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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/09/2026

11 settembre 2001, 25 anni dopo le guerre americane sconvolgono ancora il mondo

 Venticinque anni fa, mentre le fiamme divoravano le Torri Gemelle e il Pentagono, sembrava di assistere all’inizio di una nuova epoca mondiale. Venticinque anni dopo, l’11 settembre resta certamente uno degli eventi che hanno maggiormente modificato la storia contemporanea, ma la direzione di quel cambiamento appare molto diversa da quella immaginata allora dagli Stati Uniti con l’uso costante della forza e della guerra.

Osama bin Laden voleva trascinare gli Stati Uniti in una guerra che ne logorasse la potenza, ne alimentasse l’ostilità verso il mondo musulmano e provocasse una reazione ampia e di lungo termine. Non riuscì a distruggere l’America. Al Qaeda fu decapitata, Bin Laden venne ucciso nel 2011 e il jihadismo globale non ha mai conquistato il potere fuori dal Medio oriente.

Allo stesso tempo la risposta statunitense all’11 settembre produsse qualcosa di molto diverso da una semplice operazione di sicurezza. Produsse una guerra globale.

È proprio questo il punto di partenza dello speciale che Foreign Affairs dedica in questi giorni al venticinquesimo anniversario. Philip H. Gordon parla di “A Quarter Century of Fear and Fantasy”, mentre Nelly Lahoud titola il suo saggio “Bin Laden’s Catastrophic Success”: Al Qaeda, sostiene già il titolo, ha cambiato il mondo, ma non nel modo che si aspettava.

La risposta immediata e la guerra senza fine

L’Afghanistan era la risposta più direttamente legata all’11 settembre. Il regime talebano aveva ospitato Bin Laden e la leadership di Al Qaeda. Nell’ottobre 2001 gli Stati Uniti e i loro alleati entrarono in guerra. Ma quella che doveva essere un’operazione contro un’organizzazione armata divenne progressivamente una guerra ventennale per costruire un nuovo Afghanistan. Quando nell’agosto 2021 gli americani se ne sono andati, i talebani sono tornati al potere. Foreign Affairs, a cinque anni dal ritiro, osserva che l’Afghanistan è praticamente scomparso dal dibattito della politica estera americana, nonostante la situazione del Paese resti drammatica. La rivista parla anche del costo del “collective forgetting”, della rimozione collettiva di quella che è stata la guerra più lunga della storia degli Stati Uniti. Vent’anni di guerra per tornare, almeno politicamente, al punto di partenza.

Poi arrivò l’Iraq

Se l’Afghanistan aveva un rapporto diretto con l’11 settembre, l’Iraq no. Saddam Hussein non aveva partecipato agli attentati. Nonostante ciò, nel 2003 George W. Bush decise l’invasione dell’Iraq, costruendo la giustificazione pubblica intorno ad inesistenti armi di distruzione di massa e alla più ampia guerra contro il terrorismo. Il punto merita di essere ricordato anche perché Foreign Affairs ha riesaminato recentemente le proprie responsabilità editoriali dell’epoca. In un articolo del 2002 Kenneth Pollack aveva sostenuto che Washington dovesse “invade Iraq, eliminate the present regime”, ammettendo tuttavia che l’invasione non fosse una componente necessaria della guerra contro il terrorismo.

Le armi di distruzione di massa non furono mai trovate. L’Iraq fu invece devastato. Il collasso delle istituzioni statali, lo scioglimento dell’esercito, la guerra settaria e l’insurrezione crearono le condizioni nelle quali Al Qaeda in Iraq poté svilupparsi. Da quella galassia jihadista sarebbe poi emerso lo Stato islamico.

È uno dei paradossi più tragici della risposta americana: una guerra dichiarata anche in nome della lotta al terrorismo contribuì a creare il terreno sul quale sarebbe nato uno dei più potenti movimenti jihadisti della storia.

Il prezzo che non entra nei comunicati

Il nuovo rapporto del Costs of War Project della Brown University, pubblicato il 2 settembre 2026, stima che le guerre post-11 settembre abbiano provocato, fino al 2023, 905.000-940.000 morti direttamente legate alla violenza bellica in Afghanistan, Iraq, Pakistan, Siria, Yemen e altri teatri. Almeno 408.749-432.093 erano civili.

Ma la guerra non uccide soltanto chi viene colpito da una bomba o da un proiettile. Distrugge ospedali, sistemi sanitari, reti idriche, economie, scuole. Produce malnutrizione e malattie. Genera migrazioni e sfollamento. Per questo la Brown University stima altre 3,6-3,8 milioni di morti indirette. Il bilancio complessivo delle morti direttamente e indirettamente riconducibili alle guerre post-11 settembre arriva così ad almeno 4,5-4,7 milioni di persone. E più di 38 milioni di persone sono state costrette a lasciare le proprie case nei diversi teatri delle guerre post-11 settembre. Sono numeri che rendono quasi impossibile parlare semplicemente di una “guerra al terrorismo”. Si è trattato di una trasformazione geopolitica di dimensioni storiche, con un costo umano enorme.

Guantanamo: l’eccezione diventata sistema

C’è poi l’altra eredità dell’11 settembre, quella che non si misura in morti ma nella trasformazione dello Stato di diritto. Guantanamo, le prigioni segrete della CIA, le extraordinary renditions, le detenzioni indefinite, gli interrogatori coercitivi, le torture. Abu Ghraib. La risposta americana non si limitò a bombardare Afghanistan e Iraq. Creò un sistema parallelo nel quale alcune delle garanzie fondamentali del diritto vennero sospese o aggirate. La Brown University sintetizza oggi questo lascito parlando di “indefinite detention, torture and mistreatment”, insieme all’espansione della sorveglianza di massa e alla militarizzazione della polizia americana.

È difficile non vedere qui una delle contraddizioni fondamentali dell’intera stagione post-11 settembre. Per “difendere la democrazia”, quella che si proclama la principale democrazia occidentale accettò pratiche incompatibili con alcuni dei principi che dichiarava di voler difendere. Per proteggere la libertà, ampliò enormemente i poteri dello Stato. Per impedire nuovi attentati, costruì una macchina di sorveglianza che modificò il rapporto tra individuo e autorità.

Una guerra senza confini

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto avere un obiettivo preciso. Finì invece per non avere praticamente più confini geografici. Afghanistan e Iraq furono seguiti da Pakistan, Yemen, Somalia, Siria, Libia e altri teatri. Secondo il Costs of War Project, nel 2023 gli Stati Uniti conducevano attività di controterrorismo in almeno 78 Paesi. È una trasformazione straordinaria.

Quella che nel settembre 2001 sembrava una risposta emergenziale a un attacco senza precedenti è diventata, un quarto di secolo dopo, una componente strutturale della politica estera e di sicurezza americana. Il costo economico è altrettanto enorme: circa 8.000 miliardi di dollari spesi o impegnati dagli Stati Uniti per le guerre post-11 settembre, secondo la Brown University. Una cifra difficile persino da immaginare. E ancora più difficile da giustificare se la domanda è quale mondo abbia prodotto quella spesa.

Il Medio Oriente dopo l’Iraq

La guerra in Iraq non distrusse soltanto uno Stato. Contribuì a rompere gli equilibri regionali, alimentò il conflitto settario tra sunniti e sciiti, rafforzò indirettamente l’influenza iraniana e contribuì alla nascita dell’ambiente politico e militare nel quale si sviluppò lo Stato islamico (ISIS). L’invasione del 2003 fu dunque un passaggio decisivo nella trasformazione del Medio Oriente contemporaneo.

Il problema è che la regione non è diventata più stabile. La guerra in Iraq, la successiva destabilizzazione della Siria, l’ascesa dell’Isis, la crescita delle milizie regionali e le guerre successive hanno prodotto una regione nella quale la violenza è diventata una componente permanente della politica. E oggi, nel 2026, il Medio Oriente è nuovamente attraversato da una devastazione di proporzioni enormi, dalla distruzione israeliana di Gaza alle sue ripercussioni regionali.

Non è corretto attribuire all’invasione dell’Iraq la responsabilità diretta di ogni guerra successiva. Ma è altrettanto difficile negare che il sistema regionale uscito dall’intervento americano sia molto più instabile di quello che Washington dichiarava di voler costruire.

Dall’11 settembre a Gaza: il precedente della forza

Il collegamento con Gaza deve essere fatto con cautela, perché non esiste una linea diretta che colleghi l’invasione dell’Iraq alle guerre successive lanciate da Israele. Ma esiste un elemento più generale: la normalizzazione dell’uso della forza come strumento ordinario della politica internazionale. Dopo l’11 settembre, il concetto di guerra al terrorismo ha contribuito a dilatare il diritto all’autodifesa fino a includere operazioni militari lontanissime dal luogo dell’attacco originario.

Ha contribuito a rendere abituale l’uso di droni, uccisioni mirate, operazioni speciali e bombardamenti contro organizzazioni non statali. È uno dei lasciti più controversi dell’epoca Bush: l’idea che la sicurezza possa giustificare quasi indefinitamente l’eccezione. E quando un principio viene normalizzato dalla potenza più forte, inevitabilmente altri Stati lo utilizzano per giustificare le proprie azioni.

Gli Usa volevano prendere il pieno controllo del mondo usando il pretesto della guerra al terrorismo. E invece ha perso terreno, La competizione tra Stati Uniti e Cina è diventata il principale asse strategico del sistema internazionale. La Russia è tornata protagonista. Il Medio Oriente è attraversato da conflitti e crisi che hanno oltrepassato i confini regionali. Il sistema internazionale appare più fragile.

La guerra al terrorismo avrebbe dovuto consolidare l’ordine internazionale guidato dagli Stati Uniti. Invece, almeno in parte, ha contribuito a consumare risorse, credibilità e capitale politico americano. Già nel 2003, G. John Ikenberry aveva messo in guardia sulle conseguenze di quella trasformazione, parlando di una possibile “neoimperial grand strategy” destinata a provocare “antagonism and resistance” e a lasciare gli Stati Uniti in “a more hostile and divided world”.

L’11 settembre non ha distrutto l’ordine americano. Ma la risposta all’11 settembre ha contribuito a logorarlo. Questa potrebbe essere, venticinque anni dopo, la vera lezione. La minaccia jihadista era reale. Ma una cosa è rispondere al terrorismo. Un’altra è trasformare quella risposta in una guerra permanente. Una cosa è proteggere una democrazia. Un’altra è sacrificare, in nome della sua sicurezza, proprio la democrazia e i diritti. L’11 settembre 2026 il terrorismo di Al Qaeda non è più la principale minaccia strategica degli Stati Uniti. Il mondo però è attraversato da guerre, rivalità tra grandi potenze, Stati falliti, crisi umanitarie e una crescente sfiducia verso le regole internazionali*.

Fonte 

* sarebbe più corretto parlare di sfiducia nei confronti dell'ordine basato sulle regole dell'occidente capitalistico.

26/01/2026

Si rompe l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan

Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse della storia recente del paese.

Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.

Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.

Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.

Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.

Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.

Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.

I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.

Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.

Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.

Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).

Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.

Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).

Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.

Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.

In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.

Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.

Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.

Fonte

11/12/2025

Afghanistan, fallimento Usa da 914 miliardi di dollari

Guerra lunga, costosa e persa

Dati del rapporto dello ‘Special Inspector General for Afghanistan Reconstruction’ (Sigar). La guerra più duratura della storia americana che si è conclusa con un clamoroso fallimento e con la riconquista dell’Afghanistan da parte dei Talebani, detronizzati nel 2001 dall’operazione Enduring Freedom e tornati al potere dopo una lunga guerriglia contro il governo di Kabul e dopo che il negoziato diretto tra gli Usa e gli studenti coranici nella prima amministrazione di Trump pose le basi del ritiro Usa e del disastro consumatosi nell’agosto 2021, ricostruisce Inside Over.

Ma Andrea Muratore va oltre, non solo soldi, ma uomini e credibilità. «Circa 2.500 uomini sul campo nella ‘tomba degli imperi’ (prima ci cadde l’Unione Sovietica), tra stipendi, organizzazione militare e armamenti. I dati del Dipartimento della Difesa, e del Congressional Research Service imputano circa un terzo delle spese agli stipendi e poco meno di un quarto a logistica e sostegno operativo alle truppe. Nel picco di Enduring Freedom, dal 2010 al 2012, durante il mandato di Barack Obama il conflitto afghano arrivò a costare 100 miliardi di dollari annui al contribuente statunitense. Una spesa colossale, se si pensa che allora la spesa afghana degli Usa era superiore all’intero budget militare della Federazione Russa.

La ricostruzione fallita

Un forte peso l’hanno avuto le politiche di privatizzazione della guerra e di molti servizi decise dall’amministrazione di George W. Bush, in Afghanistan come in Iraq, nella strategia interventista neoconservatrice di Donald Rumsfeld e Dick Cheney. Washington strapagò appalti e commesse a imprese private per fornitura di servizi estremamente ben retribuiti che impattarono sul costo della guerra. Peggio ancora: secondo queste ricerche sono stati almeno 148,2 miliardi di dollari i fondi stanziati dal 2002 in avanti per ricostruire lo Stato afghano, per tre quinti circa (88,8 miliardi) destinati all’addestramento e al rilancio delle forze armate di Kabul al servizio dei presidenti Hamid Karzai e Ashraf Ghani, che però alla prova dei fatti si sciolsero come neve al sole di fronte al ritorno dei Talebani nel 2021.

Costi indiretti, si raddoppia

I costi indiretti: fino a 2.300 miliardi di dollari. «Ma l’Afghanistan non è diventato uno Stato solido, non ha ritrovato un’unità nazionale nel nuovo corso filo-americano, è rimasto tribalizzato e decentralizzato e piagato da corruzioni e inefficienze», denuncia Muratore. «Lo State-building americano è collassato di fronte al rilancio dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan che da quattro anni controlla il Paese». Con gli oltre 3,5 miliardi di dollari spesi dopo il disastroso ritiro del 2021, compresi i 7 miliardi di dollari di armi abbandonate dalle truppe Usa nell’agosto rovente di quell’anno e una quota, enorme, di fondi sprecati in corruzione. Tra i 26 e i 29 miliardi sarebbero stati infatti drenati da frodi, mala progettazione e ruberie.

Pozzo senza fondo

«Un pozzo senza fondo che ha consumato risorse e portato a una perdita pesante di vite umane senza migliorare la sicurezza dell’Afghanistan né, men che meno, quella degli Usa». Un fallimento a tutto campo di cui il rapporto Sigar calcola solo i costi diretti. Secondo un report della Brown University, nota AntiWar, «il costo reale della guerra degli Stati Uniti in Afghanistan superi i 2,3 trilioni di dollari, un totale che tiene conto delle cure ai veterani, degli interessi pagati sul debito contratto per finanziare la guerra e di altri fattori».

Un costo pagato dai contribuenti americani e dal popolo afghano intrappolato in una guerra senza fine. Da cui è uscita la situazione ante 2001: i Talebani al potere, gli Usa fuori. Celebrazione definitiva di un fallimento senza ammende.

Fonte

06/02/2025

30 anni di bugie sul Medio Oriente

La “Guerra al Terrorismo” è stata costruita su una serie di inganni per convincere l’opinione pubblica occidentale che i propri governanti stavano schiacciando l’estremismo islamista. In realtà, lo stavano alimentando.

La storia: ci avete creduto trent’anni fa quando vi hanno detto che gli Accordi di Oslo avrebbero portato la pace in Medio Oriente? Che Israele si sarebbe finalmente ritirato dai Territori Palestinesi che aveva Occupato illegalmente per decenni, avrebbe posto fine alla sua brutale repressione del popolo palestinese e avrebbe permesso la creazione di uno Stato Palestinese? Che la piaga più duratura per il mondo arabo e musulmano sarebbe stata finalmente risolta?

La realtà: di fatto invece, durante il periodo di Oslo, Israele ha rubato ulteriore terra palestinese e ha ampliato la costruzione di insediamenti ebraici illegali al ritmo più veloce di sempre. Israele è diventato ancora più repressivo, costruendo muri e recinzioni di prigionia attorno a Gaza e alla Cisgiordania, continuando a occupare entrambe in modo aggressivo. Ehud Barak, Primo Ministro israeliano dell’epoca, “ha fatto saltare”, nelle parole di uno dei suoi principali consiglieri, i negoziati sostenuti dagli Stati Uniti a Camp David nel 2000.

Settimane dopo, con i Territori Palestinesi Occupati in fermento, il capo dell’opposizione Ariel Sharon, accompagnato da 1.000 soldati israeliani armati, ha invaso la Moschea di al-Aqsa nella Gerusalemme Occupata, uno dei luoghi più sacri per i musulmani al mondo. È stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, innescando una rivolta dei palestinesi che Israele avrebbe schiacciato con una forza militare devastante e quindi fatto pendere la bilancia del sostegno popolare dalla dirigenza laica di Fatah al Gruppo di Resistenza islamica Hamas.

Più avanti, il trattamento sempre più violento di Israele nei confronti dei palestinesi e la sua graduale presa di controllo di al-Aqsa, sostenuta dall’Occidente, non hanno fatto altro che radicalizzare ulteriormente il gruppo jihadista Al-Qaeda, fornendo la giustificazione pubblica per l’attacco alle Torri Gemelle di New York nel 2001.

La storia: ci avete creduto nel 2001, dopo l’attacco dell’11 settembre, quando vi hanno detto che l’unico modo per impedire ai Talebani di ospitare Al-Qaeda in Afghanistan sarebbe stato che gli Stati Uniti e il Regno Unito invadessero e “stanassero” i Talebani dalle loro caverne? E che nel frattempo l’Occidente avrebbe salvato le ragazze e le donne afghane dall’oppressione?

La realtà: non appena sono cadute le prime bombe statunitensi, i Talebani hanno espresso la loro disponibilità a cedere il potere al burattino statunitense Hamid Karzai, a rimanere fuori dalla politica afghana e a consegnare Osama bin Laden, il capo di Al-Qaeda, a un terzo Paese concordato.

Gli Stati Uniti hanno comunque avviato l'invasione, occupando l’Afghanistan per vent’anni, uccidendo almeno 240.000 afghani, la maggior parte dei quali civili, e spendendo circa 2 trilioni di dollari (1.918 miliardi di euro) per sostenere la loro detestata Occupazione. I Talebani sono diventati più forti che mai e nel 2021 hanno costretto l’esercito americano ad andarsene.

La storia: ci avete creduto nel 2003 quando vi dissero che in Iraq c’erano armi di distruzione di massa che avrebbero potuto distruggere l’Europa in pochi minuti? Che il Presidente iracheno, Saddam Hussein, era il nuovo Hitler e che si era alleato con Al-Qaeda per distruggere le Torri Gemelle? E che per queste ragioni gli Stati Uniti e il Regno Unito non avevano altra scelta che invadere preventivamente l’Iraq, anche se le Nazioni Unite si erano rifiutate di autorizzare l’attacco?

La realtà: per anni, l’Iraq era stato sottoposto a severe sanzioni in seguito alla sconsiderata decisione di Saddam Hussein di invadere il Kuwait e sconvolgere l’ordine regionale nel Golfo progettato per mantenere il flusso di petrolio verso l’Occidente. Gli Stati Uniti hanno risposto con la loro stessa dimostrazione di forza militare, decimando l’esercito iracheno. La politica degli anni ’90 era stata di contenimento, incluso un regime di sanzioni che si stima avesse ucciso almeno mezzo milione di bambini iracheni, un costo in vite umane che l’allora ambasciatrice degli Stati Uniti all’ONU Madeline Albright giustificò con un “ne valeva la pena”.

Saddam Hussein dovette anche sottoporsi a un programma di ispezioni continue delle armi da parte di esperti dell’ONU. Gli ispettori avevano concluso con un alto grado di certezza che non c’erano armi di distruzione di massa utilizzabili in Iraq.

Il rapporto secondo cui Saddam Hussein avrebbe potuto sparare sull’Europa, colpendola in 30 minuti, era una bugia, come alla fine emerse, inventata dai servizi segreti del Regno Unito. E l’affermazione che Saddam avesse legami con Al-Qaeda non solo era priva di prove, ma era palesemente insensata. Il Regime altamente laico, seppur brutale, di Saddam era profondamente contrario e temeva il fanatismo religioso di Al-Qaeda.

L’Invasione e l’Occupazione da parte di Stati Uniti e Regno Unito, e la feroce guerra civile ideologica che ha scatenato tra musulmani Sunniti e Sciiti, avrebbero ucciso, secondo le migliori stime, più di 1 milione di iracheni e sfollati altri 4 milioni. L’Iraq è diventato un terreno di reclutamento per l’estremismo islamico e ha portato alla formazione di un nuovo, molto più estremista, concorrente sunnita di Al-Qaeda chiamato Stato Islamico. Ha anche rafforzato il potere della maggioranza sciita in Iraq, che ha preso il potere dai Sunniti e ha forgiato un’alleanza più stretta con l’Iran.

La storia: ci avete creduto nel 2011 quando vi hanno detto che l’Occidente stava sostenendo la Primavera Araba per portare la democrazia in Medio Oriente e che l’Egitto, il più grande Stato arabo, era la prima linea del cambiamento nel rimuovere il suo Presidente autoritario Hosni Mubarak?

La realtà: Mubarak era stato sostenuto dall’Occidente come tiranno dell’Egitto per tre decenni e riceveva miliardi di “aiuti esteri” ogni anno da Washington, di fatto una tangente per abbandonare i palestinesi e mantenere la pace con Israele secondo i termini dell’Accordo di Camp David del 1979. Ma gli Stati Uniti hanno voltato le spalle a malincuore a Mubarak dopo aver valutato che non avrebbe potuto resistere alle crescenti proteste che stavano travolgendo il Paese da parte delle forze rivoluzionarie liberate dalla Primavera Araba, un insieme di liberali laici e gruppi islamici guidati dalla Fratellanza Musulmana. Con l’esercito che si è trattenuto, i manifestanti sono emersi vittoriosi. La Fratellanza ha vinto le elezioni per guidare il nuovo governo democratico.

Dietro le quinte, tuttavia, il Pentagono stava rafforzando i legami con i resti del vecchio Regime di Mubarak e con un nuovo aspirante alla corona, il generale Abdel Fattah al-Sisi. Rassicurato che non vi fosse alcun pericolo di rappresaglie da parte degli Stati Uniti, al-Sisi alla fine organizzò un colpo di stato per riportare l’Egitto alla dittatura militare nel 2013. Israele fece pressioni per assicurarsi che la dittatura militare di al-Sisi continuasse a ricevere i suoi miliardi di aiuti annuali dagli Stati Uniti.

Al potere, al-Sisi ha ripristinato gli stessi poteri repressivi di Mubarak, ha schiacciato spietatamente la Fratellanza e si è unito a Israele nel soffocare Gaza con un blocco per isolare Hamas, la versione palestinese della Fratellanza. Così facendo, ha dato un’ulteriore spinta all’estremismo islamista, con lo Stato Islamico che ha stabilito una presenza nel Sinai. Nel frattempo, gli Stati Uniti hanno ulteriormente confermato che il loro impegno per la Primavera Araba e i movimenti democratici in Medio Oriente era inesistente.

La storia: ci avete creduto quando, sempre nel 2011, vi dissero che il dittatore libico Muammar Gheddafi rappresentava una terribile minaccia per la sua stessa popolazione e aveva persino dato ai suoi soldati il ​​Viagra per commettere stupri di massa? Che l’unico modo per proteggere i libici comuni era che la NATO, guidata da Stati Uniti, Regno Unito e Francia, bombardasse il Paese e aiutasse direttamente i gruppi di opposizione a rovesciare Gheddafi?

La realtà: le accuse contro Gheddafi, come contro Saddam Hussein, erano prive di prove, come concluse un’indagine parlamentare britannica cinque anni dopo, nel 2016. Ma l’Occidente aveva bisogno di un pretesto per rimuovere il Presidente libico, che era visto come una minaccia per gli interessi geopolitici occidentali.

Una pubblicazione da parte di WikiLeaks di cablogrammi diplomatici statunitensi ha esposto l’allarme di Washington per gli sforzi di Gheddafi di creare gli Stati Uniti d’Africa per controllare le risorse del continente e sviluppare una politica estera indipendente.

La Libia, con le maggiori riserve di petrolio dell’Africa, aveva creato un pericoloso precedente, offrendo a Russia e Cina nuovi contratti di esplorazione petrolifera e rinegoziando i contratti esistenti con le compagnie petrolifere occidentali a condizioni meno favorevoli. Gheddafi stava anche coltivando legami militari ed economici più stretti con Russia e Cina.

Il bombardamento della Libia da parte della NATO non aveva mai avuto lo scopo di proteggere la sua popolazione. Il Paese fu immediatamente abbandonato dopo il rovesciamento di Gheddafi e divenne uno ‘stato fallito’ di signori della guerra e mercanti di schiavi. Parti della Libia divennero una roccaforte dello Stato Islamico. Le armi occidentali fornite ai “ribelli” finirono per rafforzare lo Stato Islamico e alimentare i bagni di sangue in Siria e Iraq.

La storia: ci avete creduto quando, di nuovo dal 2011 in poi, vi hanno detto che le forze democratiche erano schierate per rovesciare il dittatore siriano Bashar al-Assad e che il Paese era sull’orlo di una rivoluzione in stile Primavera Araba che avrebbe liberato il suo popolo?

La realtà: non c’è dubbio che il governo di Assad, unito alla siccità e alle perdite dei raccolti causati dal cambiamento climatico, abbia portato a crescenti disordini in alcune parti della Siria nel 2011. Ed era anche vero che, come altri regimi arabi laici basati sul governo di una fazione minoritaria, il governo di Assad dipendeva da un autoritarismo brutale per mantenere il suo potere su altre fazioni più grandi.

Ma non è per questo che la Siria è finita per sprofondare in una sanguinosa guerra civile durata 13 anni che ha coinvolto attori dall’Iran e dalla Russia a Israele, Turchia, al-Qaeda e ISIS. Ciò è stato in gran parte dovuto al fatto che Washington e Israele hanno perseguito ancora una volta i loro interessi geostrategici.

Il vero problema per Washington non era l’autoritarismo di Assad (i più forti alleati degli Stati Uniti nella regione erano tutti autoritari), ma altri due fattori critici.

Innanzitutto, Assad apparteneva alla minoranza Alawita, una fazione dell’Islam Sciita che aveva una faida teologica e di casta lunga secoli con un Islam Sunnita dominante nella regione. Anche l’Iran era Sciita. La maggioranza Sciita dell’Iraq era salita al potere dopo che Washington aveva sradicato il regime Sunnita di Saddam Hussein nel 2003. E infine, la milizia libanese Hezbollah era Sciita. Insieme, questi costituivano quello che Washington descriveva sempre più come un “Asse del Male”.

Secondo, la Siria condivideva un lungo confine con Israele e, cosa fondamentale, era il principale corridoio geografico che collegava l’Iran e l’Iraq alle forze di guerriglia di Hezbollah a Nord di Israele, in Libano. Per decenni, l’Iran ha introdotto di nascosto decine di migliaia di razzi e missili sempre più potenti nel Libano meridionale, vicino al confine settentrionale di Israele.

Quell’arsenale ha servito per la maggior parte del tempo come scudo difensivo, il principale deterrente che ha impedito a Israele di invadere e occupare il Libano, come aveva fatto per molti anni fino a quando i combattenti di Hezbollah lo hanno costretto a ritirarsi nel 2000. Ma è servito anche a dissuadere Israele dall’invadere la Siria e attaccare l’Iran.

Pochi giorni dopo l’11 settembre, un alto generale statunitense, Wesley Clark, ha ricevuto un documento da un funzionario del Pentagono che esponeva la risposta degli Stati Uniti al crollo delle Torri Gemelle. Gli Stati Uniti avrebbero “abbattuto” sette Paesi in cinque anni. In particolare, la maggior parte degli obiettivi erano le roccaforti sciite del Medio Oriente: Iraq, Siria, Libano e Iran. (I colpevoli dell’11 settembre, notiamolo, erano sunniti, per lo più provenienti dall’Arabia Saudita.)

L’Iran e i suoi alleati avevano resistito alle mosse di Washington, sostenute sempre più apertamente dagli stati sunniti, in particolare quelli del Golfo ricco di petrolio, per imporre Israele come egemone regionale e consentirgli di cancellare senza opposizione i palestinesi come popolo.

Israele e Washington, potremmo notare, stanno attivamente cercando di raggiungere questi stessi obiettivi proprio in questo momento. E la Siria è sempre stata di fondamentale importanza per realizzare il loro piano. Ecco perché, come parte dell’Operazione Timber Sycamore (Operazione Platano), gli Stati Uniti hanno segretamente investito enormi somme di denaro nell’addestramento dei loro ex nemici di al-Qaeda per creare una milizia anti-Assad che ha attirato combattenti Jihadisti Sunniti da tutta la regione, così come armi da Stati falliti come la Libia. Il Piano era sostenuto finanziariamente dagli Stati del Golfo, con assistenza militare e d’informazione da Turchia, Israele e Regno Unito.

Alla fine del 2024, i principali alleati di Assad erano in difficoltà: la Russia era bloccata da una guerra per procura guidata dalla NATO in Ucraina, mentre Teheran era sempre più sulla difensiva a causa degli attacchi israeliani in Libano, Siria e Iran stesso. Fu in questo momento che Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), un ramo dell’organizzazione terroristica al-Qaeda, prese Damasco a una velocità fulminea, costringendo Assad a fuggire a Mosca.

Se credete a tutte queste storie, e ancora credete che l’Occidente stia facendo del suo meglio per reprimere l’estremismo islamico e un presunto imperialismo russo in Ucraina, allora presumibilmente credete anche che Israele abbia raso al suolo Gaza, distrutto tutti i suoi ospedali e affamato l’intera popolazione di 2,3 milioni di abitanti semplicemente per “eliminare Hamas”, anche se Hamas non è stato eliminato.

Presumibilmente credete che la Corte Internazionale di Giustizia abbia sbagliato quasi un anno fa a sentenziare che Israele ha commesso un Genocidio a Gaza.

Presumibilmente credete che persino i più cauti esperti israeliani dell’Olocausto abbiano sbagliato a maggio a concludere che Israele era indiscutibilmente entrato in una fase di Genocidio quando ha distrutto la “Zona Sicura” di Rafah, dove aveva radunato la maggior parte della popolazione di Gaza.

E presumibilmente credete che tutti i principali gruppi per i diritti umani abbiano sbagliato a concludere alla fine dell’anno scorso, dopo una lunga ricerca per proteggersi dalle diffamazioni di Israele e dei suoi sostenitori, che la devastazione di Gaza da parte di Israele ha tutti i tratti distintivi di un Genocidio.

Senza dubbio crederete anche che il Piano di lunga data di Washington per il “Dominio Globale ad ampio spettro” sia benevolo e che Israele e gli Stati Uniti non abbiano Iran e Cina nel mirino.

Se è così, continueremo a credere a qualsiasi cosa ci diranno, anche mentre stiamo cadendo giù dal precipizio, certi che questa volta andrà tutto diversamente.

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31/12/2024

L'eredità di Jimmy Carter

Il 29 dicembre l'ex presidente degli Stati Uniti Jimmy Carter è morto all'età di 100 anni, quasi 44 anni dopo aver terminato il suo mandato nel gennaio 1981.

Dopo essersi laureato all'Accademia navale degli Stati Uniti nel 1946, Carter fu in servizio attivo nella Marina dal 1946 al 1953, prima di prestare servizio nelle riserve dal 1953 al 1961.

Una delle eredità più durature di Carter come presidente fu l'inizio del coinvolgimento militare degli Stati Uniti in Afghanistan, con la sua amministrazione che ha supervisionato l’armamento e l’addestramento dei ribelli islamici contro il governo alleato dei sovietici nel paese dal 1978, aprendo la strada all’ascesa dei talebani e di Al Qaeda e provocando Mosca a lanciare una costosa campagna militare per sostenere il governo afghano contro la minaccia jihadista.

La strategia di destabilizzare i partner strategici di Mosca attraverso il sostegno ai gruppi islamici fondamentalisti sarebbe diventata un punto fermo della politica del blocco occidentale nei decenni successivi, inclusa la Jugoslavia negli anni ’90 e la Siria negli anni 2010 e 2020, in entrambi i casi con grande successo.

L'amministrazione Carter segnò anche l'inizio di relazioni ostili tra gli Stati Uniti e l'Iran, in seguito al rovesciamento della dinastia iraniana Pahlavi nel 1979 e alla formazione di una Repubblica islamica, con la Casa Bianca che formò una stretta partnership strategica con il nuovo governo iracheno del presidente Saddam Hussein che invase l'Iran nel 1980. Da allora le relazioni tra Washington e Teheran sono rimaste di basso livello, con l'anno 2024 che ha visto di gran lunga la più grande serie di scontri armati tra gli Stati Uniti e le risorse missilistiche e aeree iraniane nella storia.

Un'eredità meno nota dell'amministrazione Carter è che fu la prima a rivelare al mondo lo sviluppo di bombardieri stealth per l'aeronautica degli Stati Uniti. Il 22 agosto 1980 l’esistenza della tecnologia stealth fu annunciata dal Segretario alla Difesa Harold Brown, che dichiarò: “Non è troppo presto per dire che renderemo i sistemi di difesa aerea esistenti sostanzialmente inefficaci, ciò altera significativamente l’equilibrio militare”.

La decisione di annunciare lo sviluppo della nuova tecnologia è stata considerata una risposta alle critiche rivolte alla decisione dell'amministrazione nel suo primo anno di mandato di annullare lo sviluppo del bombardiere supersonico B-1, citata dagli oppositori politici per sostenere che il presidente Carter era compromettente per le difese americane.

La modernizzazione delle difese aeree sovietiche, tuttavia, aveva reso gli aerei come il B-1 progettati per penetrare nello spazio aereo del Patto di Varsavia effettivamente obsoleti, con l’amministrazione Carter che invece stanziò fondi per sviluppare il caccia d’attacco F-117 e il bombardiere strategico B-2. Entrambi questi programmi hanno aperto la strada a capacità stealth avanzate che hanno reso i velivoli più resistenti in guerra.

Sebbene Carter possa essere ricordato soprattutto per le azioni della sua amministrazione in Afghanistan, dove furono sperimentati metodi offensivi nuovi e altamente non convenzionali, il fatto che le capacità stealth siano oggi sinonimo di aerei da combattimento con equipaggio all'avanguardia rende la sua amministrazione significativa per aver portato le tecnologie attraverso i loro primi test di volo e in fasi di produzione in serie nell'ambito del programma F-117 in particolare.

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05/10/2024

I pericolosi «liberatori» del Medio Oriente

di Alberto Negri

Ogni tanto nel corso della storia salta fuori qualcuno che vuole cambiare il Medio Oriente e che dichiara di volere «liberare» i popoli della regione. Adesso, in attesa della replica israeliana alla pioggia di missili di Teheran, sale in cattedra Benyamin Netanyahu, il cui governo ha battezzato «Operazione Nuovo Ordine» l’uccisione di Nasrallah, leader di Hezbollah, e l’attacco militare in corso Libano. Il premier israeliano, davvero con sorprendente improntitudine si è spinto anche più in là.

Rivolgendosi alla popolazione iraniana (definita «popolo persiano») ha affermato: «Quando l’Iran sarà finalmente libero, e quel momento arriverà molto prima di quanto la gente pensi, tutto sarà diverso. I nostri due antichi popoli, il popolo ebraico e il popolo persiano, saranno finalmente in pace». Anche se ora i due Paesi si avvicinano pericolosamente allo scontro diretto che rischia di travolgere tutta l’area in una guerra con il coinvolgimento anche delle grandi potenze.

È assai singolare che Netanyahu, il cui orizzonte mentale e ideologico sono la violenza e la guerra, prometta di liberare gli iraniani visto che in patria ha deciso di tenere i palestinesi in un regime di apartheid e non si pone neppure il problema di uno stato palestinese. Ma in anni recenti, senza risalire alle spartizioni anglo-francesi, ce ne sono stati altri che si sono proposti come «liberatori».

I loro clamorosi insuccessi sono diventati l’emblema delle tragedie mediorientali. Sapere come sono nate queste idee e come si sono sviluppate ci dice come potrebbe finire domani. In decenni recenti chi pensò di rifare il Medio Oriente fu Bernard Lewis, uno dei massimi esperti mondiali, professore emerito all’università di Princeton. Nel 1978 Lewis elaborò un documento in cui si raccomandava di appoggiare i movimenti dei radicali islamici dei Fratelli Musulmani e di Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione del Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Lewis sosteneva che l’Occidente dovesse incoraggiare gruppi indipendentisti come i curdi, gli armeni, i maroniti libanesi, i copti etiopi, i turchi dell’Azerbaijan. Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un «arco della crisi» per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione sovietica.

L’espressione «arco della crisi» ebbe un enorme successo. L’Iran, sfortunatamente per l’amministrazione Carter, si rivelò più un problema per gli Usa che per Mosca, ma l’invasione dell’Armata Rossa in Afghanistan nel 1979 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: gli Stati Uniti, con l’appoggio militare del Pakistan e quello finanziario dell’Arabia Saudita, armarono migliaia di mujaheddin che inchiodarono i sovietici in una «guerra santa» fino al loro ritiro nel 1989. Quando gli americani dopo l’11 settembre invasero l’Afghanistan pensarono di fare meglio dei sovietici ma è finita come sappiamo: con la riconsegna del Paese ai talebani e una vergognosa fuga da Kabul.

Ma il «capolavoro» di Lewis e del corteo dei «liberatori» è l’Iraq. Nel 2002 convince il presidente Bush junior e il suo vice Cheney ad attaccare Saddam Hussein e scrive: «Se avremo successo ad abbattere il regime iracheno e iraniano vedremo a Baghdad e Teheran scene di giubilo ancora maggiori di quelle seguite alla liberazione di Kabul». Ma né a Baghdad né a Kabul ci sono mi state le gioiose manifestazioni immaginate dal professore.

L’Iraq, occupato nel 2003 con la menzogna di scovare armi di distruzione di massa mai trovate, fu inghiottito da nuove guerre, dal terrorismo di Al Qaeda e poi fatto a pezzi dal Califfato: centinaia di migliaia di morti e milioni di profughi, così come avvenne in Siria. Peccato che ci siamo dimenticati che a fermare l’Isis a 40 chilometri da Baghdad, quando l’esercito iracheno si era ormai completamente sbandato, non furono gli Usa ma i Pasdaran iraniani e gli Hezbollah guidati dal generale Soleimani, poi ucciso dagli americani nel gennaio 2021.

Dopo gli attentati dell’11 settembre, il Pentagono aveva delineato dei piani per attaccare dopo l’Afghanistan sette Paesi mediorientali in 5 anni: Sudan, Somalia, Libia, Libano, Siria, Iraq e Iran. Come è andata a finire lo sappiamo: un disastro con cui abbiamo ancora a che fare. Per non parlare delle «primavere arabe» del 2011 la cui onda venne cavalcata dall’amministrazione Obama: dovevano portare la democrazia e sono finite in regimi autocratici.

I teorici del «nuovo ordine» mediorientale, apparentemente sofisticati e dalle dotte analisi, sono a dir poco sconfortanti alla prova dei fatti: il problema è che discettano sui media di argomenti che non conoscono e di luoghi che non hanno mai visto, formando con i loro interventi l’opinione pubblica occidentale. Più che alle teorie sui «complotti», anche queste elaborate di solito “dopo” gli eventi, bisogna fare attenzione proprio alla disinformazione quotidiana.

Oggi siamo tornati a parlare di nuovo ordine in Libano dove Israele aveva già fallito nel 2006. Anche allora il segretario di Stato americano Condoleezza Rice accolse la guerra come l’avvio della nascita di «un nuovo Medio Oriente». In realtà, ogni volta, dai «liberatori» abbiamo ereditato un caos peggiore di quelli precedenti. Ma è questo che si vuole: la destabilizzazione perenne non la pace.

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16/09/2024

Grazie Occidente! Grazie Rampini!

Come quella volta che in Afganistan il legittimo governo socialista – esistito dal 1978 al 1992 e guidato dal Partito Democratico Popolare – chiamò i sovietici in aiuto perché gli USA avevano armato i mujaheddin di Osama Bin Laden fino ai denti.

In quel periodo, nella Repubblica Democratica dell’Afghanistan, le donne erano veramente libere, potevano andare a scuola e portavano pure la minigonna. Non solo. Nell’Afghanistan socialista, la rivoluzionaria femminista Anahita Ratebzad divenne vicepresidente del Consiglio rivoluzionario (seconda carica dello Stato) nel 1980, 40 anni prima di Kamala Harris.

Poi la CIA armò i mujaheddin, e per le donne afghane fu l’inizio della fine.

In 20 anni di occupazione militare, iniziata il 7 ottobre 2001, gli USA hanno speso 1 trilione di dollari, il Regno Unito ha speso 30 miliardi, la Germania 19 e l’Italia 8,7 miliardi di euro.

Bilancio dell’invasione? Tantissimi morti (numero ufficiale delle vittime dei bombardamenti: 241.000) distruzione e macerie.

Quella in Afghanistan – secondo le rilevazioni dell’UNICEF – è diventata una delle peggiori crisi umanitarie del mondo, con oltre 28 milioni di persone – due terzi della popolazione – che necessitano urgentemente di assistenza umanitaria (fame, epidemie, povertà assoluta, mortalità infantile altissima etc.).

E poi la precipitosa fuga delle forze militari della missione occidentale, ad agosto di tre anni fa, che è coincisa con la trionfale presa del potere assoluto da parte dei talebani ed una regressione economica, sociale e culturale di almeno un secolo.

La guerra in Afganistan è stata la più costosa di sempre se si considera la spesa totale per la “War on Terror”.


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13/03/2024

Mondo in frantumi eredità della Cia

Esistono tre problemi fondamentali con la Cia: gli obiettivi, i metodi e la mancanza di responsabilità.

I suoi obiettivi operativi sono quelli che la Cia o il presidente definiscono essere nell’interesse Usa in un determinato momento, indipendentemente dal diritto internazionale o dalle leggi statunitensi. I suoi metodi sono segreti e doppi. L’assenza di responsabilità significa che la Cia e il presidente gestiscono la politica estera senza alcun controllo pubblico. Il Congresso è uno zerbino.

Come ha detto un recente direttore della Cia, Mike Pompeo, parlando del suo mandato: “Ero il direttore. Mentivamo, imbrogliavamo, rubavamo. Avevamo interi corsi di formazione. Tutto questo ti ricorda la gloria dell’esperimento americano”.

La Cia fu istituita nel 1947 come successore dell’Office of Strategic Services (Oss). L’Oss aveva svolto due ruoli distinti durante la Seconda guerra mondiale, l’intelligence e la sovversione. La Cia assunse entrambi i ruoli.

Da un lato, doveva fornire informazioni al governo. Dall’altro, sovvertire il “nemico”, cioè chiunque il presidente o la Cia definissero tale, utilizzando un’ampia gamma di misure: assassinii, colpi di Stato, inscenare disordini, armare gli insorti e altri mezzi.

Quest’ultimo ruolo si è rivelato devastante per la stabilità globale e lo Stato di diritto statunitense. Un ruolo che la Cia continua a perseguire anche oggi. In effetti, si tratta di un esercito segreto, capace di creare scompiglio nel mondo senza alcuna responsabilità.

Quando il presidente Dwight Eisenhower decise che l’astro nascente della politica africana, il democraticamente eletto Patrice Lumumba dello Zaire (oggi Repubblica Democratica del Congo), fosse il “nemico”, la Cia cospirò nel suo assassinio nel 1961 (...)

Nei suoi 77 anni di storia, la Cia è stata chiamata a rispondere pubblicamente solo una volta, nel 1975. Quell’anno, il senatore dell’idaho Frank Church guidò un’indagine del Senato che rivelò la scioccante furia della Cia in fatto di assassinii, colpi di Stato, destabilizzazione, sorveglianza, torture ed “esperimenti” medici stile Mengele.

La denuncia da parte del Comitato Church degli scioccanti illeciti Cia è stata recentemente raccontata in un superbo libro del reporter investigativo James Risen, The Last Honest Man: The CIA, the FBI, the Mafia, and the Kennedys-and One Senator’s Fight to Save Democracy.

(…) Si pensi se le operazioni canaglia della Cia fossero state consegnate alla storia in seguito ai crimini denunciati dal Comitato Church (…). Ma non è stato così. La Cia ha potuto ben ridere per ultima – o meglio, ha fatto piangere il mondo – mantenendo il ruolo preminente degli Usa nella politica estera, comprese le azioni di sovversione all’estero.

Dal 1975 ha condotto operazioni segrete a sostegno dei jihadisti islamici in Afghanistan, distruggendolo completamente e dando origine ad al Qaeda. Ha probabilmente condotto operazioni segrete nei Balcani contro la Serbia, nel Caucaso contro la Russia e in Asia centrale contro la Cina, tutte effettuate con l’impiego di jihadisti.

Negli anni 2010 ha condotto operazioni mortali per rovesciare la Siria di Bashir al-Assad, sempre con l’apporto di jihadisti islamici. Per almeno 20 anni è stata profondamente coinvolta nel fomentare la crescente catastrofe in Ucraina, compreso il violento rovesciamento del presidente Viktor Yanukovych nel febbraio 2014, che ha innescato la devastante guerra che ora sta travolgendo l’Ucraina.

Cosa sappiamo di queste operazioni? Solo le parti che gli informatori, alcuni intrepidi reporter investigativi, una manciata di coraggiosi studiosi e alcuni governi stranieri sono stati disposti o in grado di raccontarci, con potenziali testimoni consapevoli di andare incontro a gravi ritorsioni da parte del governo statunitense.

La responsabilità dello stesso governo americano è stata scarsa o nulla, così come la supervisione o la limitazione imposta dal Congresso. Al contrario, il governo ha aumentato l’ossessione per la segretezza, perseguendo azioni legali aggressive contro la divulgazione di informazioni classificate, anche quando, o soprattutto quando, tali informazioni descrivono le azioni illegali del governo stesso.

Di tanto in tanto, un ex funzionario statunitense ha vuotato il sacco, come quando Zbigniew Brzezinski ha rivelato di aver indotto Jimmy Carter a incaricare la Cia di addestrare i jihadisti islamici per destabilizzare il governo dell’Afghanistan, con l’obiettivo di indurre l’unione Sovietica a invadere quel Paese.

Nel caso della Siria, abbiamo appreso da alcuni articoli del New York Times nel 2016 e 2017 delle operazioni sovversive della Cia per destabilizzare la Siria e rovesciare Assad, come ordinato dal presidente Barack Obama.

Ecco il caso di un’operazione della Cia terribilmente sbagliata, in palese violazione del diritto internazionale, che ha portato a un decennio di caos, a un’escalation della guerra regionale, a centinaia di migliaia di morti e a milioni di sfollati, eppure non c’è stato un solo riconoscimento onesto di questo disastro da parte della Casa Bianca o del Congresso.

Nel caso dell’Ucraina, sappiamo che gli Usa hanno svolto un ruolo importante, e segreto, nel violento colpo di Stato che ha fatto cadere Yanukovych e che ha trascinato l’Ucraina in un decennio di spargimenti di sangue, ma a tutt’oggi non ne conosciamo i dettagli.

La Russia ha offerto al mondo una finestra sul colpo di Stato intercettando e poi pubblicando una telefonata tra Victoria Nuland, allora vicesegretario di Stato americano (ora sottosegretario di Stato) e l’ambasciatore americano in Ucraina Geoffrey Pyatt (ora vicesegretario di Stato), in cui si progettava il governo post-golpe.

Dopo il colpo di Stato, la Cia ha addestrato segretamente le forze operative speciali del regime post-golpe che gli Usa avevano contribuito a portare al potere. Il governo statunitense ha taciuto sulle operazioni segrete della Cia in Ucraina.

(…) Chiedere alla Cia di rendere conto all’opinione pubblica è ovviamente una strada in salita. I presidenti e il Congresso non ci provano nemmeno. I media tradizionali non indagano preferendo invece citare “alti funzionari anonimi” e l’insabbiamento ufficiale. I media mainstream sono pigri, subornati, timorosi per gli introiti pubblicitari del complesso militare-industriale, minacciati, ignoranti o tutte queste cose? Chi lo sa.

C’è un piccolo barlume di speranza. Nel 1975, la Cia era guidata da un riformatore. Oggi è guidata da William Burns, uno dei principali diplomatici americani di lungo corso. Burns conosce la verità sull’Ucraina, poiché è stato ambasciatore in Russia nel 2008 e ha informato Washington del grave errore di spingere verso l’allargamento della Nato all’Ucraina. Data la sua statura e i risultati diplomatici, forse potrebbe sostenere l’urgente necessità di rendere conto del proprio operato.

Gli effetti del continuo caos derivante dalle operazioni della Cia andate male è sbalorditiva. In Afghanistan, Haiti, Siria, Venezuela, Kosovo, Ucraina e via continuando, le morti inutili, l’instabilità e la distruzione scatenate dalle azioni di sovversione della Cia continuano ancora oggi.

I media tradizionali, le istituzioni accademiche e il Congresso dovrebbero indagare su queste operazioni al meglio delle loro possibilità e chiedere il rilascio di documenti per consentire che si metta in atto una responsabilità democratica.

L’anno prossimo ricorre il 50° anniversario delle audizioni del Comitato Church. A cinquant’anni di distanza, è urgente aprire le porte, rivelare la verità sul caos guidato dagli Usa e dare inizio a una nuova era in cui la politica estera americana diventi trasparente, responsabile, soggetta allo Stato di diritto sia interno che internazionale e diretta alla pace globale piuttosto che alla sovversione di presunti nemici.

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04/12/2022

Gli scheletri nell’armadio della guerra USA in Afghanistan: una lezione per l’Ucraina?

A inizio settembre dello scorso anno, dopo poche settimane dalla conquista talebana di Kabul – avvenuta il 15 agosto – e la rovinosa fuga occidentale dal Paese, pubblicavamo un anticipazione del volume The Afghanistan Papers scritta da Nick Turse sul giornale d’inchiesta The Intercept.

Il libro conteneva la serie di articoli che Craig Whitelock, giornalista del Washington Post, aveva iniziato a pubblicare sul quotidiano statunitense dal 9 dicembre 2019, facendo crollare i castelli di menzogne sull’allora quasi ventennale avventura bellica occidentale nel paese asiatico.

Come scrivemmo allora: «Ciò che emergeva dal dossier non era solo la differenza tra narrazione ufficiale e realtà fattuale. Uno degli elementi più stupefacenti è il fatto che nessuno capiva il motivo del prolungarsi della guerra e nemmeno della strategia adottata e persino – per quanto sembri assurdo – chi fosse il nemico».

Sebbene il contesto ucraino sia differente, bisognerebbe porsi qualche domanda alla luce di ciò che è emerso e sta emergendo a fatica sull’Afghanistan.

L’Occidente ha voluto rimuovere troppo in fretta la sua sconfitta e la fuga scomposta dal paese, così come la guerra sporca condotta contro la popolazione afghana in più di un ventennio di disastrosa occupazione militare.

Con l’escalation del febbraio scorso in Ucraina è stata messa poi una specie di “pietra tombale” sui misfatti occidentali nel paese, così come sulla lunga serie di crimini commessi, in particolare dagli anglo-americani, nel corso della loro Storia recente.

In generale, della sconfitta strategica dell’Occidente e delle menzogne sostenute per supportare tale impresa bellica, non si è voluto più parlare nonostante – mutatis mutandis – lo scenario ucraino si stia rivelando non meno insidioso.

Nel mentre non si vuole rivangare il passato, l’Unione Europea caldeggia l’idea della creazione di un “tribunale speciale” per giudicare l’aggressione della Federazione Russa all’Ucraina, di fatto assecondando ulteriormente le proposte formulate dall’Ucraina e finora sostenute praticamente solo da Stati Baltici e Polonia.

Proprio per questo ci sembra utile “rimettere il dito nella piaga” e proporre la traduzione di questa recente inchiesta di The Intercept, che fa in parte luce su uno dei particolari rimossi della guerra sporca statunitense: le truppe d’élite afghane che agivano di fatto sotto il diretto controllo della CIA, la cui attività “contro-insurrezionale” si risolveva spesso nell’uso di veri e propri squadroni della morte per terrorizzare la popolazione locale.

Per una sorta di nemesi storica, i componenti di queste truppe arrivati negli USA, spesso sono poi diventati parte di quell’esercito di working poor che vive negli Stati Uniti.

Come afferma l’ex corrispondente del New York Times per l’Afghanistan, Fahim Abed, autore dell’inchiesta sugli ex componenti di queste truppe: «Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di unità oscure che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.

I loro combattenti detengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.

Celebrati come “eroi” dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.»


Attraverso la traiettoria di queste milizie si può leggere il fallimento dell’impresa bellica statunitense nel Paese, ed il disperato tentativo delle autorità collaborazioniste di cercare di impedire la riconquista talebana del Paese utilizzandole come carne di cannone senza più la copertura statunitense.

Questo modus operandi non sembra essere molto differente da quello usato nel contesto ucraino, ma gli osservatori occidentali dell’informazione non sembrano farci caso, nonostante le evidenti similitudini.

Pensiamo che sia solo questione di tempo perché si ripeta lo stesso scenario, che sarà anch’esso ferocemente negato dagli apparati ideologici occidentali, fin quando l’evidenza empirica non stravolgerà la “narrazione dominante”; ed è anche per questo che legarsi mani e piedi alla follia bellicista delle élite occidentali appare l’ennesimo errore.

Buona lettura!

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L’evacuazione dei collaboratori afghani della CIA ha aperto una delle scatole più nere della guerra

Fahim Abed – The Intercept

Un sabato mattina di maggio, Hayanuddin Afghan, ex membro di una milizia sostenuta dalla CIA, che un tempo era la più brutale ed efficace forza anti-talebana del suo paese, mi ha accolto nella sua nuova casa in un quartiere collinare di Pittsburgh.

Mi ha invitato a entrare dalla cucina, dove sua moglie, incinta del loro quarto figlio, stava preparando il tradizionale pane afghano con la farina di Aldi. Il viaggio in centro per fare la spesa era una delle sfide più grandi della nuova vita di Hayanuddin a Pittsburgh. Si trattava di trasportare pesanti borse a casa a piedi e su diversi autobus urbani, di cui non conosceva gli orari perché non parlava inglese e non aveva scaricato l’apposita app.

“È difficile scendere da una posizione molto forte a una posizione molto debole“, mi ha detto Hayanuddin. In Afghanistan, “avevamo un valore. Era il nostro Paese e stavamo dando un senso a quel Paese. Ma ora, anche i nostri generali e comandanti sono tutti nella stessa situazione“.

In Afghanistan era impossibile parlare a lungo con i membri delle forze segrete dei commando, note come Unità Zero. Davano la caccia ai talebani con raid notturni ed erano accusati di aver ucciso civili, compresi i bambini.

Ma lo scorso settembre, Hayanuddin e i suoi compagni dell’Unità Zero sono stati i beneficiari dell’aspetto più riuscito del caotico ritiro dell’amministrazione Biden dall’Afghanistan: il salvataggio delle milizie alleate da parte della CIA. Il loro arrivo negli Stati Uniti nell’ultimo anno ha aperto una delle scatole più nere della guerra.

Le mie conversazioni con Hayanuddin e altri membri della milizia hanno fornito nuovi dettagli sulla struttura di comando, sulle operazioni e sugli ultimi giorni di vita di ‘unità oscure’ che, pur essendo nominalmente supervisionate dai servizi segreti afghani, erano in realtà costruite, addestrate e in molti casi completamente controllate dalla CIA.

I loro combattenti contengono indizi su molti misteri della guerra, tra cui il modo in cui l’intelligence statunitense ha progettato e supervisionato anni di incursioni notturne mortali che hanno contribuito alla vittoria finale dei Talebani e il modo in cui un accordo segreto tra nemici di lunga data potrebbe aver accelerato il crollo fulmineo delle forze di sicurezza afghane lo scorso agosto.

Celebrati come eroi dai loro responsabili americani e da alcuni afghani che si oppongono ai Talebani, i miliziani come Hayanuddin erano temuti e detestati da molti afghani delle zone rurali, che hanno subito il peso delle loro strazianti incursioni. Mentre centinaia di membri dell’Unità Zero e i loro parenti più stretti sono riusciti a raggiungere gli Stati Uniti, hanno lasciato dietro di sé famiglie allargate che hanno subito abusi, incarcerazioni e minacce di morte da parte del nuovo governo.

La CIA non ha risposto a domande dettagliate sul suo ruolo nella supervisione, nell’evacuazione e nel reinsediamento dei membri dell’Unità Zero e se l’agenzia farà di più per aiutare i miliziani e le loro famiglie rimaste in Afghanistan.

“Gli Stati Uniti si sono impegnati con le persone che hanno lavorato per noi a creare un percorso concreto verso la cittadinanza statunitense per coloro che hanno dato tanto per assisterci nel corso degli anni”, mi ha detto un portavoce dell’agenzia in un’e-mail.

“Ci vorrà del tempo, ma non dimentichiamo mai i nostri partner e ci impegniamo ad aiutare coloro che ci hanno assistito. Continuiamo a lavorare a stretto contatto con il Dipartimento di Stato e con altre agenzie governative statunitensi in questo sforzo“.

“Per quanto riguarda le accuse di violazione dei diritti umani“, continua l’e-mail, “gli Stati Uniti prendono molto sul serio queste affermazioni e adottano misure straordinarie, al di là dei requisiti legali minimi, per ridurre le vittime civili nei conflitti armati e rafforzare la responsabilità per le azioni dei partner. Esiste una falsa narrativa su queste forze che si è protratta negli anni a causa di una sistematica campagna di propaganda da parte dei Talebani“.

Hayanuddin ha raccontato che lui e i suoi compagni si sono preoccupati di evitare di ferire i passanti durante le loro incursioni, usando persino gli altoparlanti per avvertire le donne di rimanere in casa o di ripararsi negli scantinati prima dell’inizio dei combattimenti.

“Per me era come una guerra santa“, ha detto. “Ero lì per colpire i cattivi“. Ma ha anche descritto i persistenti sentimenti di rabbia, colpa e rimorso e ha collegato la sua lotta a Pittsburgh al suo passato. A un certo punto si è chiesto ad alta voce se fosse stato punito.

“A volte non riesco a controllare la mia rabbia e la mia ansia“, mi ha detto. “Il mio cuore è così triste, come se qualcuno lo stesse stringendo con forza. Non so perché. Forse per quello che è successo a casa o per quello che sta succedendo qui“.

La fortuna cambia

Ho conosciuto Hayanuddin la scorsa primavera, in occasione di una festa di capodanno afghano in un parco di Pittsburgh, dove entrambi ci eravamo recentemente stabiliti come rifugiati. Ho lavorato per il New York Times a Kabul per cinque anni e ho fatto molti viaggi in prima linea per raccontare le forze di sicurezza afghane, anche nei giorni prima che i talebani conquistassero la capitale afghana lo scorso agosto.

Sono stato evacuato con altri dipendenti del Times a Houston, dove ho vissuto in un hotel per diversi mesi prima di ottenere un lavoro come giornalista visivo presso il Pittsburgh Tribune-Review e trasferirmi a nord.

All’inizio Hayanuddin non voleva parlarmi. Ma dopo diversi tentativi, si sentì più a suo agio, in parte perché pensava di parlare di un episodio della guerra ormai chiuso e in parte perché eravamo entrambi esuli dallo stesso luogo, che cercavano di iniziare una nuova vita a Pittsburgh pur desiderando la propria casa.

Hayanuddin aveva prestato servizio per sei anni con un’unità nota come 03, che combatteva i talebani nei deserti meridionali dell’Afghanistan dalla sua base in un complesso precedentemente occupato dall’ex leader talebano con un occhio solo, il Mullah Mohammed Omar.

Gli operatori speciali statunitensi avevano requisito la proprietà al loro arrivo a Kandahar nel 2001 e l’avevano trasformata in una ridotta per le forze di intelligence americane e afghane. Con centinaia di altri combattenti dell’Unità Zero, Hayanuddin attraversò le linee del fronte negli ultimi giorni di guerra per raggiungere la Base Eagle di Kabul, controllata dalla CIA.

Da lì, è stato trasportato in aereo all’aeroporto internazionale Hamid Karzai, dove ha lavorato brevemente alla sicurezza prima di ricevere 8.000 dollari in contanti – metà dello stipendio di un anno – e volare con la moglie e i tre figli piccoli a Fort Dix.

A 37 anni, con un’istruzione di seconda media, Hayanuddin, insieme ai suoi compagni, sta affrontando un rovescio di fortuna umiliante, esasperante e assolutamente inaccettabile.

Dopo quasi due decenni trascorsi come proxy americano – dalla guardia alle basi statunitensi all’uccisione di afghani in collaborazione con l’agenzia di intelligence più potente del mondo – è approdato, come rifugiato povero e vulnerabile, in un appartamento con tre camere da letto e tende a fiori che ha dovuto far installare dall’agenzia di reinsediamento in conformità con la cultura pashtun, che prevede che una donna debba essere protetta dagli occhi degli estranei di passaggio.

Le Unità Zero, note anche come Counterterrorism Pursuit Teams, sono nate subito dopo l’arrivo dei primi agenti militari e di intelligence statunitensi in Afghanistan, in seguito agli attacchi dell’11 settembre. Formate nel 2002, hanno operato interamente sotto il controllo degli Stati Uniti fino al 2012, come mi ha raccontato ad agosto da Londra il Gen. Yasin Zia, ex capo di stato maggiore dell’esercito afghano, dove guida una forza di resistenza anti-talebana.

“Il governo afghano non ha avuto alcuna interferenza in queste unità“, ha detto Zia, che ha ricoperto per molti anni ruoli di alto livello nel governo afghano sostenuto dagli Stati Uniti, tra cui quello di vicedirettore del servizio di intelligence afghano, il Direttorato Nazionale della Sicurezza, che negli ultimi anni ha avuto nominalmente la supervisione delle unità.

La prima di quelle che sarebbero diventate le Unità Zero operava nell’Afghanistan orientale, in un’area montuosa lungo il confine con il Pakistan dove i Talebani e altri militanti spesso si rifugiavano tra un attacco e l’altro alle forze governative statunitensi, della NATO e afghane. Questa milizia, nota come Khost Protection Force o KPF, copriva la regione sud-orientale del paese.

In seguito, la CIA creò e addestrò almeno altre tre unità: la 01, che operava nelle province di Kabul, Logar e Wardak nell’Afghanistan centrale; la 02, con sede a Jalalabad, che combatteva nella parte orientale; e l’unità di Hayanuddin, la 03, con sede a Kandahar che combatteva nel sud del Paese.

Nel 2010, su pressione dell’allora presidente afghano Hamid Karzai, i funzionari statunitensi accettarono di trasferire la supervisione delle Unità Zero all’NDS “fisicamente, ma non tecnicamente“, ha detto Zia. “Avevamo i nomi e i gradi dei membri delle Unità Zero“, mi ha detto. “Ma il loro stipendio era pagato dagli americani, i loro obiettivi erano forniti dagli americani e fino alla fine gli americani erano con queste unità“.

Con la transizione dell’amministrazione Obama dalle operazioni di combattimento a una missione di consulenza e antiterrorismo in Afghanistan, dopo il 2011, gli Stati Uniti hanno ceduto il controllo di alcune Unità Zero al governo di Karzai, ha dichiarato Zia. Ma la CIA ha mantenuto il controllo di altre unità chiave, tra cui la 01 con sede a Kabul, la KPF e la 03 di Hayanuddin.

Le unità avevano come obiettivo i Talebani, la Rete Haqqani e Al Qaeda, ma non dovevano rendere conto al governo afghano, nemmeno al presidente. Nel 2019, l’allora consigliere per la sicurezza nazionale dell’Afghanistan, Hamdullah Mohib, rispose alle accuse di uccisioni extragiudiziali da parte della 01 – compresi i massacri di bambini nelle madrasse – osservando che l’unità operava “in collaborazione con la CIA“.

Hayanuddin ha assistito in prima fila al disastroso ritiro americano dall’Afghanistan e ora può descrivere ciò che ha visto e sentito negli ultimi mesi di guerra.

Le Unità Zero erano state costruite per lavorare in tandem con il supporto aereo degli Stati Uniti, ma nell’agosto del 2020, un anno prima del crollo del governo del presidente afghano Ashraf Ghani, le forze statunitensi hanno iniziato a ridurre radicalmente il supporto aereo per la sua unità, racconta Hayanuddin.

“I nostri consiglieri americani lasciarono le nostre basi per Kabul e gli elicotteri che aspettavano nella nostra base ai margini di Kandahar City partirono con loro“, ha ricordato. “I nostri comandanti riferivano agli americani solo delle nostre operazioni e gli americani dicevano solo: ‘Andate avanti’. Non lavoravamo più a stretto contatto come prima“.

Quando gli americani hanno tolto loro gli aerei, le missioni degli afghani sono diventate molto più insidiose. “Gli aerei di sorveglianza americani ci dicevano quante persone c’erano all’interno di un edificio, quante erano armate e quali armi avevano“, ha detto Hayanuddin. “Ma questi dettagli all’improvviso non c’erano più“.

Senza il supporto aereo degli Stati Uniti e con la neonata aeronautica afghana incapace di fornire informazioni comparabili, altri membri dell’Unità Zero sono rimasti feriti. Anche gli aerei che un tempo li trasportavano in pochi minuti negli ospedali da campo non c’erano più.

Nel febbraio 2020, quando i droni e gli altri velivoli statunitensi sorvolavano le loro operazioni, uno dei compagni di Hayanuddin, Akmal, fu fatto saltare in aria da una bomba sul ciglio della strada. Gli americani lo hanno trasportato in aereo in un ospedale militare e lui è sopravvissuto, dice Hayanuddin, anche se ha perso entrambe le gambe.

Otto mesi dopo, un altro membro dell’unità, Shahidullah, fu colpito due volte all’addome. Questa volta non c’era un ponte aereo e l’unità di Hayanuddin rimase bloccata in territorio nemico. Shahidullah morì sul posto.

Dopo l’insediamento del presidente Joe Biden nel gennaio 2021, la CIA ha dato all’NDS un anno di budget per le Unità Zero e ha detto che l’agenzia non le avrebbe più supportate, ha dichiarato Zia a The Intercept da Londra. Ma le ultime Unità Zero sono state trasferite al controllo afghano solo dopo che Biden ha annunciato il ritiro completo degli Stati Uniti nell’aprile 2021 e le ultime forze americane e gli operatori dell’intelligence hanno iniziato a partire.

“Come suicidarsi”

Le Unità Zero sono state progettate per catturare e uccidere in raid mirati, non per combattere sui campi di battaglia. Erano ampiamente conosciute come le unità d’élite più efficaci delle forze di sicurezza afghane e la scorsa estate, quando l’esercito americano si è ritirato e i talebani sono avanzati, molti nel governo Ghani e nelle forze armate afghane hanno guardato a loro come a una salvezza.

“Non sono sicuro che i nostri comandanti abbiano ricevuto tangenti dai funzionari provinciali o dal governo di Kabul“, ha detto Hayanuddin. “Ma hanno iniziato a chiudere un occhio sui nostri standard e a mandarci in diverse missioni al giorno facendoci subire pesanti perdite“.

Ad un certo punto sette o otto membri dell’unità venivano uccisi ogni mese, ha detto, una percentuale senza precedenti per l’unità d’élite. “Una volta, ricordo che tutti i membri della nostra unità si misero a piangere e a protestare per il sovrautilizzo. I nostri comandanti non ci hanno mai ascoltato. Ci costringevano comunque a partecipare a operazioni in tutto il sud“.

Con l’aumento delle perdite e l’intensificarsi della guerra, il morale dei membri dell’Unità Zero crollò, come mi ha raccontato un medico afghano che ha combattuto per la 02. Come Hayanuddin, il medico è stato evacuato la scorsa estate; mi ha chiesto di non usare il suo nome per paura di ripercussioni, ora che lui e la sua famiglia sono negli Stati Uniti.

Quando il suo comandante chiedeva ai membri della milizia di andare in missione, mi ha detto il medico, alcuni svenivano. Dicevano che “andare in un’operazione è come suicidarsi“, ha ricordato, “perché non c’è supporto aereo e non ci sono abbastanza armi e attrezzature“.

Le voci secondo cui i colloqui di pace tra gli Stati Uniti e i Talebani in Qatar avrebbero portato a un accordo per consegnare l’Afghanistan ai Talebani non hanno aiutato. “I Talebani inviavano gli anziani delle tribù alle varie forze di sicurezza e dicevano loro che a Doha era stato deciso che la provincia in cui si trovavano sarebbe stata consegnata ai Talebani, quindi era meglio non combattere ed evitare le perdite“, ha detto il medico. “Le forze di sicurezza avrebbero accettato e rinunciato a combattere“.

Le forze di sicurezza afghane non sono riuscite a far fronte alle perdite. Solo nel maggio del 2021 sono state uccise più di 400 uomini delle forze filogovernative. Gli afghani non erano più disposti a entrare nelle forze di sicurezza perché il lavoro era diventato troppo pericoloso.

“Avevamo persone molto intelligenti nella nostra unità“, ha detto Hayanuddin. “Ricordo che in un solo giorno uno dei nostri ragazzi, senza un equipaggiamento adeguato, ha eliminato quasi 30 bombe stradali” nel distretto di Maiwand, una roccaforte talebana a ovest di Kandahar.

Nella primavera del 2021, i combattenti con 03 hanno ripetutamente costretto i talebani a lasciare il distretto di Arghandab a Kandahar, ma quando l’esercito e la polizia afghana hanno preso il controllo, i talebani sono tornati indietro.

Sia Hayanuddin che il medico di 02 sospettano che le forze di sicurezza afghane abbiano ceduto il sud non perché sconfitte sul campo di battaglia, ma come parte di un accordo politico. Non erano i soli a pensarlo. Nell’estate del 2021, i Talebani hanno preso il controllo di decine di avamposti della polizia afghana nei distretti che circondano Kandahar.

“La leadership delle forze di sicurezza afghane ha chiesto alle forze di terra in molte province del paese di smettere di combattere. Abbiamo visto sui social media video in cui i soldati piangevano quando gli veniva detto di lasciare gli avamposti e di gettare le armi“, mi ha detto Mirza Mohammad Yarmand, ex vice ministro degli Interni afghano e analista militare.

“Questo significa che si è trattato di un accordo politico che ha portato a un’ondata di crolli di centinaia di avamposti, prima di tutto nel sud del paese“.

I soldati che hanno insistito nel combattere si sono visti tagliare le linee di rifornimento e non hanno ricevuto il supporto necessario, ha detto Yarmand, aggiungendo che quando le forze afghane nella provincia settentrionale di Takhar hanno voluto resistere, hanno potuto scegliere se arrendersi ai talebani o dirigersi verso le montagne del Panjshir, dove erano rintanate le ultime forze che resistevano ai talebani.

Vicino a Kandahar, l’unità di Hayanuddin si imbatté in agenti di polizia che cercavano di fuggire. “Dicevano che il loro avamposto era stato catturato dai talebani“, ricorda. “Li abbiamo portati con noi e non c’erano talebani nel loro avamposto. Quando abbiamo chiesto il motivo, ci hanno risposto che il loro anziano tribale aveva detto loro di lasciare l’avamposto ai talebani. Questo è solo un esempio, ma è successo molte volte“.

Nel giugno del 2021, lo 03 fu schierato da una linea del fronte all’altra mentre un distretto dopo l’altro cadeva sotto i colpi degli insorti. Alla fine di quel mese, quasi la metà dei distretti dell’Afghanistan era sotto il controllo dei Talebani.

Mentre i combattimenti si intensificavano, le altre forze di sicurezza afghane riponevano le loro speranze nelle Unità Zero. Il 4 agosto 2021, mi trovavo con l’Unità di Resistenza della Polizia Nazionale Afghana fuori dalla prigione di Sarposa, una delle principali linee del fronte a Kandahar. I combattimenti si sono intensificati in una zona periferica della città proprio quando la mitragliatrice della polizia ha smesso di funzionare. Ho chiesto a Shafiqullah Kaliwal, un comandante dell’unità, cosa avrebbero fatto.

“Arriverà la 03“, mi ha detto, “e respingerà i talebani nei loro avamposti originari“.

Il giorno dopo, Kaliwal mi disse che lo 03 era effettivamente arrivato in loro soccorso e aveva costretto i talebani a ritirarsi. Ma quando l’Unità Zero si è spostata, i Talebani hanno rapidamente riconquistato il territorio.

Zia ha confermato che la pressione sulle Unità Zero era insostenibile. Negli ultimi quattro mesi di guerra a Kandahar, ha detto Zia, “le perdite delle Unità Zero sono state molto elevate. Non erano paragonabili a quelle degli ultimi 20 anni di guerra. Il motivo è che non sono state utilizzate in modo professionale“.

Un accordo segreto

Uno dei tanti misteri degli ultimi giorni di guerra è stato il modo in cui le Unità Zero sono riuscite a farsi strada attraverso il territorio controllato dai Talebani fino a Kabul, dove sono state evacuate negli Stati Uniti e in altri paesi. Un apparente accordo tra i Talebani e gli Stati Uniti aiuta a spiegare la loro improbabile fuga.

L’11 agosto 2021, una delle principali linee di difesa del governo a Kandahar City crollò a causa dei talebani. Hayanuddin era in licenza in quel momento, ma il giorno dopo, racconta, i suoi compagni dello 03 e altre forze di sicurezza si recarono al Kandahar Air Field, che a quel punto era in territorio talebano. Lì trascorsero due giorni in attesa di essere trasportati a Kabul.

Il 14 agosto, i talebani conquistarono la città di Jalalabad, capoluogo della provincia di Nangarhar, dove Hayanuddin stava trascorrendo la sua licenza con la famiglia. Terrorizzati, lui e suo fratello minore, che aveva prestato servizio anche lui nello 03, rimasero svegli tutta la notte, cercando di contattare il comandante di Hayanuddin per ricevere ordini.

Quando finalmente lo raggiunsero, il comandante disse loro di raggiungere Kabul. La mattina dopo salirono su un taxi e partirono per un viaggio ansioso di due ore attraverso il territorio ora controllato dai loro nemici. Se qualcuno li avesse identificati, pensavano, sarebbero stati uccisi.

Ma il viaggio è stato molto più facile del previsto: uno dopo l’altro, i combattenti talebani che presidiavano i posti di blocco li hanno lasciati passare.

“Non sapevamo cosa stesse succedendo“, mi ha detto Hayanuddin. “Erano il nostro nemico. Stavamo combattendo intensamente solo un giorno prima del crollo, ma ora stavamo rimanendo nel loro territorio o lo attraversavamo in auto. Pensavamo di correre un grosso rischio, ma ora che ci penso, sembra che i Talebani non volessero attaccarci come parte del loro accordo con gli Stati Uniti“.

Non sono stati solo alcuni ragazzi in taxi a riuscire ad attraversare i posti di blocco talebani con facilità. Il 15 agosto, il giorno in cui Kabul cadde in mano ai talebani, il medico di 02 mi ha raccontato di aver guidato da Jalalabad a Kabul con i suoi compagni di unità in un convoglio di centinaia di veicoli militari carichi di armi e attrezzature.

Il medico pensava che avrebbero dovuto combattere per superare i posti di blocco, ma ogni volta i soldati talebani chiamavano i loro comandanti e facevano passare lui e gli altri miliziani afghani.

I Talebani hanno permesso ai membri dell’Unità Zero di attraversare in sicurezza le loro linee del fronte negli ultimi giorni di guerra perché si erano accordati con il governo degli Stati Uniti per farlo, secondo il medico di 02 e due ex funzionari dell’intelligence afghana, che hanno chiesto di non essere nominati perché temevano ripercussioni da parte dei Talebani per aver parlato con un giornalista.

Il piano di evacuazione degli Stati Uniti dipendeva dai membri dell’Unità Zero che si occupavano della sicurezza all’aeroporto di Kabul e gli americani avevano detto a quei combattenti di procurarsi i passaporti poco prima del crollo della repubblica, ha detto Zia, l’ex funzionario senior della sicurezza.

La CIA ha rifiutato di commentare. I Talebani non hanno risposto alle ripetute richieste di commento.

Hayanuddin e suo fratello sono arrivati sani e salvi alla Base Eagle, la sede di Kabul della CIA e dello 01, dove hanno trascorso tre notti. Una dopo l’altra, le Unità Zero sono salite a bordo di elicotteri Chinook e hanno lasciato la base per l’aeroporto di Kabul: prima la 01, poi la 02 e infine l’unità di Hayanuddin, la 03.

Hayanuddin trascorse cinque notti all’aeroporto, garantendo la sicurezza per l’evacuazione di migliaia di afghani disperati. In quei giorni e in seguito, i membri dell’Unità Zero sono stati accusati di aver sparato sulla folla e di aver picchiato i civili afghani che cercavano di andarsene.

Hayanuddin ha negato di aver maltrattato le persone all’aeroporto, ma il mio incontro con un combattente dell’Unità Zero il 19 agosto suggerisce che le accuse sono vere.

Mentre mi facevo strada tra la folla davanti al terminal dell’aeroporto, cercando di raggiungere il mio collega americano e i Marines statunitensi, un membro delle Unità Zero mi ha fermato. Ho spiegato chi ero e dove stavo andando, ma il combattente mi ha ordinato di sedermi. Se non l’avessi fatto, disse, mi avrebbe sparato con decine di proiettili e nessuno l’avrebbe interrogato.

Finalmente fu il turno di Hayanuddin di chiamare la sua famiglia per raggiungerlo su un volo per gli Stati Uniti, via Abu Dhabi e Germania. Come molti afghani, Hayanuddin era sposato con due donne.

Una delle sue mogli, di cui mi ha chiesto di non fare il nome, si era trasferita a Nangarhar con i loro tre figli diversi mesi prima del crollo e uno dei suoi fratelli era riuscito ad accompagnarli a Kabul per incontrare Hayanuddin all’aeroporto. Ma l’altra moglie di Hayanuddin era ancora nella sua provincia natale di Kunar con i loro quattro figli quando la Repubblica è caduta.

“La mia prima moglie, che si trovava a Kunar, non è potuta arrivare a Kabul“, mi ha detto, “perché non c’era nessuno ad accompagnarla“.

Hayanuddin si è lasciato alle spalle anche i genitori e i fratelli, compreso il fratello che aveva prestato servizio al suo fianco nello 03. Gli americani si sono rifiutati di evacuarlo, ha detto Hayanuddin, perché aveva lasciato l’unità un anno prima che i talebani prendessero il controllo.

Riconoscenti, ma arrabbiati

A Pittsburgh, Hayanuddin e altri membri dell’Unità Zero trovarono lavoro in una drogheria halal. Uno di loro era Khan Wali Momand, un ex preside di scuola che ha iniziato a lavorare per 02 a Jalalabad come guardia di sicurezza nel 2017. Momand ora vive con la moglie e i figli in un alloggio della Sezione 8 a Duquesne, un sobborgo di Pittsburgh.

Quando l’ho incontrato, stava scaricando degli scatoloni; da allora ha trovato un altro lavoro in un altro negozio di alimentari locale, che preferisce perché non comporta il sollevamento di carichi pesanti.

Momand ha iniziato a lavorare con la 02 grazie a suo fratello, Inayatullah, che secondo lui ha prestato servizio per 16 anni nell’unità, ma ha lasciato l’incarico pochi giorni prima del crollo del governo perché sua moglie era malata.

Come il fratello di Hayanuddin, Inayatullah è stato lasciato indietro quando i Talebani hanno preso il potere e lui e gli altri parenti di Momand sono diventati immediatamente oggetto di ritorsioni. Inayatullah si è nascosto e quando ho parlato con Momand questa primavera, era consumato dal dolore e dalla preoccupazione. “Ogni volta che ricevo una chiamata da casa“, mi ha detto Momand, “penso che ci saranno brutte notizie“.

Questa primavera, alcuni membri dei Talebani hanno rapito due nipoti adolescenti di Momand e li hanno trattenuti per cinque giorni nel tentativo di costringere la famiglia a consegnare Inayatullah. I nipoti sono stati rilasciati dopo che gli anziani tribali della zona hanno promesso di aiutare i talebani a trovare Inayatullah. Momand ha chiesto un visto speciale per immigrati per venire negli Stati Uniti, ma non ha ancora ricevuto risposta.

“Eravamo così fedeli agli americani che non avremmo lasciato le loro valigie sul campo di battaglia, ma ora stanno abbandonando mio fratello, che li ha aiutati per 16 anni“, mi ha detto Momand. “Durante le missioni con 02 è successo molte volte che un consigliere o un soldato americano venisse colpito e noi rischiassimo la vita per portarlo via dal campo di battaglia. Guarda il nostro livello di lealtà e il loro livello di lealtà“.

Momand è profondamente combattuto per il suo ruolo nella guerra. Quando cinque anni fa ha iniziato a lavorare con gli americani, si è attirato l’inimicizia dei talebani e di molti conoscenti. Nel suo villaggio conservatore, ha avuto difficoltà a difendere la sua decisione e a spiegare in che modo aiutare gli americani avrebbe giovato al suo Paese.

Ora si chiede se abbia fatto la scelta giusta e se ne sia valsa la pena, visto il prezzo che lui e la sua famiglia hanno pagato. A Duquesne è un estraneo e potrebbe non poter più tornare in Afghanistan. Si chiede se si sia unito alla 02 per le ragioni sbagliate o se sia stato usato? Ha tradito il suo paese, il suo popolo, dopo tutto?

Momand ha detto di essere grato a Biden. “Non ci ha abbandonato ai talebani. Se fossi stato abbandonato in Afghanistan, io e tutta la mia famiglia saremmo già stati uccisi“, ha detto. “Ma negli Stati Uniti non c’è nessuno che possa salvarmi dalla difficile situazione in cui mi trovo“.

Quando la nostra conversazione si è conclusa, la rabbia di Momand si è accesa. Ha raccontato la sua storia molte volte agli operatori delle agenzie di reinsediamento e di altre organizzazioni umanitarie. “Tutti vengono qui e chiedono dei miei problemi e di quelli della mia famiglia, ma non vedo alcun risultato nel raccontare queste storie“, ha detto. “Vi piace ascoltare la mia dolorosa storia di vita?“.

Solo nell’oscurità

A casa di Hayanuddin, in quella piovosa mattina di maggio, fu stesa una tovaglia sul tappeto del soggiorno e ci sedemmo attorno ad essa mentre sua moglie e sua figlia di 9 anni, Simina, portavano pagnotte di pane fresco caldo, uova, yogurt caldo e un thermos gigante di tè nero dolce e lattiginoso.

Mentre mangiavamo, Hayanuddin teneva d’occhio il suo telefono. Alle 9 del mattino suonò la sveglia e Simina gli portò un paio di calzini bianchi da ginnastica, una giacca e un ombrello. In Afghanistan, i suoi consiglieri americani avevano sottolineato la necessità di essere puntuali, arrivando spesso con 15 minuti di anticipo alle riunioni con le loro controparti afghane. Temeva che se fosse arrivato in ritardo al lavoro, sarebbe stato licenziato. E aveva bisogno di questo lavoro.

Mi ha detto che portava a casa circa 1.600 dollari al mese al netto delle tasse. L’agenzia di reinsediamento copriva i primi tre mesi di affitto del suo appartamento a Pittsburgh; dopo, avrebbe dovuto spendere 1.500 dollari al mese, quasi l’intero stipendio, per l’affitto e le utenze. Riceveva anche dei buoni pasto, ma il bilancio familiare era molto limitato.

La sua casa si trovava a circa cinque miglia dal negozio di alimentari halal, un tragitto facile di 15 minuti. Ma il viaggio in autobus, compreso il trasferimento in centro, poteva durare più di un’ora. In questo giorno avrebbe lavorato per nove ore, arrivando a casa tra le 21 e le 22. La famiglia, compresi i bambini, avrebbe cenato insieme fino a tardi. Poi chiamavano l’Afghanistan, in modo che Hayanuddin e sua moglie potessero parlare con i loro genitori e i genitori con i loro nipoti.

È stato suo padre, dice Hayanuddin, a convincerlo ad andare negli Stati Uniti l’anno scorso. “Se i talebani venissero e ti decapitassero davanti a noi o ti sparassero in testa davanti a noi, sarebbe un trauma molto grande per tutta la nostra vita“, gli ha detto suo padre lo scorso agosto. “Quindi, se vuoi risparmiarci questo dolore, dovresti andartene“.

A volte se ne pente. “Non siamo venuti qui volontariamente e non è facile“, mi ha detto. “È la lotta di tutti i giorni. E poi hai una famiglia che ti guarda e spera che tu sistemi tutto“.

Alle 9:20, Hayanuddin indossò una giacca nera e si diresse alla fermata dell’autobus, un palo di legno con un’insegna di metallo ai margini di una strada trafficata. Inarca le spalle contro la pioggia e tira una boccata di Marlboro Red. L’agenzia di reinsediamento gli aveva dato delle tessere di viaggio, ma quando queste si sarebbero esaurite avrebbe dovuto spendere i suoi soldi per il biglietto dell’autobus.

In Afghanistan, guidava pesanti veicoli militari su terreni montuosi indossando occhiali per la visione notturna. Ma a Pittsburgh non poteva ottenere la patente di guida. Il test era offerto in urdu e arabo, ma non in persiano o pashto, le due lingue principali dell’Afghanistan, e all’epoca i traduttori non erano ammessi (alcuni mesi dopo, a seguito delle lamentele della comunità afghana locale, la motorizzazione ha aggiunto un test in persiano).

“Se mi fermavo alla fermata dell’autobus in Afghanistan, facevo un cenno a un taxi che si fermava e mi portava dove volevo andare“, ha detto. “Non c’è un paese bello come l’Afghanistan al mondo, se solo fosse abbastanza sicuro per viverci“.

Dopo 15 minuti, l’autobus arrivò. Hayanuddin, completamente bagnato, indossò una mascherina chirurgica, salì i gradini e si accomodò su un sedile vuoto. Mentre l’autobus procedeva a fatica lungo le strade tortuose, in direzione del centro, egli osservò gli altri passeggeri.

“Solo i poveri come me usano l’autobus“, notò.

Nel suo appartamento, mi aveva mostrato una pila di carte d’identità militari e di encomi degli americani con cui aveva lavorato, ognuno firmato da un soldato o da un ufficiale diverso, che lodava il suo servizio e faceva promesse che non potevano mantenere.

“Le sue azioni esemplari dimostrano il suo impegno generale non solo per salvaguardare il suo villaggio, il suo distretto e la sua provincia da coloro che infliggono danni agli innocenti, ma anche per garantire un futuro migliore a tutti i cittadini afghani attuali e futuri“, si leggeva in un certificato, firmato dal “Sergente Maggiore Scott” e dal “Comandante Josh” dell’unità delle Forze Speciali ODA 3115.

“La sua competenza, l’incrollabile dedizione al dovere e l’etica del lavoro hanno superato di gran lunga le mie aspettative e sono fonte di ispirazione per tutti coloro che lavorano con lui“, si legge in un altro certificato, firmato QSF – Qandahar Strike Force – National Security Unit 03 e datato marzo 2021.

“Negli ultimi 6 anni, ha dimostrato la sua totale lealtà alla sua unità. Il suo servizio al Paese è un esempio luminoso per tutti i suoi compagni di unità che lo circondano e dimostra un impegno costante per un Afghanistan libero e prospero“. Il documento è firmato da “Mac”, un consigliere statunitense.

“Il signor Ayanudin sarà una grande risorsa per la SRF-03“, si legge in un encomio del 2015, “e darà un contributo significativo a un Afghanistan libero e prospero“.

Cosa fare, ora, di quei documenti, di quelle parole?

Più di un’ora dopo essere uscito di casa, Hayanuddin è sbarcato all’angolo di una strada desolata e ha camminato per un isolato fino alla drogheria halal, un complesso di magazzini in mattoni con murales che parafrasano Martin Luther King Jr: “Solo nell’oscurità puoi vedere le stelle“.

All’interno, ha sostituito la giacca con un grembiule bianco ed è riapparso dietro il bancone della carne, dove usa una lama meccanizzata per affettare i petti di pollo.

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