Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/06/2023
Il 2 giugno che ripudia la guerra
Le mobilitazioni antimilitariste in occasione del 2 giugno hanno attraversato alcune città riaffermando chiaramente il No all’invio di armi e al coinvolgimento dell’Italia nella guerra.
La manifestazione di Roma in Largo Argentina si è posta come scenario alternativo alla parata militare istituzionale, ribadendo l’opposizione frontale alla guerra e all’invio di armi. Alcuni interventi hanno espresso il loro sostegno ai referendum che chiedono l’abrogazione delle leggi che hanno consentito di inviare armi sui teatri di guerra. Clicca qui per ascoltare gli interventi della piazza a Largo Argentina.
Ma i riflettori su questo 2 giugno erano puntati su Bologna dove la partecipatissima manifestazione aperta dallo striscione “Spalare e non sparare” ha messo i piedi nel piatto della contraddizione emersa con la recente e devastante alluvione in Romagna.
Il corteo è partito da piazza dell’Unità verso il palazzo della Regione.
Cliccando qui è possibile ascoltare l’intervento di Giuseppe, il volontario del fango che per due giorni è rimasto incatenato davanti alla caserma di viale Vicini per denunciare l’assenza dello Stato e dell’esercito in questo momento di emergenza dell’alluvione.
Il corteo di Bologna si è mosso verso la regione Emilia-Romagna per indicare i responsabili del disastro passando proprio sotto quello che per anni è stato l’ufficio di Elly Schlein che, come vice presidente della Regione, ha avuto responsabilità in materia di cambiamenti climatici e dissesto del territorio.
Al Parlamento europeo, dopo un maldestro emendamento presentato senza convinzione, il PD ha poi avallato l’uso di mezzo miliardo di fondi PNRR per le produzione di munizioni da inviare al fronte ucraino, mentre gli stessi fondi non si possono usare per l'alluvione in Emilia Romagna.
E mentre le istituzioni fanno le passerelle, le sfilate e le esercitazioni militari, i mezzi pesanti dell’esercito restano chiusi nelle caserme invece di spalare tra Faenza e Ravenna. “Continuiamo a organizzare la solidarietà attiva, continuiamo a organizzare il controllo popolare sulla “ricostruzione” perché non vogliamo tornare alla normalità” denunciano i manifestanti. Clicca qui per vedere il video del corteo di Bologna.
A Milano nel pomeriggio si è tenuta una manifestazione in piazza della Scala organizzata dai comitati promotori dei due referendum contro l’invio di armi all’Ucraina. Occorre raccogliere le firme necessarie entro il 22 luglio.
Infine una manifestazione contro la presenza delle basi militari e la militarizzazione della Sardegna si è svolta a Cagliari.
Fonte e foto di Patrizia Cortellessa
03/06/2022
Stop alla guerra. Manifestazioni a Pisa, Roma, Genova
Il 2 giugno, festa della Repubblica, si è trasformata in una giornata di mobilitazione contro la guerra, l’invio di armi italiane, l’aumento delle spese miitari.
Migliaia di persone (5 mila per la polizia, tre volte tanto per gli organizzatori) hanno marciato nella tenuta di San Rossore a Pisa dove a Coltano dovrebbe sorgere una nuova base militare che andrebbe ad aggiungersi ad un territorio già militarizzato dalla strategica base Usa di Camp Darby. Una marea umana ha ribadito non solo il NO alla ulteriore militarizzazione di un territorio ma ha riaffermato l’obiettivo di voler fermare la guerra ora, di bloccare l’invio di armi e delle spese militari.
A Roma un riuscito Sit-in si è svolto a Torre Argentina, a poche centinaia di metri dalla parata militare e dal palco delle autorità con lo striscione “No alla Repubblica della guerra”.
A Genova un corteo ha sfilato per le strade rinnovando la denuncia e l’alleanza tra molte forze sociali e i portuali che hanno bloccato il traffico d’armi nella città portuale.
Fonte e foto delle manifestazioni
Migliaia di persone (5 mila per la polizia, tre volte tanto per gli organizzatori) hanno marciato nella tenuta di San Rossore a Pisa dove a Coltano dovrebbe sorgere una nuova base militare che andrebbe ad aggiungersi ad un territorio già militarizzato dalla strategica base Usa di Camp Darby. Una marea umana ha ribadito non solo il NO alla ulteriore militarizzazione di un territorio ma ha riaffermato l’obiettivo di voler fermare la guerra ora, di bloccare l’invio di armi e delle spese militari.
A Roma un riuscito Sit-in si è svolto a Torre Argentina, a poche centinaia di metri dalla parata militare e dal palco delle autorità con lo striscione “No alla Repubblica della guerra”.
A Genova un corteo ha sfilato per le strade rinnovando la denuncia e l’alleanza tra molte forze sociali e i portuali che hanno bloccato il traffico d’armi nella città portuale.
Fonte e foto delle manifestazioni
02/06/2018
2 Giugno. Repubblica e Costituzione
Nonostante il grande pasticcio che si sta comunque presentando sulla scena politica italiana credo vadano spese ancora alcune parole per ricordare l’anniversario del 2 giugno 1946: il giorno in cui l’Italia diventò repubblica cancellando la monarchia che l’aveva condotta alla dittatura e a due guerre mondiali, più a un’altra serie di guerre coloniali il cui tragico ricordo non deve essere perduto. In quel giorno, per la prima volta votarono anche le donne, furono elette deputate/i dell’Assemblea Costituente: da quel consesso, nonostante il profilarsi di una difficile e negativa coincidenza internazionale, scaturì la Costituzione Repubblicana. Un testo per il quale vale ancora la pena impegnarsi per affermarlo e difenderlo.
Due Giugno, festa della Repubblica: in quel giorno nel 1946, nacque la Repubblica e si crearono le premesse perché fosse elaborata, nel giro di due anni, la nostra Costituzione.
Oggi celebriamo la ricorrenza del 2 Giugno in un momento di effettiva difficoltà per la democrazia parlamentare messa in crisi ben oltre i termini nei quali la questione si era posta con le deformazioni costituzionali respinte dal voto popolare il 4 dicembre 2016.
Si è ancora tentato di sperimentare, proprio in questi giorni, una sorta di “Costituzione Materiale”, allo scopo di mutare il rapporto stabilito costituzionalmente tra Stato/Governo/Parlamento (quest’ultimo ormai escluso da ogni qualsivoglia capacità decisionale, dopo averne proclamato il recupero della “centralità”) in nome di una presunta “democrazia diretta” alla quale fare riferimento in forma totalizzante.
Vedremo meglio, in seguito, questi aspetti assolutamente fondamentali.
Vale la pena, allora, entrare nel merito dell’attualità di una difesa dei principi di fondo stabiliti dalla Costituzione Repubblicana, il cui stravolgimento potrebbe significare una pericolosa involuzione del quadro democratico.
Mi soffermerò, quindi, soprattutto su di un aspetto: quello della forma di governo, esaminandolo sul piano teorico, e del suo inserimento all’interno del più ampio quadro delineato dalla forma dello Stato.
Nell’ordinamento giuridico italiano la Costituzione si colloca al vertice delle fonti, essa si trova, cioè, in una posizione primaria rispetto a tutte le altre leggi dello Stato quanto a forza, valore e contenuti.
In essa si riassumono, infatti, i principi fondamentali, organizzativi e spesso anche teleologici della comunità statale.
Diverse sono, però, le accezioni attribuite dalla dottrina al termine “costituzione”.
Da un lato, con il termine “costituzione” si suole indicare il complesso delle norme coessenziali allo Stato, per le quali, cioè, uno Stato è quello che è in un determinato momento storico; intesa così la costituzione si pone con lo stesso porsi dello Stato.
Secondo Costantino Mortati la parola “costituzione”, nel suo significato più generico “vuole designare quel carattere, o quell’insieme di caratteri, ritenuti necessari a individuare l’intima e più propria essenza di ogni entità, differenziandola dalle altre, e pertanto destinata ad accompagnarla in tutto il suo ciclo di vita. Si parla così di costituzione della materia, di costituzione della specie o dei singoli individui che entrano a comporle, sempre per designare la qualità, elementi o parti che, esprimendone la natura sostanziale e condizionandone il modo d’essere, rimangono costanti nel tempo, suscettibili di variazioni solo quantitative, necessariamente contenute entro un margine, al di là del quale verrebbe meno la stessa identità del soggetto cui si riferiscono”.
La nostra Costituzione, in quanto costituzione di uno Stato democratico – sociale, si presenta come patto tra varie forze.
Essa nasce, quindi, dal lavoro di un’Assemblea Costituente che vide la presenza di tutte le forze politiche, con un’articolazione ampia e particolarmente rappresentativa.
Il carattere compromissorio delle disposizioni, frutto di un accordo tra parti politiche di diversa ispirazione ideologica, è un elemento ineliminabile e intrinseco della Costituzione Italiana (quel “margine” cui si riferiva Mortati).
Un altro carattere fondante della nostra Carta Costituzionale è quello della “rigidità”: le norme costituzionali sono sottratte, per esplicito dettato (articolo 138) all’abrogazione o deroga, da parte di leggi ordinarie; la Costituzione Italiana è quindi legge prima e suprema di tutto l’ordinamento repubblicano.
Questo carattere di rigidità è, a un tempo, estrinseco, cioè relativo alle circostanze eccezionali che ne hanno maturato e fatto adottare la nostra Carta fondamentale e , insieme, intrinseco alle disposizioni che la compongono,particolarmente, ma non solo, quella prima parte,che concerne la garanzia dei diritti fondamentali di ogni cittadino.
Rigidità , come abbiamo visto, non vuol dire immodificabilità assoluta: essa è, infatti, ottenibile solo con un procedimento tutto particolare, rafforzato rispetto a qualunque altra legge o deliberazione degli organi dello Stato.
Vediamo brevemente come si sviluppa la normativa della nostra Costituzione: la parte prima è imposta sul criterio cosiddetto della “socialità progressiva”.
Ciò deriva dal fatto che dal titolo primo al titolo quarto vi è un progressivo ampliamento della persona sociale: dalla considerazione del singolo individuo, nelle norme concernenti i rapporti civili, si passa al contesto più ampio della famiglia e della scuola che sono contemplate nel titolo dedicato ai rapporti etico – sociali ; infine, ancora secondo un criterio progressivo, si disciplinano i rapporti economici e i rapporti politici.
Ed è proprio la disciplina dei rapporti politici a costituire un efficace coordinamento tra la prima parte e la seconda, dedicata alla definizione dell’ordinamento della Repubblica.
Ed è questo, del rapporto tra la I e la II parte della Costituzione, il punto su cui si colloca l’equilibrio più delicato che fu raggiunto dai Costituenti e che è stato totalmente trascurato, sia nei tentativi di deformazione falliti nel corso degli anni passati ma anche adesso nell’idea di imporre –come si è già accennato – una “Costituzione Materiale” fondata su di un presunto imperativo da “mandato popolare”.
Un equilibrio, quello tra la prima e la II parte della Costituzione, invece da conservare e arricchire, comunque attaccato da modifiche già avvenute come quella relativa all’articolo 81 sul pareggio di bilancio e al titolo IV della II parte sulle autonomie locali: variazioni delle quali si può esprimere sicuramente un giudizio negativo.
Lo stravolgimento del rapporto tra I e II parte della Costituzione ha rappresentato e continuerà a rappresentare l’obiettivo di coloro i quali intendo trascinare l’equilibrio politico italiano mirando alla formazione di un sistema del tipo di quelli che il politologo americano Colin Crouch, ha definito da tempo come di “post – democrazia”.
Scivola verso l’autoritarismo presidenzialista l’idea dell’ammodernamento necessario della democrazia costituzionale: un’ipotesi che rimane in piedi nonostante il fallimento di diversi tentativi già effettuati e ai quali ci si è già più volte riferiti.
Conservare, quindi,la relazione stretta tra costituzionalismo e democrazia.
Il discorso su costituzionalismo e democrazia, in questa fase di trasformazioni profonde, traversa necessariamente diverse tematiche, dalla forma di governo alla partecipazione politica.
Il tema dei rapporti fra organi politici s’intreccia, peraltro, a quello dei sistemi elettorali,sicuramente non dissociabile; e , insieme, al dibattito sulla rappresentanza politica, la sua funzione, la sua natura. .
E’ un percorso a prima vista poco lineare, che traversa luoghi diversi, tutti però rilevanti ai fini dell’obiettivo che pare oggi fondamentale: indagare le sorti della democrazia.
Non penso a un futuro lontano, ma all’immediato, alle forme che la democrazia verrà assumendo in conseguenza di fattori di vario genere che già premono, alle limitazioni che potrà ancora subire anche sul piano della “cessione di sovranità” in termini sovranazionali: un processo che sta subendo, sia sul piano europeo sia planetario, una battuta d’arresto della quale deve essere tenuto conto.
Raggiungeranno, queste limitazioni, livelli tanto elevati da consentire unicamente la sopravvivenza della democrazia come “puro nome”? Potrà, la nostra, continuare a definirsi una “democrazia pluralista” o assumerà decisamente la natura di una “democrazia maggioritaria”, esercitata magari “a furor di popolo”? E soprattutto, questa è la questione di fondo che vorrei sottoporre al vostro giudizio, la democrazia si accompagnerà ancora ai principi del costituzionalismo che impongono la limitazione del potere?
Questi e altri interrogativi potrebbero riassumersi in uno solo, se lo Stato democratico di diritto sia destinato a continuare.
Il “futuro prossimo” può incidere su entrambe le qualificazioni dello Stato.
Dallo stato democratico, ad esempio, si potrebbe tornare a qualcosa di simile allo Stato rappresentativo, com’era la monarchia uscita dallo Statuto Albertino; oppure lo Stato Italiano, restando in qualche modo una democrazia (trasformata, magari, in democrazia maggioritaria, che è stata reclamata nel corso di queste settimane addirittura alla presenza di una formula elettorale in larga parte di tipo proporzionale usando addirittura la formula “Terza Repubblica”) potrebbe uscire dalla forma dello Stato di diritto.
Si deve così cercare di rispondere anche alla domanda circa il grado di partecipazione e di influenza del “popolo” sulle decisioni che interessano la collettività, verificando fino a che punto tendenze recenti alla costruzione di ibridi (attraverso manipolazioni più o meno vistose) finiscano per incidere sulla stessa forma dello Stato.
Si tratta di capire quanto l’influenza delle mutazioni della forma di governo sulla forma di Stato attraverso alterazioni degli elementi tipici dei suoi modelli, sposti i delicati equilibri su cui si fonda il sistema di relazioni istituzionali in una Repubblica parlamentare come quella voluta dai nostri Costituenti.
Ad esempio, intendendo la “democrazia maggioritaria” come orientata a che “l’indirizzo premiato dal voto popolare non trovi ostacoli istituzionali alla sua più completa attuazione”, si torna, in definitiva, all’idea dell’unicità e concentrazione del potere.
Tutto questo è avvenuto, sia ben chiaro,nel corso della più recente crisi di governo dalla quale se n’è usciti indubbiamente con una torsione di tipo “presidenzialista”.
Si tende, infatti, a realizzare proprio ciò che, per convinzione condivisa, è importante evitare: che il sistema sia “utilizzabile con esclusività, e quindi in via assoluta, da una forza sola o da un complesso organizzato più forte”.
Rivedere il punto iniziale del percorso tortuoso che ha condotto l’ordinamento costituzionale italiano all’incerta situazione attuale, può servire per comprendere meglio la realtà in cui viviamo, e a illuminarci circa le direzioni del suo movimento.
Nel corso degli anni’80 riprese quota il dibattito sul Presidente della Repubblica, in particolare sulla sua elezione.
Proprio quel dibattito sul presidenzialismo che ho trovato spazio anche nella più recente attualità.
La domanda è più interessante da porsi in questo momento può partire considerando che la Presidenza della Repubblica, di per sé, non era oggetto di discussione che, anzi (fino ad allora almeno) poteva dirsi sicuramente l’istituzione meno soggetta a critiche.
In altri tempi la proposta ricorrente era l’elezione popolare diretta del Presidente della Repubblica che, si diceva, non solo avrebbe così acquistato un’autorevolezza maggiore, ma sarebbe divenuto maggiormente indipendente dai partiti.
Uno degli obiettivi reali di queste proposte appare evidente: tentare, attraverso l’aggancio all’elezione del Presidente della Repubblica, di semplificare il sistema politico. Dalla necessità per i diversi partiti di aggregarsi in due raggruppamenti ai fini dell’elezione presidenziale avrebbero potuto prendere vita due formazioni contrapposte e, dunque, il bipolarismo e l’alternanza.
Questo risultato, sperato ma eventuale, ne avrebbe comportato dunque un altro che era, invece, sicuro e temibile: la trasformazione del Capo dello Stato in un leader politico contro gli schemi del sistema parlamentare, la fine del suo ruolo neutrale e l’eliminazione della Presidenza come istituzione di garanzia.
Al di là dell’alterazione della forma di governo e delle relazioni fra gli organi costituzionali, l’elezione diretta induce inoltre una trasformazione sostanzialmente più grave: caricando il vincitore di una nuova forza, anche suggestiva, alimenta il mito del “Capo” e personalizza il potere.
Ho preso le mosse dagli anni’80 perché quelle idee nel tempo, hanno prodotto frutti come ora ben si vede proprio nella più stretta attualità.
Oggi siamo di fronte ad un disegno più sottile di modificazione dell’insieme di relazioni istituzionali Presidente /Governo/Parlamento tale da realizzare una “Costituzione Materiale” fondata appunto sull’idea della “totalità” del maggioritario intesa nel senso del presunto rispetto della “volontà del popolo”, evitando il piano della mediazione politica attuata dai corpi intermedi sia politici (i partiti) sia sociali (sindacati, associazioni di categoria).
Ci troviamo così dentro ad una fase nella quale si porrà di nuovo oggettivamente il tema presidenzialista.
Un tema che va di pari passo con la diffusione e il consolidamento del processo di “personalizzazione” del potere riversandosi sulle altre istituzioni monocratiche dai Presidenti di Regione surrettiziamente definiti “Governatori” ai Sindaci.
Con le conseguenze che si sapevano, e che da molti si volevano.
Conseguenze che già incidono sul livello di democraticità del sistema: alcuni interessi sono rimasti senza voce, altri, pure significativamente rappresentati, senza più forza contrattuale.
Gli interessi forti, viceversa, sono diventati invincibili (anche, e forse soprattutto, in sede locale).
Così si scivola nella teoria di Carl Schmitt situata agli antipodi dell’ispirazione parlamentare della nostra Costituzione Repubblicana.
Proprio Schmitt appare l’ispiratore principale dei principi politici che reggono la nuova maggioranza di governo uscita dalle urne il 4 marzo 2018: Infatti, a partire dal saggio su Il concetto del politico Schmitt è convinto che l’essenza del politico – in netta polemica col positivismo giuridico, per il quale il politico è definito in base al concetto di Stato, poi a sua volta definito in base al concetto di politico – stia nella possibilità di distinguere tra chi è amico e chi è nemico. Lo Stato organizza gli amici e li attrezza in maniera adeguata per affrontare la minaccia proveniente dai nemici: ben si capisce, allora, come sovrano sia chi decide su chi è amico e chi è nemico. Tutte le decisioni politiche avvengono in questa maniera: la decisione come tipo originario fonda sempre un ordine a partire da una minaccia che ha una valenza intrinsecamente politica. La decisione del sovrano avviene sempre in uno stato di eccezione (proprio come si è cercato di far apparire proprio in questi giorni): e Schmitt rileva come il normativismo alla Kelsen funzioni soltanto là dove c’è già una normalità dei rapporti e il conflitto è stato risolto; infatti, non è la norma a creare la normalità, ma, piuttosto, è la normalità a rendere possibile l’attuarsi della norma.
Ho già sottolineato come le forma di governo normalmente considerate dagli studiosi, anche ai fini di comparazione (parlamentare, presidenziale, direttoriale, assembleare) sono le forme di governo compatibili, con la nostra forma di Stato e rientrano tutti nel quadro dello Stato democratico di diritto; i modelli conosciuti sono studiati in modo, appunto, da porre limiti al potere.
Repubblica democratica (articolo 1 della Costituzione) è una formula che impone la valutazione della rappresentanza prima ancora dei meccanismi diretti a rendere blindato l’esecutivo, meccanismi di rafforzamento ammissibili solo se e fino a che non si scontrino con il principio democratico, cardine del sistema; e sicuramente l’elezione popolare non basta a fare di un organo monocratico un rappresentante.
Democrazia e rappresentanza, insieme al rispetto delle regole dello Stato di diritto, costituiscono limiti insuperabili sui quali non è possibile cedere alcunché.
Nel nostro Paese il disprezzo delle regole e dei limiti dello Stato di diritto è di giorno, in giorno, più grave e frequente.
Democrazia e costituzionalismo, appaiono parimenti a rischio.
La limitazione del potere (ossia il senso profondo dello Stato di diritto) è già fortemente incrinata, anche per via del peso delle imposizioni sovranazionali derivanti dai Trattati Europei, al riguardo dei quali non s’intravvede spiragli di modificazione per l’assenza di un progetto di democratizzazione come sarebbe indispensabile approntare. L’unico progetto in campo (e massicciamente) è quello populisticamente distruttivo dell’estrema destra nazionalista presente in Occidente ma al potere nei paesi del gruppo di Visegrad. Il recente esito elettorale italiano potrebbe anche spostare questo livello di equilibrio.
Sta venendo meno l’equilibrio complessivo, basato sul pluralismo politico e quindi su di un sistema di differenziazione assai articolato e complesso di garanzie pensate in rapporto ad un pluralismo interno alle altre istituzioni.
Una situazione siffatta vanifica nella sostanza gli obiettivi del costituzionalismo, riproducendo la concentrazione del potere che esso voleva distruggere: concentrazione di potere politico, economico e, ovviamente, del potere d’informazione, oggi determinante.
A prescindere, infatti, da altre considerazioni, nella società delle comunicazioni di massa e delle più elevate tecnologie a disposizione del potere politico, l’esito totalitario viene comunque considerato uno dei rischi più immanenti allo sviluppo della società contemporanea.
Proprio per questo motivo ho voluto soffermarmi ,nel quadro ampio del processo revisionistico che si è tentato di realizzare in Italia sul tema della forma di governo invitando, infine,a considerarlo anche in una prospettiva più ampia: a livello planetario. Infatti, situazioni complesse poste a livello delle superpotenze aprono interrogativi inquietanti che riguardano in primo luogo la democrazia, al punto da farci pensare che la nostra idea di resistere, qui in Italia alla periferia dell’impero, sul nesso tra democrazia e costituzionalismo non rappresenti, semplicemente, un piccolo gesto di provincialismo ma abbia un significato molto più ampio.
Un punto da rammentare proprio in occasione della ricorrenza del 2 giugno 1946: il giorno nel quale il voto popolare sancì il distacco dalla monarchia e l’avvento della Repubblica.
Fonte
01/06/2015
2 Giugno, giornata contro la guerra. Allarmismo dei giornali di destra
Mentre i comandi militari in Italia e in Europa fanno scaldare i motori delle flotte e dei bombardieri per un nuovo intervento in Libia, nel nostro paese si è rimesso in moto un dibattito e l’iniziativa contro la tendenza di guerra che su più teatri di crisi – ma soprattutto intorno all’Europa – si respira a pieni polmoni. Il fatto che la guerra non sia ancora al centro dell’agenda politica e della discussione pubblica, non ne sminuisce affatto la gravità e le conseguenze. La parziale novità, che impatta direttamente sul nostro paese, è che stavolta il soggetto che sta muovendo le pedine dell’intervento militare nello scenario Mediterraneo sia direttamente l’Unione Europea, mentre sul fronte est – l’Ucraina – il centro operativo rimane quello storico della Nato.
Per mandare un primo segnale di mobilitazione, una coalizione di organizzazioni politiche, di reti antimilitarista e di comitati di solidarietà, ha costruito nell’ultimo mese un appuntamento a livello nazionale che vedrà manifestazioni e sit-in in diverse città italiane nella giornata di martedì 2 Giugno, il giorno in cui i festeggiamenti per la Repubblica sono tornati a coincidere con l’esibizione delle forze militari sia nella parata nel centro di Roma che nella retorica dei discorsi celebrativi.
Contro questo clima di guerra – ma anche di razzismo – sono ancora poche le voci di consapevolezza che ne segnalano la gravità. “Saranno proprio i rifugiati a pagare più pesantemente per questa azione militare, inventata per salvare vite umane! Infatti il documento presentato all’Onu parla di “danni collaterali” denuncia in un appello Padre Alex Zanotelli. “Caratterizzare la giornata del 2 giugno, così come faremo a Roma con il presidio dinanzi al Centro Operativo Interforze, con preciso riferimento al ruolo dell’Italia negli scenari di guerra, in sintonia con le associazioni dei migranti, con i comitati di solidarietà internazionali, con le realtà in lotta contro le servitù militari ci sembra un primo passo per la crescita di una nuova coscienza contro la guerra” afferma Mauro Luongo di Ross@. “La guerra era e resta sempre solo strumento di distruzione e morte; le devastazioni di intere regioni, i crimini perpetrati contro moltitudini di esseri umani la cui unica colpa e quella di essere nati nelle “parti sbagliate” del globo hanno visto il proliferare di meccanismi di sostegno ideologico agli interventi militari e di mistificazione della loro reali motivazioni, sotto la coltre della guerra umanitaria e di liberazione dai regimi tirannici, operazioni alimentate in modo pressoché unanime da tutto il mondo dell’informazione occidentale” scrive l’appello che ha lanciato un mese fa la mobilitazione nazionale per il 2 Giugno.
Martedì 2 Giugno, si scenderà in piazza contro la guerra nel Mediterraneo, per il taglio alle spese militari, contro la Nato e in solidarietà con i migranti, a Roma (alle 10.00 a piazza dei Consoli, nei pressi del Comando Operativo Interforze che guiderà la missione militare in Libia) per poi procedere all’invasione dell’adiacente parco di Centocelle e in serata ad un festa al parco della Ex Snia. A Bologna si manifesterà alle 10.00 in piazza 8 Agosto, a Napoli alle 10.00 in via Roma davanti alla Banca Intesa, a Pisa alle ore 18.00 in Corso Italia, a Torino alle 16.00 davanti alla sede Rai, a Taranto davanti all’Ammiragliato, mentre altri sitin si svolgeranno a Parma, Genova e a Trieste (qui però mercoledì 3 giugno).
Sulla Giornata nazionale di lotta contro la guerra non mancano però allarmismi e sciacallaggi, soprattutto da parte dei giornali della destra (Il Tempo e il Giornale in prima fila). Sotto il titolo: Allarme black block. Si preparano al 2 giugno, il Giornale scrive che: “diversi volantini e diversi gruppi di antagonisti sui social sono già un inno alla devastazione: "Dobbiamo promuovere una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra, concepita come contraltare alla parata militare sui Fori Imperiali, rimettendo al centro dell'attenzione il carattere pacifista e antifascista della nostra Costituzione". I contestatori, come riporta il Tempo, avrebbero intenzione di fare "iniziative in prossimità di luoghi simbolo della militarizzazione e delle vittime delle politiche belliciste". Mentre il quotidiano della destra capitolina il Tempo – titolando “Antagonisti scatenati contro il 2 giugno - così profetizza sulle tensioni (?) per la giornata del 2 giugno: “ La festa della Repubblica non piace ai contestatori di professione che hanno deciso di “promuovere una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra, concepita come contraltare alla parata militare sui Fori Imperiali, rimettendo al centro dell’attenzione il carattere pacifista e antifascista della nostra Costituzione”. Insomma un'occasione per centri sociali e movimenti antagonisti di ogni genere per scendere in piazza e provare ad alzare la tensione. La strategia è quella di organizzare una serie di iniziative «in prossimità di luoghi simbolo della militarizzazione e delle vittime delle politiche belliciste». Tradotto vuol dire che gli obiettivi saranno le caserme, i Centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati, la stessa parata di via dei Fori Imperiali, e ogni altro posto ritenuto idoneo per mettere a segno blitz, presidi, volantinaggi e contestazioni anche con cortei selvaggi in giro per le città”.
Di fronte a questi articoli, se non fossero il segno dei tempi, ci sarebbe da invocare l’intervento degli psicoanalisti. Ma il clima di guerra e di demonizzazione di chi vi si oppone si desume anche da articoli come questi.
Fonte
Per mandare un primo segnale di mobilitazione, una coalizione di organizzazioni politiche, di reti antimilitarista e di comitati di solidarietà, ha costruito nell’ultimo mese un appuntamento a livello nazionale che vedrà manifestazioni e sit-in in diverse città italiane nella giornata di martedì 2 Giugno, il giorno in cui i festeggiamenti per la Repubblica sono tornati a coincidere con l’esibizione delle forze militari sia nella parata nel centro di Roma che nella retorica dei discorsi celebrativi.
Contro questo clima di guerra – ma anche di razzismo – sono ancora poche le voci di consapevolezza che ne segnalano la gravità. “Saranno proprio i rifugiati a pagare più pesantemente per questa azione militare, inventata per salvare vite umane! Infatti il documento presentato all’Onu parla di “danni collaterali” denuncia in un appello Padre Alex Zanotelli. “Caratterizzare la giornata del 2 giugno, così come faremo a Roma con il presidio dinanzi al Centro Operativo Interforze, con preciso riferimento al ruolo dell’Italia negli scenari di guerra, in sintonia con le associazioni dei migranti, con i comitati di solidarietà internazionali, con le realtà in lotta contro le servitù militari ci sembra un primo passo per la crescita di una nuova coscienza contro la guerra” afferma Mauro Luongo di Ross@. “La guerra era e resta sempre solo strumento di distruzione e morte; le devastazioni di intere regioni, i crimini perpetrati contro moltitudini di esseri umani la cui unica colpa e quella di essere nati nelle “parti sbagliate” del globo hanno visto il proliferare di meccanismi di sostegno ideologico agli interventi militari e di mistificazione della loro reali motivazioni, sotto la coltre della guerra umanitaria e di liberazione dai regimi tirannici, operazioni alimentate in modo pressoché unanime da tutto il mondo dell’informazione occidentale” scrive l’appello che ha lanciato un mese fa la mobilitazione nazionale per il 2 Giugno.
Martedì 2 Giugno, si scenderà in piazza contro la guerra nel Mediterraneo, per il taglio alle spese militari, contro la Nato e in solidarietà con i migranti, a Roma (alle 10.00 a piazza dei Consoli, nei pressi del Comando Operativo Interforze che guiderà la missione militare in Libia) per poi procedere all’invasione dell’adiacente parco di Centocelle e in serata ad un festa al parco della Ex Snia. A Bologna si manifesterà alle 10.00 in piazza 8 Agosto, a Napoli alle 10.00 in via Roma davanti alla Banca Intesa, a Pisa alle ore 18.00 in Corso Italia, a Torino alle 16.00 davanti alla sede Rai, a Taranto davanti all’Ammiragliato, mentre altri sitin si svolgeranno a Parma, Genova e a Trieste (qui però mercoledì 3 giugno).
Sulla Giornata nazionale di lotta contro la guerra non mancano però allarmismi e sciacallaggi, soprattutto da parte dei giornali della destra (Il Tempo e il Giornale in prima fila). Sotto il titolo: Allarme black block. Si preparano al 2 giugno, il Giornale scrive che: “diversi volantini e diversi gruppi di antagonisti sui social sono già un inno alla devastazione: "Dobbiamo promuovere una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra, concepita come contraltare alla parata militare sui Fori Imperiali, rimettendo al centro dell'attenzione il carattere pacifista e antifascista della nostra Costituzione". I contestatori, come riporta il Tempo, avrebbero intenzione di fare "iniziative in prossimità di luoghi simbolo della militarizzazione e delle vittime delle politiche belliciste". Mentre il quotidiano della destra capitolina il Tempo – titolando “Antagonisti scatenati contro il 2 giugno - così profetizza sulle tensioni (?) per la giornata del 2 giugno: “ La festa della Repubblica non piace ai contestatori di professione che hanno deciso di “promuovere una giornata di mobilitazione nazionale contro la guerra, concepita come contraltare alla parata militare sui Fori Imperiali, rimettendo al centro dell’attenzione il carattere pacifista e antifascista della nostra Costituzione”. Insomma un'occasione per centri sociali e movimenti antagonisti di ogni genere per scendere in piazza e provare ad alzare la tensione. La strategia è quella di organizzare una serie di iniziative «in prossimità di luoghi simbolo della militarizzazione e delle vittime delle politiche belliciste». Tradotto vuol dire che gli obiettivi saranno le caserme, i Centri di identificazione ed espulsione per gli immigrati, la stessa parata di via dei Fori Imperiali, e ogni altro posto ritenuto idoneo per mettere a segno blitz, presidi, volantinaggi e contestazioni anche con cortei selvaggi in giro per le città”.
Di fronte a questi articoli, se non fossero il segno dei tempi, ci sarebbe da invocare l’intervento degli psicoanalisti. Ma il clima di guerra e di demonizzazione di chi vi si oppone si desume anche da articoli come questi.
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