Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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15/08/2026

Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire

 Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano per sapere “cosa ne pensi” di Ranucci e Lavitola.

La risposta più spontanea sarebbe: “niente, caro, non me ne può fregare di meno”. Ma proprio la sproporzione tra la vicenda e l’enorme attenzione che le viene riservata finisce per raccontare qualcosa dello stato miserando della nostra discussione pubblica.

Valter Lavitola ha ammesso davanti ai magistrati di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La sua spiegazione appartiene già alla storia del grottesco nazionale: avrebbe organizzato un falso attentato non per uccidere il giornalista, ma per proteggerlo, inducendo lo Stato a rafforzarne la scorta.

È la versione di Lavitola, naturalmente, e come tale deve essere trattata. La Procura sta verificandola e valuta anche altre ipotesi sul movente. Non risultano elementi investigativi che indichino una conoscenza preventiva del piano da parte di Ranucci. Questo va detto con chiarezza, proprio perché “il metodo” che intendiamo criticare consiste nel trasformare suggestioni e coincidenze in prove.

Ma sgombrato il campo da qualsiasi equivoco, rimane una storia irresistibilmente simbolica. Lavitola è uno di quei personaggi che sembrano essere stati inventati per impedire alla realtà italiana di diventare troppo seria: faccendiere, intermediario, uomo di relazioni, protagonista di vicende politico-giudiziarie dell’ultima stagione berlusconiana, comparso anche nella guerra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.

Uno di quei personaggi cui la politica, quando serve, affida ciò che preferisce non fare alla luce del sole. Un bandito senza particolare inclinazione per l’etica e la morale, insomma. Confesso: quasi mi sta più simpatico di Ranucci.

Perché il problema Ranucci, almeno per noi, non nasce oggi. E nemmeno il problema Report.

Abbiamo sempre guardato con diffidenza a quel format, già ai tempi di Milena Gabanelli. Non perché il giornalismo d’inchiesta sia inutile – esattamente il contrario – né perché Report non abbia realizzato inchieste importanti.

Il problema è una precisa concezione dell’inchiesta e del rapporto con lo spettatore: una comunicazione nichilista nella quale la realtà appare interamente occupata da poteri giganteschi, compromissioni infinite, reti ramificate e interessi tentacolari, mentre chi guarda viene lasciato piccolo piccolo, con le spalle al muro, davanti a qualcosa di troppo enorme per poter essere modificato.

L’inchiesta, in questo modello, rischia di diventare una pedagogia dell’impotenza. Dietro una porta c’è un interesse, dietro quell’interesse una rete, dietro quella rete un’altra rete ancora. Il potere è dappertutto e proprio per questo finisce per non essere più da nessuna parte.

Alla fine sappiamo forse qualcosa in più, ma comprendiamo molto meno quali siano i rapporti sociali, economici e politici che producono ciò che abbiamo appena visto. E soprattutto non sappiamo che cosa farcene.

Al conservatorismo di Gabanelli, Ranucci ha aggiunto una cifra personale perfettamente riconoscibile: quel sorriso ghignoso, l’alzata di spalle, l’allusione permanente a qualcosa che starebbe dietro ciò che è stato appena mostrato. Come a dire: avete visto fin dove arrivano? E che ci possiamo fare, questo è.

Non è una critica elaborata dopo l’attentato. È ciò che abbiamo scritto per anni.

Lo abbiamo scritto quando Report si è occupato del carcere e del 41-bis, contribuendo a rappresentare ogni critica al regime differenziato come una possibile “concessione alla mafia”.

Lo abbiamo scritto quando una puntata arrivò a mettere sotto sospetto associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, come se battersi contro l’ergastolo ostativo, denunciare abusi, sostenere le misure alternative o chiedere condizioni di detenzione rispettose dell’articolo 27 della Costituzione significasse necessariamente muoversi in una zona grigia di complicità.

È la stessa cultura per cui il detenuto resta colpevole anche dopo aver scontato la pena e chi ne difende i diritti diventa automaticamente sospetto.

È qui che il discorso su Report incontra qualcosa di molto più grande di Report: l’istinto di punire.

Il giustizialismo italiano non è soltanto la richiesta di pene più severe. È un modo di guardare la società dividendola continuamente tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, persone perbene e sospetti.

È la convinzione che il diritto penale possa supplire alla politica e che la galera possa risolvere ciò che la società non vuole comprendere. Una cultura penetrata profondamente anche in quella “sinistra” che avrebbe dovuto essere la prima a diffidare del potere punitivo dello Stato.

Sul carcere questo cortocircuito diventa evidentissimo. Il 41-bis e l’ergastolo ostativo sono stati progressivamente trasformati da strumenti eccezionali in feticci identitari: metterli in discussione significa esporsi immediatamente all’accusa di voler fare un favore alla mafia.

Poco importa che una democrazia costituzionale dovrebbe interrogarsi sempre sui limiti della pena, proprio quando ha davanti il peggiore dei colpevoli. È lì, non quando difende l’innocente simpatico, che si misura il garantismo.

E negli anni Report ha offerto più di una volta il proprio contributo a questo senso comune. Non è secondario. Perché quando il giornalismo d’inchiesta assume come propria la grammatica del sospetto, il passo verso la grammatica della punizione è brevissimo. Prima si costruisce il sospetto, poi si cerca il colpevole, infine si domanda perché non sia già in galera.

Lo stesso problema lo abbiamo incontrato quando Report si è occupato di immigrazione. Già ai tempi della Gabanelli contestavamo una rappresentazione nella quale il migrante finiva per essere letto soprattutto attraverso costi, irregolarità e allarme sociale.

Anche qui il meccanismo era simile: partire da singoli fatti, decontestualizzarli dalle politiche che li producono e riconsegnarli allo spettatore come manifestazione di una patologia. La domanda sulle responsabilità politiche e sociali viene sostituita dalla ricerca di qualcuno da indicare.

Ma è sul “caso Moro” che questa impostazione ha raggiunto probabilmente il suo punto più alto. Abbiamo dedicato numerosi articoli alle puntate di Report sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, contestando errori, ricostruzioni contraddittorie, vecchie piste presentate come nuove rivelazioni e la resurrezione infinita dei misteri.

Abbiamo documentato anche il ricorso di Ranucci a Francesco Pazienza come interlocutore nella preparazione di una puntata. Non per sostenere una nostra “verità ufficiale”, ma per una ragione opposta: quarantacinque anni di documenti, processi, commissioni parlamentari, archivi e ricerca storica non possono essere continuamente azzerati perché una nuova suggestione consente di rilanciare “il mistero”.

Il complottismo funziona precisamente così. Non ha nemmeno bisogno di inventare integralmente i fatti. Gli basta modificare il criterio attraverso cui vengono collegati. Una lacuna diventa un mistero, una contraddizione diventa una pista, una conoscenza diventa una rete, una coincidenza diventa un indizio. E quando manca la prova definitiva, la sua assenza può essere utilizzata come ulteriore dimostrazione della potenza di chi sarebbe riuscito a cancellarla.

È una concezione del potere che consideriamo politicamente regressiva. Perché i poteri reali non hanno quasi mai bisogno della Spectre.

Il capitalismo non necessita di una riunione segreta per produrre sfruttamento; una politica migratoria non necessita di una regia occulta per produrre clandestinità; lo Stato penale non necessita di un complotto per riempire le carceri; la repressione del dissenso non richiede che qualcuno telefoni contemporaneamente a questori, magistrati e direttori di giornale.

Bastano leggi, istituzioni, interessi convergenti, rapporti economici, culture professionali e rapporti di forza perfettamente visibili.

Il complottismo, paradossalmente, assolve il potere mentre pretende di smascherarlo. Lo rende “misterioso” quando è strutturale, “eccezionale” quando è ordinario, “nascosto” quando spesso opera alla luce del sole.

Poi c’è il secondo ingrediente: il narcisismo vittimario. La denuncia del potere tende progressivamente a identificarsi con il corpo di chi denuncia. Se vieni minacciato, significa che hai colpito nel segno. Se sei sotto scorta, significa che hai ragione. Se qualcuno cerca di intimidirti, ciò che hai raccontato acquista automaticamente una certificazione supplementare di verità.

È quello che potremmo chiamare il “metodo Saviano”, diventato ormai un modello riproducibile: la messa in scena della propria probità morale, del coraggio civile, della denuncia, della parresìa, fino alla progressiva transustanziazione della persona pubblica in santo civile. La persecuzione diventa conferma delle proprie ragioni. Il corpo minacciato sostituisce la prova.

Naturalmente esistono minacce vere, attentati veri e giornalisti che rischiano realmente la vita. Le scorte sono spesso indispensabili e chi minaccia un giornalista attacca la libertà di tutti. Proprio per questo bisognerebbe sottrarre queste cose alla liturgia. Una minaccia va accertata e contrastata, non trasformata in sacramento.

Ed eccoci a Lavitola.

Se la sua versione dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti alla caricatura perfetta di questo meccanismo: un attentato organizzato per rafforzare la protezione della persona colpita. La persecuzione fabbricata perché la persecuzione stessa produce valore pubblico. Non dimostrerebbe nulla contro Ranucci, che resta la vittima della vicenda. Dimostrerebbe però fino a quale punto il dispositivo simbolico della vittima possa essere diventato potente.

C’è quasi qualcosa di involontariamente comico nel fatto che uno dei giornalisti più celebrati d’Italia per la capacità di scoprire trame, retroscena, depistaggi e relazioni nascoste non sia riuscito, stando alla ricostruzione oggi disponibile, a distinguere un amico da chi stava organizzando un attentato contro di lui. Il fiuto, proprio...

Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla battuta.

Il problema più serio è che solo una “sinistra” profondamente segnata dal giustizialismo, dal legalismo e dalla fascinazione per il potere giudiziario poteva trasformare questo modello di giornalismo nel proprio totem.

È la stessa “sinistra” che negli ultimi trent’anni ha progressivamente sostituito la questione sociale con la questione morale, il conflitto con l’indignazione, l’organizzazione con la denuncia, la trasformazione dei rapporti di forza con l’attesa della prossima inchiesta giudiziaria o televisiva.

E così i nuovi santini hanno preso il posto dei vecchi riferimenti. Non più uomini e donne passati attraverso il carcere fascista, l’esilio, la clandestinità, le lotte operaie e la costruzione della Repubblica, ma magistrati, procuratori, giornalisti sotto scorta e professionisti della denuncia.

Una genealogia civile nella quale la virtù politica viene misurata sulla quantità dei nemici e “la verità” sulla quantità delle minacce ricevute.

È esattamente da qui che bisogna uscire.

Un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome non deve chiedere fede nel giornalista. Deve fornire documenti, verificare fonti, distinguere fatti e interpretazioni, sottoporre le proprie ipotesi alla possibilità di essere smentite. Deve rendere il potere più comprensibile, non più misterioso. E soprattutto deve essere disposto a esercitare nei confronti di se stesso lo stesso sospetto critico che esercita verso gli altri.

La vicenda Lavitola-Ranucci potrebbe almeno servire a ricordarcelo. Non abbiamo bisogno di santi del giornalismo e nemmeno di nuovi inquisitori. Abbiamo bisogno di giornalisti criticabili, contraddicibili, verificabili.

E abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista.

Perché il garantismo comincia esattamente dove finisce la simpatia per l’imputato. E l’antipenalismo comincia quando il colpevole ci fa schifo. Difendere le garanzie soltanto per chi riteniamo innocente non è garantismo: è solidarietà. Difenderle per il nemico significa invece porre un limite al potere che punisce.

È una regola semplice che dovremmo tornare a praticare anche nel giornalismo.

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21/11/2023

Gaza. Il vero elefante nella stanza (dei bottoni) di Netanyahu

Il punto della crisi di Gaza è che se tutti sono d’accordo nel mettere la testa sotto la sabbia e ignorare l'“Elefante nella stanza”, è abbastanza facile farlo.

Il significato di una grave crisi viene compreso adeguatamente solo quando qualcuno si accorge dell'“elefante” e dice: “Attenzione, c’è un elefante che sta camminando qui”. È qui che ci troviamo oggi. Lentamente, l’Occidente sta iniziando a prenderne atto. Il resto del mondo, tuttavia, ne è folgorato e si sta trasformando.

Qual è “l’Elefante” (o gli Elefanti) nella stanza? La recente diplomazia regionale di Blinken è stata proprio “uno smacco”. Nessuno dei leader regionali incontrati da Blinken ha voluto parlare ulteriormente di Gaza, oltre a chiedere con fermezza “nessun trasferimento di popolazione palestinese in Egitto”, la “fine di questa follia” – il bombardamento a tappeto dei cittadini di Gaza – e la richiesta di un cessate il fuoco immediato.

E gli appelli di Biden per una “pausa” – soavemente, all’inizio, e più stridente ora – sono stati ignorati senza mezzi termini dal governo israeliano. Lo spettro dell’impotenza del Presidente Carter durante la crisi degli ostaggi iraniani incombe sempre più sobriamente sullo sfondo.

La verità è che la Casa Bianca non può costringere Israele a fare la sua volontà – la lobby israeliana ha più peso al Congresso di qualsiasi squadra della Casa Bianca. Pertanto, non si vede “nessuna uscita” dalla crisi israeliana. Biden ha “fatto il suo letto” con il gabinetto Netanyahu e deve convivere con le conseguenze.

Impotenza quindi, mentre il Partito Democratico si frattura al di là della semplicistica divisione tra centristi e progressisti. La polarizzazione derivante dalla “posizione di non cessate il fuoco” sta avendo effetti fortemente destabilizzanti sulla politica, sia negli Stati Uniti che in Europa.

Impotenza, quindi, mentre la forma del Medio Oriente si cristallizza in un forte antagonismo verso l’assecondamento percepito dall’Occidente del massacro di massa di donne, bambini e civili palestinesi.

Il dado potrebbe essere troppo “tratto” per frenare il reset tettonico già in corso. I doppi standard occidentali sono ormai troppo ineluttabilmente evidenti per la Maggioranza Globale.

Il grande “Elefante” è questo: Israele ha sganciato più di 25.000 tonnellate di esplosivo dal 7 ottobre (la bomba di Hiroshima del 1945 era equivalente a 15.000 tonnellate).

Qual è esattamente l’obiettivo di Netanyahu e del suo gabinetto di guerra? In apparenza, la precedente operazione militare nel campo di Jabalia aveva come obiettivo un leader di Hamas sospettato di nascondersi sotto il campo – ma sei bombe da 2.000 libbre per un “obiettivo” di Hamas in un campo profughi affollato come possono essere considerate?

E perché anche gli attacchi alle cisterne d’acqua, ai pannelli di energia solare e alle entrate dell’ospedale, alle strade, alle scuole e alle panetterie?

Il pane è quasi scomparso a Gaza. Le Nazioni Unite affermano che tutte le panetterie nel nord di Gaza sono state chiuse in seguito al bombardamento degli ultimi forni. L’acqua pulita è disperatamente scarsa e migliaia di corpi si stanno lentamente decomponendo sotto le macerie. Malattie ed epidemie stanno comparendo, mentre le forniture umanitarie vengono strettamente limitate come strumento di contrattazione per ulteriori rilasci di ostaggi...

Il redattore di Haaretz, Aluf Benn, spiega molto chiaramente la strategia israeliana:

“L’espulsione dei residenti palestinesi, la trasformazione delle loro case in cumuli di macerie e la limitazione dell’ingresso di rifornimenti e carburante a Gaza sono la ‘mossa decisiva’ impiegata da Israele nell’attuale conflitto, a differenza di tutte le precedenti tornate di combattimenti nella Striscia.”

Di cosa stiamo parlando? È chiaro che non si tratta di evitare morti civili collaterali quando l’IDF combatte con Hamas. Non ci sono state battaglie di strada a Jabalia, o all’interno e intorno agli ospedali – come ha commentato un soldato: “Tutto quello che abbiamo fatto è stato girare con i nostri veicoli blindati. Gli interventi sul campo arriveranno più tardi.” Il pretesto dell'”evacuazione umanitaria” è quindi fasullo.

Le forze principali di Hamas sono sedute in profondità nel sottosuolo, in attesa del momento giusto per attaccare l’IDF (cioè quando saranno a piedi tra le macerie). Per ora, l’IDF rimane nei suoi carri armati. Ma prima o poi dovranno affrontare Hamas a piedi. Quindi, la lotta con Hamas è appena iniziata.

I soldati israeliani si lamentano di “vedere a malapena” i combattenti di Hamas. Ebbene, ciò è dovuto al fatto che non sono presenti a livello stradale, se non in gruppi di uno o due uomini che escono dai tunnel sotterranei per attaccare un ordigno esplosivo a un carro armato o per lanciargli un razzo. Gli agenti di Hamas tornano poi rapidamente nel tunnel da cui sono usciti.

Alcuni tunnel sono costruiti solo per questo scopo – come strutture “una volta e basta”. Non appena il soldato incursore ritorna, il tunnel viene fatto crollare in modo che le forze israeliane non possano entrare o seguirlo. Vengono continuamente costruiti nuovi tunnel “usa e getta”.

Non troverete combattenti di Hamas nemmeno negli ospedali civili di Gaza; il loro ospedale si trova nelle strutture principali in profondità nel sottosuolo (insieme a dormitori, magazzini per diversi mesi, armerie e attrezzature per scavare nuovi tunnel). E i quadri di Hamas non si trovano nei sotterranei dei principali ospedali di Gaza.

Il corrispondente di Haaretz per la difesa, Amos Harel, scrive che Israele sta comprendendo solo ora la portata e la sofisticazione delle strutture sotterranee di Hamas. Riconosce che i “vertici militari” – a differenza dei circoli di governo – “non stanno parlando di sradicare il seme di Amalek” (un riferimento biblico allo sterminio del popolo di Amalek) – cioè di un genocidio. Ma anche i leader militari dell’IDF non sono sicuri del loro “scopo finale“, osserva.

Quindi, l’Elefante nella stanza per gli abitanti del Medio Oriente – che assistono alla distruzione della struttura civile in superficie – è: qual è esattamente l’obiettivo di questa uccisione? Hamas è in profondità, sotto terra. E sebbene l’IDF rivendichi molti successi, dove sono i corpi? Non li vediamo.

I bombardamenti devono quindi costringere all’evacuazione dei civili – una seconda Nakba.

E l’intento che si cela dietro l’espulsione? Secondo Benn, è quello di creare la sensazione che non torneranno mai più a casa:

“Anche se presto verrà dichiarato un cessate il fuoco su pressione americana, Israele non avrà fretta di ritirarsi e permettere alla popolazione di tornare nella Striscia settentrionale. E se dovessero tornare, in cosa tornerebbero? Dopo tutto, non avranno case, strade, istituti scolastici, negozi o qualsiasi altra infrastruttura di una città moderna.”

Si tratta di una punizione contro la popolazione civile di Gaza, dettata dal desiderio di vendetta? O è uno sfogo di rabbia e determinazione escatologica? Nessuno può dirlo.

Questo è l'”Elefante”. E dal suo chiarimento dipende la questione se anche gli Stati Uniti saranno macchiati da un crimine. Da questo chiarimento dipende la possibilità o meno di trovare un accomodamento diplomatico duraturo (se Israele sta davvero tornando alla radice biblica, escatologica, della giustificazione).

È questa la questione che in futuro perseguiterà Biden personalmente e l’Occidente collettivamente. Qualunque sia la tempistica che Biden aveva in mente, il tempo gli sta rapidamente sfuggendo, in mezzo alla crescente indignazione internazionale, poiché il conflitto tra Israele e Gaza è ora incentrato principalmente sulla crisi umanitaria di Gaza e non più sull’attacco del 7 ottobre.

Può sembrare inverosimile, eppure Gaza, con una superficie di soli 360 kmq, sta determinando la nostra geopolitica globale. Questo lembo di terra – Gaza – controlla anche, in una certa misura, ciò che verrà dopo.

“Non ci fermeremo“, ha detto Netanyahu, “non ci sarà un cessate il fuoco“. Mentre, alla Casa Bianca, un insider dell’Amministrazione ammette: “Stanno assistendo a un disastro ferroviario e non possono farci nulla. Il disastro ferroviario è a Gaza, ma l’esplosione è nella regione. Sanno che non possono fermare gli israeliani da ciò che stanno facendo”.

Il tempo sta per scadere. E questo è il rovescio della medaglia del “paradosso dell’elefante”. Ma quanto tempo c’è prima che il tempo finisca? Questa è una domanda teorica.

Il rovescio dell’enigma sembra aver creato confusione in Occidente e anche in Israele. Il discorso di domenica scorsa di Seyed Nasrallah ha abbassato il rischio di un allargamento della guerra al di là di Israele, e quindi ha implicato che il “tempo” potrebbe essere più flessibile, e dare più spazio ai tentativi di de-escalation della Casa Bianca? Oppure ha inviato un messaggio diverso?

Per essere chiari: ha risposto “sì” alla domanda se la terza guerra mondiale stesse per scoppiare. Nasrallah è stato chiaro: nessun membro del Fronte di resistenza unito vuole una guerra regionale totale. Tuttavia, “tutte le opzioni rimangono sul tavolo“, a seconda delle mosse future di Stati Uniti e Israele, ha sottolineato Nasrallah.

Il seguente contesto del discorso di Nasrallah è fondamentale per la sua piena comprensione. In questa occasione, in modo unico, il suo discorso ha rispecchiato un’ampia consultazione tra tutti i “fronti” dell’asse.

In breve, ci sono state molteplici consultazioni e contributi per la sua forma finale. Il discorso non rifletteva quindi la singolarità della sola posizione di Hezbollah. Per questo motivo è possibile affermare che esiste un consenso contro il precipitarsi in una guerra regionale totale.

Il discorso, in quanto opera composita, era molto ricco di sfumature – il che potrebbe spiegare alcune interpretazioni errate. Come al solito, gli organi di stampa mainstream volevano solo “il punto chiave del discorso“. Così, “Hezbollah non ha dichiarato guerra” è diventato il “punto chiave” facile e immediato.

Il primo punto essenziale del discorso di Seyed Nasrallah, tuttavia, è che egli ha effettivamente reso Hezbollah il “garante” della sopravvivenza di Hamas (nello specifico, identificando Hamas per nome, piuttosto che riferendosi alla “resistenza” come entità generica).

Hezbollah si limita quindi, per il momento, a operazioni (non definite) e limitate ai dintorni del confine libanese – finché la sopravvivenza di Hamas non sarà a rischio. Il Partito promette tuttavia di intervenire direttamente in qualche modo, qualora la sopravvivenza di Hamas fosse messa a rischio.

Questa è una “linea rossa” che preoccupa la Casa Bianca. Chiaramente, l’obiettivo di Netanyahu di estirpare Hamas è in diretto contrasto con la “linea rossa” di Hezbollah e rischia di coinvolgere direttamente Hezbollah.

Tuttavia, il “cambiamento strategico” in questa dichiarazione politica chiave a nome dell’intero Asse è il passaggio alla percezione della politica estera statunitense in Medio Oriente come chiave di volta dei mali della Regione.

Invece di percepire Israele come autore della crisi attuale, quest’ultimo è stato declassato da Nasrallah da attore indipendente a protettorato militare statunitense, tra gli altri.

In parole povere, Seyed Nasrallah ha contestato direttamente non solo l’occupazione della Palestina, ma anche gli Stati Uniti nel loro complesso, in quanto alla base di ciò che ha colpito la regione – dal Libano, alla Siria, all’Iraq, alla Palestina.

Per certi versi, in questo senso, Nasrallah ha riecheggiato l’avvertimento del Presidente Putin a Monaco nel 2007, rivolto a un Occidente che stava per ammassare forze NATO ai confini della Russia. La risposta di Putin all’epoca fu: “Sfida accettata”.

Così come gli Stati Uniti hanno inviato ingenti forze navali in tutta la Regione – per “dissuadere Hezbollah e l’Iran” – ma quest’ultimo ha rifiutato di essere dissuaso. Nasrallah ha detto delle navi da guerra statunitensi: “Abbiamo preparato qualcosa per loro”, (e nel corso della settimana il Partito ha svelato le sue capacità missilistiche antinave).

Il punto fondamentale è che un fronte unito di Stati e attori armati sta avvertendo di una sfida più ampia all’egemonia statunitense. In effetti, anche loro stanno dicendo: “Sfida accettata”.

La loro richiesta è chiara: fermare le uccisioni di civili; fermare gli attacchi e ottenere un cessate il fuoco. Niente espulsioni, niente nuova Nakba. In termini specifici, gli Stati Uniti sono stati avvertiti di “aspettarsi dolore” se l’attacco a Gaza non verrà fermato rapidamente. Quanto tempo rimane per ottenere questa cessazione (se è possibile)? Non ci sono dettagli sulla tempistica.

Cosa si intende per “dolore”? Non è chiaro. Ma guardiamoci intorno: gli Houthi inviano ondate di missili da crociera diretti contro Israele (alcuni non ce la fanno e vengono abbattuti; quanti siano non si sa). Le basi statunitensi in Iraq sono regolarmente (attualmente ogni giorno) sotto attacco; molti soldati americani sono stati feriti. E Hezbollah e Israele sono, per ora, in guerra limitata oltre il confine libanese.

Non una guerra totale – ma se gli attacchi di Israele a Gaza continueranno nelle prossime settimane, dovremo aspettarci un’escalation gestita su diversi fronti – che ovviamente rischia di sfuggire al controllo.

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30/05/2018

La marcia su Berlino

Erano in 70.000 semplici cittadini, personaggi della cultura, del mondo politico ed associativo a tentare di sbarrare la strada, domenica a Berlino, ai neofascisti dell’AfD. Eppure, malgrado l’enorme superiorità numerica, da un punto di vista antifascista la giornata non è stata un successo. Il populismo e lo svuotamento della democrazia con mezzi democratici operato dalla AfD non si ferma con i lustrini, la musica e le feste. Questa forma di protesta è una riedizione della «rivolta delle persone perbene» e serve in primo luogo a dare di sé stessi un’immagine cosmopolita, colorata e tollerante. Nulla da ridire, naturalmente: ballare è sempre meglio che marciare.

Impedire la marcia su Berlino dell’AfD e dei suoi 5.000 dimostranti grazie alle dimensioni della contromanifestazione sarebbe stato un successo. Ma non è avvenuto. Ciò è dipeso da una parte dall’autosufficienza dei contro-dimostranti in festa o dei festaioli della contro-manifestazione, che non hanno mai avuto la pretesa di affrontare fino in fondo l’AfD. D’altro canto è dipeso anche dalla strategia della sinistra, che ha tentato, senza successo, di organizzare dei blocchi. Era prevedibile che nel centro della città un blocco della strada non avrebbe funzionato. Singoli tentativi non sono falliti solo per l’uso della forza da parte della polizia, ma anche per la debolezza di chi li ha organizzati e per la sua incapacità di sviluppare ed adattare alle circostanze una strategia efficace.

Musica, canti e balli non bastano a sgomberare la piazza dai razzisti. Ci vuole la protesta che non ha timore dello scontro, quella che rende la vita più dura possibile all’AfD. Le occasioni non sono mancate, come su quel ponte della metropolitana di superficie dove il nero della AfD è vistosamente sbiadito o alla stazione centrale, quando i fascisti sono stati costretti a passare fra due ali di contro-dimostranti che gridavano la loro rabbia. Fra gli applausi degli antifascisti anche alcune bandiere tedesche sono state strappate dalle mani dei razzisti, finendo nella spazzatura.

La sinistra avrebbe dovuto approfittare di momenti del genere. Nella folla è possibile rendersi invisibili, realizzando azioni adatte a colpire direttamente l’AfD. Puntare solo sulla tolleranza e l’apertura non basta. Vivere una vita piena di bolle di sapone e di musica tecno è sicuramente meglio che farne a meno, ma non è sufficiente. E’ molto meglio se migliaia di razzisti decidono di non fare più nessuna manifestazione. Ma, perché questo avvenga, ci vuole ben altro.

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