Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/07/2025

Fuori la guerra dalla città di Genova!

Venerdì sera centinaia di cittadini e cittadine hanno partecipato a una assemblea pubblica a Genova proposta e organizzata dal locale Coordinamento “Disarmiamoli”.

In una piazza gremita abbiamo portato a conoscenza dei presenti che l’idea del governo centrale e della giunta regionale sulla duplice natura della nuova diga foranea (uso civile e uso militare), non è un semplice esacamotage per ottenere finanziamenti per l’opera, ma si inserisce in un quadro inquietante relativo ai sempre più forti venti di guerra che soffiano in Occidente, in Italia e anche nel nostro territorio.

Gli interventi, con l’apertura della portavoce di PAP Marta Collot a nome del Coordinamento, di esperti di portualità e logistica come Riccardo Degli Innocenti, di Luca Recla per USB Ricerca e di Josè Nivoi per USB Porti hanno descritto il quadro della situazione.

Dall’inutilità dell’opera anche a livello strettamente commerciale (i traffici del porto sono in diminuzione costante da anni), all’impatto ambientale, ai rischi sulla sicurezza che hanno portato, negli scorsi mesi a dimissioni anche all’interno della direzione tecnica del progetto. Senza trascurare l’esorbitante impatto economico di un’opera i cui costi sono in aumento e tutti a carico della collettività, mentre per i costruttori, ogni ritardo e criticità realizztiva che ermrge è una opportunità di ulteriore guadagno.

Ma è sull’uso bellico che si è concentrata l’attenzione. Abbiamo messo in evidenza che l’uso militare della nuova diga si configura all’interno di un allargamento dell’utilizzo militare dei porti, che interessa vari scali in tutta Europa (Anversa, Rotterdam, Amburgo). Di particolare interesse anche il fatto che, la destinazione d’uso anche militare della diga foranea, trasformerà totalmente il porto e che i soggetti finanziatori della nuova infrastruttura, avranno voce diretta in capitolo nella gestione delle attività portuali.

Come Coordinamento “Disarmiamoli” siamo giunti a questa assemblea con alle spalle anni di mobilitazioni contro i traffici di armi nel Porto di Genova, a opera del CALP e di USB Porti. Mobilitazioni che hanno spostato decisamente l’attenzione su questi temi e che hanno condotto alla creazione di un coordinamento internazionale dei lavoratori portuali contro il traffico di armi.

Abbiamo quindi la possibilità di intervenire nel dibattito cittadino in base a un lavoro politico, sindacale e militante costante e coerente oramai riconosciuto da tutti. Anche, almeno a parole, dalla nuova giunta comunale di centro sinistra che nei giorni precedenti ha chiamato i lavoratori di USB del Porto di Genova, dimostrando attenzione per le mobilitazioni e il lavoro fatto.

Lo riteniamo un fatto positivo, raggiunto con le dure lotte di questi anni, ma su questo servono prese di posizione concrete e tangibili, non solo parole. In merito non faremo sconti a nessuno, come sempre. L’assemblea, seguita con grande attenzione dai presenti, è per noi un primo passo, in preparazione delle lotte di settembre, in cui occorrerà che il futuro della città di Genova sia al centro delle nostre attenzioni.

Un futuro in cui non ci sia spazio per i traffici di morte, per opere inutili. Una città di pace che lavori per il bene comune, per i servizi sociali, per i servizi alla comunità e non solo per pochi padroni. Come ben ribadito in tutti gli interventi non è una lotta di pochi, ma una questione che riguarda il futuro di tutti, in particolare per le nuove generazioni come ricordato dagli applauditi interventi di OSA e Cambiare Rotta.

In attesa di riconvocarci per settembre, lanceremo da subito una petizione cittadina contro l’uso militare della nuova diga. Continueremo a monitorare e ad intervenire in caso di transiti di materiale mlitare pronti, come sempre, ad intervenire e a coordinarci con i lavoratori portuali a livello internazionale.

La lotta contro la guerra, contro i massacri e i genocidi, contro l’imperialismo dell’Occidente, contro la NATO, si salda con la lotta per una città sicura, una città solidale, una città che deve combattere per i più deboli, per le fasce popolari e non per pochi padroni spalleggiati da una classe politica indecente.

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23/06/2025

Le due manifestazioni contro la guerra ci dicono cose importanti

Le due manifestazioni contro il riarmo e la guerra che hanno sfilato nelle strade di Roma sabato scorso, inducono a qualche considerazione utile per il presente e per il futuro.

Nel paese c’è una forte sensibilità contro le minacce di guerra che incombono nelle relazioni internazionali e nella tenuta democratica del “fronte interno”. Come questa sensibilità troverà la strada per darsi rappresentanza politica nel paese è ancora una incognita e una sfida tutta aperta.

La partecipazione di massa, niente affatto scontata ma visibile a tutti, rende superflua ogni guerra di cifre tra le due manifestazioni, anche perché i due cortei hanno indicato una composizione sociale – oltre che piattaforme e prospettive politiche – diverse tra loro.

La composizione sociale del corteo partito da Porta San Paolo non è andata oltre i soggetti tradizionali dell’associazionismo, del terzo settore, dei sindacati concertativi e di qualche residuale partito e realtà della sinistra radicale. Una composizione vista e ripetuta nel tempo che ripropone un consueto perimetro sociale, politico e culturale che si riproduce ma non si espande.

Quasi spontaneamente emerge la domanda su come dovrebbero sentirsi le migliaia di persone che, generosamente e magari dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri, hanno partecipato alla manifestazione partita da Porta San Paolo con vagonate di buone ragioni, ma che poi hanno visto la gestione politica delle stesse ragioni affidata quasi esclusivamente alle dichiarazioni dei vari Conte, Bonelli, Fratoianni. Per chi non ha un rapporto fideistico o stipendiale con tali leadership non deve essere proprio un piacere.

Dentro lo schema bipolarista che il sistema politico intende imporre come una gabbia alla dialettica politica nel paese, non c’è stato e non ci sarà spazio alle loro ragioni ma solo per quelle previste da tale schema.

Si fa invece francamente fatica a sorvolare sull’opportunismo di settori “di movimento antagonista” che, con una subalternità disarmante, hanno scelto di essere in quella piazza e in quella composizione sociale, dalla CUB che il giorno prima sciopera con i sindacati di base e il giorno dopo va in piazza con quelli concertativi, ai vari gruppi o collettivi ultracomunisti che pensano sempre di poter influenzare le piazze di altri ma ne vengono sempre e sistematicamente risucchiati.

Portare uno striscione contro la Nato o avere l’uscita dalla Nato come tema della piattaforma è cosa ben diversa e non produce certo risultati duraturi sul piano dell’orientamento e dell’azione politica.

Ancora una volta, dunque, vediamo zero spazio per l’autonomia dei movimenti contro la guerra, degli uomini e donne che li animano materialmente e un tentativo di ferreo controllo da parte della “politica”, un controllo visibile oggi per essere giocato domani sul piano elettorale per il campo largo e, se possibile, di governo.

Un destino amaro, ma che tale rimarrà, se non emergeranno nuove ipotesi di spazio ed espressione politica, sui temi della guerra e della pace sicuramente, ma anche più complessivamente sugli assetti politico-sociali del paese.

Diversamente la manifestazione partita da Piazza Vittorio ha mostrato materialmente un blocco sociale possibile e alternativo, fatto visibilmente di studenti, lavoratori, realtà sociali di lotta. Dagli occupanti delle case ai lavoratori della logistica, delle fabbriche, della ricerca e del Pubblico Impiego fino ai camionisti organizzatisi recentemente in modo indipendente con l’USB; e poi gli studenti di Cambiare Rotta, di OSA e del CAU fino alle strutture locali di Potere al Popolo, ai NO TAV e a molti altri comitati territoriali.

Da qui è derivata non solo la maggiore vivacità, combattività e nuova anagrafe politica del corteo ma anche la possibilità di una nuova composizione sociale e politica alternativa e indipendente dallo schema bipolare che si vorrebbe imporre.

Una condizione, questa, importante per costruire una prospettiva indipendente ma radicata nel complesso tessuto sociale, rifiutando il politicismo imperante a sinistra e mirando ad allargarsi alla nuova composizione di classe maturata nel paese.

Lo stesso sciopero generale del 20 giugno ha dimostrato come la realtà stessa stia producendo una politicizzazione della lotte sindacali suscitando tra i lavoratori una crescente attenzione e presa di coscienza sui pericoli di guerra e i danni derivanti dall’economia di guerra.

D’altra parte l’aggressione statunitense all’Iran, avvenuta nella notte tra il 21 ed il 22 giugno, è talmente grave e foriera di sviluppi drammatici per tutti, anche per il nostro paese, che potrebbe incrinare quella passività che da troppo tempo è stata ideologicamente assorbita dal mondo del lavoro. Lo sciopero del 20 si è posto appunto su questo crinale della contraddizione in antagonismo ai sindacati complici.

È una condizione nuova e di enorme interesse ma che, appunto, deve trovare all’appuntamento organizzazioni sindacali e ragionamenti come quelli messi in campo dall’USB e non comunicati formali che non si trasformano mai in azioni coerenti.

Le contraddizioni della realtà stanno infatti producendo condizioni nuove che lasciano intravedere un blocco sociale possibile da mettere in campo contro i governi e gli apparati che stanno portando l’umanità di nuovo dentro il gorgo del riarmo e della guerra.

La piena riuscita della manifestazione del Coordinamento Disarmiamoli del 21 giugno ci restituisce un ottimo risultato ma anche stimoli e indicazioni utili per il prossimo futuro.

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22/06/2025

A tutti i compagni e le compagne dell’USB, ai delegati e alle delegate, alla nostra ampia comunità

Mentre ancora abbiamo negli occhi e nella mente la splendida manifestazione di ieri a Roma ci raggiungono le notizie dell’attacco degli USA all’Iran e della scelta ormai inequivocabile intrapresa dall’amministrazione statunitense, di concerto con il governo israeliano, di imporre con la forza un cambiamento degli equilibri mondiali. È un passaggio a suo modo storico, un punto di non ritorno che ci avvia verso esiti imprevedibili e drammatici.

Per questo il ringraziamento che vi inviamo per il lavoro svolto sia nella costruzione di uno sciopero non certo semplice da realizzare, sia per l’organizzazione delle iniziative che lo hanno accompagnato e sia per la partecipazione alla manifestazione di ieri a Roma, non può non essere accompagnato anche da una riflessione a caldo su come la situazione sia in rapida evoluzione.

Purtroppo, viene da dire, ancora una volta avevamo visto giusto. La chiarezza degli obiettivi della manifestazione di piazza Vittorio, che abbiamo voluto tenere ben salda, assieme al Coordinamento Disarmiamoli, si manifesta in tutta la sua rilevanza proprio alla luce degli avvenimenti del giorno dopo. Nel mondo si prepara la guerra e il comportamento e le scelte del nostro governo avranno una ricaduta fondamentale per il nostro futuro. I rapporti con la Nato e con la UE, i piani di riarmo, il ruolo dello stato terrorista di Israele, la conversione della nostra economia ad una economia di guerra non sono i temi dei prossimi mesi o anni, ma riguardano l’oggi e su questi non sono più accettabili balbettii. Se vogliamo provare a fermare questa maledetta spirale o quantomeno a mettere in protezione il nostro popolo, questi devono essere i nostri obiettivi.

L’impegno sindacale, cari compagni e compagne, è uno sforzo quotidiano incessante che pesa sulla vita di tutti noi. Per noi che viviamo il sindacato come una scelta per provare a combattere le ingiustizie del mondo questo sforzo è anche passione e ragione di vita, ma come non riconoscere che la fatica si fa sentire? La manifestazione di ieri, soprattutto per chi è venuto da più lontano, è stato un passaggio non facile anche se ripagato dalla piena riuscita della mobilitazione e dall’entusiasmo che si è respirato per le strade di Roma. Una manifestazione che ci dice, una volta di più, che l’azione sui posti di lavoro e la tutela quotidiana dei nostri non si può fare se non allarghiamo lo sguardo al contesto nel quale operiamo, se non teniamo ben saldo il nesso tra i salari che non crescono e il riarmo che stanno decidendo.

C’è un dato che crediamo in tanti abbiano colto della giornata di ieri: l’emergere di un potenziale blocco sociale fatto di tanti giovani e giovanissimi, di lavoratori immigrati, di operai della logistica e di fabbrica, di settori popolari delle periferie delle città e di lavoratori dei servizi. Un blocco che fatica ancora a riconoscersi in modo compiuto ma che ieri ha fatto un passo in avanti, togliendosi di dosso il timore ad andare da soli, a contare sulle proprie forze, ad essere accusati di minoritarismo e settarismo. È una comunità che è stanca delle parole vuote e delle ambiguità, che non vuole più vedere le solite facce di gente pronta a tradire, che vuole parlar chiaro e che alle parole preferisce le azioni.

Di fronte ai terribili avvenimenti di stamane questa comunità, che ha davanti enormi potenzialità di crescita e di allargamento, costituisce la migliore speranza che abbiamo, forse l’unica, che sia ancora possibile cambiare il corso degli eventi.

Senza un attimo di respiro, compagni e compagne, avanti tutta!

Unione Sindacale di Base

Fonte

21 giugno 2025 - Un corteo di massa dice basta con la Nato, il riarmo, il terrorismo di stato israeliano


Scommessa vinta quella del corteo convocato dal Coordinamento “Disarmiamoli”. Migliaia e migliaia di persone, moltissimi i giovani e gli studenti oltre ai lavoratori dell’Usb e agli attivisti politici di Potere al Popolo, hanno sfilato da Piazza Vittorio a via dei Fori Imperiali su una piattaforma che non ha rinunciato ad essere chiara nei contenuti.

Una bandiera della Nato, una dell’Unione Europea, una di Israele, e poi un carro armato di legno hanno “combustionato” durante il corteo. Bruciata anche una foto di Trump.

Nella manifestazione si sono riversate tutte le istanze che hanno attraversato le piazze per più di un anno e mezzo a sostegno della resistenza del popolo palestinese ma anche i settori più avanzati del sindacalismo nel nostro paese che proprio ieri hanno trovato il coraggio di convocare uno sciopero generale non solo sui salari ma anche contro la guerra e il riarmo. Che questa sensibilità venga dall’USB e da alcuni sindacati di base ma stenti ancora a trovare riscontro dentro Cgil Cisl Uil è materia su cui molti dovrebbero ragionare.

Sul piano dei contenuti, come noto, il principale motivo di divaricazione con l’altro corteo partito da Porta San Paolo (molto incensato dai mass media in questi giorni) è stata l’uscita dalla Nato. Martedì questo apparato politico-militare aggressivo terrà all’Aja il suo vertice in un clima di crescente escalation bellicista verso la Russia ma anche verso la Cina.

Ed era proprio contro questo vertice che era stata convocata la manifestazione. Viene da sé che omettere la questione della Nato in una manifestazione contro il vertice Nato, con tutta la buona volontà, sarebbe stato indigeribile in qualsiasi piattaforma dignitosa.

Ma le dichiarazioni rilasciate da Conte in previsione del controvertice convocato all’Aja, hanno ulteriormente chiarito che la rimessa in discussione della Nato non è affatto nel periscopio politico dell’attuale leader del M5S. Una ambiguità – ma anche una conferma – che si va ad aggiungere a quella declamata dal palco della manifestazione del M5S del 5 aprile in materia di Difesa comune europea. Sulla lotta contro gli apparati materiali della guerra, c’è un serio problema a sinistra, e non è solo quello rappresentato dai contrasti dentro il PD.

La riuscita della manifestazione del Coordinamento “Disarmiamoli” da un lato segna un punto politico importante sul piano della capacità di mobilitazione di massa, dall’altro indica uno spazio politico indipendente e possibile che non rinchiuda di nuovo tutte le istanze del conflitto dentro la gabbia del bipolarismo e del campo largo del centro-sinistra. Su questo dovrà riflettere bene chi ha deciso di non essere nel corteo partito da Piazza Vittorio. È vero che nella lotta contro la guerra occorre lavorare a convergenze ampie ma occorre anche evitare di lavorare per il “re di Prussia”, consapevolmente o inconsapevolmente.

Fonte e foto del corteo

19/06/2025

La manifestazione del 21 giugno contro la guerra, un passaggio necessario

Sulla giornata di mobilitazione nazionale del 21 giugno contro il riarmo europeo e il vertice NATO dell’Aja, non si è trovata una quadra, né sui contenuti né su un unico corteo. Dunque sabato ci saranno due cortei che confluiranno nella zona del Colosseo.

Non sono pochi quelli che si rammaricano per questo esito. Anche i tentativi di arrivare ad un comunicato congiunto sulle due manifestazioni sono saltati e non certo per tignoseria del coordinamento Disarmiamoli che dà appuntamento a Piazza Vittorio, e neanche per alcuni rappresentanti dell’altra manifestazione che avevano cercato una mediazione possibile. Altri settori di quella piattaforma non hanno voluto sentire ragioni, al contrario. Paradossalmente dobbiamo ammettere di comprendere la ragione di questa posizione così oltranzista, potremmo dire quasi esistenziale.

Il corteo che partirà da piazza Vittorio ha tra i suoi obiettivi la denuncia e lo sganciamento dalla Nato.

Ma se alla vigilia di una manifestazione indetta proprio contro il vertice della NATO, viene suggerito di non porre la questione della NATO come discriminante perché è un tema “divisivo”, è evidente che di presupposti e punti di convergenza ne saltano parecchi.

La questione della NATO infatti è dirimente, oggi più che mai. È questo organismo che spinge verso l’escalation militare contro la Russia, alimentandosi reciprocamente con tutte le forze guerrafondaie prosperate in Europa in questi anni. Saltare questo passaggio non è più possibile, anche e soprattutto per gli automatismi di impegno che scattano verso i paesi membri, Italia inclusa.

Ed è sul rispetto di questi automatismi che “cascano” le migliori intenzioni di chi afferma una cosa quando sta all’opposizione e poi ne sostiene un’altra quando si avvicina o addirittura assume posizioni di governo, un meccanismo micidiale che negli anni scorsi ha risucchiato e trasformato anche esponenti e partiti della sinistra radicale

Il movimento contro la guerra nel primo decennio del Duemila fu logorato, neutralizzato e scomposto proprio da questa ambiguità, scassando amicizie e attestati di stima pre-esistenti, stritolando autonomia dei movimenti e credibilità delle forze della sinistra alternativa nel nostro paese.

Come in un eterno gioco dell’oca, l’errore si ripete, cercando di riportare tutti alla casella di partenza, con una coazione a ripetere che, appunto, assume il carattere di una scelta esistenziale per alcune forze di accreditarsi dentro il campo largo del centro-sinistra.

Che questa illusione abbagli anche qualche settore “antagonista” non è una sorpresa, è la conferma di quanto detto sopra.

In sostanza viene giocata la carta della “non divisività” per riportare tutti indietro, e proprio mentre la drammatica situazione internazionale richiede un passo in avanti, sia sui contenuti che sulla funzione da svolgere in un paese pienamente coinvolto nella subalternità alla Nato e nella complicità con il terrorismo di stato israeliano.

Se qualcuno pensa che il campo largo del centro-sinistra possa essere l’antidoto alle scelte di guerra dell’attuale governo, sta alimentando una illusione piuttosto perniciosa. Facilitare la strada a chi non vuole prendersi impegni chiari già da oggi, significa riconsegnare le sorti del movimento contro la guerra a chi, una volta al governo, ci riporterà nel gorgo fatto di mezze misure formali e scelte sostanziali, anche se in Parlamento siederà qualche deputato di buona volontà costretto però a piegare la testa a “ragioni superiori” e a cercare poi di giustificarle maldestramente.

Se a Roma sabato 21 giugno sfileranno due cortei contro il riarmo e la guerra, sarà come una proiezione sul futuro che ci attende, anche dentro “tempi di ferro e di fuoco” come quelli che stiamo attraversando.

Il problema non è la riuscita o meno di una manifestazione sacrosanta ma il “come” pensiamo di attraversare questi tempi e, come diceva qualcuno, “per unirsi occorre definirsi”. Meglio farlo adesso che quando i fatti saranno ancora più drammatici e incombenti di quanto lo siano adesso.

Per questa ragione sabato 21 giugno saremo in piazza, con il corteo che partirà da Piazza Vittorio.

Fonte

18/06/2025

Dire no al riarmo è dire no alla Nato. Perché saranno due i cortei a Roma il 21 giugno

Quello che sta succedendo è sotto gli occhi di tutte e tutti: la “Terza guerra mondiale a pezzi” ha un’accelerazione senza precedenti con l’attacco diretto di Israele contro l’Iran, il genocidio a Gaza, l’investimento europeo nel conflitto ucraino, la guerra commerciale degli USA di Trump, la corsa folle al riarmo a cui assistiamo da mesi.

Tutto ciò non sta avvenendo per caso o per la “pazzia” di singoli leader politici, ma è il frutto del nostro sistema economico e politico. Ormai ci viene detto senza alcuna ipocrisia: le classi dominanti degli Stati Uniti, e il blocco “occidentale” che hanno costruito intorno a loro, vogliono continuare a mantenere il predominio a livello mondiale, e per farlo devono impedire a nuovi attori, che siano la Cina o potenze regionali, di acquisire spazio e di crescere.

Questa rinnovata aggressività imperialista ovviamente va a danno di tutti i popoli e delle classi lavoratrici: innanzitutto di quelle del Sud del Mondo bombardate, affamate, sterminate, o costrette a intrupparsi dietro i loro leader quasi sempre tradizionalisti e autoritari, ma anche di quelle occidentali, che sempre più si vedono spinte verso l’economia di guerra e i sacrifici che questa comporta, mentre subiscono gli effetti della crescita dell’estrema destra, che negli USA e nella UE torna ad essere lo strumento politico per gestire la crisi del capitalismo.

È in questo contesto che prende tutto il suo senso il vertice della NATO previsto a L’Aja dal 24 al 26 giugno. Si tratta di un momento estremamente importante perché in quest’occasione i leader della NATO dovranno decidere di quanto dovrà crescere la spesa militare dei membri dell’Alleanza. All’attuale obiettivo del 2% del PIL ne subentrerà uno nuovo: 3%, 3,5%, forse addirittura 5% come richiesto da Trump. Quest’aumento della spesa manderà un segnale chiaro al mondo: “facciamo sul serio, siamo disposti a tutto, state al posto vostro e accettate di trattare alle nostre condizioni”.

Proprio perché questo momento è così importante, e proprio perché è la NATO a guida USA che impulsa i vari piani di riarmo europei, sono state chiamate il 21 giugno manifestazioni in tutta Europa, in modo da far sentire come i nostri popoli rifiutano il riarmo e rifiutano il macello che, come la Storia insegna, puntualmente gli fa seguito.

L’Italia, da sempre paese a sovranità limitata perché occupato dagli USA con cento basi militari e perno dell’Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, con il Governo Meloni, uno dei più filo-atlantici di sempre, alla faccia del “sovranismo” della destra, si sta allineando. 40 miliardi in più saranno progressivamente incanalati verso la guerra e non ai nostri veri bisogni, a scuole, ospedali, messa in sicurezza del territorio e transizione ecologica, sostegno sociale per chi è in difficoltà.

Il ministro Crosetto lo dice chiaramente: “Il nostro compito è rispettare gli impegni Nato e gli assetti richiesti. Ogni Paese ha un ruolo assegnato. Così, contribuiamo anche a costruire un futuro sistema di difesa europea, basato sugli stessi criteri e principi della Nato”. Sono insomma gli USA e la NATO che impulsano le mosse dell’Unione Europea e il suo piano di riarmo (che peraltro finanzierà tante imprese statunitensi).

Per questo anche in Italia, facendo seguito alla piazza del 15 marzo che si opponeva alla NATO e al piano di riarmo europeo, come Disarmiamoli abbiamo lanciato un appello per costruire il 21 giugno, in concomitanza con il vertice NATO (infatti proprio a L’Aja e in diversi paesi europei è prevista una mobilitazione contro il summit!), per accendere un riflettore e indicare i veri responsabili a un’opinione pubblica italiana che in stragrande maggioranza è contraria alla guerra, ma non agisce poi politicamente perché non sa bene come e con chi prendersela o cosa si può fare.

A questo nostro appello hanno risposto circa 80 realtà, tra cui le realtà giovanili e studentesche più attive del paese, i sindacati di base che hanno indetto un coraggioso sciopero per il 20 giugno, i portuali che a Genova e Salerno hanno bloccato il transito di armi verso la Palestina, i giovani palestinesi, il movimento NO TAV e chi resiste alla devastazione del territorio.

Altre realtà vicine al centrosinistra non hanno risposto, e hanno deciso di lavorare a una seconda piazza. Un errore a nostro avviso, perché una piazza unica sarebbe stata molto più forte nel denunciare ciò che NATO, Unione Europea e Governo Meloni stanno determinando, e perché le cose che ci accomunano sono tante. Ma è un errore che dipende da una presa di posizione politica di fondo per le prospettive. Tanto che anche i tentativi di mediazione che sono stati fatti, sono stati rifiutati da chi ha indetto la seconda piazza che ha precisato che intendeva fare “un loro corteo”. È giusto esplicitare quindi le motivazioni, perché possono rappresentare un momento di dibattito e crescita politica.

Per noi è del tutto evidente – lo ammette persino Crosetto! – il ruolo della NATO in questo passaggio e che il 21 giugno bisogna scendere in piazza mettendo al centro questo tema. Di cortei “contro la guerra”, senza altri aggettivi, ce ne sono stati tanti in questi anni. Ora abbiamo l’occasione, perché sono le nostre stesse classi dominanti a fornircela, di poter far compiere un salto in avanti al movimento contro la guerra.

Gli organizzatori della seconda piazza invece sulla questione NATO tacciono e vogliono tacere. Il motivo è lampante: si tratta di una piazza dell’area del centrosinistra che mira a fare assumere a tutto il centrosinistra e in particolare al PD, una posizione più “pulita” su questo tema e contraria al riarmo, visto che il PD si è diviso tra chi è a favore e chi contro al piano europeo.

E che così costruisca una coalizione larga, che recuperi il movimento No War verso le elezioni 2027. Se questo è lo scopo politico, bisogna per forza tenere il livello di politicizzazione più basso, tenere l’appello generico, limitarsi a contrastare il piano europeo, mentre si enuncia la possibilità di una “difesa comune europea” che sarebbe l’alternativa. Come se la difesa comune non implicasse una maggiore integrazione tra le borghesie europee e le loro imprese di morte, come se la “difesa comune” non implicasse individuare dei “nemici comuni”.

Noi di Disarmiamoli vogliamo affermare invece con chiarezza che la prospettiva che ci propongono i “campisti” del centro sinistra non ci piace e vogliamo lavorare per un’alternativa politica e di classe distinta fortemente dagli aggregati ambigui che periodicamente si ripresentano e che spesso portano alla sconfitta.

Insomma, è ovvio che se bisogna costruire un centrosinistra di Governo bisogna essere “responsabili” e non ce la si può prendere né con la NATO né con i motivi profondi di questa situazione. D’altronde i 5 Stelle che saranno in piazza sono stati i primi ad accettare l’aumento al 2% delle spese militari come richiesto in passato dalla NATO, a far crescere l’export di armi verso Israele, oltre a votare per l’invio delle armi in Ucraina e il PD – intorno a cui è nato il solito balletto c’è/non c’è Schlein, che toglie spazio ai motivi della manifestazione – ha sempre votato per le avventure militari italiane, dai banchi del governo e dell’opposizione.

A noi, nel rispetto della sensibilità di tutti, non interessa portare acqua a questo tipo di operazioni politiche o portare a Roma 40 bus, come stiamo facendo, per poi ascoltare dichiarazioni politiche di forze che non ci rappresentano. Noi vogliamo scendere in piazza per mettere in evidenza questi punti:

- No alla NATO e all’aumento della spesa militare a cui ci obbliga la partecipazione all’Alleanza, sì a diplomazia, negoziati, coinvolgimento dell’ONU;

- No al piano di riarmo europeo, alla formazione di un esercito comunitario e a ogni politica bellicista dell’UE, sì a spese sociali, in sanità, istruzione, transizione ecologica;

- No alla costruzione della fortezza Europa, al respingimento e alla morte di migranti, all’Iinquisizione degli attivisti che salvano vite;

-No all’estrema destra, ai decreti sicurezza, ai software israeliani usati per spiare giornalisti, alla “guerra sporca” contro i movimenti sociali;

- Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni verso Israele, rottura delle relazioni diplomatiche e militari con lo stato sionista;

- Sostegno alla Resistenza palestinese e ai popoli che subiscono le aggressioni imperialiste.

Per noi questa è la piattaforma che conta se vogliamo avere una reale autonomia, evitare che il movimento No War venga recuperato e tradito di nuovo, se vogliamo dimostrare proprio a quel ceto politico, come è successo con la Palestina, che la società che si sta mettendo in moto è molto più consapevole di lui e ha voglia di posizioni chiare e non del solito cerchiobottismo italiano. Facciamolo, dando spazio alla ricchezza e alla diversità di ognuno. Non è troppo tardi per scegliere chiaramente da che parte stare.

Continueremo a confrontarci con chiunque voglia mobilitarsi, ci auguriamo che entrambe le piazze siano strapiene e debordanti, ma crediamo che questo sia il momento delle parole e delle lotte senza se e senza ma. Ci vediamo il 21 giugno alle 14 in Piazza Vittorio a Roma!

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