Lavitola e Ranucci, fra trame ridicole e megalomanie ancora più grottesche, stanno un filino sotto I soliti ignoti. Sembrano personaggi usciti da Alan Ford. Eppure da giorni campeggiano sulle prime pagine dei quotidiani italiani, occupano televisioni e conversazioni, fino al punto che persone che non sentivi da anni ti cercano per sapere “cosa ne pensi” di Ranucci e Lavitola.
La risposta più spontanea sarebbe: “niente, caro, non me ne può fregare di meno”. Ma proprio la sproporzione tra la vicenda e l’enorme attenzione che le viene riservata finisce per raccontare qualcosa dello stato miserando della nostra discussione pubblica.
Valter Lavitola ha ammesso davanti ai magistrati di essere stato il mandante dell’attentato dinamitardo del 16 ottobre 2025 contro Sigfrido Ranucci. La sua spiegazione appartiene già alla storia del grottesco nazionale: avrebbe organizzato un falso attentato non per uccidere il giornalista, ma per proteggerlo, inducendo lo Stato a rafforzarne la scorta.
È la versione di Lavitola, naturalmente, e come tale deve essere trattata. La Procura sta verificandola e valuta anche altre ipotesi sul movente. Non risultano elementi investigativi che indichino una conoscenza preventiva del piano da parte di Ranucci. Questo va detto con chiarezza, proprio perché “il metodo” che intendiamo criticare consiste nel trasformare suggestioni e coincidenze in prove.
Ma sgombrato il campo da qualsiasi equivoco, rimane una storia irresistibilmente simbolica. Lavitola è uno di quei personaggi che sembrano essere stati inventati per impedire alla realtà italiana di diventare troppo seria: faccendiere, intermediario, uomo di relazioni, protagonista di vicende politico-giudiziarie dell’ultima stagione berlusconiana, comparso anche nella guerra tra Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini.
Uno di quei personaggi cui la politica, quando serve, affida ciò che preferisce non fare alla luce del sole. Un bandito senza particolare inclinazione per l’etica e la morale, insomma. Confesso: quasi mi sta più simpatico di Ranucci.
Perché il problema Ranucci, almeno per noi, non nasce oggi. E nemmeno il problema Report.
Abbiamo sempre guardato con diffidenza a quel format, già ai tempi di Milena Gabanelli. Non perché il giornalismo d’inchiesta sia inutile – esattamente il contrario – né perché Report non abbia realizzato inchieste importanti.
Il problema è una precisa concezione dell’inchiesta e del rapporto con lo spettatore: una comunicazione nichilista nella quale la realtà appare interamente occupata da poteri giganteschi, compromissioni infinite, reti ramificate e interessi tentacolari, mentre chi guarda viene lasciato piccolo piccolo, con le spalle al muro, davanti a qualcosa di troppo enorme per poter essere modificato.
L’inchiesta, in questo modello, rischia di diventare una pedagogia dell’impotenza. Dietro una porta c’è un interesse, dietro quell’interesse una rete, dietro quella rete un’altra rete ancora. Il potere è dappertutto e proprio per questo finisce per non essere più da nessuna parte.
Alla fine sappiamo forse qualcosa in più, ma comprendiamo molto meno quali siano i rapporti sociali, economici e politici che producono ciò che abbiamo appena visto. E soprattutto non sappiamo che cosa farcene.
Al conservatorismo di Gabanelli, Ranucci ha aggiunto una cifra personale perfettamente riconoscibile: quel sorriso ghignoso, l’alzata di spalle, l’allusione permanente a qualcosa che starebbe dietro ciò che è stato appena mostrato. Come a dire: avete visto fin dove arrivano? E che ci possiamo fare, questo è.
Non è una critica elaborata dopo l’attentato. È ciò che abbiamo scritto per anni.
Lo abbiamo scritto quando Report si è occupato del carcere e del 41-bis, contribuendo a rappresentare ogni critica al regime differenziato come una possibile “concessione alla mafia”.
Lo abbiamo scritto quando una puntata arrivò a mettere sotto sospetto associazioni impegnate nella tutela dei diritti delle persone detenute, come se battersi contro l’ergastolo ostativo, denunciare abusi, sostenere le misure alternative o chiedere condizioni di detenzione rispettose dell’articolo 27 della Costituzione significasse necessariamente muoversi in una zona grigia di complicità.
È la stessa cultura per cui il detenuto resta colpevole anche dopo aver scontato la pena e chi ne difende i diritti diventa automaticamente sospetto.
È qui che il discorso su Report incontra qualcosa di molto più grande di Report: l’istinto di punire.
Il giustizialismo italiano non è soltanto la richiesta di pene più severe. È un modo di guardare la società dividendola continuamente tra innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, persone perbene e sospetti.
È la convinzione che il diritto penale possa supplire alla politica e che la galera possa risolvere ciò che la società non vuole comprendere. Una cultura penetrata profondamente anche in quella “sinistra” che avrebbe dovuto essere la prima a diffidare del potere punitivo dello Stato.
Sul carcere questo cortocircuito diventa evidentissimo. Il 41-bis e l’ergastolo ostativo sono stati progressivamente trasformati da strumenti eccezionali in feticci identitari: metterli in discussione significa esporsi immediatamente all’accusa di voler fare un favore alla mafia.
Poco importa che una democrazia costituzionale dovrebbe interrogarsi sempre sui limiti della pena, proprio quando ha davanti il peggiore dei colpevoli. È lì, non quando difende l’innocente simpatico, che si misura il garantismo.
E negli anni Report ha offerto più di una volta il proprio contributo a questo senso comune. Non è secondario. Perché quando il giornalismo d’inchiesta assume come propria la grammatica del sospetto, il passo verso la grammatica della punizione è brevissimo. Prima si costruisce il sospetto, poi si cerca il colpevole, infine si domanda perché non sia già in galera.
Lo stesso problema lo abbiamo incontrato quando Report si è occupato di immigrazione. Già ai tempi della Gabanelli contestavamo una rappresentazione nella quale il migrante finiva per essere letto soprattutto attraverso costi, irregolarità e allarme sociale.
Anche qui il meccanismo era simile: partire da singoli fatti, decontestualizzarli dalle politiche che li producono e riconsegnarli allo spettatore come manifestazione di una patologia. La domanda sulle responsabilità politiche e sociali viene sostituita dalla ricerca di qualcuno da indicare.
Ma è sul “caso Moro” che questa impostazione ha raggiunto probabilmente il suo punto più alto. Abbiamo dedicato numerosi articoli alle puntate di Report sul sequestro e l’uccisione di Aldo Moro, contestando errori, ricostruzioni contraddittorie, vecchie piste presentate come nuove rivelazioni e la resurrezione infinita dei misteri.
Abbiamo documentato anche il ricorso di Ranucci a Francesco Pazienza come interlocutore nella preparazione di una puntata. Non per sostenere una nostra “verità ufficiale”, ma per una ragione opposta: quarantacinque anni di documenti, processi, commissioni parlamentari, archivi e ricerca storica non possono essere continuamente azzerati perché una nuova suggestione consente di rilanciare “il mistero”.
Il complottismo funziona precisamente così. Non ha nemmeno bisogno di inventare integralmente i fatti. Gli basta modificare il criterio attraverso cui vengono collegati. Una lacuna diventa un mistero, una contraddizione diventa una pista, una conoscenza diventa una rete, una coincidenza diventa un indizio. E quando manca la prova definitiva, la sua assenza può essere utilizzata come ulteriore dimostrazione della potenza di chi sarebbe riuscito a cancellarla.
È una concezione del potere che consideriamo politicamente regressiva. Perché i poteri reali non hanno quasi mai bisogno della Spectre.
Il capitalismo non necessita di una riunione segreta per produrre sfruttamento; una politica migratoria non necessita di una regia occulta per produrre clandestinità; lo Stato penale non necessita di un complotto per riempire le carceri; la repressione del dissenso non richiede che qualcuno telefoni contemporaneamente a questori, magistrati e direttori di giornale.
Bastano leggi, istituzioni, interessi convergenti, rapporti economici, culture professionali e rapporti di forza perfettamente visibili.
Il complottismo, paradossalmente, assolve il potere mentre pretende di smascherarlo. Lo rende “misterioso” quando è strutturale, “eccezionale” quando è ordinario, “nascosto” quando spesso opera alla luce del sole.
Poi c’è il secondo ingrediente: il narcisismo vittimario. La denuncia del potere tende progressivamente a identificarsi con il corpo di chi denuncia. Se vieni minacciato, significa che hai colpito nel segno. Se sei sotto scorta, significa che hai ragione. Se qualcuno cerca di intimidirti, ciò che hai raccontato acquista automaticamente una certificazione supplementare di verità.
È quello che potremmo chiamare il “metodo Saviano”, diventato ormai un modello riproducibile: la messa in scena della propria probità morale, del coraggio civile, della denuncia, della parresìa, fino alla progressiva transustanziazione della persona pubblica in santo civile. La persecuzione diventa conferma delle proprie ragioni. Il corpo minacciato sostituisce la prova.
Naturalmente esistono minacce vere, attentati veri e giornalisti che rischiano realmente la vita. Le scorte sono spesso indispensabili e chi minaccia un giornalista attacca la libertà di tutti. Proprio per questo bisognerebbe sottrarre queste cose alla liturgia. Una minaccia va accertata e contrastata, non trasformata in sacramento.
Ed eccoci a Lavitola.
Se la sua versione dovesse trovare conferma, ci troveremmo davanti alla caricatura perfetta di questo meccanismo: un attentato organizzato per rafforzare la protezione della persona colpita. La persecuzione fabbricata perché la persecuzione stessa produce valore pubblico. Non dimostrerebbe nulla contro Ranucci, che resta la vittima della vicenda. Dimostrerebbe però fino a quale punto il dispositivo simbolico della vittima possa essere diventato potente.
C’è quasi qualcosa di involontariamente comico nel fatto che uno dei giornalisti più celebrati d’Italia per la capacità di scoprire trame, retroscena, depistaggi e relazioni nascoste non sia riuscito, stando alla ricostruzione oggi disponibile, a distinguere un amico da chi stava organizzando un attentato contro di lui. Il fiuto, proprio...
Ma sarebbe troppo facile fermarsi alla battuta.
Il problema più serio è che solo una “sinistra” profondamente segnata dal giustizialismo, dal legalismo e dalla fascinazione per il potere giudiziario poteva trasformare questo modello di giornalismo nel proprio totem.
È la stessa “sinistra” che negli ultimi trent’anni ha progressivamente sostituito la questione sociale con la questione morale, il conflitto con l’indignazione, l’organizzazione con la denuncia, la trasformazione dei rapporti di forza con l’attesa della prossima inchiesta giudiziaria o televisiva.
E così i nuovi santini hanno preso il posto dei vecchi riferimenti. Non più uomini e donne passati attraverso il carcere fascista, l’esilio, la clandestinità, le lotte operaie e la costruzione della Repubblica, ma magistrati, procuratori, giornalisti sotto scorta e professionisti della denuncia.
Una genealogia civile nella quale la virtù politica viene misurata sulla quantità dei nemici e “la verità” sulla quantità delle minacce ricevute.
È esattamente da qui che bisogna uscire.
Un giornalismo d’inchiesta degno di questo nome non deve chiedere fede nel giornalista. Deve fornire documenti, verificare fonti, distinguere fatti e interpretazioni, sottoporre le proprie ipotesi alla possibilità di essere smentite. Deve rendere il potere più comprensibile, non più misterioso. E soprattutto deve essere disposto a esercitare nei confronti di se stesso lo stesso sospetto critico che esercita verso gli altri.
La vicenda Lavitola-Ranucci potrebbe almeno servire a ricordarcelo. Non abbiamo bisogno di santi del giornalismo e nemmeno di nuovi inquisitori. Abbiamo bisogno di giornalisti criticabili, contraddicibili, verificabili.
E abbiamo bisogno, soprattutto a sinistra, di recuperare una vecchia diffidenza che abbiamo colpevolmente smarrito: quella verso chiunque prometta giustizia attraverso l’aumento della punizione. Vale quando parla un ministro dell’Interno, vale quando parla un magistrato, vale quando parla un giornalista.
Perché il garantismo comincia esattamente dove finisce la simpatia per l’imputato. E l’antipenalismo comincia quando il colpevole ci fa schifo. Difendere le garanzie soltanto per chi riteniamo innocente non è garantismo: è solidarietà. Difenderle per il nemico significa invece porre un limite al potere che punisce.
È una regola semplice che dovremmo tornare a praticare anche nel giornalismo.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Giustizialismo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Giustizialismo. Mostra tutti i post
15/08/2026
Diffidare sempre di chi ha l’istinto a punire
29/11/2025
L’Italia della paura
L’Italia da anni vive dentro un paradosso che è ormai diventato la sua cifra politica e culturale: più la società si impoverisce, più cresce la domanda di sicurezza. È un automatismo che non nasce dal caso, ma da una precisa dinamica economica e sociale. Le persone che vivono nella precarietà, schiacciate da salari bassi, servizi carenti, vita instabile, si sentono più esposte, più fragili, più sole. La paura, in un tale contesto, non è un’emozione: è un prodotto sociale, quasi un sottoprodotto dell’austerità, dell’erosione del welfare, della cancellazione dei diritti.
Eppure, invece di affrontare le cause strutturali dell’insicurezza – la precarietà del lavoro, le disuguaglianze crescenti, la desertificazione dei servizi pubblici, la povertà abitativa – la politica ha scelto per anni la scorciatoia più redditizia: trasformare la paura in consenso.
Il centrodestra ha fatto di questo meccanismo un’arte, costruendo su di esso un’egemonia culturale che oggi appare quasi inscalfibile. Gli basta sollevare il tema della sicurezza, agganciarsi a un fatto di cronaca qualsiasi, amplificarlo fino alla distorsione, e usarlo per dipingere un Paese invivibile, assediato da nemici interni ed esterni.
È un copione che conosciamo bene: paura-audience-consenso. Una catena che si autoalimenta e che non richiede soluzioni, solo narrazioni. Non importa che i reati siano in calo: ciò che conta è la percezione, che può essere manipolata con estrema facilità. La destra rende il Paese più impaurito, e un Paese impaurito vota per chi promette ordine, disciplina, repressione. Una macchina perfetta, che produce insicurezza per poi venderne la cura.
Il centrosinistra, di fronte a questa strategia, non solo è apparso incapace di proporre un discorso alternativo, ma spesso si è consegnato alla logica dell’avversario. Diviso, litigioso, ripiegato su ambiguità e tatticismi, ha rinunciato a imporre un tema che parli ai bisogni materiali del Paese: lavoro, casa, cure, istruzione, diritti. Ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza, accettandone le categorie, adottandone persino la lingua. Così facendo, ha contribuito a legittimare un immaginario sicuritario che è esattamente ciò che blocca ogni possibilità di cambiamento. Il risultato? L’Italia rimane imbrigliata in una doppia assenza: assenza di welfare e assenza di alternativa.
Ma nel frattempo, qualcosa di più profondo è cambiato. Siamo di fronte a una mutazione antropologico-cognitiva che ha riscritto le fondamenta del discorso pubblico. L’uguaglianza, per anni pilastro della cultura politica italiana, è stata sostituita dalla legalità. La giustizia sociale è stata rimpiazzata dal giustizialismo. Il conflitto sui diritti e sulle risorse è stato cancellato e sostituito dal conflitto identitario, dal linciaggio morale, dalla caccia al colpevole. La cronaca nera è diventata il principale prisma attraverso cui osserviamo noi stessi. Tutti si percepiscono “giusti”, e i “colpevoli” sono sempre gli altri: i poveri, i migranti, i giovani, i marginali, chi non può difendersi.
La logica del capro espiatorio domina la scena. Si invoca la gogna, il processo mediatico, la punizione esemplare. È un rito collettivo che non risolve, non spiega, non approfondisce. Serve solo a canalizzare la rabbia di un Paese sempre più impoverito contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce. Basta salire su un treno, ascoltare le conversazioni, leggere i commenti sui social: ovunque si respira risentimento, sospetto, incattivimento. Non è un tratto caratteriale: è il risultato politico di un impoverimento materiale e simbolico che dura da decenni.
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione. Ogni fragilità sociale diventa devianza, ogni disagio diventa minaccia. La sicurezza non è una politica, ma un dispositivo ideologico: serve a giustificare misure eccezionali, a spostare il discorso pubblico, a disciplinare i corpi e le menti. Perfino la scuola, luogo per eccellenza del pensiero critico, viene inglobata nel paradigma sicuritario: presidi di polizia, lezioni sul rispetto dell’autorità, punizioni esemplari. Ma una scuola che educa alla paura e all’obbedienza non è più scuola: è il preludio culturale dell’autoritarismo.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è oggi il Paese europeo che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato securitario ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né governo né opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati. Ad esempio per le politiche migratorie: l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione, sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda.
Intanto, la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di Pil. Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti. È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive.
Eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali, di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale: un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura. Invertire questo ordine del discorso è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza.
Significa dire che l’Italia non è più povera perché “invasa”, ma perché sfruttata. Che non è più insicura perché ci sono “troppi giovani fuori controllo”, ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati. Che la repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
Ricostruire un immaginario alternativo significa rimettere al centro ciò che tiene insieme una società: la cura, il lavoro, la dignità, i servizi pubblici, la solidarietà. Significa dire chiaramente che la sicurezza reale – quella che cambia la vita delle persone – nasce da un welfare forte, non da uno Stato armato. Nasce da case accessibili, da salari dignitosi, da scuole libere, da quartieri vivi.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese. Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo gestione del declino.
Fonte
Eppure, invece di affrontare le cause strutturali dell’insicurezza – la precarietà del lavoro, le disuguaglianze crescenti, la desertificazione dei servizi pubblici, la povertà abitativa – la politica ha scelto per anni la scorciatoia più redditizia: trasformare la paura in consenso.
Il centrodestra ha fatto di questo meccanismo un’arte, costruendo su di esso un’egemonia culturale che oggi appare quasi inscalfibile. Gli basta sollevare il tema della sicurezza, agganciarsi a un fatto di cronaca qualsiasi, amplificarlo fino alla distorsione, e usarlo per dipingere un Paese invivibile, assediato da nemici interni ed esterni.
È un copione che conosciamo bene: paura-audience-consenso. Una catena che si autoalimenta e che non richiede soluzioni, solo narrazioni. Non importa che i reati siano in calo: ciò che conta è la percezione, che può essere manipolata con estrema facilità. La destra rende il Paese più impaurito, e un Paese impaurito vota per chi promette ordine, disciplina, repressione. Una macchina perfetta, che produce insicurezza per poi venderne la cura.
Il centrosinistra, di fronte a questa strategia, non solo è apparso incapace di proporre un discorso alternativo, ma spesso si è consegnato alla logica dell’avversario. Diviso, litigioso, ripiegato su ambiguità e tatticismi, ha rinunciato a imporre un tema che parli ai bisogni materiali del Paese: lavoro, casa, cure, istruzione, diritti. Ha inseguito la destra sul terreno della sicurezza, accettandone le categorie, adottandone persino la lingua. Così facendo, ha contribuito a legittimare un immaginario sicuritario che è esattamente ciò che blocca ogni possibilità di cambiamento. Il risultato? L’Italia rimane imbrigliata in una doppia assenza: assenza di welfare e assenza di alternativa.
Ma nel frattempo, qualcosa di più profondo è cambiato. Siamo di fronte a una mutazione antropologico-cognitiva che ha riscritto le fondamenta del discorso pubblico. L’uguaglianza, per anni pilastro della cultura politica italiana, è stata sostituita dalla legalità. La giustizia sociale è stata rimpiazzata dal giustizialismo. Il conflitto sui diritti e sulle risorse è stato cancellato e sostituito dal conflitto identitario, dal linciaggio morale, dalla caccia al colpevole. La cronaca nera è diventata il principale prisma attraverso cui osserviamo noi stessi. Tutti si percepiscono “giusti”, e i “colpevoli” sono sempre gli altri: i poveri, i migranti, i giovani, i marginali, chi non può difendersi.
La logica del capro espiatorio domina la scena. Si invoca la gogna, il processo mediatico, la punizione esemplare. È un rito collettivo che non risolve, non spiega, non approfondisce. Serve solo a canalizzare la rabbia di un Paese sempre più impoverito contro bersagli facili, distogliendo lo sguardo da chi quella rabbia la produce. Basta salire su un treno, ascoltare le conversazioni, leggere i commenti sui social: ovunque si respira risentimento, sospetto, incattivimento. Non è un tratto caratteriale: è il risultato politico di un impoverimento materiale e simbolico che dura da decenni.
Su questo terreno il governo Meloni ha costruito la propria identità. La risposta è sempre la stessa: più forze dell’ordine, più controlli, più repressione. Ogni fragilità sociale diventa devianza, ogni disagio diventa minaccia. La sicurezza non è una politica, ma un dispositivo ideologico: serve a giustificare misure eccezionali, a spostare il discorso pubblico, a disciplinare i corpi e le menti. Perfino la scuola, luogo per eccellenza del pensiero critico, viene inglobata nel paradigma sicuritario: presidi di polizia, lezioni sul rispetto dell’autorità, punizioni esemplari. Ma una scuola che educa alla paura e all’obbedienza non è più scuola: è il preludio culturale dell’autoritarismo.
Eppure i numeri raccontano un’altra storia. L’Italia è oggi il Paese europeo che, in proporzione, spende di più per la sicurezza pubblica e privata. Abbiamo un apparato securitario ipertrofico, che cresce mentre il welfare arretra. E tuttavia nessuno – né governo né opposizione – ha mai avviato una valutazione seria dell’efficacia degli strumenti utilizzati. Ad esempio per le politiche migratorie: l’80% dei fondi destinati ai migranti viene speso in misure di repressione, solo il 20% in integrazione, formazione, sostegno. È un modello fallimentare che produce marginalità anziché ridurla. Ma funziona benissimo come propaganda.
Intanto, la spesa sociale italiana è sotto la media europea di due punti e mezzo di Pil. Il sottofinanziamento è evidente ovunque: politiche abitative inesistenti, sostegno al reddito insufficiente, servizi per i non autosufficienti drammaticamente carenti. È qui che nasce la vera insicurezza: nella solitudine dei lavoratori poveri, delle famiglie senza casa, degli anziani abbandonati, dei giovani senza prospettive.
Eppure nessuno ha il coraggio di dirlo. Perché parlare di welfare, di diritti sociali, di redistribuzione significa spostare l’attenzione dal nemico inventato al nemico reale: un modello economico che genera precarietà e un paradigma politico che la trasforma in paura. Invertire questo ordine del discorso è un’urgenza democratica. Significa affermare che la sicurezza non è il contrario della libertà, ma della disuguaglianza.
Significa dire che l’Italia non è più povera perché “invasa”, ma perché sfruttata. Che non è più insicura perché ci sono “troppi giovani fuori controllo”, ma perché non ha case, scuole, sanità, salari adeguati. Che la repressione non è una politica, ma una rinuncia alla politica.
Ricostruire un immaginario alternativo significa rimettere al centro ciò che tiene insieme una società: la cura, il lavoro, la dignità, i servizi pubblici, la solidarietà. Significa dire chiaramente che la sicurezza reale – quella che cambia la vita delle persone – nasce da un welfare forte, non da uno Stato armato. Nasce da case accessibili, da salari dignitosi, da scuole libere, da quartieri vivi.
L’Italia non è condannata all’incattivimento. Ma per invertire la rotta serve un atto di coraggio politico: rompere la liturgia della paura, smontare la retorica tossica della legalità come surrogato dell’uguaglianza, rifiutare l’idea che il controllo sia la risposta universale ai problemi del Paese. Serve ricostruire un movimento culturale e politico capace di dire che un’altra Italia non solo è possibile, ma è necessaria.
Una politica che protegge invece di punire, che crea orizzonti anziché fantasmi, che non alimenta l’emergenza ma rivendica il futuro: è da qui che bisogna ripartire. Il resto è solo gestione del declino.
Fonte
05/03/2024
Il “dossieraggio” travolge l’Antimafia
Il mondo politico, soprattutto di destra, è in rivolta contro una struttura fin qui osannata pubblicamente da tutti, ma che le prime indagini mostrano esser diventata un “potere indipendente” cresciuto in barba a molte regole e a tutte le “opportunità” proprie di una democrazia liberale.
Vicenda complicata, come tutte quelle che si svolgono a metà strada tra poteri “segreti” e ruoli pubblici, ma che si può riassumere così: un ex sostituto procuratore dell’Antimafia e il suo braccio operativo, un tenete della Guardia di Finanza, avrebbero usato il sistema “Sos” (“segnalazioni di operazioni sospette”) per monitorare – senza alcun mandato – le operazioni bancarie di una lunga serie di personalità pubbliche che va da politici in attività (Crosetto, Urso, ecc.) fino a “vip” che con la politica (e soprattutto con la mafia) non hanno nulla a che vedere (il sempre presente Fedez, Cristiano Ronaldo, ecc).
Il sistema Sos ha come scopo quello di portare a conoscenza dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia le operazioni per le quali «si sa, si sospetta o si hanno ragionevoli motivi» per sospettare che vi siano in corso oppure che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.
Target largo, certamente, ma non infinito. “Riciclaggio” e “terrorismo” sono definizioni ormai arbitrarie, dipendenti dalle diverse soggettività operanti, tutt’altro che univoche. Ma comunque, in linea generale, si dovrebbe poter distinguere con una certa facilità una operazione furbesca di arricchimento individuale condotta a “regole di mercato” dal riciclaggio di denaro mafioso e da finanziamenti a gruppi terroristici.
Altrimenti ogni movimento bancario, in regime capitalistico, diventerebbe immediatamente “sospetto” (tranne forse il pagamento delle rate sottratte allo stipendio).
Ora è in corso un’indagine della Procura di Perugia, condotta peraltro dall’ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e dallo stesso procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, contro dei “colleghi” con cui hanno condiviso per anni strumenti operativi e logiche.
Vedremo gli sviluppi, ma qualcosa questa storia l’ha già messa in chiaro.
Poter utilizzare l’accesso alle banche dati che riguardano quasi tutto quello che c’è di importante per qualsiasi persona – i soldi, le relazioni, ma non solo – è un potere immenso. Che andrebbe in teoria usato soltanto quando è indispensabile per raggiungere obiettivi di importanza collettiva, cioè pubblica.
In questa vicenda, invece, sembra all’opera la stessa logica delle “inchieste a strascico” – si assumono tutte le informazioni possibili su persone, gruppi, collettivi, ecc., e poi si vede se da qualche parte è stato commesso un “reato”.
Si tratta dell’inversione pura e semplice del potere di indagine – il più devastante – che le legislazioni liberali concedono una volta che la magistratura abbia ricevuto una “notizia di reato”, per denuncia di singoli e o degli organi di polizia giudiziaria.
Detta in soldoni: se è stato commesso un “reato” si cercano i colpevoli e c’è un certo potere di controllare i movimenti dei principali indiziati. Tutt’altra cosa – opposta, da “grande fratello” – è monitorare tutto per trovare eventualmente un “reato”.
Anche perché, chiaramente, non è possibile “monitorare tutto” su “tutti” (anche su chi indaga, come in questo caso), e dunque di fatto la scelta su chi monitorare viene fatta sempre arbitrariamente.
Siamo al punto di arrivo finale della logica “poliziottesca” cresciuta senza limiti dalle “leggi d’emergenza” dagli anni ‘70 in poi. E siamo anche al punto di esplosione della mistica della “legalità”, come se la legge fosse ispirata da qualche divinità eterna e non invece una stipulazione temporanea all’interno di una formazione sociale in perenne evoluzione.
Siamo perciò al punto che qualche investigatore con le chiavi d’accesso a un sistema di controllo può sentirsi dio e agire di proprio impulso (o su mandato altrui, altrettanto “privato”) per sapere il più possibile di Tizio o di Caio.
Per i motivi più diversi. Politici, nel caso di indagine su qualche esponente della più incompetente e corrotta classe politica di sempre (quindi ovviamente molto preoccupata di vedere esposti in piazza i propri immondi traffici). O per semplice curiosità “gossippara” nei confronti di questo o quel “famoso”.
In ogni caso, la tragedia di un degrado che si presenta in forma di ridicolo.
Fonte
Vicenda complicata, come tutte quelle che si svolgono a metà strada tra poteri “segreti” e ruoli pubblici, ma che si può riassumere così: un ex sostituto procuratore dell’Antimafia e il suo braccio operativo, un tenete della Guardia di Finanza, avrebbero usato il sistema “Sos” (“segnalazioni di operazioni sospette”) per monitorare – senza alcun mandato – le operazioni bancarie di una lunga serie di personalità pubbliche che va da politici in attività (Crosetto, Urso, ecc.) fino a “vip” che con la politica (e soprattutto con la mafia) non hanno nulla a che vedere (il sempre presente Fedez, Cristiano Ronaldo, ecc).
Il sistema Sos ha come scopo quello di portare a conoscenza dell’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia le operazioni per le quali «si sa, si sospetta o si hanno ragionevoli motivi» per sospettare che vi siano in corso oppure che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo.
Target largo, certamente, ma non infinito. “Riciclaggio” e “terrorismo” sono definizioni ormai arbitrarie, dipendenti dalle diverse soggettività operanti, tutt’altro che univoche. Ma comunque, in linea generale, si dovrebbe poter distinguere con una certa facilità una operazione furbesca di arricchimento individuale condotta a “regole di mercato” dal riciclaggio di denaro mafioso e da finanziamenti a gruppi terroristici.
Altrimenti ogni movimento bancario, in regime capitalistico, diventerebbe immediatamente “sospetto” (tranne forse il pagamento delle rate sottratte allo stipendio).
Ora è in corso un’indagine della Procura di Perugia, condotta peraltro dall’ex presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione, e dallo stesso procuratore nazionale Antimafia, Giovanni Melillo, contro dei “colleghi” con cui hanno condiviso per anni strumenti operativi e logiche.
Vedremo gli sviluppi, ma qualcosa questa storia l’ha già messa in chiaro.
Poter utilizzare l’accesso alle banche dati che riguardano quasi tutto quello che c’è di importante per qualsiasi persona – i soldi, le relazioni, ma non solo – è un potere immenso. Che andrebbe in teoria usato soltanto quando è indispensabile per raggiungere obiettivi di importanza collettiva, cioè pubblica.
In questa vicenda, invece, sembra all’opera la stessa logica delle “inchieste a strascico” – si assumono tutte le informazioni possibili su persone, gruppi, collettivi, ecc., e poi si vede se da qualche parte è stato commesso un “reato”.
Si tratta dell’inversione pura e semplice del potere di indagine – il più devastante – che le legislazioni liberali concedono una volta che la magistratura abbia ricevuto una “notizia di reato”, per denuncia di singoli e o degli organi di polizia giudiziaria.
Detta in soldoni: se è stato commesso un “reato” si cercano i colpevoli e c’è un certo potere di controllare i movimenti dei principali indiziati. Tutt’altra cosa – opposta, da “grande fratello” – è monitorare tutto per trovare eventualmente un “reato”.
Anche perché, chiaramente, non è possibile “monitorare tutto” su “tutti” (anche su chi indaga, come in questo caso), e dunque di fatto la scelta su chi monitorare viene fatta sempre arbitrariamente.
Siamo al punto di arrivo finale della logica “poliziottesca” cresciuta senza limiti dalle “leggi d’emergenza” dagli anni ‘70 in poi. E siamo anche al punto di esplosione della mistica della “legalità”, come se la legge fosse ispirata da qualche divinità eterna e non invece una stipulazione temporanea all’interno di una formazione sociale in perenne evoluzione.
Siamo perciò al punto che qualche investigatore con le chiavi d’accesso a un sistema di controllo può sentirsi dio e agire di proprio impulso (o su mandato altrui, altrettanto “privato”) per sapere il più possibile di Tizio o di Caio.
Per i motivi più diversi. Politici, nel caso di indagine su qualche esponente della più incompetente e corrotta classe politica di sempre (quindi ovviamente molto preoccupata di vedere esposti in piazza i propri immondi traffici). O per semplice curiosità “gossippara” nei confronti di questo o quel “famoso”.
In ogni caso, la tragedia di un degrado che si presenta in forma di ridicolo.
Fonte
05/01/2024
S. Maria Capua Vetere. Le guardie si inventano una “rivolta”
Il Garante per i diritti dei detenuti della Regione Campania Samuele Ciambriello ha smentito la notizia sulla sedicente rivolta di 230 detenuti che si sarebbero barricati oggi pomeriggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere in provincia di Caserta per la mancata concessione di un permesso a un detenuto per recarsi al funerale di un parente.
Una notizia diffusa e – “appena un po’” – ingigantita dai sindacati della polizia penitenziaria.
Eloquente la dichiarazione di Ciambriello rilasciata al quotidiano Il Riformista:
Tutt’altra, e assolutamente incredibile, la propaganda folle dei “sindacati di polizia penitenziaria”. Riportiamo alcune loro dichiarazioni solo per aiutarvi a capire con chi tutta la popolazione italiana ha a che fare.
Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, aveva sparato un allarme di questo tipo:
E usa proprio questo termine, “il sindacalista”, per criticare da destra pure la presidente del consiglio che dal fascismo proviene:
E infatti chiude con la solita sbrodolata da reazionario stile Pozzolo, invocando altre assunzioni, più poteri, più “garanzie” per le guardi, in maniera che possano risolvere “a modo loro” ogni problema piccolo o grande in carcere.
Il Fatto, in effetti, non ha ancora capito che quella sua “cultura” manettara senza limiti è alla base della fortunata carriera di Fratelli d’Italia e della crescita della destra in Italia.
Eppure sarebbe bastato ricordare che il carcere di Santa Maria Capua Vetere è quello dove una protesta un po’ più seria dei detenuti era stata sedata con una “mattanza messicana” posta in essere dalle guardie... e immortalata dalle telecamere di servizio.
Evidentemente ora quelle guardie, sanzionate allora in varia misura per violenze ai limiti della tortura, anche su detenuti in carrozzella, pensano sia arrivata l’ora della rivincita. E c’è qualche “sincero democratico” che gli dà pure credito...
Fonte
Una notizia diffusa e – “appena un po’” – ingigantita dai sindacati della polizia penitenziaria.
Eloquente la dichiarazione di Ciambriello rilasciata al quotidiano Il Riformista:
“Secondo voi come è possibile che una rivolta che avrebbe visto protagonisti 230 detenuti sia rientrata nel giro di poco tempo con direttore, vice-direttore e magistrato di sorveglianza già tornati a casa?Fin qui i fatti accertati.
Mi hanno telefonato i familiari dei detenuti dopo aver letto i comunicati dei sindacati di polizia penitenziaria.
La verità è un’altra: con il nuovo decreto sicurezza basta che tre persone non rientrano in cella dopo l’ora d’aria per classificare questo episodio come una rivolta.
Ho parlato con il magistrato di sorveglianza Marco Puglia. Mi ha spiegato che la protesta di pochi detenuti è rientrata poco dopo il suo arrivo.
Ho parlato anche con il vice-direttore Marco Casale del carcere che era presente sul posto. Nessuno mi ha parlato di danni ingenti all’interno della struttura.
La verità è che non è successo nulla di quello che hanno battuto le agenzie dopo aver ricevuto i primi comunicati della penitenziaria“.
Tutt’altra, e assolutamente incredibile, la propaganda folle dei “sindacati di polizia penitenziaria”. Riportiamo alcune loro dichiarazioni solo per aiutarvi a capire con chi tutta la popolazione italiana ha a che fare.
Gennarino De Fazio, segretario generale della Uilpa Polizia Penitenziaria, aveva sparato un allarme di questo tipo:
“Per fortuna, stando alle notizie al momento di nostra conoscenza, non si sarebbero registrati gravi danni alle persone, mentre vi sarebbero intere sezioni detentive devastate tanto da esserne in dubbio la stessa abitabilità. Questa volta possiamo dire che è finita bene, ma temiamo che non potrà essere così. Il Governo e il Parlamento intervengano, prima che sia troppo tardi”.Il nemico alle porte, la guerra quotidiana... per la protesta di tre-detenuti-tre che avevano ritardato molto pacificamente il rientro dal passeggio (per l’ora d’aria) in cella.
E usa proprio questo termine, “il sindacalista”, per criticare da destra pure la presidente del consiglio che dal fascismo proviene:
“Proprio mentre la premier, Giorgia Meloni, rispondeva alla conferenza stampa senza dare, in verità, grosse indicazioni sul carcere, a Santa Maria Capua Vetere si combatteva quasi come in luoghi di guerra”.Tre-detenuti-tre fermi nel passeggio… Se a questo “sindacalista” dovesse capitare un rivolta vera, stile anni ‘70, invocherebbe l’uso dell’atomica...
E infatti chiude con la solita sbrodolata da reazionario stile Pozzolo, invocando altre assunzioni, più poteri, più “garanzie” per le guardi, in maniera che possano risolvere “a modo loro” ogni problema piccolo o grande in carcere.
“La Polizia penitenziaria starebbe intervenendo per ripristinare l’ordine, anche con unità libere dal servizio e appositamente richiamate, e sul posto starebbero accorrendo varie autorità. Nella speranza, per quanto abbastanza utopistica, che alla fine di tutto i danni siano solo materiali, ribadiamo che non bastano le parole e i buoni propositi.Il problema vero è comunque la “libera stampa” di questo disgraziato paese. Le farneticazioni del “sindacalista” sono state raccolte e pubblicate con molta enfasi anche da un quotidiano che si professa all’opposizione di questo governo, ma evidentemente pensa di poterlo “incalzare da destra” (visto che non ha nel dna del suo direttore proprio nulla “di sinistra”).
Bisogna passare ai provvedimenti concreti. Servono subito un decreto carceri che affronti l’emergenza deflazionando la densità detentiva e rinforzando tangibilmente gli organici della Polizia penitenziaria, mancanti di oltre 18mila unità, e un progetto di riforma complessiva del sistema d’esecuzione penale, con anche la reingegnerizzazione del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria e la riorganizzazione del Corpo di polizia penitenziaria. Lo ribadiamo, il resto rischia di essere solo un palliativo, se non addirittura un placebo”.
Il Fatto, in effetti, non ha ancora capito che quella sua “cultura” manettara senza limiti è alla base della fortunata carriera di Fratelli d’Italia e della crescita della destra in Italia.
Eppure sarebbe bastato ricordare che il carcere di Santa Maria Capua Vetere è quello dove una protesta un po’ più seria dei detenuti era stata sedata con una “mattanza messicana” posta in essere dalle guardie... e immortalata dalle telecamere di servizio.
Evidentemente ora quelle guardie, sanzionate allora in varia misura per violenze ai limiti della tortura, anche su detenuti in carrozzella, pensano sia arrivata l’ora della rivincita. E c’è qualche “sincero democratico” che gli dà pure credito...
Fonte
11/07/2021
Il “Mondo Nuovo”: la repressione nella democrazia tecno-liberista
Le immagini del video – circolato nei giorni scorsi su media, stampa, social – che ritraggono le guardie penitenziarie di Santa Maria Capua Vetere accanirsi, con sadico piacere di aguzzini, sui detenuti di quel carcere (finanche su quelli costretti in sedia a rotelle) che avevano protestato, lo scorso anno, per il logico timore che si potesse verificare una rapida diffusione del Covid – sono la rappresentazione plastica di Corpi di Polizia sempre più fuori controllo.
Sempre più pervasivi e dunque concepibili quali gangli indispensabili della governance occidentale e neoliberista che disciplina, ormai, ogni settore delle nostre esistenze.
Corpi di Polizia, dunque, sempre più dotati di potere autonomo e discrezionale, sempre più impuniti ed esenti dal rispondere a un supposto vertice politico sulla catena del comando.
E peraltro sempre pronti a coprire ogni nefandezza...
Corpi di Polizia, dunque, per molti versi assimilabili a squadroni della morte di stampo fascista.
Sono immagini, quelle viste nel carcere sammaritano, che evocano e possono benissimo sovrapporsi a quelle delle brutalità compiute dalla Dina cilena di Pinochet, dalla Tripla A durante la dittatura della Junta in Argentina, dalla Falange del Maggiore D’Aubuisson in Salvador, dai Contras in Nicaragua.
O da qualunque altro corpo speciale creato, a fini repressivi, da uno Stato che rilasci un assegno in bianco alle forze dell’ordine e su cui la cifra e l’intensità delle violenze e delle torture venga costantemente aggiornata al rialzo.
Sono immagini che ricordano, alla vigilia del ventennale del G8 di Genova, la macelleria messicana della Diaz o il massacro dei diritti e dei corpi dei compagni nella caserma Bolzaneto.
Non a caso presidiata proprio dalla Polizia Penitenziaria, medici compresi...
Immagini che confermano, insomma, la natura perversa, violenta e vendicativa dell’ideologia punitiva e del controllo capillare, legata alle logiche disciplinatrici del Capitale.
La stessa natura di quelle strutture carcerarie che, con il reinserimento e la rieducazione a fini sociali, nulla più hanno a che vedere; ma molto hanno, invece, a che fare con l’annientamento della persona umana e con le più feroci forme di vessazione dell’individuo.
La stessa natura, infine, di una classe dominante, liberal-borghese e perbenista che, nell’autodifesa del proprio privilegio ritiene esserci una parte della società che difetti di qualità propriamente umane.
Ovviamente, quella costituita dalle classi subalterne, dai ceti popolari, ancor peggio se immigrati, e da coloro che non si uniformano al dettato politico-economico imposto dalle élite.
Quella che sopravvive o si pone volontariamente ai margini del consesso civile, “aggiustandosi” ai margini della sfera produttiva e della sua conseguente “legalità”.
Malthusiane tipologie di minus habens che, nell’ottica dei ceti dominanti, vanno rinchiuse in carceri, manicomi o in altri perimetri “rieducativi”. Nei quali comprimere sempre più gli spazi, a maggior ragione quelli mentali.
Luoghi dove poter “raddrizzare“ questi ampi settori sociali con isolamenti, manganelli, botte, torture, elettrodi e waterboarding. O, se donne, casomai, con qualche stupro.
Luoghi, insomma, dove poter editare in forma “tecno” la versione liberista del bastone e della carota di mussoliniana memoria.
E nulla conta, sul piano almeno della coerenza, se la stessa società liberal-borghese insorge poi indignata, gridando alla violazione dei diritti umani, quando un mafioso di Miami o un nazista ucraino vengono arrestati a Cuba o in Bielorussia.
È lo stesso establishment che definisce “antidemocratica e violenta” la polizia venezuelana, costretta a fronteggiare squadre di killer sovvenzionate dagli Usa, per seminare il panico nelle strade di Caracas e fomentare un golpe contro il governo bolivariano di Maduro.
Insomma, il più classico esempio dell’ipocrisia democraticista a geometria variabile.
Purtroppo, da quelle logiche punitive, securitarie, repressive e violente non sono stati e non sono esenti molti “sinceri comunisti”.
L’ideologia del carcere, della caserma a cielo aperto e della rieducazione col manganello appartiene, di fatto – ci piaccia o no – anche a molte esperienze ascrivibili al socialismo reale.
Ed è stata tenacemente propugnata, soprattutto in Italia, da molti cosiddetti compagni.
Il Pci ne ha costituito il campione più fulgido.
Con Togliatti che, dopo la guerra, faceva arrestare quei partigiani che non volevano posare le armi e il cui obiettivo era combattere contro la restaurazione della democrazia borghese, fino alla creazione di una Repubblica Italiana dei Soviet.
O con l’ineffabile Berlinguer, che ha sostenuto lager come l’Asinara, la deriva securitaria delle carceri speciali, la torsione incostituzionale della legislazione emergenziale – con l’istituzione dapprima dell’articolo 90, successivamente sostituito da quel 41bis contro cui si sono più volte sollevate eccezioni di incostituzionalità – e addirittura la tortura sui prigionieri politici delle Brigate Rosse e di altre formazioni combattenti per il comunismo, negli anni ’70/’80.
Sussunti nel dogma della statolatria e avviluppati nelle spire del modello produttivo mercantile da difendere ad ogni costo; sedotti dal potere personale; o anche pervicacemente legati ad una rigorosa applicazione di principi dottrinari, molti, troppi autoproclamatisi comunisti hanno assunto il punto di vista della giustizia borghese in materia di diritto e di legalità.
Finendo spesso con lo sposare la diarchia della Legge e dell’Ordine.
D’altra parte, fu proprio uno di costoro, il “compagno” Oliviero Diliberto, che – in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia durante il Governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema – istituì, nel 1999, il corpo speciale dei Gom (Gruppo Operativo Mobile) che risponde direttamente al Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria.
Confermando la vocazione securitaria e repressiva di una non irrilevante schiera di cosiddetti comunisti democratici. Quantomeno qui in Italia.
Proprio quei Gom, guarda caso, che si sono resi protagonisti della mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Del resto, il controllo sociale, la repressione di qualunque forma di conflitto e la censura imposta a qualsivoglia voce dissonante col pensiero unico dominante o a qualsiasi vagito di cultura antagonista – fattori che hanno attraversato, come una costante, questi ultimi quarant’anni, subendo poi un’accelerazione negli ultimi venti, dalle Torri Gemelle in poi – hanno visto in prima linea ampi strati della indecorosa “sinistra” italiana.
Che ha finito col rincorrere – soprattutto attraverso il suo legame con uomini e pezzi fondamentali della Magistratura, spesso addirittura candidati alle elezioni – la destra più reazionaria, giustizialista ed estrema sui temi della “legalità”.
Riuscendo, ed è storia presente, persino ad anticiparne le pulsioni forcaiole, con il famigerato Decreto Minniti in materia di sicurezza. Come se una normativa parafascista, fatta da un “partito di sinistra”, fosse in qualche misura meno infame e grave.
Una deriva coercitiva, censoria e normalizzatrice, sul piano sociale e culturale, che non solo non sembra trovare fine, ma che si perfeziona e inasprisce giorno dopo giorno.
Quanto successo, ad esempio, circa un mese fa, al compagno e amico Paolo Persichetti è qualcosa che va ben oltre il perimetro concettuale della semplice repressione.
La perquisizione della sua abitazione, il conseguente sequestro di tutto il materiale archivistico-documentale, dei libri, del corpus di carte necessario per la sua ricerca storica, in uno con la confisca di ogni dispositivo – Pc, smartphone, tablet – in cui sono contenute non solo le tracce del suo lavoro di storico e ricercatore, ma persino i frammenti intimi della sua vita, personale e familiare (non dimentichiamo che Paolo ha un figlio tetraplegico, e anche tutta la documentazione afferente alla malattia del bambino è finita sotto sequestro) nonché le susseguenti accuse di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva a fini di terrorismo, confermate – ed è l’aspetto più grave – dal Tribunale del Riesame, spalancano scenari terrificanti, e disegnano nuovi e ben più asfissianti confini per quelle che, oramai sempre più solo teoricamente, si possono definire “libertà democratiche”.
Come se la ricerca storiografica e l’accertamento della verità possano rappresentare un pericolo per la collettività e per lo Stato.
Una simile assurdità la può concepire, diciamolo chiaramente, solo un governo autoritario.
E quest’Italia, quest’Europa e questo Occidente, a trazione neoliberista, somigliano sempre più ad un regime, nel quale il principio di legalità assoluto è divenuto un Moloch cui informare non solo la norma “socialmente accettabile”; ma addirittura il paradigma su cui declinare un’etica di ispirazione metafisico-statuale, da cui espungere qualunque ratio democratica di giustizia, conformata sui canoni del tanto decantato diritto liberale.
Per tacere di auspicabili e non più rintracciabili barlumi di sentimento umano e collettivo.
Ricordo, d’altronde, che il mio professore di Filosofia del diritto, spiegandoci la differenza tra Stato di legalità e Stato di diritto, portava ad autorevole esempio del primo lo Stato Nazionalsocialista!
Potremmo dunque definire il principio di legalità assoluto, un cancro in proliferante metastasi nel corpo della democrazia occidentale.
Basti pensare, d’altro canto, all’irrazionale torsione compiuta, sul piano del linguaggio, dalla comunicazione social.
Piazza virtuale dove impera la logica binaria e il giudizio assoluto e assiomatico, ostile al reale e alla sua complessità problematica, plasmato proprio sulle più diverse esegesi del principio di legalità, nell’affrontare temi di carattere politico-sociale.
Esegesi, evidentemente, rispondenti sempre ad individuali visceralità e a sovradeterminate pulsioni, mescolate a guazzabugli ideologici che poco o nulla attengono a reali culture politiche, e con cui alimentare derive sempre più destrorse.
Una sete di manette, forca e sangue che tracima da ogni bacheca.
Fomentata, vieppiù, proprio dall’algoritmo di Facebook, che addirittura invita gli utenti a denunciare chiunque sia in odore di... estremismo. Come se fosse un’ideologia “in sé”, anziché un’assolutizzazione di una qualunque visione del mondo o addirittura passione (certi tifosi di calcio, diciamocelo, non vi sembrano proprio degli invasati estremisti? Si scherza, certo, ma di passo in passo ci si può arrivare...)
Ciò che però rende il tutto grottesco o, peggio, terrorizzante, è la motivazione sentimentale che sottende questo nuovo dispositivo.
In pratica, l’algoritmo agirebbe a fin di bene, consentendo, a chi sia preoccupato per la sbandata estremista presa da un amico o un familiare, di riportarlo sulla retta via. Denunciandolo!
L’infamità della delazione dai contorni amorevoli. Lo spionaggio elevato a sistema relazionale “positivo”...
Ma Facebook va addirittura oltre, mettendo a disposizione contatti con eventuali comunità di recupero. Per intossicati dall’”estremismo”.
In poche parole, una specie di San Patrignano per il reindirizzo ideologico. Ma di quali ideologie parliamo?
Bisogna riconoscere che la cosa, al di là dei suoi aspetti allarmanti, o ridicoli, ha un che di geniale. Sebbene non molto originale.
Chiusi, infatti, in un Panopticon virtuale dove tutti spiano tutti, viviamo ormai una realtà concentrazionaria coartiva e angosciosa che va ben oltre l’analisi foucaultiana sulla microfisica del potere.
Trovano concretezza le più attuali analisi, elaborate dal filosofo sud coreano Byung-chul Han, sulla psicopolitica e le nuove tecniche del potere neoliberista.
La distopia, in definitiva, è diventata la nostra attualità. Il nostro presente supera di una spanna la romanzesca narrazione orwelliana.
Siamo all’alba di quel Mondo Nuovo, mirabilmente descritto da Aldous Huxley, il cui motto era “Comunità, Identità, Stabilità”.
E nel quale la produzione in serie – intesa non solo come organizzazione del lavoro in fabbrica ma anche come possibilità di selezione e ottimizzazione umana – il controllo mentale, l’eugenetica, le tecnologie riproduttive, erano dispositivi usati per forgiare un nuovo modello di società.
Huxley faceva riferimento a quella società fordista che, negli anni di uscita del libro, stava mutando significativamente non solo i parametri del Modo di Produzione Capitalistico, ma persino il profilo socio-culturale del ‘900.
Ebbene, noi possiamo dire di trovarci in una società postfordista in cui tutto, finanche il singolo individuo, è ridotto a merce.
Mentre la nuova frontiera del controllo psicopolitico non si impone con divieti e non ci obbliga al silenzio. Anzi.
Essa ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a esprimere opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita.
Ci seduce con un volto amichevole. Mappa la nostra psiche e la quantifica attraverso i big data. Ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio. Ci costruisce un profilo stabile, e lo vende a molti offerenti...
Nel panottico digitale del nuovo millennio – con internet e gli smartphone – non si viene torturati, ma twittati o postati.
Il soggetto e la sua psiche diventano produttori di masse di dati personali costantemente monetizzati e commercializzati.
Siamo, insomma, immersi nell’epoca di un’aporia ontologica.
Dove alla più totale pornografia culturale fa da contraltare una violenta autocensura del pensiero critico. Un paradosso perfetto!
Usando un’immagine allegorica, potremmo dire che siamo nudi robot erotomani che galleggiano tra gli scarti della Storia e dell’Umanità.
Macchine controllate da algoritmi.
E in questo mondo nuovo, dominato dal turbocapitalismo schizofrenico e paranoide, vittimista e guerrafondaio, avido e famelico di corpi e di menti da ingurgitare, la cessione della propria libertà, della propria indipendenza, della propria soggettività alle necessità della governance tecnocratica, è divenuta un obbligo.
Le libertà democratiche e costituzionali, nate con l’Illuminismo e il diritto borghese – che pure come comunisti intendiamo superare, in quanto presupposti giuridico-filosofici di forme di governo liberali, piegate alle esigenze di mercato, proprietà privata e individualismo – rappresentano ormai solo un simulacro. Cui non si inchinano più neanche i fedeli dichiarati.
Un alibi per i detentori del Potere che ne evocano la copertura, un giorno sì e l’altro pure, ad esclusiva tutela dei propri interessi economici, politici e intellettuali.
Ma di cui si può evidentemente fare a meno quando a reclamarne la validità e la vigenza sono i ceti subalterni. O quegli intellettuali liberi che non praticano l’ossequio all’omologazione nella circolazione delle idee.
Ceti sociali e intellettuali, più o meno organici a quella classe, cui non è concesso contestare misure politiche o dispositivi di controllo che mettano a rischio la sopravvivenza materiale delle persone, ne violino sistematicamente i diritti o ne impediscano la piena libertà di espressione.
È così che il pregevole lavoro di decostruzione e ricostruzione storica, rigoroso e puntiglioso, portato avanti da Paolo Persichetti sugli anni ’70, la lotta armata e soprattutto sulle Brigate Rosse, con la pubblicazione di articoli e libri, diventa un lavoro che, palesemente, costituisce un “pericolo” per chi detiene qualche piccola leva del potere.
Per chi, cioè, ha tutto l’interesse che quella Storia rimanga sepolta sotto un cumulo di menzogne.
Ci riferiamo, ovviamente, innanzitutto agli eredi di quella Dc e di quel Pci che, già all’indomani del rapimento di Aldo Moro, si misero all’opera per la creazione di un’architettura narrativa che controvertisse la veridicità materiale degli eventi e della Storia.
Quarant’anni durante i quali, prima il Pci e la Dc, e successivamente i loro eredi, hanno inquinato fatti, alterato testimonianze, mistificato eventi, prodotto teoremi e narrazioni surreali sul conflitto sociale che ebbe luogo in Italia negli anni ’70.
Quarant’anni durante i quali – contemporaneamente – lo Stato ha assolto sé stesso per le stragi compiute con l’ausilio di manovalanza mafiosa e fascista.
Quarant’anni durante i quali si è preteso di occultare il fatto che in Italia ci fu una guerra civile a bassa intensità.
Una guerra civile dichiarata innanzitutto dalla concentrazione di potere allora esistente contro il movimento operaio, contro i ceti subalterni, contro le organizzazioni comuniste extraparlamentari e antagoniste (che peraltro, nel 1969, ancora non avevano prodotto particolari forme organizzative considerabili “pericolose”).
Quarant’anni durante i quali si è costruita una narrazione tossica e di comodo su quel contesto e quegli eventi, raggirando i cittadini.
Sono quarant’anni che, soprattutto ex esponenti del Pci e qualche mestatore attirato dal guadagno, rimestano in un torbido che è solo la proiezione della loro cattiva coscienza.
Un filone complottista sbugiardato da una storiografia seria e puntuale, prodotta da storici di vaglia che sembrano a volte i veri bersagli dell’”avvertimento” sperimentato su Persichetti.
Questo Mondo Nuovo non ci piace. E noi siamo qui per lottare e sovvertirlo!
Fonte
Sempre più pervasivi e dunque concepibili quali gangli indispensabili della governance occidentale e neoliberista che disciplina, ormai, ogni settore delle nostre esistenze.
Corpi di Polizia, dunque, sempre più dotati di potere autonomo e discrezionale, sempre più impuniti ed esenti dal rispondere a un supposto vertice politico sulla catena del comando.
E peraltro sempre pronti a coprire ogni nefandezza...
Corpi di Polizia, dunque, per molti versi assimilabili a squadroni della morte di stampo fascista.
Sono immagini, quelle viste nel carcere sammaritano, che evocano e possono benissimo sovrapporsi a quelle delle brutalità compiute dalla Dina cilena di Pinochet, dalla Tripla A durante la dittatura della Junta in Argentina, dalla Falange del Maggiore D’Aubuisson in Salvador, dai Contras in Nicaragua.
O da qualunque altro corpo speciale creato, a fini repressivi, da uno Stato che rilasci un assegno in bianco alle forze dell’ordine e su cui la cifra e l’intensità delle violenze e delle torture venga costantemente aggiornata al rialzo.
Sono immagini che ricordano, alla vigilia del ventennale del G8 di Genova, la macelleria messicana della Diaz o il massacro dei diritti e dei corpi dei compagni nella caserma Bolzaneto.
Non a caso presidiata proprio dalla Polizia Penitenziaria, medici compresi...
Immagini che confermano, insomma, la natura perversa, violenta e vendicativa dell’ideologia punitiva e del controllo capillare, legata alle logiche disciplinatrici del Capitale.
La stessa natura di quelle strutture carcerarie che, con il reinserimento e la rieducazione a fini sociali, nulla più hanno a che vedere; ma molto hanno, invece, a che fare con l’annientamento della persona umana e con le più feroci forme di vessazione dell’individuo.
La stessa natura, infine, di una classe dominante, liberal-borghese e perbenista che, nell’autodifesa del proprio privilegio ritiene esserci una parte della società che difetti di qualità propriamente umane.
Ovviamente, quella costituita dalle classi subalterne, dai ceti popolari, ancor peggio se immigrati, e da coloro che non si uniformano al dettato politico-economico imposto dalle élite.
Quella che sopravvive o si pone volontariamente ai margini del consesso civile, “aggiustandosi” ai margini della sfera produttiva e della sua conseguente “legalità”.
Malthusiane tipologie di minus habens che, nell’ottica dei ceti dominanti, vanno rinchiuse in carceri, manicomi o in altri perimetri “rieducativi”. Nei quali comprimere sempre più gli spazi, a maggior ragione quelli mentali.
Luoghi dove poter “raddrizzare“ questi ampi settori sociali con isolamenti, manganelli, botte, torture, elettrodi e waterboarding. O, se donne, casomai, con qualche stupro.
Luoghi, insomma, dove poter editare in forma “tecno” la versione liberista del bastone e della carota di mussoliniana memoria.
E nulla conta, sul piano almeno della coerenza, se la stessa società liberal-borghese insorge poi indignata, gridando alla violazione dei diritti umani, quando un mafioso di Miami o un nazista ucraino vengono arrestati a Cuba o in Bielorussia.
È lo stesso establishment che definisce “antidemocratica e violenta” la polizia venezuelana, costretta a fronteggiare squadre di killer sovvenzionate dagli Usa, per seminare il panico nelle strade di Caracas e fomentare un golpe contro il governo bolivariano di Maduro.
Insomma, il più classico esempio dell’ipocrisia democraticista a geometria variabile.
Purtroppo, da quelle logiche punitive, securitarie, repressive e violente non sono stati e non sono esenti molti “sinceri comunisti”.
L’ideologia del carcere, della caserma a cielo aperto e della rieducazione col manganello appartiene, di fatto – ci piaccia o no – anche a molte esperienze ascrivibili al socialismo reale.
Ed è stata tenacemente propugnata, soprattutto in Italia, da molti cosiddetti compagni.
Il Pci ne ha costituito il campione più fulgido.
Con Togliatti che, dopo la guerra, faceva arrestare quei partigiani che non volevano posare le armi e il cui obiettivo era combattere contro la restaurazione della democrazia borghese, fino alla creazione di una Repubblica Italiana dei Soviet.
O con l’ineffabile Berlinguer, che ha sostenuto lager come l’Asinara, la deriva securitaria delle carceri speciali, la torsione incostituzionale della legislazione emergenziale – con l’istituzione dapprima dell’articolo 90, successivamente sostituito da quel 41bis contro cui si sono più volte sollevate eccezioni di incostituzionalità – e addirittura la tortura sui prigionieri politici delle Brigate Rosse e di altre formazioni combattenti per il comunismo, negli anni ’70/’80.
Sussunti nel dogma della statolatria e avviluppati nelle spire del modello produttivo mercantile da difendere ad ogni costo; sedotti dal potere personale; o anche pervicacemente legati ad una rigorosa applicazione di principi dottrinari, molti, troppi autoproclamatisi comunisti hanno assunto il punto di vista della giustizia borghese in materia di diritto e di legalità.
Finendo spesso con lo sposare la diarchia della Legge e dell’Ordine.
D’altra parte, fu proprio uno di costoro, il “compagno” Oliviero Diliberto, che – in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia durante il Governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema – istituì, nel 1999, il corpo speciale dei Gom (Gruppo Operativo Mobile) che risponde direttamente al Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria.
Confermando la vocazione securitaria e repressiva di una non irrilevante schiera di cosiddetti comunisti democratici. Quantomeno qui in Italia.
Proprio quei Gom, guarda caso, che si sono resi protagonisti della mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.
Del resto, il controllo sociale, la repressione di qualunque forma di conflitto e la censura imposta a qualsivoglia voce dissonante col pensiero unico dominante o a qualsiasi vagito di cultura antagonista – fattori che hanno attraversato, come una costante, questi ultimi quarant’anni, subendo poi un’accelerazione negli ultimi venti, dalle Torri Gemelle in poi – hanno visto in prima linea ampi strati della indecorosa “sinistra” italiana.
Che ha finito col rincorrere – soprattutto attraverso il suo legame con uomini e pezzi fondamentali della Magistratura, spesso addirittura candidati alle elezioni – la destra più reazionaria, giustizialista ed estrema sui temi della “legalità”.
Riuscendo, ed è storia presente, persino ad anticiparne le pulsioni forcaiole, con il famigerato Decreto Minniti in materia di sicurezza. Come se una normativa parafascista, fatta da un “partito di sinistra”, fosse in qualche misura meno infame e grave.
Una deriva coercitiva, censoria e normalizzatrice, sul piano sociale e culturale, che non solo non sembra trovare fine, ma che si perfeziona e inasprisce giorno dopo giorno.
Quanto successo, ad esempio, circa un mese fa, al compagno e amico Paolo Persichetti è qualcosa che va ben oltre il perimetro concettuale della semplice repressione.
La perquisizione della sua abitazione, il conseguente sequestro di tutto il materiale archivistico-documentale, dei libri, del corpus di carte necessario per la sua ricerca storica, in uno con la confisca di ogni dispositivo – Pc, smartphone, tablet – in cui sono contenute non solo le tracce del suo lavoro di storico e ricercatore, ma persino i frammenti intimi della sua vita, personale e familiare (non dimentichiamo che Paolo ha un figlio tetraplegico, e anche tutta la documentazione afferente alla malattia del bambino è finita sotto sequestro) nonché le susseguenti accuse di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva a fini di terrorismo, confermate – ed è l’aspetto più grave – dal Tribunale del Riesame, spalancano scenari terrificanti, e disegnano nuovi e ben più asfissianti confini per quelle che, oramai sempre più solo teoricamente, si possono definire “libertà democratiche”.
Come se la ricerca storiografica e l’accertamento della verità possano rappresentare un pericolo per la collettività e per lo Stato.
Una simile assurdità la può concepire, diciamolo chiaramente, solo un governo autoritario.
E quest’Italia, quest’Europa e questo Occidente, a trazione neoliberista, somigliano sempre più ad un regime, nel quale il principio di legalità assoluto è divenuto un Moloch cui informare non solo la norma “socialmente accettabile”; ma addirittura il paradigma su cui declinare un’etica di ispirazione metafisico-statuale, da cui espungere qualunque ratio democratica di giustizia, conformata sui canoni del tanto decantato diritto liberale.
Per tacere di auspicabili e non più rintracciabili barlumi di sentimento umano e collettivo.
Ricordo, d’altronde, che il mio professore di Filosofia del diritto, spiegandoci la differenza tra Stato di legalità e Stato di diritto, portava ad autorevole esempio del primo lo Stato Nazionalsocialista!
Potremmo dunque definire il principio di legalità assoluto, un cancro in proliferante metastasi nel corpo della democrazia occidentale.
Basti pensare, d’altro canto, all’irrazionale torsione compiuta, sul piano del linguaggio, dalla comunicazione social.
Piazza virtuale dove impera la logica binaria e il giudizio assoluto e assiomatico, ostile al reale e alla sua complessità problematica, plasmato proprio sulle più diverse esegesi del principio di legalità, nell’affrontare temi di carattere politico-sociale.
Esegesi, evidentemente, rispondenti sempre ad individuali visceralità e a sovradeterminate pulsioni, mescolate a guazzabugli ideologici che poco o nulla attengono a reali culture politiche, e con cui alimentare derive sempre più destrorse.
Una sete di manette, forca e sangue che tracima da ogni bacheca.
Fomentata, vieppiù, proprio dall’algoritmo di Facebook, che addirittura invita gli utenti a denunciare chiunque sia in odore di... estremismo. Come se fosse un’ideologia “in sé”, anziché un’assolutizzazione di una qualunque visione del mondo o addirittura passione (certi tifosi di calcio, diciamocelo, non vi sembrano proprio degli invasati estremisti? Si scherza, certo, ma di passo in passo ci si può arrivare...)
Ciò che però rende il tutto grottesco o, peggio, terrorizzante, è la motivazione sentimentale che sottende questo nuovo dispositivo.
In pratica, l’algoritmo agirebbe a fin di bene, consentendo, a chi sia preoccupato per la sbandata estremista presa da un amico o un familiare, di riportarlo sulla retta via. Denunciandolo!
L’infamità della delazione dai contorni amorevoli. Lo spionaggio elevato a sistema relazionale “positivo”...
Ma Facebook va addirittura oltre, mettendo a disposizione contatti con eventuali comunità di recupero. Per intossicati dall’”estremismo”.
In poche parole, una specie di San Patrignano per il reindirizzo ideologico. Ma di quali ideologie parliamo?
Bisogna riconoscere che la cosa, al di là dei suoi aspetti allarmanti, o ridicoli, ha un che di geniale. Sebbene non molto originale.
Chiusi, infatti, in un Panopticon virtuale dove tutti spiano tutti, viviamo ormai una realtà concentrazionaria coartiva e angosciosa che va ben oltre l’analisi foucaultiana sulla microfisica del potere.
Trovano concretezza le più attuali analisi, elaborate dal filosofo sud coreano Byung-chul Han, sulla psicopolitica e le nuove tecniche del potere neoliberista.
La distopia, in definitiva, è diventata la nostra attualità. Il nostro presente supera di una spanna la romanzesca narrazione orwelliana.
Siamo all’alba di quel Mondo Nuovo, mirabilmente descritto da Aldous Huxley, il cui motto era “Comunità, Identità, Stabilità”.
E nel quale la produzione in serie – intesa non solo come organizzazione del lavoro in fabbrica ma anche come possibilità di selezione e ottimizzazione umana – il controllo mentale, l’eugenetica, le tecnologie riproduttive, erano dispositivi usati per forgiare un nuovo modello di società.
Huxley faceva riferimento a quella società fordista che, negli anni di uscita del libro, stava mutando significativamente non solo i parametri del Modo di Produzione Capitalistico, ma persino il profilo socio-culturale del ‘900.
Ebbene, noi possiamo dire di trovarci in una società postfordista in cui tutto, finanche il singolo individuo, è ridotto a merce.
Mentre la nuova frontiera del controllo psicopolitico non si impone con divieti e non ci obbliga al silenzio. Anzi.
Essa ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a esprimere opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita.
Ci seduce con un volto amichevole. Mappa la nostra psiche e la quantifica attraverso i big data. Ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio. Ci costruisce un profilo stabile, e lo vende a molti offerenti...
Nel panottico digitale del nuovo millennio – con internet e gli smartphone – non si viene torturati, ma twittati o postati.
Il soggetto e la sua psiche diventano produttori di masse di dati personali costantemente monetizzati e commercializzati.
Siamo, insomma, immersi nell’epoca di un’aporia ontologica.
Dove alla più totale pornografia culturale fa da contraltare una violenta autocensura del pensiero critico. Un paradosso perfetto!
Usando un’immagine allegorica, potremmo dire che siamo nudi robot erotomani che galleggiano tra gli scarti della Storia e dell’Umanità.
Macchine controllate da algoritmi.
E in questo mondo nuovo, dominato dal turbocapitalismo schizofrenico e paranoide, vittimista e guerrafondaio, avido e famelico di corpi e di menti da ingurgitare, la cessione della propria libertà, della propria indipendenza, della propria soggettività alle necessità della governance tecnocratica, è divenuta un obbligo.
Le libertà democratiche e costituzionali, nate con l’Illuminismo e il diritto borghese – che pure come comunisti intendiamo superare, in quanto presupposti giuridico-filosofici di forme di governo liberali, piegate alle esigenze di mercato, proprietà privata e individualismo – rappresentano ormai solo un simulacro. Cui non si inchinano più neanche i fedeli dichiarati.
Un alibi per i detentori del Potere che ne evocano la copertura, un giorno sì e l’altro pure, ad esclusiva tutela dei propri interessi economici, politici e intellettuali.
Ma di cui si può evidentemente fare a meno quando a reclamarne la validità e la vigenza sono i ceti subalterni. O quegli intellettuali liberi che non praticano l’ossequio all’omologazione nella circolazione delle idee.
Ceti sociali e intellettuali, più o meno organici a quella classe, cui non è concesso contestare misure politiche o dispositivi di controllo che mettano a rischio la sopravvivenza materiale delle persone, ne violino sistematicamente i diritti o ne impediscano la piena libertà di espressione.
È così che il pregevole lavoro di decostruzione e ricostruzione storica, rigoroso e puntiglioso, portato avanti da Paolo Persichetti sugli anni ’70, la lotta armata e soprattutto sulle Brigate Rosse, con la pubblicazione di articoli e libri, diventa un lavoro che, palesemente, costituisce un “pericolo” per chi detiene qualche piccola leva del potere.
Per chi, cioè, ha tutto l’interesse che quella Storia rimanga sepolta sotto un cumulo di menzogne.
Ci riferiamo, ovviamente, innanzitutto agli eredi di quella Dc e di quel Pci che, già all’indomani del rapimento di Aldo Moro, si misero all’opera per la creazione di un’architettura narrativa che controvertisse la veridicità materiale degli eventi e della Storia.
Quarant’anni durante i quali, prima il Pci e la Dc, e successivamente i loro eredi, hanno inquinato fatti, alterato testimonianze, mistificato eventi, prodotto teoremi e narrazioni surreali sul conflitto sociale che ebbe luogo in Italia negli anni ’70.
Quarant’anni durante i quali – contemporaneamente – lo Stato ha assolto sé stesso per le stragi compiute con l’ausilio di manovalanza mafiosa e fascista.
Quarant’anni durante i quali si è preteso di occultare il fatto che in Italia ci fu una guerra civile a bassa intensità.
Una guerra civile dichiarata innanzitutto dalla concentrazione di potere allora esistente contro il movimento operaio, contro i ceti subalterni, contro le organizzazioni comuniste extraparlamentari e antagoniste (che peraltro, nel 1969, ancora non avevano prodotto particolari forme organizzative considerabili “pericolose”).
Quarant’anni durante i quali si è costruita una narrazione tossica e di comodo su quel contesto e quegli eventi, raggirando i cittadini.
Sono quarant’anni che, soprattutto ex esponenti del Pci e qualche mestatore attirato dal guadagno, rimestano in un torbido che è solo la proiezione della loro cattiva coscienza.
Un filone complottista sbugiardato da una storiografia seria e puntuale, prodotta da storici di vaglia che sembrano a volte i veri bersagli dell’”avvertimento” sperimentato su Persichetti.
Questo Mondo Nuovo non ci piace. E noi siamo qui per lottare e sovvertirlo!
Fonte
24/05/2021
Sicurezza. Il populismo penale e l’individuo penale
L’idea di sicurezza collegata al diritto penale è il ponte che mette d’accordo da alcuni decenni tutte le forze politiche. Che sia l’amministrazione di un Comune o quella di una Regione, come quella dello Stato, l’impianto di governamentalità è il medesimo.
Leggi speciali, Regolamenti di polizia urbana, Decreti Sicurezza (rivisitati o meno) viaggiano di pari passo con uno sviluppo delle città incentrato sul controllo coattivo ed escludente della povertà, del non gradito dai piani di estrazione del valore del capitale.
La scorsa volta scrivevamo: ‹‹Nonostante le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del livello di criminalità nell’ultimo decennio, la percezione di insicurezza e paura – alimentate da politica e media – genera consenso verso chi si propone come giustiziere. Ma non è la morte della politica, come qualcuno sostiene, bensì la proliferazione della politica panpenalista: è una giustizia emotiva amministrata per soddisfare gli umori del popolo. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che può vantare verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione delle vittime››.
Questi strumenti, uniti a un processo di continuo impoverimento del pensiero critico in ambito scolastico-accademico e sociale, hanno contribuito alla creazione del soggetto “individuo”. Acritico, sganciato dal corpo sociale, dal territorio (sempre più non luogo), consumatore, esso è il depositario/protagonista del populismo penale.
La campagna mediatica e culturale del legalitarismo e della delega continua, la spettacolarizzazione del reale e le riforme distruttrici dei saperi hanno, in larga parte, contribuito alla creazione di questo soggetto sociale. Esso ingloba e interiorizza la non appartenenza, o l’appartenenza adattiva standardizzata, la paura, la rabbia piena di livore e svuotata del conflitto, l’assenza di riconoscimento e condivisione.
Che si tratti di distruzione del welfare, di assenza di sanità pubblica e di servizi, licenziamenti, inquinamento ambientale o infortuni sul lavoro, l’individuo colonizzato, vive e affronta i fenomeni e le problematiche con le modalità tipiche del consumatore. Il cambiamento non è politico, ma antropologico, potrebbe dire Tronti nell’argomentare la crisi del modello homo democraticus e il passaggio nel modello depoliticizzato homo oeconomicus.
L’impoverimento del pensiero critico, sostituito da opinioni, il non riconoscersi nel pari condizione, impedisce l’identificazione del nemico, la comunanza di interessi con il proprio gruppo sociale, garantendo così l’attivazione di processi psicologici e sociali appartenenti alla sfera del marketing.
Fidelizzazione, delega e alienazione dall’esistente sono i principali sottoprocessi che investono questo soggetto sociale contemporaneo. Nel frattempo esso è vittima e carnefice di se stesso e dei propri simili, incapace di leggere la realtà e sostituire di volta in volta i filtri di lettura. Ignora i processi che lo riguardano e lo circondano, spesso è complice dei dispositivi utili ai processi di trasformazione degli spazi di vita collettivi, delle città, del vivere quotidiano.
L’utilizzo del codice penale e di dispositivi giuridico-amministrativi per reprimere il dissenso, stanno contribuendo alla creazione di una percezione del reale consolidata, identificabile con lo stesso processo che impoverisce e depriva. Sotto altri aspetti, tali dispositivi, creano i presupposti per sigillare i processi di trasformazione del territorio e della vita sociale dentro la cassaforte degli interessi del capitale.
L’individuo diventa una riproduzione in piccola scala del modello di sviluppo contemporaneo. All’interno di uno squilibrio disfunzionale tra territori economicamente differenti esso diventa “l’abitante modello” a seconda della tipologia di territorio in cui si trova a vivere, incagliato all’interno di processi economici e urbanistici esso è invitato alla “resilienza” (parola da distruggere e rinviare al campo di pertinenza, quello dei materiali!).
Illudendosi e vivendo con una logica inconscia di autosufficienza e separato dal suo corpo sociale di appartenenza, o se ci piace di più, dalla sua classe sociale, sviluppa una percezione incapace di mettere in discussione fenomeni, problematiche sia complesse che più prossimali, e intanto resta spettatore distante da ciò che lo circonda e si nutre dello spettacolo della colpa e della pena.
Aumento dei prezzi, caro affitti, mancanza di servizi e infrastrutture, tasse inique, perdita del potere d’acquisto salariale, vengono affrontati al massimo con una reazione istintiva o con un lamento rabbioso momentaneo, per poi tornare a guardare con gli occhi del capitale lo stato di cose presente, fino a sospettare o isolare quelle poche soggettività che osano opporsi, o quei gruppi poco graditi alla produttività diffusa.
Sono innumerevoli i casi di repressione di Rappresentanti dei lavoratori per la Sicurezza lasciat* sol* all’interno di procedimenti disciplinari, processi penali e civili. O comunque, anche nei casi di attivazione di azioni di solidarietà, il rapporto di forza pende a vantaggio di aziende e padroni dentro le maglie del processo giudiziario.
Pochi e sparsi i momenti di conflitto anche dopo gravi incidenti sul lavoro, dove viene normalizzato l’accadimento e molte aziende si trasformano in territori a sé, dove è sospesa qualsiasi forma di stato di diritto e niente e nessuno interrompe i processi di lavoro.
Oppure di fronte al caro affitti, all’espulsione di student* e precar* dai centri cittadini, come potrebbe essere il caso del processo di gentrificazione in corso in città come Bologna, dove nel leggere svariati commenti agli annunci di stanze e case in affitto sulle innumerevoli pagine a tema nate sui social, si nota come, a parte rare reazioni, predomini la visione dei palazzinari.
Così, resta difficile immaginare nell’immediato l’organizzazione di una campagna massiccia sulla questione. Spesso accade che tali commenti giustificano il prezzo chiesto per locali talvolta privi dei più basilari requisiti di abitabilità.
Questo è un elemento che evidenzia il cambio di percezione che, affiancato dai dati sulle iscrizioni nelle università degli ultimi anni, dall’aumento del pendolarismo e dalla diminuzione della presenza dei fuorisede nelle città, ci dice come l’individuo viva qualsiasi fenomeno collettivo in solitaria, sia per quanto riguarda le conseguenze sia per la ricerca delle soluzioni.
L’uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come l’uso dei dispositivi amministrativi, compensano la fragilità dello Stato sociale e contribuiscono allo sviluppo dei processi di gentrificazione, di espulsione dai centri storici e cittadini di tutta quella schiera di non graditi per gli standard economico sociali della pianificazione liberista.
Nelle periferie metropolitane e rurali, l’assenza o forse l’incapacità temporale di organizzazione rispetto ai mutamenti di forze politiche antagoniste aumentano il vuoto per chi affonda nella solitudine della povertà e dell’abbandono.
Esistono esempi di pratiche che provano a ricucire il tessuto sociale strappato, ma al tempo stesso il rischio è il mutamento di percezione anche tra attivit* e militant* rispetto a come stravolgere l’esistente.
Fa specie una foto di qualche settimana fa a Milano, dove, accanto all’infinita fila di fronte alla mensa Caritas, spuntava un cartello stradale pubblicitario che indica un grande magazzino di una nota catena di supermercati.
La domanda è: qualcun* ha pensato che forse quella fila non dovrebbe esistere e che la soluzione immediata sarebbe stata a qualche centinaio di metri da lì? Non si paga, non si paga... Oppure stiamo accettando anche noi il processo dell’individuo penale, caritatevole e punitivo al tempo stesso?
I quartieri mutano e vengono risucchiati in nuove trasformazioni urbane, la distanza casa lavoro (per chi ce l’ha) aumenta, i territori delle province vivono un abbandono in aumento in termini economici e di servizi, ma qualcosa forse in silenzio si muove. Nonostante il senso di abbandono materiale, le trasformazioni che ci investono, la nascita di nuove e future azioni spontanee di riappropriazione oggi imprevedibili, nasceranno.
Saremo in grado di spingerle con la complicità necessaria del conflitto?
Fonte
Leggi speciali, Regolamenti di polizia urbana, Decreti Sicurezza (rivisitati o meno) viaggiano di pari passo con uno sviluppo delle città incentrato sul controllo coattivo ed escludente della povertà, del non gradito dai piani di estrazione del valore del capitale.
La scorsa volta scrivevamo: ‹‹Nonostante le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del livello di criminalità nell’ultimo decennio, la percezione di insicurezza e paura – alimentate da politica e media – genera consenso verso chi si propone come giustiziere. Ma non è la morte della politica, come qualcuno sostiene, bensì la proliferazione della politica panpenalista: è una giustizia emotiva amministrata per soddisfare gli umori del popolo. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che può vantare verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione delle vittime››.
Questi strumenti, uniti a un processo di continuo impoverimento del pensiero critico in ambito scolastico-accademico e sociale, hanno contribuito alla creazione del soggetto “individuo”. Acritico, sganciato dal corpo sociale, dal territorio (sempre più non luogo), consumatore, esso è il depositario/protagonista del populismo penale.
La campagna mediatica e culturale del legalitarismo e della delega continua, la spettacolarizzazione del reale e le riforme distruttrici dei saperi hanno, in larga parte, contribuito alla creazione di questo soggetto sociale. Esso ingloba e interiorizza la non appartenenza, o l’appartenenza adattiva standardizzata, la paura, la rabbia piena di livore e svuotata del conflitto, l’assenza di riconoscimento e condivisione.
Che si tratti di distruzione del welfare, di assenza di sanità pubblica e di servizi, licenziamenti, inquinamento ambientale o infortuni sul lavoro, l’individuo colonizzato, vive e affronta i fenomeni e le problematiche con le modalità tipiche del consumatore. Il cambiamento non è politico, ma antropologico, potrebbe dire Tronti nell’argomentare la crisi del modello homo democraticus e il passaggio nel modello depoliticizzato homo oeconomicus.
L’impoverimento del pensiero critico, sostituito da opinioni, il non riconoscersi nel pari condizione, impedisce l’identificazione del nemico, la comunanza di interessi con il proprio gruppo sociale, garantendo così l’attivazione di processi psicologici e sociali appartenenti alla sfera del marketing.
Fidelizzazione, delega e alienazione dall’esistente sono i principali sottoprocessi che investono questo soggetto sociale contemporaneo. Nel frattempo esso è vittima e carnefice di se stesso e dei propri simili, incapace di leggere la realtà e sostituire di volta in volta i filtri di lettura. Ignora i processi che lo riguardano e lo circondano, spesso è complice dei dispositivi utili ai processi di trasformazione degli spazi di vita collettivi, delle città, del vivere quotidiano.
L’utilizzo del codice penale e di dispositivi giuridico-amministrativi per reprimere il dissenso, stanno contribuendo alla creazione di una percezione del reale consolidata, identificabile con lo stesso processo che impoverisce e depriva. Sotto altri aspetti, tali dispositivi, creano i presupposti per sigillare i processi di trasformazione del territorio e della vita sociale dentro la cassaforte degli interessi del capitale.
L’individuo diventa una riproduzione in piccola scala del modello di sviluppo contemporaneo. All’interno di uno squilibrio disfunzionale tra territori economicamente differenti esso diventa “l’abitante modello” a seconda della tipologia di territorio in cui si trova a vivere, incagliato all’interno di processi economici e urbanistici esso è invitato alla “resilienza” (parola da distruggere e rinviare al campo di pertinenza, quello dei materiali!).
Illudendosi e vivendo con una logica inconscia di autosufficienza e separato dal suo corpo sociale di appartenenza, o se ci piace di più, dalla sua classe sociale, sviluppa una percezione incapace di mettere in discussione fenomeni, problematiche sia complesse che più prossimali, e intanto resta spettatore distante da ciò che lo circonda e si nutre dello spettacolo della colpa e della pena.
Aumento dei prezzi, caro affitti, mancanza di servizi e infrastrutture, tasse inique, perdita del potere d’acquisto salariale, vengono affrontati al massimo con una reazione istintiva o con un lamento rabbioso momentaneo, per poi tornare a guardare con gli occhi del capitale lo stato di cose presente, fino a sospettare o isolare quelle poche soggettività che osano opporsi, o quei gruppi poco graditi alla produttività diffusa.
Sono innumerevoli i casi di repressione di Rappresentanti dei lavoratori per la Sicurezza lasciat* sol* all’interno di procedimenti disciplinari, processi penali e civili. O comunque, anche nei casi di attivazione di azioni di solidarietà, il rapporto di forza pende a vantaggio di aziende e padroni dentro le maglie del processo giudiziario.
Pochi e sparsi i momenti di conflitto anche dopo gravi incidenti sul lavoro, dove viene normalizzato l’accadimento e molte aziende si trasformano in territori a sé, dove è sospesa qualsiasi forma di stato di diritto e niente e nessuno interrompe i processi di lavoro.
Oppure di fronte al caro affitti, all’espulsione di student* e precar* dai centri cittadini, come potrebbe essere il caso del processo di gentrificazione in corso in città come Bologna, dove nel leggere svariati commenti agli annunci di stanze e case in affitto sulle innumerevoli pagine a tema nate sui social, si nota come, a parte rare reazioni, predomini la visione dei palazzinari.
Così, resta difficile immaginare nell’immediato l’organizzazione di una campagna massiccia sulla questione. Spesso accade che tali commenti giustificano il prezzo chiesto per locali talvolta privi dei più basilari requisiti di abitabilità.
Questo è un elemento che evidenzia il cambio di percezione che, affiancato dai dati sulle iscrizioni nelle università degli ultimi anni, dall’aumento del pendolarismo e dalla diminuzione della presenza dei fuorisede nelle città, ci dice come l’individuo viva qualsiasi fenomeno collettivo in solitaria, sia per quanto riguarda le conseguenze sia per la ricerca delle soluzioni.
L’uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come l’uso dei dispositivi amministrativi, compensano la fragilità dello Stato sociale e contribuiscono allo sviluppo dei processi di gentrificazione, di espulsione dai centri storici e cittadini di tutta quella schiera di non graditi per gli standard economico sociali della pianificazione liberista.
Nelle periferie metropolitane e rurali, l’assenza o forse l’incapacità temporale di organizzazione rispetto ai mutamenti di forze politiche antagoniste aumentano il vuoto per chi affonda nella solitudine della povertà e dell’abbandono.
Esistono esempi di pratiche che provano a ricucire il tessuto sociale strappato, ma al tempo stesso il rischio è il mutamento di percezione anche tra attivit* e militant* rispetto a come stravolgere l’esistente.
Fa specie una foto di qualche settimana fa a Milano, dove, accanto all’infinita fila di fronte alla mensa Caritas, spuntava un cartello stradale pubblicitario che indica un grande magazzino di una nota catena di supermercati.
La domanda è: qualcun* ha pensato che forse quella fila non dovrebbe esistere e che la soluzione immediata sarebbe stata a qualche centinaio di metri da lì? Non si paga, non si paga... Oppure stiamo accettando anche noi il processo dell’individuo penale, caritatevole e punitivo al tempo stesso?
I quartieri mutano e vengono risucchiati in nuove trasformazioni urbane, la distanza casa lavoro (per chi ce l’ha) aumenta, i territori delle province vivono un abbandono in aumento in termini economici e di servizi, ma qualcosa forse in silenzio si muove. Nonostante il senso di abbandono materiale, le trasformazioni che ci investono, la nascita di nuove e future azioni spontanee di riappropriazione oggi imprevedibili, nasceranno.
Saremo in grado di spingerle con la complicità necessaria del conflitto?
Fonte
29/04/2021
Amnistia, altro che estradizione dalla Francia
Non tutta la stampa italiana ha seguito l’ordine di scuderia dei grandi gruppi editoriali stretti intorno a Mario Draghi, Confindustria e il “partito della vendetta” (oltre che del pil). Non si tratta di molti articoli, ma è comunque giusto segnalarli.
*****
Rifugiati politici in Francia, che senso ha arrestare ed estradare degli ottantenni?
«C’è anche in programma una visita di Stato in Francia del presidente Sergio Mattarella e dovrebbe essere firmato il Trattato Quirinale per rafforzare i rapporti bilaterali. In questo contesto Macron potrebbe dare il via libera alle estradizioni chieste alla Francia dalla ministra Marta Cartabia nell’ultima riunione con il suo omologo francese».
Intervistato da Repubblica lo scrittore francese Marc Lazar risponde alla domanda su un possibile cambiamento di linea del governo d’Oltralpe sulla presenza a Parigi di persone condannate in Italia per fatti di lotta armata. Lazar polemizza con gli intellettuali francesi che avevano nei giorni scorsi firmato un appello a favore della dottrina Mitterand «perché sul tema c’è ancora troppa ignoranza».
Eppure a proposito di cambiamenti di linea va registrato che Lazar dieci anni fa intervistato da Paolo Persichetti sul quotidiano Liberazione aveva detto: «Dopo la dietrologia e le commissioni parlamentari di inchiesta ora è il tempo degli storici».
Quindi ora non sarebbe più il caso di storicizzare ma di consegnare all’Italia una dozzina di protagonisti di una stagione politica lontanissima e di portarli in carcere adesso che hanno tutti un’età più vicina agli 80 che ai 70.
Lazar aggiunge che dietro la scelta di Macron che lui ipotizza ci potrebbero essere anche ragioni di politica interna. «Forse lui pensa di lanciare un messaggio agli elettori di destra come sta facendo su altri temi come sicurezza e laicità. Macron è già in campagna per la sua rielezione e concentra la sua strategia su questo elettorato».
Lazar afferma che i suoi connazionali difensori dei rifugiati politici italiani «non prendono quasi mai in considerazione il punto di vista delle vittime del terrorismo». Dieci anni fa Lazar voleva affidare la questione agli storici mentre adesso invita a tener conto della posizione dei parenti delle vittime, mostrando almeno un po’ di invidiare le repubbliche islamiche dove i familiari decidono anche le pene dei colpevoli. Lazar accusa gli intellettuali suoi connazionali di essere ideologici, ma anche lui non scherza. Anzi.
Il riferimento alla visita prossima di Mattarella a Parigi non è casuale. Il giorno del rientro in Italia di Cesare Battisti, aveva detto: «E adesso gli altri», parlando di altri condannati e rifugiati all’estero.
Il presidente della Repubblica è un politico di grandissima esperienza. Non è un caso che insieme a Giorgio Napolitano suo predecessore al Quirinale abbia fatto prevalere le ragioni della politica firmando la grazia a cinque agenti della Cia condannati per il sequestro e le torture all’imam Abu Omar.
In quel caso Mattarella mise in secondo piano gli anni di carcere da scontare. C’era di mezzo la ragion di Stato o meglio degli Stati perché dall’altra parte c’era il governo degli Stati Uniti d’America.
Per le vicende dei cosiddetti “anni di piombo” invece non sarebbe possibile una deroga, una soluzione politica, un provvedimento di amnistia che chiuda un periodo storico, come era scritto nell’appello degli intellettuali francesi che avevano sposato la proposta dell’avvocata Irene Terrel.
Terrel aveva spiegato di trovare assurdo l’accanirsi e la vendetta a decenni di distanza. È pura ideologia in fondo anche il non voler prendere atto dell’impossibilità di una memoria condivisa. A Milano in piazza Fontana ci sono due lapidi. In una si legge che l’anarchico Pinelli morì innocente, nell’altra che venne ucciso. Una al fianco dell’altra.
La storia la scrivono i vincitori ma gli sconfitti non sono obbligati a condividerla.
Frank Cimini – Il Riformista
*****
Perché Sergio Mattarella dovrebbe graziare brigatisti e militanti estradati dalla Francia
Perché Sergio Mattarella dovrebbe graziare brigatisti e militanti estradati dalla Francia
Oggi la Francia ha estradato in Italia sette tra ex militanti dell’estrema sinistra ed ex brigatisti, tra loro l’ex leader di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani. Sergio Mattarella ha ora la possibilità di chiudere la pagina dei lunghi anni ’70 italiani concedendo la grazia a prigionieri spesso anziani e ammalati, riconoscendo la complessità della stagione della lotta armata non solo come un fatto criminale.
Questa mattina la Francia ha arrestato, su richiesta dell’Italia 7 ex brigatisti e militanti dell’estrema sinistra da tempo rifugiati Oltralpe. Si tratta di Enzo Calvitti, Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella e Sergio Tornaghi, tutti delle Brigate Rosse, Giorgio Pietrostefani di Lotta Continua e di Narciso Manenti dei Nuclei Armati per il Contropotere Territoriale. A loro vanno aggiunti i nomi dei tre brigatisti Luigi Bergamin, Maurizio Di Marzio e Raffaele Ventura.
La notizia è stata resa nota questa mattina dell’Eliseo, e rappresenta forse la definitiva archiviazione della cosiddetta Dottrina Mitterand, che ha permesso a partire dagli anni ’80 a molti militanti delle formazioni armate e non solo italiane di riparare in Francia.
La ragione di questa politica inaugurata dall’ex presidente socialista François Mitterrand non era certo la consonanza con le idee di chi trovava un rifugio in Francia, ma la constatazione che la guerra al terrorismo in Italia non garantiva un equo e giusto processo con gli strumenti della legislazione d’emergenza. Posizioni e un dibattito che suonano oggi desueti all’opinione pubblica italiana e francese, ma che ebbero una loro forza e ragione d’essere.
Ogni ministro dell’Interno e della Giustizia delle ultime legislature in Italia si è battuto per potersi intestare l’estradizione degli ultimi fuggiaschi della storia delle formazioni armate italiane, chiedendo alle istituzioni francesi di fare la loro parte con risultati altalenanti fino a questo mattina.
La stampa si è mobilitata per riavere indietro i condannati in contumacia da sbattere in cella. Eppure anche se è cambiato il clima politico non sembrano essere venute meno le ragioni che giustificarono la dottrina Mitterand.
Si tratta di uomini e donne che da decenni vivono lontani dall’Italia. Nella quasi totalità dei casi hanno condotto una vita lontano dai riflettori, che in pochissimi casi si sono dedicati all’impegno politico e sociale rifacendosi una vita. Quella dello Stato italiano più che giustizia assomiglia a una vendetta esercitata fuori tempo massimo.
I prigionieri in arrivo in Italia sono anziani, spesso malati, le organizzazioni di cui hanno fatto parte così come le loro gesta (compresi sequestri e omicidi), sono solo oggetto di riflessione storiografica. Perché allora non si riesce a storicizzare la memoria politica degli anni ’70?
Tra gli arrestati oggi spicca il nome di Giorgio Pietrostefani che è stato uno dei dirigenti di vertice di Lotta Continua e che oggi ha 77 anni. Pietrostefani è stato protagonista di uno dei processi più discussi della storia italiana, quello che lo voleva come mandante dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi assieme ad Adriano Sofri.
Con Sofri e Pietrostefani furono processati anche Ovidio Bompressi e Leonardo Marino per essere gli esecutori materiali dell’omicidio. Come è noto Marino era il pentito che accusava gli altri tre imputati sempre dichiaratisi innocenti. Bompressi fu graziato per il suo stato di salute, mentre Adriano Sofri è stato definitivamente scarcerato nel 2012 senza mai interrompere la sua attività di saggista e giornalista.
Oggi Pietrostefani è un uomo anziano e malato – nel 2016 è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico – i reati di cui è accusato stanno per cadere in prescrizione. Nel 2000 era riparato in Francia in attesa della revisione di un processo che ha lasciato molti dubbi nell’opinione pubblica e negli storici. Che senso ha punirlo oggi strappandolo dalla sua casa dopo 21 anni per portarlo in una cella dove evidentemente non potrà rimanere?
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha un’occasione importante oggi: concedere la grazia ai cittadini italiani estradati dalla Francia. Sarebbe l’occasione per strappare da un discorso esclusivamente giustizialista la stagione politica dei lunghi anni ’70 italiani, restituendolo a una sua piena storicizzazione voltando finalmente pagina.
Per farlo sarebbe necessario che lo Stato riconoscesse la complessità del contesto in cui la lotta armata nel nostro paese coinvolse in modo diverso decine di migliaia di uomini e donne, che si trattò di un fenomeno politico e sociale e non di un fenomeno criminale, anche quando le condanne riguardano fatti estremamente gravi come omicidi e sequestri di persona.
Non si tratta di punire poche belve assetate di sangue come vengono presentati oggi gli arrestati, ma di esercitare una giustizia giusta su uomini e donne che già hanno pagato con decenni di esilio molti dei fatti per cui sono stati condannati.
Valerio Renzi – Fanpage
*****
La lucida analisi di Vasapollo sulla potente macchinazione italo-francese. E Scalzone cita Primo Levi
La lucida analisi di Vasapollo sulla potente macchinazione italo-francese. E Scalzone cita Primo Levi
C’è molto dolore in chi per la sua storia personale si sente (e sempre è rimasto) vicino agli esuli italiani a Parigi, contro i quali si è mossa una potente macchinazione italo-francese, segno di un’alleanza stretta tra due governi che cercano a destra la loro legittimazione.
Ma non è solo una reazione basata su sentimenti individuali, c’è anche l’analisi politica, lucida e oggettiva di quanto sta accadendo nell’indifferenza generale. Un’operazione che mette a rischio democrazia e stato di diritto in due paesi che ne sono in un certo modo i fondatori.
“Questa è una vendetta sugli anni Settanta, si gioca una partita di vendetta contro chi ha cercato di mettere in discussione già allora gli attuali assetti dichiarando oggi che non c’è una possibilità di rottura, di trasformazione, respingendo senza appello le istanze che portano avanti il movimento operaio e il movimento studentesco”.
Conversando con FarodiRoma, Luciano Vasapollo, della segreteria della Rete dei Comunisti e autorevole firma di questo giornale online, sottolinea “le contraddizioni dell’Italia di oggi, il paese delle stragi impunite, dei killer fascisti e dei servizi segreti deviati, che l’hanno sempre fatta franca, di stragi che non si sa chi le ha fatte, mentre i compagni sono stati ammazzati, vittime di una guerra civile strisciante”.
“Davanti a queste cose – si chiede il professore – che senso ha prendersela con gli esuli a Parigi, che hanno pagato il prezzo alto dell’esilio mentre i fascisti, rei confessi delle stragi, dichiarandosi pentiti circolano liberamente per le nostre strade?”.
“I compagni – rivendica Vasapollo – tutti hanno pagato duramente, con il carcere o con l’esilio. E ora, dopo 40 anni, li porti in galera, qui nel paese delle stragi impunite, dei colpi di stato, dei processi fondati sulle mezze verità dette da un pentito che, relata refero, le riporta da altre fonti incontrollabili e su questa base si prende l’ergastolo...”.
Gli arresti dei sette terroristi a Parigi “sono più di una vendetta, non basterà mai. I familiari delle vittime saranno più frustrati e infelici di prima, e si chiederà sempre di più: l’assassinio dell’anima”, afferma Oreste Scalzone, co-fondatore di Potere Operaio da sempre strenuo difensore dei “terroristi” che con lui soggiornano impuniti a Parigi grazie alla copertura delle autorità francesi, contrariamente a chi vede in questi arresti un tributo di giustizia per le vittime, parlando da Parigi con l’Adnkronos, dice che siamo davanti a qualcosa che va oltre la “vendetta”.
“Stamani – racconta Scalzone – parlando degli arresti qualcuno mi ha detto: ‘Sembra essere tornati indietro di 40 anni. Ma no, non è così, sembra di essere saltati avanti, verso un orrore verso cui stiamo andando. Il Novecento è cominciato con l’immane macelleria della prima guerra mondiale, poi sono seguiti gli altri orrori. Tutto questo breve secolo è stato un ‘libro nero’ ma il punto nuovo è la velocizzazione, l’intensità”.
Gli arresti di oggi hanno riportato alla mente di Scalzone le parole di Primo Levi. “C’è come una accelerazione all’annichilimento totale, una vendetta vertiginosa, assoluta ma esiste anche l’oblio, il perdono per cose atrocissime. In tutte le società ci sono stati gli oblii che hanno permesso di tornare a respirare, ecco perché dico che questa è più di una vendetta”.
Oreste Scalzone dice che “non è solo la vendetta tardiva dello Stato, è qualcosa che va oltre. Qui non c’è la ‘damnatio memoriae’ c’è anche la volontà di assassinio dell’anima”. Secondo Scalzone “il Novecento italiano non si chiuderà mai perché si punta ad assassinare l’anima”.
E il tributo di giustizia alle vittime di tante atrocità? “Questi arresti – replica Scalzone – non consoleranno le vittime. I familiari delle vittime saranno come prima se non più infelici e frustrati di prima. Mi vengono in mente le parole del figlio di una vittima che dopo l’esecuzione di un condannato a morte col veleno disse: ‘Non mi è bastato. Sto come prima perché è durata troppo poco’. Le vittime sono vittime anche di questo. Non è come morire due volte?”.
IlFarodiRoma
Fonte
21/04/2021
Populismo giustizialista e controllo sociale: come si è arrivati a tutto questo?
Negli ultimi decenni, una questione si è dimostrata trasversale a tutte le forze politiche, quella relativa alla sicurezza.
Oggi, l’idea di sicurezza è divenuta capace di generare consenso vasto e acritico per il solo fatto di essere nominata e abbiamo assistito al diritto penale divenire dominante manifestando tutti i sintomi del morbo populista: l’allarmismo sulla sicurezza che condiziona un’opinione pubblica che si sente sempre più insicura, eccitata dall’antipolitica e dalla spettacolarizzazione della giustizia; il ruolo moralizzatore assunto dalla magistratura; la strumentalizzazione delle vittime che trasfigura la giustizia in un risarcimento simbolico all’intera comunità e che rende insostenibile la presunzione d’innocenza.
Ma dietro alla criminalizzazione si profila lo spettro della guerra di tutti contro tutti in cui lo Stato, che non è più in grado di distribuire giustizia sociale, promette sicurezza. Il declino del welfare ha allargato le maglie del linguaggio della colpa e della pena, ha esteso l’uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come a compensare la fragilità dello stato sociale.
Nonostante le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del numero dei reati nell’ultimo decennio, la percezione d’insicurezza e paura – alimentate da politica e media – genera consenso verso chi si propone come giustiziere.
Ma non è la morte della politica, come qualcuno sostiene, bensì la proliferazione della politica panpenalista: è una giustizia emotiva amministrata per soddisfare gli umori del popolo. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che può vantare verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione delle vittime.
Dopo ogni fatto di cronaca si attiva uno schema consolidato: la reazione dell’opinione pubblica che chiede di punire in nome delle vittime e della sicurezza, biasimando le istituzioni incapaci di reagire, e la politica che promette punizioni esemplari e interventi normativi. Spesso, creando confusione tra i concetti di colpa e di responsabilità.
La serie di riforme approvate, in questi ultimi anni, segue questo schema. La riforma della legittima difesa, le leggi sicurezza, la legge “spazzacorrotti”, la cancellazione della prescrizione, l’esclusione del giudizio abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo, la criminalizzazione del soccorso in mare sono la rivendicazione di un’ortodossia del populismo penale: ricerca del consenso e strumentalizzazione delle vittime, della paura, dell’insicurezza. Ma come si è arrivati a tutto questo?
Il populismo dell’invidia sociale, che sostituisce la lotta di classe, è iniziato negli anni ’90, del secolo scorso, con l’appoggio alla macchina giudiziaria intorno a Tangentopoli. È la fase della nascita della “piazza virtuale” nel duplice senso di canale di rappresentazione immediata della crisi sociale e di processo pubblico mediatico alle élite.
Una sinergia perversa tra partiti politici, stampa e opinione pubblica che hanno sostenuto questa “rivoluzione giudiziaria” mentre le posizioni critiche venivano ridotte a eresia anche all’interno dei grandi partiti, consolidando l’idea che la giustizia penale fosse la soluzione ai mali della democrazia. Nasce la figura del Grande Inquisitore come contro-potere, rafforzata dall’atteggiamento delle forze politiche che individuarono nella magistratura un alleato nella moralizzazione del paese.
Mani Pulite però non rafforza solo la cultura giustizialista (con la spettacolarizzazione degli arresti e l’abuso della custodia cautelare) ma anche l’offerta populista. Da allora la sicurezza diventa uno slogan universale, “né di destra, né di sinistra”, un mantra rinnovato a ogni campagna elettorale.
Dal 1994 in poi quasi ogni governo ha introdotto inasprimenti di pena e nuovi reati. Una trasformazione del giustizialismo a corrente di opinione e comunicazione mediatica in campo politico a fenomeno in grado di esercitare un’egemonia culturale. Uno stato d’ansia diffuso che ha fatto chiedere a gran voce misure eccezionali per far fronte alla situazione.
Ad esempio due o tre sbarchi di barconi carichi di migranti, in una sola settimana, danno la stura ai media per una campagna di allarme in nome dell’invasione. Descrivono la situazione in termini di emergenza fuori controllo, con una richiesta di sicurezza. L’intervento politico riconosce la gravità della situazione e assume solennemente l’impegno ad affrontare il problema.
Nasce cosi la retorica del “fare qualcosa al più presto” legittimando l’eccezione e l’emergenzialismo. L’emergenza, quindi, non è altro che una costruzione sociale, la produzione di panico per determinare un’intensificazione del controllo sociale e per un ulteriore legittimazione del potere costituito e delle istituzioni del controllo.
L’emergenza (e la paura che la legittima) si costruisce sui nemici, o meglio sulla rappresentazione di determinati soggetti come “nemici pubblici”. Migranti, marginali, tossicodipendenti, ultras, no tav, sono solo alcuni dei nemici pubblici tratti da emergenze recenti.
Ma la condizione essenziale affinché alcuni soggetti siano costruibili come nemici pubblici, è che esista un occultamento dei tratti reali della crisi italiana, una crisi economica e sociale che riversa sui cittadini i costi di politiche sociali, economiche e del lavoro sbagliate.
L’attribuzione ai sindaci di specifiche funzioni di polizia ha condotto l’Italia verso il “governo penale dell’insicurezza sociale”. Il sociologo Loic Wacquant, autore di “Punire i poveri” mise in evidenza il legame esistente tra le politiche economiche neoliberiste e l’espansione dell’intervento penale.
Wacquant ha analizzato soprattutto le politiche della “Tolleranza zero” negli Stati Uniti, che sono stati il laboratorio dell’intervento penale sulla popolazione marginale sostenendo che la penalizzazione serve da tecnica per rendere invisibili i “problemi” sociali che lo Stato non vuole o non può più affrontare fino in fondo e la prigione diventa una sorta di pattumiera giudiziaria dove gettare i rifiuti umani della società del mercato.
Una nuova e trasversale filosofia di gestione del territorio in cui la “sicurezza” viene riferita solo ai cittadini abbienti e diventa periodica strumentalizzazione politica, essendo gli altri (migranti, tossicodipendenti, senza casa e dimora e poveri in generale) evidentemente non cittadini, verso cui dismettere welfare e politiche di sostegno. E in questo contesto di paura e legalità si è declinata la versione italiana della law & order statunitense.
La retorica della legalità, associata alla programmatica “tolleranza zero”, è entrata di prepotenza nel vocabolario politico italiano, ma non nasce oggi è una delle eredità nefaste della sconfitta degli anni Settanta. Porta nomi e cognomi noti, anche di tanti “antifascisti”.
La cultura della legalità o ideologia legalitaria è entrata nel senso comune in modo capillare attraverso i professionisti della legalità, proposta nelle scuole di ogni ordine e grado da diversi anni ormai, propinata su giornali e media. È una delle strutture ideologiche del capitalismo nella sua fase neoliberista. Il messaggio è semplice da far passare, gli onesti da una parte e i delinquenti (a vario titolo) dall’altro.
Ma l’ideologia legalitaria mette al bando qualsiasi critica della società e del potere. Più cresce e si fortifica la cultura della “legalità”, più cresce, come risposta al malessere sociale, al posto del conflitto e della progettualità, il rancore individuale, l’altro percepito come concorrente, che è sempre un gradino al di sotto di noi o nella nostra stessa posizione, mai sopra.
È il prevalere del rancore e dell’ideologia vittimaria. È la sopraffazione del consenso sulla critica, in particolare la critica del potere. L’ideologia legalitaria è l’affermazione dell’unica ideologia permessa, quella del mercato, dove la politica è presentata come gestione dell’esistente.
Imporre la “legalità” come valore in sé significa negare il conflitto, le lotte sociali e politiche. Attraverso il cavallo di Troia di un concetto di legalità reso quasi sacrale, si è imposto il securitarismo e il populismo penale oggi ampiamente dispiegato.
Il “cavallo di Troia” delle politiche di sicurezza è stato prima costruito e poi utilizzato con l’obiettivo specifico di governo autoritario della povertà. Fare della legalità e della sicurezza un vessillo facendone un totem aprioristico e indiscutibile ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un’opinione pubblica essenzialmente repressiva.
Le forze politiche che hanno battuto sulla grancassa della “legalità” non hanno fatto altro che privilegiare la razionalizzazione repressiva e quindi il potere di chi negli apparati si presentava come “manager della sicurezza”, inserendosi all’interno del processo di aziendalizzazione dello Stato.
E l’oppio giustizialista ha contaminato anche buona parte delle culture della “sinistra”, mutandone profondamente l’universo simbolico. Per troppi a sinistra, colpire politicamente i “potenti” – cosi come i movimenti antagonisti negli anni '70 e '80 – è stato un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche attraverso lo strumento giudiziario e limitando le garanzie previste dal codice.
Alla costruzione di ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
Abbandonando i luoghi di lavoro e le piazze, la “sinistra” si è arruolata a piene mani nel partito delle procure, e chi ha continuato ad agire da sinistra come soggetto di trasformazione sociale è stato criminalizzato e classificato come pericoloso “nemico pubblico”.
Il ricorso sfrenato alle scorciatoie giudiziarie ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
Questo modo di concepire il rapporto tra politica e magistratura si è sempre risolto a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli nonché dei movimenti politici conflittuali.
Antonio Bevere, magistrato e direttore della rivista “Critica del diritto”, scrisse un articolo dal significativo titolo “Il popolo di sinistra non deleghi ai magistrati il pensiero critico”:
“In piena offensiva berlusconiana, si avverte l’esigenza di difendere dignità e indipendenza della magistratura senza comunque riconoscerle il ruolo di superpotere comunque buono e affidabile e senza accettare la funzione riformatrice della repressione […] Ad essa è seguita, da parte della pubblica opinione progressista, una domanda morale diffusa, l’aspettativa di un’autorità che, nel campo politico, istituzionale e imprenditoriale, distinguesse i buoni e i cattivi. Questa autorità è stata individuata nella magistratura [….] L’illusione della democrazia diretta, attuata attraverso questa giurisdizione, ha avuto due negativi effetti politici: la deresponsabilizzazione partecipante del popolo di sinistra e la depoliticizzazione della democrazia”.
Le considerazioni di Bevere ci aiutano a ricordare che è indispensabile uscire da questa spirale perversa che ha caratterizzato la sinistra per questi lunghi anni, che è fondamentale riappropriarsi delle tematiche del garantismo e ribadire sempre e comunque che la via di uscita non può essere ricercata in scorciatoie giustizialiste.
L’estenuante richiamo al principio di legalità impone, oggi, un bilancio ed una decostruzione del concetto. Il richiamo alla legalità da Tangentopoli ad oggi è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iper liberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli.
Per questo è saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire “ e che senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.
Fonte
Oggi, l’idea di sicurezza è divenuta capace di generare consenso vasto e acritico per il solo fatto di essere nominata e abbiamo assistito al diritto penale divenire dominante manifestando tutti i sintomi del morbo populista: l’allarmismo sulla sicurezza che condiziona un’opinione pubblica che si sente sempre più insicura, eccitata dall’antipolitica e dalla spettacolarizzazione della giustizia; il ruolo moralizzatore assunto dalla magistratura; la strumentalizzazione delle vittime che trasfigura la giustizia in un risarcimento simbolico all’intera comunità e che rende insostenibile la presunzione d’innocenza.
Ma dietro alla criminalizzazione si profila lo spettro della guerra di tutti contro tutti in cui lo Stato, che non è più in grado di distribuire giustizia sociale, promette sicurezza. Il declino del welfare ha allargato le maglie del linguaggio della colpa e della pena, ha esteso l’uso delle istituzioni penitenziarie e del controllo sociale coattivo, come a compensare la fragilità dello stato sociale.
Nonostante le statistiche sulla criminalità descrivano una società più sicura e una diminuzione costante del numero dei reati nell’ultimo decennio, la percezione d’insicurezza e paura – alimentate da politica e media – genera consenso verso chi si propone come giustiziere.
Ma non è la morte della politica, come qualcuno sostiene, bensì la proliferazione della politica panpenalista: è una giustizia emotiva amministrata per soddisfare gli umori del popolo. Il populismo penale ha la sua forza principale, oltre che nella paura, nella carica emotiva che può vantare verso l’opinione pubblica attraverso la strumentalizzazione delle vittime.
Dopo ogni fatto di cronaca si attiva uno schema consolidato: la reazione dell’opinione pubblica che chiede di punire in nome delle vittime e della sicurezza, biasimando le istituzioni incapaci di reagire, e la politica che promette punizioni esemplari e interventi normativi. Spesso, creando confusione tra i concetti di colpa e di responsabilità.
La serie di riforme approvate, in questi ultimi anni, segue questo schema. La riforma della legittima difesa, le leggi sicurezza, la legge “spazzacorrotti”, la cancellazione della prescrizione, l’esclusione del giudizio abbreviato per i reati puniti con l’ergastolo, la criminalizzazione del soccorso in mare sono la rivendicazione di un’ortodossia del populismo penale: ricerca del consenso e strumentalizzazione delle vittime, della paura, dell’insicurezza. Ma come si è arrivati a tutto questo?
Il populismo dell’invidia sociale, che sostituisce la lotta di classe, è iniziato negli anni ’90, del secolo scorso, con l’appoggio alla macchina giudiziaria intorno a Tangentopoli. È la fase della nascita della “piazza virtuale” nel duplice senso di canale di rappresentazione immediata della crisi sociale e di processo pubblico mediatico alle élite.
Una sinergia perversa tra partiti politici, stampa e opinione pubblica che hanno sostenuto questa “rivoluzione giudiziaria” mentre le posizioni critiche venivano ridotte a eresia anche all’interno dei grandi partiti, consolidando l’idea che la giustizia penale fosse la soluzione ai mali della democrazia. Nasce la figura del Grande Inquisitore come contro-potere, rafforzata dall’atteggiamento delle forze politiche che individuarono nella magistratura un alleato nella moralizzazione del paese.
Mani Pulite però non rafforza solo la cultura giustizialista (con la spettacolarizzazione degli arresti e l’abuso della custodia cautelare) ma anche l’offerta populista. Da allora la sicurezza diventa uno slogan universale, “né di destra, né di sinistra”, un mantra rinnovato a ogni campagna elettorale.
Dal 1994 in poi quasi ogni governo ha introdotto inasprimenti di pena e nuovi reati. Una trasformazione del giustizialismo a corrente di opinione e comunicazione mediatica in campo politico a fenomeno in grado di esercitare un’egemonia culturale. Uno stato d’ansia diffuso che ha fatto chiedere a gran voce misure eccezionali per far fronte alla situazione.
Ad esempio due o tre sbarchi di barconi carichi di migranti, in una sola settimana, danno la stura ai media per una campagna di allarme in nome dell’invasione. Descrivono la situazione in termini di emergenza fuori controllo, con una richiesta di sicurezza. L’intervento politico riconosce la gravità della situazione e assume solennemente l’impegno ad affrontare il problema.
Nasce cosi la retorica del “fare qualcosa al più presto” legittimando l’eccezione e l’emergenzialismo. L’emergenza, quindi, non è altro che una costruzione sociale, la produzione di panico per determinare un’intensificazione del controllo sociale e per un ulteriore legittimazione del potere costituito e delle istituzioni del controllo.
L’emergenza (e la paura che la legittima) si costruisce sui nemici, o meglio sulla rappresentazione di determinati soggetti come “nemici pubblici”. Migranti, marginali, tossicodipendenti, ultras, no tav, sono solo alcuni dei nemici pubblici tratti da emergenze recenti.
Ma la condizione essenziale affinché alcuni soggetti siano costruibili come nemici pubblici, è che esista un occultamento dei tratti reali della crisi italiana, una crisi economica e sociale che riversa sui cittadini i costi di politiche sociali, economiche e del lavoro sbagliate.
L’attribuzione ai sindaci di specifiche funzioni di polizia ha condotto l’Italia verso il “governo penale dell’insicurezza sociale”. Il sociologo Loic Wacquant, autore di “Punire i poveri” mise in evidenza il legame esistente tra le politiche economiche neoliberiste e l’espansione dell’intervento penale.
Wacquant ha analizzato soprattutto le politiche della “Tolleranza zero” negli Stati Uniti, che sono stati il laboratorio dell’intervento penale sulla popolazione marginale sostenendo che la penalizzazione serve da tecnica per rendere invisibili i “problemi” sociali che lo Stato non vuole o non può più affrontare fino in fondo e la prigione diventa una sorta di pattumiera giudiziaria dove gettare i rifiuti umani della società del mercato.
Una nuova e trasversale filosofia di gestione del territorio in cui la “sicurezza” viene riferita solo ai cittadini abbienti e diventa periodica strumentalizzazione politica, essendo gli altri (migranti, tossicodipendenti, senza casa e dimora e poveri in generale) evidentemente non cittadini, verso cui dismettere welfare e politiche di sostegno. E in questo contesto di paura e legalità si è declinata la versione italiana della law & order statunitense.
La retorica della legalità, associata alla programmatica “tolleranza zero”, è entrata di prepotenza nel vocabolario politico italiano, ma non nasce oggi è una delle eredità nefaste della sconfitta degli anni Settanta. Porta nomi e cognomi noti, anche di tanti “antifascisti”.
La cultura della legalità o ideologia legalitaria è entrata nel senso comune in modo capillare attraverso i professionisti della legalità, proposta nelle scuole di ogni ordine e grado da diversi anni ormai, propinata su giornali e media. È una delle strutture ideologiche del capitalismo nella sua fase neoliberista. Il messaggio è semplice da far passare, gli onesti da una parte e i delinquenti (a vario titolo) dall’altro.
Ma l’ideologia legalitaria mette al bando qualsiasi critica della società e del potere. Più cresce e si fortifica la cultura della “legalità”, più cresce, come risposta al malessere sociale, al posto del conflitto e della progettualità, il rancore individuale, l’altro percepito come concorrente, che è sempre un gradino al di sotto di noi o nella nostra stessa posizione, mai sopra.
È il prevalere del rancore e dell’ideologia vittimaria. È la sopraffazione del consenso sulla critica, in particolare la critica del potere. L’ideologia legalitaria è l’affermazione dell’unica ideologia permessa, quella del mercato, dove la politica è presentata come gestione dell’esistente.
Imporre la “legalità” come valore in sé significa negare il conflitto, le lotte sociali e politiche. Attraverso il cavallo di Troia di un concetto di legalità reso quasi sacrale, si è imposto il securitarismo e il populismo penale oggi ampiamente dispiegato.
Il “cavallo di Troia” delle politiche di sicurezza è stato prima costruito e poi utilizzato con l’obiettivo specifico di governo autoritario della povertà. Fare della legalità e della sicurezza un vessillo facendone un totem aprioristico e indiscutibile ha avuto effetti devastanti sia sulle scelte politiche, sia sull’involuzione della mentalità del paese o meglio sull’affermarsi di un’opinione pubblica essenzialmente repressiva.
Le forze politiche che hanno battuto sulla grancassa della “legalità” non hanno fatto altro che privilegiare la razionalizzazione repressiva e quindi il potere di chi negli apparati si presentava come “manager della sicurezza”, inserendosi all’interno del processo di aziendalizzazione dello Stato.
E l’oppio giustizialista ha contaminato anche buona parte delle culture della “sinistra”, mutandone profondamente l’universo simbolico. Per troppi a sinistra, colpire politicamente i “potenti” – cosi come i movimenti antagonisti negli anni '70 e '80 – è stato un obiettivo da raggiungere a tutti i costi, anche attraverso lo strumento giudiziario e limitando le garanzie previste dal codice.
Alla costruzione di ideali carichi di prospettive e speranze si è opposto il culto della vendetta e la furiosa libidine dell’azione penale. L’ideologia giudiziaria è apparsa come una risposta al disincanto di un mondo ormai percepito come decaduto e corrotto.
Abbandonando i luoghi di lavoro e le piazze, la “sinistra” si è arruolata a piene mani nel partito delle procure, e chi ha continuato ad agire da sinistra come soggetto di trasformazione sociale è stato criminalizzato e classificato come pericoloso “nemico pubblico”.
Il ricorso sfrenato alle scorciatoie giudiziarie ha cristallizzato umori forcaioli e reazionari. L’abbassamento generale del livello di garanzie giuridiche ha portato unicamente pregiudizio alle classi più deboli che da sempre hanno minori mezzi e strumenti di difesa, riempiendo le carceri e contribuendo ad edificare una legislazione sempre più minacciosa.
Questo modo di concepire il rapporto tra politica e magistratura si è sempre risolto a favore dei poteri forti e a scapito dei soggetti socialmente ed economicamente più deboli nonché dei movimenti politici conflittuali.
Antonio Bevere, magistrato e direttore della rivista “Critica del diritto”, scrisse un articolo dal significativo titolo “Il popolo di sinistra non deleghi ai magistrati il pensiero critico”:
“In piena offensiva berlusconiana, si avverte l’esigenza di difendere dignità e indipendenza della magistratura senza comunque riconoscerle il ruolo di superpotere comunque buono e affidabile e senza accettare la funzione riformatrice della repressione […] Ad essa è seguita, da parte della pubblica opinione progressista, una domanda morale diffusa, l’aspettativa di un’autorità che, nel campo politico, istituzionale e imprenditoriale, distinguesse i buoni e i cattivi. Questa autorità è stata individuata nella magistratura [….] L’illusione della democrazia diretta, attuata attraverso questa giurisdizione, ha avuto due negativi effetti politici: la deresponsabilizzazione partecipante del popolo di sinistra e la depoliticizzazione della democrazia”.
Le considerazioni di Bevere ci aiutano a ricordare che è indispensabile uscire da questa spirale perversa che ha caratterizzato la sinistra per questi lunghi anni, che è fondamentale riappropriarsi delle tematiche del garantismo e ribadire sempre e comunque che la via di uscita non può essere ricercata in scorciatoie giustizialiste.
L’estenuante richiamo al principio di legalità impone, oggi, un bilancio ed una decostruzione del concetto. Il richiamo alla legalità da Tangentopoli ad oggi è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iper liberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli.
Per questo è saggio almeno accogliere il suggerimento di Zarathustra: “ diffidate di coloro nei quali è potente l’istinto di punire “ e che senza un radicale mutamento di paradigma politico che si liberi una volta per tutte dell’ideologia giudiziaria e penale non si riuscirà a ricostruire nulla, anche la ripresa di eventuali temi di classe avrebbe le ali piombate.
Fonte
17/01/2021
Brigate Rosse, la parte dannata della Storia
Per il centenario della nascita del Partito Comunista Italiano, la rivista on line Cumpanis ha raccolto alcuni testi che affrontano la questione da molti punti di vista. In uno di questi Geraldina Colotti riflette sulla questione dei rapporti tra PCI e nuova sinistra. In particolare sull’esperienza della lotta armata.
*****
di Geraldina Colotti
Durante il secolo scorso, l’Italia non ha avuto soltanto il più grande Partito comunista d’Europa e il più grande sindacato d’Europa, ma, per quasi un ventennio, anche l’estrema sinistra più forte d’Europa. Un fermento esploso con il ’68, ma incubato nell’insofferenza crescente verso la linea dell’accomodamento nel recinto delle compatibilità “democratiche” portata avanti dal PCI.
Un processo che, per strappi e rotture, ha prodotto una critica a 360° della società borghese, presente nei diversi tentativi politici di costruire un’alternativa alla linea del “compromesso storico” e dell’“eurocomunismo”: la “stagione dei gruppi “extraparlamentari”, un tentativo di costruzione di un partito di massa (Lotta Continua), e anche la formazione di un’opposizione armata.
Quello della nascita e dello sviluppo di una lotta armata durata quasi vent’anni, è un “rompicapo” che non si spiega attingendo meccanicamente ai “classici” del marxismo, ma neanche abbandonandosi all’interpretazione dietrologica di chi, facendo spallucce alla storia, cerca in questo modo di evitare l’analisi materialistica di quell’insorgenza, e quella della sconfitta di tutte le ipotesi scese in campo nel grande Novecento.
Occorre invece guardare in faccia la realtà delle cose: quando i comunisti non hanno più alcuna capacità di incidere nella realtà del paese, quando concetti che un tempo univano, oggi appaiono motivi surreali di divisioni interne, quando persino la proposta di un riformismo conseguente è scomparsa dall’orizzonte politico concreto, non è possibile “cavarsela” con le teorie dei tradimenti dei capi, o con quelle delle dietrologie e dei complotti.
Siamo di fronte a una sconfitta di proporzioni gigantesche. Una sconfitta che non riguarda le ragioni del socialismo, visto che, dopo la caduta dell’Unione Sovietica, il capitalismo rimasto solo nel mondo ha prodotto fame, miseria e devastazione. Una sconfitta, tuttavia, epocale, che lascia intatta una domanda inaggirabile, pesante come un macigno: perché il movimento operaio occidentale non è riuscito a “passare”, né mediante le forme del conflitto democratico e di massa, né con la lotta di un’avanguardia armata?
E perché, in questo nuovo secolo, quando si presenta una qualche occasione di “passare” – com’è avvenuto nella Grecia di Tsipras – l’assunzione degli ulteriori costi da pagare diventa una prospettiva insopportabile persino in un paese meno privo di memoria del nostro rispetto alla storia delle rivoluzioni?
La risposta non può trovarsi cercando con la lente, all’infinito, nelle sezioni e nelle lotte di frazione di un partito – il PCI – visto come unico attore determinante nell’Italia del Grande Novecento. O, peggio, visto come pretesto per riportare al presente i vizi di quel modello, e nella riproposizione di una “unità a sinistra” intesa come spinta al moderatismo e non come alternativa di sistema.
Se di fronte a una bandiera bruciata o a una vetrina rotta, il primo riflesso è quello di chiamare i carabinieri e di difendere la proprietà privata per paura “che tornino gli anni di piombo”, vuol dire che gli occhi sono rimasti intrappolati in quelle sezioni sempre meno frequentate: e che la “paura del terrorismo” si è trasformata nella paura delle masse e dell’esplosione, organizzata e cosciente, della lotta di classe.
A cosa e a chi è servito, d’altro canto, il dilagare della categoria di “terrorismo” coniata per stigmatizzare l’opposizione armata e ora diventata una metafisica per condannare sia chi mette le bombe, sia il palestinese che tira una pietra o il ragazzo del centro sociale? Alla fine della fiera, ad assolvere chi le bombe nelle piazze le ha messe davvero, ad assolvere fascisti e stragisti, che non hanno fatto un giorno di galera.
A cinquant’anni dalla strage di Piazza Fontana (una strage di Stato, come si gridava allora nelle manifestazioni, e come sembra assodato anche nella storiografia ufficiale), si fa a gara a chi va prima a Canossa nel santificare magistrati e poliziotti. La sinistra erede di quel PCI che votò le leggi speciali e lasciò che si applicasse la tortura di Stato, è la prima a ergersi in difesa delle “istituzioni democratiche” e contro la violenza, in difesa della “legalità” dello Stato contro la legittimità del diritto, per esempio attraverso “l’antimafia”: come se lo Stato borghese, quando ti toglie lavoro, casa, cultura, non stesse esercitando la violenza insita nello sfruttamento del capitale sul lavoro. Come se le economie sporche non fossero l’altra faccia del mercato capitalista. E come se i soldi spesi per carri armati, magistrati e poliziotti, non potessero essere impiegati per portare diritti nel sud, disattivando in questo modo le economie sporche.
Converrebbe ricordare che proprio il PCI di Togliatti, negli anni immediatamente successivi alla fine della seconda guerra mondiale, fu protagonista di una grande battaglia meridionalistica, e fu capace di un profondo insediamento nelle classi popolari del Mezzogiorno, impostandone la soluzione sulle gambe sociali della lotta di classe.
Cosa c’entra questo con il culto dei magistrati anti-mafia che oggi va per la maggiore tra i giornalisti e i politici cosiddetti “democratici”? E come si pensa di trovare un nuovo aggancio con i settori sociali più disagiati del Sud, magari tentati da una rabbia fascisteggiante, se il volto della sinistra è quello del sostituto procuratore con il mandato di cattura in mano o del giornalista che domanda, e anzi spesso arrogantemente esige, di rompere i vincoli di solidarietà e anche di subordinazione generati da un bisogno materiale che egli non conosce e di cui non gli importa?
Dietro il riflesso d’ordine eretto a sistema di governo, dietro un autoritarismo così innervato nelle pieghe della nostra società da aver reso incandescente persino il dibattito sull’abolizione del 41 bis, c’è “l’emergenzialismo democratico” degli anni ’70. Il perseverare di quella emergenza, che pesa come un macigno sui nuovi movimenti di massa, non è solo un residuo del passato, ma assolve al ruolo assai attuale di nocciolo duro, genetico e simbolico dell’autoritarismo di cui ora è intriso il rapporto tra Stato e società.
Tra le implicazioni più nefaste dell’emergenza, c’è il processo di restaurazione che ha fatto diventare moneta corrente la versione della storia scritta dai vincitori, dilagata a dismisura dopo il crollo dei paesi dell’Est. Nell’attacco frontale alla storia delle classi subalterne, intesa in tutte le sue varianti, la borghesia ha compiuto un’operazione di egemonia in grande stile basata su disinformazione, falsificazione, neo-inquisizione a cui concorrono, senza nemmeno averne coscienza, anche le aree che oggi si sentono depositarie dell’“ortodossia”.
Il primo esperimento organizzato di devastazione della memoria si è compiuto proprio sugli anni ’70. Un meccanismo che poi è tornato utile quando è stato necessario attaccare, con le stesse retoriche dietrologiche, i decenni precedenti, via via fino alla rivoluzione del ’17 in Russia: fino a pretendere dalle nuove generazioni una patente di compatibilità, obbligandoli a dissociarsi dalla storia e dalle implicazioni del conflitto.
Dall’ipocrisia sugli anni ’70, quando uno Stato “democratico” ha sostenuto di aver sconfitto “il terrorismo” restando nella legalità, mentre in realtà dava la stura a meccanismi di eccezionalità basati sull’evidente rottura dell’“ordine democratico” – carceri speciali, leggi di eccezione, torture... – prendeva corpo un meccanismo per la produzione di doppie verità: da un lato lo Stato riconosceva la politicità dell’opposizione armata scagliandole contro leggi eccezionali, condannandola in base al reato di “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”, dall’altro dava in pasto alla cosiddetta “opinione pubblica” la tesi dei delinquenti provocatori isolati dalle masse.
Ancora oggi, a dispetto della logica, frotte di dietrologi, spesso marcati a sinistra, si affannano a oscurare la natura di un conflitto e di una vicenda assolutamente visibili, che attendono solo la libertà di giudizio delle nuove generazioni per essere collocate nella loro giusta luce e nel loro adeguato contesto storico.
In quale contesto storico e per quali vie si è determinata la mutazione del PCI, che nacque con l’obiettivo di abbattere lo Stato borghese, instaurare la dittatura del proletariato attraverso i consigli degli operai e dei contadini sull’esempio della rivoluzione d’Ottobre? Per quale percorso il PCI erede del “partito nuovo” di Togliatti ha perso l’occasione di dirigere le nuove insorgenze evidenziatesi nel ’68-'69? Per quali linee involutive quel PCI nato sulla rottura con la socialdemocrazia alla Noske ha accettato di alimentarne, negli anni ’70, il “cane sanguinario”, con la stessa logica della socialdemocrazia repressiva d’antan?
E come si può compiere un bilancio storico degno di questo nome sul ruolo del Partito Comunista più grande d’Europa prescindendo dagli interroganti che lo hanno messo alla prova in un ciclo di lotta così incisivo come quello degli anni ’70 e della loro particolare incubazione?
E ancora, ci sentiamo di chiedere: perché il Partito della Rifondazione Comunista, che si proponeva di riprendere la bandiera calpestata di quel PCI e non solo, ha avuto l’auge di presenza parlamentare con la guida di Fausto Bertinotti, che dal PCI non proviene e che anche per questo ha potuto muoversi nell’arena politica con maggior scioltezza?
Al congresso del Partito della Rifondazione Comunista, che si svolse nel 1996, venne posta anche la questione dell’amnistia per gli oltre 5000 prigioniere e prigionieri politici degli anni ’70 e ’80. Una proposta che era da intendere come una triplice leva: di bilancio, di dialogo tra quell’esperienza rivoluzionaria sconfitta e le nuove componenti della sinistra anticapitalista, e di archiviazione della lunga stagione dell’emergenza, presente come ricatto concreto e simbolico sulla lotta di massa e come velo di māyā sul conflitto.
Una proposta che il gruppo storico dei brigatisti prigionieri aveva avanzato, con diverse modulazioni, nel 1998, per chiudere quella fase dopo l’incarceramento di tutti i militanti delle diverse componenti, e un bilancio storico che non si volle consegnare ai tribunali. Una parte dei brigatisti prigionieri, di cui faceva parte Prospero Gallinari, propose allora un “passaggio alla lotta politica aperta e di massa”, che avesse la lotta per l’amnistia come un grimaldello essenziale per l’incontro con le diverse anime del movimento e della sinistra anticapitalista di allora.
Si scontrarono con una chiusura totale. Ma il tema della chiusura degli spazi di agibilità politica per un’alternativa strutturale al capitalismo, che vediamo riproporsi in contesti storici diversi, ma con gli stessi meccanismi adottati dalla “controrivoluzione preventiva” (per esempio nella Colombia che ha tentato un “processo di pace”), è tema ben presente e attuale.
Ci piacerebbe, allora, che il centenario del PCI fosse un’occasione per prendere di petto questi problemi. In questa chiave e con l’intento di fornire alcuni dati storici, proponiamo quindi queste note, accompagnate dal libro Un contadino nella metropoli, di Prospero Gallinari, edito da Bompiani. Memorie da cui si evincono le radici, le influenze e le ragioni che hanno portato alla nascita delle Br, incubata dalle discussioni sulla violenza politica. Un dibattito che ha attraversato, allora, anche le componenti cattoliche messe alla prova dalla Teologia della Liberazione per come si presentava nel contesto latinoamericano. Materiali per intendere il contesto, i soggetti, i progetti di quella formidabile stagione di lotta, il cui occultamento può solo produrre ulteriori paralisi e storture.
Gallinari, contadino e operaio emiliano, classe 1951, è stato militante della FGCI e del PCI, poi militante del gruppo storico delle Brigate Rosse, morto a gennaio del 2013 quand’era ancora agli arresti domiciliari per motivi di salute. Il suo libro è uno straordinario documento storico che consente di comprendere come si sia prodotta la rottura con il PCI di allora e il dibattito sulla violenza politica alla sua sinistra.
Così Gallinari descrive la morte di Togliatti, rivissuta con gli occhi del ragazzino che era: pioniere, diffusore dell’Unità, ma non ancora maggiorenne per poter prendere la tessera del Partito. “Nell’estate del ’64, muore a Yalta Palmiro Togliatti, fondatore, insieme a Gramsci, del Partito Comunista Italiano. Per me è una figura mitica non solo in rapporto alla politica italiana, ma in quanto personaggio di statura mondiale. Segretario del Comintern, commissario politico nella guerra di Spagna: la vita dell’uomo si accompagnava alla leggenda della storia, incarnando i desideri e i sogni di un giovane aspirante comunista”.
Dovrà passare una discreta quantità di tempo prima che questo mito venga posto in discussione. I mezzi politici per capire e interpretare Salerno e la sua svolta, Prospero li acquisirà solo negli anni successivi. Attraverso gli scritti di Pietro Secchia (Botte il suo nome di battaglia) e di altri compagni in conflitto con la linea dominante del Partito, prenderà a giudicare con crescente perplessità la via italiana al socialismo. Posizioni che attecchiranno in lui, conducendolo ben presto a vivere con intensità l’avvilimento e la rabbia di una “Resistenza tradita dalle svolte togliattiane”.
Ma nel 1964 è decisamente presto per questa coscienza. Il dolore profondo che tutti i militanti comunisti vivono e trasmettono per la morte del loro segretario, attraversa anche quel giovanissimo Prospero, solo un po’ attutito dall’occasione che gli si presenta di divenire leva di Togliatti. Infatti, la Federazione Giovanile del Partito lancia immediatamente un tesseramento straordinario. Aderendo e partecipando a questa “iniziativa eccezionale”, Gallinari entra di fatto “nell’attività politica ufficiale”.
Si tratta di partecipare alle diffusioni straordinarie dell’Unità, presidiare giorno e notte la sezione per fare propaganda tra gli iscritti e la gente comune del paese, ma soprattutto per sventare possibili provocazioni fasciste. Si condivide l’impulso collettivo al lavoro e a nuove iniziative che la morte del segretario ha determinato fra i militanti. “Tutte queste attività – scrive il brigatista – riempiono il mio tempo, il mio cuore e la mia testa. Adesso sono diventato grande per davvero”.
Segue la descrizione della conseguente “epurazione” della componente secchiana che, durante i primi anni del dopoguerra, a Reggio controlla anche la Direzione del Partito, e la frustrazione dei militanti anziani, che li porta a parlare di Resistenza tradita. Tradita con l’espulsione che i partigiani avevano subìto dai posti di spicco nelle aziende e negli uffici dello Stato, riconsegnate a chi le aveva amministrate durante il fascismo e la Repubblica di Salò. Tradita nelle grandi fabbriche del Nord, difese dalla Resistenza col sangue dei suoi combattenti, e poi rimesse in mano a quegli imprenditori che, quasi sempre, come aveva fatto Valletta, avevano collaborato attivamente con il regime fino al 25 aprile del ’45. Tradita dai governi in carica che ignorano le parti autenticamente democratiche e “progressive” della Costituzione, seppure frutto di una mediazione fra le forze politiche dell’immediato dopoguerra.
Il malessere di quei compagni che parlano di Resistenza tradita – scrive Prospero – lascia la loro vita nel disagio e nell’impotenza, in attesa di tempi migliori. Per i giovani, invece, “quei tempi migliori già albeggiano. Forse non in Italia o nel piccolo recinto reggiano in cui continuiamo disciplinatamente a militare, ma senza dubbio in quel mondo delle lotte comuniste e anti-coloniali, di cui apprendiamo le novità dalle letture e dalle discussioni fatte in sezione o alla Casa del Popolo. Diviene contraddittoria e opaca la luce dell’URSS, dopo le trasformazioni causate dal XX Congresso e in seguito all’esito della crisi dei missili a Cuba. Sale l’ascendente della Cina Maoista, i cui sviluppi (condizionati come siamo dalle posizioni del Partito) cogliamo però ancora parzialmente. Sono invece il dispiegarsi del filo rosso della Rivoluzione cubana e la possente spinta anti-coloniale del Terzo Mondo, a entusiasmarci senza riserve”.
C’è lo schiaffo della Baia dei Porci, quando, nel 1961, l’esercito cubano respinge l’attacco dei mercenari anti-castristi. C’è la rivoluzione che si estende in America Latina e in Africa. Le guerre di liberazione del Congo, dell’Algeria, dell’Angola, della Guinea Bissau, producono eroi politici quali Patrice Lumumba, Agostino Neto o Amílcar Cabral. Quei giovani emiliani capiscono “che è giusto lottare e che è possibile vincere”.
Soprattutto, dal 1964 in poi, inizia a farsi strada l’interesse per quella parte del Sud-Est asiatico che porta il nome di Vietnam: “una terra in cui era già stata vinta una importante battaglia contro il colonialismo francese”. Negli anni seguenti, il conflitto per la vita e per la morte, ingaggiato dal popolo vietnamita contro “la piovra più grande dell’imperialismo”, quella nordamericana, porterà i vietnamiti a diventare “la luce di tutti i movimenti e di tutte le speranze rivoluzionarie”.
Speranze che si uniscono all’indignazione per gli assassinii di Lambrakis in Grecia e di Grimau in Spagna, entrambi del ’63 e per l’esecuzione di Malcom X ad Harlem nel febbraio del ’65, che producono mobilitazione anche a Reggio Emilia, contro il fascismo e il razzismo. Speranze alimentate dalle notizie sulle lotte in America Latina, sulle rivolte dei ghetti negli USA e sulla nascita delle Pantere Nere di Newton e Bobby Seale. Sullo sfondo, il dibattito sull’analisi della fase e sulle condizioni rivoluzionarie, motivato dallo scontro tra il partito comunista cinese e il PCI di Togliatti.
Tutto questo in un contesto italiano marcato dai pericoli di colpi di Stato che inducono molti dirigenti del Partito a dormire fuori casa, i militanti a presidiare le sedi e a passare ogni sera davanti alle caserme per controllare se le luci degli edifici sono ancora accese, poiché girano voci di manovre e di mobilitazioni speciali dell’esercito. Sono i famosi “rumori di sciabole” di cui si parlava spesso allora e che troveranno conferma nelle inchieste dell’Espresso anni dopo, quando verranno alla luce i programmi del Sifar dei De Lorenzo, dei Segni coi loro golpe bianchi o neri, tentati o recitati, o del Piano Solo.
Intanto – scrive ancora Gallinari – “le discussioni fatte in sezione, la consultazione dei documenti approvati dalla Direzione provinciale e nazionale, la lettura quotidiana dell’Unità provocano sempre più spesso dubbi circa la linea ufficiale del Partito. Si era cominciato con le divergenze sugli scontri del 1962, avvenuti a Torino in piazza Statuto, si era continuato con gli incidenti degli edili romani e con quelli dei braccianti meridionali. In ciascuna di queste occasioni, la prudenza del Partito, la sua inclinazione a condannare ‘gli estremismi’ delle lotte, sconcertano la nostra irruenza giovanile, inducendoci a critiche molto appassionate”.
Quelle discussioni, appaiono però ancora come “battibecchi interni, divergenze tattiche e non strategiche, che al massimo possono produrre dissensi e schieramenti anche un po’ folcloristici, come quello tra ingraiani e amendoliani, che, a livello nazionale, animano la vita del Partito, culminando nel congresso del ’66 a Roma”.
Ma per il giovane Gallinari, così come per molti altri ragazzi della FGCI di allora, i più forti motivi di attrito arrivano con la notizia dell’uccisione del Che Guevara in Bolivia. Prima di andare col trattore al caseificio a ritirare il siero del latte per i maiali, Prospero passa di straforo alla vicina sezione. Decide di esporre a lutto tutte le bandiere che trova, e mette canzoni di lotta e di protesta a tutto volume. Quando torna dal lavoro, si becca però la sfuriata del segretario di sezione: il ragazzo ha “sbagliato nel metodo e nel merito”, giacché “Che Guevara era un trozkista, un avventurista: tutto fuorché un comunista da commemorare ufficialmente”.
Una crepa che diventerà incolmabile con quel PCI che, mentre a parole vive sul mito delle lotte passate, “nel lavoro politico quotidiano, tende sempre più a governare la situazione locale attraverso continui compromessi”. Gallinari, invece, ha scelto “il filo conduttore di parole d’ordine come quelle del Che Guevara: costruire 10, 100, 1000 Vietnam”. Una contraddizione in termini che si evidenzia maggiormente durante le manifestazioni contro la guerra in Vietnam. Nell’autunno ’67, viene indetta la marcia della pace, organizzata in modo unitario da varie componenti della sinistra, comprese alcune nuove realtà extraparlamentari: come i primi gruppi guevaristi, Falce e Martello, i trozkisti della Quarta Internazionale e due o tre associazioni del mondo cattolico.
Per il sedicenne Gallinari, quel mese di marce, iniziative, dibattiti e assemblee, di incontri con persone diverse “costituisce un bel viaggio di formazione”. Si tratta di camminare per 30-40 km al giorno, di fare propaganda davanti alle fabbriche, di organizzare assemblee nelle scuole o nei teatri dei vari paesi toccati dalla marcia. E anche di scontrarsi con la polizia davanti all’ambasciata USA a Roma.
Ma è un’altra iniziativa, pochi mesi dopo quella marcia, nella seconda metà del ’68 a far traboccare il vaso delle differenze e delle incomprensioni all’interno della FGCI di Reggio Emilia. Si tratta di una “mobilitazione unitaria e pacifica” sulla situazione in Indocina, che si dovrà tenere a Firenze e che ha tra i promotori, oltre alla FGCI, anche i giovani dell’Azione Cattolica, delle Acli, e varie associazioni giovanili del mondo catto-democristiano.
La consegna è quella di sfilare senza bandiere e con le candeline accese. Ma come, si chiedono quei giovani, il mondo sta insorgendo e noi “veniamo spediti con i nascenti ciellini a smoccolare candeline”? Il conflitto esplode, il dissenso viene reso pubblico e la sezione viene commissariata.
Perché ci siamo soffermati a lungo su questi episodi? Perché, come spiega Gallinari, da lì inizia il percorso che porterà in breve tempo alla costituzione del gruppo detto “dell’appartamento”, e in seguito all’espulsione di molti di quei giovani militanti dal Partito. Ma prima, Prospero racconta un episodio indicativo. L’incontro, durante una scampagnata sul monte Cusca, con un “quadro intermedio del PCI di Reggio” che, fingendo di governare le pecore in una zona dove “l’erba non cresce e le pecore possono al massimo brucare qualche radice di arbusti”, custodiva le armi partigiane, “con la meticolosità di un rivoluzionario professionale”.
Nel periodo che va dalla fine del ’68 ai primi mesi del ’69, si divarica il percorso fra chi “punta sulle candeline di Firenze” e chi, anche fra larghi strati del PCI, non ne condivide la prospettiva. “Fuori l’Italia dalla Nato e fuori la Nato dall’Italia” è ancora una parola d’ordine non proscritta all’interno del PCI, come invece accadrà con le successive svolte decise da Berlinguer.
A Miramare, vicino a Rimini, dove si trovava e si trova una base Nato, ci si scontra con la polizia, ma anche con la linea dei dirigenti locali del Partito che parlano di una mobilitazione “fomentata da provocatori inseritisi subdolamente nella manifestazione”. Finché, uno dei compagni in testa al corteo decide di estrarre la tessera del Partito e di mostrarla, presto imitato da molti altri militanti, “per mettere in chiaro a quale famiglia appartengono i sobillatori”. La via italiana al socialismo – scrive Gallinari – resta l’unico punto fermo per quei preoccupati dirigenti: verso quale socialismo, però, è ben difficile comprendere”.
E il motore della storia gira veloce. Ben più veloce della complessità defatigante in cui si consuma la convivenza delle varie anime esistenti allora nel PCI. “La locomotiva della lotta di classe che sta divorando le rotaie del pianeta, e sembra aver guadagnato un potere d’impatto inarrestabile” accelera gli avvenimenti, attira l’entusiasmo di quei giovani. Un fiume di lotta che straripa da Parigi a Berlino, Roma, Torino, Milano con una radicalità a cui il PCI risponde principalmente con scomuniche e anche con manganellate.
È in quel contesto che, nei primi mesi del ’69, un gruppo di giovani militanti reggiani, di cui fa parte Prospero Gallinari, decide di affittare un appartamento a duecento metri dalla sede centrale del Partito. Un luogo di incontro e di studio sui testi di Mao, gli scritti del Che, di Frantz Fanon... per chiunque voglia cercare risposte agli eventi fuori dai recinti stabiliti fino ad allora dal Partito.
Si scoprono allora i Quaderni Rossi di Panzieri, che erano al centro del dibattito dell’estrema sinistra già da 7-8 anni, Classe Operaia di Tronti, i Quaderni Piacentini di Cherchi, Bellocchio, Bologna, le pubblicazioni delle edizioni Oriente. Altre chiavi per rileggere la storia recente dell’Italia a partire da analisi e tesi politiche prodotte dalla sinistra estrema che consentono di “illuminare il nuovo scenario in costruzione e di rappresentare l’elemento costitutivo di una nuova collocazione politica e di una nuova identità”.
Più che imparare dai testi scritti, il gruppo si propone però di andare a scuola dalle lotte, di cercare sbocchi concreti a quella che si sarebbe sempre più evidenziata come una crescente domanda di potere che saliva dai settori popolari.
È importante ricordare la composizione del gruppo dell’appartamento. Vi confluiscono buona parte dei militanti attivi della FGCI, qualche psiuppino, alcuni anarchici, alcuni compagni singoli che cercano di avvicinarsi alla politica, alcuni cattolici del gruppo One Way, movimento giovanile cattolico molto legato, negli anni Sessanta, alla realtà cattolica dell’America Latina e ai movimenti rivoluzionari del continente.
Arriva, però, l’aut-aut del PCI: chi persiste a frequentare l’appartamento, verrà espulso. Qualcuno tornerà indietro, altri continueranno quel percorso, che darà luogo al Collettivo Politico Operai e Studenti.
Ma la rottura, oltreché nell’analisi, si consuma nella lotta di classe. Emblematico il racconto sui fatti del 1° maggio del 1969 a Reggio Emilia. I dirigenti del PCI e dei sindacati vogliono una manifestazione unitaria, senza bandiere “che dividano i cittadini”. Il gruppo dell’appartamento, che sta raccogliendo la rabbia dei giovani operai provenienti dalla collina circostante e dalle zone di campagna, la pensa diversamente: vuole che, conformemente al clima di contestazione esistente nel paese, le manifestazioni “ufficiali” si connotino “come momenti di lotta e di identità, da ricondurre a un forte elemento di classe e comunista”.
E così, pur marcati a vista dal servizio d’ordine, il gruppo riesce nell’iniziativa organizzata per radicalizzare quella manifestazione. Dai portoni laterali, spuntano alcuni compagni con bracciate di bandiere rosse, che vengono distribuite nel corteo e accolte con entusiasmo, mentre dal pubblico a lato della strada parte un applauso scrosciante. Una parte delle aste delle bandiere è fatta con manici da piccone: di quella forma che, negli anni Settanta, diventerà famosa come gli stalìn.
Scrive Gallinari: “Le prime tre file di militanti che stanno in testa al nostro gruppo brandiscono le aste. Quando il cordone del servizio d’ordine crea il vuoto tra noi e il resto del corteo che entra in piazza, la nostra avanguardia punta i bastoni in avanti, e parte a passo di carica. L’avevamo visto fare nei servizi televisivi trasmessi dai telegiornali sugli scontri sostenuti dagli studenti nelle università e nelle piazze giapponesi, e ci era piaciuto. Il cordone del PCI e del sindacato si scompone in un attimo. Con la spinta della carica, il nostro pezzo di corteo entra di corsa nella piazza, sotto il palco, urlando e cantando canzoni di lotta. Quel giorno a Reggio si è rotto veramente qualcosa”.
Il livello di organizzazione deve adeguarsi alle nuove condizioni. È un dibattito che attraversa tutti i gruppi e le realtà politiche presenti nello scontro italiano, che sorgono e si scompongono alla velocità delle lotte. Vi sono moltissimi circoli intestati a padri e madri del movimento operaio, e altrettante sigle ispirate alle varie correnti del marxismo e dell’anarchismo. A Milano, c’è un forte Movimento di studenti della Statale. Presto nasceranno Lotta Continua, Avanguardia Operaia, il Manifesto.
Intanto, il gruppo dell’appartamento cerca contatti e alleanze fuori da Reggio Emilia per la costruzione di un nuovo progetto politico. Inizia il confronto con Renato Curcio e Mara Cagol, che hanno appena consumato l’esperienza dell’Università Negativa di Trento, e sono convinti – come altri militanti dell’area di Lavoro Politico – che occorra mettere al centro della ricerca e dell’intervento politico le tensioni presenti nel movimento operaio delle grandi fabbriche delle metropoli.
Poco dopo, arriva a Reggio anche Raffaello De Mori, leader del Comitato Unitario di Base (CUB) della Pirelli di Milano. I CUB si stanno formando anche alla Sit-Siemens, all’Alfa, alla Marelli, all’Ibm, mostrando la grande fabbrica milanese come il cuore dello scontro. Curcio e Cagol lasciano Trento per Milano, intensificando i loro contatti con il CUB della Pirelli.
Il gruppo dell’appartamento è confluito nel Collettivo Politico Metropolitano. Fuori dalla fabbrica, l’unità dei temi operai col sociale, produce azioni di disobbedienza e rifiuto di massa a pagare il biglietto, che pesa sul magro salario dei lavoratori che vengono da zone distanti. Lo slogan: “Il trasporto si prende, l’abbonamento non si paga”, si unisce alle parole d’ordine di chi, nelle città del Nord, grida: “Riprendiamoci la città”, e “La casa si prende, l’affitto non si paga”.
La discussione, all’interno del Cpm ma non solo, verte allora sulla necessità di costruire l’organizzazione rivoluzionaria, pensando possibile – dato il quadro internazionale e nel contesto di crisi globale del capitalismo – la possibilità di una prospettiva rivoluzionaria e comunista. A Reggio si iniziano i corsi su come costruire le molotov, già usate in diverse occasioni nelle manifestazioni, ma ancora poco conosciute. Il Cpm evolve verso la nuova formazione di Sinistra Proletaria, che darà luogo, nel 1970, all’omonima rivista, a seguito del Convegno di Chiavari, che si svolse l’anno prima.
In un opuscolo dal titolo “Lotta sociale e organizzazione nella metropoli”, si afferma, in riferimento alla strage di piazza Fontana, del 12 dicembre 1969, che la borghesia ha già scelto l’illegalità, e dunque “la lunga marcia rivoluzionaria nelle metropoli è l’unica risposta adeguata. Essa deve cominciare oggi e qui”.
Nella successiva riunione di Costaferrata – erroneamente passata alle cronache come Convegno di Pecorile – emerge un’opzione soggettivamente diversa da quella dei “gruppi”, nata dalla consapevolezza che “contro il padrone armato non si va disarmati”. Su Sinistra Proletaria si legge: “Noi oggi siamo forti, ma siamo ancora disarmati, siamo senza organizzazione rivoluzionaria. Costruire l’organizzazione capace di dirigere non la lotta rivendicativa, ma lo scontro politico con il potere dei padroni, è oggi il primo compito dell’autonomia proletaria”.
Sui tempi e i modi di costruire l’organizzazione, il gruppo dell’appartamento si spacca. Le Brigate Rosse iniziano le azioni di propaganda, spiegate dal giornale Nuova Resistenza, già nei primi mesi del ’72. Così Moretti, uno dei fondatori delle Br, spiega l’internità alle fabbriche nel libro-intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca intitolato Brigate Rosse, una storia italiana, edito da Anabasi: “Una volta, dopo il sequestro Macchiarini, un compagno cui chiesero che cosa producesse la Siemens rispose: telefoni e brigatisti, in ugual proporzione”.
Mentre nella sinistra italiana si dibatteva accanitamente sulle vie legal-parlamentari e sui metodi rivoluzionari, inclusi quelli violenti, la borghesia aveva già deciso di bloccare qualunque ipotesi di trasformazione pacifica della società, come ha evidenziato, nel corso degli anni, la scoperta dei patti segreti stipulati in sede NATO, e come avvalorato da tutto il corso successivo degli anni ’70, costellato di stragi di Stato, tutt’ora impunite. Una realtà che porta a valutare ben diversamente la strategia del compromesso storico.
Dopo la strage di Piazza Fontana, la discussione sulla rottura rivoluzionaria era nelle cose. Si discuteva sulle diverse strategie da adottare. Occorreva privilegiare la lotta di massa, oppure lo stragismo di Stato imponeva anche ai comunisti di affrontare l’uso della forza? E qualora una qualche violenza si reputasse necessaria, che forme doveva assumere nell’intreccio di lotte di massa e bisogni organizzativi proprio di quel periodo?
Domande che, come si è visto prima, infiammarono la dialettica politica dei gruppi a sinistra del PCI negli anni immediatamente successivi al ’68-69. Comune a tutte le sfumature era però l’idea che occorresse evitare ogni timore nei confronti del blocco al potere, e che il potenziale di massa e anche elettorale accumulato dall’intera sinistra nella prima metà del decennio, fosse sufficiente a imprimere una netta rottura del “continuum democristiano” affermatosi dal 1948 in avanti.
Come si sa, non era questa la posizione del PCI. Dopo il colpo di stato in Cile contro Allende dell’11 settembre ’73, il partito di Berlinguer giunse alla conclusione che nessuna alternativa di sinistra sarebbe stata praticabile, pena il far scivolare l’Italia nel caos, favorendo soluzioni autoritarie. Le istituzioni nate dalla resistenza, proprio perché sottoposte a un attacco, sia da destra sia da sinistra, andavano difese con un atteggiamento prudente e responsabile, che scongiurasse ogni possibilità di un golpe alla cilena.
D’altra parte, ogni deviazione da quella “compostezza democratica” era senz’altro funzionale a una sorta di piano globale teso a impedire l’accordo tra le “forze sane” della DC e i rappresentanti ufficiali del movimento operaio. Peccato che le forze sane del partito di maggioranza relativa, erano in realtà le stesse forze che istituivano l’organizzazione parallela Gladio preparando, per indicazione nordamericana, progetti di reazioni armate a possibili vittorie della sinistra. La difesa dello “Stato nato dalla Resistenza”, finiva così per essere la difesa delle strutture di Gladio, della P2, e di tutto quello che si muoveva all’ombra dei servizi segreti italiani e della Cia.
Il forsennato attacco all’estrema sinistra, considerata dal PCI quasi un insieme di provocatori prezzolati dal nemico, finiva per indebolire l’unico fronte capace di reagire con una certa combattività alle vere manovre reazionarie dello Stato.
A essere penalizzati furono prima di tutto i cosiddetti “gruppi” (Lotta Continua, Avanguardia Operaia, PDUP-Manifesto), che si erano assegnati la funzione di pungolare da sinistra il PCI affinché continuasse sulla strada dell’alternativa.
Poi, venne vanificata l’aspettativa di cambiamento generata fra le masse dai successi elettorali comunisti del ’75-76. Infine, si determinò una frizione crescente fra gli apparati del PCI e del sindacato e i lavoratori refrattari ad accettare l’“austerità” varata dai governi della solidarietà nazionale, e di cui PCI e strutture confederali si erano fatti garanti presso la classe operaia.
In questo quadro, da un lato la lotta armata della BR crebbe di intensità e di estensione, dall’altra prese corpo la risposta statal-poliziesca conosciuta sotto il nome di emergenza. L’emergenza, prodotto dei governi di solidarietà nazionale e della maggioranza parlamentare che li sosteneva, basandosi sulla retorica dello Stato democratico, prese di mira tutto ciò che contrastava l’alleanza DC-PCI. Le organizzazioni armate di sinistra vennero combattute con ogni mezzo: da quelli militari a quelli psicologici, da quelli politici a quelli della tortura, da quelli giuridico-penali a quelli della disinformazione. L’emergenza fu, però, fin da subito, una cultura, una ideologia, un modo stesso di intendere la nozione di conflitto, per cui le lotte sociali dovevano rientrare nel recinto stabilito dalle rappresentanze istituzionali, o essere criminalizzate senza quartiere.
Ne seppe qualcosa il movimento del ’77: una straordinaria fucina di linguaggi critici della modernità capitalista che venne combattuto dallo Stato, calunniato da PCI e infine azzerato tra repressione e montature giudiziario-poliziesche. Stessa sorte toccò all’autonomia operaia che, su esplicito suggerimento del PCI, dovette subire la cosiddetta inchiesta del 7 aprile che portò in carcere un bel numero di suoi dirigenti.
L’alleanza tra DC-PCI ha chiuso così, con un apparato repressivo di grandi proporzioni e un armamentario di simboli securitari, gli spazi di agibilità politica per un’opposizione radicale. E ha consegnato la storia di quel conflitto alla damnatio memoriae a un’emergenza infinita. Un passaggio sul terreno politico, come proposto da Gallinari e da altri compagni del gruppo storico delle BR – un passaggio, per intenderci, come quello compiuto dai Tupamaros in Uruguay – non si è dato.
La storia poteva andare diversamente dopo lunghi anni di compatibilità del PCI con la democrazia borghese? Può andare diversamente? Forse sì, se si smette di considerare l’accumulo di forza legale come un patrimonio da “spendere” solo in vista della lotta parlamentare, e non come un potenziale per preparare e dirigere nuove insorgenze sociali. Il laboratorio degli anni ’70 resta ancora, a questo riguardo, una straordinaria fucina a cui attingere.
Fonte
Iscriviti a:
Post (Atom)