Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Vittimismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vittimismo. Mostra tutti i post

15/08/2026

Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire

 Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano per sapere “cosa ne pensi” di Ranucci e Lavitola.

La risposta più spontanea sarebbe: “niente, caro, non me ne può fregare di meno”. Ma proprio la sproporzione tra la vicenda e l’enorme attenzione che le viene riservata finisce per raccontare qualcosa dello stato miserando della nostra discussione pubblica.

Valter Lavitola ha ammesso davanti ai magistrati di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La sua spiegazione appartiene già alla storia del grottesco nazionale: avrebbe organizzato un falso attentato non per uccidere il giornalista, ma per proteggerlo, inducendo lo Stato a rafforzarne la scorta.

È la versione di Lavitola, naturalmente, e come tale deve essere trattata. La Procura sta verificandola e valuta anche altre ipotesi sul movente. Non risultano elementi investigativi che indichino una conoscenza preventiva del piano da parte di Ranucci. Questo va detto con chiarezza, proprio perché “il metodo” che intendiamo criticare consiste nel trasformare suggestioni e coincidenze in prove.

Ma sgombrato il campo da qualsiasi equivoco, rimane una storia irresistibilmente simbolica. Lavitola è uno di quei personaggi che sembrano essere stati inventati per impedire alla realtà italiana di diventare troppo seria: faccendiere, intermediario, uomo di relazioni, protagonista di vicende politico-giudiziarie dell’ultima stagione berlusconiana, comparso anche nella guerra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Uno di quei personaggi cui la politica, quando serve, affida ciò che preferisce non fare alla luce del sole. Un bandito senza particolare inclinazione per l’etica e la morale, insomma. Confesso: quasi mi sta più simpatico di Ranucci.

Perché il problema Ranucci, almeno per noi, non nasce oggi. E nemmeno il problema Report.

Abbiamo sempre guardato con diffidenza a quel format, già ai tempi di Milena Gabanelli. Non perché il giornalismo d’inchiesta sia inutile – esattamente il contrario – né perché Report non abbia realizzato inchieste importanti.

Il problema è una precisa concezione dell’inchiesta e del rapporto con lo spettatore: una comunicazione nichilista nella quale la realtà appare interamente occupata da poteri giganteschi, compromissioni infinite, reti ramificate e interessi tentacolari, mentre chi guarda viene lasciato piccolo piccolo, con le spalle al muro, davanti a qualcosa di troppo enorme per poter essere modificato.

L’inchiesta, in questo modello, rischia di diventare una pedagogia dell’impotenza. Dietro una porta c’è un interesse, dietro quell’interesse una rete, dietro quella rete un’altra rete ancora. Il potere è dappertutto e proprio per questo finisce per non essere più da nessuna parte.

Alla fine sappiamo forse qualcosa in più, ma comprendiamo molto meno quali siano i rapporti sociali, economici e politici che producono ciò che abbiamo appena visto. E soprattutto non sappiamo che cosa farcene.

Al conservatorismo di Gabanelli, Ranucci ha aggiunto una cifra personale perfettamente riconoscibile: quel sorriso ghignoso, l’alzata di spalle, l’allusione permanente a qualcosa che starebbe dietro ciò che è stato appena mostrato. Come a dire: avete visto fin dove arrivano? E che ci possiamo fare, questo è.

Non è una critica elaborata dopo l’attentato. È ciò che abbiamo scritto per anni.

Lo abbiamo scritto quando Report si è occupato del carcere e del 41-bis, contribuendo a rappresentare ogni critica al regime differenziato come una possibile “concessione alla mafia”.

Lo abbiamo scritto quando una puntata arrivò a mettere sotto sospetto associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, come se battersi contro l’ergastolo ostativo, denunciare abusi, sostenere le misure alternative o chiedere condizioni di detenzione rispettose dell’articolo 27 della Costituzione significasse necessariamente muoversi in una zona grigia di complicità.

È la stessa cultura per cui il detenuto resta colpevole anche dopo aver scontato la pena e chi ne difende i diritti diventa automaticamente sospetto.

È qui che il discorso su Report incontra qualcosa di molto più grande di Report: l’istinto di punire.

Il giustizialismo italiano non è soltanto la richiesta di pene più severe. È un modo di guardare la società dividendola continuamente tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, persone perbene e sospetti.

È la convinzione che il diritto penale possa supplire alla politica e che la galera possa risolvere ciò che la società non vuole comprendere. Una cultura penetrata profondamente anche in quella “sinistra” che avrebbe dovuto essere la prima a diffidare del potere punitivo dello Stato.

Sul carcere questo cortocircuito diventa evidentissimo. Il 41-bis e l’ergastolo ostativo sono stati progressivamente trasformati da strumenti eccezionali in feticci identitari: metterli in discussione significa esporsi immediatamente all’accusa di voler fare un favore alla mafia.

Poco importa che una democrazia costituzionale dovrebbe interrogarsi sempre sui limiti della pena, proprio quando ha davanti il peggiore dei colpevoli. È lì, non quando difende l’innocente simpatico, che si misura il garantismo.

E negli anni Report ha offerto più di una volta il proprio contributo a questo senso comune. Non è secondario. Perché quando il giornalismo d’inchiesta assume come propria la grammatica del sospetto, il passo verso la grammatica della punizione è brevissimo. Prima si costruisce il sospetto, poi si cerca il colpevole, infine si domanda perché non sia già in galera.

Lo stesso problema lo abbiamo incontrato quando Report si è occupato di immigrazione. Già ai tempi della Gabanelli contestavamo una rappresentazione nella quale il migrante finiva per essere letto soprattutto attraverso costi, irregolarità e allarme sociale.

Anche qui il meccanismo era simile: partire da singoli fatti, decontestualizzarli dalle politiche che li producono e riconsegnarli allo spettatore come manifestazione di una patologia. La domanda sulle responsabilità politiche e sociali viene sostituita dalla ricerca di qualcuno da indicare.

Ma è sul “caso Moro” che questa impostazione ha raggiunto probabilmente il suo punto più alto. Abbiamo dedicato numerosi articoli alle puntate di Report sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, contestando errori, ricostruzioni contraddittorie, vecchie piste presentate come nuove rivelazioni e la resurrezione infinita dei misteri.

Abbiamo documentato anche il ricorso di Ranucci a Francesco Pazienza come interlocutore nella preparazione di una puntata. Non per sostenere una nostra “verità ufficiale”, ma per una ragione opposta: quarantacinque anni di documenti, processi, commissioni parlamentari, archivi e ricerca storica non possono essere continuamente azzerati perché una nuova suggestione consente di rilanciare “il mistero”.

Il complottismo funziona precisamente così. Non ha nemmeno bisogno di inventare integralmente i fatti. Gli basta modificare il criterio attraverso cui vengono collegati. Una lacuna diventa un mistero, una contraddizione diventa una pista, una conoscenza diventa una rete, una coincidenza diventa un indizio. E quando manca la prova definitiva, la sua assenza può essere utilizzata come ulteriore dimostrazione della potenza di chi sarebbe riuscito a cancellarla.

È una concezione del potere che consideriamo politicamente regressiva. Perché i poteri reali non hanno quasi mai bisogno della Spectre.

Il capitalismo non necessita di una riunione segreta per produrre sfruttamento; una politica migratoria non necessita di una regia occulta per produrre clandestinità; lo Stato penale non necessita di un complotto per riempire le carceri; la repressione del dissenso non richiede che qualcuno telefoni contemporaneamente a questori, magistrati e direttori di giornale.

Bastano leggi, istituzioni, interessi convergenti, rapporti economici, culture professionali e rapporti di forza perfettamente visibili.

Il complottismo, paradossalmente, assolve il potere mentre pretende di smascherarlo. Lo rende “misterioso” quando è strutturale, “eccezionale” quando è ordinario, “nascosto” quando spesso opera alla luce del sole.

Poi c’è il secondo ingrediente: il narcisismo vittimario. La denuncia del potere tende progressivamente a identificarsi con il corpo di chi denuncia. Se vieni minacciato, significa che hai colpito nel segno. Se sei sotto scorta, significa che hai ragione. Se qualcuno cerca di intimidirti, ciò che hai raccontato acquista automaticamente una certificazione supplementare di verità.

È quello che potremmo chiamare il “metodo Saviano”, diventato ormai un modello riproducibile: la messa in scena della propria probità morale, del coraggio civile, della denuncia, della parresìa, fino alla progressiva transustanziazione della persona pubblica in santo civile. La persecuzione diventa conferma delle proprie ragioni. Il corpo minacciato sostituisce la prova.

Naturalmente esistono minacce vere, attentati veri e giornalisti che rischiano realmente la vita. Le scorte sono spesso indispensabili e chi minaccia un giornalista attacca la libertà di tutti. Proprio per questo bisognerebbe sottrarre queste cose alla liturgia. Una minaccia va accertata e contrastata, non trasformata in sacramento.

Ed eccoci a Lavitola.

Se la sua versione dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti alla caricatura perfetta di questo meccanismo: un attentato organizzato per rafforzare la protezione della persona colpita. La persecuzione fabbricata perché la persecuzione stessa produce valore pubblico. Non dimostrerebbe nulla contro Ranucci, che resta la vittima della vicenda. Dimostrerebbe però fino a quale punto il dispositivo simbolico della vittima possa essere diventato potente.

C’è quasi qualcosa di involontariamente comico nel fatto che uno dei giornalisti più celebrati d’Italia per la capacità di scoprire trame, retroscena, depistaggi e relazioni nascoste non sia riuscito, stando alla ricostruzione oggi disponibile, a distinguere un amico da chi stava organizzando un attentato contro di lui. Il fiuto, proprio...

Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla battuta.

Il problema più serio è che solo una “sinistra” profondamente segnata dal giustizialismo, dal legalismo e dalla fascinazione per il potere giudiziario poteva trasformare questo modello di giornalismo nel proprio totem.

È la stessa “sinistra” che negli ultimi trent’anni ha progressivamente sostituito la questione sociale con la questione morale, il conflitto con l’indignazione, l’organizzazione con la denuncia, la trasformazione dei rapporti di forza con l’attesa della prossima inchiesta giudiziaria o televisiva.

E così i nuovi santini hanno preso il posto dei vecchi riferimenti. Non più uomini e donne passati attraverso il carcere fascista, l’esilio, la clandestinità, le lotte operaie e la costruzione della Repubblica, ma magistrati, procuratori, giornalisti sotto scorta e professionisti della denuncia.

Una genealogia civile nella quale la virtù politica viene misurata sulla quantità dei nemici e “la verità” sulla quantità delle minacce ricevute.

È esattamente da qui che bisogna uscire.

Un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome non deve chiedere fede nel giornalista. Deve fornire documenti, verificare fonti, distinguere fatti e interpretazioni, sottoporre le proprie ipotesi alla possibilità di essere smentite. Deve rendere il potere più comprensibile, non più misterioso. E soprattutto deve essere disposto a esercitare nei confronti di se stesso lo stesso sospetto critico che esercita verso gli altri.

La vicenda Lavitola-Ranucci potrebbe almeno servire a ricordarcelo. Non abbiamo bisogno di santi del giornalismo e nemmeno di nuovi inquisitori. Abbiamo bisogno di giornalisti criticabili, contraddicibili, verificabili.

E abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista.

Perché il garantismo comincia esattamente dove finisce la simpatia per l’imputato. E l’antipenalismo comincia quando il colpevole ci fa schifo. Difendere le garanzie soltanto per chi riteniamo innocente non è garantismo: è solidarietà. Difenderle per il nemico significa invece porre un limite al potere che punisce.

È una regola semplice che dovremmo tornare a praticare anche nel giornalismo.

Fonte

16/03/2024

Il “vittimismo aggressivo” all’assalto delle università

I fatti di Napoli” – dopo quelli Roma – rimbalzano sui media e riscuotono la condanna anche del Presidente della Repubblica.

Lo scandalo è sollevato dal rifiuto di una parte consistente degli studenti universitari della Federico II e de La Sapienza di assistere in complice silenzio alle “conferenze” di due giornalisti noti per le loro sparate da sionisti ultrà.

Un breve elenco delle lamentatio è utile a restituire il ridicolo di queste reazioni scandalizzate.

Il rettore, Matteo Lorito, si è affrettato a chiarire che «i giovani della Federico II sono quei 250 che erano in aula e che hanno pazientemente atteso per più di un’ora per poter assistere a un dibattito che a loro stava a cuore». E che, invece, «non ne rappresentano lo spirito» gli studenti «che hanno dato vita a questo parapiglia, con un’azione inqualificabile di intolleranza, non hanno chiesto il confronto e hanno agito anche con la forza».

Scontata anche l’immediata strumentalizzazione da parte della presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni, del presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, e del presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi: «È inconcepibile e inaccettabile che l’Università Federico II sia stata costretta a cancellare una conferenza per le intimidazioni e la violenza di un gruppo di facinorosi contro il relatore, Maurizio Molinari, solo perché ebreo».

Il carico da undici è arrivato con la nota di Mattarella: «Con l’università è incompatibile chi pretende di imporre le proprie idee impedendo che possa manifestarle chi la pensa diversamente».

Sorvoliamo sulle altre decine che costituiscono soltanto variazioni individuali su un tema fisso: “viene impedito di parlare”.

Fosse vero, sarebbe certamente grave. Fosse “interruzione di pubblico servizio” – come la paranza fascista schierata in aula al momento della lezione di Donatella Di Cesare – anche più grave (ma in questo caso nessuna istituzione si è detta scandalizzata; strano...).

Sorvoliamo anche sui falsi evidenti (“Molinari zittito solo perché ebreo”), visto che sia i cartelli che gli slogan citavano espressamente il “sionismo”, che è una corrente politica relativamente recente e non condivisa neanche da moltissimi ebrei, anche ultra-ortodossi. Sorvoliamo persino sulla più clamorosa delle falsità – “con la violenza” – perché i video fanno giustizia in entrambi i casi.

Stiamo al punto.

Molinari è il direttore di Repubblica – secondo quotidiano nazionale, sia pure in drammatico declino anche “grazie” alla sua direzione ultra-atlantista e pro-Netanyahu – non un povero testimone di fatti che non trovano spazio mediatico.

Scrive e parla – in televisione, dove è ospite fisso di talk show altrettanto guerrafondai e suprematisti – ogni giorno che dio manda in terra. La sua opinione su qualsiasi evento mondiale è stranota anche perché ripetuta sempre uguale. E nota anche prima di essere espressa (“l’America ha sempre ragione ed è la guida, Israele ha tutti i diritti e i palestinesi nessuno”).

Così anche David Parenzo, contestato una settimana fa a La Sapienza, attualmente conduttore della trasmissione In onda su La7, altrettanto onnipresente in una miriade di talk show.

Entrambi, oltretutto, non sono certo noti per l’“apertura al pluralismo” nei media che controllano, visto che non si registrano lì voci differenti dalla stretta “alternanza” tra esponenti di centrodestra e di centrosinistra, al punto da far sembrare l’evanescente Fratoianni quasi un “autonomo”...

Aggiungiamo anche la considerazione tutt’altro che peregrina che in questi casi l’università viene usata come una location per iniziative “di parte”, non istituzionali. Al pari insomma di assemblee o analoghe iniziative da parte di gruppi di studenti. Per le quali, insomma, è surreale pretendere un regolamento simil-parlamentare...

Ma il punto essenziale è sempre quello: chi è che impedisce di parlare, in questo paese?

Sono i media “ufficiali” (Rai, Mediaset, gruppo Cairo, gruppo Gedi, ecc.) che non ammettono voci discordanti in nessuno spazio, neanche notturno, oppure gruppi di studenti che reagiscono quando “opinion maker” che straparlano tutti i giorni – falsificando e disinformando, quasi sempre – invadono il loro spazio vitale per imporre anche lì la “narrazione” dell’estabishment?

Domanda retorica, certo. Ma è paradossale che i “padroni del megafono” lamentino di essere impossibilitati a parlare... E quando si incontra un paradosso – spiegano i migliori matematici, fisici e filosofi – ci si trova davanti a una contraddizione rivelatrice. Luminosa e semplice, in fondo.

Questi gestori dell’informazione ufficiale sanno, sentono, verificano tutti i giorni, che la loro parola – per la popolazione – vale ormai meno di nulla. Un accento qualsiasi nel rumore di fondo che ottunde il pensiero individuale e collettivo.

Ma i loro emolumenti dipendono comunque dal dimostrare la loro capacità di “presa” nella costruzione dell'“opinione pubblica”. E quindi, se l’audience popolare si allontana da loro, loro devono inseguirla anche fisicamente fin dove è possibile. Anche dentro le università, dove sta rinascendo una capacità di pensiero critico che sembrava da anni addormentata, in caccia di quelle opinioni divergenti che riconoscono un genocidio per quello che viene fatto, non per la religione di chi ne resta vittima.

Sono però troppo riconoscibili. Le loro intrusioni sono “naturalmente” intollerabili. E dunque vengono spesso contestate. Lo sanno anche loro, e per quello insistono. Vanno alla attesa contestazione, con le telecamere al seguito o in mano, a recitare la parte della vittima proprio mentre conducono un’aggressione.

Tecnica consolidata, nell’imperialismo occidentale. In versione Usa, ucraina o israeliana, non cambia mai.

È il “vittimismo aggressivo”. Quello che ormai tre quarti del mondo – e anche la parte migliore dell’Occidente – rifiuta d’istinto.

Fonte

01/08/2020

Sono Giorgia e voglio i droni



L’ultima perfomance di Giorgia Meloni in parlamento ha ricordato, in alcuni momenti, il miglior Angus Young, quello degli storici AC/DC, e ha fatto capire, sempre se ce ne fosse stato bisogno, che se fosse per lei infliggere una Highway to Hell al nostro paese sarebbe solo questione di tempo. Certo, i sondaggi vanno veramente bene, tanto da far immaginare l’azzeramento dello scarto, fino a un anno fa di almeno un paio di dozzine di punti, tra Fratelli d’Italia e Lega in modo da rimettere in discussione la leadership del centrodestra. Ma quale è il segreto della pozione magica di Giorgia? Un’occhiata, per copiare, alla macchina della propaganda di Salvini, sicuramente, ma poi ci sono due fattori decisivi: la volatilità del consenso politico oggi, la capacità di offrire, in contemporanea al declino del leader della Lega, un prodotto sostitutivo che potremmo definire Salvini con gli steroidi, Giorgia appunto.

La crescita politica di Giorgia Meloni si misura in rete e sui sondaggi e contiene due ingredienti antropologici di rilievo per la comunicazione politica e l’attrazione di consenso: una originale personalità autoritaria e la capacità di rappresentare il vittimismo che, nella psicologia sociale, è l’altra faccia del pragmatismo di una società che non vede sbocchi sistemici alla propria crisi.

Il vero punto di svolta per Giorgia Meloni, in rete e nei sondaggi, è stata la vicenda del Giorgia Meloni Remix di Mem & J, un missaggio di parole e immagini di un comizio della leader di Fratelli d’Italia su base musicale. Nato per essere uno dei tanti remix ironici di personaggi della destra di tutto il mondo, il pezzo di Mem & J si è trasformato subito in un enorme spot virale favorevole alla Meloni che l’ha accompagnata alla doppia cifra nei sondaggi. Si è trattato di uno spot tanto virale che Mem & J hanno dovuto ricordare, in una intervista al Corriere della Sera, che loro, gli autori, avevano fatto un remix ironico e che “per lei è diventato un inno, non volevamo”.

Già ma perché il video è diventato il grande spot di lancio della Meloni nonostante le intenzioni degli autori fossero persino opposte? Molto semplicemente perché il montaggio delle immagini e la base musicale hanno reso molto più immediati, e confezionato in forme simboliche digitali molto popolari, i contenuti classici da personalità autoritaria della Meloni. Quando è diretta, e parla un linguaggio aggiornato, la personalità autoritaria assume caratteri di originalità che la rendono pronta per diventare davvero popolare. Certo, una volta sfruttato il lancio, involontario, del “Giorgia Meloni remix” la leader di FdI ha saputo stare sulla scena e sfruttare l’onda.

L’altra faccia dell’ascesa nei sondaggi di Giorgia Meloni è il fenomeno, ben inquadrato dalla psicologia sociale, del vittimismo che altro non è che ricerca di protezione e di figure sociali alle quali sottrarre risorse o libertà per riequilibrare lo stato di disagio vissuto dal corpo sociale. In questo ruolo, di rappresentazione della necessità di protezione della vittima e della sanzione dell’elemento che disturba l’equilibrio sociale, Giorgia Meloni sta sostituendo Matteo Salvini, con meno colazioni più Facebook e maggiori dosi di aggressività in rete. Un ottimo interprete, sul piano delle strategie comunicative, delle crisi presenti e future della nostra società, si direbbe, ma anche della povertà espressiva di una comunicazione sociale ridotta spesso a coabitazione di neolingue a basso spessore semantico.

Quale sarà il futuro politico di Giorgia Meloni? Una cosa è certa: ci sarà. Stiamo parlando di una una donna che ha anche toccato l’esperienza degli ambienti del vecchio MSI per cui sa che, per quanto ti isolino, se i tuoi voti fanno comodo vengono accettati. Allora il MSI serviva alla DC. Oggi il mercato dei voti è più complesso e volatile, tutti hanno prima o poi la loro grande occasione, per cui, di questi tempi, mai dire mai su ogni opzione possibile. Nel contesto del disastro di questo paese s’intende.

Fonte

18/02/2020

Il PD è un partito di destra, anche sulla "memoria"

Fingere di coltivare la memoria mentre si provvede scientificamente a cancellarla, imponendo una “narrazione” – in senso tecnico, ossia una favola – che rende tutto uguale. Anzi, che rovescia i termini e i valori. Come ha fatto Sergio Mattarella nella cosiddetta “giornata del ricordo”, dimenticando i massacri compiuti dai fascisti italiani con l’invasione della Jugoslavia, nel 1940, e mettendo in primo piano soltanto le vendette consumate nel 1945.

Un “pessimo maestro” in questa particolare materia, piuttosto viscida, è sicuramente Walter Veltroni. Ossia il “pensatore” del Partito Democratico, l’incubatore di idee falsarie nella “sinistra”, colui che ha sparso melassa e dimenticanza. Dicono sia anche tra i “consiglieri” dei leader “sardinisti”, e questo certo aiuterebbe a spiegarne i quotidiani “infortuni”.

Ma è sulla Storia degli anni ‘70 che Veltroni, allora comodamente assiso ai vertici della Fgci, subito dietro D’Alema, dà il peggio di sé

Fino a far scattare l’indignazione di un intellettuale vero, per nulla estremista né nostalgico, come Christian Raimo.

Siccome sarebbe facile scadere nell’insulto, lasciamo volentieri a lui la parola su quanto scritto ieri da Uòlter sul Corriere della Sera. La disonestà intellettuale del nuovo “coniglio mannaro” risulta ancora più evidente.

A seguire, l’elenco dei compagni ammazzati dal ‘67 ad oggi. Che Uòlter naturalmente non nomina per commuoversi invece del solo Sergio Ramelli, fascista. Probabilmente ne manca addirittura qualcuno, ma questo accade quando i propri caduti sono davvero troppi...

Con un ringraziamento a Claudio Ursella per averlo redatto.

***** 

I cuori nerissimi di Walter Veltroni

Christian Raimo – Jacobin Italia

Per ricordare un giovane ucciso negli anni Settanta l’ex segretario del Pd equipara fascisti e antifascisti e riscrive una storia simile a quella che piace alle estreme destre.

Ieri sul Corriere della sera Walter Veltroni, ex segretario della Fgci, ex militante del Pci, ex sindaco di Roma, ex segretario del Pd, ex ministro della cultura, ha scritto un lungo articolo su Sergio Ramelli, un giovanissimo militante neofascista massacrato barbaramente nel 1975 in un agguato, e morto dopo più di un mese di agonia.

La storia di Ramelli è nota a chiunque conosca un po’ delle vicende politiche degli ultimi quarant’anni italiani. Ramelli dal suo funerale è diventato, anche suo malgrado, un’icona del neofascismo: la sua storia è quella di un camerata martire, al quale ogni anno a Milano migliaia di militanti di CasaPound, Forza Nuova, Fratelli D’Italia, Lealtà e Azione, eccetera, vanno a rendere omaggio, con il saluto romano e il «Presente!» urlato tre volte.

Perché Ramelli sia diventato l’icona delle destre non è difficile da spiegare anche se occorre onestà intellettuale e amore per la complessità, ossia un approccio storico, per non sminuire il riconoscimento e lo sdegno per la brutalità dell’agguato senza astrarre e destoricizzare l’accaduto. Veltroni fa il contrario: apre il suo pezzo con un preambolo intellettualmente disonesto e tossico.

«Di storie come quella che sto per raccontare ce ne sono state molte, troppe, quando eravamo ragazzi. Vale la pena usare la memoria, non solo per un giorno, oggi che vediamo l’odio riemergere sui muri delle case di deportate morte da tempo e impazzare incontrollato su schermi tecnologici e moderni».

In un solo paragrafo, mettendo insieme in un unico minestrone indigesto il riemergere terribile dell’antisemitismo e del negazionismo, le storie diversissime di violenza degli anni Settanta e un giudizio paternalista contro le tecnologie moderne, squalifica da subito il suo approccio.

«Bisognerebbe scrivere l’antologia di Spoon River di quegli anni balordi e bastardi. Sono tanti, i ragazzi che non ci sono più. Potevano avere una divisa addosso, potevano essere di destra, potevano essere di sinistra. ‘Tutti, tutti dormono sulla collina».

È chiaro quale sia l’intento che da anni persegue Veltroni: togliere dal dibattito storico l’analisi degli avvenimenti, e relegarli a una dimensione astratta, velenosamente mielosa, astorica e vischiosamente memorialistica, omologante, in cui esistono solo le vittime, tutte uguali e confuse. Umiliante persino per i famigliari che vogliono preservarne la memoria.

Non è nemmeno il caso di scomodare René Girard, Giovanni De Luna, Daniele Giglioli, Slavoj Žižek, Richard Sennett, Annette Wieviorka e tutti quelli che hanno ragionato su come lo statuto della vittima abbia invaso il dibattito pubblico e persino la storia. Quello che fa Veltroni è molto più grossolano e scorretto. Sergio Ramelli viene ridotto a una figurina che non è mai stata né in vita né in morte: uno come tanti altri.

«Questo ragazzo, in niente dissimile fisicamente dai suoi coetanei di sinistra, ha idee di destra. Pier Paolo Pasolini, a smentire una diversità quasi antropologica, aveva scritto in una lettera a Italo Calvino: ‘Quando parlo di omologazione di tutti i giovani, per cui, dal suo corpo, dal suo comportamento e dalla sua ideologia inconscia e reale (l’edonismo consumistico) un giovane fascista non può essere distinto da tutti gli altri giovani, enuncio un fenomeno generale’».

Il Pasolini che usa Veltroni, quello per cui fascismo e antifascismo sarebbero uguali, e per cui il nemico è la modernità, è una caricatura revisionista di comodo accesso a una lettura superficiale del recente libercolo Il fascismo degli antifascisti (Garzanti) (Qui c’è un pezzo di Wu Ming 1 che ricostruisce bene il disgusto per il fascismo e la militanza antifascista di Pasolini).

Sergio Ramelli è un ragazzo che ha idee fasciste, confuse, ingenue, come possono essere quando si è solo dei liceali chiaramente. Ha cominciato a costruirsi un’ideologia e un impegno politico da giovanissimo, e a esporsi. In nome di questa esposizione, verrà preso come bersaglio e ucciso.

La sua storia non assomiglia a quella di altri perché ha i capelli lunghi, e perché rossi e neri sono tutti uguali, ma perché per come tutta la sua generazione la politica è ovunque. E la violenza politica fa parte della militanza. Tutto questo ha chiaramente un impatto drammatico, dolorosissimo per milioni di persone.

Ma immaginare di leggere quegli anni senza la consapevolezza di un’età trasfigurata dalla militanza anche violenta, dimenticare che c’erano milioni di persone che pensavano di poter trasformare la realtà attraverso una rivoluzione (accadeva in altri paesi) o di difendersi dalla violenza dello Stato (era un’ipotesi che in altri paesi – di fatto tutto il mondo mediterraneo e latino – portava a dittature feroci) vuol dire, ancora, essere scorretti se non dei revisionisti.

Comprendere in modo complesso la storia non vuol dire giustificare o rivendicare i suoi momenti più brutali: vuol dire chiamare le cose con il proprio nome, lasciare ai protagonisti della storia le responsabilità e le scelte, ricostruendone la genesi e l’evoluzione.

Ramelli, scrive Veltroni facendosi scudo delle parole di un amico d’infanzia, «non era né di destra né di sinistra, e tanto bastava a etichettarlo come fascista». Anche qui è chiaro come, persino dando corda a quello che è un revisionismo amicale, chiamiamolo così, ciò che passava per la testa a un ragazzo di diciott’anni contasse e conti poco per la storia.

Ramelli, che era un militante neofascista, è diventato un martire neofascista, anche ovviamente malgrado sé. Come ricostruisce Elia Rosati sul n. 42 della rivista Zapruder, i funerali di Ramelli furono la prima occasione per una strategia mitopoietica molto consapevole nel Movimento sociale italiano e nella destra neofascista tutta:

«Tra il 1968 ed il 1976 il neofascismo italiano si trovò a vivere un periodo intensissimo, in primis il Movimento sociale: tra fermenti neosquadristi, strategia della tensione, scontri di piazza, grandi successi/tonfi elettorali e un’infruttuosa lotta con i liberali di Malagodi e Bignardi per diventare l’unico partito d’ordine alla destra della Dc. Giorgio Almirante – segretario ininterrottamente dal 1969 al 1986 – provò a gestire questa fase, sfruttando con spregiudicatezza tutte le carte in suo possesso, in primis le piazze, con il perenne problema di governare emotivamente le varie fazioni interne al suo mondo, anche costruendo un nuovo capitolo dell’altra-memoria. […] L’occasione con cui sperimentare la propria narrazione storica si concretizza il 5 maggio 1975, durante il funerale per la morte di Sergio Ramelli, il futuro cuore nero ufficiale del partito. La vicenda – oggettivamente tragica – venne presentata come un caso storico paradigmatico: chiaro il movente e il colpevole – l’antifascismo militante – incorruttibile e pura la figura della vittima – giovanissima, sconosciuta alle cronache, perseguitata a scuola dalla sinistra extraparlamentare, colpita di notte sotto casa e lasciata lì semimorente».

L’operazione mitopoietica è selettiva e strumentale. I Cuori neri, come li chiamerà Luca Telese in un fortunato e velenosissimo libro anni dopo, sono giovani e vittime, a volte nemmeno dichiaratamente militanti, spesso hanno frequentato per qualche mese le sezioni del Fronte della gioventù, uccisi in agguati brutali, a cui vengono dedicate le sezioni neofascisti dagli anni Settanta fino a oggi; non più i militanti missini o di altre formazioni come Avanguardia Nazionale o Terza Posizione, morti in contri con altri militanti di sinistra.

I ragazzi, i giovanissimi, vengono cameratizzati soprattutto a cadavere caldo. Il Movimento sociale italiano a guida Almirante si rende conto che ha bisogno di eroi, e sfrutta – scrive ancora Elia Rosati – il massacro di giovanissimi per costruire una narrazione metastorica «secondo la quale: la violenza politica dei lunghi anni Settanta aveva trovato nell’uccidere un fascista non è reato il suo filo rosso; cominciando dai missini padovani morti nella sede del partito – in seguito a un’azione delle Brigate rosse – fino a quello che è considerato a destra come l’ultimo strascico violento degli anni Settanta, la morte di Di Nella».

Veltroni avvalora in tutto e per tutto, anzi corrobora questa narrazione che s’inaugura proprio al funerale di Ramelli. Lo scenario storico che ricostruisce Veltroni è questo:

«Sono giorni orribili, a Milano. La città è l’epicentro della strategia della tensione, definizione non impropria. Tutto comincia non con Piazza Fontana, ma con la morte dell’agente Annarumma, nel novembre del 1969, ucciso durante scontri tra manifestanti marxisti-leninisti e polizia. Siamo nel pieno dell’autunno caldo. Che diventerà presto inverno. Il giorno dei funerali la città partecipa tutta intera. La tensione è alle stelle. La destra cavalca il dolore e l’indignazione. Un giovane con un fazzoletto rosso al collo si avvicina alla bara e la folla, nella quale ci sono molti neofascisti, lo aggredisce. Viene salvato a stento dalla polizia. Scrive la cronaca del Corriere della Sera: ‘Al salvataggio hanno contribuito l’onorevole Bettino Craxi, il sindacalista Giulio Polotti e Mario Aniasi, fratello del sindaco che si trovavano in quel punto. Poco lontano è avvenuto l’episodio di Capanna…’. Mario Capanna viene aggredito e picchiato dai fascisti. C’è una foto che racconta quegli anni folli. Il commissario Calabresi — che un mese dopo si troverà al centro della vicenda Pinelli e al culmine di un’odiosa campagna denigratoria sarà ucciso vigliaccamente davanti alla sua 500 — accompagna Capanna, dopo averlo salvato dal linciaggio. A Milano, esattamente un anno dopo Piazza Fontana, ci sarà la morte, di nuovo durante scontri con la polizia, dello studente ventitreenne di sinistra Saverio Saltarelli. La sua morte verrà raccontata dolorosamente da una canzone di Virgilio Savona, raffinato intellettuale che guidava, gramscianamente, il popolare Quartetto Cetra. Poi moriranno Roberto Franceschi, e tanti altri. Ragazzi di destra e di sinistra. Sono anni di sangue, a Milano».

Letto così è tutto un grande papocchio, scritto male, astorico, incomprensibile, confuso, colpevolmente sciatto, in cui tutti aggrediscono tutti, manifestano non si sa perché, si sparano a casaccio. Proviamo invece a concentrarci sul contesto neofascista per comprendere qualcosa.

Il Movimento sociale italiano fino al 1973, Elia Rosati lo ricostruisce bene, è il partito dell’ordine, sta tentando un maquillage che lo affranchi dalla storia mussoliniana, un affiancamento alla Dc e ai liberali in parlamento, già nelle elezioni precedenti del 1972, in nome di un atlantismo che paga, almeno sembra, in termini di consensi elettorali. Ma molti giovani militanti non hanno nessuna simpatia né per l’idea di partito dell’ordine, né per quella di fare da sostegno alla Dc andreottiana, né per l’atlantismo.

«Infatti il 12 aprile del 1973 a Milano una manifestazione nazionale del Msi, vietata e poi disconosciuta dal partito stesso, degenerò in forti scontri che tennero in ostaggio la parte nord est del centro cittadino per diverse ore. Durante gli incidenti di piazza alcuni sanbabilini uccisero con una bomba a mano l’agente di Ps Antonio Marino: nel giro di pochi istanti tutta la campagna missina per presentarsi come partito d’ordine crollò; in una manifestazione del Msi era stato ucciso un poliziotto. Fu così che la vicenda tragica di Sergio Ramelli, deceduto in seguito ai traumi ricevuti dopo un’agonia di quarantotto giorni (il 29 aprile 1975), offrì la cinica occasione per un riscatto mediatico e storico».

In mezzo, non dimentichiamolo, c’è anche la strage di Brescia, 1974, che mostra in modo plateale la contiguità tra eversione neofascista e apparati dello Stato. Questa svolta decisiva viene ridotta da Veltroni a quattro elusive righe:

«Ignazio La Russa, che è stato avvocato della famiglia Ramelli, racconta come tutto, per la destra, cambia con la morte dell’agente Marino, quando due esponenti neofascisti gettano bombe a mano contro la polizia. Fino a quel punto, dice La Russa, ‘avevamo un rapporto privilegiato con le forze dell’ordine. Quella follia cambiò tutto’».

Attraverso la morte di Ramelli, come di altri, da Francesco Cecchin (18 anni) e Paolo Di Nella (20 anni), e attraverso soprattutto il processo nel 1987, in una fase storica completamente mutata, l’Msi trova una specie di rigenerazione. Invece di essere un partito che guarda ai colonnelli e al franchismo, sembra essere un capro espiatorio, e s’imbelletta da forza democratica: proprio quella narrazione che servirà a Gianfranco Fini, a Gianni Alemanno, a Giorgia Meloni, per provare a piegare l’antifascismo a violenza ingiustificata, e a presentare il neofascismo in un alveo democratico. Non a caso i primi a ringraziare Veltroni del suo articolo sono proprio Gianni Alemanno, Giorgia Meloni e Il Secolo d’Italia.

Ma da quando, nel 2008, Gianfranco Fini esce definitivamente dall’agone politico, la storia cambia completamente: i movimenti neofascisti, CasaPound in primis (sulla scorta ideologica di Terza Posizione, e quindi anche di una distanza storica dal Movimento sociale italiano) rivendicano la violenza, lo squadrismo, l’arditisimo, e Sergio Ramelli è uno dei morti con cui si cammina insieme, come i martiri di Acca Larentia a Roma, come tutto il pantheon di martiri degli anni Settanta e Ottanta.

Tutto questo piano storico e politico insieme, Veltroni non lo riconosce o non lo contempla o colpevolmente lo elide. Così finisce il suo articolo:

«Sergio e gli altri, divisi sanguinosamente in vita, devono oggi essere uniti nella memoria collettiva. Uniti, almeno sulla collina. Lontani dagli sciagurati che, in pianura, non erano capaci di capire e vivere la legittimità e la bellezza dell’altro da sé».

Quando era sindaco di Roma, Veltroni ha dedicato molta dell’odonomastica romana ai morti giovani di quegli anni, a quella che vorrebbe fosse un’unica Spoon River. A Villa Chigi per esempio, fece apporre una targa con scritto Paolo Di Nella, 1963-1983, vittima della violenza. Senza un aggettivo né una contestualizzazione storica. Come se in quegli anni fosse passato uno tsunami nelle piazze italiane. Paradossalmente c’è voluto il sindaco Gianni Alemanno per aggiungere Vittima della violenza politica.

Rimangono poi due questioni più cruciali. La prima riguarda la disgustosa associazione tra cuori neri e cuori rossi. Soprattutto in questi giorni in cui si commemora il quarantennale della morte (anche questo un massacro brutale) di Valerio Verbano.

Verbano era un giovane antifascista e aveva raccolto un lungo dossier che mostrava i rapporti tra criminalità, eversione nera e forze dell’ordine, l’esatto patto letale che portò ad avere in Italia il rischio concreto di una deriva alla greca. Questa storia non è la stessa della militanza neofascista, non è nemmeno lontanamente assimilabile, come fa Veltroni nel suo articolo. Vogliamo davvero ridurre la conoscenza storica di quegli anni alla narrazione Telese-Veltroni?

La seconda riguarda il giudizio che dobbiamo dare come storici sulla violenza politica che fu tra i Settanta e gli Ottanta un fatto terribilmente drammatico e al tempo stesso di massa. È possibile farlo decontestualizzando la violenza, analizzandola a prescindere del contesto sociale, evitando di storicizzarla? Questa è una domanda vera, laica, aperta, per gli storici. Gli ultimi libri di Monica Galfré e di Miguel Gotor ne ragionano, con l’ovvia complessità, e il dolore che serve. Senza facili semplificazioni che fanno specie quando le fa un ex sindaco di Roma, e fanno ancora più specie quando si scrivono editoriali sul Corriere della Sera.

*****

A VELTRONI
(Cit. Ursella)

PAOLO ROSSI aprile1966 Roma. Buttato giù dalle scale e ucciso dai fascisti .- studente Gioventù Socialista
DOMENICO CONGEDO febbraio 1969 Roma. Caduto da un un cornicione e morto durlante l’assalto fascista a Magistero occupato – militante del movimento studentesco
CESARE PARDINI ottobre 1969 Pisa. Ucciso da un candelotto sparato ad altezza d’uomo durante scontri a margine di una manifestazione antifascista – studente antifascista
GIUSEPPE PINELLI dicembre 1969 Milano. Suicidato dalla polizia durante un interrogatorio – ferroviere anarchico
SAVERIO SALTARELLI dicembre 1970 Milano Ucciso da un candelotto sparata ad altezza d’uomo durante scontri a margine di una manifestazione antifascista – studente Partito Comunista Internazionalista
GIUSEPPE MALACARNE febbraio 1971 Catanzaro. Ucciso da bomba fascista durante manifestazione sindacale – operaio
DOMENICO CENTOLA febbraio 1971 Foggia. Ucciso dalla polizia durante manifestazione sindacale – bracciante
ENZO DE WAURE gennaio 1972 Napoli. Bruciato vivo in strada dai fascisti – studente antifascista
FRANCO SERANTINI maggio 1972 Pisa. Ucciso dalla polizia durante manifestazione antifascista – studente lavoratore anarchico
MARIO LUPO agosto 1972 Parma. Pugnalato al petto dai fascisti – operaio Lotta Continua
ROBERTO FRANCESCHI gennaio 1973 Milano. Ucciso da dalla polizia durante scontri all’università – studente Movimento Studentesco
ADRIANO SALVINI luglio 1973 Faenza. Ucciso a calci e pugni dai fascisti – bracciante CGIL
VITTORIO INGRIA giugno 1974 Napoli. Ucciso dai fascisti mentre attacca manifesti – pensionato PCI
FABRIZIO CERUSO settembre 1974 Roma. Ucciso dalla polizia durante lotte per la casa – disoccupato Autonomia Operaia
ADELCHI ARGADA ottobre 1974 Lamezia Terme. Ucciso dai fascisti – operaio Fronte Popolare Comunista Rivoluzionario
ZUNNO MINOTTI dicembre 1974 Roma – Ucciso dalla polizia durante gli incidenti ad una manifestazione di invalidi – pensionato invalido
CLAUDIO VARALLI aprile 1975 Milano. Ucciso dai fascisti -studente Movimento Studentesco
GIANNINO ZIBECCHI aprile 1975 Milano. _Ucciso dalla polizia durante manifestazione per Claudio Varalli . studente Comitati Antifascisti
TONINO MICCICHE’ aprile 1975 Torino. Ucciso da guardia giuyrata fascista durante occupazione – operaio Lotta Continua
RODOLFO BOSCHI aprile 1975 Firenze, Ucciso dalla polizia durante manifestazioni per Varalli e Zibecchi. studente PCI
GENNARO COSTANTINO maggio 1975 Napoli. Ucciso dalla polizia durante una manifestazione di disoccupati – pensionato PCI
ALBERTO BRASILI maggio 1975 Milano. Ucciso dai fascisti – studente lavoratore
ALCESTE CAMPANILE giugno 1975 Reggio Emilia. Ucciso dai fascisti – studente Lotta Continua
PIERO BRUNO novembre 1975 Roma. Ucciso dalla polizia durante una manifestazione internazionalista . studente Lotta Continua
MARIO SALVI aprile 1976 Roma. Ucciso dalla polizia durante una manifestazione antifascista – disoccupato Autonomia Operaia
GAETANO AMOROSO aprile 1976 Milano. Ucciso dai fascisti. Studente lavoratore Comitati Antifascisti
LUIGI DI ROSA maggio 1976 Sezze Romano. Uccso dal fascista Saccucci dopo contestazioni a comizio. studente FGCI
PIERANTONIO CASTELNUOVO settembre 1976 Lecco. Ucciso a botte dai fascisti vicino a una festa dell’Unità – operaio PCI
FRANCESCO LO RUSSO marzo 1977 Bologna. Ucciso dalla polizia durante scontri all’università – studente Lotta Continua
GIORGIANA MASI maggio 1977 Roma. Uccisa dalla polizia durante una manifestazione del Partito Radicale – studentessa
ELENA PACINELLI settembre 1977 Roma. Uccisa dai fascisti – studentessa
WALTER ROSSI settembre 1977 Roma. Ucciso dai fascisti – studente Lotta Continua
BENEDETTO PETRONE novembre 1977 Bari. Ucciso dai fascisti – studente FGCI
ROBERTO SCIALABBA febbraio 1978 Roma. Ucciso dai fascisti – disoccupato Lotta Continua
FAUSTO TINELLI marzo 1978 Milano. Ucciso da spacciatori fascisti – disoccupato CS Leoncavallo
LORENZO IANNUCCI (IAIO) marzo 1978 Milano. Ucciso da fascisti spacciatori. – disoccupato CS Leoncavallo
ROBERTO RIGOBELLO maggio 1978 Bologna. Colpito alla schiena dalla polizia mentre fugge dopo una rapina – operaio Autonomia Operaia
PEPPINO IMPASTATO maggio 1978 Cinisi. Ucciso dalla mafia. giornalista Democrazia Proletaria
IVO ZINI settembre 1978 Roma. Ucciso dai fascisti – studente PCI
CLAUDIO MICCOLI ottobre 1978 Napoli. Ucciso dai fascisti mentre interveniva in soccorso di un compagno aggredito – consigliere comunale ambientalista
CIRO PRINCIPESSA aprile 1979 Roma. Ucciso da fascisti – studente PCI
VALERIO VERBANO febbraio 1980 Roma- Ucciso dai fascisti – studente Autonomia Operaia
MAURO ROSTAGNO settembre 1988 Lenzi di Valderice. Ucciso dalla mafia- giornalista
AURO BRUNI maggio 1991 Roma. Ucciso nell’incendio del Corto Circuito appiccato dai fascisti – studente CS Corto Circuito
ION CAZACU marzo 1999 Gallarate. Arso vivo dal padrone per essersi ribellato – operaio immigrato
CARLO GIULIANI luglio 2001 Genova. Ucciso dalla polizia durante manifestazioni contro G8 – studente
DAVIDE CESARE (DAX) marzo 2003 Milano. Ucciso dai fascisti, disoccupato CS O. R. So.
RENATO BIAGETTI agosto 2006 Roma. Ucciso dai fascisti – studente CS Acrobax

Fonte

24/12/2019

Salvini mi ricorda qualcuno... Ah, ecco chi!

Stando all’opposizione, anziché appollaiato sulla poltrona di ministro dell’interno, Salvini tempesta sicuramente un po’ meno. Anche lo stile, sempre tendente al “Truce”, è per forza di cose un po’ diverso, meno assertivo, meno “petto in dentro e panza in fuori”...

Qualche giorno fa, incredibile a dirsi, ha addirittura proposto la formazione di un “comitato di salvezza nazionale”. Ossia un governo con tutti dentro, guidato se necessario persino da Mario Draghi...

Eppure, nonostante l’abito dimesso e la sostanziale moderazione delle posizioni politiche da neo oppositore, in ambito sedicente “democratico” si continua a sventolare lo straccio Salvini come il nuovo Duce che trascina dietro di sé una “marea nera”, il fascismo alle porte, e così via.

Di sicuro il protagonismo politico di mr. Mojito si è nutrito di un linguaggio da osteria, con battutacce da parcheggiatore abusivo ed esplicite strizzatine d’occhio all’immaginario fascista (dal “me ne frego” al “molti nemici, molto onore”). Immaginarlo nuovamente al governo del paese, dopo 14 mesi sinceramente dimenticabili, non è il massimo per nessuno. Soprattutto per le orecchie delle persone “perbene”...

Ma basta questo per turarsi il naso e concedere il milionesimo “voto utile” a bande concorrenti di malfattori e maneggioni che hanno fatto a pezzi lo stato sociale (alternandosi al governo con Berlusconi e gli amici di Salvini, nonché con la Meloni “ministro della gioventù”)? Basta questo per dimenticare “mafia capitale” e il sostanziale azzeramento del Pd capitolino sotto una valanga di mandati di cattura? Basta questo per chiudere gli occhi sulla maxiretata in Calabria, che ha fatto altrettanto? O i frequenti rapporti tra Pd e Casapound?

Certo, l’ormai probabile tracollo dei Cinque Stelle – a loro volta sommersi da “poltronismo acuto”, ansie di non rielezione, faide interne, legalitarismo d’accatto, proclami di un giorno (o anche meno), ecc. – ci rimette di fronte per il trentesimo anno o giù di lì alla rinascita del “bipolarismo imperfetto”. Ossia in quella situazione per cui teoricamente l’offerta politica è piuttosto varia (almeno sei-sette formazioni con buone probabilità di superare le soglie di sbarramento da loro stesse disegnate), ma in realtà si riduce a solo due possibilità. Per nulla o quasi differenti tra loro.

Nonostante gli sforzi, nessuno è ancora riuscito a spiegarci perché Salvini sarebbe più pericoloso di Marco Minniti rispetto al fenomeno dell’immigrazione disperata (in gommone attraverso il Canale di Sicilia), visto che gli accordi con il capo degli scafisti (a giorni alterni anche capo della “guardia costiera libica”), quel “Bija” ricercato dall’Onu ma ospitato dal ministero dell’interno italiano, sono stati firmati dal secondo e riconfermati da primo.

E nessuno, per restare in tema, è riuscito a spiegarci la “profonda differenza” tra i due in materia di repressione di piazza e libertà d’azione per le molteplici polizie, stando all’analisi dei rispettivi “decreti sicurezza” (sempre un po’ più infami, ma lungo una direttrice condivisa).

In particolare, nessuno è riuscito a spiegarci perché – sempre in fatto di repressione – Macron sarebbe “democratico” e lo pseudo-leader leghista invece un pericolo per la democrazia... A noi sembrano nei fatti due pericoli identici, anche se utilizzano linguaggi diversi. Ma noi siamo abituati a giudicare gli esseri umani soprattutto per quel che fanno, non per quel che dicono di sé...

Stabilito quel che andava stabilito sul piano pratico (perfetta identità neoliberista e forcaiola tra Macron, Salvini e Pd), occupiamoci pure della “cultura” diffusa dal Truce. Che ha ovviamente una grossissima responsabilità nello sdoganamento di un linguaggio e una mentalità becera, ottusa nella misura in cui promette soluzioni “semplici”, di quelle che possono venire in mente proprio a chiunque, per problemi così complessi che anche degli scienziati potrebbero andare in difficoltà (due esempi per tutti: il drammatico calo demografico della popolazione “autoctona” e le migrazioni intercontinentali a causa di guerre, crisi economiche e climatiche).

Eppure, nel Truce che si gonfia e blatera sentiamo spesso una nota – greve, certo... – che appartiene per intero alla più trita “anima italica”. Quella nota per cui il passaggio dalla fanfaronata da guerriero slitta in un attimo nel vittimismo da operetta.

Un esempio? Quando ha spiegato di aver ricevuto un avviso di indagine per “sequestro di persona” a proposito della nave Gregoretti, chiunque ha potuto notare una profonda differenza di tono rispetto a quando sbeffeggiava il magistrato che – da ministro dell’interno in carica – aveva richiesto l’autorizzazione a procedere per l’analogo caso della nave Diciotti (in entrambi i casi si trattava di navi della marina militare italiana, non di imbarcazioni private impegnate in missioni autodeterminate).

E tutti hanno avvertito una mezza incrinatura nella voce che recitava “rischio quindici anni di carcere”. Come se stavolta non fosse proprio convintissimo di farla franca (ci sentiamo di rassicurarlo: non gli accadrà neanche questa volta).

Ascoltatelo anche voi, magari guardandolo bene negli occhi:


La memoria scava nei ricordi cinematografici... Dove ho già visto qualcosa del genere? Poi salta su Moriconi Ferdinando, e tutto diventa chiaro:


(Minuto 1:47)

Fino all’immortale “c’ho avuto la malattia”...


(Minuto 5:04)

Anche se, in effetti, buona parte dell’arte del Truce nel mescolare vittimismo a strafottenza, può essere ancor meglio rintracciata in quest’altro frammento di altissima “arte italica”:



Il vero “segreto comunicativo” di Salvini, insomma, è il recupero volgarotto della commedia all’italiana, tutta giocato tra vittimismo e aggressività, tra autocommiserazione e richiesta del “massimo della pena” (per gli altri), tra quotidiani proclami bellicosi e improvvise fughe indecorose (dal governo, per esempio, in pieno agosto).

Il vero “pericolo”, semmai, sta proprio nel rendere questo impasto un modo d’essere, nuovamente, la “vera identità di un popolo senza onore”. Incapace di ribellarsi al vero potere e quindi pronto a sostenere qualsiasi potere nell’illusione di ricavarne un vantaggio (una raccomandazione, mal che vada). Ma questa “infezione” non viene certo fermata dal “voto utile” ai suoi sedicenti avversari, più spesso complici...

Qualcuno avrebbe classificato il Truce tra gli spaventapasseri, Sciascia tra i quaquaraqua. Ma in fondo siamo da quelle parti...

Fonte

01/04/2018

Quando i mestatori chiedono “verità”. I fasti del “quarantennale”

C’è un ritornello ottundente che risuona sui media del potere costituito ogni volta che si parla – riparla, straparla, blatera, delira – di “anni di piombo”. E massimamente quando il tema è il sequestro Moro. Anzi lo sforzo palese dell’establishment – media compresi e disponibilissimi – è quello di far coincidere un solo episodio con il tutto. Di modo che quel singolo episodio diventi inspiegabile, privo di retroterra e motivazioni storico-sociali, “oscuro” e quindi sistemabile nello scaffale dei misteri. Dove si mette la roba “inquietante” perché resti tale, pronta ad esser tirata fuori ogni volta che possa tornare utile. Una sineddoche storica, non molto originale ma proprio per questo piuttosto lurida.

Il “quarantennale”, da questo punto di osservazione, è iniziato come un vero e proprio sabba, con tanto di strega da mettere sulla pira, e minaccia di continuare per almeno 55 giorni.

Il ritornello è noto: dobbiamo ancora cercare la verità su quell’evento.

Non ci ripeteremo. La verità è nota, raccontata da tutti i protagonisti (brigatisti irriducibili, dissociati, pentiti, nonché magistrati inquirenti, investigatori, ecc.), consegnata agli archivi giudiziari e a disposizione degli storici, compreso il milione e mezzo di pagine accumulati dalla prima Commissione parlamentare d’inchiesta, che nessuno ha letto, tranne il bibliotecario d’allora – Vladimiro Satta – il quale consegnò le sue conclusioni ad un libro (Odissea nel caso Moro) che ben pochi vollero leggere. Smontava infatti uno per uno tutti i presunti “misteri”, con prove e indicazioni per ritrovarle nell’archivio.

Però proviamo a prendere sul serio, diciamo così, questa pretesa “ricerca della verità”. Cosa serve per trovarla? Sicuramente un po’ di serietà scientifica, una spruzzata di onestà intellettuale, divulgatori (giornalisti) che bandiscono la menzogna. Soprattutto quando lavorano per lo Stato.

Doti che sembrano sconosciute tra i gazzettieri dell’establishment.

Vogliamo fare un esempio, almeno uno?

Lo “speciale” dedicato dal Tg2 al sequestro di Aldo Moro il giorno prima dell’anniversario di via Fani. Ossia un media controllato dallo Stato, sia come proprietà sia come gestione (con un’apposita Commissione parlamentare guidata fino a qualche giorno fa dal nuovo Presidente della Camera). Il servizio di riepilogo era stato affidato a un cronista di grande esperienza – Walter Vecellio, ex vicedirettore del Tg2 – che, soprattutto, era già “su piazza” all’epoca dei fatti. Uno che dovrebbe insomma saperne molto, se non altro per aver vissuto in diretta tutti i momenti rilevanti degli anni ‘70. Vecellio aveva fatto addirittura parte del Partito Radicale, quindi non sarebbe in teoria sospettabile di essere un “dietrologo”.

Qual’è stato il contributo di Vecellio alla definizione della “verità”?

Questo: http://www.tg2.rai.it/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-e2d329bf-8570-4bb6-bac1-93e8c0c9bd10-tg2.html#p=1

Un osceno miscuglio di notizie buttate lì, come se sotto il termine generico di “terrorismo” si potesse far rientrare tutto e il contrario di tutto, con un criterio che farebbe sobbalzare il più grigio dei contabili delle morti (mettere insieme la strage di Piazza Fontana e le proteste violente che la seguirono è fuori di ogni logica). Ma soprattutto alcune menzogne – documentabili, addirittura con sentenze passate in giudicato – che in un paese normale costringerebbero l’Ordine dei giornalisti a ritirargli il tesserino e diffidarlo dall’esercizio della professione.

Quali sono le menzogne? Queste, messe in fila così come le ha dette:

“Le Brigate Rosse uccidono tra gli altri Guido Rossa, Emilio Alessandrini, Valerio Verbano, Mario Amato”.

Sappiamo per mestiere che un giornalista lavora spesso di corsa, con poco tempo di verificare le notizie da dare. Ma questo vale al massimo per la cronaca in diretta, non certo per fatti di 40 o più anni fa. Soprattutto, ripetiamo, per un giornalista che allora non era affatto un bambino ignaro e su quegli eventi ha in qualche modo costruito anche la propria esperienza, oltre che la carriera.

Uno così non può non sapere. E comunque gli sarebbe bastato, prima di fare quei nomi, dare una velocissima occhiata – chessò – a Wikipedia. Che citiamo:
Emilio Alessandrini (Penne, 30 agosto 1942Milano, 29 gennaio 1979) è stato un magistrato italiano, assassinato durante gli anni di piombo da un commando del gruppo terroristico Prima Linea.
Va bene, dirà un ingenuo, Ha confuso le Br con Prima Linea, altra formazione combattente di sinistra. Non sarà poi così grave. Non lo sarebbe, in effetti, se fosse l’unico “errore”. Vediamo gli altri.
Valerio Verbano (Roma, 25 febbraio1961Roma, 22 febbraio1980) è stato un attivista italiano, militante appartenente all’area di Autonomia Operaia, assassinato a Roma il 22 febbraio 1980, con un colpo di arma da fuoco, in un agguato condotto da tre uomini armati, introdottisi a volto coperto nella sua casa di via Monte Bianco.
Gli assassini non sono stati individuati dalla magistratura, ma è certo che la decisione di uccidere Valerio fu presa dai fascisti dei Nar, come rivendicato con un volantino che dava indicazioni che solo gli assassini potevano conoscere:
Abbiamo giustiziato Valerio Verbano mandante dell’omicidio Cecchetti. Il colpo che l’ha ucciso è un calibro 38. Abbiamo lasciato nell’appartamento una calibro 7.65. La polizia l’ha nascosta”. E sempre a firma NAR (comandi Thor, Balder e Tir), verso le ore 12 del giorno dopo, viene recapitata una seconda rivendicazione in cui, pur non parlando esplicitamente dell’omicidio Verbano, si fa riferimento, in modo allusivo, al “martello di Thor che ha colpito a Montesacro”.[4]
L’ala “ufficiale” dei Nar provò a smentire, ma così facendo ufficializzò una spaccatura interna (ottimamente ricostruita dal libro Valerio Verbano. Ucciso da chi, come, perché, Odradek edizioni).
Mario Amato (Palermo, 24 novembre 1937Roma, 23 giugno 1980) è stato un magistrato italiano. Sostituto procuratore della Repubblica di Roma, fu assassinato dai Nuclei Armati Rivoluzionari per mano di Gilberto Cavallini e Luigi Ciavardini, mentre era titolare di tutte le inchieste sull’eversione nera a Roma e nel Lazio.
Insomma, Vecellio ne “sbaglia” tre su quattro. Un po’ troppi per pensare a semplice frettolosità o distrazione.

Noi abbiamo – nonostante tutto – un’alta considerazione della professionalità dei giornalisti di prima fascia (un ex direttore del Tg2, non uno stagista pagato 5 euro a “pezzo”). Dunque siamo costretti a ritenere che Vecellio abbia tirato giù in modo intenzionale una lista così assurda. Dunque siamo obbligati a supporre – con qualche ragionevole certezza – che il servizio osceno di Vecellio sia un mattoncino nella “narrazione” più generale che i media mainstream hanno imbastito sulla Storia di questo paese e, in particolare, sui quasi venti anni di lotta armata di sinistra (dal 1969 al 1988, anche se dopo l’82 ci furono solo episodi saltuari).

Il perché di questo tipo di narrazione è ovviamente materia da storici e politici. Non c’è alcun documento, crediamo, che “prescriva” come trattare questa materia dentro le redazioni. A questo pensano direttori, vice e capiredattori, teoricamente in concorrenza tra loro ma tutti stretti nella “difesa della verità” che non vogliono assolutamente ammettere. Diciamo “ammettere”, non “sapere”, perché la sanno benissimo.

Se 20 anni di “guerra civile a bassa intensità” possono essere ridotti a un solo evento (il sequestro di Aldo Moro) e a una sola organizzazione (le Br), allora non c’è nulla da capire o da conoscere. E’ stato un lampo nel buio, dall’origine “contendibile” sul piano narrativo (c’è anche una dietrologia di destra). Basta un po’ di retorica vittimaria e qualche monito a non ribellarsi mai.

Lo spiega benissimo una storica che in queste settimane ha dedicato le sue ricerche a un tema che dal suo punto di vista professionale è certamente tra i più interessanti del dopo guerra. Vi proponiamo qui il suo articolo apparso su Zapruder (storieinmovimento.org), rivista pubblicata dalle edizioni Odradek e ripreso da vari siti.

Buono studio, per dimenticare i mille Vecellio che inquinano i pozzi della conoscenza.

*****

Alcune note sulle polemiche del quarantennale del sequestro Moro

di Ilenia Rossini

La critica della vittima, scrive Daniele Giglioli in un bel saggio di qualche anno fa, «presuppone sempre un certo coefficiente di crudeltà» (Critica della vittima, 2014, p. 12). E non si può che partire da questa considerazione se si vuole mettere nella giusta prospettiva la “polemica” montata intorno alle parole di Barbara Balzerani, che tra gli anni ’70 e gli anni ’80 fu militante e dirigente delle Brigate Rosse, in un momento storico in cui – secondo i dati del ministero dell’Interno – erano attive oltre 250 sigle armate, 36.000 cittadini furono inquisiti per banda armata e 6.000 di essi condannati a decenni di carcere, e si registrarono 7.866 attentati alle cose e 4.290 alle persone. Barbara Balzerani non si è “pentita” – pentimento che, non dimentichiamo, è solo una discutibile categoria giuridica, perché non possiamo sapere quanto pensino lei, i suoi compagni e le sue compagne dentro loro stessi e loro stesse – né “dissociata” dalla lotta armata: lotta armata che, pure, ha dichiarato chiusa con Mario Moretti e Renato Curcio nel 1988 (trent’anni fa), in una celebre intervista allo Speciale Tg1.

Barbara Balzerani è oggi una donna di 69 anni, libera dopo aver scontato 26 anni di carcere, che non ha conti in sospeso con la giustizia. Scrive romanzi (ne ha scritti, al momento, sei, tutti pubblicati o ripubblicati da DeriveApprodi), alcuni riguardanti anche la sua esperienza nelle Brigate Rosse e la successiva detenzione, altri no (come l’ultimo). Tranne che in occasione del documentario di Loredana Bianconi Do you remember revolution. Donne nella lotta armata (1997), non ha partecipato negli ultimi anni a trasmissioni televisive né ha rilasciato interviste sui principali media sull’esperienza delle Br. Qual è la colpa per cui è appena risalita agli “onori” delle cronache? Aver partecipato alla presentazione del suo ultimo romanzo, presso il centro sociale Cpa-Firenze sud, il 16 marzo, giorno del quarantennale del sequestro Moro (di cui fu fra gli autori e le autrici). Dopo essere stata già criticata, a gennaio, per un post sul proprio profilo facebook (!) che giustamente prevedeva le polemiche che si sarebbero addensate nei mesi successivi, la presentazione al Cpa non poteva che essere un’occasione ghiotta per i media. Una giornalista di Matrix si è dunque recata all’iniziativa e, di nascosto, ha registrato l’evento, riportando alcune parole di Balzerani che hanno fatto scalpore: «C’è una figura, la vittima, che è diventato un mestiere, questa figura stramba per cui la vittima ha il monopolio della parola. Io non dico che non abbiano il diritto a dire la loro, figuriamoci, ma non ce l’hai solo te il diritto, non è che la storia la puoi fare solo te».

Questa frase ha scatenato una ridda di polemiche, accompagnata dall’approvazione quasi unanime al Consiglio comunale di Firenze di una richiesta di sgombero del Cpa, dall’annuncio del figlio di Lando Conti, ucciso dalle Br nel 1986, della decisione di querelare Balzerani (per cosa?) e da vesti stracciate per il fatto che l’ex brigatista abbia parlato “senza contraddittorio”. Come se ci fosse bisogno di un contraddittorio per parlare del proprio libro all’interno di un centro sociale occupato, neanche fossimo nello studio di Mentana in regime di par condicio durante la campagna elettorale.

Ma facciamo un passo indietro. Come mai Balzerani si è espressa in questo modo? Pochi giorni prima, la trasmissione di La7 Atlantide, condotta da Andrea Purgatori, aveva mandato in onda due puntate dedicate al rapimento Moro – ma comprendenti anche un’ampia contestualizzazione storica dell’Italia del tempo –, contenenti alcuni spezzoni di un film-documentario di Mosco Levi-Boucault prodotto nel 2011 dalla tv franco-tedesca Arte, che riprendeva le testimonianze rese quasi dieci anni prima da alcuni brigatisti rossi, presenti il 16 marzo 1978 in via Fani: Mario Moretti, Prospero Gallinari (morto cinque anni fa), Raffaele Fiore e Valerio Morucci. Non è la prima volta, ovviamente, che vediamo dei brigatisti in tv, sia sufficiente pensare al magistrale La notte della repubblica (1989-90), nel quale Sergio Zavoli intervistò numerose/i ex brigatiste/i (ma anche i terroristi neofascisti Francesca Mambro e Valerio Fioravanti). Come non è stata la prima volta che gli/le ex brigatisti/e hanno preso parola: pensiamo al libro Noi terroristi. 12 anni di lotta armata ricostruiti e discussi con i protagonisti, scritto da Giorgio Bocca nel 1985. Niente di strano, dunque?

No, qualcosa di fondamentalmente diverso c’è, perché dagli anni ’80-’90 a oggi è cambiato il paradigma narrativo entro cui si ritiene legittimo di poter parlare di alcuni eventi. Se, come illustrato in un articolo su «Contemporanea» del 2009 dallo storico Emmanuel Betta, si partiva da una condizione di «decisa prevalenza di un punto di vista scarsamente attento all’esperienza delle vittime» in cui veniva «messo in discussione soprattutto il ruolo e il peso della parola degli ex militanti della lotta armata nella costruzione della conoscenza e della memoria della violenza politica», nel 2018 la situazione si è talmente ribaltata che la trasmissione di Purgatori è stata considerata un’«anomalia», scatenando polemiche e provocando biasimo. Esso è provenuto non solo dal capo della polizia Franco Gabrielli – che, in modo forse inedito, ha detto la sua su chi ritiene possa e non possa andare in tv, definendo «oltraggio» il fatto di aver mandato in onda un’intervista ad alcuni ex brigatisti di dieci anni fa – ma soprattutto, appunto, dei familiari delle vittime. Tra essi si è distinta, tra gli altri, Rita Dalla Chiesa che, non paga di twitter, ha rilasciato un’intervista in cui ha affermato, dicendosi amareggiata – e presentandosi pure lei come “vittima”, nonostante suo padre sia stato ucciso dalla mafia – che gli ex brigatisti «non hanno diritto di raccontare quei tempi». Alla faccia della nota “massima di Voltaire” che Voltaire non ha mai detto, secondo la quale «non sono d’accordo con le tue idee ma darei la vita per fartele esprimere».

In una situazione in cui, nei fatti, nessuno e nessuna tra gli e le ex militanti delle Br – tra quelli/e non pentiti/e e non dissociati/e – ha rilasciato alcuna intervista, da più parti – e in particolare dai familiari delle vittime – è venuta la richiesta di togliere la parola a persone che non avevano pronunciato parola alcuna. A ben vedere, l’unica ex brigatista comparsa in tv è stata Adriana Faranda, dissociata, intervistata nella webserie Cronache di un sequestro da Ezio Mauro, ex direttore e firma importante della «Repubblica» (sul cui sito la webserie è presentata e promossa), cioè di uno di quei giornali che ritengono uno scandalo l’aver dato voce ai brigatisti, diretto per di più dalla «vittima del terrorismo» Mario Calabresi. Un cortocircuito narrativo che ha del grottesco.

Ma – al di là di ogni polemica – è in realtà proprio sul contenuto delle parole di Balzerani che ritengo indispensabile interrogarci: perché Balzerani – sembra quasi banale dirlo – ha ragione, le vittime non possono avere il monopolio della parola. Del resto, chi può averlo? È un’affermazione crudele, come prospettato da Giglioli? Forse sì, ma è necessaria per ricostruire una genealogia del paradigma vittimario che ha condotto alla situazione in cui una polemica come questa appare scontata. Perché se Balzerani ha ragione sul fatto che le vittime non possano avere il monopolio della parola, è a mio avviso riduttivo pensare che le polemiche che mirano a censurare le parole dei protagonisti della lotta armata siano solo una «spada di Damocle che questi signori intendono mettere sulle lotte attuali». Non è una situazione limitata all’Italia e non è una situazione circoscrivibile alla narrazione della lotta armata degli anni ’70 e ’80, infatti.

A partire dagli anni ’80, l’elaborazione del passato ha sempre più visto il conflitto della «coppia antinomica storia/memoria», come definita dallo storico Enzo Traverso nel suo Il passato: istruzioni per l’uso. Era il periodo dell’affermazione della memoria, che è sempre soggettiva e poco attenta alle comparazioni e alla contestualizzazione (p. 18). Era il trionfo della cosiddetta «era del testimone», secondo la celebre espressione di Annette Wieviorka: il testimone, però, è finito negli ultimi trent’anni per sovrapporsi prima e per essere soppianto poi dalla «vittima», termine con contenuto religioso che rimanda alla sofferenza e al sacrificio. E a questo concetto, infatti, è irrimediabilmente legato quello del «perdono», richiesto alla vittima per la «riabilitazione pubblica» o la «condanna» del carnefice: basti pensare, in Italia, alle polemiche sulla richiesta di estradizione di Cesare Battisti e all’onnipresenza mediatica di Alberto Torregiani, figlio del gioielliere che Battisti, secondo le risultanze processuali, avrebbe ucciso nel 1979.

A partire dalla metà degli anni ’80, dunque, il paradigma vittimario ha imposto la sua egemonia ovunque nel mondo occidentale. Si è partiti, negli Stati Uniti, con la teorizzazione della giustizia riparativa e del victim-oriented approach, cioè di un approccio basato sulle vittime, inizialmente pensato per i reati comuni (e i dubbi sul fatto che si potesse applicare anche alla violenza politica erano numerosi): la vittimologia (victimology) è oggi una disciplina riconosciuta, branca della criminologia, mentre la vittima ha trovato una nuova centralità in tutti i sistemi penali. Ma si è passati, soprattutto, per alcune iniziative delle Nazioni Unite che hanno fatto scuola: se nel 1985 il termine «vittima» entrava per la prima volta a far parte del vocabolario di questa istituzione internazionale, è del settembre 2008 un’iniziativa organizzata a New York dall’Onu in cui si sono state chiamate a raccolta cinquanta vittime di atti terroristici avvenuti in tutto il mondo (incluso, per l’Italia, Mario Calabresi, nonostante sia complicato ricondurre a un generico «terrorismo» la morte di suo padre). Senza discernere il diverso contesto in cui erano avvenuti tali attentati.

La vittima si è, quindi, gradualmente imposta sul modo in cui viene pubblicamente ricostruito il passato. Le caratteristiche che ovunque accomunano la memoria che deriva dalla centralità delle vittime, secondo lo storico Giovanni De Luna, sono «il familismo, innanzitutto, il prepotente riaffacciarsi delle famiglie e dei singoli individui in uno spazio pubblico colonizzato dal lutto e dal dolore. E poi una fortissima carica rivendicativa [...]. E poi ancora la soffocante presenza delle emozioni: odio, vendetta, perdono, pietà, compassione» (La Repubblica del dolore, p. 16). «In questa competizione vittimaria», aggiunge De Luna, «la storia scompare e sulla scena restano solo vittime e carnefici» (p. 97).

Se questo è vero in generale, in Italia l’adozione di questo paradigma vittimario non è passata per alcuna riflessione epistemologica e si è intrecciata, inoltre, con la specificità italiana determinata dal rapporto difficile con le sue «memorie divise», con il particolare sistema televisivo e il suo legame strettissimo con le forze politiche, con la superficialità e la pigrizia – se non la vera e propria ignoranza – di coloro che scrivono articoli di giornali e servizi televisivi che, ad esempio, hanno condotto pochi giorni fa gli autori dello Speciale Tg2 ad affermare che le Brigate Rosse sarebbero state responsabili dell’omicidio di Valerio Verbano (militante di sinistra ucciso da alcuni neofascisti), di Mario Amato (magistrato ucciso dai neofascisti dei Nar) e di Emilio Alessandrini (magistrato ucciso da Prima linea... almeno in questo caso si parla di una formazione di sinistra!). Secondo De Luna, che riprende un articolo su «Liberazione» di Paolo Persichetti del 2008, in Italia negli ultimi anni il riferimento alle vittime ricorre talmente tanto spesso da poter essere visto come un «tentativo di tenere insieme la Resistenza e i “ragazzi di Salò”, le foibe e i lager, il terrorismo delle Br e la mafia attraverso la costruzione, nel segno della compassione per le vittime, di “una memoria avvinta dall’emozione e assorbita dalla sofferenza”» (p. 83).

Una lucida ricostruzione storica, partendo da questi presupposti, appare quasi impossibile. A questo proposito, Vanessa Roghi ha giustamente parlato di memoria disarmata delle vittime, «anche da un punto di vista interpretativo: [...] niente può spiegare, in una dimensione privata, perché un padre, un marito, un fratello abbiano perso la vita. [...] A prevalere è lo sguardo “disarmato” che diventa disarmante quando alla voce del testimone non si affianca nessun tentativo di racconto storico, e la retorica della memoria si sostituisce al racconto della storia».

Se già nel 2004 il presidente della Repubblica Ciampi attribuì una medaglia ai parenti delle vittime del “terrorismo”, il caso Moro ha finito con il costituire, in un certo senso, il fulcro delle politiche della memoria che danno corpo al tentativo di nation-building della nuova Italia “postideologica” dell’ultimo ventennio: non è un caso se il Giorno della memoria dedicato alle vittime del terrorismo è stata fissata, nel 2007, al 9 maggio, data dell’omicidio di Aldo Moro, che ha così “battuto sul campo” quella – concorrente – del 12 dicembre, anniversario della Strage di piazza Fontana del 1969. Si tratta, ovviamente, di un chiaro segnale interpretativo su cosa, nella «competizione tra vittime» di cui parla De Luna, sia giusto ricordare per dar vita a una nuova “tradizione inventata”.

Questo giorno della memoria è stato poi suggellato da alcune iniziative – politiche – di cui è stata principalmente fautrice la presidenza della Repubblica. Ad esempio, nel volume Per le vittime del terrorismo nell’Italia repubblicana, da essa curato nel 2008, compaiono 378 nomi, tra vittime delle stragi, vittime delle Brigate rosse, ma anche militanti dell’estrema sinistra e dell’estrema destra uccisi nel corso di manifestazioni di piazza o in seguito a singoli episodi che – francamente – poco hanno a che vedere con la categoria di “terrorismo”, anche laddove si attribuisca a essa una valenza euristica che è ancora oggetto di dibattito storiografico, rappresentando al momento piuttosto uno stigma morale. Le celebrazioni della giornata del 9 maggio del 2009, invece, sono state suggellate dall’incontro tra le vedove di Pino Pinelli e Luigi Calabresi davanti al presidente della Repubblica: si tratta della stessa modalità d’azione adottata in Italia nei confronti della memoria della Resistenza e della guerra civile del 1943-45, con la promozione dalla fine degli anni ’40 di incontri pubblici tra ex partigiani ed ex repubblichini. Solo che in quel caso protagonisti ne erano i “combattenti” non le “vittime” (e, in questo caso, i superstiti delle vittime), coloro che avevano fatto delle scelte, non coloro che le avevano subite: il paradigma narrativo è, negli anni, irrimediabilmente cambiato e oggi «la vittima è l’eroe del nostro tempo» (Giglioli, p. 9).

Ma come avvenuto, appunto, per la Resistenza – riguardo la quale sembra ormai essersi perso il valore della lotta antifascista in nome del «buoni e cattivi stavano da entrambe le parti» –, sembrano ormai essersi attenuate anche le specificità di ogni singola esperienza degli anni ’70-’80: in questa narrazione appiattente, le Br sono diventate uguali ai Nar, non c’è più differenza tra uccidere un obiettivo che si identifica come “nemico” e mettere una bomba in una stazione ammazzando decine di persone, non ci sono più differenze – in realtà abissali – tra le posizioni ideali dell’uno e dell’altro. In quanto “vittime”, tutte le “vittime” – i morti e i loro superstiti, vittime in quanto private dell’affetto dei loro cari – sono uguali: e da qui un fiorire di proposte come quella dell’ex sindaco di Roma Gianni Alemanno di istituire un «giardino dedicato a tutte le vittime degli anni piombo» o quella del Pd, sempre a Roma, di costituire «una consulta cittadina sugli anni di piombo composta dai familiari di tutte le vittime romane».

Proprio per quanto riguarda la memoria e la storia della lotta armata, è del 2015 la pubblicazione del Libro dell’incontro, che raccoglie l’esperienza di un gruppo di confronto di cui hanno fatto parte «vittime e responsabili della lotta armata degli anni settanta», poggiandosi sull’esperienza delle Commissioni verità giustizia del Sud Africa. Esperimenti come questi hanno indubbiamente un valore terapeutico: ma sono utili alla ricostruzione storica? Può cambiare la storia d’Italia, come recita la scheda del libro, un racconto che finisce simbolicamente con una preghiera, con il rifugio nella fede, che tutto appiana? Sicuramente no.

Bisogna tenere in considerazione, inoltre, le modalità secondo le quali viene attribuito lo status di vittima, se è vero che, come scrive Giglioli, «chi controlla una macchina mitologica [...] tiene in mano le leve del potere» e che «l’ideologia vittimaria è oggi il primo travestimento delle ragioni dei forti» (p. 10), è un instrumentum regni (p. 12). Le vittime (tanto i “martiri” quanto le persone vittime della loro perdita) quasi non possono più essere soggette a critica o a biasimo: i parenti delle vittime hanno sempre ragione, mentre Aldo Moro è diventato una specie di santo e nessuno sembra potersi e volersi assumere – oggi – il coraggio che già nel 1980 aveva solo il dio di Giorgio Gaber, l’unico a poter dire, in un testo che oggi sarebbe forse censurato, «che Aldo Moro insieme a tutta la Democrazia cristiana/è il responsabile maggiore/di vent’anni di cancrena italiana./Io se fossi Dio/un Dio incosciente, enormemente saggio/c’avrei anche il coraggio di andare dritto in galera/ma vorrei dire che Aldo Moro resta ancora/quella faccia che era».

La stessa narrazione riguarda anche la contestata categoria di “terrorismo” alla luce del fatto che, come scrive Giglioli in un altro volume (All’ordine del giorno è il terrore, 2007), «il terrorismo è la violenza degli altri». L’attribuzione dell’etichetta e di “vittima” e di quella di “terrorismo”, amplificate dai media, finiscono così per diventare – separatamente, ma ancora più quando si presentano in coppia come nell’accezione di “vittima del terrorismo” – strumenti di legittimazione/delegittimazione nella scena pubblica: come scritto da Girolamo De Michele nel romanzo Con la faccia di cera, ad esempio, «se un operaio uccide un padrone è terrorismo, se un padrone uccide cento operai di tumore è normale amministrazione, è il prezzo del benessere, è schiuma ai bordi del fiume del progresso. [...] Le medaglie alle vittime del terrorismo le hanno esaurite, e comunque sul petto degli operai non stanno bene: gli operai sono sporchi, puzzano di fatica e sudore. E i ministri hanno ben altro da fare che stringere le mani alle vedove e ai figli» (p. 120).

Sul piano politico-culturale – e, in questo, Balzerani non ha torto – il paradigma della vittima ha un effetto depotenziante nell’organizzazione delle lotte: come fa notare De Luna, infatti, «quando l’ammirazione di cui godono coloro che lottano per far riconoscere il proprio statuto di vittime diventa più grande di quella che si tributa a persone che hanno il coraggio di mettere a repentaglio la propria vita per difendere la libertà o la giustizia, si delinea un effettivo incoraggiamento alla costruzione di altrettanti recinti chiusi sulle proprie rivendicazioni, necessariamente in concorrenza gli uni con gli altri, sovradeterminati da una particolare esperienza dolorosa personale, così che tutto quello che scaturisce dalla centralità delle vittime, sembra comunque voler trasformare lo Stato in una “federazione” di interessi particolari» (De Luna, pp. 98-99).

Ma lo storico non può non interrogarsi anche sugli effetti per la sua disciplina dell’affermazione del paradigma vittimario. Se il testimone – come ad esempio dimostrato da opere magistrali come L’ordine è già stato eseguito di Sandro Portelli – era interrogato appunto per la sua capacità di «testimoniare» qualcosa di utile per la ricostruzione e l’elaborazione del passato, rappresentando spesso il punto di vista dei subalterni (cioè di coloro che non producevano le “fonti ufficiali”), il racconto della vittima è invece ridotto a una questione sentimentale: la vittima ha ragione perché ha subito e, quindi, è intoccabile e, scrive Giglioli, «chi sta con la vittima non sbaglia mai» (p. 9). Mentre un tempo chiunque poteva parlare in quanto “testimone” (quindi anche le/gli ex brigatiste/i, nel caso specifico), anche se non se ne condividevano le posizioni, ora la vittima ha sempre ragione e spetta a essa stabilire chi può parlare e chi no degli eventi che l’hanno resa tale: il passaggio successivo è quindi quello di togliere la parola agli autori delle azioni armate, censurare la loro presenza pubblica. Spogliarli, insomma, del ruolo di “testimoni” che indubbiamente hanno: molto di più, tra l’altro, dei superstiti delle vittime, che possono essere testimoni di un dolore, non di un evento.

Il paradigma vittimario non è privo di conseguenze anche sul piano della narrazione storica: che storia è quella delle vittime? Persichetti, nell’articolo già citato, afferma giustamente «sprovvisti dello statuto di vittime, vinti e subalterni spariscono nuovamente dalla storia, eclissati e inghiottiti dall’oblio. Sembra, infatti, che per poter lasciare traccia resti solo la triste via della competizione vittimaria, [...] quasi a voler sancire che se non c’è vittima non c’è storia».

Alla fine non resta che chiedersi se un approccio del genere e, in generale, il modo in cui si sta affrontando il quarantennale del sequestro Moro – polemiche su chi può parlare e chi no, centralità delle vittime, diffusi accenni complottistici a presunti “misteri” ancora da scoprire e fantasiose accuse di “omertà” per i/le ex militanti che non avrebbero detto tutto (parlano troppo o parlano poco? Viene da chiedersi...), classifiche delle capacità narrative dimostrate o meno dai brigatisti e dalle brigatiste nei libri di cui sono autori e autrici o dibattiti sul buono o cattivo gusto di Balzerani nel fare quelle affermazioni, tenuti con lo stesso tono degli articoli sull’appropriatezza del look di Meghan Markle davanti alla regina – aggiunge davvero qualcosa a quello che ci potevamo dire fino al 15 marzo? Abbiamo imparato qualcosa di più? Abbiamo maggiori strumenti di comprensione? E anche per quanto riguarda il rapporto tra brigatisti/e, scena pubblica e media, cosa è cambiato rispetto a un anno fa? Sembra più che altro un gioco di ruolo il cui copione si ripete di volta in volta sempre uguale a se stesso.

Non sarebbe meglio – passati quarant’anni – «guardare con fiducia alla conoscenza storica» (p. 18), come ha scritto De Luna nel volume citato, e magari adattarsi ai tempi della ricerca che non sono esattamente gli stessi degli anniversari? Gli storici, del resto, sono pressoché gli unici che non hanno detto nulla e a cui non è stato chiesto nulla o quasi nelle numerose ricostruzioni del sequestro presentate da giornali – cartacei e online – e programmi televisivi. Eppure, negli ultimi anni, di ricerche accurate e importanti ne sono uscite, da La lotta armata a Genova di Davide Serafino (Pacini 2016) al fondamentale Brigate rosse. Dalle fabbriche alla campagna di primavera di Marco Clementi, Paolo Persichetti ed Elisa Santalena (DeriveApprodi 2017). Eppure, nonostante i tanti appelli alla «verità», convegni storici sul sequestro Moro come quello organizzato l’anno scorso presso i locali del Senato (Il caso Moro: la politica, la ricerca, la storia) vengono annullati perché i relatori chiamati a intervenire considerati troppo poco compiacenti. Forse si potrebbe partire da qui.

Fonte

22/03/2018

La retorica vittimaria, la storia e quei conti mai fatti con il fascismo

Vorrei tanto capire quali sono i termini della discussione scatenatasi attorno ad una frase di Barbara Balzerani che io avevo trovato persino ovvia: la storia non può essere un’esclusiva delle vittime di qualsiasi parte. Ecco, intorno a quella frase del tutto condivisibile peraltro pronunciata nel corso della presentazione di un libro da parte dell’autrice, è successo un finimondo che avrebbe dell’incomprensibile se poi non mi ricordassi che siamo in Italia, cioè, un paese che insieme alla Spagna, negli ultimi tempi, sta facendo di tutto per assomigliare sempre di più alla Turchia di Erdogan.

Prima domanda: ma in Italia vige ancora lo Stato di Diritto oppure è tornata la la Santa Inquisizione? Per intendersi, ognuno di noi può commettere un qualsiasi reato e, se riconosciuto colpevole, viene condannato ad una pena. Finita la pena ritorna ad essere un cittadino libero in quanto ha pagato il prezzo dei suoi errori... o deve continuare a pagare con la morte civile anche fuori dal carcere?

Seconda domanda: si può ragionare pubblicamente su ciò che avvenne negli anni '70 o si rischia una scomunica ed un’eventuale lapidazione da parte dei parenti delle vittime?

Negli anni '70, in Italia, ci fu un conflitto sociale da cui scaturì una guerra civile che durò un decennio e che causò centinaia di morti. In quel contesto, le Brigate Rosse non furono che una delle tante formazioni politiche che scelsero la lotta armata. Un fenomeno che coinvolse migliaia di persone. E’ mai possibile che a distanza di 40 anni non si riesca a riconoscere questa evidenza storica e non si riesca ancora a parlare liberamente di quelle vicende senza venire ancora accusati di essere “fiancheggiatori del terrorismo” come se fossimo ancora prigionieri di quello stato di emergenza e di quel tempo così lontano? La risposta, per quanto appaia assurda, è: si, pare proprio sia impossibile e dopo quarant’anni di oblio siamo ancora a questo punto.

E’ come se nel 1985 in Italia fosse stato ancora impossibile parlare di ciò che avvenne nel 1945. Eppure Alcide De Gasperi insieme al ministro della Giustizia, Palmiro Togliatti, il 22 giugno 1946, firmò l’amnistia per i detenuti politici (leggi fascisti) e ciò mentre altri paesi europei, Germania in testa, scelsero di fare i conti con la propria storia. Un decreto emanato in nome della “pacificazione nazionale” che ebbe un immediato effetto: spalancò le porte delle carceri dove fascisti e repubblichini erano stati rinchiusi al momento della Liberazione per i reati commessi: stragi, uccisioni, deportazioni e malefatte di ogni genere. Inoltre tutta l’alta, media e bassa burocrazia fascista (prefetture, ministeri etc. etc...) fu lasciata al proprio posto.

C’è, evidentemente, un nesso tra il non aver fatto i conti con il fascismo e questa incapacità non dico di avere una “memoria condivisa” sugli anni '70 (cosa a cui non ho mai creduto) ma almeno di poter discutere liberamente di vicende che appartengono alla storia. Una storia che da quarant’anni viene periodicamente usata per questioni contingenti da torme di ignoranti che si avvicendano, di volta in volta, nel ruolo di aspirante “classe dirigente” ma che non sanno nemmeno di cosa parlano giocando pericolosamente con questa odiosa e fuorviante retorica vittimaria nella totale e manifesta incapacità di fare una discussione seria su quelle vicende. E tuttavia, se davvero dovessimo fare la storia sulla base del dolore delle vittime tanto varrebbe mettere i parenti delle vittime (tutte, anche quelle delle stragi di stato e fasciste) direttamente senza concorso ad insegnare storia contemporanea nei nostri atenei ed alla testa di tutti i partiti politici.

Ecco perché non si può non affermare che la storia non può essere un’esclusiva delle vittime di qualsiasi parte. Se così non fosse, allora dovremmo ritenere giusto che siano solo i parenti delle vittime a fornirci un’interpretazione della storia mettendoli, ad esempio, al posto dei giudici nel processo penale ad accordare o negare il “perdono” ai suoi protagonisti. Tanto varrebbe, a quel punto, sostituire la Costituzione con la Bibbia ed applicare l’ “Occhio per occhio dente per dente”. Oppure passare direttamente al diritto islamico in cui vige la “qisas” secondo la quale la vittima decide la punizione uguale all’offesa subita per il suo aggressore o il “prezzo del sangue” con cui è possibile evitare il ricorso alla legge del taglione. Matteo Salvini ne sarebbe contentissimo.

Fonte