Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
01/09/2026
A scuola nessuno spazio per le ideologie militari
La presa di posizione – avviata dalle sigle Osa, Usb e altre – propone, anche attraverso una petizione, l’interruzione e il divieto di qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola, università, ricerca e filiera militare pubblica e privata.
“Il cammino inesorabile che sembra aver intrapreso l’intero Occidente verso una guerra totale non risparmia l’istruzione: in diversi documenti ufficiali dell’UE, nel piano programmatico quinquennale del Governo Meloni, e in diverse dichiarazioni del ministro Crosetto, si evidenza la possibilità, finanche la irrinunciabile necessità di una incorporazione totale dell’istruzione di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università, nell’economia e nell’ideologia bellica”.
Le organizzazioni hanno denominato la campagna anti-militare in ambito scolastico ‘La Conoscenza Non Marcia’: “abbiamo denunciato – sostengono gli organizzatori – la crescente presenza militare nelle scuole come normalizzazione dell’apparato bellico e repressivo, dalle visite scolastiche in caserme e basi militari a corsi di formazione tenuti da forze dell’ordine ed esercito, così come il pericoloso definanziamento delle università che sta comportando una sempre più diretta canalizzazione dei fondi per la ricerca attraverso quell’industria della morte che abbiamo già visto all’opera nella complicità con il genocidio del popolo palestinese.
Progetti come il Rome Technopole, o quello della cittadella dell’aerospazio a Torino, indicano una direzione pericolosa da arrestare immediatamente”.
Il progetto verrà presentato con conferenza stampa oggi 1° settembre alle ore 15.30 presso Montecitorio, Piazza Capranica.
La campagna “’La conoscenza non Marcia’ vuole fermare tutto ciò: docenti, ricercatori e ricercatrici, studenti e studentesse, lavoratrici e lavoratori non sono disposti a studiare e lavorare per fomentare guerre, riarmo e militarizzazione. Per questo abbiamo costruito una raccolta firme a sostegno di una petizione popolare per introdurre misure normative che vietino qualsiasi tipo di collaborazione tra scuola/università e filiera militare-industriale”, concludono i promotori.
Sullo stesso tema vedi anche: Una petizione contro la militarizzazione della formazione
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09/06/2026
Guerra o no, questo è il confine
“Destra” e “sinistra” si definiscono insomma a partire dalle politiche che portano alla guerra e quelle che invece la impediscono. Il resto sono “chiacchiere e distintivo”, richiami verbali ad un mondo di “valori” che hanno un senso, ma solo se la guerra viene fermata, perché non stanno in piedi da soli.
Nelle ultime ore è diventato di solare evidenza che il mondo ha molti problemi, ma uno è diventato ormai un tumore gigantesco e mortifero: Israele e il suo link con “l’America”. Non che prima fosse molto diverso, certo, ma anche la gestione dell’egemonia di questa “coppia di fatto” sul resto dell’Occidente ed il Mondo viaggiava su binari che ne occultavano in buona parte gli aspetti più orrendi.
Per intendersi, il “diritto a difendersi” è ormai una frase per svicolare davanti alla realtà del genocidio a Gaza, delle bombe al fosforo e persino all’azzeramento di ospedali e cimiteri in Libano, alla tortura e allo stupro dei prigionieri nelle carceri di Tel Aviv. E si potrebbe andare avanti a lungo...
L’invasione del Libano ha insomma le stesse modalità applicate a Gaza, ed era stato anche dichiarato come tale dal sedicente “ministro della difesa” Katz prima di iniziare l’attacco.
Costringere la popolazione alla fuga in massa è “pulizia etnica”. Programmare l’impossibilità del suo ritorno, cancellarne la memoria fisica sul territorio (cimiteri, archivi, luoghi di culto, scuole, case), sono operazioni che da sole e nel loro insieme sono classificate come genocidio nella Convenzione Onu del 1948, elaborata a partire dall’orrore della Shoah e per impedire che si ripetesse.
Inutilmente, certo. Ma per questo quel che sta avvenendo è più grave, non meno. Perché fa regredire tutto, fino all’abisso da cui si era usciti 80 anni fa.
Nell’evoluzione della guerra doppiamente “triangolare” tra Usa, Israele e Iran (che riguarda però i territori di Israele, Iran e Libano) siamo arrivati al punto in cui la definizione di un accordo sembra possibile tra Washington e Teheran, ma non con Tel Aviv. Perché riguarderebbe soltanto questi ultimi due paesi, ma non il Libano.
Il che dovrebbe essere “intollerabile” per chiunque visto che non si può lasciare un paese sovrano, una popolazione di fatto senza esercito, alla mercé di un colonialismo criminale e genocida. Ma soltanto l’Iran – per motivi di confessione religiosa e di interessi strategici – ha mosso fisicamente un passo per dire basta, lanciando una salva di missili come “avvertimento”.
Il messaggio è stato così chiaro da essere compreso perfino da Trump, per la prima volta obbligato a chiedere a Netanyahu di “non rispondere”. Inutilmente.
E subito dopo a minacciare “Bibi” – per finta, sicuramente, e ad uso interno, vista la crescente impopolarità di questa guerra e della stessa Israele – “Farai meglio a stare attento; o ti troverai ad agire da solo”.
Non accadrà, è sicuro. Ma che l’indicibile – ovvero la separazione degli interessi immediati tra i due centri di comando dell’imperialismo occidentale – sia stato nominato, dà la misura della gravità della situazione.
Come è costretto ad ammettere persino Barak Ravid – il “giornalista” di Axios con un passato da ufficiale nell’“Unità 8200” dell’Idf – “Bibi ha bisogno che la guerra continui per rimanere politicamente vivo in Israele, e Trump ha bisogno che la guerra finisca per rimanere politicamente vivo negli Stati Uniti”.
La divergenza degli interessi si va definendo e radicalizzando, nonostante la fondamentale sintonia geostrategica. E coinvolge non solo “i capi”, ma la politica e la struttura sociale. Sia di questi due paesi che dell’intero Occidente imperialista.
Basta vedere la comune rovina delle classi dirigenti in ogni angolo di questa parte di Mondo, che continua a ragionare da “vecchio colonialista”, come se il resto fosse solo terra di conquista a basso prezzo, rifiutandosi di prendere atto della nuova realtà globale.
Lo sfaldamento degli assetti istituzionali anglosassoni (Usa e Gran Bretagna) va assumendo proporzioni imbarazzanti e non nascondibili, ormai al centro di riflessioni analitiche molto preoccupate. Germania e Francia stanno anche peggio, per non parlare di casa nostra. Persino in Israele l’impasse è palese.
Ovunque possiamo notare l’indistinguibilità reale tra “governo” e “opposizione” proprio a proposito della guerra. E se nel cuore dell’impero un briciolo di differenza può essere rilevata (sul piano dei costi economici, non certo dei “valori ideali”), altrove è buio fitto.
A Tel Aviv l’“opposizione di sinistra” critica Netanyahu “da destra”, lamentando “l’asservimento agli Stati Uniti”... che vorrebbero farla finita con questa guerra per dedicarsi ad altre. Più guerra, insomma, e magari anche usando l’atomica...
Quasi come in Italia, dove il PD rimprovera a Giorgia Meloni di non esser stata presente al patetico “vertice dei volenterosi” di Londra, che voleva programmare – come un anno prima, peraltro – una finta “proposta di pace” per la guerra in Ucraina al solo scopo di poter inviare truppe Nato sul terreno per estendere il conflitto a tutta Europa.
Solo in Francia si può apprezzare una reale opposizione di merito alla guerra e alle scelte antipopolari che si porta dietro quanto a politica economica, grazie a La France Insoumise.
“Destra” e “sinistra” si distinguono davvero, se si vuole. Ma solo se si prende posizione contro la guerra e chi la vuole.
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29/03/2026
Una grande manifestazione marcia sulla testa dei Re, ma chi marcerà alla sua testa?
Una grande manifestazione ha attraversato ieri le strade di Roma. Sicuramente molte più persone delle 15.000 indicate alla vigilia o delle 25.000 dichiarate dalla Questura.
Oltre a moltissime associazioni, reti sociali, e la Cgil, erano presenti – anche se in modo discreto – diversi esponenti politici e sindacali, tra cui Maurizio Landini, Angelo Bonelli, Nicola Fratoianni e Ilaria Salis. Quest’ultima di prima mattina era stata oggetto di una provocazione da parte della polizia che si era presentata alla porta della sua stanza di albergo “per un controllo” richiesto dalla Germania (??). Una provocazione del tutto gratuita che non lasciava – e non lascia – presagire nulla di buono. Su questo vedi l’articolo su altra parte del giornale.
Chi auspicava tensioni o scontri tirando in ballo la presenza del centro sociale Askatasuna o degli anarchici è rimasto deluso. La manifestazione è stata, come si dice, pacifica e di massa. Askatasuna ha sfilato pacificamente come gli altri e gli anarchici hanno dato vita ad un presidio lungo il corteo con uno striscione che ricordava i due militanti morti nell’esplosione di Roma.
Ad aprire il corteo, lo striscione “Per un mondo libero dalle guerre” seguito da una grande bandiera della pace. Lungo il percorso non sono mancati cori e slogan contro il governo ma non la richiesta di dimissioni.
Una volta raggiunta piazza San Giovanni, gli organizzatori hanno chiesto e ottenuto di poter proseguire fino a piazzale del Verano a causa della grande numero di manifestanti. Il corteo è stato quindi prolungato su via Carlo Felice, Porta Maggiore, via dello Scalo San Lorenzo e la Tangenziale Est, che è stata occupata dalla manifestazione, rievocando in qualche modo le manifestazioni del Blocchiamo Tutto di settembre e ottobre.
Le manifestazioni No Kings, nate negli Stati Uniti in risposta alle brutalità dell’amministrazione Trump, ieri si sono svolte non solo in centinaia di città statunitensi ma anche a Parigi, Londra ed altre città europee.
In Italia la mobilitazione ha assunto un caratteristica particolare andando a raccogliere l’onda lunga del No al referendum costituzionale che ha segnato un pesante stop per il governo Meloni ed ha palesato una esigenza di opposizione e indignazione rimasta sottotraccia per troppo tempo ma già annunciata dalle grandi manifestazioni per la Palestina dell'autunno 2025.
Una manifestazione quella di ieri a Roma decisamente grande e partecipata. Come spesso avvenuto, questo paese e le sue realtà sociali hanno saputo produrre momenti di massa in cui la genericità dei contenuti favorisce l’inclusione, mentre la chiarezza viene allontanata in quanto divisiva. Ma questa mezza verità lascia lo spazio anche alla grande bugia sulle prospettive, quando tutta questa disponibilità alla mobilitazione e le aspettative che crea viene sintetizzato dalla “politica”.
E qui si rischia di ricominciare un eterno gioco dell’oca in cui si ritorna sempre alla casella di partenza. I “movimenti” riempiono le piazze, alimentano aspettative, annunciano rotture sociali importanti, ma invece di definire un proprio spazio politico indipendente vengono poi reclutati e recintati dalla “politica” per diventare il paracarro del centro-sinistra e del Pd alle prossime elezioni, come ci ripropongono esplicitamente Sinistra Italiana/AVS.
È stato questo lo scenario di questi ultimi trenta anni che ha portato ai disastri a sinistra che abbiamo visto, vissuto, verificato. E che, appunto, ci viene ora riproposto da chi marcia alla testa di bellissimi cortei come quello di ieri.
Non è un mistero che riteniamo questa ipotesi niente affatto attraente. Non lo è stata in passato, non lo è nemmeno oggi. Abbiamo scelto di definire – e definirci – dentro uno spazio politico indipendente e incompatibile, a tutto campo.
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23/03/2026
L’assemblea internazionale dei giovani a Milano lancia la mobilitazione contro guerra e leva militare
Cambiare Rotta e OSA hanno ospitato nel capoluogo lombardo un incontro di realtà studentesche e giovanili europee provenienti da diversi paesi (Francia, Germania, Paesi Baschi, Svizzera, etc.) promosso, oltre che dalle due organizzazioni italiane, da Aktion gegen Krieg und Militarisierung (Germania), Young Struggle (Germania, Francia), Jeunesse Communiste (Francia), Gatze Koordinadora Sozialista (Paesi Baschi) che si sono raggruppati nella neonata sigla “We do not enlist – War on War”.
Le realtà aderenti in verità sono state ben più numerose e alla fine la partecipazione ha reso gremita e stretta l’aula dell’università Bicocca da duecento posti che ospitava l’incontro, un po’ scomodo per alcuni ma decisamente incoraggiante sul piano politico per tutti.
È bene ricordare che i paesi delle realtà giovanili promotrici sono accomunati dai medesimi processi di militarizzazione di società e sistemi formativi, oltre che dalla reintroduzione della leva militare che è di recente tornata in Germania e Croazia ma annunciata anche in Francia e in Italia dal ministro Crosetto.
La percezione comune che si respirava fra i partecipanti a Milano è che l’incontro sia stata una boccata d’aria fresca, necessaria e attesa per inquadrare la questione e immaginare un piano d’opposizione unitario a un progetto che investe tutti.
D’altronde, se le classi dirigenti europee lavorano insieme e sono strette da interessi economici comuni, lo stesso si può e bisogna fare “dal basso” fra organizzazioni rivoluzionarie, per scardinare l’imperialismo dell’UE che ormai ha perso ogni parvenza di “progressismo e umanità” di cui un tempo amava fregiarsi. Questa visione accettata anche a sinistra non regge più.
Ad inaugurare simbolicamente i lavori è stato un ricordo della strage di Piazza Fontana fatto venerdì prima con una relazione in università e poi con un presidio in piazza.
La strage, anche se chiaramente più legata alla vicenda italiana, è stato un momento della guerra che a diversi livelli di intensità in base ai diversi paesi, è stata condotta dall’imperialismo occidentale della NATO al movimento di classe in tutta Europa, con la manovalanza del neofascismo internazionale che dopo la seconda guerra mondiale si era riciclato nel ruolo di lacchè dell’imperialismo.
La giornata di sabato è stata aperta dalle relazioni delle organizzazioni promotrici. Dopo la pausa pranzo i lavori sono ripresi con la seconda fase di discussione che ha visto la partecipazione anche di realtà italiane. Grande entusiasmo per l’Unione Sindacale di Base la cui attività contro il traffico di armi ha ormai riconoscimento e stima internazionale.
Importante il contributo sulla nuova leva alla luce delle dottrine militari sulla “difesa totale” da parte della compagna Serena Tusini dell’Osservatorio contro la Militarizzazione delle Scuole e delle Università (di cui abbiamo pubblicato il contributo sulla leva sul nostro giornale), ma il momento più toccante è stato senza dubbio quello dell’intervento del Consolato Cubano.
Come è stato giustamente detto, l’affetto che l’isola riceve oggi è il ritorno del lavoro del Che e di Fidel, del suo “Medici e non bombe” che più che uno slogan è diventata una realtà che il nostro paese ha conosciuto bene. La stessa assemblea si è aperta in solidarietà a Cuba che in contemporanea, si preparava ad accogliere il Nuestra America Convoy, con delegazioni già presenti sull’isola per portare aiuti sanitari, fra cui una compagna di Cambiare Rotta, che si è connessa salutando la platea.
Ma, all’analisi e al confronto, si è aggiunto il rilancio di lotta. L’8 maggio – Giornata dell’Europa per l’UE e la borghesia transnazionale, Giornata della Vittoria sovietica sul nazismo per noi – è stata scelta come data di mobilitazione giovanile internazionale contro la leva militare e il riarmo, gli organizzatori si sono dati prossimi momenti di confronto per definire le forme ma lo sciopero di oltre 50mila studenti tedeschi contro la leva lo scorso 5 marzo indica che c’è un terreno fertile di indisponibilità alla guerra da coltivare.
Lo spettro della guerra torna inquietante in Europa così come l’ascesa dell’estrema destra senza che ci sia un’opposizione convincente.
In questo senso, l’Assemblea Internazionale ha fatto intravedere una luce in fondo al tunnel, che fa ben sperare e a cui sarà opportuno dare continuità, come gli organizzatori si sono ripromessi di fare. Nel momento più buio una generazione di giovani europei contro la guerra può sorgere, se le realtà che ne sono l’avanguardia sanno sostanziare questo percorso che a Milano finalmente è nato.
Qui di seguito riportiamo la risoluzione approvata dall’assemblea internazionale di Milano.
Guerra alla guerra: noi non ci arruoliamo!
8 maggio mobilitazione internazionale contro la leva e la guerra
In meno di tre mesi del nuovo anno, gli USA con la complicità dell’Unione Europea hanno attaccato il Venezuela, intrapreso una nuova guerra contro Libano e Iran, hanno proseguito nel genocidio dei palestinesi e hanno stretto la morsa su Cuba, cingendola d’assedio. Un aumento dell’aggressività militare che può portarci sull’orlo di una nuova guerra mondiale.
Al contempo i nostri governanti usano lo spauracchio della minaccia esterna per provare a giustificare enormi investimenti nel riarmo, restringimento delle libertà democratiche, sdoganamento dei fascisti e dei peggiori istinti reazionari e persino reintroduzione della leva militare. La Germania infatti l’ha reintrodotta in maniera parziale lo scorso 5 dicembre, Italia e Francia hanno annunciato di voler fare lo stesso e la Croazia ha reintrodotto il 6 marzo il servizio militare obbligatorio per tutti i giovani.
Le classi dirigenti cercano di venderci il riarmo come necessità di difesa, con discorsi intrisi di suprematismo occidentale, mentre i tagli allo stato sociale si fanno sempre più pesanti e gli strumenti repressivi vengono rafforzati per schiacciare il dissenso. Ma sono i paesi della NATO a portare la guerra in tutto il mondo per i propri interessi imperialisti e per risollevare le proprie economie investendo nel settore militare.
Noi siamo la generazione che ha visto lo schermo della propaganda infrangersi nel tentativo di giustificare le decine di migliaia di morti a Gaza. Non ci faremo trascinare in un nuovo conflitto mondiale.
Lanciamo per venerdì 8 maggio una giornata di mobilitazione internazionale in occasione dell’anniversario della fine della seconda guerra mondiale e della sconfitta del nazifascismo in Europa. Scenderemo in piazza ancora una volta contro la leva, contro l’imperialismo USA e l’Unione Europea della guerra e del riarmo, per un futuro di pace, solidarietà e giustizia.
Per fermare le classi dominanti che hanno deciso di portarci in guerra, è urgente e necessario organizzarci a livello internazionale e mobilitarci come giovani europei su parole d’ordine chiare:
1)Fermiamo il processo di reintroduzione della leva in tutta Europa. Noi non ci arruoliamo, non vogliamo essere mandati in guerra per gli interessi della borghesia occidentale: blocchiamo le leggi di reintroduzione della leva, parziale o meno, e resistiamo ai reclutamenti.
2) Lottiamo contro ogni piano di riarmo prodotto dai governi nazionali, dalla NATO e dall’UE e la costituzione di un esercito europeo, che avrebbe il solo scopo di aggredire altri popoli. Servono più fondi alla sanità, all’istruzione, alla ricerca, alla casa, ai salari e alle spese sociali, non più armi.
3) Non crediamo alla favola della minaccia esterna per la quale sarebbe necessario il riarmo per difenderci. Sono i paesi dell’Unione Europea e gli Stati Uniti a scatenare guerre in tutto il mondo e a voler accelerare ulteriormente la corsa verso una guerra generalizzata a livello globale.
4) I nostri paesi non devono in alcun modo partecipare ad azioni di guerra. Lotteremo affinché interrompano la propria partecipazione anche indiretta nei conflitti in corso e ritirino i propri soldati impegnati all’estero al di fuori di missioni ONU. Rifiutiamo inoltre l’uso dei nostri spazi aerei e di basi situate nei nostri paesi per le guerre degli Stati Uniti e della NATO.
5) Ci battiamo per l’uscita di tutti i nostri paesi dalla NATO, alleanza militare storicamente offensiva e strumento per le nostre classi dirigenti per imporci guerre superando l’opposizione interna con il pretesto del vincolo all’alleanza internazionale.
6) Ancor più urgente è la fine di ogni complicità con lo Stato terrorista di Israele e la partecipazione attiva nel genocidio dei palestinesi da parte dei nostri governi nazionali e dell’Unione Europea, che si concretizzano in accordi di collaborazione economica, militare e di ricerca, nel traffico di armi e nell’impegno propagandistico per coprire le nefandezze israeliane.
7) Siamo nemici di ogni progetto imperialista europeo e occidentale e siamo schierati senza ambiguità al fianco di Cuba e di tutti i popoli del Sud globale che oggi affrontano direttamente la barbara aggressione dell’imperialismo, che essa sia sanzioni economiche, blocco navale, tentativi di colpo di Stato, aggressioni militari, guerra generalizzata o genocidio. Siamo più vicini ai popoli sotto le bombe che ai governanti di Bruxelles, rilanciamo l’internazionalismo!
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10/03/2026
Il 14 marzo un “NO” a tutto campo
Originariamente convocata dal Comitato per il NO Sociale per dare valore aggiunto alla campagna per il No nel referendum costituzionale e materializzare l’opposizione politica e sociale al governo Meloni, questo appuntamento di mobilitazione è venuto assumendo una nuova centralità nello scenario di guerra che sta investendo le nostre esistenze.
La manifestazione nazionale del 14 marzo a Roma può e deve diventare un primo momento generale di mobilitazione anche per dire NO alla guerra.
L’aggressione militare e unilaterale di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, infatti si è immediatamente trasformata in un conflitto regionale con ripercussioni internazionali.
A nessuno sfugge la gravità della situazione e le possibili conseguenze sia sulla nostra vita quotidiana che sulle prospettive future.
Ci appaiono ridicoli i balbettii tesi a demonizzare l’Iran per giustificare una aggressione militare. Così come lo sono altrettanto quelli che giustificano le azioni statunitensi contro Cuba e Venezuela.
E ci appaiono inaccettabili gli atti di servilismo del governo italiano verso gli Stati Uniti, atti che rischiano di trascinare anche il nostro paese dentro la guerra.
Stiamo vedendo all’opera lo stesso gioco manipolatore e infame di sempre, utilizzato sistematicamente in passato per legittimare guerre e aggressioni ingiustificabili da parte della maggiore potenza imperialista mondiale – gli USA – e dei suoi alleati di scopo: talvolta la Nato, questa volta Israele.
Dall’Iraq alla Libia, dalla Jugoslavia all’Afghanistan, il “nemico” è sempre stato descritto come demoniaco sulla base di informazioni false o falsissime, ampiamente diffuse dal sistema politico/mediatico con l’obiettivo di rendere accettabili – o addirittura auspicabili – i bombardamenti su città, infrastrutture, popolazioni, spesso dando sfarzo alle novità tecnologiche di morte prodotte dalle industrie di armamenti.
Proprio mentre si sta consumando il tentativo di passare un colpo di spugna sul genocidio dei palestinesi e rinnovare l’impunità per Israele – assicurata con molte probabilità dai ricatti consentiti dagli Epstein files – la stessa Israele ha rilanciato l’escalation militare in Medio Oriente contro l’Iran e il Libano.
L’amministrazione Trump – alla disperata rincorsa della supremazia globale perduta – si è accodata alle priorità strategiche israeliane in Medio Oriente cercando di definirne i confini delle proprie.
È fin troppo evidente come tutto questo vada a impattare anche sul e nel nostro paese.
In un momento estremamente critico della fase storica in cui ci è toccato di vivere, abbiamo un governo servile agli interessi strategici statunitensi e alle forze che vedono nella guerra una exit strategy alla crisi del sistema dominante.
E questo non riguarda solo la subalternità a Washington ma anche l’accomodamento dietro le posizioni guerrafondaie dei governi e delle istituzioni europee, le quali reagiscono alla loro inanità politica alzando continuamente i toni e le soglie di tensione cercando di ricavarsi un protagonismo militare nei conflitti in corso.
Nell’opporsi a tutto questo non ci muove solo il semplice calcolo dei costi economici e politici già pagati e da pagare per l’allineamento alle posizioni belliciste che ormai dilagano in ogni dichiarazione o scelta tattica delle leadership occidentali.
Ci era chiaro sin dall’inizio che l’economia di guerra si sarebbe abbattuta come una clava sugli interessi popolari e gli spazi di agibilità democratica anche nel nostro paese. I ripetuti tentativi di smontare la Costituzione ne sono da tempo un segnale ben preciso. Così come lo sono la produzione a ritmi industriali di leggi repressive sulle manifestazioni, l’informazione, la libertà di espressione.
Per questa ragione una severa sconfitta del governo Meloni nel referendum potrebbe stoppare o almeno rallentare il coinvolgimento del nostro paese su questo piano inclinato.
Ma per la stessa ragione l’opposizione al governo deve assumere una fisionomia ben più convinta e convincente di quella che vediamo in Parlamento da parte delle forze del cosiddetto campo largo, dentro il quale le tentazioni delle convergenze bipartisan con la destra e il governo su molti dossier si producono fin troppo spesso.
La manifestazione nazionale del 14 marzo può essere veramente la continuità dell’ondata di indignazione popolare che abbiamo visto nelle piazze per la Palestina dei mesi scorsi, ma può diventare anche il nuovo inizio di una ipotesi generale – politica e sociale – che rimetta in campo una alternativa al governo esistente e al sistema dominante, prima che sia troppo tardi.
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23/01/2026
15/01/2026
“A capofitto nella guerra”. La Conferenza Internazionale Rosa Luxemburg
Il titolo e i dibattiti della 31ª edizione si sono concentrati sui pericoli del crescente militarismo, sulle politiche di riarmo in Germania e nell’Unione Europea, e su come i media mainstream contribuiscono alla legittimazione di queste politiche.
Mentre governi e media spingono l’Europa verso una nuova epoca di guerra permanente, a Berlino, il 10 gennaio, circa 4000 persone si sono ritrovate per dire no. La 31ª Conferenza Internazionale Rosa Luxemburg, organizzata dal quotidiano comunista Junge Welt, è stata molto più di un convegno: è stata un atto politico di rottura contro la normalizzazione del militarismo e della propaganda bellica.
Il titolo della conferenza – “A capofitto nella guerra – contro la follia del riarmo e la mobilitazione mediatica” – non ha lasciato spazio ad ambiguità. Al centro dei lavori, una denuncia radicale: la guerra non è un incidente della politica europea, ma il suo orizzonte strategico.
Riarmo, capitalismo, autoritarismo
Gli interventi hanno smontato la retorica ufficiale secondo cui il riarmo garantirebbe “sicurezza” e “stabilità”. Al contrario, è emerso con chiarezza come la corsa agli armamenti serva prima di tutto al complesso militare-industriale e a un sistema capitalistico in crisi, che trova nella guerra un nuovo motore di accumulazione.
In Germania, il riarmo viene imposto dall’alto, senza consultazione popolare, mentre miliardi vengono sottratti a sanità, istruzione e politiche sociali. La prospettiva di una nuova coscrizione obbligatoria e di un ruolo guida militare tedesco in Europa segna un salto autoritario che richiama pagine oscure della storia continentale.
Media di guerra
Particolarmente duri gli interventi sul ruolo dei media mainstream, descritti come parte integrante dell’apparato bellico. Non semplici osservatori, ma attori politici che:
– giustificano escalation e interventi militari;
– cancellano il punto di vista delle vittime;
– delegittimano chi si oppone alla guerra, marchiandolo come “estremista” o “nemico interno”.
La cosiddetta “opinione pubblica” viene così preparata ad accettare l’inaccettabile: più armi, più morti, meno diritti.
Palestina, Cuba, America Latina: solidarietà e sostegno contro l’imperialismo
Tutta la conferenza ha ruotato attorno al sostegno e alla solidarietà con la Palestina, il Venezuela e Cuba. Dura condanna dell’attacco al Venezuela e richiesta di liberazione per il Presidente Maduro e Cilia Flores. La conferenza ha dato spazio a voci internazionali provenienti dai tre paesi attraverso interventi, analisi ma anche musica e poesie che hanno riportato la guerra alla sua realtà materiale: corpi, distruzione, assedio. Dalla Palestina, dove il genocidio viene tollerato e armato dall’Occidente, a Cuba colpita dal bloqueo, al Venezuela sottoposto a sanzioni e oggi a una guerra: l’imperialismo è una pratica quotidiana.
Contro i doppi standard occidentali, la conferenza ha riaffermato un principio chiaro: non esistono guerre “giuste” condotte dalle potenze imperialiste.
Organizzarsi contro la guerra
Il messaggio finale della giornata è stato netto: la pace non si invoca, si costruisce organizzandosi. Sindacati, movimenti giovanili e realtà politiche hanno lanciato mobilitazioni:
– contro la Conferenza sulla Sicurezza di Monaco programmata per febbraio
– contro la coscrizione sciopero scolastico il 5 marzo
– contro l’arruolamento ideologico nelle scuole e nei luoghi di lavoro, un patto di solidarietà tra chi si oppone alla guerra e all’arruolamento
Perché la guerra, come ricordava Rosa Luxemburg, nasce nelle fabbriche, nei parlamenti, nei giornali. E solo una resistenza collettiva e internazionalista può fermarla.
In un’Europa che corre verso l’economia di guerra e la repressione del dissenso, la Conferenza Rosa Luxemburg ha urlato contro la guerra imperialista e per la solidarietà internazionalista.
Qui di seguito la relazione di Cinzia Della Porta (Usb) alla Conferenza Internazionale Rosa Luxemburg di Berlino
Grazie dell’invito a questa importante conferenza.
Noi siamo l’organizzazione sindacale, USB, che ha detto Blocchiamo tutto! E lo abbiamo fatto! Contro il genocidio del popolo palestinese e contro la complicità del governo italiano con Israele abbiamo portato in piazza milioni di persone e bloccato tutto: porti, stazioni, strade, autostrade, con due enormi scioperi generali il 22 settembre e il 3 ottobre.
L’attacco degli Stati Uniti al Venezuela è un atto molto grave e pericoloso. Ed è una chiara prova della profonda crisi degli Stati Uniti, schiacciati da un debito federale fuori controllo, da un debito privato che non è più sostenibile per la popolazione americana, da una radicale deindustrializzazione messa a nudo dalla concorrenza cinese, da un’inflazione pronta a esplodere a causa dei dazi e, se Trump ordinerà alla Fed di tagliare i tassi, da una gigantesca bolla finanziaria che è ormai al punto di rottura.
Di fronte a questo stato di cose, Trump ha scelto la soluzione della guerra, attaccando un paese ricco di risorse, al fine di rilanciare l’economia interna e proteggere la bolla finanziaria. Del resto, l’intera strategia di Trump è orientata all’acquisizione di risorse e alla moltiplicazione degli affari statunitensi in America Latina per contrastare la penetrazione cinese: si pensi alla vicenda del Canale di Panama, o all’hub cinese in Perù e alle pressioni americane in Colombia, Uruguay e Cile, per non parlare del salvataggio di Milei e degli attacchi a Lula.
Ultimo ma non per gravità l’obiettivo di annettere la Groenlandia, ponendosi così in conflitto aperto con la Danimarca, facente parte dell’Alleanza Atlantica, messa in discussione nelle sue fondamenta dalle politiche trumpiane.
Gli Stati Uniti, in grave declino, optano per prove di forza unilaterali come arma per risolvere le tensioni economiche, sostituendo o integrando i dazi, al fine di continuare a imporre il dollaro come valuta internazionale e costringere il mondo ad acquistare debito, coperto dalle risorse delle terre “colonizzate”. Il forte legame con Israele e le sue guerre è lo strumento per esercitare il controllo su un’intera area, spaventando le petro-monarchie ormai ribelli, riluttanti a investire negli Stati Uniti, e minacciando la guerra in Iran per acquisire il monopolio dell’energia, l’unica cosa a cui Trump può mirare. La guerra in Ucraina, coltivata da Biden, sarà un altro modo per piegare le economie europee e acquisire risorse. In sintesi, penso che l’attacco al Venezuela sia la scelta definitiva di Trump di ricorrere alla guerra per fermare un declino inesorabile.
Oggi, 10 gennaio, USB è in molte piazze italiane in sostegno del Venezuela e per la liberazione di Maduro e Clelia.
Un contesto globale di instabilità sistemica
L’attuale quadro internazionale è caratterizzato da una profonda instabilità sistemica. La crisi del modello neoliberista, la frammentazione delle catene del valore globali e la competizione per le materie prime e le tecnologie strategiche stanno ridefinendo gli equilibri di potere mondiali. La guerra – dall’Ucraina al Medio Oriente – non è un’eccezione, ma piuttosto un modo di gestire la crisi. Le potenze capitaliste utilizzano i conflitti militari come strumento di politica industriale e di riordino delle gerarchie globali. In questo quadro, l’Unione Europea si allinea pienamente al blocco atlantico, adottando come priorità strategica la costruzione di un’economia di guerra permanente.
Il riarmo come strategia di accumulazione
Secondo il SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute), la spesa militare globale nel 2024 ha raggiunto i 2,44 trilioni di dollari, circa il 2,3% del PIL globale. L’Europa registra la crescita più rapida: +16% nel periodo 2023-2024. In Italia, la spesa militare per il 2025 ammonta a 29,8 miliardi di euro (Osservatorio Mil€x, Rapporto 2025). Gli investimenti pubblici sono concentrati nelle principali aziende del settore della difesa – Leonardo, Fincantieri, MBDA – consolidando un complesso militare-industriale sostenuto dallo Stato. Il riarmo funziona come un nuovo ciclo di accumulazione capitalistica, sostenuto dal debito pubblico, dai sussidi e dal consenso ideologico.
L’economia di guerra: struttura e logica
L’economia di guerra comporta una trasformazione completa della governance economica e dei sistemi di produzione. Significa centralizzazione del processo decisionale, riorientamento delle catene di produzione verso tecnologie a duplice uso e militarizzazione della ricerca e dell’istruzione. La narrativa della “sicurezza” giustifica il dirottamento delle risorse dal welfare e dai servizi pubblici agli armamenti. L’economia di guerra diventa così un nuovo paradigma di accumulazione, con lo Stato militarizzato come principale motore economico.
Conseguenze sociali e lavorative
L’economia di guerra ha effetti diretti sulle condizioni di lavoro: defiscalizzazione del welfare e dei servizi pubblici, precarietà e deregolamentazione diffuse, ristrutturazione industriale, aumento della repressione. Le guerre esterne si traducono in una guerra interna contro il lavoro, con la riduzione dei salari e l’indebolimento della contrattazione collettiva e dei diritti.
La crisi del sindacalismo concertativo
Il tradizionale sistema di partenariato sociale rivela i suoi limiti: in un capitalismo militarizzato, la mediazione diventa complicità. Le principali confederazioni – CGIL, CISL, UIL – accettano i quadri di “compatibilità” della NATO e dell’UE, allineandosi alle politiche economiche di guerra. Al contrario, il sindacato di classe riafferma la sua autonomia e il suo antagonismo come unica vera alternativa.
La funzione del sindacato di classe
Un sindacato di classe collega la difesa immediata degli interessi dei lavoratori alla critica strutturale del sistema che li nega. Il suo ruolo è quello di smascherare il legame tra militarismo e sfruttamento, difendere i salari e il welfare, promuovere una conversione civile della produzione e costruire un fronte internazionale del lavoro contro la guerra e l’ingiustizia sociale. Per un sindacato di classe l’internazionalismo è un punto cruciale. La nostra lotta per porre fine al genocidio in Palestina e alla complicità del governo italiano con Israele è un punto importante, su cui abbiamo condotto molte lotte e gli enormi scioperi generali del 22 settembre e del 3 ottobre.
Verso un nuovo internazionalismo del lavoro
Il sindacato di classe deve denunciare il riarmo come meccanismo di accumulazione capitalistica e costruire un movimento di massa contro la guerra e per la pace sociale. Solo un internazionalismo del lavoro – basato sulla solidarietà e sull’autonomia – può sfidare l’economia di guerra e riportare la classe lavoratrice come soggetto storico. USB insieme alla FSM a cui è affiliata porta avanti la necessità del rafforzamento del movimento internazionale dei lavoratori anticapitalista, antimperialista e di classe.
Le lotte dei portuali: in prima linea contro la guerra
La fase attuale è caratterizzata dalla militarizzazione dell’economia e della vita sociale. Le politiche di riarmo promosse dai governi europei, con l’Italia tra i protagonisti, sono giustificate in nome della sicurezza nazionale, ma in realtà reindirizzano le risorse pubbliche verso il complesso militare-industriale. Il risultato è chiaro: aumento dei bilanci militari, stagnazione dei salari, riduzione del welfare e repressione dei conflitti sociali. L’USB identifica questa dinamica come l’essenza dell’economia di guerra: non solo la produzione di armi, ma una ristrutturazione autoritaria globale dell’economia e del lavoro.
Uno degli esempi più evidenti di opposizione concreta all’economia di guerra è la mobilitazione dei portuali organizzata dall’USB. In porti come Genova, Livorno e Civitavecchia, i lavoratori hanno bloccato il carico di merci militari destinate alle zone di guerra, in particolare a Israele e all’Ucraina. Queste azioni, compiute tra il 2021 e il 2024, hanno messo in luce il ruolo dei porti italiani come nodi logistici della guerra imperialista. L’USB ha difeso i lavoratori portuali che hanno subito attacchi giudiziari e mediatici, affermando il diritto di sciopero per motivi politici ed etici, un principio fondamentale del sindacalismo di classe. Questa esperienza ha segnato una svolta: ha dimostrato che la guerra passa attraverso i luoghi di lavoro e che la resistenza contro la guerra può e deve nascere dagli stessi lavoratori.
Costruire un fronte nazionale di lotta
Da queste esperienze si è sviluppata una mobilitazione più ampia, che ha unito le lotte contro la militarizzazione dell’economia, la precarietà e la compressione salariale, nonché gli attacchi ai diritti sindacali e alla contrattazione collettiva. Dal 2023 l’USB ha riunito queste rivendicazioni in una piattaforma nazionale: “Contro la guerra, contro il costo della vita, per i salari, la pace e la giustizia sociale” sotto lo slogan ABBASSATE LE ARMI ALZATE I SALARI.
Gli scioperi di settembre-ottobre: un segnale politico di lotta di classe
Gli scioperi generali del 2024 e quelli di settembre e ottobre 2025, organizzati dall’USB e da altri sindacati di base, hanno espresso chiaramente questa linea. Richieste principali: aumenti salariali generali, riduzione dell’orario di lavoro, arresto immediato del riarmo e investimenti pubblici nel welfare, nella sanità, nell’istruzione e nei trasporti. Nonostante la repressione del governo e i tentativi di limitare il diritto di sciopero, la partecipazione è stata elevata nei settori dei trasporti, dell’istruzione, della sanità, della logistica e dell’industria manifatturiera. Gli scioperi di settembre sono così diventati un atto di resistenza sociale e politica nel contesto dell’economia di guerra.
Dalla resistenza alla proposta: costruire l’alternativa sociale
L’USB va oltre la denuncia e propone un progetto sociale positivo: conversione civile delle industrie militari e high-tech, piani di occupazione pubblica e transizione ecologica, centralità dei servizi pubblici come diritti sociali e ripristino della contrattazione collettiva come strumento di potere dei lavoratori. In questa prospettiva, la lotta contro il riarmo diventa parte della più ampia lotta per la socialdemocrazia e l’emancipazione dei lavoratori.
Il ruolo del sindacato di classe oggi
Oggi il sindacato di classe si trova a un bivio: o diventa un gestore tecnico all’interno dell’economia di guerra, o rivendica il suo ruolo storico di organizzazione del potere e della coscienza di classe. L’USB sceglie la seconda strada. Costruire un sindacato di classe oggi significa collegare le lotte salariali al movimento contro la guerra, unire i lavoratori del settore pubblico e privato, praticare un internazionalismo concreto e difendere l’autonomia organizzativa e politica dai governi e dai datori di lavoro.
Le lotte dei lavoratori portuali e gli scioperi di settembre dimostrano che la pace si costruisce attraverso la lotta di classe, non attraverso appelli diplomatici. La guerra passa attraverso le fabbriche, i porti e i quartieri popolari. Pertanto, il sindacato di classe deve diventare il luogo in cui i lavoratori organizzano la resistenza sociale all’economia di guerra e costruiscono una società alternativa basata sul lavoro, non sul profitto.
Lo sciopero USB il 28 novembre
L’USB ha proclamato uno sciopero nazionale per il 28 novembre, un passo essenziale nella lotta contro l’economia di guerra, l’erosione salariale e lo smantellamento dei servizi pubblici. Lo sciopero affonda le sue radici nella piattaforma nazionale dell’USB, che chiede:
– Aumenti salariali reali indicizzati all’inflazione;
– Riduzione dell’orario di lavoro senza perdita di retribuzione;
– L’immediata sospensione degli aumenti della spesa militare e la riallocazione delle risorse alla sanità, all’istruzione, ai trasporti e al welfare;
– La piena tutela del diritto di sciopero, in particolare nei settori strategici colpiti dalle nuove restrizioni governative;
– Un piano nazionale per la conversione sociale ed ecologica delle industrie strategiche.
Per la Palestina, contro il genocidio e la complicità del governo italiano con Israele
Lo sciopero del 28 novembre prosegue il ciclo di mobilitazione avviato con gli scioperi di settembre, rafforzando il fronte nazionale di resistenza contro la militarizzazione, l’ingiustizia sociale e le politiche di austerità.
Dalle mobilitazioni di novembre alla prossima fase del conflitto
Le mobilitazioni del 28 e 29 novembre rappresentano un passo avanti qualitativo nella costruzione di un’opposizione sociale e politica all’economia di guerra. Lo sciopero nazionale del 28 novembre ha confermato l’esistenza di una base sociale ampia e trasversale disposta a collegare le lotte salariali, la difesa dei servizi pubblici e l’opposizione alla militarizzazione all’interno di un quadro analitico e politico unificato.
Al di là dei livelli di partecipazione, il significato dello sciopero risiede nel suo contenuto politico: ha sfidato esplicitamente la riallocazione delle risorse pubbliche verso la spesa militare e ha messo in luce il legame strutturale tra il riarmo, la compressione salariale e la restrizione autoritaria dei diritti sindacali. In questo senso, lo sciopero non ha funzionato solo come azione difensiva, ma come rifiuto collettivo dell’economia di guerra come modello di organizzazione sociale.
La manifestazione nazionale del 29 novembre ha ulteriormente consolidato questo processo. Riunendo lavoratori di diversi settori, movimenti sociali e reti politiche, ha reso visibile l’emergere di un blocco sociale in grado di articolare un’alternativa alla narrativa dominante basata sulla sicurezza. La convergenza tra le lotte sindacali e le posizioni contro la guerra ha dimostrato che l’opposizione alla militarizzazione non è esterna al conflitto di classe, ma ne è sempre più una delle dimensioni centrali.
All’interno di questo ciclo di mobilitazione in evoluzione, l’USB ha annunciato la prossima giornata internazionale di lotta nei porti per il 6 febbraio. Questa iniziativa è strategicamente significativa. I porti rappresentano un nodo materiale dell’economia di guerra, dove le catene di approvvigionamento militari globali si intersecano con i processi lavorativi locali. Le mobilitazioni dei lavoratori portuali evidenziano i modi concreti in cui le guerre sono sostenute attraverso le operazioni logistiche quotidiane e riaffermano la capacità del lavoro organizzato di interrompere e contestare questi flussi.
La giornata di lotta dei porti conferma quindi una traiettoria politica più ampia: dagli scioperi generali alle azioni settoriali che prendono di mira infrastrutture strategiche, il sindacato di classe promuove una forma di conflitto che combina dimensioni economiche, politiche e internazionaliste. In questo modo, sfida sia la normalizzazione della guerra sia il tentativo di depoliticizzare i rapporti di lavoro in condizioni di militarizzazione permanente.
Viva la Palestina
Viva il Venezuela
Viva Cuba
Viva l’internazionalismo proletario
Fonte
10/01/2026
Stessa musica: da Coj a Naoko
di Giorgio Bona
Come riporta Gian Piero Piretto nel suo libro Quando c’era l’Urss. 70 anni di storia culturale sovietica (Raffaello Cortina, 2018):
Il ciclo di barzellette Armjanskoe Radio (Radio Armenia) approdato all’estero come Radio Erevan, fu popolare in Unione Sovietica dagli anni sessanta fino agli anni ottanta.
(Si ritiene che a dare il via alla serie sia stata una battuta pronunciata da un annunciatore di Radio Erevan: “nel mondo capitalista vige lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nel mondo socialista il contrario”.)
Era costituito di battute brevissime composte da una domanda (ipoteticamente posta da un ascoltatore) a cui dai microfoni della radio rispondevano con una freddura tra il paradossale e l’assurdo che metteva alla berlina la realtà quotidiana sovietica.
Ma mentre la satira poteva essere contenuta, a volte anche tollerata dal potere, l’onda dirompente della musica diventava inarrestabile e incontrollabile. Lo era stato con Vladimir Vysockij e Bulat Okudžava negli anni del socialismo reale, e quando si pensò che la glasnost potesse evitare i veti della censura e le voci del cambiamento si alzassero all’unisono, anche la politica gorbaceviana non risparmiò nulla. Il rock incontrava fortuna e seguito nelle grandi città dell’ex Unione Sovietica ma, anche con la nuova svolta, quella musica era considerata una minaccia e un cattivo esempio per le nuove generazioni.
Il rock apparve in Russia negli anni Sessanta. I primi gruppi beat si formarono in quel periodo e non erano certo visti di buon occhio. La prima canzone in lingua russa risale al 1965 per opera del gruppo Sokol e la canzone si chiamava Il sole sopra di noi che divenne in breve tempo un inno di un movimento hippie in crescita. In seguito nacquero gruppi come i Chaif il cui nome è una sorta di fusione tra le parole russe “kaif” (sballo) e “Chaj” (te).
Questa prima fase si conclude idealmente all’inizio degli anni Settanta, quando furono organizzati anche diversi festival dove i gruppi nati in quegli anni poterono far conoscere la loro opera a platee di appassionati. Si apriva così una seconda fase in cui la musica assumeva una funzione sociale ben definita battendo la strada della protesta e di adesione a modelli di vita critici delle imposizioni del regime: ma se la satira poteva, in certa misura, risultare accettabile, diverso discorso valeva per la musica, su cui la censura interveniva esercitando una dura repressione. Di conseguenza gruppi musicali come i Kino, Akvarium, Mašina Vremenj, e autori come Viktor Coj subirono una pesante repressione dai governi di Andropov e Černenko e ancora durante il periodo gorbaceviano, quando la censura restava comunque durissima.
Nei fatti, i testi del rock russo erano molto più concentrati su questioni politico-sociali rispetto a quelli britannici e americani. La musica di tali gruppi rappresentava uno strumento per esprimere dissenso contro il governo e la monotonia della vita sovietica.
Di recente, l’invasione russa ai danni dell’Ucraina ha fatto esplodere in occidente una vera e propria russofobia, con forme di repressione verso arte, musica e poesia, soggette a censure pesantissime. Ma se torniamo negli anni Ottanta dell’invasione in Afghanistan, che non aveva nulla a che vedere con la guerra russo-ucraina, le similitudini non mancano: la situazione di uno stato socialista che invadeva un altro stato socialista generò nella stessa Russia accese discussioni.
In URSS nel 1979 quell’invasione vide emergere ostilità al conflitto e nove anni più tardi uno dei gruppi rock più celebri nel paese, i Kino con il frontman Viktor Coj, si presentarono con una canzone che diede nome al disco Gruppa Krovi (Gruppo sanguigno). La canzone costituì un manifesto politico contro la guerra che negli anni vedrà un altissimo tributo di caduti da entrambe le parti. In quel contesto, la morte di Viktor Coj rappresentò uno dei misteri più oscuri della storia del paese.
Ed eccoci trentacinque anni dopo con l’arresto di Diana Loginova in arte Naoko. Naoko ha soltanto diciotto anni e si stava esibendo con il suo gruppo pop Stoptime davanti ad una affollatissima stazione della metropolitana con un brano della cantautrice Monetočka, nota per le sue posizioni contro la guerra in Ucraina. Una multa di 30.000 rubli (circa 325 euro) per discredito dell’esercito russo e tredici giorni di carcere sono stati inflitti alla giovane rapper, mentre il batterista e il chitarrista, interrogati, venivano subito rilasciati dopo l’arresto. La decisione di arrestare i musicisti è peraltro conseguenza di una denuncia di un collega, il rapper pietroburghese Mikhail Nikolaev che ha provveduto a segnalare in tempo reale alle autorità quanto stesse avvenendo, e a chiederne l’intervento. Nikolaev aveva più volte espresso sui suoi canali social ostilità e antipatia verso la diciottenne Naoko.
Diana Loginova è una studentessa dell’istituto musicale “Rimskij Korsakov” di San Pietroburgo e con i suoi compagni è solita cantare per le vie della metropoli della Russia settentrionale brani di autori proibiti all’ascolto e alla pubblica esecuzione.
Merita ricordare che proprio San Pietroburgo, o meglio Pietroburgo come la chiamano i russi, è stata la capitale della musica negli anni successivi alla riforma che ha superato il socialismo reale e ha conosciuto le conseguenti censure. L’onda liberticida non ha risparmiato l’arte. Del resto, andare controcorrente, come accade anche nelle “perfette” democrazie occidentali, disturba il manovratore.
05/12/2025
Germania - Studenti in sciopero contro la leva
Il ritorno della leva, abbandonata nel 2011, è stato promosso dal cancelliere Friedrich Merz, che ha annunciato mesi fa, in maniera solenne, di voler trasformare le forze armate tedesche nell’esercito “più forte d’Europa”… che è cosa ben diversa da un esercito europeo forte, prima di consegnarlo nelle mani dell’estrema destra rappresentata dall’AfD.
Lo slogan sotto cui si svolgerà quello che molti commentatori considerano diventerà probabilmente una delle più grandi mobilitazioni degli ultimi anni è molto chiaro: “Non vogliamo diventare carne da cannone!” Un’ipotesi sostenuta invece in maniera bipartisan nella classe politica tedesca, dato che a favore della riforma c’è anche il ministro della Difesa, Boris Pistorius, appartenente ai socialdemocratici della SPD.
Il piano del governo è costruito su di un meccanismo ibrido, che prova a nascondere il ritorno della leva. Il provvedimento in votazione imporrebbe, infatti, la creazione di un registro obbligatorio per tutti i maschi nati dal 2008, ai quali sarà chiesto di compilare un questionario di valutazione nel 2026, e di sottoporsi a visite mediche per l’idoneità al servizio militare nel 2027. Per le donne il processo rimane volontario.
L’obiettivo è quello di rimpolpare le fila dell’esercito con 20 mila nuove reclute, per un periodo minimo di 6 mesi, rinnovabile fino ai 23, con una paga che si aggira sui 2.600 euro lordi. Ma il nodo è che la “volontarietà” è interpretata in maniera piuttosto libera dai decisori tedeschi: nel caso in cui non si presentassero 20 mila volontari, la legge prevede l’attivazione, previo voto parlamentare, dell’estrazione a sorte dei numeri mancanti.
Il problema è che una tale coercizione va in contraddizione con la Legge Fondamentale della Repubblica, la costituzione tedesca che all’articolo 4, comma 3, recita: “Nessuno può essere costretto contro la sua coscienza al servizio militare armato”. È quel che si trova scritto chiaramente sulla piattaforma online attraverso il quale gli studenti stanno amplificando la voce della protesta, e che è possibile consultare qui.
Il processo di reclutamento per lotteria verrebbe ripetuto ogni anno, così da raggiungere i target annuali di reclutamento. Ricordiamo che a inizio settembre l’agenzia britannica Reuters aveva visionato e diffuso le informazioni di un documento firmato dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito tedesco, Alfons Mais, nel quale il militare prevedeva l’aggiunta a quelli attuali di circa 100 mila uomini attivi entro il 2035.
La protesta ha il sostegno della Die Linke e anche del partito Bsw di Sahra Wagenknecht, che su X ha scritto: “con la possibile procedura a sorteggio, il governo federale sta giocando alla roulette russa con le prospettive e, forse, presto, con le vite dei giovani”. E questa è una tendenza sempre più diffusa in tutta Europa.
Anche la Francia di Macron ha annunciato un servizio nazionale “puramente militare” e volontario a partire dall’estate del 2026. Rivolto ai neo-diciottenni, sarà della durata di 10 mesi e verrà pagato 800 euro al mese. L’obiettivo è reclutare intorno alle 2-3 mila persone, ma entro il 2035 si vuole raggiungere un aumento del numero dei militari intorno tra le 35 e le 50 mila unità.
In Italia, il ministro della Difesa Guido Crosetto lavora da tempo su di una riserva ausiliaria di volontari (circa 10 mila), che risponda più che altro a competenze logistiche e di cybersicurezza. Venerdì, però, sarà un bel banco di prova per la disponibilità delle giovani generazioni alla logica guerrafondaia che spira a Bruxelles e tra le capitali europee.
Fonte
04/11/2025
4 Novembre, l’anniversario del Grande Massacro
La Prima Guerra Mondiale è stata definita anche come il “Grande Massacro” per l’altissimo numero di soldati morti per i proiettili, la fame e le malattie, feriti, mutilati, giustiziati per diserzione.
Un grande carneficina scatenata da monarchie e stati imperialisti spesso imparentati tra loro (erano infatti cugini il Re di Inghilterra, lo Zar di Russia e l’imperatore Guglielmo di Germania) e in conflitto tra loro per motivi di espansione territoriale, reputazione personale, interessi materiali. Dal ripudio di quella guerra scaturì la Rivoluzione d’Ottobre in Russia. Andò meno bene in Italia.
Una riflessione critica sulla Prima Guerra Mondiale dovrebbe essere materia obbligatoria di studio nelle scuole. Ma un governo che sta trascinando di nuovo il paese in una guerra in Europa – l’Ucraina – è arrivato a censurare proprio questa riflessione critica tra chi nelle scuole insegna e sta diffondendo a piene mani nel paese la propaganda di guerra per abituare l’opinione pubblica – e giovani e studenti in particolare, la carne da cannone di domani – a convivere e sostenere gli spiriti animali guerrafondai.
Fonte
30/08/2025
Coraggio e coerenza: i portuali e la Global Sumud Flotilla. La solidarietà, la lotta e il progetto
Sono anni che i compagni del porto di Genova portano avanti la lotta contro l’utilizzo delle banchine per l’attracco di navi cariche di armi dirette verso i teatri di guerra. E proprio la determinazione nel perseguire questo obiettivo li ha portati nel tempo a subire l’accusa di associazione a delinquere e la repressione sul posto di lavoro. L’incontro tra il Calp e USB, ormai diversi anni fa, si è dato proprio a partire da questi problemi e dagli attacchi che stavano subendo.
Grazie anche al loro ingresso in USB, nel giro di alcuni anni di lavoro sindacale intenso, l’organizzazione è riuscita a svilupparsi anche in diversi altri porti, dando vita ad un coordinamento nazionale presente ormai in quasi tutti i grandi porti del nostro paese. Ma, dall’epoca in cui i compagni del Calp combattevano l’arrivo della nave Bahri che trasportava armi in Yemen, molte cose sono cambiate. Ora la guerra non è più una condizione episodica di cui si aveva notizia dai tg della sera, ora la guerra è già entrata nella nostra quotidianità, con una economia ogni giorno sempre più orientata alla produzione bellica e un aumento clamoroso delle risorse del nostro bilancio (e di quello della UE) destinate all’acquisto e alla produzione di nuovi armamenti.
Questo spiega perchè le azioni e le mobilitazioni dei portuali di Genova contro la guerra si siano intensificate. A parte i blocchi effettuati contro navi dirette in Israele e in Arabia, anche in coordinamento con i portuali di Marsiglia e del Pireo, c’è stato il riuscitissimo sciopero del 20 giugno proprio contro il riarmo, che ha visto un’adesione dell’80% delle maestranze. Il no alla guerra e all’economia di guerra nel porto di Genova non è una bandiera solo del Calp e dell’USB, ma coinvolge tanta parte dei lavoratori.
Da diversi anni, poi, è in piedi un lavorio di tessitura di una rete di collegamento tra i lavoratori portuali di diversi paesi, non solo del Mediterraneo. Riprendendo una lunga tradizione di solidarietà e di internazionalismo che tra i portuali è stata sempre molto forte, si va costruendo un Coordinamento internazionale di lavoratori portuali che unisce i temi del lavoro con quelli della corsa al riarmo. In particolare, la presa d’atto che la privatizzazione delle banchine ha rappresentato un arretramento per i diritti di tutti i lavoratori dei porti e che essa rende ancora più agevole la pretesa di utilizzare i porti per il traffico delle armi, ha rafforzato la necessità del collegamento tra i lavoratori di diversi paesi e ora siamo alla vigilia di un appuntamento importante che si terrà a Genova i prossimi 26 e 27 settembre. In quei giorni si riuniranno delegazioni da alcuni dei principali porti del Mediterraneo e ovviamente dai porti italiani di Genova, Livorno, Civitavecchia, Trieste, Palermo e altri ancora. Anche dai porti tedeschi e svedesi sono previste adesioni, ed altre probabilmente si aggiungeranno nelle prossime settimane. Al centro della due giorni ci sarà il tema della costruzione di una giornata di mobilitazione internazionale dei portuali contro la guerra, sulla falsariga dello slogan “non lavoro per la guerra” che è stato adottato anche dalla Federazione Sindacale Mondiale. Un fatto inedito e fino a poco tempo fa quasi impensabile.
Dai portuali arriva quindi un segnale di enorme rilevanza: i lavoratori possono opporsi efficacemente alla guerra e possono farlo ancora meglio se si uniscono anche a livello internazionale.
Ma c’è di più. Al Music for Peace di Genova si è prodotta in questi giorni una corsa entusiasmante alla solidarietà con il popolo martoriato ma indomito della Palestina, tantissima gente ha sentito la necessità di dare il proprio contributo e lo ha fatto stringendosi attorno ai portuali: un segnale di grande umanità ma anche di speranza. Con i portuali forse possiamo farcela, sembra dire tutta quella gente che sta dando una mano.
Il 4 settembre la Flotilla salperà dalle coste siciliane verso Gaza. Non sappiamo cosa succederà e conosciamo bene il disprezzo che nutre il governo israeliano verso le leggi internazionali. Siamo fiduciosi ma anche preoccupati.
Con i compagni di Genova abbiamo quindi preso un impegno: tutto quello che è stato raccolto deve arrivare alla popolazione di Gaza, gli aiuti umanitari sono il segno della vicinanza che sentiamo con il popolo palestinese, sono un dono da popolo a popolo, qualcosa di sacro e inviolabile. Che nessuno tocchi la Flotilla, quindi. L’impegno è quello di reagire se vorranno fermarla o se, peggio, decideranno di attaccarla.
Dietro lo sforzo di solidarietà e il coraggio di lanciarsi per mare verso Gaza, nella meravigliosa impresa che sta unendo tutto il mondo di andare in soccorso del popolo palestinese, c’è quindi un progetto: unire le forze per reagire alle politiche di riarmo.
Una grande occasione e una speranza nel mondo da incubo in cui ci stanno precipitando.
Unione Sindacale di Base
Fonte
21/08/2025
Un osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università
osservatorionomil@gmail.com
stampa.osservatorionoms@gmail.com
Proposta documento per Collegi Docenti
Istruzione, formazione, inclusione, autonomia, crescita personale e, soprattutto, far sì che ragazze e ragazzi possano presentarsi al mondo adulto come cittadine e cittadini: questi sono i compiti fondamentali della scuola italiana.
In tutti gli ordini e gradi di scuola noi docenti, al di là della specifica disciplina insegnata, dobbiamo contribuire al raggiungimento di questi obiettivi. E dobbiamo farlo subito con consapevolezza, se vogliamo impedire che le tragedie del secolo scorso, il colonialismo, la Prima e la Seconda guerra mondiale, il genocidio di gruppi di persone largamente riconducibili a categorie razziali, culturali, etniche e religiose, possano ripresentarsi oggi.
Per questo vogliamo ricordare, in particolare, il “Mai più” risuonato nel Preambolo della Carta dell’UNESCO, che ha trovato fondamento nella Convenzione per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio dell’ONU entrata in vigore nel 1951, il quale all’articolo II riporta:
«Nella presente Convenzione, per genocidio si intende ciascuno degli atti seguenti, commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale:
a) uccisione di membri del gruppo;
b) lesioni gravi all’integrità fisica o mentale di membri del gruppo;
c) il fatto di sottoporre deliberatamente il gruppo a condizioni di vita intese a provocare la sua distruzione fisica, totale o parziale;
d) misure miranti a impedire nascite all’interno del gruppo;
e) trasferimento forzato di fanciulli da un gruppo ad un altro».
A partire da queste evidenze giuridiche, come docenti, come educatori ed educatrici che vogliono costruire un’umanità di pace, non possiamo non condannare i fantomatici progetti di fare di Gaza la riviera balneare del continente asiatico con la conseguente deportazione del popolo palestinese altrove.
Non possiamo non condannare quello che per la Corte Penale Internazionale e per accreditate ONG, tra cui Amnesty International, viene rubricato come genocidio nei confronti di tutta la popolazione palestinese, affamata e privata di ospedali, cure mediche essenziali, scuole e università.
Non possiamo non guardare con preoccupazione alla folle corsa al riarmo, che punta all’investimento del 5% del PIL nazionale in spese legate alla difesa e alla sicurezza, mentre le nostre scuole avrebbero bisogno di interventi strutturali per rendere più decoroso il nostro lavoro e più sicura la permanenza degli studenti e delle studentesse nelle aule.
Il rischio che si intravede è che, oggi come un secolo fa, la mediocre normalità diventi abulia morale anche nell’ambito dell’educazione, giacché è proprio nell’abulia dei molti che trova spazio l’affaccendarsi violento e spregiudicato di pochi avidi di potere, mentre la consapevole scelta partigiana di pace viene messa costantemente sotto scacco.
Come docenti, come educatrici ed educatori, noi ci opponiamo a questa deriva con questo documento che sottoscriviamo.
Lavoriamo per costruire convivenze pacifiche, abilità nella cooperazione, pace come modello di vita autentica, fatta di responsabilità condivise. Insegniamo che ogni persona ha diritto a vivere con dignità, a immaginare un futuro migliore, a coltivare sogni e quindi non accettiamo che questi valori vengano calpestati.
Esistono alternative alla violenza: gli strumenti del diritto internazionale, le vie diplomatiche, le forme di pressione nonviolenta, come il disinvestimento o il boicottaggio, e di questo vogliamo farci portavoce con il nostro lavoro.
Noi siamo lavoratori e lavoratrici per la diffusione della cultura, della libertà, della dignità umana, della ricerca della giustizia.
Noi siamo docenti Pacefondai.
Fonte
08/08/2025
Genova, 8 agosto, ore 8:00. Presidio a Ponte Etiopia contro i traffici d'armi
Proprio mentre discutevamo con le autorità, con fiducia e determinazione, insieme ai nostri compagni e compagne, a bordo della Barhi Yambu — attraccata da poco al terminal GMT e in attesa di caricare, forse, il cannone Oto Melara — i lavoratori saliti a bordo hanno trovato la nave carica come raramente accaduto: sistemi d’arma, esplosivi, munizioni.
A seguito delle foto e dei video scattati, gli ufficiali hanno fatto intervenire la Digos, già presente sul posto, per far cancellare i filmati. Ma non sono riusciti completamente nel loro intento.
Le parole iniziano a non bastare più.
Ci vediamo domani mattina, alle ore 8, in presidio a Ponte Etiopia.
Vedremo lì come andrà.
Se volevate farci arrabbiare, ci siete riusciti.
Ancora armi a Genova
PRESIDIO A PONTE ETIOPIA ORE 8:00 Domani mattina, venerdì 8 agosto alle ore 8:00, Ponte Etiopia per un presidio L’Unione Sindacale di Base denuncia con fermezza la presenza, a bordo della nave Bahri Yanbu attualmente attraccata nel Porto di Genova, Ponte Eritrea, Terminal GMT di container contenenti esplosivi e mezzi militari chiaramente destinati a scenari di guerra.
Secondo le informazioni in nostro possesso, questi carichi risulterebbero privi della documentazione necessaria per il transito e lo stazionamento all’interno del porto, in violazione delle normative vigenti e dei protocolli di sicurezza.Questa situazione è gravissima e non può essere tollerata.
La mancanza di trasparenza e di controllo da parte delle autorità competenti espone i lavoratori portuali, la cittadinanza e l’intera città a rischi inaccettabili. Non è la prima volta che il Porto di Genova viene utilizzato come snodo per traffici di armamenti opachi, e non possiamo più assistere in silenzio a operazioni che mettono in discussione la legalità e la sicurezza del nostro territorio.
USB, insieme al CALP, chiede l’immediato intervento delle istituzioni competenti per verificare la natura del carico, accertare eventuali violazioni della Legge 185/90 e bloccare ogni operazione che non rispetti i requisiti di legge. Rinnoviamo inoltre la richiesta di istituire un Osservatorio permanente sugli armamenti, che garantisca accesso alle informazioni e responsabilità condivisa tra tutte le autorità coinvolte.
Il Porto di Genova non può essere complice di traffici bellici né terreno di ambiguità. Pretendiamo chiarezza, legalità e rispetto per chi lavora e vive in questa città Genova, 07 agosto 2025 Unione Sindacale di Base Mare e Porti Membro del WFTU/FSM
Fonte e foto
30/07/2025
Le crepe nella NATO
Con sorpresa di chi non conosce bene la politica di questo piccolo paese, il parlamento sloveno ha annullato la decisione sul primo referendum, proposto dal partner di coalizione Levica, per motivi procedurali: la domanda referendaria non era stata formulata correttamente!
Questo ha dato al Primo Ministro Robert Golob il pretesto perfetto per ritirare la sua stessa proposta frettolosa ed emotiva di un secondo referendum (che chiedeva ai cittadini se fossero favorevoli a rimanere o uscire dalla NATO).
Sembra che le speranze di un vero dibattito in qualsiasi paese sulla richiesta insensata, o meglio suicida, della NATO di destinare il 5% del PIL a scopi militari si siano dissolte. Come dice il vecchio adagio latino: Parturient montes, nascetur ridiculus mus (Le montagne partoriscono e nasce un ridicolo topolino).
I colleghi sloveni che ho consultato sostengono che la saga del referendum non è finita, poiché i proponenti potrebbero ancora “correggere” la domanda e chiederne uno nuovo. Tuttavia, alcuni osservatori realistici fanno notare che si tratterebbe di un referendum consultivo, cioè non vincolante, il che significa che, anche se generasse un dibattito pubblico, rimarrebbe solo una tempesta in un bicchiere d’acqua – senza alcun effetto legale o politico concreto.
Ricordiamo che, sotto pressione e allarmismi, nel 2003 gli sloveni votarono a favore dell’adesione alla NATO con il 66% dei consensi. Quel referendum era vincolante, e quindi nessun referendum consultivo potrebbe essere abbastanza forte da annullarlo legalmente.
In altre parole, il popolo è già stato interpellato una volta, e la Slovenia ha fatto il check-in all’Hotel California. Le nuove generazioni potranno fare il check-out dall’Hotel NATO? Esiste una massa critica e una consapevolezza sufficiente per lasciare questo club militare, insaziabile come il Leviatano, che chiede sempre più soldi e truppe? Perché oggi l’Europa si prepara alla guerra, non alla pace.
Vedremo cosa accadrà in questo piccolo paese, i cui abitanti non sono notoriamente entusiasti di indossare stivali militari – o di pagarli.
Nonostante questa svolta in Slovenia, le fratture interne alla NATO sono ben lungi dall’essersi risolte. Formalmente, esiste una clausola di uscita regolata dall’articolo 13 dello Statuto NATO: basta inviare una notifica ufficiale al Dipartimento di Stato americano per annunciare l’intenzione di ritirarsi. Il “divorzio” avviene in 12 mesi.
Sembra ingannevolmente facile, ma la vera domanda è se un governo democraticamente eletto, anche con un mandato per farlo, oserebbe o sarebbe autorizzato ad agire secondo le richiese dei suoi elettori.
Gli Stati membri della NATO, soprattutto i più piccoli, sono davvero sovrani? Basta guardare come questo piccolo episodio sloveno abbia scosso Bruxelles, Washington e i media occidentali. Uscire dalla NATO, o semplicemente dissentire dalle richieste di Donald Trump, viene trattato come un atto di blasfemia e dramma.
In pochi lo dicono apertamente, ma la ministra degli Esteri Tanja Fajon è stata sottoposta a immense pressioni nelle ultime settimane ed è stata costretta a giurare fedeltà alla NATO. Purtroppo, in Slovenia, le forze anti-nato o pacifiste sono poche in parlamento o esistono soprattutto nella società civile.
Eppure, le crepe nella NATO esistono. Alcune sono visibili, altre meno. La Spagna ha ottenuto silenziosamente una clausola di esenzione, ma è solo questione di tempo prima che altri Stati membri vogliano “diventare Spagna”.
L’attenzione ora è sulla Slovacchia e sul suo coraggioso Primo Ministro Fico (a differenza del Golob sloveno, che ha solo spaventato il pubblico senza alcuna seria intenzione di sostenere l’uscita dalla NATO). Quasi la metà della popolazione slovacca preferisce la neutralità (49,8%) alla permanenza nella NATO (40%).
Nella vicina Repubblica Ceca, il leader dell’opposizione ed ex premier Andrej Babiš ha dichiarato che il suo partito ANO rifiuterebbe il nuovo obiettivo di spesa militare della NATO se vincesse le elezioni di ottobre: “Se Trump mi dice di saltare dalla finestra, non lo farò”.
L’Italia si rifiuta fermamente di pagare nuovi acquisti di armi per l’Ucraina o di inviare truppe al fronte. Il presidente croato ammette che il suo paese non può soddisfare l’appetito insaziabile della NATO. Molti paesi esitano a impegnarsi ulteriormente in azioni militari contro la Russia (che, ovviamente, viene dipinta come la principale minaccia senza prove). In Italia, i sondaggi mostrano che solo il 16% dei giovani è disposto ad andare in guerra per difendere il proprio paese.
La situazione è simile in Gran Bretagna, dove oltre il 70% dei giovani non sa nemmeno come cambiare una lampadina in salotto. Forse le generazioni di oggi non hanno consapevolezza degli orrori delle due guerre mondiali europee. Eppure, molti hanno goduto di decenni di pace e prosperità grazie ai legami economici con la Russia e all’energia a basso costo. In loro c’è il potenziale inespresso per dire NO al militarismo e alle uniformi militari che i loro governi stanno preparando per loro.
Ecco un altro dato importante per evitare disperazione e passività: ogni nuovo centesimo speso per il complesso militare-industriale approfondisce la crisi sociale. Alcune menti confuse credono che la spesa militare sia la salvezza dalla crisi auto-cannibalistica del capitalismo, ma i soldi non cadono dal cielo.
Ucraina, Germania e altri non hanno fondi infiniti per armi ed esercitazioni militari. La guerra è un affare costoso e non ha mai portato progresso. L’Europa si sta dissanguando a morte ripetendo errori che in passato ha pagato a caro prezzo. E i cittadini statunitensi non staranno meglio con la strategia sconsiderata di Trump di creare vassalli e nemici senza soddisfare le aspettative del suo elettorato.
Nonostante l’espansione globale, la NATO rimane una tigre di carta dal punto di vista militare. Non può prepararsi a così tanti conflitti simultanei, né troverà entusiasmo tra i suoi cittadini. La politica di estorsione e ricatto di Trump ha i suoi limiti, così come la sua follia tariffaria.
Il nostro compito è rivelare le crepe nel guscio incrinato di questo militarismo emergente e resistere alla paura che nasconda un mostro come Alien – come nella serie di film. Se un nuovo nazismo dovesse sorgere – i cui contorni sono già visibili – noi, abitanti della NATOlandia, saremo le prime vittime, seguite dai nemici che abbiamo fabbricato.
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29/07/2025
Israele sequestra la Freedom Flotilla, i portuali italiani bloccano l’accesso di navi destinate a Israele
L’Unione Sindacale di Base del porto di Genova ha proclamato 24 ore di sciopero per martedì 5 agosto al terminal Psa Genova Pra’ dopo aver ricevuto segnalazioni sul trasporto di materiale bellico all’interno di tre container della compagnia Evergreen e trasportati sulla nave portacontainer Cosco Pisces attualmente in rada di fronte al porto di La Spezia in attesa di poter ormeggiare al La Spezia Container Terminal.
Secondo quanto appreso da Shipping Italy la nave Cosco Pisces dovrebbe approdare appena possibile al porto di La Spezia dove però non verranno sbarcati i tre container di Evergreen nel mirino dei portuali e delle associazioni che protestano contro i traffici di armi.
La compagnia di navigazione di Taiwan pare infatti abbia deciso di far tornare i tre container sotto tiro da dov’erano partiti.
Il sindacato USB in un comunicato spiega come la conferma che il materiale bellico stesse viaggiando a bordo della nave Cosco Pisces sia arrivata “dai portuali del Pireo, in Grecia, nell’ambito di quella rete di solidarietà internazionale che da mesi si oppone al traffico di armi nei porti del Mediterraneo”.
USB chiarisce che “queste operazioni non rientrano tra i servizi essenziali tutelati dalla legge 146/1990, che garantisce solo le funzioni legate ai diritti fondamentali come salute, istruzione e comunicazione. Al contrario, la stessa normativa riconosce la legittimità dello sciopero quando è finalizzato a difendere l’ordine costituzionale e la sicurezza collettiva. Fermare la logistica di guerra non è quindi solo una scelta politica e morale, ma anche un diritto pienamente esercitabile”.
La protesta (che ancora non è chiaro se verrà comunque confermata o meno) è in programma a partire dalle ore 22 del 4 agosto fino alle 21:59 del giorno successivo, con un’astensione di otto ore consecutive per il personale amministrativo e turnista. Saranno comunque garantiti i servizi minimi previsti dal contratto e dalla legge. La proclamazione potrebbe subire variazioni in base alla programmazione della nave, ma il messaggio dei portuali è chiaro: “Non lavoreremo per la guerra”.
Questa non è un’azione isolata. “Negli ultimi mesi USB – si legge ancora nella nota – ha moltiplicato le iniziative per spezzare la catena logistica che alimenta conflitti e massacri. A giugno i lavoratori hanno incrociato le braccia all’aeroporto di Brescia Montichiari per bloccare un carico di armi, e a luglio il presidio davanti al Comune di Genova ha rilanciato la richiesta di dichiarare i porti liguri off limits per le spedizioni belliche. La mobilitazione è parte di un fronte internazionale che unisce i portuali di Francia, Grecia, Germania e Nord Africa”.
Il sindacato dei portuali porta avanti anche una battaglia sul piano legale. “Dopo che la Commissione di Garanzia – scrivono – ha tentato di limitare il diritto di sciopero, USB ha ribadito che considerare le armi un servizio essenziale è un’idea inaccettabile e contraria ai principi costituzionali. Da qui nasce la campagna ‘Il lavoro ripudia la guerra’, che rivendica un principio semplice: i porti italiani non devono diventare basi logistiche per i conflitti, ma restare luoghi al servizio delle comunità”.
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28/07/2025
La nave Cosco Pisces non sbarcherà materiale bellico a La Spezia
Secondo quanto appreso da SHIPPING ITALY la nave Cosco Pisces approderà appena possibile al porto di La Spezia ma non verranno sbarcati i tre container di Evergreen nel mirino di USB e delle associazioni che protestano contro i traffici di armi. La compagnia di navigazione taiwanese pare infatti abbia deciso di far tornare i tre box incriminati direttamente in estremo Oriente da dov’erano partiti. Una comunicazione ufficiale in proposito potrebbe essere diffusa nella giornata di domani.
Il sindacato USB nella sua nota spiega come la conferma che il materiale bellico stesse viaggiando a bordo della nave Cosco Pisces sia arrivata “dai portuali del Pireo, in Grecia, nell’ambito di quella rete di solidarietà internazionale che da mesi si oppone al traffico di armi nei porti del Mediterraneo”.
USB chiarisce che “queste operazioni non rientrano tra i servizi essenziali tutelati dalla legge 146/1990, che garantisce solo le funzioni legate ai diritti fondamentali come salute, istruzione e comunicazione. Al contrario, la stessa normativa riconosce la legittimità dello sciopero quando è finalizzato a difendere l’ordine costituzionale e la sicurezza collettiva. Fermare la logistica di guerra non è quindi solo una scelta politica e morale, ma anche un diritto pienamente esercitabile”.
La protesta (che ancora non è chiaro se verrà comunque confermata o meno) è in programma a partire dalle ore 22 del 4 agosto fino alle 21:59 del giorno successivo, con un’astensione di otto ore consecutive per il personale amministrativo e turnista. Saranno comunque garantiti i servizi minimi previsti dal contratto e dalla legge. La proclamazione potrebbe subire variazioni in base alla programmazione della nave, ma il messaggio dei portuali è chiaro: “Non lavoreremo per la guerra”.
Questa non è un’azione isolata. “Negli ultimi mesi USB – si legge ancora nella nota – ha moltiplicato le iniziative per spezzare la catena logistica che alimenta conflitti e massacri. A giugno i lavoratori hanno incrociato le braccia all’aeroporto di Brescia Montichiari per bloccare un carico di armi, e a luglio il presidio davanti al Comune di Genova ha rilanciato la richiesta di dichiarare i porti liguri off limits per le spedizioni belliche. La mobilitazione è parte di un fronte internazionale che unisce i portuali di Francia, Grecia, Germania e Nord Africa”.
Il sindacato dei portuali porta avanti anche una battaglia sul piano legale. “Dopo che la Commissione di Garanzia – scrivono – ha tentato di limitare il diritto di sciopero, USB ha ribadito che considerare le armi un servizio essenziale è un’idea inaccettabile e contraria ai principi costituzionali. Da qui nasce la campagna ‘Il lavoro ripudia la guerra’, che rivendica un principio semplice: i porti italiani non devono diventare basi logistiche per i conflitti, ma restare luoghi al servizio delle comunità”.
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26/07/2025
Fuori la guerra dalla città di Genova!
In una piazza gremita abbiamo portato a conoscenza dei presenti che l’idea del governo centrale e della giunta regionale sulla duplice natura della nuova diga foranea (uso civile e uso militare), non è un semplice esacamotage per ottenere finanziamenti per l’opera, ma si inserisce in un quadro inquietante relativo ai sempre più forti venti di guerra che soffiano in Occidente, in Italia e anche nel nostro territorio.
Gli interventi, con l’apertura della portavoce di PAP Marta Collot a nome del Coordinamento, di esperti di portualità e logistica come Riccardo Degli Innocenti, di Luca Recla per USB Ricerca e di Josè Nivoi per USB Porti hanno descritto il quadro della situazione.
Dall’inutilità dell’opera anche a livello strettamente commerciale (i traffici del porto sono in diminuzione costante da anni), all’impatto ambientale, ai rischi sulla sicurezza che hanno portato, negli scorsi mesi a dimissioni anche all’interno della direzione tecnica del progetto. Senza trascurare l’esorbitante impatto economico di un’opera i cui costi sono in aumento e tutti a carico della collettività, mentre per i costruttori, ogni ritardo e criticità realizztiva che ermrge è una opportunità di ulteriore guadagno.
Ma è sull’uso bellico che si è concentrata l’attenzione. Abbiamo messo in evidenza che l’uso militare della nuova diga si configura all’interno di un allargamento dell’utilizzo militare dei porti, che interessa vari scali in tutta Europa (Anversa, Rotterdam, Amburgo). Di particolare interesse anche il fatto che, la destinazione d’uso anche militare della diga foranea, trasformerà totalmente il porto e che i soggetti finanziatori della nuova infrastruttura, avranno voce diretta in capitolo nella gestione delle attività portuali.
Come Coordinamento “Disarmiamoli” siamo giunti a questa assemblea con alle spalle anni di mobilitazioni contro i traffici di armi nel Porto di Genova, a opera del CALP e di USB Porti. Mobilitazioni che hanno spostato decisamente l’attenzione su questi temi e che hanno condotto alla creazione di un coordinamento internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi.
Abbiamo quindi la possibilità di intervenire nel dibattito cittadino in base a un lavoro politico, sindacale e militante costante e coerente oramai riconosciuto da tutti. Anche, almeno a parole, dalla nuova giunta comunale di centro sinistra che nei giorni precedenti ha chiamato i lavoratori di USB del Porto di Genova, dimostrando attenzione per le mobilitazioni e il lavoro fatto.
Lo riteniamo un fatto positivo, raggiunto con le dure lotte di questi anni, ma su questo servono prese di posizione concrete e tangibili, non solo parole. In merito non faremo sconti a nessuno, come sempre. L’assemblea, seguita con grande attenzione dai presenti, è per noi un primo passo, in preparazione delle lotte di settembre, in cui occorrerà che il futuro della città di Genova sia al centro delle nostre attenzioni.
Un futuro in cui non ci sia spazio per i traffici di morte, per opere inutili. Una città di pace che lavori per il bene comune, per i servizi sociali, per i servizi alla comunità e non solo per pochi padroni. Come ben ribadito in tutti gli interventi non è una lotta di pochi, ma una questione che riguarda il futuro di tutti, in particolare per le nuove generazioni come ricordato dagli applauditi interventi di OSA e Cambiare Rotta.
In attesa di riconvocarci per settembre, lanceremo da subito una petizione cittadina contro l’uso militare della nuova diga. Continueremo a monitorare e ad intervenire in caso di transiti di materiale mlitare pronti, come sempre, ad intervenire e a coordinarci con i lavoratori portuali a livello internazionale.
La lotta contro la guerra, contro i massacri e i genocidi, contro l’imperialismo dell’Occidente, contro la NATO, si salda con la lotta per una città sicura, una città solidale, una città che deve combattere per i più deboli, per le fasce popolari e non per pochi padroni spalleggiati da una classe politica indecente.
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24/06/2025
La maggioranza degli italiani è contro l’esercito europeo
Certo, a leggere l’articolo con cui sono stati presentati i dati sembra di leggere un lamento propagandistico, tipico di chi non si capacita come sia possibile che la gente comune non voglia alimentare le mire di potenza di un imperialismo europeo, che sa di doversi dotare di un esercito per muovere guerra dove serve. E un nucleo lo ha già approvato.
Ma i numeri rimangono numeri. Nel 2022, quando le sirene dell’allarmismo atlantista sul pericolo russo erano sulla cresta dell’onda, il 57% degli italiani era favorevole alla formazione di un esercito europeo, il 4% era indeciso e gli intervistati rimanenti erano contrari. Oggi, questa proporzione si è ribaltata, e i dubbiosi sono spariti.
Dice Repubblica che solo il 48% degli italiani vuole l’esercito europeo, “poco meno di quanti, al proposito, manifestano dissenso”. Che è un bel giro di parole per evitare di scrivere chiaro e tondo che il restante 52%, ovvero la maggioranza della popolazione, non vuole tale follia bellicista, utile solo a proiettare Bruxelles sui teatri di guerra che vanno moltiplicandosi.
C’è poi un altro dato interessante. Il grado di fiducia verso la UE è sceso al 30%, il valore più basso dal 2016 a oggi, 15 punti percentuali sotto il livello raggiunto a inizio di questo decennio. Ovviamente, la responsabilità viene addossata all’incapacità dei paesi europei di muoversi come un sol corpo in uno scenario internazionale in cui Washington ha squarciato l’illusione dell’unità euroatlantica.
Non viene in mente che parte della sfiducia sia derivata proprio dal fatto che, seppur nell’evidente inconsistenza delle sue posizioni, in molti abbiano visto con preoccupazione la crescente deriva bellicista di Bruxelles e la copertura dei più efferati crimini, come quelli commessi da Israele. La retorica del ‘giardino’ contro la ‘giungla’ si è rivelata un bluff.
Così come, per ciò che riguarda l’entusiasmo per un esercito europeo, una volta che la propaganda iniziale sulle sorti progressive di una UE armata fino ai denti hanno adombrato una reale partecipazione a un conflitto, come ad esempio per le basi USA in Italia in occasione del recente attacco all’Iran, allora le opinioni sull’importanza di indossare un elmetto per ‘esportare democrazia’ sono cambiate.
Infine, è utile sottolineare che il sostegno maggiore all’esercito europeo arriva dai giovani. Ma se si va a vedere come tale sostegno si divide tra le forze politiche emerge un elemento particolare: per lo più si osserva tra coloro che sono vicini ai partiti di centro-sinistra.
Innanzitutto, com’era forse scontato, tra i guerrafondai di +Europa, Azione e Italia Viva. Ma vengono poi i simpatizzanti del PD e di AVS. Il sostegno scende fra i sostenitori dei partiti di governo, e tra la base del 5 stelle. La posizione di Conte, che dice di essere contro il riarmo ma per la razionalizzazione delle spese militari attraverso una difesa europea, comincia a scricchiolare.
Quello che è certo è che, in generale nel paese, si aprono ancora più opportunità per chi vuole rappresentare una reale opposizione alla guerra, e agli strumenti che, per prepararsi ad essa, la UE sta mettendo in campo.
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