Il bipolarismo affligge l’Europa. Non è la vecchia divisione del mondo in due (tra Occidente capitalista e URSS socialista), né quel sistema elettorale antidemocratico che obbliga a stare in uno dei due schieramenti prestabiliti oppure sparire.
L’Unione Europea è affetta da disturbo bipolare, altro nome della schizofrenia. A forza di praticare il doppio standard – gli “amici” possono pianificare un genocidio e assaltare qualsiasi stato sovrano restando “fari della democrazia”, gli altri non possono neanche respirare altrimenti è “terrorismo” – si perde il controllo dei movimenti, delle scelte, delle parole. E si appare per quel che si è. Maleodoranti, diciamo...
La riprova definitiva, ieri. Formalmente, a Parigi, non si è riunita “l’Europa” ma la “coalizione dei volenterosi”, ossia 35 paesi occidentali che vorrebbero avere un ruolo nella gestione dell’Ucraina ora, nelle eventuali trattative di pace e soprattutto dopo.
Il programma previsto era solo questo e l’accordo raggiunto tra loro ha fatto da base per le consuete dichiarazioni trionfalistiche di fine vertice (mica ci si può riunire solo per la cena, no?). E quindi il padrone di casa, quel Macron che governa cambiando gli esecutivi come i pantaloni, privo di maggioranza parlamentare, si è presentato sfoderando il sorriso meccanico che lo identifica: “Una giornata storica” ha esultato davanti alle telecamere, la coalizione ha varato le “garanzie di sicurezza” per l’Ucraina quando e se sarà raggiunto il cessate il fuoco.
Il primo lato del disturbo bipolare è già grave di suo. È noto infatti che in qualsiasi trattativa internazionale “di pace” l’accordo va trovato con “il nemico” – in questo caso la Russia – specie se si parla di “garanzie di sicurezza”, ossia di armi e truppe schierate. E di truppe Nato in Ucraina Mosca non ha mai voluto sentir parlare, tanto da aprire le ostilità proprio per impedirlo.
Non basta. È altrettanto noto che la trattativa non è in mano a questa congrega di vassalli ma in quelle di Trump, l’unico che – per quanto ripugnante sia – ha aperto un confronto col presidente avverso, Putin. Dunque qualsiasi “garanzia di sicurezza” dovrebbe avere l’approvazione sia della Russia che degli Stati Uniti. Altrimenti non è affatto “sicura”...
Trump ha mandato a Parigi la strana coppia Witkoff-Kushner (un immobiliarista e il genero del tycoon, immobiliarista anche lui) per assicurarsi che non venissero prese decisioni squinternate che potrebbero compromettere il dialogo con Mosca, l’orizzonte della “pace” e soprattutto i piani di “ricostruzione”.
Il risultato finale è quindi, ovviamente, un pasticcio verboso e comunque appeso ad eventi che questo insieme “volenteroso” non può determinare.
Da quel che si capisce, gli Stati Uniti si sarebbero impegnati a “monitorare” la tregua, mentre gli europei – o meglio, una piccola parte di loro – “parteciperanno” inviando militari in Ucraina. Immaginiamo la risposta di Mosca...
L’impegno è molto depotenziato, seppure resta molto provocatorio, perché al momento hanno firmato solo Francia e Gran Bretagna. La Germania si è detta disponibile a inviare le sue forze, ma non in Ucraina: in un paese Nato confinante. Giorgia Meloni, e dunque ahinoi l’Italia, ha confermato invece “il sostegno dell’Italia alla sicurezza dell’Ucraina” ribadendo però “l’esclusione di truppe italiane sul terreno”.
In pratica non cambia nulla rispetto a quanto era chiaro prima del “vertice”. Ci sono due paesi che non vedono l’ora di “far morire i propri figli” in una trincea lontana, altri che nicchiano, altri che “grazie del vostro invito, ma io non ci vengo”. Ma l’annuncio basta per far dire ai guerrafondai che ci sarà “una forza di pace in Ucraina” (titolo di Repubblica, of course), e quindi una chance di entrata in guerra contro la Russia.
Il tutto dando per confermata l’antica alleanza col fratello maggiore statunitense, che però se ne vuole stare da parte a “monitorare”, ovvero la tenuta degli interessi auro-atlantici all’interno della Nato...
Ma la seconda parte del vertice – senza la presenza di Witkoff e Kushner – ha fissato il secondo lato del disturbo bipolare. C’era infatti da mostrare la massima compattezza a difesa della Danimarca che controlla la Groenlandia, su cui Trump ha lanciato un’“opa” che non si può ignorare. “Ci serve per ragioni di sicurezza” – ma poteva dire anche “voglio le sue terre rare e altri minerali”, sarebbe stato lo stesso – e “la avremo in un modo o nell’altro”.
Un’intenzione potenzialmente “invasiva” che ha obbligato la Danimarca – per quanto anch’essa “volenterosa” e filo-statunitense – ad aumentare il contingente militare posto a difesa della immensa isola ghiacciata. Dopo l’attacco al Venezuela, del resto, non si può più fare affidamento sul “diritto internazionale” e la “sovranità” (tanto “nazionale”, quanto “europea”) per sentirsi al sicuro, nemmeno tra “alleati”...
Lo squilibrio di forze fa quasi sorridere – può Copenhagen competere militarmente con Washington? – ma il solo fatto che se ne debba parlare mette i membri europei della Nato in una posizione decisamente schizofrenica: la minaccia di attacco viene dal vero capo dell’Alleanza (lasciate perdere Rutte, segretario generale che è arrivato a chiamare Trump “paparino”) e quindi la Nato si troverebbe a rischio di “guerra” al proprio interno mentre ne va programmando un’altra con la Russia (e le sue 6.000 testate nucleari, montate o montabili su missili per ora non intercettabili).
Ne è uscito un secondo comunicato di tono quasi opposto rispetto a quello sull’Ucraina, in cui – molto pacatamente – si rimbrotta Trump per il suo appetito famelico: “Il Regno di Danimarca, compresa la Groenlandia, fa parte della Nato. La sicurezza nell’Artico deve quindi essere garantita collettivamente, in collaborazione con gli alleati della Nato, compresi gli Stati Uniti”.
E quindi “La Groenlandia appartiene al suo popolo. Spetta alla Danimarca e alla Groenlandia, e solo a loro, decidere” sul loro futuro: firmato Macron, Merz, Meloni, Starmer insieme al polacco Tusk, allo spagnolo Sánchez e alla danese Frederiksen.
La schizofrenia però non significa né stupidità totale, né coraggio leonino. E quindi, dopo aver scritto che la Groenlandia gode della sovranità danese-europea, nel retrobottega si ragiona insieme agli Stati Uniti su come passargliela in modo meno traumatico possibile, fingendo di mantenerne la “sovranità”.
In fondo, ci sono già basi Usa sull’isola e gli accordi Nato in vigore non impongono alcun limite numerico alle truppe stanziabili in loco. Insomma, Washington potrebbe tranquillamente e “legalmente” occupare quella montagna di ghiaccio e risorse naturali.
Per ridurre al minimo l’entità dello schiaffo ai “partner europei” questi ultimi hanno aperto alla possibilità di un “concordato” fra Usa e Groenlandia per stabilire un rapporto simile a quello di Washington con alcune isole del Pacifico, come gli Stati Federati di Micronesia, le Isole Marshall e la Repubblica di Palau (gli unici al mondo che, all’Onu, votano sempre come Usa e Israele), in base al quale le forze armate americane possono operare liberamente ed è prevista una partnership commerciale esente da dazi.
Alla fine della giornata le cose debbono essere andate abbastanza avanti da far dire a Marco Rubio, a 64 denti, che “Trump non vuole invadere la Groenlandia, vuole soltanto comprarla”. Era solo “una proposta che non si può rifiutare, se l’accettate con le buone, va bene”...
Tutti felici e contenti? Non proprio. La credibilità degli “europei” – sia come intera UE che come soli “volenterosi” – è ai minimi termini. Fare la voce grossa con Mosca mentre si calano le braghe davanti al “primo alleato” che ti bullizza, non è il massimo della “deterrenza”. Specie se, per fare la voce grossa, ti serve il megafono – ossia la dotazione satellitare-militare – che il bullo minaccia di usare contro di te...
Non è ancora al capolinea, certo. Ma il convoglio europeo è su un binario con gli scambi bloccati, ma bipolari...
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/01/2026
07/07/2025
Musk in politica, come un Calenda qualsiasi
Dal punto di vista dello spettacolo il plot c’è tutto: Elon Musk critica Donald Trump per la sua Big Beautyful Bill – la “legge finanziaria” Usa, con una espansione monstre del debito – e fonda un nuovo partito.
Sul piano politico, invece, la notizia appare stantia. Con gli occhiali di 30-40 anni fa, quando il “difensore dei consumatori” Ralph Nader, o il miliardario Ross Perot, fecero il tentativo di rompere il ferreo bipolarismo statunitense proponendosi con un terzo partito.
Entrambi fallirono, com’è noto, perché “il sistema” politico Usa è disegnato apposta per limitare a solo due le proposte politiche, sostanzialmente simili o addirittura coincidenti (i “neocon”, inizialmente nati in ambito repubblicano, hanno poi informato anche l’establishment democrat, da Clinton a Obama e Biden).
E questa è stata la prima osservazione critica avanzata da Trump e dal mondo “Maga”: “Il sistema non è stato fatto per tre partiti. L’unica cosa a cui servono i Terzi Partiti è la creazione di CAOS...”
A vedere le dichiarazioni sugli obiettivi eventuali dell’“America Party” – il nome scelto per la nuova formazione – Musk sembra esserne perfettamente consapevole. D’altro canto non è nato negli Usa, e quindi non si potrebbe neanche candidare per la Casa Bianca. Ma ha la cittadinanza da abbastanza tempo per candidarsi alla Camera o al Senato. Nel suo primo tweet da “leader” è stato davvero esplicito: «Basterebbe concentrarsi sulla conquista di due o tre seggi al Senato e di otto-dieci alla Camera». Più un guastatore Calenda o un Renzi, insomma, che non un eversore della politica politicante che punta al bersaglio grosso...
Ma chiaramente il tempo non passa invano e il capitalismo statunitense, compresa la sua sfera politica, non è più quello degli anni ‘80. Il neoliberismo ha eroso profondamente il rapporto tra “pubblico” e “privato”, favorendo la selezione delle politiche pubbliche più consone allo sviluppo del business privato. Fino a rendere il “conflitto di interesse” pienamente legittimo, anziché un reato o qualcosa di profondamente disdicevole.
Basterebbe citare il recentissimo affarone fatto proprio da Trump con l’istituzione di una criptovaluta col suo nome in prossimità delle elezioni e del ritorno alla Casa Bianca, rastrellando centinaia di milioni di dollari per poi “sgonfiare” la bolla e scappare con l’incasso. Nemmeno Berlusconi aveva avuto una simile faccia tosta, ossia disprezzo per la “normalità democratica”...
È lo stesso Trump a rivelare come Musk lo avesse appoggiato in campagna elettorale proprio con un obiettivo simile: «[Abbiamo] appena approvato la legge più grande del suo genere nella storia del nostro Paese. È una legge grandiosa, ma, sfortunatamente per Elon, elimina il ridicolo mandato sui veicoli elettrici che avrebbe costretto tutti ad acquistare un’auto elettrica. Mi sono opposto fermamente a questo fin dall’inizio... Ho fatto campagna su questo argomento per due anni e quando Elon mi ha dato il suo appoggio totale e incondizionato, gli ho chiesto se sapesse o meno che avrei revocato il mandato».
Il problema, insomma, non è più di tipo “morale” – se sia lecito o no fare affari privatissimi usando il massimo potere politico – ma nella riduzione della “politica” a competizione tra grandi gruppi industriali e/o finanziari per dare un boost al proprio affare particolare.
In questa dinamica, alla lunga, scompare lo Stato come “comitato d’affari della borghesia”, mentre resta un apparato amministrativo-militare a disposizione di chi riesce a prenderne il timone, magari solo per sbarazzarsi dei concorrenti.
Ma scompare anche “l’interesse nazionale” che giustifica(va) tutte le varianti del “siamo tutti nella stessa barca” utili a compattare la popolazione facendo leva su sentimenti astratti senza alcuna corrispondenza con la realtà. E scompare, sempre più chiaramente, la capacità di formulare strategie di lungo periodo per il raggiungimento di obiettivi generali. Tutto decade a improvvisazione, interessi autocentrati, interventi spot che saranno rovesciati o implementati in modo occasionale.
Parlare ancora di “democrazia” in questo contesto è palesemente una presa per i fondelli. Lo stesso Corriere della Sera, resocontando la nuova impresa di Musk, è costretto a ricordare che “la politica americana costa”, certo più di quella di un paese periferico come l’Italia.
E fa anche i conti: “Elon nel 2024 ha stanziato 277 milioni per sostenere l’ex costruttore newyorkese... Quanto dovrebbe investire per tentare, per esempio, la scalata a due-tre seggi del Senato? Probabilmente servirebbero 250- 300 milioni di dollari, più o meno l’importo della donazione versata nelle casse di Trump”.
Non ci interessa ovviamente lanciarci nel toto-Musk. Il dato essenziale è che la competizione politica – in regime neoliberista, ossia nel capitalismo occidentale – è un affare che riguarda esclusivamente i possessori di grandi capitali (in proporzione all’importanza del paese interessato).
Sono loro gli unici davvero “liberi”, e l’unica “libertà” che sono pronti a difendere è la propria.
Gli altri – noi tutti – per loro siamo come il “parco buoi” in Borsa. Andiamo bene fino quanto portiamo i nostri spiccioli dentro il gioco che loro gestiscono. Ma non dobbiamo avere nulla a pretendere, perché “non contiamo un cazzo”.
Fonte
Sul piano politico, invece, la notizia appare stantia. Con gli occhiali di 30-40 anni fa, quando il “difensore dei consumatori” Ralph Nader, o il miliardario Ross Perot, fecero il tentativo di rompere il ferreo bipolarismo statunitense proponendosi con un terzo partito.
Entrambi fallirono, com’è noto, perché “il sistema” politico Usa è disegnato apposta per limitare a solo due le proposte politiche, sostanzialmente simili o addirittura coincidenti (i “neocon”, inizialmente nati in ambito repubblicano, hanno poi informato anche l’establishment democrat, da Clinton a Obama e Biden).
E questa è stata la prima osservazione critica avanzata da Trump e dal mondo “Maga”: “Il sistema non è stato fatto per tre partiti. L’unica cosa a cui servono i Terzi Partiti è la creazione di CAOS...”
A vedere le dichiarazioni sugli obiettivi eventuali dell’“America Party” – il nome scelto per la nuova formazione – Musk sembra esserne perfettamente consapevole. D’altro canto non è nato negli Usa, e quindi non si potrebbe neanche candidare per la Casa Bianca. Ma ha la cittadinanza da abbastanza tempo per candidarsi alla Camera o al Senato. Nel suo primo tweet da “leader” è stato davvero esplicito: «Basterebbe concentrarsi sulla conquista di due o tre seggi al Senato e di otto-dieci alla Camera». Più un guastatore Calenda o un Renzi, insomma, che non un eversore della politica politicante che punta al bersaglio grosso...
Ma chiaramente il tempo non passa invano e il capitalismo statunitense, compresa la sua sfera politica, non è più quello degli anni ‘80. Il neoliberismo ha eroso profondamente il rapporto tra “pubblico” e “privato”, favorendo la selezione delle politiche pubbliche più consone allo sviluppo del business privato. Fino a rendere il “conflitto di interesse” pienamente legittimo, anziché un reato o qualcosa di profondamente disdicevole.
Basterebbe citare il recentissimo affarone fatto proprio da Trump con l’istituzione di una criptovaluta col suo nome in prossimità delle elezioni e del ritorno alla Casa Bianca, rastrellando centinaia di milioni di dollari per poi “sgonfiare” la bolla e scappare con l’incasso. Nemmeno Berlusconi aveva avuto una simile faccia tosta, ossia disprezzo per la “normalità democratica”...
È lo stesso Trump a rivelare come Musk lo avesse appoggiato in campagna elettorale proprio con un obiettivo simile: «[Abbiamo] appena approvato la legge più grande del suo genere nella storia del nostro Paese. È una legge grandiosa, ma, sfortunatamente per Elon, elimina il ridicolo mandato sui veicoli elettrici che avrebbe costretto tutti ad acquistare un’auto elettrica. Mi sono opposto fermamente a questo fin dall’inizio... Ho fatto campagna su questo argomento per due anni e quando Elon mi ha dato il suo appoggio totale e incondizionato, gli ho chiesto se sapesse o meno che avrei revocato il mandato».
Il problema, insomma, non è più di tipo “morale” – se sia lecito o no fare affari privatissimi usando il massimo potere politico – ma nella riduzione della “politica” a competizione tra grandi gruppi industriali e/o finanziari per dare un boost al proprio affare particolare.
In questa dinamica, alla lunga, scompare lo Stato come “comitato d’affari della borghesia”, mentre resta un apparato amministrativo-militare a disposizione di chi riesce a prenderne il timone, magari solo per sbarazzarsi dei concorrenti.
Ma scompare anche “l’interesse nazionale” che giustifica(va) tutte le varianti del “siamo tutti nella stessa barca” utili a compattare la popolazione facendo leva su sentimenti astratti senza alcuna corrispondenza con la realtà. E scompare, sempre più chiaramente, la capacità di formulare strategie di lungo periodo per il raggiungimento di obiettivi generali. Tutto decade a improvvisazione, interessi autocentrati, interventi spot che saranno rovesciati o implementati in modo occasionale.
Parlare ancora di “democrazia” in questo contesto è palesemente una presa per i fondelli. Lo stesso Corriere della Sera, resocontando la nuova impresa di Musk, è costretto a ricordare che “la politica americana costa”, certo più di quella di un paese periferico come l’Italia.
E fa anche i conti: “Elon nel 2024 ha stanziato 277 milioni per sostenere l’ex costruttore newyorkese... Quanto dovrebbe investire per tentare, per esempio, la scalata a due-tre seggi del Senato? Probabilmente servirebbero 250- 300 milioni di dollari, più o meno l’importo della donazione versata nelle casse di Trump”.
Non ci interessa ovviamente lanciarci nel toto-Musk. Il dato essenziale è che la competizione politica – in regime neoliberista, ossia nel capitalismo occidentale – è un affare che riguarda esclusivamente i possessori di grandi capitali (in proporzione all’importanza del paese interessato).
Sono loro gli unici davvero “liberi”, e l’unica “libertà” che sono pronti a difendere è la propria.
Gli altri – noi tutti – per loro siamo come il “parco buoi” in Borsa. Andiamo bene fino quanto portiamo i nostri spiccioli dentro il gioco che loro gestiscono. Ma non dobbiamo avere nulla a pretendere, perché “non contiamo un cazzo”.
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23/06/2025
Le due manifestazioni contro la guerra ci dicono cose importanti
Le due manifestazioni contro il riarmo e la guerra che hanno sfilato nelle strade di Roma sabato scorso, inducono a qualche considerazione utile per il presente e per il futuro.
Nel paese c’è una forte sensibilità contro le minacce di guerra che incombono nelle relazioni internazionali e nella tenuta democratica del “fronte interno”. Come questa sensibilità troverà la strada per darsi rappresentanza politica nel paese è ancora una incognita e una sfida tutta aperta.
La partecipazione di massa, niente affatto scontata ma visibile a tutti, rende superflua ogni guerra di cifre tra le due manifestazioni, anche perché i due cortei hanno indicato una composizione sociale – oltre che piattaforme e prospettive politiche – diverse tra loro.
La composizione sociale del corteo partito da Porta San Paolo non è andata oltre i soggetti tradizionali dell’associazionismo, del terzo settore, dei sindacati concertativi e di qualche residuale partito e realtà della sinistra radicale. Una composizione vista e ripetuta nel tempo che ripropone un consueto perimetro sociale, politico e culturale che si riproduce ma non si espande.
Quasi spontaneamente emerge la domanda su come dovrebbero sentirsi le migliaia di persone che, generosamente e magari dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri, hanno partecipato alla manifestazione partita da Porta San Paolo con vagonate di buone ragioni, ma che poi hanno visto la gestione politica delle stesse ragioni affidata quasi esclusivamente alle dichiarazioni dei vari Conte, Bonelli, Fratoianni. Per chi non ha un rapporto fideistico o stipendiale con tali leadership non deve essere proprio un piacere.
Dentro lo schema bipolarista che il sistema politico intende imporre come una gabbia alla dialettica politica nel paese, non c’è stato e non ci sarà spazio alle loro ragioni ma solo per quelle previste da tale schema.
Si fa invece francamente fatica a sorvolare sull’opportunismo di settori “di movimento antagonista” che, con una subalternità disarmante, hanno scelto di essere in quella piazza e in quella composizione sociale, dalla CUB che il giorno prima sciopera con i sindacati di base e il giorno dopo va in piazza con quelli concertativi, ai vari gruppi o collettivi ultracomunisti che pensano sempre di poter influenzare le piazze di altri ma ne vengono sempre e sistematicamente risucchiati.
Portare uno striscione contro la Nato o avere l’uscita dalla Nato come tema della piattaforma è cosa ben diversa e non produce certo risultati duraturi sul piano dell’orientamento e dell’azione politica.
Ancora una volta, dunque, vediamo zero spazio per l’autonomia dei movimenti contro la guerra, degli uomini e donne che li animano materialmente e un tentativo di ferreo controllo da parte della “politica”, un controllo visibile oggi per essere giocato domani sul piano elettorale per il campo largo e, se possibile, di governo.
Un destino amaro, ma che tale rimarrà, se non emergeranno nuove ipotesi di spazio ed espressione politica, sui temi della guerra e della pace sicuramente, ma anche più complessivamente sugli assetti politico-sociali del paese.
Diversamente la manifestazione partita da Piazza Vittorio ha mostrato materialmente un blocco sociale possibile e alternativo, fatto visibilmente di studenti, lavoratori, realtà sociali di lotta. Dagli occupanti delle case ai lavoratori della logistica, delle fabbriche, della ricerca e del Pubblico Impiego fino ai camionisti organizzatisi recentemente in modo indipendente con l’USB; e poi gli studenti di Cambiare Rotta, di OSA e del CAU fino alle strutture locali di Potere al Popolo, ai NO TAV e a molti altri comitati territoriali.
Da qui è derivata non solo la maggiore vivacità, combattività e nuova anagrafe politica del corteo ma anche la possibilità di una nuova composizione sociale e politica alternativa e indipendente dallo schema bipolare che si vorrebbe imporre.
Una condizione, questa, importante per costruire una prospettiva indipendente ma radicata nel complesso tessuto sociale, rifiutando il politicismo imperante a sinistra e mirando ad allargarsi alla nuova composizione di classe maturata nel paese.
Lo stesso sciopero generale del 20 giugno ha dimostrato come la realtà stessa stia producendo una politicizzazione della lotte sindacali suscitando tra i lavoratori una crescente attenzione e presa di coscienza sui pericoli di guerra e i danni derivanti dall’economia di guerra.
D’altra parte l’aggressione statunitense all’Iran, avvenuta nella notte tra il 21 ed il 22 giugno, è talmente grave e foriera di sviluppi drammatici per tutti, anche per il nostro paese, che potrebbe incrinare quella passività che da troppo tempo è stata ideologicamente assorbita dal mondo del lavoro. Lo sciopero del 20 si è posto appunto su questo crinale della contraddizione in antagonismo ai sindacati complici.
È una condizione nuova e di enorme interesse ma che, appunto, deve trovare all’appuntamento organizzazioni sindacali e ragionamenti come quelli messi in campo dall’USB e non comunicati formali che non si trasformano mai in azioni coerenti.
Le contraddizioni della realtà stanno infatti producendo condizioni nuove che lasciano intravedere un blocco sociale possibile da mettere in campo contro i governi e gli apparati che stanno portando l’umanità di nuovo dentro il gorgo del riarmo e della guerra.
La piena riuscita della manifestazione del Coordinamento Disarmiamoli del 21 giugno ci restituisce un ottimo risultato ma anche stimoli e indicazioni utili per il prossimo futuro.
Fonte
Nel paese c’è una forte sensibilità contro le minacce di guerra che incombono nelle relazioni internazionali e nella tenuta democratica del “fronte interno”. Come questa sensibilità troverà la strada per darsi rappresentanza politica nel paese è ancora una incognita e una sfida tutta aperta.
La partecipazione di massa, niente affatto scontata ma visibile a tutti, rende superflua ogni guerra di cifre tra le due manifestazioni, anche perché i due cortei hanno indicato una composizione sociale – oltre che piattaforme e prospettive politiche – diverse tra loro.
La composizione sociale del corteo partito da Porta San Paolo non è andata oltre i soggetti tradizionali dell’associazionismo, del terzo settore, dei sindacati concertativi e di qualche residuale partito e realtà della sinistra radicale. Una composizione vista e ripetuta nel tempo che ripropone un consueto perimetro sociale, politico e culturale che si riproduce ma non si espande.
Quasi spontaneamente emerge la domanda su come dovrebbero sentirsi le migliaia di persone che, generosamente e magari dopo aver viaggiato per centinaia di chilometri, hanno partecipato alla manifestazione partita da Porta San Paolo con vagonate di buone ragioni, ma che poi hanno visto la gestione politica delle stesse ragioni affidata quasi esclusivamente alle dichiarazioni dei vari Conte, Bonelli, Fratoianni. Per chi non ha un rapporto fideistico o stipendiale con tali leadership non deve essere proprio un piacere.
Dentro lo schema bipolarista che il sistema politico intende imporre come una gabbia alla dialettica politica nel paese, non c’è stato e non ci sarà spazio alle loro ragioni ma solo per quelle previste da tale schema.
Si fa invece francamente fatica a sorvolare sull’opportunismo di settori “di movimento antagonista” che, con una subalternità disarmante, hanno scelto di essere in quella piazza e in quella composizione sociale, dalla CUB che il giorno prima sciopera con i sindacati di base e il giorno dopo va in piazza con quelli concertativi, ai vari gruppi o collettivi ultracomunisti che pensano sempre di poter influenzare le piazze di altri ma ne vengono sempre e sistematicamente risucchiati.
Portare uno striscione contro la Nato o avere l’uscita dalla Nato come tema della piattaforma è cosa ben diversa e non produce certo risultati duraturi sul piano dell’orientamento e dell’azione politica.
Ancora una volta, dunque, vediamo zero spazio per l’autonomia dei movimenti contro la guerra, degli uomini e donne che li animano materialmente e un tentativo di ferreo controllo da parte della “politica”, un controllo visibile oggi per essere giocato domani sul piano elettorale per il campo largo e, se possibile, di governo.
Un destino amaro, ma che tale rimarrà, se non emergeranno nuove ipotesi di spazio ed espressione politica, sui temi della guerra e della pace sicuramente, ma anche più complessivamente sugli assetti politico-sociali del paese.
Diversamente la manifestazione partita da Piazza Vittorio ha mostrato materialmente un blocco sociale possibile e alternativo, fatto visibilmente di studenti, lavoratori, realtà sociali di lotta. Dagli occupanti delle case ai lavoratori della logistica, delle fabbriche, della ricerca e del Pubblico Impiego fino ai camionisti organizzatisi recentemente in modo indipendente con l’USB; e poi gli studenti di Cambiare Rotta, di OSA e del CAU fino alle strutture locali di Potere al Popolo, ai NO TAV e a molti altri comitati territoriali.
Da qui è derivata non solo la maggiore vivacità, combattività e nuova anagrafe politica del corteo ma anche la possibilità di una nuova composizione sociale e politica alternativa e indipendente dallo schema bipolare che si vorrebbe imporre.
Una condizione, questa, importante per costruire una prospettiva indipendente ma radicata nel complesso tessuto sociale, rifiutando il politicismo imperante a sinistra e mirando ad allargarsi alla nuova composizione di classe maturata nel paese.
Lo stesso sciopero generale del 20 giugno ha dimostrato come la realtà stessa stia producendo una politicizzazione della lotte sindacali suscitando tra i lavoratori una crescente attenzione e presa di coscienza sui pericoli di guerra e i danni derivanti dall’economia di guerra.
D’altra parte l’aggressione statunitense all’Iran, avvenuta nella notte tra il 21 ed il 22 giugno, è talmente grave e foriera di sviluppi drammatici per tutti, anche per il nostro paese, che potrebbe incrinare quella passività che da troppo tempo è stata ideologicamente assorbita dal mondo del lavoro. Lo sciopero del 20 si è posto appunto su questo crinale della contraddizione in antagonismo ai sindacati complici.
È una condizione nuova e di enorme interesse ma che, appunto, deve trovare all’appuntamento organizzazioni sindacali e ragionamenti come quelli messi in campo dall’USB e non comunicati formali che non si trasformano mai in azioni coerenti.
Le contraddizioni della realtà stanno infatti producendo condizioni nuove che lasciano intravedere un blocco sociale possibile da mettere in campo contro i governi e gli apparati che stanno portando l’umanità di nuovo dentro il gorgo del riarmo e della guerra.
La piena riuscita della manifestazione del Coordinamento Disarmiamoli del 21 giugno ci restituisce un ottimo risultato ma anche stimoli e indicazioni utili per il prossimo futuro.
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06/02/2020
Farsi largo a gomitate
Per quanto ridotta a poca cosa, la “politica” italiana ha visto chiudersi un’altra fase. È anche abbastanza facile capire che cosa non c’è più, mentre è come sempre indispensabile capire bene cosa c’è ora e cosa non c’è, ma servirebbe come l’aria.
Il segno peggiore del presente – lo abbiamo scritto nei giorni della tenzone emiliana – è una frase ripetuta spesso dai passanti ai banchetti di Potere al Popolo: “la firma ve la do, ma il voto no; ho paura che vinca Salvini”. Le conseguenze pratiche si sono viste alle urne: ritorno del bi-polarismo (anche in senso psichiatrico di massa) e cancellazione delle alternative. Tutte, di qualunque tipo.
Facile dunque riconoscere il dominio della paura nel discorso pubblico, in doppia versione: da un lato Salvini e la destra che diffondono come untori la paura del diverso (i migranti, gli spacciatori, i cinesi infetti e ogni giorno un’altra fobia), dall’altro il Pd – supportato da un “movimento sardinista” creato appositamente – che gioca sulla paura di Salvini.
Entrambe le “parti” utilizzano il terrore – più o meno inventato o gonfiato – per nascondere l’elemento che le rende assolutamente identiche: le politiche neoliberiste che impoveriscono parti sempre più estese della popolazione.
Dopo un decennio, insomma, si è chiusa la stagione del “vaffa” di massa, inventato da Beppe Grillo e cavalcato malamente dal movimento Cinque Stelle. In cui il malessere sociale originato da un sistema sociale profondamente diseguale e in aperta crisi veniva trasformato in rifiuto della “kasta”, salvando così “il sistema” ed eliminandone soltanto la parte più in vista: “i politici”.
Qualunque giudizio si voglia dare dei “grillini” – e il nostro non è mai stato tenero – hanno rappresentato per un decennio “l’alternativa” sul piano politico ed elettorale, riuscendo per un momento a rompere lo schema blindato del bipolarismo obbligato. Non possedevano una visione alternativa di società, non proponevano “riforme strutturali del sistema economico”, non prendevano posizione sulle ingiustizie sociali più clamorose. Ma quel poco che sbandieravano appariva quasi “rivoluzionario”: legalità, reddito di cittadinanza, abolizione di alcuni privilegi (soltanto per il ceto politico).
Un insieme di parole d’ordine astrattamente convincenti, ma praticamente ambigue. Una cosa è perseguire finalmente i grandi evasori fiscali (cosa impegnativa e infatti non riuscita), tutt’altra è perseguitare le occupazioni abitative e per attività sociali (facilissimo e con il consenso unanime della destra parafascista e dei “democratici” legge-e-ordine).
È stato il decennio del voto per vendetta, del defenestramento dei partiti purchessia. Mentre l’establishment li sostituiva rapidamente con leader imposti a forza di campagne mediatiche centralizzate (Matteo Renzi prima, ma già con l’“altro Matteo” che veniva accompagnato ai primi posti del palcoscenico, pronto a sostituirlo).
Anche l’apparizione di Potere al Popolo è giunta al culmine di questa fase e ha raccolto alcune delle “caratteristiche” che sembravano aver reso vincenti e convincenti i Cinque Stelle: “uno vale uno”, l’uso della piattaforma informatica, un linguaggio meno legato agli stilemi della “vecchia sinistra”, il potere delle assemblee, l’assenza ed il rifiuto dei “professionisti della politica”, di una “direzione centrale”, ecc.
Ma in poco più di due anni quella fase della politica nazionale è giunta alla fine. È semplicemente necessario prenderne atto e identificare le caratteristiche essenziali di quella che si è aperta.
Siamo al tredicesimo anno della crisi economica più lunga della storia. E in paesi come il nostro gli effetti sociali sono più profondi e devastanti che altrove. Un’intera generazione è diventata adulta senza aver conosciuto nessun periodo di “crescita”. Dunque senza quella fiduciosa attesa di un periodo più florido, con maggiore benessere per tutti, sebbene in misura fortemente diseguale, che aveva segnato la cultura – il “senso comune” – dei propri padri e nonni.
Fossimo nell’America dei film, potremmo dire che c’è ora una generazione che non vede futuro migliore. Che o emigra o si devasta. E questa condizione è fonte di preoccupazione forte per le generazioni precedenti, che stanno subendo – dai rapporti di lavoro ai salari, dai servizi pubblici ai trattamenti pensionistici – un peggioramento costante, di cui non si intravede fine.
Da qui nasce la paura e l’insicurezza di massa. Qui c’è il sentiment oggettivo su cui lavorano gli strateghi del terrore elettorale, coadiuvati e coccolati da una sistema mediatico mai così servile come oggi (e del resto la concentrazione della proprietà delle testate non è mai stata così ristretta).
A questa paura – alla condizione reale di vita di decine milioni di persone – va data una risposta alta, di sistema. Se un modo di produrre e di vivere non funziona più, se non garantisce più “benessere per tutti” (per quanto diseguale...), occorre individuare ed indicare un altro modo che sia concretamente realizzabile in questo mondo, non in quello dei sogni o di un imprecisabile ma lontano futuro.
Non serve (solo) una formula “acchiappesca”, di natura ideologica o di marketing. Occorre una via d’uscita da una realtà da incubo, su cui organizzare la marcia del nostro “blocco sociale”, che si può consolidare come insieme solo camminando insieme.
Questo è lo spazio politico immenso che è possibile, necessario e faticoso coprire. È lo spazio di una alternativa radicale e complessiva al sistema di produzione e vita attuale. Qui, in questo Paese e in questa parte del pianeta. Questa è infatti l’esigenza che arriva dall’insicurezza sul futuro e a cui non si può dare risposta con mezze misure, mezzi programmi, qualche promessa.
Questo spazio politico e sociale va costruito, riempito di idee, pratiche, corpi, organizzazione, indipendenza culturale dal mainstream reazionario. Non esiste se non lo si fa esistere con l’intervento politico e sociale, facendosi largo a gomitate.
Ma è uno spazio che non si traduce immediatamente in uno spazio elettorale. Anzi, mai come in questo momento lo spazio elettorale è stato così ristretto, blindato, inchiavardato dalle serrature del “bipolarismo obbligato” fondato su due paure speculari. Attendersi “risultati vincenti” sarebbe da illusi. Misurare l’utilità di una partecipazione elettorale con il metro dell’“eleggere” consiglieri e deputati è, in fondo, il tumore intellettuale che ha distrutto “la sinistra”. E che non la farà “rinascere”, se non si abbandona questa distorsione che i fatti si sono già incaricati di demolire.
Siamo insomma a un punto di crisi che richiede una capacità di cambiare logica e modo di fare. E quando si arriva a questo punto, in genere, due sono le reazioni istintive più comuni: rifugiarsi nel locale, nell’attività sociale a chilometro zero, rinviando ad altri tempi l’ambizione di “cambiare il sistema”; oppure diluirsi nelle “alleanze elettorali più inclusive”, affidando alla (sempre meno probabile) eventualità di “eleggere” qualcuno il ruolo di “punto fermo” su cui ricostruire una rappresentanza politica “altra”.
In entrambi i casi, ce lo dice la Storia del movimento operaio, non c’è futuro politico.
Facciamo degli esempi concreti. Tanti compagni fanno intervento sociale, ben radicati in (alcuni) quartieri popolari. Alcuni magari gestiscono storiche occupazioni abitative; hanno creato asili nido, sportelli sociali; organizzano le proteste – e l’interlocuzione istituzionale – quando i servizi pubblici vanno in tilt, ecc.
Se si votasse per un consiglio territoriale molto ristretto, avrebbero certamente la maggioranza assoluta. Ma già nel voto per il Comune, quegli stessi “elettori” molto probabilmente voteranno (votano) qualcun altro. Per la paura del Salvini di turno o per motivi biecamente clientelari (una promessa di lavoro per un figlio, ecc). Se poi si va al voto per le regionali o le politiche nazionali, il “partito” di quei compagni sarebbe votato soltanto dai “fedelissimi”.
Cosa significa? Che o hai una risposta per la paura del futuro, e dunque una credibile risposta di sistema, oppure sei soltanto un simpatico ragazzo, magari anche attempato, che viene chiamato quando c’è un problema spicciolo. Ma a cui non affideresti il Paese.
Il problema, dunque, è come acquisire credibilità. Per farlo occorre certamente avere una visione sociale “dal basso”, ed è la parte più facile; ma senza una visione anche “dall’alto” è impossibile tracciare la strada del cambiamento radicale.
Fonte
Il segno peggiore del presente – lo abbiamo scritto nei giorni della tenzone emiliana – è una frase ripetuta spesso dai passanti ai banchetti di Potere al Popolo: “la firma ve la do, ma il voto no; ho paura che vinca Salvini”. Le conseguenze pratiche si sono viste alle urne: ritorno del bi-polarismo (anche in senso psichiatrico di massa) e cancellazione delle alternative. Tutte, di qualunque tipo.
Facile dunque riconoscere il dominio della paura nel discorso pubblico, in doppia versione: da un lato Salvini e la destra che diffondono come untori la paura del diverso (i migranti, gli spacciatori, i cinesi infetti e ogni giorno un’altra fobia), dall’altro il Pd – supportato da un “movimento sardinista” creato appositamente – che gioca sulla paura di Salvini.
Entrambe le “parti” utilizzano il terrore – più o meno inventato o gonfiato – per nascondere l’elemento che le rende assolutamente identiche: le politiche neoliberiste che impoveriscono parti sempre più estese della popolazione.
Dopo un decennio, insomma, si è chiusa la stagione del “vaffa” di massa, inventato da Beppe Grillo e cavalcato malamente dal movimento Cinque Stelle. In cui il malessere sociale originato da un sistema sociale profondamente diseguale e in aperta crisi veniva trasformato in rifiuto della “kasta”, salvando così “il sistema” ed eliminandone soltanto la parte più in vista: “i politici”.
Qualunque giudizio si voglia dare dei “grillini” – e il nostro non è mai stato tenero – hanno rappresentato per un decennio “l’alternativa” sul piano politico ed elettorale, riuscendo per un momento a rompere lo schema blindato del bipolarismo obbligato. Non possedevano una visione alternativa di società, non proponevano “riforme strutturali del sistema economico”, non prendevano posizione sulle ingiustizie sociali più clamorose. Ma quel poco che sbandieravano appariva quasi “rivoluzionario”: legalità, reddito di cittadinanza, abolizione di alcuni privilegi (soltanto per il ceto politico).
Un insieme di parole d’ordine astrattamente convincenti, ma praticamente ambigue. Una cosa è perseguire finalmente i grandi evasori fiscali (cosa impegnativa e infatti non riuscita), tutt’altra è perseguitare le occupazioni abitative e per attività sociali (facilissimo e con il consenso unanime della destra parafascista e dei “democratici” legge-e-ordine).
È stato il decennio del voto per vendetta, del defenestramento dei partiti purchessia. Mentre l’establishment li sostituiva rapidamente con leader imposti a forza di campagne mediatiche centralizzate (Matteo Renzi prima, ma già con l’“altro Matteo” che veniva accompagnato ai primi posti del palcoscenico, pronto a sostituirlo).
Anche l’apparizione di Potere al Popolo è giunta al culmine di questa fase e ha raccolto alcune delle “caratteristiche” che sembravano aver reso vincenti e convincenti i Cinque Stelle: “uno vale uno”, l’uso della piattaforma informatica, un linguaggio meno legato agli stilemi della “vecchia sinistra”, il potere delle assemblee, l’assenza ed il rifiuto dei “professionisti della politica”, di una “direzione centrale”, ecc.
Ma in poco più di due anni quella fase della politica nazionale è giunta alla fine. È semplicemente necessario prenderne atto e identificare le caratteristiche essenziali di quella che si è aperta.
Siamo al tredicesimo anno della crisi economica più lunga della storia. E in paesi come il nostro gli effetti sociali sono più profondi e devastanti che altrove. Un’intera generazione è diventata adulta senza aver conosciuto nessun periodo di “crescita”. Dunque senza quella fiduciosa attesa di un periodo più florido, con maggiore benessere per tutti, sebbene in misura fortemente diseguale, che aveva segnato la cultura – il “senso comune” – dei propri padri e nonni.
Fossimo nell’America dei film, potremmo dire che c’è ora una generazione che non vede futuro migliore. Che o emigra o si devasta. E questa condizione è fonte di preoccupazione forte per le generazioni precedenti, che stanno subendo – dai rapporti di lavoro ai salari, dai servizi pubblici ai trattamenti pensionistici – un peggioramento costante, di cui non si intravede fine.
Da qui nasce la paura e l’insicurezza di massa. Qui c’è il sentiment oggettivo su cui lavorano gli strateghi del terrore elettorale, coadiuvati e coccolati da una sistema mediatico mai così servile come oggi (e del resto la concentrazione della proprietà delle testate non è mai stata così ristretta).
A questa paura – alla condizione reale di vita di decine milioni di persone – va data una risposta alta, di sistema. Se un modo di produrre e di vivere non funziona più, se non garantisce più “benessere per tutti” (per quanto diseguale...), occorre individuare ed indicare un altro modo che sia concretamente realizzabile in questo mondo, non in quello dei sogni o di un imprecisabile ma lontano futuro.
Non serve (solo) una formula “acchiappesca”, di natura ideologica o di marketing. Occorre una via d’uscita da una realtà da incubo, su cui organizzare la marcia del nostro “blocco sociale”, che si può consolidare come insieme solo camminando insieme.
Questo è lo spazio politico immenso che è possibile, necessario e faticoso coprire. È lo spazio di una alternativa radicale e complessiva al sistema di produzione e vita attuale. Qui, in questo Paese e in questa parte del pianeta. Questa è infatti l’esigenza che arriva dall’insicurezza sul futuro e a cui non si può dare risposta con mezze misure, mezzi programmi, qualche promessa.
Questo spazio politico e sociale va costruito, riempito di idee, pratiche, corpi, organizzazione, indipendenza culturale dal mainstream reazionario. Non esiste se non lo si fa esistere con l’intervento politico e sociale, facendosi largo a gomitate.
Ma è uno spazio che non si traduce immediatamente in uno spazio elettorale. Anzi, mai come in questo momento lo spazio elettorale è stato così ristretto, blindato, inchiavardato dalle serrature del “bipolarismo obbligato” fondato su due paure speculari. Attendersi “risultati vincenti” sarebbe da illusi. Misurare l’utilità di una partecipazione elettorale con il metro dell’“eleggere” consiglieri e deputati è, in fondo, il tumore intellettuale che ha distrutto “la sinistra”. E che non la farà “rinascere”, se non si abbandona questa distorsione che i fatti si sono già incaricati di demolire.
Siamo insomma a un punto di crisi che richiede una capacità di cambiare logica e modo di fare. E quando si arriva a questo punto, in genere, due sono le reazioni istintive più comuni: rifugiarsi nel locale, nell’attività sociale a chilometro zero, rinviando ad altri tempi l’ambizione di “cambiare il sistema”; oppure diluirsi nelle “alleanze elettorali più inclusive”, affidando alla (sempre meno probabile) eventualità di “eleggere” qualcuno il ruolo di “punto fermo” su cui ricostruire una rappresentanza politica “altra”.
In entrambi i casi, ce lo dice la Storia del movimento operaio, non c’è futuro politico.
Facciamo degli esempi concreti. Tanti compagni fanno intervento sociale, ben radicati in (alcuni) quartieri popolari. Alcuni magari gestiscono storiche occupazioni abitative; hanno creato asili nido, sportelli sociali; organizzano le proteste – e l’interlocuzione istituzionale – quando i servizi pubblici vanno in tilt, ecc.
Se si votasse per un consiglio territoriale molto ristretto, avrebbero certamente la maggioranza assoluta. Ma già nel voto per il Comune, quegli stessi “elettori” molto probabilmente voteranno (votano) qualcun altro. Per la paura del Salvini di turno o per motivi biecamente clientelari (una promessa di lavoro per un figlio, ecc). Se poi si va al voto per le regionali o le politiche nazionali, il “partito” di quei compagni sarebbe votato soltanto dai “fedelissimi”.
Cosa significa? Che o hai una risposta per la paura del futuro, e dunque una credibile risposta di sistema, oppure sei soltanto un simpatico ragazzo, magari anche attempato, che viene chiamato quando c’è un problema spicciolo. Ma a cui non affideresti il Paese.
Il problema, dunque, è come acquisire credibilità. Per farlo occorre certamente avere una visione sociale “dal basso”, ed è la parte più facile; ma senza una visione anche “dall’alto” è impossibile tracciare la strada del cambiamento radicale.
Fonte
28/01/2020
Fussi elettorali. Guardiamo in faccia la realtà...
Non condivido lo sperticarsi nel sostenere un approccio alle tornate elettorali che ha dimostrato sufficientemente la propria inutilità (oltretutto quando alle spalle ha una visione del mondo che si limita a retorica da manifestazione e relativo volantino da distribuire in strada, ma è quasi del tutto priva di spessore intellettuale), comunque largo alle opinioni sulla faccenda.
Il giorno dopo le elezioni si sprecano le “analisi”. Dilettanti e professionisti della politica si interrogano e si danno una spiegazione, in genere per confermare i propri pregiudizi (in senso tecnico: i giudizi dati prima delle elezioni stesse, nonostante il risultato sia stato quasi sempre per loro “sorprendente”).
Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, ad esempio, questo sforzo di “analisi” – soprattutto “a sinistra” – si riduce al solito “se vi univate prima sareste stati più credibili”, alludendo al fatto che si sono presentate ben tre liste non apparentate con il Pd, tutte finite ben sotto l’1%. Messe insieme – con uno sforzo considerevole, viste le ampie differenze di visione e di pratica politica – avrebbero a malapena raggiunto proprio l’1%. Ossia il livello che da qualche anno ricevono liste “unitarie” partite con lo scopo di “creare un campo più largo”. Chiacchiere, diciamolo chiaro.
Nessuna considerazione arriva, invece, sulle condizioni strategiche in cui tutti viviamo da almeno tre decenni (da dopo la “caduta del Muro”, che ha gravemente menomato la credibilità sociale della nostra “visione del mondo,” e la firma dei trattati da Maastricht in poi, che hanno sottratto molta della “sovranità” agli Stati nazionali e quindi svuotato “la politica” di gran parte delle sue possibilità di azione).
Nessuna considerazione – ed è ancor più sorprendente – sul gioco truccato con le leggi elettorali “maggioritarie”, che costringono il singolo elettore a scegliere non la forza politica e il candidato che sente “più vicino”, ma quelli “meno lontani”, perché con quelle regole lo scopo diventa impedire che qualcun altro vinca. Non vincere.
Ma abbandoniamo subito questo livello di dibattito da social, e vediamo di analizzare obiettivamente i flussi elettorali reali – quelli sui “grandi numeri” – per comprendere più realisticamente la “psicologia politica di massa” oggi in Italia.
Ci aiutiamo con il lavoro dell’Istituto Cattaneo, unanimemente considerato il massimo della scientificità statistica in materia.
“Da dove deriva dunque il successo, superiore rispetto alle aspettative, per Bonaccini e per il centrosinistra? L’analisi dei flussi elettorali che abbiamo condotto su 4 città (Forlì, Ferrara, Parma, Ravenna) mette in rilievo il ruolo determinante dei cinquestelle sull’esito del voto. I due candidati hanno fatto quasi il pieno dei rispettivi elettorati (Figure 2 e 3), quindi le scelte degli elettori delle terze forze – in particolar modo del M5s – si sono rivelate decisive.”
Fin dall’inizio, dunque, l’analisi del Cattaneo coglie la dinamica evidente in queste elezioni: chi in precedenza aveva votato Cinque Stelle ha stavolta preferito appoggiare Bonaccini e il Pd pur di battere Salvini (Lucia Borgonzoni, da sola, non avrebbe messo paura a nessuno).
Un dato che può essere persino disaggregato per singole città, restituendo un quadro univoco:
“Come mostra il Grafico 1, molti elettori pentastellati (il 71,5% a Forlì, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara) hanno scelto la candidatura di Bonaccini e solo una minoranza ha deciso di optare per il candidato del M5s (Simone Benini) o per il centrodestra di Borgonzoni. Nello specifico, gli elettori del M5s alle Europee 2019 che hanno scelto Benini sono stati il 23,4% a Ferrara, il 16,6% a Parma, il 12,6% a Forlì”.
Si può naturalmente discutere se il candidato scelto dal M5S fosse il migliore, il più popolare e riconosciuto anche tra i suoi. Ma scostamenti così consistenti (tra il 50 e il 70%!) non possono davvero essere spiegati con il giudizio poco lusinghiero sul “proprio” candidato. Ci deve essere una ragione politica molto più costrittiva.
La stessa dinamica, infatti, si osserva anche tra gli elettori che in precedenza sosteneva la “sinistra radicale”.
“Va evidenziata anche la capacità di Bonaccini di conquistare voti tra gli elettori delle liste di “sinistra”. Nel caso di Ferrara, ad esempio, il 61,4% di chi nel 2019 aveva votato per un partito a sinistra del PD ha scelto Bonaccini, e in misura superiore lo stesso fenomeno si è osservato anche a Forlì (71,4%).”
A Folrì, insomma, il 74% degli elettori “di sinistra” ha votato per Bonaccini. Addirittura oltre il 90% a Ravenna, oltre il 60 a Ferrara...
Alla base di questi flussi, insomma, c’è chiaramente la paura, non una convinzione politica positiva. Chi è andato a votare era indifferente a qualsiasi “contenuto programmatico” o bandiera ideale. Lo ha fatto per stoppare quello che era considerato un pericolo mortale. O comunque talmente grande da superare anche le obiezioni critiche contro Pd, Bonaccini, sistema delle cooperative, strapotere Unipol e gestione privatistica delle “partecipate”, nonché i tagli alla sanità e al trasporto pubblici.
Avrebbero votato anche una sedia vuota. L’importante era che non vincesse la Lega. È questo l’effetto della “peste del voto utile”, che divora ogni possibile alternativa imponendo la confluenza sul “meno peggio”.
Ma se è così, allora non ha alcun senso positivo star lì a questionare sulla “mancanza di unità” tra le forze a sinistra del Pd. Serve solo a deprimersi ancora di più e ad approfondire i rancori. Ossia quello che è già avvenuto dopo ogni elezione in cui si “faceva la lista unitaria” per poi scioglierla all’indomani di un voto inevitabilmente deludente (è dal 1994 che si vota con il sistema maggioritario e “per battere la destra” – prima Berlusconi, ora Salvini).
Per essere “credibili” anche sul piano elettorale serve una visione del mondo altrettanto credibile (non un “annacquamento” delle proprie ragioni o lo sbandieramento ideologico indifferente alle “condizioni storicamente determinate”). Se “il comunismo” non è più una visione del mondo “popolare”, e non si fa granché per restituirgli la capacità di spiegare come funziona questo mondo e trovare la strada per superarne i limiti, come si può pretendere di essere “premiati” con il voto?
Serve aver seminato radicamento territoriale con pratiche che aiutano effettivamente il nostro “blocco sociale” a superare almeno alcuni dei problemi che deve affrontare quotidianamente. Serve organizzazione funzionante, solidarietà effettiva tra situazioni anche lontane tra loro; non apatia, individualismo, autoconsolazione e impotenza.
Serve alzare lo sguardo dal proprio orticello improduttivo e riconoscere nell’agire collettivo l’unica via per ritrovare “corpo”, attività e presenza non irrilevante. Anche sul piano elettorale, prima o poi. Perché si raccoglie quel che si è seminato e curato, non altro.
Fonte
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Il giorno dopo le elezioni si sprecano le “analisi”. Dilettanti e professionisti della politica si interrogano e si danno una spiegazione, in genere per confermare i propri pregiudizi (in senso tecnico: i giudizi dati prima delle elezioni stesse, nonostante il risultato sia stato quasi sempre per loro “sorprendente”).
Per quanto riguarda l’Emilia Romagna, ad esempio, questo sforzo di “analisi” – soprattutto “a sinistra” – si riduce al solito “se vi univate prima sareste stati più credibili”, alludendo al fatto che si sono presentate ben tre liste non apparentate con il Pd, tutte finite ben sotto l’1%. Messe insieme – con uno sforzo considerevole, viste le ampie differenze di visione e di pratica politica – avrebbero a malapena raggiunto proprio l’1%. Ossia il livello che da qualche anno ricevono liste “unitarie” partite con lo scopo di “creare un campo più largo”. Chiacchiere, diciamolo chiaro.
Nessuna considerazione arriva, invece, sulle condizioni strategiche in cui tutti viviamo da almeno tre decenni (da dopo la “caduta del Muro”, che ha gravemente menomato la credibilità sociale della nostra “visione del mondo,” e la firma dei trattati da Maastricht in poi, che hanno sottratto molta della “sovranità” agli Stati nazionali e quindi svuotato “la politica” di gran parte delle sue possibilità di azione).
Nessuna considerazione – ed è ancor più sorprendente – sul gioco truccato con le leggi elettorali “maggioritarie”, che costringono il singolo elettore a scegliere non la forza politica e il candidato che sente “più vicino”, ma quelli “meno lontani”, perché con quelle regole lo scopo diventa impedire che qualcun altro vinca. Non vincere.
Ma abbandoniamo subito questo livello di dibattito da social, e vediamo di analizzare obiettivamente i flussi elettorali reali – quelli sui “grandi numeri” – per comprendere più realisticamente la “psicologia politica di massa” oggi in Italia.
Ci aiutiamo con il lavoro dell’Istituto Cattaneo, unanimemente considerato il massimo della scientificità statistica in materia.
“Da dove deriva dunque il successo, superiore rispetto alle aspettative, per Bonaccini e per il centrosinistra? L’analisi dei flussi elettorali che abbiamo condotto su 4 città (Forlì, Ferrara, Parma, Ravenna) mette in rilievo il ruolo determinante dei cinquestelle sull’esito del voto. I due candidati hanno fatto quasi il pieno dei rispettivi elettorati (Figure 2 e 3), quindi le scelte degli elettori delle terze forze – in particolar modo del M5s – si sono rivelate decisive.”
Fin dall’inizio, dunque, l’analisi del Cattaneo coglie la dinamica evidente in queste elezioni: chi in precedenza aveva votato Cinque Stelle ha stavolta preferito appoggiare Bonaccini e il Pd pur di battere Salvini (Lucia Borgonzoni, da sola, non avrebbe messo paura a nessuno).
Un dato che può essere persino disaggregato per singole città, restituendo un quadro univoco:
“Come mostra il Grafico 1, molti elettori pentastellati (il 71,5% a Forlì, il 62,7% a Parma, il 48,1% a Ferrara) hanno scelto la candidatura di Bonaccini e solo una minoranza ha deciso di optare per il candidato del M5s (Simone Benini) o per il centrodestra di Borgonzoni. Nello specifico, gli elettori del M5s alle Europee 2019 che hanno scelto Benini sono stati il 23,4% a Ferrara, il 16,6% a Parma, il 12,6% a Forlì”.
Si può naturalmente discutere se il candidato scelto dal M5S fosse il migliore, il più popolare e riconosciuto anche tra i suoi. Ma scostamenti così consistenti (tra il 50 e il 70%!) non possono davvero essere spiegati con il giudizio poco lusinghiero sul “proprio” candidato. Ci deve essere una ragione politica molto più costrittiva.
La stessa dinamica, infatti, si osserva anche tra gli elettori che in precedenza sosteneva la “sinistra radicale”.
“Va evidenziata anche la capacità di Bonaccini di conquistare voti tra gli elettori delle liste di “sinistra”. Nel caso di Ferrara, ad esempio, il 61,4% di chi nel 2019 aveva votato per un partito a sinistra del PD ha scelto Bonaccini, e in misura superiore lo stesso fenomeno si è osservato anche a Forlì (71,4%).”
A Folrì, insomma, il 74% degli elettori “di sinistra” ha votato per Bonaccini. Addirittura oltre il 90% a Ravenna, oltre il 60 a Ferrara...
Alla base di questi flussi, insomma, c’è chiaramente la paura, non una convinzione politica positiva. Chi è andato a votare era indifferente a qualsiasi “contenuto programmatico” o bandiera ideale. Lo ha fatto per stoppare quello che era considerato un pericolo mortale. O comunque talmente grande da superare anche le obiezioni critiche contro Pd, Bonaccini, sistema delle cooperative, strapotere Unipol e gestione privatistica delle “partecipate”, nonché i tagli alla sanità e al trasporto pubblici.
Avrebbero votato anche una sedia vuota. L’importante era che non vincesse la Lega. È questo l’effetto della “peste del voto utile”, che divora ogni possibile alternativa imponendo la confluenza sul “meno peggio”.
Ma se è così, allora non ha alcun senso positivo star lì a questionare sulla “mancanza di unità” tra le forze a sinistra del Pd. Serve solo a deprimersi ancora di più e ad approfondire i rancori. Ossia quello che è già avvenuto dopo ogni elezione in cui si “faceva la lista unitaria” per poi scioglierla all’indomani di un voto inevitabilmente deludente (è dal 1994 che si vota con il sistema maggioritario e “per battere la destra” – prima Berlusconi, ora Salvini).
Per essere “credibili” anche sul piano elettorale serve una visione del mondo altrettanto credibile (non un “annacquamento” delle proprie ragioni o lo sbandieramento ideologico indifferente alle “condizioni storicamente determinate”). Se “il comunismo” non è più una visione del mondo “popolare”, e non si fa granché per restituirgli la capacità di spiegare come funziona questo mondo e trovare la strada per superarne i limiti, come si può pretendere di essere “premiati” con il voto?
Serve aver seminato radicamento territoriale con pratiche che aiutano effettivamente il nostro “blocco sociale” a superare almeno alcuni dei problemi che deve affrontare quotidianamente. Serve organizzazione funzionante, solidarietà effettiva tra situazioni anche lontane tra loro; non apatia, individualismo, autoconsolazione e impotenza.
Serve alzare lo sguardo dal proprio orticello improduttivo e riconoscere nell’agire collettivo l’unica via per ritrovare “corpo”, attività e presenza non irrilevante. Anche sul piano elettorale, prima o poi. Perché si raccoglie quel che si è seminato e curato, non altro.
Fonte
27/01/2020
Torna il “bipolarismo obbligato” fondato sulla paura
La mattina dopo, a schede quasi tutte scrutinate, tirare le somme è un dovere. L’Emilia Romagna è rimasta al Pd e a Stefano Bonaccini, rovesciando le previsioni della vigilia, ossia dei sondaggi che davano Salvini e la deriva fascioleghista trionfante.
La “marea nera” – o più banalmente la solita destra conservatrice italica, immutabile da sempre sotto il frenetico susseguirsi di liste dai nomi più diversi (c’era persino un “Popolo delle libertà” ad affiancare “Forza Italia”, come nemmeno negli sketch migliori dei fratelli Guzzanti...), ha invece prevalso in Calabria, sostituendo un’amministrazione targata Pd travolta dalle inchieste sulla ‘ndrangheta (che deve aver perciò velocissimamente cambiato cavallo...).
Il “voto nazionale” era però concentrato in Emilia Romagna, ed è su questo risultato che si deve concentrare l’attenzione per ricavarne indicazioni generali.
Intanto i numeri.
Stefano Bonaccini ha preso il 51,4%, Lucia Borgonzoni il 43,68. Il candidato grillino, Simone Benini, il 3,46.
Dietro, tutti molto sotto l’1%.
Torna il “bipolarismo obbligato”
La prima considerazione è matematica: finisce qui la breve stagione del “tripolarismo”, segnata dalla presenza dei Cinque Stelle. Si torna allo schema bipolare, fondato sulla paura. In questo la separazione ridicola dei due schieramenti in una destra e una “sinistra” è totalmente funzionale all’imprigionamento del voto popolare. Esattamente come il “poliziotto cattivo” e quello “buono” in questura: entrambi “lavorano” per mandarti in galera, ma si dividono le parti perché tu ti dimentichi che prendono lo stipendio dallo stesso ufficio.
La prova? Sta nella differenza evidente tra voti ai partiti che appoggiavano le diverse liste. Bonaccini ha avuto il 3,2% in più dei voti alle liste, mentre la Borgonzoni quasi due punti in meno di chi l’appoggiava. E così anche tutti i candidati alle loro spalle.
Che significa? Che una quota non piccola degli elettori ha praticato il “voto disgiunto” – possibile nella “originale” legge elettorale di questa regione – votando per la “propria” lista e contemporaneamente per un candidato presidente diverso. Ossia Bonaccini.
Una pratica che si giustifica solo con la paura che vincesse l’avversaria, in teoria, e Matteo Salvini in pratica.
È un clima pesantissimo che si è respirato durante tutta la campagna elettorale. I compagni che raccoglievano le firme per poter presentare Potere al Popolo l’hanno vissuto in presa diretta. Molta gente lo diceva ai banchetti: “compagni, la firma ve la do volentieri, ma il voto no; non voglio che vinca la Lega”. La conferma è poi arrivata dalle urne: i voti per Marta Collot e PaP sono stati meno delle firme raccolte per strada, una per una!
Se questo è – e lo è – il meccanismo stritolante del “bipolarismo obbligato”, allora l’analisi politica si deve staccare dalle solite considerazioni (“il programma”, “la scelta del candidato”, “i toni usati”, ecc.) ed esaminare il “dato strutturale”: in questo schema non c’è spazio elettorale autonomo per nessuna forza politica alternativa. Basta guardare la gestione dei media mainstream per capirlo: tu, “radicale alternativo”, non esisti perché noi abbiamo deciso così e quindi non ti faremo esistere.
È la situazione che si vive da sempre nei paesi anglosassoni (Gran Bretagna e Usa in testa), dove il sistema elettorale “maggioritario” garantisce all’establishment – al “partito degli affari” – di controllare gli spostamenti d’umore della popolazione con una “alternanza” che non cambia nulla, se non la retorica e “l’arredamento”.
Il primo stop serio di Matteo Salvini
Il “poliziotto cattivo” ha preso la sua prima musata elettorale consistente, ma ciò è avvenuto nel territorio a lui meno favorevole. Quindi non ne esce “mazzolato”, ma solo ridimensionato. Paradossalmente, resta “utile” al sistema affaristico perché la sua presenza volgare e debordante “spaventa” quanto basta a far confluire gli spaventati “anche su una sedia vuota”, ovviamente ben controllata. È la condizione strategica che ha dissolto negli anni “la sinistra”, sempre pronta al sacrificio per “fermare la destra”, fino a scomparire senza averla mai fermata. Anzi...
Oltre alla paura, però, ha pesato il fatto che l’Emilia Romagna, per quanto il suo “modello” sia in crisi da anni, resta una delle regioni in cui il reddito è mediamente più alto, e dunque le contraddizioni sociali sono meno aspre che altrove. Fare breccia qui con quattro slogan, due rosari e palate di razzismo è meno facile. Non impossibile, però, in futuro, se la gestione dell’economia continuerà a seguire le vie dell’austerità di Bruxelles, delle delocalizzazioni, i tagli al welfare e alla sanità, le privatizzazioni, l’aumento delle tariffe, ecc. E il Pd “europeista” ce la potrebbe anche fare a farlo avanzare ancora...
È insomma venuto allo scoperto il limite genetico del “Salvini duce-truce”: ottimo per acchiappare voti volatili, poco credibile come leader in grado di guidare davvero il Paese in un contesto segnato da stagnazione economica, tensioni internazionali crescenti, alleanze da ridisegnare con un progetto chiaro in testa (non bastano certo le frasette pro-Trump, Le Pen o Bolsonaro...), tenendo nel dovuto conto i mille interessi economici e geopolitici che hanno base in Italia.
Al dunque, la “classe dirigente” residua preferisce l’“usato sicuro”, la vecchia logica democristiano-affaristica, capace di mediare ungendo, di far fare soldi senza troppa tracotanza, di bastonare chi lavora fingendo di preoccuparsene.
Se la situazione complessiva dovesse peggiorare di molto, però, anche questo schema “rassicurante” di governo potrebbe venire meno, aprendo davvero la strada ad avventurieri pericolosi.
Ma per ora il centrodestra, se vuole assumere davvero il ruolo del “governo rassicurante”, deve diventare più moderato. E i vecchi marpioni di Forza Italia – scomparsa in Emilia Romagna, ma prevalente sulla Lega in Calabria – hanno giù cominciato a cantare la canzoncina sulla “destra europeista” che può fare meglio di quella brubrù.
Siccome Salvini è fondamentalmente un attore che “deve” occupare la scena, non dubitiamo del fatto che i suoi “registi” stiano già apportando le dovute rettifiche al copione che dovrà recitare.
Il ruolo delle Sardine
I ringraziamenti arrivati loro da Zingaretti & co. confermano l’impressione che se ne era avuta fin dall’inizio. Lungi dall’essere un fenomeno “spontaneo” – la loro prima manifestazione, a Bologna, aveva avuto un lancio mediatico preliminare che neanche una campagna della Apple si può permettere... – questo “movimento” è stato fatto nascere per ricucire in parte lo strappo tra “palazzo” e società, rispolverando la funzione dei “corpi intermedi” (sindacato, associazionismo, movimenti d’opinione, ecc.) che proprio le politiche neoliberiste assunte dal “centrosinistra” avevano contribuito ad annullare.
Questa funzione di “collante” è del resto apertamente rivendicata dal portavoce principale, quel Mattia Santori uscito dai pensatoi intorno a Romano Prodi, e dovrà ora trovare una collocazione “istituzionale” più chiara nel “fronte largo” annunciato da Zingaretti.
È indubbio, comunque, che sul piano elettorale questa “movimentazione sardinista” abbia avuto un ruolo importante, utilizzando al meglio la paura del “poliziotto cattivo” per convogliare consensi vero quello “buono”.
Chi invece sperava di trovarvi “idee per un’alternativa” dovrà velocemente riposizionare altrove i propri desideri. Se ne ha...
La fine dei Cinque Stelle
Sono di fatto spariti nella regione in cui erano di fatto nati e dove avevano conquistatola prima città, Parma. Abbiamo provato ad analizzare la loro crisi, nei giorni scorsi, sull’onda delle dimissioni di Di Maio da “capo politico”, e non ci sembra che siano intervenuti fatti nuovi che possano cambiare questo giudizio pressoché definitivo.
“A sinistra”
Abbiamo già detto: Potere al Popolo ha preso meno voti che firme necessarie a presentarsi. Significa che la paura ha davvero prevalso su qualsiasi altra considerazione. E, in una simile condizione strategica, o in questo “clima psicologico” del Paese, lo spazio elettorale fuori dal bipolarismo obbligato è ridotto al minimo. È ciò che coincide con il conflitto sociale (mai così basso, da decenni a questa parte), quel tanto di attività politica alternativa o persino con l’ideologia e i simboli tout court.
L’1%, in pratica, ottenuto sommando pere e mele, ossia Potere al Popolo, Altra Emilia e Pc “rizziano”. Tre realtà diverse, con storie e prospettive decisamente diverse.
Potere al Popolo oggi non è la “coalizione” che si presentò alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 (prendendo, non a caso, proprio l’1,1%). È un movimento in costruzione, giovane per esperienza, età media dei suoi attivisti (e specie in Emilia Romagna se ne è potuta ammirare la straordinaria dinamicità e determinazione), sperimentazione delle sue pratiche. Il suo 0,4% potrebbe essere analizzato in molti modi, magari enfatizzando il risultato di Bologna città (dove si supera l’1%, in virtù della maggiore presenza militante e di un’attività che il territorio comincia ad avvertire anche quotidianamente). Ma sarebbe un giochino da “elettoralisti” senza altre idee.
Lo spazio elettorale oggettivo è così ristretto che neanche “unendo tutte le forze di alternativa” si raggiungerebbe una cifra degna di nota. E dunque o si concepiscono le elezioni come momento di visibilità politica dentro cui si costruisce organizzazione territoriale, radicamento, possibilità di interlocuzione quotidiana con il “blocco sociale” degli sfruttati, oppure si resta preda delle delusioni tipiche di chi aveva fatto della necessità di “eleggere” almeno un consigliere l’alfa e l’omega della propria esistenza come soggetto politico.
Le altre due formazioni, sia detto senza alcuna intenzione di offendere, esprimono in modo diverso della residualità senza prospettive. Per un verso l’annacquamento dell’identità comunista in “altre forme”, senza alcun ripensamento sul percorso fin qui fatto. Dall’altra lo sfruttamento di ciò che resta della attrattività dei simboli, sottoposta come ovvio alla dura legge della fisiologia umana.
Non esistono bacchette magiche che permettano di risolvere alla prima elezione utile il problema del “risultato vincente”, che poi traina entusiasmi e diffonde un format replicabile su scala più ampia. Questo può avvenire in condizioni locali particolari, in piccoli comuni dove ci sono gruppi di attivisti al lavoro da tempo, con una alta credibilità sociale, personale e di gruppo. Ma il “clima psicologico” del Paese, su scala nazionale, è quello certificato da almeno quindici anni di arretramento della “sinistra”.
Le proposte di alternativa radicale, o meglio di rottura, si trovano perciò in una tenaglia di cui occorre comprendere fino in fondo la struttura.
Se non partecipano a scadenze elettorali non si vedono, non esistono politicamente, sul piano nazionale. Semplicemente nessuno sa neppure che esistono (chi ti vive intorno sì, ma è appunto lo 0,4%, quando va bene).
Se vi partecipano, si espongono gli attivisti a docce scozzesi violente, toccando con mano lo scarto tra temperatura torrida dell’impegno e doccia fredda delle urne.
Uscire da questa morsa, insomma, richiede pensiero originale, realistico, immaginifico, piantato per terra; attivismo allo stesso tempo intellettualmente “freddo” e fisicamente molto impegnativo.
Ricordandoci sempre, l’uno con l’altro, che quando “la classe” non esprime conflitto a un livello rilevante (le mobilitazioni più forti avvengono quando i posti di lavoro chiudono, non per migliori condizioni di lavoro o salariali...), soffrono anche le sue “espressioni politiche” (partiti o movimenti che siano).
Ma questa non è mai stata una buona ragione per lasciar perdere...
Fonte
La “marea nera” – o più banalmente la solita destra conservatrice italica, immutabile da sempre sotto il frenetico susseguirsi di liste dai nomi più diversi (c’era persino un “Popolo delle libertà” ad affiancare “Forza Italia”, come nemmeno negli sketch migliori dei fratelli Guzzanti...), ha invece prevalso in Calabria, sostituendo un’amministrazione targata Pd travolta dalle inchieste sulla ‘ndrangheta (che deve aver perciò velocissimamente cambiato cavallo...).
Il “voto nazionale” era però concentrato in Emilia Romagna, ed è su questo risultato che si deve concentrare l’attenzione per ricavarne indicazioni generali.
Intanto i numeri.
Stefano Bonaccini ha preso il 51,4%, Lucia Borgonzoni il 43,68. Il candidato grillino, Simone Benini, il 3,46.
Dietro, tutti molto sotto l’1%.
Torna il “bipolarismo obbligato”
La prima considerazione è matematica: finisce qui la breve stagione del “tripolarismo”, segnata dalla presenza dei Cinque Stelle. Si torna allo schema bipolare, fondato sulla paura. In questo la separazione ridicola dei due schieramenti in una destra e una “sinistra” è totalmente funzionale all’imprigionamento del voto popolare. Esattamente come il “poliziotto cattivo” e quello “buono” in questura: entrambi “lavorano” per mandarti in galera, ma si dividono le parti perché tu ti dimentichi che prendono lo stipendio dallo stesso ufficio.
La prova? Sta nella differenza evidente tra voti ai partiti che appoggiavano le diverse liste. Bonaccini ha avuto il 3,2% in più dei voti alle liste, mentre la Borgonzoni quasi due punti in meno di chi l’appoggiava. E così anche tutti i candidati alle loro spalle.
Che significa? Che una quota non piccola degli elettori ha praticato il “voto disgiunto” – possibile nella “originale” legge elettorale di questa regione – votando per la “propria” lista e contemporaneamente per un candidato presidente diverso. Ossia Bonaccini.
Una pratica che si giustifica solo con la paura che vincesse l’avversaria, in teoria, e Matteo Salvini in pratica.
È un clima pesantissimo che si è respirato durante tutta la campagna elettorale. I compagni che raccoglievano le firme per poter presentare Potere al Popolo l’hanno vissuto in presa diretta. Molta gente lo diceva ai banchetti: “compagni, la firma ve la do volentieri, ma il voto no; non voglio che vinca la Lega”. La conferma è poi arrivata dalle urne: i voti per Marta Collot e PaP sono stati meno delle firme raccolte per strada, una per una!
Se questo è – e lo è – il meccanismo stritolante del “bipolarismo obbligato”, allora l’analisi politica si deve staccare dalle solite considerazioni (“il programma”, “la scelta del candidato”, “i toni usati”, ecc.) ed esaminare il “dato strutturale”: in questo schema non c’è spazio elettorale autonomo per nessuna forza politica alternativa. Basta guardare la gestione dei media mainstream per capirlo: tu, “radicale alternativo”, non esisti perché noi abbiamo deciso così e quindi non ti faremo esistere.
È la situazione che si vive da sempre nei paesi anglosassoni (Gran Bretagna e Usa in testa), dove il sistema elettorale “maggioritario” garantisce all’establishment – al “partito degli affari” – di controllare gli spostamenti d’umore della popolazione con una “alternanza” che non cambia nulla, se non la retorica e “l’arredamento”.
Il primo stop serio di Matteo Salvini
Il “poliziotto cattivo” ha preso la sua prima musata elettorale consistente, ma ciò è avvenuto nel territorio a lui meno favorevole. Quindi non ne esce “mazzolato”, ma solo ridimensionato. Paradossalmente, resta “utile” al sistema affaristico perché la sua presenza volgare e debordante “spaventa” quanto basta a far confluire gli spaventati “anche su una sedia vuota”, ovviamente ben controllata. È la condizione strategica che ha dissolto negli anni “la sinistra”, sempre pronta al sacrificio per “fermare la destra”, fino a scomparire senza averla mai fermata. Anzi...
Oltre alla paura, però, ha pesato il fatto che l’Emilia Romagna, per quanto il suo “modello” sia in crisi da anni, resta una delle regioni in cui il reddito è mediamente più alto, e dunque le contraddizioni sociali sono meno aspre che altrove. Fare breccia qui con quattro slogan, due rosari e palate di razzismo è meno facile. Non impossibile, però, in futuro, se la gestione dell’economia continuerà a seguire le vie dell’austerità di Bruxelles, delle delocalizzazioni, i tagli al welfare e alla sanità, le privatizzazioni, l’aumento delle tariffe, ecc. E il Pd “europeista” ce la potrebbe anche fare a farlo avanzare ancora...
È insomma venuto allo scoperto il limite genetico del “Salvini duce-truce”: ottimo per acchiappare voti volatili, poco credibile come leader in grado di guidare davvero il Paese in un contesto segnato da stagnazione economica, tensioni internazionali crescenti, alleanze da ridisegnare con un progetto chiaro in testa (non bastano certo le frasette pro-Trump, Le Pen o Bolsonaro...), tenendo nel dovuto conto i mille interessi economici e geopolitici che hanno base in Italia.
Al dunque, la “classe dirigente” residua preferisce l’“usato sicuro”, la vecchia logica democristiano-affaristica, capace di mediare ungendo, di far fare soldi senza troppa tracotanza, di bastonare chi lavora fingendo di preoccuparsene.
Se la situazione complessiva dovesse peggiorare di molto, però, anche questo schema “rassicurante” di governo potrebbe venire meno, aprendo davvero la strada ad avventurieri pericolosi.
Ma per ora il centrodestra, se vuole assumere davvero il ruolo del “governo rassicurante”, deve diventare più moderato. E i vecchi marpioni di Forza Italia – scomparsa in Emilia Romagna, ma prevalente sulla Lega in Calabria – hanno giù cominciato a cantare la canzoncina sulla “destra europeista” che può fare meglio di quella brubrù.
Siccome Salvini è fondamentalmente un attore che “deve” occupare la scena, non dubitiamo del fatto che i suoi “registi” stiano già apportando le dovute rettifiche al copione che dovrà recitare.
Il ruolo delle Sardine
I ringraziamenti arrivati loro da Zingaretti & co. confermano l’impressione che se ne era avuta fin dall’inizio. Lungi dall’essere un fenomeno “spontaneo” – la loro prima manifestazione, a Bologna, aveva avuto un lancio mediatico preliminare che neanche una campagna della Apple si può permettere... – questo “movimento” è stato fatto nascere per ricucire in parte lo strappo tra “palazzo” e società, rispolverando la funzione dei “corpi intermedi” (sindacato, associazionismo, movimenti d’opinione, ecc.) che proprio le politiche neoliberiste assunte dal “centrosinistra” avevano contribuito ad annullare.
Questa funzione di “collante” è del resto apertamente rivendicata dal portavoce principale, quel Mattia Santori uscito dai pensatoi intorno a Romano Prodi, e dovrà ora trovare una collocazione “istituzionale” più chiara nel “fronte largo” annunciato da Zingaretti.
È indubbio, comunque, che sul piano elettorale questa “movimentazione sardinista” abbia avuto un ruolo importante, utilizzando al meglio la paura del “poliziotto cattivo” per convogliare consensi vero quello “buono”.
Chi invece sperava di trovarvi “idee per un’alternativa” dovrà velocemente riposizionare altrove i propri desideri. Se ne ha...
La fine dei Cinque Stelle
Sono di fatto spariti nella regione in cui erano di fatto nati e dove avevano conquistatola prima città, Parma. Abbiamo provato ad analizzare la loro crisi, nei giorni scorsi, sull’onda delle dimissioni di Di Maio da “capo politico”, e non ci sembra che siano intervenuti fatti nuovi che possano cambiare questo giudizio pressoché definitivo.
“A sinistra”
Abbiamo già detto: Potere al Popolo ha preso meno voti che firme necessarie a presentarsi. Significa che la paura ha davvero prevalso su qualsiasi altra considerazione. E, in una simile condizione strategica, o in questo “clima psicologico” del Paese, lo spazio elettorale fuori dal bipolarismo obbligato è ridotto al minimo. È ciò che coincide con il conflitto sociale (mai così basso, da decenni a questa parte), quel tanto di attività politica alternativa o persino con l’ideologia e i simboli tout court.
L’1%, in pratica, ottenuto sommando pere e mele, ossia Potere al Popolo, Altra Emilia e Pc “rizziano”. Tre realtà diverse, con storie e prospettive decisamente diverse.
Potere al Popolo oggi non è la “coalizione” che si presentò alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 (prendendo, non a caso, proprio l’1,1%). È un movimento in costruzione, giovane per esperienza, età media dei suoi attivisti (e specie in Emilia Romagna se ne è potuta ammirare la straordinaria dinamicità e determinazione), sperimentazione delle sue pratiche. Il suo 0,4% potrebbe essere analizzato in molti modi, magari enfatizzando il risultato di Bologna città (dove si supera l’1%, in virtù della maggiore presenza militante e di un’attività che il territorio comincia ad avvertire anche quotidianamente). Ma sarebbe un giochino da “elettoralisti” senza altre idee.
Lo spazio elettorale oggettivo è così ristretto che neanche “unendo tutte le forze di alternativa” si raggiungerebbe una cifra degna di nota. E dunque o si concepiscono le elezioni come momento di visibilità politica dentro cui si costruisce organizzazione territoriale, radicamento, possibilità di interlocuzione quotidiana con il “blocco sociale” degli sfruttati, oppure si resta preda delle delusioni tipiche di chi aveva fatto della necessità di “eleggere” almeno un consigliere l’alfa e l’omega della propria esistenza come soggetto politico.
Le altre due formazioni, sia detto senza alcuna intenzione di offendere, esprimono in modo diverso della residualità senza prospettive. Per un verso l’annacquamento dell’identità comunista in “altre forme”, senza alcun ripensamento sul percorso fin qui fatto. Dall’altra lo sfruttamento di ciò che resta della attrattività dei simboli, sottoposta come ovvio alla dura legge della fisiologia umana.
Non esistono bacchette magiche che permettano di risolvere alla prima elezione utile il problema del “risultato vincente”, che poi traina entusiasmi e diffonde un format replicabile su scala più ampia. Questo può avvenire in condizioni locali particolari, in piccoli comuni dove ci sono gruppi di attivisti al lavoro da tempo, con una alta credibilità sociale, personale e di gruppo. Ma il “clima psicologico” del Paese, su scala nazionale, è quello certificato da almeno quindici anni di arretramento della “sinistra”.
Le proposte di alternativa radicale, o meglio di rottura, si trovano perciò in una tenaglia di cui occorre comprendere fino in fondo la struttura.
Se non partecipano a scadenze elettorali non si vedono, non esistono politicamente, sul piano nazionale. Semplicemente nessuno sa neppure che esistono (chi ti vive intorno sì, ma è appunto lo 0,4%, quando va bene).
Se vi partecipano, si espongono gli attivisti a docce scozzesi violente, toccando con mano lo scarto tra temperatura torrida dell’impegno e doccia fredda delle urne.
Uscire da questa morsa, insomma, richiede pensiero originale, realistico, immaginifico, piantato per terra; attivismo allo stesso tempo intellettualmente “freddo” e fisicamente molto impegnativo.
Ricordandoci sempre, l’uno con l’altro, che quando “la classe” non esprime conflitto a un livello rilevante (le mobilitazioni più forti avvengono quando i posti di lavoro chiudono, non per migliori condizioni di lavoro o salariali...), soffrono anche le sue “espressioni politiche” (partiti o movimenti che siano).
Ma questa non è mai stata una buona ragione per lasciar perdere...
Fonte
28/12/2019
Contro la peste del “voto utile”
In questo disgraziato paese siamo sempre in tempo di elezioni, per qualsiasi livello istituzionale. E di conseguenza quella che viene comunemente chiamata “la politica” è ridotta a una campagna elettorale permanente in cui ogni discorso sensato, ogni bisogno sociale, ogni pensiero viene tritato in una sbobba indigeribile di frasi fatte che non significano nulla.
L’”offerta politica” – le liste per cui votare, certi che nulla di quanto promesso verrà mantenuto – sono apparentemente tante, ma alla fine si riducono a due raggruppamenti, visto che anche la presunta “anomalia” grillina si è andata dimostrando di assoluta inconsistenza.
Alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria ci ritroviamo perciò esattamente come nei primi anni ‘90, quando ci veniva chiesto di dare un “voto utile” a battere il brubru del tempo, l’impresario milanese Silvio Berlusconi. Naturalmente per “fermare il fascismo”, perché se avesse vinto ce lo saremmo tenuti sul groppone “per un Ventennio” (con la maiuscola, per ricordare quello vero).
Come sappiamo, Berlusconi ce lo abbiamo ancora sui cabbasisi, qualche elezione l’ha vinta, qualcuna l’ha persa, il fascismo non è arrivato. La dialettica politica si è molto involgarita, i fascisti vecchi e nuovi (da “Frateli d’Italia” a CasaPound) sono stati sdoganati, ma sostanzialmente tenuti nell’angolo come minacce da tirar fuori all’occasione.
In fondo Berlusconi è stato defenestrato dall’Unione Europea, non dal “voto utile”, a fine 2011, dopo una lettera poco amichevole dei presidenti della Bce (l’uscente Trichet e il subentrante Mario Draghi) che indicavano il programma di “riforme” che anche l’Italia doveva mettere in atto.
Il Cavaliere si fece disciplinatamente da parte, garantendo anche i voti al governo di Mario Monti ed Elsa Fornero. Insieme al Pd, che intanto veniva scalato dal volto nuovo della massoneria toscana, scovato dal talent scout Denis Verdini (che di Berlusconi era stratega parlamentare).
Eppure il ritornello del “voto utile per fermare il fascismo” è continuato ad ogni elezione, sempre uguale. Ancora con Berlusconi vitale (elezioni del 2013), poi con il nuovo brubru milanese, il noto Matteo Salvini, dal 2018.
I risultati di questa campagna permanente per il “voto utile” non si possono definire esaltanti. Come Berlusconi, anche Salvini ha vinto più volte. Come Berlusconi, anche Salvini ha chinato il capo davanti ai diktat dell’Unione Europea. Al pari di Pd e Cinque Stelle, con in più soltanto la trovata di uscire dal governo prima di approvare ufficialmente la legge finanziaria e il trattato di riforma del MES (Meccanismo europeo di stabilità), cui aveva dato l’ok politico fin dalla fine del 2018.
Perché – diciamolo chiaro e forte – in questo paese svenduto non c’è alcun rischio di “ritorno del fascismo”. C’è infatti un dominio economico e politico assoluto che impone a qualsiasi governo, di qualsiasi presunta colorazione politica, un programma di austerità deciso in altre sedi. Palazzo Chigi è insomma una scatola vuota, senza “stanza dei bottoni”, tranne quello che serve a scatenare la polizia se qualcuno protesta appena un po’.
In effetti, questo dominio ha qualche fortissima somiglianza con i regimi non democratici, ma ci tiene a mantenere il simulacro delle “libertà formali” nel mentre sottrae a tutti i popoli del Vecchio Continente la prima delle libertà sostanziali: quella di poter decidere come usare le proprie risorse, la ricchezza prodotta, in quale misura e per quali scopi. In poche parole, di poter decidere quale “modello di società” costruire.
Messe così le cose, per qualsiasi forza politica “normale” si voti, quel voto è effettivamente inutile. Pd, Lega, Cinque Stelle, FdI, frattaglie varie, una volta al governo – nazionale o territoriale – applicano esattamente le stesse misure, contrattandole con la Commissione Europea. Possono variare i decimali di punto, il tasso di razzismo esplicito, la pesantezza del linguaggio politico. Non la sostanza delle “cose da fare”.
L’unico “voto utile”, di conseguenza, è quello che può servire a far crescere, affermare, radicare una forza politica radicalmente alternativa. Ossia una forza che si propone di costruire un altro modello di società, fondato su valori opposti al quelli del profitto e del Pil, fuori e contro il coro sguaiato dei servi dell’Unione Europea, in competizione tra loro come valvassini medioevali.
Ma anche se non si condivide del tutto questa visione della realtà, resta il fatto che quasi 30 anni di appelli al “voto utile” hanno ottenuto un solo risultato pratico: la scomparsa della “sinistra”.
Questo termine aveva sostituito quelli un po’ più definiti (comunisti, socialisti, ecc.), sull’onda del “crollo del Muro” e nella manifesta incapacità di elaborare le ragioni di una sconfitta storica. Sotto quella bandiera ci si poteva muovere in apparente libertà rispetto a categorie di analisi, valori ideali, obbiettivi politici, programmi sociali. Mescolando di tutto un po’, rigorosamente nella vaghezza più indeterminata. Fino al punto di scoprire di non avere più letteralmente nulla di originale da offrire sul “mercato politico”; ossia di esser rimasti senza consenso sociale.
Insomma, per “la sinistra”, quel voto “utile” ha avuto la stessa funzione della peste...
Il “voto utile”, del resto, è profondamente conservatore. Frutto della logica bipolare e della “convergenza al centro”, mascherata da “vocazione maggioritaria”, impone l’eliminazione delle “ali estreme”. O meglio: dell’alternativa di sistema. È come se dall’alto il Potere sentenziasse: “non avrai altro governo all’infuori di me”.
Chi accetta questa logica si sta già iscrivendo al Pd o alla Lega (è indifferente per quale dei due), perché riduce il suo ruolo a quello di portatore d’acqua verso il contenitore più grosso collocato nei pressi della linea di demarcazione tra due poli concorrenti. E l’elettore, che capisce facilmente il gioco, va direttamente a quel contenitore, per i motivi più vari (dalle esigenze clientelari alla “punizione” di chi lo ha deluso).
Perciò, arrivati al 2020, affacciandosi sulle regionali dell’Emilia Romagna (in Calabria non ci si è riusciti, per ora), l’unico voto che abbia un senso è quello a Potere al Popolo, con in testa la faccia pulita di Marta Collot.
Non vinceremo questa volta. Forse “non eleggeremo” (l’ansia mortale che ha annientato “la sinistra” dal 2008 in poi...). Ma già con lo sforzo fatto per raccogliere migliaia di firme si è iniziato a consolidare una comunità organizzata, una volontà di riscatto, una riscoperta di valori forti, una sperimentazione riuscita di come stare sul territorio e riaprire un dialogo da vicino con la “nostra gente”.
Sapendo che una vera alternativa di sistema non si improvvisa con una “pensata geniale”, con una semplice operazione di marketing.
Senza scimmia della sconfitta sul collo, sapendo che ci vorrà tempo e suole e cervello e tanta serietà.
Fonte
L’”offerta politica” – le liste per cui votare, certi che nulla di quanto promesso verrà mantenuto – sono apparentemente tante, ma alla fine si riducono a due raggruppamenti, visto che anche la presunta “anomalia” grillina si è andata dimostrando di assoluta inconsistenza.
Alla vigilia delle elezioni regionali in Emilia Romagna e in Calabria ci ritroviamo perciò esattamente come nei primi anni ‘90, quando ci veniva chiesto di dare un “voto utile” a battere il brubru del tempo, l’impresario milanese Silvio Berlusconi. Naturalmente per “fermare il fascismo”, perché se avesse vinto ce lo saremmo tenuti sul groppone “per un Ventennio” (con la maiuscola, per ricordare quello vero).
Come sappiamo, Berlusconi ce lo abbiamo ancora sui cabbasisi, qualche elezione l’ha vinta, qualcuna l’ha persa, il fascismo non è arrivato. La dialettica politica si è molto involgarita, i fascisti vecchi e nuovi (da “Frateli d’Italia” a CasaPound) sono stati sdoganati, ma sostanzialmente tenuti nell’angolo come minacce da tirar fuori all’occasione.
In fondo Berlusconi è stato defenestrato dall’Unione Europea, non dal “voto utile”, a fine 2011, dopo una lettera poco amichevole dei presidenti della Bce (l’uscente Trichet e il subentrante Mario Draghi) che indicavano il programma di “riforme” che anche l’Italia doveva mettere in atto.
Il Cavaliere si fece disciplinatamente da parte, garantendo anche i voti al governo di Mario Monti ed Elsa Fornero. Insieme al Pd, che intanto veniva scalato dal volto nuovo della massoneria toscana, scovato dal talent scout Denis Verdini (che di Berlusconi era stratega parlamentare).
Eppure il ritornello del “voto utile per fermare il fascismo” è continuato ad ogni elezione, sempre uguale. Ancora con Berlusconi vitale (elezioni del 2013), poi con il nuovo brubru milanese, il noto Matteo Salvini, dal 2018.
I risultati di questa campagna permanente per il “voto utile” non si possono definire esaltanti. Come Berlusconi, anche Salvini ha vinto più volte. Come Berlusconi, anche Salvini ha chinato il capo davanti ai diktat dell’Unione Europea. Al pari di Pd e Cinque Stelle, con in più soltanto la trovata di uscire dal governo prima di approvare ufficialmente la legge finanziaria e il trattato di riforma del MES (Meccanismo europeo di stabilità), cui aveva dato l’ok politico fin dalla fine del 2018.
Perché – diciamolo chiaro e forte – in questo paese svenduto non c’è alcun rischio di “ritorno del fascismo”. C’è infatti un dominio economico e politico assoluto che impone a qualsiasi governo, di qualsiasi presunta colorazione politica, un programma di austerità deciso in altre sedi. Palazzo Chigi è insomma una scatola vuota, senza “stanza dei bottoni”, tranne quello che serve a scatenare la polizia se qualcuno protesta appena un po’.
In effetti, questo dominio ha qualche fortissima somiglianza con i regimi non democratici, ma ci tiene a mantenere il simulacro delle “libertà formali” nel mentre sottrae a tutti i popoli del Vecchio Continente la prima delle libertà sostanziali: quella di poter decidere come usare le proprie risorse, la ricchezza prodotta, in quale misura e per quali scopi. In poche parole, di poter decidere quale “modello di società” costruire.
Messe così le cose, per qualsiasi forza politica “normale” si voti, quel voto è effettivamente inutile. Pd, Lega, Cinque Stelle, FdI, frattaglie varie, una volta al governo – nazionale o territoriale – applicano esattamente le stesse misure, contrattandole con la Commissione Europea. Possono variare i decimali di punto, il tasso di razzismo esplicito, la pesantezza del linguaggio politico. Non la sostanza delle “cose da fare”.
L’unico “voto utile”, di conseguenza, è quello che può servire a far crescere, affermare, radicare una forza politica radicalmente alternativa. Ossia una forza che si propone di costruire un altro modello di società, fondato su valori opposti al quelli del profitto e del Pil, fuori e contro il coro sguaiato dei servi dell’Unione Europea, in competizione tra loro come valvassini medioevali.
Ma anche se non si condivide del tutto questa visione della realtà, resta il fatto che quasi 30 anni di appelli al “voto utile” hanno ottenuto un solo risultato pratico: la scomparsa della “sinistra”.
Questo termine aveva sostituito quelli un po’ più definiti (comunisti, socialisti, ecc.), sull’onda del “crollo del Muro” e nella manifesta incapacità di elaborare le ragioni di una sconfitta storica. Sotto quella bandiera ci si poteva muovere in apparente libertà rispetto a categorie di analisi, valori ideali, obbiettivi politici, programmi sociali. Mescolando di tutto un po’, rigorosamente nella vaghezza più indeterminata. Fino al punto di scoprire di non avere più letteralmente nulla di originale da offrire sul “mercato politico”; ossia di esser rimasti senza consenso sociale.
Insomma, per “la sinistra”, quel voto “utile” ha avuto la stessa funzione della peste...
Il “voto utile”, del resto, è profondamente conservatore. Frutto della logica bipolare e della “convergenza al centro”, mascherata da “vocazione maggioritaria”, impone l’eliminazione delle “ali estreme”. O meglio: dell’alternativa di sistema. È come se dall’alto il Potere sentenziasse: “non avrai altro governo all’infuori di me”.
Chi accetta questa logica si sta già iscrivendo al Pd o alla Lega (è indifferente per quale dei due), perché riduce il suo ruolo a quello di portatore d’acqua verso il contenitore più grosso collocato nei pressi della linea di demarcazione tra due poli concorrenti. E l’elettore, che capisce facilmente il gioco, va direttamente a quel contenitore, per i motivi più vari (dalle esigenze clientelari alla “punizione” di chi lo ha deluso).
Perciò, arrivati al 2020, affacciandosi sulle regionali dell’Emilia Romagna (in Calabria non ci si è riusciti, per ora), l’unico voto che abbia un senso è quello a Potere al Popolo, con in testa la faccia pulita di Marta Collot.
Non vinceremo questa volta. Forse “non eleggeremo” (l’ansia mortale che ha annientato “la sinistra” dal 2008 in poi...). Ma già con lo sforzo fatto per raccogliere migliaia di firme si è iniziato a consolidare una comunità organizzata, una volontà di riscatto, una riscoperta di valori forti, una sperimentazione riuscita di come stare sul territorio e riaprire un dialogo da vicino con la “nostra gente”.
Sapendo che una vera alternativa di sistema non si improvvisa con una “pensata geniale”, con una semplice operazione di marketing.
Senza scimmia della sconfitta sul collo, sapendo che ci vorrà tempo e suole e cervello e tanta serietà.
Fonte
24/12/2019
Salvini mi ricorda qualcuno... Ah, ecco chi!
Stando all’opposizione, anziché appollaiato sulla poltrona di ministro dell’interno, Salvini tempesta sicuramente un po’ meno. Anche lo stile, sempre tendente al “Truce”, è per forza di cose un po’ diverso, meno assertivo, meno “petto in dentro e panza in fuori”...
Qualche giorno fa, incredibile a dirsi, ha addirittura proposto la formazione di un “comitato di salvezza nazionale”. Ossia un governo con tutti dentro, guidato se necessario persino da Mario Draghi...
Eppure, nonostante l’abito dimesso e la sostanziale moderazione delle posizioni politiche da neo oppositore, in ambito sedicente “democratico” si continua a sventolare lo straccio Salvini come il nuovo Duce che trascina dietro di sé una “marea nera”, il fascismo alle porte, e così via.
Di sicuro il protagonismo politico di mr. Mojito si è nutrito di un linguaggio da osteria, con battutacce da parcheggiatore abusivo ed esplicite strizzatine d’occhio all’immaginario fascista (dal “me ne frego” al “molti nemici, molto onore”). Immaginarlo nuovamente al governo del paese, dopo 14 mesi sinceramente dimenticabili, non è il massimo per nessuno. Soprattutto per le orecchie delle persone “perbene”...
Ma basta questo per turarsi il naso e concedere il milionesimo “voto utile” a bande concorrenti di malfattori e maneggioni che hanno fatto a pezzi lo stato sociale (alternandosi al governo con Berlusconi e gli amici di Salvini, nonché con la Meloni “ministro della gioventù”)? Basta questo per dimenticare “mafia capitale” e il sostanziale azzeramento del Pd capitolino sotto una valanga di mandati di cattura? Basta questo per chiudere gli occhi sulla maxiretata in Calabria, che ha fatto altrettanto? O i frequenti rapporti tra Pd e Casapound?
Certo, l’ormai probabile tracollo dei Cinque Stelle – a loro volta sommersi da “poltronismo acuto”, ansie di non rielezione, faide interne, legalitarismo d’accatto, proclami di un giorno (o anche meno), ecc. – ci rimette di fronte per il trentesimo anno o giù di lì alla rinascita del “bipolarismo imperfetto”. Ossia in quella situazione per cui teoricamente l’offerta politica è piuttosto varia (almeno sei-sette formazioni con buone probabilità di superare le soglie di sbarramento da loro stesse disegnate), ma in realtà si riduce a solo due possibilità. Per nulla o quasi differenti tra loro.
Nonostante gli sforzi, nessuno è ancora riuscito a spiegarci perché Salvini sarebbe più pericoloso di Marco Minniti rispetto al fenomeno dell’immigrazione disperata (in gommone attraverso il Canale di Sicilia), visto che gli accordi con il capo degli scafisti (a giorni alterni anche capo della “guardia costiera libica”), quel “Bija” ricercato dall’Onu ma ospitato dal ministero dell’interno italiano, sono stati firmati dal secondo e riconfermati da primo.
E nessuno, per restare in tema, è riuscito a spiegarci la “profonda differenza” tra i due in materia di repressione di piazza e libertà d’azione per le molteplici polizie, stando all’analisi dei rispettivi “decreti sicurezza” (sempre un po’ più infami, ma lungo una direttrice condivisa).
In particolare, nessuno è riuscito a spiegarci perché – sempre in fatto di repressione – Macron sarebbe “democratico” e lo pseudo-leader leghista invece un pericolo per la democrazia... A noi sembrano nei fatti due pericoli identici, anche se utilizzano linguaggi diversi. Ma noi siamo abituati a giudicare gli esseri umani soprattutto per quel che fanno, non per quel che dicono di sé...
Stabilito quel che andava stabilito sul piano pratico (perfetta identità neoliberista e forcaiola tra Macron, Salvini e Pd), occupiamoci pure della “cultura” diffusa dal Truce. Che ha ovviamente una grossissima responsabilità nello sdoganamento di un linguaggio e una mentalità becera, ottusa nella misura in cui promette soluzioni “semplici”, di quelle che possono venire in mente proprio a chiunque, per problemi così complessi che anche degli scienziati potrebbero andare in difficoltà (due esempi per tutti: il drammatico calo demografico della popolazione “autoctona” e le migrazioni intercontinentali a causa di guerre, crisi economiche e climatiche).
Eppure, nel Truce che si gonfia e blatera sentiamo spesso una nota – greve, certo... – che appartiene per intero alla più trita “anima italica”. Quella nota per cui il passaggio dalla fanfaronata da guerriero slitta in un attimo nel vittimismo da operetta.
Un esempio? Quando ha spiegato di aver ricevuto un avviso di indagine per “sequestro di persona” a proposito della nave Gregoretti, chiunque ha potuto notare una profonda differenza di tono rispetto a quando sbeffeggiava il magistrato che – da ministro dell’interno in carica – aveva richiesto l’autorizzazione a procedere per l’analogo caso della nave Diciotti (in entrambi i casi si trattava di navi della marina militare italiana, non di imbarcazioni private impegnate in missioni autodeterminate).
E tutti hanno avvertito una mezza incrinatura nella voce che recitava “rischio quindici anni di carcere”. Come se stavolta non fosse proprio convintissimo di farla franca (ci sentiamo di rassicurarlo: non gli accadrà neanche questa volta).
Ascoltatelo anche voi, magari guardandolo bene negli occhi:
La memoria scava nei ricordi cinematografici... Dove ho già visto qualcosa del genere? Poi salta su Moriconi Ferdinando, e tutto diventa chiaro:
Fino all’immortale “c’ho avuto la malattia”...
Anche se, in effetti, buona parte dell’arte del Truce nel mescolare vittimismo a strafottenza, può essere ancor meglio rintracciata in quest’altro frammento di altissima “arte italica”:
Il vero “segreto comunicativo” di Salvini, insomma, è il recupero volgarotto della commedia all’italiana, tutta giocato tra vittimismo e aggressività, tra autocommiserazione e richiesta del “massimo della pena” (per gli altri), tra quotidiani proclami bellicosi e improvvise fughe indecorose (dal governo, per esempio, in pieno agosto).
Il vero “pericolo”, semmai, sta proprio nel rendere questo impasto un modo d’essere, nuovamente, la “vera identità di un popolo senza onore”. Incapace di ribellarsi al vero potere e quindi pronto a sostenere qualsiasi potere nell’illusione di ricavarne un vantaggio (una raccomandazione, mal che vada). Ma questa “infezione” non viene certo fermata dal “voto utile” ai suoi sedicenti avversari, più spesso complici...
Qualcuno avrebbe classificato il Truce tra gli spaventapasseri, Sciascia tra i quaquaraqua. Ma in fondo siamo da quelle parti...
Fonte
Qualche giorno fa, incredibile a dirsi, ha addirittura proposto la formazione di un “comitato di salvezza nazionale”. Ossia un governo con tutti dentro, guidato se necessario persino da Mario Draghi...
Eppure, nonostante l’abito dimesso e la sostanziale moderazione delle posizioni politiche da neo oppositore, in ambito sedicente “democratico” si continua a sventolare lo straccio Salvini come il nuovo Duce che trascina dietro di sé una “marea nera”, il fascismo alle porte, e così via.
Di sicuro il protagonismo politico di mr. Mojito si è nutrito di un linguaggio da osteria, con battutacce da parcheggiatore abusivo ed esplicite strizzatine d’occhio all’immaginario fascista (dal “me ne frego” al “molti nemici, molto onore”). Immaginarlo nuovamente al governo del paese, dopo 14 mesi sinceramente dimenticabili, non è il massimo per nessuno. Soprattutto per le orecchie delle persone “perbene”...
Ma basta questo per turarsi il naso e concedere il milionesimo “voto utile” a bande concorrenti di malfattori e maneggioni che hanno fatto a pezzi lo stato sociale (alternandosi al governo con Berlusconi e gli amici di Salvini, nonché con la Meloni “ministro della gioventù”)? Basta questo per dimenticare “mafia capitale” e il sostanziale azzeramento del Pd capitolino sotto una valanga di mandati di cattura? Basta questo per chiudere gli occhi sulla maxiretata in Calabria, che ha fatto altrettanto? O i frequenti rapporti tra Pd e Casapound?
Certo, l’ormai probabile tracollo dei Cinque Stelle – a loro volta sommersi da “poltronismo acuto”, ansie di non rielezione, faide interne, legalitarismo d’accatto, proclami di un giorno (o anche meno), ecc. – ci rimette di fronte per il trentesimo anno o giù di lì alla rinascita del “bipolarismo imperfetto”. Ossia in quella situazione per cui teoricamente l’offerta politica è piuttosto varia (almeno sei-sette formazioni con buone probabilità di superare le soglie di sbarramento da loro stesse disegnate), ma in realtà si riduce a solo due possibilità. Per nulla o quasi differenti tra loro.
Nonostante gli sforzi, nessuno è ancora riuscito a spiegarci perché Salvini sarebbe più pericoloso di Marco Minniti rispetto al fenomeno dell’immigrazione disperata (in gommone attraverso il Canale di Sicilia), visto che gli accordi con il capo degli scafisti (a giorni alterni anche capo della “guardia costiera libica”), quel “Bija” ricercato dall’Onu ma ospitato dal ministero dell’interno italiano, sono stati firmati dal secondo e riconfermati da primo.
E nessuno, per restare in tema, è riuscito a spiegarci la “profonda differenza” tra i due in materia di repressione di piazza e libertà d’azione per le molteplici polizie, stando all’analisi dei rispettivi “decreti sicurezza” (sempre un po’ più infami, ma lungo una direttrice condivisa).
In particolare, nessuno è riuscito a spiegarci perché – sempre in fatto di repressione – Macron sarebbe “democratico” e lo pseudo-leader leghista invece un pericolo per la democrazia... A noi sembrano nei fatti due pericoli identici, anche se utilizzano linguaggi diversi. Ma noi siamo abituati a giudicare gli esseri umani soprattutto per quel che fanno, non per quel che dicono di sé...
Stabilito quel che andava stabilito sul piano pratico (perfetta identità neoliberista e forcaiola tra Macron, Salvini e Pd), occupiamoci pure della “cultura” diffusa dal Truce. Che ha ovviamente una grossissima responsabilità nello sdoganamento di un linguaggio e una mentalità becera, ottusa nella misura in cui promette soluzioni “semplici”, di quelle che possono venire in mente proprio a chiunque, per problemi così complessi che anche degli scienziati potrebbero andare in difficoltà (due esempi per tutti: il drammatico calo demografico della popolazione “autoctona” e le migrazioni intercontinentali a causa di guerre, crisi economiche e climatiche).
Eppure, nel Truce che si gonfia e blatera sentiamo spesso una nota – greve, certo... – che appartiene per intero alla più trita “anima italica”. Quella nota per cui il passaggio dalla fanfaronata da guerriero slitta in un attimo nel vittimismo da operetta.
Un esempio? Quando ha spiegato di aver ricevuto un avviso di indagine per “sequestro di persona” a proposito della nave Gregoretti, chiunque ha potuto notare una profonda differenza di tono rispetto a quando sbeffeggiava il magistrato che – da ministro dell’interno in carica – aveva richiesto l’autorizzazione a procedere per l’analogo caso della nave Diciotti (in entrambi i casi si trattava di navi della marina militare italiana, non di imbarcazioni private impegnate in missioni autodeterminate).
E tutti hanno avvertito una mezza incrinatura nella voce che recitava “rischio quindici anni di carcere”. Come se stavolta non fosse proprio convintissimo di farla franca (ci sentiamo di rassicurarlo: non gli accadrà neanche questa volta).
Ascoltatelo anche voi, magari guardandolo bene negli occhi:
La memoria scava nei ricordi cinematografici... Dove ho già visto qualcosa del genere? Poi salta su Moriconi Ferdinando, e tutto diventa chiaro:
(Minuto 1:47)
Fino all’immortale “c’ho avuto la malattia”...
(Minuto 5:04)
Anche se, in effetti, buona parte dell’arte del Truce nel mescolare vittimismo a strafottenza, può essere ancor meglio rintracciata in quest’altro frammento di altissima “arte italica”:
Il vero “segreto comunicativo” di Salvini, insomma, è il recupero volgarotto della commedia all’italiana, tutta giocato tra vittimismo e aggressività, tra autocommiserazione e richiesta del “massimo della pena” (per gli altri), tra quotidiani proclami bellicosi e improvvise fughe indecorose (dal governo, per esempio, in pieno agosto).
Il vero “pericolo”, semmai, sta proprio nel rendere questo impasto un modo d’essere, nuovamente, la “vera identità di un popolo senza onore”. Incapace di ribellarsi al vero potere e quindi pronto a sostenere qualsiasi potere nell’illusione di ricavarne un vantaggio (una raccomandazione, mal che vada). Ma questa “infezione” non viene certo fermata dal “voto utile” ai suoi sedicenti avversari, più spesso complici...
Qualcuno avrebbe classificato il Truce tra gli spaventapasseri, Sciascia tra i quaquaraqua. Ma in fondo siamo da quelle parti...
Fonte
11/03/2019
Via della Seta, gli interessi al posto delle chiacchiere
I media italiani – e la “stampa democratica” in particolare – soffrono da decenni di un particolare disturbo bipolare: quello che porta a a semplificare ogni notizia in termini di bene/male o di puro schieramento. Con effetti paradossali che dovrebbero essere evidenti, ma che tutti fanno finta di non notare. Per esempio, Trump è un “mostro” quando si parla di diritti civili negli Usa, ma resta sempre “la nostra guida” quando si parla di geopolitica e relazioni internazionali. Amici o nemici, analisi zero, credibilità idem.
Il disturbo bipolare diventa evidente quando bisogna affrontare il progetto di Via della Seta e dunque i rapporti con la Cina. Qui vengono allo scoperto gli interessi economici reali (la Cina porta investimenti che la borghesia italiana non ha mai voluto fare o che lo Stato non può più fare, “grazie” ai trattati europei che impongono tagli di spesa) e le paure alimentate dagli interessi geopolitici di Washington o Berlino.
Leggiamo per esempio questo titolo dell’edizione italiana dell’Huffington Post: “L’ombra della Cina sui porti di Genova e Trieste”. Una copia conforme delle cazzate leghiste sull’“invasione dall’Africa”. Va bene, è una testata statunitense, ma in Italia fa coppia col gruppo Repubblica-L’Espresso. E quindi avvelena anche la testa di molta gente che si ritiene “di sinistra”...
Ma sarebbe sbagliato anche vederla solo in termini di alleanze globali, perché la fine dell’epoca della “globalizzazione” ha scatenato di nuovo la competizione planetaria tra grandi aree economiche e interessi strategici. Dunque ciò che prima era normale ed anche incentivato – l’ingresso di capitali esteri, da dovunque arrivassero – ora è subordinato all’analisi della carta d’identità da parte di una qualche “autorità”. Che però è diventata sfuggente.
Che si parli di Via della Seta o di Teatro della Scala, di cinesi o di sauditi (le cifre cambiano decisamente, dalle decine di miliardi a 15 milioni) la pantomima finto “nazionalista” o finto “umanista” (all’Arabia Saudita vendiamo tranquillamente le bombe costruite alla Rwm di Domusnovas, sapendo che le tirano sui bambini yemeniti...) va avanti con vero sprezzo del ridicolo.
Si sa che gli Stati Uniti hanno lanciato la “guerra dei dazi”, principalmente contro la Cina e contro la Germania (anche se se ne parla di meno). Ma allo stesso tempo stanno trattando con Pechino un mega-accordo commerciale e finanziario. L’agenzia stampa Xinhua comunica che Yi Gang, governatore della People’ s bank of China, sta per liberalizzare il mercato bancario, assicurativo e finanziario cinese agli operatori esteri.
Lo faranno probabilmente anche se l’accordo non dovesse andare in porto (era previsto per fine mese, ma i preparativi per il viaggio di Xi Jinping negli Usa non sono ancora iniziati, complice – con tutta probabilità – il fallimento del vertice vietnamita sul nucleare, tra Trump e Kim Jong-un). Ma è chiaro che fare accordi di dimensioni colossali con Pechino non è affatto “vietato”; anzi, ci si scontra per chi arriva prima e meglio.
Al confronto, il Memorandum che verrà firmato il 22 marzo – un “accordo quadro”, entro il quale in futuro si cominceranno a inserire progetti concreti – è un “affarino” minore. Ma già così diventa l’accordo espansivo dell’economia più importante che l’Italia abbia mai sottoscritto da quando è entrata sotto la frusta del trattao di Maastricht...
Quelli che strepitano contro, dunque, stanno lavorando per qualcun altro. Americano o tedesco che sia. Altrimenti non si spiega...
Michele Geraci, sottosegretario grillino al ministero dello Sviluppo Economico, ha dato un’intervista per ricordare, fra l’altro, che “L’Italia ha sempre detto che guardava con interesse a questa iniziativa. A suo tempo l’ex primo ministro Gentiloni ha partecipato al primo forum Belt & Road Initiative a Pechino, a dimostrazione che si tratta di un dossier avviato non da noi ma dal governo precedente. Noi stiamo solo accelerando, perché temo che possa sfuggirci questa opportunità di fare affari con la Cina e di far sì che l’Italia si giochi un ruolo importante nel Mediterraneo.”
Questo governo è odioso per molte ragioni, come ben sanno i nostri lettori, ma non è su questo tema che ha senso “incalzarlo”. Se la possibilità di far parte della Via della Seta fosse stata a portata di mano quattro anni fa, per dirne una, il governo Tsipras avrebbe avuto una carta in più da giocare contro la pressione dell’Unione Europea.
Non l’avrebbe colta comunque, perché una scelta del genere sarebbe davvero una rottura* nei rapporti con la Ue, e l’evanescente Tsipras ha dimostrato ad abundantiam di non avere il cuor di leone.
Ma la questione del posizionamento strategico del nostro paese si pone come ineludibile per qualsiasi governo futuro voglia condurre politiche di sviluppo (di qualsiasi tipo), ponendo un argine al rapido declino industriale e alla fuga della produzione verso altri lidi.
E’ un problema di visione che si pone soprattutto a chi si candida a costruire una rappresentanza politica capace di migliorare la situazione della classi popolari e magari rovesciare le priorità.
Detta brutalmente: se all’interno dell’Unione Europea questo tipo di politiche non si possono fare e se fare accordi con gli Usa comporta un incremento della sudditanza geopolitica e militare nei loro confronti... con chi diavolo farem(m)o accordi tali da farci realizzare gli obbiettivi?
* Non tutti capiscono subito cosa significa “rottura dei trattati Ue”; qui ne possiamo vedere un buon esempio.
Fonte
Il disturbo bipolare diventa evidente quando bisogna affrontare il progetto di Via della Seta e dunque i rapporti con la Cina. Qui vengono allo scoperto gli interessi economici reali (la Cina porta investimenti che la borghesia italiana non ha mai voluto fare o che lo Stato non può più fare, “grazie” ai trattati europei che impongono tagli di spesa) e le paure alimentate dagli interessi geopolitici di Washington o Berlino.
Leggiamo per esempio questo titolo dell’edizione italiana dell’Huffington Post: “L’ombra della Cina sui porti di Genova e Trieste”. Una copia conforme delle cazzate leghiste sull’“invasione dall’Africa”. Va bene, è una testata statunitense, ma in Italia fa coppia col gruppo Repubblica-L’Espresso. E quindi avvelena anche la testa di molta gente che si ritiene “di sinistra”...
Ma sarebbe sbagliato anche vederla solo in termini di alleanze globali, perché la fine dell’epoca della “globalizzazione” ha scatenato di nuovo la competizione planetaria tra grandi aree economiche e interessi strategici. Dunque ciò che prima era normale ed anche incentivato – l’ingresso di capitali esteri, da dovunque arrivassero – ora è subordinato all’analisi della carta d’identità da parte di una qualche “autorità”. Che però è diventata sfuggente.
Che si parli di Via della Seta o di Teatro della Scala, di cinesi o di sauditi (le cifre cambiano decisamente, dalle decine di miliardi a 15 milioni) la pantomima finto “nazionalista” o finto “umanista” (all’Arabia Saudita vendiamo tranquillamente le bombe costruite alla Rwm di Domusnovas, sapendo che le tirano sui bambini yemeniti...) va avanti con vero sprezzo del ridicolo.
Si sa che gli Stati Uniti hanno lanciato la “guerra dei dazi”, principalmente contro la Cina e contro la Germania (anche se se ne parla di meno). Ma allo stesso tempo stanno trattando con Pechino un mega-accordo commerciale e finanziario. L’agenzia stampa Xinhua comunica che Yi Gang, governatore della People’ s bank of China, sta per liberalizzare il mercato bancario, assicurativo e finanziario cinese agli operatori esteri.
Lo faranno probabilmente anche se l’accordo non dovesse andare in porto (era previsto per fine mese, ma i preparativi per il viaggio di Xi Jinping negli Usa non sono ancora iniziati, complice – con tutta probabilità – il fallimento del vertice vietnamita sul nucleare, tra Trump e Kim Jong-un). Ma è chiaro che fare accordi di dimensioni colossali con Pechino non è affatto “vietato”; anzi, ci si scontra per chi arriva prima e meglio.
Al confronto, il Memorandum che verrà firmato il 22 marzo – un “accordo quadro”, entro il quale in futuro si cominceranno a inserire progetti concreti – è un “affarino” minore. Ma già così diventa l’accordo espansivo dell’economia più importante che l’Italia abbia mai sottoscritto da quando è entrata sotto la frusta del trattao di Maastricht...
Quelli che strepitano contro, dunque, stanno lavorando per qualcun altro. Americano o tedesco che sia. Altrimenti non si spiega...
Michele Geraci, sottosegretario grillino al ministero dello Sviluppo Economico, ha dato un’intervista per ricordare, fra l’altro, che “L’Italia ha sempre detto che guardava con interesse a questa iniziativa. A suo tempo l’ex primo ministro Gentiloni ha partecipato al primo forum Belt & Road Initiative a Pechino, a dimostrazione che si tratta di un dossier avviato non da noi ma dal governo precedente. Noi stiamo solo accelerando, perché temo che possa sfuggirci questa opportunità di fare affari con la Cina e di far sì che l’Italia si giochi un ruolo importante nel Mediterraneo.”
Questo governo è odioso per molte ragioni, come ben sanno i nostri lettori, ma non è su questo tema che ha senso “incalzarlo”. Se la possibilità di far parte della Via della Seta fosse stata a portata di mano quattro anni fa, per dirne una, il governo Tsipras avrebbe avuto una carta in più da giocare contro la pressione dell’Unione Europea.
Non l’avrebbe colta comunque, perché una scelta del genere sarebbe davvero una rottura* nei rapporti con la Ue, e l’evanescente Tsipras ha dimostrato ad abundantiam di non avere il cuor di leone.
Ma la questione del posizionamento strategico del nostro paese si pone come ineludibile per qualsiasi governo futuro voglia condurre politiche di sviluppo (di qualsiasi tipo), ponendo un argine al rapido declino industriale e alla fuga della produzione verso altri lidi.
E’ un problema di visione che si pone soprattutto a chi si candida a costruire una rappresentanza politica capace di migliorare la situazione della classi popolari e magari rovesciare le priorità.
Detta brutalmente: se all’interno dell’Unione Europea questo tipo di politiche non si possono fare e se fare accordi con gli Usa comporta un incremento della sudditanza geopolitica e militare nei loro confronti... con chi diavolo farem(m)o accordi tali da farci realizzare gli obbiettivi?
* Non tutti capiscono subito cosa significa “rottura dei trattati Ue”; qui ne possiamo vedere un buon esempio.
Fonte
07/03/2019
La carne macinata non serve a fare bistecche
Vi ricordate del 4 marzo 2018? Lo sfondamento dei “populisti”, l’emarginazione di quel che restava dei partiti “classici”, la maledizione popolare sul centrosinistra, e soprattutto l’emergere prepotente di un’anomalia politica che prometteva di rigirare tutto come una “scatoletta di tonno”?
Sembrano passati dieci anni, da allora.
L’abbraccio governativo tra Cinque Stelle e Lega (l’altra presunta versione di quell’anomalia) sta rapidamente portando all’erosione drastica della credibilità della “nuova classe politica”. E soprattutto dei suoi discorsi, pomposamente travestiti da princìpi. Quel “né di destra, né di sinistra”, “uno vale uno”, “tagliare i costi della politica”, “portare al governo la gente comune”, il voto in piattaforma su quesiti scelti non si sa da chi (ogni sociologo, anche di infimo livello, sa che ogni domanda circoscrive le possibili risposte e in buona parte le determina), ecc.
Un’epoca è finita, ma girandoci all’indietro vediamo che si è trattato di una sbornia di breve durata.
La crescita esponenziale della Lega parafascista e il “ritorno del centrosinistra” sotto la neovernice zingarettiana, puntano apertamente al ripristino della dialettica politica bloccata, a quel “bipolarismo” che ha desertificato il panorama politico italiano degli ultimi venti anni. Ed ha distrutto “la sinistra”, incapace di autonomia, ridotta a tossicodipendente in cerca di impossibile “unità” ad ogni tornata elettorale, strangolata da soglie di sbarramento, voto utile e assenza assoluta di una qualsiasi visione, anche di breve periodo.
Ma non si tratta di un banale “ritorno al passato”. La Storia va solo avanti, com’è noto. E se alcune forme del potere dell’establishment sembrano pressoché identiche alle precedenti, la novità sta nel decadere dell’anomalia; ovvero nel venir meno della forma assunta dall’esigenza sociale di rompere quel monopolio di potere.
La crisi dei Cinque Stelle, insomma, apre un problema che sembrava per alcuni versi risolto: quello della rappresentanza politica di interessi non ammessi nell’agenda politica “europeista” (anche nella sua forma più “nazionalista”).
Una rappresentanza socialmente interclassista, confusa, ambigua, instabile, furbetta, sconclusionata, comunque – per un attimo – in grado di rappresentare un terzo dell’elettorato.
Quanto grande dev’essere il bisogno di rottura di un quadro paralizzante se tanta della nostra gente si è accontentata di uno straccio di rappresentanza del genere?
La pratica di governo si è ben presto incaricata di smontare molte delle soluzioni immaginifiche, ma anche buona parte delle indicazioni ricevute da segmenti rilevanti della popolazione più attiva (i movimenti contro Tav e Tap su tutti), mostrando la pochezza di un ceto politico improvvisato (al di là di ogni stucchevole polemica sui titoli di studio: sono esistiti grandi dirigenti del movimento operaio in grado di pensare da statisti, anche con la quinta elementare).
Per gestire – e ancor di più per sovvertire – lo stato di cose presenti, bisogna conoscere e capire i meccanismi di funzionamento della macchina produttiva e di quella istituzionale, le relazioni stabili e le priorità tra amministrazione locale-nazionale e quella continentale-europea; bisogna avere nozione degli interessi strutturati, dei loro agenti e rappresentanti, delle loro tecniche e capacità di manovra. E dunque bisogna avere una visione in grado di “comprendere” tutti questi – ed altri – elementi, un programma realistico di smontaggio-sostituzione degli interessi sociali da privilegiare con gli strumenti che si hanno a disposizione. Prima e dopo avere assunto “l’onere del governo”.
E’ insomma necessario un quadro dirigente di qualità, capace quanto meno di scuotere l’esistente favorendo partecipazione-invasione degli interessi sociali nell’impersonale macchina “amministrativa”. Roba incomprensibile, per i vertici Cinque Stelle e per i bilanci della Casaleggio & Associati.
Roba incomprensibile – dobbiamo gridarlo con molta chiarezza – anche per l’acquario della sinistra.
Ossia l’insieme dei “cespugli” che vivacchiano da anni nel terrore di scomparire e che, proprio per questo, vanno scomparendo. In politica, infatti, specie in tempi di crisi, non c’è spazio per l’autoconservazione di un ceto politico. Se non ci sono riusciti neanche i democristiani – ce ne sono ancora in giro molti, ma sotto altre “ragioni sociali” – come potevano riuscirci gli epigoni (molto) minori della grande tradizione del socialismo e comunismo italiani?
Non si tratta di spocchia o senso di superiorità, ma di una semplice – e per molti versi disperante – constatazione.
In questo microcosmo, da decenni ormai, si sono stratificate pratiche, pregiudizi, modi di pensare, subculture, stili di lavoro e di “militanza”, che producono frantumazione nello stesso momento in cui parlano di unità necessaria. Un insieme di elementi interconnessi in mille e contorti modi, ma tutti instabili, fragili, volatili.
Una subcultura votata alla coazione a ripetere e alla sconfitta che nell’arco di un trentennio ha infettato larghe aree del cosiddetto “popolo della sinistra”, sempre pronto a scendere in piazza se il tema – come si usa dire – non è “divisivo” ed è ben visto anche dal sistema mediatico mainstream. Un popolo pieno ex attivisti e militanti che magari hanno attraversato e abbandonato una (o più) organizzazioni, criticandone ferocemente dirigenti e “funzionari intermedi”. Ma che se ritrovano, per un attimo, voglia di far politica, immediatamente replicano i difetti che prima avevano criticato. A cominciare dall’ansia elettorale e dalle aspirazioni individuali a una “carica” purchessia.
Se occorre visione, programma, “quadri politici”, stile di lavoro... occorre un progetto basato su poche ma robuste intuizioni. Non servono invece – anzi, sono un danno – defatiganti confronti letterari sulle virgole da spostare in un “appello” o “preambolo”, battaglie furibonde su sinonimi e contrari, mediazioni al ribasso che fanno evaporare le poche idee praticabili, “condivisioni” fondate sul nulla, ”unità possibile” che diventa tale solo se priva di qualsiasi contenuto.
Perché, con tutto il rispetto per i vegetariani, a tante cose serve la carne macinata, meno che a fare le bistecche con l’osso. E qui c’è da rimpolpare, e molto, una ipotesi di tenuta e rilancio di interessi sociali definiti – su lavoro, salario, ambiente, abitazioni, servizi sociali – da mettere pesantemente sul tavolo. Per evitare che siano sempre e solo gli interessi “altri” a prevalere, sia quando governa la destra sia quando governa la “Ditta” del Pd.
Fonte
Sembrano passati dieci anni, da allora.
L’abbraccio governativo tra Cinque Stelle e Lega (l’altra presunta versione di quell’anomalia) sta rapidamente portando all’erosione drastica della credibilità della “nuova classe politica”. E soprattutto dei suoi discorsi, pomposamente travestiti da princìpi. Quel “né di destra, né di sinistra”, “uno vale uno”, “tagliare i costi della politica”, “portare al governo la gente comune”, il voto in piattaforma su quesiti scelti non si sa da chi (ogni sociologo, anche di infimo livello, sa che ogni domanda circoscrive le possibili risposte e in buona parte le determina), ecc.
Un’epoca è finita, ma girandoci all’indietro vediamo che si è trattato di una sbornia di breve durata.
La crescita esponenziale della Lega parafascista e il “ritorno del centrosinistra” sotto la neovernice zingarettiana, puntano apertamente al ripristino della dialettica politica bloccata, a quel “bipolarismo” che ha desertificato il panorama politico italiano degli ultimi venti anni. Ed ha distrutto “la sinistra”, incapace di autonomia, ridotta a tossicodipendente in cerca di impossibile “unità” ad ogni tornata elettorale, strangolata da soglie di sbarramento, voto utile e assenza assoluta di una qualsiasi visione, anche di breve periodo.
Ma non si tratta di un banale “ritorno al passato”. La Storia va solo avanti, com’è noto. E se alcune forme del potere dell’establishment sembrano pressoché identiche alle precedenti, la novità sta nel decadere dell’anomalia; ovvero nel venir meno della forma assunta dall’esigenza sociale di rompere quel monopolio di potere.
La crisi dei Cinque Stelle, insomma, apre un problema che sembrava per alcuni versi risolto: quello della rappresentanza politica di interessi non ammessi nell’agenda politica “europeista” (anche nella sua forma più “nazionalista”).
Una rappresentanza socialmente interclassista, confusa, ambigua, instabile, furbetta, sconclusionata, comunque – per un attimo – in grado di rappresentare un terzo dell’elettorato.
Quanto grande dev’essere il bisogno di rottura di un quadro paralizzante se tanta della nostra gente si è accontentata di uno straccio di rappresentanza del genere?
La pratica di governo si è ben presto incaricata di smontare molte delle soluzioni immaginifiche, ma anche buona parte delle indicazioni ricevute da segmenti rilevanti della popolazione più attiva (i movimenti contro Tav e Tap su tutti), mostrando la pochezza di un ceto politico improvvisato (al di là di ogni stucchevole polemica sui titoli di studio: sono esistiti grandi dirigenti del movimento operaio in grado di pensare da statisti, anche con la quinta elementare).
Per gestire – e ancor di più per sovvertire – lo stato di cose presenti, bisogna conoscere e capire i meccanismi di funzionamento della macchina produttiva e di quella istituzionale, le relazioni stabili e le priorità tra amministrazione locale-nazionale e quella continentale-europea; bisogna avere nozione degli interessi strutturati, dei loro agenti e rappresentanti, delle loro tecniche e capacità di manovra. E dunque bisogna avere una visione in grado di “comprendere” tutti questi – ed altri – elementi, un programma realistico di smontaggio-sostituzione degli interessi sociali da privilegiare con gli strumenti che si hanno a disposizione. Prima e dopo avere assunto “l’onere del governo”.
E’ insomma necessario un quadro dirigente di qualità, capace quanto meno di scuotere l’esistente favorendo partecipazione-invasione degli interessi sociali nell’impersonale macchina “amministrativa”. Roba incomprensibile, per i vertici Cinque Stelle e per i bilanci della Casaleggio & Associati.
Roba incomprensibile – dobbiamo gridarlo con molta chiarezza – anche per l’acquario della sinistra.
Ossia l’insieme dei “cespugli” che vivacchiano da anni nel terrore di scomparire e che, proprio per questo, vanno scomparendo. In politica, infatti, specie in tempi di crisi, non c’è spazio per l’autoconservazione di un ceto politico. Se non ci sono riusciti neanche i democristiani – ce ne sono ancora in giro molti, ma sotto altre “ragioni sociali” – come potevano riuscirci gli epigoni (molto) minori della grande tradizione del socialismo e comunismo italiani?
Non si tratta di spocchia o senso di superiorità, ma di una semplice – e per molti versi disperante – constatazione.
In questo microcosmo, da decenni ormai, si sono stratificate pratiche, pregiudizi, modi di pensare, subculture, stili di lavoro e di “militanza”, che producono frantumazione nello stesso momento in cui parlano di unità necessaria. Un insieme di elementi interconnessi in mille e contorti modi, ma tutti instabili, fragili, volatili.
Una subcultura votata alla coazione a ripetere e alla sconfitta che nell’arco di un trentennio ha infettato larghe aree del cosiddetto “popolo della sinistra”, sempre pronto a scendere in piazza se il tema – come si usa dire – non è “divisivo” ed è ben visto anche dal sistema mediatico mainstream. Un popolo pieno ex attivisti e militanti che magari hanno attraversato e abbandonato una (o più) organizzazioni, criticandone ferocemente dirigenti e “funzionari intermedi”. Ma che se ritrovano, per un attimo, voglia di far politica, immediatamente replicano i difetti che prima avevano criticato. A cominciare dall’ansia elettorale e dalle aspirazioni individuali a una “carica” purchessia.
Se occorre visione, programma, “quadri politici”, stile di lavoro... occorre un progetto basato su poche ma robuste intuizioni. Non servono invece – anzi, sono un danno – defatiganti confronti letterari sulle virgole da spostare in un “appello” o “preambolo”, battaglie furibonde su sinonimi e contrari, mediazioni al ribasso che fanno evaporare le poche idee praticabili, “condivisioni” fondate sul nulla, ”unità possibile” che diventa tale solo se priva di qualsiasi contenuto.
Perché, con tutto il rispetto per i vegetariani, a tante cose serve la carne macinata, meno che a fare le bistecche con l’osso. E qui c’è da rimpolpare, e molto, una ipotesi di tenuta e rilancio di interessi sociali definiti – su lavoro, salario, ambiente, abitazioni, servizi sociali – da mettere pesantemente sul tavolo. Per evitare che siano sempre e solo gli interessi “altri” a prevalere, sia quando governa la destra sia quando governa la “Ditta” del Pd.
Fonte
06/07/2018
Bipolarismo consociativo?
L’esito delle elezioni del 4 marzo scorso e la formazione del governo Lega–M5S hanno creato una situazione molto complessa e per certi versi inedita.
L’interesse degli osservatori riguarda soprattutto un punto, concernente la prospettiva politica del Paese nel breve–medio periodo: si profila, infatti, la possibilità di strutturazione di un nuovo bipolarismo dopo quello “temperato” e sostanzialmente omologante tra centrodestra e centrosinistra, che vedrebbe a confronto per l’egemonia i due soggetti attualmente al governo.
L’alternativa al nuovo bipolarismo può essere invece configurata in questo interrogativo: gli stessi soggetti saranno costretti a un lungo periodo di convivenza al governo fino a formare una sorta di entità consociativa all’interno della quale dovrà essere costantemente esercitata un’attenta opera di mediazione?
Da tener conto, per definire meglio il quadro, come la Lega stia puntando all’annessione della piccola formazione di Fratelli d’Italia (le cui caratteristiche di fondo si prestano sicuramente all’inglobamento) e di Forza Italia, scesa nei sondaggi a minimi storici francamente impensabili fino a qualche tempo fa, ma fortemente divisa su questa prospettiva.
In questo modo la Lega allargherebbe la propria dimensione di destra, in una visione tradizionalmente maggioritaria nel Paese almeno dalle elezioni del 1994 in avanti.
Da aggiungere che, nel caso di una stabilizzazione della formula di governo e dell’avvio di una pratica consociativa si aprirebbe oggettivamente uno spazio all’interno del sistema che, a prescindere da programmi e qualità dei soggetti politici e dei loro gruppi dirigenti, non potrà che essere occupato dall’opposizione.
Un’opposizione strutturata in forme articolate rispetto alle diverse progettualità e rappresentatività sociali e non necessariamente orientata a sinistra.
In più, nel caso della soluzione consociativa (della quale individuiamo già alcuni evidenti segnali fin dai primi atti del nuovo esecutivo: ad esempio nel “decreto dignità”), il piano di governo non potrà discostarsi di molto da quello definito, proprio sul piano dell’espressione di progettualità politica, dai precedenti governi di centrodestra, centrosinistra, “tecnici” e di solidarietà nazionale: le possibilità di utilizzo delle risorse, all’interno del quadro dato, indicano già con chiarezza questo recinto.
In sostanza si verificherebbe un’occupazione sistematica del centro, sia sul piano sociale sia politico, con l’asse rivolto verso destra.
Lega e M5S si presenteranno comunque all’appuntamento di fase, che prevede come prima scadenza complessiva quella delle elezioni europee 2019, marcando una fondamentale diversità tra loro nell'affrontare “vincolo interno” e “vincolo esterno”.
Il M5S, infatti, si troverà a dover essenzialmente affrontare il “vincolo interno”: lo dimostra la composizione geografica del suo elettorato (prevalentemente meridionale) e le aspirazioni che questo esprime legate soprattutto alla concretizzazione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”.
Fatto salvo il giudizio sull’approccio sbagliato che il M5S mantiene al riguardo del tema del lavoro (approccio sbagliato che però è stato alla base di buona parte delle sue fortune elettorali), la tensione che dai più diversi settori sociali viene proprio in direzione del “reddito di cittadinanza” è indicativo del clima culturale che si respira in ampie parti del Paese, a dimostrazione anche (come fattore non secondario) del permanere di una profonda spaccatura sul piano geografico.
Quasi un’Italia ridotta, dalle “tre società” di Bagnasco, a una suddivisione “duale”, con la sparizione del centro assorbito dal Nord nella modificazione profonda del modello di sviluppo avvenuta nel corso degli ultimi 20 anni (i risultati elettorali di Emilia e Toscana non si sono verificati a caso).
La Lega dal canto suo, nonostante le iniezioni di sovranismo nazionalista, rimane Partito incentrato sul Nord, dove governa le due regioni fondamentali come Lombardia e Veneto, con in più la Liguria, regione nella quale esercita una forte azione di vera e propria “trazione” al limite dell’egemonia, in particolare rispetto al rapporto tra Regione e Comune di Genova.
Riferirsi al Nord significa rapportarsi a un certo tipo di borghesia produttiva sulla base dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo.
Una borghesia per la quale è determinante il cosiddetto “vincolo esterno”, fattore decisivo per l’orientamento della produzione soprattutto verso l’export (da qui, tra le altre cose, nasce anche l’ostilità all’euro).
Sistemato l’incoraggiamento che la Lega rivolge all’evasione fiscale (mentre la flat–tax dovrà attendere tempi migliori) i punti decisivi sui quali la stessa Lega dovrà incentrare la sua azione di governo (svolta finora in funzione egemonica) riguardano la ristrutturazione che si sta verificando a livello europeo in coincidenza con l’esprimersi di un nuovo quadro globale (dazi, denuncia dei trattati commerciali, “shopping” cinese: perché su questo punto si risolverà la nuova “via della seta”).
Una situazione che sta portando a uno spostamento d’asse verso Est con un diverso ruolo della Germania rispetto al progetto dell’Europa carolingia.
Alla fine agitato lo spettro dell’uomo nero, l’utilizzo del tema dei migranti non si discosterà molto nella visione leghista in funzione di un nuovo “esercito di riserva” al fine di disporre di manodopera a basso costo (come tradizionalmente avvenuto nelle ferriere bresciane o nelle concerie vicentine).
Da tener conto, ai fini di un necessario compimento d’analisi, come risulti ben più solido l’insediamento leghista, sia sul piano sociale sia elettorale; mentre l’area elettorale che ha votato 5 stelle appare sottoposta a più rapidi processi di vero e proprio smottamento in un quadro di accresciuta volatilità del voto.
Le possibilità di un ulteriore riallineamento del sistema politico italiano sono quindi legate all’emergere di un confronto attorno ai temi proposti dai due differenti vincoli di riferimento al riguardo delle due formazioni di governo.
Se si arriverà a questo confronto ci troveremo di fronte ad un inedito schema bipolare, che non conterebbe più la previsione del dualismo destra/sinistra.
In caso diverso si proporrà una fase non breve di comunanza al governo e di formazione, com’è già stato accennato, di un quadro di tipo consociativo.
In un modo o nell’altro l’eventuale volontà di opposizione e la formazione di una soggettività politica che la rappresenti, sul versante di sinistra, non potrà che avviarsi analizzando con attenzione le priorità sociali emergenti (in specifico nel mondo del lavoro e nei settori che proprio dal mondo del lavoro risultano emarginati) e le possibilità di collegamento con le forze più radicalmente progressiste sul piano europeo, avviando da subito una verifica di possibilità attorno alla prospettiva di una presentazione comune nelle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nella primavera del 2019.
Da sinistra è il caso di valutare una possibilità di ripresa partendo dalla condizione materiale di lavoratrici e lavoratori posta in relazione al fenomeno dell’allargarsi dello sfruttamento collettivo e individuale e della marginalizzazione che ha caratterizzato decisamente la fase apertasi dal 2007 in avanti, con l’innesto dei fenomeni migratori resisi particolarmente evidenti nei primi quindici anni del nuovo secolo.
Concludendo con una battuta servirebbe, a sinistra, un maggiore attenzione al fenomeno emergente della “proletarizzazione collettiva”.
Fonte
L’interesse degli osservatori riguarda soprattutto un punto, concernente la prospettiva politica del Paese nel breve–medio periodo: si profila, infatti, la possibilità di strutturazione di un nuovo bipolarismo dopo quello “temperato” e sostanzialmente omologante tra centrodestra e centrosinistra, che vedrebbe a confronto per l’egemonia i due soggetti attualmente al governo.
L’alternativa al nuovo bipolarismo può essere invece configurata in questo interrogativo: gli stessi soggetti saranno costretti a un lungo periodo di convivenza al governo fino a formare una sorta di entità consociativa all’interno della quale dovrà essere costantemente esercitata un’attenta opera di mediazione?
Da tener conto, per definire meglio il quadro, come la Lega stia puntando all’annessione della piccola formazione di Fratelli d’Italia (le cui caratteristiche di fondo si prestano sicuramente all’inglobamento) e di Forza Italia, scesa nei sondaggi a minimi storici francamente impensabili fino a qualche tempo fa, ma fortemente divisa su questa prospettiva.
In questo modo la Lega allargherebbe la propria dimensione di destra, in una visione tradizionalmente maggioritaria nel Paese almeno dalle elezioni del 1994 in avanti.
Da aggiungere che, nel caso di una stabilizzazione della formula di governo e dell’avvio di una pratica consociativa si aprirebbe oggettivamente uno spazio all’interno del sistema che, a prescindere da programmi e qualità dei soggetti politici e dei loro gruppi dirigenti, non potrà che essere occupato dall’opposizione.
Un’opposizione strutturata in forme articolate rispetto alle diverse progettualità e rappresentatività sociali e non necessariamente orientata a sinistra.
In più, nel caso della soluzione consociativa (della quale individuiamo già alcuni evidenti segnali fin dai primi atti del nuovo esecutivo: ad esempio nel “decreto dignità”), il piano di governo non potrà discostarsi di molto da quello definito, proprio sul piano dell’espressione di progettualità politica, dai precedenti governi di centrodestra, centrosinistra, “tecnici” e di solidarietà nazionale: le possibilità di utilizzo delle risorse, all’interno del quadro dato, indicano già con chiarezza questo recinto.
In sostanza si verificherebbe un’occupazione sistematica del centro, sia sul piano sociale sia politico, con l’asse rivolto verso destra.
Lega e M5S si presenteranno comunque all’appuntamento di fase, che prevede come prima scadenza complessiva quella delle elezioni europee 2019, marcando una fondamentale diversità tra loro nell'affrontare “vincolo interno” e “vincolo esterno”.
Il M5S, infatti, si troverà a dover essenzialmente affrontare il “vincolo interno”: lo dimostra la composizione geografica del suo elettorato (prevalentemente meridionale) e le aspirazioni che questo esprime legate soprattutto alla concretizzazione del cosiddetto “reddito di cittadinanza”.
Fatto salvo il giudizio sull’approccio sbagliato che il M5S mantiene al riguardo del tema del lavoro (approccio sbagliato che però è stato alla base di buona parte delle sue fortune elettorali), la tensione che dai più diversi settori sociali viene proprio in direzione del “reddito di cittadinanza” è indicativo del clima culturale che si respira in ampie parti del Paese, a dimostrazione anche (come fattore non secondario) del permanere di una profonda spaccatura sul piano geografico.
Quasi un’Italia ridotta, dalle “tre società” di Bagnasco, a una suddivisione “duale”, con la sparizione del centro assorbito dal Nord nella modificazione profonda del modello di sviluppo avvenuta nel corso degli ultimi 20 anni (i risultati elettorali di Emilia e Toscana non si sono verificati a caso).
La Lega dal canto suo, nonostante le iniezioni di sovranismo nazionalista, rimane Partito incentrato sul Nord, dove governa le due regioni fondamentali come Lombardia e Veneto, con in più la Liguria, regione nella quale esercita una forte azione di vera e propria “trazione” al limite dell’egemonia, in particolare rispetto al rapporto tra Regione e Comune di Genova.
Riferirsi al Nord significa rapportarsi a un certo tipo di borghesia produttiva sulla base dell’intensificazione dello sfruttamento del lavoro vivo.
Una borghesia per la quale è determinante il cosiddetto “vincolo esterno”, fattore decisivo per l’orientamento della produzione soprattutto verso l’export (da qui, tra le altre cose, nasce anche l’ostilità all’euro).
Sistemato l’incoraggiamento che la Lega rivolge all’evasione fiscale (mentre la flat–tax dovrà attendere tempi migliori) i punti decisivi sui quali la stessa Lega dovrà incentrare la sua azione di governo (svolta finora in funzione egemonica) riguardano la ristrutturazione che si sta verificando a livello europeo in coincidenza con l’esprimersi di un nuovo quadro globale (dazi, denuncia dei trattati commerciali, “shopping” cinese: perché su questo punto si risolverà la nuova “via della seta”).
Una situazione che sta portando a uno spostamento d’asse verso Est con un diverso ruolo della Germania rispetto al progetto dell’Europa carolingia.
Alla fine agitato lo spettro dell’uomo nero, l’utilizzo del tema dei migranti non si discosterà molto nella visione leghista in funzione di un nuovo “esercito di riserva” al fine di disporre di manodopera a basso costo (come tradizionalmente avvenuto nelle ferriere bresciane o nelle concerie vicentine).
Da tener conto, ai fini di un necessario compimento d’analisi, come risulti ben più solido l’insediamento leghista, sia sul piano sociale sia elettorale; mentre l’area elettorale che ha votato 5 stelle appare sottoposta a più rapidi processi di vero e proprio smottamento in un quadro di accresciuta volatilità del voto.
Le possibilità di un ulteriore riallineamento del sistema politico italiano sono quindi legate all’emergere di un confronto attorno ai temi proposti dai due differenti vincoli di riferimento al riguardo delle due formazioni di governo.
Se si arriverà a questo confronto ci troveremo di fronte ad un inedito schema bipolare, che non conterebbe più la previsione del dualismo destra/sinistra.
In caso diverso si proporrà una fase non breve di comunanza al governo e di formazione, com’è già stato accennato, di un quadro di tipo consociativo.
In un modo o nell’altro l’eventuale volontà di opposizione e la formazione di una soggettività politica che la rappresenti, sul versante di sinistra, non potrà che avviarsi analizzando con attenzione le priorità sociali emergenti (in specifico nel mondo del lavoro e nei settori che proprio dal mondo del lavoro risultano emarginati) e le possibilità di collegamento con le forze più radicalmente progressiste sul piano europeo, avviando da subito una verifica di possibilità attorno alla prospettiva di una presentazione comune nelle elezioni per il Parlamento europeo che si svolgeranno nella primavera del 2019.
Da sinistra è il caso di valutare una possibilità di ripresa partendo dalla condizione materiale di lavoratrici e lavoratori posta in relazione al fenomeno dell’allargarsi dello sfruttamento collettivo e individuale e della marginalizzazione che ha caratterizzato decisamente la fase apertasi dal 2007 in avanti, con l’innesto dei fenomeni migratori resisi particolarmente evidenti nei primi quindici anni del nuovo secolo.
Concludendo con una battuta servirebbe, a sinistra, un maggiore attenzione al fenomeno emergente della “proletarizzazione collettiva”.
Fonte
26/04/2018
Il logorio che prepara il “governo tecnico”
Due mesi senza riuscire a fare un governo possono sembrare tanti, specie se “il programma” da realizzare è già scritto nei trattati, a cominciare da quel Fiscal Compact che dal 2019 diventerà l’alfa e l’omega di ogni esecutivo. La situazione attuale, oltretutto, non è più quella ante elezioni, quando alcune forze politiche – quelle poi uscite premiate da voto – sembravano “populiste ed euroscettiche”. Sia Salvini sia Di Maio (e quest’ultimo in modo molto netto) hanno rapidamente messo da parte ogni velleità di mettere in discussione i vincoli europei. Dunque non sembrerebbero esserci ostacoli veri alla formazione di un governo comunque obbligato a seguire una strada già tracciata.
Eppure non si schiodano dai veti incrociati.
Per provare a capire le ragioni dello stallo bisogna per forza far riferimento a due fattori strettamente intrecciati, anche se di peso alquanto diverso.
Sul piano strettamente interno, “politicista”, il sistema partitico è diventato sostanzialmente tripolare ma sulla base di dinamiche “maggioritarie” tipiche di un sistema bipolare. Anche la forza nata per rompere lo schema – i pentastellati – sono cresciuti seguendo la stessa dinamica, ma in chiave contrappositiva radicale: “noi” contro tutti gli altri, sostanzialmente uguali (cosa vera, oltretutto, con piccolissimi distinguo).
Dismessi gli abiti “rivoluzionari” per quelli tranquillizzanti degli statisti, però, è venuta meno anche la principale differenza tra “i nuovi” e il vecchio schieramento politico. I malumori evidenti tra gli attivisti grillini mostrano comunque che le svolte improvvise possono anche essere fatte, ma è difficile farle metabolizzare rapidamente a un corpo sociale ed elettorale costruito sulla purezza e differenza antropologica.
Idem dicasi per il centrodestra, o almeno per la sua frazione leghista, capace di mietere successi promettendo cose impossibili senza rompere il quadro delle “compatibilità di bilancio” – la cancellazione della legge Fornero e la flat tax – ed anche la coalizione con Berlusconi (fresco di accordo “europeista” con il nemico numero uno, Angela Merkel).
Il Pd, dopo la disfatta del renzismo, rischia seriamente la polverizzazione, lacerato tra ansie “governiste” (tipiche di ogni aggregato fatto di poltronisti a prescindere) e necessità di mantenere il ruolo di caposaldo europeista, necessariamente impopolare.
Da questa situazione è insomma estremamente difficile far uscire un “governo politico”, ossia una coalizione cementata da pochi punti programmatici sufficientemente credibili da presentare “al pubblico”. Per ognuno degli eventuali “contraenti”, infatti, apparire come “traditori” rispetto a una storia di contrapposizioni apparenti durissime diventerebbe un boomerang.
Nello stallo generale diventa perciò visibile il lavorio logorante dei maggiori sconfitti del 4 marzo – Renzi e Berlusconi – che puntano scopertamente a impedire una qualsiasi “quadra”. Le prese di posizione puramente ostative, pregiudiziali, apparentemente “illogiche” per delle forze che si autodefiniscono “responsabili”, hanno un senso logico sono se mirate a impedire qualsiasi soluzione. A “bruciare” qualsiasi candidato politico.
All’orizzonte di questo lavorio non ci sono però nuove elezioni, ma solo un “governo tecnico”, che stia in piedi il tempo di scrivere la “legge di stabilità” insieme alla Commissione europea e una legge elettorale fortemente maggioritaria, riportando in vita la dinamica bipolare.
In fondo, una volta “normalizzati” i Cinque Stelle – adesione alla Nato e alla Ue, senza obiezioni – verrebbe anche meno il rischio che a vincere possa essere una forza “incontrollata”.
Per una sinistra degna di questo nome – radicalmente alternativa ai poteri internazionali e quindi anche al “sistemino politico” interno – ci sarebbe uno spazio immenso. Basta liberarsi dei fantasmi di una stagione politica ingloriosa, morta e sepolta. E lavorare tanto fra la nostra gente...
Fonte
Eppure non si schiodano dai veti incrociati.
Per provare a capire le ragioni dello stallo bisogna per forza far riferimento a due fattori strettamente intrecciati, anche se di peso alquanto diverso.
Sul piano strettamente interno, “politicista”, il sistema partitico è diventato sostanzialmente tripolare ma sulla base di dinamiche “maggioritarie” tipiche di un sistema bipolare. Anche la forza nata per rompere lo schema – i pentastellati – sono cresciuti seguendo la stessa dinamica, ma in chiave contrappositiva radicale: “noi” contro tutti gli altri, sostanzialmente uguali (cosa vera, oltretutto, con piccolissimi distinguo).
Dismessi gli abiti “rivoluzionari” per quelli tranquillizzanti degli statisti, però, è venuta meno anche la principale differenza tra “i nuovi” e il vecchio schieramento politico. I malumori evidenti tra gli attivisti grillini mostrano comunque che le svolte improvvise possono anche essere fatte, ma è difficile farle metabolizzare rapidamente a un corpo sociale ed elettorale costruito sulla purezza e differenza antropologica.
Idem dicasi per il centrodestra, o almeno per la sua frazione leghista, capace di mietere successi promettendo cose impossibili senza rompere il quadro delle “compatibilità di bilancio” – la cancellazione della legge Fornero e la flat tax – ed anche la coalizione con Berlusconi (fresco di accordo “europeista” con il nemico numero uno, Angela Merkel).
Il Pd, dopo la disfatta del renzismo, rischia seriamente la polverizzazione, lacerato tra ansie “governiste” (tipiche di ogni aggregato fatto di poltronisti a prescindere) e necessità di mantenere il ruolo di caposaldo europeista, necessariamente impopolare.
Da questa situazione è insomma estremamente difficile far uscire un “governo politico”, ossia una coalizione cementata da pochi punti programmatici sufficientemente credibili da presentare “al pubblico”. Per ognuno degli eventuali “contraenti”, infatti, apparire come “traditori” rispetto a una storia di contrapposizioni apparenti durissime diventerebbe un boomerang.
Nello stallo generale diventa perciò visibile il lavorio logorante dei maggiori sconfitti del 4 marzo – Renzi e Berlusconi – che puntano scopertamente a impedire una qualsiasi “quadra”. Le prese di posizione puramente ostative, pregiudiziali, apparentemente “illogiche” per delle forze che si autodefiniscono “responsabili”, hanno un senso logico sono se mirate a impedire qualsiasi soluzione. A “bruciare” qualsiasi candidato politico.
All’orizzonte di questo lavorio non ci sono però nuove elezioni, ma solo un “governo tecnico”, che stia in piedi il tempo di scrivere la “legge di stabilità” insieme alla Commissione europea e una legge elettorale fortemente maggioritaria, riportando in vita la dinamica bipolare.
In fondo, una volta “normalizzati” i Cinque Stelle – adesione alla Nato e alla Ue, senza obiezioni – verrebbe anche meno il rischio che a vincere possa essere una forza “incontrollata”.
Per una sinistra degna di questo nome – radicalmente alternativa ai poteri internazionali e quindi anche al “sistemino politico” interno – ci sarebbe uno spazio immenso. Basta liberarsi dei fantasmi di una stagione politica ingloriosa, morta e sepolta. E lavorare tanto fra la nostra gente...
Fonte
05/10/2015
Verso un bipolarismo Pd- 5stelle?
Leggendo i sondaggi (da prendere, come sempre, con le molle) sembra che ci sia generale accordo su queste tendenze:
a- il centrodestra si aggira ancora intorno ad un 30% nel suo complesso, ma solo sommando Lega, Fdi, Fi, diaspora di Fi (Alfano, Verdini, Fitto) e gruppo Casini;
b- il fenomeno Lega si sta gradualmente sgonfiando (è la seconda settimana di seguito che cala di circa 1 punto in percentuale a volta) ;
c- Forza Italia si sta polverizzando e non stupirebbe che scendesse sotto il 10%;
d- il Pd sta gradualmente risalendo dalla botta delle amministrative, ma è sempre lontano dalla soglia del 40%;
e- il M5s tende a risalire ed andare oltre il massimo storico del 25%, ma pur sempre fermandosi sotto il 30%;
f- l’area della “cosa rossa” arranca e fatica a raggiungere il 5%.
E sono tendenze stabili almeno dai primi di settembre. Ragioniamo nel caso si voti con l’Italicum non ulteriormente modificato. Sulla carta questo dovrebbe portare ad un ballottaggio Pd-Centro destra unito. Ma l’ipotesi di una alleanza di centro destra da Casini a Salvini appare fuori della realtà: non troverebbero un candidato che vada bene a tutti, ci sono troppe ruggini antiche e recenti, non riescono ad accordarsi per un candidato sindaco neppure a Milano (ne riparleremo), soprattutto si tratta di una sommatoria puramente matematica che non reggerebbe alla prova dei fatti (si sa che le grandi coalizioni non totalizzano mai la somma dei voti di tutti i componenti).
Poi, il maggior azionista della coalizione sarebbe Salvini che è troppo “al limite” dell’area ed è respingente per l’elettorato meridionale. Per di più, Salvini ci aggiunge una notevole arroganza personale, intimando agli altri di sciogliersi nel suo “partito unico” e di farlo entro fine ottobre perché poi non se ne parla più di accettare nessuno. Messa così, non è sicuro che neppure Berlusconi ci stia e, dunque, al massimo viene fuori un cartello Lega, FdI, Fi, vale a dire il 23-25% e sempre che Fi e Lega non calino ancora. Mentre è ragionevole che alfaniani, casiniani e verdiniani cerchino un accordo con il Pd. E qui il discorso si complica.
Nella logica del “Partito della Nazione” Renzi dovrebbe accoglierli, ma questo potrebbe portare a perdite di elettorato sulla sinistra (non dico all’uscita di Bersani & c. perché non avranno mai gli attributi per un gesto del genere, ma penso proprio agli elettori di sinistra) e chiuderebbe la strada a qualsiasi ipotesi di accordo con Sel, e compagnia. Nel complesso quel che il Pd prenderebbe da una parte, perderebbe dall’altra in un gioco a somma zero o quasi. Si tratta di capire su quale fianco Renzi preferisca rischiare. Considerato che i rimasugli di centro potrebbero o fare una propria coalizione che superi la soglia per entrare in Parlamento o confluire obtorto collo nella coalizione di destra, mentre l’area della “cosa Rossa” non avrebbe a che santo votarsi e potrebbe subire il solito richiamo del “voto utile”, è più probabile che Renzi lasci questi a bollire nel loro brodo e cerchi l’alleanza con i “centristi”. Ed in questo caso, il blocco Lega-Fi non sarebbe competitivo in partenza neppure come secondo arrivato per andare al ballottaggio.
La cosa potrebbe avere anche un’evoluzione imprevista se Berlusconi rompesse con Salvini e tornasse a spostarsi verso il centro, consentendo una candidatura più “centrale” fra sé e i transfughi di Fi e Casiniani. In questo caso potrebbero emergere candidature come quelle di Passera o Marchini e la Lega sarebbe schiacciata nell’angolo. Comunque, anche in questo caso, difficilmente sulla destra emergerebbe un polo in grado di arrivare secondo e partecipare al ballottaggio.
Dunque, allo stato dei fatti, l’ipotesi di un ballottaggio Pd-qualcosa di destra non sussiste. Le ipotesi realistiche sono solo due:
- che il Pd superi il 40% e si aggiudichi la maggioranza assoluta per via del premio;
- che si vada ad un ballottaggio Pd-M5s.
E qui dobbiamo considerare un dato particolare e, per certi versi paradossale: per il Pd è più facile prendere il 40% al primo turno che vincere al secondo. Questo perché il Pd raccoglie i suoi consensi nel primo turno, mentre nel secondo aggiunge poco o nulla, come già abbiamo avuto modo di dire nell’articolo dopo il ballottaggio delle amministrative di giugno, il Pd non esercita nessuna attrazione sull’elettorato non Pd (che abbia votato a destra o per il M5s) e chi deve votare Pd lo fa al primo turno, dopo non si raccoglie niente di più (rivedetevi i calcoli sul pezzo del 15 giugno scorso).
Ovviamente, occorre vedere come si orientano gli elettori del polo escluso dal ballottaggio (nel nostro caso quelli di destra) fra astensione e voto al M5s, l’esperienza (Parma, Livorno, ecc.) dice che spesso scelgono il M5s in odio al Pd. Dunque, il ballottaggio è una ipotesi rischiosa per il Pd, mentre raggiungere un 40% al primo colpo, non appare così impossibile. Considerando che i sondaggi lo danno al 33-34% e che potrebbe sommare il 4-6% della “cosa Rossa” o il 5-6% dei “centristi” l’obiettivo non è impossibile. Per cui è ragionevole aspettarsi che Renzi farà ogni sforzo per raggiungere la vittoria al primo turno.
Ma non è affatto scontato che ce la faccia. Di mezzo ci sono vari ostacoli: in primo luogo le comunali di Milano, Napoli, Torino (e forse Roma) nella prossima primavera. Se il risultato dovesse essere negativo sarebbe un brutto colpo e comprometterebbe la corsa verso il 40%. Poi, i prossimi due anni e mezzo (o anno e mezzo, se Renzi dovesse decidere di votare nel 2017) non promettono di essere buoni sul piano dell’economia (fra crisi cinese, debito brasiliano e caso VW, i nuvoloni sono neri e pesanti), e, infine, già oggi Renzi non può più giocare sull’effetto della novità, quindi deve “tenere in cottura” per un altro paio di anni, cosa non facile anche se questo è vero anche per i suoi rivali. Dunque, partita aperta su questo punto e si capisce la sua battaglia sul taglio delle tasse per fare il salto finale verso quota 40.
Quello che però appare più evidente è che la tendenza che si profila è un sistema politico a tre punte di cui una (quella di destra) spuntata, pertanto con un bipolarismo Pd-M5s. Per ora, sia chiaro, solo una tendenza, ma con buone probabilità di consolidarsi.
Fonte
a- il centrodestra si aggira ancora intorno ad un 30% nel suo complesso, ma solo sommando Lega, Fdi, Fi, diaspora di Fi (Alfano, Verdini, Fitto) e gruppo Casini;
b- il fenomeno Lega si sta gradualmente sgonfiando (è la seconda settimana di seguito che cala di circa 1 punto in percentuale a volta) ;
c- Forza Italia si sta polverizzando e non stupirebbe che scendesse sotto il 10%;
d- il Pd sta gradualmente risalendo dalla botta delle amministrative, ma è sempre lontano dalla soglia del 40%;
e- il M5s tende a risalire ed andare oltre il massimo storico del 25%, ma pur sempre fermandosi sotto il 30%;
f- l’area della “cosa rossa” arranca e fatica a raggiungere il 5%.
E sono tendenze stabili almeno dai primi di settembre. Ragioniamo nel caso si voti con l’Italicum non ulteriormente modificato. Sulla carta questo dovrebbe portare ad un ballottaggio Pd-Centro destra unito. Ma l’ipotesi di una alleanza di centro destra da Casini a Salvini appare fuori della realtà: non troverebbero un candidato che vada bene a tutti, ci sono troppe ruggini antiche e recenti, non riescono ad accordarsi per un candidato sindaco neppure a Milano (ne riparleremo), soprattutto si tratta di una sommatoria puramente matematica che non reggerebbe alla prova dei fatti (si sa che le grandi coalizioni non totalizzano mai la somma dei voti di tutti i componenti).
Poi, il maggior azionista della coalizione sarebbe Salvini che è troppo “al limite” dell’area ed è respingente per l’elettorato meridionale. Per di più, Salvini ci aggiunge una notevole arroganza personale, intimando agli altri di sciogliersi nel suo “partito unico” e di farlo entro fine ottobre perché poi non se ne parla più di accettare nessuno. Messa così, non è sicuro che neppure Berlusconi ci stia e, dunque, al massimo viene fuori un cartello Lega, FdI, Fi, vale a dire il 23-25% e sempre che Fi e Lega non calino ancora. Mentre è ragionevole che alfaniani, casiniani e verdiniani cerchino un accordo con il Pd. E qui il discorso si complica.
Nella logica del “Partito della Nazione” Renzi dovrebbe accoglierli, ma questo potrebbe portare a perdite di elettorato sulla sinistra (non dico all’uscita di Bersani & c. perché non avranno mai gli attributi per un gesto del genere, ma penso proprio agli elettori di sinistra) e chiuderebbe la strada a qualsiasi ipotesi di accordo con Sel, e compagnia. Nel complesso quel che il Pd prenderebbe da una parte, perderebbe dall’altra in un gioco a somma zero o quasi. Si tratta di capire su quale fianco Renzi preferisca rischiare. Considerato che i rimasugli di centro potrebbero o fare una propria coalizione che superi la soglia per entrare in Parlamento o confluire obtorto collo nella coalizione di destra, mentre l’area della “cosa Rossa” non avrebbe a che santo votarsi e potrebbe subire il solito richiamo del “voto utile”, è più probabile che Renzi lasci questi a bollire nel loro brodo e cerchi l’alleanza con i “centristi”. Ed in questo caso, il blocco Lega-Fi non sarebbe competitivo in partenza neppure come secondo arrivato per andare al ballottaggio.
La cosa potrebbe avere anche un’evoluzione imprevista se Berlusconi rompesse con Salvini e tornasse a spostarsi verso il centro, consentendo una candidatura più “centrale” fra sé e i transfughi di Fi e Casiniani. In questo caso potrebbero emergere candidature come quelle di Passera o Marchini e la Lega sarebbe schiacciata nell’angolo. Comunque, anche in questo caso, difficilmente sulla destra emergerebbe un polo in grado di arrivare secondo e partecipare al ballottaggio.
Dunque, allo stato dei fatti, l’ipotesi di un ballottaggio Pd-qualcosa di destra non sussiste. Le ipotesi realistiche sono solo due:
- che il Pd superi il 40% e si aggiudichi la maggioranza assoluta per via del premio;
- che si vada ad un ballottaggio Pd-M5s.
E qui dobbiamo considerare un dato particolare e, per certi versi paradossale: per il Pd è più facile prendere il 40% al primo turno che vincere al secondo. Questo perché il Pd raccoglie i suoi consensi nel primo turno, mentre nel secondo aggiunge poco o nulla, come già abbiamo avuto modo di dire nell’articolo dopo il ballottaggio delle amministrative di giugno, il Pd non esercita nessuna attrazione sull’elettorato non Pd (che abbia votato a destra o per il M5s) e chi deve votare Pd lo fa al primo turno, dopo non si raccoglie niente di più (rivedetevi i calcoli sul pezzo del 15 giugno scorso).
Ovviamente, occorre vedere come si orientano gli elettori del polo escluso dal ballottaggio (nel nostro caso quelli di destra) fra astensione e voto al M5s, l’esperienza (Parma, Livorno, ecc.) dice che spesso scelgono il M5s in odio al Pd. Dunque, il ballottaggio è una ipotesi rischiosa per il Pd, mentre raggiungere un 40% al primo colpo, non appare così impossibile. Considerando che i sondaggi lo danno al 33-34% e che potrebbe sommare il 4-6% della “cosa Rossa” o il 5-6% dei “centristi” l’obiettivo non è impossibile. Per cui è ragionevole aspettarsi che Renzi farà ogni sforzo per raggiungere la vittoria al primo turno.
Ma non è affatto scontato che ce la faccia. Di mezzo ci sono vari ostacoli: in primo luogo le comunali di Milano, Napoli, Torino (e forse Roma) nella prossima primavera. Se il risultato dovesse essere negativo sarebbe un brutto colpo e comprometterebbe la corsa verso il 40%. Poi, i prossimi due anni e mezzo (o anno e mezzo, se Renzi dovesse decidere di votare nel 2017) non promettono di essere buoni sul piano dell’economia (fra crisi cinese, debito brasiliano e caso VW, i nuvoloni sono neri e pesanti), e, infine, già oggi Renzi non può più giocare sull’effetto della novità, quindi deve “tenere in cottura” per un altro paio di anni, cosa non facile anche se questo è vero anche per i suoi rivali. Dunque, partita aperta su questo punto e si capisce la sua battaglia sul taglio delle tasse per fare il salto finale verso quota 40.
Quello che però appare più evidente è che la tendenza che si profila è un sistema politico a tre punte di cui una (quella di destra) spuntata, pertanto con un bipolarismo Pd-M5s. Per ora, sia chiaro, solo una tendenza, ma con buone probabilità di consolidarsi.
Fonte
27/01/2014
Le incoffessabili verità dell'Italicum
Liste di candidati in collegi plurinominali a cambiare il nome delle liste bloccate, ripartizione proporzionale dei seggi su base nazionale, alte soglie di sbarramento, premio di maggioranza, eventuale secondo turno di ballottaggio per l’assegnazione del premio di maggioranza. Questo, in cinque punti, l’impianto base della legge elettorale sul quale Renzi e Berlusconi hanno trovato l’accordo.
Una proposta dichiarata inemendabile, in quanto l’insieme ideato ha dei suoi perché e dove tutto può crollare se solo si prova a farne saltare uno.
Un punto di equilibrio difficilmente comprensibile, a meno di non prendere atto che si tratta di un tentativo con la chiara finalità di resuscitare, sotto altre forme, tutti i difetti incostituzionali del Porcellum.
Non ci si faccia ingannare, ad esempio, dalla ripartizione proporzionale dei seggi calcolata a livello nazionale, piuttosto che a livello di piccole circoscrizioni elettorali, così come ad esempio previsto dal modello spagnolo.
Si tratta di una scelta di fatto obbligata, direttamente conseguente all’altra scelta finalizzata a garantire la governabilità a tutti i costi: l’assegnazione di un premio di maggioranza che, per effetto della sentenza della Consulta, deve essere di entità certa e, quindi, necessariamente calcolato sulla base dei voti ricevuti e non dei seggi ottenuti.
Per effetto delle soglie di sbarramento, infatti, anche se di entità minore, esplicitamente od implicitamente determinate dai meccanismi adottati, la prima forza politica potrebbe facilmente ottenere il 35% dei seggi pur conseguendo una percentuale di voti minore. Il che ci farebbe trovare nuovamente di fronte ad un premio di maggioranza indeterminato e certamente incostituzionale.
In altre parole: premio di maggioranza e soluzioni che non facciano direttamente riferimento ai voti effettivamente ricevuti (metodo spagnolo o, peggio ancora, il Mattarellum), non possono convivere.
Altra scelta obbligata, le alte soglie di sbarramento, in modo particolare quella dell’8% per le liste non coalizzate.
Ovviamente, da parte di Renzi e Berlusconi l’interesse per le alte soglie di sbarramento è direttamente legato al desiderio di costringere gli elettori a subire il ricatto del voto utile: per amore o per forza, ciò che conta è solo il voto indirizzato verso le forze politiche maggiori.
Ma al di là di questo gravissimo condizionamento del libero esercizio del diritto di voto e l'esclusione dalla rappresentanza di milioni di elettori, anche la scelta di non consentire il ritorno al voto di preferenza e, al tempo stesso, rimanere nell’ambito dei limiti desunti dalla sentenza della Consulta, può di fatto determinare altri effetti a cascata.
Per tentare di superare le obiezioni della Corte Costituzionale, l’Italicum ha sostituito le lunghe liste di candidati bloccate del Porcellum, adottando liste più corte, altrettanto bloccate, ora definite “liste di candidati concorrenti in collegi plurinominali”.
Da qui, pertanto, la scelta obbligata della suddivisione delle circoscrizioni elettorali in un numero elevato di collegi che eleggono da 3 a non più di 6 candidati.
Dato, però, che la ripartizione dei seggi, per i motivi sopra evidenziati, può essere fatta solo a livello nazionale, in un buon numero di questi collegi plurinominali verranno eletti candidati che, per il voto di lista ottenuto, risulteranno aver preso meno voti di candidati di altre liste però non eletti.
E quale miglior soluzione, per ridurre a livelli trascurabili questa sorta di incongruente traduzione del voto locale in seggi nazionali, se non l’esclusione delle forze minori attraverso l’introduzione di alte soglie di sbarramento?
Per questo motivo, risultano oltremodo stravaganti le contraddittorie richieste di modifica provenienti dalla minoranza del PD, anch’essa contraria al ritorno del voto di preferenza.
Per evitare le liste bloccate, anche se corte, si propone di trasformare i collegi plurinominali in collegi uninominali.
Ma se la ripartizione dei seggi rimane di tipo proporzionale e calcolata su base nazionale, molti di questi collegi uninominali finirebbero per essere assegnati anche a chi potrebbe aver preso meno voti di tutti, rendendo ancor più evidente l’anomalia dell’incongruente traduzione del voto locale in seggi nazionali già sopra segnalata.
Per concludere sul punto, i collegi plurinominali corti o cortissimi, finalizzati a non restituire il voto di preferenza, di fatto implicano, per non avere risultati difficilmente comprensibili sotto il profilo logico dell’assegnazione dei seggi, l’esclusione quanto più ampia possibile delle forze minori.
Ma come e perché da parte del PD e Berlusconi non c’è alcun interesse per il ritorno al voto di preferenza?
Le ragioni elencate a livello ufficiale sono sempre le solite: le preferenze (da segnalare che la Consulta ha indicato il ritorno alla preferenza unica e non alle multipreferenze) sarebbero la fonte di ogni male, in quanto in grado di alimentare fenomeni di malcostume, voto di scambio e quant’altro, per arrivare, infine, alla mano influente della mafia.
Chi e cosa, però, potrebbe impedire che problemi della stessa natura possano verificarsi anche con le primarie, in misura maggiore visti gli ambiti più ristretti, mai nessuno l'ha spiegato.
Peraltro, è abbastanza curioso che ci si lamenti delle distorsioni che potrebbero derivare dal voto di preferenza, quando sono i partiti a candidare, per essere eletti, personaggi di dubbia qualità.
Si faccia sparire la gentaglia dalle liste, così come anche i nomi di grido messi lì per attrarre facili consensi, e qualsiasi scelta potrà derivare dal voto di preferenza sarà in ogni caso preferibile al sistema propagandato da Renzi e Berlusconi.
Lasciando quindi da parte motivazioni che hanno ben poco fondamento, la decisione di non tornare al voto di preferenza è sostanzialmente dovuta alla logica dell’asso piglia tutto insita nei sistemi maggioritari.
Se passerà l’Italicum, Casini l’ha già detto: lasciate perdere le simulazioni, perché alle prossime elezioni le scelte delle forze politiche di centro saranno completamente diverse.
Con la soglia di sbarramento all’8% per i non coalizzati o al 5% per le liste coalizzate, per Casini le possibilità di essere rieletto sono meno di zero. Ma i voti che può portare Casini, per quanto pochi, se si spostano da una coalizione all’altra valgono doppio.
Ed è per avere questi voti che le liste bloccate possono fare la differenza, garantendo l’elezione di un discreto numero di candidati provenienti dai piccoli ma decisivi partitini ai fini della conquista del premio di maggioranza.
Né più e né meno di quanto abbiamo già visto ai tempi del Mattarellum: fosse dipeso dalla quota proporzionale, nel 2001 il CCD-CDU non avrebbe fatto ingresso in Parlamento. Riuscì invece a formare un ampio gruppo parlamentare grazie agli eletti provenienti dalla quota maggioritaria dei collegi uninominali.
Un’annotazione, infine, sul doppio turno per l’assegnazione del premio di maggioranza, altra scelta obbligata dalla logica che fa della governabilità a tutti i costi, che per inciso non esiste da nessuna parte, un Dio da adorare senza alcuna esitazione.
Ben sapendo che allo stato attuale nessun partito o coalizione potrebbe ottenere il 35% dei voti, e non contenti delle forti soglie di sbarramento che già da sole costringono l’elettore a subire il ricatto del voto utile e ad escludere milioni di elettori dalla rappresentanza, si aggiunge l’ulteriore previsione del doppio turno: “Non ci avete votato al primo turno? Bene, sarete costretti a subire la forzatura bipolare con il voto del secondo turno. E se continuerete a non votarci rimanendo a casa, in ogni caso conta chi vota”.
Ma una simile forzatura, un correttivo che si aggiunge ad altri correttivi, quanto può essere ritenuta compatibile con la sentenza della Consulta?
Ciò che infatti manca nel doppio turno dell’Italicum, è la previsione, al fine di garantire una corretta rappresentazione della sovranità popolare, così come appunto indicato dalla Corte Costituzionale, di una soglia minima di voti in relazione, però, ai votanti del primo turno.
L’alterazione della rappresentanza nazionale, derivante dall’assegnazione del premio di maggioranza dopo il ballottaggio, a quale espressione della sovranità popolare dovrebbe far riferimento al fine di verificare la compatibilità del correttivo adottato con quanto, nell’insieme, è previsto dall’ordinamento costituzionale?
Alla sovranità popolare espressa dai votanti del primo turno, o a quella che, in ipotesi, potrebbe essere espressa da un numero inferiore di votanti del secondo turno?
Certamente, la previsione di una soglia minima di voti da raggiungere anche nel ballottaggio, direttamente correlata ai votanti del primo turno, potrebbe in parte ridurre il ricatto del voto utile da dover per forza esprimere nel secondo turno, ed è per questo che, difficilmente, da una delle forze politiche maggiori potrà giungere un qualche segnale di tipo innovativo in tal senso, nonché coerente con i principi fissati dalla sentenza della Consulta contro le porcate incostituzionali del Porcellum.
Fonte
Una proposta dichiarata inemendabile, in quanto l’insieme ideato ha dei suoi perché e dove tutto può crollare se solo si prova a farne saltare uno.
Un punto di equilibrio difficilmente comprensibile, a meno di non prendere atto che si tratta di un tentativo con la chiara finalità di resuscitare, sotto altre forme, tutti i difetti incostituzionali del Porcellum.
Non ci si faccia ingannare, ad esempio, dalla ripartizione proporzionale dei seggi calcolata a livello nazionale, piuttosto che a livello di piccole circoscrizioni elettorali, così come ad esempio previsto dal modello spagnolo.
Si tratta di una scelta di fatto obbligata, direttamente conseguente all’altra scelta finalizzata a garantire la governabilità a tutti i costi: l’assegnazione di un premio di maggioranza che, per effetto della sentenza della Consulta, deve essere di entità certa e, quindi, necessariamente calcolato sulla base dei voti ricevuti e non dei seggi ottenuti.
Per effetto delle soglie di sbarramento, infatti, anche se di entità minore, esplicitamente od implicitamente determinate dai meccanismi adottati, la prima forza politica potrebbe facilmente ottenere il 35% dei seggi pur conseguendo una percentuale di voti minore. Il che ci farebbe trovare nuovamente di fronte ad un premio di maggioranza indeterminato e certamente incostituzionale.
In altre parole: premio di maggioranza e soluzioni che non facciano direttamente riferimento ai voti effettivamente ricevuti (metodo spagnolo o, peggio ancora, il Mattarellum), non possono convivere.
Altra scelta obbligata, le alte soglie di sbarramento, in modo particolare quella dell’8% per le liste non coalizzate.
Ovviamente, da parte di Renzi e Berlusconi l’interesse per le alte soglie di sbarramento è direttamente legato al desiderio di costringere gli elettori a subire il ricatto del voto utile: per amore o per forza, ciò che conta è solo il voto indirizzato verso le forze politiche maggiori.
Ma al di là di questo gravissimo condizionamento del libero esercizio del diritto di voto e l'esclusione dalla rappresentanza di milioni di elettori, anche la scelta di non consentire il ritorno al voto di preferenza e, al tempo stesso, rimanere nell’ambito dei limiti desunti dalla sentenza della Consulta, può di fatto determinare altri effetti a cascata.
Per tentare di superare le obiezioni della Corte Costituzionale, l’Italicum ha sostituito le lunghe liste di candidati bloccate del Porcellum, adottando liste più corte, altrettanto bloccate, ora definite “liste di candidati concorrenti in collegi plurinominali”.
Da qui, pertanto, la scelta obbligata della suddivisione delle circoscrizioni elettorali in un numero elevato di collegi che eleggono da 3 a non più di 6 candidati.
Dato, però, che la ripartizione dei seggi, per i motivi sopra evidenziati, può essere fatta solo a livello nazionale, in un buon numero di questi collegi plurinominali verranno eletti candidati che, per il voto di lista ottenuto, risulteranno aver preso meno voti di candidati di altre liste però non eletti.
E quale miglior soluzione, per ridurre a livelli trascurabili questa sorta di incongruente traduzione del voto locale in seggi nazionali, se non l’esclusione delle forze minori attraverso l’introduzione di alte soglie di sbarramento?
Per questo motivo, risultano oltremodo stravaganti le contraddittorie richieste di modifica provenienti dalla minoranza del PD, anch’essa contraria al ritorno del voto di preferenza.
Per evitare le liste bloccate, anche se corte, si propone di trasformare i collegi plurinominali in collegi uninominali.
Ma se la ripartizione dei seggi rimane di tipo proporzionale e calcolata su base nazionale, molti di questi collegi uninominali finirebbero per essere assegnati anche a chi potrebbe aver preso meno voti di tutti, rendendo ancor più evidente l’anomalia dell’incongruente traduzione del voto locale in seggi nazionali già sopra segnalata.
Per concludere sul punto, i collegi plurinominali corti o cortissimi, finalizzati a non restituire il voto di preferenza, di fatto implicano, per non avere risultati difficilmente comprensibili sotto il profilo logico dell’assegnazione dei seggi, l’esclusione quanto più ampia possibile delle forze minori.
Ma come e perché da parte del PD e Berlusconi non c’è alcun interesse per il ritorno al voto di preferenza?
Le ragioni elencate a livello ufficiale sono sempre le solite: le preferenze (da segnalare che la Consulta ha indicato il ritorno alla preferenza unica e non alle multipreferenze) sarebbero la fonte di ogni male, in quanto in grado di alimentare fenomeni di malcostume, voto di scambio e quant’altro, per arrivare, infine, alla mano influente della mafia.
Chi e cosa, però, potrebbe impedire che problemi della stessa natura possano verificarsi anche con le primarie, in misura maggiore visti gli ambiti più ristretti, mai nessuno l'ha spiegato.
Peraltro, è abbastanza curioso che ci si lamenti delle distorsioni che potrebbero derivare dal voto di preferenza, quando sono i partiti a candidare, per essere eletti, personaggi di dubbia qualità.
Si faccia sparire la gentaglia dalle liste, così come anche i nomi di grido messi lì per attrarre facili consensi, e qualsiasi scelta potrà derivare dal voto di preferenza sarà in ogni caso preferibile al sistema propagandato da Renzi e Berlusconi.
Lasciando quindi da parte motivazioni che hanno ben poco fondamento, la decisione di non tornare al voto di preferenza è sostanzialmente dovuta alla logica dell’asso piglia tutto insita nei sistemi maggioritari.
Se passerà l’Italicum, Casini l’ha già detto: lasciate perdere le simulazioni, perché alle prossime elezioni le scelte delle forze politiche di centro saranno completamente diverse.
Con la soglia di sbarramento all’8% per i non coalizzati o al 5% per le liste coalizzate, per Casini le possibilità di essere rieletto sono meno di zero. Ma i voti che può portare Casini, per quanto pochi, se si spostano da una coalizione all’altra valgono doppio.
Ed è per avere questi voti che le liste bloccate possono fare la differenza, garantendo l’elezione di un discreto numero di candidati provenienti dai piccoli ma decisivi partitini ai fini della conquista del premio di maggioranza.
Né più e né meno di quanto abbiamo già visto ai tempi del Mattarellum: fosse dipeso dalla quota proporzionale, nel 2001 il CCD-CDU non avrebbe fatto ingresso in Parlamento. Riuscì invece a formare un ampio gruppo parlamentare grazie agli eletti provenienti dalla quota maggioritaria dei collegi uninominali.
Un’annotazione, infine, sul doppio turno per l’assegnazione del premio di maggioranza, altra scelta obbligata dalla logica che fa della governabilità a tutti i costi, che per inciso non esiste da nessuna parte, un Dio da adorare senza alcuna esitazione.
Ben sapendo che allo stato attuale nessun partito o coalizione potrebbe ottenere il 35% dei voti, e non contenti delle forti soglie di sbarramento che già da sole costringono l’elettore a subire il ricatto del voto utile e ad escludere milioni di elettori dalla rappresentanza, si aggiunge l’ulteriore previsione del doppio turno: “Non ci avete votato al primo turno? Bene, sarete costretti a subire la forzatura bipolare con il voto del secondo turno. E se continuerete a non votarci rimanendo a casa, in ogni caso conta chi vota”.
Ma una simile forzatura, un correttivo che si aggiunge ad altri correttivi, quanto può essere ritenuta compatibile con la sentenza della Consulta?
Ciò che infatti manca nel doppio turno dell’Italicum, è la previsione, al fine di garantire una corretta rappresentazione della sovranità popolare, così come appunto indicato dalla Corte Costituzionale, di una soglia minima di voti in relazione, però, ai votanti del primo turno.
L’alterazione della rappresentanza nazionale, derivante dall’assegnazione del premio di maggioranza dopo il ballottaggio, a quale espressione della sovranità popolare dovrebbe far riferimento al fine di verificare la compatibilità del correttivo adottato con quanto, nell’insieme, è previsto dall’ordinamento costituzionale?
Alla sovranità popolare espressa dai votanti del primo turno, o a quella che, in ipotesi, potrebbe essere espressa da un numero inferiore di votanti del secondo turno?
Certamente, la previsione di una soglia minima di voti da raggiungere anche nel ballottaggio, direttamente correlata ai votanti del primo turno, potrebbe in parte ridurre il ricatto del voto utile da dover per forza esprimere nel secondo turno, ed è per questo che, difficilmente, da una delle forze politiche maggiori potrà giungere un qualche segnale di tipo innovativo in tal senso, nonché coerente con i principi fissati dalla sentenza della Consulta contro le porcate incostituzionali del Porcellum.
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