Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
03/02/2025
Messina annega, ma quelli giocano col “Ponte”
C’era solo da chiedersi quali torrenti avrebbero straripato e quale sarebbe stata l’entità del danno, se ci sarebbero state vittime. Era in dubbio solo la dimensione di quanto sarebbe accaduto. Per fortuna non ci sono state vittime, ma di torrenti che sono usciti dall’alveo ce ne stati tanti. A Zafferia i danni più consistenti, ma la situazione è critica sia nella zona nord che nella zona sud della città.
Fin qui tutto scontato. Conosciamo bene la condizione di dissesto idrogeologico del nostro territorio.
È, però, andata sott’acqua tutta la città. La via Don Blasco, che ha visto il taglio di mille nastri, è diventata un invaso. Il pronto soccorso del Policlinico, inaugurato da pochi giorni si è allagato.
A Ganzirri sembrava si fosse formato un altro pantano. Le palestre della città sono diventate acquitrini. Ma, poi, allagamenti nei paesi della provincia: a Rometta, a Furci Siculo, a Sant’Alessio... Inutile citarli tutti. Inutile citare gli allagamenti in tanti centri dell’isola. È stata una debacle totale.
Avviene nella città del ponte. Avviene nella città in cui alcuni giorni fa intorno alla cessione delle ex Officine Grandi Riparazioni delle ferrovie (di cui non si conosce la destinazione) al Comune di Messina si sono ritrovati gli uomini della cessione della città alla governance del ponte: in primo luogo Ciucci (vero playmaker dell’operazione), ma poi anche Basile (che assiste inerme in attesa di ricavarci qualche briciola), Schifani (che ha immediatamente licenziato il direttore generale del Cas che aveva osato mettere in dubbio la tenuta del traffico autostradale a causa dei 200 camion che trasporterebbero quotidianamente i materiali di scavo), il presidente di Rfi Lo Bosco.
Intanto i sostenitori locali del ponte esultano per le condanne alle spese legali subite dai No Ponte che avevano intentato una class action contro la Stretto di Messina Spa e auspicano per gli attivisti in difesa del territorio le stesse pene richieste per i no tav (8 milioni di euro).
Come non avere il sangue agli occhi contro questo branco di incoscienti. I primi, però, perché i secondi non meritano neanche la nostra rabbia. Sono solo personaggi di secondo piano alla ricerca di qualche ingaggio. Roba da folclore locale. I primi no, invece, perché sono responsabili, sono responsabili di un territorio che va in frantumi, sono espressione di un corso politico nuovo nel quale la funzione pubblica è totalmente sottomessa alla Grande Impresa, un corso politico nuovo che fa uso della modifica progressiva delle norme ogni qualvolta si frappongono ostacoli all’aggressione del territorio, un corso politico nuovo per il quale la stessa manifestazione del punto di vista avverso diventa motivo di azione disciplinare.
Nelle prossime settimane si tornerà in piazza contro la costruzione del ponte sullo Stretto. Verrà messo questo tema al centro delle iniziative. Come nel 2009, dopo la tragedia di Giampilieri, torneremo in piazza per chiedere che i soldi del ponte vengano utilizzati per la messa in sicurezza dei territori e il soddisfacimento dei bisogni inevasi di una comunità sempre più penalizzata.
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05/11/2024
Spagna - Le responsabilità politiche dietro la strage a València
Ma una volta sgombrato il campo dalle ricostruzioni complottiste, che non a caso ripropongono acriticamente il modello capitalista, è evidente la responsabilità del governo della Generalitat Valenciana (monocolore del Partido Popular de la Comunitat Valenciana) nella gestione dell’emergenza e nel suo tragico e ancora provvisorio bilancio. In altre parole, se il fenomeno atmosferico era inevitabile, al contrario la strage si poteva scongiurare. Ma l’operato del governo Mazón ha aggravato la situazione.
L’agenzia spagnola per gli eventi atmosferici (AEMET) ha previsto il fenomeno atmosferico già venerdì 25 ottobre. Lunedì 28 ha avvisato del rischio di possibili inondazioni. Durante la mattina di martedì 29, l’AEMET ha emesso reiteratamente diversi comunicati (alle 7, alle 8, alle 9 e alle 9,20) esortando la popolazione a non uscire e a prendere le dovute precauzioni abbandonando le zone inondabili. Di conseguenza alcune istituzioni pubbliche hanno sospeso le loro attività, come nel caso dell’Autorità Portuale. L’Università di València aveva sospeso la didattica già il giorno prima.
Tuttavia il presidente Mazón non solo ha ignorato gli avvisi dell’AEMET, via via più preoccupanti nel corso della mattinata, ma alle 13 ha fatto una dichiarazione nella quale affermava non esistere nessun rischio idrogeologico e che perciò non era necessario prendere alcuna misura particolare.
Pochi minuti dopo, l’acqua inondava le strade di alcuni paesi della provincia, portandosi via auto e persone. Nelle ore successive la situazione si è fatta sempre più grave ma l’allarme inviato per SMS dal governo della Generalitat alla cittadinanza è arrivato soltanto alle 20, quando c’erano già i morti nelle strade.
Dopo la dichiarazione delle 13, in seguito cancellata dai propri social, Mazón e il suo governo sono scomparsi lasciando la popolazione in balia delle inondazioni. In molti hanno denunciato la incompetente sottovalutazione del rischio, ma alla base del comportamento di Mazón c’è un calcolo ragionato ben più grave: per il governo regionale del PPCV l’attività economica viene prima della vita della popolazione e non può essere fermata neppure davanti alla catastrofe imminente.
La supremazia del capitale è il segno distintivo dell’Unione Europea e il governo Mazón così come le grandi imprese presenti sul territorio del País Valencià non fanno eccezione.
Secondo numerose testimonianze nei magazzini e nei negozi di Inditex, Mercadona, Carrefour, Transfesa i lavoratori sono stati costretti a cominciare il turno o a rimanere sul posto di lavoro anche dopo il tardivo allarme inviato per SMS alle 20. In molti casi non hanno potuto tornare a casa per soccorrere i propri familiari e vicini.
E la dimostrazione che la supremazia dell’impresa è un principio ormai condiviso anche dalla “sinistra” statale, sono le parole pronunciate dalla vice presidente del governo spagnolo. Yolanda Diaz ha raccomandato alle imprese soltanto “il rispetto delle norme”, scaricando interamente sui lavoratori la responsabilità di recarsi oppure no al lavoro in questi tragici giorni. Una posizione quantomeno deludente per il governo che si definisce come “il più progressista della storia spagnola”.
I più di 200 morti (una cifra ancora provvisoria), i 1900 dispersi e le distruzioni materiali invocano ben altre misure. Secondo la Candidatura d’Unitat Popular è necessario un decreto che dichiari lo stato d’emergenza e sospenda tutte le attività produttive non essenziali. Altre forze politiche e sindacali, quali Compromís, hanno chiesto le dimissioni di Mazón, mentre l’indignazione e la rabbia popolare si sono palesate questa domenica a Paiporta, uno dei municipi più colpiti dalla tragedia.
Il monarca spagnolo, accompagnato da Pedro Sánchez e dal presidente della Generalitat Valenciana, pensava di fare una passeggiata in un feudo fedele: il País Valencià è governato dalla destra e ha storicamente ospitato un neofascismo ampiamente foraggiato dallo stato in funzione anticatalanista. Qui, soprattutto tra gli anni ’80 e ‘90, si è dato campo libero a bande neofasciste che si sono macchiate di violenze e omicidi di militanti antifascisti (come nel caso di Guillem Agulló).
Qui si sono spese molte energie per consolidare la dipendenza dalla capitale e scongiurare la minaccia rappresentata dai legami culturali, economici e storici con la Catalunya, in altre parole la minaccia dell’unità dei Països Catalans. E proprio qui il monarca ha subito una dura e bruciante contestazione.
Tanto che la reazione non si è fatta attendere: un giudice di Torrent, un municipio in província di València, ha già aperto un’indagine per accertare le responsabilità della popolazione di Paiporta nella contestazione a Felipe VI. I reati ipotizzati sono attentato e disordini pubblici. Il ministro dell’interno Fernando Grande Marlaska si è detto fiducioso di poter identificare i colpevoli. L’apparato giudiziario statale non agisce sempre con la stessa solerzia: la Fiscalia, un organo che risponde al governo centrale, non ha aperto finora alcuna indagine sulle responsabilità di Mazón e delle grandi imprese.
Fonte
04/11/2024
Spagna - Piovono cazzate
Alcune incolpano il Marocco ed il suo programma di Cloud Seeding: in sostanza, quella procedura che prevede la stimolazione di formazioni nuvolose troppo deboli da causare pioggia, in modo da spremerle un po’ prima che si disperdano. Una tecnica nota da anni, che produce qualche risultato a livello locale. Naturalmente, l’effetto massimo è ottenere da queste nuvole recalcitranti qualche limitata precipitazione sui luoghi sottostanti.
Cosa c’entra tutto questo con i disastri climatici a livello globale, dei quali il cataclisma di Valencia è l’ultimo episodio di una lunga serie?
È un bel misto cospirativo, condito con abbondante salsa di odio nazionalista/razzista e di avversione alle energie rinnovabili.
Tutto parte dal sito spagnolo “Maldito Clima”. Esatto: Clima Maledetto.
La teoria cospirativa sostiene che il Marocco “potrebbe essere coinvolto nella manipolazione del meteo attraverso tecnologie non comprovate come HAARP, presumibilmente per danneggiare l’agricoltura spagnola durante una stagione di raccolta chiave per arance e verdure”.
Dicono quelli del Maldito Clima: “Non si chiama DANA o Cold Drop. Si chiama GEOENGINEERING HAARP. E forse il Marocco c’entra qualcosa: lo fanno per rovinare i propri concorrenti nel bel mezzo della stagione delle arance e delle verdure. E, a proposito, per aiutare le grandi aziende ad acquisire terreni a basso costo per le energie rinnovabili”.
Oramai, questi personaggi li riconosciamo appena aprono bocca o scrivono mezza frase.
Facile da capire: si rimpolpa una bufala cospirativa (“HAARP geoingegnerizza il cambiamento climatico”) sbugiardata da tutti e da tempo, con l’avversione contro “gli arabi” (il razzismo in Spagna contro “i marocchini” è storia passata e disgustosa che ha origini Franchiste, ora è morta e sepolta, ma la destra neofascista e forcona cerca di riportarlo in vita) ed a buon peso contro le energie rinnovabili, altra bestia nera dei borghesi ignoranti di destra, che odiano essere costretti a rinunciare alle loro automobili a benzina.
Queste teorie cospirative sono spesso alimentate per questi poco nobili fini politici, oppure da coloro che cercano di trarre profitto diffondendo sensazionalismo online.
Se ci fosse una base reale per queste affermazioni, ci aspetteremmo dichiarazioni ufficiali dalle autorità spagnole o marocchine. Comprensibilmente, per evitare di finire impelagate in dispute inutili, e magari dannose, non commentano neppure.
Basta poi ricordarsi che né la Spagna né il Marocco possiedono le capacità satellitari per controllare i modelli meteorologici, nonostante abbiano solidi sistemi di monitoraggio, capacità di previsione avanzate e numerosi esperti che potrebbero rispondere ufficialmente o ufficiosamente, se necessario.
Ancora, ricordiamo che HAARP – un trasmettitore radio situato in Alaska utilizzato per studiare uno strato superiore dell’atmosfera (chiamato ionosfera) – non è in grado di manipolare il meteo, né tanto meno il clima.
La tempesta su Valencia, una delle più intense dell’ultimo secolo nella regione, si è verificata, come negli altri casi in passato, quando l’aria fredda soffia sulle calde acque del Mediterraneo. Ciò fa sì che l’aria più calda salga rapidamente, formando dense nubi cariche d’acqua che possono indugiare sulla stessa area per molte ore, aumentando il loro potenziale distruttivo.
I meteorologi affermano che l’evento può talvolta innescare grandi tempeste di grandine e tornado, come si è visto questa settimana. La Spagna orientale e meridionale sono particolarmente soggette a questo fenomeno a causa della loro posizione tra l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo. Masse d’aria calda e umida e fronti freddi convergono in una regione in cui le montagne facilitano la formazione di nubi temporalesche e forti piogge.
Anche il Marocco ha avuto piogge, anche se meno intense, ma comunque consistenti (e benefiche), in particolare nelle regioni settentrionali e occidentali dopo l’indebolimento di Dana, mentre le masse d’aria umida in movimento da nord hanno portato nevicate sulle cime delle montagne.
Fun fact. Poco prima della tempesta DANA, circolava un’altra teoria cospirativa che coinvolgeva un programma di inseminazione delle nuvole (Al Gaith) da parte del Marocco per concentrare le precipitazioni all’interno dei suoi confini, impedendo alle masse d’aria umida portatrici di pioggia di raggiungere la Spagna: i marocchini ci rubano la pioggia, insomma.
Anzi no, ce ne mandano troppa, dicono ora.
L’importante è trovare un nemico da odiare, al quale dare – in pura isteria – la colpa. Distogliendo l’attenzione dalle vere cause di questi disastri.
Un ultimo risvolto tragicomico; pur entrandoci come i cavoli a merenda, si sono buttati a pesce nella gazzarra anche i complottisti italiani. Abbondano foto di cieli a pecorelle su Valencia, “prova inequivocabile” che stimolare la pioggia in Marocco provoca cataclismi a Valencia: basta guardare il cielo per capire senza ombra di dubbio che, se non sono stati i marocchini, allora sono “senza dubbio” le scie chimiche: anzi, scie chimiche più cloud seeding, più probabilmente il fatto che a Valencia l’intera popolazione era vaccinata.
Contribuisco io pure con una foto che ritrae un cielo fortemente ingegnerizzato, evidentemente strapieno di scie chimiche. Non è però a Valencia, è fatta dal mio balcone di casa, a Torino, un bel tramonto sulle Alpi Occidentali, come riesco a vederne parecchi, da qui. Nessuno però finora mi aveva “illuminato”. Non avevo idea del pericolo che correvo: sarà meglio che domani esca portandomi l’ombrello.
Perché piovono ca**ate (in spagnolo, està lloviendo tonterias), meglio essere prudenti.
Appendice tecnica di @Giuseppe Maria Amato
Immancabili!
Sono passate poche ore dalla tremenda notizia dell’alluvione che ha colpito Valencia e la costa mediterranea spagnola e, subito, lo sciacallaggio negazionista e complottista ha alzato il tiro.
Migliaia i post che accusano il cloud seeding e più in generale le “scie chimiche” per il cataclismatico nubifragio.
Ora, sapere che poche ore prima della pioggia venuta giù sulla sfortunata città iberica il cielo fosse “a pecorelle” non è sinonimo di alcuna manipolazione tecnocratica. I cirrocumuli, così si chiamano le “pecorelle”, non sono altro che una condizione particolare della nuvolosità tipicamente legata alle condizioni favorevoli alle precipitazioni piovose, non avrebbe altrimenti senso l’esistenza di proverbi ben più antichi di qualsiasi aereo, recanti chiari richiami al cielo a pecorelle.
Il cloud seeding, poi, viene effettuato con regolarità su aree desertiche e predesertiche, anche del Marocco, spargendo particelle di sali, soprattutto di Ioduro d’Argento, che, si badi, costa 127 Euro più IVA ogni 25 grammi, cioè circa 5.000 Euro al chilo, più IVA.
Proprio per i costi dello stesso sale, ai quali va aggiunto il costo dei voli, non certo a basso prezzo, la pratica si effettua solo direttamente sulle aeree dei bacini imbriferi delle dighe e solo se sulle stesse aree sono presenti nubi capaci di dare precipitazione. In caso diverso la pratica risulterebbe vana e dispendiosissima.
Ora, che si sia effettuata dispersione sul lago di Mehcra, in Marocco, a 600 chilometri in linea d’aria da Valencia, e che, per una serie di sfortunati eventi (cit. Brad Silberling), le particelle siano finite a inseminare i cirrocumuli sull’area valenciana, è talmente poco probabile da diventare ben più probabile che ad inseminare le nuvole siano stati i tappeti sbattuti al balcone da tutte le massaie valenciane.
La verità è che non è la prima volta che la città iberica si ritrova a dover piangere i morti per le alluvioni, ma che questa volta – da un lato la impermeabilizzazione dei suoli e dall’altro la temperatura altissima e ben fuori la media della superficie del mare Mediterraneo – hanno enormemente amplificato la già potente pioggia.
Sono venuti giù in meno di un giorno i quantitativi pari ad un anno di precipitazioni e la gente è finita in balia di una tale massa d’acqua che è stato impossibile intervenire. A questo si aggiunga il sempre più probabile fallimento del sistema di protezione civile valenciano e spagnolo, tutto con responsabilità gravissime.
Per dirla tutta ha ucciso più l’uomo che il tempo.
Adesso vogliamo capirlo che il cambiamento climatico è in atto o ancora stiamo a menare il can per l’aia?
Fonte
02/11/2024
Quando l’ignoranza è al servizio dei potenti
Attribuire il recente disastro meteorologico in Spagna (o quello in Emilia) solo ai cambiamenti climatici è una ipotesi approssimativa. Non tiene conto di una regola semplice-semplice, che non serve essere molto “studiati” per capire: disastri naturali singoli del genere sono avvenuti anche in passato, magari anche peggiori, come gravità.
Quindi?
È invece vero che il rischio dovuto a questi eventi è aumentato a causa dei cambiamenti climatici. Il rischio è grossomodo il prodotto di due quantità: la frequenza con la quale accadono i disastri, e la loro gravità (i danni).
R = F * D
F si misura in disastri all’anno.
D si misura p.es. in morti per ogni disastro (o M€)
Moltiplicando, il Rischio allora sono morti all’anno. È la definizione tecnologica del Rischio, che dalla metà degli anni '60 ci permette di valutarlo.
Come gestire il rischio, in caso di eventi “naturali”?
La mitigazione: riduce le conseguenze dell’evento, quando esso capita. Abbassa quindi D. Qui possiamo intervenire localmente. Sia chiaro che la mitigazione efficace si fa prima – preparandosi ai disastri – e non “dopo”, soluzione preferita dai governanti, che “portano la solidarietà delle istituzioni alle vittime” e “studieranno soluzioni per porre rimedio”: rispetto al pensarci prima, questo porta molte più apparizioni sui media. Tanto, la “colpa” è sempre di quelli che c’erano prima.
La prevenzione: riduce la frequenza di questi disastri. Come? Mentre nel caso della sicurezza industriale occorre “rendere più robusto” il sistema, riducendo i guasti e anche progettandoli meglio, per i disastri “naturali” la ricetta è più semplice: occorre smettere di rovinare il clima terrestre, come stiamo continuando a fare. Se non la piantiamo e invertiamo la tendenza, la frequenza di questi disastri gravi aumenterà. La prevenzione quindi si fa a livello globale.
Tutto chiaro, no?
Bene. Questo comporta azioni concrete da parte dei governi, sia a livello locale che a livello globale. Azioni concrete, che hanno costi, sono delle vere scocciature per i governi (“democratici” e non), che odiano investire su azioni che hanno benefici DOPO che loro non saranno più in carica.
Perché una cosa è chiara: a costoro, ai nostri governanti, del clima, dei disastri, dei morti, dei danni, importa fino a un certo punto: i loro scrupoli morali, il loro reale interesse per il bene comune, sono generalmente delle verniciature assai sottili. A costoro, interessano in realtà due cose: accumulare denaro per sé e i propri clientes, ed avere una buona nomea in modo da essere rieletti, loro stessi o i loro tirapiedi, o alla peggio i loro compagni di partito.
Per gente che intende la politica e l’amministrare la cosa pubblica come una fonte di potere e privilegio cui accedere con ogni mezzo e mantenere ad ogni costo, apparecchiando mezze verità e menzogne che appaiano buone azioni, ma che debbono durare dieci anni al massimo, il clima non era un problema: protocollo di Kyoto, solenni impegni, entro il 2030-anzi2050-no2100, minimo sforzo e dar fastidio il meno possibile.
Però ora i disastri gravi sono già arrivati e potrebbero essere nocivi (per le prossime elezioni, che avevate capito?). Gli scienziati di regime – davanti a questi nuovi fatti – sono diventati parzialmente inadatti.
Da un lato, per l’attuale classe politica occorre trovare scuse più credibili per sprecare gran parte del plusvalore umano in armi e guerre. Impedire il più possibile che si formi un’opinione pubblica realmente informata, che rigetti mentalità nazionaliste e belliciste buone per il secolo scorso. Insomma, rallentare il più possibile il cambiamento: ovviamente, questo non è legato al progresso tecnico, ma all’uso sociale che del progresso scientifico viene fatto.
Questo compito è lasciato alla propaganda politica, cioè ai media, ai giornalisti, opinion maker, spin doctor. Un reale progresso, inteso come diffusione del sapere, conoscenza della situazione, comporterebbe mutamenti, pericolosi perché aumenterebbero le possibilità che i gruppi ristretti di personaggi oggi al potere – spesso inutili o dannosi – venissero sbalzati dall’amata sella. Sbalzati dalla cosiddetta “Storia”: prima che finisse venduta per la pubblicità dell’Enel, una canzone diceva più o meno “La storia siamo noi. Perché è la gente che fa la Storia, e la Storia mette i brividi, perché nessuno la può fermare”.
Bene: alla lunga è probabilmente vero, ma proprio la fine indegna che hanno fatto quelle frasi ci fa capire come la Storia non si può fermare, ma si può rallentare e intralciare. Incanalare verso percorsi in parte innocui e inutili. La stessa parola “Progresso” è stata utilizzata in maniere talmente distorte ed ipocrite, che – oggi – ha perso in gran parte la sua accezione reale e positiva: va usata virgolettandola.
La ricetta è quindi incanalare in parte la forza irrefrenabile che è la propensione umana alla conoscenza in piccoli rigagnoli inoffensivi.
Qui interviene in aiuto, trovando terreno ben preparato, l’ignoranza e l’incultura globale, diffusa da personaggi che – rasoio di Occam alla mano – non possono che essere al servizio dei potenti stessi, avendo obiettivi convergenti.
Tornando al problema dei disastri ambientali, prima ci sono stati i negazionisti del cambiamento climatico. Ci sono ancora, ma sono sempre meno ed antipatici, hanno perso credibilità col passare del tempo e dinanzi all’evidenza dei fatti.
Più utili sono i nìgazionisti: riconoscono il problema, ma asseriscono che va risolto con approccio riformista. Il discorso è lungo, ma crediamo sia chiaro, quando la soluzione del problema dei cambiamenti climatici viene affidata agli stessi che di questi cambiamenti sono i principali responsabili storici, e che grazie ai loro comportamenti basano il loro attuale benessere e privilegio. Qualcuno potrebbe restare perplesso, davanti alla strategia di chiedere all’oste se il vino è buono.
Allora, mandiamo avanti i complottisti. Quelli religiosi (Zeus ci manda il diluvio universale per punirci dei nostri peccati, in particolare la masturbazione) non funzionano più neppure quelli. L’umanità è ancora ignorante, ma non più così tanto da credere davvero alle religioni.
Meglio allora i complottisti 2.0: i potenti stanno facendo qualcosa di realmente criminale ed inescusabile, ma “non celo dicono“. Non stanno quindi agendo alla luce del sole per fregarci, no: lo fanno “in segreto“. Ed è questo segreto che va svelato, altro che perder tempo in mitigazione e prevenzione. Noi – “sacerdoti della verità vera” – indichiamo al popolo su cosa preoccuparsi e lottare. Tutto sarà così risolto.
Con ipotesi talmente assurde che, pur essendo credute da moltitudini di poveretti, risultano smontabili con una risata da parte di qualunque scienziatucolo al servizio dei potenti, per i quali questi sacerdoti alla Red Ronnie sono dei nemici molto più comodi di scienziati e climatologi seri e non servi del potere. Così comodi – questi nemici – da essere talvolta (come si scopre prima o poi) a libro paga delle agenzie che svolgono per i governi i lavoretti più sporchi.
Di chi parliamo, nel caso dei disastri ambientali? Ma dei Fafioché.
In dialetto piemontese, si definivano così i fanfaroni che promettevano ai contadini di far piovere. Dietro compenso, ovviamente.
Oggi, fafiochè si traduce con Cloud Seeding.
(L’articolo prosegue con cambio d’autore, uno scienziato molto più serio ed educato di me, Leonardo Nicolì che condivido al 100% e ringrazio scusandomi)
2. Maltempo, clima e cloud seeding (di Leonardo Nicolì)
Quando avvengono tragedie come quelle dell’Emilia o di Valencia, spesso la colpa viene attribuita ai tombini intasati o ai fiumi trascurati. Ma questo è solo un lato del problema. Siamo di fronte a eventi meteorologici estremi, più intensi e frequenti rispetto al passato, che sono una delle conseguenze tangibili del cambiamento climatico.
Non si tratta solo di “maltempo”. I cambiamenti climatici alterano gli equilibri naturali, aumentando l’intensità delle precipitazioni, prolungando periodi di siccità e rendendo sempre più difficile prevedere i fenomeni atmosferici.
C’è chi punta il dito sul “cloud seeding”, o inseminazione delle nuvole, pensando che possa essere una delle cause di questi eventi.
È importante fare chiarezza.
Il cloud seeding, quando applicato, ha un impatto molto limitato e locale, utilizzato solo in circostanze particolari per aumentare la probabilità di pioggia in zone precise e in piccole quantità.
I grandi eventi meteorologici e i disastri naturali che viviamo sono, invece, strettamente collegati al cambiamento climatico globale, causato dall’innalzamento delle temperature e dall’inquinamento atmosferico. Pensare che il cloud seeding sia responsabile di inondazioni o disastri è fuorviante.
Affrontare il cambiamento climatico significa non solo migliorare la manutenzione, ma anche ridurre le emissioni, rispettare l’ambiente e adottare strategie per proteggere le nostre comunità. Il clima cambia, e dobbiamo cambiare anche noi per non dover piangere più tragedie evitabili.
3. Conclusioni ed un parallelo amaro
Puntare il dito sul cloud seeding per attribuirgli i disastri ambientali ha la stessa fondatezza scientifica di attribuire le aurore boreali al riflesso del sole sulla pancia delle aringhe. Punto.
Ma non si tratta di fanfaroni tutto sommato innocui. Dal punto di vista morale, un simile atteggiamento merita disprezzo, perché è un metodo di distrazione di massa messo in atto proditoriamente (avrete capito dal tono che quest’ultimo capitolo è di nuovo mio): fa venire in mente la giusta opposizione alla sovraesposizione ai campi elettromagnetici dovuta all’esplosione del wireless e del 5G.
Un normale allarme, di fronte ad un Wild West di crescita incontrollata dell’esposizione, che fino a qualche anno fa sembrava – portando avanti obiezioni scientifiche serie basate sul principio di precauzione e sul progredire di evidenze e studi sulla pericolosità – poter ottenere che anche a questo fattore di rischio fosse posto un limite ragionevole, come è accaduto in passato a molti agenti inquinanti e/o genotossici. Cito questo esempio perché è uno dei miei argomenti di ricerca e insegnamento: la protezione dalle radiazioni, ionizzanti o non.
Sappiamo purtroppo come è andata a finire: tre anni fa sono arrivati quelli che ci hanno detto che nei vaccini erano contenute delle “nanoparticelle” che grazie ai campi magnetici del 5G ci avrebbero controllato come automi, ponendo anche delle “date di scadenza” di attivazione di questa immensa manovra che avrebbe comportato lo sterminio dell’umanità.
Certo, riviste adesso a distanza di soli pochissimi anni, queste solenni castronerie destano più che altro ilarità: ma hanno avuto come conseguenza il totale discredito scientifico e la giustificata – in parte – svalutazione a pseudoscienza di tutta la ricerca scientifica sull’argomento “5G” e per estensione sul rischio per la salute dell’esposizione prolungata ai campi elettromagnetici: una vera manna, alla fine della fiera, per chi è andato negli ultimi anni – facendo affari miliardari – verso l’elettromagnetizzazione selvaggia e indiscriminata dell’umanità.
Il “No 5G” è diventato argomento da byoblu. Missione compiuta.
di Massimo Zucchetti, professore ordinario dal 2000 presso il Politecnico di Torino, Dipartimento di Energia. Attualmente è docente di Radiation Protection, Tecnologie Nucleari, Storia dell’energia, Centrali nucleari. E’ entrato nella “cinquina” finale dei candidati al premio Nobel per la fisica nel 2015.
Fonte
29/09/2024
Cambiamento climatico, mancata manutenzione e cementificazione: le responsabilità di PD e destre nell’alluvione
Da subito siamo partiti da tutta la regione per andare a portare solidarietà attiva alle persone colpite, rimanendo colpiti ovviamente dalle condizioni di Traversara, in cui i muri delle case sono stati spaccati dalla forza dell’acqua, così come a vedere di nuovo sott’acqua le stesse zone e quartieri già alluvionati l’anno scorso, e che dopo 16 mesi devono ricominciare tutto da capo.
La forza e l’orgoglio che abbiamo visto l’anno scorso, in questi giorni le abbiamo viste sostituite da tanta rabbia emersa da praticamente tutte le persone: in 16 mesi nessuno ha fatto niente. Sabato si è formato un presidio a Budrio, domenica c’è stata una manifestazione spontanea a Faenza, per sabato prossimo ne è stata chiamata una dagli alluvionati della Val di Zena.
La rabbia è diretta a tutte le istituzioni: Governo e Regione per 16 mesi hanno condotto un balletto politico sui nostri territori, ma le responsabilità sono di entrambi. Da una parte, il governo Meloni, negazionista del cambiamento climatico nonostante le evidenze sempre più palesi, che ha messo su una struttura commissariale assolutamente fallimentare per fare arrivare i fondi dei ristori alle famiglie e alla ricostruzione.
Dall’altra, una Regione da sempre a guida PD, che nemmeno l’alluvione dell’anno scorso ha fatto ricredere sulle sue politiche di totale cementificazione: che il consumo di suolo fosse uno dei maggiori responsabili di queste alluvioni sta emergendo sempre di più da parte sia di urbanisti e geologi, sia della stessa classe politica.
La timida critica di Lepore alla legge regionale cosiddetta “contro il consumo di suolo” è però non solo tardiva, perché sono cinque anni che insieme alle associazioni ambientaliste denunciamo come quella legge abbia favorito il consumo di suolo, ma anche falsa e ipocrita, perché è grazie a quella legge che il sindaco di Bologna ha potuto varare piani di urbanizzazione estremi, così come De Pascale, ora candidato PD alla presidenza della regione, nel suo mandato e mezzo da sindaco di Ravenna ha reso la sua città quella con il maggior consumo di suolo in Italia, seconda solo a Roma.
Nel giro di qualche settimana uscirà il nuovo rapporto Ispra sul consumo di suolo nell’anno 2023, e potremo così vedere come anche nei territori maggiormente colpiti dell’alluvione si è continuato a cementificare, proprio grazie alle ulteriori deroghe che vennero fatte alla legge regionale. Pronta è stata comunque la risposta del capo Bonaccini: provate voi a fare di meglio.
Dobbiamo rompere con il partito unico del cemento. La nostra proposta è di un completo cambio di rotta sulla gestione ambientale e la messa in sicurezza del territorio. Da una parte, l’abolizione immediata della legge regionale 24/2017 per una vera legge di consumo zero (e non 3%) del territorio senza deroghe, da affiancare a una moratoria su tutte le nuove costruzioni sia edilizie che di infrastrutture, le grandi opere inutili e inquinanti.
Dall’altra, un piano di lungo termine di gestione del territorio, che significa non soltanto riparare i danni esistenti, ma allargare gli alvei dei fiumi, insieme e non alternativamente alla creazione di casse di espansione.
Cambiamento climatico e cementificazione stanno condannando l’Emilia-Romagna a un’emergenza perenne, dobbiamo cambiare rotta, che vuol dire anche impedire a chi ci governa di continuare su una strada che ci porta verso la distruzione.
Fonte
Piove, governo ladro!
Sono stati giorni tristi, in cui abbiamo rivisto le immagini dei disastri provocati dalle piogge in Emilia-Romagna, a solo un anno e mezzo di distanza dall’ultima alluvione, e mentre il dibattito politico si concentrava sul balletto di responsabilità sulle ragioni per cui i cittadini di quella regione ancora aspettano i ristori dell’emergenza precedente, si è manifestato in maniera plastica come il Governo pensa di affrontare tali emergenze senza rischiare di sfidare il paradigma dell’austerità: sostanzialmente, senza fare niente, e addirittura raccomandando (o, come vedremo, obbligando) cittadini e imprese a vedersela da soli e a loro spese.
Andiamo con ordine: sappiamo bene che l’Italia è un paese fragile dal punto di vista idrogeologico, tanto più in quanto vittima di un modello di sviluppo che ha favorito una crescita disordinata del territorio a tutto vantaggio del profitto, con un continuo consumo di suolo che l’ha resa sempre più esposta agli eventi estremi (e a volte neanche gli eventi tanto estremi hanno causato disastri). Emblematica poi la situazione specifica dell’Emilia-Romagna dove un modello di sviluppo territoriale scellerato fondato su un uso intensivo e irresponsabile del territorio – promosso e sostenuto dalle amministrazioni del centro-sinistra neo-liberale – è, con ogni evidenza, alla base del disastro consumatosi nel maggio 2023 e ancora, in proporzioni meno drammatiche, pochi giorni fa.
È dunque evidente che una politica di prevenzione del rischio idrogeologico deve partire prima di tutto da uno sviluppo ordinato del territorio, a servizio delle comunità che vi abitano e non del profitto.
Ciò detto, il danno è ormai fatto, e per passare dalla logica dell’emergenza a quella della prevenzione occorre quindi pensare a come mettere mano al portafogli per realizzare interventi di messa in sicurezza e prevenzione del rischio. È ovvio che tutto ciò ha un costo, che un documento del Consiglio Nazionale degli Ingegneri quantifica in circa 26 miliardi (e questo, lo ribadiamo, nell’ipotesi tutt’altro che scontata che nel frattempo non si creino ulteriori interventi dannosi per il territorio).
Si noti che la questione “prevenzione del dissesto idrogeologico” dovrebbe essere – tanto più in un paese come l’Italia – l’ABC di un’attività ordinaria di cura del territorio, finanziata con strumenti ordinari di spesa pubblica. E in effetti il Governo lo scorso marzo ha istituito il regolamento di un “Fondo progettazione per la mitigazione del rischio idrogeologico”, solo che si è “dimenticato” di metterci i soldi, finanziandolo (per di più per il triennio 2022-24, dunque retroattivamente) per soli 5 milioni l’anno! Ribadiamo: 15 milioni (in tre anni) a fronte di un investimento dovuto pari ad almeno 26 miliardi.
Si dirà: vabbè, ma c’è il PNRR, vuoi che lì non ci sia qualcosa per mettere in sicurezza il territorio? In effetti il PNRR prevedeva due misure legate al contrasto del dissesto idrogeologico, per circa 2 miliardi e mezzo (quindi comunque pari al 10% dei 26 miliardi citati in precedenza), per di più da dividere in opere di prevenzione e interventi a favore di aree già colpite da calamità. Molto poco, dunque, e per di più – coerentemente con le tempistiche del PNRR – per interventi da realizzarsi da qui al 2026, come se poi tutto si risolvesse da sé. Eppure anche questa miseria deve essere sembrata troppo al Governo, che lo scorso marzo nel Decreto di revisione del PNRR ha fatto sparire con una sorta di gioco di prestigio buona parte di tali risorse, che si sono stanzialmente dimezzate. La scelta, quindi, è stata proprio di eliminare investimenti per la cura del territorio e questo avveniva a marzo 2024, neanche un anno dopo il tragico evento alluvionale in Emilia-Romagna del maggio 2023.
E arriviamo infine alle assurdità di questi giorni: a fronte dei nuovi disastri provocati dalle piogge in Emilia-Romagna, il Governo ribadisce di non avere proprio idea e voglia di intervenire con una politica (necessariamente costosa) di prevenzione del territorio, e non trova di meglio che immaginare un obbligo per le imprese di sottoscrivere a proprie spese una polizza assicurativa privata per assicurarsi dai danni da calamità naturali.
Un enorme regalo alle assicurazioni, dunque, e un arretramento di fronte a una delle funzioni base (la tutela del territorio) che qualsiasi Stato dovrebbe assicurare. E non finisce qui: come qualsiasi mercato assicurativo, anche quello di queste tipo di polizze avrebbe bisogno per funzionare di un livello dimensionale minimo, in grado di garantire adeguati profitti alle società assicuratrici a fronte degli impegni assunti, dimensioni che l’obbligo assicurativo per le sole imprese probabilmente non sarebbe in grado di raggiungere. Per questo motivo il Governo starebbe valutando addirittura di estendere l’obbligo assicurativo anche ai privati cittadini, sulla base di una logica perversa: lo Stato, che avrebbe il primario dovere di proteggere il territorio di fronte alle avversità climatiche, abdica alla sua funzione preventiva in quanto giudicata troppo costosa; allo stesso tempo, senza vergogna, con l’obiettivo di non spendere soldi neanche a posteriori per la riparazione dei disastri che puntualmente si consumano di volta in volta, delega ai cittadini questa funzione tramite l’aberrazione di un obbligo di assicurazione privata e strizza così l’occhio alle società assicuratrici garantendo loro un nuovo fecondo mercato. Capolavoro del neo-liberismo!
E il mercato assicurativo effettivamente sembra aver fiutato l’offerta, tanto che i costi per sottoscrivere questo tipo di polizze sono raddoppiati nel corso degli ultimi 3 anni. L’Italia in effetti sembra essere uno dei mercati più promettenti, almeno secondo i dati dell’European Environment Agency, che indicano come nel nostro paese solo il 5% delle perdite degli ultimi due decenni è stato coperto da assicurazione. La dichiarazione di resa del ministro Musumeci assolve quindi a un doppio compito: da un lato ribadire che la cultura dell’austerità di bilancio non verrà scalfita neanche dai (passati, presenti e soprattutto futuri) disastri naturali, dall’altra fornire la necessaria spinta al decollo di un mercato privato delle assicurazioni.
Arriviamo così al rovesciamento completo del rapporto Stato-cittadini, con questi ultimi chiamati a farsi carico direttamente e privatamente dell’arretramento dello Stato dalle proprie funzioni.
Quando diciamo che il paradigma dell’austerità e il definanziamento della spesa pubblica implica un trasferimento di costi dallo Stato ai cittadini, e contemporaneamente occasione di profitto per le imprese, dobbiamo tenere a mente proprio situazioni come questa. E questo sarà ancora più vero con la ripartenza delle regole di bilancio europee, che prendono come variabile “di controllo” proprio la spesa primaria, nella quale rientra anche la spesa per il dissesto idrogeologico (tanto più quando è una spesa per opere di prevenzione e non per ristoro di danni).
L’austerità si traduce sempre e necessariamente in una compressione dei nostri diritti e delle nostre libertà (e, in questo caso, anche delle nostre sicurezze più elementari), per quanto discorsi arzigogolati e teorie economiche strampalate possano tentare di provare il contrario. Poi però piove: e insieme al fango vengono giù le bugie di questo Governo che si presentava in Europa al grido “la pacchia è finita”, dove la pacchia evidentemente era la vita dei propri cittadini.
23/09/2024
Alluvioni in Emilia-Romagna: ci risiamo e ci risaremo
E purtroppo ci risaremo. Ancora e ancora, finché non si farà marcia indietro rispetto alle scelte che continuano a violentare il territorio.
In quest’anno e mezzo, dopo le alluvioni del maggio 2023, abbiamo scritto molto, abbiamo partecipato ad assemblee e convegni, abbiamo dato le nostre voci a un documentario, Romagna tropicale, spesso esprimendo frustrazione e anche rabbia, perché si continuava con la retorica dell’evento eccezionale, della catastrofe una tantum, e non solo si continuava a fare come prima, ma addirittura – e vantandosene pure! – si intensificavano i processi che avevano causato il disastro: cementificazione, urbanizzazioni in zone a rischio idraulico, annichilamento della vegetazione e degli ecosistemi lungo le rive di fiumi e torrenti ecc.
Nel documentario si vedono scene di presunta «pulitura degli argini» – e non degli alvei, dunque il contrario di quanto dicono le stesse linee-guida regionali – raggelanti, soprattutto alla luce di quanto accade in queste ore.
Ora i fiumi hanno rotto negli stessi punti della volta prima o appena più a valle, in tratti presuntamente «messi in sicurezza» e in realtà resi più pericolosi perché rapati, pelati, ridotti a cumuli di materia inerte – anche questa volta le immagini parlano chiaro – destinata a essere spazzata via dall’acqua e dalla realtà.
Anche dove i fiumi sono esondati senza rompere, è stato a causa dei disboscamenti, come nel caso del Lamone.
E a essere colpite sono esattamente le stesse zone, urbanizzazioni che non dovrebbero esserci. Spesso toponimi e odonimi dicono già tutto, se li si vuole ascoltare. A rigore, in una via che si chiama “Sottofiume” non dovrebbe abitare nessuno. Anzi, una via Sottofiume non dovrebbe proprio esistere. A dirla tutta, non dovrebbe esserci un sotto–fiume: i corsi d’acqua non dovrebbero essere sempre più costretti, sopraelevati e pensili, ma avere spazio libero per espandersi.
Che possiamo fare, se non riproporre quanto avevamo già scritto? Ecco alcuni link. Buona (ri)lettura.
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna (29/05/2023)
«È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una “manutenzione” che in realtà è manomissione, e si parla di “messa in sicurezza del territorio” intendendo altre infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di “ripartire”, si scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al “cambiamento climatico” come se si parlasse di una fatalità.»
Conseguenze del cemento e dell’arboricidio: l’esempio del Savena
«Emblematico il caso del Savena, i cui argini furono rasati a zero nel 2014. In pochi giorni sparirono circa sessantamila alberi, anche in zone classificate SIC, Siti di Importanza Comunitaria. Furono distrutti trenta ettari di vegetazione ripariale.»
L’Emilia-Romagna: da illusorio «modello» a «hotspot della crisi climatica»: quale futuro immaginare? (24/07/2023)
«Le attività e produzioni su cui si basano il mitico “benessere” e il mitico “buongoverno” emiliano e romagnolo sono quanto di più tossico e climalterante si possa immaginare. I presunti punti di forza dell’economia di queste parti – un mix di plastica, motori, cemento e tondino, poli logistici, agroindustria, allevamenti intensivi e turismo di massa – si stanno rivelando punti deboli. Sembravano punti di forza, e si menava vanto del loro successo, perché si tenevano ambiente e clima fuori dal quadro. Ora ambiente e clima sono rientrati con violenza, e l’economia emiliano-romagnola si rivela la peggiore possibile.»
Romagna tropicale: un documentario di Pascal Bernhardt
Con link alla piattaforma OpenDDb, dove la donazione minima consigliata per il film è €4.
La crisi del modello neoliberista, tra disastri ambientali e criticità economico-sociali: il caso dell’Emilia-Romagna
Gli atti dell’importante convegno tenutosi a Bologna nel febbraio 2024. C’è anche un intervento di Wu Ming 2.
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Alluvioni, va spezzato il paradigma Emilia Romagna
Oggi la promessa è che “De Pascale ha detto che farà” la nuova legge. Se il centrosinistra fosse serio, dovrebbe pubblicare immediatamente il testo della nuova legge in modo che queste elezioni diventino un’occasione per discuterla.
Affidarsi alla buona parola di De Pascale non può certo bastare, perché su questo tema ha un curriculum spaventoso.
Se è vero che “il cerino è stato lasciato in mano ai sindaci” come dice Lepore, De Pascale l’ha usato per appiccare l’incendio, visto che Ravenna è la seconda città in Italia per consumo di suolo, seconda solo a Roma!
E che incendio: tra i tanti mostri nati sotto la sindacatura di De Pascale c’è anche il rigassicatore, letteralmente una bomba ancorata poco fuori città al modico costo di 1 miliardo e 300 milioni, senza che ci sia neanche nessun vantaggio in bolletta.
La verità è che il cemento e il consumo di suolo sono un meccanismo economico troppo forte in questa regione. Lo stesso Lepore si affretta a rivendicarsi il “cemento buono”: quello per la linea del tram al servizio di Farinetti, quello per le ex aree militari (per cui viene vantato un nuovo accordo ogni anno, ma restano vuote a marcire). Forse per pudore, Lepore evita di nominare il Passante di Mezzo.
Bisogna rompere con i grandi gruppi economici di cui il Partito Democratico e i suoi alleati sono i primi garanti politici, hanno governato questa regione e gran parte dei comuni per decenni senza interruzioni mettendo in cantiere tutto quello che serviva alle filiere del cemento e della logistica. Ora serve rompere con queste filiere e col sistema-PD.
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22/09/2024
L'Italia è funestata dalle alluvioni? Fatevi un’assicurazione...
È vero, il “consiglio” è arrivato da uno solo dei ministri, l’improbabilissino Nello Musumeci, ex presidente della Regione Sicilia e ora ministro di FdI della Protezione civile. Quindi il “capo” degli addetti ai lavori in caso di disastri naturali...
Già venerdì aveva annunciato l’obbligatorietà delle assicurazioni... davanti ad un’assemblea di assicuratori in estasi, ma poi – davanti alle rimostranze di altri ministri di peso, come Tajani e Salvini, ha cercato di correggere il tiro: «Per le famiglie e le case civili bisogna decidere se deve essere, come io sostengo almeno nella prima fase, facoltativo».
Ma non e una marcia indietro: «Stiamo lavorando per un partenariato pubblico-privato anche con i ministri Urso e Giorgetti. La polizza assicurativa, visto il cambiamento climatico, oggi è una necessità».
Più che un escamotage momentaneo, insomma, è una linea di pensiero. C’è il cambiamento climatico, si verificano più disastri, fatevi un’assicurazione...
Le polizze assicurative – specie se obbligatorie, come per le automobili – sono una pacchia per le società del settore, perché i danni annuali sul territorio nazionale sono certamente inferiori all’incasso realizzato. E, come avviene per l’auto, maggiore è la “rischiosità” (per le alluvioni ci sono territori più predisposti, altri molto meno) più alta è la polizza da pagare...
E lo Stato che ci sta a fare? Una persona normale, non necessariamente un comunista, è abituato a pensare che sulle grandi questioni che travalicano di gran lunga le possibilità delle singole persone e anche delle grandi imprese private, lo Stato abbia il compito di creare le condizioni migliori. Succede per un’epidemia, la viabilità stradale e ferroviaria (i privati non ne costruiscono, al massimo pretendono di incassare i biglietti...), e a maggior ragione per la messa in sicurezza del territorio.
Ovvero pensa a fare quelle opere pubbliche, piccole o grandi, che – sulla base di un’indicazione scientifica seria – diminuiscono al massimo la possibilità che certi fenomeni si ripetano sempre uguali, con danni che si aggiungono ai danni non ancora sanati, come avviene in questi giorni in Emilia Romagna e nelle Marche.
Ma evidentemente Musumeci e questo governo pensano che lo Stato serva solo per gestire la polizia e l’esercito, per regalare soldi alle imprese e a pagare i sontuosi stipendi di parlamentari e ministri. Per il resto, chissenefrega...
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21/09/2024
Alluvione in Romagna: guardiamo i fatti con gli occhiali del cemento, non solo dell’emotività
La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è esattamente quello che è accaduto, di nuovo, in Romagna, come in altre Regioni. E che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni delle piogge, per di più piogge che saranno sempre più aggressive. L’analisi di Paolo Pileri
Abbiamo cambiato il clima: questo è chiaro anche se non a tutti, purtroppo. Proviamo però a uscire dalla trappola dell’emotività con cui ci viene presentato il dramma delle alluvioni. Lo facciamo con pieno rispetto per vittime e danneggiati. E lo facciamo usando un grafico messo a disposizione della Agenzia ambientale dell’Emilia-Romagna (Arpae), ovvero l’ente istituzionale che monitora l’ambiente e fornisce a tutti, politici inclusi, informazioni per capire e decidere.
La pioggia cumulata caduta in questi giorni in Romagna è tanta (800 millimetri) e supera la media degli ultimi trent’anni (la fascia evidenziata in verde). Questo ci dice Arpae con quel grafico. E fin qui “tutto bene”. Ma se andiamo a scavare un po’ più indietro nel tempo, ad esempio prendiamo il 1979, scopriamo cose che ci aiutano a vedere più chiaro che cosa è accaduto e a quali responsabilità guardare.
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| La quantità cumulativa di pioggia caduta in Emilia-Romagna. A settembre del 1979 (linea verde) è caduta all’incirca la stessa quantità di acqua rispetto allo stesso mese del 2024 (linea nera) |
La linea verde rappresentata nel grafico delle precipitazioni giornaliere cumulate in Emilia-Romagna si riferisce al 1979, mentre quella nera al 2024. Guardate in corrispondenza di fine settembre. I due valori sono più o meno alla pari. Che cosa significa? Semplice: che nel 1979 cadde la medesima pioggia, più o meno, di quella di qualche giorno fa. Ma nel 1979 non ci furono le alluvioni devastanti di questi giorni.
Dove è allora la differenza? Probabilmente ce ne sono tante e sarebbe doveroso per le istituzioni mettersi a studiarle con rigore e urgenza. Tra queste è innegabile che la impermeabilizzazione del territorio degli ultimi anni sia una di queste “differenze” perché, cumulando cemento e asfalto sul territorio, si rende il territorio più incapace di svolgere le funzioni di controllo idrologico che il suolo svolge naturalmente.
Ricordo due dati. Un ettaro di suolo sano e ben permeabile arriva ad accumulare quasi quattro milioni di litri di acqua, una quantità enorme, pari a 150 tir che trasportano bottiglie d’acqua. Se quel suolo viene cementificato si azzera quella funzione e quindi quando piove quell’acqua rimane in superficie e/o va nei corpi idrici superficiali ingrossandoli e aumentando la quantità d’acqua che vediamo durante le alluvioni e di conseguenza danni e vittime.
Secondo dato. La quantità d’acqua che rimane sulla superficie di un suolo sano e naturale (un prato permanente, ad esempio) è sei-sette volte meno di quella che rimane in superficie in un’area urbanizzata. Ed è quello che è accaduto in Romagna, come in altre Regioni e che non diciamo abbastanza: il consumo di suolo aumenta i danni che le piogge generano, per di più piogge che saranno sempre più aggressive per il clima danneggiato dal nostro assurdo modello di sviluppo.
La Regione Emilia-Romagna dal 2006 al 2022 ha cementificato oltre 11mila ettari, ovvero 110 chilometri quadrati e quasi tutto, per giunta, in aree alluvionabili. Un disastro ambientale silenzioso che ha cambiato completamente il ciclo naturale dell’acqua in quella Regione. Non solo. L’aumento di cemento corrisponde a uno di temperatura a terra e altri effetti ambientali che a loro volta concorrono a cambiare il clima, generando piogge e venti anomali che oggi sono diventati normali.
Mettiamo le cose in ordine. Se non si smette di cementificare, non vi sarà fine a tutto questo. Ci sono responsabilità di governo del territorio molto precise sebbene vengano messe in ombra da questo abuso di emotività davanti alla quale le idee si sfocano. C’è una legge di governo del territorio che ha fatto e fa acqua da tutte le parti. C’è impreparazione ecologica in chi governa il territorio. C’è una disattenzione completa alla difesa del suolo: negli ultimi anni si è speso 13 volte di più per allestire seggi elettorali e tenere in ordine l’anagrafe; 6,2 volte di più per lo sviluppo e la valorizzazione del turismo (anche quello insostenibile), 44 per le strade.
Siamo in mezzo a una tempesta perfetta, perfino più dannosa delle piogge romagnole: consumo di suolo alle stelle senza alcuna legge seria che lo fermi; spesa pubblica per la difesa del suolo inconsistente; ignoranza ecologica sul comportamento del suolo di chi governa e di chi opera economicamente sui territori. E su tutto questo non si riflette.
Dopo l’alluvione del maggio 2023 l’Emilia Romagna, che vantava una tradizione urbanistica tra le più avanzate d’Italia, non ha aperto un tavolo permanente di riflessione con i sindaci dell’Appennino coinvolti in decine di migliaia di frane per capire le cause e decidere insieme come cambiare il modo di governare il territorio. Era un’occasione unica per generare un laboratorio di idee e di cambiamento che invece non si è realizzato. In compenso il governo regionale si è premurato, poco prima delle elezioni europee, di mettere in forno altre deroghe urbanistiche per cementificare sempre più. Idem per le deforestazioni di decine e decine di ettari, come quelle lungo la Secchia. Quindi proviamo a vedere le cose con altri occhiali se vogliamo cambiarle e trovarci meno in quelle dolorose situazioni.
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20/09/2024
Emilia-Romagna di nuovo sott’acqua: in 18 mesi Regione e governo non hanno fatto niente!
La prima pioggia stagionale ci mostra un territorio ancora fragile, in cui in 18 mesi di promesse e proclami non è stato fatto assolutamente nulla per metterlo in sicurezza. Di fronte a una crisi climatica sempre più palese, il governo Meloni continua con il negazionismo climatico, mentre abbiamo visto un vergognoso gioco delle tre carte per cui i soldi per gli alluvionati della Romagna venivano trasferiti agli alluvionati della Toscana, per cui i “ristori” arrivano poco e in ritardo, per cui si fa fatica a ricordare cosa abbia fatto Figliuolo se non grandi passerelle.
Dall’altra parte Bonaccini ha sprecato mesi nella lotta per cercare di diventare commissario alla ristrutturazione salvo poi accettare supinamente la nomina del generale Figliuolo e poi staccare un biglietto gratis per il Parlamento Europeo. E mentre la Regione proclamava “consumo di suolo zero”, si procedeva a continuare a consumare suolo, con un modello di sviluppo basato su logistica ed edilizia, mentre la vera grande opera necessaria è la desigillazione di vaste porzioni di terreno che nei decenni sono state divorate dal cemento.
Oltre all’Appennino, il territorio maggiormente colpito è il ravennate: Ravenna, da questo punto di vista, non si tira indietro, rimanendo ogni anno stabile sul podio delle province che consumano più ettari di suolo, seconda solo a Roma.
Eppure, subito dopo l’alluvione, il sindaco De Pascale, oggi candidato PD alla presidenza della regioni in piena continuità con Bonaccini, rispose agli ambientalisti che criticavano la cementificazione selvaggia dicendo che “prima i comunisti come mio nonno abbracciavano l’innovazione per bonificare, spaccandosi la schiena, adesso gli ambientalisti vorrebbero bloccare tutto” chiedendo quindi “è più importante salvare vite umane o preoccuparsi di questioni come la nidificazione nei fiumi o la difesa di alberi e nutrie?”
De Pascale riesce a fare un contrattacco incredibile: l’alluvione non è colpa della cementificazione, ma degli ambientalisti e delle nutrie.
Non si possono ripetere le scene del 2023, quando migliaia e migliaia di volontari hanno ripulito la Romagna mentre i mezzi del genio militare sono rimasti fermi nelle caserme – o peggio, impegnati nelle esercitazioni della NATO – e le autorità locali col sindaco di Ravenna De Pascale in testa hanno anche espresso fastidio per le persone che accorrevano da tutta Italia.
Chi ha avuto la città sommersa dal fango e i “burdel del paciugo” lo sanno bene: da parte dello Stato sono stati messi a disposizioni pochi mezzi e pochi uomini della Protezione Civile, e dei famosi “mezzi pesanti” militari non s’è vista neanche l’ombra. Quando lo abbiamo denunciato con un presidio in Piazza del Popolo a Ravenna, ci siamo presi anche dei decreti penali di condanna.
Esprimiamo ancora la nostra vicinanza a tutte le persone che in questi giorni sono colpite da alluvioni e inondazioni. Nei prossimi giorni teniamoci pronti perché le retoriche incrociate di regione e governo nazionale non possono più nascondere il disastro continuo!
Il comunicato di Federico Serra, candidato presidente con la lista “Emilia-Romagna per la Pace, l’Ambiente e il Lavoro”.
Dopo 16 mesi siamo di nuovo sott’acqua: è il fallimento di tutta la classe politicaFonte
Abbiamo passato la notte con una grande apprensione per questa nuova alluvione, che sembra non essere ancora finita. Leggiamo sui giornali già più di 1000 sfollati, ma stiamo anche sentendo la fatica e la frustrazione dei cittadini che hanno vissuto per più di un anno con la paura di una nuova alluvione, che si trovano a rivivere lo stesso incubo. È importantissimo in questo momento di emergenza che si faccia tutto per la sicurezza dei cittadini. Da domani dovremo rimboccarci le maniche per tornare a spalare il fango.
Ma, oltre la solidarietà, dobbiamo dire subito una cosa: tutti i cittadini che sono stati colpiti a maggio 2023 per più di un anno hanno dovuto sistemare da soli le proprie case, quelle dei loro vicini e del quartiere, fino a pulire le strade e le frane, ma si sono anche fatti sentire organizzando comitati e manifestazioni, per lanciare un grido di allarme che il rischio di una nuova alluvione era un pericolo più che probabile. Tutti questi cittadini sono stati abbandonati da tutta la classe politica, e ancora peggio sono stati presi in giro.
Abbiamo assistito a un anno di balletti, propaganda e bugie sia da parte del Governo Meloni sia da parte della Regione. Il governo Meloni nega il cambiamento climatico, e i fondi che dovevano arrivare per gli alluvionati con il commissario Figliuolo sono stati una minima parte dei danni reali, mentre una parte dei soldi sono stati spostati per l’emergenza in Toscana.
Da parte della Regione possiamo vedere anche come la staffetta del PD Bonaccini-De Pascale abbia fatto poco o niente per la messa in sicurezza del territorio, e lo vediamo tristemente oggi, mentre si è fatto finta di nulla sulla tremenda legge cosiddetta “consumo di suolo zero” che in realtà ha dato il permesso a una cementificazione selvaggia che continua a divorare terreno, e in questo De Pascale ha già le sue responsabilità: Ravenna è la seconda città per consumo di suolo, seconda solo Roma.
Serve costruire un futuro diverso che l’attuale classe politica ci vuole negare. Serve una legge vera per fermare il consumo di suolo, serve un piano di intervento per la messa in sicurezza di fiumi e canali, serve il reindirizzamento delle politiche e dei fondi dalle grandi opere inutili inquinanti alla manutenzione dei territori.
23/07/2024
A bando la gestione dell’idroelettrico italiano, è una clausola del PNRR
Come sempre, è la UE l’origine di ogni indirizzo preso a Palazzo Chigi, perché le decisioni ormai vengono prese a Bruxelles. In passato, lì si era deciso che la gestione degli impianti idroelettrici andava messa a bando, affidandola a terzi.
Nel 2021 questo obbligo è stato fatto decadere. Ma nel nostro paese c’era quello che era definito il “governo dei migliori”, e questi hanno pensato che la cosa migliore fosse mantenere il provvedimento così com’era.
Anzi, per mostrarsi al solito più realisti del re, Draghi decise di inserire questa misura tra le clausole per ricevere il PNRR. In pratica, per ottenere i soldi (a prestito, per lo più) della UE, bisognava per forza privarsi del controllo su queste infrastrutture strategiche.
Stiamo parlando di 4.646 centrali, quasi tutte sull’arco alpino. Esse producono il 20% dell’energia totale del paese e rappresentano il 40% delle rinnovabili, e sono perciò un asset fondamentale anche rispetto alla programmazione della lotta al cambiamento climatico.
E la questione ha importanti ripercussioni anche rispetto alla gestione del territorio e al contrasto al dissesto idrogeologico. Infatti, dighe e invasi sono elementi dirimenti anche rispetto al pericolo alluvioni, che più di una volta hanno colpito l’Italia negli ultimi mesi.
L’inconsistenza del governo Meloni già palesatasi con queste tragedie lo sta portando oggi a continuare sulla strada tracciata da Draghi. Con questi bandi anche gli operatori esteri potranno entrare nel settore: altro che sovranisti!
Non avendo approvato il decreto Energia bis, non è stato possibile nemmeno riassegnare gli impianti ai concessionari uscenti. Ad oggi, inoltre, servirebbero investimenti per almeno 15 miliardi di euro totali, che nell’incertezza attuale nessun privato si vuole assumere.
Basterebbe un po’ di manutenzione e sostituzione di alcuni macchinari, e si potrebbero guadagnare 4,4 terawattora all’anno. Ciò si tradurrebbe anche in un risparmio di 2 milioni di tonnellate di anidride carbonica e nella creazione di 2mila posti di lavoro per completare i lavori.
Un piano di sviluppo che necessiterebbe di uno Stato guidato da una classe dirigente con un minimo di cultura di programmazione, che riesca a vedere oltre la scadenza elettorale. E che non sia legata mani e piedi ai vincoli europei.
Ma a Palazzo Chigi al massimo riusciranno a pensare a come garantire la rendita su questi beni della collettività. Questa è la cifra reale del governo Meloni.
Fonte
04/11/2023
Disastro Toscana: incuria del territorio e cementificazione selvaggia
A Prato è esondato il Bisenzio inondando interi quartieri. La piena dell’Arno, a 57 anni dalla grande alluvione di Firenze, fa ancora paura. Alcune zone della pianura fiorentina riprese dall’alto sembrano il Bangladesh dopo l’alluvione.
Il “governatore” Giani si traveste da manager della protezione civile e manda in giro filmati rassicuranti. Il sindaco di Prato, Biffoni, invita la gente a non uscire di casa e se la prende con la pioggia caduta in quantità straordinaria.
Nardella, invece, è letteralmente sparito.
I tg nazionali e regionali nemmeno si sognano di rammentare la quantità di cemento che questi signori hanno riversato sulla piana fiorentina negli ultimi 30 anni.
La Piana di Firenze-Prato-Pistoia è una conca intermontana di origine alluvionale nell’entroterra della Toscana settentrionale nell’area dove si stendono, senza, ormai, soluzione di continuità, le aree urbane di Firenze, Prato e Pistoia ed accoglie su un territorio di 4800 kmq il 40% ca. della popolazione e delle imprese della regione.
Un fazzoletto di terra in cui anche gli angoli più remoti e nascosti nell’arco di tre decenni, sono stati sventrati da un’opera di cementificazione selvaggia tra le più intense e devastanti d’Europa con ritmi di consumo del suolo impressionanti.
In poco meno di 30 anni, boschi ed aree verdi sono stati/e rasi/e al suolo per far posto dapprima ad enormi ed inutili centri commerciali per poi, intorno, far crescere, senza sosta, file di palazzi, palazzine e villette a schiera, in barba ad ogni parametro, senza piani urbani e con intere giunte ed uffici tecnici finiti a processo per corruzione ed altre malefatte.
Ed ecco che arriva il cambiamento climatico e si paga il conto, noi, tutti.
Loro, invece, quelli dell'”urbanistica contrattata”, quelli che hanno creato una scombinatissima “area metropolitana” senza nessun criterio se non quello di versare più cemento possibile laddove possibile, ora se la prendono con il “maltempo”.
Ma sono gli stessi che hanno prodotto uno scempio urbanistico-ambientale tra i più terrificanti d’Italia degli ultimi 50 anni lungo i 35 km ca della cosiddetta “piana fiorentina”.
Lo si ripete, stancamente, da anni ma gli eventi eccezionali causati dal cambiamento climatico rendono non più rinviabile una grande opera di manutenzione straordinaria e risanamento del territorio (ad es. interventi sugli argini dei fiumi e sulla rete viaria).
Le casse di espansione dell’Arno le hanno fatte ma probabilmente erano state progettate prima che diventassero drammatica normalità gli eventi catastrofici di questi ultimi anni.
Fonte
17/08/2023
Parole come pietre dopo la devastazione a Bardonecchia
La frana che ha colpito la Val di Susa e invaso il centro di Bardonecchia solo per caso non si è trascinata dietro anche una scia di morti. L’ondata di fango scatenata alla vigilia di Ferragosto da un nubifragio in quota vede un bilancio provvisorio di dieci milioni di danni, ma la cifra pare destinata a crescere. E le immagini dal paese dell’alta Valsusa hanno subito riportato alla memoria scene identiche di poche settimane prima, dall’altra parte delle Alpi, in Trentino Alto Adige e Veneto. Per non dimenticare poi le devastazioni dell’alluvione in Emilia Romagna e Ischia. E ancora prima nelle Marche.
Il tutto avvenuto in meno di un anno a riprova di quanto il cambiamento climatico lasci ferite sempre più frequenti sul territorio e le comunità nel nostro paese.
L’Uncem, riporta Mondo Economico, ha deciso di stilare una sorta di vademecum per la cura del territorio. Quindici punti in tutto che al primo posto vedono la partita sui fondi disponibili e quelli invece necessari. “Troppe risorse ferme. Il PNRR ha solo 2,5 miliardi di euro per la prevenzione del dissesto idrogeologico. Ne servono molti di più. Almeno 10 miliardi. Che si sommino alle risorse finora mai spese, accantonate in diverse leggi di bilancio. Occorre arrivare a investire 10 miliardi in 10 anni”. In altre parole, cento miliardi per ridurre il rischio, prevenire i dissesti.
Nei quindici punti non mancano osservazioni che pesano come macigni: “Il PNRR non ha aggiunto di fatto risorse, procedendo invece con un cambio di matrice e di cespite: le risorse stanziate in leggi di bilancio ai Comuni sono state spostate sul piano nazionale di ripresa e resilienza per un artificio contabile”.
Fonte
29/06/2023
Commissario o generale? Che ce ne facciamo di Figliuolo senza i fondi per la ricostruzione?
Dopo un mese e mezzo dalle alluvioni in Emilia-Romagna, il governo Meloni ha partorito il topolino nominando il generale Figliuolo commissario alla ricostruzione.
È il risultato di compromesso dopo settimane di litigi e bisticci istituzionali all’interno del Governo e tra Governo e Regione. Questa commedia dell’assurdo ha girato intorno alla scelta del nome, abbandonando qualunque dibattito politico su COME debba essere gestita la ricostruzione.
Meloni continua ad affermare la sua continuità con il governo Draghi: oltre alla confermata fedeltà al patto euroatlantico, prosegue anche la fascinazione proprio del generale Figliuolo come risolutore di ogni emergenza.
E, come fu per Bertolaso, quello di commissario diventa non più un incarico, ma una vera professione in cui ci si può specializzare.
Eppure il piano di gestione vaccinale coordinato dal generale ha presentato tantissimi problemi logistici, oltre al fatto che l’incarico della ricostruzione è radicalmente diverso da quello ricoperto durante la pandemia.
Può un generale dell’esercito distribuire finanziamenti tenendo conto della struttura sociale ed economica del territorio, degli interessi contrastanti delle parti, della necessità di una ricostruzione in discontinuità con il passato?
Può insomma un generale dell’esercito ricoprire un ruolo che per quanto emergenziale è strettamente politico?
La risposta evidentemente è che non può, e l’imposizione di questo nome ai nostri territori non può che essere guardata con preoccupazione sia per il suo significato autoritario che per i dubbi sull’efficacia.
A questo si affianca un altro problema, che evidenzia la vuotezza di questa nomina: di cosa sarà commissario Figliuolo, se non vengono stanziati i fondi per i rimborsi alle persone che hanno perso tutto o quasi, e per la ricostruzione del territorio?
Da due settimane stiamo procedendo con l’esperienza di SOS Emilia-Romagna insieme a USB, portando il nostro sportello itinerante per aiutare i cittadini nella compilazione dei moduli per i rimborsi, e quello che vediamo è un radicale senso di sfiducia nelle istituzioni che, dopo avere latitato nel momento dell’emergenza, ora si fanno di nebbia dopo avere promesso miliardi.
Come Potere al Popolo pensiamo che la ricostruzione deve partire da quattro semplici punti.
1) L’emergenza non è finita finché ci sono persone sfollate dalle loro case e paesi montani irraggiungibili o a rischio frana: serve un intervento immediato dello Stato con tutti i suoi mezzi.
2) Un commissario che sia una vera rottura con il passato, cosa che non può essere Figliuolo, che garantisca gli obiettivi di efficacia e trasparenza anche con un tavolo inter-istituzionale che coinvolga tutte le forze politiche e sociali.
3) Le priorità nella ricostruzione sono i rimborsi alle famiglie, la garanzia del reddito e della casa per tutte e tutti, e la messa in sicurezza del territorio.
4) Un piano di messa in sicurezza del territorio che sia strutturale e non emergenziale, con la moratoria della legge regionale sul consumo di suolo e l’aumento dei fondi annuali di bilancio.
Su questi quattro punti continueremo a dare battaglia politica al Governo, alla Regione e da oggi anche a un Commissario che evidentemente non può garantire questi elementi. Si apre un nuovo percorso di lotta per una regione e un territorio più giusto e più sicuro.
Fonte
03/06/2023
Il 2 giugno che ripudia la guerra
Le mobilitazioni antimilitariste in occasione del 2 giugno hanno attraversato alcune città riaffermando chiaramente il No all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra.
La manifestazione di Roma in Largo Argentina si è posta come scenario alternativo alla parata militare istituzionale, ribadendo l’opposizione frontale alla guerra e all’invio di armi. Alcuni interventi hanno espresso il loro sostegno ai referendum che chiedono l’abrogazione delle leggi che hanno consentito di inviare armi sui teatri di guerra. Clicca qui per ascoltare gli interventi della piazza a Largo Argentina.
Ma i riflettori su questo 2 giugno erano puntati su Bologna dove la partecipatissima manifestazione aperta dallo striscione “Spalare e non sparare” ha messo i piedi nel piatto della contraddizione emersa con la recente e devastante alluvione in Romagna.
Il corteo è partito da piazza dell’Unità verso il palazzo della Regione.
Cliccando qui è possibile ascoltare l’intervento di Giuseppe, il volontario del fango che per due giorni è rimasto incatenato davanti alla caserma di viale Vicini per denunciare l’assenza dello Stato e dell’esercito in questo momento di emergenza dell’alluvione.
Il corteo di Bologna si è mosso verso la regione Emilia-Romagna per indicare i responsabili del disastro passando proprio sotto quello che per anni è stato l’ufficio di Elly Schlein che, come vice presidente della Regione, ha avuto responsabilità in materia di cambiamenti climatici e dissesto del territorio.
Al Parlamento europeo, dopo un maldestro emendamento presentato senza convinzione, il PD ha poi avallato l’uso di mezzo miliardo di fondi PNRR per le produzione di munizioni da inviare al fronte ucraino, mentre gli stessi fondi non si possono usare per l'alluvione in Emilia Romagna.
E mentre le istituzioni fanno le passerelle, le sfilate e le esercitazioni militari, i mezzi pesanti dell’esercito restano chiusi nelle caserme invece di spalare tra Faenza e Ravenna. “Continuiamo a organizzare la solidarietà attiva, continuiamo a organizzare il controllo popolare sulla “ricostruzione” perché non vogliamo tornare alla normalità” denunciano i manifestanti. Clicca qui per vedere il video del corteo di Bologna.
A Milano nel pomeriggio si è tenuta una manifestazione in piazza della Scala organizzata dai comitati promotori dei due referendum contro l’invio di armi all’Ucraina. Occorre raccogliere le firme necessarie entro il 22 luglio.
Infine una manifestazione contro la presenza delle basi militari e la militarizzazione della Sardegna si è svolta a Cagliari.
Fonte e foto di Patrizia Cortellessa
Fanghi velenosi e narrazioni tossiche: sulle alluvioni in Emilia-Romagna
«L’acqua rosica anche il ferro.»
(Proverbi delle terre del Delta padano)
Mentre, dopo lo shock, ci si rende conto della gravità fuori scala di quel che è accaduto e sta accadendo in Emilia-Romagna, è necessario mettere in fila e smontare le retoriche a cui è ricorsa la classe dirigente della regione dai primi di maggio, fin dalle prime ore di alluvione.
Qui useremo l’espressione «classe dirigente» in un’accezione ristretta, per riferirci ad amministratori e amministratrici del PD.
Certo, in Emilia-Romagna non governa solo il PD, ci sono anche giunte di destra dichiarata, caratterizzate da politiche, superfluo dirlo, bieche. Nello specifico, spargono cemento quanto Bonaccini, Lepore o De Pascale. Del resto, basta vedere la situazione in Lombardia e Veneto, dove governano quasi ovunque. Su quel piano, la sola differenza è che la destra agisce con meno ipocrisia, meno lavaggi-in-verde.
Ad ogni modo, la destra dichiarata in Emilia-Romagna è ancora l’eccezione, mentre il PD è la regola. Oltre a essere forza di pregresso – discende in linea diretta dai partiti (PCI, PDS e DS) che hanno amministrato il territorio per una sessantina d’anni – il PD governa la Regione, il capoluogo di regione con la sua Città metropolitana, sette capoluoghi di provincia su nove con le relative Province, e la maggior parte dei più di trecento Comuni.
Il PD è dunque, senza alcun dubbio, il principale referente politico dell’economia reale emiliano-romagnola. Rappresenta precisi interessi economici, gli stessi che hanno devastato ambiente e territorio con le conseguenze che abbiamo sotto gli occhi.
Per capire il tracollo del “modello emiliano-romagnolo” sotto una distesa di fanghi tossici, è al PD e al suo mondo – il sistema delle cooperative e delle partecipate, il sottobosco di associazioni parapartitiche, gli intellettuali saprofiti,
gli alleati-subordinati fintamente «più a sinistra», i «movimentisti»
integrati con tanto di centri sociali di sottogoverno ecc. – che bisogna
guardare.
È necessario, prima di tutto, smontare un po’ di cornici narrative. Troppo spesso si invoca una «manutenzione» che in realtà è manomissione,
e si parla di «messa in sicurezza del territorio» intendendo altre
infrastrutture, altri disboscamenti. Si parla di «ripartire», si
scaricano le responsabilità su capri espiatori, ci si rifà al
«cambiamento climatico» come se si parlasse di una fatalità.
1. Cementificazione: negare l’evidenza
In molte interviste e prese di posizione su Facebook – la loro vera “sede istituzionale” – svariati esponenti della classe dirigente regionale hanno negato l’evidenza, fingendo di non aver approvato colate di cemento e sostenendo che la famigerata legge regionale n.24 del 2017 «ha già impedito nuovi insediamenti per oltre 11mila ettari». Lo hanno detto, in primis, il presidente Stefano Bonaccini e l’assessora regionale alla programmazione territoriale Barbara Lori.
Chi ha seguito l’iter di quella legge – più volte emendata, tre volte prorogata e scritta in modo da consentire ampie deroghe – sa che ogni numero a essa riferito va preso con le pinze. Capire cosa si sia tutelato è quasi impossibile, dato che la maggior parte delle cementificazioni sfugge ai rilevamenti. Come ha scritto l’urbanista Paolo Pileri:
«l’Emilia-Romagna si è costruita una legge urbanistica talmente ingannevole da autoprodursi assoluzioni come quella che si può vedere sul sito della città metropolitana di Bologna dove, come per incanto, dal 2018 fino a oggi i consumi di suolo sono magicamente diventati zero. Ma non perché hanno smesso di consumare (tutt’altro), solo perché hanno manomesso le definizioni urbanistiche al punto tale da riuscire a non conteggiare più le cementificazioni e risultare così tutti virtuosi e contenti per legge, non per virtù.»
La legge 24/2017 – frutto di un compromesso al ribasso con le lobby dell’edilizia che spadroneggiano in regione – lascia ampio spazio a ogni sorta di gabole e aggiustamenti, di deroghe e svicolamenti, e il risultato si vede, ce l’abbiamo davanti ogni giorno. Tra gli altri, lo ha spiegato molto bene l’urbanista Gabriele Bollini, docente di Pianificazione e progettazione sostenibile all’Università di Modena e Reggio Emilia, in recenti interviste rilasciate a diversi media, tra cui il Fatto Quotidiano, Radio Città Fujiko e Il manifesto.
In soldoni: la legge ha fissato un tetto per ulteriori consumi di suolo da qui al 2050, che in ogni Comune non dovrebbero superare il 3% del territorio urbanizzato calcolato al 2017. In questo modo, si dice, nel 2050 si arriverà al «consumo di suolo a saldo zero».
Solo che, a tutt’oggi, nella maggior parte dei Comuni quel limite non è ancora scattato, vuoi perché le amministrazioni ritardano a bella posta l’approvazione del loro Piano Urbanistico Generale (PUG), vuoi perché la Regione ha prorogato tre volte l’entrata in vigore della legge. Proroghe giustificate in vari modi, non ultima la necessità della «ripartenza dopo il Covid». L’emergenza-pandemia torna sempre buona.
E cosa succede mentre il limite non scatta? Succede che si divora suolo in deroga. E così, allo scattare del limite, il 3% di suolo che i Comuni potranno consumare andrà ad aggiungersi a quello che hanno cementificato nel frattempo. Essendo fuori dai PUG e in anticipo sul limite fissato, quel consumo di suolo sfugge alle maglie della legge, non risulta. Anche grazie a questo, chi difende la 24/2017 potrà rimuovere il contesto reale e sbandierare “grandi risultati” del tutto farlocchi.
Il processo va avanti a una tale rapidità che, come avvertiva Legambiente nel 2022, «allo scattare del limite del 3% rischieremo paradossalmente di non avere più suolo consumabile.»
Ma anche se il limite al 3% fosse una cosa seria (e non lo è), sarebbe aggirabilissimo grazie all’articolo 53 della legge stessa, che permette deroghe «per l’approvazione di progetti relativi ad opere pubbliche o di interesse pubblico di rilievo regionale o locale».
Inutile dire che molte «opere pubbliche» sono Grandi Opere del genere Dannoso, Inutile & Imposto (GODII), e che «interesse pubblico» può voler dire tutto e niente.
Nella vaga definizione all’articolo 53 rientrano anche i grandi «poli logistici», nell’ultimo decennio tra i massimi responsabili del consumo di suolo in val padana. L’Emilia-Romagna è la regione con la maggior superficie assoluta di terreno sacrificato alla logistica, e si continua imperterriti. A causa della logistica, una vera e propria alluvione di cemento – che potrebbe essere concausa di alluvioni vere e proprie – sta investendo il territorio piacentino, come mostra Pileri in un articolo su Altreconomia di qualche giorno fa.
Mentre
il fango invadeva strade e case, la classe dirigente è scattata come un
sol uomo a negare tali evidenze, dire il contrario di quel che avrebbe
senso dire, indicare capri espiatori umani e non.
Poi qualcuno deve aver capito che così era troppo, e si è sentita
qualche vaga concessione, sì, in effetti c’è «troppo cemento» – detta
come se fosse arrivato da solo – e «bisogna ripensare il territorio»,
frase che non impegna e va bene per ogni stagione, proferita da
amministratori che un minuto prima e un minuto dopo dicono: «avanti coi
cantieri».
2. Dare la colpa ad «ambientalisti» e «animalisti»
Prendiamo a esempio il sindaco di Ravenna Michele De Pascale. Dichiarazione dopo dichiarazione, costui è parso combattere una crociata personale contro «gli ambientalisti» che gli impedirebbero di far tagliare gli alberi in riva ai fiumi – cosa per lui buona e giusta – e «gli animalisti» che a suo dire lo avrebbero «minacciato» per «difendere le nutrie» – secondo lui la causa principale del cedimento degli argini, come per il suo collega di Massa Lombarda Daniele Bassi erano gli istrici.
Secondo De Pascale – lo ha ripetuto in decine di interviste – la cementificazione non c’entra: il disastro c’è stato perché l’acqua è «venuta giù dai monti», come i nani dei Loacker, e la piana romagnola è un catino sotto il livello del mare.
A quanto pare, il primo cittadino del capoluogo di una delle province più cementificate d’Italia trova ininfluente che la piana romagnola sia in gran parte sprawl, zona di neourbanizzazioni incontrollate, e che si sia edificato praticamente nei fiumi.
Un plastico esempio lo ha fatto Bollini: il condominio «Casa sul fiume», in via De Gasperi 115, a Faenza (RA). Si chiama così perché costruito letteralmente nell’alveo della piena monosecolare del Lamone, uno dei fiumi esondati nei giorni scorsi. Il condominio – si sarà già capito – è stato travolto, coi suoi trentasei appartamenti e quarantacinque garage sotterranei.
Del resto, come abbiamo già ricordato, l’Emilia-Romagna è la prima regione per consumo di suolo in aree ad alta e media pericolosità idraulica.
È questo sprawl che l’acqua ha travolto. Se ad allagarsi fosse stato un territorio più libero di respirare e meno sigillato, forse ci sarebbero stati danni alle coltivazioni, ma avremmo avuto meno distruzioni, tragedie e lutti.
Soprattutto, avremmo evitato molte delle conseguenze ambientali e sanitarie di cui ci rendiamo conto ora dopo ora. Le distese di fango che ancora ricoprono parti di Romagna sono un miscuglio di liquami di fogna; sostanze inquinanti e velenose che la piena ha trovato in fabbriche, magazzini e stazioni di servizio; detersivi e altri prodotti chimici strappati alle case; rifiuti scaraventati fuori da cassonetti e cestini; carcasse in putrefazione di migliaia di animali morti negli stabilimenti zootecnici; plastica che diverrà microplastiche, e chissà cos’altro. Tutta roba che presto o tardi finirà in mare o percolerà nelle falde. Cementificazione vuol dire anche questo.
Quanto
ai fiumi, troppo comodo dire: i monti stanno in alto e il fondovalle in
basso e quando piove forte l’acqua viene giù. «Grazie al cazzo» è la
prima risposta che viene in mente. Diamo un’occhiata a come sono stati
trattati, quei monti e quei fiumi esondati con tanta violenza, e
qualcosa in più capiremo.
Prima, però, una riflessione di carattere più generale.
3. Vivere su una terra di cui non si sa niente
Nella bassa emiliano-romagnola, che è tutta pianura alluvionale e in gran parte terra di bonifiche, è esistito per secoli un sapere diffuso, un sapere pratico legato al governo delle acque, derivante dalla consapevolezza di vivere in un territorio sempre in bilico.
Nel 1996, nella premessa al suo Storia delle campagne padane dall’Ottocento a oggi, lo storico Franco Cazzola – uno dei più profondi conoscitori del territorio bassopadano – descriveva quella che era ormai ex-campagna e, dopo aver ricordato l’alluvione del Tanaro nel novembre 1994, con lungimiranza scriveva:
«I potenti mezzi messi a disposizione della tecnica, per quanto avanzati possano essere, non riescono oggi, a mantenere in vita o a ricostituire quel grande patrimonio collettivo di saperi della terra e dell’acqua, quella preordinata e quotidiana accumulazione di lavoro umano nella costruzione del paesaggio agrario che aveva fatto delle campagne padane, sia pure nel quadro di un permanente e lacerante conflitto sociale, uno dei punti più avanzati dello sviluppo agricolo europeo. Erano stati da sempre gli agricoltori, i mezzadri, e i miserabili braccianti della valle padana i più validi controllori del grande fiume e della straordinaria rete di acque che a esse affluiscono. Una volta venuta meno la loro vigile presenza, ossia nel momento in cui queste terre hanno cessato di essere campagna, la straordinaria artificialità dell’ambiente agrario padano può tradursi repentinamente in un grave pericolo per gli uomini e per le cose. Forse è proprio questo il messaggio (o l’avvertimento, o il presagio) che il lettore potrà agevolmente rintracciare in gran parte dei dispersi studi che oggi ho preso l’ardire di riproporre uniti»
Quasi trent’anni dopo, possiamo dire che quel «messaggio o avvertimento o presagio» non l’ha ascoltato nessuno.
Un tempo gli abitanti delle campagne emiliane e romagnole sapevano distinguere un canale di scolo da uno di irrigazione, capivano a occhio se un argine era malmesso, sapevano come rafforzarlo, sapevano dove non costruire ecc.
Finito quel mondo, la trasmissione di quei saperi si è interrotta, e la consapevolezza della precarietà del territorio è svanita. Oggi l’abitante medio dello sprawl-che-fu-campagna dà per scontato il paesaggio che ha attorno, mentre scontato non è, e non conosce il regime delle acque che plasma il territorio in cui vive. La maggior parte della gente non sa nemmeno come si chiami il canale che passa accanto a casa, non ha la minima contezza del rischio idraulico in questa o quella zona, non si fa domande vedendo edificare sulla riva di un fiume e così via.
D’altra parte, anche i tecnici, che qualche sapere lo custodiscono ancora, spesso non sono coordinati tra loro, fanno parte di società private che oggi vincono un appalto e domani passano la mano, si trovano a occuparsi di situazioni frammentate, con competenze frammentate, con il risultato che le conoscenze individuali non riescono a contrastare l’ignoranza collettiva.
Tale ignoranza rende inclini a credere a pseudospiegazioni, ad accettare capri espiatori umani, animali e vegetali.
Nell’ambito della sua polemica contro «gli ambientalisti», De Pascale ha rilasciato un’intervista all’ultraliberista Porro, nella quale ha dichiarato:
«In natura i fiumi esondano. Se non si vuole che accada, allora bisogna fare gli argini con la logica delle opere pubbliche e non con la logica degli spazi naturalistici».
Il frame è quello della «pulizia dei fiumi», espressione con cui lui e troppi altri intendono l’abbattimento degli alberi lungo le rive.
Ebbene, se il criterio è quello, allora i fiumi di Emilia e Romagna sono tra i più “puliti” che si possano vedere.
Proprio questo è il problema.
4. Denudare gli argini: l’eccidio della flora ripariale in Emilia-Romagna
Negli ultimi anni, in Emilia-Romagna, la vegetazione ripariale è stata sterminata. Non sapremo mai se il numero di alberi abbattuti sia nell’ordine delle decine o delle centinaia di migliaia. Di certo, è stata un’immane strage. Che ha avuto e avrà ancora esiti tragici.
L’aggressione più intensa è avvenuta nel biennio 2020-2021. Mentre si pensava quasi solo al Covid, la Regione ha commissionato a ditte private l’abbattimento di una vasta moltitudine di alberi. L’assessorato competente era quello ad «ambiente, difesa del suolo e della costa, protezione civile». All’epoca, su quella poltrona sedeva Irene Priolo, già assessora alla mobilità del Comune di Bologna, oggi vicepresidente di regione.
Le linee guida regionali sulla manutenzione dei boschi ripariali (qui in pdf) dicono, in buona sostanza, che bisognerebbe andarci cauti, intervenendo sulla biomassa vegetale solo se intralcia il deflusso, rimuovendo più che altro alberi morti o moribondi ecc. Invece nel 2020-2021 si è abbattuto e rasato tutto, si sono denudati gli argini. C’è chi lo ha denunciato e la vicenda è finita anche sui giornali, tanto che Priolo si è dovuta difendere, ma il dibattito si è spento in un lampo – in quel periodo l’attenzione era distolta dalla «caccia al novax» – e si è proseguito come prima.
Credendo così di «risparmiare denaro pubblico», gli enti locali commissionano interventi di «pulizia» sempre più drastici, «così per una decina d’anni non ci si pensa più».
Dal canto loro, le ditte a cui è affidato il lavoro hanno tutto l’interesse a tagliare il più possibile, perché il legname rimane a loro e viene venduto alle centrali a biomasse.
L’odio per il verde spontaneo
I profitti dei privati sono il movente diretto degli abbattimenti, ma a dare la possibilità a quei privati di fare tutto questo è la politica, e qui tocca riscontrare che la classe dirigente padana in genere ed emiliano-romagnola in particolare è animata da un feroce odio per gli alberi.
Lo ha dimostrato innumerevoli volte. Gli alberi li tollera in moderata quantità, a scopo ornamentale, solo se disposti in filari come soldatini, magari coi fusti circondati da lastroni di cemento, e se non si “allargano” dal posto assegnato. E infatti ne reprime l’allargamento ogni volta che può, e li abbatte se le radici, com’è normale, premono da sotto e gonfiano l’asfalto.
«Gli alberi, le erbe e ogni cosa che cresce o vive sulla terra appartiene solo a se stessa» (J.R.R. Tolkien, Il signore degli anelli). Indifferenti a questo monito, i nostri amministratori vivono come vilipendio l’esistenza di vegetazione che “faccia per proprio conto”, che non sia normatissima, che sfugga al loro controllo.
È una questione di “decoro”, come l’erba rasata a fil di suolo, un assurdo che non solo stermina gli insetti impollinatori e danneggia gli ecosistemi, ma in tempi di siccità espone il suolo al calore eccessivo, lo secca e lo rende incapace di assorbire l’acqua delle precipitazioni che verranno.
La “vendetta” dei fiumi
Tornando alla flora ripariale distrutta: cosa succede a un argine “pelato” in quel modo?
Lo vediamo bene nel video che mostra l’esondazione dell’Idice e la completa distruzione del ponte della Motta, a Molinella di Budrio (BO).
Dopo aver visto il video, il naturalista Fausto Bonafede ha scritto e fatto circolare questo commento:
«Nel filmato, in ottima definizione, si vede che, l’Idice è completamente privo di vegetazione in quel tratto (si vede meglio nel tratto a valle del punto di rottura dell’argine); in questa situazione l’idice, ha “mangiato” mezzo argine (una massa solida imponente) per un lunghissimo tratto che comprende anche il ponte; poi la forza e la massa enorme di acqua ha rotto l’argine poco a valle del ponte crollato. Se a monte e a valle del ponte ci fosse stata la vegetazione ripariale, l’idice sarebbe uscito dagli argini ma non si “mangiava” le sponde di terra e il ponte probabilmente non crollava. L’erosione delle sponde e il trasporto solido aumentano con la velocità e la massa d’acqua in gioco. Se il fiume è “pulito” aumenta la velocità dell’acqua e la sua forza erosiva. Quando sulle sponde poggia un ponte, una strada o costruzioni sono guai seri documentati dal filmato. La “pulizia” generalizzata dei corsi d’acqua non ci mette al riparo dal disastro di questo giorni che è sotto gli occhi di tutti. Qui l’Idice era “pulitissimo”! […] il taglio della vegetazione deve essere effettuato in modo localizzato tenendo conto del tipo di corso d’acqua interessato; prima di tagliare la vegetazione ripariale è necessario valutare bene le caratteristiche di ogni corso d’acqua e l’effetto erosivo causato dalla diminuzione della scabrezza in seguito al taglio della vegetazione.»
Un altro fiume appenninico che attraversa il territorio bolognese è il Savena. Ebbene, il Savena si è gonfiato ma nel tratto extraurbano ha tenuto. È esondato nella periferia est della città, a San Lazzaro e Rastignano, e in un punto ha rotto in modo clamoroso: presso il parco del Paleotto, dove a novembre-dicembre si era disboscato in modo forsennato, 1157 alberi distrutti per insediare il cantiere del Lotto 2 del Nodo di Rastignano, opera stradale collegata al Passante di Bologna.
Il 5 gennaio, sul Fatto Quotidiano Linda Maggiori aveva scritto:
«a Bologna, una parte del Parco del Paleotto sparisce sotto al cemento e la stabilità dei versanti del fiume viene irrimediabilmente compromessa, con le auto a passare sull’argine del fiume. E se malauguratamente, come sempre più spesso accade, dovesse verificarsi una bomba d’acqua, con conseguenti frane o esondazioni, trascinando le auto del “Nodo” nel gorgo di fango, contro chi si urlerà? Contro la “natura assassina” o contro i politici assassini?»
Il 17 maggio il cantiere è stato annichilito. La superiore ratio del fiume ha momentaneamente sconfitto l’irrazionalismo organizzato e la hybris cementizia.
In un comunicato stampa, l’associazione Santa Bellezza ha espresso la posizione più giusta: «Pretendiamo che il cantiere del Nodo di Rastignano non venga mai più riaperto.»
Ma il colmo è quando gli abbattimenti servono a fare greenwashing, come nei casi di certi «percorsi cicloturistici».
5. Paradosso di una «ciclovia»: eliminare il verde per essere green
Nei giorni scorsi sono circolate alcune foto di Bonaccini in bicicletta, seguito da altri esponenti della classe politica locale. Era il 23 aprile ultimo scorso e il governatore stava inaugurando la nuova «Ciclovia del Senio», a Castelbolognese (RA), costata 620mila euro.
«Attraverso questi nuovi percorsi», dichiarava in quell’occasione, «rafforziamo e valorizziamo il territorio in un’ottica sempre più sostenibile dal punto di vista turistico e ambientale.»
Due settimane dopo, il 4 maggio, la ciclovia è stata spazzata via in diversi tratti insieme all’argine su cui passava e su cui, con tutta probabilità, non sarebbe mai dovuta passare.
O meglio, ci sarebbe anche potuta passare, se l’argine fosse stato in salute anziché compromesso da ripetuti disboscamenti. Gli ultimi dei quali, plausibilmente, eseguiti proprio per realizzare il «percorso di 10 chilometri ricco di spunti naturalistici e culturali», come recita il comunicato della Regione.
Il
territorio bolognese è interessato da altri progetti di ciclovie,
segnatamente lungo il Reno: la Ciclovia del Sole, parte del tracciato
EuroVelo7, e la Ciclovia del Reno. Sarebbe importante fare inchiesta su
quel che accade lungo quei tracciati. Ci sono giunte testimonianze di
svariati abbattimenti.
In ogni caso, il problema sta nel ragionare in termini di ulteriori infrastrutture. Le vere ciclovie esisteranno quando avremo liberato le strade dalle auto.
6. Le trappole dell’eccezionalismo
Si è anche tentato di far passare per «negazionista climatico» chi fa notare che ci sono precise responsabilità politiche. Ennesima riprova di quanto diciamo da tempo, cioè che il concetto di «negazionismo», da anni stiracchiato in ogni direzione, non ha più alcun valore euristico, alcuna spendibilità in un discorso serio.
Certo, far notare che «clima» non significa iazza o accidente del destino disturba il PD e i suoi alleati, che cercano di usare il clima come attenuante quando invece è un’aggravante.
È stato surreale sentire, tutt’a un tratto, lezioncine sul «globbal uorming» da Bonaccini, difensore degli interessi economici più climalteranti che si possano immaginare. Uno che tutela lo status quo più inquinante, esalta la Motor Valley – o piuttosto la Tumor Valley – emiliana, fa l’apologia dei rigassificatori e pensa che la siccità in montagna comporti come problema principale non la mancanza d’acqua ma l’impossibilità di sciare, per questo vorrebbe utilizzare «cannoni sparaneve hi-tech» che imbianchino le piste «anche col caldo». Peccato che ciascuno di quei cannoni consumi (sperperi) sessanta litri d’acqua al secondo.
La maggiore intensità delle piogge in periodi sempre più brevi è senza dubbio parte del cambiamento climatico, ma bisogna stare attenti a una certa retorica eccezionalista, anche quando sposata in buona fede. I danni che può fare li abbiamo già visti durante la pandemia.
Il precedente: l’eccezionalismo durante il Covid
Nella primavera 2020 qualcuno provò a far notare che se il sistema sanitario lombardo era crollato subito, con immediate ripercussioni su quello “nazionale” (in realtà aziendalizzato su base regionale), era perché lo avevano devastato anni di tagli, di privatizzazioni, di smantellamento della medicina territoriale, dunque andava subito messa in agenda la lotta per invertire quella rotta in tutta Italia.
Chi aveva già sviluppato la visione virocentrica – cioè pensava che si dovesse parlare solo ed esclusivamente di quant’era pericoloso il virus – si impuntò su una risposta standard: anche un sistema sanitario pubblico, universale ed efficiente sarebbe stato messo in crisi dalla pandemia, perché una cosa del genere non s’era mai vista ecc. ecc.
Può anche darsi, non abbiamo il controfattuale, però a noi risulta ovvio che un conto è crollare nel giro di pochi giorni come accaduto, altro conto è reggere l’urto più a lungo, con più tempo e più margine per organizzarsi in altri modi, e soprattutto con più risorse a disposizione.
A un certo punto – molto presto – chi parlava di sanità pubblica e ricordava la situazione già compromessa che il virus aveva trovato, fu tacciato di «negazionismo del virus». Il virocentrismo aveva ristretto il focus e la visuale. La sanità pubblica e le responsabilità di chi l’aveva devastata uscirono da ogni discorso, per non rientrarci più.
A sostituire quei necessari discorsi fu un’adesione acritica all’Emergenza, un feticismo dei provvedimenti governativi e di quelle che Leonardo Sciascia avrebbe chiamato «operazioni di parata», cioè tanto appariscenti quanto inutili allo scopo dichiarato. Operazioni non solo discutibilissime sotto l’aspetto epidemiologico, ma diversive rispetto alle responsabilità politiche e alle cause sistemiche della situazione: coprifuoco, droni a sorvegliare i boschi, elicotteri a inseguire passeggiatori solitari sulle spiagge, decaloghi su chi potevi portare al pranzo di Natale, obbligo di mascherina all’aperto ecc. L’elenco sarebbe lunghissimo.
L’esito è stato che tagli e privatizzazione della sanità continuano, e la pandemia è stata l’occasione di una grande ristrutturazione capitalistica basata su «resilienza» e «ripartenza», con le stesse logiche di prima al quadrato.
Ora riscontriamo lo stesso approccio, per fortuna meno diffuso e con minore presa, da parte di una certa sinistra dabbene.
Eccezionalismo e nubifragi
Alle critiche incentrate sul consumo di suolo, l’urbanizzazione selvaggia, le grandi opere inutili, c’è chi ribatte che con piogge così anche un territorio meglio gestito avrebbe subito danni e ci sarebbero stati morti, perché si tratta di precipitazioni eccezionali ecc.
Anche in questo caso, un conto è un territorio che si disintegra all’istante e vomita acqua e fango in vaste aree, altro conto è un territorio che regge l’urto in più punti e più a lungo. Più aree vengono risparmiate e più tempo c’è di organizzarsi, soprattutto se ci sono più risorse da utilizzare.
Dopodiché, è necessario specificare che si tratta di eccezionalità relativa, non assoluta. In parole povere: i nubifragi si fanno più intensi, ma non sono una novità di questi anni. Piogge forti e di più giorni a primavera sono nelle memorie di molti di noi, sono registrate tanto negli Annali idrologici quanto nell’arte e nella cultura popolare, sono documentate negli archivi dei giornali. Provate a fare la ricerca con «pioggia record», «pioggia millimetri», «nubifragio» e altre chiavi del genere nell’archivio storico de La Stampa.
Se diciamo che un nubifragio è di per sé una manifestazione del «nuovo clima», non solo ci esponiamo a facili smentite, ma credendo di parlare di clima restiamo in realtà sul piano del meteo, del tempo che fa.
Invece, proprio gli archivi possono mostrarci in cosa consista la crisi climatica. Consultandoli, si vede bene l’interazione di due processi che in realtà sono lo stesso: l’impatto di piogge sempre più forti e concentrate – dopo lunghi periodi di siccità – è direttamente proporzionale alla crescente cementificazione del territorio, a sua volta parte di un modello di sviluppo fortemente climalterante.
7. Bona lé tirare in ballo il terremoto del 2012
Una narrazione scattata fin da subito e divenuta onnipervasiva soprattutto nei media locali è quella basata sulla similitudine tra le alluvioni di oggi e il terremoto in Emilia del 2012. Narrazione che non ha contestato quasi nessuno, ma che è tossica da qualunque parte la si guardi.
Una classe dirigente non ha responsabilità di un evento tellurico. Casomai ce l’ha di come viene gestito il territorio dopo, di come viene impostata e realizzata – o non realizzata – la ricostruzione. Nel caso del post-sisma emiliano, la narrazione è trionfalistica: e quanto siamo stati bravi, e quanto siamo stati fighi ecc. Attivare il frame discorsivo «l’alluvione come il terremoto» serve dunque a dire: «son cose che capitano, prima non ci si può far niente» – falsissimo, perché questo disastro ha colpe precise e individuabili – e «ne usciremo da fighi quali siamo».
Come ne usciremo? Ovvio: «ricostruendo tutto».
No. Come ha detto Pileri intervenendo sabato 27 maggio all’assemblea popolare in piazza del Nettuno a Bologna, più che la ricostruzione serve la «de-costruzione».
«Decementificare, decrescere e rinaturalizzare, senza più aggiungere un solo centimetro cubo di cemento o asfalto», ha giustamente scritto Alex Giuzio.
Un altro effetto del paragone col terremoto è attenuare la gravità della situazione odierna e futura. Non solo le alluvioni hanno fatto molti più danni del sisma, danni le cui conseguenze dureranno ben più a lungo, ma mentre il terremoto è un evento raro – la bassa emiliana ne ha subito uno nel 1570 e il successivo nel 2012 –, le alluvioni si verificano sempre più spesso, quasi ogni volta che piove forte.
8. Il suprematismo emiliano-romagnolo ha rotto i maroni
Dopo le alluvioni di metà maggio è tornato a manifestarsi il più tronfio suprematismo emiliano-romagnolo.
A un certo punto è diventato virale – ripreso anche da Gramellini, che non si fa mai scappare nessun cliché – un breve elzeviro, un’apologia del sistema-Emilia che cominciava così:
«L’Emilia-Romagna è quel pezzo di terra voluto da Dio per costruire la Ferrari».
E poteva sembrare scherzoso, volutamente iperbolico, ma conosciamo i nostri polli: non è così. Ci credono davvero.
A seguire, infatti, ci si vantava in maniera spropositata di più o meno tutto quello che ha distrutto il territorio, esattamente l’economia reale e l’approccio devastante da “crescita infinita”, il culto del “fare” purché si faccia che andiamo denunciando da anni: viva l’automotive, viva gli allevamenti intensivi, viva l’agroindustria più impattante, finché non si arriva a questo capolavoro, con tanto di stereotipizzazione etnica:
«[Gli emiliano-romagnoli] sono come i giapponesi, non si fermano, non si stancano, e se devono fare una cosa, a loro piace farla bene e bella, ed utile a tutti…»
Certo, come la voragine FICO, il demenziale «People Mover» di Bologna, la psoriasi di centri commerciali e poli logistici, le migliaia di rotatorie, la riviera devastata dalla speculazione, le dune sbancate per farci il Jova Beach Party, i rigassificatori, sempre più impianti sciistici anche se non c’è più neve, trafori che distruggono falde e fanno scomparire in un giorno cento corsi d’acqua in Appennino, e sono solo le prime cose che vengono in mente.
Il finale era questo:
«Ci saranno pietre da raccogliere dopo un terremoto? Loro alla fine faranno cattedrali.»
C’è un’alluvione? Loro faranno ancora autostrade, svincoli, bretelle, rotatorie, parcheggi, centri commerciali, hub della logistica e quant’altro.
Di quest’arroganza, di questo suprematismo regionale gli emiliano-romagnoli moriranno, se non se ne sbarazzano.
È un suprematismo, per giunta, sottilmente razzista e impregnato di un miope legalitarismo. Quando le alluvioni devastano paesi del Sud Italia, l’emiliano-romagnolo medio e «di sinistra» fa tsk, quei terroni hanno rovinato il loro territorio, poi scuote la testa parlando dell’abusivismo edilizio. E gli abusi nostrani, che sono altrettanto orrendi? Non li vede, non li considera abusi perché sono legalizzati. Nella sua mentalità, se qualcosa è legale non si può ritenere un problema.
9. Der Kommissar
In linea di principio, dopo un simile disastro, Bonaccini si sarebbe dovuto dimettere all’istante. Intendiamoci, non sarebbe servito a nulla: chi lo attornia è come lui. È un discorso puramente filosofico, un esperimento mentale. Invece non solo è ancora lì, benché in evidente affanno e costretto a negare l’innegabile, ma c’è persino chi lo vorrebbe commissario alla ricostruzione.
Va premesso che a noi i commissari non piacciono. I commissari sono strumenti tipici delle politiche d’Emergenza, servono a gestire i processi dall’alto e accentrando poteri, facendo passare le politiche peggiori, sovente aggravando i problemi di partenza. Aggiungiamo che spesso i commissari sono generali, uomini delle forze armate, cosa che contribuisce non poco alla strisciante militarizzazione della vita pubblica italiana, processo divenuto indiscutibile durante l’emergenza Covid.
Detto ciò, le motivazioni per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario sono risibili se non oltraggiose.
«Bonaccini conosce molto bene questa terra», ha dichiarato il sindaco di Bologna Lepore.
Vero, ne sa a pacchi, che si parli di montagna o di pianura. Magari
anche da commissario ci delizierebbe con belle biciclettate su argini
compromessi e proclami sulla neve artificiale d’estate.
«Bonaccini lo vuole la società civile, lo vuole il sistema economico emiliano-romagnolo con il quale ha sempre saputo dialogare fra gestione e innovazione», si è letto sul Corriere.
La prima proposizione è del tutto arbitraria, perché nessuno saprebbe dire chi sia e cosa voglia «la società civile». Di sicuro, non coincide con «gli elettori». Per via del crescente astensionismo, alimentato dal disgusto per l’offerta politica, in media – a seconda dei territori e delle circostanze – il PD emiliano-romagnolo vince le elezioni col consenso di circa tre aventi diritto al voto su dieci. Alle ultime comunali di Bologna l’astensione ha raggiunto il 48,82%, perciò Lepore è stato eletto con il 31,6% reale. Quasi sette bolognesi su dieci non l’hanno votato. Quanto alle Regionali del 2020, Bonaccini le ha vinte con il 51,42% del 67,67% che è andato a votare, ergo col 34,79% reale.
Quanto alla proposizione seguente, all’inizio dice una verità: a volere Bonaccini è il sistema economico, che è pregressista; dopo, invece, è fuffa.
Stessa fonte giornalistica: «Bonaccini ha il plauso di colleghi di diversa sponda come il leghista Luca Zaia». Soggetto notoriamente sensibile a questioni ambientali, climatiche e di tutela del territorio dalla cementificazione. Una garanzia.
In realtà, le motivazioni reali e non-dette per cui Bonaccini dovrebbe fare il commissario riguardano i rapporti di forza in regione tra il PD che governa qui e la destra dichiarata che governa a Roma.
Ed è proprio questo There Is No Alternative, questo continuo ridurre la dialettica politica al binarismo e al (presunto) menopeggismo la gabbia da infrangere.
«Dov’è l’alternativa?», si sente spesso chiedere. Noi diciamo che se un mondo sta nascendo, un mondo incompatibile con quello che abbiamo fin qui descritto, sta nascendo nelle lotte ambientali, per la giustizia climatica, per un territorio diverso.
Nel prossimo articolo, infatti, torneremo sul caso Bologna e sulle lotte contro il raddoppio di tangenziale e A14 – con tutta l’inondazione di asfalto a cui il raddoppio aprirebbe la via – e contro il progetto di nuovo mega-comprensorio sciistico sul Corno alle Scale.


