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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/09/2026

Nel “grande gioco” dell’Asia centrale, Kabul offre le proprie ricchezze minerarie agli USA

Nel “grande gioco” di questo millennio l’Afghanistan dei talebani, forti della vittoria sulla maggiore potenza militare del mondo, ha la possibilità di agire con una certa autonomia su vari tavoli, come dimostra la proposta diretta agli Stati Uniti con cui Kabul si rende disponibile ad accogliere le imprese americane per lo sfruttamento dei giacimenti minerari del paese.

Per essere precisi, bisognerebbe dire che la direzione di questa autonomia è, al solito, determinata dall’aggressività imperialistica: qualche mese fa avevamo pubblicato un articolo che sottolineava come Washington continuasse a usare gruppi estremistici per rendere impossibile qualsiasi stabilizzazione del paese e, dunque, anche la funzionalità di qualsiasi accordo con la Cina per le sue ricchezze sotterranee.

Circa un anno fa, Trump aveva parlato di riprendersi la base militare di Bagram, nel paese centro-asiatico. La sparata sembrava certo esagerata, allora, ma avevamo già sottolineato come l’Afghanistan fosse sempre più un crocevia strategico, sia a livello commerciale sia militare, nel crescente tentativo degli imperialisti occidentali di impedire l’ascesa di un mondo multipolare.

Insomma, i motivi per cercare un’intesa tra la Casa Bianca e il governo di Kabul erano reali, e c’erano anche gli elementi per uno scambio: le riserve della banca centrale afghana, più di 9 miliardi di dollari complessivi, di cui 7 attualmente depositati e congelati presso istituzioni finanziarie negli Stati Uniti.

Questa potrebbe essere la contropartita nell’offerta fatta dai talebani. A tracciare i contorni dell’iniziativa è stato il ministro afghano degli Esteri, Amir Khan Muttaqi, in un’intervista concessa al Financial Times. Muttaqi ha sottolineato che l’Afghanistan accoglierebbe senza riserve i capitali statunitensi, estendendo l’invito dal comparto estrattivo allo sviluppo delle infrastrutture, all’agricoltura e al commercio.

Il ministro non ha tuttavia specificato se vi siano stati contatti formali diretti con l’amministrazione Trump per discutere dei dettagli. Al centro dell’offerta vi sarebbe dunque un sostanziale sostegno allo sviluppo e alla stabilizzazione del paese, oltre allo sblocco degli asset finanziari congelati e alla cancellazione delle sanzioni, anche se su questi punti il ministro di Kabul non ha proferito parola.

Nella logica predatoria che ha imboccato l’imperialismo statunitense la proposta di sfruttare un patrimonio geologico stimato in almeno mille miliardi di dollari è davvero allettante. L’eccezionale entità di queste riserve era stata certificata già nel 2007 da una valutazione preliminare condotta congiuntamente dallo US Geological Survey (USGS) e dall’Afghanistan Geological Survey nell’ambito di un programma finanziato dall’USAID.

I rilievi avevano mappato concentrazioni massicce di litio, cobalto, rame e altri minerali indispensabili per la produzione di batterie e lo sviluppo delle più avanzate tecnologie; ma c’è anche oro, argento, rubini, smeraldi, lapislazzuli e altre risorse non metalliche che sono di grande interesse per il padronato stelle-e-strisce.

Bisogna dire che vari analisti hanno evidenziato come si tratti ancora di una ricchezza prevalentemente teorica. Decenni di conflitti bellici hanno lasciato i depositi quasi intonsi, mentre il Paese sconta una gravissima carenza di strade, reti elettriche e impianti per l’estrazione su scala industriale. È proprio l’impegno sulla costruzione di questo tipo di infrastrutture che i talebani chiedono a Washington, in cambio dei diritti di sfruttamento dei giacimenti.

Bisognerà vedere fino a quanto Kabul rinuncerà a parte delle filiere in ambito domestico, ma sicuramente la proposta indica un certo spostamento degli indirizzi politici, dopo che il governo afghano aveva concesso centinaia di licenze per l’estrazione dei suoi minerali dopo il 2021 sia alla Cina sia all’Iran, per un valore di oltre 7 miliardi di dollari.

Non si può ignorare che nel paese operano anche consorzi del Pakistan e della Turchia, che hanno da poco stretto un’alleanza con i sauditi. Condizione che, certamente, non ha reso felice Tel Aviv. Una massiccia presenza statunitense sarebbe un modo per tenere in scacco uno snodo centrale della competizione globale e rinforzare la leva rispetto a qualsiasi azione mossa contro il principale alleato di Washington nella regione.

A lungo andare, i talebani, che cercano legittimazione dalla comunità internazionale e stabilizzazione del paese, hanno deciso di fare un passo significativo verso gli States. Non sono mancate le occasioni in cui le potenze imperialiste hanno cominciato a dare legittimazione al governo di Kabul, anche se le Nazioni Unite hanno confermato che nessun processo di normalizzazione diplomatica o revoca delle sanzioni potrà compiersi senza progressi concreti e misurabili sui diritti umani.

I tempi della deriva guerrafondaia imperialista, però, non aspettano l’ONU. La pressione occidentale sembra aver maturato la possibilità di un cambiamento significativo, anche se non determinante, negli equilibri dell’area, e la proposta afghana lo conferma. Bisognerà vedere se andrà concretizzandosi.

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27/06/2026

L'UE legittimata i talebani in nome della “remigrazione”

L’arrivo di una delegazione ufficiale formata da cinque funzionari talebani a Bruxelles ha scatenato un vero e proprio terremoto politico. E non poteva essere altrimenti, dato che la UE continua a proclamarsi l’ultimo baluardo della democrazia e dei diritti, umani e civili (quelli sociali mai, ci mancherebbe...), e poi legittima senza problemi i fondamentalisti islamici afghani e, dice solo per motivi tecnici: facilitare la “remigrazione”.

L’incontro, svoltosi il 23 giugno con strettissime misure di sicurezza, aveva infatti l’obiettivo di dare un’accelerata ai canali negoziali per il rimpatrio forzato dei cittadini afghani che non hanno ottenuto il diritto di asilo nella UE, o che sono stati addirittura inseriti nelle liste dei soggetti pericolosi per la sicurezza interna.

La Commissione Europea ci ha tenuto a specificare che si è trattato solo di colloqui tecnici, e varie fonti comunitarie hanno confermato che i contatti con le autorità de facto di Kabul vanno avanti da mesi. Anzi, un primo incontro era già avvenuto proprio a Kabul, nel gennaio 2026, dopo che una ventina di governi UE (ovvero una cospicua maggioranza) aveva inviato una lettera alla Commissione affinché coordinasse il dialogo relativo ai rimpatri.

Insomma, questo insieme di specifiche, secondo i vertici europei, è più che sufficiente per schermarsi dalle accuse di legittimare il governo dei talebani, che non è stato ancora riconosciuto ufficialmente. Ma nelle azioni europee ci sono una serie di cortocircuiti che palesano la natura strumentale della propaganda intorno a democrazia e diritti.

Innanzitutto, va riportato, a livello di cronaca, che anche varie organizzazioni non governative e della società civile non sono cadute nella mistificazione unioneuropeista. Il 16 giugno, la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) aveva depositato una formale denuncia penale alle autorità giudiziarie belghe, chiedendo l’arresto immediato dei membri della delegazione afghana.

La Federazione ha ricordato che “alti dirigenti talebani sono oggetto di mandati di arresto emessi dalla Corte Penale Internazionale”. Ma come ha insegnato la questione Netanyahu, in Occidente se i terroristi sono alleati, o quantomeno utili in determinati frangenti, il diritto internazionale “vale fino a un certo punto” (Tajani docet).

C’è poi ciò che la UE decide di ignorare consapevolmente, ovvero il fatto che per i talebani questo tipo di incontri è centrale per costruire, coi tempi necessari, la legittimazione internazionale che ancora manca. E lo fanno ponendo questo lato politico, cercando il ripristino di una serie di servizi consolari e l’allentamento di altre restrizioni, come controparte di ciò che le autorità di Bruxelles millantano come una relazione esclusivamente tecnica.

Infine, c’è la realtà politica europea dietro ciò che viene definito tecnico. Se i legami con Kabul vanno avanti da mesi, appena qualche settimana fa il Parlamento Europeo ha nei fatti approvato una netta svolta anti-migranti, dando in questo caso una evidente legittimazione alla retorica della “remigrazione”.

Il 21 maggio, sempre il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione – con 480 voti favorevoli – che ha definito “apartheid di genere” il trattamento delle donne in Afghanistan. Dopo poco più di un mese, Bruxelles incontra i rappresentanti dei talebani per accordarsi su come rispedire migliaia di profughi verso quell’apartheid.

C’è una sostanza politica in questa scelta, per quanto si cerchi di diluirla. Nel mondo della politica che ragiona secondo le regole delle relazioni internazionali, in linea di massima, i contatti tra governi con nature molto differenti è la normalità. Ma quando la UE si dichiara la paladina del progressismo, e poi, in nome di deportazioni forzate promosse dall’estrema destra, si accorda con un regime che essa stessa definisce “apartheid”, mostra tutta la natura propagandistica delle risoluzioni di Strasburgo e delle note di Bruxelles.

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11/12/2025

Afghanistan, fallimento Usa da 914 miliardi di dollari

Guerra lunga, costosa e persa

Dati del rapporto dello ‘Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction’ (Sigar). La guerra più duratura della storia americana che si è conclusa con un clamoroso fallimento e con la riconquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani, detronizzati nel 2001 dall’operazione Enduring Freedom e tornati al potere dopo una lunga guerriglia contro il governo di Kabul e dopo che il negoziato diretto tra gli Usa e gli studenti coranici nella prima amministrazione di Trump pose le basi del ritiro Usa e del disastro consumatosi nell’agosto 2021, ricostruisce Inside Over.

Ma Andrea Muratore va oltre, non solo soldi, ma uomini e credibilità. «Circa 2.500 uomini sul campo nella ‘tomba degli imperi’ (prima ci cadde l’Unione Sovietica), tra stipendi, organizzazione militare e armamenti. I dati del Dipartimento della Difesa, e del Congressional Research Service imputano circa un terzo delle spese agli stipendi e poco meno di un quarto a logistica e sostegno operativo alle truppe. Nel picco di Enduring Freedom, dal 2010 al 2012, durante il mandato di Barack Obama il conflitto afghano arrivò a costare 100 miliardi di dollari annui al contribuente statunitense. Una spesa colossale, se si pensa che allora la spesa afghana degli Usa era superiore all’intero budget militare della Federazione Russa.

La ricostruzione fallita

Un forte peso l’hanno avuto le politiche di privatizzazione della guerra e di molti servizi decise dall’amministrazione di George W. Bush, in Afghanistan come in Iraq, nella strategia interventista neoconservatrice di Donald Rumsfeld e Dick Cheney. Washington strapagò appalti e commesse a imprese private per fornitura di servizi estremamente ben retribuiti che impattarono sul costo della guerra. Peggio ancora: secondo queste ricerche sono stati almeno 148,2 miliardi di dollari i fondi stanziati dal 2002 in avanti per ricostruire lo Stato afghano, per tre quinti circa (88,8 miliardi) destinati all’addestramento e al rilancio delle forze armate di Kabul al servizio dei presidenti Hamid Karzai e Ashraf Ghani, che però alla prova dei fatti si sciolsero come neve al sole di fronte al ritorno dei Talebani nel 2021.

Costi indiretti, si raddoppia

I costi indiretti: fino a 2.300 miliardi di dollari. «Ma l’Afghanistan non è diventato uno Stato solido, non ha ritrovato un’unità nazionale nel nuovo corso filo-americano, è rimasto tribalizzato e decentralizzato e piagato da corruzioni e inefficienze», denuncia Muratore. «Lo State-building americano è collassato di fronte al rilancio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan che da quattro anni controlla il Paese». Con gli oltre 3,5 miliardi di dollari spesi dopo il disastroso ritiro del 2021, compresi i 7 miliardi di dollari di armi abbandonate dalle truppe Usa nell’agosto rovente di quell’anno e una quota, enorme, di fondi sprecati in corruzione. Tra i 26 e i 29 miliardi sarebbero stati infatti drenati da frodi, mala progettazione e ruberie.

Pozzo senza fondo

«Un pozzo senza fondo che ha consumato risorse e portato a una perdita pesante di vite umane senza migliorare la sicurezza dell’Afghanistan né, men che meno, quella degli Usa». Un fallimento a tutto campo di cui il rapporto Sigar calcola solo i costi diretti. Secondo un report della Brown University, nota AntiWar, «il costo reale della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan superi i 2,3 trilioni di dollari, un totale che tiene conto delle cure ai veterani, degli interessi pagati sul debito contratto per finanziare la guerra e di altri fattori».

Un costo pagato dai contribuenti americani e dal popolo afghano intrappolato in una guerra senza fine. Da cui è uscita la situazione ante 2001: i Talebani al potere, gli Usa fuori. Celebrazione definitiva di un fallimento senza ammende.

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23/09/2025

Perchè Trump vuole riprendere la base aerea di Bagram?

Quasi dal nulla, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha detto di voler riprendere il controllo della base aerea di Bagram, mentre si trovava in visita nel Regno Unito. Poi, sul social Truth, ha rincarato la dose, affermando che se i talebani non la daranno indietro, “cose brutte accadranno” al paese da cui gli USA sono scappati appena quattro anni fa.

Ovviamente, la risposta dei talebani tornati ormai saldamente al potere è stata netta e chiara: Fasihuddin Fitrat, capo di Stato Maggiore del Ministero della Difesa di Kabul, ha respinto categoricamente l’ipotesi. Se si dovesse dar retta a tutte le dichiarazioni che sentiamo, ci si dovrebbe aspettare presto un nuovo attacco stelle-e-strisce all’Afghanistan.

È chiaro che è un’opzione almeno improbabile. Non perché al Pentagono non farebbe piacere rimettere piede a poche decine di chilometri da Kabul, dove si trova Bagram, ma perché la fuga rovinosa dall’Afghanistan è stato proprio il segnale evidente dell’impossibilità per gli Stati Uniti di mantenere una presenza – o meglio, occupazione – militare globale come avevano fatto nel ventennio precedente.

Anzi, Trump è stato il primo sostenitore della riduzione del raggio di proiezione delle armate statunitensi, e dei costi che questa comporta. Inoltre, le nuove linee guida della National Defense Strategy del Dipartimento della Guerra hanno già stabilito che, almeno per il mandato di questa amministrazione, il focus si sposterà sul ‘cortile di casa’ latinoamericano.

Allora è bene capire come interpretare questa ennesima dichiarazione di The Donald foriera di caos, innanzitutto per le motivazioni che lui stesso ha fornito: la base si trova a poca distanza da siti nucleari cinesi. Ci sono vari aspetti da tener di conto per cercare di comprendere perché Bagram torna nell’equazione della ‘terza guerra mondiale a pezzi’. Cerchiamo qui di elencarne brevemente i principali. 

Trump ha qualcosa da offrire a Kabul, Kabul ha qualcosa da offrire a Trump

Il governo afghano guidato dai talebani non vuole di certo permettere al nemico contro cui ha combattuto una guerra ventennale di riportare i propri militari a due passi dalla propria capitale. Allo stesso tempo, Trump potrebbe aver usato la sua solita tecnica di sparare alto, per poi intavolare un dialogo concreto su condizioni da imporre per evitare ritorsioni pesanti.

Ricordiamo che, ad oggi, gli Stati Uniti non hanno ancora riconosciuto ufficialmente il governo di Kabul. Un passo del genere porterebbe anche il resto dell’Occidente a riconoscere formalmente alla classe dirigente talebana la guida dell’Afghanistan. Ciò si tradurrebbe anche in possibili nuovi aiuti e investimenti internazionali.

Un dossier che fa enormemente gola a Kabul sono i circa 9 miliardi di asset della Banca Centrale dell’Afghanistan, congelati dagli USA. Spiccioli per la prima potenza mondiale, una boccata d’aria indispensabile per i talebani. Che potrebbero allora essere davvero interessati a trattare una qualche collaborazione militare, riguardante Bagram o meno, e non necessariamente indirizzata contro il Dragone. 

La dimensione militare e strategica nel Grande Gioco del Medio Oriente

Le infrastrutture di Bagram permettono effettivamente un enorme dispiegamento di soldati e di mezzi in una zona che si trova a ridosso della Cina. Probabilmente, i siti nucleari a cui ha fatto riferimento Trump sono alcune strutture di ricerca e di produzione di plutonio, oltre che, soprattutto, una base in cui sono presenti i missili ICBM (intercontinentali) DF-31, che possono trasportare testate nucleari.

Tuttavia, è difficile credere che il tycoon voglia alzare così velocemente la tensione con il Dragone, soprattutto mentre sta trattando sia la questione TikTok sia quella dei dazi. Non a caso, il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian si è limitato a ribadire che la Cina rispetta la sovranità dell’Afghanistan, ma non si è lanciato in stoccate profonde contro Washington.

Le parole del diplomatico cinese fanno riferimento alle accuse della presenza di soldati di Pechino nella base, mentre è più o meno certo che mezzi militari e funzionari d’intelligence statunitensi siano arrivati a Bagram lo scorso aprile. È chiaro che, oggi, anche la Cina vuole mantenere aperto il dialogo, mentre ha ben presente che quello di Trump è un messaggio più ‘complesso’.

L’importanza strategica della base di Bagram non è tanto, o non è solo, nella vicinanza alla Cina, ma nella vicinanza all’Iran e al Pakistan. Per quanto riguarda l’Iran c’è poco da spiegare, mentre è il recente accordo di difesa stretto tra Islamabad e Riyad a rappresentare un vero e proprio elemento di rottura rispetto allo scenario di sicurezza del Medio Oriente.

Il vertice dei paesi islamici a Doha non ha raggiunto risultati concreti significativi, visto che la proposta di una ‘NATO araba’ è stata affondata dagli Emirati Arabi Uniti, come riporta Middle East Eye. Allo stesso tempo, è stato un evento che ha posto al centro del dibattito dei paesi della regione il fatto che le garanzie di sicurezza statunitensi non valgano niente di fronte al ‘cane pazzo’ sionista.

L’attacco israeliano al Qatar ha spianato la strada all’incontro tra il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, a margine del summit di Doha, e poi all’annuncio dell’accordo di difesa tra Arabia Saudita e Pakistan, potenza nucleare, con una chiara funzione di deterrenza e protezione dall’espansionismo sionista.

La realtà che emerge è quella di nuovi patti di sicurezza centrati sull’area, accordi bilaterali, che si pongono in alternativa se non persino in contrasto con l’ordine regionale che ha in mente la Casa Bianca. La quale, dando via libera a ogni atto di Tel Aviv, ha in sostanza detto anche ai suoi alleati mediorientali che è pronta a voltargli le spalle in qualsiasi momento.

Una frammentazione dell'assetto militare regionale, che risponde in un certo senso alla frammentazione del mercato mondiale. Perché se è vero che la Cina rimane, sul lungo termine, il nemico principale degli USA, la preoccupazione che ha sempre dimostrato di avere a cuore Trump è stata quella di minare, con dazi e sanzioni, la crescita del mondo multipolare. 

Una piccola parentesi per Taiwan

Il contenimento militare della Cina rimane un obiettivo imprescindibile ma, come per le potenze europee, Washington vuole che siano i paesi intorno ai luoghi di tensione ad assumersi maggiori responsabilità. Al di là di alcune nuove installazioni nelle Filippine, sia l’AUKUS sia Taiwan stanno sperimentando sulla propria pelle questo atteggiamento.

Il blocco di 400 milioni di aiuti militari per l’arcipelago reclamato dalla Cina mostra come anche questi fondi rientrino tra gli strumenti di contrattazione usati da Trump su un campo di politica estera più largo, che unisce fini commerciali, industriali e bellici. Non si tratta più di soldi che diventano intoccabili in virtù di ragioni di sicurezza indicate come imprescindibili.

L’equilibrio tra necessità militari e commerciali è trovato in azioni dure e a volte contraddittorie, che fanno pagare profumatamente agli ‘alleati’ il sostegno stelle-e-strisce. E allora, se gli aiuti militari a Taiwan vengono bloccati, allo stesso tempo Anduril comincia a produrre direttamente in loco missili e droni sottomarini.

Allo stesso tempo, Nvidia decide di investire miliardi in Intel, così come ha fatto l’amministrazione Trump, per rilanciare la competitività della filiera dei semiconduttori statunitense, e recuperare il terreno perso rispetto al colosso di Taiwan TSMC. È chiaro che le scelte di The Donald rappresentano un’altalena nella politica estera che, a lungo andare, può far perdere la fiducia dei partner. 

L’Afghanistan come crocevia del nuovo panorama economico mondiale

Torniamo dunque all’Afghanistan, e alla guerra al mondo multipolare pubblicamente dichiarata da Trump. La parentesi su Taiwan è stata utile a capire come i cambi di rotta netti impressi dalla Casa Bianca ai suoi indirizzi internazionali, apparentemente irrazionali, hanno una loro logica.

Puntano a mantenere l’egemonia statunitense riducendone l’esposizione globale, ma possono produrre l’effetto collaterale di far crollare intese che sembravano consolidate, come è successo con l’accordo tra Riyad e Islamabad. Ma si tratta di una strategia complessiva che tiene conto di tutti gli aspetti, forse di quelli economici ancor più di quelli militari, almeno quando non si tratta delle Americhe.

L’Afghanistan non ha solamente una posizione fondamentale negli equilibri tra grandi potenze nell’area che va dal Mediterraneo all’Indo, oggi così come negli ultimi due secoli. Ha anche importanti risorse, e negli ultimi mesi ha visto crescere la portata dei propri interessi con Cina, Russia e altri paesi per quanto riguarda il suo ruolo nei corridoi economici dell’Asia centrale.

Mosca è stata la prima capitale al mondo a riconoscere il governo instauratosi nel 2021, lo scorso luglio. Già prima i rapporti non erano mancati, così come con l’India. A gennaio il ministro degli Esteri di Nuova Delhi, Vikram Misri, aveva incontrato il suo omologo afghano, Amir Khan Muttaqi.

Sul tavolo c’erano dossier riguardanti sicurezza, progetti infrastrutturali e l’accesso al porto iraniano di Chabahar per il commercio. I suoi terminal sono stati al centro di un accordo che ha visto collaborare Iran e India, quest’ultima alla ricerca di una via per raggiungere l’Asia centrale oltrepassando l’ostacolo costituito dal Pakistan.

Il fatto che, praticamente in contemporanea all’annuncio sulla base di Bagram, gli Stati Uniti abbiano anche deciso di ritirare la deroga alle sanzioni per il porto di Chabahar non può essere casuale. Un ulteriore elemento di pressione su Kabul, ma che può anche inimicare in via definitiva il governo indiano, mentre continua il suo braccio di ferro col Pakistan.

Nel frattempo, i ministri degli Esteri di Cina, Pakistan e Afghanistan si sono incontrati a Pechino, lo scorso maggio, per discutere delle opportunità offerte dal dialogo trilaterale. In particolare, il confronto si è incentrato sull’estensione attraverso il paese dei talebani del CPEC, il Corridoio Economico Cina-Pakistan, progetto che è parte della Belt and Road Initiative.

Ciò palesa l’importanza strategica che l’Afghanistan ha per il Dragone, e i benefici che Kabul può ricevere da questa relazione. Sempre a maggio, è stato festeggiato il passaggio di 10 mila container merci lungo la linea ferroviaria inaugurata nel 2022 che collega la Cina con l’Uzbekistan e il Kirghizistan, passando proprio per l’Afghanistan.

Insomma, chi manca nel nuovo “Grande Gioco” è proprio Washington. Il controllo di Bagram ha evidenti finalità militari, anche se probabilmente lo sguardo è rivolto più al Pakistan che alla Cina, avendo fatto innervosire l’India e dovendo controllare più da vicino il nuovo alleato dell’Arabia Saudita, ora che la fiducia verso gli USA in Medio Oriente è ai minimi per aver coperto ogni atto terroristico di Israele.

Ma piazzare una presenza nel nord dell’Afghanistan significherebbe anche poter contrastare l’influenza del mondo multipolare su uno dei crocevia fondamentali dell’Asia centrale, e minacciare da vicino la logistica di Pechino. Vera arma con cui gli Stati Uniti si stanno oggi confrontando, più delle sue testate nucleari.

In conclusione, è bene tenere gli occhi aperti sulla vicenda. Perché anche se dovesse risolversi nella solita sparata di Trump, non è stata fatta casualmente, ma palesa un altro terreno di frizione alimentato dalla Casa Bianca contro il mondo multipolare, e si inserisce in uno scenario di sicurezza mediorientale in rapida trasformazione.

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09/06/2025

Dentro il “nuovo” Afghanistan

Se dovessimo coniare una parola per descrivere la continua rielaborazione degli stessi fatti storici riguardanti conflitti internazionali a fini propagandistici, questa potrebbe avere il nome di “afghanizzazione mediatica”. Quello dell’Afghanistan non è certo l’unico caso di territorio dove si sono combattute guerre spinte da narrative costruite ad arte e supportate da sentimenti popolari appositamente promossi da governi invasori.

Di tutti i luoghi in cui questo fenomeno è avvenuto nella storia contemporanea, però, l’Afghanistan è certamente uno di quelli in cui si è ripetuto con più frequenza. Qui, inoltre, vi è stato il minor interesse nel riprendere in mano gli eventi con maggiore lucidità per riscrivere la storia senza dover seguire la narrazione bellica e pre-bellica dei fatti prodotta dalle potenze che hanno compiuto la guerra in oggetto. 

Dentro il regime, ma con i social media

Dopo essere stato in Afghanistan a novembre 2024, questo fenomeno mi è apparso molto chiaramente davanti. L’Afghanistan dei talebani vive, dopo il reinsediamento del movimento di matrice religiosa islamica sunnita al governo de facto del Paese, nel 2021, un tentativo di apertura verso l’esterno. Questa sta tuttavia passando quasi inosservata sui media tradizionali, nonostante sui social media siano sempre più numerosi i contenuti che suggeriscono di viaggiare nel Paese, mostrandone le bellezze archeologiche, paesaggistiche e culturali.

Questi video spesso promuovono, direttamente o indirettamente, il turismo in Afghanistan e mostrano come le condizioni di sicurezza siano molto migliorate rispetto agli ultimi vent’anni. Ancor più importante però, mostrano i talebani come un gruppo sì simile a come li si conosce, ma tutto sommato accogliente e innocuo verso gli stranieri. Per capire l’emersione di questo nuovo fenomeno mediatico, molto più in mano alla popolazione comune piuttosto che ai media tradizionali, bisogna capire come si è arrivati fino a questo punto storico e “come sta”, ora, l’Afghanistan.

Da “Freedom fighters” a “pericolo globale”

L’imprevedibilità della situazione interna dell’Afghanistan è sempre stata una costante nella storia del Paese sin dal periodo delle guerre contro i britannici, iniziato con una storica disfatta di questi ultimi nel 1842 e conclusosi nel 1919 con la firma degli accordi che avrebbero portato alla definizione dell’attuale confine tra Afghanistan e Pakistan.

Da quel quarantennio di giochi tra potenze, principalmente Regno Unito e Impero russo, il Paese ha visto diversi cambi di regime, periodi di stabilità interrotti da colpi di Stato e, più recentemente, una guerra civile caratterizzata da un’anomia politica che ha permesso l’emersione di gruppi come quello talebano.

Fino agli anni ’90, cioè fino a quando l’URSS non si era ancora ritirata dall’Afghanistan e i mujaheddin (da una cui costola nacquero proprio i talebani) erano finanziati in chiave anti-sovietica da USA, Arabia Saudita e Cina, gli uomini barbuti che venivano dalle montagne erano una risorsa. Come diceva l’ex presidente degli Stati Uniti d’America Jimmy Carter in un suo famoso discorso alla nazione trasmesso sulle TV statunitensi, l’invasione sovietica dell’Afghanistan era «un intenzionale sforzo di un potente governo ateo di soggiogare un popolo musulmano indipendente».

Il movimento raggiunse il suo apice dapprima nel 1996, prendendo controllo di gran parte del Paese presto sbaragliato dall’invasione statunitense del 2001. A partire dagli anni immediatamente precedenti l’invasione, i talebani vennero dipinti nei media nostrani (e di tutto l’Occidente) come un movimento altamente ostile e pericoloso per l’intera umanità. Dai divieti per le donne alla conversione dei cinema in moschee, i talebani, amici di al-Qaeda, erano uno dei nuovi mali assoluti sul piano internazionale.

Nel 2020 le carte in tavola cambiano ancora. Dopo gli accordi di Doha, firmati tra Stati Uniti e governo talebano (riconosciuto de facto da numerosi Paesi nel mondo, ma non ufficialmente a livello internazionale), l’immagine e l’atteggiamento dei talebani sono iniziate a cambiare lentamente.

Il “Nuovo” Emirato Islamico, amici (e nemici) come prima

Non è da poco il fatto che gli Stati Uniti abbiano siglato degli accordi con il governo talebano nel 2020, dotandolo di fatto di un’implicita autorità sul territorio afghano. E non è da poco neanche che degli accordi di Doha sia stata pubblicata solo una parte, mantenendone secretata un’altra – la cui esistenza è tuttavia stata annunciata sin da subito. Una mossa che potrebbe servire in futuro, in particolare agli Stati Uniti, per ricorrere al ricatto in caso le promesse dei talebani esplicitate nella parte segreta non venissero mantenute, oppure per legittimare un’azione strategica che, in un determinato momento storico, sarebbe invece inaccettabile per l’opinione pubblica sulla base della sola parte pubblica degli accordi.

Mentre i rapporti con Washington e l’Occidente rimangono ufficialmente freddi, la Turchia finanzia la costruzione di moschee nel Paese, come suo solito nella sua area di interesse strategico, usando l’Islam come legame culturale e identitario per esercitare il proprio soft power, laddove la carta dell’etnicità turca non sia utilizzabile. Gli Emirati Arabi Uniti intrattengono rapporti formali con i talebani, ospitando un loro ufficio consolare a Dubai che, curiosamente, espone ancora la bandiera della ormai decaduta Repubblica Islamica. Proprio a Dubai ha poi sede la Alokozay, azienda produttrice di tè, acqua in bottiglia e altri prodotti alimentari molto conosciuta in Asia occidentale.

Fondata da un imprenditore afghano, questa prende il nome di una tribù pashtun, la quale mantiene presumibilmente ancora contatti con il governo talebano, essendo di gran lunga il principale fornitore di acqua in bottiglia del Paese.

I rapporti con altri Paesi a maggioranza musulmana sono sempre più sviluppati: per questo, in Afghanistan, i musulmani sono i benvenuti ovunque, potendo contare anche su ingressi gratis nelle moschee e in alcuni luoghi turistici. I non musulmani, in quanto turisti, sono comunque trattati mediamente con accoglienza, data comunque la risorsa economica e di soft power sottesa al turismo internazionale.

I turisti devono tuttavia sottostare a regole precise, anche se queste vengono sempre meno applicate. Tra le più importanti, vi è il divieto assoluto di fotografare e riprendere donne, dovuto a una volontà di preservarne (dal punto di vista talebano) la dignità. La decisione si muove soprattutto verso una progressiva totale proibizione della diffusione di immagini di volti di esseri viventi, in accordo con la loro interpretazione dell’Islam sull’idolatria. I volti umani, e anche quelli animali, sono stati per questo censurati su molti cartelloni pubblicitari e vetrine delle città.

Alcune di queste misure seguirebbero, secondo alcuni osservatori esterni, la corrente di pensiero di stampo wahhabita propria del pensiero politico arabo-saudita. Pure i sauditi, seppur in maniera forse più coerente dei talebani, avrebbero infatti realizzato una delle più grandi campagne di “marketing strategico” sul piano internazionale degli ultimi decenni, producendo risultati formidabili nella loro legittimazione (o quantomeno tolleranza) da parte di popolazioni come quella occidentale. I talebani, incentivando l’ingresso di visitatori e capitali nel Paese, potrebbero star tentando la stessa strada, partendo tuttavia da una posizione molto più svantaggiata in termini di risorse, capacità e, soprattutto, di reputazione internazionale (tra le peggiori al mondo).

L’immagine dei talebani sembra essere il più grande nodo della questione, difficile da sciogliere per la stessa élite talebana, la quale in parte ancora spinge per il mantenimento del vestiario militare e degli AK-47 sempre a tracolla, simbolo dell’onore e della valorosità del combattente tipico della cultura pashtun. Dal modo in cui i talebani si sono presentati a Doha nel 2020 e in vari recenti incontri internazionali (come ad esempio all’ultima COP), sembra tuttavia che stiano cercando di adottare una corrente più “formale” e “diplomatica” anche sul piano estetico, neutralizzando gli elementi fisici che rendono i talebani tanto riconoscibili, ma anche ostili, all’occhio di un osservatore esterno – in particolare occidentale.

Non tutti sono “così talebani”

L’opinione interna afghana, intanto, prende delle pieghe interessanti. Se nei primissimi tempi del nuovo governo i talebani erano visti da moltissimi afghani con assoluto terrore, a causa anche della violenza e della disorganizzazione con cui presero il potere ad agosto 2021, oggi la popolazione comincia a rendersi conto che il Paese potrebbe, dopo quasi 50 anni di squilibri, tendere verso la stabilità. L’accettazione dei talebani da parte del popolo non avviene però senza compromessi: oggi, quella in atto è più che altro una sopportazione da parte delle minoranze non pashtun e non direttamente connesse alla struttura del potere pashtun. La diffidenza tra queste e governo rimane alta, ma se la situazione si mantenesse pacifica e le restrizioni venissero sempre più ridotte, anche per molti afghani rimasti nel Paese i talebani potrebbero un giorno diventare un governo legittimo e autorevole. In merito a tematiche quali l’educazione delle donne, tuttavia, non sembrano esserci miglioramenti in vista. E non ve ne saranno almeno fino a quando tali cambiamenti non diverranno convenienti sul piano strategico.

L’Afghanistan è ancora in guerra?

Nel frattempo, l’Occidente rimane ancora largamente fisso sulle immagini del passato. Non tanto da un punto di vista morale e culturale, quanto da quello degli sviluppi economici e geopolitici in atto nella regione. I talebani continuano a usufruire degli aeroporti delle principali città del Paese, costruiti inizialmente a scopi militari con il finanziamento anche di alcuni Stati europei (tra cui l’Italia, con un prestito di 137 milioni di euro dai termini mai chiariti) e oggi usati per voli commerciali interni e verso l’estero. Molti verso Dubai, ma anche verso Paesi che intrattengono rapporti con l’Emirato, come Pakistan e Turchia.

In questo quadro di drammatica obsolescenza della nostra informazione, trovano spazio video di creatori di contenuti che mostrano immagini di un Afghanistan “come non te lo aspettavi”, ricco di tradizioni e bellezze. In questo contesto, i talebani sono rappresentati tanto “umani come noi” quanto nella forma di goffi sempliciotti che, armati di AK-47, danno vita a situazioni tragicomiche degne di diventare virali sui social.

Di fronte a questo grottesco scenario mediatico, bisogna tornare urgentemente a reinterpretare e conoscere l’Afghanistan e la sua storia, avendo quindi a che fare anche con coloro che, piaccia o meno, lo stanno governando in maniera incontrastata da alcuni anni a questa parte.

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13/04/2024

Isis Khorasan, la nuova centrale del terrore

L’inquietante e sanguinaria operatività dell’Isis Khorasan passibile, come tutte le organizzazioni para clandestine, d’infiltrazioni e strumentalizzazioni ha conosciuto due momenti: la fase precedente alla pandemia da Covid-19 e quella successiva. Non che i miliziani e i nuovi adepti si siano concentrati sulla prevenzione dei contagi, certo è che fra il 2020 e il 2021 la movimentazione di persone attraverso i confini nazionali, almeno quella costretta a transitare per porti e aeroporti, risultava bloccata o sensibilmente ridotta e questo ha prodotto un limite a una certa tipologia di attacchi.

È vero che molte località dove operano i jihadisti sono aree orientali disastrate politicamente e spesso anche militarmente che non si sono interessate granché alla limitazione degli spostamenti e hanno potuto registrare ogni sorta di scorreria. Ma è nel 2022 che l’attenzione delle maggiori agenzie d’intelligence riscontra una rilanciata operatività, sino ai sensazionali attacchi di cui si sono occupati i media mondiali come per il Crocus City Hall di Krasnogorsk alle porte di Mosca. Deflagrante, non solo per l’esplosivo usato, era stata anche la strage di Kerman a inizio anno, eppure l’informazione mainstream non andava al di là della cronaca, e alla propagandistica di certo Occidente che considerava quel grosso attentato un “regolamento di conti fra terrorismi”, rilanciando l’equivalenza fra jihadismo e Stato iraniano.

Come si sa quest’ultimo – e come la Russia, recente obiettivo del Daesh del Khorasan – hanno combattuto l’organizzazione fondamentalista islamica sul territorio siriano, certo secondo proprie logiche geopolitiche volte ad assecondare il regime di Assad, un’entità statale legittimata col terrore. Però quello è lo scacchiere in cui, dal 2014 al 2019, si sono mossi regimi e satrapi, imperialismi, coalizioni, eserciti nazionali e mercenari di varie sponde, dopo la grande depressione creata in tutto il Medio Oriente da vari interventi stranieri. L’operazione Enduring Freedom (2001) voluta dal presidente statunitense George W. Bush, la seconda guerra del Golfo (2003) sponsorizzata dal premier britannico Tony Blair, passando per l’intervento internazionale in Libia (2011) agognato dal presidente francese Nicolas Sarkozy. Insensate sciagure geopolitiche, oltre che inutili bagni di sangue specie di civili: oltre mezzo milione di morti nelle tre tappe.

Se si elucubra su chi organizza l’odierno terrorismo globale, spesso si dimentica l’effetto rimbalzo a talune cause d’impronta bellica, economico-finanziaria e di supremazia geopolitica tuttora imposte dalle democrazie occidentali. L’imperialismo è vivo e vegeto, con lui il colonialismo di ritorno e nella partita mondiale i protagonisti sono aumentati rispetto al sistema imposto un secolo fa dall‘Accordo Sykes-Picot. Tutto ciò che era stato digerito e dimenticato fra le due Guerre Mondiali e la successiva Guerra Fredda è riapparso alle soglie del nuovo millennio anche a seguìto delle scelte vecchie e nuove.

Discorrere del Khorasan, che i nutrizionisti riferiscono al grano turanicum, ricco di fibre, significa culturalmente richiamare l’antica regione persiana “dove origina il sole”. E se nell’attuale Iran una provincia ha mantenuto fino a vent’anni addietro questo nome (ora è nota come Razavi Khorasan) specchiandosi nella città santa di Mashhad, era indicata come Grande Khorasan un’enorme area geografica che comprendeva quasi tutto l’odierno Afghanistan, parte degli attuali Turkmenistan, Uzbekistan e Tajikistan, tacciati nel Novecento come Repubbliche sovietiche ma in altre epoche territori appartenuti a greci, arabi, selgiuchidi, safavidi.

Insomma nel Khorasan c’è passato un pezzo della Storia mediorientale e gli attuali miliziani che lo richiamano come denominazione d’un ipotetico califfato cercano di rievocare storicamente quanto di antistorico c’è nel loro programma. Quel che ha mostrato lo Stato Islamico nella prima fase della sua comparsa sul territorio siro-iracheno – per un buon periodo ampio più di 90.000 kmq – è stata propaganda sanguinaria, condita da un competente utilizzo della tecnologia e della tecnica di divulgazione, addirittura definita da taluni politologi “orwelliana”. Esperti di cinematografia notavano una meticolosa padronanza nel confezionare vere pellicole hollywoodiane con grafica, ritmo, alternanza di scenografie aggressive e discorsive per lanciare il proprio messaggio bellicistico, atto a diffondere paura e terrore. Gli scivolava accanto, sempre tramite filmati propagandistici, la visione utopica del proprio governo nel Califfato con cittadini sereni in mercati ricolmi di cibo e di una vita tranquilla sicuramente mai conosciuta, perché fra Raqqa e Mosul l’ampia coalizione anti Isis già nel 2015 lanciava attacchi di terra e bombardamenti dal cielo.

Eppure ben prima della disfatta e della ritirata da diverse zone di quel territorio, l’Isis marchiato Khorasan pensava a trovare spazi proprio in Afghanistan dove la guerriglia talebana metteva da anni alle strette le truppe Nato della Missione Isaf e l’esercito locale organizzato e addestrato dagli Stati Uniti. L’Isis-K (o Iskp) si faceva forte del reclutamento del Movimento Islamico dell’Uzbekistan, fondato nel 1991 dall’uzbeko Tahir Yuldashev e vicino ai talebani fino alla morte del mullah Omar, ma poi entrato in contrasto con loro giudicati “nazionalisti deviati”. Taliban e Isis-K ingaggiarono fra il 2016 e il 2018 un confronto a distanza a suon di auto e camion-bomba, colpendo obiettivi governativi, caserme, ambasciate, hotel, aeroporti, università, moschee (esclusivamente sciite), piazze e mercati dove poveri civili finivano straziati. Lo facevano per attribuirsi il primato dell’agguato più cruento, del colpo più audace, del controllo più stretto di un territorio che l’ufficialità del presidente Ghani non riusciva a gestire. Fu un periodo di cieca violenza diffusa in diverse città che riportava alla mente l’insicurezza esistenziale seconda solo alla guerra civile dei primi anni '90, peraltro concentrata nella capitale, il cui controllo costituiva il fine primario di ogni Signore della Guerra impegnato sul campo.

Ingrossavano le fila del gruppo jihadista che si firmava Khorasan diversi talebani in dissidio con la Shura di Quetta, rimasta fedele ai princìpi del fondatore mullah Omar. Mentre i dissapori, e non solo per la sua successione, erano in atto anche prima della sua definitiva dipartita, avvenuta nel 2013 (era da tempo affetto da tubercolosi) e ufficializzata solo due anni dopo. C’erano alcuni turbanti che guardavano più alla visione transnazionale di Qaeda, cui s’ispira l’Isis, che allo statalismo dei talebani afghani. In aggiunta clan doppiogiochisti particolarmente potenti e agguerriti, come quello Haqqani, brigavano per ostacolare le nuove leadership talebane – Mansour, Baradar, Akhundzada – e in queste crepe reclutavano nuovi adepti. Fra cui ex Tehreek-i Taliban pakistani guidati dal gruppo tribale Orakzai che sconfinando si collocarono nelle province di Nangarhar, Kunar, Kunduz, Kabul.

Di fatto l’Isis-K e i taliban afghani se non possono considerarsi fratelli sono parenti, formatisi nelle stesse strutture, ma dal 2014 i primi sono fuoriusciti dai ranghi dando vita alla nuova aggregazione. Fra l’altro le etnìe tajika e uzbeka, considerate di origine turca e minoritarie rispetto a quella pashtun incardinata fra la base logistica di Kandahar e quella ideologico-religiosa di Quetta, costituiscono stirpi che rivendicano propri spazi di fronte al rigido centralismo del gruppo sunnita hanafita.

Dopo la riconquista del potere da parte talebana (agosto 2021) e l’annuncio dell’Emirato afghano, gli Haqqani si sono ben accasati spartendo col Gotha ortodosso alcuni dicasteri: Sirajuddin quello dell’Interno, lo zio Khalil il ministero dei rifugiati. I due fratelli di Sirajuddin: Aziz, formatosi nella madrasa pakistana Darul Uloom Haqqania considerata l’università del fondamentalismo deobandi, è rimasto un leader militare; mentre l’attuale trentenne Anas si è fatto le ossa nella delegazione che negoziava a Doha il ritiro statunitense e mira a funzioni diplomatiche. La loro scelta li ha definitivamente allontanati dal gruppo del Khorasan che lo scorso anno ha intrapreso azioni mirate contro esponenti talebani o governatori.

È accaduto a Mohammad Dawood Muzammil, ucciso nel proprio ufficio di Mazar-e Sharif. S’è detto che si trattava di una vendetta seguita all’eliminazione del capo dell’Intelligence dell’Isis-K, tal Qari Fateh. Sta di fatto che dopo la conquista di Kabul i taliban afghani hanno incarcerato alcune centinaia di miliziani del Khorasan e smantellato diverse loro cellule. Così l’Iskp ha ripreso a colpire all’estero puntando l’obiettivo su russi e cinesi. In precedenza (settembre 2022) c’era stato l’assalto suicida all’ambasciata russa di Kabul che uccise due dipendenti. La Russia costituiva un nemico antico contro il quale rinnovare offensive. Aveva già conosciuto macabri massacri d’impronta jihadista nella fattispecie dei separatisti ceceni: il teatro Dobrovska di Mosca (2002), la scuola di Beslan (2004), nell’Ossezia del Nord. Seguiti dagli attentati alle linee metropolitane di Mosca (2010) e San Pietroburgo (2017) e quest’ultima carneficina, che uccideva tredici cittadini in viaggio sui mezzi di trasporto pubblici, condusse all’identificazione come attentatore d’un giovane russo nato nel Kirghizistan, radicalizzato per frequentazioni con combattenti islamisti siriani.

Proprio questi agguati all’apparenza condotti singolarmente o da nuclei minuscoli ma egualmente capaci d’infilarsi nelle maglie per nulla selettive e protettive di cittadini e territorio, mostravano organismi più agguerriti di semplici lupi solitari. La Russia così militarizzata, impegnata sugli scenari siriano e libico per tacere d’altro, si ritrova particolarmente vulnerabile in casa. Con 007 interni e agenti del Fsb (Servizio di Sicurezza Federale) magari capaci dei più misteriosi intrighi al servizio della politica del Cremlino, ma non di un eccellente filtro contro il terrorismo. I successi del suo operato sono ormai datati al 2015 quando venne eliminato Aliaskhab Kebekov, successore di Umarov nel cosiddetto ‘Emirato del Caucaso’. Ma di leader tajiki e uzbeki nulla, solo pedine esecutive.

La realtà è che lo jihadismo combattente ha orientato ancor più a Oriente il fulcro del suo reclutamento, i miliziani del Khorasan hanno una matrice diversa dai caucasici della lotta cecena. Quest’ultimi sono stati limitati e, almeno per ora, sconfitti, mentre nel cuore asiatico c’è un potenziale serbatoio copioso. Lo dimostrano i nuclei di tajiki attentatori reali e potenziali, come qualche sospettato fermato in via preventiva (uno anche in Italia). I dati provenienti da quel Paese, che ha più del 10% della sua popolazione emigrata, per la maggior parte proprio in Russia ma pure in nord Europa, vedono giovani alla ricerca di denaro con lavori d’ogni sorta. Quello del killer prezzolato è decisamente estremo, eppure alcuni dei fermati per l’ultimo attentato di Mosca sostenevano d’aver ucciso per soldi, neppure tanti: cinquemila euro. Elemento non nuovo. I talebani ingaggiavano miliziani fra le truppe afghane, pagandoli il doppio della tariffa prevista dai governi Karzai e Ghani. E lo stesso Khorasan ha strappato combattenti ai taliban non sempre per furore fondamentalista. Il dio denaro è un motore che travalica leggi religiose. Poi prevalgono anche orientamenti politici più o meno in voga.

L’Uzbekistan che nell’ultimo decennio ha vissuto un’accelerazione economica e ha aperto canali turistici con l’Occidente, anche grazie alla straordinaria bellezza artistica di alcuni suoi luoghi di culto (le moschee di Samarcanda, Buchara e Khiva), ha conosciuto un ritorno del jadidismo, accanto al jihadismo. Il jadidismo aveva rappresentato una sorta di modernismo islamico di lingua turca quando la Russia aveva ancora lo zar. Sotto l’attuale presidenza Mirziyoyev, il governo di Tashkent idealizza questo pensiero, cercando con l’identità culturale di sottrarre vocazioni alla lotta armata.

Ma non c’è da sottovalutare l’impatto informativo che l’Isis-K s’è dato tramite l’Al Azaim Media Fondation. Come e più del Daesh di Al Baghdadi, questa struttura utilizza piattaforme social (Facebook, Telegram, Tik Tok) per attività di propaganda, reclutamento, finanziamento, divulgando in una decina di lingue oltre all’inglese e coprendo un ampio territorio dell’Asia centrale. Fra gli obiettivi esposti, e per ora solo minacciati, anche una sorta di logoramento e sabotaggio delle infrastrutture energetiche (oleodotti e metanodotti) verso l’Asia e verso l’Europa. Qualche analista sostiene che per il futuro le prospettive appaiono nere più della loro bandiera, c’è quasi da rimpiangere Al Qaeda.

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04/12/2022

Gli scheletri nell’armadio della guerra USA in Afghanistan: una lezione per l’Ucraina?

A inizio settembre dello scorso anno, dopo poche settimane dalla conquista talebana di Kabul – avvenuta il 15 agosto – e la rovinosa fuga occidentale dal Paese, pubblicavamo un anticipazione del volume “The Afghanistan Papers” scritta da Nick Turse sul giornale d’inchiesta The Intercept.

Il libro conteneva la serie di articoli che Craig Whitelock, giornalista del Washington Post, aveva iniziato a pubblicare sul quotidiano statunitense dal 9 dicembre 2019, facendo crollare i castelli di menzogne sull’allora quasi ventennale avventura bellica occidentale nel paese asiatico.

Come scrivemmo allora: «Ciò che emergeva dal dossier non era solo la differenza tra narrazione ufficiale e realtà fattuale. Uno degli elementi più stupefacenti è il fatto che nessuno capiva il motivo del prolungarsi della guerra e nemmeno della strategia adottata e persino – per quanto sembri assurdo – chi fosse il nemico».

Sebbene il contesto ucraino sia differente, bisognerebbe porsi qualche domanda alla luce di ciò che è emerso e sta emergendo a fatica sull’Afghanistan.

L’Occidente ha voluto rimuovere troppo in fretta la sua sconfitta e la fuga scomposta dal paese, così come la guerra sporca condotta contro la popolazione afghana in più di un ventennio di disastrosa occupazione militare.

Con l’escalation del febbraio scorso in Ucraina è stata messa poi una specie di “pietra tombale” sui misfatti occidentali nel paese, così come sulla lunga serie di crimini commessi, in particolare dagli anglo-americani, nel corso della loro Storia recente.

In generale, della sconfitta strategica dell’Occidente e delle menzogne sostenute per supportare tale impresa bellica, non si è voluto più parlare nonostante – mutatis mutandis – lo scenario ucraino si stia rivelando non meno insidioso.

Nel mentre non si vuole rivangare il passato, l’Unione Europea caldeggia l’idea della creazione di un “tribunale speciale” per giudicare l’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina, di fatto assecondando ulteriormente le proposte formulate dall’Ucraina e finora sostenute praticamente solo da Stati Baltici e Polonia.

Proprio per questo ci sembra utile “rimettere il dito nella piaga” e proporre la traduzione di questa recente inchiesta di The Intercept, che fa in parte luce su uno dei particolari rimossi della guerra sporca statunitense: le truppe d’élite afghane che agivano di fatto sotto il diretto controllo della CIA, la cui attività “contro-insurrezionale” si risolveva spesso nell’uso di veri e propri squadroni della morte per terrorizzare la popolazione locale.

Per una sorta di nemesi storica, i componenti di queste truppe arrivati negli USA, spesso sono poi diventati parte di quell’esercito di working poor che vive negli Stati Uniti.

Come afferma l’ex corrispondente del New York Times per l’Afghanistan, Fahim Abed, autore dell’inchiesta sugli ex componenti di queste truppe: «Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di unità oscure che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.

I loro combattenti detengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.

Celebrati come “eroi” dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.»


Attraverso la traiettoria di queste milizie si può leggere il fallimento dell’impresa bellica statunitense nel Paese, ed il disperato tentativo delle autorità collaborazioniste di cercare di impedire la riconquista talebana del Paese utilizzandole come carne di cannone senza più la copertura statunitense.

Questo modus operandi non sembra essere molto differente da quello usato nel contesto ucraino, ma gli osservatori occidentali dell’informazione non sembrano farci caso, nonostante le evidenti similitudini.

Pensiamo che sia solo questione di tempo perché si ripeta lo stesso scenario, che sarà anch’esso ferocemente negato dagli apparati ideologici occidentali, fin quando l’evidenza empirica non stravolgerà la “narrazione dominante”; ed è anche per questo che legarsi mani e piedi alla follia bellicista delle élite occidentali appare l’ennesimo errore.

Buona lettura!

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L’evacuazione dei collaboratori afghani della CIA ha aperto una delle scatole più nere della guerra

Fahim Abed – The Intercept

Un sabato mattina di maggio, Hayanuddin Afghan, ex membro di una milizia sostenuta dalla CIA, che un tempo era la più brutale ed efficace forza anti-talebana del suo paese, mi ha accolto nella sua nuova casa in un quartiere collinare di Pittsburgh.

Mi ha invitato a entrare dalla cucina, dove sua moglie, incinta del loro quarto figlio, stava preparando il tradizionale pane afghano con la farina di Aldi. Il viaggio in centro per fare la spesa era una delle sfide più grandi della nuova vita di Hayanuddin a Pittsburgh. Si trattava di trasportare pesanti borse a casa a piedi e su diversi autobus urbani, di cui non conosceva gli orari perché non parlava inglese e non aveva scaricato l’apposita app.

“È difficile scendere da una posizione molto forte a una posizione molto debole“, mi ha detto Hayanuddin. In Afghanistan, “avevamo un valore. Era il nostro Paese e stavamo dando un senso a quel Paese. Ma ora, anche i nostri generali e comandanti sono tutti nella stessa situazione“.

In Afghanistan era impossibile parlare a lungo con i membri delle forze segrete dei commando, note come Unità Zero. Davano la caccia ai talebani con raid notturni ed erano accusati di aver ucciso civili, compresi i bambini.

Ma lo scorso settembre, Hayanuddin e i suoi compagni dell’Unità Zero sono stati i beneficiari dell’aspetto più riuscito del caotico ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan: il salvataggio delle milizie alleate da parte della CIA. Il loro arrivo negli Stati Uniti nell’ultimo anno ha aperto una delle scatole più nere della guerra.

Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di ‘unità oscure’ che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.

I loro combattenti contengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.

Celebrati come eroi dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.

La CIA non ha risposto a domande dettagliate sul suo ruolo nella supervisione, nell’evacuazione e nel reinsediamento dei membri dell’Unità Zero e se l’agenzia farà di più per aiutare i miliziani e le loro famiglie rimaste in Afghanistan.

“Gli Stati Uniti si sono impegnati con le persone che hanno lavorato per noi a creare un percorso concreto verso la cittadinanza statunitense per coloro che hanno dato tanto per assisterci nel corso degli anni”, mi ha detto un portavoce dell’agenzia in un’e-mail.

“Ci vorrà del tempo, ma non dimentichiamo mai i nostri partner e ci impegniamo ad aiutare coloro che ci hanno assistito. Continuiamo a lavorare a stretto contatto con il Dipartimento di Stato e con altre agenzie governative statunitensi in questo sforzo“.

“Per quanto riguarda le accuse di violazione dei diritti umani“, continua l’e-mail, “gli Stati Uniti prendono molto sul serio queste affermazioni e adottano misure straordinarie, al di là dei requisiti legali minimi, per ridurre le vittime civili nei conflitti armati e rafforzare la responsabilità per le azioni dei partner. Esiste una falsa narrativa su queste forze che si è protratta negli anni a causa di una sistematica campagna di propaganda da parte dei Talebani“.

Hayanuddin ha raccontato che lui e i suoi compagni si sono preoccupati di evitare di ferire i passanti durante le loro incursioni, usando persino gli altoparlanti per avvertire le donne di rimanere in casa o di ripararsi negli scantinati prima dell’inizio dei combattimenti.

“Per me era come una guerra santa“, ha detto. “Ero lì per colpire i cattivi“. Ma ha anche descritto i persistenti sentimenti di rabbia, colpa e rimorso e ha collegato la sua lotta a Pittsburgh al suo passato. A un certo punto si è chiesto ad alta voce se fosse stato punito.

“A volte non riesco a controllare la mia rabbia e la mia ansia“, mi ha detto. “Il mio cuore è così triste, come se qualcuno lo stesse stringendo con forza. Non so perché. Forse per quello che è successo a casa o per quello che sta succedendo qui“.

La fortuna cambia

Ho conosciuto Hayanuddin la scorsa primavera, in occasione di una festa di capodanno afghano in un parco di Pittsburgh, dove entrambi ci eravamo recentemente stabiliti come rifugiati. Ho lavorato per il New York Times a Kabul per cinque anni e ho fatto molti viaggi in prima linea per raccontare le forze di sicurezza afghane, anche nei giorni prima che i talebani conquistassero la capitale afghana lo scorso agosto.

Sono stato evacuato con altri dipendenti del Times a Houston, dove ho vissuto in un hotel per diversi mesi prima di ottenere un lavoro come giornalista visivo presso il Pittsburgh Tribune-Review e trasferirmi a nord.

All’inizio Hayanuddin non voleva parlarmi. Ma dopo diversi tentativi, si sentì più a suo agio, in parte perché pensava di parlare di un episodio della guerra ormai chiuso e in parte perché eravamo entrambi esuli dallo stesso luogo, che cercavano di iniziare una nuova vita a Pittsburgh pur desiderando la propria casa.

Hayanuddin aveva prestato servizio per sei anni con un’unità nota come 03, che combatteva i talebani nei deserti meridionali dell’Afghanistan dalla sua base in un complesso precedentemente occupato dall’ex leader talebano con un occhio solo, il Mullah Mohammed Omar.

Gli operatori speciali statunitensi avevano requisito la proprietà al loro arrivo a Kandahar nel 2001 e l’avevano trasformata in una ridotta per le forze di intelligence americane e afghane. Con centinaia di altri combattenti dell’Unità Zero, Hayanuddin attraversò le linee del fronte negli ultimi giorni di guerra per raggiungere la Base Eagle di Kabul, controllata dalla CIA.

Da lì, è stato trasportato in aereo all’aeroporto internazionale Hamid Karzai, dove ha lavorato brevemente alla sicurezza prima di ricevere 8.000 dollari in contanti – metà dello stipendio di un anno – e volare con la moglie e i tre figli piccoli a Fort Dix.

A 37 anni, con un’istruzione di seconda media, Hayanuddin, insieme ai suoi compagni, sta affrontando un rovescio di fortuna umiliante, esasperante e assolutamente inaccettabile.

Dopo quasi due decenni trascorsi come proxy americano – dalla guardia alle basi statunitensi all’uccisione di afghani in collaborazione con l’agenzia di intelligence più potente del mondo – è approdato, come rifugiato povero e vulnerabile, in un appartamento con tre camere da letto e tende a fiori che ha dovuto far installare dall’agenzia di reinsediamento in conformità con la cultura pashtun, che prevede che una donna debba essere protetta dagli occhi degli estranei di passaggio.

Le Unità Zero, note anche come Counterterrorism Pursuit Teams, sono nate subito dopo l’arrivo dei primi agenti militari e di intelligence statunitensi in Afghanistan, in seguito agli attacchi dell’11 settembre. Formate nel 2002, hanno operato interamente sotto il controllo degli Stati Uniti fino al 2012, come mi ha raccontato ad agosto da Londra il Gen. Yasin Zia, ex capo di stato maggiore dell’esercito afghano, dove guida una forza di resistenza anti-talebana.

“Il governo afghano non ha avuto alcuna interferenza in queste unità“, ha detto Zia, che ha ricoperto per molti anni ruoli di alto livello nel governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, tra cui quello di vicedirettore del servizio di intelligence afghano, il Direttorato Nazionale della Sicurezza, che negli ultimi anni ha avuto nominalmente la supervisione delle unità.

La prima di quelle che sarebbero diventate le Unità Zero operava nell’Afghanistan orientale, in un’area montuosa lungo il confine con il Pakistan dove i Talebani e altri militanti spesso si rifugiavano tra un attacco e l’altro alle forze governative statunitensi, della NATO e afghane. Questa milizia, nota come Khost Protection Force o KPF, copriva la regione sud-orientale del paese.

In seguito, la CIA creò e addestrò almeno altre tre unità: la 01, che operava nelle province di Kabul, Logar e Wardak nell’Afghanistan centrale; la 02, con sede a Jalalabad, che combatteva nella parte orientale; e l’unità di Hayanuddin, la 03, con sede a Kandahar che combatteva nel sud del Paese.

Nel 2010, su pressione dell’allora presidente afghano Hamid Karzai, i funzionari statunitensi accettarono di trasferire la supervisione delle Unità Zero all’NDS “fisicamente, ma non tecnicamente“, ha detto Zia. “Avevamo i nomi e i gradi dei membri delle Unità Zero“, mi ha detto. “Ma il loro stipendio era pagato dagli americani, i loro obiettivi erano forniti dagli americani e fino alla fine gli americani erano con queste unità“.

Con la transizione dell’amministrazione Obama dalle operazioni di combattimento a una missione di consulenza e antiterrorismo in Afghanistan, dopo il 2011, gli Stati Uniti hanno ceduto il controllo di alcune Unità Zero al governo di Karzai, ha dichiarato Zia. Ma la CIA ha mantenuto il controllo di altre unità chiave, tra cui la 01 con sede a Kabul, la KPF e la 03 di Hayanuddin.

Le unità avevano come obiettivo i Talebani, la Rete Haqqani e Al Qaeda, ma non dovevano rendere conto al governo afghano, nemmeno al presidente. Nel 2019, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale dell’Afghanistan, Hamdullah Mohib, rispose alle accuse di uccisioni extragiudiziali da parte della 01 – compresi i massacri di bambini nelle madrasse – osservando che l’unità operava “in collaborazione con la CIA“.

Hayanuddin ha assistito in prima fila al disastroso ritiro americano dall’Afghanistan e ora può descrivere ciò che ha visto e sentito negli ultimi mesi di guerra.

Le Unità Zero erano state costruite per lavorare in tandem con il supporto aereo degli Stati Uniti, ma nell’agosto del 2020, un anno prima del crollo del governo del presidente afghano Ashraf Ghani, le forze statunitensi hanno iniziato a ridurre radicalmente il supporto aereo per la sua unità, racconta Hayanuddin.

“I nostri consiglieri americani lasciarono le nostre basi per Kabul e gli elicotteri che aspettavano nella nostra base ai margini di Kandahar City partirono con loro“, ha ricordato. “I nostri comandanti riferivano agli americani solo delle nostre operazioni e gli americani dicevano solo: ‘Andate avanti’. Non lavoravamo più a stretto contatto come prima“.

Quando gli americani hanno tolto loro gli aerei, le missioni degli afghani sono diventate molto più insidiose. “Gli aerei di sorveglianza americani ci dicevano quante persone c’erano all’interno di un edificio, quante erano armate e quali armi avevano“, ha detto Hayanuddin. “Ma questi dettagli all’improvviso non c’erano più“.

Senza il supporto aereo degli Stati Uniti e con la neonata aeronautica afghana incapace di fornire informazioni comparabili, altri membri dell’Unità Zero sono rimasti feriti. Anche gli aerei che un tempo li trasportavano in pochi minuti negli ospedali da campo non c’erano più.

Nel febbraio 2020, quando i droni e gli altri velivoli statunitensi sorvolavano le loro operazioni, uno dei compagni di Hayanuddin, Akmal, fu fatto saltare in aria da una bomba sul ciglio della strada. Gli americani lo hanno trasportato in aereo in un ospedale militare e lui è sopravvissuto, dice Hayanuddin, anche se ha perso entrambe le gambe.

Otto mesi dopo, un altro membro dell’unità, Shahidullah, fu colpito due volte all’addome. Questa volta non c’era un ponte aereo e l’unità di Hayanuddin rimase bloccata in territorio nemico. Shahidullah morì sul posto.

Dopo l’insediamento del presidente Joe Biden nel gennaio 2021, la CIA ha dato all’NDS un anno di budget per le Unità Zero e ha detto che l’agenzia non le avrebbe più supportate, ha dichiarato Zia a The Intercept da Londra. Ma le ultime Unità Zero sono state trasferite al controllo afghano solo dopo che Biden ha annunciato il ritiro completo degli Stati Uniti nell’aprile 2021 e le ultime forze americane e gli operatori dell’intelligence hanno iniziato a partire.

“Come suicidarsi”

Le Unità Zero sono state progettate per catturare e uccidere in raid mirati, non per combattere sui campi di battaglia. Erano ampiamente conosciute come le unità d’élite più efficaci delle forze di sicurezza afghane e la scorsa estate, quando l’esercito americano si è ritirato e i talebani sono avanzati, molti nel governo Ghani e nelle forze armate afghane hanno guardato a loro come a una salvezza.

“Non sono sicuro che i nostri comandanti abbiano ricevuto tangenti dai funzionari provinciali o dal governo di Kabul“, ha detto Hayanuddin. “Ma hanno iniziato a chiudere un occhio sui nostri standard e a mandarci in diverse missioni al giorno facendoci subire pesanti perdite“.

Ad un certo punto sette o otto membri dell’unità venivano uccisi ogni mese, ha detto, una percentuale senza precedenti per l’unità d’élite. “Una volta, ricordo che tutti i membri della nostra unità si misero a piangere e a protestare per il sovrautilizzo. I nostri comandanti non ci hanno mai ascoltato. Ci costringevano comunque a partecipare a operazioni in tutto il sud“.

Con l’aumento delle perdite e l’intensificarsi della guerra, il morale dei membri dell’Unità Zero crollò, come mi ha raccontato un medico afghano che ha combattuto per la 02. Come Hayanuddin, il medico è stato evacuato la scorsa estate; mi ha chiesto di non usare il suo nome per paura di ripercussioni, ora che lui e la sua famiglia sono negli Stati Uniti.

Quando il suo comandante chiedeva ai membri della milizia di andare in missione, mi ha detto il medico, alcuni svenivano. Dicevano che “andare in un’operazione è come suicidarsi“, ha ricordato, “perché non c’è supporto aereo e non ci sono abbastanza armi e attrezzature“.

Le voci secondo cui i colloqui di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani in Qatar avrebbero portato a un accordo per consegnare l’Afghanistan ai Talebani non hanno aiutato. “I Talebani inviavano gli anziani delle tribù alle varie forze di sicurezza e dicevano loro che a Doha era stato deciso che la provincia in cui si trovavano sarebbe stata consegnata ai Talebani, quindi era meglio non combattere ed evitare le perdite“, ha detto il medico. “Le forze di sicurezza avrebbero accettato e rinunciato a combattere“.

Le forze di sicurezza afghane non sono riuscite a far fronte alle perdite. Solo nel maggio del 2021 sono state uccise più di 400 uomini delle forze filogovernative. Gli afghani non erano più disposti a entrare nelle forze di sicurezza perché il lavoro era diventato troppo pericoloso.

“Avevamo persone molto intelligenti nella nostra unità“, ha detto Hayanuddin. “Ricordo che in un solo giorno uno dei nostri ragazzi, senza un equipaggiamento adeguato, ha eliminato quasi 30 bombe stradali” nel distretto di Maiwand, una roccaforte talebana a ovest di Kandahar.

Nella primavera del 2021, i combattenti con 03 hanno ripetutamente costretto i talebani a lasciare il distretto di Arghandab a Kandahar, ma quando l’esercito e la polizia afghana hanno preso il controllo, i talebani sono tornati indietro.

Sia Hayanuddin che il medico di 02 sospettano che le forze di sicurezza afghane abbiano ceduto il sud non perché sconfitte sul campo di battaglia, ma come parte di un accordo politico. Non erano i soli a pensarlo. Nell’estate del 2021, i Talebani hanno preso il controllo di decine di avamposti della polizia afghana nei distretti che circondano Kandahar.

“La leadership delle forze di sicurezza afghane ha chiesto alle forze di terra in molte province del paese di smettere di combattere. Abbiamo visto sui social media video in cui i soldati piangevano quando gli veniva detto di lasciare gli avamposti e di gettare le armi“, mi ha detto Mirza Mohammad Yarmand, ex vice ministro degli Interni afghano e analista militare.

“Questo significa che si è trattato di un accordo politico che ha portato a un’ondata di crolli di centinaia di avamposti, prima di tutto nel sud del paese“.

I soldati che hanno insistito nel combattere si sono visti tagliare le linee di rifornimento e non hanno ricevuto il supporto necessario, ha detto Yarmand, aggiungendo che quando le forze afghane nella provincia settentrionale di Takhar hanno voluto resistere, hanno potuto scegliere se arrendersi ai talebani o dirigersi verso le montagne del Panjshir, dove erano rintanate le ultime forze che resistevano ai talebani.

Vicino a Kandahar, l’unità di Hayanuddin si imbatté in agenti di polizia che cercavano di fuggire. “Dicevano che il loro avamposto era stato catturato dai talebani“, ricorda. “Li abbiamo portati con noi e non c’erano talebani nel loro avamposto. Quando abbiamo chiesto il motivo, ci hanno risposto che il loro anziano tribale aveva detto loro di lasciare l’avamposto ai talebani. Questo è solo un esempio, ma è successo molte volte“.

Nel giugno del 2021, lo 03 fu schierato da una linea del fronte all’altra mentre un distretto dopo l’altro cadeva sotto i colpi degli insorti. Alla fine di quel mese, quasi la metà dei distretti dell’Afghanistan era sotto il controllo dei Talebani.

Mentre i combattimenti si intensificavano, le altre forze di sicurezza afghane riponevano le loro speranze nelle Unità Zero. Il 4 agosto 2021, mi trovavo con l’Unità di Resistenza della Polizia Nazionale Afghana fuori dalla prigione di Sarposa, una delle principali linee del fronte a Kandahar. I combattimenti si sono intensificati in una zona periferica della città proprio quando la mitragliatrice della polizia ha smesso di funzionare. Ho chiesto a Shafiqullah Kaliwal, un comandante dell’unità, cosa avrebbero fatto.

“Arriverà la 03“, mi ha detto, “e respingerà i talebani nei loro avamposti originari“.

Il giorno dopo, Kaliwal mi disse che lo 03 era effettivamente arrivato in loro soccorso e aveva costretto i talebani a ritirarsi. Ma quando l’Unità Zero si è spostata, i Talebani hanno rapidamente riconquistato il territorio.

Zia ha confermato che la pressione sulle Unità Zero era insostenibile. Negli ultimi quattro mesi di guerra a Kandahar, ha detto Zia, “le perdite delle Unità Zero sono state molto elevate. Non erano paragonabili a quelle degli ultimi 20 anni di guerra. Il motivo è che non sono state utilizzate in modo professionale“.

Un accordo segreto

Uno dei tanti misteri degli ultimi giorni di guerra è stato il modo in cui le Unità Zero sono riuscite a farsi strada attraverso il territorio controllato dai Talebani fino a Kabul, dove sono state evacuate negli Stati Uniti e in altri paesi. Un apparente accordo tra i Talebani e gli Stati Uniti aiuta a spiegare la loro improbabile fuga.

L’11 agosto 2021, una delle principali linee di difesa del governo a Kandahar City crollò a causa dei talebani. Hayanuddin era in licenza in quel momento, ma il giorno dopo, racconta, i suoi compagni dello 03 e altre forze di sicurezza si recarono al Kandahar Air Field, che a quel punto era in territorio talebano. Lì trascorsero due giorni in attesa di essere trasportati a Kabul.

Il 14 agosto, i talebani conquistarono la città di Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, dove Hayanuddin stava trascorrendo la sua licenza con la famiglia. Terrorizzati, lui e suo fratello minore, che aveva prestato servizio anche lui nello 03, rimasero svegli tutta la notte, cercando di contattare il comandante di Hayanuddin per ricevere ordini.

Quando finalmente lo raggiunsero, il comandante disse loro di raggiungere Kabul. La mattina dopo salirono su un taxi e partirono per un viaggio ansioso di due ore attraverso il territorio ora controllato dai loro nemici. Se qualcuno li avesse identificati, pensavano, sarebbero stati uccisi.

Ma il viaggio è stato molto più facile del previsto: uno dopo l’altro, i combattenti talebani che presidiavano i posti di blocco li hanno lasciati passare.

“Non sapevamo cosa stesse succedendo“, mi ha detto Hayanuddin. “Erano il nostro nemico. Stavamo combattendo intensamente solo un giorno prima del crollo, ma ora stavamo rimanendo nel loro territorio o lo attraversavamo in auto. Pensavamo di correre un grosso rischio, ma ora che ci penso, sembra che i Talebani non volessero attaccarci come parte del loro accordo con gli Stati Uniti“.

Non sono stati solo alcuni ragazzi in taxi a riuscire ad attraversare i posti di blocco talebani con facilità. Il 15 agosto, il giorno in cui Kabul cadde in mano ai talebani, il medico di 02 mi ha raccontato di aver guidato da Jalalabad a Kabul con i suoi compagni di unità in un convoglio di centinaia di veicoli militari carichi di armi e attrezzature.

Il medico pensava che avrebbero dovuto combattere per superare i posti di blocco, ma ogni volta i soldati talebani chiamavano i loro comandanti e facevano passare lui e gli altri miliziani afghani.

I Talebani hanno permesso ai membri dell’Unità Zero di attraversare in sicurezza le loro linee del fronte negli ultimi giorni di guerra perché si erano accordati con il governo degli Stati Uniti per farlo, secondo il medico di 02 e due ex funzionari dell’intelligence afghana, che hanno chiesto di non essere nominati perché temevano ripercussioni da parte dei Talebani per aver parlato con un giornalista.

Il piano di evacuazione degli Stati Uniti dipendeva dai membri dell’Unità Zero che si occupavano della sicurezza all’aeroporto di Kabul e gli americani avevano detto a quei combattenti di procurarsi i passaporti poco prima del crollo della repubblica, ha detto Zia, l’ex funzionario senior della sicurezza.

La CIA ha rifiutato di commentare. I Talebani non hanno risposto alle ripetute richieste di commento.

Hayanuddin e suo fratello sono arrivati sani e salvi alla Base Eagle, la sede di Kabul della CIA e dello 01, dove hanno trascorso tre notti. Una dopo l’altra, le Unità Zero sono salite a bordo di elicotteri Chinook e hanno lasciato la base per l’aeroporto di Kabul: prima la 01, poi la 02 e infine l’unità di Hayanuddin, la 03.

Hayanuddin trascorse cinque notti all’aeroporto, garantendo la sicurezza per l’evacuazione di migliaia di afghani disperati. In quei giorni e in seguito, i membri dell’Unità Zero sono stati accusati di aver sparato sulla folla e di aver picchiato i civili afghani che cercavano di andarsene.

Hayanuddin ha negato di aver maltrattato le persone all’aeroporto, ma il mio incontro con un combattente dell’Unità Zero il 19 agosto suggerisce che le accuse sono vere.

Mentre mi facevo strada tra la folla davanti al terminal dell’aeroporto, cercando di raggiungere il mio collega americano e i Marines statunitensi, un membro delle Unità Zero mi ha fermato. Ho spiegato chi ero e dove stavo andando, ma il combattente mi ha ordinato di sedermi. Se non l’avessi fatto, disse, mi avrebbe sparato con decine di proiettili e nessuno l’avrebbe interrogato.

Finalmente fu il turno di Hayanuddin di chiamare la sua famiglia per raggiungerlo su un volo per gli Stati Uniti, via Abu Dhabi e Germania. Come molti afghani, Hayanuddin era sposato con due donne.

Una delle sue mogli, di cui mi ha chiesto di non fare il nome, si era trasferita a Nangarhar con i loro tre figli diversi mesi prima del crollo e uno dei suoi fratelli era riuscito ad accompagnarli a Kabul per incontrare Hayanuddin all’aeroporto. Ma l’altra moglie di Hayanuddin era ancora nella sua provincia natale di Kunar con i loro quattro figli quando la Repubblica è caduta.

“La mia prima moglie, che si trovava a Kunar, non è potuta arrivare a Kabul“, mi ha detto, “perché non c’era nessuno ad accompagnarla“.

Hayanuddin si è lasciato alle spalle anche i genitori e i fratelli, compreso il fratello che aveva prestato servizio al suo fianco nello 03. Gli americani si sono rifiutati di evacuarlo, ha detto Hayanuddin, perché aveva lasciato l’unità un anno prima che i talebani prendessero il controllo.

Riconoscenti, ma arrabbiati

A Pittsburgh, Hayanuddin e altri membri dell’Unità Zero trovarono lavoro in una drogheria halal. Uno di loro era Khan Wali Momand, un ex preside di scuola che ha iniziato a lavorare per 02 a Jalalabad come guardia di sicurezza nel 2017. Momand ora vive con la moglie e i figli in un alloggio della Sezione 8 a Duquesne, un sobborgo di Pittsburgh.

Quando l’ho incontrato, stava scaricando degli scatoloni; da allora ha trovato un altro lavoro in un altro negozio di alimentari locale, che preferisce perché non comporta il sollevamento di carichi pesanti.

Momand ha iniziato a lavorare con la 02 grazie a suo fratello, Inayatullah, che secondo lui ha prestato servizio per 16 anni nell’unità, ma ha lasciato l’incarico pochi giorni prima del crollo del governo perché sua moglie era malata.

Come il fratello di Hayanuddin, Inayatullah è stato lasciato indietro quando i Talebani hanno preso il potere e lui e gli altri parenti di Momand sono diventati immediatamente oggetto di ritorsioni. Inayatullah si è nascosto e quando ho parlato con Momand questa primavera, era consumato dal dolore e dalla preoccupazione. “Ogni volta che ricevo una chiamata da casa“, mi ha detto Momand, “penso che ci saranno brutte notizie“.

Questa primavera, alcuni membri dei Talebani hanno rapito due nipoti adolescenti di Momand e li hanno trattenuti per cinque giorni nel tentativo di costringere la famiglia a consegnare Inayatullah. I nipoti sono stati rilasciati dopo che gli anziani tribali della zona hanno promesso di aiutare i talebani a trovare Inayatullah. Momand ha chiesto un visto speciale per immigrati per venire negli Stati Uniti, ma non ha ancora ricevuto risposta.

“Eravamo così fedeli agli americani che non avremmo lasciato le loro valigie sul campo di battaglia, ma ora stanno abbandonando mio fratello, che li ha aiutati per 16 anni“, mi ha detto Momand. “Durante le missioni con 02 è successo molte volte che un consigliere o un soldato americano venisse colpito e noi rischiassimo la vita per portarlo via dal campo di battaglia. Guarda il nostro livello di lealtà e il loro livello di lealtà“.

Momand è profondamente combattuto per il suo ruolo nella guerra. Quando cinque anni fa ha iniziato a lavorare con gli americani, si è attirato l’inimicizia dei talebani e di molti conoscenti. Nel suo villaggio conservatore, ha avuto difficoltà a difendere la sua decisione e a spiegare in che modo aiutare gli americani avrebbe giovato al suo Paese.

Ora si chiede se abbia fatto la scelta giusta e se ne sia valsa la pena, visto il prezzo che lui e la sua famiglia hanno pagato. A Duquesne è un estraneo e potrebbe non poter più tornare in Afghanistan. Si chiede se si sia unito alla 02 per le ragioni sbagliate o se sia stato usato? Ha tradito il suo paese, il suo popolo, dopo tutto?

Momand ha detto di essere grato a Biden. “Non ci ha abbandonato ai talebani. Se fossi stato abbandonato in Afghanistan, io e tutta la mia famiglia saremmo già stati uccisi“, ha detto. “Ma negli Stati Uniti non c’è nessuno che possa salvarmi dalla difficile situazione in cui mi trovo“.

Quando la nostra conversazione si è conclusa, la rabbia di Momand si è accesa. Ha raccontato la sua storia molte volte agli operatori delle agenzie di reinsediamento e di altre organizzazioni umanitarie. “Tutti vengono qui e chiedono dei miei problemi e di quelli della mia famiglia, ma non vedo alcun risultato nel raccontare queste storie“, ha detto. “Vi piace ascoltare la mia dolorosa storia di vita?“.

Solo nell’oscurità

A casa di Hayanuddin, in quella piovosa mattina di maggio, fu stesa una tovaglia sul tappeto del soggiorno e ci sedemmo attorno ad essa mentre sua moglie e sua figlia di 9 anni, Simina, portavano pagnotte di pane fresco caldo, uova, yogurt caldo e un thermos gigante di tè nero dolce e lattiginoso.

Mentre mangiavamo, Hayanuddin teneva d’occhio il suo telefono. Alle 9 del mattino suonò la sveglia e Simina gli portò un paio di calzini bianchi da ginnastica, una giacca e un ombrello. In Afghanistan, i suoi consiglieri americani avevano sottolineato la necessità di essere puntuali, arrivando spesso con 15 minuti di anticipo alle riunioni con le loro controparti afghane. Temeva che se fosse arrivato in ritardo al lavoro, sarebbe stato licenziato. E aveva bisogno di questo lavoro.

Mi ha detto che portava a casa circa 1.600 dollari al mese al netto delle tasse. L’agenzia di reinsediamento copriva i primi tre mesi di affitto del suo appartamento a Pittsburgh; dopo, avrebbe dovuto spendere 1.500 dollari al mese, quasi l’intero stipendio, per l’affitto e le utenze. Riceveva anche dei buoni pasto, ma il bilancio familiare era molto limitato.

La sua casa si trovava a circa cinque miglia dal negozio di alimentari halal, un tragitto facile di 15 minuti. Ma il viaggio in autobus, compreso il trasferimento in centro, poteva durare più di un’ora. In questo giorno avrebbe lavorato per nove ore, arrivando a casa tra le 21 e le 22. La famiglia, compresi i bambini, avrebbe cenato insieme fino a tardi. Poi chiamavano l’Afghanistan, in modo che Hayanuddin e sua moglie potessero parlare con i loro genitori e i genitori con i loro nipoti.

È stato suo padre, dice Hayanuddin, a convincerlo ad andare negli Stati Uniti l’anno scorso. “Se i talebani venissero e ti decapitassero davanti a noi o ti sparassero in testa davanti a noi, sarebbe un trauma molto grande per tutta la nostra vita“, gli ha detto suo padre lo scorso agosto. “Quindi, se vuoi risparmiarci questo dolore, dovresti andartene“.

A volte se ne pente. “Non siamo venuti qui volontariamente e non è facile“, mi ha detto. “È la lotta di tutti i giorni. E poi hai una famiglia che ti guarda e spera che tu sistemi tutto“.

Alle 9:20, Hayanuddin indossò una giacca nera e si diresse alla fermata dell’autobus, un palo di legno con un’insegna di metallo ai margini di una strada trafficata. Inarca le spalle contro la pioggia e tira una boccata di Marlboro Red. L’agenzia di reinsediamento gli aveva dato delle tessere di viaggio, ma quando queste si sarebbero esaurite avrebbe dovuto spendere i suoi soldi per il biglietto dell’autobus.

In Afghanistan, guidava pesanti veicoli militari su terreni montuosi indossando occhiali per la visione notturna. Ma a Pittsburgh non poteva ottenere la patente di guida. Il test era offerto in urdu e arabo, ma non in persiano o pashto, le due lingue principali dell’Afghanistan, e all’epoca i traduttori non erano ammessi (alcuni mesi dopo, a seguito delle lamentele della comunità afghana locale, la motorizzazione ha aggiunto un test in persiano).

“Se mi fermavo alla fermata dell’autobus in Afghanistan, facevo un cenno a un taxi che si fermava e mi portava dove volevo andare“, ha detto. “Non c’è un paese bello come l’Afghanistan al mondo, se solo fosse abbastanza sicuro per viverci“.

Dopo 15 minuti, l’autobus arrivò. Hayanuddin, completamente bagnato, indossò una mascherina chirurgica, salì i gradini e si accomodò su un sedile vuoto. Mentre l’autobus procedeva a fatica lungo le strade tortuose, in direzione del centro, egli osservò gli altri passeggeri.

“Solo i poveri come me usano l’autobus“, notò.

Nel suo appartamento, mi aveva mostrato una pila di carte d’identità militari e di encomi degli americani con cui aveva lavorato, ognuno firmato da un soldato o da un ufficiale diverso, che lodava il suo servizio e faceva promesse che non potevano mantenere.

“Le sue azioni esemplari dimostrano il suo impegno generale non solo per salvaguardare il suo villaggio, il suo distretto e la sua provincia da coloro che infliggono danni agli innocenti, ma anche per garantire un futuro migliore a tutti i cittadini afghani attuali e futuri“, si leggeva in un certificato, firmato dal “Sergente Maggiore Scott” e dal “Comandante Josh” dell’unità delle Forze Speciali ODA 3115.

“La sua competenza, l’incrollabile dedizione al dovere e l’etica del lavoro hanno superato di gran lunga le mie aspettative e sono fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano con lui“, si legge in un altro certificato, firmato QSF – Qandahar Strike Force – National Security Unit 03 e datato marzo 2021.

“Negli ultimi 6 anni, ha dimostrato la sua totale lealtà alla sua unità. Il suo servizio al Paese è un esempio luminoso per tutti i suoi compagni di unità che lo circondano e dimostra un impegno costante per un Afghanistan libero e prospero“. Il documento è firmato da “Mac”, un consigliere statunitense.

“Il signor Ayanudin sarà una grande risorsa per la SRF-03“, si legge in un encomio del 2015, “e darà un contributo significativo a un Afghanistan libero e prospero“.

Cosa fare, ora, di quei documenti, di quelle parole?

Più di un’ora dopo essere uscito di casa, Hayanuddin è sbarcato all’angolo di una strada desolata e ha camminato per un isolato fino alla drogheria halal, un complesso di magazzini in mattoni con murales che parafrasano Martin Luther King Jr: “Solo nell’oscurità puoi vedere le stelle“.

All’interno, ha sostituito la giacca con un grembiule bianco ed è riapparso dietro il bancone della carne, dove usa una lama meccanizzata per affettare i petti di pollo.

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29/10/2021

Afghanistan - Pechino guida la possibile integrazione regionale

Al reiterato impasse delle cancellerie occidentali sull’Afghanistan, certificato dal vertice fallimentare del G20 svoltosi alcune settimane fa a Roma e voluto fortemente da Draghi, corrisponde una progressione evidente della diplomazia che non ha più i propri perni a Washington o in qualche capitale della “Vecchia Europa”.

Come riporta l’agenzia stampa russa Tass, Muhammad Suhail Shaheen – nominato dai talebani ambasciatore afghano all’ONU – venerdì ha twittato l’urgenza del versamento di 1,2 miliardi di dollari d’aiuti promessi al G20, scrivendo che l’Emirato è pronto a “cooperare completamente attraverso i canali delle agenzie e altre ONG sui terreno”, ribadendo la necessità che vengano sbloccati i circa 10 miliardi di fondi stanziati dalla “comunità internazionale” alla Conferenza di Ginevra del 2020.

Dopo la conclusione del secondo meeting dei Paesi confinanti con l’Afghanistan, tenutosi questo mercoledì a Teheran, Ahmadullah Vasik – un importante funzionario talebano – si è detto soddisfatto dell’incontro perché ora possono cercare di stabilire rapporti con i propri vicini e con la comunità internazionale.

Il funzionario degli “studenti di teologia” ha rilasciato un intervista esclusiva a China Media Group, in cui afferma che il governo ad interim spera di essere riconosciuto dalla comunità internazionale.

All’incontro, che ha visto la presenza virtuale dei ministri degli Esteri russo e cinese, e la presenza di quelli di Iran, Pakistan (che aveva ospitato l’incontro precedente a settembre), Tajikistan, Uzbekistan, Turkmenistan – nonché del vice-presidente iraniano Mohammed Mokhber – i sette paesi hanno posto di fatto le condizioni per un riconoscimento del governo transitorio: un taglio netto con la galassia jihadista, il tema dei diritti alle donne ed una maggiore inclusione nell’esecutivo provvisorio delle altri componenti della società afghana, ma dimostrando comunque una certa apertura nei confronti dei Talebani.

Anche il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres è intervenuto all’incontro con un video-messaggio.

Iran e Cina si sono espressi contro le sanzioni che strangolano l’Afghanistan, che ha visto congelati i propri conti – aggiungiamo noi – nonostante la drammatica condizione umanitaria frutto dei disastri di un ventennio di occupazione militare, della corruzione dilagante negli apparati “collaborazionisti”, della palese incapacità di risollevare un Paese che ha di fatto vissuto per quasi quaranta anni in guerra.

Gli asset congelati depositati nella Federal Reserve ed in alcuni istituti bancari europei – tra cui mezzo miliardo in Germania ed una cifra ancora più considerevole in Svizzera – ammontano a 9,5 miliardi di dollari, mentre i prelievi ed i trasferimenti di denaro dall’estero non possono superare i 200 dollari.

Bisogna ricordare che gli USA, negli anni dell’occupazione, per una “ricostruzione” fallimentare hanno speso 146 miliardi di dollari, di cui ben più della metà – 89 miliardi – solo per le Forze Armate del paese, poi dissoltsi come neve al sole davanti all’avanzata talebana.

Come riporta Al Jazeera, gli USA sono fermamente determinati nel voler continuare la politica sanzionatoria contro i Talebani, come ha affermato Wally Adeyemo, Segretario al Tesoro statunitense, alla Commissione bancaria del Senato, ed allo stesso tempo – paradossalmente – contribuire al sostegno monetario del Paese.

Il portavoce ministeriale talebano Ahmad Wali Haqmal ha dichiarato alla Reuters: “I soldi appartengono alla nazione afghana, ridateci i nostri soldi. Congelare questi soldi è immorale e contro le leggi ed i valori internazionali”.

Tornando al vertice iraniano, in una dichiarazione finale congiunta, tutti i partecipanti hanno ribadito la necessità di aiuti umanitari al Paese, di supporto rispetto all’emergenza pandemica, di cui si deve far carico la comunità internazionale.

Bisogna ricordare che Russia e Cina, molto prima della caduta di Kabul questa estate, avevano avviato rapporti diplomatici con i talebani. L’intelligence iraniana che godeva di propri terminali sul terreno anche grazie alla numerosa comunità sciita hazara, aveva precedentemente certificato – escluse una dozzina di città – il sostanziale controllo del territorio da parte dei talebani, ripiegati fuori dalle zone urbane ma di fatto con la funzione di “governo ombra” nella vita quotidiana.

Ciò aveva spinto Mosca e Pechino ad un pragmatismo diplomatico verso i capi degli insorti, ben prima della precipitosa fuga occidentale.

Il vice-presidente iraniano, all’incontro di mercoledì, ha usato parole molto dure contro gli USA, accusati di utilizzare l’ISIS come “proxy force in region”, e fa di certo pensare l’intensa attività dell’ISIS-K nell’Emirato come principale fattore di destabilizzazione, insieme allo strangolamento economico che potrebbe portare nei prossimi mesi il Paese ad avere il 90% delle persone sotto la soglia di povertà.

Con gli USA ed i Paesi occidentali che non hanno ormai più i “gli scarponi sul terreno”, e pressoché nessuna influenza politica, i due maggiori “poli d’attrazione” per la diplomazia talebana sembrano essere da un lato l’asse Turchia/Qatar – che ha nel Turkmenistan un suo importante terminale – e l’asse euro-asiatico in via di consolidamento tra Russia, Cina ed Iran, con il Pakistan cooptato a vari livelli nella sfera di influenza di Pechino.

India ed Arabia Saudita, con la fuga dell’Occidente dal Paese, pagano un prezzo diplomatico altissimo, considerato il ruolo che avevano storicamente giocato.

I sauditi, infatti insieme ai nord-americani, dalla fine degli anni '70 ad inizio anni '90, sono stati i maggiori finanziatori della destabilizzazione del Paese insieme al Pakistan. Paesi che tra l’altro portano le maggiori responsabilità per l’incubazione dello jihad come fenomeno globale.

Questi due poli, Turchia-Qatar da un lato e Cina-Russia-Iran dall’altro, possono trovare punti di convergenza ma hanno notevoli punti d’attrito, e il profilo dell’Afghanistan del futuro sarà senz’altro anche un prodotto della bilancia di potenza tra questi attori, oltre che l’output della spinta della popolazione afghana stessa.

Significativo che, proprio il giorno prima del vertice a Teheran, ci sia stato in Qatar un incontro diplomatico ad alto livello tra Pechino e Doha, teso a rafforzare i già buoni livelli di collaborazione anche attraverso la cornice della “Nuova Via della Seta”. Uno scambio che ha avuto tra gli argomenti di discussione anche l’Afghanistan.

Il rappresentante cinese ha incontrato anche una delegazione di talebani, che hanno da tempo nel paese una rappresentanza diplomatica che ha gestito le trattative per il ritiro degli USA, conclusosi con l’accordo del febbraio del 2020.

Pechino sembra ora fare la parte del leone nei giochi diplomatici, agendo da “apripista” per una ridefinizione dei rapporti regionali dell’Afghanistan. In Cina, si svolgerà infatti nel 2022, il terzo incontro, dopo quello tenutosi in Pakistan e poi in Iran.

Il Consigliere di Stato e Ministero degli Esteri cinese, Wang Yi, ha fatto appello ai vicini del Paese perché aumentino i rapporti con Kabul al fine di integrarlo nello sviluppo regionale, promuovere la pace e accelerare la ricostruzione post-bellica.

Wang ha posto l’attenzione sullo sviluppo delle connessioni infrastrutturali tra i Paesi e sulla possibilità di includere l’Afghanistan nella cooperazione sviluppata grazie alla “Belt and Road”.

Così, mentre l’Occidente – dopo 20 anni di occupazione – vuole ridurre letteralmente alla fame il popolo afghano e sembra non proprio “infastidito” dall’attività jihadista dell’ISIS in loco, la diplomazia extra-europea lavora per porre le basi per una uscita del paese dalla sudditanza politica e dalla dipendenza economica, cercando di strappare condizioni migliori per le donne e alcune componenti della popolazione, che gli ex-occupanti – con la “strategia della fame” – non sembrano proprio poter assicurare.

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