Ci sono volute le ruvide dichiarazioni di Trump per rompere l’oblìo sulla missione militare italiana in Afghanistan. Si tratta di una delle pagine rimosse della storia recente del paese.
Con un sorrisetto beffardo, Trump riferendosi agli alleati della Nato, ha dichiarato a Fox News: “Loro dicono di aver mandato un po’ di truppe in Afghanistan, ed è vero. Sono rimasti un po’ nelle retrovie, un po’ lontani dal fronte”.
Tempestiva la reazione del ministro della Difesa Crosetto che ha ricordato i 53 soldati italiani morti durante l’occupazione militare dell’Afghanistan.
Camminando come al solito sulle uova, anche la Meloni – confermando la differenza tra quello che vorrebbe dire e quello che è costretta a dire – ha dovuto replicare al suo interlocutore privilegiato Trump rammentando che: “Nel corso di quasi vent’anni di impegno, la nostra nazione ha sostenuto un costo che non si può mettere in dubbio: 53 soldati italiani caduti e oltre 700 feriti mentre erano impegnati in operazioni di combattimento, missioni di sicurezza e programmi di addestramento delle forze afghane. Per questo motivo, non sono accettabili affermazioni che minimizzano il contributo dei Paesi Nato in Afghanistan, soprattutto se provengono da una nazione alleata”.
Paradossalmente, ma non troppo, ci sono volute le sparate di Trump per riportare per un attimo il focus sugli scheletri di quella guerra rapidamente nascosti negli armadi del nostro paese.
Era il 31 agosto del 2021 quando venne completato il ritiro delle truppe USA e Nato – quelle italiane incluse – dall’aeroporto di Kabul. Erano passati quasi venti anni dall’ottobre 2001 quando in Afghanistan arrivarono i contingenti militari di occupazione dagli Stati Uniti e dai paesi della Nato nel quadro della “guerra infinita al terrorismo”.
Il primo contingente militare italiano, composto da circa 400 uomini del 2° Reggimento “San Marco”, partì dalla base di Brindisi già il 7 novembre 2001 nel quadro della operazione “Enduring Freedom” degli Stati Uniti. L’intervento faceva parte della risposta della NATO agli attentati dell’11 settembre 2001 negli USA che avevano invocato l’art.5 del Trattato.
I militari italiani dal 2004 vennero poi integrati nella missione ISAF della Nato in Afghanistan, e vennero schierati soprattutto nella regione occidentale di Herat, oltre a quelli a presidio dell’ambasciata a Kabul. Ne sono morti 53 e decine sono rimasti feriti in una missione militare impopolare, nata male e gestita peggio e che fece traballare il secondo governo Prodi. E lì sono rimasti fino al 2021.
Sono passati quasi cinque anni dal precipitoso ritiro di tutti i contingenti militari da Kabul, incalzati dai miliziani talebani che in 48 ore avevano travolto l’esercito fantoccio costruito, armato e addestrato da Usa e Nato – Italia inclusa – che avrebbe dovuto sostituire i militari occidentali nel garantire sicurezza, stabilità e “democrazia” a quel tormentato paese.
Eppure in questi quattro anni e mezzo, cioè da quando i contingenti militari si sono ritirati dall’Afghanistan, in Italia su quella vicenda c’è stato un silenzio di tomba, apertamente e pervicacemente bipartisan, perché quella missione militare si è rivelata una rogna imbarazzante per tutti i governi, di centro-destra o di centro-sinistra.
Il centro-destra dei governi Berlusconi seguì servilmente i diktat degli Stati Uniti di Bush jr. inviando un contingente militare in Afghanistan (e due anni dopo in Iraq).
Le missioni militari italiani in Afghanistan e Iraq si rivelarono inutili, strumentali ed anche sanguinose, con decine di militari morti e centinaia rimasti feriti in quei due paesi.
Il centro-sinistra del governo Prodi non ritirò il contingente militare dall’Afghanistan nonostante l’impopolarità del rinnovo di quella missione, le manifestazioni che ne chiedevano il ritiro e alla fine una votazione parlamentare sul tema dove il governo Prodi andò sotto grazie al voto disobbediente di due senatori, Turigliatto e Rossi (uno del Prc e uno del PdCI che però sostenevano l’esecutivo. I due senatori vennero espulsi dai rispettivi partiti).
Ma anche i governi successivi alla rimozione di Berlusconi (2011), in dieci anni non ritennero mai di dover mettere fine alla missione militare in Afghanistan. Nonostante i servili reportage dei mass media, gli editoriali e gli articoli che avevano provato a giustificare l’occupazione militare di quel paese come “lotta per i diritti delle donne afghane”, missione di civilizzazione di un paese arretrato e in mano ai mullah etc. etc. la missione militare in Afghanistan, come quella in Iraq, non hanno mai riscontrato il consenso popolare.
Al contrario, in Parlamento, sia la destra che il Pd hanno sistematicamente votato a favore del rinnovo della presenza del contingente militare in Afghanistan. Fino a quando fu proprio Trump a negoziare con i Talebani il disimpegno degli USA dal paese, scelta che fu poi realizzata materialmente dalla subentrata amministrazione Biden nel 2021.
In Italia, in questi quasi cinque anni, non si è mai più parlato di quella sciagurata missione militare, dei suoi costi umani, economici e politici, né delle vergognose posizioni dei vari governi e forze politiche.
Sull’Italia in Afghanistan è stata scelta consapevolmente la rimozione e una imbarazzatissimo silenzio, rotto solo un anno fa dalla miniserie televisiva europea “Kabul”. Non un dibattito in Parlamento né sui giornali o nei talk show ma l’oblio.
Eppure se dobbiamo individuare uno dei punti di rottura e di caduta della credibilità delle classi dirigenti dell’Occidente capitalista, la fuga dall’Afghanistan ne è uno decisivo. Quel precipitoso e vergognoso ritiro davanti alle telecamere di tutto il mondo fu visto e compreso da molti come indicatore di un declino di egemonia ampiamente acceleratosi negli anni successivi.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/01/2025
Militare israeliano sfugge alla giustizia brasiliana, con l’aiuto dell’ambasciata
Un militare israeliano in un caso simile a quello di Saar Hirshoren – di cui abbiamo riferito nei giorni scorsi – è riuscito a fuggire dal Brasile appena prima di essere fermato e interrogato nell’ambito di un’indagine sui crimini di guerra che avrebbe commesso nella Striscia di Gaza.
La vicenda è nata anche in questo caso da una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation (Hrf, un gruppo di difesa dei diritti dei palestinesi con sede in Belgio), che accusa il soldato israeliano, anche in base a tracce lasciate sui suoi profili social, di essere coinvolto nelle sistematiche demolizioni di abitazioni civili a Gaza.
Un tribunale brasiliano ha aperto un’indagine e ordinato alla polizia di fermarlo. Immediatamente è scattato l’allarme negli apparati israeliani. L’ambasciata di Tel Aviv in Brasile ha contattato l’uomo e la sua famiglia, assistendoli fino al loro ritorno in Israele e sottraendolo alla giustizia brasiliana.
Il militare israeliano era in vacanza con la sua famiglia in America Latina. Nel caso di Saar Hirshoren era stato richiesto alle autorità di Argentina e Cile di fermare il soldato per interrogarlo in merito all’indagine sui crimini di guerra a Gaza.
In un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano “News 12”, lo scrittore Or Ravid ha rivelato nuovi dettagli sulla fuga di un soldato dell’esercito israeliano dal Brasile dopo che è stato emesso un mandato di arresto.
Il soldato israeliano era in vacanza in Brasile con un certo numero di amici, in particolare nella zona di Morro de São Paulo, ma il viaggio si è trasformato in un incubo quando il consolato israeliano lo ha informato che era stato emesso un mandato di arresto contro di lui per indagare sui “crimini commessi a Gaza“.
Fondata lo scorso febbraio da attivisti palestinesi a Bruxelles, la Fondazione Hind Rajab prende il nome da una bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano a Gaza nel gennaio 2023. La Fondazione è affiliata al più ampio movimento 30 marzo, la cui missione è cercare giustizia per i crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.
Il gruppo ha cambiato le sue tattiche ed ha evitato di pubblicare i nomi dei soldati israeliani presi di mira per aumentare le possibilità di un’azione legale di successo contro di loro, e i suoi recenti rapporti dicono di aver raccolto informazioni su più di un migliaio di soldati israeliani con doppia nazionalità che hanno partecipato alla guerra a Gaza, e richieste di arresto sono state presentate contro di loro in 8 paesi, tra cui Spagna, Irlanda e Sud Africa.
Fonte
La vicenda è nata anche in questo caso da una denuncia presentata dalla Hind Rajab Foundation (Hrf, un gruppo di difesa dei diritti dei palestinesi con sede in Belgio), che accusa il soldato israeliano, anche in base a tracce lasciate sui suoi profili social, di essere coinvolto nelle sistematiche demolizioni di abitazioni civili a Gaza.
Un tribunale brasiliano ha aperto un’indagine e ordinato alla polizia di fermarlo. Immediatamente è scattato l’allarme negli apparati israeliani. L’ambasciata di Tel Aviv in Brasile ha contattato l’uomo e la sua famiglia, assistendoli fino al loro ritorno in Israele e sottraendolo alla giustizia brasiliana.
Il militare israeliano era in vacanza con la sua famiglia in America Latina. Nel caso di Saar Hirshoren era stato richiesto alle autorità di Argentina e Cile di fermare il soldato per interrogarlo in merito all’indagine sui crimini di guerra a Gaza.
In un articolo pubblicato dal quotidiano israeliano “News 12”, lo scrittore Or Ravid ha rivelato nuovi dettagli sulla fuga di un soldato dell’esercito israeliano dal Brasile dopo che è stato emesso un mandato di arresto.
Il soldato israeliano era in vacanza in Brasile con un certo numero di amici, in particolare nella zona di Morro de São Paulo, ma il viaggio si è trasformato in un incubo quando il consolato israeliano lo ha informato che era stato emesso un mandato di arresto contro di lui per indagare sui “crimini commessi a Gaza“.
Fondata lo scorso febbraio da attivisti palestinesi a Bruxelles, la Fondazione Hind Rajab prende il nome da una bambina palestinese uccisa dall’esercito israeliano a Gaza nel gennaio 2023. La Fondazione è affiliata al più ampio movimento 30 marzo, la cui missione è cercare giustizia per i crimini di guerra di Israele contro i palestinesi.
Il gruppo ha cambiato le sue tattiche ed ha evitato di pubblicare i nomi dei soldati israeliani presi di mira per aumentare le possibilità di un’azione legale di successo contro di loro, e i suoi recenti rapporti dicono di aver raccolto informazioni su più di un migliaio di soldati israeliani con doppia nazionalità che hanno partecipato alla guerra a Gaza, e richieste di arresto sono state presentate contro di loro in 8 paesi, tra cui Spagna, Irlanda e Sud Africa.
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08/12/2024
Guerra in Siria - Caduta Damasco, Bashar Assad è fuggito
L’era della Repubblica araba siriana con al potere la famiglia Assad è terminata. Sono stati gli stessi comandi militari ad annunciarlo a Damasco alle truppe qualche ora fa mentre migliaia di combattenti jihadisti e gente comune festeggiavano in piazza. Poco dopo i miliziani di Hay’at Tahrir al Sham (HTS) e i loro alleati hanno annunciato dalla televisione pubblica di aver preso il potere.
Intervistato dalla tv Al Arabiya, il primo ministro in carica – nominato solo poche settimane fa – Mohammed Jalali ha detto che la Siria dovrebbe ora indire libere elezioni per consentire al popolo di scegliere la propria leadership. Jalali ha detto di essere stato in contatto con il capo di HTS, Abu Mohammed al Julani, per discutere del prossimo futuro e di non sapere dove si trovino Bashar Assad e il suo ministro della Difesa e che i contatti sono stati persi la scorsa notte.
Secondo alcune fonti, Assad avrebbe lasciato Damasco in aereo, poco prima che i suoi avversari raggiungessero l’aeroporto internazionale, per una destinazione sconosciuta, forse la Russia. Secondo altre notizie il suo aereo è scomparso dai radar mentre era sopra la regione di Latakiya e sarebbe attualmente rifugiato in una base russa sulla costa siriana.
Stupore e clamore in Medio Oriente e nel mondo. In appena dieci giorni i miliziani qaedisti di Hay’at Tahrit al Sham che a fine novembre avevano conquistato Aleppo, Hama e Homs ed hanno raggiunto Damasco e abbattuto il governo centrale, quasi senza combattere.
Il capo delle Forze Democratiche Siriane a guida curda, Mazloum Abdi, ha intanto scritto su X: “Stiamo assistendo a momenti storici in Siria. Alla caduta del regime autoritario di Damasco. Questo cambiamento rappresenta un’opportunità per costruire una nuova Siria fondata su democrazia e giustizia, che garantisca i diritti di tutti i siriani”.
L’Esercito israeliano ha occupato la zona cuscinetto tra Israele e Siria, sulle alture del Golan occupate. Lo confermano gli stessi comandi militari israeliani spiegando la mossa con “motivi di sicurezza”. È la prima volta da quando fu firmato l’Accordo di Disimpegno del 1974 – che pose fine alla guerra del 1973 – che le forze armate israeliane prendono posizione nella zona cuscinetto. Era accaduto anche in passato, ma solo brevemente.
Aggiornamenti
Questa mattina un video postato sui social dai miliziani salafiti mostra quello che viene descritto come l’arresto del primo ministro siriano Jalali proprio mentre si stava recando ad un incontro con la leadership della coalizione dei gruppi jihadisti in un hotel di Damasco.
In precedenza il leader di HTS, Abu Mohammed al-Jolani, aveva dichiarato che il premier Jalali sarebbe rimasto in carica per garantire la transizione dei poteri in Siria.
Intanto la tv al Arabiya ha informato di un saccheggio nei locali dell’ambasciata dell’Iran a Damasco, mostrando le immagini di gente che strappa un grande poster affisso sul cancello della rappresentanza diplomatica con le effigi del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso nel 2020 in Iraq in un attacco statunitense, e di Hassan Nasrallah, il leader Hezbollah ucciso a settembre in un raid israeliano a Beirut. Secondo al Jazeera il personale dell’ambasciata era già fuggito.
Nel frattempo i primi contingenti dei miliziani salafiti sono arrivati anche a Tartus e Latakia – le due città siriane sul Mediterraneo dove si trovano le basi russe – accolti da una parte della popolazione.
ORE 14 – Bashar al-Assad si è dimesso da presidente della Siria ed ha abbandonato il Paese, con l’ordine di trasferire il potere in modo pacifico. Ad annunciarlo è stato il ministero degli Esteri russo in una nota, citata dall’agenzia Tass. “A seguito dei negoziati condotti da Bashar al-Assad con alcuni partecipanti al conflitto armato, ha deciso di rinunciare alla carica presidenziale e ha lasciato il Paese, dando istruzioni per effettuare il trasferimento di poteri in modo pacifico” scrive il ministero degli esteri di Mosca in un comunicato. Il ministero ha affermato che la Russia era in contatto con tutti i gruppi dell’opposizione siriana e che le basi militari russe in Siria sono state poste in stato di massima allerta anche se al momento non sussisteva alcuna seria minaccia per loro.
Le milizie sostenute dalla Turchia sono entrate nella città di Manbij, nel nord della Siria, dopo aver preso il controllo della maggior parte dell’area circostante precedentemente controllata dalle forze curde alleate degli Stati Uniti. Lo ha riferito alla Reuters una fonte della sicurezza turca. “La lotta contro YPG/PKK è molto vicina alla vittoria. Sono in corso interventi sia aerei che terrestri per togliere Manbij dalle mani di YPG/PKK”, ha detto la fonte, riferendosi alle Unità di difesa popolare curde che per ora non hanno diffuso reazioni.
Questa mattina un video postato sui social dai miliziani salafiti mostra quello che viene descritto come l’arresto del primo ministro siriano Jalali proprio mentre si stava recando ad un incontro con la leadership della coalizione dei gruppi jihadisti in un hotel di Damasco. Secondo altre versioni, i miliziani jihadisti avrebbero solo scortato il primo ministro nominato da Assad. In precedenza il leader di HTS, Abu Mohammed al-Jolani, aveva dichiarato che il premier Jalali sarebbe rimasto in carica per un certo periodo per garantire la transizione dei poteri in Siria.
ORE 17.00 – Le truppe israeliane continuano ad avanzare nel sud della Siria in quella che hanno definito “zona cuscinetto”; in un comunicato l’esercito di Tel Aviv ha chiesto agli abitanti di cinque città confinanti con lo “stato ebraico” di rimanere in casa. Intanto l’aviazione militare israeliana avrebbe condotto un certo numero di attacchi aerei in territorio siriano; gli israeliani, stando alle prime ricostruzioni, avrebbero colpito un deposito di munizioni vicino all’aeroporto di Damasco e presunti depositi di armi nel sud della Siria per impedire ai gruppi dell’opposizione di impossessarsene.
Contemporaneamente, però, un funzionario israeliano ha dichiarato al Wall Street Journal che la preoccupazione principale di Israele, nel contesto della rapida evoluzione della situazione in Siria, è impedire all’Iran di ristabilire la sua influenza nel Paese.
Netanyahu si è recato al confine e ha dichiarato che ciò che sta avvenendo in Siria è merito di Tel Aviv e dei suoi attacchi contro Hezbollah e l’Iran. Il Capo di stato maggiore israeliano, parlando alle truppe impegnate nel Golan, ha detto che l’esercito è attualmente impegnato su 4 fronti di guerra: Gaza, la Cisgiordania, il Libano e ora la Siria.
Intanto i media siriani controllati ormai dai miliziani salafiti, citando una dichiarazione del leader di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) Abu Mohammed al Julani, hanno smentito l’arresto del primo ministro, prelevato stamattina nel suo ufficio da uomini armati, affermando che Mohammed Jalali manterrà per ora il suo incarico alla guida del governo di Damasco in attesa della formazione di un esecutivo di transizione.
ORE 19.00 – Bashar al-Assad è arrivato in Russia. Fonti del Cremlino riferiscono che si trova attualmente a Mosca insieme alla sua famiglia.
Fonte
Intervistato dalla tv Al Arabiya, il primo ministro in carica – nominato solo poche settimane fa – Mohammed Jalali ha detto che la Siria dovrebbe ora indire libere elezioni per consentire al popolo di scegliere la propria leadership. Jalali ha detto di essere stato in contatto con il capo di HTS, Abu Mohammed al Julani, per discutere del prossimo futuro e di non sapere dove si trovino Bashar Assad e il suo ministro della Difesa e che i contatti sono stati persi la scorsa notte.
Secondo alcune fonti, Assad avrebbe lasciato Damasco in aereo, poco prima che i suoi avversari raggiungessero l’aeroporto internazionale, per una destinazione sconosciuta, forse la Russia. Secondo altre notizie il suo aereo è scomparso dai radar mentre era sopra la regione di Latakiya e sarebbe attualmente rifugiato in una base russa sulla costa siriana.
Stupore e clamore in Medio Oriente e nel mondo. In appena dieci giorni i miliziani qaedisti di Hay’at Tahrit al Sham che a fine novembre avevano conquistato Aleppo, Hama e Homs ed hanno raggiunto Damasco e abbattuto il governo centrale, quasi senza combattere.
Il capo delle Forze Democratiche Siriane a guida curda, Mazloum Abdi, ha intanto scritto su X: “Stiamo assistendo a momenti storici in Siria. Alla caduta del regime autoritario di Damasco. Questo cambiamento rappresenta un’opportunità per costruire una nuova Siria fondata su democrazia e giustizia, che garantisca i diritti di tutti i siriani”.
L’Esercito israeliano ha occupato la zona cuscinetto tra Israele e Siria, sulle alture del Golan occupate. Lo confermano gli stessi comandi militari israeliani spiegando la mossa con “motivi di sicurezza”. È la prima volta da quando fu firmato l’Accordo di Disimpegno del 1974 – che pose fine alla guerra del 1973 – che le forze armate israeliane prendono posizione nella zona cuscinetto. Era accaduto anche in passato, ma solo brevemente.
Aggiornamenti
Questa mattina un video postato sui social dai miliziani salafiti mostra quello che viene descritto come l’arresto del primo ministro siriano Jalali proprio mentre si stava recando ad un incontro con la leadership della coalizione dei gruppi jihadisti in un hotel di Damasco.
In precedenza il leader di HTS, Abu Mohammed al-Jolani, aveva dichiarato che il premier Jalali sarebbe rimasto in carica per garantire la transizione dei poteri in Siria.
Intanto la tv al Arabiya ha informato di un saccheggio nei locali dell’ambasciata dell’Iran a Damasco, mostrando le immagini di gente che strappa un grande poster affisso sul cancello della rappresentanza diplomatica con le effigi del generale iraniano Qassem Soleimani, ucciso nel 2020 in Iraq in un attacco statunitense, e di Hassan Nasrallah, il leader Hezbollah ucciso a settembre in un raid israeliano a Beirut. Secondo al Jazeera il personale dell’ambasciata era già fuggito.
Nel frattempo i primi contingenti dei miliziani salafiti sono arrivati anche a Tartus e Latakia – le due città siriane sul Mediterraneo dove si trovano le basi russe – accolti da una parte della popolazione.
ORE 14 – Bashar al-Assad si è dimesso da presidente della Siria ed ha abbandonato il Paese, con l’ordine di trasferire il potere in modo pacifico. Ad annunciarlo è stato il ministero degli Esteri russo in una nota, citata dall’agenzia Tass. “A seguito dei negoziati condotti da Bashar al-Assad con alcuni partecipanti al conflitto armato, ha deciso di rinunciare alla carica presidenziale e ha lasciato il Paese, dando istruzioni per effettuare il trasferimento di poteri in modo pacifico” scrive il ministero degli esteri di Mosca in un comunicato. Il ministero ha affermato che la Russia era in contatto con tutti i gruppi dell’opposizione siriana e che le basi militari russe in Siria sono state poste in stato di massima allerta anche se al momento non sussisteva alcuna seria minaccia per loro.
Le milizie sostenute dalla Turchia sono entrate nella città di Manbij, nel nord della Siria, dopo aver preso il controllo della maggior parte dell’area circostante precedentemente controllata dalle forze curde alleate degli Stati Uniti. Lo ha riferito alla Reuters una fonte della sicurezza turca. “La lotta contro YPG/PKK è molto vicina alla vittoria. Sono in corso interventi sia aerei che terrestri per togliere Manbij dalle mani di YPG/PKK”, ha detto la fonte, riferendosi alle Unità di difesa popolare curde che per ora non hanno diffuso reazioni.
Questa mattina un video postato sui social dai miliziani salafiti mostra quello che viene descritto come l’arresto del primo ministro siriano Jalali proprio mentre si stava recando ad un incontro con la leadership della coalizione dei gruppi jihadisti in un hotel di Damasco. Secondo altre versioni, i miliziani jihadisti avrebbero solo scortato il primo ministro nominato da Assad. In precedenza il leader di HTS, Abu Mohammed al-Jolani, aveva dichiarato che il premier Jalali sarebbe rimasto in carica per un certo periodo per garantire la transizione dei poteri in Siria.
ORE 17.00 – Le truppe israeliane continuano ad avanzare nel sud della Siria in quella che hanno definito “zona cuscinetto”; in un comunicato l’esercito di Tel Aviv ha chiesto agli abitanti di cinque città confinanti con lo “stato ebraico” di rimanere in casa. Intanto l’aviazione militare israeliana avrebbe condotto un certo numero di attacchi aerei in territorio siriano; gli israeliani, stando alle prime ricostruzioni, avrebbero colpito un deposito di munizioni vicino all’aeroporto di Damasco e presunti depositi di armi nel sud della Siria per impedire ai gruppi dell’opposizione di impossessarsene.
Contemporaneamente, però, un funzionario israeliano ha dichiarato al Wall Street Journal che la preoccupazione principale di Israele, nel contesto della rapida evoluzione della situazione in Siria, è impedire all’Iran di ristabilire la sua influenza nel Paese.
Netanyahu si è recato al confine e ha dichiarato che ciò che sta avvenendo in Siria è merito di Tel Aviv e dei suoi attacchi contro Hezbollah e l’Iran. Il Capo di stato maggiore israeliano, parlando alle truppe impegnate nel Golan, ha detto che l’esercito è attualmente impegnato su 4 fronti di guerra: Gaza, la Cisgiordania, il Libano e ora la Siria.
Intanto i media siriani controllati ormai dai miliziani salafiti, citando una dichiarazione del leader di Hayat Tahrir al-Sham (Hts) Abu Mohammed al Julani, hanno smentito l’arresto del primo ministro, prelevato stamattina nel suo ufficio da uomini armati, affermando che Mohammed Jalali manterrà per ora il suo incarico alla guida del governo di Damasco in attesa della formazione di un esecutivo di transizione.
ORE 19.00 – Bashar al-Assad è arrivato in Russia. Fonti del Cremlino riferiscono che si trova attualmente a Mosca insieme alla sua famiglia.
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06/08/2024
Bangladesh - L’incerto futuro dopo la fuga della Prima Ministra
La Prima Ministra del Bangladesh Sheikh Hasina si è dimessa e ha lasciato il Paese dopo settimane di manifestazioni che hanno visto la morte di circa trecento persone nelle manifestazioni contro il suo governo. Ha lasciato la capitale Dhaka in elicottero e sarebbe giunta in India.
La destituzione di Hasina, avvenuta lunedì, ha fatto seguito a settimane di proteste represse nel sangue e sembra aver scongiurato la minaccia di ulteriori violenze.
L’attenzione si sposta ora su chi controllerà il Paese dell’Asia meridionale dopo che il Generale Waker-Uz-Zaman, che ha invitato alla calma, ha anche dichiarato che un governo ad interim sarà formato per guidare il Paese.
I manifestanti sembrano determinati a restare in strada e a monitorare i prossimi passaggi che verranno intrapresi, tra cui come e da chi sarà formato il nuovo governo e quali provvedimenti verranno presi contro i responsabili di questo vero e proprio bagno di sangue denunciato da tutte le forze progressiste del Paese.
Hasina, che ha governato il Paese per quasi due decenni, è salita a bordo di un elicottero militare lunedì, ha riferito un collaboratore ad Al Jazeera, mentre una folla enorme ha ignorato il coprifuoco nazionale per prendere d’assalto il suo palazzo nella capitale.
Si tratta di una vera e propria fuga, quindi, con i militari che prendono le redini del Paese in una situazione tutt’altro che pacificata ed in cui l’ex Prima Ministra aveva puntato il dito contro le supposte infiltrazioni dei gruppi di opposizione all’interno delle proteste studentesche, accusando il Bangladesh National Party (BNP) di collaborare con i gruppi estremisti come Jamat-e-Islami.
In un messaggio alla nazione, Hasina aveva equiparato il movimento di protesta al terrorismo. Le sue dimissioni sono arrivate dopo centinaia di morti in settimane di proteste, senza che fossero presi i minimi provvedimenti contro i responsabili, mentre altre centinaia di manifestanti sono ricoverate in ospedale per le ferite riportate nella repressione operata delle autorità.
Nella sola notte di domenica vi sono stati quasi cento morti, ed era stato così imposto il coprifuoco. Lunedì, una folla enorme ha preso d’assalto il palazzo del primo ministro, impedendo ad Hasina di tenere un discorso.
Nonostante le violenze, nel primo pomeriggio l’atmosfera nelle strade era diventata di festa dopo la diffusione della notizia della fuga della premier.
La folla esultante ha sventolato bandiere, alcuni hanno ballato in cima a un carro armato nelle strade, prima che migliaia di persone sfondassero i cancelli della residenza ufficiale di Hasina.
Il canale 24 del Bangladesh ha trasmesso le immagini della folla che correva all’interno del complesso, salutando la telecamera mentre festeggiava, saccheggiando mobili e libri mentre altri si rilassavano sui letti.
Al Jazeera, in collegamento da piazza Shahbagh – epicentro delle proteste studentesche iniziate il mese scorso – ha dichiarato di non aver “mai assistito a qualcosa di simile” nel Paese.
“Tutti stanno festeggiando, non solo gli studenti, ma persone di ogni estrazione sociale. Hanno detto che questo doveva accadere, che non c’era nulla da dire, che la democrazia era compressa e che ora siamo liberi”, ha detto Chowdhury.
Il messaggio dei manifestanti è che chiunque salga al potere “saprà che non sarà tollerata alcun tipo di dittatura o cattiva gestione e che saranno gli studenti a decidere”.
Il Bangladesh ha sofferto molto sotto i governi militari negli anni ’70 e ’80, dopo la guerra che ne ha determinato l’indipendenza dal Pakistan nel 1971, e molti temono il pericolo che ciò si riproponga.
Il capo dell’esercito Waker-Uz-Zaman ha cercato di rassicurare i cittadini, li ha esortati a mantenere la fiducia nell’esercito che, ha detto, avrebbe riportato la pace nel Paese.
“Faremo anche in modo che sia fatta giustizia per ogni morte e crimine avvenuto durante le proteste”, ha detto, invitando la popolazione ad avere pazienza e a cessare ogni atto di violenza e di vandalismo.
“Abbiamo invitato i rappresentanti di tutti i principali partiti politici, che hanno accettato il nostro invito e si sono impegnati a collaborare con noi”, ha dichiarato il generale.
L’esercito ha davanti a sé un “lavoro molto difficile”, ha affermato Irene Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite.
Le ragioni e le dinamiche della rivolta sociale
Le proteste nel Paese sono iniziate un mese per la controversia relativa alle quote di lavoratori nell'amministrazione pubblica.
Dal primo luglio, gli studenti universitari hanno protestato in tutto il Paese per chiedere la rimozione delle quote nei posti di lavoro governativi, dopo che l’Alta Corte ha ripristinato una norma che riserva quasi un terzo dei posti ai discendenti di coloro che hanno partecipato al movimento di liberazione del 1971.
In seguito alla sentenza dell’Alta Corte di giugno, il 56% dei posti di lavoro governativi è ora riservato a gruppi specifici, tra cui figli e nipoti di combattenti per la libertà, donne e persone provenienti da ‘distretti arretrati’.
Gli studenti manifestanti si sono scontrati con la polizia e con i membri della Bangladesh Chhatra League, ala studentesca del partito di governo Awami League del Primo Ministro Sheikh Hasina.
Le manifestazioni sono state notevoli non solo per le dimensioni, l’intensità e la durata, ma anche per la loro composizione demografica. “Guardate chi sta protestando”, aveva detto ad Al Jazeera Michael Kugelman, direttore del South Asia Institute del Wilson Center.
“Non si tratta solo di manifestazioni di base guidate dai poveri. Si tratta di studenti universitari, la maggior parte dei quali è al di sopra della classe lavoratrice... Il fatto che ci siano così tanti studenti così arrabbiati dimostra la disperazione di trovare lavoro. Forse non sono disperatamente poveri, ma hanno comunque bisogno di trovare un lavoro buono e stabile”.
Il governo ha risposto chiudendo le università e usando la polizia e l’esercito per reprimere le proteste. Hasina ha imposto il coprifuoco in tutta la nazione e ha tagliato l’accesso ai telefoni e alla rete internet.
Le proteste sono continuate e la Corte Suprema del Paese ha stabilito che le quote, molto contestate, dovevano essere ridotte dal 30% al 5%, con un 3% per i parenti dei veterani. Ma queste misure non hanno quietato gli animi.
Non si è arrivati a nulla. Il movimento dimostrativo si è trasformato in una rivolta senza precedenti e su scala nazionale, chiedendo le dimissioni di Hasina e l’assunzione di responsabilità riguardo a coloro che sono stati uccisi.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa il 67% dei 170 milioni di abitanti del Bangladesh ha un’età compresa tra i 15 e i 64 anni e più di un quarto ha un’età compresa tra i 15 e i 29 anni. Si tratta quindi di una situazione in cui c’è una significativa popolazione in età lavorativa che non trova un impiego.
Vina Nadjibulla, vicepresidente della ricerca e della strategia presso la Fondazione Asia-Pacifico del Canada, ha affermato che il Paese dell’Asia meridionale si trova ad affrontare una “grave crisi occupazionale per i laureati”.
“La quota del 30% colpirà questo gruppo”, aveva dichiarato Nadjibulla ad Al Jazeera, riferendosi ai posti di lavoro riservati ai discendenti dei combattenti per l'indipendenza.
Le proteste sono ancora più evidenti a causa dei significativi guadagni economici che il Bangladesh ha ottenuto negli ultimi anni. Negli ultimi due decenni l’economia è cresciuta in media del 6,25% all’anno. La povertà è diminuita dall’11,8% nel 2010 al 5% nel 2022, sulla base della soglia di povertà internazionale di 2,15 dollari al giorno.
Nel frattempo, il Paese ha anche superato la vicina India, molto più grande, in termini di prodotto interno lordo (PIL) pro capite. Il Bangladesh ha anche registrato un netto miglioramento dei risultati in termini di sviluppo umano e, di conseguenza, è sulla buona strada per uscire, nel 2026, dalla lista delle Nazioni Unite dei Paesi meno sviluppati.
Nonostante questi successi, “ci sono ancora molte disuguaglianze e povertà”, con almeno 37,7 milioni di persone che lo scorso anno hanno sofferto di carenza di cibo, ha detto Nadjibulla. “La crescita non arriva agli studenti universitari istruiti che scendono in piazza”, ha detto Nadjibulla.
L’ascesa economica del Bangladesh deriva in gran parte dalle esportazioni di indumenti pronti (RMG), soprattutto verso l’Occidente, e dalle rimesse dei lavoratori all’estero.
Un modello di sviluppo, quindi, centrato su un settore manifatturiero dal basso valore aggiunto e dall’intensissimo sfruttamento della forza lavoro, e dai proventi dei migranti, con scarsi sbocchi professionali per una forza lavoro istruita che aspirerebbe al rango di classe media.
Una delle possibili aspirazioni del Paese è diventare l’approdo di investimenti esteri nella riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle imprese globali alternative alla Cina, nel processo di frammentazione del mercato mondiale a cui stiamo assistendo.
Accanto agli studenti, sui cui si è concentrato il cono di luce dei media, vi è una parte importante della gioventù che non lavora né studia, molto più svantaggiata dei primi. L’anno scorso, circa il 40% dei bangladesi tra i 15 e i 24 anni non lavorava, non studiava e non seguiva corsi di formazione.
Una mobilitazione progressista in una lunga storia di lotte
Gli studenti, per lo più appartenenti a gruppi di sinistra e liberali, sono in prima linea nell’agitazione da inizio luglio. Il movimento era stato sostenuto, tra gli altri, da Democratic Student Force (DSF), Bangladesh Student Federation, Jatiyatabadi Chhatra Dal e Bangladesh Chhatra Union.
“Questa è una lotta per stabilire un sistema di reclutamento equo nei posti di lavoro statali. Tutti si sono uniti a noi dimenticando le loro opinioni politiche. Questa è una lotta per tutti, non per un partito in particolare”, aveva dichiarato a Daily Observer uno dei leader del movimento.
Anche il Partito dei lavoratori del Bangladesh (WPB) ha appoggiato la richiesta di riforma del sistema delle quote. Aveva invitato il governo a non lasciare la questione ai tribunali e a risolverla secondo la Costituzione del Paese.
Il deputato Rashed Khan Menon del WPB aveva dichiarato a luglio, in una riunione dell’ala giovanile del partito, che la maggior parte dei giovani del Paese stava affrontando una grave crisi occupazionale ed era necessario affrontare le loro preoccupazioni senza compromettere gli interessi delle donne, dei disabili e di altri gruppi emarginati.
Una storia di lotta contro le quote arbitrarie
Da diversi anni gli studenti e i giovani del Bangladesh si battono contro la previsione di un’alta quota di posti di lavoro governativi per i discendenti dei combattenti per l'indipendenza del Paese.
L’accusa è che sia una misura arbitraria e contraria agli interessi della maggioranza dei giovani. In Bangladesh, fin dalla sua indipendenza nel 1971, sono stati previsti diversi tipi di quote o riserve per gli impieghi pubblici.
Dopo la separazione dal Pakistan, il nuovo governo ha identificato come “combattenti per la libertà” tutti coloro che avevano partecipato alla guerra di liberazione del Paese e ha concesso loro una quota del 30% nei posti di lavoro. In seguito, questa quota è stata mantenuta anche per i loro discendenti.
A causa della presenza di diversi altri tipi di quote come ‘azione affermativa’ (per le donne, per i disabili, per le persone provenienti da comunità indigene, ecc.) la quota aggiuntiva del 30% ha reso la maggior parte dei posti di lavoro governativi (circa il 56%) non disponibili per gli studenti che non rientrano in nessuna di queste categorie.
Questo ha reso impopolare la quota per i discendenti dei combattenti per la libertà, portando ad un primo movimento di protesta nel 2018.
A seguito dell’agitazione di massa da parte degli studenti, il governo di Sheikh Hasina aveva eliminato il sistema di quote nei posti di lavoro di prima e seconda classe per i discendenti dei combattenti per la libertà attraverso una circolare.
Tuttavia, quest’anno l’Alta corte del Paese, su una petizione presentata da alcuni discendenti dei combattenti per la libertà, ha definito illegale la circolare e ha ripristinato le quote.
Sebbene il governo avesse dichiarato che il ripristino delle quote da parte del tribunale a giugno era già stato sospeso, gli studenti in protesta chiedevano una revisione adeguata e una legge relativa al sistema di quote per i posti di lavoro nel Paese.
Per questo motivo, gli studenti hanno continuato a scioperare e a bloccare le strade, con una rivolta sociale che si è di fatto trasformata in un’insurrezione popolare che ha dato una spallata all’attuale élite politica verso una direzione al momento molto incerta.
Fonte
La destituzione di Hasina, avvenuta lunedì, ha fatto seguito a settimane di proteste represse nel sangue e sembra aver scongiurato la minaccia di ulteriori violenze.
L’attenzione si sposta ora su chi controllerà il Paese dell’Asia meridionale dopo che il Generale Waker-Uz-Zaman, che ha invitato alla calma, ha anche dichiarato che un governo ad interim sarà formato per guidare il Paese.
I manifestanti sembrano determinati a restare in strada e a monitorare i prossimi passaggi che verranno intrapresi, tra cui come e da chi sarà formato il nuovo governo e quali provvedimenti verranno presi contro i responsabili di questo vero e proprio bagno di sangue denunciato da tutte le forze progressiste del Paese.
Hasina, che ha governato il Paese per quasi due decenni, è salita a bordo di un elicottero militare lunedì, ha riferito un collaboratore ad Al Jazeera, mentre una folla enorme ha ignorato il coprifuoco nazionale per prendere d’assalto il suo palazzo nella capitale.
Si tratta di una vera e propria fuga, quindi, con i militari che prendono le redini del Paese in una situazione tutt’altro che pacificata ed in cui l’ex Prima Ministra aveva puntato il dito contro le supposte infiltrazioni dei gruppi di opposizione all’interno delle proteste studentesche, accusando il Bangladesh National Party (BNP) di collaborare con i gruppi estremisti come Jamat-e-Islami.
In un messaggio alla nazione, Hasina aveva equiparato il movimento di protesta al terrorismo. Le sue dimissioni sono arrivate dopo centinaia di morti in settimane di proteste, senza che fossero presi i minimi provvedimenti contro i responsabili, mentre altre centinaia di manifestanti sono ricoverate in ospedale per le ferite riportate nella repressione operata delle autorità.
Nella sola notte di domenica vi sono stati quasi cento morti, ed era stato così imposto il coprifuoco. Lunedì, una folla enorme ha preso d’assalto il palazzo del primo ministro, impedendo ad Hasina di tenere un discorso.
Nonostante le violenze, nel primo pomeriggio l’atmosfera nelle strade era diventata di festa dopo la diffusione della notizia della fuga della premier.
La folla esultante ha sventolato bandiere, alcuni hanno ballato in cima a un carro armato nelle strade, prima che migliaia di persone sfondassero i cancelli della residenza ufficiale di Hasina.
Il canale 24 del Bangladesh ha trasmesso le immagini della folla che correva all’interno del complesso, salutando la telecamera mentre festeggiava, saccheggiando mobili e libri mentre altri si rilassavano sui letti.
Al Jazeera, in collegamento da piazza Shahbagh – epicentro delle proteste studentesche iniziate il mese scorso – ha dichiarato di non aver “mai assistito a qualcosa di simile” nel Paese.
“Tutti stanno festeggiando, non solo gli studenti, ma persone di ogni estrazione sociale. Hanno detto che questo doveva accadere, che non c’era nulla da dire, che la democrazia era compressa e che ora siamo liberi”, ha detto Chowdhury.
Il messaggio dei manifestanti è che chiunque salga al potere “saprà che non sarà tollerata alcun tipo di dittatura o cattiva gestione e che saranno gli studenti a decidere”.
Il Bangladesh ha sofferto molto sotto i governi militari negli anni ’70 e ’80, dopo la guerra che ne ha determinato l’indipendenza dal Pakistan nel 1971, e molti temono il pericolo che ciò si riproponga.
Il capo dell’esercito Waker-Uz-Zaman ha cercato di rassicurare i cittadini, li ha esortati a mantenere la fiducia nell’esercito che, ha detto, avrebbe riportato la pace nel Paese.
“Faremo anche in modo che sia fatta giustizia per ogni morte e crimine avvenuto durante le proteste”, ha detto, invitando la popolazione ad avere pazienza e a cessare ogni atto di violenza e di vandalismo.
“Abbiamo invitato i rappresentanti di tutti i principali partiti politici, che hanno accettato il nostro invito e si sono impegnati a collaborare con noi”, ha dichiarato il generale.
L’esercito ha davanti a sé un “lavoro molto difficile”, ha affermato Irene Khan, relatrice speciale delle Nazioni Unite.
Le ragioni e le dinamiche della rivolta sociale
Le proteste nel Paese sono iniziate un mese per la controversia relativa alle quote di lavoratori nell'amministrazione pubblica.
Dal primo luglio, gli studenti universitari hanno protestato in tutto il Paese per chiedere la rimozione delle quote nei posti di lavoro governativi, dopo che l’Alta Corte ha ripristinato una norma che riserva quasi un terzo dei posti ai discendenti di coloro che hanno partecipato al movimento di liberazione del 1971.
In seguito alla sentenza dell’Alta Corte di giugno, il 56% dei posti di lavoro governativi è ora riservato a gruppi specifici, tra cui figli e nipoti di combattenti per la libertà, donne e persone provenienti da ‘distretti arretrati’.
Gli studenti manifestanti si sono scontrati con la polizia e con i membri della Bangladesh Chhatra League, ala studentesca del partito di governo Awami League del Primo Ministro Sheikh Hasina.
Le manifestazioni sono state notevoli non solo per le dimensioni, l’intensità e la durata, ma anche per la loro composizione demografica. “Guardate chi sta protestando”, aveva detto ad Al Jazeera Michael Kugelman, direttore del South Asia Institute del Wilson Center.
“Non si tratta solo di manifestazioni di base guidate dai poveri. Si tratta di studenti universitari, la maggior parte dei quali è al di sopra della classe lavoratrice... Il fatto che ci siano così tanti studenti così arrabbiati dimostra la disperazione di trovare lavoro. Forse non sono disperatamente poveri, ma hanno comunque bisogno di trovare un lavoro buono e stabile”.
Il governo ha risposto chiudendo le università e usando la polizia e l’esercito per reprimere le proteste. Hasina ha imposto il coprifuoco in tutta la nazione e ha tagliato l’accesso ai telefoni e alla rete internet.
Le proteste sono continuate e la Corte Suprema del Paese ha stabilito che le quote, molto contestate, dovevano essere ridotte dal 30% al 5%, con un 3% per i parenti dei veterani. Ma queste misure non hanno quietato gli animi.
Non si è arrivati a nulla. Il movimento dimostrativo si è trasformato in una rivolta senza precedenti e su scala nazionale, chiedendo le dimissioni di Hasina e l’assunzione di responsabilità riguardo a coloro che sono stati uccisi.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, circa il 67% dei 170 milioni di abitanti del Bangladesh ha un’età compresa tra i 15 e i 64 anni e più di un quarto ha un’età compresa tra i 15 e i 29 anni. Si tratta quindi di una situazione in cui c’è una significativa popolazione in età lavorativa che non trova un impiego.
Vina Nadjibulla, vicepresidente della ricerca e della strategia presso la Fondazione Asia-Pacifico del Canada, ha affermato che il Paese dell’Asia meridionale si trova ad affrontare una “grave crisi occupazionale per i laureati”.
“La quota del 30% colpirà questo gruppo”, aveva dichiarato Nadjibulla ad Al Jazeera, riferendosi ai posti di lavoro riservati ai discendenti dei combattenti per l'indipendenza.
Le proteste sono ancora più evidenti a causa dei significativi guadagni economici che il Bangladesh ha ottenuto negli ultimi anni. Negli ultimi due decenni l’economia è cresciuta in media del 6,25% all’anno. La povertà è diminuita dall’11,8% nel 2010 al 5% nel 2022, sulla base della soglia di povertà internazionale di 2,15 dollari al giorno.
Nel frattempo, il Paese ha anche superato la vicina India, molto più grande, in termini di prodotto interno lordo (PIL) pro capite. Il Bangladesh ha anche registrato un netto miglioramento dei risultati in termini di sviluppo umano e, di conseguenza, è sulla buona strada per uscire, nel 2026, dalla lista delle Nazioni Unite dei Paesi meno sviluppati.
Nonostante questi successi, “ci sono ancora molte disuguaglianze e povertà”, con almeno 37,7 milioni di persone che lo scorso anno hanno sofferto di carenza di cibo, ha detto Nadjibulla. “La crescita non arriva agli studenti universitari istruiti che scendono in piazza”, ha detto Nadjibulla.
L’ascesa economica del Bangladesh deriva in gran parte dalle esportazioni di indumenti pronti (RMG), soprattutto verso l’Occidente, e dalle rimesse dei lavoratori all’estero.
Un modello di sviluppo, quindi, centrato su un settore manifatturiero dal basso valore aggiunto e dall’intensissimo sfruttamento della forza lavoro, e dai proventi dei migranti, con scarsi sbocchi professionali per una forza lavoro istruita che aspirerebbe al rango di classe media.
Una delle possibili aspirazioni del Paese è diventare l’approdo di investimenti esteri nella riconfigurazione delle catene di approvvigionamento delle imprese globali alternative alla Cina, nel processo di frammentazione del mercato mondiale a cui stiamo assistendo.
Accanto agli studenti, sui cui si è concentrato il cono di luce dei media, vi è una parte importante della gioventù che non lavora né studia, molto più svantaggiata dei primi. L’anno scorso, circa il 40% dei bangladesi tra i 15 e i 24 anni non lavorava, non studiava e non seguiva corsi di formazione.
Una mobilitazione progressista in una lunga storia di lotte
Gli studenti, per lo più appartenenti a gruppi di sinistra e liberali, sono in prima linea nell’agitazione da inizio luglio. Il movimento era stato sostenuto, tra gli altri, da Democratic Student Force (DSF), Bangladesh Student Federation, Jatiyatabadi Chhatra Dal e Bangladesh Chhatra Union.
“Questa è una lotta per stabilire un sistema di reclutamento equo nei posti di lavoro statali. Tutti si sono uniti a noi dimenticando le loro opinioni politiche. Questa è una lotta per tutti, non per un partito in particolare”, aveva dichiarato a Daily Observer uno dei leader del movimento.
Anche il Partito dei lavoratori del Bangladesh (WPB) ha appoggiato la richiesta di riforma del sistema delle quote. Aveva invitato il governo a non lasciare la questione ai tribunali e a risolverla secondo la Costituzione del Paese.
Il deputato Rashed Khan Menon del WPB aveva dichiarato a luglio, in una riunione dell’ala giovanile del partito, che la maggior parte dei giovani del Paese stava affrontando una grave crisi occupazionale ed era necessario affrontare le loro preoccupazioni senza compromettere gli interessi delle donne, dei disabili e di altri gruppi emarginati.
Una storia di lotta contro le quote arbitrarie
Da diversi anni gli studenti e i giovani del Bangladesh si battono contro la previsione di un’alta quota di posti di lavoro governativi per i discendenti dei combattenti per l'indipendenza del Paese.
L’accusa è che sia una misura arbitraria e contraria agli interessi della maggioranza dei giovani. In Bangladesh, fin dalla sua indipendenza nel 1971, sono stati previsti diversi tipi di quote o riserve per gli impieghi pubblici.
Dopo la separazione dal Pakistan, il nuovo governo ha identificato come “combattenti per la libertà” tutti coloro che avevano partecipato alla guerra di liberazione del Paese e ha concesso loro una quota del 30% nei posti di lavoro. In seguito, questa quota è stata mantenuta anche per i loro discendenti.
A causa della presenza di diversi altri tipi di quote come ‘azione affermativa’ (per le donne, per i disabili, per le persone provenienti da comunità indigene, ecc.) la quota aggiuntiva del 30% ha reso la maggior parte dei posti di lavoro governativi (circa il 56%) non disponibili per gli studenti che non rientrano in nessuna di queste categorie.
Questo ha reso impopolare la quota per i discendenti dei combattenti per la libertà, portando ad un primo movimento di protesta nel 2018.
A seguito dell’agitazione di massa da parte degli studenti, il governo di Sheikh Hasina aveva eliminato il sistema di quote nei posti di lavoro di prima e seconda classe per i discendenti dei combattenti per la libertà attraverso una circolare.
Tuttavia, quest’anno l’Alta corte del Paese, su una petizione presentata da alcuni discendenti dei combattenti per la libertà, ha definito illegale la circolare e ha ripristinato le quote.
Sebbene il governo avesse dichiarato che il ripristino delle quote da parte del tribunale a giugno era già stato sospeso, gli studenti in protesta chiedevano una revisione adeguata e una legge relativa al sistema di quote per i posti di lavoro nel Paese.
Per questo motivo, gli studenti hanno continuato a scioperare e a bloccare le strade, con una rivolta sociale che si è di fatto trasformata in un’insurrezione popolare che ha dato una spallata all’attuale élite politica verso una direzione al momento molto incerta.
Fonte
28/04/2024
25 aprile/4. Mussolini voleva scappare? Chiediamolo ai nazisti...
di Massimo Zucchetti
Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.
Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.
Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].
Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile
Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.
Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.
Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)
Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.
Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile
Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.
Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.
Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.
Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.
Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.
Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio
Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.
Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.
Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.
Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.
Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.
Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.
Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.
Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.
Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.
Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.
Ancora Birzer dice:
Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina
Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.
Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.
Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.
Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.
Quinta fuga: travestimento finale!
A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.
A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.
Riferimenti
[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.
[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.
[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.
[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.
[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962
[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989
Note
1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.
2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.
3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.
Fonte
Dopo il 25 aprile, tutto crollò, per Mussolini. Il duce dimostrò, in quei giorni che gli restavano, molta confusione e indecisione, ma con il parametro costante della fuga e del tradimento, anche dei pochi che gli rimasero fedeli. I peggiori giorni della sua vita.
Spiace dover disilludere i nostalgici, ma la ricerca storica recente ha fugato i dubbi: anche con l’aiuto delle interviste ai nazisti SS della sua scorta. Molta letteratura, revisionista, ma anche non esplicitamente tale, nega l’intenzione di Mussolini di fuggire in Svizzera, basandosi più che altro sulle dichiarazioni pubbliche che l’ex-duce stesso fece nei mesi e nelle settimane precedenti.
Lo stupore ci prende ogni volta, quando viene dato credito, a volte anche da storici seri, alle dichiarazioni di Mussolini, sia pubbliche che private: era un uomo che si serviva della menzogna in maniera, per così dire, abile ed abituale [1, 2, 3].
Prima fuga: da Milano, la sera del 25 aprile
Mussolini, dopo la fallita trattativa in Arcivescovado, rientra in Prefettura e fugge da Milano, dove inizia l’insurrezione. L’ordine di partenza, impartito da Mussolini col motto “Precampo a Como!”, lascia ancora intendere ad Alessandro Pavolini, segretario del PFR e grande sostenitore del “Ridotto in Valtellina” (un progetto per trasferire quel che resta della RSI in montagna), che Mussolini ed i suoi lo attenderanno a Como per poi proseguire per Lecco e la Valtellina.
Ma prestiamo attenzione ai particolari. Appena prima di fuggire, Mussolini fa diramare un comunicato, fra gli ultimi della RSI, dove chiama tutti i fascisti della provincia o comunque nelle vicinanze a convergere su Milano, in zona Prefettura e Piazza San Sepolcro, per una estrema resistenza: un’ultima bordata di retorica basata sul “ritorno alle origini”, poiché in Piazza San Sepolcro a Milano vennero fondati nel 1919 i fasci di combattimento.
Il comunicato viene trasmesso per radio, ma anche attraverso altoparlanti a Milano: lo testimonia Sandro Pertini in una lunga intervista a Enzo Biagi.(1)
Da parte di Mussolini, questo è quindi un vero e proprio tradimento dei suoi ultimi seguaci, utilizzandoli per generare confusione ed approfittarne per svignarsela: parte per Como con i gerarchi e con la “scorta” SS del tenente Fritz Birzer. Gli ultimi fascisti milanesi lo implorano di non abbandonarli e di resistere con loro. Invano, naturalmente.
Seconda fuga: da Como, la mattina presto del 26 aprile
Nelle giornate del 25 e 26 aprile, a Como, si concentrano numerosi gruppi di fascisti, provenienti dalle zone circostanti: Giorgio Bocca [2] parla della presenza di 6.000-7.000 uomini in totale a Como, ampiamente sufficienti – nonostante la demoralizzazione e la scarsa qualità – per asserragliarsi a difesa di possibili attacchi partigiani e attendere l’arrivo degli Alleati.
Invece, Mussolini scarta innanzitutto definitivamente l’opzione Valtellina: non ha nessuna intenzione di porsi alla testa dei suoi ultimi seguaci, ritenendo – forse giustamente – che quell’atto fosse soltanto il preludio alla sua cattura, evento al quale non era del tutto rassegnato.
Appare poi evidente che Mussolini – percorrendo la riva occidentale del lago di Como e non quella orientale, come aveva suggerito Pavolini la sera del 25 aprile – non si precluse la possibilità di fuga oltreconfine.
Como è molto vicina alla Svizzera, ma è anche un valico troppo noto, ed era andato riempiendosi di fascisti che si aspettavano di seguire il “capo”: ma un esodo di massa verso la Svizzera era improponibile, il valico di Chiasso era già stato chiuso dalle autorità svizzere; da qui, la decisione per la fuga antelucana di Mussolini verso Menaggio, con pochi seguaci.
Mussolini, oltre che tutti gli irriducibili di Como, cercò di ingannare anche Fritz Birzer e la scorta tedesca, che, scoperti i preparativi per la fuga da Como nelle ore antelucane del 26, volevano impedirglielo con i mitra puntati.
Assai significative sono le dichiarazioni dello stesso capo della sua scorta tedesca, Fritz Birzer, in una intervista rilasciata quasi quarant’anni dopo i fatti (Figura 3) e della quale riportiamo alcuni stralci, anche in seguito utilissimi(2):
Quando durante la sosta alla prefettura di Como, riuscii a mettermi in contatto telefonico con un aiutante dell’ambasciatore Rahn che si trovava al consolato tedesco di Milano e gli chiesi istruzioni, temendo un tentativo di fuga di Mussolini in Svizzera, la risposta che ricevetti fu: “Qui non c’è più nessuno, non so cosa dirle. Agisca come meglio crede e se Karl Heinz tenta di fuggire, lo uccida”.Mussolini, davanti ai mitra puntati dei tedeschi, convinse ancora Birzer a far abbassare i mitra ai suoi ed a seguirlo verso Menaggio, teoricamente in direzione Merano e poi Brennero: in realtà, come vedremo, con un ultimo guizzo in direzione Grandola, Albogasio e la Svizzera.
Karl Heinz era il nome in “codice” usato da noi tedeschi per riferirci a Mussolini. Dopo la telefonata al consolato mi recai dal comandante del presidio militare tedesco di Como e gli dissi: “Signor Ortskommandant, sono qui col duce e temo che voglia tagliare la corda. Che cosa mi consiglia di fare?”
Mi rispose: “Io ho a disposizione trenta uomini, e lei quanti ne ha?” “Una trentina anch’io”, precisai. “Bene – osservò il capitano – allora insieme abbiamo sessanta uomini e siamo abbastanza forti per trattenerlo. Lo faccia prigioniero!”
Non furono da meno i gerarchi fascisti – presenti in folto numero a Como quella mattina del 26; nessuno ebbe il coraggio di restare a Como per organizzare la difesa e affrontare lo scontro coi partigiani: terrorizzati, tutti i pesci grossi seguirono Mussolini in fuga, mentre gli altri scapparono disordinatamente per proprio conto.
Terza fuga: da Menaggio verso la Svizzera, il 26 aprile 1945 pomeriggio
Mussolini e i gerarchi giungono a Menaggio verso le sei del mattino, senza incontrare ostacoli. Successivamente, dopo un breve riposo, in tarda mattinata, proseguono da Menaggio, ma non lungo il lago: imboccano una ripida strada che ascende verso Grandola e il confine svizzero lungo una valle laterale, abbandonando quindi la strada lungolago.
Grandola dista appena quindici chilometri di strada carrozzabile lungo la sponda nord del lago di Lugano; anche contando le cattive condizioni delle strade e gli ostacoli di allora, Mussolini era a venti minuti dalla salvezza in Svizzera.
Pare che Mussolini avesse avuto notizia che, nella caserma della 53a Compagnia della Milizia Confinaria di Grandola, si concentrasse ancora un numeroso contingente di militi fascisti, che avrebbero potuto liberarlo dalla sua prigionia di fatto.
Mussolini, in quella sua colonna in fuga, aveva come unica forza armata la scorta tedesca di Birzer, che assolutamente non voleva e poteva permettergli di fuggire in Svizzera. Forse il duce avrebbe potuto affrancarsi dal suo ruolo di prigioniero de facto dei tedeschi, forte di una ritrovata milizia di seguaci fascisti. Forse poteva far scontrare e uccidersi fra loro i miliziani fascisti e gli SS tedeschi, mentre lui, “Benito il coraggioso”, incurante delle perdite (altrui) scappava verso la Svizzera.
Immaginiamo la delusione dell’uomo, quando, giunto a Grandola, trovò la caserma praticamente deserta, abbandonata in gran fretta dai miliziani fascisti nei giorni precedenti.
Mussolini si trattenne a pranzo a Grandola, ma sempre prigioniero de facto delle SS di Birzer. Due gerarchi, Buffarini Guidi e Tarchi, partirono in auto costeggiando la sponda nord del lago di Lugano, direzione Albogasio e Svizzera.
Buffarini Guidi era convinto che, se anche le autorità svizzere non avessero fornito loro asilo, i due avrebbero sfondato le barriere con la macchina e “una volta di là, ci tengono”: non aveva previsto di non riuscire ad arrivarci, al confine.
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| Figura 3. L’intervista del 1981 a Fritz Birzer, pubblicata in due puntate (1.3.81 e 3.3.81) sul quotidiano veronese “L’Arena”. |
Meta della fuga era la tranquilla cittadina di confine di Albogasio-Oria, sul Lago di Lugano, un valico con la Svizzera che si pensava fosse poco sorvegliato, a due passi da Lugano: il percorso, da farsi interamente in automobile, prevedeva di percorrere l’attuale Strada Statale 340 lungo il tratto della sponda nord del Lago di Lugano in territorio italiano, passando da Porlezza, Cima e appunto Albogasio.
Ma a metà strada fra Grandola e il confine, a Porlezza, i due gerarchi fascisti mandati in avanscoperta, nonostante i documenti falsi e la loro non eccessiva notorietà, oltretutto in piccolo gruppo, vengono comunque riconosciuti ed arrestati dai finanzieri che – anche qui come a Milano e a Dongo – collaboravano coi partigiani.
Mentre due automobili con i gerarchi in avanscoperta sono state bloccate, una terza è riuscita a tornare indietro e ad avvertire il duce. Mussolini capisce che fuggire in Svizzera non è più possibile, e torna a Menaggio, sperando di mescolarsi ai tedeschi in fuga verso la Germania.
Ancora Birzer dice:
Fu a Como che incominciai a capirlo. Per recarsi in Valtellina, da Milano, non si passa da Como, e tanto meno si sceglie la via occidentale del lago.Nella scorta di Mussolini – dal 26 aprile – era presente anche il Capitano Otto Kisnat (Kriminal Inspektor dei servizi segreti di sicurezza delle SS). Kisnat in una sua intervista del 1968 al giornale “Epoca”(3) (Fig. 4), riferisce un particolare riguardante l’arresto dei gerarchi Buffarini Guidi e Tarchi; Kisnat asserisce che Mussolini gli disse, a Grandola:
Ma i miei dubbi aumentarono quando Mussolini tentò di partire da Como a mia insaputa, alle 4.40 del 26 aprile. Perché voleva andarsene senza la sua scorta tedesca, da lui tante volte elogiata? E tutti sanno che glielo impedii con i mitra dei miei uomini puntati.
A Grandola poi i miei dubbi si fecero più consistenti. Perché Mussolini era salito in quella località, a pochi chilometri dal confine svizzero, abbandonando la litoranea Menaggio-Dongo? E perché aveva mandato Buffarini-Guidi e il ministro Tarchi al confine?
Soltanto al ritorno da Grandola verso Menaggio, nella sera del 26, Mussolini mi disse: “Birzer, dica ai suoi uomini di prepararsi, partiamo subito per Merano”.
«Li ho mandati io a trattare con le autorità di confine la possibilità di passare in Svizzera col mio seguito... ma ora ciò non è più possibile. Partiremo domani, presto, per Merano».Da queste testimonianze, e da un semplice sguardo ad una cartina geografica, si può quindi capire il motivo della fuga di Mussolini.
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| Figura 4: Intervista a Otto Kisnat del 1968. Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935 |
Quarta fuga: da Menaggio verso la Germania, il 27 aprile mattina
Sopraggiunge a Menaggio, in serata del 26 aprile, un convoglio militare tedesco – della contraerea “FlaK” – in ritirata verso Merano e la Germania, che si ferma appunto nel paese per la notte: 38 autocarri e oltre 200 soldati ben armati. Sembra una fortunata coincidenza, anche se sono molte formazioni militari tedesche, in quelle convulse giornate, che si ritirano verso il Brennero.
Fritz Birzer, il tenente tedesco che scorta Mussolini, con il compito di condurlo in Germania, caldeggia naturalmente l’idea di aggregarsi tutti alla ben munita colonna dei camerati tedeschi, e la mattina seguente proseguire con loro per Merano e poi per l’agognato Brennero.
Mussolini e i suoi gerarchi (con le famiglie, quasi cento persone), partono verso le 6:00 del mattino del 27, aggregati alla colonna della FlaK; lunga circa un chilometro, alle 07:15, viene bloccata appena fuori dall’abitato di Musso, 12 km più a nord, da un posto di blocco delle Brigate Garibaldi: si tratta di alcuni tronchi d’albero messi di traverso in un punto molto stretto della via lungolago, presidiati da pochi uomini della 52ª Brigata Garibaldi “Luigi Clerici” [5-6], comandata da Pier Luigi Bellini delle Stelle, “Pedro”.
Dopo una breve sparatoria, i partigiani (inizialmente, non più di una dozzina, armati di pistole e mitra) intimano la resa alla colonna di oltre 200 militi. Solo fino ad un mese prima, sarebbe stata una carneficina per il gruppetto partigiano, ma ora si era a fine aprile: iniziano le lunghe trattative, che si protrarranno fino al primo pomeriggio.
Il Brigadiere della Guardia di Finanza Giorgio Buffelli, che con gli altri suoi commilitoni collaborò quel giorno a Dongo con i partigiani della 52a per mantenere l’ordine, scrisse nella sua relazione sui fatti di Musso [3].
“Alle ore 13 circa fecero ritorno i parlamentari e il comandante Pedro ci comunicò che il comando di Chiavenna aveva deciso di lasciar passare i tedeschi, armati, senza fare uso delle armi; nessun italiano però doveva passare con la colonna stessa e per cui noi dovevamo visitare tutte le macchine per tale scopo. Per cui fu deciso di far proseguire la colonna fino a Dongo dove ebbe luogo la visita a tutti gli automezzi”
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| Figura 6. Musso (CO), punto esatto dove la colonna tedesca con Mussolini e i gerarchi venne bloccata dai partigiani della 52ª Brigata Garibaldi, la mattina presto del 27 aprile. |
L’esito della trattativa, con l’accordo con i tedeschi, non deve apparire strano: il comandante Pedro aveva già avuto informazione della possibile presenza di Mussolini e degli alti gerarchi fascisti nella colonna: era importantissimo poterli catturare.
Quinta fuga: travestimento finale!
A quel punto, ultimo colpo di teatro: Mussolini, su consiglio di Birzer e con il permesso del Comandante della colonna tedesca, indossa un cappotto e un elmetto da sottufficiale tedesco, sale sul camion numero 34 (targato WH 529507), occultandosi in fondo al pianale, vicino alla cabina di guida, ricoperto da una coperta militare: finge di dormire, come fosse ubriaco.
A nessun altro italiano sarà concesso di tentare di imitare il comportamento di Mussolini nel convoglio, nascondendosi come lui. La letteratura revisionista ha tentato di negare il travestimento del duce, sempre per malintese questioni di “onore”. La già citata intervista di Fritz Birzer chiarisce anche questo punto:
Su questo episodio nessuno può minimamente smentirmi, perché fui io stesso a ordinare a un sergente della FlaK di consegnare a Mussolini cappotto ed elmetto. Lo feci perché ritenevo che soltanto in quel modo, confondendosi con i nostri soldati, sarebbe forse riuscito a sfuggire ai partigiani.Durante l’ispezione della colonna tedesca in piazza a Dongo, – condotta dai partigiani sotto la direzione di un maresciallo della Finanza, Francesco Di Paola – Mussolini, nascosto sotto una panca del camion n. 34, viene riconosciuto dal partigiano Giuseppe Negri: viene subito avvertito il più alto in grado nelle immediate vicinanze, cioè il vicecommissario politico Urbano Lazzaro “Bill”.
Il capitano Kisnat era presente alla scena, ma non disse nulla, né per opporsi alla mia iniziativa né per approvarla. Claretta Petacci invece supplicò il duce di ascoltare il mio consiglio. Così Mussolini, anche se malvolentieri, indossò il cappotto della FlaK e si mise l’elmo d’acciaio sotto il braccio. Salì poi sul camion dalla parte posteriore per non essere visto dai partigiani che si trovavano davanti alla nostra colonna.
Bill sale sul camion, riconosce Mussolini, lo invita ad alzarsi [6]: “Camerata!”, “Eccellenza!”, dice a voce alta Bill, ma Mussolini fa finta di nulla e non si muove. Bill allora dice a voce ancora più alta “Cavaliere Benito Mussolini!”. Al che “il duce” ha un soprassalto e lentamente si alza in piedi: Bill lo disarma del mitra e di una pistola, lo arresta e lo porta nella sede comunale.
Riferimenti
[1] Giorgio Bocca, Storia dell’Italia partigiana, Laterza 1966.
[2] Giorgio Bocca, La Repubblica di Mussolini, Mondadori, 1995.
[3] Massimo Zucchetti, Mussolini ultimi giorni, Smashwords 2018, scaricabile gratuitamente qui.
[4] Pierfranco Mastalli, L’arresto di Mussolini a Dongo e la resa della Colonna Tedesca a Morbegno e a Colico (27 e 28 aprile 1945)”, Rivista di Storia e Cultura del Territorio “Archivi di Lecco e della Provincia” n 2 (monografico), Ed. Cattaneo, aprile/giugno 2011.
[5] Pier Luigi Bellini delle Stelle, Urbano Lazzaro, Dongo ultima azione, Mondadori, Milano, 1962
[6] Urbano Lazzaro, Il compagno Bill: diario dell’uomo che catturò Mussolini, SEI, Torino, 1989
Note
1) Enzo Biagi, Pertini ricorda l’incontro con Mussolini, 25 aprile 1945. Dal minuto 6:40.
2) Jean Pierre Jouvet, Da Como a Dongo. Verità sull’arresto di Mussolini. Intervista con Fritz Birzer, Il Comandante della scorta tedesca, “L’Arena” di Verona, 1.3.81 e 3.3.81.
3) Giuseppe Grazzini, “Il Tenente (sic) Kisnat sono io”, Epoca, 18 e 25 agosto, 1968, n° 934-935.
Fonte
10/07/2023
Guerra in Ucraina - Quando comincerà la fuga dei golpisti da Kiev?
La vigilia del vertice NATO a Vilnius che, i prossimi 11 e 12 luglio, dovrebbe sancire l’ulteriore allentamento dei cordoni della borsa a vantaggio dei bisogni – in soldi e in armi – della junta nazi-golpista di Kiev, non sembra particolarmente benevola nei confronti dei circoli banderisti ucraini.
A parte la decisione yankee sull’invio a Kiev di bombe a grappolo, di cui i nazisti – è bene ricordarlo – non hanno mai cessato di far uso, sin dal 2014 e che, a detta del consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, sono utili e buone, a differenza di quelle russe, dannose e pericolose.
A parte questo, i recenti viaggi di Vladimir Zelenskij in giro per l’Europa non hanno dimostrato una particolare propensione degli “alleati” ad accogliere i desiderata ucraini.
A vari livelli, non si fa mistero della stanchezza per il proseguimento del conflitto e per la sua paventata escalation nucleare; e non lo si nasconde nemmeno ai diretti interessati, tanto più che le riserve – di nuovo: in soldi e in armi – in dotazione agli “alleati” della “coalizione per la democrazia” cominciano davvero a scarseggiare.
Inoltre, che fossero vere o di facciata, le speranze occidentali nella fantomatica “controffensiva”, prima di primavera e poi d’estate, si sono sgonfiate: pare, definitivamente.
Non si aspetta che il momento giusto per imporre a Kiev di accettare qualche taglio territoriale (non soltanto a est, tra l’altro) promettendo un contentino sotto forma di “osservatore privilegiato” in UE e NATO.
E la stanchezza non riguarda solo l’Europa. Leader di 33 paesi dell’America Latina e del Bacino caribico hanno chiesto alla UE di annullare l’invito rivolto a Zelenskij per partecipare al summit UE-America Latina, in programma il 17-18 luglio a Bruxelles.
I 33 hanno anche cancellato, dalla bozza di dichiarazione finale messa a punto dalla UE, ogni accenno di sostegno all’Ucraina.
Più nell’immediato, a parte qualche vaga promessa strappata da Vladimir Zelenskij a Praga e a Istanbul, il grado di stanchezza degli “alleati”, lo ha dimostrato l’accoglienza riservata al golpista-capo all’aeroporto di Sofia, pressoché deserto.
Ad accoglierlo (arrivava dalla Moldavia, su un aereo bulgaro) solo la Ministra degli esteri e vice premier, Marija Gabriel. Si sospetta anche che la sceneggiata con il prete ortodosso che, lungo il tragitto dall’aeroporto, gli ha lanciato l’anatema, sia stata dapprima artificialmente tenuta nascosta, mentre in realtà veniva ripresa da varie telecamere, proprio per fargli intendere l’aria che tira.
Oltretutto, pare che nessuno si sia nemmeno preoccupato di organizzare uno straccio di meeting di supporto, con i profughi ucraini, pure presenti in quantità a Sofia.
Non è andato meglio l’incontro col presidente Rumen Radev. Sofia, invece della parola “vittoria”, desidera «udire di più la parola “pace”» e vorrebbe che Kiev e l’Occidente utilizzassero «ogni mezzo diplomatico, per non inasprire il conflitto», ha detto Radev. E, in generale, è tempo di pensare non solo all’Ucraina, ma all’Europa tutta e a come la guerra agisca su di essa.
In concreto, la Bulgaria non concede né armi né munizioni a Kiev; anche se va comunque ricordato che il premier bulgaro Nikolaj Denkov ha sottoscritto la dichiarazione di sostegno all’adesione dell’Ucraina alla NATO.
Il canale telegram ucraino “Legitimnyj” così commenta: «L’amore mondiale è transitato in fretta; ora, Ze può aspettarsi solo una doccia fredda. Anche gli americani, con delicatezza, stanno indicando a Ze il suo posto. Ti sei seduto al tavolo per giocare con truffatori mondiali, sappi che alla fine ti “spoglieranno”, non senza prima averti convinto di essere un “duro”, per disfarti quanto più possibile».
Moderatamente più proficue per Zelenskij, come detto, le visite nella Repubblica Ceca e in Turchia; ma di adesione alla NATO se ne riparlerà, forse, più avanti: molto più avanti.
A più breve termine, l’attesa è per – forse in autunno – un congelamento del conflitto, una pausa che, a detta di Sergej Latyšev, che ne scrive su Tsar’grad, è necessaria sia all’esercito russo, «indebolito da avidi pseudoriformatori», sia ai paesi occidentali, «i cui arsenali sono vuoti e i cui popoli stanno per ribellarsi».
Ma si tratta di prospettive più lunghe, che difficilmente vedranno ancora in sella Zelenskij e la sua banda che, d’altronde, da tempo, in giro per il mondo stanno accumulando i “risparmi” per quando quell’ultimo elicottero yankee li porterà altrove...
E, come a Saigon, o più di recente a Kabul, i posti a bordo non basteranno per tutti; anzi, saranno proprio pochi.
E allora, come pronostica il deputato alla Duma, Mikhail Šeremet, si assisterà alla commedia per cui solo i più irriducibili majdanisti e banderisti (a parte quelli che da tempo si sono ricavati un proprio “nido” nel mondo) tenteranno qualche manovra suicida.
Tutti gli altri, saranno ben contenti di “mostrare fedeltà” a Mosca e giureranno anzi di esser sempre stati fedeli, pur sotto mentite spoglie.
Il politologo Igor’ Šatrov assicura che la fuga sia già in atto: ovviamente, si tratta degli ucraini ricchi, che da tempo hanno messo al sicuro le proprie fortune in Europa o negli Stati Uniti.
Per Vladimir Zelenskij, se non riuscirà a prender posto sul famoso elicottero, Šatrov pronostica un “futuro” come quello attuale di Mikhail Saakašvili, l’ex presidente georgiano dell’attacco all’Ossetija del Sud nel 2008, ex governatore della regione di Odessa (e boss degli affari portuali), da un paio d’anni dietro le sbarre in Georgia, dove era rientrato clandestinamente e da dove era fuggito avendo sul capo una condanna per sottrazione di denaro pubblico e sospetta complicità nella morte di un suo ex ministro.
Il politologo crimeano Ivan Mezjukho nota che già ora, col pretesto di mettere in sicurezza il patrimonio culturale, vengono portate via dall’Ucraina preziosissime antiche icone e, in caso di fuga, i primi a prendere il volo saranno personaggi quali Porošenko, Ljaško, la banda di Zelenskij, i majdanisti non per convinzione ma per opportunità.
Rimarranno, probabilmente, coloro che per molti anni avevano «finto di essere politici filo-russi, per poi mostrarsi nella loro essenza; ma per quanto riguarda l’aver fiducia in loro... nessuna fiducia. Ognuno dovrà essere verificato dagli organi di sicurezza».
Su Svobodnaja Pressa, il politologo Andrej Miljuk si dice perplesso per il fatto che uno degli obiettivi dichiarati dell’intervento in Ucraina sia stata la denazificazione, mentre «ci sono ampie prove che i nazisti di “Azov” fatti prigionieri siano tornati in Ucraina durante gli scambi e molti di essi continuino a combattere».
E continua notando che, a fronte delle «rabbiose dichiarazioni anti-occidentali di Medvedev», vari altri esponenti di primo piano abbiano «ripetutamente sottolineato di essere pronti a normalizzare i rapporti con l’Occidente. Inoltre, uno degli obiettivi dell’intervento è la formazione di un’Ucraina quale cuscinetto neutrale, che consentirebbe alla Russia di coesistere pacificamente con l’Occidente».
Per tutto questo, afferma Miljuk, non assisteremo a una nuova Kabul: i complici ucraini degli americani non si aggrapperanno agli aerei in decollo da Kiev. Rimarranno al loro posto: «gli ex nazionalisti ucraini sferzeranno il nazionalismo ucraino. Solo i più convinti partiranno tranquillamente in treno per Varsavia.
E non se ne andranno nemmeno gli “occupanti occidentali”: in Ucraina hanno imprese, proprietà. E la proprietà privata, come sappiamo, è inviolabile per l’élite russa; anche se proprietà privata del nemico».
Fonte
A parte la decisione yankee sull’invio a Kiev di bombe a grappolo, di cui i nazisti – è bene ricordarlo – non hanno mai cessato di far uso, sin dal 2014 e che, a detta del consigliere per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, sono utili e buone, a differenza di quelle russe, dannose e pericolose.
A parte questo, i recenti viaggi di Vladimir Zelenskij in giro per l’Europa non hanno dimostrato una particolare propensione degli “alleati” ad accogliere i desiderata ucraini.
A vari livelli, non si fa mistero della stanchezza per il proseguimento del conflitto e per la sua paventata escalation nucleare; e non lo si nasconde nemmeno ai diretti interessati, tanto più che le riserve – di nuovo: in soldi e in armi – in dotazione agli “alleati” della “coalizione per la democrazia” cominciano davvero a scarseggiare.
Inoltre, che fossero vere o di facciata, le speranze occidentali nella fantomatica “controffensiva”, prima di primavera e poi d’estate, si sono sgonfiate: pare, definitivamente.
Non si aspetta che il momento giusto per imporre a Kiev di accettare qualche taglio territoriale (non soltanto a est, tra l’altro) promettendo un contentino sotto forma di “osservatore privilegiato” in UE e NATO.
E la stanchezza non riguarda solo l’Europa. Leader di 33 paesi dell’America Latina e del Bacino caribico hanno chiesto alla UE di annullare l’invito rivolto a Zelenskij per partecipare al summit UE-America Latina, in programma il 17-18 luglio a Bruxelles.
I 33 hanno anche cancellato, dalla bozza di dichiarazione finale messa a punto dalla UE, ogni accenno di sostegno all’Ucraina.
Più nell’immediato, a parte qualche vaga promessa strappata da Vladimir Zelenskij a Praga e a Istanbul, il grado di stanchezza degli “alleati”, lo ha dimostrato l’accoglienza riservata al golpista-capo all’aeroporto di Sofia, pressoché deserto.
Ad accoglierlo (arrivava dalla Moldavia, su un aereo bulgaro) solo la Ministra degli esteri e vice premier, Marija Gabriel. Si sospetta anche che la sceneggiata con il prete ortodosso che, lungo il tragitto dall’aeroporto, gli ha lanciato l’anatema, sia stata dapprima artificialmente tenuta nascosta, mentre in realtà veniva ripresa da varie telecamere, proprio per fargli intendere l’aria che tira.
Oltretutto, pare che nessuno si sia nemmeno preoccupato di organizzare uno straccio di meeting di supporto, con i profughi ucraini, pure presenti in quantità a Sofia.
Non è andato meglio l’incontro col presidente Rumen Radev. Sofia, invece della parola “vittoria”, desidera «udire di più la parola “pace”» e vorrebbe che Kiev e l’Occidente utilizzassero «ogni mezzo diplomatico, per non inasprire il conflitto», ha detto Radev. E, in generale, è tempo di pensare non solo all’Ucraina, ma all’Europa tutta e a come la guerra agisca su di essa.
In concreto, la Bulgaria non concede né armi né munizioni a Kiev; anche se va comunque ricordato che il premier bulgaro Nikolaj Denkov ha sottoscritto la dichiarazione di sostegno all’adesione dell’Ucraina alla NATO.
Il canale telegram ucraino “Legitimnyj” così commenta: «L’amore mondiale è transitato in fretta; ora, Ze può aspettarsi solo una doccia fredda. Anche gli americani, con delicatezza, stanno indicando a Ze il suo posto. Ti sei seduto al tavolo per giocare con truffatori mondiali, sappi che alla fine ti “spoglieranno”, non senza prima averti convinto di essere un “duro”, per disfarti quanto più possibile».
Moderatamente più proficue per Zelenskij, come detto, le visite nella Repubblica Ceca e in Turchia; ma di adesione alla NATO se ne riparlerà, forse, più avanti: molto più avanti.
A più breve termine, l’attesa è per – forse in autunno – un congelamento del conflitto, una pausa che, a detta di Sergej Latyšev, che ne scrive su Tsar’grad, è necessaria sia all’esercito russo, «indebolito da avidi pseudoriformatori», sia ai paesi occidentali, «i cui arsenali sono vuoti e i cui popoli stanno per ribellarsi».
Ma si tratta di prospettive più lunghe, che difficilmente vedranno ancora in sella Zelenskij e la sua banda che, d’altronde, da tempo, in giro per il mondo stanno accumulando i “risparmi” per quando quell’ultimo elicottero yankee li porterà altrove...
E, come a Saigon, o più di recente a Kabul, i posti a bordo non basteranno per tutti; anzi, saranno proprio pochi.
E allora, come pronostica il deputato alla Duma, Mikhail Šeremet, si assisterà alla commedia per cui solo i più irriducibili majdanisti e banderisti (a parte quelli che da tempo si sono ricavati un proprio “nido” nel mondo) tenteranno qualche manovra suicida.
Tutti gli altri, saranno ben contenti di “mostrare fedeltà” a Mosca e giureranno anzi di esser sempre stati fedeli, pur sotto mentite spoglie.
Il politologo Igor’ Šatrov assicura che la fuga sia già in atto: ovviamente, si tratta degli ucraini ricchi, che da tempo hanno messo al sicuro le proprie fortune in Europa o negli Stati Uniti.
Per Vladimir Zelenskij, se non riuscirà a prender posto sul famoso elicottero, Šatrov pronostica un “futuro” come quello attuale di Mikhail Saakašvili, l’ex presidente georgiano dell’attacco all’Ossetija del Sud nel 2008, ex governatore della regione di Odessa (e boss degli affari portuali), da un paio d’anni dietro le sbarre in Georgia, dove era rientrato clandestinamente e da dove era fuggito avendo sul capo una condanna per sottrazione di denaro pubblico e sospetta complicità nella morte di un suo ex ministro.
Il politologo crimeano Ivan Mezjukho nota che già ora, col pretesto di mettere in sicurezza il patrimonio culturale, vengono portate via dall’Ucraina preziosissime antiche icone e, in caso di fuga, i primi a prendere il volo saranno personaggi quali Porošenko, Ljaško, la banda di Zelenskij, i majdanisti non per convinzione ma per opportunità.
Rimarranno, probabilmente, coloro che per molti anni avevano «finto di essere politici filo-russi, per poi mostrarsi nella loro essenza; ma per quanto riguarda l’aver fiducia in loro... nessuna fiducia. Ognuno dovrà essere verificato dagli organi di sicurezza».
Su Svobodnaja Pressa, il politologo Andrej Miljuk si dice perplesso per il fatto che uno degli obiettivi dichiarati dell’intervento in Ucraina sia stata la denazificazione, mentre «ci sono ampie prove che i nazisti di “Azov” fatti prigionieri siano tornati in Ucraina durante gli scambi e molti di essi continuino a combattere».
E continua notando che, a fronte delle «rabbiose dichiarazioni anti-occidentali di Medvedev», vari altri esponenti di primo piano abbiano «ripetutamente sottolineato di essere pronti a normalizzare i rapporti con l’Occidente. Inoltre, uno degli obiettivi dell’intervento è la formazione di un’Ucraina quale cuscinetto neutrale, che consentirebbe alla Russia di coesistere pacificamente con l’Occidente».
Per tutto questo, afferma Miljuk, non assisteremo a una nuova Kabul: i complici ucraini degli americani non si aggrapperanno agli aerei in decollo da Kiev. Rimarranno al loro posto: «gli ex nazionalisti ucraini sferzeranno il nazionalismo ucraino. Solo i più convinti partiranno tranquillamente in treno per Varsavia.
E non se ne andranno nemmeno gli “occupanti occidentali”: in Ucraina hanno imprese, proprietà. E la proprietà privata, come sappiamo, è inviolabile per l’élite russa; anche se proprietà privata del nemico».
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