di Massimo Zucchetti
1. Una noiosa premessa storica
La dottrina Monroe è uno dei testi di riferimento della politica estera americana: in quasi duecento anni di vita è stata spesso invocata a sostegno delle guerre e dei trattati, delle azioni e delle omissioni, delle promesse e delle minacce che hanno propiziato l’ascesa degli Stati Uniti da fragile repubblica a potenza regionale e, infine, a superpotenza mondiale.
Occorre partire da lì per capire le trasformazioni del rapporto tra gli Stati Uniti e il mondo, lungo quasi due secoli di storia.
I principi enunciati da James Monroe nel 1823 (la divisione del mondo in due sfere contrapposte, il veto a interferenze e tentativi di colonizzazione europea nel Nuovo Mondo, l’impegno americano a evitare analoghe interferenze nel Vecchio Continente) si sono dimostrati molto longevi soprattutto per il loro contributo alla definizione dell’identità nazionale e, conseguentemente, alla definizione dell’interesse nazionale degli Stati Uniti.
Un concetto che in Europa non è così noto, ma lo è negli USA, diremmo nel DNA degli Stati Uniti, è quello di “destino manifesto” (in inglese manifest destiny): un’espressione che indica la convinzione che gli Stati Uniti d’America abbiano la missione di espandersi, diffondendo la loro forma di libertà e democrazia. I sostenitori del Destino Manifesto credevano che l’espansione non fosse solo buona, ma che fosse anche ovvia (“manifesta”) e inevitabile (“destino”).
Nel corso del XIX secolo l’espressione “destino manifesto” divenne un termine storico standard, spesso usato allora come sinonimo dell’espansione degli Stati Uniti d’America attraverso il Nord America e verso l’Oceano Pacifico. Il destino manifesto fu sempre un concetto generale più che una specifica politica. Il termine combinava un credo nell’espansionismo con altre idee popolari dell’epoca, compresi l’eccezionalismo americano, il nazionalismo romantico e un credo nella naturale superiorità di quella che allora veniva chiamata la “razza anglosassone”.
Cerchiamo di farla breve, senza pretendere di scrivere un trattato di storia, ma soltanto un (già troppo lungo) articolo che parte dal 1823 per arrivare al 2022.
La prima svolta imperialista della Dottrina Monroe si ha agli inizi del ‘900, con la crescita della potenza americana: la dottrina si trasforma da isolazionista a espansionista, legittimando interventi economici e militari statunitensi in America Latina, con ad esempio il “Corollario Roosevelt”: un’aggiunta alla Dottrina Monroe, enunciata dal Presidente Theodore Roosevelt nel 1904, che autorizzava gli Stati Uniti a intervenire come “polizia internazionale” negli affari interni dei paesi latinoamericani per correggere “irregolarità croniche”, con la scusa di prevenire l’intervento europeo, trasformando la dottrina da un’esclusione delle potenze europee a una giustificazione per l’intervento statunitense, sotto la politica del “Big Stick” e del Sudamerica come “giardino di casa” degli USA.
Essa divenne un fondamento dell’identità e della politica estera americana, una estensione mondiale del “destino manifesto”, invocata per giustificare interventi come la guerra ispano-americana, il canale di Panama e le ingerenze in vari paesi latinoamericani, sia paradigmatico il caso del Cile anni '70.
Andiamo avanti. Coi brividi nella schiena, ma andiamo avanti. Il “Secondo Corollario Roosevelt” si origina con l’intervento in Europa nella WW2, e prende il nome dall’altro Presidente USA, Franklin Delano Roosevelt, mentre in realtà è dovuto soprattutto alla politica “di contenimento” dei suoi successori.
Dopo “aver salvato l’Europa dal Nazismo”, nel dopoguerra gli USA provvidero a “salvarla dall’Unione Sovietica e dal comunismo”. Nacque la NATO. Non c’erano quindi più confini, sfere d’influenza, se non quella de facto con l’URSS. Dopo il Latino-America, anche l’Europa Occidentale divenne “giardino di casa” per gli USA.
Il crollo dell’URSS abolì anche questo ultimo confine, portò all’estensione “a valanga” della NATO in tutta l’Europa centro orientale. Questa fase inizia dopo il 1990 ed ha Bill Clinton e Barack Obama fra i principali artefici: la possiamo denominare “Delirio Biden” per citarne l’estrema conseguenza che si è avuta con l’Ucraina dopo il 2014.
2. La messa in pratica
La “vocazione speciale” degli Stati Uniti, specialmente in ambito militare, si riferisce alla loro capacità e ruolo di potenza globale attraverso le Forze Speciali (SOF), unità d’élite come i Navy SEALs e la Delta Force, e il comando unificato dell’US SOCOM, focalizzate su operazioni non convenzionali, “antiterrorismo” e intervento rapido in ambienti complessi (mare, aria, terra), riflettendo la loro proiezione di forza e l’impegno in conflitti moderni e “guerre al terrorismo”.
Gli elementi-chiave della “vocazione speciale” non sono belle parole, sono innanzitutto implementazioni pratiche militari; le Forze d’Elite (SOF – Special Operations Forces): Navy SEALs, Forze speciali della Marina, versatili in mare, aria e terra, famose per azioni anti-terrorismo e ricognizioni speciali; Delta Force (1st SFOD-D): Unità dell’Esercito per operazioni ad alto rischio, antiterrorismo e azione diretta; Green Berets (Army Special Forces), che addestrano forze locali e operano in ambienti non convenzionali, con motto “De Oppresso Liber” (da oppresso, libero).
Il tutto coordinato dal US SOCOM (United States Special Operations Command): Comando unificato che coordina le varie forze speciali (Esercito, Marina, Aeronautica, Marines) dal 1987, creato dopo il fallimento dell’Operazione Eagle Claw in Iran, per migliorare il comando e controllo.
L’implementazione è quindi militare in senso ampio e primo, ma poi passa attraverso altre azioni, come la pressione economica, l’utilizzo malevolo delle istituzioni internazionali come ONU e Corte Penale Internazionale. Ricognizione speciale, guerra non convenzionale, controguerriglia, azioni dirette, antiterrorismo, spionaggio e supporto alle forze locali, non importa quanto “presentabili”, purché includibili nell’ampia definizione di “freedom fighters”.
3. I fatti: il golpe come dottrina
Da quando gli Stati Uniti esistono come potenza mondiale, il golpe o il cambiamento di governo in paesi nemici, ostili o anche solo indipendenti, è il principale strumento della loro politica di dominio del Mondo. Questo perché la democrazia americana è la controfigura politica del capitalismo economico. Quindi non si mira soltanto al dominio diretto, ma anche al controllo indiretto di stati subalterni o di neocolonie prive di sovranità o a sovranità limitata.
Non esiste una statistica universale dei golpe Usa, accettata dagli storici, ma – tra tentativi di golpe e golpe riusciti – alcuni studiosi ne hanno contati 186 dal 1945 ad oggi. Persino il territorio degli Stati Uniti è stato a suo tempo ampliato con dei colpi di Stato: le Hawaii furono ottenute rovesciando una regina nazionalista e combattivo, mentre Panama con una secessione dalla Colombia, pilotata da Washington per farci un canale. Ora è in corso il tentativo di cambio di regime in Venezuela.
Ai vecchi tempi, lo scoprire tracce di queste cospirazioni costava dolore e molti morti. Non si contano i giornalisti e gli oppositori rimasti vittime di questi colpi di Stato statunitensi. È tuttora così, sebbene la rete abbia loro complicato le cose.
4. L’Ucraina, ultima frontiera
Sin dalla loro nascita, gli USA e i suoi cittadini sono stati plasmati dal concetto di “frontiera”. Se nel nord America, “frontiera” ha voluto dire genocidio delle popolazioni native americane come atto di nascita di una Nazione, l’ultima frontiera è la guerra ora in corso in Europa.
Sul cambio di regime in Ucraina a Maidan sappiamo molto, e non a caso. I servizi russi hanno individuato i flussi di denaro sopra i 5 miliardi di dollari in Ucraina dal 1993, fino a una telefonata della Nuland che mandava a quel paese l’Europa perché era più moderata di lei nella rottura con la Russia (e per questo è stata diffusa nel Mondo).
È poi pienamente provato che i collaboratori di Navalny, il dissidente russo, sono stati intercettati nel ricevere fondi USA per tentare una Maidan a Mosca.
Tornando all’Ucraina, a fronte di questa grande quantità di prove fattuali, viene da riflettere come esse non servissero, in realtà: due giorni dopo Maidan, infatti, i servizi e le forze armate Ucraine sono passate sotto controllo diretto Nato ed in particolare Usa. Esiste ancora, nonostante le prove schiaccianti, uno zoccolo duro che nega queste evidenze, spiegando che “la paura del vero socialismo” Ucraino ha impedito al governo di Yanucovich di reprimere i criminali di Maidan, mentre la mano degli USA inopinatamente, stavolta, non avrebbe agito secondo la loro dottrina costituente, ed anni ed anni di preparazione: a noi pare che tutto ciò sia pacificamente impossibile, anche solo continuare a discuterne insulta la nostra intelligenza.
Il delirio Biden porta al potere in Ucraina un individuo indefinibile, a capo di una congrega di criminali rappattumati fra i peggiori oligarchi privi di scrupoli, in un clima di corruzione e di mancanza di principi diremmo “fondante”. Fra il 2014 e il 2022, le province russofone vengo sottoposte ad un genocidio, nel silenzio generale dell’Occidente. Si arriva ad inizio 2022 con truppe ammassate ai confini delle due repubbliche indipendentiste, pronte alla spallata finale. Accordi di Minsk carta straccia, esistono in rete i filmati di Zelensky che ridacchia divertito – ammiccando ai propri alleati europei e americani – quando Putin invoca il loro rispetto.
Intervento militare russo. Il resto è cronaca: il secondo Trump cerca di smarcarsi dal conflitto del “Delirio Biden”, ma vi è il tentativo della UE e della UK di intestarsi l’operazione, continuarla, non capendo che senza gli USA è impensabile sostenerla Purtroppo vi è la contingente presenza ai vertici della Unione Europea e nel suo Parlamento di una congerie di trombati alle elezioni nazionali, mandati in UE per farli pascolare inoffensivi, più una pattuglia di politici di destra estrema, provenienti dall’aristocrazia più retriva del centro Europa, oppure da staterelli baltici fino a quel momento anonimi, che influenzano l’intera politica dell’Unione Europea per soddisfare le loro ataviche avversioni antisovietiche.
La Russia intanto procede, con calma, a smantellare quel disgraziato Paese, oramai in agonia.
5. Conclusione
Viene un momento in cui occorre per un attimo deporre i toni moderati, e chiamare il tradimento come tradimento, la miseria morale di una certa pseudosinistra occidentale, che da spettatrice noncurante si è resa complice, come miseria morale.
Non esiste alcun dubbio sulla responsabilità principale dell’Occidente nel golpe di Maidan e nella guerra in corso.
La Russofobia è una ideologia di guerra che viene inoculata, in modo artificiale, nei popoli europei occidentali. Alcuni di essi ne sono permeabilissimi, come ad esempio i tedeschi, altri, come gli italiani, assai meno. Ma il popolo italiano viene continuamente bombardato attraverso mille fonti, di cui le principali sono i mass-media.
Seguiti a ruota dai guardiani dell’ortodossia occidentale e antirussa, politici, vassali, valvassori e valvassini, tesi a dimostrarsi più realisti del re per meri scopi di convenienza carrierista e di prebende, fino all’ultimo politicante locale che alza il telefono e convince – ancora non sappiamo come – i salesiani a negare la sala per una conferenza di Barbero e D’Orsi.
E non dimentichiamoci la diffusa corruzione. Gli Stati Uniti hanno corrotto i principali vertici delle nostre forze armate, dei servizi e i giornalisti. Lo fanno quasi apertamente, come se fosse un loro diritto, riconosciuto dall’implementazione della loro “dottrina”.
Occorre allora che non sia dato quartiere agli avvelenatori di pozzi e ai guerrafondai di casa nostra, dell’Italia e della UE+UK, per poter sottrarre l’Ucraina al suo destino di “ultima frontiera”: il terreno martoriato dove Russia e Occidente si scontrano e mostrano i rispettivi muscoli. Mentre l’Ucraina muore.
Non è una invettiva biblica, ma una semplice deduzione logica che deriva dalla descrizione dei fatti in corso nel Mondo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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23/06/2025
Iran e nucleare: una lunga storia /2 parte
di Massimo Zucchetti
1. Premessa
Il presupposto dell’attacco israeliano (con gli USA al seguito, da oggi) all’Iran è la presunta imminenza dell’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran.
È una affermazione infondata, che fa seguito a trent’anni di affermazioni infondate: essa si basa sulla coltivazione ad arte di malintesi fra le parti, tutti orientati verso il sabotaggio di ogni negoziato, per l’arrivo alla tanto agognata (per Israele, per la lobby sionista internazionale e gli Stati Uniti, questi ultimi null’altro oramai che servi delle prime due) guerra all’Iran.
Il supporto dei media occidentali che – come vedremo – lavorano a spron battuto per la guerra è stato essenziale, abile, continuo ed efficace: il dottor Goebbels nel 1938-1939 avrebbe dato a tutti loro la Croce di Ferro (di seconda classe, non esageriamo, quella di prima classe è riservata a chi rischia la pelle, cosa che i supporter della guerra non fanno mai: ci mandano gli altri, alla guerra).
2. Le colpe dell’Iran
Per non sembrare troppo “inclinato da una parte sola” (anche se tutti sanno che se, in una guerra fra un forte e un debole, tu sei “neutrale”, stai dalla parte del più forte) faccio una breve premessa con le “colpe” dell’Iran.
La colpa principale è aver cacciato lo Scià Rheza Palhevi nel 1979, un satrapo sanguinario e senza scrupoli che si autoproclamò “imperatore”, ma era in realtà un avventuriero ed un grandissimo mascalzone, amicissimo degli USA che per decenni hanno sostenuto un regime-fantoccio degno di quelli di Amin Dada, Bokassa, Batista, Papa Doc e Baby Doc ad Haiti, solo per fare qualche esempietto.
Poi, “i”: ha sempre affermato che la distruzione dello Stato di Israele, nella sua attuale forma di teocrazia sionista basata sull’apartheid e il lento genocidio dei palestinesi, sarebbe l’unica soluzione. Anche l’Iran è una teocrazia, ma qui – dato che oltretutto qualunque forma di “religione applicata alla gestione di uno Stato o dei rapporti fra Stati” mi mette in imbarazzo – vorrei tornare nel mio campo, la tecnologia nucleare.
Altra colpa.
L’Iran – tutte le volte che c’è una “crisi” – reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati, sospendere le sanzioni, mostrare i muscoli. In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico (90%), ed oltretutto, come ho già scritto, è una strada tecnologicamente senza uscita; ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.
È una azione stupida: giocare col fuoco, violando comunque le regole imposte dalla AIEA, per farsi mettere facilmente “dalla parte del torto”.
Un modo per dire: guardate che, se non trattiamo, noi arricchiamo l’Uranio. Non hanno MAI detto “per fabbricarci una bomba atomica all’Uranio”, anche perché esiste una cosa chiamata “fatwa” (come un anatema) che Khamenei ha pronunciato contro la bomba atomica.
A noi laici tutte queste scomuniche, maledizioni, etc. – da qualsiasi parte provengano – lasciano piuttosto freddi, ma insomma pare davvero che in Iran una fatwa sia una cosa molto, molto seria. Sorvoliamo...
L’Iran è totalmente innocente, in questa diatriba? Certamente no, quindi ed ho elencato i due punti fondamentali: distruzione di Israele e arricchimento dell’Uranio. Ma non sono ragioni sufficienti per bombardare a tradimento. Per favore, evitiamo di renderci ridicoli citando altre “buone ragioni” per intervenire a suon di bombe: diritti umani, condizione della donna, etc. etc.
Discutere di queste cose sotto le bombe è demenziale: non vorrei neppure ricordare che le condizioni delle donne in Iran sono sicuramente migliori di quelle che si hanno in Arabia Saudita (che però è uno stato nostro grande amico, che ospita a pagamento il nostro Matteo Renzi) ed in molti altri Stati che però non suscitano indignazione alcuna né campagne mediatiche ad orologeria.
Per chiuderla qui, parafrasiamo John Lennon: BOMBING FOR PEACE (and HUMAN RIGHTS, WOMEN’S LIB) IS LIKE F*CKING FOR VIRGINITY).
3. La bomba fantasma
L’Iran non ha la bomba atomica, né ha intenzione di averla. Sa benissimo che sarebbe soltanto la ricetta più veloce per una sua totale distruzione. L’Iran ha ripetutamente invocato negoziati proprio per rinunciare all’opzione nucleare bellica in cambio della fine delle sanzioni statunitensi.
Dal 1992, Netanyahu e i suoi sostenitori sostengono che l’Iran diventerà una potenza nucleare “tra pochi anni”. O settimane...
Nel 1995, funzionari israeliani e alleati statunitensi fissarono una scadenza di 5 anni. Nel 2003, il direttore dell’intelligence militare israeliana affermò che l’Iran sarebbe diventato potenza nucleare “entro l’estate 2004”. Nel 2005, il capo del Mossad dichiarò che l’Iran avrebbe potuto costruire la bomba in meno di 3 anni.
Nel 2012, Netanyahu affermò all’Onu che “mancano solo pochi mesi, forse settimane, prima che ottengano abbastanza uranio arricchito per la prima bomba”. E così via.
Più di un elenco scritto, vale questo straordinario video “La Bomba di Bibi” che invito a guardare, sarebbe persino divertente se non fosse che rischiamo davvero tutti grosso.
4. La lunga e tortuosa strada verso la guerra
Questo andazzo che dura oramai da 30 anni, di scadenze continuamente posticipate, è parte in realtà di una ben conscia strategia, non sono errori di previsione.
Le affermazioni sono propaganda; esiste sempre una “minaccia esistenziale”, così come esistevano le “armi di distruzione di massa” in Iraq, la “strage di civili e le fosse comuni” in Kossovo nel 1999.
Più grave ancora è la falsa affermazione di Netanyahu secondo cui i negoziati con l’Iran sarebbero inutili. Fino a qualche mese fa, nessuno gli dava retta ed erano sempre stati esclusi da ogni negoziato. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non volere l’arma nucleare e di essere disposto a negoziare da tempo.
Giusto dubitare della buona fede dell’Iran. Sapendolo, Teheran ha costantemente proposto un accordo sottoposto a verifica internazionale indipendente, tramite la AIEA.
Al contrario, la lobby sionista si è opposta a qualsiasi soluzione, esortando gli Stati Uniti a mantenere le sanzioni e a rifiutare accordi che prevedessero un rigoroso controllo dell’AIEA in cambio della loro revoca.
Nel 2016, l’amministrazione Obama, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia, raggiunse con l’Iran il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) – un accordo storico per monitorare rigorosamente il programma nucleare iraniano in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni.
Tuttavia, sotto la costante pressione di Netanyahu e della lobby sionista, il presidente Trump si ritirò dall’accordo nel 2018.
Quando l’Iran disgraziatamente rispose aumentando l’arricchimento dell’uranio, fu accusato di violare un accordo che gli Usa stessi avevano abbandonato.
L’11 aprile 2021, il Mossad israeliano attaccò le strutture nucleari iraniane a Natanz. Dopo l’attacco, il 16 aprile, l’Iran annunciò che avrebbe ulteriormente aumentato l’arricchimento dell’uranio come leva negoziale, pur continuando a chiedere la ripresa dei negoziati su un accordo simile al Jcpoa.
L’amministrazione Biden rifiutò ogni trattativa.
All’inizio del secondo mandato, Trump aveva accettato d’aprire nuovi negoziati con l’Iran. Teheran si era impegnata a rinunciare alle armi nucleari e a sottoporsi a ispezioni AIEA, riservandosi però il diritto di arricchire uranio per fini civili. L’amministrazione Trump sembrava inizialmente concordare, salvo poi fare marcia indietro.
Da allora si sono svolti cinque cicli negoziali, con progressi dichiarati da entrambe le parti. Il sesto ciclo era previsto per domenica 15 giugno.
5. La corsa per intestarsi il ruolo di sceriffo, vice-sceriffo, aiutanti dello sceriffo
Israele – visto il buon momento – ha lanciato una guerra preventiva contro l’Iran il 12 giugno. Trump ha confermato che gli Usa erano a conoscenza dell’attacco in anticipo, pur dichiarando pubblicamente che i negoziati sarebbero ripresi. L’attacco israeliano è avvenuto non solo nel pieno di negoziati promettenti, ma a pochi giorni da una Conferenza Onu sulla Palestina che avrebbe potuto rilanciare la soluzione dei due Stati. La conferenza è ora rinviata.
L’Iran risponde agli attacchi, mentre Israele, dopo gli iniziali toni trionfalistici, non è evidentemente in grado di danneggiare in maniera irreparabile l’apparato nucleare iraniano. Trump, povero e stolto burattino nelle mani di cattivi consiglieri, il 22 giugno si mette a bombardare anche lui.
La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredirne un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?
A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle «armi di distruzione di massa» in Iraq, della «minaccia chimica» in Siria, delle «provocazioni nucleari» della Corea del Nord, della «minaccia esistenziale» rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele e USA possono fare tutto ciò che vogliono. Chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.
Allora Trump è lo Sceriffo, Netanyahu il suo vice? In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante, per guadagnarsi il pane e il ruolo di aiutanti dello sceriffo. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto nucleare militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.
Ma secondo noi Donald Trump non è lo sceriffo: è solo un pupazzo in mano alla lobby sionista. Dopo il trionfale tweet di ieri mattina, arriva la dura realtà. L’agenzia di stampa iraniana, IRNA, conferma che il sito di Fordow è perfettamente intatto e operativo.
Può anche darsi che Trump abbia fatto questo bombardamento per mettersi in prima fila. Come mai gli USA continuano a non rifornire la contraerea israeliana e lasciano che l’Iran bombardi Israele senza problemi?
Appare evidente che il sito di Fordow è inattaccabile anche dalle più potenti bombe convenzionali. Dobbiamo essere felici di questo? Non lo so. Sembra mostruoso dirlo, ma chi può escludere che fra qualche giorno, vista l’inevitabile reazione iraniana, Trump non faccia un altro tweet in cui dice che per “ottenere definitivamente la PACE” hanno dovuto bombardare l’Iran con degli ordigni termonucleari tattici?
Io non mi sento di escluderlo. Avrei già escluso che venissero bombardati a tradimento tre impianti nucleari. Così come avrei escluso che ad Israele fosse consentito di distruggere il 70% delle case a Gaza, e far fuori circa 100.000 civili innocenti senza che ci fossero delle reazioni forti da parte della Comunità Internazionale.
Dimenticavo, però, che essa non esiste più.
Mi ha fatto pensare la pacata affermazione di un negoziatore iraniano oggi: stavamo negoziando con gli USA e Israele ci ha bombardato. Stavamo negoziando a Ginevra con l’Unione Europea e gli USA ci hanno bombardato. Adesso ci dicono di “tornare al tavolo negoziale”: va bene, quale?
È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.
Oggi, nel frattempo, l’Iran bloccherà lo stretto di Hormuz, attraverso il quale passa un terzo di tutto il petrolio e gas del mondo. Qual è il mio consiglio di esperto nucleare? Beh, fate il pieno di benzina. L’Orologio dell’Apocalisse segna poche decine di secondi alla mezzanotte, il punto più vicino all’Armageddon nucleare dalla sua creazione nel 1947.
Fonte
1. Premessa
Il presupposto dell’attacco israeliano (con gli USA al seguito, da oggi) all’Iran è la presunta imminenza dell’acquisizione di armi nucleari da parte di Teheran.
È una affermazione infondata, che fa seguito a trent’anni di affermazioni infondate: essa si basa sulla coltivazione ad arte di malintesi fra le parti, tutti orientati verso il sabotaggio di ogni negoziato, per l’arrivo alla tanto agognata (per Israele, per la lobby sionista internazionale e gli Stati Uniti, questi ultimi null’altro oramai che servi delle prime due) guerra all’Iran.
Il supporto dei media occidentali che – come vedremo – lavorano a spron battuto per la guerra è stato essenziale, abile, continuo ed efficace: il dottor Goebbels nel 1938-1939 avrebbe dato a tutti loro la Croce di Ferro (di seconda classe, non esageriamo, quella di prima classe è riservata a chi rischia la pelle, cosa che i supporter della guerra non fanno mai: ci mandano gli altri, alla guerra).
2. Le colpe dell’Iran
Per non sembrare troppo “inclinato da una parte sola” (anche se tutti sanno che se, in una guerra fra un forte e un debole, tu sei “neutrale”, stai dalla parte del più forte) faccio una breve premessa con le “colpe” dell’Iran.
La colpa principale è aver cacciato lo Scià Rheza Palhevi nel 1979, un satrapo sanguinario e senza scrupoli che si autoproclamò “imperatore”, ma era in realtà un avventuriero ed un grandissimo mascalzone, amicissimo degli USA che per decenni hanno sostenuto un regime-fantoccio degno di quelli di Amin Dada, Bokassa, Batista, Papa Doc e Baby Doc ad Haiti, solo per fare qualche esempietto.
Poi, “i”: ha sempre affermato che la distruzione dello Stato di Israele, nella sua attuale forma di teocrazia sionista basata sull’apartheid e il lento genocidio dei palestinesi, sarebbe l’unica soluzione. Anche l’Iran è una teocrazia, ma qui – dato che oltretutto qualunque forma di “religione applicata alla gestione di uno Stato o dei rapporti fra Stati” mi mette in imbarazzo – vorrei tornare nel mio campo, la tecnologia nucleare.
Altra colpa.
L’Iran – tutte le volte che c’è una “crisi” – reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati, sospendere le sanzioni, mostrare i muscoli. In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico (90%), ed oltretutto, come ho già scritto, è una strada tecnologicamente senza uscita; ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.
È una azione stupida: giocare col fuoco, violando comunque le regole imposte dalla AIEA, per farsi mettere facilmente “dalla parte del torto”.
Un modo per dire: guardate che, se non trattiamo, noi arricchiamo l’Uranio. Non hanno MAI detto “per fabbricarci una bomba atomica all’Uranio”, anche perché esiste una cosa chiamata “fatwa” (come un anatema) che Khamenei ha pronunciato contro la bomba atomica.
A noi laici tutte queste scomuniche, maledizioni, etc. – da qualsiasi parte provengano – lasciano piuttosto freddi, ma insomma pare davvero che in Iran una fatwa sia una cosa molto, molto seria. Sorvoliamo...
L’Iran è totalmente innocente, in questa diatriba? Certamente no, quindi ed ho elencato i due punti fondamentali: distruzione di Israele e arricchimento dell’Uranio. Ma non sono ragioni sufficienti per bombardare a tradimento. Per favore, evitiamo di renderci ridicoli citando altre “buone ragioni” per intervenire a suon di bombe: diritti umani, condizione della donna, etc. etc.
Discutere di queste cose sotto le bombe è demenziale: non vorrei neppure ricordare che le condizioni delle donne in Iran sono sicuramente migliori di quelle che si hanno in Arabia Saudita (che però è uno stato nostro grande amico, che ospita a pagamento il nostro Matteo Renzi) ed in molti altri Stati che però non suscitano indignazione alcuna né campagne mediatiche ad orologeria.
Per chiuderla qui, parafrasiamo John Lennon: BOMBING FOR PEACE (and HUMAN RIGHTS, WOMEN’S LIB) IS LIKE F*CKING FOR VIRGINITY).
3. La bomba fantasma
L’Iran non ha la bomba atomica, né ha intenzione di averla. Sa benissimo che sarebbe soltanto la ricetta più veloce per una sua totale distruzione. L’Iran ha ripetutamente invocato negoziati proprio per rinunciare all’opzione nucleare bellica in cambio della fine delle sanzioni statunitensi.
Dal 1992, Netanyahu e i suoi sostenitori sostengono che l’Iran diventerà una potenza nucleare “tra pochi anni”. O settimane...
Nel 1995, funzionari israeliani e alleati statunitensi fissarono una scadenza di 5 anni. Nel 2003, il direttore dell’intelligence militare israeliana affermò che l’Iran sarebbe diventato potenza nucleare “entro l’estate 2004”. Nel 2005, il capo del Mossad dichiarò che l’Iran avrebbe potuto costruire la bomba in meno di 3 anni.
Nel 2012, Netanyahu affermò all’Onu che “mancano solo pochi mesi, forse settimane, prima che ottengano abbastanza uranio arricchito per la prima bomba”. E così via.
Più di un elenco scritto, vale questo straordinario video “La Bomba di Bibi” che invito a guardare, sarebbe persino divertente se non fosse che rischiamo davvero tutti grosso.
4. La lunga e tortuosa strada verso la guerra
Questo andazzo che dura oramai da 30 anni, di scadenze continuamente posticipate, è parte in realtà di una ben conscia strategia, non sono errori di previsione.
Le affermazioni sono propaganda; esiste sempre una “minaccia esistenziale”, così come esistevano le “armi di distruzione di massa” in Iraq, la “strage di civili e le fosse comuni” in Kossovo nel 1999.
Più grave ancora è la falsa affermazione di Netanyahu secondo cui i negoziati con l’Iran sarebbero inutili. Fino a qualche mese fa, nessuno gli dava retta ed erano sempre stati esclusi da ogni negoziato. L’Iran ha ripetutamente dichiarato di non volere l’arma nucleare e di essere disposto a negoziare da tempo.
Giusto dubitare della buona fede dell’Iran. Sapendolo, Teheran ha costantemente proposto un accordo sottoposto a verifica internazionale indipendente, tramite la AIEA.
Al contrario, la lobby sionista si è opposta a qualsiasi soluzione, esortando gli Stati Uniti a mantenere le sanzioni e a rifiutare accordi che prevedessero un rigoroso controllo dell’AIEA in cambio della loro revoca.
Nel 2016, l’amministrazione Obama, insieme a Regno Unito, Francia, Germania, Cina e Russia, raggiunse con l’Iran il Joint Comprehensive Plan of Action (Jcpoa) – un accordo storico per monitorare rigorosamente il programma nucleare iraniano in cambio dell’alleggerimento delle sanzioni.
Tuttavia, sotto la costante pressione di Netanyahu e della lobby sionista, il presidente Trump si ritirò dall’accordo nel 2018.
Quando l’Iran disgraziatamente rispose aumentando l’arricchimento dell’uranio, fu accusato di violare un accordo che gli Usa stessi avevano abbandonato.
L’11 aprile 2021, il Mossad israeliano attaccò le strutture nucleari iraniane a Natanz. Dopo l’attacco, il 16 aprile, l’Iran annunciò che avrebbe ulteriormente aumentato l’arricchimento dell’uranio come leva negoziale, pur continuando a chiedere la ripresa dei negoziati su un accordo simile al Jcpoa.
L’amministrazione Biden rifiutò ogni trattativa.
All’inizio del secondo mandato, Trump aveva accettato d’aprire nuovi negoziati con l’Iran. Teheran si era impegnata a rinunciare alle armi nucleari e a sottoporsi a ispezioni AIEA, riservandosi però il diritto di arricchire uranio per fini civili. L’amministrazione Trump sembrava inizialmente concordare, salvo poi fare marcia indietro.
Da allora si sono svolti cinque cicli negoziali, con progressi dichiarati da entrambe le parti. Il sesto ciclo era previsto per domenica 15 giugno.
5. La corsa per intestarsi il ruolo di sceriffo, vice-sceriffo, aiutanti dello sceriffo
Israele – visto il buon momento – ha lanciato una guerra preventiva contro l’Iran il 12 giugno. Trump ha confermato che gli Usa erano a conoscenza dell’attacco in anticipo, pur dichiarando pubblicamente che i negoziati sarebbero ripresi. L’attacco israeliano è avvenuto non solo nel pieno di negoziati promettenti, ma a pochi giorni da una Conferenza Onu sulla Palestina che avrebbe potuto rilanciare la soluzione dei due Stati. La conferenza è ora rinviata.
L’Iran risponde agli attacchi, mentre Israele, dopo gli iniziali toni trionfalistici, non è evidentemente in grado di danneggiare in maniera irreparabile l’apparato nucleare iraniano. Trump, povero e stolto burattino nelle mani di cattivi consiglieri, il 22 giugno si mette a bombardare anche lui.
La domanda da porsi è semplice quanto scandalosa: può uno Stato aggredirne un altro sulla base di un’arma che non esiste, e farlo nel silenzio complice della comunità internazionale?
A ben vedere, il meccanismo non è nuovo. È lo stesso schema delle «armi di distruzione di massa» in Iraq, della «minaccia chimica» in Siria, delle «provocazioni nucleari» della Corea del Nord, della «minaccia esistenziale» rappresentata dalla Palestina. Una narrazione tossica, costruita per alimentare un perenne stato d’eccezione in cui Israele e USA possono fare tutto ciò che vogliono. Chi si oppone, viene bollato come antisemita, terrorista o complice del “male”.
Allora Trump è lo Sceriffo, Netanyahu il suo vice? In questa grande operazione di inganno, la stampa occidentale ha giocato un ruolo determinante, per guadagnarsi il pane e il ruolo di aiutanti dello sceriffo. Anziché smascherare la farsa, l’ha amplificata. Ha diffuso senza contraddittorio le minacce di Netanyahu, ha occultato le smentite dell’AIEA, ha ignorato i dossier dell’intelligence USA che nel tempo hanno escluso ogni progetto nucleare militare in Iran. Il giornalismo embedded ha ancora una volta sostituito l’informazione con la propaganda.
Ma secondo noi Donald Trump non è lo sceriffo: è solo un pupazzo in mano alla lobby sionista. Dopo il trionfale tweet di ieri mattina, arriva la dura realtà. L’agenzia di stampa iraniana, IRNA, conferma che il sito di Fordow è perfettamente intatto e operativo.
Può anche darsi che Trump abbia fatto questo bombardamento per mettersi in prima fila. Come mai gli USA continuano a non rifornire la contraerea israeliana e lasciano che l’Iran bombardi Israele senza problemi?
Appare evidente che il sito di Fordow è inattaccabile anche dalle più potenti bombe convenzionali. Dobbiamo essere felici di questo? Non lo so. Sembra mostruoso dirlo, ma chi può escludere che fra qualche giorno, vista l’inevitabile reazione iraniana, Trump non faccia un altro tweet in cui dice che per “ottenere definitivamente la PACE” hanno dovuto bombardare l’Iran con degli ordigni termonucleari tattici?
Io non mi sento di escluderlo. Avrei già escluso che venissero bombardati a tradimento tre impianti nucleari. Così come avrei escluso che ad Israele fosse consentito di distruggere il 70% delle case a Gaza, e far fuori circa 100.000 civili innocenti senza che ci fossero delle reazioni forti da parte della Comunità Internazionale.
Dimenticavo, però, che essa non esiste più.
Mi ha fatto pensare la pacata affermazione di un negoziatore iraniano oggi: stavamo negoziando con gli USA e Israele ci ha bombardato. Stavamo negoziando a Ginevra con l’Unione Europea e gli USA ci hanno bombardato. Adesso ci dicono di “tornare al tavolo negoziale”: va bene, quale?
È questo il contesto in cui si colloca l’attuale escalation contro Teheran. Non si tratta di un intervento difensivo, ma di un atto aggressivo fondato su una paranoia costruita artificialmente. Una paranoia utile a compattare l’opinione pubblica interna, a distrarre dai crimini di guerra commessi a Gaza, a riposizionarsi strategicamente nel nuovo Grande Gioco mediorientale che vede Israele sempre più isolato sul piano etico, ma sempre più integrato nei piani USA di destabilizzazione della regione.
Oggi, nel frattempo, l’Iran bloccherà lo stretto di Hormuz, attraverso il quale passa un terzo di tutto il petrolio e gas del mondo. Qual è il mio consiglio di esperto nucleare? Beh, fate il pieno di benzina. L’Orologio dell’Apocalisse segna poche decine di secondi alla mezzanotte, il punto più vicino all’Armageddon nucleare dalla sua creazione nel 1947.
Fonte
22/06/2025
Iran e nucleare: una lunga storia /1 parte
di Massimo Zucchetti
La conoscete la lunga storia del nucleare iraniano? Beh, adesso eccovela qui, molto riassunta, ma non breve ahimè.
1. Tecnologia nucleare e Iran
L’accordo di salvaguardia globale dell’AIEA (CSA) per l’Iran è entrato in vigore nel 1974, quando il paese era guidato dallo Scià. Tuttavia, l’Iran ha attirato l’attenzione internazionale dall’agosto 2002, quando l’esistenza di un sospetto programma nucleare clandestino è stata rivelata attraverso la denuncia di un gruppo di opposizione iraniano, affermando che “la costruzione clandestina in Iran di un grande impianto di arricchimento dell’uranio a Natanz e di un reattore ad acqua pesante ad Arak” era una realtà.
In realtà, l’Iran è stato trattato come un “paese profondamente enigmatico” e un “caso speciale” molto prima del 2002, in realtà dal cambio di regime nel paese che ha avuto luogo nel 1979.
In effetti, le attività nucleari iraniane risalgono agli anni ’50: fino al 1979, però, il paese aveva relazioni amichevoli con gli Stati occidentali, e alcuni paesi in quel periodo hanno sostenuto l’Iran nella costruzione del suo programma di energia nucleare, ad esempio, la costruzione della centrale nucleare di Bushehr è stata avviata nel 1975 da società tedesche, tuttavia il lavoro è stato interrotto nel 1979 dopo il cambio di regime in Iran.
Il reattore è stato poi completato moltissimi anni dopo grazie alla collaborazione della Russia: è un potentissimo, pacifico e mansueto reattore nucleare che non ha nulla a che vedere con il nucleare bellico.
I paesi occidentali nel 2002 hanno iniziato a condannare l’Iran per aver violato le norme internazionali di non proliferazione firmate nel NPT. Questo fatto fa parte della spiegazione del perché è stato così difficile raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano tra la comunità occidentale e internazionale, da un lato, e l’Iran, dall’altro. Una “storia mutua di errate percezioni culturali e politiche e alti livelli di tensione e sfiducia” ha accompagnato le relazioni internazionali tra questi paesi.
L’applicazione delle garanzie dell’AIEA in Iran, garantendo l’uso pacifico di tutto il materiale nucleare, ha attraversato un processo di 13 anni, da quando l’AIEA, nel 2003, ha riferito sulla mancata dichiarazione del materiale nucleare e delle attività dell’Iran in conformità con il CSA.
L’Iran ha allora firmato volontariamente il protocollo aggiuntivo dell’AIEA (AP). L’AP è un documento legale che integra gli accordi di salvaguardia dell’AIEA degli Stati: concede all’AIEA l’autorità giuridica complementare per verificare gli obblighi di salvaguardia di uno Stato ed è progettato per tutti gli Stati che hanno uno dei tre tipi di accordi di salvaguardia con l’AIEA.
Poiché l’Iran non ha poi ratificato l’AP, questo percorso, per quanto importante nell’azione dell’AIEA per l’attuazione delle salvaguardie in Iran, ha avuto un’interruzione temporanea quando l’Iran ha smesso di attuare l’AP nel 2006.
Dopo anni di negoziati condotti dall’AIEA, un nuovo importante passo è stato fatto nel 2013, quando un quadro per la cooperazione è stato firmato dall’AIEA e dall’Iran.
Nello stesso anno 2013, un piano d’azione congiunto (JPOA) è stato concordato il 24 novembre a Ginevra dai cosiddetti paesi E3+3 (Francia, Regno Unito, Germania, Cina, Stati Uniti e Russia) e Iran, dopo lunghi negoziati. L’obiettivo era quello di raggiungere una soluzione globale a lungo termine reciproca che garantisse che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico.
A seguito di ciò, nel quadro di una tabella di marcia per il chiarimento di tutte le questioni in sospeso firmate nel 2015 dall’AIEA e dall’Iran, la soluzione della crisi era a portata di mano.
L’AIEA ha finalmente riferito nel 2015 sulla valutazione finale di tutte le questioni di primo piano, e nello stesso anno il piano d’azione congiunto globale (JCPOA) è stato concordato dall’E3+3/UE (gli ex sei Stati, tra cui l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza) e dall’Iran.
Quindi, dopo molti anni di negoziati e dialoghi difficili, il 14 luglio 2015 a Vienna è stato finalmente concluso un accordo definitivo, che coinvolge l’E3+3/UE e l’Iran.
Il JCPOA rappresenta un passo importante per la soluzione della crisi iraniana e, più in generale, nella lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Inoltre, il 20 luglio 2015, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 2231 che lo approvava.
La tabella di marcia istituita nel JPCOA per il periodo fino al 15 ottobre 2015 è stata completata nei tempi previsti, come riportato nella relazione dell’AIEA del direttore generale del 18 novembre 2015.
2. Gli infiniti guasti della politica, e la nostra vittoria del 2015
Mentre negli anni ’90 l’Europa era in dialogo con la Repubblica islamica dell’Iran ed entrambi erano interessati a uno scambio fruttuoso di materie prime energetiche, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre la politica è cambiata: gli Stati Uniti, che miravano a un “doppio contenimento” dell’Iran e dell’Iraq, hanno invaso l’Iraq mentre le relazioni con l’Iran continuavano a peggiorare; l’UE ha “ghiacciato” i suoi contatti con l’Iran come conseguenza, con la preoccupazione che l’Iran possedesse la capacità di armi nucleari in primo luogo nelle ragioni addotte per il peggioramento delle relazioni.
Le dichiarazioni sull'“Asse del Male” di Bush, in cui è stato incluso l’Iran, hanno contribuito a condizionare il rapporto con l’Iran, creando un atteggiamento anti-occidentale che, in realtà, è andato ben oltre la questione nucleare.
Anche se a livello dell’UE, i negoziati su un possibile TCA (accordo di cooperazione commerciale) con l’Iran sono continuati e l’UE ha cercato di assumere una posizione più morbida rispetto agli Stati Uniti, ma comunque ferma: ad esempio, l’UE ha dichiarato fermamente in diverse occasioni che era necessario che l’Iran firmasse il suddetto protocollo aggiuntivo dell’AIEA.
Sebbene l’Iran avesse formalmente accettato, in dichiarazioni pubbliche, quello che hanno chiamato “il controllo dell’AIEA” (in realtà, nient’altro che la corretta attuazione delle disposizioni del CSA e dell’AP) e avesse accettato di sospendere i programmi di arricchimento dell’uranio, le elezioni presidenziali del 2005 di Ahmadinejad hanno cambiato lo scenario e l’Iran ha interrotto i suoi legami diplomatici con l’UE e il suo impegno nei confronti del protocollo aggiuntivo dell’AIEA.
L’AIEA non ha potuto fare altro che riferire il caso iraniano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (SC), che ha deciso di imporre sanzioni, a causa del mancato rispetto da parte dell’Iran delle pertinenti risoluzioni SC. Più precisamente, il SC ha chiesto che l’Iran sospenda tutte le attività relative all’arricchimento e al ritrattamento, compresa la ricerca e lo sviluppo, e ha chiesto che la verifica dell’accertamento dei fatti fosse attuata dall’AIEA.
Sono state decise anche le sanzioni sulle importazioni iraniane di materiali e tecnologie nucleari e il congelamento dei beni di individui coinvolti in attività nucleari, nonché divieti di viaggio.
Nel 2007, l’UE ha anche pubblicato un elenco ampliato di individui iraniani considerati persona non grata nell’Unione, e gli Stati Uniti hanno emanato nuove sanzioni unilaterali che hanno colpito più di 20 organizzazioni associate al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana (cioè le guardie pretoriane del leader supremo Khomeini, che erano considerate i principali operatori dell’industria petrolifera e i leader del programma nucleare) dal sistema finanziario degli Stati Uniti.
Con l’avvento dell’amministrazione Obama nel 2009 e l’adozione del Trattato di Lisbona, seguita dalla nomina di Catherine Ashton come nuovo Alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune, il clima ha iniziato a cambiare, poiché è stata adottata una politica di riavvicinamento all’Iran.
Gli Stati Uniti e l’UE hanno offerto all’Iran un accordo “freeze-for-freeze”, che stabiliva che nessuna sanzione aggiuntiva sarebbe stata imposta all’Iran se quest’ultimo avesse accettato di congelare l’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti sono continuate, anche se la loro efficacia è rimasta incerta.
Nel 2012, sotto lo sforzo costante e la consulenza tecnologica dell’AIEA, i negoziati stavano migliorando, al fine di raggiungere un accordo con l’Iran che potesse consentirgli di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici, rispettando il suo diritto in conformità con l’articolo IV del TNP, ma impedendogli di sviluppare un carico utile nucleare. Tuttavia, in pratica, i miglioramenti erano piccoli e il ritmo dei negoziati era piuttosto lento.
Nel 2013, il cambiamento politico con l’elezione del presidente Rouhani e il suo approccio basato su “prudenza e speranza” hanno aperto nuovi flussi di collaborazione e un desiderio di apertura verso la comunità internazionale. Gli incontri tra i ministri degli Esteri John Kerry (USA) e Javad Zarif (Iran), lo scambio di lettere e telefonate tra Obama e Rouhani hanno presentato una nuova era per i contatti bilaterali.
Tutto ciò ha portato a un accordo provvisorio (redatto il 24 novembre 2013 a Ginevra), in cui l’Iran ha accettato di limitare il suo programma e ha consentito i controlli dell’AIEA, mentre l’E3+3 ha accettato di ridurre le sanzioni.
Si può notare che, come accennato in precedenza, poco prima del JCPOA, l’Iran e l’AIEA firmassero un quadro per la cooperazione. Il suo obiettivo fondamentale era quello di risolvere tutte le questioni in sospeso, passate e presenti, attraverso una cooperazione rafforzata e un approccio graduale.
Il 18 febbraio 2014 sono iniziate le discussioni per l’accordo definitivo, e la scadenza è stata fissata al 24 novembre 2014. Il 2 aprile 2015, un piano quadro è stato adottato a Losanna e la data finale dell’accordo è stata posticipata al 30 giugno 2015, e infine al 14 luglio 2015, quando l’accordo iraniano JCPOA è stato raggiunto.
I passi avanti hanno incluso l’adozione della risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza, che ha approvato il JCPOA: è stato adottato il 20 luglio 2015 all’unanimità e ha rinviato la sua attuazione ufficiale per 90 giorni, per consentire agli Stati Uniti la considerazione da parte del Congresso.
Lo stesso 20 luglio 2015, l’UE ha discusso e approvato il JCPOA tramite un voto del Consiglio per gli affari esteri dell’UE (cioè il gruppo dei ministri degli esteri dell’UE), mentre negli Stati Uniti, dopo la revisione di sessanta giorni nel Congresso, il JCPOA è stato approvato il 10 e l’11 settembre. Il 13 ottobre 2015, anche il Majlis iraniano (Parlamento) ha approvato l’accordo.
3. La rivincita della politica di guerra
Donald Trump diventa Presidente degli USA, primo mandato. Gli USA, senza nessuna motivazione plausibile, nel 2018 denunciano il JCPOA – ottenuto con 13 anni di sforzi congiunti e grazie all’Amministrazione Obama – distruggendo il negoziato. L’Iran reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati e sospendere le sanzioni.
In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico, ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.
Uno dei primi atti della amministrazione Biden fu poi, nel 2020, la ri-adesione degli USA al JPCOA.
Chiaramente, dopo due anni di sospensione e di “buco nero”, era necessario riprendere in mano il trattato, verificare cosa era successo nel frattempo e stabilire una nuova time-table.
Ritorna presidente Trump. Il JPCOA ridiventa carta straccia, l’Iran riprende a giocare col fuoco valicando il limite di arricchimento. Fra proclami pubblici molto duri ed un atteggiamento pratico più improntato al pragmatismo, gli USA tuttavia intraprendono una serie di negoziati bilaterali con l’Iran, un processo che era in atto fino a un paio di settimane fa e che prometteva, pur fra reciproche incomprensioni e roboanti strepiti, di arrivare di nuovo a un accordo.
Si noti che le altre potenze del E3+3 del JPCOA e l’Unione Europea sono fuori dalle trattative. Difficile partecipare a trattative sedendo dalla stessa parte del tavolo quando si è impegnati in una guerra (Russia vs. USA, Francia, Germania, UK in Ucraina). Tacciamo poi sul possibile ruolo di “mediazione” della UE, che dovrebbe essere affidato alla signora Kallas, un vero esempio di “moderazione e attitudine al negoziato”.
Fatto sta che si fa avanti Israele, che fino a poco tempo fa aveva abbaiato invano, restando sempre fuori da ogni negoziato. Oltretutto Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione, rifiuta da sempre ogni ispezione della AIEA, e possiede illegalmente 80-100-150-200 (nessuno sa di preciso) ordigni nucleari.
La “trattativa” viene portata avanti da Israele con l’incursione e i bombardamenti che sappiamo.
Ed eccoci qua. Qualche giorno fa era prevista una ulteriore seduta dei negoziati USA-Iran. Secondo voi, ci sarà?
Fine della prima puntata. Le fonti le trovate nel mio capitolo di libro, del 2016, qui.
Fonte
La conoscete la lunga storia del nucleare iraniano? Beh, adesso eccovela qui, molto riassunta, ma non breve ahimè.
1. Tecnologia nucleare e Iran
L’accordo di salvaguardia globale dell’AIEA (CSA) per l’Iran è entrato in vigore nel 1974, quando il paese era guidato dallo Scià. Tuttavia, l’Iran ha attirato l’attenzione internazionale dall’agosto 2002, quando l’esistenza di un sospetto programma nucleare clandestino è stata rivelata attraverso la denuncia di un gruppo di opposizione iraniano, affermando che “la costruzione clandestina in Iran di un grande impianto di arricchimento dell’uranio a Natanz e di un reattore ad acqua pesante ad Arak” era una realtà.
In realtà, l’Iran è stato trattato come un “paese profondamente enigmatico” e un “caso speciale” molto prima del 2002, in realtà dal cambio di regime nel paese che ha avuto luogo nel 1979.
In effetti, le attività nucleari iraniane risalgono agli anni ’50: fino al 1979, però, il paese aveva relazioni amichevoli con gli Stati occidentali, e alcuni paesi in quel periodo hanno sostenuto l’Iran nella costruzione del suo programma di energia nucleare, ad esempio, la costruzione della centrale nucleare di Bushehr è stata avviata nel 1975 da società tedesche, tuttavia il lavoro è stato interrotto nel 1979 dopo il cambio di regime in Iran.
Il reattore è stato poi completato moltissimi anni dopo grazie alla collaborazione della Russia: è un potentissimo, pacifico e mansueto reattore nucleare che non ha nulla a che vedere con il nucleare bellico.
I paesi occidentali nel 2002 hanno iniziato a condannare l’Iran per aver violato le norme internazionali di non proliferazione firmate nel NPT. Questo fatto fa parte della spiegazione del perché è stato così difficile raggiungere un accordo sul programma nucleare iraniano tra la comunità occidentale e internazionale, da un lato, e l’Iran, dall’altro. Una “storia mutua di errate percezioni culturali e politiche e alti livelli di tensione e sfiducia” ha accompagnato le relazioni internazionali tra questi paesi.
L’applicazione delle garanzie dell’AIEA in Iran, garantendo l’uso pacifico di tutto il materiale nucleare, ha attraversato un processo di 13 anni, da quando l’AIEA, nel 2003, ha riferito sulla mancata dichiarazione del materiale nucleare e delle attività dell’Iran in conformità con il CSA.
L’Iran ha allora firmato volontariamente il protocollo aggiuntivo dell’AIEA (AP). L’AP è un documento legale che integra gli accordi di salvaguardia dell’AIEA degli Stati: concede all’AIEA l’autorità giuridica complementare per verificare gli obblighi di salvaguardia di uno Stato ed è progettato per tutti gli Stati che hanno uno dei tre tipi di accordi di salvaguardia con l’AIEA.
Poiché l’Iran non ha poi ratificato l’AP, questo percorso, per quanto importante nell’azione dell’AIEA per l’attuazione delle salvaguardie in Iran, ha avuto un’interruzione temporanea quando l’Iran ha smesso di attuare l’AP nel 2006.
Dopo anni di negoziati condotti dall’AIEA, un nuovo importante passo è stato fatto nel 2013, quando un quadro per la cooperazione è stato firmato dall’AIEA e dall’Iran.
Nello stesso anno 2013, un piano d’azione congiunto (JPOA) è stato concordato il 24 novembre a Ginevra dai cosiddetti paesi E3+3 (Francia, Regno Unito, Germania, Cina, Stati Uniti e Russia) e Iran, dopo lunghi negoziati. L’obiettivo era quello di raggiungere una soluzione globale a lungo termine reciproca che garantisse che il programma nucleare iraniano fosse esclusivamente pacifico.
A seguito di ciò, nel quadro di una tabella di marcia per il chiarimento di tutte le questioni in sospeso firmate nel 2015 dall’AIEA e dall’Iran, la soluzione della crisi era a portata di mano.
L’AIEA ha finalmente riferito nel 2015 sulla valutazione finale di tutte le questioni di primo piano, e nello stesso anno il piano d’azione congiunto globale (JCPOA) è stato concordato dall’E3+3/UE (gli ex sei Stati, tra cui l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza) e dall’Iran.
Quindi, dopo molti anni di negoziati e dialoghi difficili, il 14 luglio 2015 a Vienna è stato finalmente concluso un accordo definitivo, che coinvolge l’E3+3/UE e l’Iran.
Il JCPOA rappresenta un passo importante per la soluzione della crisi iraniana e, più in generale, nella lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Inoltre, il 20 luglio 2015, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato all’unanimità la risoluzione 2231 che lo approvava.
La tabella di marcia istituita nel JPCOA per il periodo fino al 15 ottobre 2015 è stata completata nei tempi previsti, come riportato nella relazione dell’AIEA del direttore generale del 18 novembre 2015.
2. Gli infiniti guasti della politica, e la nostra vittoria del 2015
Mentre negli anni ’90 l’Europa era in dialogo con la Repubblica islamica dell’Iran ed entrambi erano interessati a uno scambio fruttuoso di materie prime energetiche, dopo l’attacco terroristico dell’11 settembre la politica è cambiata: gli Stati Uniti, che miravano a un “doppio contenimento” dell’Iran e dell’Iraq, hanno invaso l’Iraq mentre le relazioni con l’Iran continuavano a peggiorare; l’UE ha “ghiacciato” i suoi contatti con l’Iran come conseguenza, con la preoccupazione che l’Iran possedesse la capacità di armi nucleari in primo luogo nelle ragioni addotte per il peggioramento delle relazioni.
Le dichiarazioni sull'“Asse del Male” di Bush, in cui è stato incluso l’Iran, hanno contribuito a condizionare il rapporto con l’Iran, creando un atteggiamento anti-occidentale che, in realtà, è andato ben oltre la questione nucleare.
Anche se a livello dell’UE, i negoziati su un possibile TCA (accordo di cooperazione commerciale) con l’Iran sono continuati e l’UE ha cercato di assumere una posizione più morbida rispetto agli Stati Uniti, ma comunque ferma: ad esempio, l’UE ha dichiarato fermamente in diverse occasioni che era necessario che l’Iran firmasse il suddetto protocollo aggiuntivo dell’AIEA.
Sebbene l’Iran avesse formalmente accettato, in dichiarazioni pubbliche, quello che hanno chiamato “il controllo dell’AIEA” (in realtà, nient’altro che la corretta attuazione delle disposizioni del CSA e dell’AP) e avesse accettato di sospendere i programmi di arricchimento dell’uranio, le elezioni presidenziali del 2005 di Ahmadinejad hanno cambiato lo scenario e l’Iran ha interrotto i suoi legami diplomatici con l’UE e il suo impegno nei confronti del protocollo aggiuntivo dell’AIEA.
L’AIEA non ha potuto fare altro che riferire il caso iraniano al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (SC), che ha deciso di imporre sanzioni, a causa del mancato rispetto da parte dell’Iran delle pertinenti risoluzioni SC. Più precisamente, il SC ha chiesto che l’Iran sospenda tutte le attività relative all’arricchimento e al ritrattamento, compresa la ricerca e lo sviluppo, e ha chiesto che la verifica dell’accertamento dei fatti fosse attuata dall’AIEA.
Sono state decise anche le sanzioni sulle importazioni iraniane di materiali e tecnologie nucleari e il congelamento dei beni di individui coinvolti in attività nucleari, nonché divieti di viaggio.
Nel 2007, l’UE ha anche pubblicato un elenco ampliato di individui iraniani considerati persona non grata nell’Unione, e gli Stati Uniti hanno emanato nuove sanzioni unilaterali che hanno colpito più di 20 organizzazioni associate al Corpo delle guardie della rivoluzione islamica iraniana (cioè le guardie pretoriane del leader supremo Khomeini, che erano considerate i principali operatori dell’industria petrolifera e i leader del programma nucleare) dal sistema finanziario degli Stati Uniti.
Con l’avvento dell’amministrazione Obama nel 2009 e l’adozione del Trattato di Lisbona, seguita dalla nomina di Catherine Ashton come nuovo Alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza comune, il clima ha iniziato a cambiare, poiché è stata adottata una politica di riavvicinamento all’Iran.
Gli Stati Uniti e l’UE hanno offerto all’Iran un accordo “freeze-for-freeze”, che stabiliva che nessuna sanzione aggiuntiva sarebbe stata imposta all’Iran se quest’ultimo avesse accettato di congelare l’arricchimento dell’uranio. Tuttavia, le sanzioni dell’UE e degli Stati Uniti sono continuate, anche se la loro efficacia è rimasta incerta.
Nel 2012, sotto lo sforzo costante e la consulenza tecnologica dell’AIEA, i negoziati stavano migliorando, al fine di raggiungere un accordo con l’Iran che potesse consentirgli di sviluppare l’energia nucleare per scopi pacifici, rispettando il suo diritto in conformità con l’articolo IV del TNP, ma impedendogli di sviluppare un carico utile nucleare. Tuttavia, in pratica, i miglioramenti erano piccoli e il ritmo dei negoziati era piuttosto lento.
Nel 2013, il cambiamento politico con l’elezione del presidente Rouhani e il suo approccio basato su “prudenza e speranza” hanno aperto nuovi flussi di collaborazione e un desiderio di apertura verso la comunità internazionale. Gli incontri tra i ministri degli Esteri John Kerry (USA) e Javad Zarif (Iran), lo scambio di lettere e telefonate tra Obama e Rouhani hanno presentato una nuova era per i contatti bilaterali.
Tutto ciò ha portato a un accordo provvisorio (redatto il 24 novembre 2013 a Ginevra), in cui l’Iran ha accettato di limitare il suo programma e ha consentito i controlli dell’AIEA, mentre l’E3+3 ha accettato di ridurre le sanzioni.
Si può notare che, come accennato in precedenza, poco prima del JCPOA, l’Iran e l’AIEA firmassero un quadro per la cooperazione. Il suo obiettivo fondamentale era quello di risolvere tutte le questioni in sospeso, passate e presenti, attraverso una cooperazione rafforzata e un approccio graduale.
Il 18 febbraio 2014 sono iniziate le discussioni per l’accordo definitivo, e la scadenza è stata fissata al 24 novembre 2014. Il 2 aprile 2015, un piano quadro è stato adottato a Losanna e la data finale dell’accordo è stata posticipata al 30 giugno 2015, e infine al 14 luglio 2015, quando l’accordo iraniano JCPOA è stato raggiunto.
I passi avanti hanno incluso l’adozione della risoluzione 2231 (2015) del Consiglio di sicurezza, che ha approvato il JCPOA: è stato adottato il 20 luglio 2015 all’unanimità e ha rinviato la sua attuazione ufficiale per 90 giorni, per consentire agli Stati Uniti la considerazione da parte del Congresso.
Lo stesso 20 luglio 2015, l’UE ha discusso e approvato il JCPOA tramite un voto del Consiglio per gli affari esteri dell’UE (cioè il gruppo dei ministri degli esteri dell’UE), mentre negli Stati Uniti, dopo la revisione di sessanta giorni nel Congresso, il JCPOA è stato approvato il 10 e l’11 settembre. Il 13 ottobre 2015, anche il Majlis iraniano (Parlamento) ha approvato l’accordo.
3. La rivincita della politica di guerra
Donald Trump diventa Presidente degli USA, primo mandato. Gli USA, senza nessuna motivazione plausibile, nel 2018 denunciano il JCPOA – ottenuto con 13 anni di sforzi congiunti e grazie all’Amministrazione Obama – distruggendo il negoziato. L’Iran reagisce utilizzando l’arricchimento dell’Uranio come leva politica per riprendere i negoziati e sospendere le sanzioni.
In pratica, c’è questo limite all’arricchimento dell’Uranio che la IAEA ha imposto all’Iran, intorno al 3,5%. Siamo lontanissimi dall’arricchimento necessario per un uso bellico, ma l’Iran ha più volte superato “dimostrativamente” questo limite.
Uno dei primi atti della amministrazione Biden fu poi, nel 2020, la ri-adesione degli USA al JPCOA.
Chiaramente, dopo due anni di sospensione e di “buco nero”, era necessario riprendere in mano il trattato, verificare cosa era successo nel frattempo e stabilire una nuova time-table.
Ritorna presidente Trump. Il JPCOA ridiventa carta straccia, l’Iran riprende a giocare col fuoco valicando il limite di arricchimento. Fra proclami pubblici molto duri ed un atteggiamento pratico più improntato al pragmatismo, gli USA tuttavia intraprendono una serie di negoziati bilaterali con l’Iran, un processo che era in atto fino a un paio di settimane fa e che prometteva, pur fra reciproche incomprensioni e roboanti strepiti, di arrivare di nuovo a un accordo.
Si noti che le altre potenze del E3+3 del JPCOA e l’Unione Europea sono fuori dalle trattative. Difficile partecipare a trattative sedendo dalla stessa parte del tavolo quando si è impegnati in una guerra (Russia vs. USA, Francia, Germania, UK in Ucraina). Tacciamo poi sul possibile ruolo di “mediazione” della UE, che dovrebbe essere affidato alla signora Kallas, un vero esempio di “moderazione e attitudine al negoziato”.
Fatto sta che si fa avanti Israele, che fino a poco tempo fa aveva abbaiato invano, restando sempre fuori da ogni negoziato. Oltretutto Israele non aderisce al Trattato di Non Proliferazione, rifiuta da sempre ogni ispezione della AIEA, e possiede illegalmente 80-100-150-200 (nessuno sa di preciso) ordigni nucleari.
La “trattativa” viene portata avanti da Israele con l’incursione e i bombardamenti che sappiamo.
Ed eccoci qua. Qualche giorno fa era prevista una ulteriore seduta dei negoziati USA-Iran. Secondo voi, ci sarà?
Fine della prima puntata. Le fonti le trovate nel mio capitolo di libro, del 2016, qui.
Fonte
16/06/2025
Sterminati branchi di castronerie
di Massimo Zuchetti
Insegno al MIT un corso dal titolo: “Protect yourself at all times. Nuclear proliferation and control strategies through technology”.
Nonostante quello che mi hanno fatto, l’anno prossimo lo terrò anche al Politecnico di Torino, in un corso di dottorato.
La prima frase del titolo è quello che dicono gli arbitri ai due pugili prima dell’incontro.
Succede che il sottoscritto sia il maggior esperto italiano di disarmo nucleare. È un fatto, non una vanteria. C’è una classifichina internazionale piena di stranieri, perché in Italia – essendo un paese di servi asservito agli USA – pochi *tecnologi* se ne occupano. Sono, bontà loro, il primo italiano in codesto elenco, se si escludono colleghi che lavorano per la IAEA, ma quando sei lì rinunci naturalmente alla tua “nazionalità”.
Ho partecipato ai negoziati per l’accordo JPCOA con l’Iran nel 2015.
Leggo in questi giorni – da buoni e cattivi – castronerie a branchi. Sterminati branchi di castronerie.
Proviamo a smentirle, non si sa mai che uno su un milione capisca in quale oceano di bullshit lo stanno affogando.
1) L’Iran NON ha la bomba atomica. Non ci è neanche vicino, ad averla.
2) La IAEA ha ultimamente intensificato la frequenza delle sue ispezioni, dati i timori USA sulla non-adempienza dell’Iran ad alcune regolette, soprattutto sull’arricchimento dell’uranio. USA e Iran stavano facendo colloqui bilaterali, Trump al solito giocava sporco, mettendo avanti dei proclami ideologici del direttore della IAEA che purtroppo non è un El Baradei, ma un amico del “carota”. Gli iraniani facevano notare che nei rapporti ufficiali degli ispettori IAEA non c’erano dati che giustificassero tutto il cancan di Trump, che però quando va in fissa, è difficile farlo ragionare. Ma pian piano si sarebbe arrivati a un accordo.
3) La IAEA è fatta apposta per quei controlli: dato che abbiamo “convinto” gli iraniani a firmare il Protocollo Aggiuntivo del TNP, ha potere di intromissione totale nel nucleare iraniano: ispezioni a sorpresa, controlli distruttivi, etc. sappiamo davvero tutto, anche quante volte vanno al bagno.
4) In 80 anni, la tecnologia nucleare bellica ha fatto molti passi avanti, bimbi belli, non si parla più di “bombe atomiche” come ai tempi di Oppenheimer, ma di ordigni come minimo a tre stadi fusione-fissione-fusione termonucleare. La “bomba atomica” vecchio stile è solo più un innesco per le moderne bombe. E per queste, NON SERVE una bomba all’Uranio, ma al Plutonio weapons-grade a implosione: parlando come al tempo dei nonni, qualcosa di simile al Fat Man caduto su Nagasaki.
5) Quindi tutte queste beghe sull’arricchimento dell’uranio sono senza senso, oggi la strada per dotarsi di un’arma termonucleare non passa più attraverso l’Uranio arricchito, ma attraverso il Plutonio: in Iran in questo momento non c’è un grammo di Plutonio weapons-grade. I controlli sono così stretti che li teniamo letteralmente per le palle. Certamente, uno può in teoria pensare ancora a fabbricare una bomba all’uranio arricchito al 90% come Little Boy: è un vicolo cieco e da 70 anni non le fa più nessuno, però è sempre una atomica. L’Iran è lontanissimo da questo. Piccolo particolare: 90% è l’arricchimento richiesto, la disputa USA-Iran riguardava se loro avessero superato il limite imposto dal JPCOA, intorno al 3,5%. Si noti che il JPCOA del 2015, per il quale si son sudate sette camicie, è stato denunciato proprio dagli USA. I quali per metterla in caciara hanno addirittura chiesto che l’Iran NON arricchisse più l’Uranio. Al che gli iraniani han chiesto: e i nostri reattori con cosa li facciamo funzionare? A brillantina?
6) Israele, che di punto in bianco si sostituisce alla IAEA e al TNP, al diritto internazionale a suon di bombe, sa bene queste cose. E comunque da che pulpito: Israele non ha mai sottoscritto il TNP (gli altri stati-canaglia come loro si contano sulle dita di una mano) perché “non vuole controlli” per “motivi di sicurezza”. Ed ha circa 150 ordigni termonucleari “mai dichiarati” e pronti all’uso.
7) La Russia, la Cina, la DPRK non aiuteranno mai l’Iran fornendo loro assistenza per sviluppare atomiche o addirittura dandogliele “chiavi in mano”; verrebbero beccate ALL’ISTANTE e sarebbero guai serissimi.
8 ) Anche se le installazioni nucleari iraniane sono state bombardate, non si tratta di esplosioni atomiche, ma di contaminazioni radioattive localizzate che sono davvero un piccolo problema rispetto a questo enorme casino.
Mi fermo qui.
Qualche volta sogno di aprire la TV e ascoltare un giornalista o un politico fare su questi argomenti un discorso sensato e privo di minchiate da ignoranti.
Esempio *per assurdo* di discorso “sionista”: “beh Israele vuole l’egemonia nell’area, è una potenza nucleare bellica, non tollera l’Iran, e ha deciso – vista l’impunità di cui gode, specie ultimamente – di infliggergli un’umiliazione cosmica, colpirlo nel loro punto di orgoglio, il loro programma nucleare. Che non è un pericolo: ma è dove abbiamo potuto dar loro una bella ridimensionata. Questo può portare all’escalation e alla guerra? Eccoci, siamo qua pronti. Siete solo chiacchiere e distintivo: chiunque ci dà un minimo fastidio, lo attacchiamo e lo facciamo a pezzi”.
Ecco. Nessun “erano a due settimane dall’aver la bomba”, “ci sentivamo minacciati”, “bombardiamo per la liberazione delle donne”...
Basta castronerie!
Fonte
Insegno al MIT un corso dal titolo: “Protect yourself at all times. Nuclear proliferation and control strategies through technology”.
Nonostante quello che mi hanno fatto, l’anno prossimo lo terrò anche al Politecnico di Torino, in un corso di dottorato.
La prima frase del titolo è quello che dicono gli arbitri ai due pugili prima dell’incontro.
Succede che il sottoscritto sia il maggior esperto italiano di disarmo nucleare. È un fatto, non una vanteria. C’è una classifichina internazionale piena di stranieri, perché in Italia – essendo un paese di servi asservito agli USA – pochi *tecnologi* se ne occupano. Sono, bontà loro, il primo italiano in codesto elenco, se si escludono colleghi che lavorano per la IAEA, ma quando sei lì rinunci naturalmente alla tua “nazionalità”.
Ho partecipato ai negoziati per l’accordo JPCOA con l’Iran nel 2015.
Leggo in questi giorni – da buoni e cattivi – castronerie a branchi. Sterminati branchi di castronerie.
Proviamo a smentirle, non si sa mai che uno su un milione capisca in quale oceano di bullshit lo stanno affogando.
1) L’Iran NON ha la bomba atomica. Non ci è neanche vicino, ad averla.
2) La IAEA ha ultimamente intensificato la frequenza delle sue ispezioni, dati i timori USA sulla non-adempienza dell’Iran ad alcune regolette, soprattutto sull’arricchimento dell’uranio. USA e Iran stavano facendo colloqui bilaterali, Trump al solito giocava sporco, mettendo avanti dei proclami ideologici del direttore della IAEA che purtroppo non è un El Baradei, ma un amico del “carota”. Gli iraniani facevano notare che nei rapporti ufficiali degli ispettori IAEA non c’erano dati che giustificassero tutto il cancan di Trump, che però quando va in fissa, è difficile farlo ragionare. Ma pian piano si sarebbe arrivati a un accordo.
3) La IAEA è fatta apposta per quei controlli: dato che abbiamo “convinto” gli iraniani a firmare il Protocollo Aggiuntivo del TNP, ha potere di intromissione totale nel nucleare iraniano: ispezioni a sorpresa, controlli distruttivi, etc. sappiamo davvero tutto, anche quante volte vanno al bagno.
4) In 80 anni, la tecnologia nucleare bellica ha fatto molti passi avanti, bimbi belli, non si parla più di “bombe atomiche” come ai tempi di Oppenheimer, ma di ordigni come minimo a tre stadi fusione-fissione-fusione termonucleare. La “bomba atomica” vecchio stile è solo più un innesco per le moderne bombe. E per queste, NON SERVE una bomba all’Uranio, ma al Plutonio weapons-grade a implosione: parlando come al tempo dei nonni, qualcosa di simile al Fat Man caduto su Nagasaki.
5) Quindi tutte queste beghe sull’arricchimento dell’uranio sono senza senso, oggi la strada per dotarsi di un’arma termonucleare non passa più attraverso l’Uranio arricchito, ma attraverso il Plutonio: in Iran in questo momento non c’è un grammo di Plutonio weapons-grade. I controlli sono così stretti che li teniamo letteralmente per le palle. Certamente, uno può in teoria pensare ancora a fabbricare una bomba all’uranio arricchito al 90% come Little Boy: è un vicolo cieco e da 70 anni non le fa più nessuno, però è sempre una atomica. L’Iran è lontanissimo da questo. Piccolo particolare: 90% è l’arricchimento richiesto, la disputa USA-Iran riguardava se loro avessero superato il limite imposto dal JPCOA, intorno al 3,5%. Si noti che il JPCOA del 2015, per il quale si son sudate sette camicie, è stato denunciato proprio dagli USA. I quali per metterla in caciara hanno addirittura chiesto che l’Iran NON arricchisse più l’Uranio. Al che gli iraniani han chiesto: e i nostri reattori con cosa li facciamo funzionare? A brillantina?
6) Israele, che di punto in bianco si sostituisce alla IAEA e al TNP, al diritto internazionale a suon di bombe, sa bene queste cose. E comunque da che pulpito: Israele non ha mai sottoscritto il TNP (gli altri stati-canaglia come loro si contano sulle dita di una mano) perché “non vuole controlli” per “motivi di sicurezza”. Ed ha circa 150 ordigni termonucleari “mai dichiarati” e pronti all’uso.
7) La Russia, la Cina, la DPRK non aiuteranno mai l’Iran fornendo loro assistenza per sviluppare atomiche o addirittura dandogliele “chiavi in mano”; verrebbero beccate ALL’ISTANTE e sarebbero guai serissimi.
8 ) Anche se le installazioni nucleari iraniane sono state bombardate, non si tratta di esplosioni atomiche, ma di contaminazioni radioattive localizzate che sono davvero un piccolo problema rispetto a questo enorme casino.
Mi fermo qui.
Qualche volta sogno di aprire la TV e ascoltare un giornalista o un politico fare su questi argomenti un discorso sensato e privo di minchiate da ignoranti.
Esempio *per assurdo* di discorso “sionista”: “beh Israele vuole l’egemonia nell’area, è una potenza nucleare bellica, non tollera l’Iran, e ha deciso – vista l’impunità di cui gode, specie ultimamente – di infliggergli un’umiliazione cosmica, colpirlo nel loro punto di orgoglio, il loro programma nucleare. Che non è un pericolo: ma è dove abbiamo potuto dar loro una bella ridimensionata. Questo può portare all’escalation e alla guerra? Eccoci, siamo qua pronti. Siete solo chiacchiere e distintivo: chiunque ci dà un minimo fastidio, lo attacchiamo e lo facciamo a pezzi”.
Ecco. Nessun “erano a due settimane dall’aver la bomba”, “ci sentivamo minacciati”, “bombardiamo per la liberazione delle donne”...
Basta castronerie!
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14/06/2025
Israele “ha ragione”
di Massimo Zucchetti
Israele ha condotto una strage per rappresaglia a Gaza che dura da due anni, senza che un solo provvedimento serio fosse rivolto contro di lui per fermarlo. Hanno fatto fuori circa centomila gazawi, al massimo hanno sentito qualche “vibrannte protesta” da parte dell’Occidente.
L’Iran ha sottoscritto il JPCOA nel 2015 (in decimillesima parte ho partecipato e conosco l’Iran molto bene) e non sta facendo NESSUN PASSO verso la eventuale preparazione di materiale atto a costruire una bomba atomica.
Per verificare questo, comunque, esistono dei trattati internazionali ben precisi: l’Iran ha sottoscritto il NPT con il PA, e quindi la IAEA ha pieno controllo sulle azioni dell’Iran. Se sgarrano, la questione finisce subito in mano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Trump negli ultimi mesi ha strepitato che l’Iran stava preparando l’Armageddon: prove ZERO.
È arrivato a intimare l’Iran a non arricchire più l’uranio. Questo non ha senso, perché impedirebbe anche la preparazione del combustibile per i reattori. Poi Trump al massimo può chiedere alla IAEA di impedire che l’Uranio sia arricchito a scopi bellici: questo si può fare.
A fronte di tutti questi strepiti, la soluzione è semplice: assoldare un sicario, che tanto è un impunito e può fare quel che vuole. E allora Israele “si è sentito minacciato” dal programma nucleare iraniano (minaccia inesistente, ma se quelli si “sentono minacciati” dai civili gazawi, vale tutto) ed ha sferrato un bell’attacco in grande stile.
Un attacco “a sorpresa” che tutti sapevano sarebbe arrivato. Lo sapevano gli USA, che ora dicono “io non c’entro”, lo sapeva la Giordania che ha “concesso” il sorvolo.
Tanto Israele può tutto: fare strage di innocenti, bombardare senza prove una nazione sovrana. Va bene tutto. Secondo me, alla fine, “hanno ragione” loro.
Immaginate di essere una banda di delinquenti che taglieggia e bullizza un quartiere. Nessuno interviene. Nulla di più facile che questi pensino di rapinare una banca in centro.
Io spero una cosa: che prima o poi Israele “si senta minacciato” dall’Italia. Magari vedrei sparire tutte quelle espressioni contrite e ipocrite dalle facce di tanti.
“Ha ragione” Israele. Deve attaccare anche la Turchia. Anche l’Italia, dove risiedono pericolosi “supporter di Hamas” che vogliono intralciare la strage a Gaza. È una minaccia, fossi in loro interverrei. Va bombardato il Parlamento.
NB – L’autore ovviamente fa alcune affermazioni per assurdo. I termini tecnici sono i seguenti: JPCOA – Joint Comprehensive Plan of Action. NPT – Trattato di Non Proliferazione Nucleare PA – Protocollo Aggiuntivo, che garantisce alla IAEA pieni poteri IAEA – Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
Fonte
Israele ha condotto una strage per rappresaglia a Gaza che dura da due anni, senza che un solo provvedimento serio fosse rivolto contro di lui per fermarlo. Hanno fatto fuori circa centomila gazawi, al massimo hanno sentito qualche “vibrannte protesta” da parte dell’Occidente.
L’Iran ha sottoscritto il JPCOA nel 2015 (in decimillesima parte ho partecipato e conosco l’Iran molto bene) e non sta facendo NESSUN PASSO verso la eventuale preparazione di materiale atto a costruire una bomba atomica.
Per verificare questo, comunque, esistono dei trattati internazionali ben precisi: l’Iran ha sottoscritto il NPT con il PA, e quindi la IAEA ha pieno controllo sulle azioni dell’Iran. Se sgarrano, la questione finisce subito in mano al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.
Trump negli ultimi mesi ha strepitato che l’Iran stava preparando l’Armageddon: prove ZERO.
È arrivato a intimare l’Iran a non arricchire più l’uranio. Questo non ha senso, perché impedirebbe anche la preparazione del combustibile per i reattori. Poi Trump al massimo può chiedere alla IAEA di impedire che l’Uranio sia arricchito a scopi bellici: questo si può fare.
A fronte di tutti questi strepiti, la soluzione è semplice: assoldare un sicario, che tanto è un impunito e può fare quel che vuole. E allora Israele “si è sentito minacciato” dal programma nucleare iraniano (minaccia inesistente, ma se quelli si “sentono minacciati” dai civili gazawi, vale tutto) ed ha sferrato un bell’attacco in grande stile.
Un attacco “a sorpresa” che tutti sapevano sarebbe arrivato. Lo sapevano gli USA, che ora dicono “io non c’entro”, lo sapeva la Giordania che ha “concesso” il sorvolo.
Tanto Israele può tutto: fare strage di innocenti, bombardare senza prove una nazione sovrana. Va bene tutto. Secondo me, alla fine, “hanno ragione” loro.
Immaginate di essere una banda di delinquenti che taglieggia e bullizza un quartiere. Nessuno interviene. Nulla di più facile che questi pensino di rapinare una banca in centro.
Io spero una cosa: che prima o poi Israele “si senta minacciato” dall’Italia. Magari vedrei sparire tutte quelle espressioni contrite e ipocrite dalle facce di tanti.
“Ha ragione” Israele. Deve attaccare anche la Turchia. Anche l’Italia, dove risiedono pericolosi “supporter di Hamas” che vogliono intralciare la strage a Gaza. È una minaccia, fossi in loro interverrei. Va bombardato il Parlamento.
NB – L’autore ovviamente fa alcune affermazioni per assurdo. I termini tecnici sono i seguenti: JPCOA – Joint Comprehensive Plan of Action. NPT – Trattato di Non Proliferazione Nucleare PA – Protocollo Aggiuntivo, che garantisce alla IAEA pieni poteri IAEA – Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.
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26/05/2025
Catastrofe neoliberista. Una terapia contro la narrazione tossica
di Massimo Zucchetti
Angelo d’Orsi, storico di fama internazionale e forse il maggiore conoscitore vivente su Antonio Gramsci, è l’autore di “Catastrofe Neoliberista”, appena pubblicato per LAD Edizioni, 2025.
Dagli anni ’70 a oggi, il neoliberismo si è imposto come un sistema economico, sociale e culturale globale, espandendosi in modo inarrestabile. Attraverso l’uso strategico di guerre, rivoluzioni colorate, media e meccanismi di controllo, ha piegato stati sovrani e devastato economie locali, eliminandone la resistenza.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo D’Orsi è innanzitutto un vademecum della storia recente: ripercorre le origini e le dinamiche di quella che de facto è una dittatura totalitaria mondiale, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia. Come un vademecum, deve essere snello e utile: solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. L’opera ci offre gli strumenti per decifrare il presente e provare a costruire un futuro diverso.
L’analisi riguarda essenzialmente il periodo successivo al 1989-91, con il letterale naufragio della nuova “Grande Illusione”, simboleggiata dalle previsioni di Francis Fukuyama (un mondo senza più guerre, di pace e progresso): la realtà si è invece dipanata in questi tre decenni e mezzo con il neoliberismo, che ha portato a una “guerra infinita” e all’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle vittime del tritacarne imperialista.
Gli anni ’70 come cerniera tra welfare e neoliberismo.
D’Orsi descrive gli anni ’70 come la fine dei “Trenta (anni) Gloriosi” e l’apice dello stato sociale. Menziona le conquiste sociali degli anni ’60 e ’70 in Italia, come il divorzio, l’aborto, il servizio sanitario nazionale e lo statuto dei lavoratori.
Il prosieguo vede le deviazioni della “lotta di classe (dal basso)” verso la lotta armata, come reazione sbagliata ai tradimenti di molte delle speranze del dopoguerra.
Ma nel frattempo partiva anche la reazione del capitale: citando Domenico Losurdo, avveniva in contemporanea la “lotta di classe dall’alto”. D’Orsi paragona la controffensiva capitalistica a una mazza nelle mani delle classi dominanti, come il fascismo nel primo dopoguerra, citando Giovanni Arrighi. Il neoliberismo si può definire ultracapitalismo, turbocapitalismo e ipercapitalismo, citando Luciano Gallino e Rudolf Hilferding.
Il passaggio antropologico e l’ideologia del “merito”.
D’Orsi spiega il passaggio dall’esaltazione della politica all’esaltazione del privato negli anni ’80 e ’90. L’ideologia all-american del self-help e quella italica, più surrettiziamente cialtrona, del “merito” risultano degli inganni, che nascondono una feroce gerarchia sociale basata sul censo. In Italia, un episodio sintomatico: la ridenominazione del Ministero della Pubblica Istruzione in “Ministero dell’Istruzione” e ora in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.
D’Orsi cita Norberto Bobbio e Alexis de Tocqueville per sostenere che il compito fondamentale della democrazia dovrebbe essere – contrariamente a quanto sta avvenendo in Occidente – quello di ridurre le disuguaglianze, non soltanto di una generica “libertà”. Impossibile per l’autore di questo articolo non citare Sandro Pertini: la libertà senza giustizia sociale è soltanto libertà di morire di fame.
Il mondo unipolare e la guerra permanente.
D’Orsi descrive il passaggio da un mondo bipolare a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’espansione della NATO e la perdita di significato delle Nazioni Unite sono una conseguenza drammatica di questo processo, portando a una crescente conflittualità tra l’Occidente e il resto del mondo, se si trovava in dissonanza con il coro a latere del nuovo “Ballo Excelsior” del trionfo della neoliberismo.
Nel frattempo, gli anni ’90 sono stati un periodo di accrescimento della distanza tra ricchi e poveri, citando Zygmunt Bauman: quindi in direzione opposta al reale percorso democratico.
La Prima Guerra del Golfo è stata l’inizio della guerra permanente che caratterizza per ora questo ultimo quasi-quarantennio: l’inizio delle nuove “guerre asimmetriche”, citando Alberto Asor Rosa. Ultimo episodio, in Europa, prima dell’attuale, avviene nello scorso secolo: le guerre dei Balcani a partire dal 1991, fino alla guerra del Kosovo nel 1999, un tentativo di sbaragliare l’ultimo stato socialista, con il coinvolgimento del Vaticano e della Germania.
Controtendenze. L’ascesa di Putin e l’emergere della Cina.
A partire dall’inizio del nuovo secolo, iniziano a palesarsi segnali in dissonanza con il processo appena descritto. L’ascesa al potere di Vladimir Putin in Russia segna un tentativo di restituire dignità e sovranità allo stato russo, dopo il saccheggio occidentale della Russia nell’era di Boris Eltsin e della nascita degli oligarchi.
Tuttavia risale proprio ai primi anni 2000 l’individuazione dell’Ucraina come possibile “spina nel fianco” della Russia, citando Zbigniew Brzeziński: l’operazione si compie con la creazione di laboratori di armi proibite e la “normalizzazione” di forze neonaziste, in una stato vittima di un crescente estremismo suprematista dopo il golpe del 2014: l’ultima “rivoluzione colorata” non è però andata liscia come altre precedenti, si è tinta del rosso sangue delle 50 vittime dell’Euromaidan e delle 20.000 in otto anni di repressione e guerra civile nelle repubbliche russofone, sfociati nella guerra dal 2022.
I tentativi di resistenza al neoliberismo, come il socialismo del ventunesimo secolo di Chávez e lo slogan “un altro mondo è possibile”, hanno avuto nel poco coordinamento internazionalista il loro punto debole. Tuttavia, proprio in quest’ultima ottica, questi tentativi culminano nella nascita del BRICS e nell’emergere della Cina come potenza economica e tecnologica.
I BRICS stanno anche lavorando per definire una valuta unica non basata sul dollaro, incorrendo nell’ira funesta della Presidenza statunitense: Gheddafi venne eliminato nel 2011 per un analogo tentativo su una moneta unica africana, scatenando le ire principalmente della Francia.
Che fare? In questa terribile e drammatica realtà.
D’Orsi conclude che solo il multipolarismo può essere l’antidoto alla guerra di tutti contro tutti e alla guerra dei mondi. L’Occidente, in crisi, cerca di sostituire la sua capacità egemonica con l’uso della forza: il dialogo e forse l’alleanza fra Russia e Cina, oltre alla cooperazione economica dei BRICS, possono pragmaticamente essere l’unico antidoto al bullismo mondiale dell’Occidente.
L’ultimo capitolo è dedicato alla tragica cronaca attuale: D’Orsi cita i circa 60 conflitti attualmente in atto nel Mondo e si sofferma su Ucraina e Palestina: definendo quest’ultimo, senza mezzi termini per Gaza, un genocidio perpetrato nell’indifferenza e nella complicità generali.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo d’Orsi non è un libo che la tira in lungo o mena il can per l’aia. Come è usuale con le opere di questo autore, si legge in un amen. La fruibilità estrema non compromette però la densità di fatti e di fonti ed il rigore storico.
L’assenza di fronzoli ed il basarsi sui fatti e non sul “wishful thinking” nel quale molta cultura di “sinistra” attualmente si rifugia, rende la sua lettura quasi terapeutica, innanzi alle insalubri bestemmie culturali e morali che dobbiamo ingoiare un po’ alla volta ogni giorno.
La cura per non mitridatizzarsi e non arrendersi alla narrazione tossica è possibile: “Catastrofe Neoliberista” è senz’altro nel ricettario.
Fonte
Angelo d’Orsi, storico di fama internazionale e forse il maggiore conoscitore vivente su Antonio Gramsci, è l’autore di “Catastrofe Neoliberista”, appena pubblicato per LAD Edizioni, 2025.
Dagli anni ’70 a oggi, il neoliberismo si è imposto come un sistema economico, sociale e culturale globale, espandendosi in modo inarrestabile. Attraverso l’uso strategico di guerre, rivoluzioni colorate, media e meccanismi di controllo, ha piegato stati sovrani e devastato economie locali, eliminandone la resistenza.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo D’Orsi è innanzitutto un vademecum della storia recente: ripercorre le origini e le dinamiche di quella che de facto è una dittatura totalitaria mondiale, capace di imporsi con violenza e di camuffarsi abilmente da paladina della libertà e della democrazia. Come un vademecum, deve essere snello e utile: solo attraverso la comprensione profonda dell’avversario è possibile immaginare alternative. L’opera ci offre gli strumenti per decifrare il presente e provare a costruire un futuro diverso.
L’analisi riguarda essenzialmente il periodo successivo al 1989-91, con il letterale naufragio della nuova “Grande Illusione”, simboleggiata dalle previsioni di Francis Fukuyama (un mondo senza più guerre, di pace e progresso): la realtà si è invece dipanata in questi tre decenni e mezzo con il neoliberismo, che ha portato a una “guerra infinita” e all’aumento delle disuguaglianze, delle povertà e delle vittime del tritacarne imperialista.
Gli anni ’70 come cerniera tra welfare e neoliberismo.
D’Orsi descrive gli anni ’70 come la fine dei “Trenta (anni) Gloriosi” e l’apice dello stato sociale. Menziona le conquiste sociali degli anni ’60 e ’70 in Italia, come il divorzio, l’aborto, il servizio sanitario nazionale e lo statuto dei lavoratori.
Il prosieguo vede le deviazioni della “lotta di classe (dal basso)” verso la lotta armata, come reazione sbagliata ai tradimenti di molte delle speranze del dopoguerra.
Ma nel frattempo partiva anche la reazione del capitale: citando Domenico Losurdo, avveniva in contemporanea la “lotta di classe dall’alto”. D’Orsi paragona la controffensiva capitalistica a una mazza nelle mani delle classi dominanti, come il fascismo nel primo dopoguerra, citando Giovanni Arrighi. Il neoliberismo si può definire ultracapitalismo, turbocapitalismo e ipercapitalismo, citando Luciano Gallino e Rudolf Hilferding.
Il passaggio antropologico e l’ideologia del “merito”.
D’Orsi spiega il passaggio dall’esaltazione della politica all’esaltazione del privato negli anni ’80 e ’90. L’ideologia all-american del self-help e quella italica, più surrettiziamente cialtrona, del “merito” risultano degli inganni, che nascondono una feroce gerarchia sociale basata sul censo. In Italia, un episodio sintomatico: la ridenominazione del Ministero della Pubblica Istruzione in “Ministero dell’Istruzione” e ora in “Ministero dell’Istruzione e del Merito”.
D’Orsi cita Norberto Bobbio e Alexis de Tocqueville per sostenere che il compito fondamentale della democrazia dovrebbe essere – contrariamente a quanto sta avvenendo in Occidente – quello di ridurre le disuguaglianze, non soltanto di una generica “libertà”. Impossibile per l’autore di questo articolo non citare Sandro Pertini: la libertà senza giustizia sociale è soltanto libertà di morire di fame.
Il mondo unipolare e la guerra permanente.
D’Orsi descrive il passaggio da un mondo bipolare a un mondo unipolare dominato dagli Stati Uniti dopo la caduta dell’Unione Sovietica. L’espansione della NATO e la perdita di significato delle Nazioni Unite sono una conseguenza drammatica di questo processo, portando a una crescente conflittualità tra l’Occidente e il resto del mondo, se si trovava in dissonanza con il coro a latere del nuovo “Ballo Excelsior” del trionfo della neoliberismo.
Nel frattempo, gli anni ’90 sono stati un periodo di accrescimento della distanza tra ricchi e poveri, citando Zygmunt Bauman: quindi in direzione opposta al reale percorso democratico.
La Prima Guerra del Golfo è stata l’inizio della guerra permanente che caratterizza per ora questo ultimo quasi-quarantennio: l’inizio delle nuove “guerre asimmetriche”, citando Alberto Asor Rosa. Ultimo episodio, in Europa, prima dell’attuale, avviene nello scorso secolo: le guerre dei Balcani a partire dal 1991, fino alla guerra del Kosovo nel 1999, un tentativo di sbaragliare l’ultimo stato socialista, con il coinvolgimento del Vaticano e della Germania.
Controtendenze. L’ascesa di Putin e l’emergere della Cina.
A partire dall’inizio del nuovo secolo, iniziano a palesarsi segnali in dissonanza con il processo appena descritto. L’ascesa al potere di Vladimir Putin in Russia segna un tentativo di restituire dignità e sovranità allo stato russo, dopo il saccheggio occidentale della Russia nell’era di Boris Eltsin e della nascita degli oligarchi.
Tuttavia risale proprio ai primi anni 2000 l’individuazione dell’Ucraina come possibile “spina nel fianco” della Russia, citando Zbigniew Brzeziński: l’operazione si compie con la creazione di laboratori di armi proibite e la “normalizzazione” di forze neonaziste, in una stato vittima di un crescente estremismo suprematista dopo il golpe del 2014: l’ultima “rivoluzione colorata” non è però andata liscia come altre precedenti, si è tinta del rosso sangue delle 50 vittime dell’Euromaidan e delle 20.000 in otto anni di repressione e guerra civile nelle repubbliche russofone, sfociati nella guerra dal 2022.
I tentativi di resistenza al neoliberismo, come il socialismo del ventunesimo secolo di Chávez e lo slogan “un altro mondo è possibile”, hanno avuto nel poco coordinamento internazionalista il loro punto debole. Tuttavia, proprio in quest’ultima ottica, questi tentativi culminano nella nascita del BRICS e nell’emergere della Cina come potenza economica e tecnologica.
I BRICS stanno anche lavorando per definire una valuta unica non basata sul dollaro, incorrendo nell’ira funesta della Presidenza statunitense: Gheddafi venne eliminato nel 2011 per un analogo tentativo su una moneta unica africana, scatenando le ire principalmente della Francia.
Che fare? In questa terribile e drammatica realtà.
D’Orsi conclude che solo il multipolarismo può essere l’antidoto alla guerra di tutti contro tutti e alla guerra dei mondi. L’Occidente, in crisi, cerca di sostituire la sua capacità egemonica con l’uso della forza: il dialogo e forse l’alleanza fra Russia e Cina, oltre alla cooperazione economica dei BRICS, possono pragmaticamente essere l’unico antidoto al bullismo mondiale dell’Occidente.
L’ultimo capitolo è dedicato alla tragica cronaca attuale: D’Orsi cita i circa 60 conflitti attualmente in atto nel Mondo e si sofferma su Ucraina e Palestina: definendo quest’ultimo, senza mezzi termini per Gaza, un genocidio perpetrato nell’indifferenza e nella complicità generali.
“Catastrofe Neoliberista” di Angelo d’Orsi non è un libo che la tira in lungo o mena il can per l’aia. Come è usuale con le opere di questo autore, si legge in un amen. La fruibilità estrema non compromette però la densità di fatti e di fonti ed il rigore storico.
L’assenza di fronzoli ed il basarsi sui fatti e non sul “wishful thinking” nel quale molta cultura di “sinistra” attualmente si rifugia, rende la sua lettura quasi terapeutica, innanzi alle insalubri bestemmie culturali e morali che dobbiamo ingoiare un po’ alla volta ogni giorno.
La cura per non mitridatizzarsi e non arrendersi alla narrazione tossica è possibile: “Catastrofe Neoliberista” è senz’altro nel ricettario.
Fonte
09/03/2025
Grazie Zelensky!
di Massimo Zucchetti
Dopo la criminale uscita di Macron, uno in cui il complesso di Edipo si mescola con la Grandeur, che aveva detto – traduco per i peggior sordi che non vogliono sentire – di offrire agli Europei il suo “ombrello nucleare”, cioè con le sue maledette 290 bombe atomiche, con la possibilità di scatenare un conflitto nucleare per “far vincere” la guerra al suo Zelensky, debbo confessare che non sapevo più a che Santo votarmi.
Pochi giorni prima, infatti, la autocrate a capo dell’Unione Europea – la VonDerQuarchecosa che ho condannato alla damnatio memoriae e quindi non nomino – aveva colto la palla al balzo e lanciato uno stupendo programmone che soddisfaceva appieno i suoi clientes, dal titolo “REARM Europe” o qualcosa di simile: 800 diconsi 800 miliardi di euro di nostri soldi spesi in armi, per provare a fare lei la Trump e “sostenere” Zelly, confermato “campione della democrazia”.
Perché Autocrate? Perché ha fatto in modo che questo suo bel piano-rapina non passasse dal Parlamento per l’approvazione. Va beh: è il Parlamento Europeo, infestato da pseudopolitici giubilati in patria e strapagati per occuparsi di inutilitilia, ma dentro il quale sopravvivono persone dotate di un minimo di mancanza d’ignoranza, e che avevano detto che “costava troppo”.
Non che fosse una pazzia criminale, no: “costava troppo”.
Putin non l’aveva presa sul ridere. Come ho scritto, pur essendo a capo di una inerme nazione dotata di sole 6.000 testate nucleari, sembra saper bene che basta anche una sola bomba atomica a scatenare una catastrofe inimmaginabile, milioni di morti, distruzione e sofferenze indescrivibili, una inevitabile risposta, e la terza guerra mondiale: tutta l’Europa ridotta ad una immensa unica tomba infernale radioattiva.
Ha ammonito in un suo calmo ma duro discorso: “guardate che la Russia non ha alcuna intenzione di farvi la guerra, cari Europei, ma se ci venite a cercare, guardate che ci trovate, come possono ben testimoniarvi Napoleone e Hitler. Lavorate per la pace, non per la guerra”.
Azzo, non venisse da quello della Cecenia 2003, sarebbe un discorso da Nobel per la Pace, no? Persino il nuovo eroe guerriero Michele Serra, che con Calenda (CALENDA!) guiderebbe la manifestazione interventista del 15 marzo, dalle pagine del “Volkischer Beobachter“, o del “Popolo d’Italia“, o della Pravda, aveva espresso un qualche piccolo mugugno: “Ottocento miliardi mi sembrano una eccessiva iniezione di anabolizzanti”. Ha scritto così, controllate.
Trump, intanto, aveva subito completamente tagliato tutte le forniture militari all’Ucraina, un segnale assai chiaro: si era comperato un pacchettone di popcorn gigante, e si era messo ad aspettare.
Io avevo scritto: “Spero in Zelensky, non mi resta altro. In fondo, oltre la parte di leader di un paese europeo che l’han messo a interpretare, è un uomo medio, un attore di sitcom: e come ogni uomo medio, ha dentro di sé, ben seppellito a volte, un poco di sano buon senso. Perlomeno sa che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare” e non le marionette intrappolate in una sitcom che sta diventando tragedia”.
Avevo scritto: “io ho sognato che una mattina Zelensky si svegli e con una improvvisa resipiscenza dica: “No, troppa grazia santantonio, facciamo anche basta così, non voglio legare il mio nome con quello che ha scatenato la terza guerra mondiale, suvvia. Non possiamo continuare la guerra ‘normale’? Mollateci casomai ‘sti ottocento miliardarducci di euro, così posso continuare la guerra a schioppettate. Sior Putin, non gli dia peso, a quel Macron, è pazzo, non sa di che parla”.
È successo! Andando oltre l’umiliazione siderale inflittagli dal duo Trump-Vance, ha TWITTATO (si noti, il momento più vicino alla guerra termonucleare globale della storia si tratta con i post su Twitter, cioè X, o tempora o mores): Zelensky: “Il mio team e io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del Presidente Trump per raggiungere una pace duratura. Apprezziamo davvero tutto ciò che l’America ha fatto per aiutare l’Ucraina a mantenere la sua sovranità e indipendenza”.
Va beh, va beh, ma in soldoni? Eccoci. Kiev ha ribadito nei giorni scorsi di essere pronta a firmare l’accordo sullo sfruttamento dei minerali ucraini richiesto da Donald Trump in cambio degli aiuti americani. Oooooohhh, finalmente: problema in via di soluzione.
Trump lo ha confermato quale colpo finale di teatro nel suo discorso più lungo di sempre al Congresso degli Stati Uniti. Ha parlato per oltre 100 minuti – quasi tutti dedicati ai cavoli loro – poi ha detto: “Ho ricevuto un’importante lettera dal presidente ucraino Zelensky che si dice pronto a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura e a firmare l’accordo sulle terre rare in qualsiasi momento”.
Inoltre, Trump ha spiegato di aver “ricevuto forti segnali” anche dalla Russia: “sono pronti per la pace”, ha aggiunto, sottolineando di aver avuto “discussioni serie” con Mosca.
Ragazzi, è oramai competizione testa-a-testa per sto Premio Nobbel per la Pace: lo vuole il Carota, sentite cosa dice, sempre davanti al Congresso. “È tempo di fermare questa follia. È tempo di fermare le uccisioni. È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se vogliamo porre fine alle guerre, dobbiamo parlare con entrambe le parti”.
MIZZICA, per fare la pace bisogna che le due parti in guerra si accordino... Se Trump diceva che l’acqua a pressione ambiente bolle a 100 gradi, era pronto pure il Premio Nobel per la Fisica.
Bravo Zelensky, che si è fatto “due conti della serva”. Gli aiuti militari statunitensi sono stati fondamentali per l’esercito ucraino durante più di tre anni di offensiva su vasta scala della Russia. Secondo il Kiev Institute infatti rappresentano quasi la metà dei 130 miliardi di euro di aiuti militari versati a Kiev dall’inizio del 2022 alla fine del 2024.
Ha pensato, Zelly: “La VonDerQuarchecosa blatera di 800 miliardi, ma c’è da fidarsi? IO NON CRETO. Se gli amerigani mi mollano, io sono game over, altro che chiacchiere”.
E adesso? Adesso la palla torna a Trump e Putin, con Zelensky che però si è guadagnato, cedendo quel che resta dell’Ucraina a Trump e lasciando a bocca asciutta gli Inglesi che – pare – “avevano già fatto il compromesso” per acquistarle loro, ‘ste risorse, il diritto di partecipare al processo di pace.
Mi pare il minimo. Processo di Pace che non deve vedere coinvolto NESSUN leader europeo, ovviamente, date le reazioni isteriche e guerrafondaie di queste settimane.
Ultima osservazione. Sior Michele Serra, cambi nome alla sua manifestazione ormai INUTILERRIMA e superata dagli eventi, la chiami “VIVA VIVA L’EUROPA” e sfili pure, lei e tutti quegli altri esseri inutili, dicendo parole d’ordine false, stupide, ma innocue.
Per fortuna, come sempre e da sempre, nessuno di voi conta nulla per influenzare o decidere alcunché dei destini del mondo.
Fonte
Dopo la criminale uscita di Macron, uno in cui il complesso di Edipo si mescola con la Grandeur, che aveva detto – traduco per i peggior sordi che non vogliono sentire – di offrire agli Europei il suo “ombrello nucleare”, cioè con le sue maledette 290 bombe atomiche, con la possibilità di scatenare un conflitto nucleare per “far vincere” la guerra al suo Zelensky, debbo confessare che non sapevo più a che Santo votarmi.
Pochi giorni prima, infatti, la autocrate a capo dell’Unione Europea – la VonDerQuarchecosa che ho condannato alla damnatio memoriae e quindi non nomino – aveva colto la palla al balzo e lanciato uno stupendo programmone che soddisfaceva appieno i suoi clientes, dal titolo “REARM Europe” o qualcosa di simile: 800 diconsi 800 miliardi di euro di nostri soldi spesi in armi, per provare a fare lei la Trump e “sostenere” Zelly, confermato “campione della democrazia”.
Perché Autocrate? Perché ha fatto in modo che questo suo bel piano-rapina non passasse dal Parlamento per l’approvazione. Va beh: è il Parlamento Europeo, infestato da pseudopolitici giubilati in patria e strapagati per occuparsi di inutilitilia, ma dentro il quale sopravvivono persone dotate di un minimo di mancanza d’ignoranza, e che avevano detto che “costava troppo”.
Non che fosse una pazzia criminale, no: “costava troppo”.
Putin non l’aveva presa sul ridere. Come ho scritto, pur essendo a capo di una inerme nazione dotata di sole 6.000 testate nucleari, sembra saper bene che basta anche una sola bomba atomica a scatenare una catastrofe inimmaginabile, milioni di morti, distruzione e sofferenze indescrivibili, una inevitabile risposta, e la terza guerra mondiale: tutta l’Europa ridotta ad una immensa unica tomba infernale radioattiva.
Ha ammonito in un suo calmo ma duro discorso: “guardate che la Russia non ha alcuna intenzione di farvi la guerra, cari Europei, ma se ci venite a cercare, guardate che ci trovate, come possono ben testimoniarvi Napoleone e Hitler. Lavorate per la pace, non per la guerra”.
Azzo, non venisse da quello della Cecenia 2003, sarebbe un discorso da Nobel per la Pace, no? Persino il nuovo eroe guerriero Michele Serra, che con Calenda (CALENDA!) guiderebbe la manifestazione interventista del 15 marzo, dalle pagine del “Volkischer Beobachter“, o del “Popolo d’Italia“, o della Pravda, aveva espresso un qualche piccolo mugugno: “Ottocento miliardi mi sembrano una eccessiva iniezione di anabolizzanti”. Ha scritto così, controllate.
Trump, intanto, aveva subito completamente tagliato tutte le forniture militari all’Ucraina, un segnale assai chiaro: si era comperato un pacchettone di popcorn gigante, e si era messo ad aspettare.
Io avevo scritto: “Spero in Zelensky, non mi resta altro. In fondo, oltre la parte di leader di un paese europeo che l’han messo a interpretare, è un uomo medio, un attore di sitcom: e come ogni uomo medio, ha dentro di sé, ben seppellito a volte, un poco di sano buon senso. Perlomeno sa che “quando il gioco si fa duro, i duri iniziano a giocare” e non le marionette intrappolate in una sitcom che sta diventando tragedia”.
Avevo scritto: “io ho sognato che una mattina Zelensky si svegli e con una improvvisa resipiscenza dica: “No, troppa grazia santantonio, facciamo anche basta così, non voglio legare il mio nome con quello che ha scatenato la terza guerra mondiale, suvvia. Non possiamo continuare la guerra ‘normale’? Mollateci casomai ‘sti ottocento miliardarducci di euro, così posso continuare la guerra a schioppettate. Sior Putin, non gli dia peso, a quel Macron, è pazzo, non sa di che parla”.
È successo! Andando oltre l’umiliazione siderale inflittagli dal duo Trump-Vance, ha TWITTATO (si noti, il momento più vicino alla guerra termonucleare globale della storia si tratta con i post su Twitter, cioè X, o tempora o mores): Zelensky: “Il mio team e io siamo pronti a lavorare sotto la forte leadership del Presidente Trump per raggiungere una pace duratura. Apprezziamo davvero tutto ciò che l’America ha fatto per aiutare l’Ucraina a mantenere la sua sovranità e indipendenza”.
Va beh, va beh, ma in soldoni? Eccoci. Kiev ha ribadito nei giorni scorsi di essere pronta a firmare l’accordo sullo sfruttamento dei minerali ucraini richiesto da Donald Trump in cambio degli aiuti americani. Oooooohhh, finalmente: problema in via di soluzione.
Trump lo ha confermato quale colpo finale di teatro nel suo discorso più lungo di sempre al Congresso degli Stati Uniti. Ha parlato per oltre 100 minuti – quasi tutti dedicati ai cavoli loro – poi ha detto: “Ho ricevuto un’importante lettera dal presidente ucraino Zelensky che si dice pronto a sedersi al tavolo delle trattative il prima possibile per avvicinarsi a una pace duratura e a firmare l’accordo sulle terre rare in qualsiasi momento”.
Inoltre, Trump ha spiegato di aver “ricevuto forti segnali” anche dalla Russia: “sono pronti per la pace”, ha aggiunto, sottolineando di aver avuto “discussioni serie” con Mosca.
Ragazzi, è oramai competizione testa-a-testa per sto Premio Nobbel per la Pace: lo vuole il Carota, sentite cosa dice, sempre davanti al Congresso. “È tempo di fermare questa follia. È tempo di fermare le uccisioni. È tempo di porre fine a questa guerra insensata. Se vogliamo porre fine alle guerre, dobbiamo parlare con entrambe le parti”.
MIZZICA, per fare la pace bisogna che le due parti in guerra si accordino... Se Trump diceva che l’acqua a pressione ambiente bolle a 100 gradi, era pronto pure il Premio Nobel per la Fisica.
Bravo Zelensky, che si è fatto “due conti della serva”. Gli aiuti militari statunitensi sono stati fondamentali per l’esercito ucraino durante più di tre anni di offensiva su vasta scala della Russia. Secondo il Kiev Institute infatti rappresentano quasi la metà dei 130 miliardi di euro di aiuti militari versati a Kiev dall’inizio del 2022 alla fine del 2024.
Ha pensato, Zelly: “La VonDerQuarchecosa blatera di 800 miliardi, ma c’è da fidarsi? IO NON CRETO. Se gli amerigani mi mollano, io sono game over, altro che chiacchiere”.
E adesso? Adesso la palla torna a Trump e Putin, con Zelensky che però si è guadagnato, cedendo quel che resta dell’Ucraina a Trump e lasciando a bocca asciutta gli Inglesi che – pare – “avevano già fatto il compromesso” per acquistarle loro, ‘ste risorse, il diritto di partecipare al processo di pace.
Mi pare il minimo. Processo di Pace che non deve vedere coinvolto NESSUN leader europeo, ovviamente, date le reazioni isteriche e guerrafondaie di queste settimane.
Ultima osservazione. Sior Michele Serra, cambi nome alla sua manifestazione ormai INUTILERRIMA e superata dagli eventi, la chiami “VIVA VIVA L’EUROPA” e sfili pure, lei e tutti quegli altri esseri inutili, dicendo parole d’ordine false, stupide, ma innocue.
Per fortuna, come sempre e da sempre, nessuno di voi conta nulla per influenzare o decidere alcunché dei destini del mondo.
Fonte
02/03/2025
Ritorno al nucleare? No, grazie...
Il governo Meloni rilancia il nucleare: il Consiglio dei ministri ha approvato ieri il disegno di legge delega secondo cui i primi reattori saranno messi a punto “verso il 2030”. Un “importante provvedimento per garantire energia sicura, pulita, a basso costo” ha detto Giorgia Meloni. “Il nucleare è vecchio e in declino”, replicano le associazioni ambientaliste.
Le centrali nucleari a FISSIONE, anche se aggiornate e meno grandi, sono vecchie e in declino perché molto costose e perché generano rifiuti altamente radioattivi e pericolosi per molte migliaia di anni.
Peraltro l’Italia entro il 2025 dovrà riprendere i rifiuti radioattivi stoccati in Francia e Regno Unito ma al momento non è presente sul territorio nazionale alcun deposito con standard di sicurezza sufficientemente alti da accoglierle perché dopo 14 anni di procedure non è ancora stato localizzato un deposito per rifiuti radioattivi e tuttavia il Governo Meloni propone un DDL che avvia la normativa per tornare a costruire in Italia centrali nucleari a fissione nonostante 25 milioni di persone il 12 e 13 giugno 2011 votarono contro il ritorno al nucleare.
Peraltro, il 13 dicembre scorso, il Consiglio regionale del Veneto, con voto unanime, ha respinto l’ipotesi di localizzare un reattore nucleare SMR a Marghera.
Si vuole approfittare dell’attuale crisi energetica per mettere in atto una maldestra operazione di greenwashing con la quale si cerca di far passare come innovativa e sostenibile, solo per la dimensione degli impianti e qualche aggiustamento costruttivo, una tecnologia nucleare obsoleta che resta basata sulla fissione dell’uranio.
Di seguito, sull’argomento, diversi articoli del professor Massimo Zucchetti, docente ordinario presso il Politecnico di Torino ed esperto di energia nucleare di fama mondiale, candidato al Nobel nel 2015.
Il “nuovo nucleare” ha un punto in comune con il “vecchio”: spararle grosse
La fusione nucleare riaccende gli entusiasmi (almeno quelli)
Fonte
Le centrali nucleari a FISSIONE, anche se aggiornate e meno grandi, sono vecchie e in declino perché molto costose e perché generano rifiuti altamente radioattivi e pericolosi per molte migliaia di anni.
Peraltro l’Italia entro il 2025 dovrà riprendere i rifiuti radioattivi stoccati in Francia e Regno Unito ma al momento non è presente sul territorio nazionale alcun deposito con standard di sicurezza sufficientemente alti da accoglierle perché dopo 14 anni di procedure non è ancora stato localizzato un deposito per rifiuti radioattivi e tuttavia il Governo Meloni propone un DDL che avvia la normativa per tornare a costruire in Italia centrali nucleari a fissione nonostante 25 milioni di persone il 12 e 13 giugno 2011 votarono contro il ritorno al nucleare.
Peraltro, il 13 dicembre scorso, il Consiglio regionale del Veneto, con voto unanime, ha respinto l’ipotesi di localizzare un reattore nucleare SMR a Marghera.
Si vuole approfittare dell’attuale crisi energetica per mettere in atto una maldestra operazione di greenwashing con la quale si cerca di far passare come innovativa e sostenibile, solo per la dimensione degli impianti e qualche aggiustamento costruttivo, una tecnologia nucleare obsoleta che resta basata sulla fissione dell’uranio.
Di seguito, sull’argomento, diversi articoli del professor Massimo Zucchetti, docente ordinario presso il Politecnico di Torino ed esperto di energia nucleare di fama mondiale, candidato al Nobel nel 2015.
Il “nuovo nucleare” ha un punto in comune con il “vecchio”: spararle grosse
La fusione nucleare riaccende gli entusiasmi (almeno quelli)
Fonte
25/02/2025
Il “nuovo” nucleare ha un punto in comune con il “vecchio”: spararle grosse
di Massimo Zucchetti
Un signore al quale invidio moltissimo il cognome, Salvatore Majorana (è un lontano pronipote di un cugino di quello vero, Ettore Majorana) se ne esce sul Corriere con un articolo-bomba: Majorana: «Nucleare, la terza via (tutta italiana) del reattore gentile che potremo tenere in casa»
Nella mia pur lunga carriera nel ramo (lavoro in questo periodo presso il Plasma Science and Fusion Center del MIT a Cambridge, USA), il reattore nucleare gentile, ‘nonviolento’, mi mancava.
Dice Salvatore (lo chiamerò così per evitare confusione con quello vero): “Oggi l’energia viene prodotta in grandi impianti, trasportata fino a noi con dispersioni enormi. Il mini reattore al quale lavorano i laboratori di Prometheus, all’interno del parco scientifico del Kilometro Rosso, sarà capace di generare energia direttamente in casa, o in auto, senza emissioni nocive e scorie radioattive. In sostanza, produce energia e idrogeno con acqua, elettricità e sale. Potrebbe sostituire il gas nei nostri scaldabagni, alimentare lavatrici e lavastoviglie in modo pulito e sicuro.
Ma questo sarà solo l’inizio, date le straordinarie possibilità di questa tecnologia. Il reattore è molto diverso da quanto si associa al nucleare: non è una centrale, non ha torri di raffreddamento e, come detto, non ha radiazioni. È un piccolo dispositivo che sfrutta un fenomeno definito LENR, che sta per Low energy nuclear reaction e funziona con un’onda impulsiva di energia che genera un plasma per pochi millisecondi”.
Continua: «Se nella fissione rompiamo un atomo con una reazione violenta e nella fusione cerchiamo di riprodurre le condizioni del Sole, qui il processo è completamente diverso: più dolce, naturale, senza scorie ed emissioni. Messe a confronto, fissione e fusione sono un urlo, mentre la LENR è un sussurro. Eppure, a volte, un sussurro può cambiare il mondo».
Dopo un moto di ammirazione per l’eloquio e l’inventiva di Salvatore, quella pochissima scienza che si è lasciato sfuggire in mezzo ad una serie di frasi ad effetto mi ha permesso di capirci qualcosa: son vecchio del mestiere, è dagli anni '80 che mi occupo di bufale e “sparate grosse” nel nostro campo. Ne ho viste tante.
Ebbene, con il termine “trasmutazione LENR” si definiscono delle ipotetiche trasmutazioni di alcune specie atomiche in altre, quale risultato di reazioni nucleari a bassa energia (Reazioni nucleari a bassa energia, LENR). Si tratta della nuova denominazione, adottata per sfuggire al discredito della denominazione precedente, per la FUSIONE NUCLEARE FREDDA.
La “fusione fredda”, esatto. Occorre tornare indietro al 1989, ed alla storia della più grande “sparata grossa” degli ultimi 40 anni, forse qualcuno la ricorderà. Secondo i sostenitori della Trasmutazione LENR, la quantità dei materiali che vengono a formarsi come sottoprodotto della reazione di fusione fredda, benché piccola, sarebbe comunque sufficientemente abbondante da poter essere individuata con le attuali tecniche di analisi.
Siamo ancora a livello di dispute sulla plausibilità scientifica del fenomeno, e sulla sua riproducibilità. Dopodiché, ‘trascurabile’ passaggio, occorre dimostrarne la fattibilità tecnologica (produzione industriale) e – altro trascurabile passaggio – la rilevanza commerciale, quella che permetterebbe di soppiantare i circa 440 reattori nucleari in funzione che producono il 10% dell’elettricità mondiale, oppure di mandare definitivamente in pensione le fonti fossili, senza dover ricorrere a metalli rari come il fotovoltaico.
Negli Stati Uniti il fenomeno LENR, nonostante le cocenti delusioni degli scorsi decenni ed un bando “de facto” dalla comunità scientifica, non è sottovalutato.
Salvatore dice che noi italiani saremo i primi. Duole informarlo che esiste da tempo negli USA la Advanced Research Projects Agency-Energy (ARPA-E) LENR Exploratory Topic.
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha finanziato lo scorso anno la piccola, ma non trascurabile cifra di 10 milioni di dollari, per otto progetti che lavorano per determinare se le reazioni nucleari a bassa energia (LENR) potrebbero essere la base per una fonte di energia credibile.
I team selezionati, provenienti da università, laboratori nazionali e piccole imprese, mirano a rompere lo stallo della ricerca in questo campo. C’è un progetto ed un ente apposito, che si chiama ARPA-E e che ha – secondo me – un approccio così corretto, scientifico, equilibrato, da essere molto condivisibile e anche consolante, dopo decenni di cacciaballe.
“L’ARPA-E si occupa di finanziare tecnologie energetiche ad alto rischio e ad alto rendimento”, ha dichiarato Evelyn N. Wang, direttore dell’ARPA-E. “I team annunciati sono pronti a rispondere alla domanda ‘quest’area è promettente e, se sì, come? O possiamo dimostrare in modo conclusivo che non è così?’ Mentre altri si sono allontanati da questo spazio, ARPA-E vuole superare l’impasse della conoscenza e approfondire la nostra comprensione”.
Come potete leggere, nessun accenno a “nucleare gentile”, a “sussurri e grida”, o ad altre maniere per insultare l’intelligenza del lettore.
I team sono:
1) Amphionic (Dexter, MI) si concentrerà sull’esplorazione della produzione di LENR in potenziali pozzi esistenti tra due superfici su scala nanometrica, controllando la geometria, la separazione, la composizione e il carico di deuterio delle nanoparticelle metalliche (NP). (Importo del finanziamento: $ 295,924)
2) L’Energetics Technology Center (Indian Head, MD) utilizzerà la co-deposizione elettrochimica di un composto metallico di palladio deuterato su un substrato metallico conformato su uno scintillatore plastico per stabilire e sostenere LENR. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
3) Il Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley, CA) attingerà alle conoscenze basate su lavori precedenti che utilizzano fasci di ioni ad alta energia come fonte di eccitazione esterna per LENR su idruri metallici caricati elettrochimicamente con deuterio. Il team propone di variare sistematicamente materiali e condizioni, monitorando al contempo i tassi di eventi nucleari con una serie di diagnostiche. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
4) Il Massachusetts Institute of Technology (Cambridge, MA) svilupperà una piattaforma sperimentale che testerà in modo approfondito e riproducibile le affermazioni di anomalie nucleari nei sistemi metallo-idrogeno caricati con gas. (Importo del finanziamento: $ 2.000.000)
5) La Stanford University (Redwood City, CA) esplorerà una soluzione tecnica basata su nanoparticelle LENR-attive e deuterio gassoso. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
6) La Texas Tech University (Lubbock, TX) si concentrerà sulla fabbricazione, caratterizzazione e analisi di materiali avanzati, insieme al rilevamento avanzato di prodotti nucleari come risorsa per i team all’interno del LENR Exploratory Topic. (Importo del finanziamento: $ 1.150.000)
7) L’Università del Michigan (Ann Arbor, MI) utilizzerà un esperimento di ciclo del gas che fa passare il gas deuterio attraverso una camera riempita con campioni di palladio nanocristallino. Le variabili includeranno la temperatura, le dimensioni dei nanocristallini e la lunghezza d’onda del laser. (Importo del finanziamento: $ 1.108.412)
8) L’Università del Michigan (Ann Arbor, MI) fornirà la capacità di misurare ipotetiche emissioni di neutroni, gamma e ioni dagli esperimenti LENR. La strumentazione moderna sarà abbinata alle migliori pratiche nell’acquisizione dei dati, nell’analisi e nella comprensione dei background per interpretare i dati raccolti e valutare il segnale proposto. (Importo del finanziamento: $ 902,213)
Per ora, nessun risultato scientificamente difendibile è stato ottenuto, ma la ricerca continua, in maniera seria.
Personalmente, sono una piccola formichina nel Team numero 4, quello del MIT. Il mio contributo è stato finora quello di evitare un deleterio fenomeno di parentela, discendenza, continuità, fra il “vecchio nucleare” (fissione o fusione che sia) e queste nuove tecnologie: la tendenza a spararle grosse, a fare promesse di energia pulita, fresca, dolce, chiara, gentile, woke, illimitata, quando si è in una fase pre-pre-pre-pre-pre-pre-pre-preliminare.
I danni di questo approccio sciagurato sono già stati gravi, evitiamone ulteriori.
Fonte
Un signore al quale invidio moltissimo il cognome, Salvatore Majorana (è un lontano pronipote di un cugino di quello vero, Ettore Majorana) se ne esce sul Corriere con un articolo-bomba: Majorana: «Nucleare, la terza via (tutta italiana) del reattore gentile che potremo tenere in casa»
Nella mia pur lunga carriera nel ramo (lavoro in questo periodo presso il Plasma Science and Fusion Center del MIT a Cambridge, USA), il reattore nucleare gentile, ‘nonviolento’, mi mancava.
Dice Salvatore (lo chiamerò così per evitare confusione con quello vero): “Oggi l’energia viene prodotta in grandi impianti, trasportata fino a noi con dispersioni enormi. Il mini reattore al quale lavorano i laboratori di Prometheus, all’interno del parco scientifico del Kilometro Rosso, sarà capace di generare energia direttamente in casa, o in auto, senza emissioni nocive e scorie radioattive. In sostanza, produce energia e idrogeno con acqua, elettricità e sale. Potrebbe sostituire il gas nei nostri scaldabagni, alimentare lavatrici e lavastoviglie in modo pulito e sicuro.
Ma questo sarà solo l’inizio, date le straordinarie possibilità di questa tecnologia. Il reattore è molto diverso da quanto si associa al nucleare: non è una centrale, non ha torri di raffreddamento e, come detto, non ha radiazioni. È un piccolo dispositivo che sfrutta un fenomeno definito LENR, che sta per Low energy nuclear reaction e funziona con un’onda impulsiva di energia che genera un plasma per pochi millisecondi”.
Continua: «Se nella fissione rompiamo un atomo con una reazione violenta e nella fusione cerchiamo di riprodurre le condizioni del Sole, qui il processo è completamente diverso: più dolce, naturale, senza scorie ed emissioni. Messe a confronto, fissione e fusione sono un urlo, mentre la LENR è un sussurro. Eppure, a volte, un sussurro può cambiare il mondo».
Dopo un moto di ammirazione per l’eloquio e l’inventiva di Salvatore, quella pochissima scienza che si è lasciato sfuggire in mezzo ad una serie di frasi ad effetto mi ha permesso di capirci qualcosa: son vecchio del mestiere, è dagli anni '80 che mi occupo di bufale e “sparate grosse” nel nostro campo. Ne ho viste tante.
Ebbene, con il termine “trasmutazione LENR” si definiscono delle ipotetiche trasmutazioni di alcune specie atomiche in altre, quale risultato di reazioni nucleari a bassa energia (Reazioni nucleari a bassa energia, LENR). Si tratta della nuova denominazione, adottata per sfuggire al discredito della denominazione precedente, per la FUSIONE NUCLEARE FREDDA.
La “fusione fredda”, esatto. Occorre tornare indietro al 1989, ed alla storia della più grande “sparata grossa” degli ultimi 40 anni, forse qualcuno la ricorderà. Secondo i sostenitori della Trasmutazione LENR, la quantità dei materiali che vengono a formarsi come sottoprodotto della reazione di fusione fredda, benché piccola, sarebbe comunque sufficientemente abbondante da poter essere individuata con le attuali tecniche di analisi.
Siamo ancora a livello di dispute sulla plausibilità scientifica del fenomeno, e sulla sua riproducibilità. Dopodiché, ‘trascurabile’ passaggio, occorre dimostrarne la fattibilità tecnologica (produzione industriale) e – altro trascurabile passaggio – la rilevanza commerciale, quella che permetterebbe di soppiantare i circa 440 reattori nucleari in funzione che producono il 10% dell’elettricità mondiale, oppure di mandare definitivamente in pensione le fonti fossili, senza dover ricorrere a metalli rari come il fotovoltaico.
Negli Stati Uniti il fenomeno LENR, nonostante le cocenti delusioni degli scorsi decenni ed un bando “de facto” dalla comunità scientifica, non è sottovalutato.
Salvatore dice che noi italiani saremo i primi. Duole informarlo che esiste da tempo negli USA la Advanced Research Projects Agency-Energy (ARPA-E) LENR Exploratory Topic.
Il Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti (DOE) ha finanziato lo scorso anno la piccola, ma non trascurabile cifra di 10 milioni di dollari, per otto progetti che lavorano per determinare se le reazioni nucleari a bassa energia (LENR) potrebbero essere la base per una fonte di energia credibile.
I team selezionati, provenienti da università, laboratori nazionali e piccole imprese, mirano a rompere lo stallo della ricerca in questo campo. C’è un progetto ed un ente apposito, che si chiama ARPA-E e che ha – secondo me – un approccio così corretto, scientifico, equilibrato, da essere molto condivisibile e anche consolante, dopo decenni di cacciaballe.
“L’ARPA-E si occupa di finanziare tecnologie energetiche ad alto rischio e ad alto rendimento”, ha dichiarato Evelyn N. Wang, direttore dell’ARPA-E. “I team annunciati sono pronti a rispondere alla domanda ‘quest’area è promettente e, se sì, come? O possiamo dimostrare in modo conclusivo che non è così?’ Mentre altri si sono allontanati da questo spazio, ARPA-E vuole superare l’impasse della conoscenza e approfondire la nostra comprensione”.
Come potete leggere, nessun accenno a “nucleare gentile”, a “sussurri e grida”, o ad altre maniere per insultare l’intelligenza del lettore.
I team sono:
1) Amphionic (Dexter, MI) si concentrerà sull’esplorazione della produzione di LENR in potenziali pozzi esistenti tra due superfici su scala nanometrica, controllando la geometria, la separazione, la composizione e il carico di deuterio delle nanoparticelle metalliche (NP). (Importo del finanziamento: $ 295,924)
2) L’Energetics Technology Center (Indian Head, MD) utilizzerà la co-deposizione elettrochimica di un composto metallico di palladio deuterato su un substrato metallico conformato su uno scintillatore plastico per stabilire e sostenere LENR. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
3) Il Lawrence Berkeley National Laboratory (Berkeley, CA) attingerà alle conoscenze basate su lavori precedenti che utilizzano fasci di ioni ad alta energia come fonte di eccitazione esterna per LENR su idruri metallici caricati elettrochimicamente con deuterio. Il team propone di variare sistematicamente materiali e condizioni, monitorando al contempo i tassi di eventi nucleari con una serie di diagnostiche. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
4) Il Massachusetts Institute of Technology (Cambridge, MA) svilupperà una piattaforma sperimentale che testerà in modo approfondito e riproducibile le affermazioni di anomalie nucleari nei sistemi metallo-idrogeno caricati con gas. (Importo del finanziamento: $ 2.000.000)
5) La Stanford University (Redwood City, CA) esplorerà una soluzione tecnica basata su nanoparticelle LENR-attive e deuterio gassoso. (Importo del finanziamento: $ 1.500.000)
6) La Texas Tech University (Lubbock, TX) si concentrerà sulla fabbricazione, caratterizzazione e analisi di materiali avanzati, insieme al rilevamento avanzato di prodotti nucleari come risorsa per i team all’interno del LENR Exploratory Topic. (Importo del finanziamento: $ 1.150.000)
7) L’Università del Michigan (Ann Arbor, MI) utilizzerà un esperimento di ciclo del gas che fa passare il gas deuterio attraverso una camera riempita con campioni di palladio nanocristallino. Le variabili includeranno la temperatura, le dimensioni dei nanocristallini e la lunghezza d’onda del laser. (Importo del finanziamento: $ 1.108.412)
8) L’Università del Michigan (Ann Arbor, MI) fornirà la capacità di misurare ipotetiche emissioni di neutroni, gamma e ioni dagli esperimenti LENR. La strumentazione moderna sarà abbinata alle migliori pratiche nell’acquisizione dei dati, nell’analisi e nella comprensione dei background per interpretare i dati raccolti e valutare il segnale proposto. (Importo del finanziamento: $ 902,213)
Per ora, nessun risultato scientificamente difendibile è stato ottenuto, ma la ricerca continua, in maniera seria.
Personalmente, sono una piccola formichina nel Team numero 4, quello del MIT. Il mio contributo è stato finora quello di evitare un deleterio fenomeno di parentela, discendenza, continuità, fra il “vecchio nucleare” (fissione o fusione che sia) e queste nuove tecnologie: la tendenza a spararle grosse, a fare promesse di energia pulita, fresca, dolce, chiara, gentile, woke, illimitata, quando si è in una fase pre-pre-pre-pre-pre-pre-pre-preliminare.
I danni di questo approccio sciagurato sono già stati gravi, evitiamone ulteriori.
Fonte
09/02/2025
Il Revisionismo e Auschwitz. Breve guida “per voi giovani”
di Massimo Zucchetti
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
Questo scritto è per voi, ragazze e ragazzi. Dato che sono un prof, non mi è riuscito di essere troppo conciso e di non farla forse troppo lunga. Date comunque un’occhiata.
1. Che cos’è questo “Revisionismo”?
Il revisionismo storico è una pratica che cerca di rivedere, riscrivere o minimizzare eventi storici, spesso per motivi ideologici o politici. Nel contesto dell’Olocausto, il revisionismo assume una forma particolarmente pericolosa, poiché mira a minimizzare i crimini nazisti durante la Seconda Guerra Mondiale.
In particolare, il revisionismo riguardante il lager di Auschwitz è una distorsione delle verità storiche che ha gravi conseguenze non solo per la memoria collettiva, ma anche per la comprensione del male assoluto che è stato perpetrato durante l’Olocausto.
Auschwitz è uno dei luoghi più emblematici dell’orrore nazista, simbolo della sistematicità e della brutalità del genocidio messo in atto dal regime hitleriano. Questo Lager [1] che si trovava in Polonia occupata, ha visto la morte di oltre un milione di persone, per lo più ebrei, ma anche Rom, prigionieri di guerra sovietici, oppositori politici e altri gruppi considerati “indesiderabili” dal regime nazista [2,3].
Auschwitz non era quindi un mero centro di detenzione o un “campo di lavoro”, ma un impianto dove l’industrializzazione della morte (con le selezioni all’arrivo, con l’utilizzo – su chi non era subito ucciso – della fame, del lavoro disumano, delle percosse, delle camere a gas e dei forni crematori) era perfettamente organizzata. Se Auschwitz fu anche campo per prigionieri politici (polacchi soprattutto, ma anche 800 donne italiane politiche sono passate di lì), ed anche campo di lavoro, mentre “Vernichtungslager” (campi concepiti espressamente per lo sterminio) furono solo Treblinka, Sobibor, Belzec e Chelmno, i dati [1] ci parlano di 1,1 milioni di morti fra i deportati di Auschwitz, di cui circa 1 milione di “ebrei”.
Ricordiamo la vicenda di Primo Levi, ebreo ma arrestato e deportato in quanto “politico”, che riuscì alla fine a lavorare come chimico nella fabbrica “Buna” di gomma sintetica: questo lo salvò da morte quasi certa [6].
La minimizzazione di questa realtà non solo è storicamente infondata, ma è anche un atto di disumanizzazione delle vittime.
Una delle argomentazioni fondamentali contro il revisionismo è che esistono prove inconfutabili che attestano la realtà ed entità dei crimini commessi dalla Germania nazista, e in particolare ad Auschwitz. Testimonianze di sopravvissuti, documenti ufficiali del regime nazista, fotografie, filmati e relazioni degli alleati sono solo alcune delle fonti che confermano la sistematicità dell’Olocausto.
Nonostante la distruzione di parte dei documenti nazisti da parte delle SS durante la ritirata, le prove materiali e le testimonianze dirette sono amplissime, tali da dimostrare senza ombra di dubbio la realtà dei crimini commessi ad Auschwitz. Le testimonianze dei sopravvissuti, come quelle di Primo Levi [5, 6], Elie Wiesel, e tanti altri, non sono semplici racconti, ma documenti storici che parlano di esperienze reali, dolorose e devastanti.
Il revisionismo, oltre a essere una distorsione della realtà storica, mina la memoria collettiva. Auschwitz non è solo un luogo fisico, ma è diventato un simbolo del male assoluto e della capacità dell’uomo di compiere atti di barbarie in nome di ideologie razziste e suprematiste.
Negare l’esistenza di Auschwitz come luogo principale del genocidio, o sminuirne l’orrore, significa non solo tradire la memoria delle vittime, ma anche ignorare le lezioni di civiltà che dovremmo trarre da quei tragici eventi. Auschwitz non riguarda solo il passato, ma continua a essere un monito per il presente e il futuro. Negare o sminuire ciò che è successo significa negare la possibilità di imparare dai nostri errori, per impedire che simili atrocità possano accadere di nuovo.
2. Uso politico del Revisionismo: un primo esempio recente
Un altro aspetto del revisionismo è la sua connessione con la politica. In molti casi, il revisionismo sull’Olocausto è una strategia adottata da gruppi di estrema destra o da coloro che hanno un’agenda politica specifica, come la diffusione di teorie complottiste. Tali gruppi spesso cercano di ricostruire la storia per servire i propri interessi ideologici, e il revisionismo diventa uno strumento per rafforzare le loro narrazioni.
Recentemente, invece, l’Olocausto è stato tirato in ballo durante la guerra del 2023-2025 a Gaza: a pieno sproposito, e da due parti diverse. Da un lato, Israele ha continuato a sfruttare le vittime dell’Olocausto di oltre 80 anni fa per avere una sorta di impunità rispetto alle atrocità e alle vittime palestinesi di oggi: chi ha criticato lo Stato di Israele nel 2024 è stato subito tacciato a sproposito di antisemitismo, che è una accusa ingiusta ed un’offesa grave.
Dall’altro lato, sebbene sia un fenomeno fortunatamente circoscritto, non sono mancati gruppi di estrema destra che hanno trovato nuovo terreno per il loro antisemitismo, spingendosi persino al giustificazionismo: “visto quanto sta facendo Israele nel 2025, forse non è poi stato così sbagliato che nel 1933-1945 in Europa, la Germania...”. Scegliamo di non scrivere neppure la fine di una tale delirante frase, tanto è una enormità ed anche un’apologia di reato.
In entrambi i casi si offende la memoria di vittime morte quasi un secolo fa, che nulla c’entrano con l’attuale guerra a Gaza, vittime che la Storia dimostra essere state, tra l’altro, generalmente di ideologia pacifista e contro non solo la guerra, ma anche la violenza: non crediamo che le vittime dell’Olocausto avrebbero mai giustificato gli atti terroristici del 7 Ottobre 2023, e l’atroce repressione del 2023-2025, che ha portato alla morte di decine di migliaia di innocenti ed alla quasi completa distruzione di un territorio piccolo e già ampiamente vessato da decenni, come Gaza.
Questo episodio recente ci dimostra come la lotta contro il revisionismo sull’Olocausto è fondamentale non solo per la storia, ma anche per la cultura della memoria, evitando un uso politico della menzogna storica, che può giungere anche da fonti inattese.
3. Un altro caso recente di Revisionismo su Auschwitz: chi ha liberato il Lager?
Il 27 gennaio 1945, le truppe sovietiche entrarono nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i prigionieri che ancora vi si trovavano. Quello che accadde ad Auschwitz è ormai una verità storica ben documentata; ma purtroppo, negli ultimi anni, il revisionismo storico ha cercato di minimizzare il ruolo svolto dall’Unione Sovietica e dall’Armata Rossa nella liberazione di uno dei luoghi più simbolici dell’Olocausto.
Le motivazioni stanno senz’altro nella recente invasione russa dell’Ucraina e nella guerra sanguinosa che tuttora lì si combatte. Ma anche qui, ci appare appena ovvio rimarcare che – al di là della verità fattuale storica del 27.1.1945 che è incontrovertibile – di nuovo si offende la memoria di uomini, donne, soldati sovietici (quindi originari sia della Russia, che dell’Ucraina, oltre che della Bielorussia e delle altre repubbliche dell’URSS) che hanno combattuto e sono morti o rimasti feriti ottanta anni fa, e che nulla hanno a che vedere con l’attuale conflitto fra Russia e Ucraina.
Questo tentativo di distorcere la verità storica ha avuto effetti anche sulle celebrazioni ufficiali, con scelte politiche che hanno portato la Polonia a non invitare la Russia alle cerimonie di commemorazione [4]. Ma è l’Armata Rossa che ha effettivamente liberato Auschwitz, da sola, e ha svolto un ruolo determinante nel fermare il regime nazista.
Ad Auschwitz i Sovietici trovarono solo 7000 malati lasciati indietro, tutti gli altri 65.000 deportati erano forzosamente partiti verso ovest per una “marcia della morte”. Ma il gelo aveva conservato nel lager disastrato cataste di cadaveri ed enormi fosse comuni aperte. Tra le prime tracce dell’orrore, poi, i liberatori rinvennero 8 tonnellate di capelli umani, e centinaia di migliaia di abiti. La maggior parte dei soldati sovietici, pur temprati da anni di guerra atroce, non avevano una piena consapevolezza della portata della tragedia che si era svolta nel lager.
I soldati dell’Armata Rossa erano quelli della Prima Armata del fronte ucraino, comandati da Ivan Konev. Non erano “Ucraini”, era il nome di quel settore del fronte, ancora utilizzato perché nel 1943/44 l’Armata Rossa in quel settore liberò innanzitutto l’Ucraina, poi la Polonia. I soldati dell’Armata Rossa erano originari di ogni parte dell’URSS, ma si sentivano soltanto soldati sovietici che combattevano la Grande Guerra Patriottica contro gli invasori nazisti.
Un particolare poco noto: contrariamente a quanto fecero a volte gli americani, i sovietici sapevano bene che era un pericolo mortale rimpinzare di cibo i detenuti dei lager: pian piano, invece, somministrarono quantità crescenti di minestre sostanziose, pane, non latte dato che erano quasi tutti dissenterici, carne ma senza esagerare; almeno per due settimane, in modo che si riabituassero. E cure mediche. E gran bagni di acqua calda e sapone, cui i deportati furono “costretti” dalle magnifiche robustissime sbrigative ausiliarie russe, o dalle più flebili ma determinate soccorritrici polacche. Molti deportati, ormai sfiniti, morirono anche nelle settimane successive alla liberazione, ma moltissimi furono salvati dalle cure dei soccorritori.
Le forze alleate occidentali erano in quel momento molto lontane, ancora schierate sul fiume Reno, ma l’Armata Rossa, pur a prezzo di enormi perdite, era avanzata implacabilmente sul fronte orientale, evitando molti ulteriori crimini del regime hitleriano prima che fosse troppo tardi; ciò dopo aver affrontato da sola per tre anni (giugno 1941 – giugno 1944) la formidabile Wehrmacht tedesca, spezzandola, infliggendole sconfitte enormi (Stalingrado, Kursk, Berlino, ad esempio). Il contributo sovietico nello sconfiggere il Nazismo è fondamentale e deve essere riconosciuto come parte essenziale della memoria storica. Ignorarlo significa distorcere la realtà e sviare la discussione dalla verità storica.
Purtroppo, alcuni stati, gruppi politici e media hanno tentato di sminuire il ruolo dell’Unione Sovietica nella vittoria sul nazismo e persino sulla liberazione di Auschwitz. Le motivazioni sono molteplici: in alcuni casi si vuole sanzionare anche così la Russia per l’invasione dell’Ucraina, mentre in altri si evidenziano aspetti bui del periodo sovietico per oscurare i meriti dell’Armata Rossa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Questo atteggiamento revisionista è pericoloso, in quanto rischia di cancellare uno dei momenti più significativi della storia della lotta contro il Nazismo. L'URSS ha pagato un prezzo altissimo durante la guerra, con milioni di soldati e civili sovietici che sono morti combattendo contro i nazisti, e questo sacrificio non può essere dimenticato.
Auschwitz, certamente, non fu del tutto una “scoperta”. L’orrore dei campi di sterminio era più o meno noto da un paio d’anni agli alleati, ma un conto è leggere rapporti e ascoltare testimonianze, un altro è vedere coi propri occhi, toccare pelle e ossa con le proprie mani e annusare col proprio naso, in un enorme inferno in Terra, in sfacelo fra una marea di cadaveri: questo toccò ai soldati sovietici, per primi, in quei giorni dopo il 27 gennaio 1945.
4. Conclusione
In conclusione, il revisionismo storico sull’Olocausto, e in particolare su Auschwitz, è una forma di manipolazione della verità – da qualsiasi parte provenga – che deve essere respinta fermamente. Negare o minimizzare l’Olocausto è un insulto alle vittime e un pericolo per la nostra comprensione della storia e della moralità umana. Non possiamo permettere che il revisionismo prenda piede, e dobbiamo continuare a difendere la memoria delle vittime, affinché eventi simili non possano mai ripetersi.
La memoria storica è il fondamento di una società civile e democratica, e proteggere la verità è nostro dovere: è un impegno che coinvolge tutti, non solo gli storici, ma anche le istituzioni, le scuole, le organizzazioni internazionali e, soprattutto, le generazioni future. La memoria dell’Olocausto deve essere preservata e trasmessa in modo che la società non dimentichi mai ciò che è accaduto. L’Olocausto non sia solo un capitolo oscuro della storia, ma una lezione viva che ci spinge a lottare contro l’intolleranza, il razzismo e l’indifferenza.
Le celebrazioni ufficiali, che dovrebbero essere un momento di ricordo e di riflessione sulle atrocità commesse dal regime nazista, non devono mai essere utilizzate per fini politici correnti. La verità storica deve rimanere al centro di queste cerimonie, e tutti i paesi che hanno contribuito alla sconfitta del nazismo devono essere rappresentati e rispettati. Negare o sminuire il contributo della Russia alla sconfitta del nazismo non solo è una menzogna e un atto di ingratitudine, ma rischia anche di danneggiare la memoria collettiva delle vittime dell’Olocausto.
In questo senso, è fondamentale continuare a ricordare e a celebrare l’eroismo di tutte le forze alleate che hanno lottato contro il fascismo. Smettere di dare giustizia alla memoria storica, nel nome delle mutevoli vicende di una distorta politica internazionale, è un errore che non dobbiamo permettere.
In un mondo dove il revisionismo storico sta già guadagnando terreno, è nostro dovere mantenere viva la verità. Solo così si può onorare il sacrificio di chi ha combattuto e sofferto per la libertà e per la dignità di tutti.
Alcune Fonti
1) Auschwitz. Jewish Virtual Library, https://www.jewishvirtuallibrary.org/auschwitz
2) The Liberation of Auschwitz, The National WWII Museum, https://www.nationalww2museum.org/war/articles/liberation-auschwitz
3) “The Liberation of Auschwitz.” History Extra, https://www.history.com/this-day-in-history/soviets-liberate-auschwitz
4) Commemorating Auschwitz without Russia. BBC News, https://www.bbc.com/news/world-europe-64429625
5) Primo Levi, La Tregua, Einaudi, Torino, 1965
Fonte
19/11/2024
La voce di Gaza: un appello alla consapevolezza e all’umanità
Negli ultimi dodici mesi, la popolazione di Gaza ha vissuto un incubo che sembra interminabile. Sotto il costante fragore dei bombardamenti, le vite di oltre quarantamila civili sono state spezzate, tra cui ventimila bambini innocenti. Queste cifre strazianti non sono solo numeri, ma rappresentano sogni infranti, vite strappate e un futuro negato.
Gaza è una striscia di terra densamente popolata, dove ogni giorno la guerra si abbatte su famiglie, scuole, ospedali e luoghi di preghiera. I bombardamenti indiscriminati non solo privano i palestinesi del diritto alla vita, ma annientano anche la speranza di costruire un avvenire. I bambini, che dovrebbero godere della spensieratezza della loro età, sono costretti a vivere in un clima di paura. Molti di loro sono testimoni di scene di devastazione e dolore, un’esperienza che lascerà cicatrici indelebili nelle loro giovani menti.
Questa violenza incessante ha avuto un impatto devastante sulla società di Gaza. Le infrastrutture sono state distrutte, inclusi i sistemi idrici, elettrici e di assistenza sanitaria, rendendo la vita quotidiana un mero sopravvivere. Oggi, la popolazione vive in condizioni di estrema precarietà, con risorse sempre più limitate e un accesso ai bisogni fondamentali sempre più difficile. La comunità internazionale deve alzare la voce e chiedere un’immediata cessazione delle ostilità, non solo per il bene dei palestinesi, ma per il rispetto e la dignità di ogni essere umano.
Oltre alla necessità urgente di aiuti umanitari, è fondamentale che il mondo non dimentichi la situazione di Gaza. I media devono continuare a dare visibilità e a raccontare le storie di chi vive questa realtà, affinché le vicende di coloro che soffrono non cadano nell’oblio. È indispensabile che le nazioni e le organizzazioni internazionali si mobilitino per promuovere il dialogo, la risoluzione pacifica dei conflitti e, soprattutto, il rispetto dei diritti umani.
L’umanità non può rimanere indifferente di fronte a una crisi così profonda. Gli eventi che si susseguono a Gaza sono un richiamo alla nostra coscienza collettiva. Ogni vita persa è un affrontare il nostro senso di giustizia e di compassione. È essenziale rispondere con umanità e solidarietà, lottando per una pace duratura che riconosca e rispetti i diritti di tutti gli uomini e le donne, indipendentemente dalla loro origine etnica o religione.
In conclusione, facciamo un appello affinché la comunità internazionale si unisca per fermare questo ciclo di violenza e distruzione. La speranza per il futuro di Gaza e dei suoi abitanti deve essere al centro di ogni discussione. Non possiamo permettere che il silenzio e l’ignoranza prevalgano su ciò che è giusto. I bambini di Gaza meritano di poter sognare e costruire un futuro, non di essere costretti a vivere nell’ombra della guerra. È tempo di agire. È tempo di ascoltare la voce di Gaza.
Fonte
Gaza è una striscia di terra densamente popolata, dove ogni giorno la guerra si abbatte su famiglie, scuole, ospedali e luoghi di preghiera. I bombardamenti indiscriminati non solo privano i palestinesi del diritto alla vita, ma annientano anche la speranza di costruire un avvenire. I bambini, che dovrebbero godere della spensieratezza della loro età, sono costretti a vivere in un clima di paura. Molti di loro sono testimoni di scene di devastazione e dolore, un’esperienza che lascerà cicatrici indelebili nelle loro giovani menti.
Questa violenza incessante ha avuto un impatto devastante sulla società di Gaza. Le infrastrutture sono state distrutte, inclusi i sistemi idrici, elettrici e di assistenza sanitaria, rendendo la vita quotidiana un mero sopravvivere. Oggi, la popolazione vive in condizioni di estrema precarietà, con risorse sempre più limitate e un accesso ai bisogni fondamentali sempre più difficile. La comunità internazionale deve alzare la voce e chiedere un’immediata cessazione delle ostilità, non solo per il bene dei palestinesi, ma per il rispetto e la dignità di ogni essere umano.
Oltre alla necessità urgente di aiuti umanitari, è fondamentale che il mondo non dimentichi la situazione di Gaza. I media devono continuare a dare visibilità e a raccontare le storie di chi vive questa realtà, affinché le vicende di coloro che soffrono non cadano nell’oblio. È indispensabile che le nazioni e le organizzazioni internazionali si mobilitino per promuovere il dialogo, la risoluzione pacifica dei conflitti e, soprattutto, il rispetto dei diritti umani.
L’umanità non può rimanere indifferente di fronte a una crisi così profonda. Gli eventi che si susseguono a Gaza sono un richiamo alla nostra coscienza collettiva. Ogni vita persa è un affrontare il nostro senso di giustizia e di compassione. È essenziale rispondere con umanità e solidarietà, lottando per una pace duratura che riconosca e rispetti i diritti di tutti gli uomini e le donne, indipendentemente dalla loro origine etnica o religione.
In conclusione, facciamo un appello affinché la comunità internazionale si unisca per fermare questo ciclo di violenza e distruzione. La speranza per il futuro di Gaza e dei suoi abitanti deve essere al centro di ogni discussione. Non possiamo permettere che il silenzio e l’ignoranza prevalgano su ciò che è giusto. I bambini di Gaza meritano di poter sognare e costruire un futuro, non di essere costretti a vivere nell’ombra della guerra. È tempo di agire. È tempo di ascoltare la voce di Gaza.
Fonte
04/11/2024
Spagna - Piovono cazzate
Diverse teorie cospirative sui social media spagnoli sono emerse dopo la terribile tempesta Dana, che ha devastato Valencia e fatto centinaia di vittime.
Alcune incolpano il Marocco ed il suo programma di Cloud Seeding: in sostanza, quella procedura che prevede la stimolazione di formazioni nuvolose troppo deboli da causare pioggia, in modo da spremerle un po’ prima che si disperdano. Una tecnica nota da anni, che produce qualche risultato a livello locale. Naturalmente, l’effetto massimo è ottenere da queste nuvole recalcitranti qualche limitata precipitazione sui luoghi sottostanti.
Cosa c’entra tutto questo con i disastri climatici a livello globale, dei quali il cataclisma di Valencia è l’ultimo episodio di una lunga serie?
È un bel misto cospirativo, condito con abbondante salsa di odio nazionalista/razzista e di avversione alle energie rinnovabili.
Tutto parte dal sito spagnolo “Maldito Clima”. Esatto: Clima Maledetto.
La teoria cospirativa sostiene che il Marocco “potrebbe essere coinvolto nella manipolazione del meteo attraverso tecnologie non comprovate come HAARP, presumibilmente per danneggiare l’agricoltura spagnola durante una stagione di raccolta chiave per arance e verdure”.
Dicono quelli del Maldito Clima: “Non si chiama DANA o Cold Drop. Si chiama GEOENGINEERING HAARP. E forse il Marocco c’entra qualcosa: lo fanno per rovinare i propri concorrenti nel bel mezzo della stagione delle arance e delle verdure. E, a proposito, per aiutare le grandi aziende ad acquisire terreni a basso costo per le energie rinnovabili”.
Oramai, questi personaggi li riconosciamo appena aprono bocca o scrivono mezza frase.
Facile da capire: si rimpolpa una bufala cospirativa (“HAARP geoingegnerizza il cambiamento climatico”) sbugiardata da tutti e da tempo, con l’avversione contro “gli arabi” (il razzismo in Spagna contro “i marocchini” è storia passata e disgustosa che ha origini Franchiste, ora è morta e sepolta, ma la destra neofascista e forcona cerca di riportarlo in vita) ed a buon peso contro le energie rinnovabili, altra bestia nera dei borghesi ignoranti di destra, che odiano essere costretti a rinunciare alle loro automobili a benzina.
Queste teorie cospirative sono spesso alimentate per questi poco nobili fini politici, oppure da coloro che cercano di trarre profitto diffondendo sensazionalismo online.
Se ci fosse una base reale per queste affermazioni, ci aspetteremmo dichiarazioni ufficiali dalle autorità spagnole o marocchine. Comprensibilmente, per evitare di finire impelagate in dispute inutili, e magari dannose, non commentano neppure.
Basta poi ricordarsi che né la Spagna né il Marocco possiedono le capacità satellitari per controllare i modelli meteorologici, nonostante abbiano solidi sistemi di monitoraggio, capacità di previsione avanzate e numerosi esperti che potrebbero rispondere ufficialmente o ufficiosamente, se necessario.
Ancora, ricordiamo che HAARP – un trasmettitore radio situato in Alaska utilizzato per studiare uno strato superiore dell’atmosfera (chiamato ionosfera) – non è in grado di manipolare il meteo, né tanto meno il clima.
La tempesta su Valencia, una delle più intense dell’ultimo secolo nella regione, si è verificata, come negli altri casi in passato, quando l’aria fredda soffia sulle calde acque del Mediterraneo. Ciò fa sì che l’aria più calda salga rapidamente, formando dense nubi cariche d’acqua che possono indugiare sulla stessa area per molte ore, aumentando il loro potenziale distruttivo.
I meteorologi affermano che l’evento può talvolta innescare grandi tempeste di grandine e tornado, come si è visto questa settimana. La Spagna orientale e meridionale sono particolarmente soggette a questo fenomeno a causa della loro posizione tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Masse d’aria calda e umida e fronti freddi convergono in una regione in cui le montagne facilitano la formazione di nubi temporalesche e forti piogge.
Anche il Marocco ha avuto piogge, anche se meno intense, ma comunque consistenti (e benefiche), in particolare nelle regioni settentrionali e occidentali dopo l’indebolimento di Dana, mentre le masse d’aria umida in movimento da nord hanno portato nevicate sulle cime delle montagne.
Fun fact. Poco prima della tempesta DANA, circolava un’altra teoria cospirativa che coinvolgeva un programma di inseminazione delle nuvole (Al Gaith) da parte del Marocco per concentrare le precipitazioni all’interno dei suoi confini, impedendo alle masse d’aria umida portatrici di pioggia di raggiungere la Spagna: i marocchini ci rubano la pioggia, insomma.
Anzi no, ce ne mandano troppa, dicono ora.
L’importante è trovare un nemico da odiare, al quale dare – in pura isteria – la colpa. Distogliendo l’attenzione dalle vere cause di questi disastri.
Un ultimo risvolto tragicomico; pur entrandoci come i cavoli a merenda, si sono buttati a pesce nella gazzarra anche i complottisti italiani. Abbondano foto di cieli a pecorelle su Valencia, “prova inequivocabile” che stimolare la pioggia in Marocco provoca cataclismi a Valencia: basta guardare il cielo per capire senza ombra di dubbio che, se non sono stati i marocchini, allora sono “senza dubbio” le scie chimiche: anzi, scie chimiche più cloud seeding, più probabilmente il fatto che a Valencia l’intera popolazione era vaccinata.
Contribuisco io pure con una foto che ritrae un cielo fortemente ingegnerizzato, evidentemente strapieno di scie chimiche. Non è però a Valencia, è fatta dal mio balcone di casa, a Torino, un bel tramonto sulle Alpi Occidentali, come riesco a vederne parecchi, da qui. Nessuno però finora mi aveva “illuminato”. Non avevo idea del pericolo che correvo: sarà meglio che domani esca portandomi l’ombrello.
Perché piovono ca**ate (in spagnolo, està lloviendo tonterias), meglio essere prudenti.
Alcune incolpano il Marocco ed il suo programma di Cloud Seeding: in sostanza, quella procedura che prevede la stimolazione di formazioni nuvolose troppo deboli da causare pioggia, in modo da spremerle un po’ prima che si disperdano. Una tecnica nota da anni, che produce qualche risultato a livello locale. Naturalmente, l’effetto massimo è ottenere da queste nuvole recalcitranti qualche limitata precipitazione sui luoghi sottostanti.
Cosa c’entra tutto questo con i disastri climatici a livello globale, dei quali il cataclisma di Valencia è l’ultimo episodio di una lunga serie?
È un bel misto cospirativo, condito con abbondante salsa di odio nazionalista/razzista e di avversione alle energie rinnovabili.
Tutto parte dal sito spagnolo “Maldito Clima”. Esatto: Clima Maledetto.
La teoria cospirativa sostiene che il Marocco “potrebbe essere coinvolto nella manipolazione del meteo attraverso tecnologie non comprovate come HAARP, presumibilmente per danneggiare l’agricoltura spagnola durante una stagione di raccolta chiave per arance e verdure”.
Dicono quelli del Maldito Clima: “Non si chiama DANA o Cold Drop. Si chiama GEOENGINEERING HAARP. E forse il Marocco c’entra qualcosa: lo fanno per rovinare i propri concorrenti nel bel mezzo della stagione delle arance e delle verdure. E, a proposito, per aiutare le grandi aziende ad acquisire terreni a basso costo per le energie rinnovabili”.
Oramai, questi personaggi li riconosciamo appena aprono bocca o scrivono mezza frase.
Facile da capire: si rimpolpa una bufala cospirativa (“HAARP geoingegnerizza il cambiamento climatico”) sbugiardata da tutti e da tempo, con l’avversione contro “gli arabi” (il razzismo in Spagna contro “i marocchini” è storia passata e disgustosa che ha origini Franchiste, ora è morta e sepolta, ma la destra neofascista e forcona cerca di riportarlo in vita) ed a buon peso contro le energie rinnovabili, altra bestia nera dei borghesi ignoranti di destra, che odiano essere costretti a rinunciare alle loro automobili a benzina.
Queste teorie cospirative sono spesso alimentate per questi poco nobili fini politici, oppure da coloro che cercano di trarre profitto diffondendo sensazionalismo online.
Se ci fosse una base reale per queste affermazioni, ci aspetteremmo dichiarazioni ufficiali dalle autorità spagnole o marocchine. Comprensibilmente, per evitare di finire impelagate in dispute inutili, e magari dannose, non commentano neppure.
Basta poi ricordarsi che né la Spagna né il Marocco possiedono le capacità satellitari per controllare i modelli meteorologici, nonostante abbiano solidi sistemi di monitoraggio, capacità di previsione avanzate e numerosi esperti che potrebbero rispondere ufficialmente o ufficiosamente, se necessario.
Ancora, ricordiamo che HAARP – un trasmettitore radio situato in Alaska utilizzato per studiare uno strato superiore dell’atmosfera (chiamato ionosfera) – non è in grado di manipolare il meteo, né tanto meno il clima.
La tempesta su Valencia, una delle più intense dell’ultimo secolo nella regione, si è verificata, come negli altri casi in passato, quando l’aria fredda soffia sulle calde acque del Mediterraneo. Ciò fa sì che l’aria più calda salga rapidamente, formando dense nubi cariche d’acqua che possono indugiare sulla stessa area per molte ore, aumentando il loro potenziale distruttivo.
I meteorologi affermano che l’evento può talvolta innescare grandi tempeste di grandine e tornado, come si è visto questa settimana. La Spagna orientale e meridionale sono particolarmente soggette a questo fenomeno a causa della loro posizione tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Masse d’aria calda e umida e fronti freddi convergono in una regione in cui le montagne facilitano la formazione di nubi temporalesche e forti piogge.
Anche il Marocco ha avuto piogge, anche se meno intense, ma comunque consistenti (e benefiche), in particolare nelle regioni settentrionali e occidentali dopo l’indebolimento di Dana, mentre le masse d’aria umida in movimento da nord hanno portato nevicate sulle cime delle montagne.
Fun fact. Poco prima della tempesta DANA, circolava un’altra teoria cospirativa che coinvolgeva un programma di inseminazione delle nuvole (Al Gaith) da parte del Marocco per concentrare le precipitazioni all’interno dei suoi confini, impedendo alle masse d’aria umida portatrici di pioggia di raggiungere la Spagna: i marocchini ci rubano la pioggia, insomma.
Anzi no, ce ne mandano troppa, dicono ora.
L’importante è trovare un nemico da odiare, al quale dare – in pura isteria – la colpa. Distogliendo l’attenzione dalle vere cause di questi disastri.
Un ultimo risvolto tragicomico; pur entrandoci come i cavoli a merenda, si sono buttati a pesce nella gazzarra anche i complottisti italiani. Abbondano foto di cieli a pecorelle su Valencia, “prova inequivocabile” che stimolare la pioggia in Marocco provoca cataclismi a Valencia: basta guardare il cielo per capire senza ombra di dubbio che, se non sono stati i marocchini, allora sono “senza dubbio” le scie chimiche: anzi, scie chimiche più cloud seeding, più probabilmente il fatto che a Valencia l’intera popolazione era vaccinata.
Contribuisco io pure con una foto che ritrae un cielo fortemente ingegnerizzato, evidentemente strapieno di scie chimiche. Non è però a Valencia, è fatta dal mio balcone di casa, a Torino, un bel tramonto sulle Alpi Occidentali, come riesco a vederne parecchi, da qui. Nessuno però finora mi aveva “illuminato”. Non avevo idea del pericolo che correvo: sarà meglio che domani esca portandomi l’ombrello.
Perché piovono ca**ate (in spagnolo, està lloviendo tonterias), meglio essere prudenti.
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Appendice tecnica di @Giuseppe Maria Amato
Immancabili!
Sono passate poche ore dalla tremenda notizia dell’alluvione che ha colpito Valencia e la costa mediterranea spagnola e, subito, lo sciacallaggio negazionista e complottista ha alzato il tiro.
Migliaia i post che accusano il cloud seeding e più in generale le “scie chimiche” per il cataclismatico nubifragio.
Ora, sapere che poche ore prima della pioggia venuta giù sulla sfortunata città iberica il cielo fosse “a pecorelle” non è sinonimo di alcuna manipolazione tecnocratica. I cirrocumuli, così si chiamano le “pecorelle”, non sono altro che una condizione particolare della nuvolosità tipicamente legata alle condizioni favorevoli alle precipitazioni piovose, non avrebbe altrimenti senso l’esistenza di proverbi ben più antichi di qualsiasi aereo, recanti chiari richiami al cielo a pecorelle.
Il cloud seeding, poi, viene effettuato con regolarità su aree desertiche e predesertiche, anche del Marocco, spargendo particelle di sali, soprattutto di Ioduro d’Argento, che, si badi, costa 127 Euro più IVA ogni 25 grammi, cioè circa 5.000 Euro al chilo, più IVA.
Proprio per i costi dello stesso sale, ai quali va aggiunto il costo dei voli, non certo a basso prezzo, la pratica si effettua solo direttamente sulle aeree dei bacini imbriferi delle dighe e solo se sulle stesse aree sono presenti nubi capaci di dare precipitazione. In caso diverso la pratica risulterebbe vana e dispendiosissima.
Ora, che si sia effettuata dispersione sul lago di Mehcra, in Marocco, a 600 chilometri in linea d’aria da Valencia, e che, per una serie di sfortunati eventi (cit. Brad Silberling), le particelle siano finite a inseminare i cirrocumuli sull’area valenciana, è talmente poco probabile da diventare ben più probabile che ad inseminare le nuvole siano stati i tappeti sbattuti al balcone da tutte le massaie valenciane.
La verità è che non è la prima volta che la città iberica si ritrova a dover piangere i morti per le alluvioni, ma che questa volta – da un lato la impermeabilizzazione dei suoli e dall’altro la temperatura altissima e ben fuori la media della superficie del mare Mediterraneo – hanno enormemente amplificato la già potente pioggia.
Sono venuti giù in meno di un giorno i quantitativi pari ad un anno di precipitazioni e la gente è finita in balia di una tale massa d’acqua che è stato impossibile intervenire. A questo si aggiunga il sempre più probabile fallimento del sistema di protezione civile valenciano e spagnolo, tutto con responsabilità gravissime.
Per dirla tutta ha ucciso più l’uomo che il tempo.
Adesso vogliamo capirlo che il cambiamento climatico è in atto o ancora stiamo a menare il can per l’aia?
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