Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Oliviero Diliberto. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Oliviero Diliberto. Mostra tutti i post

11/07/2021

Il “Mondo Nuovo”: la repressione nella democrazia tecno-liberista

Le immagini del video – circolato nei giorni scorsi su media, stampa, social – che ritraggono le guardie penitenziarie di Santa Maria Capua Vetere accanirsi, con sadico piacere di aguzzini, sui detenuti di quel carcere (finanche su quelli costretti in sedia a rotelle) che avevano protestato, lo scorso anno, per il logico timore che si potesse verificare una rapida diffusione del Covid – sono la rappresentazione plastica di Corpi di Polizia sempre più fuori controllo.

Sempre più pervasivi e dunque concepibili quali gangli indispensabili della governance occidentale e neoliberista che disciplina, ormai, ogni settore delle nostre esistenze.

Corpi di Polizia, dunque, sempre più dotati di potere autonomo e discrezionale, sempre più impuniti ed esenti dal rispondere a un supposto vertice politico sulla catena del comando.

E peraltro sempre pronti a coprire ogni nefandezza...

Corpi di Polizia, dunque, per molti versi assimilabili a squadroni della morte di stampo fascista.

Sono immagini, quelle viste nel carcere sammaritano, che evocano e possono benissimo sovrapporsi a quelle delle brutalità compiute dalla Dina cilena di Pinochet, dalla Tripla A durante la dittatura della Junta in Argentina, dalla Falange del Maggiore D’Aubuisson in Salvador, dai Contras in Nicaragua.

O da qualunque altro corpo speciale creato, a fini repressivi, da uno Stato che rilasci un assegno in bianco alle forze dell’ordine e su cui la cifra e l’intensità delle violenze e delle torture venga costantemente aggiornata al rialzo.

Sono immagini che ricordano, alla vigilia del ventennale del G8 di Genova, la macelleria messicana della Diaz o il massacro dei diritti e dei corpi dei compagni nella caserma Bolzaneto.

Non a caso presidiata proprio dalla Polizia Penitenziaria, medici compresi...

Immagini che confermano, insomma, la natura perversa, violenta e vendicativa dell’ideologia punitiva e del controllo capillare, legata alle logiche disciplinatrici del Capitale.

La stessa natura di quelle strutture carcerarie che, con il reinserimento e la rieducazione a fini sociali, nulla più hanno a che vedere; ma molto hanno, invece, a che fare con l’annientamento della persona umana e con le più feroci forme di vessazione dell’individuo.

La stessa natura, infine, di una classe dominante, liberal-borghese e perbenista che, nell’autodifesa del proprio privilegio ritiene esserci una parte della società che difetti di qualità propriamente umane.

Ovviamente, quella costituita dalle classi subalterne, dai ceti popolari, ancor peggio se immigrati, e da coloro che non si uniformano al dettato politico-economico imposto dalle élite.

Quella che sopravvive o si pone volontariamente ai margini del consesso civile, “aggiustandosi” ai margini della sfera produttiva e della sua conseguente “legalità”.

Malthusiane tipologie di minus habens che, nell’ottica dei ceti dominanti, vanno rinchiuse in carceri, manicomi o in altri perimetri “rieducativi”. Nei quali comprimere sempre più gli spazi, a maggior ragione quelli mentali.

Luoghi dove poter “raddrizzare“ questi ampi settori sociali con isolamenti, manganelli, botte, torture, elettrodi e waterboarding. O, se donne, casomai, con qualche stupro.

Luoghi, insomma, dove poter editare in forma “tecno” la versione liberista del bastone e della carota di mussoliniana memoria.

E nulla conta, sul piano almeno della coerenza, se la stessa società liberal-borghese insorge poi indignata, gridando alla violazione dei diritti umani, quando un mafioso di Miami o un nazista ucraino vengono arrestati a Cuba o in Bielorussia.

È lo stesso establishment che definisce “antidemocratica e violenta” la polizia venezuelana, costretta a fronteggiare squadre di killer sovvenzionate dagli Usa, per seminare il panico nelle strade di Caracas e fomentare un golpe contro il governo bolivariano di Maduro.

Insomma, il più classico esempio dell’ipocrisia democraticista a geometria variabile.

Purtroppo, da quelle logiche punitive, securitarie, repressive e violente non sono stati e non sono esenti molti “sinceri comunisti”.

L’ideologia del carcere, della caserma a cielo aperto e della rieducazione col manganello appartiene, di fatto – ci piaccia o no – anche a molte esperienze ascrivibili al socialismo reale.

Ed è stata tenacemente propugnata, soprattutto in Italia, da molti cosiddetti compagni.

Il Pci ne ha costituito il campione più fulgido.

Con Togliatti che, dopo la guerra, faceva arrestare quei partigiani che non volevano posare le armi e il cui obiettivo era combattere contro la restaurazione della democrazia borghese, fino alla creazione di una Repubblica Italiana dei Soviet.

O con l’ineffabile Berlinguer, che ha sostenuto lager come l’Asinara, la deriva securitaria delle carceri speciali, la torsione incostituzionale della legislazione emergenziale – con l’istituzione dapprima dell’articolo 90, successivamente sostituito da quel 41bis contro cui si sono più volte sollevate eccezioni di incostituzionalità – e addirittura la tortura sui prigionieri politici delle Brigate Rosse e di altre formazioni combattenti per il comunismo, negli anni ’70/’80.

Sussunti nel dogma della statolatria e avviluppati nelle spire del modello produttivo mercantile da difendere ad ogni costo; sedotti dal potere personale; o anche pervicacemente legati ad una rigorosa applicazione di principi dottrinari, molti, troppi autoproclamatisi comunisti hanno assunto il punto di vista della giustizia borghese in materia di diritto e di legalità.

Finendo spesso con lo sposare la diarchia della Legge e dell’Ordine.

D’altra parte, fu proprio uno di costoro, il “compagno” Oliviero Diliberto, che – in qualità di Ministro di Grazia e Giustizia durante il Governo di centrosinistra presieduto da Massimo D’Alema – istituì, nel 1999, il corpo speciale dei Gom (Gruppo Operativo Mobile) che risponde direttamente al Capo del Dipartimento della Polizia Penitenziaria.

Confermando la vocazione securitaria e repressiva di una non irrilevante schiera di cosiddetti comunisti democratici. Quantomeno qui in Italia.

Proprio quei Gom, guarda caso, che si sono resi protagonisti della mattanza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere.

Del resto, il controllo sociale, la repressione di qualunque forma di conflitto e la censura imposta a qualsivoglia voce dissonante col pensiero unico dominante o a qualsiasi vagito di cultura antagonista – fattori che hanno attraversato, come una costante, questi ultimi quarant’anni, subendo poi un’accelerazione negli ultimi venti, dalle Torri Gemelle in poi – hanno visto in prima linea ampi strati della indecorosa “sinistra” italiana.

Che ha finito col rincorrere – soprattutto attraverso il suo legame con uomini e pezzi fondamentali della Magistratura, spesso addirittura candidati alle elezioni – la destra più reazionaria, giustizialista ed estrema sui temi della “legalità”.

Riuscendo, ed è storia presente, persino ad anticiparne le pulsioni forcaiole, con il famigerato Decreto Minniti in materia di sicurezza. Come se una normativa parafascista, fatta da un “partito di sinistra”, fosse in qualche misura meno infame e grave.

Una deriva coercitiva, censoria e normalizzatrice, sul piano sociale e culturale, che non solo non sembra trovare fine, ma che si perfeziona e inasprisce giorno dopo giorno.

Quanto successo, ad esempio, circa un mese fa, al compagno e amico Paolo Persichetti è qualcosa che va ben oltre il perimetro concettuale della semplice repressione.

La perquisizione della sua abitazione, il conseguente sequestro di tutto il materiale archivistico-documentale, dei libri, del corpus di carte necessario per la sua ricerca storica, in uno con la confisca di ogni dispositivo – Pc, smartphone, tablet – in cui sono contenute non solo le tracce del suo lavoro di storico e ricercatore, ma persino i frammenti intimi della sua vita, personale e familiare (non dimentichiamo che Paolo ha un figlio tetraplegico, e anche tutta la documentazione afferente alla malattia del bambino è finita sotto sequestro) nonché le susseguenti accuse di favoreggiamento e addirittura di associazione sovversiva a fini di terrorismo, confermate – ed è l’aspetto più grave – dal Tribunale del Riesame, spalancano scenari terrificanti, e disegnano nuovi e ben più asfissianti confini per quelle che, oramai sempre più solo teoricamente, si possono definire “libertà democratiche”.

Come se la ricerca storiografica e l’accertamento della verità possano rappresentare un pericolo per la collettività e per lo Stato.

Una simile assurdità la può concepire, diciamolo chiaramente, solo un governo autoritario.

E quest’Italia, quest’Europa e questo Occidente, a trazione neoliberista, somigliano sempre più ad un regime, nel quale il principio di legalità assoluto è divenuto un Moloch cui informare non solo la norma “socialmente accettabile”; ma addirittura il paradigma su cui declinare un’etica di ispirazione metafisico-statuale, da cui espungere qualunque ratio democratica di giustizia, conformata sui canoni del tanto decantato diritto liberale.

Per tacere di auspicabili e non più rintracciabili barlumi di sentimento umano e collettivo.

Ricordo, d’altronde, che il mio professore di Filosofia del diritto, spiegandoci la differenza tra Stato di legalità e Stato di diritto, portava ad autorevole esempio del primo lo Stato Nazionalsocialista!

Potremmo dunque definire il principio di legalità assoluto, un cancro in proliferante metastasi nel corpo della democrazia occidentale.

Basti pensare, d’altro canto, all’irrazionale torsione compiuta, sul piano del linguaggio, dalla comunicazione social.

Piazza virtuale dove impera la logica binaria e il giudizio assoluto e assiomatico, ostile al reale e alla sua complessità problematica, plasmato proprio sulle più diverse esegesi del principio di legalità, nell’affrontare temi di carattere politico-sociale.

Esegesi, evidentemente, rispondenti sempre ad individuali visceralità e a sovradeterminate pulsioni, mescolate a guazzabugli ideologici che poco o nulla attengono a reali culture politiche, e con cui alimentare derive sempre più destrorse.

Una sete di manette, forca e sangue che tracima da ogni bacheca.

Fomentata, vieppiù, proprio dall’algoritmo di Facebook, che addirittura invita gli utenti a denunciare chiunque sia in odore di... estremismo. Come se fosse un’ideologia “in sé”, anziché un’assolutizzazione di una qualunque visione del mondo o addirittura passione (certi tifosi di calcio, diciamocelo, non vi sembrano proprio degli invasati estremisti? Si scherza, certo, ma di passo in passo ci si può arrivare...)

Ciò che però rende il tutto grottesco o, peggio, terrorizzante, è la motivazione sentimentale che sottende questo nuovo dispositivo.

In pratica, l’algoritmo agirebbe a fin di bene, consentendo, a chi sia preoccupato per la sbandata estremista presa da un amico o un familiare, di riportarlo sulla retta via. Denunciandolo!

L’infamità della delazione dai contorni amorevoli. Lo spionaggio elevato a sistema relazionale “positivo”...

Ma Facebook va addirittura oltre, mettendo a disposizione contatti con eventuali comunità di recupero. Per intossicati dall’”estremismo”.

In poche parole, una specie di San Patrignano per il reindirizzo ideologico. Ma di quali ideologie parliamo?

Bisogna riconoscere che la cosa, al di là dei suoi aspetti allarmanti, o ridicoli, ha un che di geniale. Sebbene non molto originale.

Chiusi, infatti, in un Panopticon virtuale dove tutti spiano tutti, viviamo ormai una realtà concentrazionaria coartiva e angosciosa che va ben oltre l’analisi foucaultiana sulla microfisica del potere.

Trovano concretezza le più attuali analisi, elaborate dal filosofo sud coreano Byung-chul Han, sulla psicopolitica e le nuove tecniche del potere neoliberista.

La distopia, in definitiva, è diventata la nostra attualità. Il nostro presente supera di una spanna la romanzesca narrazione orwelliana.

Siamo all’alba di quel Mondo Nuovo, mirabilmente descritto da Aldous Huxley, il cui motto era “Comunità, Identità, Stabilità”.

E nel quale la produzione in serie – intesa non solo come organizzazione del lavoro in fabbrica ma anche come possibilità di selezione e ottimizzazione umana – il controllo mentale, l’eugenetica, le tecnologie riproduttive, erano dispositivi usati per forgiare un nuovo modello di società.

Huxley faceva riferimento a quella società fordista che, negli anni di uscita del libro, stava mutando significativamente non solo i parametri del Modo di Produzione Capitalistico, ma persino il profilo socio-culturale del ‘900.

Ebbene, noi possiamo dire di trovarci in una società postfordista in cui tutto, finanche il singolo individuo, è ridotto a merce.

Mentre la nuova frontiera del controllo psicopolitico non si impone con divieti e non ci obbliga al silenzio. Anzi.

Essa ci invita di continuo a comunicare, a condividere, a esprimere opinioni e desideri, a raccontare la nostra vita.

Ci seduce con un volto amichevole. Mappa la nostra psiche e la quantifica attraverso i big data. Ci stimola all’uso di dispositivi di automonitoraggio. Ci costruisce un profilo stabile, e lo vende a molti offerenti...

Nel panottico digitale del nuovo millennio – con internet e gli smartphone – non si viene torturati, ma twittati o postati.

Il soggetto e la sua psiche diventano produttori di masse di dati personali costantemente monetizzati e commercializzati.

Siamo, insomma, immersi nell’epoca di un’aporia ontologica.

Dove alla più totale pornografia culturale fa da contraltare una violenta autocensura del pensiero critico. Un paradosso perfetto!

Usando un’immagine allegorica, potremmo dire che siamo nudi robot erotomani che galleggiano tra gli scarti della Storia e dell’Umanità.

Macchine controllate da algoritmi.

E in questo mondo nuovo, dominato dal turbocapitalismo schizofrenico e paranoide, vittimista e guerrafondaio, avido e famelico di corpi e di menti da ingurgitare, la cessione della propria libertà, della propria indipendenza, della propria soggettività alle necessità della governance tecnocratica, è divenuta un obbligo.

Le libertà democratiche e costituzionali, nate con l’Illuminismo e il diritto borghese – che pure come comunisti intendiamo superare, in quanto presupposti giuridico-filosofici di forme di governo liberali, piegate alle esigenze di mercato, proprietà privata e individualismo – rappresentano ormai solo un simulacro. Cui non si inchinano più neanche i fedeli dichiarati.

Un alibi per i detentori del Potere che ne evocano la copertura, un giorno sì e l’altro pure, ad esclusiva tutela dei propri interessi economici, politici e intellettuali.

Ma di cui si può evidentemente fare a meno quando a reclamarne la validità e la vigenza sono i ceti subalterni. O quegli intellettuali liberi che non praticano l’ossequio all’omologazione nella circolazione delle idee.

Ceti sociali e intellettuali, più o meno organici a quella classe, cui non è concesso contestare misure politiche o dispositivi di controllo che mettano a rischio la sopravvivenza materiale delle persone, ne violino sistematicamente i diritti o ne impediscano la piena libertà di espressione.

È così che il pregevole lavoro di decostruzione e ricostruzione storica, rigoroso e puntiglioso, portato avanti da Paolo Persichetti sugli anni ’70, la lotta armata e soprattutto sulle Brigate Rosse, con la pubblicazione di articoli e libri, diventa un lavoro che, palesemente, costituisce un “pericolo” per chi detiene qualche piccola leva del potere.

Per chi, cioè, ha tutto l’interesse che quella Storia rimanga sepolta sotto un cumulo di menzogne.

Ci riferiamo, ovviamente, innanzitutto agli eredi di quella Dc e di quel Pci che, già all’indomani del rapimento di Aldo Moro, si misero all’opera per la creazione di un’architettura narrativa che controvertisse la veridicità materiale degli eventi e della Storia.

Quarant’anni durante i quali, prima il Pci e la Dc, e successivamente i loro eredi, hanno inquinato fatti, alterato testimonianze, mistificato eventi, prodotto teoremi e narrazioni surreali sul conflitto sociale che ebbe luogo in Italia negli anni ’70.

Quarant’anni durante i quali – contemporaneamente – lo Stato ha assolto sé stesso per le stragi compiute con l’ausilio di manovalanza mafiosa e fascista.

Quarant’anni durante i quali si è preteso di occultare il fatto che in Italia ci fu una guerra civile a bassa intensità.

Una guerra civile dichiarata innanzitutto dalla concentrazione di potere allora esistente contro il movimento operaio, contro i ceti subalterni, contro le organizzazioni comuniste extraparlamentari e antagoniste (che peraltro, nel 1969, ancora non avevano prodotto particolari forme organizzative considerabili “pericolose”).

Quarant’anni durante i quali si è costruita una narrazione tossica e di comodo su quel contesto e quegli eventi, raggirando i cittadini.

Sono quarant’anni che, soprattutto ex esponenti del Pci e qualche mestatore attirato dal guadagno, rimestano in un torbido che è solo la proiezione della loro cattiva coscienza.

Un filone complottista sbugiardato da una storiografia seria e puntuale, prodotta da storici di vaglia che sembrano a volte i veri bersagli dell’”avvertimento” sperimentato su Persichetti.

Questo Mondo Nuovo non ci piace. E noi siamo qui per lottare e sovvertirlo!

Fonte

30/06/2021

La “normalità” della mattanza in carcere



Nel guardare il video dei pestaggi nel carcere di Santa Maria Capua Vetere le sensazioni – in un essere umano “normale”, ossia ancora capace di distinguere e capire – sono di autentico orrore.

Non c’è infatti possibile giustificazione per tutta quella violenza arbitraria praticata da una torma di “agenti in divisa”, armati di manganelli, caschi, scudi, e singoli detenuti privi di alcuna difesa.

Non si può neanche invocare il “pericolo” – come usano fare le polizie nei propri rapporti su eventi che accadono “fuori”, nelle strade. Pensate ad Aldrovandi, Magherini, ecc., o anche agli innumerevoli omicidi di polizia negli Usa. Una singola persona, per quanto violenti possano essere stati i reati commessi in precedenza, nulla può contro dieci, venti, trenta uomini addestrati e armati.

Di sicuro non può essere invocato il “pericolo” nel caso dell’anziano in carrozzella, bastonato ripetutamente anche lui, forse con un po’ meno violenza, perché anche nel più infame balugina un attimo di incertezza sul che fare, quando – nella serialità del pestaggio di un detenuto alla volta – scopre di star “uccidendo un uomo morto”.

Nelle cronache, i giorni precedenti al pestaggio di massa, parecchie carceri erano state teatro di rivolte in seguito alla scoperta di focolai di Covid-19. Nessun agente era stato fatto prigioniero dai reclusi, nessuno era stato ferito.

Solo dopo i pestaggi, come usano fare tutte le forze di “polizia”, un po’ di agenti si erano fatti refertare – da medici della stessa amministrazione penitenziaria, inevitabilmente “compiacenti” – qualche giorno di prognosi per “contusioni”, “stress” e malori vari. Qualche giorno di ferie, in fondo, non fa mai male. È quasi un premio concesso dopo “l’eroica operazione”.

Insomma, ad una persona “normale” può sembrare assolutamente inspiegabile quella mattanza indiscriminata.

Chi nella sua vita è passato, qualche volta, tra due ali di picchiatori liberi di sfogarsi sul suo corpo, sa invece che quella è “la normalità” del carcere in Italia. Anche se, ovviamente, non solo in Italia.

Scrivo “la normalità” senza alcuna intenzione di “minimizzare”. Anzi, per il motivo esattamente opposto. Quello è il carcere di tutti i giorni, quando i detenuti provano ad alzare la testa. Come dicono i “rappresentanti sindacali” degli agenti: “abbiamo ripristinato la legalità“. Questo orrore, intendono per “legalità”.

La differenza col passato sta nei video. Ora tutti possono vedere quel che accade e giudicare, soprattutto nelle strade e solo raramente in carcere.

In tutti gli altri casi – per esempio a Modena, in quegli stessi giorni – è molto più facile per un magistrato frettoloso “prendere per buone” le relazioni degli agenti e dell’amministrazione. E quindi derubricare nove omicidi – nove, quasi una strage, anche se a termini di codice penale è un “omicidio plurimo” – a “suicidi involontari”.

Due parole sulla storia di questa “normalità” sono dunque necessarie. Quello che tutti potete vedere è quel che accade da sempre dopo una protesta, una rivolta (tecnicamente: detenuti che non tornano nelle celle, ma occupano i corridoi o i cortili, salgono sui tetti, ecc., a seconda della possibilità di farlo).

È quello che accadeva nei racconti anche di 60 anni fa, poi fatti diventare letteratura a disposizione di tutti dal lavoro di Sante Notarnicola.

È quello che è avvenuto nella caserma di Bolzaneto (non a caso “gestita” dalla polizia penitenziaria) o alla scuola Diaz, a Genova 2001. E non riguardava “detenuti pericolosi”, ma normali manifestanti, persino dell’organizzazione cattolica Mani Tese (nel senso di “dare aiuto”).

È quello che è accaduto a Trani, nel 1980, dopo la rivolta per ottenere la chiusura dell’Asinara – in combinazione con il sequestro del giudice D’Urso.

Anche lì, dopo l’intervento delle “teste di cuoio”, i carabinieri del GIS, i prigionieri furono portati sul tetto, costretti a sdraiarsi sotto la minaccia dei mitra, con le mani sul bordo mentre venivano scalciati da dietro, verso il vuoto.

Anche lì il lungo percorso – dal tetto, “terzo piano”, fino ai cortili – tra due ali di “agenti della polizia penitenziaria” che manganellavano come ossessi.

Quel che c’è di differente, rispetto ad allora, sono i rapporti di forza, politici e sociali, certo, ma anche militari. Le mattanze nelle carceri provocavano vasta indignazione sociale, e non solo nei settori “di movimento” più sensibili al tema.

Esistevano ancora gli “ambienti democratici” (al contrario di oggi), vasti aggregati di opinione pubblica che pretendevano dallo Stato un comportamento corrispondete al dettato costituzionale. Si potevano contare decine di parlamentari pronti a fare interrogazioni, chiedere dimissioni, ottenere interviste. Decine di cantanti, intellettuali, persino qualche giornalista, che prendevano parola e alzavano la voce. De Andrè, ma non solo lui... (inutile ricordarlo a Fabio Fazio, lo censurerebbe...)

Ed anche sul piano militare, le cose stavano in modo tale che anche i più fanatici tra gli addetti alla repressione preferivano centellinare quelle esibizioni di violenza cieca. La morte del generale Galvaligi, per esempio, a 48 ore dalla violenta repressione della rivolta di Trani, di cui era stato guida operativa, era un episodio dentro una dinamica di scontro effettivo, se non proprio di guerra.

La “normalità” di quelle mattanze tornò più tardi, dopo la fine della lotta armata comunista. A rapporti di forza ristabiliti, ovviamente a favore del potere, non ci furono più limiti.

Fu istituito il GOM (Gruppo operativo mobile), composto di agenti specializzati nei pestaggi (non tutti sono disponibili, bisogna ricordare), selezionati in vari carceri e pronti all’uso là dove serve.

Una “pensata” del generale Ragosa – il primo ufficiale delle guardie penitenziarie ad ottenere quel grado – approvata e fatta sua da Oliverio Diliberto, forse l’espressione peggiore dei presunti “comunisti” che si erano “fatti Stato”.

Quel gruppo inaugurava – per così dire – ogni nuovo carcere, speciale e non, dopo la costruzione o una ristrutturazione. E stabiliva l’imprinting nel rapporto tra guardi e detenuti. Pestaggi sistematici, perquisizioni continue, telecamere nelle celle, arbitrio totale e copertura integrale da parte del governo.

E dunque anche dei media.

Quella “normalità”, per essere capita, va confrontata con la “banalità del male”. Con quel percorso di disumanizzazione che va oltre il rapporto di guerra – tra combattenti ci si ferisce uccide, ovviamente – e diventa “atteggiamento impiegatizio”. Come nei lager, gli aguzzini si sentono pienamente nel giusto, legittimati dall’”ordine superiore”, moralmente deresponsabilizzati dall’”obbedire”.

Con in più – nel caso delle carceri italiane – quel tanto di “privatizzazione del comportamento repressivo” che si alimenta di spirito corporativo, lamentazioni da “usciere ministeriale”, vittimismo paraculo, fancazzismo prepotente.

La normalità dell’orrore quotidiano dice su questo paese più di quel che si può descrivere nel più perfetto dei saggi. Guardate e almeno immaginate l’audio. Capirete meglio.

Fonte

23/06/2021

Cina - Il codice civile e Diliberto

 

La Cina è vicina per Oliviero Diliberto, che da qualche anno oltre a insegnare Diritto Romano alla Sapienza ha anche una cattedra all’Università Zhongnan of Economics and Law di Wuhan. Proprio lì: “Sarei dovuto partire proprio a febbraio del 2020, ma c’era il Capodanno cinese, altrimenti sarei rimasto lì. Ma ho fatto lezioni a distanza”. Entri nella sua casa-studio nel quartiere Prati e hai la sensazione di un salto nel tempo e nel mondo. Libri ovunque, classificati con cura, nemmeno uno poggiato lì per caso, sul tavolino o su un bracciolo della poltrona. Solo una parete libera dedicata alla foto con Sergio Mattarella e a quella con Xi Jinping, i due “presidenti”.

Ecco, la Cina. Esercita sempre un certo fascino sui comunisti (e per fortuna se ne trovano ancora in giro di non pentiti): “Il Covid lo hanno sconfitto con la disciplina orientale. Li avresti dovuti vedere migliaia di studenti, chiuse nelle stanzette senza mai uscire, con l’organizzazione che portava loro da mangiare tre volte al giorno”. L’immancabile toscano acceso, vecchio vezzo e vecchio vizio, l’occasione della chiacchierata è un “cambiamento epocale”. E cioè l’entrata in vigore del primo codice civile in Cina, impresa, di cui l’ex segretario dei Comunisti italiani, ex guardasigilli del ministro D’Alema, è stato protagonista: sette libri, oltre 1200 articoli, per normare una materia vasta, successioni, contratti, diritti individuali, privacy. E ora è appena stata pubblicata la traduzione (Edizioni Pacini Giuridica, di Pisa, 24 euro), curata da una sua allieva cinese, la professoressa Huang Meiling: “In realtà – dice – il codice se lo sono scritto da soli, noi abbiamo contribuito a formare una classe di giuristi per redigere questo lavoro, e io sono orgoglioso di aver contribuito a formare giuristi che oggi sono tra i migliori in Cina”.

Come è iniziato questo lavoro?

È iniziato nel 1988, per una serie di casualità. Il decano dei giuristi cinesi Jiang Ping, preside della facoltà giuridica di Pechino, viene a Roma per un convegno invitato un collega, adesso in pensione, che insegnava diritto romano, Sandro Schipani. Jiang ha studiato in Russia, quindi ha studiato il diritto romano. E i due hanno l’intuizione geniale. Siamo nell’88: il muro di Berlino non era ancora caduto ed è prima di Tienanmen. L’idea è: poiché la Cina è avviata sulla via delle riforme economiche, serve un codice civile. E si mettono d’accordo per tradurre in cinese i testi del diritto romano e in particolare il Corpus Iuris di Giustiniano, la fonte di tutto. Per tutti gli anni Novanta vengono tradotte le fonti giuridiche romane. Per cui alla fine degli anni Novanta, quando il gruppo dirigente cinese decide quale modello giuridico adottare, se Common Law o Civil Law, ha la possibilità di accedere linguisticamente al diritto romano, perché è in cinese. 

E sceglie il diritto romano.   

Sì ma la discussione su quale modello è aspra. Hanno discusso a lungo. E alla fine scelgono di adottare il diritto romano. E qui c’è la seconda casualità. Chi è il ministro della Giustizia in Italia in quel momento (1998)? Dicono: è pure docente di diritto romano e comunista! Perfetto. E inizia lì un percorso. Sono venuti a studiare in Sapienza decine di giovani studiosi cinesi. In tre anni di dottorato, imparano l’italiano, il latino e il diritto romano.

Una marcia in più, dice lei.

Oggettivamente. E quando tornano sono quella che si chiama una “classe dirigente”. 

Torniamo a come matura la svolta: Xi Jinping ha molto insistito sul tema della certezza del diritto. È un modo anche per garantire i cittadini dagli abusi?

Dopo la seconda guerra mondiale, chi voleva studiare diritto veniva spedito a Mosca, poi la Cina rompe con l’Urss e inizia la rivoluzione culturale nella quale il diritto viene considerato una sovrastruttura borghese e il cosiddetto periodo del nichilismo giuridico. Dopo che Deng lancia le quattro modernizzazioni, in sostanza l’apertura al mercato, il problema del diritto privato si pone.

Cioè: quando un paese, anche comunista, si apre al mercato e anche alla sfida della globalizzazione, il tema diventa ineludibile. 

Sì, anche se non è automatico. Ci sono paesi di economia di mercato dove la legge non esiste. C’è l’emiro, ad esempio. La Cina ha una cultura millenaria più antica di quella occidentale fondata sul confucianesimo che è una cultura di regole morali. Il primato della morale sulla politica è il contrario di Machiavelli, per intenderci. Nasce da lì l’esigenza di una legge certa e giusta. E, a mio giudizio, Xi è il più importante leader cinese per quel che riguarda l’equilibrio interno della nazione. Mao è il grande rivoluzionario, Deng ha creato le grandi riforme, ma secondo me Xi è il più lungimirante in una fase difficilissima del mondo. 

Percepisco che lei considera il lavoro fatto come imponente. Chiedo al giurista, quali sono le peculiarità, perché la colpisce molto. 

È enorme la sistematizzazione delle norme e l’introduzione, in un Paese che non ce l’aveva, di regole su successione, proprietà, compravendita, eccetera come in tutti i Paesi del mondo. Con due particolarità intellettualmente affascinanti. La prima: tutti i codici del mondo hanno preso il diritto romano, passando attraverso la mediazione del Codice napoleonico. Quindi c’è: diritto romano, mediazione napoleonica e codice moderno. I cinesi hanno saltato la mediazione napoleonica. Quindi paradossalmente il codice cinese è più simile al diritto romano del nostro.

La seconda?

È che in tutto il mondo prima nascono i codici, poi arrivano le Costituzioni, che sono un fenomeno novecentesco, anche in Italia. In Cina accade il contrario. Questo significa che mentre da noi il codice civile italiano non risente dei diritti costituzionali, in Cina è il contrario, nasce dai principi costituzionali.

I cinesi dicono: noi ammettiamo la proprietà privata, ma è la politica che dirige l’economia e lo Stato. È sempre lo Stato che guida l’economia. Questo piace a voi comunisti italiani?

Anche nella nostra Costituzione ci sarebbe un primato dell’economia statale su quella privata. Tutti l’hanno dimenticato, ma nella nostra Carta la proprietà privata ha funzioni sociali. Ma non voglio avventurarmi nella politica di oggi, altrimenti dovrei avvalermi della facoltà di non rispondere. Dico solo che quella convinzione matura negli ambienti cattolici, da Dossetti a Fanfani, non in quelli marxisti.  

Quale è il grande insegnamento di questa storia?

Il grande insegnamento di questa vicenda è che se entri in un’economia avanzata hai bisogno di regole, e quindi garanzie. Se uno non le rispetta, vai al tribunale. 

Avanzata intende di “mercato”?

Da noi si vedono le cose più appariscenti. Il 70 per cento dell’economia cinese è ancora dello Stato e il sistema economico è pianificato, con piani quinquennali. 

I diritti arriveranno come i codici?

I diritti sono già previsti nella Costituzione, basta leggerla, compresi i diritti individuali, sono processi che maturano in modo diverso a seconda delle latitudini. Non lo so che cosa arriverà, ma certamente lo sviluppo della Cina degli ultimi trent’anni e i profondi cambiamenti sono tali che non hanno pari in nessuna parte del mondo. Saranno loro a decidere, certamente non sarà l’Occidente a decidere per la Cina.

Va bene, non si può definire una dittatura, come la Corea. Ma è un sistema autoritario, “autocratico” direbbe Draghi, in relazione alla questione dei diritti. 

È molto facile attribuire etichette, normalmente dicono che è una dittatura anche Putin, regolarmente eletto, io suggerisco di leggere il libro di tal Bell, uno studioso americano, pubblicato in Italia dalla Luiss, cioè da Confindustria, intitolato “Il modello cinese” per comprendere le regole di funzionamento del sistema che sono il contrario della dittatura. In Cina non c’è la democrazia occidentale, c’è un’altra forma di democrazia che è il potere del popolo.

Come giudica l’esito del G7?

Rientra nella normale guerra dell’egemonia. È singolare che il G7 parli dei diritti umani solo per la Cina e per esempio non si ponga il problema dell’Arabia Saudita. Il tema dei diritti umani viene agitato a seconda delle convenienze. Vede, la nostra idea occidentale di democrazia nasce nell’Atene di Pericle, si sviluppa attraverso la Magna Carta in Inghilterra e arriva alla dichiarazione dei diritti dell’uomo della rivoluzione francese e americana. Sono 2800 anni di storia. L’idea che una cultura più antica della nostra debba adattare il nostro modello è una sciocchezza, oltre che segno di una qualche prepotenza intellettuale occidentale. L’idea di una nuova Guerra Fredda sarebbe catastrofica per il mondo, oltre che autolesionistica per l’Europa dal punto di vista commerciale.

Come la mettiamo sul discorso della trasparenza in relazione alla pandemia? Non sappiamo nulla né di come è nata né di come è stata combattuta.

La mettiamo che, semplicemente, nessuno inizialmente sapeva cosa fosse quella malattia. Quando c’è stata la aviaria quindici anni fa, nessuno si pose il problema perché semplicemente la gente si muoveva di meno. E rimase lì. Anzi secondo me i cinesi si sono comportanti benissimo. Sono accuse strumentali.

Diliberto, le manca la politica?

No, per niente. Neanche un po’.

Fonte

28/02/2013

Rivoluzione Civile: un suicidio in 8 mosse

Rivoluzione Civile ha fatto flop, in maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in 8 punti principali. Vediamoli.

1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni (visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.

2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare, anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol strategico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.

3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile è il movimento che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale. Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.

4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della legislatura. Invece nulla, tabula rasa.

5 - Nome debole
Rivoluzione Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.

6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto è quello della scissione cossuttiana voluta perché i "comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso (incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.

7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza? Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece no, candidano l'addormentato.

8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale, organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo, altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti), contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?

redazione

26 febbraio 2013

09/11/2012

Sinistra: la “dannazione” delle alleanze

L'implosione della Federazione della Sinistra è avvenuta esattamente lì dove era attesa: le alleanze per le prossime elezioni. E' una dannazione non risolta che ha condannato la sinistra ex parlamentare “all'entropia”. Senza una rottura culturale e politica con l'elettoralismo fine a se stesso, non si andrà da nessuna parte.


Sabato scorso i due principali partiti della Federazione della Sinistra – Prc e PdCI – hanno separato i loro destini e compromesso l'esperimento unitario messo in piedi nel 2009. Il motivo? Le alleanze elettorali. Diliberto, Salvi e Patta hanno esplicitato da tempo il loro obiettivo di un accordo con il Pd (riscoperto come socialdemocratico!?) che consenta il ritorno in parlamento di due/tre esponenti della sinistra. Ferrero da tempo evoca invece una lista di sinistra, alternativa al Pd, con un più marcato programma anti-Troika ma alleata a qualcun altro (dall'IdV ad Alba), perché consapevole che sia con la vecchia che con la nuova legge elettorale, la sinistra alternativa non supererebbe lo sbarramento. Con posizioni differenziate all'interno degli stessi due partiti, sono due modi diversi di intendere e di darsi il medesimo obiettivo: rientrare in Parlamento.

Sta in questo la “dannazione” dei residui della sinistra ex parlamentare nel nostro paese, una dannazione che si trascina dal 2008, quando l'ultima innovazione bertinottiana – L'Arcobaleno – si trasformò nel canto del cigno. Veniva così disperso il tesoretto accumulato dal Prc dopo lo scioglimento del Pci, triturato dall'ultimo atto della partecipazione al governo Prodi (caduto sulla moglie di Mastella ma non sulle pensioni, il lavoro o le missioni militari nonostante quasi 70 parlamentari della sinistra). Per la prima volta dal dopoguerra, la sinistra era fuori dal parlamento ed era diventata – suo malgrado – tutta extraparlamentare.

Ma questa non è stata l'unica novità. Infatti mentre la caduta del governo Prodi riportava in sella Berlusconi, in Italia e in Europa si palesava la crisi economica latente dagli anni '70. Dunque mentre la crisi cominciava a mordere i settori proletari ma anche a proletarizzare via via le classi medie, la sinistra era fuori dal Parlamento e la preoccupazione di come rientrarci si è rivelata sistematicamente superiore a qualsiasi ragionamento sulla funzione antagonista di una sinistra di classe dentro la crisi del capitalismo.

Non è scritto da nessuna parte, infatti, che un'ipotesi di classe e alternativa possa esistere solo se è rappresentata in Parlamento. La presenza istituzionale può aiutare e affiancare, ma non può determinare il conflitto politico e sociale. Soprattutto quando la riorganizzazione capitalistica punta a imporre il dominio totale del capitale sul lavoro, anche sgretolando tutti i corpi intermedi che nei decenni trascorsi avevano assicurato concertazione e rappresentanza di una parte della società.

Se questo scenario era già leggibile nella raffica di trattati imposti dall'Unione Europea dal 2010 in poi (e che hanno portato all'uscita di scena di Berlusconi), con il governo Monti questa partita è diventata nitida e maledettamente cattiva. Le regole, i soggetti, il campo da gioco, sono stati scompaginati radicalmente. Le stesse istituzioni elettive (dal Parlamento alle autonomie locali) sono state commissariate dalle oligarchie europee che hanno verticalizzato bruscamente tutti i poteri decisionali per reggere i ritmi e i conflitti della competizione globale.

Insomma il mondo in cui ci è toccato vivere e combattere è cambiato, è altro e diverso dai decenni del dopoguerra e dallo stesso ventennio della “seconda repubblica” uscita dalle ceneri di Tangentopoli. Tant'è che oggi anche i residui della prima stagione di antipolitica (che portò al potere Berlusconi, fece crescere la Lega, costrinse i Ds a fondersi con un po' di democristiani) sono nel mirino di forze nuove e destabilizzanti; sia in alto (Monti e i “montiani” distribuiti nei vari partiti) sia in basso (il Movimento 5 Stelle che scompagina il quadro e sottrae voti di protesta soprattutto alla sinistra).

Ma i partiti ex parlamentari della sinistra non sono riusciti a liberarsi dalla nostalgia del piccolo mondo antico e hanno continuato ad arrovellarsi solo sulle alleanze elettorali, a farlo in condizioni di subalternità (verso il Pd o altri alleati) e senza riconquistare alcun margine di identità, autonomia, indipendenza, organizzazione e progettualità da gettare nel conflitto sociale anche nella condizione extraparlamentare. Sembra che questa capacità di incidere nella realtà anche in assenza di deputati, sia una dote che appartenga solo a formazioni spurie come i Radicali o Grillo.

Eravamo stati facili profeti in una lettera aperta inviata alla Federazione della Sinistra nel settembre 2010 quando individuavamo proprio in questa “gabbia psicologica”, più che politica, il germe che avrebbe continuato a divorare le residue risorse vitali della sinistra italiana fino a portarla all'entropia. Una gabbia che a nostro avviso poteva e doveva essere rotta innanzitutto da una rivoluzione culturale nei e tra i militanti, gli attivisti, gli “elettori” della sinistra. Con la Federazione della Sinistra è stata una scommessa che abbiamo dovuto abbandonare dopo qualche mese.  Con la realtà del conflitto di classe è invece una scommessa che si può abbondantemente giocare. Come? Ad esempio riaprendo subito il confronto sull'identità e la funzione della sinistra di classe – e dei comunisti - nella crisi, sull'organizzazione nei vari segmenti della società, sul come dare strumenti al conflitto sociale, sulla natura della militanza dopo anni di devastante funzionariato “acchiappa-poltrone”.

Ma la vera sfida è il come rimettere in campo “la prospettiva” ossia il quadro del cambiamento possibile come idea generale che faccia muovere uomini e donne. Un cambiamento che non è, e non potrà essere compatibile con i diktat dell'Unione Europea, con Monti e il montismo e dunque con il Pd che ne accetta i parametri di fondo. Oggi, dentro la crisi, sono sempre di meno coloro che intendono rischiare qualcosa con la sola prospettiva di tirare per la giacca Bersani. Magari guardano altrove oppure rinunciano al voto, ma quando danno un'occhiata vorrebbero vedere qualcosa e qualcuno che intenda rovesciare il tavolo, tanto per cominciare.

Fonte

06/11/2012

Frattura tra comunisti, Diliberto rompe con Rifondazione e tenta l’accordo col Pd

Frattura nella Federazione della Sinistra, l’alleanza che unisce il Partito della Rifondazione Comunista di Ferrero, il Partito dei Comunisti Italiani di Diliberto e altre sigle della sinistra. Il Pdci vuole tentare l’ingresso nell’alleanza di centrosinistra, schierandosi nelle primarie a favore di Vendola, passo sul quale non si trova d’accordo il Prc che resta sulla linea dell’opposizione rigorosa a chi oggi sostiene il governo Monti. Nella riunione dell’ufficio di presidenza non si è votato, ma si è preso atto della differenza di vedute. Rifondazione aveva chiesto di sottoporre la questione a un referendum degli iscritti, ma la proposta è stata respinta.

Diliberto: “Bersani ha ridato un segno laburista al Pd e noi sosterremo Vendola”
Spiega Diliberto: “Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista e socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso – e soprattutto grazie a Vendola – la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd. Dopo aver registrato oggi, la differenza di orientamento con Rifondazione, tre componenti su quattro della Fds (Pdci, Lavoro e solidarietà di Gian Paolo Patta e Socialismo 2000 di Cesare Salvi) vogliono provare a fare l’accordo con il centrosinistra”.
“La candidatura di Vendola – dice ancora il leader del Pdci – dal mio punto di vista, potrebbe riaprire la questione dell’unità e dell’utilità della sinistra per sostenere le ragioni del lavoro. Non è con lo ‘splendido isolamento’ che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia. Intendiamo provarci per riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo con un nuovo centro-sinistra e per provare a delineare un’altra Europa”.
Ora il Pdci, ha spiegato da parte sua il responsabile comunicazione del Pdci Flavio Arzarello, “avvierà un confronto con la coalizione dell’Italia bene comune per verificare se ci sono le possibilità di un ingresso nell’alleanza”. Subito dopo, se le trattative andranno a buon fine (ma nel Pdci sono ottimisti) il partito di Diliberto si impegnerà a fondo nelle primarie. “Noi – spiega Arzarello – siamo in sintonia con Vendola, che è il candidato che si oppone con decisione al governo Monti e vuole il superamento radicale delle politiche liberiste del governo. Se poi al secondo turno dovessero passare Renzi e Bersani il nostro impegno sarebbe per il segretario del Pd, che si oppone alle politiche montiane del sindaco di Firenze”.

Ferrero: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, un New Deal in Italia”
Rifondazione, in una riunione avvenuta peraltro in un clima sereno, aveva proposto di sottoporre la questione con un referendum degli iscritti. Una sorta di primarie interne alle quattro forze politiche che compongono la Federazione per scegliere la linea da intraprendere. Uno strumento del referendum per dirimere temi sui quali non ci fosse stata l’unità era previsto nello stesso statuto della Federazione della Sinistra, che però prevede anche che in caso di maggioranza degli organismi dirigenti di tre soggetti politici sui 4 che compongono la Fds decada la necessità della consultazione degli iscritti. “Si tratta – spiega Paolo Ferrero al fattoquotidiano.it – di una consuetudine che ha anche Izquierda Unida in Spagna: quando ci sono temi su cui si registra una divisione, questa si supera facendo partecipare gli iscritti”.
La strada indicata da Rifondazione, tuttavia, non è stata accolta da Diliberto, Salvi e Patta. Né Ferrero seguirà i leader delle altre forze politiche federate: “Noi abbiamo proposto un documento per costruire un soggetto con tutti coloro che stanno a sinistra del Pd: da Di Pietro ad Alba (Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente, ndr) agli organizzatori della manifestazione del 27 ottobre”. Cioè la protesta del Monti day: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, visto che il Pd si definisce riformista e progressista, ma ha fatto sparire la parola ‘sinistra’. Noi siamo contro le politiche rigoriste di Monti e per un New Deal in Italia”.

Fonte

L'incapacità delle sinistre di coalizzarsi e far fronte comune è una di quelle pochissime cose che mai andrà in crisi.
Paradossalmente, hanno molta più coscienza di classe e del (proprio) bene comune le destre borghesi e finanziarie piuttosto che qualsivoglia forza di sinistra "politica".