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22/02/2026

USA - Il capitalismo “feudale” MAGA riscrive l’establishment e la politica estera

Come spesso facciamo sul nostro giornale, riportiamo articoli di analisti che reputiamo interessanti per la lucidità (o la mistificazione) con cui affrontano nodi fondamentali. Questo pezzo di Vittorio Carlini, giornalista per Il Sole 24 Ore, appartiene alla prima categoria.

Magari non tutto è condivisibile, ma gli spunti di riflessione sono importanti. Quella di Carlini è una lunga disamina che ci ricorda che quello MAGA, negli USA, non è un agitarsi irrazionale, ma una strategia definita per trasformare l’establishment della più grande potenza mondiale. E anche le regole del gioco in politica estera.

La rottura con l’ordine precedente che caratterizza questo nuovo mandato di Trump ormai sta andando ad impattare profondamente l’economia statunitense, oltre che l’agenda politica sui dossier internazionali, che all’esterno si presenta come caratterizzata da “spacconate” e “angherie” sia ai danni di nemici, che di “amici” storici. Ma che in realtà fa leva sui punti di forza che rimangono a Washington, dopo aver abbandonato il soft power.

Per quanto riguarda la situazione economica interna, l’amministrazione MAGA si sta ritagliando un ruolo fondamentale in uno spazio prima lasciato totalmente in mano all’autoregolazione dei mercati, andando ad intervenire profondamente negli affari delle compagnie private e distribuendo privilegi e favori ai gruppi di interesse che si allineano con la sua visione.

Emblematiche sono infatti le nomine di fedelissimi di Trump ai vertici di importanti organismi di regolazione del mercato, l’acquisizione statale di quote azionarie di compagnie giudicate come stategiche – Intel in primis – e i legami con figure chiave dei settori delle stable coin e dell’intelligenza artificiale.

In questa fase, i paperoni delle aziende tech e degli altri settori diventano veri e propri vassalli che si pongono sotto l’ala protettiva del “sovrano” per cercare di strappare vantaggi e trattamenti di favore. Dall’analisi complessiva della situazione economica stelle-e-strisce ne emerge dunque la volontà statale di serrarne i ranghi intorno agli obiettivi politico-strategici dell’agenda MAGA.

A farne le spese, prima tra tutti, potrebbe essere la Federal Reserve, passando poi per le crypto e le aziende principali, sia del complesso militare-industriale sia della tecnologia, in vista del probabile intensificarsi dello scontro diretto col mondo multipolare, e in particolare con la Cina.

La dinamica è quella per cui “lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere”, dice Carlini. Diremmo noi che il confronto tra grandi conglomerati capitalistici esonda definitivamente dal campo economico, dove la competizione ha raggiunto i suoi picchi, per sfociare direttamente nella guerra.

E per la guerra serve uno stato, che definisca le regole per la valorizzazione (e la tutela) dei capitali che a lui fanno riferimento, ma anche che prepari gli strumenti funzionali a rubare mercati e risorse altrui, unica strada conosciuta dal capitale per far fronte alla sua crisi. Quello della distruzione altrui (o molto più probabilmente reciproca) è l’unico orizzonte che offrono i padroni. Il progetto MAGA cerca di approfittare del peso che gli USA ancora hanno , ma le tensioni che crea sono assai pericolose.

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“Imprevedibile”. Oppure: “Inaffidabile” o anche peggio. Sono alcuni degli epiteti – chi si scorda “Taco”, ovvero Trump si tira indietro – assegnati all’attuale Presidente degli Usa. Si tratta di una scorciatoia rassicurante. È il modo più semplice attraverso cui trasformare un progetto in rumore, una strategia in capriccio.

Ma dietro la retorica muscolare (al di là delle orribili e tremende mosse di politica interna con l’ICE) o delle giravolte apparenti si muove qualcosa di più solido: la riconfigurazione del sistema capitalistico statunitense e del potere che salda politica, tecnologia e rendita. Non caos, dunque. Bensì, un nuovo ordine tutt’altro che improvvisato.

È un modello nel quale la logica delle piattaforme digitali, la concentrazione dei capitali e la centralizzazione della forza politica (e militare) si uniscono in un struttura precisa. Dove lo Stato federale non è più semplice arbitro dei mercati. Al contrario, ne diventa azionista, regolatore, garante e co-protagonista.

1. Maggiore controllo sui mercati

Il passaggio è evidente in diverse mosse dell’attuale amministrazione. Alla Sec, la Securities and exchange commission, “The Donald” ha insediato Paul Atckins, veterano repubblicano e convinto sostenitore del listino quale leva centrale dell’ordine economico.

La sua nomina segna una discontinuità netta con la stagione Biden, che aveva rafforzato vigilanza su Esg, trasparenza contabile e derivati. Atkins punta sul dossier della deregolamentazione, chiedendo che la “creazione di capitale” sia di nuovo la priorità.

È un linguaggio dove è forte l'eco degli anni Ottanta, quello della supply-side reaganiana aggiornato al mondo digitale. Il mercato deve tornare libero di oscillare, entro però una cornice politica che ne orienti priorità e limiti. E con lui la stessa autorità di controllo (Sec), la quale al segnale del Presidente dev’essere pronta a muoversi, ad esempio, per mettere in discussione l’obbligo della contabilità trimestrale a Wall Street.

Analogo messaggio è arrivato dalla Cftc, la Commodity future trading commission. Michael Selig è stato nominato con un mandato che unisce ortodossia regolatoria e apertura alle nuove frontiere finanziarie: derivati su cripto-asset e stablecoin. La Casa Bianca vuole che la supervisione resti “amichevole” verso l’innovazione, ma allineata al disegno strategico nazionale. Detto diversamente: più spazio per la sperimentazione e meno regolamentazione. È un approccio pragmatico, ma anche politico. Le piattaforme di scambio digitale e le criptovalute (le stablecoin devono garantire la loro parità con il dollaro attraverso l’acquisto di titoli di Stato Usa) diventano un tassello della sovranità americana alla medesima stregua di portaerei e chip.

2. La narrazione economica

Sullo sfondo di queste nomine si muove un’operazione più profonda: il focus sulle fonti del dato economico. Il Bureau of Labour Statistics, la macchina che produce i numeri sull’occupazione e sull’inflazione, nella scorsa estate è stato al centro di un evento clamoroso: la rimozione della commissaria nominata sotto Biden, Erika McEntarfer. Una scelta avvenuta all’indomani della pubblicazione di numeri sull’occupazione Usa non in linea con la narrazione dell’Esecutivo di un’economia in espansione. Adesso il posto è affidato – stante lo scontro sul candidato proposto dalla Casa Bianca – all’interim di William Wiatrowski, figura interna e rispettata. Ma il segnale è chiaro: Washington tenta di avere un racconto dell’economia che il più possibile rifletta la visione del Presidente. In un sistema dove le aspettative contano più dei fatti, la gestione del dato diventa strumento di potere. I numeri non mentono, ma possono essere orchestrati.

3. No all’indipendenza della Fed

Nella stessa logica si colloca, poi, il duro conflitto con la Federal reserve. Da decenni l’indipendenza della banca centrale è uno dei pilastri del capitalismo americano ed occidentale: oggi è diventato un concetto negoziabile. Due settimane fa, sono emerse iniziative investigative da parte di procuratori federali sul presidente della Fed, Jerome Powell, in merito alla sua testimonianza – resa la scorsa estate – riguardo alla ristrutturazione degli edifici della medesima banca centrale. Powell, che ha sempre tenuto un profilo piuttosto basso, ha reagito con fermezza. In un video ha definito l’indagine un pretesto nell’ambito della campagna in corso del presidente Donald Trump, finalizzata a fare pressione sulla Federal reserve affinché abbassi i tassi di interesse. Di nuovo: il Governo centrale – a detta di diversi commentatori – vuole il controllo della politica economica.

4. Le tesi di Stephen Miran

Un tesi assurda? Non proprio. Anche perché, a conferma della suddetta interpretazione, c’ è il fatto che la volontà di controllo sulla Fed è esplicitata da Stephen Miran, già capo dei consiglieri economici della Casa Bianca e oggi in una posizione di rilievo all’interno della Fed stessa. Cosa dice Miran? Beh che – essendo «la Fed già integrata con il resto del potere esecutivo» – questa dovrebbe essere soggetta a un controllo politico più stretto e a meccanismi che ne aumentino la responsabilità verso il presidente e il Congresso. In un report per il Manhattan Institute del 2024 (scritto a quattro mani con Daniel Katz) l’esperto propone riforme radicali: dall’accorciare il mandato dei governatori da 14 a 8 anni fino a renderli rimovibili dal presidente (“at his will”) e non più per giusta causa. Insomma: lo scenario pare chiaro. Se il denaro è lo strumento supremo di sovranità, chi controlla la Fed controlla il tempo stesso di mercato ed economia.

5. Lo stato nell’industria

Ma non è solo questione della presa diretta su politica monetaria e mercati. Altro segnale eclatante del nuovo capitalismo di Trump è venuto dall’industria. Nel 2025 gli Stati Uniti sono entrati ufficialmente nel capitale di Intel, con una partecipazione vicino al 10%. È una svolta importante: lo Stato diventa socio di minoranza di un campione tecnologico privato. L’obiettivo dichiarato è garantire la sovranità dei semiconduttori, ma la sostanza è un’ altra: il governo vuole dire la sua sulla governance. “The Donald” ha chiamato personalmente Li-Bu Tan, ceo di Intel, per discutere delle strategie produttive e dei rapporti asiatici. Non solo. La Casa Bianca ha subordinato il via libera all’export verso la Cina da parte di Nvidia ad una sorta di “commissione sui ricavi” – seppure si tratti di un’indicazione di massima – pari a circa il 25% sulle vendite. Ancora. Come dimenticare – rispetto al tema delle materie prime – lo shopping di partecipazioni in realtà minerarie: da Trilogi Metals (che estrae zinco in Alaska) fino a Lithium Americas attiva nel litio per le batterie. Insomma: il confine tra attività privata d’impresa e comando politico si assottiglia.

6. Il patto con le tecnologie

Una logica simile pervade, poi, i rapporti con la Silicon valley. Le pressioni su Microsoft, culminate nella richiesta – riportata da diversi osservatori – di rimuovere Lisa Monaco, responsabile per gli affari globali del colosso di Redmond ed ex vice ministro della giustizia di Biden, sono state un segnale diretto. Un messaggio che si colloca in un contesto dove Trump ha organizzato – nel rinnovato Rose Garden della Casa Bianca – una cena con molti tra i più importanti ceo e fondatori del big tech. Intorno alla tavola apparecchiata, gli “dei” della tecnologia: da Bill Gates a Satya Nadella, fino a Tim Cook, Lisa Su e Mark Zuckerberg. Senza dimenticare altri jolly del mazzo, come Sam Altman e Sundar Pichai. Un asse il quale, per diversi osservatori, è realpolitik: fare buon viso a cattivo gioco, in uno scenario in cui la Casa Bianca ha assunto un ruolo sempre più attivo nella politica industriale. Ma che, più in generale, rappresenta il salto di qualità evidente. Il matrimonio tra Trump e il business tecnologico non è più tacito: è volutamente dichiarato, nel reciproco riconoscimento di potere che ricorda – a detta di vari esperti – quello tra il sovrano e i signori feudatari nel Medioevo.

Anche la moneta digitale entra nel disegno. Con il “genius Act”, Trump ha imposto la supervisione diretta dell’Office of the comptroller of the currency – presieduto da un altro fedelissimo, Johnatan Guld – sugli emittenti delle stablecoin. Ogni token dovrà essere coperto al 100% da riserve in dollari o titoli del Tesoro. È di nuovo – ecco il fil rouge – una liberalizzazione la quale, però, non può uscire dal controllo pubblico. L’apparente criptonarchia si trasforma in nazionalizzazione della fiducia.

7. Lo scenario attuale

Queste mosse, prese insieme, delineano un nuovo assetto di potere. Lo Stato americano agisce oggi come una “piattaforma”, non più quale mero arbitro. Sempre di più Washington gestisce risorse e consenso con logiche di rete: attribuisce privilegi, concede licenze, redistribuisce accesso. Chi partecipa al sistema riceve protezione; chi ne resta fuori rischia l’emarginazione o, addirittura, il trattamento ostile. Può obiettarsi: si tratta di una situazione già esistente in passato. Vero! Ma questo non contraddice la tesi della trasformazione in atto. Da un lato, l’attuale Presidente non rappresenta altro che l’enzima catalizzatore in grado – tra mille contraddizioni – di concretizzare la reazione chimica; dall’altro, tutti gli elementi della formula già erano ben presenti sul tavolo. E non da poco tempo.

8. Gli hippy con gli anarco-capitalisti

In tal senso, per cogliere al meglio il contesto odierno, bisogna tornare indietro di mezzo secolo. Cioè, negli anni Settanta, quando la California divenne il laboratorio di un esperimento unico: la fusione tra controcultura hippy, individualismo libertario e fede nel mercato. I figli dei fiori, insieme agli ideali pacifisti e mutualisti, credevano profondamente nell’autonomia individuale e nella libertà creativa. Il successo del Whole Earth Catalog, il “Google cartaceo” ante litteram curato da Stewart Brand, risiedeva anche – e soprattutto – nella convinzione che la tecnologia potesse liberare l’uomo dai rapporti di potere tradizionali, rendendolo sovrano di sé stesso. Una visione che, a ben vedere, è alla base della cultura hacker.

Questa concezione del mondo, in cui la dimensione della socialità tendeva a dissolversi nell’autosufficienza individuale, si è poi saldata con il nascente libertarismo economico della baia di San Francisco: un’imprenditoria che diceva no allo Stato e vedeva nell’high-tech uno strumento di emancipazione personale nel libero mercato. Certo! Sul piano materiale, molte di quelle imprese – destinate a diventare colossi globali – si svilupparono anche grazie al sostegno dell’apparato pubblico e militare statunitense, in particolare attraverso la domanda di tecnologie avanzate nel settore della difesa. L’impalcatura ideologica, tuttavia, rimase quella.

Con il passare del tempo, però, il sistema ha finito per generare il proprio opposto. Deregolamentazione finanziaria, privatizzazioni, globalizzazione – abbracciata a piene mani anche dai democratici – e concentrazione dei dati hanno prodotto, come l’economia classica insegna, oligopoli più potenti di molti Stati nazionali. Il capitalismo della sorveglianza descritto da Shoshana Zuboff, in cui il plusvalore “estratto” dagli utenti sono le informazioni sulle loro vite, e il capitalismo del cloud sono diventati così gli strumenti di un dominio perlopiù invisibile: la rendita che sostituisce il profitto e l’accesso che si trasforma in privilegio.

9. La Casa Bianca e l’hardware del potere

In un simile contesto, Trump chiude il cerchio. Dove la Silicon Valley aveva costruito infrastrutture immateriali di controllo – algoritmi, piattaforme, ecosistemi high-tech – la Casa Bianca costruisce oggi l’hardware del potere: nomine, decreti, autorità. Lo Stato si appropria della logica di rete, centralizzando le proprie funzioni. È la traduzione fisica del potere digitale.

Questo processo, coerente con l’ambito di provenienza dello stesso Trump, investe anche settori industriali più tradizionali. L’appeasement del mondo petrolifero non è una contraddizione, ma rafforza una struttura di potere che richiama, per analogia, dinamiche di tipo feudale. Trump agisce come un monarca del XXI secolo: distribuisce favori, contratti, accessi; assegna ruoli chiave nei nodi strategici del sistema – dalle authority di regolazione ai campioni industriali – e in cambio ottiene lealtà politica.

In un simile quadro, il rapporto con le élite economiche diventa esplicito e ritualizzato. I vertici delle Big Tech e dell’industria energetica vengono accolti simbolicamente nel cuore del potere esecutivo, in un riconoscimento reciproco di autorità che segna il superamento della separazione tradizionale tra Stato e mercato. Come osservano diversi economisti, quest’ultimo tende così a essere sostituito da un sistema di “rente politique”, in cui la rendita nasce dall’appartenenza al perimetro riconducibile a Washington. La concorrenza formale sopravvive – quella reale, per usare una formula cara a Peter Thiel, è sempre più residuale – mentre uno dei principali vantaggi competitivi diventa la relazione personale con il decisore politico.

Per imprese e investitori il nuovo assetto è ambivalente: offre stabilità, incentivi e protezione industriale. La volatilità dei mercati, però, non è più legata soltanto ai dati economici o alle scelte sui tassi, bensì anche alle parole e ai segnali provenienti dalla Casa Bianca. L’economia americana resta potente, ma più gerarchica. Il capitalismo della libertà assume il retrogusto del capitalismo della fedeltà.

10. La geopolitica

A livello geopolitico, la trasformazione si inserisce in una traiettoria globale già in atto. Nella progressiva separazione tra il blocco americano – che nella visione trumpiana include l’intero emisfero occidentale e si estende fino all’avamposto da conquistare rappresentato dalla Groenlandia – e le aree di influenza della Cina, emerge un modello economico in cui il pubblico-militare entra direttamente nei circuiti tecnologici e finanziari. Trump non inventa questa tendenza: la americanizza. L’ideologia libertaria della Silicon Valley viene assorbita nella sovranità nazionale. Il paradosso è compiuto: l’anarchia digitale produce un nuovo ordine centralizzato.

Non è un ritorno al socialismo, né un’estensione del liberismo. È una mutazione del capitalismo stesso: post-industriale, iper-tecnologico e politicamente centrato. Lo Stato torna protagonista non per redistribuire ricchezza, ma per amministrare la scarsità del potere. Nel linguaggio dei mercati, è la fusione tra rischio politico e rischio di credito. In quello della storia, è la reincarnazione del sovrano nel XXI secolo. È il capitalismo della fedeltà a Trump non in quanto persona, ma in ciò che lui rappresenta. Un apparato politico, economico e militare che – come era prevedibile – è uscito dalla lampada, che da tempo era ben in vista sul tavolo. Un apparato sempre di più pronto a prepararsi allo scontro finale con il colosso cinese.

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26/12/2025

Gli USA sanzionano Breton, ex Commissario UE. Si allarga la frattura tra le sponde dell’Atlantico

Se la UE ha raggiunto il proprio punto di non ritorno, riguardo alla trasformazione in una democratura in cui vige la legge della guerra, l’amministrazione Trump ha fatto un passo avanti con le ultime sanzioni da “caccia alle streghe” nella transizione verso una fase nuova della competizione globale, in cui lo scontro è ormai esplicito tra aree macroeconomiche con interessi contrastanti.

Gli Stati Uniti hanno imposto sanzioni a cinque personalità europee. Non si tratta di provvedimenti economici, né di sanzioni ad personam devastanti come quelle decise dalla UE contro chi considera “amico di Putin”, ma del divieto di ingresso sul territorio statunitense. Tutti i colpiti sono in un qualche modo legati al campo della cosiddetta “lotta alla disinformazione” e/o alla regolazione delle attività dei giganti del web. Ma il caso assume un peso particolare, poiché tra i sanzionati c’è l’ex Commissario UE Thierry Breton.

Responsabile per il Mercato interno e i Servizi del primo mandato von der Leyen, Breton è considerato l’architetto del Digital Services Act (DSA), che ha definito il quadro entro cui operano le Big Tech del digitale. Il politico francese è stato anche protagonista delle indagini su X, Meta e TikTok, per la presunta diffusione di “notizie false” e “discorsi di odio”.

Per Marco Rubio si è invece trattato di una serie di operazioni progettate per danneggiare gli States. Il Segretario di Stato USA ha scritto su X: “per troppo tempo, gli ideologi europei hanno condotto azioni concertate per costringere le piattaforme americane a sanzionare le opinioni americane alle quali si oppongono”.

La sanzione appare in maniera evidente una ritorsione immediata alla multa da 120 milioni di euro comminata proprio a X, che è anche la prima decisione di non conformità adottata sotto il DSA. Sempre a X anche Breton ha affidato la sua risposta: dopo aver ricordato che il 90% del Parlamento Europeo ha votato quella normativa, si è chiesto se fosse “tornata la caccia alle streghe di McCarthy”. Dimenticando che quella era una “caccia ai comunisti”, mentre questo scontro è tra banditi ex complici...

Von der Leyen e un portavoce di Londra hanno difeso la “libertà di parola”, mentre Macron ha parlato “di intimidazione e coercizione nei confronti della sovranità digitale europea”. Ma altri commenti sono il sintomo dell’estrema difficoltà con cui le capitali europee stanno affrontando questa accelerazione delle tensioni internazionali, anche nel fu campo euroatlantico.

Il ministro degli Esteri tedesco ha scritto su X che l’obiettivo deve essere “chiarire le divergenze di opinione con gli USA nel quadro del dialogo transatlantico, al fine di rafforzare la nostra partnership”, mentre il suo omologo spagnolo ha parlato del provvedimento contro Breton come di una “misura inaccettabile tra partner e alleati”.

Alcuni vertici europei continuano a invocare una parità con gli USA che Washington non intende affatto permettere neanche a parole, come la seconda amministrazione Trump ha chiarito esplicitamente, ma che nei fatti era già evidente, ad esempio sulla questione ucraina, sul Nord Stream, e così via, anche ai tempi di Biden. O si è vassalli piegati in due, o si è avversari. In un mondo multipolare, non c’è interesse ad avere un alleato che rappresenta solo una spesa, e che tenta persino di diventare un competitor alla pari in alcuni settori.

Difatti, la preoccupazione per la “libera informazione” non è davvero nell’agenda né di Washington né di Bruxelles, come dimostra anche la recente stretta sulla libertà di parola che è stata osservata in Europa sia ai livelli nazionali sia a quello comunitario. È pura e semplice propaganda per legittimare la specificità del modello europeo nella sua aspirazione a diventare un impero retoricamente “al servizio di buoni propositi”, come ebbe a dire un altro ex ministro francese, Bruno Le Maire.

È da anni che la UE tenta di limitare lo strapotere delle Big Tech statunitensi, non per bontà di privacy e libertà di pensiero, ma perché è uno di quei settori su cui davvero non c’è nessuno che possa competere. La burocrazia e l’estrema inflazione di regolamentazione tipica della UE è stata quindi usata come arma per limitare in qualche misura le operazioni delle grandi piattaforme nel Vecchio Continente.

La negazione del visto a Breton, per quanto non possa avere risvolti politici immediati su questo quadro regolatorio, è un segnale molto duro rispetto al fatto che i vassalli europei hanno raggiunto il limite, anche in questo ambito. Il messaggio è “fatela finita”, in vista del Digital Omnibus e del pacchetto Cloud, AI and Development Act, che è previsto in arrivo nel 2026. Altrimenti, le ritorsioni potrebbero essere peggiori.

L’insegnamento che però va tratto da queste sanzioni è uno soltanto: siamo in una fase storica completamente nuova, in cui l’illusione euroatlantica è finita. UE e USA hanno interessi contrastanti, ed esprimono linee strategiche che fanno sempre più fatica a procedere in maniera complementare. Nel multipolarismo, sarà una corsa in cui non verrà risparmiato nessun colpo per affermare la propria egemonia. La UE, però, è ancora un vaso di coccio tra vasi di ferro.

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15/11/2025

La guerra degli Stati Uniti contro la Cina, il Venezuela e la sinistra internazionale

Ovunque si guardi, gli Stati Uniti sono in guerra: in patria, attraverso l’occupazione militare delle città, la violenza istituzionale e i rapimenti autorizzati dallo Stato; e all’estero, tramite coercizione economica, guerre per procura e interminabili interventi. In tempi come questi, quando è fin troppo facile lasciarsi sopraffare dalla natura inesauribile della macchina bellica, dobbiamo ricordare che non si tratta di crisi separate, ma di fronti diversi della stessa lotta. E resisterne uno significa resisterli tutti.

Il nemico, in ogni caso, è l’imperialismo statunitense.

Movimenti di resistenza contro l’imperialismo statunitense sono sorti in tutto il mondo in risposta alla sua violenza indiscriminata e alla mancanza di rispetto per la vita umana. Insieme, formano il fronte vivo della sinistra internazionale, una rete di persone e organizzazioni che cercano la liberazione dagli stessi sistemi di dominio e controllo coloniale.

Sebbene le forme differiscano – dagli accampamenti studenteschi agli scioperi dei lavoratori – lo scopo rimane lo stesso: la fine dell’impero e la creazione di un nuovo mondo multipolare fondato sulla semplice verità della nostra comune umanità e dell’eguale valore di ogni nazione e popolo.

L’alleanza tra Cina e Venezuela fa parte di questo progetto più ampio. E la spinta statunitense alla guerra contro entrambe le nazioni non è altro che una reazione violenta alla verità imminente che lo status egemonico degli Stati Uniti sta svanendo e con esso il loro controllo sulle risorse globali, sul potere politico e sulla capacità di dettare i termini dello sviluppo e della sovranità per il resto del mondo.

Nel corso dell’ultimo mese, l’amministrazione Trump ha lanciato una serie di attacchi contro imbarcazioni da pesca venezuelane, sostenendo di voler reprimere i trafficanti di droga. La menzogna è tanto poco originale quanto assurda, e rappresenta un esempio lampante della facciata ormai logora della presunta “moralità” dell’internazionalismo liberale. La verità emerge spesso in periodi di turbolenza, quando l’agitazione prevale sul calcolo; la consapevolezza di un imminente declino è così grave che l’impero non cerca quasi più di nascondere le sue vere intenzioni.

Qual è dunque la verità?

La verità è che la guerra degli Stati Uniti contro il Venezuela non ha nulla a che vedere con la droga e tutto a che fare con il controllo. Per anni, il Venezuela ha affrontato pressioni incessanti, guerra economica, sanzioni e minacce costanti volte a minarne la sovranità e a mantenerlo sotto lo stivale dell’impero statunitense. Come per molte nazioni, l’interesse degli Stati Uniti nel Venezuela riguarda le risorse strategiche e il potere.

Primo: il Venezuela si trova sopra le più grandi riserve petrolifere conosciute al mondo [quelle di cui c’è assoluta certezza, non solo la “possibilità”, ndr], insieme a importanti depositi di oro, coltan e altri minerali cruciali per la tecnologia e la produzione energetica. Il controllo di queste risorse strategiche significa controllo dei mercati globali e della sicurezza energetica. Secondo: la posizione geografica del Venezuela all’interno dell’America Latina lo rende un punto di leva fondamentale nella regione.

Eppure la sfida del Venezuela non è sorta dal nulla. È arrivata dopo più di un secolo di dominio statunitense nell’emisfero: dall’invasione di Haiti all’occupazione del Nicaragua, dai colpi di Stato in Guatemala, Cile e Honduras. Ciò che unisce queste storie è un unico messaggio proveniente da Washington: nessuna nazione latinoamericana ha il diritto di seguire un percorso indipendente.

La Rivoluzione Bolivariana, avviata con l’elezione di Hugo Chávez nel 1998, fu una sfida diretta a quell’ordine. Emersa dalle rovine del collasso neoliberista, affrontò la condizione storica del Venezuela come Stato rentier subordinato agli interessi statunitensi. Chávez dirottò i proventi del petrolio verso programmi sociali, come istruzione e sanità di massa, ampliando al tempo stesso la partecipazione politica attraverso consigli comunali e cooperative.

La sfida venezuelana assunse una forma continentale 20 anni fa, nel novembre 2005, quando i leader latinoamericani si riunirono a Mar del Plata, in Argentina, per il Vertice delle Americhe. Lì, Washington cercò di imporre l’Area di Libero Commercio delle Americhe (ALCA), un accordo che avrebbe vincolato la regione a una subordinazione permanente al capitale statunitense.

Il vertice si trasformò invece in un punto di svolta della storia moderna latinoamericana. Davanti a decine di migliaia di persone che urlavano “ALCA, ALCA, al carajo!”, i governi di Venezuela, Brasile, Argentina e altri rifiutarono l’accordo. Quel rifiuto, guidato politicamente da Hugo Chávez e sostenuto dai movimenti sociali del continente, segnò il crollo del consenso neoliberista e la rinascita della sovranità latinoamericana.

Da quella vittoria nacquero ALBA e Petrocaribe, meccanismi di cooperazione regionale che privilegiavano lo sviluppo sociale rispetto ai profitti aziendali. Gli Stati Uniti hanno trascorso decenni cercando di annullare tutto ciò attraverso sanzioni, colpi di Stato e ora una militarizzazione aperta dei Caraibi.

Oggi, la situazione è resa più complessa dall’ingresso di un nuovo attore sempre più potente. La Cina, negli ultimi decenni, ha mantenuto una forte alleanza con il Venezuela. A partire dai primi anni 2000, la Cina iniziò a fornire al Venezuela decine di miliardi di dollari in prestiti da ripagare con spedizioni di petrolio.

Ciò ha permesso al Venezuela di finanziare programmi sociali e infrastrutture evitando i sistemi finanziari controllati dall’Occidente, come il FMI e la Banca Mondiale. Un rapporto dell’U.S. Institute of Peace afferma: “Il boom dell’industrializzazione cinese nei primi anni 2000 creò nuove opportunità per i suoi partner commerciali ricchi di risorse in America Latina e Africa. Il presidente venezuelano Hugo Chávez fu entusiasta degli avanzamenti della Cina”

Da allora, la Cina ha anche aiutato il Venezuela a costruire ferrovie, progetti abitativi e infrastrutture di telecomunicazione nell’ambito della sua più ampia Belt and Road Initiative (BRI) per favorire lo sviluppo nel Sud globale. La partnership, a differenza di quella statunitense, non è coercitiva ma strettamente non interventista.

La Cina non sostiene cambi di regime come fanno i leader statunitensi, ma mantiene un solido supporto diplomatico, definendosi un “partner di sviluppo apolitico” mentre critica la storia delle interferenze statunitensi negli affari interni dei paesi dell’America Latina e dei Caraibi. Nel frattempo, gli Stati Uniti criticano la mancanza di volontà della Cina di fomentare cambi di regime.

A causa dell’alleanza economica e politica tra Cina e Venezuela, è impossibile comprendere la crescente spinta alla guerra contro il Venezuela senza considerare anche la preparazione alla guerra contro la Cina. Fanno parte, dopotutto, della stessa battaglia. Come scrive il rapporto dell’USIP: “Il Venezuela rimarrà un punto chiave della rapida espansione della rivalità strategica tra Stati Uniti e Cina”

I leader statunitensi sono perfettamente disposti a sacrificare la vita dei civili venezuelani se ciò significa distruggere l’economia venezuelana, installare un governo fantoccio e demolire il nascente movimento di solidarietà tra le due nazioni. Al contempo, il Venezuela ha fornito alla Cina una fonte di sovranità economica contribuendo a diversificare le sue fonti energetiche lontano dal Medio Oriente e da fornitori controllati dagli Stati Uniti, fungendo da ancora di salvezza contro sanzioni e isolamento economico.

Quindi, anche se gli Stati Uniti hanno certamente un interesse diretto nel Venezuela, il paese rappresenta anche un altro fronte nella guerra degli Stati Uniti contro la Cina, che sotto l’amministrazione Trump si è manifestata come una crescente guerra commerciale sulle risorse strategiche, una iper-militarizzazione degli alleati nel Pacifico attorno alla Cina e una repressione interna contro cittadini cinesi e sino-americani negli Stati Uniti.

Ovviamente, la Cina non rappresenta alcuna minaccia esistenziale per i cittadini statunitensi. L’unica minaccia che rappresenta è verso un sistema mondiale dominato dagli Stati Uniti e verso la perpetuazione della divisione internazionale del lavoro che mantiene pochi élite occidentali ricchi mentre il resto del mondo soffre.

La spinta degli Stati Uniti verso la guerra contro la Cina è parte di una campagna continua per ostacolare l’ascesa cinese. Mentre il mondo si muove inevitabilmente verso una nuova multipolarità, i leader statunitensi reagiscono con posture militari, coercizione economica e propaganda bellica. Le recenti tariffe di Trump contro la Cina sono solo una piccola parte di questa strategia più ampia.

Al cuore di questo confronto vi è una lotta per il controllo delle risorse e delle tecnologie strategiche che definiranno il futuro: minerali rari, semiconduttori, intelligenza artificiale e altro. La Cina domina attualmente l’offerta globale di terre rare, componenti essenziali per tutto, dagli smartphone alle turbine eoliche, fino a missili e caccia. Per gli Stati Uniti questo è intollerabile. Minaccia il loro monopolio sulla produzione high-tech e, di conseguenza, la loro supremazia militare ed economica.

Ecco perché vedrete leader politici e media perpetuare la narrativa secondo cui la Cina sta “armando” il commercio, nonostante siano i paesi occidentali ad aver ucciso milioni di persone attraverso sanzioni unilaterali dalla Seconda Guerra Mondiale. Ma la Cina, come nazione sovrana, ha il diritto di proteggere le sue risorse strategiche, specialmente quando vengono usate contro di essa.

I minerali di terre rare, per esempio, vengono utilizzati dagli Stati Uniti per creare sistemi d’arma avanzati in preparazione alla guerra contro la Cina. E se la guerra economica fallirà – come inevitabilmente accadrà, se si considerano i recenti incontri Trump–Xi – allora è sempre più probabile che i leader statunitensi forzeranno uno scontro fisico, e quelle armi verranno utilizzate.

Non è la prima volta che gli Stati Uniti scatenano guerre per risorse strategiche mascherandole con la propaganda. La Guerra del Golfo e l’invasione dell’Iraq — giustificate come “difesa della democrazia” e “protezione del mondo dalle armi di distruzione di massa” che non esistevano – furono in realtà volte a spartire i giacimenti petroliferi iracheni tra corporation statunitensi.

La campagna di bombardamenti della NATO in Libia rispose alla nazionalizzazione del petrolio da parte di Gheddafi e alla minaccia verso il dollaro statunitense [con il progetto di creazione di una moneta africana, ndr].

La continua occupazione della Siria riguarda la sicurezza dei giacimenti di petrolio e gas. Il rovesciamento del presidente boliviano Evo Morales era legato alla sua nazionalizzazione del litio, spesso definito il “nuovo petrolio”, oltre ai tentativi di ostacolare la concorrenza di Russia e Cina. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.

La lezione è chiara: dove c’è una guerra o un intervento guidato dagli Stati Uniti, è probabile trovare sotto una qualche risorsa strategica o interesse monetario. È questo che significa essere una potenza imperialista.

Per sostenere il suo dominio, gli Stati Uniti devono continuamente estrarre, controllare o negare l’accesso ai materiali che sostengono l’industria e la tecnologia globale, come petrolio, gas, litio e minerali rari. E quando un’altra nazione osa affermare la propria sovranità sulle proprie risorse, viene etichettata come minaccia alla libertà, sanzionata, bombardata o rovesciata per mantenerla dipendente, debole e obbediente.

Cina, Venezuela e tutte le nazioni che cercano sovranità sul proprio sviluppo in modi contrari all’ordine capitalista-imperialista minacciano questo assetto, ed è per questo che vengono prese di mira – non per ragioni morali o legali. Come abbiamo visto chiaramente in due anni di genocidio finanziato dagli Stati Uniti a Gaza, né la moralità né la legalità guidano la politica statunitense.

La lotta contro l’imperialismo statunitense è una lotta globale. Stare al fianco del Venezuela, della Cina o di qualsiasi nazione che resista alla dominazione significa stare dalla parte della possibilità di un nuovo internazionalismo radicato nella solidarietà oltre i confini.

Questo è il nostro compito: collegare queste lotte, vedere in ogni atto di resistenza il riflesso della nostra stessa lotta e costruire un mondo di umanità condivisa ed eguaglianza globale.

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02/11/2025

Goodbye Hanoi - Gli USA stanno riperdendo il Vietnam

Fino a qualche anno fa sembrava che tra Stati Uniti e Vietnam potesse consolidarsi un futuro diplomatico così promettente da offuscare i legami tradizionalmente privilegiati di Hanoi con due dei principali rivali di Washington, cioè Cina e Russia.

Tra il 2009 e il 2017 ci aveva pensato Barack Obama ad avviare un serio processo di avvicinamento diplomatico tra le parti, inserendo la nazione del Sud Est Asiatico nel pivot to Asia,  la strategia statunitense volta a spostare il baricentro della politica estera Usa verso l’Asia-Pacifico al fine di bilanciare la crescente influenza di Pechino nella regione.

Nel 2013, Stati Uniti e Vietnam siglarono una Comprehensive Partnership, ossia un passo ufficiale verso relazioni stabili e multilivello, dopo decenni di diffidenza post-bellica, mentre tre anni più tardi lo stesso Obama visitò Hanoi e Ho Chi Minh City annunciando la rimozione completa dell’embargo sulle armi.

La diplomazia del bambù del Vietnam

L’avvicinamento si sarebbe intensificato ulteriormente sia sotto la prima presidenza di Donald Trump che durante quella di Joe Biden. E ancora: soltanto due anni fa sembrava che il Vietnam fosse a un passo dall’acquisto di una decina di aerei da trasporto militare C-130 dagli Usa. La notizia generò clamore ma non avrebbe avuto seguito. Già, perché alla fine Hanoi ha intensificato gli acquisti di equipaggiamento militare russo e rafforzato i rapporti economici con la Cina.

Anche se gli Stati Uniti sono rimasti sorpresi dalla doppia mossa di Hanoi, la verità è che il governo vietnamita segue una strategia diplomatica ben precisa: quella, cosiddetta, del bambù. Il termine descrive il modus operandi pragmatico del Paese: radici salde nei valori ideologici e nella difesa dello Stato socialista, ma steli e rami flessibili per adattarsi alle diverse situazioni internazionali.

In campo militare, a completare il quadro, il Vietnam applica i “quattro no”: nessuna alleanza militare formale, nessuna base straniera sul territorio, nessuno schieramento contro un altro Paese e nessun ricorso alla forza per risolvere dispute internazionali.

A tutto questo, bisogna poi aggiungere l’atteggiamento di Trump, per niente interessato – a quanto pare – a tessere relazioni più amichevoli con i membri dell’Asean, visto che il presidente statunitense ha travolto la regione con i suoi dazi commerciali, spingendo molteplici governi ad avvicinarsi a Pechino nel tentativo di attutire le conseguenze delle tariffe Usa.

Gli errori di Trump

Forse Trump, nell’affrontare le questioni asiatiche, dovrebbe accantonare l’approccio da giocatore di poker. Il Vietnam, nel caso specifico, non intende infatti essere una scommessa né tanto meno un attore passivo. Al contrario, Hanoi sta dimostrando di avere il potenziale per ritagliarsi uno spazio d’azione internazionale sempre più indipendente e in linea con il mondo multipolare.

Sia chiaro: il governo vietnamita è ben felice di mantenere buoni rapporti con Washington ma, allo stesso tempo, non intende affatto chiudere (o allentare) quelli con nessun altro per compiacere Trump. Il New York Times sostiene addirittura che in Vietnam sia cresciuta a dismisura l’esasperazione nei confronti degli Stati Uniti.

I motivi sono da ricercare negli ultimi avvenimenti decisi dall’amministrazione Trump: eliminazione degli aiuti statunitensi per l’energia pulita e per la prevenzione dell’Hiv; tariffe doganali in rialzo; indifferenza alle richieste di un incontro tra i leader per risolvere la pratica dazi; e, ciliegina sulla torta, la nuova tassa sulle importazioni Usa di mobili (e prodotti in legno) Made in Vietnam, uno dei settori prioritari per la crescita del Paese asiatico.

Nel frattempo diversi partner Usa in Asia – dal Giappone alla Corea del Sud, passando per l’Australia – temono che Trump stia perdendo Hanoi...

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23/09/2025

Perchè Trump vuole riprendere la base aerea di Bagram?

Quasi dal nulla, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto di voler riprendere il controllo della base aerea di Bagram, mentre si trovava in visita nel Regno Unito. Poi, sul social Truth, ha rincarato la dose, affermando che se i talebani non la daranno indietro, “cose brutte accadranno” al paese da cui gli USA sono scappati appena quattro anni fa.

Ovviamente, la risposta dei talebani tornati ormai saldamente al potere è stata netta e chiara: Fasihuddin Fitrat, capo di Stato Maggiore del Ministero della Difesa di Kabul, ha respinto categoricamente l’ipotesi. Se si dovesse dar retta a tutte le dichiarazioni che sentiamo, ci si dovrebbe aspettare presto un nuovo attacco stelle-e-strisce all’Afghanistan.

È chiaro che è un’opzione almeno improbabile. Non perché al Pentagono non farebbe piacere rimettere piede a poche decine di chilometri da Kabul, dove si trova Bagram, ma perché la fuga rovinosa dall’Afghanistan è stato proprio il segnale evidente dell’impossibilità per gli Stati Uniti di mantenere una presenza – o meglio, occupazione – militare globale come avevano fatto nel ventennio precedente.

Anzi, Trump è stato il primo sostenitore della riduzione del raggio di proiezione delle armate statunitensi, e dei costi che questa comporta. Inoltre, le nuove linee guida della National Defense Strategy del Dipartimento della Guerra hanno già stabilito che, almeno per il mandato di questa amministrazione, il focus si sposterà sul ‘cortile di casa’ latinoamericano.

Allora è bene capire come interpretare questa ennesima dichiarazione di The Donald foriera di caos, innanzitutto per le motivazioni che lui stesso ha fornito: la base si trova a poca distanza da siti nucleari cinesi. Ci sono vari aspetti da tener di conto per cercare di comprendere perché Bagram torna nell’equazione della ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Cerchiamo qui di elencarne brevemente i principali. 

Trump ha qualcosa da offrire a Kabul, Kabul ha qualcosa da offrire a Trump

Il governo afghano guidato dai talebani non vuole di certo permettere al nemico contro cui ha combattuto una guerra ventennale di riportare i propri militari a due passi dalla propria capitale. Allo stesso tempo, Trump potrebbe aver usato la sua solita tecnica di sparare alto, per poi intavolare un dialogo concreto su condizioni da imporre per evitare ritorsioni pesanti.

Ricordiamo che, ad oggi, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto ufficialmente il governo di Kabul. Un passo del genere porterebbe anche il resto dell’Occidente a riconoscere formalmente alla classe dirigente talebana la guida dell’Afghanistan. Ciò si tradurrebbe anche in possibili nuovi aiuti e investimenti internazionali.

Un dossier che fa enormemente gola a Kabul sono i circa 9 miliardi di asset della Banca Centrale dell’Afghanistan, congelati dagli USA. Spiccioli per la prima potenza mondiale, una boccata d’aria indispensabile per i talebani. Che potrebbero allora essere davvero interessati a trattare una qualche collaborazione militare, riguardante Bagram o meno, e non necessariamente indirizzata contro il Dragone. 

La dimensione militare e strategica nel Grande Gioco del Medio Oriente

Le infrastrutture di Bagram permettono effettivamente un enorme dispiegamento di soldati e di mezzi in una zona che si trova a ridosso della Cina. Probabilmente, i siti nucleari a cui ha fatto riferimento Trump sono alcune strutture di ricerca e di produzione di plutonio, oltre che, soprattutto, una base in cui sono presenti i missili ICBM (intercontinentali) DF-31, che possono trasportare testate nucleari.

Tuttavia, è difficile credere che il tycoon voglia alzare così velocemente la tensione con il Dragone, soprattutto mentre sta trattando sia la questione TikTok sia quella dei dazi. Non a caso, il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian si è limitato a ribadire che la Cina rispetta la sovranità dell’Afghanistan, ma non si è lanciato in stoccate profonde contro Washington.

Le parole del diplomatico cinese fanno riferimento alle accuse della presenza di soldati di Pechino nella base, mentre è più o meno certo che mezzi militari e funzionari d’intelligence statunitensi siano arrivati a Bagram lo scorso aprile. È chiaro che, oggi, anche la Cina vuole mantenere aperto il dialogo, mentre ha ben presente che quello di Trump è un messaggio più ‘complesso’.

L’importanza strategica della base di Bagram non è tanto, o non è solo, nella vicinanza alla Cina, ma nella vicinanza all’Iran e al Pakistan. Per quanto riguarda l’Iran c’è poco da spiegare, mentre è il recente accordo di difesa stretto tra Islamabad e Riyad a rappresentare un vero e proprio elemento di rottura rispetto allo scenario di sicurezza del Medio Oriente.

Il vertice dei paesi islamici a Doha non ha raggiunto risultati concreti significativi, visto che la proposta di una ‘NATO araba’ è stata affondata dagli Emirati Arabi Uniti, come riporta Middle East Eye. Allo stesso tempo, è stato un evento che ha posto al centro del dibattito dei paesi della regione il fatto che le garanzie di sicurezza statunitensi non valgano niente di fronte al ‘cane pazzo’ sionista.

L’attacco israeliano al Qatar ha spianato la strada all’incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, a margine del summit di Doha, e poi all’annuncio dell’accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, potenza nucleare, con una chiara funzione di deterrenza e protezione dall’espansionismo sionista.

La realtà che emerge è quella di nuovi patti di sicurezza centrati sull’area, accordi bilaterali, che si pongono in alternativa se non persino in contrasto con l’ordine regionale che ha in mente la Casa Bianca. La quale, dando via libera a ogni atto di Tel Aviv, ha in sostanza detto anche ai suoi alleati mediorientali che è pronta a voltargli le spalle in qualsiasi momento.

Una frammentazione dell'assetto militare regionale, che risponde in un certo senso alla frammentazione del mercato mondiale. Perché se è vero che la Cina rimane, sul lungo termine, il nemico principale degli USA, la preoccupazione che ha sempre dimostrato di avere a cuore Trump è stata quella di minare, con dazi e sanzioni, la crescita del mondo multipolare. 

Una piccola parentesi per Taiwan

Il contenimento militare della Cina rimane un obiettivo imprescindibile ma, come per le potenze europee, Washington vuole che siano i paesi intorno ai luoghi di tensione ad assumersi maggiori responsabilità. Al di là di alcune nuove installazioni nelle Filippine, sia l’AUKUS sia Taiwan stanno sperimentando sulla propria pelle questo atteggiamento.

Il blocco di 400 milioni di aiuti militari per l’arcipelago reclamato dalla Cina mostra come anche questi fondi rientrino tra gli strumenti di contrattazione usati da Trump su un campo di politica estera più largo, che unisce fini commerciali, industriali e bellici. Non si tratta più di soldi che diventano intoccabili in virtù di ragioni di sicurezza indicate come imprescindibili.

L’equilibrio tra necessità militari e commerciali è trovato in azioni dure e a volte contraddittorie, che fanno pagare profumatamente agli ‘alleati’ il sostegno stelle-e-strisce. E allora, se gli aiuti militari a Taiwan vengono bloccati, allo stesso tempo Anduril comincia a produrre direttamente in loco missili e droni sottomarini.

Allo stesso tempo, Nvidia decide di investire miliardi in Intel, così come ha fatto l’amministrazione Trump, per rilanciare la competitività della filiera dei semiconduttori statunitense, e recuperare il terreno perso rispetto al colosso di Taiwan TSMC. È chiaro che le scelte di The Donald rappresentano un’altalena nella politica estera che, a lungo andare, può far perdere la fiducia dei partner. 

L’Afghanistan come crocevia del nuovo panorama economico mondiale

Torniamo dunque all’Afghanistan, e alla guerra al mondo multipolare pubblicamente dichiarata da Trump. La parentesi su Taiwan è stata utile a capire come i cambi di rotta netti impressi dalla Casa Bianca ai suoi indirizzi internazionali, apparentemente irrazionali, hanno una loro logica.

Puntano a mantenere l’egemonia statunitense riducendone l’esposizione globale, ma possono produrre l’effetto collaterale di far crollare intese che sembravano consolidate, come è successo con l’accordo tra Riyad e Islamabad. Ma si tratta di una strategia complessiva che tiene conto di tutti gli aspetti, forse di quelli economici ancor più di quelli militari, almeno quando non si tratta delle Americhe.

L’Afghanistan non ha solamente una posizione fondamentale negli equilibri tra grandi potenze nell’area che va dal Mediterraneo all’Indo, oggi così come negli ultimi due secoli. Ha anche importanti risorse, e negli ultimi mesi ha visto crescere la portata dei propri interessi con Cina, Russia e altri paesi per quanto riguarda il suo ruolo nei corridoi economici dell’Asia centrale.

Mosca è stata la prima capitale al mondo a riconoscere il governo instauratosi nel 2021, lo scorso luglio. Già prima i rapporti non erano mancati, così come con l’India. A gennaio il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Vikram Misri, aveva incontrato il suo omologo afghano, Amir Khan Muttaqi.

Sul tavolo c’erano dossier riguardanti sicurezza, progetti infrastrutturali e l’accesso al porto iraniano di Chabahar per il commercio. I suoi terminal sono stati al centro di un accordo che ha visto collaborare Iran e India, quest’ultima alla ricerca di una via per raggiungere l’Asia centrale oltrepassando l’ostacolo costituito dal Pakistan.

Il fatto che, praticamente in contemporanea all’annuncio sulla base di Bagram, gli Stati Uniti abbiano anche deciso di ritirare la deroga alle sanzioni per il porto di Chabahar non può essere casuale. Un ulteriore elemento di pressione su Kabul, ma che può anche inimicare in via definitiva il governo indiano, mentre continua il suo braccio di ferro col Pakistan.

Nel frattempo, i ministri degli Esteri di Cina, Pakistan e Afghanistan si sono incontrati a Pechino, lo scorso maggio, per discutere delle opportunità offerte dal dialogo trilaterale. In particolare, il confronto si è incentrato sull’estensione attraverso il paese dei talebani del CPEC, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, progetto che è parte della Belt and Road Initiative.

Ciò palesa l’importanza strategica che l’Afghanistan ha per il Dragone, e i benefici che Kabul può ricevere da questa relazione. Sempre a maggio, è stato festeggiato il passaggio di 10 mila container merci lungo la linea ferroviaria inaugurata nel 2022 che collega la Cina con l’Uzbekistan e il Kirghizistan, passando proprio per l’Afghanistan.

Insomma, chi manca nel nuovo “Grande Gioco” è proprio Washington. Il controllo di Bagram ha evidenti finalità militari, anche se probabilmente lo sguardo è rivolto più al Pakistan che alla Cina, avendo fatto innervosire l’India e dovendo controllare più da vicino il nuovo alleato dell’Arabia Saudita, ora che la fiducia verso gli USA in Medio Oriente è ai minimi per aver coperto ogni atto terroristico di Israele.

Ma piazzare una presenza nel nord dell’Afghanistan significherebbe anche poter contrastare l’influenza del mondo multipolare su uno dei crocevia fondamentali dell’Asia centrale, e minacciare da vicino la logistica di Pechino. Vera arma con cui gli Stati Uniti si stanno oggi confrontando, più delle sue testate nucleari.

In conclusione, è bene tenere gli occhi aperti sulla vicenda. Perché anche se dovesse risolversi nella solita sparata di Trump, non è stata fatta casualmente, ma palesa un altro terreno di frizione alimentato dalla Casa Bianca contro il mondo multipolare, e si inserisce in uno scenario di sicurezza mediorientale in rapida trasformazione.

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15/09/2025

APEC: verso un Mondo multipolare

Questo è il terzo articolo di una serie che esplora l’APEC nell’attuale congiuntura politica. Se i precedenti articoli hanno affrontato “Cos’è l’APEC?” e “La creazione delle catene del valore globali”, questo articolo esplora i cambiamenti sismici nell’ordine unipolare verso uno multipolare.

Se la guerra dei dazi di Trump può essere interpretata come gli Stati Uniti che ostentano il loro potere economico, può anche essere vista come un tacito riconoscimento del cambiamento globale verso un mondo multipolare: la visione dell’egemonia statunitense non è più espansiva e globale, ma si sta restringendo in interessi consolidati e sfere di influenza più adatte ad affrontare un ordine multipolare.

Tuttavia, se Trump sta accelerando questo cambiamento, non è stato lui a avviarlo né è l’unico a contribuirvi.

Crepe nell’ordine globale USA

La crisi finanziaria del 2008 ha segnato un cruciale punto di svolta nell’ordine mondiale. Di fronte a una crisi finanziaria globale, i paesi del G7 guidati dagli Stati Uniti non sono stati in grado di trovare una soluzione adeguata. Per uscire dalla crisi è stato necessario reclutare gli sforzi, le risorse e la cooperazione delle economie emergenti del Sud del mondo, in particolare della Cina.

Pertanto, il momento ha richiesto un G2 composto da Stati Uniti e Cina e un G20, composto dal G7 e dalle locomotive del Sud del mondo. È stato il G20 con le sue spese per stimoli, il rifiuto delle barriere commerciali e le riforme finanziarie ad “aver salvato un sistema finanziario globale in caduta libera”.

Eppure, una volta salvata l’economia globale, il Nord del mondo è presto tornato al business as usual, ricentrando la governance globale sul G7. Ciononostante, il momento aveva rivelato che il Nord del mondo non dominava più l’economia globale, innescando una maggiore cooperazione Sud-Sud, con la Cina al suo centro. 

Il ritorno della Cina

Nonostante sia partita dal fondo delle catene del valore globali, la Cina, attraverso politiche strategiche, ha accumulato surplus commerciali ed è emersa come un centro di produzione alternativo. Dall’integrazione nelle catene del valore capitaliste globali dopo le riforme di mercato degli anni ’90, il PIL cinese è decuplicato. Oggi, la sua produzione manifatturiera ha soppiantato quella occidentale.

Mentre il Sud del mondo assisteva all’incapacità del Nord di guidare l’economia globale nel 2008, sono emerse varie iniziative di cooperazione Sud-Sud. I BRICS, composti da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, nati nel 2009, sono diventati BRICS+ nel 2023 per includere Iran, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Etiopia e altri.

Questo allargamento ha aumentato il suo peso economico globale, in particolare nei mercati energetici, e ha amplificato il suo ruolo di contrappeso alle istituzioni guidate dall’Occidente. Le coalizioni del Sud del mondo continuano a ritagliarsi sistemi paralleli di governance economica e finanziaria che si proteggono dalla competizione e competono con le strutture di lunga data guidate dagli USA.

L’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), un gruppo politico, economico e di sicurezza eurasiatico guidato da Cina e Russia, aveva iniziato a discutere modi per espandere la cooperazione in materia di commercio, investimenti e sviluppo economico nel 2001. Dopo la guerra Russia-Ucraina, la SCO si è rafforzata, con i membri che hanno “raddoppiato gli sforzi nella relazione economica con la Russia”.

Inoltre, con la Russia che vende il suo petroliere senza denominarlo in dollari e i paesi asiatici che comprano meno debito USA, le fondamenta della “globalizzazione stanno cambiando”.
 
L’ultimo pilastro: il potere militare USA

Il compianto Immanuel Wallerstein teorizzò che l’egemonia si perda in tre fasi: produttiva, finanziaria e militare. In primo luogo, lo svuotamento della produzione statunitense è ben illustrato dal declino di Detroit, nel Michigan. La città che un tempo aveva preannunciato l’era della produzione di massa con le sue linee di produzione Ford Model T è oggi un esempio spettrale della deindustrializzazione americana.

Gli USA iniziarono a perdere la loro potenza manifatturiera dal 1979, mentre la “Riforma e Apertura” della Cina, iniziata più o meno nello stesso periodo, ha catapultato in avanti l'economia di Pechino. L’angoscia americana che esisteva contro l’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda è stata ora reindirizzata verso la Cina.

L’egemonia finanziaria USA, a lungo ancorata al ruolo del dollaro come valuta di riserva globale e al suo dominio su FMI, Banca Mondiale e WTO, è sempre più sotto pressione. Iniziative come l’esplorazione di sistemi di pagamento alternativi da parte dei BRICS+ e il finanziamento infrastrutturale della Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture (AIIB) rappresentano passi concreti per ridurre la dipendenza dalle istituzioni controllate dagli USA.

L’espansione dei BRICS+ ad Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sfida il dominio del dollaro, specialmente nei mercati petroliferi: gli acquisti di petrolio denominati in Renminbi cinese stanno erodendo il dominio del petrodollaro. Sebbene gli USA dominino ancora la finanza, collettivamente, queste mosse segnalano un graduale spostamento verso un ordine finanziario più plurale.

Nonostante l’erosione del suo dominio produttivo e finanziario, gli USA conservano ancora un potere militare schiacciante. Stime indipendenti collocano la spesa militare statunitense a oltre 1.500 miliardi di dollari all’anno. Avendo perso il dominio manifatturiero e finanziario, gli USA stanno ora combattendo una Nuova Guerra Fredda per mantenere il loro status e controllo.

Ciò che gli USA realizzano con un budget di 1.500 miliardi di dollari è una capacità senza pari di proiettare la forza militare a livello globale. Con gruppi da battaglia di portaerei, brigate di reazione rapida aviotrasportate e un’estesa presenza militare avanzata in tutto il mondo, gli USA possono schierare significative risorse di combattimento, inclusi aerei e truppe, nelle zone di crisi di tutto il mondo entro un giorno

Accerchiamento e alleanze

Gli USA usano aggressivamente il loro esercito come leva per risolvere con la forza i propri problemi. Le sue tattiche spaziano dall’informazione (attraverso i media globali dominati dagli USA) alla guerra ibrida (attraverso le istituzioni globali dominate dagli USA) fino alle guerre per procura, riflesse al meglio nel sostegno USA all’Ucraina contro la Russia, e nelle dichiarazioni dell’ex presidente Joe Biden secondo cui Israele è “l’alleato più importante dell’America in Medio Oriente e contro l’Iran”.

La strategia USA in Asia spinge gli alleati (ad es. Corea del Sud, Giappone, Filippine) ad adottare politiche e posizioni che accerchiano e mettono sotto pressione la Cina. Un esempio è lo schieramento dei sistemi missilistici THAAD in Corea del Sud nel 2017, che Washington ha inquadrato come protezione contro la Corea del Nord, ma le cui capacità radar si estendono in profondità in Cina. Accettare una tale richiesta ha giocato a favore di Washington mettendo Seul in un confronto con Pechino.

L’economia della nuova Guerra Fredda dimostra ulteriormente la continuità di questo approccio di contenimento. Sebbene la rivalità USA-Cina sia spesso associata a Trump, Obama per primo avviò i dazi sulle merci cinesi e promosse il Partenariato Trans-Pacifico per escludere la Cina. Biden ha poi continuato questa traiettoria con il Quadro Economico Indo-Pacifico e il CHIPS Act, che ha sovvenzionato la produzione di semiconduttori e le catene di approvvigionamento con gli alleati per re-industrializzare gli USA negando nel contempo l’accesso alla Cina a tecnologie d'avanguardia.

I dazi di Trump stanno semplicemente intensificando la guerra in corso contro la manifattura cinese.

Per il Sud del mondo, la lotta chiave risiede nel difendere la sovranità dalle interferenze occidentali. In Corea del Sud, ciò implica una maggiore sovranità negli sforzi di costruzione della pace con la Corea del Nord, che sono stati ripetutamente presi in ostaggio e sabotati dagli Stati Uniti.

Questo più ampio confronto sottolinea l’importanza della solidarietà internazionale nel resistere al dominio e nell’affermare il diritto di tracciare percorsi indipendenti verso la pace di fronte a una nuova Guerra Fredda globalizzata.

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13/08/2025

Panama - Lo scacco a BlackRock è una sconfitta anche per Trump

Il progetto di BlackRock di acquisire porti strategici a Panama si è concluso con un nulla di fatto. Il veto di Pechino, che ha rifiutato qualsiasi accordo senza la partecipazione di capitali cinesi, ha messo fine a mesi di trattative e speranze a stelle e strisce.

È un episodio simbolico, ma potentissimo: dimostra come gli Stati Uniti, anche nella loro dimensione finanziaria e commerciale più aggressiva, non siano più in grado di imporsi da soli in zone che un tempo consideravano cortile di casa.

Il ritorno di Trump e il mito del “piccolo impero”

Alla vigilia del secondo mandato, Donald Trump ha rilanciato il suo disegno geopolitico: un’America meno globale ma più coesa, che rinuncia all’universalismo interventista per consolidare un nucleo imperiale compatto.

Da qui l’ambizione di rimettere le mani sul Canale di Panama, nodo strategico per il commercio mondiale, già al centro delle tensioni USA-Cina da oltre un decennio. Lo stesso Trump, nel suo stile provocatorio, aveva persino evocato l’annessione del Canada e della Groenlandia, segnando un ritorno a un imperialismo esplicito ma selettivo.

BlackRock, un braccio armato troppo fragile

Nel tentativo di realizzare questa visione, Washington si è affidata a uno dei suoi attori più potenti: BlackRock. Ma la finanza, da sola, non basta più. L’idea di penetrare in America Centrale con strumenti privatistici si è scontrata con la nuova realtà multipolare: la Cina non è disposta a farsi da parte, nemmeno nei territori dove un tempo Washington esercitava il proprio dominio incontrastato.

In questa partita, Pechino ha semplicemente alzato il prezzo politico: nessun accordo senza compartecipazione cinese. BlackRock ha dovuto piegarsi, e con essa l’intera strategia americana. 

Geoeconomia e multipolarismo: l’ordine cambia

Il caso panamense riflette una trasformazione strutturale dell’ordine mondiale. La globalizzazione finanziaria a trazione americana, che per anni ha guidato acquisizioni, aperture di mercati e flussi di capitali, è ora ostacolata da logiche di potenza.

Le infrastrutture strategiche non sono più in vendita a chiunque, e la concorrenza non è solo commerciale ma anche geopolitica. In un sistema multipolare, chi controlla i nodi logistici esercita influenza politica. La Cina lo sa bene e non ha alcuna intenzione di arretrare. 

L’ambiguità strategica di Trump

Nel suo tentativo di riplasmare il ruolo globale degli Stati Uniti, Trump oscilla tra due impulsi contraddittori. Da un lato, vuole ritirarsi dal mondo per concentrarsi sulla ricostruzione interna e sulla sicurezza dei confini. Dall’altro, tenta operazioni di recupero imperiale in spazi strategici come Panama, l’Artico o i Caraibi.

Questa ambivalenza lo espone però a fallimenti strutturali: senza una chiara strategia multilivello, ogni incursione rischia di rivelarsi un boomerang.
 
Panama: laboratorio del nuovo equilibrio globale

Il rifiuto cinese di lasciare campo libero a BlackRock rappresenta molto più di una battaglia commerciale. Panama è oggi un microcosmo della transizione in atto: un’area dove interessi americani, cinesi, latinoamericani e perfino europei si incrociano e si neutralizzano a vicenda.

Chi controlla i porti, controlla i flussi, e chi controlla i flussi può esercitare un’influenza politica su intere regioni. La geopolitica si è fatta infrastrutturale e i giganti finanziari non bastano più a garantirne il dominio.

Conclusione: la fine dell’unilateralismo americano

La vicenda di Panama mostra quanto l’America fatichi a navigare in un mondo che non le appartiene più per diritto divino. Le mosse di Trump, che pure rispondono a una logica di contenimento e riorientamento imperiale, sono spesso rese inefficaci da un contesto che richiede strumenti nuovi: coalizioni, diplomazia economica, intelligenza strategica.

La forza bruta del dollaro o delle promesse non basta più. Il potere si esercita oggi anche sapendo accettare la coesistenza e gestire l’interdipendenza. Un’arte che Washington, a quanto pare, deve ancora imparare.

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16/07/2025

Shangai Cooperation Organization, innanzitutto, la sicurezza collettiva

Si è svolto ieri a Tianjin, non molto lontano da Pechino, il vertice dei ministri degli Esteri dei paesi membri della Shangai Cooperation Organization (SCO), una delle organizzazioni ‘regionali’ che ha assunto ormai un ruolo centrale negli equilibri del mondo multipolare. Fosse anche solo per il fatto che, pur con soli 10 membri, copre sostanzialmente quasi tutta l’Asia (e non solo).

Oltre a Cina, Russia e repubbliche centro-asiatiche, ne fanno parte anche India, Pakistan, Iran e Bielorussia. La SCO è una di quelle realtà di dialogo che rappresentano un forum alternativo a quelli egemonizzati dall’Occidente per ciò che riguarda la cooperazione economica, culturale, ma anche quella sulla sicurezza.

Xi Jinping, facendo gli onori di casa del Dragone che ha la presidenza annuale, ha accolto i diplomatici dei paesi SCO, in questo incontro preparatorio del summit annuale che si avrà tra il 31 agosto e il 1° settembre di quest’anno, sempre a Tianjin. Il presidente cinese ha posto l’accento sull’importanza della collaborazione con i vicini, per far fronte anche alle sfide di un mondo sempre più turbolento.

Oltra ad aver chiamato a un miglior allineamento delle politiche di sviluppo, con esplicito riferimento alla Belt and Road Initiative, si è anche espresso nettamente contro le politiche egemoniche e ‘bullistiche’, ovvero quelle dei dazi per esempio, anche se non nominate. Ha parlato chiaramente di politiche atte a promuovere un mondo multipolare più equo ed equilibrato.

Riguardo al ‘bullismo’ internazionale ha parlato il ministro russo Lavrov, commentando – al posto di Putin, che per ora non ha preso parola sull’argomento – le affermazioni di Trump. Il tycoon ha dato altri 50 giorni per risolvere la crisi ucraina, prima di implementare nuove e dure sanzioni contro Mosca.

In maniera anche un po’ ironica, Lavrov ha fatto presente che messaggi del genere ce ne sono stati tanti, e la Russia sopravviverà anche a questi. Ma, in maniera anche pragmatica, ha detto che al Cremlino vogliono capire concretamente cosa può essere messo in campo in questi due mesi. Lavrov ha tirato la stoccata dicendo sono UE e NATO che vogliono proseguire il conflitto, e Trump è sotto pressione.

Il ministro russo e Xi Jinping si sono incontrati in un faccia a faccia, a margine del vertice, discutendo vari argomenti, tra cui la visita di Putin in occasione del summit del 31 agosto-1° settembre. Lavrov ha ricordato che, con l’occasione, si festeggerà la ricorrenza degli 80 anni della sconfitta dell’imperialismo giapponese durante la Seconda guerra mondiale.

Come era già successo per le commemorazioni riguardanti il fronte europeo, Mosca sottolinea la lotta al nazismo come elemento che deve essere ricordato, soprattutto mentre la sua campagna in Ucraina si caratterizza per la volontà di ‘denazificazione’. Ma tali parole sono un chiaro riferimento anche alle dichiarazioni giapponesi commentate il giorno stesso portavoce del Ministero degli Esteri cinese Lin Jian.

Tokyo ha appena pubblicato il suo nuovo Libro bianco sulla Difesa, nel quale si afferma che la Cina può compromettere seriamente la sicurezza nazionale del paese del Sol Levante. Il governo guidato da Shigeru Ishiba avrebbe persino autorizzato l’abbattimento di qualsiasi velivolo senza pilota (di droni, in sostanza) nei cieli nipponici.

Se ci si aggiunge il fatto che il Financial Times ha ultimamente pubblicato informazioni che sembrano confermare una certa pressione da parte di Washington sugli alleati del Pacifico, Giappone e Australia, per sapere il comportamento in caso di escalation col Dragone intorno a Taiwan, si capisce meglio perché Lavrov abbia voluto ricordare gli 80 anni dalla sconfitta giapponese nella seconda guerra mondiale.

Ma non è stata solo la presenza di Lavrov ad animare il vertice. Per la prima volta da cinque anni a questa parte, il ministro degli Esteri dell’India si è recato in Cina. Un messaggio importante dopo le pesanti tensioni al confine tra i due paesi scoppiate nel maggio 2020 e continuate a fasi alterne nei successivi anni.

Infine, la figura di Araghchi Abbas, ministro degli Esteri di Teheran, è stata al centro di molte attenzioni. Le sue proposte sono state certo le più interessanti dell’incontro: istituire un centro studi per il contrasto alle sanzioni unilaterali, l’approfondimento dell’integrazione sia mediatica sia culturale per contrastare le narrazioni e la guerra cognitiva occidentale, e soprattutto la creazione di un Forum regionale per la sicurezza della SCO.

“Formare – ha detto Araghchi – un meccanismo permanente per monitorare, documentare e coordinare risposte ad aggressioni militari, atti di sabotaggio, terrorismo di stato e violazioni della sovranità nazionale degli stati membri”. Il pensiero è diretto ovviamente a come Teheran abbia dovuto affrontare senza tutele gli attacchi israeliani e statunitensi.

Ma una proposta del genere ha una portata dirompente, perché significa legare in un meccanismo di difesa comune buona parte dell’Asia. Una garanzia ulteriore contro attacchi illegali, ma un passo che potrebbe essere visto da molti come una sorta di NATO alternativa, seppur non ai livelli di impegno bellico dell’alleanza atlantica.

Staremo a vedere fino a dove arriveranno questi sforzi, soprattutto perché è difficile pensare a un accordo del genere tra dieci paesi con politiche estere spesso contrastanti.

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17/06/2025

L’errore strategico di Israele e l’alba di un nuovo Ordine Mondiale

di Peiman Salehi, da Tehran 

Nel giugno 2025, il mondo ha assistito allo scoppio di una guerra su vasta scala tra la Repubblica Islamica dell’Iran e il regime sionista di Israele. Questo conflitto, che va ben oltre la sfera militare, sta ridefinendo gli equilibri politici, mediatici e geopolitici dell'area.

All’inizio delle ostilità, Israele ha lanciato un’operazione a sorpresa contro diversi alti comandanti militari e scienziati iraniani. Tel Aviv ha considerato questo atto un successo significativo, prevedendo che avrebbe gettato l’Iran nello sconforto psicologico e ritardato la sua risposta.

Tuttavia, questa supposizione si è rivelata gravemente errata.

La Repubblica Islamica si è ripresa rapidamente e, nel giro di pochi giorni, ha lanciato una serie di attacchi senza precedenti contro città israeliane chiave come Haifa e Tel Aviv. L’entità dei danni alle infrastrutture strategiche ha suggerito una profonda rottura dell’equilibrio psicologico e politico, segnalando un cambiamento radicale nelle regole del confronto.

Con l’escalation del conflitto, il Primo Ministro Benjamin Netanyahu ha cercato con insistenza di coinvolgere gli Stati Uniti. Donald Trump, che inizialmente aveva reagito con sarcasmo alla notizia delle vittime iraniane, ha ben presto invertito il tono, presentandosi come mediatore.

Questa svolta retorica non riflette un autentico desiderio di pace, ma piuttosto la preoccupazione per le conseguenze sempre più ampie del conflitto.

Dal punto di vista di Tehran, la guerra non è semplicemente una campagna reazionaria, ma uno sforzo calcolato per alterare l’equilibrio regionale del potere. L’approccio dell’Iran indica una visione strategica mirata a ridefinire l’architettura di sicurezza dell’Asia occidentale.

Gli analisti si confrontano ora con una domanda cruciale: la guerra rimarrà confinata entro i limiti regionali, o evolverà in un confronto globale più ampio?

Le diverse posizioni delle potenze nucleari dell’Est e dell’Ovest indicano un riallineamento globale emergente. Paesi come Pakistan, India, Cina e Russia osservano la crisi attraverso le loro distinte lenti strategiche.

Nel frattempo, l’importanza geopolitica di punti critici come lo Stretto di Hormuz e Bab el-Mandeb è tornata alla ribalta, sottolineando il loro ruolo cruciale per il commercio globale e la stabilità internazionale.

Questa guerra appare sempre più come uno scontro tra due visioni contrapposte dell’ordine mondiale. Il modello liberale, centrato sugli USA e caratterizzato da interventismo, ambizioni egemoniche e strutture di potere asimmetriche, sta affrontando una resistenza senza precedenti. Al suo posto, un ordine multipolare sostenuto dalle potenze emergenti sta guadagnando terreno.

Se questo momento verrà colto con saggezza dagli stati indipendenti e dai movimenti di resistenza, potrebbe segnare una svolta nella storia politica contemporanea. Il mondo, un tempo dichiarato giunto alla “fine della storia”, sta ora assistendo al “ritorno della storia”, alimentato dalla rinnovata capacità d’azione delle nazioni sovrane.

In definitiva, per contrastare gli interventi imperiali e smantellare le strutture globali imposte, questa guerra non deve essere vista come un evento isolato, ma come un momento trasformativo nelle relazioni internazionali.

La resistenza oggi non è più solo una forza regionale: è un discorso globale che sfida il dominio. La scelta tra sottomissione e resistenza non è più solo dell’Iran; è una questione che la storia dovrà ora risolvere.

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26/05/2025

Catastrofe neoliberista. Una terapia contro la narrazione tossica

di Massimo Zucchetti

Angelo d’Orsi, storico di fama internazionale e forse il maggiore conoscitore vivente su Antonio Gramsci, è l’autore di “Catastrofe Neoliberista”, appena pubblicato per LAD Edizioni, 2025.

Dagli anni ’70 a oggi, il neoliberismo si è imposto come un sistema economico, sociale e culturale globale, espandendosi in modo inarrestabile. Attraverso l’uso strategico di guerre, rivoluzioni colorate, media e meccanismi di controllo, ha piegato stati sovrani e devastato economie locali, eliminandone la resistenza.

“Catastrofe Neoliberista” di Angelo D’Orsi è innanzitutto un vademecum della storia recente: ripercorre le origini e le dinamiche di quella che de facto è una dittatura totalitaria mondiale, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia. Come un vademecum, deve essere snello e utile: solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. L’opera ci offre gli strumenti per decifrare il presente e provare a costruire un futuro diverso.

L’analisi riguarda essenzialmente il periodo successivo al 1989-91, con il letterale naufragio della nuova “Grande Illusione”, simboleggiata dalle previsioni di Francis Fukuyama (un mondo senza più guerre, di pace e progresso): la realtà si è invece dipanata in questi tre decenni e mezzo con il neoliberismo, che ha portato a una “guerra infinita” e all’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle vittime del tritacarne imperialista.

Gli anni ’70 come cerniera tra welfare e neoliberismo.

D’Orsi descrive gli anni ’70 come la fine dei “Trenta (anni) Gloriosi” e l’apice dello stato sociale. Menziona le conquiste sociali degli anni ’60 e ’70 in Italia, come il divorzio, l’aborto, il servizio sanitario nazionale e lo statuto dei lavoratori.

Il prosieguo vede le deviazioni della “lotta di classe (dal basso)” verso la lotta armata, come reazione sbagliata ai tradimenti di molte delle speranze del dopoguerra.

Ma nel frattempo partiva anche la reazione del capitale: citando Domenico Losurdo, avveniva in contemporanea la “lotta di classe dall’alto”. D’Orsi paragona la controffensiva capitalistica a una mazza nelle mani delle classi dominanti, come il fascismo nel primo dopoguerra, citando Giovanni Arrighi. Il neoliberismo si può definire ultracapitalismo, turbocapitalismo e ipercapitalismo, citando Luciano Gallino e Rudolf Hilferding.

Il passaggio antropologico e l’ideologia del “merito”.

D’Orsi spiega il passaggio dall’esaltazione della politica all’esaltazione del privato negli anni ’80 e ’90. L’ideologia all-american del self-help e quella italica, più surrettiziamente cialtrona, del “merito” risultano degli inganni, che nascondono una feroce gerarchia sociale basata sul censo. In Italia, un episodio sintomatico: la ridenominazione del Ministero della Pubblica Istruzione in “Ministero dell’Istruzione” e ora in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.

D’Orsi cita Norberto Bobbio e Alexis de Tocqueville per sostenere che il compito fondamentale della democrazia dovrebbe essere – contrariamente a quanto sta avvenendo in Occidente – quello di ridurre le disuguaglianze, non soltanto di una generica “libertà”. Impossibile per l’autore di questo articolo non citare Sandro Pertini: la libertà senza giustizia sociale è soltanto libertà di morire di fame.

Il mondo unipolare e la guerra permanente.

D’Orsi descrive il passaggio da un mondo bipolare a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’espansione della NATO e la perdita di significato delle Nazioni Unite sono una conseguenza drammatica di questo processo, portando a una crescente conflittualità tra l’Occidente e il resto del mondo, se si trovava in dissonanza con il coro a latere del nuovo “Ballo Excelsior” del trionfo della neoliberismo.

Nel frattempo, gli anni ’90 sono stati un periodo di accrescimento della distanza tra ricchi e poveri, citando Zygmunt Bauman: quindi in direzione opposta al reale percorso democratico.

La Prima Guerra del Golfo è stata l’inizio della guerra permanente che caratterizza per ora questo ultimo quasi-quarantennio: l’inizio delle nuove “guerre asimmetriche”, citando Alberto Asor Rosa. Ultimo episodio, in Europa, prima dell’attuale, avviene nello scorso secolo: le guerre dei Balcani a partire dal 1991, fino alla guerra del Kosovo nel 1999, un tentativo di sbaragliare l’ultimo stato socialista, con il coinvolgimento del Vaticano e della Germania.

Controtendenze. L’ascesa di Putin e l’emergere della Cina.

A partire dall’inizio del nuovo secolo, iniziano a palesarsi segnali in dissonanza con il processo appena descritto. L’ascesa al potere di Vladimir Putin in Russia segna un tentativo di restituire dignità e sovranità allo stato russo, dopo il saccheggio occidentale della Russia nell’era di Boris Eltsin e della nascita degli oligarchi.

Tuttavia risale proprio ai primi anni 2000 l’individuazione dell’Ucraina come possibile “spina nel fianco” della Russia, citando Zbigniew Brzeziński: l’operazione si compie con la creazione di laboratori di armi proibite e la “normalizzazione” di forze neonaziste, in una stato vittima di un crescente estremismo suprematista dopo il golpe del 2014: l’ultima “rivoluzione colorata” non è però andata liscia come altre precedenti, si è tinta del rosso sangue delle 50 vittime dell’Euromaidan e delle 20.000 in otto anni di repressione e guerra civile nelle repubbliche russofone, sfociati nella guerra dal 2022.

I tentativi di resistenza al neoliberismo, come il socialismo del ventunesimo secolo di Chávez e lo slogan “un altro mondo è possibile”, hanno avuto nel poco coordinamento internazionalista il loro punto debole. Tuttavia, proprio in quest’ultima ottica, questi tentativi culminano nella nascita del BRICS e nell’emergere della Cina come potenza economica e tecnologica.

I BRICS stanno anche lavorando per definire una valuta unica non basata sul dollaro, incorrendo nell’ira funesta della Presidenza statunitense: Gheddafi venne eliminato nel 2011 per un analogo tentativo su una moneta unica africana, scatenando le ire principalmente della Francia.

Che fare? In questa terribile e drammatica realtà.

D’Orsi conclude che solo il multipolarismo può essere l’antidoto alla guerra di tutti contro tutti e alla guerra dei mondi. L’Occidente, in crisi, cerca di sostituire la sua capacità egemonica con l’uso della forza: il dialogo e forse l’alleanza fra Russia e Cina, oltre alla cooperazione economica dei BRICS, possono pragmaticamente essere l’unico antidoto al bullismo mondiale dell’Occidente.

L’ultimo capitolo è dedicato alla tragica cronaca attuale: D’Orsi cita i circa 60 conflitti attualmente in atto nel Mondo e si sofferma su Ucraina e Palestina: definendo quest’ultimo, senza mezzi termini per Gaza, un genocidio perpetrato nell’indifferenza e nella complicità generali.

“Catastrofe Neoliberista” di Angelo d’Orsi non è un libo che la tira in lungo o mena il can per l’aia. Come è usuale con le opere di questo autore, si legge in un amen. La fruibilità estrema non compromette però la densità di fatti e di fonti ed il rigore storico.

L’assenza di fronzoli ed il basarsi sui fatti e non sul “wishful thinking” nel quale molta cultura di “sinistra” attualmente si rifugia, rende la sua lettura quasi terapeutica, innanzi alle insalubri bestemmie culturali e morali che dobbiamo ingoiare un po’ alla volta ogni giorno.

La cura per non mitridatizzarsi e non arrendersi alla narrazione tossica è possibile: “Catastrofe Neoliberista” è senz’altro nel ricettario.

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19/04/2025

«Il cambio di rotta degli USA è partito molto prima di Trump»

Alessandro Colombo, ordinario di Relazioni internazionali all’Università Statale di Milano, si interroga nel suo ultimo lavoro sulla crisi apparentemente irreversibile dell’ordine mondiale. Il Corriere del Ticino lo ha intervistato.

Professor Colombo, è ormai evidente la crisi del sistema liberale che faceva perno sull’egemonia americana: egemonia militare, innanzitutto, ma anche economica e politica. Una crisi i cui germi, lei sostiene, erano tuttavia visibili già da molto tempo.

Abbiamo una comprensibile, quando non ingenua, tentazione di associare l’origine dell’attuale crisi dell’ordine internazionale al ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti o all’aggressione russa all’Ucraina di tre anni fa. Naturalmente, entrambi questi fatti hanno accelerato l’involuzione. Per comprendere la quale, però, dobbiamo andare indietro di quasi due decenni.

Il mutamento, la crisi dell’ordine internazionale liberale cominciano, grosso modo, alla metà del primo decennio del XXI secolo per effetto di due shock quasi contemporanei: da un lato, il fallimento politico-militare della guerra in Iraq e, con essa, di tutta l’architettura della guerra globale al terrore; dall’altro lato, la crisi economico finanziaria del 2007-2008.

Due eventi che hanno segnato, in larga misura, un tornante degli ultimi 35 anni, e che precedono la sfida della Russia e la crescita della Cina a competitore significativo degli Stati Uniti. Due eventi che ci dicono come, in realtà, l’ordine internazionale liberale sia entrato in crisi soprattutto per una serie di forzature e per errori maturati al proprio interno.

Lei sostiene che la grande illusione dell’Occidente liberale non sia stata tanto la «fine della storia», quanto forse l’idea di poter indirizzare o incanalare la storia in una determinata direzione.

A parte la lettura ingenua della fine della storia, c’è stata proprio un’amnesia storica su quello che stava avvenendo. Negli anni ’90 del Novecento abbiamo interpretato il contesto nel quale ci trovavamo come un trionfo dell’Occidente, per effetto della fine della guerra fredda e della fine delle grandi contrapposizioni politico-ideologiche del XX secolo.

Ma ci siamo dimenticati come il XX secolo fosse stato attraversato da un’altra vicenda, di gran lunga più importante dal punto di vista delle relazioni internazionali, ovvero la fine della centralità dell’Europa e la rivolta contro l’Occidente.

Ecco, questa vicenda, dopo il 1990, ha acquistato sempre più peso e credo che, in questo momento, ci troviamo a fare i conti fondamentalmente con ciò che avevamo tentato di dimenticare 35 anni fa.

A proposito del concetto di egemonia globale, lei sostiene come vi siano almeno tre condizioni necessarie: una oggettiva, la superiorità in termini di forza politica, economica e militare; una soggettiva, cioè il fatto di voler impiegare questa superiorità per guidare gli altri; e una intersoggettiva, ovvero la volontà di tutti di farsi guidare. In questo momento, almeno sul piano della condizione soggettiva, gli Stati Uniti sembrano non essere più interessati a esercitare la propria egemonia o, quantomeno, paiono proiettati verso una rimodulazione, peraltro non ancora chiara nei contenuti e negli obiettivi. Perché succede, secondo lei?

In realtà, l’attenuazione della volontà egemonica degli Stati Uniti, la diminuzione della disponibilità a impiegare il proprio strapotere per guidare gli altri, cominciano 20 anni fa. Iniziano, fondamentalmente, con il passaggio dall’amministrazione di George Bush figlio all’amministrazione di Barack Obama.

Anche Obama si è impegnato – con un linguaggio e con forzature molto minori, naturalmente, di quelli attuali – in un grande progetto di ridimensionamento degli impegni americani fuori dai confini nazionali.

Il caso di Donald Trump è più estremo, nel senso che Trump continua – sì – in una politica ormai consolidata di diminuzione e di selezione più accurata delle attività del Paese all’estero, ma lo fa con uno stile diplomatico, se vogliamo usare questa espressione, a dir poco inusuale. E poi, soprattutto, smantellando in modo drastico due pilastri dell’ordine liberale originario: il multilateralismo e il riferimento al patrimonio politico e retorico del liberalismo.

Che poi è la famosa sintesi di mercato, democrazia e diritti umani che oggi non sembra più essere egemone dal punto di vista culturale.

È così. Negli ultimi anni, alcuni Paesi – i casi più eclatanti, naturalmente, sono quelli russo e cinese – hanno cominciato a rivendicare con sempre più forza il proprio eccezionalismo politico, il proprio eccezionalismo economico e il proprio eccezionalismo culturale.

Va detto che, anche in precedenza, altri Paesi non occidentali erano diffidenti nei confronti, ad esempio, del principio dell’“ingerenza umanitaria”. Tra loro, anche alcuni Stati democratici che, per un’esperienza diversa dalla nostra, l’esperienza cioè della colonizzazione, hanno visto sin dall’inizio nel principio dell’ingerenza umanitaria il rischio di un ritorno al passato e non di una ricaduta in un futuro migliore.

Mi viene in mente quanto diceva alcuni anni fa Luciano Canfora sulla impossibilità di «esportare la democrazia» con le armi.

Ci sono state senz’altro molte forzature che hanno messo in grave crisi il diritto internazionale. Non dimentichiamo che, anche prima dell’aggressione russa all’Ucraina, il diritto internazionale era stato stirato all’estremo o violato in numerose occasioni. Per l’appunto, in nome di princìpi di ingerenza di tutti i tipi: ingerenza democratica, ingerenza umanitaria, ingerenza strategica, come nel caso della guerra globale al terrore.

Abbiamo assistito, negli ultimi 20 anni, a uno smottamento progressivo dell’ordine politico-giuridico internazionale, molto prima, lo ripeto, della catastrofe dell’ultimo quinquennio.

Nel libro lei parla espressamente della sensazione di un «mondo fuori controllo», un mondo in cui più nessuno sembra essere in grado di controllare spinte che potrebbero portare anche a guerre devastanti.

Credo che sia questa la vera novità degli ultimi 4-5 anni. Noi abbiamo conosciuto molte guerre a partire dal 1990, alcune delle quali distruttive. Ma il tipo di conflitto che avevamo iniziato a considerare quasi irrealistico e inconcepibile era lo scontro diretto tra grandi potenze.

Scontro che oggi, invece, giudichiamo possibile, anzi: non facciamo altro che parlarne, in una situazione nella quale i nostri strumenti di controllo sembrano essere venuti totalmente meno.

Il governo istituzionale della convivenza internazionale ha ceduto. Il Paese che, nel bene e nel male, ha guidato la comunità internazionale, cioè gli Stati Uniti, non sembra più essere disposto a farlo. E non ci sono Stati che possono prenderne il posto.

Anche il mondo dell’informazione giornalistica e quello accademico sembrano disorientati: i loro strumenti di comprensione della realtà, probabilmente, si sono un po’ usurati e questo ha conseguenze non soltanto sul piano teorico, cosa che sarebbe poco importante, ma anche sul piano politico, perché se non comprendiamo bene la realtà, è chiaro che facciamo fatica anche a controllarla.

Lei sostiene nel suo libro che l’unico competitore di pari livello degli Stati Uniti, la Cina, non abbia né le risorse né la volontà di esercitare un’egemonia globale. Andiamo, allora, verso un mondo in cui non ci saranno attori egemoni e forse nemmeno un ordine vero e proprio?

Questo, di per sé, non sarebbe sconvolgente. La politica internazionale è sempre vissuta nell’equilibrio tra grandi potenze. Noi abbiamo provato nel 1991 una condizione storicamente anomala e quindi, potremmo dire, stiamo tornando verso una situazione più usuale nella quale ci sono 2, 3, 4 o 5 grandi potenze in equilibrio tra loro.

Il problema è che non sappiamo più come farlo, poiché tutti i nostri strumenti cognitivi, istituzionali, politico-strategici sembrano in grande difficoltà.

Per chiudere, abbandonata l’idea che l’Occidente possa in qualche modo dominare il mondo, anche soltanto da un punto di vista culturale, che cosa ci aspetta? Dovremo fare i conti con il disordine? E che cosa intende quando spiega, nella parte finale del suo libro, che bisogna «liberarsi dalla propensione all’autoindulgenza»? Forse che è sbagliato continuare a credersi migliori degli altri?

Realisticamente, il primo passo che dobbiamo fare, credo, è non buttare via le nostre preferenze, la nostra cultura, ma metterci in testa che nel mondo del XXI secolo, per avere un ordine internazionale, sarà necessario trovare una combinazione, una conciliazione, una sintesi tra le nostre preferenze e le preferenze degli altri.

Se pretenderemo di affermare, senza alcuna concessione, le nostre preferenze, temo che andremo quasi inevitabilmente incontro a un conflitto distruttivo.

In qualche modo ha anticipato l’ultima domanda che volevo farle. Il titolo del suo libro è, diciamo, abbastanza pessimistico: “Il suicidio della pace”. Dobbiamo avere paura del futuro perché ci siamo giocati la pace oppure, secondo lei, c’è ancora la possibilità che qualcosa succeda?

C’è ancora assolutamente la possibilità che qualcosa succeda, e non necessariamente essa sarà negativa. Ma questa possibilità dipende da noi, fondamentalmente. Dipende cioè dal fatto che – questa io credo sia la nostra sfida – torniamo a consultare il calendario, vale a dire che ci rendiamo conto di essere nel 2025, non più nel 1995 e meno che mai nel 1880.

Non siamo più in un mondo in cui possiamo plasmare come vogliamo i contesti internazionali.

Se invece insisteremo a pensare di poter modellare le relazioni internazionali a nostro piacimento, allora penso che davvero aumenteremo, e molto, la possibilità che si vada verso un disastro.

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