Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/09/2026

I BRICS davanti alla prova della storia

di Luciano Vasapollo

Ci sono momenti nei quali la storia smette di essere un esercizio accademico e diventa una domanda politica. Il XVIII vertice dei BRICS, che si riunirà il 12 e 13 settembre a Nuova Delhi, è uno di quei momenti. Perché oggi non basta più proclamare il multipolarismo: occorre dimostrare che esso è capace di difendere i popoli aggrediti dall’imperialismo.

La prima domanda ha un nome preciso: Cuba

Da oltre sessant’anni l’isola resiste al più lungo sistema di sanzioni economiche della storia contemporanea, che nel tempo è diventato sempre più crudele fino a rappresentare un vero e proprio genocidio. Infatti la nuova offensiva statunitense ha compiuto un salto di qualità.
L’amministrazione Trump, sostenuta dal segretario di Stato Marco Rubio, non si limita più a impedire il commercio diretto con L’Avana: pretende di imporre al mondo intero un blocco petrolifero extraterritoriale, minacciando ritorsioni contro chiunque venda combustibile a Cuba. È il tentativo di trasformare l’embargo in una legge universale, violando la sovranità degli Stati e il diritto internazionale.
Quando manca il carburante, non si fermano soltanto le automobili. Si fermano gli ospedali, le scuole, i trasporti pubblici, la produzione alimentare, la vita quotidiana di undici milioni di persone. Per questo i dirigenti cubani parlano di una politica di asfissia e molte organizzazioni internazionali la definiscono una forma di punizione collettiva incompatibile con i principi della Carta delle Nazioni Unite.

Il multipolarismo si misura con le petroliere

I BRICS rappresentano oggi quasi la metà del PIL mondiale e oltre la metà della popolazione del Pianeta. Cina, India, Russia, Brasile, Sudafrica e i nuovi membri dispongono di risorse energetiche immense. Se questa alleanza vuole davvero costruire un ordine internazionale alternativo, la domanda è semplice: perché Cuba continua a rimanere al buio?
Non servono soltanto comunicati finali che condannino le sanzioni. Servono decisioni politiche. Una missione energetica comune, una flotta commerciale protetta, accordi di pagamento in valute nazionali, assicurazioni condivise contro le ritorsioni occidentali. In altre parole, serve la capacità di trasformare la solidarietà in infrastruttura.
La Cina ha già dimostrato che un’altra strada è possibile inviando pannelli solari, alimenti e attrezzature senza condizioni. Come ha ricordato Miguel Díaz-Canel, non è carità: è giustizia. Ma la giustizia non può dipendere dalla generosità di un solo Paese. Deve diventare una scelta collettiva del Sud globale.

La lezione del Vietnam

Farruco Sesto ci invita a guardare verso il Vietnam, e la sua intuizione è preziosa. Per decenni il Vietnam è stato il simbolo della possibilità di sconfiggere il più potente esercito del Mondo. Le immagini degli elicotteri americani in fuga da Saigon appartengono alla memoria universale della liberazione, così come Playa Girón dimostra che anche Cuba seppe respingere l’invasione dell’impero.
Ma la grandezza del Vietnam non consiste soltanto nella vittoria militare. Consiste nell’aver saputo costruire la pace senza rinunciare alla propria sovranità. Hanoi ha aperto relazioni economiche con gli Stati Uniti senza trasformarsi in una colonia politica. Ha mantenuto radici salde e rami flessibili, secondo la celebre metafora della diplomazia vietnamita.
È una lezione importante anche per la sinistra occidentale: la sovranità non coincide con l’autarchia, e l’apertura al mondo non deve significare subordinazione all’impero.

Da Nuova Delhi deve partire un segnale

Il vertice dei BRICS non sarà giudicato dai documenti che approverà, ma dalle conseguenze concrete che produrrà.
Se da Nuova Delhi partirà un corridoio energetico capace di garantire petrolio a Cuba, il multipolarismo avrà compiuto un passo storico. Se invece prevarranno prudenza diplomatica e timore delle sanzioni statunitensi, allora il rischio è che i BRICS restino una straordinaria potenza economica priva del coraggio politico necessario.
Ho Chi Minh scriveva dal carcere: “Senza il freddo inverno e la sua desolazione, come potrebbe esistere la dolce primavera?”

La guerra economica e la resistenza dei popoli

Dentro questa lettura complessiva non possiamo eludere una realtà che ormai si impone con drammatica evidenza: esiste una guerra economica che, nel caso palestinese, assume i caratteri di una vera e propria strategia di distruzione delle condizioni materiali di sopravvivenza di un intero popolo.
Non siamo di fronte soltanto a sanzioni, embargo o pressione diplomatica. Quando vengono colpiti sistematicamente cibo, energia, infrastrutture, sanità, abitazioni e possibilità stessa di ricostruire una vita collettiva, la guerra economica diventa parte integrante di un progetto di annientamento. È una dimensione del genocidio che non può essere separata dalle bombe e dalle operazioni militari.
Ed è proprio qui che la questione iraniana assume un significato che va ben oltre il Medio Oriente. La resistenza dell’Iran dimostra che l’imperialismo statunitense, pur disponendo di una forza militare, finanziaria e tecnologica enorme, non è un potere onnipotente. Abel Prieto lo ha espresso con una formula che dovrebbe diventare una chiave di lettura dell’attuale fase storica: combattiamo contro un nemico molto potente, ma non onnipotente. ([Cuba en Resumen][1])
È una differenza decisiva. Perché se si considera l’impero imbattibile, la resistenza appare inutile; se invece si comprende che anche il potere imperiale ha contraddizioni, limiti e punti di rottura, allora la storia torna a essere nelle mani dei popoli.
L’Iran, in questo senso, rappresenta una delle dimostrazioni più importanti della fase attuale. Gli Stati Uniti possono esercitare una pressione enorme, possono imporre sanzioni, mobilitare alleati e utilizzare una superiorità militare straordinaria, ma non riescono automaticamente a trasformare questa superiorità in una vittoria politica.
La resistenza iraniana mette in discussione proprio il mito dell’invincibilità dell’impero. E questa è una questione ideologica prima ancora che militare: dimostra che l’ordine imperiale non è naturale, non è eterno e soprattutto non è imbattibile.
La storia ci offre un precedente ancora più potente: il Vietnam. Un popolo organizzato, sostenuto da una mobilitazione di massa e da una straordinaria capacità di resistenza politica, sociale e militare, riuscì a sconfiggere la più grande potenza della storia contemporanea.
Il Vietnam dimostrò che la sproporzione degli arsenali non determina necessariamente l’esito della storia. Oggi quel principio ritorna, in forme diverse, nella resistenza dei popoli che rifiutano di accettare la propria subordinazione.

Il Venezuela ha smarrito l’orizzonte di Chávez

Ed è qui che emerge una dolorosa questione: la deriva del Venezuela. Essere solidali con il popolo venezuelano non significa tacere davanti agli errori della sua classe dirigente. Al contrario, significa difendere l’eredità più autentica della Rivoluzione Bolivariana.
Hugo Chávez aveva immaginato un socialismo profondamente latinoamericano, radicato nel cristianesimo della liberazione, nell’umanesimo di José Martí, nell’internazionalismo di Fidel Castro. Non era un socialismo burocratico né un capitalismo con bandiera rossa. Era il progetto di una democrazia partecipativa fondata sulla dignità dei poveri.
Oggi, invece, assistiamo troppo spesso a un processo di normalizzazione che rischia di sacrificare quella tensione etica originaria. Crescono le diseguaglianze, avanzano logiche di mercato senza adeguati contrappesi popolari, mentre il linguaggio rivoluzionario viene talvolta utilizzato per giustificare pratiche sempre più lontane dall’ideale chavista.
La critica non nasce da destra. Nasce dentro la tradizione socialista e antimperialista. Perché tradire Chávez significa indebolire anche Cuba. Le due rivoluzioni sono sempre state sorelle: una non può salvarsi se l’altra perde la propria anima.

Venezuela: dalla resistenza alla capitolazione

È proprio attraverso questo confronto che diventa necessario essere molto più severi nel giudizio sul Venezuela. Non basta parlare di una semplice deviazione rispetto al socialismo cristiano e bolivariano. Qui siamo davanti, nella lettura proposta da questo editoriale, a una vera capitolazione politica e strategica: alla rinuncia progressiva all’autodeterminazione e all’accettazione di una condizione di dipendenza dagli interessi imperiali.
Il riferimento a Bolívar non è ornamentale. Il cuore del bolivarismo è l’indipendenza, la sovranità, l’unità latinoamericana, il rifiuto di ogni forma di subordinazione a una potenza straniera. Per questo la questione venezuelana non può essere ridotta a una disputa interna alla sinistra o a una diversa interpretazione del socialismo.
Se un processo politico che si era presentato come parte della resistenza latinoamericana finisce per accettare una crescente ingerenza degli Stati Uniti e rapporti con Israele, allora occorre avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome.
Il punto diventa ancora più doloroso quando questa scelta viene confrontata con la storia della solidarietà tra Venezuela e Cuba. Cuba ha pagato un prezzo enorme per la solidarietà internazionalista e per la difesa dei processi latinoamericani, mettendo a disposizione medici, insegnanti, tecnici e uomini impegnati nelle missioni internazionaliste.
Per questo la prospettiva di una Venezuela che non garantisca alla sua alleata storica le risorse energetiche necessarie mentre accetta rapporti con potenze considerate responsabili di politiche di aggressione rappresenta una contraddizione politica che non può essere nascosta dietro formule diplomatiche.
La differenza, dunque, non è soltanto tra governi. È tra modelli di comportamento storico. Cuba resiste. L’Iran resiste. Il Vietnam ha resistito fino alla vittoria. Al contrario, quando un governo rinuncia progressivamente alla propria sovranità e accetta di diventare terreno di mediazione degli interessi delle potenze dominanti, non siamo più davanti a una strategia di resistenza, ma a una capitolazione. E la sinistra non dovrebbe avere paura a dirlo.

BRICS e fronte antimperialista

In questo quadro acquista un significato particolare anche la crescita dei BRICS. Non dobbiamo trasformarli in ciò che non sono: i BRICS non costituiscono un blocco socialista e al loro interno convivono sistemi politici, economici e sociali profondamente differenti.
Ma rappresentano comunque una possibile infrastruttura geopolitica alternativa all’unipolarismo statunitense e, soprattutto, la possibilità concreta di mettere in discussione il monopolio politico, finanziario e commerciale dell’Occidente.

La questione riguarda anche l’Europa. Non possiamo continuare a parlare dell’imperialismo statunitense come se l’Unione Europea fosse un soggetto estraneo ai processi di guerra e riarmo. La Russia sta affrontando un conflitto nel quale l’Unione Europea, e in particolare le grandi potenze europee, hanno assunto un ruolo centrale attraverso finanziamenti, forniture militari e sostegno politico all’Ucraina.
La guerra è inserita nella più ampia strategia della NATO e l’Europa non può essere rappresentata semplicemente come vittima passiva delle decisioni di Washington.
Di fronte a questa offensiva, la questione decisiva diventa allora quella dell’organizzazione popolare. Laddove il partito rivoluzionario mantiene un rapporto reale con le masse, non come apparato separato ma come strumento politico dentro le masse e per le masse, la capacità di resistenza appare maggiore. È una delle ragioni per cui Cuba, Cina e Vietnam continuano a rappresentare esperienze differenti ma fondamentali nella discussione sul futuro del socialismo.
Ed è qui che il Vietnam torna nel nostro ragionamento, non soltanto come pagina gloriosa del passato, ma come esperienza ancora presente. La sua storia ci ricorda che l’autodeterminazione non viene concessa dall’impero: viene conquistata attraverso organizzazione, coscienza politica, capacità di mobilitazione e costruzione di rapporti internazionali alternativi.
Da una parte, dunque, abbiamo la resistenza dei popoli e degli Stati che difendono la propria sovranità; dall’altra, un fronte sempre più articolato di potenze che, attraverso i BRICS, può contribuire a costruire un ordine internazionale meno dipendente dal centro imperialista occidentale. Non è ancora il socialismo, e sarebbe un errore chiamarlo così. È però una frattura dentro l’ordine unipolare.
E proprio questa frattura apre lo spazio politico nel quale Cuba, Iran e Vietnam possono essere letti insieme: esperienze diverse, storie diverse, modelli diversi, ma accomunate dall’idea che la sovranità non sia negoziabile e che un popolo possa resistere anche quando davanti ha un nemico immensamente più forte.
È questa la lezione che l’imperialismo vorrebbe cancellare: non è necessario essere più forti dell’avversario per impedirgli di vincere. È sufficiente che un popolo non accetti di essere sconfitto.
Cuba vive oggi il suo inverno più duro. Il compito dei BRICS è dimostrare che la primavera multipolare non è soltanto una promessa, ma una responsabilità condivisa. E il Venezuela, per essere davvero fedele a Chávez e a Fidel, deve ritrovare quella dimensione etica, popolare e cristiana del socialismo che fece della solidarietà internazionale la sua ragione più profonda. Perché un mondo nuovo non si costruisce con gli slogan, ma con il coraggio di rompere l’assedio contro chi resiste.

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03/09/2026

Vertice della SCO. Il mondo multipolare si consolida

Il vertice dei ministri finanziari del G20 negli Stati Uniti non è riuscito a produrre un comunicato congiunto per l’opposizione al testo finale da parte della Cina. Anche la foto immagine finale ha avuto dei sussulti per la presenza al vertice del ministro dell’economia russo invitato dagli USA. Alla fine il ministro russo si è fatto da parte ma si è rivelato chiaramente come nel vertice ci fosse un convitato di pietra bello pesante.

Quasi contemporaneamente, il 1° settembre si è tenuta a Bishkek, la capitale del Kirghizistan, la 26a riunione del Consiglio dei capi di Stato dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO) e la riunione “SCO+”.

In questa sede internazionale, ormai alternativa ai vertici del G7 e G20 a guida euroatlantica, il presidente cinese Xi Jinping è intervenuto avanzando quattro proposte per lo sviluppo dell’organizzazione e tre indicazioni su come valorizzarne il ruolo.

Nel formato allargato “SCO+”, hanno partecipato anche i leader di Paesi osservatori e partner, tra cui il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, quello azero Ilham Aliyev, il premier armeno Nikol Pashinyan e il presidente mongolo Ukhnaa Khurelsukh. Presenti inoltre i rappresentanti di Laos, Vietnam, Togo ed Egitto. L’Afghanistan e la Mongolia figurano tra i Paesi osservatori della SCO, mentre Turchia, Azerbaigian e Armenia sono “partner di dialogo”.

Alla conferenza il presidente cinese Xi Jinping ha avanzato quattro proposte:

  1. dare priorità allo sviluppo per aprire prospettive di prosperità comune;
  2. porre la sicurezza al primo posto per costruire un ambiente universalmente sicuro;
  3. mettere le persone al centro coltivando le basi dell’amicizia tra le generazioni;
  4. rendere efficaci dialogo e consultazione per una governance equa e ordinata.

Ma, a differenza dei vertici dei Brics, in cui è l’economia a fornire la cifra, la cooperazione in materia di sicurezza è la pietra angolare della SCO.

La Cina ha chiesto di “impedire alle forze esterne di interferire negli affari interni degli Stati membri, mettendone in pericolo la sicurezza politica e minando la stabilità regionale”. Ha indicato inoltre la necessità di rafforzare la rete di sicurezza comune e di accrescere la capacità dei membri di rispondere alle minacce, così da tutelare più efficacemente la pace regionale.

Dopo venticinque anni e in un clima internazionale sempre più turbolento, l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai si trova di fatto ad un nuovo punto di partenza.

Xi ha affermato che la Cina è pronta a contribuire a trasformare la SCO in un’importante piattaforma per l’attuazione dell’Iniziativa Globale per la Sicurezza. La Cina è inoltre disposta a collaborare con tutte le parti per attuare l’Iniziativa Globale per la Civiltà e sostiene la SCO nel perseguire una cooperazione esemplare per l’attuazione dell’Iniziativa Globale per la Governance.

Li Yongquan, esperto del Centro di Ricerca per lo Sviluppo del Consiglio di Stato, ha dichiarato martedì al quotidiano cinese Global Times che l’essenza dello sviluppo della SCO negli ultimi 25 anni è stata quella di aver trovato la giusta via di coesistenza, caratterizzata da “non alleanze, non scontri” e senza prendere di mira terze parti, riunendo al contempo i Paesi della regione per costruire una casa comune.

Il vertice della SCO conclusosi martedì a Bishkek ha visto i leader degli Stati membri sottoscrivere e pubblicare la Dichiarazione di Bishkek, approvando il protocollo sugli emendamenti e le integrazioni alla Carta della SCO, il regolamento sul Centro universale della SCO per il contrasto alle sfide e alle minacce alla sicurezza e il regolamento sul Centro antidroga della SCO.

Secondo quanto riportato dall’agenzia cinese Xinhua sono stati adottati 28 documenti finali che riguardano settori quali la sicurezza, la cooperazione economica e interpersonale e lo sviluppo organizzativo. La Cina istituirà inoltre un centro di cooperazione internazionale sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale per i paesi aderenti alla SCO.

Una delle proposte centrali avanzate dall’Iran nel vertice di Bishkek è stata la creazione di una “Banca di Sviluppo di Shanghai”, la cui struttura di capitale si baserebbe sulle valute nazionali degli Stati membri e sarebbe supportata da sistemi indipendenti per il commercio e i regolamenti finanziari.

Un meccanismo che metterebbe anche formalmente fine al controllo statunitense sulle transazioni finanziarie internazionali. Ancora non se ne vedono i risultati in modo evidente, ma la tendenza e le sperimentazioni sul campo nelle transazioni economiche de-dollarizzate ormai sono in atto.

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01/09/2026

L’oro supera i titoli in dollari nelle riserve. E il capitalismo finanziario è sempre più in crisi

di Alessandro Volpi

Il panorama finanziario globale ha varcato quest’estate una soglia psicologica e tecnica che fino a pochi anni fa appariva impensabile, sancendo il sorpasso storico del valore dell’oro rispetto a quello dei titoli denominati in dollari nelle riserve delle banche centrali e dei fondi sovrani mondiali.

Questo evento, che ha trovato il suo culmine nel mese di giugno 2026, vede l’oro rappresentare, oggi, mediamente il 27% delle riserve globali contro un dollaro scivolato al 22%, un ribaltamento di fronte che non si verificava con questa intensità strategica da oltre mezzo secolo.

I numeri che sottendono questo cambiamento sono imponenti: le riserve auree ufficiali hanno sfiorato la quota di 38.300 tonnellate, un livello che richiama i massimi del 1965, ancora in regime di convertibilità aurea ma con una valutazione di mercato radicalmente diversa che, nonostante le fluttuazioni, ha visto il metallo giallo stabilizzarsi sopra i 4.600 dollari l’oncia dopo aver toccato punte di 5.600 dollari all’inizio dell’anno. Al contrario, la quota di Treasuries americani nei bilanci sovrani è diminuita di oltre 1.500 miliardi di dollari nell’ultimo triennio, riflettendo una fuga ponderata verso asset che non presentino rischio di controparte.

Le ragioni di questa metamorfosi sono profonde e radicate nella trasformazione del dollaro da bene rifugio internazionale a strumento di pressione geopolitica, una dinamica accelerata in modo definitivo dal congelamento delle riserve russe nel 2022, che ha spinto le potenze emergenti del blocco Brics+, ma anche nazioni storicamente alleate come la Polonia e l’India, a considerare il dollaro come un asset potenzialmente “neutralizzabile” per via politica.

In altre parole, da quando le sanzioni contro la Russia e la Cina sono diventate lo strumento della politica estera statunitense, il debito in dollari ha perso forza perché oggetto di fortissimi timori da parte di numerosi Paesi preoccupati dalla “irresponsabilità” e dalla natura predatoria delle strategie statunitensi. Parallelamente, la sostenibilità del debito pubblico statunitense, che nel 2026 ha superato la cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, ha contribuito ulteriormente a erodere la percezione dei titoli di Stato Usa come rifugio sicuro, poiché l’aumento dei tassi necessario a finanziare tale debito ha generato enormi perdite in conto capitale per chi deteneva bond a lunga scadenza.

Da troppo tempo la spesa pubblica statunitense, compresa quella militare, è stata finanziata con il ricorso al debito che è cresciuto a tal punto da non trovare più compratori se non pagando un conto interessi ormai pari a 1.200 miliardi di dollari l’anno, una cifra superiore persino alla spesa militare. Questo scenario differisce radicalmente dal precedente sorpasso avvenuto tra il 1979 e il 1980, quando la preminenza dell’oro è stato il risultato di un’impennata inflattiva, speculativa e transitoria che si sgonfiò non appena i tassi d’interesse furono portati a livelli reali proibitivi; nel 2026, invece, il sorpasso è l’esito di una manovra strutturale e decennale di accumulo fisico coordinato, volta a costruire un sistema monetario multipolare dove l’oro funge da collaterale Tier 1 secondo le normative di Basilea III, acquisendo una dignità istituzionale che la “carta” americana pare aver smarrito.

Sembra così essersi ricostituito un sistema di gold standard senza il dollaro. Le conseguenze di un simile spostamento tettonico sono già visibili nella ricalibrazione dei flussi di capitale globali: gli Stati Uniti si trovano costretti a offrire rendimenti sempre più alti per attrarre investitori privati, non potendo più contare sugli acquisti automatici delle banche centrali estere, il che alimenta un circolo vizioso di deficit e debito che aggrava la fragilità del sistema fiscale americano.

Per l’Europa e il resto del mondo, il primato dell’oro segna la fine dell’era del “privilegio esorbitante” del dollaro, portando a una maggiore volatilità valutaria nel breve termine ma garantendo, secondo molti analisti, una base di riserva reale che protegge i bilanci nazionali dalle tempeste del debito sovrano, mentre le borse continuano a premiare le aziende minerarie e i derivati sull’oro, ormai percepiti come l’unica vera ancora di stabilità in un sistema finanziario che ha smesso di credere nell’egemonia incontrastata di una singola moneta fiat. In pratica il capitalismo finanziario si regge sempre meno sugli Stati Uniti e sul dollaro e sempre più sulla fiducia “primitiva” nell’oro come nei sistemi precapitalistici.

Parallelamente alla rinascita del metallo prezioso per eccellenza si osserva l’ascesa di nuove realtà valutarie che erodono la dominanza del sistema tradizionale, a partire dallo yuan cinese che, nonostante i controlli sui capitali, si è consolidato come moneta di scambio e di riserva per un numero crescente di nazioni del blocco Brics+ e del Sud globale.

Tuttavia la vera sorpresa del panorama contemporaneo è l’emergere delle cosiddette valute “non tradizionali” come il dollaro australiano, il dollaro canadese e le corone scandinave, che insieme a una selezione di titoli di Stato ad alto rating di Paesi fiscalmente prudenti, offrono alle banche centrali una diversificazione che sfugge alle dinamiche di scontro tra grandi potenze. La composizione tecnica di queste riserve rimane ancorata per circa il 60% a titoli di Stato a diversa scadenza.

Il sistema si muove così verso una frammentazione dove il potere finanziario non è più concentrato in un’unica capitale ma distribuito tra asset reali come l’oro, valute di potenze regionali emergenti e un paniere di monete tecniche che garantiscono liquidità in un mondo sempre più multipolare. Una simile transizione riflette un cambio di paradigma dove la sicurezza non è più garantita dall’allineamento a un’unica superpotenza economica ma dalla capacità di costruire un portafoglio resiliente, capace di resistere a shock sistemici, inflazione e trasformazioni tecnologiche, segnando la fine definitiva dell’epoca iniziata a Bretton Woods e l’alba di un ordine monetario più complesso e frammentato, in cui il multipolarismo è già un dato di fatto. In questa complessa partita risulta centrale l’influenza dei grandi gestori del risparmio globale, come BlackRock.

Tali soggetti operano infatti come un ponte tecnologico e operativo per molte banche centrali, che affidano loro mandati di gestione esterna per segmenti strategici delle proprie riserve, specialmente per quanto riguarda gli asset più complessi come le azioni, le obbligazioni societarie e i green bond. Attraverso l’utilizzo di piattaforme di analisi del rischio sofisticate come Aladdin, BlackRock non si limita a eseguire ordini ma modella attivamente la percezione del rischio globale, creando un effetto di allineamento tra le strategie delle istituzioni pubbliche e i flussi di capitale privato.

Quando questi giganti finanziari decidendo di diversificare i propri portafogli riducendo l’esposizione verso i titoli del Tesoro statunitense o aumentando il peso delle valute dei mercati emergenti e dell’oro, generano una variazione della liquidità globale che costringe le banche centrali ad adeguarsi per mantenere la stabilità dei propri bilanci. Il ruolo di questi gestori è stato fondamentale anche nello sdoganare lo yuan cinese e altre monete non tradizionali, poiché la creazione di infrastrutture di trading e di strumenti finanziari dedicati ha reso tecnicamente possibile per le autorità monetarie accumulare queste divise con lo stesso grado di sicurezza un tempo riservato esclusivamente al biglietto verde.

Anche il ritorno dell’oro come pilastro centrale delle strategie monetarie è stato amplificato dai gestori privati, i quali attraverso i fondi indicizzati hanno garantito una domanda costante che ha sostenuto l’apprezzamento del metallo, permettendo alle istituzioni pubbliche di beneficiare di una rivalutazione storica delle proprie giacenze fisiche. In questo scenario BlackRock e gli altri colossi del risparmio agiscono come veri e propri architetti del nuovo sistema, fornendo la legittimazione finanziaria e gli strumenti tecnici necessari affinché le banche centrali possano allontanarsi dall’egemonia del dollaro senza rinunciare alla liquidità, trasformando un processo di natura geopolitica in una prassi di gestione del rischio standardizzata a livello globale.

In tal senso, la transizione verso il nuovo ordine multipolare è gestita, in maniera quasi paradossale, in modo obbligato da soggetti a lungo pesantemente dollarizzati. Questa simbiosi tra finanza pubblica e privata segna il passaggio definitivo verso una gestione delle riserve mondiali guidata non più solo dai trattati tra Stati ma da algoritmi e strategie di portafoglio che vedono nella diversificazione valutaria e nell’asset reale l’unica difesa contro l’incertezza del sistema economico contemporaneo. In termini monetari sta compiendosi dunque una pericolosa depoliticizzazione in nome di un multipolarismo indotto in primo luogo dalla volontà dei “mercati” di ridurre i rischi di un capitalismo finanziario sempre più in crisi; una contrazione dei rischi che necessita l’inclusione dei nuovi Paesi economicamente dominanti.

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31/08/2026

L’economia politica marxista di fronte a un mondo che cambia

Il Forum internazionale dell’economia politica marxista

Dal 5 al 7 agosto si è svolto all’Università di Greenwich, a Londra, il 19° Forum della World Association for Political Economy (WAPE), una delle principali rassegne internazionali di confronto tra economisti e studiosi marxisti. Oltre 150 partecipanti provenienti da diversi paesi e più di 30 panel e tavole rotonde hanno animato il dibattito su temi che vanno dall’imperialismo alla teoria del valore, dalla finanziarizzazione all’intelligenza artificiale e all’innovazione tecnologica, fino al ruolo della Repubblica Popolare Cinese nel nuovo contesto economico internazionale.

Quest’anno è stata rivolta particolare attenzione alla figura di Adam Smith, in occasione dei 250 anni dalla pubblicazione de “La ricchezza delle nazioni”. Una scelta che potrebbe apparire curiosa per un congresso di economisti marxisti, ma che ha permesso di tornare alle origini dell’economia politica e, soprattutto, al rapporto tra l’economia politica classica e la critica sviluppata successivamente da Marx.
 
“Salvare Smith dal neoliberismo”

Per ricostruire alcuni dei dibattiti del Forum appena concluso è particolarmente interessante il resoconto pubblicato da Michael Roberts, economista marxista britannico e autore del blog The Next Recession.

Come racconta l’economista Roberts nel suo blog, una delle espressioni più efficaci ascoltate al Forum è stata quella utilizzata da Stavros Mavroudeas, professore di Economia politica alla Panteion University di Atene: occorre “salvare Smith dal neoliberismo”.

Nel corso del Novecento una parte importante del pensiero liberale ha infatti trasformato Smith nel padre nobile del libero mercato. Economisti come George J. Stigler e Milton Friedman, la scuola austriaca e successivamente una parte importante della politica neoliberale hanno utilizzato la celebre “mano invisibile” come simbolo di un’economia nella quale lo Stato dovrebbe farsi da parte e lasciare il mercato libero di autoregolarsi.

Come evidenziato durante il Forum di Londra, il pensiero di Smith è però assai più complesso e contraddittorio.

Nel suo intervento Cheng Enfu, economista marxista cinese, presidente della WAPE e accademico della Chinese Academy of Social Sciences (CASS), dove dirige la Divisione di studi marxisti, ha ricordato come Smith non fosse semplicemente il teorico del laissez-faire. Nella sua analisi dello sviluppo delle economie moderne hanno infatti un ruolo importante la divisione sociale del lavoro, le norme morali e lo stesso ruolo dello Stato.

Doğan Göçmen, professore di Filosofia alla Dokuz Eylül University di Smirne, in Turchia, ha richiamato invece l’attenzione sulla Teoria dei sentimenti morali di Smith, precedente alla Ricchezza delle nazioni. Se l’interesse individuale occupa un posto importante nella teoria economica smithiana, la sua concezione dell’uomo e della società non può essere ridotta a questo solo principio: nella Teoria dei sentimenti morali trovano infatti spazio anche il giudizio morale e le relazioni tra gli individui.

Recuperare Smith dalla caricatura neoliberale non significa però trasformarlo in un marxista ante litteram. Marx riconobbe infatti gli importanti progressi compiuti dall’economia politica classica e da Smith in particolare, soprattutto nell’aver individuato nel lavoro un elemento fondamentale nella creazione della ricchezza. Allo stesso tempo ne mise in evidenza le contraddizioni: Smith si muove verso una teoria del valore fondata sul lavoro, ma ritorna poi a una concezione nella quale salario, profitto e rendita finiscono per apparire come differenti fonti del valore stesso.

La critica marxiana si sviluppa proprio a partire dalle acquisizioni e dalle contraddizioni dell’economia politica classica, superandone al tempo stesso i limiti. La differenza decisiva riguarda anche il modo di concepire il capitalismo: ciò che in Smith tende ancora ad apparire come un ordine naturale della società viene analizzato da Marx come un modo di produzione storicamente determinato, e dunque non eterno.

Da questa discussione storica il Forum WAPE si è poi spostato su una questione molto concreta e attuale: perché, nell’economia mondiale contemporanea, alcuni paesi del Sud globale riescono a sviluppare le proprie forze produttive mentre altri rimangono intrappolati in rapporti di dipendenza con il centro imperialista?

Imperialismo economico e Cina in controtendenza

Nel suo intervento al Forum, l’economista Michael Roberts ha presentato i risultati di un nuovo studio sul divario economico tra i paesi del Sud globale e le economie a capitalismo avanzato. La domanda di partenza è semplice ma decisiva: dopo decenni di globalizzazione, i grandi paesi emergenti stanno realmente riducendo la distanza che li separa dalle economie più sviluppate, come avrebbe dovuto avvenire secondo le promesse della globalizzazione neoliberale?

I risultati presentati da Roberts mostrano che, per gran parte del Sud globale, questa convergenza continua a non verificarsi. Alla base di questo sviluppo diseguale rimangono i meccanismi economici dell’imperialismo. Roberts individua nel persistente drenaggio di valore dalle economie periferiche verso quelle del centro imperialista una delle cause che impediscono ai paesi più poveri di colmare il divario.

La grande eccezione è la Cina, che negli ultimi decenni ha seguito una traiettoria nettamente diversa, rinnegando proprio quelle ricette neoliberali che avrebbero dovuto favorire la convergenza.

La Cina rappresenta infatti una controtendenza anche perché, secondo Roberts, la crescita degli investimenti è meno subordinata alla redditività del capitale privato rispetto alle altre grandi economie del Sud globale. La presenza dello Stato, delle imprese pubbliche e della pianificazione economica diretta dal Partito Comunista Cinese permette di orientare risorse verso obiettivi di sviluppo di lungo periodo, senza dipendere esclusivamente dai settori nei quali il capitale privato può ottenere il rendimento più elevato.

Dalla Cina al Sud globale: una questione aperta

I risultati presentati da Roberts si inseriscono anche nel lavoro di ricerca sull’imperialismo economico sviluppato negli anni insieme all’economista marxista Guglielmo Carchedi. A partire da queste analisi vale però la pena porsi un’ulteriore domanda: se la Cina rappresenta la principale controtendenza a una forbice tra centro e periferia che continua a riprodursi, il suo crescente ruolo internazionale può contribuire a creare condizioni differenti di sviluppo anche per gli altri paesi del Sud globale?

Il tema attraversa già da alcuni anni il dibattito della WAPE. Il 17° Forum di Atene del 2024 aveva dedicato un filone alla Geopolitical Economy: globalization or imperialism? Development or war? affrontando il declino dell’egemonia statunitense, la formazione di un sistema mondiale multipolare, i flussi internazionali di capitale, gli investimenti esteri e il rapporto tra imperialismo e sviluppo.

Ancora più esplicito il 18° Forum di Istanbul del 2025, intitolato: Multipolarity in the 21st Century: Challenges and Opportunities in Political Economy. Tra i temi proposti figuravano lo sviluppo economico diseguale, l’ascesa delle economie emergenti, la cooperazione internazionale della Belt and Road Initiative, lo sviluppo dei BRICS, la sfida alla dominazione del dollaro e la costruzione di meccanismi alternativi nelle relazioni economiche internazionali.

Il Forum di Londra del 2026: The Wealth of Nations in the Multipolar Age, prosegue dunque una discussione già aperta. Ma i risultati di Roberts permettono di porre la questione in termini molto concreti: non basta chiedersi se stia emergendo un mondo multipolare. Bisogna capire se questo nuovo equilibrio sia capace di modificare le condizioni materiali che continuano a riprodurre il divario tra centro e periferia imperialista.

Da qui la necessità di sviluppare un nuovo filone di ricerca economica marxista: verificare empiricamente se e in quale misura la crescente cooperazione economica promossa dalla Cina con il Sud globale riesca effettivamente a ridurre in modo stabile il trasferimento di valore verso i tradizionali centri imperialisti e a favorire invece industrializzazione, infrastrutture, trasferimento tecnologico, crescita della produttività e capacità di accumulazione interna.

Gli strumenti da analizzare sono già davanti a noi. La Cina propone una cooperazione “win-win”; la Belt and Road Initiative ha esteso le relazioni infrastrutturali, produttive e commerciali con il Sud globale; la New Development Bank dei BRICS finanzia l’economia produttiva e punta a un maggiore utilizzo delle valute nazionali dei paesi emergenti.

Allo stesso tempo si stanno sviluppando circuiti commerciali e finanziari che promuovono la de-dollarizzazione riducendo la necessità di passare attraverso il dollaro. Un caso interessante è quello del commercio energetico tra Cina e Iran: accanto all’utilizzo del renminbi, sono emersi meccanismi attraverso i quali le entrate generate dal petrolio iraniano acquistato dalla Cina vengono impiegate per finanziare progetti infrastrutturali in Iran, riducendo il passaggio attraverso il sistema finanziario dominato dal dollaro.

Tutto questo non ha ancora spezzato i meccanismi dell’imperialismo economico: i dati presentati da Roberts mostrano che la forbice tra centro e periferia rimane. Ma oggi esistono finalmente strumenti e relazioni economiche che possono offrire ai paesi del Sud globale maggiori spazi per sottrarsi alla dipendenza economica con il centro imperialista.

Guerra, dollaro e flussi finanziari

Il rapporto tra sviluppo e potere finanziario ritorna nel contributo Adam Smith, war, and global financial flows, presentato al Forum WAPE da Alberto Lombardo, Segretario generale del Partito Comunista (Italia), e Francesco Maringiò, presidente dell’Associazione italo-cinese per la promozione della Nuova Via della Seta.

Partendo dalla rilettura di Adam Smith proposta dall’economista e sociologo italiano Giovanni Arrighi in Adam Smith in Beijing, gli autori richiamano la distinzione tra due diversi percorsi di sviluppo. Il primo poggia sulla crescita del mercato interno, dell’agricoltura e delle capacità produttive domestiche, a partire dalle quali si sviluppa successivamente il commercio estero. Il secondo assegna invece un ruolo trainante all’espansione verso i mercati esterni, che nella storia si è intrecciata con l’espansione coloniale e militare occidentale. Arrighi ritrova storicamente il primo percorso nello sviluppo cinese e il secondo nell’ascesa delle potenze europee.

Il ragionamento arriva all’economia contemporanea attraverso la teoria del “ciclo del dollaro” elaborata dal generale cinese Qiao Liang. Dopo la fine di Bretton Woods, nelle fasi contraddistinte da un dollaro debole e bassi tassi d’interesse la liquidità tende a dirigersi verso le economie emergenti; quando invece i tassi salgono e il dollaro si rafforza, i capitali tendono a tornare verso gli Stati Uniti. Crisi politiche e militari possono accelerare questo movimento. Il meccanismo è relativamente semplice: nelle fasi di forte instabilità internazionale i capitali tendono ancora a cercare sicurezza negli asset denominati in dollari, in particolare nei titoli del Tesoro statunitense. La guerra e le crisi geopolitiche, fomentate in primis dagli Stati Uniti, favoriscono ancora oggi un ritorno di capitali verso gli Stati Uniti, rafforzando la domanda di dollari e contribuendo a finanziare l’economia americana.

Da questo deriva il concetto della “tosatura finanziaria” utilizzata da Qiao Liang: dopo essere affluiti nelle economie emergenti nelle fasi di espansione, i capitali vengono nuovamente attratti verso gli Stati Uniti quando il ciclo si inverte, drenando parte della ricchezza accumulata nella periferia. Le crisi internazionali possono invece accelerare il ritorno verso il centro finanziario statunitense.

Lombardo e Maringiò dedicano poi particolare attenzione alla Cina contemporanea e alla sua strategia di sviluppo, strettamente governata dal Partito Comunista Cinese. La Cina ha cercato di evitare la cosiddetta comparative advantage trap, che può confinare i paesi in via di sviluppo nelle produzioni a basso valore aggiunto, passando progressivamente da uno sviluppo soprattutto quantitativo a uno sviluppo qualitativo. Il collegamento con Smith, passando da Arrighi, sta proprio nella centralità attribuita alla base interna dello sviluppo: anziché affidarsi passivamente ai vantaggi comparati assegnati dalla divisione internazionale del lavoro, la Cina ha costruito e trasformato nel tempo la propria struttura produttiva, accumulando capacità industriali e tecnologiche.

Anche i dati sulla de-dollarizzazione presentanti dal paper mostrano un quadro in continua evoluzione. La quota del dollaro nelle riserve mondiali è diminuita, mentre cresce la diversificazione verso altre valute e verso l’oro. Il renminbi conserva ancora un peso limitato nelle riserve internazionali, ma la Cina ha nel frattempo fortemente ridotto la propria esposizione al debito statunitense. Il dollaro resta ancora centrale, ma il sistema monetario internazionale è meno immobile di quanto apparisse soltanto pochi anni fa.

Un precedente incontro con la WAPE in Svizzera

Alcuni dei temi oggi al centro del dibattito della WAPE erano stati oggetto di confronto anche in Svizzera. Nel 2018, all’Università di Zurigo, il professor Xiaoqin Ding, economista cinese e Segretario generale della WAPE, incontrò Alessandro Lucchini, economista e vice-segretario politico del Partito Comunista svizzero.

Al centro dell’incontro vi furono proprio alcune questioni che ritroviamo nel dibattito attuale: le riforme economiche cinesi, il ruolo internazionale del renminbi e il processo di de-dollarizzazione degli scambi internazionali.

Il Professor Ding continua oggi a ricoprire un ruolo importante nella WAPE ed è Chair Professor e Executive Vice Dean della School of Marxism della Shanghai University of Finance and Economics. La sua recente attività scientifica continua a confrontarsi con le trasformazioni dell’economia mondiale: un suo lavoro del 2025 affronta infatti il rapporto tra economia politica marxista, multipolarismo, imperialismo e innovazione tecnologica.

Conclusione

Il Forum che ogni anni organizza la WAPE offre dunque diversi strumenti per leggere una fase turbolenta e di transizione dell’economia mondiale. Il mondo unipolare guidato dagli Stati Uniti è in declino ma conserva ancora una posizione dominante sul piano finanziario, tecnologico e militare; allo stesso tempo la Cina ha seguito una traiettoria di sviluppo diversa e il suo peso sta contribuendo alla formazione di nuovi rapporti economici internazionali.

La questione del multipolarismo va dunque portata anche sul terreno dell’economia politica. Non basta che esistano più potenze perché cambi la struttura dell’economia mondiale. Per i paesi del Sud globale il punto decisivo è capire se stanno realmente aumentando le possibilità di industrializzarsi, sviluppare le proprie forze produttive, trattenere una quota maggiore del valore prodotto e conquistare maggiore sovranità economica.

Da Smith a Marx, fino alle discussioni della WAPE di oggi, ritorna dunque in fondo una vecchia domanda: da dove viene la ricchezza delle nazioni, chi la produce, chi se ne appropria e come viene distribuita tra le classi e tra i popoli?

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22/02/2026

USA - Il capitalismo “feudale” MAGA riscrive l’establishment e la politica estera

Come spesso facciamo sul nostro giornale, riportiamo articoli di analisti che reputiamo interessanti per la lucidità (o la mistificazione) con cui affrontano nodi fondamentali. Questo pezzo di Vittorio Carlini, giornalista per Il Sole 24 Ore, appartiene alla prima categoria.

Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.

La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.

Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.

Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.

In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.

A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.

La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere”, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.

E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che prepari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA ancora hanno , ma le tensioni che crea sono assai pericolose.

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“Imprevedibile”. Oppure: “Inaffidabile” o anche peggio. Sono alcuni degli epiteti – chi si scorda “Taco”, ovvero Trump si tira indietro – assegnati all’attuale Presidente degli Usa. Si tratta di una scorciatoia rassicurante. È il modo più semplice attraverso cui trasformare un progetto in rumore, una strategia in capriccio.

Ma dietro la retorica muscolare (al di là delle orribili e tremende mosse di politica interna con l’ICE) o delle giravolte apparenti si muove qualcosa di più solido: la riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere che salda politica, tecnologia e rendita. Non caos, dunque. Bensì, un nuovo ordine tutt’altro che improvvisato.

È un modello nel quale la logica delle piattaforme digitali, la concentrazione dei capitali e la centralizzazione della forza politica (e militare) si uniscono in un struttura precisa. Dove lo Stato federale non è più semplice arbitro dei mercati. Al contrario, ne diventa azionista, regolatore, garante e co-protagonista.

1. Maggiore controllo sui mercati

Il passaggio è evidente in diverse mosse dell’attuale amministrazione. Alla Sec, la Securities and exchange commission, “The Donald” ha insediato Paul Atckins, veterano repubblicano e convinto sostenitore del listino quale leva centrale dell’ordine economico.

La sua nomina segna una discontinuità netta con la stagione Biden, che aveva rafforzato vigilanza su Esg, trasparenza contabile e derivati. Atkins punta sul dossier della deregolamentazione, chiedendo che la “creazione di capitale” sia di nuovo la priorità.

È un linguaggio dove è forte l'eco degli anni Ottanta, quello della supply-side reaganiana aggiornato al mondo digitale. Il mercato deve tornare libero di oscillare, entro però una cornice politica che ne orienti priorità e limiti. E con lui la stessa autorità di controllo (Sec), la quale al segnale del Presidente dev’essere pronta a muoversi, ad esempio, per mettere in discussione l’obbligo della contabilità trimestrale a Wall Street.

Analogo messaggio è arrivato dalla Cftc, la Commodity future trading commission. Michael Selig è stato nominato con un mandato che unisce ortodossia regolatoria e apertura alle nuove frontiere finanziarie: derivati su cripto-asset e stablecoin. La Casa Bianca vuole che la supervisione resti “amichevole” verso l’innovazione, ma allineata al disegno strategico nazionale. Detto diversamente: più spazio per la sperimentazione e meno regolamentazione. È un approccio pragmatico, ma anche politico. Le piattaforme di scambio digitale e le criptovalute (le stablecoin devono garantire la loro parità con il dollaro attraverso l’acquisto di titoli di Stato Usa) diventano un tassello della sovranità americana alla medesima stregua di portaerei e chip.

2. La narrazione economica

Sullo sfondo di queste nomine si muove un’operazione più profonda: il focus sulle fonti del dato economico. Il Bureau of Labour Statistics, la macchina che produce i numeri sull’occupazione e sull’inflazione, nella scorsa estate è stato al centro di un evento clamoroso: la rimozione della commissaria nominata sotto Biden, Erika McEntarfer. Una scelta avvenuta all’indomani della pubblicazione di numeri sull’occupazione Usa non in linea con la narrazione dell’Esecutivo di un’economia in espansione. Adesso il posto è affidato – stante lo scontro sul candidato proposto dalla Casa Bianca – all’interim di William Wiatrowski, figura interna e rispettata. Ma il segnale è chiaro: Washington tenta di avere un racconto dell’economia che il più possibile rifletta la visione del Presidente. In un sistema dove le aspettative contano più dei fatti, la gestione del dato diventa strumento di potere. I numeri non mentono, ma possono essere orchestrati.

3. No all’indipendenza della Fed

Nella stessa logica si colloca, poi, il duro conflitto con la Federal reserve. Da decenni l’indipendenza della banca centrale è uno dei pilastri del capitalismo americano ed occidentale: oggi è diventato un concetto negoziabile. Due settimane fa, sono emerse iniziative investigative da parte di procuratori federali sul presidente della Fed, Jerome Powell, in merito alla sua testimonianza – resa la scorsa estate – riguardo alla ristrutturazione degli edifici della medesima banca centrale. Powell, che ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, ha reagito con fermezza. In un video ha definito l’indagine un pretesto nell’ambito della campagna in corso del presidente Donald Trump, finalizzata a fare pressione sulla Federal reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Di nuovo: il Governo centrale – a detta di diversi commentatori – vuole il controllo della politica economica.

4. Le tesi di Stephen Miran

Un tesi assurda? Non proprio. Anche perché, a conferma della suddetta interpretazione, c’ è il fatto che la volontà di controllo sulla Fed è esplicitata da Stephen Miran, già capo dei consiglieri economici della Casa Bianca e oggi in una posizione di rilievo all’interno della Fed stessa. Cosa dice Miran? Beh che – essendo «la Fed già integrata con il resto del potere esecutivo» – questa dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) l’esperto propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni fino a renderli rimovibili dal presidente (“at his will”) e non più per giusta causa. Insomma: lo scenario pare chiaro. Se il denaro è lo strumento supremo di sovranità, chi controlla la Fed controlla il tempo stesso di mercato ed economia.

5. Lo stato nell’industria

Ma non è solo questione della presa diretta su politica monetaria e mercati. Altro segnale eclatante del nuovo capitalismo di Trump è venuto dall’industria. Nel 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nel capitale di Intel, con una partecipazione vicino al 10%. È una svolta importante: lo Stato diventa socio di minoranza di un campione tecnologico privato. L’obiettivo dichiarato è garantire la sovranità dei semiconduttori, ma la sostanza è un’ altra: il governo vuole dire la sua sulla governance. “The Donald” ha chiamato personalmente Li-Bu Tan, ceo di Intel, per discutere delle strategie produttive e dei rapporti asiatici. Non solo. La Casa Bianca ha subordinato il via libera all’export verso la Cina da parte di Nvidia ad una sorta di “commissione sui ricavi” – seppure si tratti di un’indicazione di massima – pari a circa il 25% sulle vendite. Ancora. Come dimenticare – rispetto al tema delle materie prime – lo shopping di partecipazioni in realtà minerarie: da Trilogi Metals (che estrae zinco in Alaska) fino a Lithium Americas attiva nel litio per le batterie. Insomma: il confine tra attività privata d’impresa e comando politico si assottiglia.

6. Il patto con le tecnologie

Una logica simile pervade, poi, i rapporti con la Silicon valley. Le pressioni su Microsoft, culminate nella richiesta – riportata da diversi osservatori – di rimuovere Lisa Monaco, responsabile per gli affari globali del colosso di Redmond ed ex vice ministro della giustizia di Biden, sono state un segnale diretto. Un messaggio che si colloca in un contesto dove Trump ha organizzato – nel rinnovato Rose Garden della Casa Bianca – una cena con molti tra i più importanti ceo e fondatori del big tech. Intorno alla tavola apparecchiata, gli “dei” della tecnologia: da Bill Gates a Satya Nadella, fino a Tim Cook, Lisa Su e Mark Zuckerberg. Senza dimenticare altri jolly del mazzo, come Sam Altman e Sundar Pichai. Un asse il quale, per diversi osservatori, è realpolitik: fare buon viso a cattivo gioco, in uno scenario in cui la Casa Bianca ha assunto un ruolo sempre più attivo nella politica industriale. Ma che, più in generale, rappresenta il salto di qualità evidente. Il matrimonio tra Trump e il business tecnologico non è più tacito: è volutamente dichiarato, nel reciproco riconoscimento di potere che ricorda – a detta di vari esperti – quello tra il sovrano e i signori feudatari nel Medioevo.

Anche la moneta digitale entra nel disegno. Con il “genius Act”, Trump ha imposto la supervisione diretta dell’Office of the comptroller of the currency – presieduto da un altro fedelissimo, Johnatan Guld – sugli emittenti delle stablecoin. Ogni token dovrà essere coperto al 100% da riserve in dollari o titoli del Tesoro. È di nuovo – ecco il fil rouge – una liberalizzazione la quale, però, non può uscire dal controllo pubblico. L’apparente criptonarchia si trasforma in nazionalizzazione della fiducia.

7. Lo scenario attuale

Queste mosse, prese insieme, delineano un nuovo assetto di potere. Lo Stato americano agisce oggi come una “piattaforma”, non più quale mero arbitro. Sempre di più Washington gestisce risorse e consenso con logiche di rete: attribuisce privilegi, concede licenze, redistribuisce accesso. Chi partecipa al sistema riceve protezione; chi ne resta fuori rischia l’emarginazione o, addirittura, il trattamento ostile. Può obiettarsi: si tratta di una situazione già esistente in passato. Vero! Ma questo non contraddice la tesi della trasformazione in atto. Da un lato, l’attuale Presidente non rappresenta altro che l’enzima catalizzatore in grado – tra mille contraddizioni – di concretizzare la reazione chimica; dall’altro, tutti gli elementi della formula già erano ben presenti sul tavolo. E non da poco tempo.

8. Gli hippy con gli anarco-capitalisti

In tal senso, per cogliere al meglio il contesto odierno, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. Cioè, negli anni Settanta, quando la California divenne il laboratorio di un esperimento unico: la fusione tra controcultura hippy, individualismo libertario e fede nel mercato. I figli dei fiori, insieme agli ideali pacifisti e mutualisti, credevano profondamente nell’autonomia individuale e nella libertà creativa. Il successo del Whole Earth Catalog, il “Google cartaceo” ante litteram curato da Stewart Brand, risiedeva anche – e soprattutto – nella convinzione che la tecnologia potesse liberare l’uomo dai rapporti di potere tradizionali, rendendolo sovrano di sé stesso. Una visione che, a ben vedere, è alla base della cultura hacker.

Questa concezione del mondo, in cui la dimensione della socialità tendeva a dissolversi nell’autosufficienza individuale, si è poi saldata con il nascente libertarismo economico della baia di San Francisco: un’imprenditoria che diceva no allo Stato e vedeva nell’high-tech uno strumento di emancipazione personale nel libero mercato. Certo! Sul piano materiale, molte di quelle imprese – destinate a diventare colossi globali – si svilupparono anche grazie al sostegno dell’apparato pubblico e militare statunitense, in particolare attraverso la domanda di tecnologie avanzate nel settore della difesa. L’impalcatura ideologica, tuttavia, rimase quella.

Con il passare del tempo, però, il sistema ha finito per generare il proprio opposto. Deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, globalizzazione – abbracciata a piene mani anche dai democratici – e concentrazione dei dati hanno prodotto, come l’economia classica insegna, oligopoli più potenti di molti Stati nazionali. Il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, in cui il plusvalore “estratto” dagli utenti sono le informazioni sulle loro vite, e il capitalismo del cloud sono diventati così gli strumenti di un dominio perlopiù invisibile: la rendita che sostituisce il profitto e l’accesso che si trasforma in privilegio.

9. La Casa Bianca e l’hardware del potere

In un simile contesto, Trump chiude il cerchio. Dove la Silicon Valley aveva costruito infrastrutture immateriali di controllo – algoritmi, piattaforme, ecosistemi high-tech – la Casa Bianca costruisce oggi l’hardware del potere: nomine, decreti, autorità. Lo Stato si appropria della logica di rete, centralizzando le proprie funzioni. È la traduzione fisica del potere digitale.

Questo processo, coerente con l’ambito di provenienza dello stesso Trump, investe anche settori industriali più tradizionali. L’appeasement del mondo petrolifero non è una contraddizione, ma rafforza una struttura di potere che richiama, per analogia, dinamiche di tipo feudale. Trump agisce come un monarca del XXI secolo: distribuisce favori, contratti, accessi; assegna ruoli chiave nei nodi strategici del sistema – dalle authority di regolazione ai campioni industriali – e in cambio ottiene lealtà politica.

In un simile quadro, il rapporto con le élite economiche diventa esplicito e ritualizzato. I vertici delle Big Tech e dell’industria energetica vengono accolti simbolicamente nel cuore del potere esecutivo, in un riconoscimento reciproco di autorità che segna il superamento della separazione tradizionale tra Stato e mercato. Come osservano diversi economisti, quest’ultimo tende così a essere sostituito da un sistema di “rente politique”, in cui la rendita nasce dall’appartenenza al perimetro riconducibile a Washington. La concorrenza formale sopravvive – quella reale, per usare una formula cara a Peter Thiel, è sempre più residuale – mentre uno dei principali vantaggi competitivi diventa la relazione personale con il decisore politico.

Per imprese e investitori il nuovo assetto è ambivalente: offre stabilità, incentivi e protezione industriale. La volatilità dei mercati, però, non è più legata soltanto ai dati economici o alle scelte sui tassi, bensì anche alle parole e ai segnali provenienti dalla Casa Bianca. L’economia americana resta potente, ma più gerarchica. Il capitalismo della libertà assume il retrogusto del capitalismo della fedeltà.

10. La geopolitica

A livello geopolitico, la trasformazione si inserisce in una traiettoria globale già in atto. Nella progressiva separazione tra il blocco americano – che nella visione trumpiana include l’intero emisfero occidentale e si estende fino all’avamposto da conquistare rappresentato dalla Groenlandia – e le aree di influenza della Cina, emerge un modello economico in cui il pubblico-militare entra direttamente nei circuiti tecnologici e finanziari. Trump non inventa questa tendenza: la americanizza. L’ideologia libertaria della Silicon Valley viene assorbita nella sovranità nazionale. Il paradosso è compiuto: l’anarchia digitale produce un nuovo ordine centralizzato.

Non è un ritorno al socialismo, né un’estensione del liberismo. È una mutazione del capitalismo stesso: post-industriale, iper-tecnologico e politicamente centrato. Lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere. Nel linguaggio dei mercati, è la fusione tra rischio politico e rischio di credito. In quello della storia, è la reincarnazione del sovrano nel XXI secolo. È il capitalismo della fedeltà a Trump non in quanto persona, ma in ciò che lui rappresenta. Un apparato politico, economico e militare che – come era prevedibile – è uscito dalla lampada, che da tempo era ben in vista sul tavolo. Un apparato sempre di più pronto a prepararsi allo scontro finale con il colosso cinese.

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26/12/2025

Gli USA sanzionano Breton, ex Commissario UE. Si allarga la frattura tra le sponde dell’Atlantico

Se la UE ha raggiunto il proprio punto di non ritorno, riguardo alla trasformazione in una democratura in cui vige la legge della guerra, l’amministrazione Trump ha fatto un passo avanti con le ultime sanzioni da “caccia alle streghe” nella transizione verso una fase nuova della competizione globale, in cui lo scontro è ormai esplicito tra aree macroeconomiche con interessi contrastanti.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a cinque personalità europee. Non si tratta di provvedimenti economici, né di sanzioni ad personam devastanti come quelle decise dalla UE contro chi considera “amico di Putin”, ma del divieto di ingresso sul territorio statunitense. Tutti i colpiti sono in un qualche modo legati al campo della cosiddetta “lotta alla disinformazione” e/o alla regolazione delle attività dei giganti del web. Ma il caso assume un peso particolare, poiché tra i sanzionati c’è l’ex Commissario UE Thierry Breton.

Responsabile per il Mercato interno e i Servizi del primo mandato von der Leyen, Breton è considerato l’architetto del Digital Services Act (DSA), che ha definito il quadro entro cui operano le Big Tech del digitale. Il politico francese è stato anche protagonista delle indagini su X, Meta e TikTok, per la presunta diffusione di “notizie false” e “discorsi di odio”.

Per Marco Rubio si è invece trattato di una serie di operazioni progettate per danneggiare gli States. Il Segretario di Stato USA ha scritto su X: “per troppo tempo, gli ideologi europei hanno condotto azioni concertate per costringere le piattaforme americane a sanzionare le opinioni americane alle quali si oppongono”.

La sanzione appare in maniera evidente una ritorsione immediata alla multa da 120 milioni di euro comminata proprio a X, che è anche la prima decisione di non conformità adottata sotto il DSA. Sempre a X anche Breton ha affidato la sua risposta: dopo aver ricordato che il 90% del Parlamento Europeo ha votato quella normativa, si è chiesto se fosse “tornata la caccia alle streghe di McCarthy”. Dimenticando che quella era una “caccia ai comunisti”, mentre questo scontro è tra banditi ex complici...

Von der Leyen e un portavoce di Londra hanno difeso la “libertà di parola”, mentre Macron ha parlato “di intimidazione e coercizione nei confronti della sovranità digitale europea”. Ma altri commenti sono il sintomo dell’estrema difficoltà con cui le capitali europee stanno affrontando questa accelerazione delle tensioni internazionali, anche nel fu campo euroatlantico.

Il ministro degli Esteri tedesco ha scritto su X che l’obiettivo deve essere “chiarire le divergenze di opinione con gli USA nel quadro del dialogo transatlantico, al fine di rafforzare la nostra partnership”, mentre il suo omologo spagnolo ha parlato del provvedimento contro Breton come di una “misura inaccettabile tra partner e alleati”.

Alcuni vertici europei continuano a invocare una parità con gli USA che Washington non intende affatto permettere neanche a parole, come la seconda amministrazione Trump ha chiarito esplicitamente, ma che nei fatti era già evidente, ad esempio sulla questione ucraina, sul Nord Stream, e così via, anche ai tempi di Biden. O si è vassalli piegati in due, o si è avversari. In un mondo multipolare, non c’è interesse ad avere un alleato che rappresenta solo una spesa, e che tenta persino di diventare un competitor alla pari in alcuni settori.

Difatti, la preoccupazione per la “libera informazione” non è davvero nell’agenda né di Washington né di Bruxelles, come dimostra anche la recente stretta sulla libertà di parola che è stata osservata in Europa sia ai livelli nazionali sia a quello comunitario. È pura e semplice propaganda per legittimare la specificità del modello europeo nella sua aspirazione a diventare un impero retoricamente “al servizio di buoni propositi”, come ebbe a dire un altro ex ministro francese, Bruno Le Maire.

È da anni che la UE tenta di limitare lo strapotere delle Big Tech statunitensi, non per bontà di privacy e libertà di pensiero, ma perché è uno di quei settori su cui davvero non c’è nessuno che possa competere. La burocrazia e l’estrema inflazione di regolamentazione tipica della UE è stata quindi usata come arma per limitare in qualche misura le operazioni delle grandi piattaforme nel Vecchio Continente.

La negazione del visto a Breton, per quanto non possa avere risvolti politici immediati su questo quadro regolatorio, è un segnale molto duro rispetto al fatto che i vassalli europei hanno raggiunto il limite, anche in questo ambito. Il messaggio è “fatela finita”, in vista del Digital Omnibus e del pacchetto Cloud, AI and Development Act, che è previsto in arrivo nel 2026. Altrimenti, le ritorsioni potrebbero essere peggiori.

L’insegnamento che però va tratto da queste sanzioni è uno soltanto: siamo in una fase storica completamente nuova, in cui l’illusione euroatlantica è finita. UE e USA hanno interessi contrastanti, ed esprimono linee strategiche che fanno sempre più fatica a procedere in maniera complementare. Nel multipolarismo, sarà una corsa in cui non verrà risparmiato nessun colpo per affermare la propria egemonia. La UE, però, è ancora un vaso di coccio tra vasi di ferro.

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15/11/2025

La guerra degli Stati Uniti contro la Cina, il Venezuela e la sinistra internazionale

Ovunque si guardi, gli Stati Uniti sono in guerra: in patria, attraverso l’occupazione militare delle città, la violenza istituzionale e i rapimenti autorizzati dallo Stato; e all’estero, tramite coercizione economica, guerre per procura e interminabili interventi. In tempi come questi, quando è fin troppo facile lasciarsi sopraffare dalla natura inesauribile della macchina bellica, dobbiamo ricordare che non si tratta di crisi separate, ma di fronti diversi della stessa lotta. E resisterne uno significa resisterli tutti.

Il nemico, in ogni caso, è l’imperialismo statunitense.

Movimenti di resistenza contro l’imperialismo statunitense sono sorti in tutto il mondo in risposta alla sua violenza indiscriminata e alla mancanza di rispetto per la vita umana. Insieme, formano il fronte vivo della sinistra internazionale, una rete di persone e organizzazioni che cercano la liberazione dagli stessi sistemi di dominio e controllo coloniale.

Sebbene le forme differiscano – dagli accampamenti studenteschi agli scioperi dei lavoratori – lo scopo rimane lo stesso: la fine dell’impero e la creazione di un nuovo mondo multipolare fondato sulla semplice verità della nostra comune umanità e dell’eguale valore di ogni nazione e popolo.

L’alleanza tra Cina e Venezuela fa parte di questo progetto più ampio. E la spinta statunitense alla guerra contro entrambe le nazioni non è altro che una reazione violenta alla verità imminente che lo status egemonico degli Stati Uniti sta svanendo e con esso il loro controllo sulle risorse globali, sul potere politico e sulla capacità di dettare i termini dello sviluppo e della sovranità per il resto del mondo.

Nel corso dell’ultimo mese, l’amministrazione Trump ha lanciato una serie di attacchi contro imbarcazioni da pesca venezuelane, sostenendo di voler reprimere i trafficanti di droga. La menzogna è tanto poco originale quanto assurda, e rappresenta un esempio lampante della facciata ormai logora della presunta “moralità” dell’internazionalismo liberale. La verità emerge spesso in periodi di turbolenza, quando l’agitazione prevale sul calcolo; la consapevolezza di un imminente declino è così grave che l’impero non cerca quasi più di nascondere le sue vere intenzioni.

Qual è dunque la verità?

La verità è che la guerra degli Stati Uniti contro il Venezuela non ha nulla a che vedere con la droga e tutto a che fare con il controllo. Per anni, il Venezuela ha affrontato pressioni incessanti, guerra economica, sanzioni e minacce costanti volte a minarne la sovranità e a mantenerlo sotto lo stivale dell’impero statunitense. Come per molte nazioni, l’interesse degli Stati Uniti nel Venezuela riguarda le risorse strategiche e il potere.

Primo: il Venezuela si trova sopra le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo [quelle di cui c’è assoluta certezza, non solo la “possibilità”, ndr], insieme a importanti depositi di oro, coltan e altri minerali cruciali per la tecnologia e la produzione energetica. Il controllo di queste risorse strategiche significa controllo dei mercati globali e della sicurezza energetica. Secondo: la posizione geografica del Venezuela all’interno dell’America Latina lo rende un punto di leva fondamentale nella regione.

Eppure la sfida del Venezuela non è sorta dal nulla. È arrivata dopo più di un secolo di dominio statunitense nell’emisfero: dall’invasione di Haiti all’occupazione del Nicaragua, dai colpi di Stato in Guatemala, Cile e Honduras. Ciò che unisce queste storie è un unico messaggio proveniente da Washington: nessuna nazione latinoamericana ha il diritto di seguire un percorso indipendente.

La Rivoluzione Bolivariana, avviata con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998, fu una sfida diretta a quell’ordine. Emersa dalle rovine del collasso neoliberista, affrontò la condizione storica del Venezuela come Stato rentier subordinato agli interessi statunitensi. Chávez dirottò i proventi del petrolio verso programmi sociali, come istruzione e sanità di massa, ampliando al tempo stesso la partecipazione politica attraverso consigli comunali e cooperative.

La sfida venezuelana assunse una forma continentale 20 anni fa, nel novembre 2005, quando i leader latinoamericani si riunirono a Mar del Plata, in Argentina, per il Vertice delle Americhe. Lì, Washington cercò di imporre l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), un accordo che avrebbe vincolato la regione a una subordinazione permanente al capitale statunitense.

Il vertice si trasformò invece in un punto di svolta della storia moderna latinoamericana. Davanti a decine di migliaia di persone che urlavano “ALCA, ALCA, al carajo!”, i governi di Venezuela, Brasile, Argentina e altri rifiutarono l’accordo. Quel rifiuto, guidato politicamente da Hugo Chávez e sostenuto dai movimenti sociali del continente, segnò il crollo del consenso neoliberista e la rinascita della sovranità latinoamericana.

Da quella vittoria nacquero ALBA e Petrocaribe, meccanismi di cooperazione regionale che privilegiavano lo sviluppo sociale rispetto ai profitti aziendali. Gli Stati Uniti hanno trascorso decenni cercando di annullare tutto ciò attraverso sanzioni, colpi di Stato e ora una militarizzazione aperta dei Caraibi.

Oggi, la situazione è resa più complessa dall’ingresso di un nuovo attore sempre più potente. La Cina, negli ultimi decenni, ha mantenuto una forte alleanza con il Venezuela. A partire dai primi anni 2000, la Cina iniziò a fornire al Venezuela decine di miliardi di dollari in prestiti da ripagare con spedizioni di petrolio.

Ciò ha permesso al Venezuela di finanziare programmi sociali e infrastrutture evitando i sistemi finanziari controllati dall’Occidente, come il FMI e la Banca Mondiale. Un rapporto dell’U.S. Institute of Peace afferma: “Il boom dell’industrializzazione cinese nei primi anni 2000 creò nuove opportunità per i suoi partner commerciali ricchi di risorse in America Latina e Africa. Il presidente venezuelano Hugo Chávez fu entusiasta degli avanzamenti della Cina”

Da allora, la Cina ha anche aiutato il Venezuela a costruire ferrovie, progetti abitativi e infrastrutture di telecomunicazione nell’ambito della sua più ampia Belt and Road Initiative (BRI) per favorire lo sviluppo nel Sud globale. La partnership, a differenza di quella statunitense, non è coercitiva ma strettamente non interventista.

La Cina non sostiene cambi di regime come fanno i leader statunitensi, ma mantiene un solido supporto diplomatico, definendosi un “partner di sviluppo apolitico” mentre critica la storia delle interferenze statunitensi negli affari interni dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Nel frattempo, gli Stati Uniti criticano la mancanza di volontà della Cina di fomentare cambi di regime.

A causa dell’alleanza economica e politica tra Cina e Venezuela, è impossibile comprendere la crescente spinta alla guerra contro il Venezuela senza considerare anche la preparazione alla guerra contro la Cina. Fanno parte, dopotutto, della stessa battaglia. Come scrive il rapporto dell’USIP: “Il Venezuela rimarrà un punto chiave della rapida espansione della rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina”

I leader statunitensi sono perfettamente disposti a sacrificare la vita dei civili venezuelani se ciò significa distruggere l’economia venezuelana, installare un governo fantoccio e demolire il nascente movimento di solidarietà tra le due nazioni. Al contempo, il Venezuela ha fornito alla Cina una fonte di sovranità economica contribuendo a diversificare le sue fonti energetiche lontano dal Medio Oriente e da fornitori controllati dagli Stati Uniti, fungendo da ancora di salvezza contro sanzioni e isolamento economico.

Quindi, anche se gli Stati Uniti hanno certamente un interesse diretto nel Venezuela, il paese rappresenta anche un altro fronte nella guerra degli Stati Uniti contro la Cina, che sotto l’amministrazione Trump si è manifestata come una crescente guerra commerciale sulle risorse strategiche, una iper-militarizzazione degli alleati nel Pacifico attorno alla Cina e una repressione interna contro cittadini cinesi e sino-americani negli Stati Uniti.

Ovviamente, la Cina non rappresenta alcuna minaccia esistenziale per i cittadini statunitensi. L’unica minaccia che rappresenta è verso un sistema mondiale dominato dagli Stati Uniti e verso la perpetuazione della divisione internazionale del lavoro che mantiene pochi élite occidentali ricchi mentre il resto del mondo soffre.

La spinta degli Stati Uniti verso la guerra contro la Cina è parte di una campagna continua per ostacolare l’ascesa cinese. Mentre il mondo si muove inevitabilmente verso una nuova multipolarità, i leader statunitensi reagiscono con posture militari, coercizione economica e propaganda bellica. Le recenti tariffe di Trump contro la Cina sono solo una piccola parte di questa strategia più ampia.

Al cuore di questo confronto vi è una lotta per il controllo delle risorse e delle tecnologie strategiche che definiranno il futuro: minerali rari, semiconduttori, intelligenza artificiale e altro. La Cina domina attualmente l’offerta globale di terre rare, componenti essenziali per tutto, dagli smartphone alle turbine eoliche, fino a missili e caccia. Per gli Stati Uniti questo è intollerabile. Minaccia il loro monopolio sulla produzione high-tech e, di conseguenza, la loro supremazia militare ed economica.

Ecco perché vedrete leader politici e media perpetuare la narrativa secondo cui la Cina sta “armando” il commercio, nonostante siano i paesi occidentali ad aver ucciso milioni di persone attraverso sanzioni unilaterali dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma la Cina, come nazione sovrana, ha il diritto di proteggere le sue risorse strategiche, specialmente quando vengono usate contro di essa.

I minerali di terre rare, per esempio, vengono utilizzati dagli Stati Uniti per creare sistemi d’arma avanzati in preparazione alla guerra contro la Cina. E se la guerra economica fallirà – come inevitabilmente accadrà, se si considerano i recenti incontri Trump–Xi – allora è sempre più probabile che i leader statunitensi forzeranno uno scontro fisico, e quelle armi verranno utilizzate.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti scatenano guerre per risorse strategiche mascherandole con la propaganda. La Guerra del Golfo e l’invasione dell’Iraq — giustificate come “difesa della democrazia” e “protezione del mondo dalle armi di distruzione di massa” che non esistevano – furono in realtà volte a spartire i giacimenti petroliferi iracheni tra corporation statunitensi.

La campagna di bombardamenti della NATO in Libia rispose alla nazionalizzazione del petrolio da parte di Gheddafi e alla minaccia verso il dollaro statunitense [con il progetto di creazione di una moneta africana, ndr].

La continua occupazione della Siria riguarda la sicurezza dei giacimenti di petrolio e gas. Il rovesciamento del presidente boliviano Evo Morales era legato alla sua nazionalizzazione del litio, spesso definito il “nuovo petrolio”, oltre ai tentativi di ostacolare la concorrenza di Russia e Cina. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

La lezione è chiara: dove c’è una guerra o un intervento guidato dagli Stati Uniti, è probabile trovare sotto una qualche risorsa strategica o interesse monetario. È questo che significa essere una potenza imperialista.

Per sostenere il suo dominio, gli Stati Uniti devono continuamente estrarre, controllare o negare l’accesso ai materiali che sostengono l’industria e la tecnologia globale, come petrolio, gas, litio e minerali rari. E quando un’altra nazione osa affermare la propria sovranità sulle proprie risorse, viene etichettata come minaccia alla libertà, sanzionata, bombardata o rovesciata per mantenerla dipendente, debole e obbediente.

Cina, Venezuela e tutte le nazioni che cercano sovranità sul proprio sviluppo in modi contrari all’ordine capitalista-imperialista minacciano questo assetto, ed è per questo che vengono prese di mira – non per ragioni morali o legali. Come abbiamo visto chiaramente in due anni di genocidio finanziato dagli Stati Uniti a Gaza, né la moralità né la legalità guidano la politica statunitense.

La lotta contro l’imperialismo statunitense è una lotta globale. Stare al fianco del Venezuela, della Cina o di qualsiasi nazione che resista alla dominazione significa stare dalla parte della possibilità di un nuovo internazionalismo radicato nella solidarietà oltre i confini.

Questo è il nostro compito: collegare queste lotte, vedere in ogni atto di resistenza il riflesso della nostra stessa lotta e costruire un mondo di umanità condivisa ed eguaglianza globale.

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02/11/2025

Goodbye Hanoi - Gli USA stanno riperdendo il Vietnam

Fino a qualche anno fa sembrava che tra Stati Uniti e Vietnam potesse consolidarsi un futuro diplomatico così promettente da offuscare i legami tradizionalmente privilegiati di Hanoi con due dei principali rivali di Washington, cioè Cina e Russia.

Tra il 2009 e il 2017 ci aveva pensato Barack Obama ad avviare un serio processo di avvicinamento diplomatico tra le parti, inserendo la nazione del Sud Est Asiatico nel pivot to Asia,  la strategia statunitense volta a spostare il baricentro della politica estera Usa verso l’Asia-Pacifico al fine di bilanciare la crescente influenza di Pechino nella regione.

Nel 2013, Stati Uniti e Vietnam siglarono una Comprehensive Partnership, ossia un passo ufficiale verso relazioni stabili e multilivello, dopo decenni di diffidenza post-bellica, mentre tre anni più tardi lo stesso Obama visitò Hanoi e Ho Chi Minh City annunciando la rimozione completa dell’embargo sulle armi.

La diplomazia del bambù del Vietnam

L’avvicinamento si sarebbe intensificato ulteriormente sia sotto la prima presidenza di Donald Trump che durante quella di Joe Biden. E ancora: soltanto due anni fa sembrava che il Vietnam fosse a un passo dall’acquisto di una decina di aerei da trasporto militare C-130 dagli Usa. La notizia generò clamore ma non avrebbe avuto seguito. Già, perché alla fine Hanoi ha intensificato gli acquisti di equipaggiamento militare russo e rafforzato i rapporti economici con la Cina.

Anche se gli Stati Uniti sono rimasti sorpresi dalla doppia mossa di Hanoi, la verità è che il governo vietnamita segue una strategia diplomatica ben precisa: quella, cosiddetta, del bambù. Il termine descrive il modus operandi pragmatico del Paese: radici salde nei valori ideologici e nella difesa dello Stato socialista, ma steli e rami flessibili per adattarsi alle diverse situazioni internazionali.

In campo militare, a completare il quadro, il Vietnam applica i “quattro no”: nessuna alleanza militare formale, nessuna base straniera sul territorio, nessuno schieramento contro un altro Paese e nessun ricorso alla forza per risolvere dispute internazionali.

A tutto questo, bisogna poi aggiungere l’atteggiamento di Trump, per niente interessato – a quanto pare – a tessere relazioni più amichevoli con i membri dell’Asean, visto che il presidente statunitense ha travolto la regione con i suoi dazi commerciali, spingendo molteplici governi ad avvicinarsi a Pechino nel tentativo di attutire le conseguenze delle tariffe Usa.

Gli errori di Trump

Forse Trump, nell’affrontare le questioni asiatiche, dovrebbe accantonare l’approccio da giocatore di poker. Il Vietnam, nel caso specifico, non intende infatti essere una scommessa né tanto meno un attore passivo. Al contrario, Hanoi sta dimostrando di avere il potenziale per ritagliarsi uno spazio d’azione internazionale sempre più indipendente e in linea con il mondo multipolare.

Sia chiaro: il governo vietnamita è ben felice di mantenere buoni rapporti con Washington ma, allo stesso tempo, non intende affatto chiudere (o allentare) quelli con nessun altro per compiacere Trump. Il New York Times sostiene addirittura che in Vietnam sia cresciuta a dismisura l’esasperazione nei confronti degli Stati Uniti.

I motivi sono da ricercare negli ultimi avvenimenti decisi dall’amministrazione Trump: eliminazione degli aiuti statunitensi per l’energia pulita e per la prevenzione dell’Hiv; tariffe doganali in rialzo; indifferenza alle richieste di un incontro tra i leader per risolvere la pratica dazi; e, ciliegina sulla torta, la nuova tassa sulle importazioni Usa di mobili (e prodotti in legno) Made in Vietnam, uno dei settori prioritari per la crescita del Paese asiatico.

Nel frattempo diversi partner Usa in Asia – dal Giappone alla Corea del Sud, passando per l’Australia – temono che Trump stia perdendo Hanoi...

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23/09/2025

Perchè Trump vuole riprendere la base aerea di Bagram?

Quasi dal nulla, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto di voler riprendere il controllo della base aerea di Bagram, mentre si trovava in visita nel Regno Unito. Poi, sul social Truth, ha rincarato la dose, affermando che se i talebani non la daranno indietro, “cose brutte accadranno” al paese da cui gli USA sono scappati appena quattro anni fa.

Ovviamente, la risposta dei talebani tornati ormai saldamente al potere è stata netta e chiara: Fasihuddin Fitrat, capo di Stato Maggiore del Ministero della Difesa di Kabul, ha respinto categoricamente l’ipotesi. Se si dovesse dar retta a tutte le dichiarazioni che sentiamo, ci si dovrebbe aspettare presto un nuovo attacco stelle-e-strisce all’Afghanistan.

È chiaro che è un’opzione almeno improbabile. Non perché al Pentagono non farebbe piacere rimettere piede a poche decine di chilometri da Kabul, dove si trova Bagram, ma perché la fuga rovinosa dall’Afghanistan è stato proprio il segnale evidente dell’impossibilità per gli Stati Uniti di mantenere una presenza – o meglio, occupazione – militare globale come avevano fatto nel ventennio precedente.

Anzi, Trump è stato il primo sostenitore della riduzione del raggio di proiezione delle armate statunitensi, e dei costi che questa comporta. Inoltre, le nuove linee guida della National Defense Strategy del Dipartimento della Guerra hanno già stabilito che, almeno per il mandato di questa amministrazione, il focus si sposterà sul ‘cortile di casa’ latinoamericano.

Allora è bene capire come interpretare questa ennesima dichiarazione di The Donald foriera di caos, innanzitutto per le motivazioni che lui stesso ha fornito: la base si trova a poca distanza da siti nucleari cinesi. Ci sono vari aspetti da tener di conto per cercare di comprendere perché Bagram torna nell’equazione della ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Cerchiamo qui di elencarne brevemente i principali. 

Trump ha qualcosa da offrire a Kabul, Kabul ha qualcosa da offrire a Trump

Il governo afghano guidato dai talebani non vuole di certo permettere al nemico contro cui ha combattuto una guerra ventennale di riportare i propri militari a due passi dalla propria capitale. Allo stesso tempo, Trump potrebbe aver usato la sua solita tecnica di sparare alto, per poi intavolare un dialogo concreto su condizioni da imporre per evitare ritorsioni pesanti.

Ricordiamo che, ad oggi, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto ufficialmente il governo di Kabul. Un passo del genere porterebbe anche il resto dell’Occidente a riconoscere formalmente alla classe dirigente talebana la guida dell’Afghanistan. Ciò si tradurrebbe anche in possibili nuovi aiuti e investimenti internazionali.

Un dossier che fa enormemente gola a Kabul sono i circa 9 miliardi di asset della Banca Centrale dell’Afghanistan, congelati dagli USA. Spiccioli per la prima potenza mondiale, una boccata d’aria indispensabile per i talebani. Che potrebbero allora essere davvero interessati a trattare una qualche collaborazione militare, riguardante Bagram o meno, e non necessariamente indirizzata contro il Dragone. 

La dimensione militare e strategica nel Grande Gioco del Medio Oriente

Le infrastrutture di Bagram permettono effettivamente un enorme dispiegamento di soldati e di mezzi in una zona che si trova a ridosso della Cina. Probabilmente, i siti nucleari a cui ha fatto riferimento Trump sono alcune strutture di ricerca e di produzione di plutonio, oltre che, soprattutto, una base in cui sono presenti i missili ICBM (intercontinentali) DF-31, che possono trasportare testate nucleari.

Tuttavia, è difficile credere che il tycoon voglia alzare così velocemente la tensione con il Dragone, soprattutto mentre sta trattando sia la questione TikTok sia quella dei dazi. Non a caso, il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian si è limitato a ribadire che la Cina rispetta la sovranità dell’Afghanistan, ma non si è lanciato in stoccate profonde contro Washington.

Le parole del diplomatico cinese fanno riferimento alle accuse della presenza di soldati di Pechino nella base, mentre è più o meno certo che mezzi militari e funzionari d’intelligence statunitensi siano arrivati a Bagram lo scorso aprile. È chiaro che, oggi, anche la Cina vuole mantenere aperto il dialogo, mentre ha ben presente che quello di Trump è un messaggio più ‘complesso’.

L’importanza strategica della base di Bagram non è tanto, o non è solo, nella vicinanza alla Cina, ma nella vicinanza all’Iran e al Pakistan. Per quanto riguarda l’Iran c’è poco da spiegare, mentre è il recente accordo di difesa stretto tra Islamabad e Riyad a rappresentare un vero e proprio elemento di rottura rispetto allo scenario di sicurezza del Medio Oriente.

Il vertice dei paesi islamici a Doha non ha raggiunto risultati concreti significativi, visto che la proposta di una ‘NATO araba’ è stata affondata dagli Emirati Arabi Uniti, come riporta Middle East Eye. Allo stesso tempo, è stato un evento che ha posto al centro del dibattito dei paesi della regione il fatto che le garanzie di sicurezza statunitensi non valgano niente di fronte al ‘cane pazzo’ sionista.

L’attacco israeliano al Qatar ha spianato la strada all’incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, a margine del summit di Doha, e poi all’annuncio dell’accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, potenza nucleare, con una chiara funzione di deterrenza e protezione dall’espansionismo sionista.

La realtà che emerge è quella di nuovi patti di sicurezza centrati sull’area, accordi bilaterali, che si pongono in alternativa se non persino in contrasto con l’ordine regionale che ha in mente la Casa Bianca. La quale, dando via libera a ogni atto di Tel Aviv, ha in sostanza detto anche ai suoi alleati mediorientali che è pronta a voltargli le spalle in qualsiasi momento.

Una frammentazione dell'assetto militare regionale, che risponde in un certo senso alla frammentazione del mercato mondiale. Perché se è vero che la Cina rimane, sul lungo termine, il nemico principale degli USA, la preoccupazione che ha sempre dimostrato di avere a cuore Trump è stata quella di minare, con dazi e sanzioni, la crescita del mondo multipolare. 

Una piccola parentesi per Taiwan

Il contenimento militare della Cina rimane un obiettivo imprescindibile ma, come per le potenze europee, Washington vuole che siano i paesi intorno ai luoghi di tensione ad assumersi maggiori responsabilità. Al di là di alcune nuove installazioni nelle Filippine, sia l’AUKUS sia Taiwan stanno sperimentando sulla propria pelle questo atteggiamento.

Il blocco di 400 milioni di aiuti militari per l’arcipelago reclamato dalla Cina mostra come anche questi fondi rientrino tra gli strumenti di contrattazione usati da Trump su un campo di politica estera più largo, che unisce fini commerciali, industriali e bellici. Non si tratta più di soldi che diventano intoccabili in virtù di ragioni di sicurezza indicate come imprescindibili.

L’equilibrio tra necessità militari e commerciali è trovato in azioni dure e a volte contraddittorie, che fanno pagare profumatamente agli ‘alleati’ il sostegno stelle-e-strisce. E allora, se gli aiuti militari a Taiwan vengono bloccati, allo stesso tempo Anduril comincia a produrre direttamente in loco missili e droni sottomarini.

Allo stesso tempo, Nvidia decide di investire miliardi in Intel, così come ha fatto l’amministrazione Trump, per rilanciare la competitività della filiera dei semiconduttori statunitense, e recuperare il terreno perso rispetto al colosso di Taiwan TSMC. È chiaro che le scelte di The Donald rappresentano un’altalena nella politica estera che, a lungo andare, può far perdere la fiducia dei partner. 

L’Afghanistan come crocevia del nuovo panorama economico mondiale

Torniamo dunque all’Afghanistan, e alla guerra al mondo multipolare pubblicamente dichiarata da Trump. La parentesi su Taiwan è stata utile a capire come i cambi di rotta netti impressi dalla Casa Bianca ai suoi indirizzi internazionali, apparentemente irrazionali, hanno una loro logica.

Puntano a mantenere l’egemonia statunitense riducendone l’esposizione globale, ma possono produrre l’effetto collaterale di far crollare intese che sembravano consolidate, come è successo con l’accordo tra Riyad e Islamabad. Ma si tratta di una strategia complessiva che tiene conto di tutti gli aspetti, forse di quelli economici ancor più di quelli militari, almeno quando non si tratta delle Americhe.

L’Afghanistan non ha solamente una posizione fondamentale negli equilibri tra grandi potenze nell’area che va dal Mediterraneo all’Indo, oggi così come negli ultimi due secoli. Ha anche importanti risorse, e negli ultimi mesi ha visto crescere la portata dei propri interessi con Cina, Russia e altri paesi per quanto riguarda il suo ruolo nei corridoi economici dell’Asia centrale.

Mosca è stata la prima capitale al mondo a riconoscere il governo instauratosi nel 2021, lo scorso luglio. Già prima i rapporti non erano mancati, così come con l’India. A gennaio il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Vikram Misri, aveva incontrato il suo omologo afghano, Amir Khan Muttaqi.

Sul tavolo c’erano dossier riguardanti sicurezza, progetti infrastrutturali e l’accesso al porto iraniano di Chabahar per il commercio. I suoi terminal sono stati al centro di un accordo che ha visto collaborare Iran e India, quest’ultima alla ricerca di una via per raggiungere l’Asia centrale oltrepassando l’ostacolo costituito dal Pakistan.

Il fatto che, praticamente in contemporanea all’annuncio sulla base di Bagram, gli Stati Uniti abbiano anche deciso di ritirare la deroga alle sanzioni per il porto di Chabahar non può essere casuale. Un ulteriore elemento di pressione su Kabul, ma che può anche inimicare in via definitiva il governo indiano, mentre continua il suo braccio di ferro col Pakistan.

Nel frattempo, i ministri degli Esteri di Cina, Pakistan e Afghanistan si sono incontrati a Pechino, lo scorso maggio, per discutere delle opportunità offerte dal dialogo trilaterale. In particolare, il confronto si è incentrato sull’estensione attraverso il paese dei talebani del CPEC, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, progetto che è parte della Belt and Road Initiative.

Ciò palesa l’importanza strategica che l’Afghanistan ha per il Dragone, e i benefici che Kabul può ricevere da questa relazione. Sempre a maggio, è stato festeggiato il passaggio di 10 mila container merci lungo la linea ferroviaria inaugurata nel 2022 che collega la Cina con l’Uzbekistan e il Kirghizistan, passando proprio per l’Afghanistan.

Insomma, chi manca nel nuovo “Grande Gioco” è proprio Washington. Il controllo di Bagram ha evidenti finalità militari, anche se probabilmente lo sguardo è rivolto più al Pakistan che alla Cina, avendo fatto innervosire l’India e dovendo controllare più da vicino il nuovo alleato dell’Arabia Saudita, ora che la fiducia verso gli USA in Medio Oriente è ai minimi per aver coperto ogni atto terroristico di Israele.

Ma piazzare una presenza nel nord dell’Afghanistan significherebbe anche poter contrastare l’influenza del mondo multipolare su uno dei crocevia fondamentali dell’Asia centrale, e minacciare da vicino la logistica di Pechino. Vera arma con cui gli Stati Uniti si stanno oggi confrontando, più delle sue testate nucleari.

In conclusione, è bene tenere gli occhi aperti sulla vicenda. Perché anche se dovesse risolversi nella solita sparata di Trump, non è stata fatta casualmente, ma palesa un altro terreno di frizione alimentato dalla Casa Bianca contro il mondo multipolare, e si inserisce in uno scenario di sicurezza mediorientale in rapida trasformazione.

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