazioni cinesi resistono a Trump

È noto come Trump, estendendo azioni già avviate dalle precedenti presidenze, abbia attivato forti azioni verso tutti i paesi del mondo sul fronte del commercio, imponendo loro dazi più o meno elevati, mirando in particolare la Cina, non solo come rivale geopolitico, ma come Paese che godeva anche di larghi surplus negli scambi reciproci.

Pechino è riuscita a parare la mossa di Trump: è vero che le sue esportazioni verso gli Stati Uniti si sono ridotte in misura significativa, ma sono invece aumentate quelle verso altre destinazioni, dai Paesi dell’Asean a quelli dell’UE, tanto che alla fine complessivamente le sue esportazioni hanno continuato a crescere. Così nel periodo gennaio-novembre 2025 il surplus della bilancia commerciale cinese aveva battuto ogni precedente record, raggiungendo i 1.080 miliardi di dollari (più che nell’intero 2024), con le esportazioni che erano cresciute nel periodo intorno al 6%. E le previsioni sono per un’ulteriore crescita nel 2026.

Cosa può produrre la Cina in casa

È anche noto che la teoria dei vantaggi comparati messa a suo tempo a punto da David Ricardo e che tanto successo ha avuto sino ai nostri giorni prevede che ogni paese opera gli scambi con gli altri sulla base dei vantaggi comparati che ognuno possiede. Così conveniva che il Portogallo si specializzasse nella produzione del vino e lo scambiasse con i tessuti dell’Inghilterra; in tale modo ambedue i paesi ne avrebbero tratto vantaggio.

Come sottolinea un testo recente apparso sul Financial Times (Harding, 2025) su questo fronte la Cina ha ora un problema molto rilevante.

Non si tratta solo del fatto che la Cina abbia un crescente surplus commerciale con il resto del mondo, quanto semmai della prospettiva che tendenzialmente sarà sempre più in grado di produrre anche le cose che al momento importa, come semiconduttori, software, aerei commerciali, macchinari avanzati per la produzione. Non si capisce quindi, quando – fra un certo non lunghissimo numero di anni – essa riuscirà a produrre praticamente tutto in casa (ha tutti i progetti in atto per farlo), cosa potrà importare per bilanciare almeno parzialmente le cose. A quel punto il commercio internazionale del Paese risulterebbe in teoria impossibile.

Per ottenere di riequilibrare in qualche modo le cose ci sarebbero comunque diverse mosse possibili. 

La Cina dovrebbe intanto potenziare fortemente il mercato interno, cosa che non è riuscita a fare in misura adeguata almeno sino ad oggi, mentre un blocco come quello dei Paesi dell’UE dovrebbe riuscire ad elevare il suo livello di competitività e trovare nuove fonti di creazione di valore, come gli Stati Uniti hanno fatto sino ad adesso con la loro industria tecnologica. Evento peraltro improbabile, che se non portato avanti, condurrebbe ad un progressivo protezionismo. Inoltre presumibilmente la Cina potrebbe continuare a importare dai Paesi vicini prodotti semilavorati: sarà inoltre obbligata in ogni caso ad importare le materie prime necessarie alle sue attività (anche se le attività di riciclaggio dei materiali potrebbero ridurre anche questa fonte), mentre potrebbe anche spingere sugli investimenti diretti all’estero e sull’apprezzamento dello yuan.

C’è un altro aspetto della questione che non va certo sottovalutato. I surplus commerciali della Cina stanno diventando già oggi, con le loro grandi dimensioni, insostenibili per il resto del mondo e tendono a produrre una spinta nei vari paesi a erigere delle barriere protezionistiche (Prasad, 2025). A questo punto sembra che la Cina debba trovare una soluzione che non può che andare di nuovo in direzione della crescita dei consumi interni, di una spinta a incrementare gli investimenti diretti per sostituire la produzione in loco, alle esportazioni e di nuovo dell’apprezzamento dello yuan.

Conclusioni

Con il passare del tempo appare sempre più evidente come il modello di sviluppo statunitense e quello cinese tendano a divergere profondamente su molti aspetti, con quest’ultimo Paese che sembra tra l’altro più pronto a incontrare le aspettative del pianeta in termini ambientali, tecnologici, finanziari, nonché di un ordine mondiale più equo, mentre gli Stati Uniti sembrano sempre più chiusi in una logica di stretta adesione a quelli che appaiono i suoi più stretti interessi senza curarsi molto delle conseguenze delle loro azioni per il resto del mondo. Alla fine, il risultato effettivo delle decisioni di Trump è quello di accelerare la presa della Cina in particolare sui paesi del Sud; come scrive qualcuno, il presidente americano sta consegnando alla Cina e alla Russia gli strumenti per accelerare la disintegrazione dell’Occidente (Luce, 2025).

Questo non significa che il sistema cinese non abbia problemi, che vanno dalla elevata disoccupazione giovanile, ai deboli consumi interni e ad un livello di esportazioni sempre più insostenibile per il resto del mondo, nonché infine ad un livello di indebitamento elevato pubblico e privato. Nonostante questo, il 2025 è stato molto favorevole al Paese asiatico e le possibili previsioni per il 2026 sembrano ancora positive. In particolare stiamo assistendo ad una vera esplosione che sembra inarrestabile dell’innovazione tecnologica del Paese in molti settori.

Articoli citati nel testo

-Doshi R., The moment China proved it was America’s equal, www.nytimes.com, 19 novembre 2025

Editorial, The Guardian view on crypto’s latest crash: it reveals who pays the price for a failing economy, www.theguardian.com, 18 novembre 2025

-Global Times, GT voice: What does Silicon Valley’s rising use of AI models developed in China mean ?,  www.globaltimes.cn,  1 dicembre 2025

-Grossi G., Cina: nuovo attacco a bitcoin, crypto e stablecoin…, www.cryptovaluta.it.,29 novembre 2025

-Harding R., China is making trade impossible, www.ft.com, 26 novembre 2025

-Luce E., China’s escalation dominance over Trump, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Metz C., Tan E., In the A.I. race, Chinese talent still drives American research, www.nytimes.com, 19 novembre 2025 

-Noci G., G20 e COP30, la Cina colma il vuoto degli Usa, Il Sole 24 Ore, 25 novembre 2025

-Prasad E., China’s $1tn trade surplus is a problem for Beijing – and the world, www.ft.com, 14 dicembre 2026

-Sandlund W., Investors bet on Chinese companies powering global AI build-up, www.ft.com, 16 dicembre 2025

-Surman M., Open source could pop the AI bubble – and soon, www.ft.com, 17 dicembre 2025

-Thornhill J., The US may be running the wrong AI race, www.ft.com., 4 dicembre 2025 

-Walker O., Stablecoin surge will preserve US dollar dominance, says Donald Trump Jr., www.ft.com, 1 ottobre 2025

-Zhou Lanxu, China tightens crackdown on virtual currency speculation, www.chinadaily.com.cn., 25 novembre 2025

Fonte 

30/11/2025

L’impossibile rinascita dell’industria statunitense /2

Nella prima parte di questo articolo abbiamo visto che il ripristino di una struttura industriale adeguata alle dimensioni e alla popolazione degli USA richiederebbe il ritorno in patria di quelle produzioni di massa che oggi i consumatori americani acquistano dalla Cina. Abbiamo visto anche, però, che diversi fattori impediscono all’amministrazione Trump di sanzionare pesantemente le merci cinesi e quindi di fare leva sui dazi per promuovere tale ritorno. Alla politica trumpiana, pertanto, arriderà un successo soltanto parziale, in quanto ad accettare le condizioni da essa imposte saranno, fra i tradizionali esportatori manifatturieri in terra americana, unicamente l’UE e alcuni paesi asiatici meno importanti della Cina. Abbiamo spiegato, inoltre, come l’imposizione dei dazi potrebbe spingere le imprese di tali aree a trasferirsi non negli USA, bensì in altri paesi, per beneficiare di costi di produzione più bassi; e come per il governo statunitense potrebbe risultare impossibile ottenere il pieno rispetto degli impegni riguardanti l’effettuazione di investimenti.

L’industria americana, in compenso, nel prossimo futuro potrebbe giovarsi dell’orientamento bellicista assunto dall’Unione Europea. Questo difatti le imporrà un riarmo che in tempi brevi non sarà conseguibile senza fare largamente ricorso alle produzioni di armamenti americane, in ragione di problemi di natura sia materiale (al momento l’apparato industriale militare europeo non è abbastanza sviluppato da poter supportare le ambizioni dei leader comunitari, e la riconversione di quello civile a fini bellici non può essere immediata) che finanziaria (gli attuali prezzi energetici si ripercuoteranno anche sui costi di produzione dei sistemi d’arma realizzati in Europa). Tuttavia, non è scontato che i popoli europei accettino senza reagire – nelle urne e nelle strade – i tagli alla spesa sociale necessari a finanziare l’espansione di quella militare. Inoltre, va rammentato che l’industria militare statunitense, pur avendo mantenuto un certo radicamento in patria, dipende comunque da forniture di componenti estere, ragion per cui, così come la fuga delle industrie dall’Europa si tradurrebbe solo in parte nella comparsa negli USA di nuovi stabilimenti, così la domanda europea di armi americane si tradurrebbe solo in parte in una maggiore attività di impianti produttivi ubicati negli Stati Uniti.

Insomma, neppure la politica europea di riarmo è suscettibile di offrire un contributo decisivo alla reindustrializzazione americana.

D’altronde, con tutta probabilità l’amministrazione Trump è consapevole dell’impasse in cui si trova, ragion per cui non ambisce davvero a “rendere l’America di nuovo grande” (come recita il noto slogan), bensì, più modestamente, a rendere la situazione del paese un po’ meno disastrata. I dazi riusciranno comunque ad avere un certo impatto positivo sulla presenza di industrie nel paese. Essi, inoltre, attenueranno la crisi finanziaria dello stato, consentendogli di procurarsi nuove entrate senza commettere il reato di lesa maestà della torchiatura fiscale dei ricchi; e consentiranno altresì un miglioramento della bilancia dei pagamenti, e non soltanto perché alcuni beni importati diverranno produzioni nazionali, ma anche perché quelli che rimarranno tali diverranno più cari e quindi saranno meno richiesti anche a prescindere dall’esistenza di un’alternativa made in USA. I dazi, insomma, opereranno come delle imposte, che sottraendo risorse ai cittadini determineranno una compressione dei loro consumi: un metodo rozzo, ma efficace, per limitare le importazioni (noi l’abbiamo sperimentato ai tempi del governo Monti, che con l’austerità riuscì a riportare in attivo la bilancia commerciale dell’Italia; anche se tale governo, invece dei dazi, per impoverirci usò direttamente la leva fiscale).

I lettori noteranno che tutto ciò presenta un risvolto paradossale: Trump si atteggia a difensore dei lavoratori americani, ma le sue politiche da una parte non avranno un impatto forte come quello promesso, e dall’altra comporteranno un prezzo da pagare, che in massima parte ricadrà proprio sulle classi lavoratrici (al riguardo, i lettori tengano presente che ormai la forza lavoro americana è largamente priva di diritti e di rappresentanza sindacale; essa quindi non avrà molte possibilità di fare pressione sulle imprese per ottenere aumenti di stipendio compensatori del rincaro del costo della vita).

I lavoratori americani, quindi, si mettano l’animo in pace. Buona parte di essi è destinata, anche in futuro, a non avere altre possibilità d’impiego che un posto da magazziniere in un deposito Amazon o da cassiere in un centro commerciale Walmart: a non potere fare altro, insomma, che ammannire ai propri connazionali merci prodotte altrove. E subendo una perdita del potere d’acquisto dei loro già magri salari, per di più.

Peraltro, per loro il peggio deve ancora venire. Infatti, ci pare improbabile che questa soluzione di compromesso riesca a migliorare più di tanto lo stato dei conti pubblici statunitensi. Ormai il debito americano ha raggiunto un livello tale da autoalimentarsi, in quanto la sua entità gonfia la spesa per interessi su di esso, rendendo quest’ultima un potente fattore di ulteriore indebitamento. Se unitamente a tale problema consideriamo il pozzo senza fondo della spesa militare e l’evanescenza del gettito fiscale di tipo ortodosso, non possiamo non concludere che gli USA finiranno, presto o tardi, per trovarsi in una situazione di grave dissesto finanziario. E dunque, presto o tardi, si renderà necessario un intervento drastico, il quale naturalmente avrà un costo sociale che verrà scaricato, in larga misura, proprio sui lavoratori.

Intendiamoci: in linea di principio, il debito di uno stato può crescere all’infinito. All’atto pratico, però, a un certo punto può diventare troppo grande rispetto alle sue possibilità di trovare acquirenti (dal momento che la liquidità presente nei mercati finanziari non è illimitata e che comunque a essa si rivolgono anche tantissimi altri emettitori di titoli, sia privati che pubblici). La sua stessa crescita, inoltre, può dissuadere gli investitori dall’acquistarlo, rendendoli dubbiosi circa la capacità futura del governo di corrispondere loro gli interessi promessi.

Una strategia che potrebbe venire presa in considerazione? Bloccare la corsa del debito passando al finanziamento della spesa pubblica tramite creazione di valuta. Il governo, cioè, potrebbe procurarsi le risorse che gli occorrono emettendo titoli a bassissimo rendimento, i quali verrebbero acquistati dalla banca centrale (la cosiddetta Fed, abbreviazione di Federal Reserve), che li pagherebbe stampando nuova moneta (ma si può fare?, chiederete voi. Beh, è ciò che ha fatto l’Italia negli anni Settanta). Questa pratica da un lato ridurrebbe la necessità di collocare debito presso soggetti che pretenderebbero di guadagnare dal suo possesso e dall’altro – tramite l’inflazione e la svalutazione di cui sarebbe causa – abbatterebbe il valore reale degli interessi pagati, in patria e all’estero, sui titoli esistenti. La spesa per interessi sul debito andrebbe così riducendosi, e con essa la necessità di emettere nuovo debito per pagare tali interessi.

A onor del vero, sulla praticabilità di una simile operazione potrebbe incidere negativamente l’atteggiamento dei grandi operatori finanziari. Questi, difatti, non soltanto vedrebbero diventare meno redditizi i propri investimenti nel debito americano, in ragione della erosione dei rendimenti reali dei titoli, ma sconterebbero anche gli effetti dell’inflazione sul valore degli altri loro crediti, e quindi avrebbero ragioni per contrastare la messa in atto di tale politica. Tuttavia, nel momento in cui la crisi finanziaria degli USA diventasse un problema ineludibile, essi si troverebbero a dover scegliere fra una misura del genere e una ancora più drastica, quale potrebbe essere una ristrutturazione del debito (ovvero la decisione governativa di disconoscere parte di esso), ragion per cui potrebbero ritenere la prima una soluzione accettabile. Oltretutto, essi potrebbero provare a sfuggire alle ricadute negative dell’inflazione cercando per i propri capitali degli impieghi all’estero, che consentirebbero loro di conseguire profitti in valute meno soggette a perdere valore.

Le principali vittime di una strategia inflazionistica, dunque, sarebbero in realtà le classi lavoratrici, ovvero la parte della popolazione meno dotata d’influenza politica. Esse difatti subirebbero una perdita di reddito reale, corrispondente alla perdita di potere di acquisto delle loro retribuzioni ingenerata dall’inflazione. Certo, quest’ultima avrebbe anche la conseguenza positiva di far svalutare il dollaro rispetto alle altre monete, e quindi di causare – alla stregua di un’ulteriore barriera daziaria - un rincaro delle importazioni; ma il suo contributo alla reindustrializzazione degli USA sarebbe fortemente dilazionato nel tempo, in quanto la contrazione dei consumi interni limiterebbe la propensione degli imprenditori a investire.

Questo dunque è il presumibile futuro dell’economia statunitense: non un’America “di nuovo grande”, ma semmai più piccola, cioè segnata dall’ulteriore impoverimento di ampi strati della sua popolazione. A meno che... a meno che il GENIUS Act non faccia il suo dovere. Il Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act è un provvedimento appena varato dall’amministrazione Trump (il cui acronimo è per l’appunto GENIUS: bella cosa l’autostima), il quale dovrebbe servire proprio a scongiurare una crisi del debito. Il Genius Act si rivolge agli emittenti di stablecoin, le quali sono delle criptovalute teoricamente più stabili delle altre monete virtuali, in quanto create da società che posseggono delle riserve economiche di pari valore. Il provvedimento impone loro di sostenere le proprie valute tramite l’acquisizione di beni sicuri, quali i titoli del Tesoro americano. Per effetto di questa norma, l’espansione del settore delle stablecoin dovrebbe comportare un aumento della domanda di tali titoli, consentendo al governo di continuare a emetterne in grandi quantità senza correre il rischio che essa non tenga il passo della loro offerta. Addirittura, la crescita della richiesta di titoli dovrebbe consentire al governo di venderli a un prezzo più elevato e offrendo per essi degli interessi più bassi rispetto a quelli attuali. Bello, no?

Sì, peccato che già adesso sia osservabile come diverse stablecoin non siano riuscite a mantenere il proprio valore nel tempo, svalutandosi rispetto agli asset posseduti dai loro emittenti. Cosa succederà quando ne circoleranno centinaia? Il precedente cui possiamo rifarci non è incoraggiante. Negli Stati Uniti dell’Ottocento a battere moneta erano decine di banche diverse, e la situazione che ne derivava era piuttosto instabile, al punto che vari istituti fallirono. Vero è che all’epoca non esisteva una banca centrale federale che vigilasse sul sistema creditizio; ma siamo sicuri che le autorità riusciranno a vigilare con la dovuta attenzione sull’affidabilità di una moltitudine di stablecoin? A nostro avviso, è molto più probabile che prima o poi si abbia qualche grosso fallimento, che porterà alla reimmissione sul mercato di enormi quantitativi di titoli, con conseguente crollo del loro valore e impennata dei rendimenti che il governo dovrà garantire per poter collocare le nuove emissioni. Fenomeni che compenseranno largamente i risparmi ottenuti sino a quel momento.

L’aspetto paradossale di questa situazione è che, in linea di principio, un’alternativa a queste politiche ingiuste e fallimentari esiste: una strategia efficace e socialmente equa di reindustrializzazione e di rientro dal debito è infatti concepibile. Proviamo a delinearne le caratteristiche.

Dunque, cosa potrebbe fare un’amministrazione davvero intenzionata a far risorgere l’industria americana? Ebbene, per cominciare potrebbe dare vita a un efficiente sistema universitario pubblico, a un efficiente sistema sanitario pubblico e a un efficiente sistema previdenziale pubblico, in modo da liberare i cittadini dalla necessità di svenarsi e indebitarsi per pagare un college privato, un’assicurazione sanitaria privata e un piano pensionistico privato. Fatto ciò, sarebbe in grado di praticare una politica protezionista senza compromettere la capacità di consumo della popolazione, poiché l’incremento dei prezzi ingenerato dai dazi verrebbe compensato dalla sparizione dai bilanci familiari di quelle ingenti voci di spesa. La spesa aggiuntiva nel campo della formazione, inoltre, porrebbe a disposizione delle imprese le risorse umane di cui queste abbisognano. Tale amministrazione, ancora, potrebbe varare una politica di grandi investimenti pubblici, funzionali al miglioramento delle infrastrutture nazionali: questo sarebbe un modo per rendere più conveniente la localizzazione negli Stati Uniti delle attività industriali a prescindere dall’imposizione o meno di dazi sulle importazioni. Inoltre, dal momento che tale politica di infrastrutturazione farebbe sorgere una ingente domanda di beni industriali, la quale per forza di cose dovrebbe venire soddisfatta soprattutto da aziende straniere, la sua conduzione doterebbe il governo americano di un’importante leva negoziale nei confronti della Cina (la quale, in cambio dell’accesso delle proprie imprese a queste commesse pubbliche, potrebbe venire indotta a tollerare un’accentuazione del protezionismo statunitense o ad impiantare fabbriche negli USA). La nostra amministrazione ipotetica potrebbe altresì porre in essere una combinazione di tasse e incentivi finalizzata a dirigere l’attività degli operatori finanziari verso i settori manifatturieri da rilanciare, punendo gli investimenti speculativi (come i riacquisti di azioni proprie, che oggi costituiscono una forma importantissima di reimpiego dei profitti) e premiando quelli produttivi. Infine, per procurarsi le risorse necessarie al finanziamento di tutti quegli investimenti pubblici essa potrebbe perseguire una politica di distensione – che le consentirebbe di ridurre le spese militari – e sottoporre i ricchi ad una sana tosatura fiscale.

Quanto al problema del debito, quello verrebbe risolto tramite l’incremento del gettito fiscale, che deriverebbe in parte dall’inasprimento della tassazione sui redditi alti e sui grandi patrimoni, ma in parte anche dall’espansione della base imponibile derivante dalla ripresa dell’occupazione industriale. Si noti che il risanamento finanziario contribuirebbe a rendere gli USA meno ricattabili dai loro partner commerciali, in quanto ne ridurrebbe la dipendenza dal collocamento dei propri titoli sul mercato internazionale, e quindi conferirebbe loro una maggiore libertà d’azione sul piano delle politiche daziarie.

Sì, un’amministrazione bene intenzionata potrebbe fare così. Peccato che... non possa. Liberare le famiglie dalla schiavitù dei prestiti universitari, delle polizze sanitarie e dei piani pensionistici significherebbe sfilare una grassa mangiatoia da sotto il grugno dei signori della finanza. Vi pare che questi lo permetterebbero? No. E consentirebbero al governo di sottoporli a un regime di premi e punizioni, volto alla pianificazione dei loro investimenti? O di privare l’industria degli armamenti del vorace inghiottitoio ucraino (o di altre occasioni che potrebbero sorgere in futuro, tra Europa e Asia, ai confini della Russia)? O di tassarli in proporzione alla loro ricchezza? No, no e no. Non lo consentirebbero, quindi non si può fare. La presa degli ultraricchi sulla classe politica statunitense è troppo forte perché questa possa prendere decisioni ad essi così sfavorevoli.

Da ciò si ricava una conclusione ben precisa. Se i cittadini americani davvero vogliono che gli USA tornino a essere un grande paese industriale, allora... devono fare la rivoluzione. Non è un’esagerazione: agli USA serve proprio il socialismo. Vanno espropriati i grandi capitali, ponendo la finanza (e a cascata tutte le principali aziende, che essa controlla) sotto il controllo diretto dello stato. Questo avrebbe così, finalmente, la possibilità di agire liberamente per il bene della nazione. O il socialismo, o nessuna seria politica di sviluppo è attuabile. “There is no alternative”, direbbe Margaret Thatcher. (Oddio, forse in questo caso specifico non lo direbbe.)

Naturalmente, quello dell’americano medio che una mattina si alza e va a fare la rivoluzione è uno scenario del tutto implausibile: gli esponenti delle classi lavoratrici statunitensi sono incavolati neri (inclusi i bianchi), ma sono troppo individualisti e troppo politicamente incolti per sfogarsi in altro modo che mettendosi a sparare a casaccio. Dunque, con tutta probabilità dovranno subire il trattamento da noi descritto: prima faranno le spese del risanamento della bilancia dei pagamenti, attraverso il rincaro dei prezzi generato dai dazi, e successivamente del risanamento delle finanze pubbliche, attraverso l’ulteriore aumento dei medesimi causato dalla perdita di valore del dollaro. C’è da chiedersi che vita si ritroveranno a fare, considerato che già oggi la loro condizione economica è in molti casi estremamente precaria. Ma forse non tutto il male verrà per nuocere. Forse, quando gran parte degli americani non potrà più permettersi un mutuo, un’assicurazione sanitaria, una polizza previdenziale, allora i signori della finanza si renderanno conto di avere agito come locuste, che hanno aggredito con tale voracità il campo su cui erano calate da desertificarlo; e allora andranno dai governanti per chiedere loro un altro New Deal.

O forse no. Forse, tutto ciò che faranno sarà dirottare all’estero i capitali sino a quel momento impiegati negli USA, cercando nuovi campi da spogliare. Una parte di mondo che potrebbe svolgere un simile ruolo sicuramente c’è. Riuscite a indovinare di quale si tratta? Indizio: è un continente i cui governanti sono decisi a intraprendere una corsa al riarmo e che pertanto, per finanziare un forte incremento delle spese militari, dovranno tagliare la presenza pubblica in campi quali la previdenza, la sanità e l’istruzione, imponendo così ai suoi abitanti di affidarsi a operatori privati per l’ottenimento di questi servizi.

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08/11/2025

USA - Debito e dollaro preoccupano Trump. Che risponde con armi, petrolio e finanza speculativa

di Alessandro Volpi

Dopo gli ultimi eventi internazionali sono possibili alcune considerazioni sull’attuale posizione di Donald Trump in materia economica e finanziaria. Gli Stati Uniti devono fronteggiare tre questioni critiche: l’eccessivo indebitamento federale che porta con sé l’indebolimento del dollaro e la sua rapida perdita di credibilità internazionale, il rischio di esplosione della bolla finanziaria che è determinata da una ipervalutazione dei titoli con rapporti prezzo utili non giustificabili e infine la necessità di procedere almeno ad una parziale reindustrializzazione, puntando su alcuni settori ancora difendibili.

Per la prima questione la strada intrapresa è quella di ricorrere a “guerre daziarie” per aumentare le entrate federali, imponendo tariffe dure soprattutto a quelle realtà come l’Europa che troppo dipendono dagli Usa. Al tempo stesso Trump mira a concepire un largo uso di stablecoin, con sottostante di titoli del debito statunitense, e a puntare sui grandi gestori americani del risparmio globale perché continuino a indirizzare i risparmi di mezzo mondo verso il debito degli Stati Uniti.

Per contenere il rischio di esplosione della bolla e, al contempo, per reindustrializzare l’economia americana le ricette principali sono due: mettere insieme tutta la forza finanziaria Usa, legando le Big Three e la finanza trumpiana, da Peter Thiel a Elon Musk, fino a Larry Ellison, per destinare una massa di liquidità costante sui listini così da farli tenere, e aumentare in maniera massiccia la spesa pubblica – le commesse di Stato – per favorire tale avvicinamento e, appunto, la reindustrializzazione.

In tal senso sono decisivi due grandi programmi come il “Golden Dome”, il sistema di difesa antimissile, che mobiliterà oltre 500 miliardi di dollari destinati ad andare a Space X, Palantir, Anduril, Lockheed Martin, Northrop Grumman e L3Harris Technologies, e Stargate, il sistema legato all’intelligenza artificiale, in cui far confluire Oracle, OpenAI, Softbank e Microsoft. In sintesi, tanta spesa federale rivolta agli oligarchi della finanza Usa per rianimare l’industria attraverso armi e tecnologia.

A questi elementi strategici Trump ne aggiunge altri due, facilmente individuabili. Si tratta della volontà di sviluppare al massimo la capacità di esportazione del settore dell’energia americana, a partire dal GNL arrivando a generare una dipendenza quasi totale dell’Europa e di altri parti del mondo, magari mettendo le mani anche sul petrolio venezuelano. A ciò Trump abbina l’utilizzo dello shutdown per operare una drastica, ulteriore privatizzazione del sistema sanitario e pensionistico, così da lasciare massimo spazio alla possibilità per i grandi fondi di trovare milioni di nuovi clienti a cui vendere, oltre agli Etf, persino le criptovalute.

In una simile ottica il presidente degli Stati Uniti sta mettendo insieme un capitalismo ideologicamente fondato su una destra ferocemente identitaria e sorretto da un intervento statale e da un legame organico con gli oligarchi della finanza. L’impressione è che, di fronte a questo posizionamento, l’Unione europea non possa reagire per la sua subalternità finanziaria, economica e militare e che l’unica possibilità di reazione sia nelle mani della Cina e della sua capacità di aggregare parti del mondo a cui Trump vorrebbe affibbiare il “modello Milei”, di cui peraltro si dichiara entusiasta anche qualche politico italiano.

In tale contesto merita una considerazione particolare la già accennata vicenda venezuelana. L’arrivo della portaerei Ford in prossimità delle coste del Venezuela è un segnale molto pericoloso perché rappresenta la manifestazione della volontà di Trump di utilizzare la pressione militare – e forse non solo la pressione – per ribadire la subalternità dell’America Latina. Si tratta di una volontà, però, dettata da una crescente debolezza degli Stati Uniti, testimoniata da almeno due dati.

Il primo. Nel 2018 gli Stati dell’America Latina e dei Caraibi possedevano titoli del debito federale statunitense per quasi 790 miliardi di dollari. A fine giugno 2025, tale cifra si era ridotta a 484 miliardi, in pratica quasi un dimezzamento, seguendo una tendenza che si sta accentuando. In pratica, di fronte al “cortile di casa” che si ribella al finanziamento degli Usa, occorrono segnali forti.

Il secondo dato, meno evidente, è costituito dalla duplice contrazione dell’utilizzo del dollaro come riserva delle banche centrali dell’America Latina e come mezzo di pagamento negli scambi commerciali. Naturalmente si può dare poi per scontato l’interesse americano per il petrolio venezuelano sia sul versante degli approvvigionamenti reali sia su quello della speculazione sui prezzi energetici attraverso gli strumenti della finanza derivata. Debito e dollaro sono i sintomi di una pesante crisi Usa a cui Trump vuole rispondere con armi, petrolio e finanza speculativa. I narcos venezuelani sono un pretesto veramente fasullo.

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29/09/2025

OCSE: salari bassi e austerità azzoppano il PIL, i dazi peseranno sulla crescita globale

L’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) ha rilasciato qualche giorno fa una versione aggiornata del suo Interim Economic Outlook, ovvero delle previsioni sull’andamento dell’economia globale. Le notizie per il futuro non sembrano essere rosee, mentre l’Italia già vede peggiorare le sue stime di crescita.

Partiamo dall’area euro, il cui PIL è previsto in aumento dell’1,2% nell’anno in corso e dell’1% nel 2026, con stime differenti per i diversi paesi. Ad esempio, la Germania dovrebbe riuscire a evitare la recessione per un soffio quest’anno, ma potrà beneficiare di politiche fiscali espansive per il prossimo anno, mentre il consolidamento dei conti pubblici in Francia e in Italia, imposto dalle procedure per disavanzo eccessivo, frenerà l’attività economica.

Ad ogni modo, anche i transalpini godranno comunque di una crescita maggiore. Se nel 2026 Berlino crescerà dell’1,1% e Parigi dello 0,9%, in Italia la previsione è stata persino ritoccata al ribasso di 0,1 punti percentuali rispetto ai dati di giugno, passando allo 0,6% sia per il 2025 sia per il prossimo anno. La metà della crescita attesa per l’eurozona.

A ciò si aggiunge il peso dell’inflazione. L’aumento dei prezzi è atteso all’1,9% nel 2025 e addirittura all’1,8% nel 2026, stabilmente sotto il 2% considerato ottimale. Tuttavia, l’OCSE evidenzia che “la combinazione di un rallentamento della crescita dei salari nominali e di un’inflazione dei prezzi che rimane elevata ha causato un indebolimento della crescita dei salari reali dall’ultimo trimestre del 2024 in molte economie avanzate, tra cui Giappone, Italia, Canada, Spagna e Regno Unito”.

C’è poi un ulteriore nodo che l’Organizzazione con sede a Parigi sottolinea, e di cui su questo giornale abbiamo ampiamente parlato. Forti pressioni sui prezzi alimentari (l’OCSE ricorda l’Italia, ma anche la Corea del Sud, il Sudafrica e il Regno Unito) sollevano incertezze sul percorso che seguirà l’inflazione, e colpiscono duramente i salari dei redditi più bassi.

Per quanto riguarda il Belpaese, ad ogni modo, Álvaro Santos Pereira, capo economista dell’OCSE, continua a ripetere la stessa formula che si è già dimostrata fallimentare: “l’Italia oggi è in una posizione migliore rispetto a qualche anno fa, ma è importante continuare gli sforzi di risanamento e riduzione del debito, andare avanti con le riforme e investire in competenze”. È chiaro che non saranno i vincoli di bilancio UE a portarci fuori dalla crisi, ma un cambio di rotta totale delle politiche economiche.

Guardando brevemente al mondo, la crescita globale è prevista fare un sostanziale balzo indietro nel prossimo anno, dal 3,2% del 2025 al 2,9% del 2026, soprattutto a causa di dazi e incertezza geopolitica. Per ora gli investimenti in IA negli Stati Uniti e gli stimoli fiscali della Cina hanno sostenuto le due più grandi potenze economiche (con le previsioni sulla Cina addirittura migliorate rispetto ai dati di giugno), e a cascata il mercato mondiale.

Ma l’OCSE chiarisce: “le tariffe [doganali USA, ndr] effettive complessive sono salite a circa il 19,5% alla fine di agosto, il livello più alto dal 1933. Gli effetti completi degli aumenti tariffari devono ancora farsi sentire, con molti cambiamenti introdotti gradualmente nel corso del tempo e le aziende che inizialmente hanno assorbito alcuni aumenti tariffari attraverso i margini, ma stanno diventando sempre più visibili nelle scelte di spesa, nel mercato del lavoro e nei prezzi al consumo”.

Criticità che si trasferiranno agli altri mercati, e dunque a tutto il globo. Un’ultima nota va sottolineata nlle stime economiche. L’Ocse mette in guardia sulla volatilità delle criptovalute e sulla loro crescente interconnessione con il sistema finanziario. La capitalizzazione di mercato delle monete digitali ha toccato circa 3.900 miliardi di dollari, rispetto agli 830 miliardi di inizio 2023.

Per quanto riguarda l’esposizione delle istituzioni finanziarie, essa rimane limitata, ma è tuttavia in crescita, soprattutto in virtù dei recenti sviluppi normativi, in particolare negli USA e nella UE. “Ad esempio – si legge nell’Outlook – le stablecoin – un tipo specifico di cripto-asset – sono garantite da attività finanziarie tradizionali, come i titoli di Stato, e le pressioni sulla valutazione potrebbero innescare corse destabilizzanti con implicazioni più ampie per la stabilità finanziaria”.

Temi che bisogna continuare a tenere d’occhio.

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12/08/2025

USA - L’uomo di Trump per la Fed e l’arricchimento del Boss

Manifesto della politica economica di Trump

Il 7 agosto Miran è entrato nel sancta sanctorum dell’economia americana, con la nomina nel Consiglio della Federal Reserve. Le voci che sarà lui a sostituire Jerome Powell nel 2026 si moltiplicano, ma ciò che conta veramente è che l’architetto della strategia economica di Trump è entrato definitivamente nella stanza dei bottoni.

All’annuncio della sua nomina, sono in molti ad osservare che questo permetterà di accelerare una serie di azioni che hanno come obbiettivo finale il salvataggio del debito pubblico. A partire dal primo abbassamento dei tassi previsto a settembre cui dovrà far proseguire il graduale indebolimento tattico del dollaro. E come emerge dalle teorie contenute nel manuale di Miran, il percorso di risanamento del debito e di rilancio dell’economia americana dovranno passare attraverso un disegno politico fatto di colpi bassi e vere e proprie spallate al funzionamento della politica monetaria.

Spallate e colpi bassi

La prima spallata è già avvenuta ed ha abbattuto gli ostacoli posti dal consiglio della Fed con l’uscita di Adriana Kugler, tornata a insegnare alla Georgetown University. La nomina di Miran al suo posto dovrà essere approvata dal Senato, ma non ci sono segnali evidenti che si possa impedirlo. Resta l’ultima parola ai mercati che però non si sono troppo allarmati per quella che può considerarsi a tutti gli effetti la presa della Fed da parte di Trump. I rendimenti dei Treasury, i titoli di Stato a lungo termine, sono saliti leggermente nelle ore successive all’annuncio della nomina di Miran.

La Banca Centrale secondo Trump-Miran

Le sue teorie sul ruolo della banca centrale si possono riassumere nelle dichiarazioni riportate da Reuters: «La tanto celebrata indipendenza della Fed l’ha resa irresponsabile e inefficace. Sarebbe meglio adottare un nuovo sistema in cui il presidente possa licenziare a piacimento i sette membri del Board of Governors con sede a Washington». Da qui il cambiamento delle regole con la riduzione da 14 a 8 anni del mandato dei governatori fino al renderli rimovibili dal presidente e a dare diritto di voto sulla politica monetaria a tutti i 12 presidenti delle banche regionali.

Tutto il potere alla Casa Bianca

«Se questo è l’obiettivo, si sta scendendo ulteriormente lungo la china della perdita di indipendenza della Fed dal ramo esecutivo. Vogliono agitare le acque, e questo è preoccupante per la democrazia americana» ha affermato Ellen Meade, ex consigliera di vertice del Board della Fed e ora docente alla Duke University.

Dollaro e criptovalute

Il secondo ‘colpo’ di Trump, sempre sulla scia del pensiero del suo ideologo economico, e uno dei più grandi sostenitori delle criptovalute, è la nuova legge sulla regolazione delle monete digitali, il cosiddetto ‘Genius Act’ (acronimo che sta a significare Guiding and Establishing National Innovation for U.S. Stablecoins Act). L’obbiettivo della legge si riassume come segue: con il debito pubblico a rischio di andar fuori controllo emerge l’urgenza di stabilizzare il dollaro come riserva di valore. Con gli accordi di Bretton Woods venne stabilito il dominio del dollaro garantito dall’oro; con il Genius Act si ribalta questo ordine ed è il digitale che garantisce il dollaro, ovvero sono le Stablecoin a fare da collaterale del dollaro.

L’attacco dei Paese Brics

Il dollaro subiva già l’attacco dei paesi Brics, e in particolare della Cina, i quali stanno sperimentando le criptovalute (yuan digitale) per fronteggiare il potere politico della valuta americana. Secondo alcuni osservatori del mondo cripto, questa operazione viene fatta anche per erodere il potere tradizionale delle banche centrali e trasferirlo alle ‘Repubbliche digitali’ e dunque alle Big Tech, in nome della supremazia del dollaro.

Iper capitalismo, coi privati a battere moneta

Le criptovalute e anche le Stablecoin non sono emesse dalla banca centrale, ma da soggetti privati. ‘Soggetti’ come lo stesso Trump che nel business delle cripto prospera con la sua World Liberty Financial, posseduta al 60% con il figlio Eric e di cui è socio anche il figlio di Steve Witkoff, l’inviato speciale in Medio Oriente e a Mosca.

Il Bloomberg Billionaires Index indica che tramite le sue iniziative cripto l’azienda dei Trump ha aggiunto almeno 620 milioni di dollari dall’inizio del suo mandato ad oggi. Un gioco di potere dalle dimensioni enormi, a base di conflitti d’interesse e abbattimento delle regole che solo un navigato speculatore di Wall Street avrebbe potuto assecondare.

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05/08/2025

Il regolatore di Shanghai valuta politiche per rispondere alle stablecoin e alle criptovalute

Quando, qualche mese fa, Donald Trump ha sparato l’idea di sviluppare le stablecoin denominate in dollari e contemporaneamente vietare le monete digitali “straniere” (come l’euro, in fase di preparazione), in molti hanno spiegato che questa mossa avrebbe enormemente avvantaggiato la finanza internazionale basata negli Usa e il ruolo non più troppo egemonico del dollaro.

Lo squilibrio complessivo atteso dall’affermarsi di criptomonete “simil-dollaro” – emesse da società private, ma “garantite” dall’aggancio alla moneta ufficiale, al contrario delle crypto “speculative” tipo Bitcoin – è immaginato enorme, al punto da scatenare una vera e propria ondata di “anti-americanismo anche tra i più fedeli cortigiani del neoliberismo stelle-e-striscie dagli anni ’80 a oggi.

Ondata temporanea, ci mancherebbe, presto rientrata perché la parola d’ordine resta “difenderci dalla Russia che sicuramente vuole invaderci” – anche se nella Storia, pure recente, è sempre avvenuto il contrario – ma comunque significativa della dimensione dello sconvolgimento atteso, con i capitali europei fatalmente “attratti” oltre Atlantico, con buona pace del riarmo europeo a basso costo e delle possibilità di “competere” dell’Europa sul piano internazionale.

La Cina aveva sostanzialmente taciuto. Il che non significava affatto che fosse indifferente o poco preoccupata. E infatti si vede ora, pochissimi mesi dopo, con l’ingresso di Pechino nella gara per, quanto meno, “pareggiare” la capacità di manovra del capitale finanziario “based in Usa”. Poche chiacchiere, tanti fatti, regole, istituzioni. E capitali veri... 

A voi la “rivelazione”, ad opera della Reuters.

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Un funzionario dell’autorità di regolazione della Borsa di Shanghai ha annunciato di aver tenuto questa settimana un incontro con i funzionari del governo locale per valutare risposte strategiche alle stablecoin e alle valute digitali, segnando un netto cambiamento di tono per la Cina, dove il trading di criptovalute è tuttora vietato.

L’incontro di giovedì è stato organizzato dalla Commissione per la Supervisione e l’Amministrazione delle Attività Statali di Shanghai e segue le richieste di esperti e grandi aziende cinesi di sviluppare una stablecoin agganciata allo yuan.

“È necessaria una maggiore sensibilità verso le tecnologie emergenti e un approfondimento della ricerca sulle valute digitali”, ha dichiarato He Qing, direttore del regolatore, durante l’incontro, secondo un post pubblicato sull’account WeChat ufficiale dell’ente.

Le foto dell’evento mostravano circa 60-70 partecipanti.

Shanghai è il principale hub finanziario internazionale della Cina e spesso guida i programmi pilota per i cambiamenti normativi.

“Considerando il solido ecosistema fintech della Cina, il paese ha il potenziale per diventare un attore chiave nel plasmare il futuro dei pagamenti basati su blockchain”, ha affermato Nick Ruck, direttore di LVRG Research.

Le stablecoin basate su blockchain, tipicamente ancorate a valute fiat e caratterizzate da transazioni più veloci ed economiche, hanno guadagnato grande slancio a livello globale. Una stima di ARK Investment Management valuta il volume delle transazioni in stablecoin nel 2023 a 15,6 trilioni di dollari, superando quello di Visa (V.N). Si nota inoltre che il valore per transazione tende a essere molto più elevato.

Negli Stati Uniti, dove il quadro normativo è più sviluppato, sempre più aziende come Amazon e Walmart stanno valutando il lancio di stablecoin.

In Asia, il nuovo governo della Corea del Sud si è impegnato a consentire alle aziende di introdurre stablecoin legate al won e sviluppare le infrastrutture necessarie, sebbene la banca centrale abbia avvertito che l’adozione dovrebbe essere graduale.

Fonti hanno riferito che il colosso dell’e-commerce JD.com e il gigante fintech Ant Group stanno spingendo la banca centrale cinese ad autorizzare stablecoin legate allo yuan per contrastare la crescente influenza delle criptovalute collegate al dollaro statunitense.

Le aziende intendono richiedere licenze per stablecoin a Hong Kong, dove la normativa è prevista di entrare in vigore il 1° agosto.

Durante l’incontro di Shanghai, un esperto politico di Guotai Haitong Securities ha illustrato la storia, i tipi e le caratteristiche delle criptovalute e delle stablecoin, analizzando i quadri normativi globali e gli approcci strategici, secondo il post del regolatore.

L’esperto ha anche spiegato le opportunità e le sfide delle stablecoin, proponendo suggerimenti politici per lo sviluppo delle valute digitali.

Inoltre, Yang Tao, vicedirettore del think tank National Institution for Finance and Development, ha affermato questa settimana che la Cina dovrebbe esplorare l’emissione di stablecoin legate allo yuan nella Zona Pilota di Libero Scambio di Shanghai e ad Hong Kong simultaneamente.

Tuttavia, qualsiasi cambiamento in Cina potrebbe non essere semplice, poiché i controlli sui capitali rappresentano un ostacolo chiave per lo sviluppo delle stablecoin, hanno osservato i partecipanti al mercato.

Anche il governatore della banca centrale Pan Gongsheng ha dichiarato lo scorso mese che il boom delle valute digitali e delle stablecoin pone enormi sfide alla regolamentazione finanziaria.

La Cina continentale ha vietato il trading e il mining di criptovalute nel 2021 per timori di destabilizzazione del sistema finanziario.

Mentre il dibattito sulle stablecoin in Cina si è recentemente intensificato, il futuro delle altre criptovalute rimane meno chiaro. Al di fuori della Cina continentale, le valute digitali non-stablecoin continuano a guadagnare popolarità, con il bitcoin che venerdì ha raggiunto un massimo storico superiore a 118.000 dollari.

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21/04/2025

[Contributo al dibattito] - Dollari, dazi e dominio

di Massimo De Angelis

Prendendo spunto da Quo Liang nel suo Arco dell’impero, il mio punto di vista generale è che l’egemonia del dollaro possa essere descritta come un imperfetto meccanismo di respirazione della mostruosa macchina del capitale globale. Inspirazione: capitali e denaro rifluiscono negli Stati Uniti. Espirazione: capitali e denaro fuoriescono. Va da sé che a questo flusso è associato lo scatenarsi di dinamiche differenziate e pressioni per la ristrutturazione dei rapporti di classe in tutto il mondo. Da questa prospettiva, il paradosso di Triffin non è tanto un paradosso quanto lo sarebbe avere troppo o troppo poco ossigeno nei polmoni.

Il respiro tossico del dollaro

Il paradosso di Triffin descrive la trappola economica che si verifica quando la valuta di un paese – come il dollaro statunitense – diventa la valuta di riserva di riferimento a livello mondiale. Per far funzionare il commercio internazionale in modo minimamente fluido, il mondo ha bisogno di una valuta affidabile e universalmente accettata. Questo significa che il paese che emette tale valuta – attualmente gli Stati Uniti – deve immetterne nel sistema globale una quantità sufficiente. L’unico modo per farlo è attraverso deficit commerciali persistenti: gli Stati Uniti acquistano più dal mondo di quanto vendano. Tuttavia, questo flusso costante di dollari comporta un problema: più gli Stati Uniti importano e accumulano deficit commerciali, più aumentano il loro debito. Col tempo, ciò può minare la fiducia globale nel dollaro stesso. Se i paesi iniziano a dubitare del suo valore, si scatena instabilità finanziaria. Ma c’è un vicolo cieco: se gli Stati Uniti tentano di rimediare riducendo i deficit commerciali – cioè diminuendo la quantità di dollari in circolazione – il mondo si ritrova improvvisamente a corto di liquidità in dollari. Il commercio internazionale rallenta, l’economia globale frena, e le valute emergenti trovano più spazio per sfidare il ruolo egemonico del dollaro. Così, gli Stati Uniti si trovano intrappolati in un paradosso: o continuano a inondare il mondo di dollari aumentando il sovraindebitamento, oppure restringono l’offerta di dollari, causando una crisi di liquidità globale. È all’interno di questi due poli che si apre lo spazio per l’intervento del monarca Trump.

Guerra commerciale, guerra sociale

In questo contesto, i dazi si configurano come uno degli strumenti potenzialmente capaci di innescare una nuova fase di ‘inspirazione’ nella dinamica respiratoria del dollaro, anche se il loro funzionamento reale è spesso frainteso. Anche se Trump li ha presentati come una tassa imposta alle imprese straniere che vogliono accedere al mercato statunitense, in realtà sono gli importatori interni – cioè le aziende americane – che li pagano direttamente. I dazi vengono riscossi in dollari dal servizio doganale degli Stati Uniti, quindi non riportano letteralmente valuta dall’estero; piuttosto, reindirizzano i dollari interni verso il bilancio federale, agendo più come uno strumento fiscale interno che come un meccanismo di rimpatrio della valuta. Detto ciò, i dazi possono comunque scoraggiare le importazioni aumentando i loro costi, rendendo più costoso l’ingresso di beni esteri negli Stati Uniti. Questo può influenzare marginalmente la bilancia commerciale, rendendo le alternative interne più competitive o riducendo i volumi d’importazione. Ma lo scenario più ampio è meno roseo: i produttori stranieri vengono spinti ad abbattere i costi del lavoro per restare competitivi, aumentando lo sfruttamento nei paesi d’origine, mentre i prezzi interni tendono a salire, facendo sì che siano anche i lavoratori americani a pagare il conto. E così il ciclo si chiude: lavoratori spremuti su entrambi i lati dell’oceano, e in tute le parti del mondo. Dal punto di vista del capitale globale un ottimo scenario, a meno che non sei un economista Keynesiano che ricorda il problema della domanda, problema che in questa fase sembra non impensierire troppo vista la pressione a riarmarci e al clima di guerra. Inoltre, i partner commerciali non accettano passivamente i dazi – reagiscono con misure simili, innescando vere e proprie guerre commerciali. Ma questa reciprocità, lungi dal riequilibrare la situazione, non fa che moltiplicare gli effetti regressivi sulla riproduzione sociale in tutti i paesi coinvolti. Quando un paese risponde ai dazi statunitensi con dazi propri, anche lì aumenta il costo dei beni importati, alimentando inflazione, alti costi di vita e instabilità nei bilanci familiari. Di conseguenza, la pressione sulle famiglie aumenta, i servizi pubblici si trovano sotto stress fiscale e le reti pubbliche di cura e sostegno vengono ulteriormente erose.

In questo contesto, le imprese rispondono cercando competitività attraverso la compressione del costo del lavoro, cioè precarizzando ulteriormente i lavoratori, rallentando la crescita dei salari, intensificando ritmi e produttività, e cercando di indebolire il potere contrattuale dei sindacati. La guerra commerciale, quindi, non si gioca solo tra Stati, ma si combatte sulle spalle delle popolazioni: è una guerra per disciplinare e sottomettere ancora di più la riproduzione sociale ampiamente intesa alle esigenze della valorizzazione capitalistica.

Le crisi che ne derivano – disoccupazione, tagli allo stato sociale, aumento della povertà – agiscono come dispositivi di normalizzazione, a meno che non si inneschino forme di rottura e insorgenza collettiva. E guarda caso, negli ultimi tempi, in un mondo attraversato da crisi profonde, il dissenso viene sempre più trattato come crimine: tra leggi liberticide, sorveglianza di massa e repressione della solidarietà, chi difende la vita viene sistematicamente delegittimato e trattato come una minaccia all’ordine pubblico – dall’Europa e gli Stati Uniti fino a molte altre aree del mondo, dove le lotte sociali sono sotto attacco crescente. Così, in assenza di una massa critica di lotte capaci di incidere nei rapporti di forza, anche la possibile recessione diventa un’arma politica: indebolisce la resistenza sociale e ristruttura gli equilibri in favore del capitale, esigendo sempre più da chi ha sempre meno.

In questo scenario, i dazi non sono semplicemente strumenti di politica commerciale, ma leve sistemiche di governo della crisi al servizio del capitale globale, capaci di redistribuire i costi della competizione tra regimi di riproduzione sociale disuguali, trasformando ogni scambio in un campo di scontro asimmetrico tra economie sbilanciate e corpi già esauriti. Quindi, sebbene i dazi possano temporaneamente aumentare le entrate pubbliche o aprire spazi di manovra nei negoziati, non risolvono strutturalmente il problema. Gli Stati Uniti continueranno comunque per un bel po’ a importare più di quanto esportino. In breve, i dazi sono uno strumento, ma spuntato. Ecco perché la logica principale dei dazi, nel caso di Trump, va cercata altrove: nel loro uso come moneta di scambio nei negoziati bilaterali, dove può esercitare pressione da una posizione di forza. È lì che si gioca la partita per ridefinire l’architettura del capitale globale, non solo in termini di rapporti economici, ma anche nella ristrutturazione delle regole della vita collettiva – di ciò che possiamo aspettarci l’uno dall’altro, di come vengono riconosciute o negate le differenze, di chi può vivere e come. In questo disegno, il dazio diventa un’arma per decidere chi conta e chi può essere sacrificato: che si tratti di cittadini o migranti irregolari, di uomini o donne, di soggettività trans o della stessa Gaia.

Il dollaro che ti entra in tasca: stablecoin ovunque

Ma se i dazi operano come strumenti “analogici” di pressione geopolitica e disciplinamento sociale, nel nuovo ciclo digitale del capitale globale entrano in gioco dispositivi più sottili e pervasivi, capaci di agire non solo sugli scambi commerciali, ma sulle stesse infrastrutture del denaro e della fiducia economica. Entrano allora in scena le stablecoin e le valute digitali, che stanno aprendo nuove frontiere per mantenere i dollari in circolazione, rafforzare il dominio finanziario degli Stati Uniti nell’era digitale, e far sì che siano i paesi stranieri a finanziare il deficit commerciale statunitense.

Le stablecoin sono un tipo di criptovaluta progettata specificamente per mantenere un valore stabile, ancorato a valute come il dollaro USA, a differenza di altre criptovalute come Bitcoin o Ethereum, soggette ad alta volatilità. Le criptovalute offrono modi alternativi per muovere e detenere dollari, garantendo che, anche al di fuori dei sistemi bancari tradizionali, il dollaro resti la spina dorsale delle transazioni globali.

Se la Federal Reserve dovesse introdurre un dollaro digitale ufficiale (CBDC), il controllo sui flussi in dollari verrebbe ulteriormente centralizzato, rendendo ancora più difficile per le valute concorrenti guadagnare terreno. Tuttavia, il Project 2025 – il manuale strategico che orienta la visione economica e politica dell’amministrazione Trump – si oppone fermamente all’introduzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale (CBDC). Nel documento si raccomanda esplicitamente di “impedire l’istituzione di una valuta digitale emessa dalla banca centrale (CBDC). Una CBDC fornirebbe un livello senza precedenti di sorveglianza e potenziale controllo delle transazioni finanziarie, senza offrire benefici aggiuntivi rispetto alle tecnologie già esistenti” (p. 741). La paura di una digitalizzazione monetaria in mano pubblica si intreccia dunque con l’interesse strategico a mantenere il controllo del dollaro saldamente nelle mani del settore privato, in particolare della finanza legata a Wall Street.

L’opposizione di Trump a una CBDC affiancata alla promozione di stablecoin emesse privatamente rappresenta una mossa strategica per rafforzare il dominio globale del dollaro senza concedere allo Stato un controllo eccessivo sulle transazioni finanziarie. Una valuta digitale statale, secondo i critici, potrebbe introdurre una sorveglianza finanziaria capillare, destabilizzare il sistema bancario tradizionale e, paradossalmente, indebolire il ruolo del dollaro generando instabilità interna. Al contrario, l’amministrazione preferisce sostenere le stablecoin ancorate al dollaro, che permettono al settore privato di espandere la portata globale della valuta americana senza centralizzazione, mantenendo così il commercio internazionale e la finanza digitale ancorati agli interessi economici statunitensi. In altre parole, un ulteriore passo verso la finanziarizzazione. Questo è particolarmente cruciale per contrastare concorrenti come Cina e Russia, che stanno attivamente sviluppando alternative digitali al dollaro nel commercio internazionale. Rafforzando l’adozione delle stablecoin, il dollaro mantiene la sua posizione centrale senza i rischi connessi a una valuta digitale controllata dal governo, garantendo al tempo stesso che le economie estere restino dipendenti dai sistemi finanziari basati sul dollaro.

Da questa prospettiva, le stablecoin emesse da soggetti privati rappresentano un’alternativa funzionale: permettono di estendere l’uso del dollaro nel mondo digitale, mantenendo però l’infrastruttura sotto il controllo di attori finanziari non statali. Il vantaggio strategico per Washington è evidente: man mano che le valute digitali diventano il mezzo preferito per le transazioni globali, sempre più paesi finiscono per finanziare il deficit commerciale americano detenendo e utilizzando asset digitali denominati in dollari. Così si preserva l’“esorbitante privilegio” del dollaro – la capacità di emettere moneta che il resto del mondo è costretto a usare – senza affrontare i rischi politici ed economici che una CBDC federale potrebbe generare sul fronte interno.

Inoltre, le stablecoin risultano particolarmente utili per legare economie instabili come Argentina o Turchia, offrendo una riserva di valore in dollari meno soggetta a inflazione, riducendo così la dipendenza da yuan, euro o altre valute alternative.

Le stablecoin, ancorate al dollaro, non si limitano a rafforzare il dominio finanziario degli Stati Uniti sui mercati, ma cominciano a penetrare nella vita quotidiana di milioni di persone, soprattutto nei paesi economicamente fragili, dove l’instabilità monetaria costringe intere popolazioni a sottomettere la propria riproduzione sociale alla logica del dollaro digitale. Anche il semplice micro-risparmio o l’accesso a beni essenziali diventa così parte di un’infrastruttura che estende il potere imperiale statunitense fino alle pieghe più intime della sopravvivenza.

In questo senso, le stablecoin non agiscono solo come strumenti tecnici di scambio, ma come veicoli di una strategia più ampia, che mira a proiettare la potenza monetaria statunitense radicandola ancor più nelle economie e nelle pratiche quotidiane di intere popolazioni. Le stablecoin e altri asset digitali ancorati al dollaro creano un nuovo canale per esportare la politica monetaria americana e accrescere la domanda globale di dollari. Con l’espansione delle transazioni digitali, sempre più imprese, istituzioni finanziarie e governi avranno bisogno di stablecoin in dollari per operare nel commercio internazionale, nella finanza e nei pagamenti transfrontalieri. Questo tiene le economie straniere agganciate al sistema del dollaro, rendendo più facile per gli Stati Uniti mantenere deficit commerciali persistenti senza affrontare conseguenze immediate. Le stablecoin accelerano e potenziano un processo già in atto da decenni, rendendo più agevole e fluido per le economie straniere detenere e usare dollari, senza necessariamente farli rientrare negli USA sotto forma di acquisto di titoli di stato o merci. Invece di forzare un riequilibrio commerciale come prevederebbe la teoria economica, le stablecoin permettono ai dollari in eccesso di circolare indefinitamente fuori dagli Stati Uniti, rafforzandone comunque la domanda. Normalmente, un deficit commerciale persistente dovrebbe indebolire una valuta, esercitando pressione per riequilibrare importazioni ed esportazioni. Ma i dollari digitali funzionerebbero da ammortizzatore: le economie straniere continuano ad assorbire i dollari statunitensi in eccesso senza richiedere in cambio beni o servizi americani. A differenza di una CBDC controllata dalla Fed, che potrebbe suscitare resistenze interne legate alla sorveglianza finanziaria, le stablecoin consentono agli emittenti privati di gestire la distribuzione dei dollari, mentre gli Stati Uniti mantengono comunque l’ultima parola sul loro flusso globale. Questo significa che, con l’espansione della finanza digitale, gli Stati Uniti possono non solo sostenere ma addirittura accelerare i propri deficit, rafforzando ulteriormente un ordine finanziario globale in cui il mondo assorbe dollari e gli Stati Uniti continuano a consumare oltre le loro capacità produttive ed ecosistemiche – finanziati da una rete in espansione di dollari digitali.

Resta comunque una questione aperta il futuro equilibrio di questo sistema, dal momento che la proliferazione di stablecoin ancorate ad altre valute – come quelle in fase di sviluppo in Cina e nell’Unione Europea – potrebbe rimettere in discussione il predominio del dollaro anche nel nuovo ecosistema digitale.

Finanzcapitalismo in guerra: tra dollari digitali, Matusalem bond e ricatto globale

In questa strategia più ampia, le stablecoin giocano un ruolo complementare accanto ad altri strumenti come i titoli del Tesoro ad ultra-lungo termine – i cosiddetti “Matusalem bonds” – che offrono ai creditori globali una partecipazione di lungo periodo nella stabilità finanziaria denominata in dollari. Anche se non esiste un legame diretto tra stablecoin e questi bond, entrambi operano all’interno della stessa architettura: le stablecoin veicolano potere monetario, i titoli assorbono eccedenze di capitale globale. I dazi, infine, agiscono come leve tattiche non solo per esercitare pressioni su partner commerciali come l’Unione Europea affinché aprano mercati, offrano concessioni o acquistino debito statunitense, ma anche per forzare la revisione di regole interne agli Stati – le cosiddette barriere non tariffarie – come nel caso degli ormoni nella carne o delle normative ambientali e sanitarie, trasformando la politica commerciale in un’arma di penetrazione normativa. Insieme, questi strumenti rafforzano un regime in cui la centralità globale del dollaro viene mantenuta non solo grazie alla forza economica, ma attraverso un arsenale flessibile di strumenti digitali, fiscali e geopolitici. Un esempio futuro potrebbe riguardare proprio le stablecoin: se ostacoli regolatori in Europa o altrove (come EU’s Markets in Crypto-Assets (MiCA)) dovessero limitare la loro diffusione, i dazi potrebbero essere usati come leva negoziale per rimuovere tali barriere, spingendo gli alleati a integrare pienamente l’infrastruttura digitale dominata dal dollaro. Questo conferma come anche l’innovazione monetaria diventi terreno di scontro strategico, dove commercio, finanza e sovranità digitale si intrecciano.

Insieme, questi strumenti non garantiscono la centralità globale del dollaro, ma mirano a prolungarla e difenderla in un contesto in cui altri blocchi spingono per affrancarsene: la Cina in modo diretto e sistemico insieme ai paesi BRICS+, e l’Unione Europea da una posizione ambigua, lacerata tra pressioni atlantiche e tentativi intermittenti di autonomia strategica. Ma, comunque vada a finire sul piano geopolitico e geoeconomico, dentro questa interazione sistemica tra dollari, dazi e debito, si gioca qualcosa di più profondo: nel pieno di una crisi egemonica – che è anche ambientale, sociale, e di senso – si consuma uno scontro interno al capitalismo su chi riesce a piegare i rapporti di forza nel punto esatto in cui si scrivono, giorno dopo giorno, le nuove regole del gioco: quelle che decidono cosa vale e cosa può essere sacrificato. Quel gioco sistemico consiste, appunto, nel decidere come e quanto la riproduzione sociale – cioè le condizioni della vita quotidiana, i bisogni, le relazioni, i corpi e la stessa Gaia – possa essere subordinata agli imperativi della valorizzazione del capitale. Alla fine è una questione di misura delle cose.

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