Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/09/2014

Giggino 'o sindaco. Il malinconico tramonto del manettaro De Magistris


A un certo punto Luigi De Magistris era diventato la stella polare della sinistra italiana. Vinse, contro ogni pronostico, le elezioni comunali a Napoli del 2011 e subito si cominciò a parlare di 'Rivoluzione arancione', visto che a Milano, contemporaneamente, le elezioni le aveva vinte Giuliano Pisapia. Come un magistrato manettaro e un avvocato garantista potessero convivere nelle menti illuminate di diversi commentatori di sinistra è un mistero, ma la cosa piaceva a tutti. Il declino berlusconiano, in fondo, è cominciato così, almeno nelle sue manifestazioni esteriori. Poi sarebbero successe tante altre cose, ma non è questa la sede per parlarne.

Giggino 'o sindaco ha sempre avuto la fama del duro, anche quando era Giggino 'o maggistrato. Peccato che le sue inchieste si siano sempre rivelate dei colossali buchi nell'acqua. Ma di lui se ne parlava sempre. Feticcio giustizialista, a leggere in giro la colpa di tanti insuccessi non è mai stata la sua, ma sempre di un sistema enorme e tentacolare che tutto può e tutto fa, quando si tratta di salvare se stesso. E' il solito vecchio discorso del dito e della luna: in Italia esiste un potentissimo partito della magistratura che da un quarto di secolo almeno detta legge soprattutto a sinistra e che, allo stesso tempo, nega la propria esistenza e, anzi, si ritiene vittima di ogni complotto possibile e impossibile. La politica in Italia fa schifo, è innegabile, ma questo non vuol dire che quel che accade negli uffici giudiziari non sia pure peggio. Provate a entrare una mattina in un tribunale, seguite qualche udienza, fate due chiacchiere con cancellieri e segretari. Ne uscirete disgustati.
De Magistris in questo ambiente è nato e cresciuto e, con il tempo, è diventato abilissimo nelle relazioni con la stampa. Sui legami perversi che tra procure e redazioni esistono da sempre rimandiamo agli articoli di Leonardo Sciascia, chiodi arroventati nella gigantesca croce che è lo stato di diritto all'italiana. Un pianto amaro di ingiustizia e abusi, senza possibilità di replica perché dall'altra parte c'è Berlusconi, lo spettro agitato ad ogni tentativo di discussione sulla magistratura e sui suoi eventuali obbrobri.
L'inchiesta Why Not rappresenta l'apice della carriera di Giggino. Indagine colossale su una presunta enorme loggia massonica le cui ramificazioni erano ovunque. Il risultato finale fu una pioggia di assoluzioni, a fronte di una quantità incredibile di indagati. L'ultimo codazzo è arrivato a sentenza pochi giorni fa, con la condanna di De Magistris per abuso d'ufficio. Che paradosso: il giustiziere giustiziato. Adesso la sua poltrona di sindaco di Napoli è a rischio, in consiglio comunale la maggioranza non c'è più e il Pd continua a giocare al gatto e al topo, aspettando il momento buono per far saltare il banco. Visto che al peggio non c'è mai fine, il nuovo candidato del centrosinistra dovrebbe essere Gennaro Migliore, ex Rifondazione, ex Sel, poi folgorato sulla via della Leopolda.

Giggino 'o sindaco è ormai al capolinea. Cinque anni vissuti pericolosamente, da quando nel 2009 Tonino Di Pietro decise di portarlo al parlamento europeo ad oggi De Magistris è sempre stato un oggetto del mistero. Troppo magistrato per essere politico, troppo politico per essere magistrato. Un leader mai nato, presto dimenticato per lasciare spazio alla nuova infatuazione per una nuova versione della sinistra italiana ancora più giustizialista: Antonio Ingroia. Altro investigatore che vanta un impressionante numero di sconfitte in aula ma lo stesso viene considerato un faro della giustizia e «partigiano della Costituzione».

Il tramonto di De Magistris, a questo punto, appare inevitabile. Sconfitto in casa da una sentenza, adesso anche lui attacca i giudici. Ma sarà soltanto un fuoco di paglia, il futuro è un buco nero. Negli annali rimarrà un grande video, ormai classico di You Tube, in cui 'o sindaco, con occhi spiritati e capelli impomatati, invitava Al Pacino a visitare Napoli: «Ciao Al!». Il protagonista di tanti film, va da sé, non rispose.

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27/02/2014

Ingroia vuole i soldi dai suoi ex alleati


Ognuno deve fare il mestiere per cui è portato. E se uno ha scelto di fare il magistrato, sarebbe ottimo che non si avventurasse in professioni troppo complicate per la sua mentalità.

Perché diciamo questa banalità? Perché l’ex pubblico ministero palermitano, Antonio Ingroia, ora avvocato, ha citato in giudizio i suoi vecchi alleati. L'ex leader di Rivoluzione civile ha presentato la sua richiesta al Tribunale civile di Roma, citando in causa Rifondazione comunista, Comunisti italiani e Federazione dei Verdi (non l'Italia dei Valori).

La ragione della richiesta sarebbe nelle spese sostenute nel corso della disastrosa campagna elettorale del 2013, al termine della quale la "coalizione" raccolse addirittura... il 2,2% alla Camera. La somma richiesta è una mazzata sulla testa di organizzazioni ormai al collasso: 896mila euro.

Sembra che tutti i "concorrenti" alla saga elettorale avessero sottoscritto un accordo secondo cui doveva esser costituito un fondo di 2,2 milioni di euro per fare fronte alle spese. L’Idv doveva versare 1 milione di euro, Rifondazione 600 mila, i Comunisti italiani 500mila e i Verdi 100mila.

Pare però che solo l’Idv di Antonio Di Pietro abbia saldato i debiti con Ingroia. Rifondazione sarebbe sotto di 300 mila euro, mentre i Comunisti italianinon hanno praticamente versato nulla (4mila su mezzo milione). E i Verdi? Sembra che abbiano pagato il dovuto. E allora perché?

Se serviva un'altra ragione per evitare di partecipare a "cartelloni elettorali" così contraddittori, beh, ce ne avete data una clamorosamente efficace...

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Che rabbinate madonna.

27/09/2013

Da Palermo una "rogna" per Napolitano

Dal processo sulla trattativa tra Stato e mafia in corso a Palermo, potrebbe arrivare una "rogna" per il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Infatti secondo il pm Nino Di Matteo "La testimonianza del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano in questo processo appare pertinente e rilevante proprio per i riferimenti sollevati dal suo consulente, il dottore Loris D'Ambrosio, nella missiva che quest'ultimo scrisse al Capo dello Stato e relativo ai fatti avvenuti tra il 1989 e il 1993".  Di Matteo , insieme al suo collega Roberto Tartaglia, sta curando la relazione introduttiva nel processo sulla trattativa Stato-mafia nell'aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo. Di Matteo ha dunque motivato la sua richiesta di citare come teste il capo dello Stato. Ma su questo a decidere sara' la Corte d'Assise.
Loris D'Ambrosio era il consulente giuridico di Napolitano morto circa un anno fa e finito nella bufera per il suo ruolo nelle intercettazioni delle telefonate tra il Quirinale e l'ex ministro Nicola Mancino, ministro degli interni all'epoca della trattativa Stato-mafia.
Nella lettera, scritta da D'Ambrosio nel giugno 2012, "egli espresse il timore di essere considerato un ingenuo ed un inutile scriba di cose utili a fungere da scudo per indicibili accordi", ha affermato Di Matteo. D'Ambrosio, scomparso un anno fa, era stato al centro di roventi polemiche in relazione ai ripetuti contatti avuti, al telefono, con il senatore Nicola Mancino che si lamentava per le indagini della Procura di Palermo e per una "mancata tutela nei suoi confronti". Saperne di più su quegli "indicibili accordi" è un diritto di questo paese, senza fare sconti a nessuno. Ma al processo di Palermo oggi c'è stato anche un significativo "cambiamento di toga". In aula infatti c'è anche l'ex pm del processo, Antonio Ingroia, ma nelle vesti di avvocato di parte civile. Ingroia, silurato dalla magistratura anche per la sua polemica con il Quirinale, rappresenta l'associazione dei familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili, presieduta da Giovanna Maggiani Chelli.

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04/03/2013

Rivoluzione Civile: facciamo i conti

Mi dispiace molto per Antonio Ingroia, di cui ho stima, anche se non capisco quale medico gli abbia ordinato di mettersi alla testa di un esperimento così sconclusionato, rischiando un’ immagine costruita in decine di anni di lavoro. Mi spiace per ottime persone come Maurizio Torrealta o Ilaria Cucchi, che si sono fatte infinocchiare e sono andate a fare la copertura ad una operazione trasformistica come questa. Mi spiace soprattutto per le migliaia di compagni di base di Rifondazione Comunista (unica base realmente esistente di questo accrocco di sigle), che credono ancora in una battaglia contro il capitalismo e che si battono a mani nude nei loro posti di lavoro e nei loro circoli territoriali. Solo per rispetto di queste persone, ho evitato di dire in campagna elettorale quello che penso di Rivoluzione Civile: mi sarei sentito come uno che spara alle spalle di compagni ed amici. Ma ora la campagna è finita e possiamo fare i conti con calma.

Questa è stata una delle più indecenti operazioni opportunistiche cui abbia mai assistito: un’accozzaglia di politicanti da strapazzo (Ferrero in primo luogo, poi Di Pietro, poi Diliberto con il relativo seguito di Grassi, Zipponi, Mascia, Palermi, ecc ecc.) era alla disperata ricerca di una conferma parlamentare, ma sapeva di non avere alcuna speranza di farcela presentandosi con le proprie facce in prima fila. Allora hanno cercato di camuffarsi all’interno di qualcosa che sembrasse nuovo, all’ombra di un nome rispettabile e con una pattuglia di testimonial per bene, tanto poi, con il meccanismo delle liste preconfezionate, al riparo dal temutissimo voto di preferenza, riesce lo stesso di sistermarcisi.

Beninteso: prima si fanno fuori quelli di Alba, la parte vera di Cambiare si può ecc. (tutti pericolosi concorrenti: qui i posti, bene che vada, saranno solo una ventina…). Ingroia, che di suo dovrebbe fare il magistrato, perché la politica non è mestiere suo, si fa imbrogliare ed il Gatto la Volpe e la Faina, fanno le liste come più gli piace, mettendo insieme una porcheria mai vista: a Milano le primarie hanno scelto Agnoletto? “E chi se ne frega?! Levalo e mettici Di Pietro”. Poi un po’ di ex dell’Idv compresi 5 ex democristiani e un ex missino, più un paio di inquisiti, un sostenitore del condono edilizio e qualche valente uomo d’affari. Ci si mette anche Ingroia a rendere il pastone del tutto impresentabile e ci aggiunge Giardullo, il “sindacalista poliziotto” che si è opposto all’istituzione del reato di tortura ed al segno di riconoscimento personale per gli agenti della Celere.

Al posto della Cucchi, più che andarci in lista insieme, gli avrei cavato gli occhi.

L’esperimento è last minute, con un simbolo ed una sigla nuova che, come insegnano le precedenti esperienze di Nuova Sinistra Unita e della Sinistra Arcobaleno, di solito falliscono sempre. “Pazienza, questo passa il convento. Se va, va altrimenti pace”.

E il programma? “Programma? Quale programma? Qui l’unico programma è svoltare la pagnotta”. D’altra parte un accrocco del genere, con ex democristiani e fascisti, con sbirri ed imputati, messo su in fretta e furia, che linea politica poteva trovare? Giusto tre fregnacce in croce con l’esilarante trovata di sostituire l’Imu con il recupero dei capitali di Mafia (e, se non è chiaro perché si tratti di una cazzata col botto, ditemelo che vi spiego il perché).

Ingroia si è lamentato di essere stato “oscurato” dai mass media, ma dovrebbe ringraziare Iddio, perché se avesse avuto più spazio in Tv e sui giornali si sarebbe visto in pieno che Rc non aveva nulla da dire. Perché, diciamolo chiaro, non solo i promotori di Rc non si sono preoccupati di elaborare una proposta politica anche minima, ma non hanno neppure fatto finta di avercela. E, soprattutto, era evidente che, in caso di successo, ognuno sarebbe andato per la sua strada alla ricerca di posizionamenti più confortevoli.

Ma, insomma, signori, veramente credevate che il 4% degli italiani avrebbe abboccato ad un imbroglio così scoperto e malfatto? Questo fallimento viene da 5 anni di ozi di Capua, durante i quali Rifondazione e i Comunisti Italiani hanno macinato decine di milioni di euro per mantenere un’armata di parassiti-funzionari, il cui lavoro era ciondolare per le rispettive sedi e fare qualche telefonata in attesa dell’ora del pranzo. Non si è visto un grammo di iniziativa politica, i circoli sono stati abbandonati a sé stessi, non c’è stato un minimo di analisi della crisi ed una conseguente proposta per quanto elementare. In compenso fiumi di soldi sono stati spesi per un giornale illeggibile al cui confronto “Novella 2000” è il “New York Times”. Ora si lamentano di Grillo, ma Grillo è uno che da 7 anni sta lavorando come un rullo compressore: chi impediva a Rifondazione o alla Federazione della Sinistra di fare un blog come si deve come strumento di penetrazione? Avete mai visto il blog di Rifondazione? No? Andate a vederlo e ditemi se non sembra una via di mezzo fra il bollettino parrocchiale di Sant’Antonio e il “Courier de Pyongyang”, organo del Partito del Lavoro della Nord Corea, con tanto di culto del Segretario del Partito.

Ferrero si è dimostrato un totale zero politico, Diliberto si è prodotto in una andata e ritorno verso e dal Pd da lasciare tutti senza fiato, Salvi è solo andato. Quanto a Di Pietro le critiche sono altre – a parte quelle di ordine sintattico grammaticale che lo accomunano a Ferrero – e sono storie di figli, di appartamenti e di finanziamenti di partito. Meglio stendere un velo pietoso.

Ora è arrivato il conto: una batosta meritatissima che, speriamo, ci tolga definitivamente dai piedi Ferrero, Grassi, Diliberto, Di Pietro, Mascia, Palermi ecc. Che spariscano e, nel caso interrogati, rispondano solo per dire “Mi vergogno di esistere”.

Io, però, me la prendo con i militanti di base, soprattutto di Rifondazione, che nel 2008, anziché occupare la sede nazionale e ruzzolare dalle scale tutti i dirigenti a portata di mano (e, possibilmente, dopo avergli gonfiato la faccia a schiaffoni) hanno accettato di rieleggere tutti al massimo vertice (salvo poi dividersi). Quando un gruppo dirigente incassa una sconfitta di quelle proporzioni e la base non insorge con la massima violenza possibile, vuol dire che quel partito è morto. E infatti..

Ma adesso cosa possono fare i militanti di Rifondazione che ancora ci sono e che proprio pochi non sono? In primo luogo cacciare dal partito tutti i dirigenti per indegnità politica: quando un dirigente si rende conto di non farcela e non sente il dovere di farsi da parte, ma resta, per tentare sino all’ultimo di rimediare un posto in Parlamento e risolvere i suoi personalissimi problemi di reddito, vuol dire che è una persona molto più disonesta del peggiore tangentista. E, come tale, va espulsa per indegnità politica. Solo dopo aver fatto questo doveroso atto di pulizia, credo che si possa prendere in considerazione una confluenza in Sel (che è quello che, più male che bene, resta ancora in piedi della sinistra) per dar vita ad un minimo di aggregazione da cui ripartire.

In margine ad una polemica di questi giorni: il candidato cancelliere della socialdemocrazia tedesca Steinbrueck ha detto che le elezioni italiane hanno fatto vincere due clown. Può darsi, quello che è sicuro è che i socialdemocratici tedeschi hanno scelto come proprio candidato un cretino. Fossi in loro ci ripenserei: si comincia così e si finisce come la sinistra italiana.

Aldo Giannuli

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28/02/2013

Rivoluzione Civile: un suicidio in 8 mosse

Rivoluzione Civile ha fatto flop, in maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in 8 punti principali. Vediamoli.

1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni (visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.

2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare, anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol strategico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.

3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile è il movimento che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale. Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.

4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della legislatura. Invece nulla, tabula rasa.

5 - Nome debole
Rivoluzione Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.

6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto, Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto è quello della scissione cossuttiana voluta perché i "comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso (incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.

7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza? Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece no, candidano l'addormentato.

8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale, organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo, altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti), contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?

redazione

26 febbraio 2013

07/02/2013

La strategia comunicativa di Berlusconi

Berlusconi è un Grande! Detesto dirlo, mi brucia lo stomaco e mi fanno male le dita mentre batto sulla tastiera che preferirei ingoiare, piuttosto che ammettere una cosa del genere, ma sono costretto a dichiararmi sconfitto ed ammettere che l’orrendo Cavaliere è un genio della comunicazione e tutti gli altri (Bersani, Monti ecc.), messi uno in collo all’altro, non gli arrivano al ginocchio.  Semplicemente, nessuno ha capito la sua strategia comunicativa e tutti la assecondano. Partiamo chiedendoci cosa vuol fare Berlusconi: il sogno proibito sarebbe vincere alla Camera (dopo di che lo vedremmo con ogni probabilità al Quirinale, con Monti a Palazzo Chigi), ma, nonostante tutto, credo che anche lui non ritenga la cosa probabile. Più concretamente, punta a rendere ingovernabile il Senato, impedendo la maggioranza Pd-Sel e rendendo Monti non determinante.

A quel punto, come abbiamo detto in altro articolo, potrebbe imporre l’alternativa: unità nazionale Pd-Pdl o nuove elezioni (che lo vedrebbero in ottima posizione). Il risultato minimo è quello di impedire che Monti lo sostituisca alla guida della destra e dimostrare che è ancora lui uno dei protagonisti del sistema. E mi pare che, almeno questo risultato lo ha già raggiunto facendo un miracolo rispetto alle condizioni di partenza.

Per ottenere almeno il risultato intermedio lui ha scelto (giustamente) di non disperdersi, ma di concentrarsi sull’“elettorato di faglia”: quegli elettori di destra che lo hanno abbandonato fra il 2011 ed il 2012, rifugiandosi  nell’astensione e che oggi non sanno se astenersi ancora, votare Monti o tornare all’ovile del Cavaliere. Realisticamente si tratta di una fascia di elettorato valutabile fra il 22 ed il 25% (basta calcolare i voti persi da Pdl e Lega in questi due anni). Se riesce a portarsi a casa un po’ più della metà di questa fetta, raggiunge il risultato massimo, mentre, per il risultato medio gli basta riprendersi un terzo, purché opportunamente concentrato nelle regioni in bilico. Ed una parte di questo 7-8%, stando ai sondaggi, lo ha già ripreso. Quindi, ricordiamoci sempre che non sta parlando all’intero elettorato, ma a quella determinata fascia, che deve convincere, in primo luogo, che non è vero che siamo alla fine del ciclo berlusconiano, ma che lui è sempre in piedi ed è sempre il mattatore.

Poi deve persuadere quegli elettori che solo lui è l’alternativa alla sinistra ed all’orrendo governo delle tasse presieduto da Monti, facendo dimenticate i suoi peccatucci più recenti (bunga bunga, sottovalutazione della crisi, ossessione giudiziaria, leggi ad personam…). Quindi, deve azzerare la propaganda avversaria attirando gli altri sul suo terreno.

La base della sua strategia comunicativa è tenere banco, costringendo tutti gli altri a ballare al ritmo della sua musica, con il risultato di assicurare i suoi e gli incerti sul fatto che è tornato protagonista. Gran colpo quello della serata da Santoro, ma “buona” anche l’uscita su Mussolini: che Berlusconi sia davvero un nostalgico o voglia solo sembrar tale non ha alcuna importanza e non rileva neppure la piccolissima frazione di elettori fascisti che possono essere stati conquistati da questa sua esternazione. Dal punto di vista elettorale quella uscita non sposta 1 elettore su mille né da una parte né dall’altra: chi pensa che il fascismo abbia fatto cose buone già votava per lui e chi pensa che sia stato un regime infame non voterebbe mai per lui. Quanto agli indifferenti, continuano a restare tali. Dunque, nessuno si sposta. Il fine è un altro: tenere l’apertura di giornali e telegiornali per qualche giorno e l’operazione è riuscita pienamente, grazie all’imbecillità di tutti quelli che, anziché far cadere nel vuoto quella boutade, si sono precipitati a condannare, indignarsi, stracciarsi le vesti: tutta pubblicità per il Cavaliere.

All’“elettorato di faglia” che vuol conquistare, il giudizio storico sul fascismo interessa quanto una rassegna sulla cultura swahili. A questi lui deve far sapere in primo luogo che è tornato competitivo e poi toccare un tasto ben più sensibile: la tasca.

Ed ecco la proposta sull’Imu: dal punto di vista comunicativo è semplicemente un colpo di genio l’immagine del contribuente che va alla posta e riceve i soldi versati. Semplice, diretto, efficace. “Ma si tratta della solita proposta da imbonitore da fiera, i soldi non ci sono, il giorno dopo lo spread schizzerebbe ad 800…”: tutti argomenti di nessuna efficacia. Il ragionier Monti lo sfida ad un confronto televisivo: figuriamoci, il Cavaliere ne farebbe un boccone e ci berrebbe su una tisana!

Certo, sappiamo che la storia dell’accordo con la Svizzera, per coprire le spese di rimborso dell’Imu, non è una cosa seria e vale esattamente quanto la proposta di Ingroia di trovare i soldi (sempre per abolire l’Imu) con il sequestro dei beni di mafia: sciocchezze aleatorie in tutti e due i casi. Ma ragioniamoci su: è davvero impossibile? Mica vero: se abolisco l’Imu ed addirittura la rimborso, ma dopo alzo le accise sulla benzina, mi invento un’altra tassa su quel che vi pare, taglio i fondi agli enti locali scaricando su di loro l’imposizione di nuove tasse, taglio i fondi alla sanità o alla scuola ecc ecc posso benissimo rimborsare l’Imu e metterci sopra pure gli interessi. Tanto poi mi riprendo tutto.

Il punto chiave non è se l’entrata per lo Stato si chiama Imu o Cik e Ciak, ma quale deve essere il gettito complessivo e da dove lo prendiamo, quindi la strategia fiscale complessiva. Lui aggira questo ostacolo (anche perché, figuriamoci se pensa ad una tassazione fortemente progressiva sul reddito!) abbagliando con una “proposta ad effetto”, rispetto alla quale, mettersi a fare i conti sul come e perché non si può, serve come un pigiama ad un cammello. Di fronte ad un attacco mediatico del genere, mettersi a fare l’amministratore di condominio che spiega perché per quella riparazione abbiamo speso il doppio di due anni fa, è come mandare i lancieri di Montebello contro i tanks.

Inoltre, Berlusconi ottiene così di far dimenticare di aver votato anche lui l’Imu, scaricando tutta l’impopolarità di questa che è stata una delle misure più odiose ed antisociali del governo Monti, su centristi e Pd che, così, dimostrano di voler continuare imperterriti su quella linea. Li ha tirati in una trappola e loro ci sono caduti. A nessuno è venuto in mente di contro proporre misure altrettanto comprensibili, che spostino una parte del carico fiscale sui ceti più abbienti. Monti non lo fa perché è un classico “sicario della finanza”; Bersani perché è succubo dei mercati; Vendola ed Ingroia perché non distinguono fra un bond ed un asso di coppe.

Giustamente il Cavaliere ne fa strame: questi hanno poche idee, ben confuse e la comunicativa di una triglia bollita.
Ma, mi direte voi, è facile fare certe sparate, perché lui è un truffatore. D’accordo: è un truffatore e allora? Vi sembra più onesto Monti, che ora dice di non sapere niente del redditometro e dell’Imu decisioni del governo precedente e che promette -anche lui- riduzioni di tasse? O vi sembra meno imbroglione Bersani, che accenna a misteriosi correttivi per lo sviluppo e l’equità sociale che sono solo fumo? E Ingroia che si inventa la storia dei patrimoni di Mafia e parla di una patrimoniale che neanche lui sa cosa sia, vi sembra meno populista? Di Grillo non dico perché tanto ne spara tre al giorno e senza preoccuparsi della coerenza fra quella delle dieci del mattino e quella delle sei della sera.

Direi che, in vario grado, ci provano tutti a fare gli imbonitori da fiera, solo che il Cavaliere è molto più bravo degli altri (a parte il solo Grillo che gli sta dietro abbastanza bene). Nonostante tutto non credo che Berlusconi vincerà alla Camera, anche perché mancano meno di tre settimane al voto e lui è ancora sotto di almeno 5-6 punti. Ma, se ci fosse un altro mese di campagna elettorale, non scommetterei un centesimo sulla vittoria di Bersani.

Aldo Giannuli

Fonte

Se non fosse che in sto paese ci vivo, mi verrebbe da dire che ci sarà da divertirsi ad osservare il Parlamento prossimo venturo, più pragmaticamente c'è da stringere le chiappe perché si prospetta un fini mondo.

23/01/2013

Il metodo è sostanza

di Livio Pepino tratto da il manifesto del 20 gennaio

Siamo arrivati alla chiusura delle liste elettorali la cui messa a punto è stata, come sempre, assai laboriosa. Per tutti, anche per Rivoluzione civile, intorno alla quale si è aperto su queste pagine un dibattito interessante sul presente e il futuro della sinistra.
Da ultimo con un intervento di Alberto Burgio che invita rudemente i critici (tra cui mi annovero) a smetterla di fare gli schizzinosi e a prendere atto che questa è la zattera di salvataggio per la sinistra italiana, da cinque lunghi anni «in attesa di uscire dalle catacombe». Sorprende che Burgio non ricordi che è stato proprio un progetto simile a questo (la Sinistra Arcobaleno) a relegare la sinistra in quelle catacombe. Dimenticarlo non aiuta a riportarla alla luce, neppure in caso di superamento del quorum.

Il programma di Rivoluzione civile – si dice – è l’unico autenticamente antiliberista. È vero ed è cosa di grande rilievo. Aggiungo che esso non si limita alla critica ma contiene, almeno in nuce, un progetto alternativo per uscire dalla crisi. Lo dico con convinzione anche perché vi si è arrivati grazie all’influenza del progetto elaborato da «Cambiare si può» (come si può agevolmente constatare confrontando i due programmi). Perché, allora, criticare la nuova lista? Perché le indicazioni programmatiche, se non sorrette da un reale radicamento sociale e da adeguate garanzie personali, rischiano di restare dei «pezzi di carta», come usava dire Bettino Craxi che della materia si intendeva… Segnalarlo non è un preziosismo perché le scottature bruciano ancora (chi ha dimenticato i ripetuti voti in favore di operazioni belliche da parte di una sinistra programmaticamente pacifista?) e perché – sarebbe bene ricordarlo – la Sinistra Arcobaleno non fu certo sconfitta, politicamente prima ancora che elettoralmente, per carenze o ambiguità programmatiche! Il fatto è che un reale cambiamento deve passare attraverso una profonda discontinuità di prassi e comportamenti.

È questo il nodo irrisolto (e decisivo): chi fa la politica? i cittadini, singoli e organizzati nella rete di movimenti, associazioni, comitati (e, con essi, i partiti) che animano il quotidiano e i territori? o un ceto politico professionale, investito di una ampia delega, che trae la sua legittimazione da una sperimentata capacità tecnica (sic!)? Questo è il tema vero: un tema strutturale, che prescinde da inadeguatezze e scandali (pur intollerabilmente diffusi) e che sopravanza le questioni (strumentalmente e demagogicamente agitate) dell’età dei candidati o della esistenza di precedenti mandati. Non solo i partiti tradizionali ma la stessa forma partito, così come la conosciamo, è superata, finita, travolta dagli eventi (pur essendo stata – meritoriamente – l’asse portante dello sviluppo della democrazia del dopoguerra). E quel che è finito non si può resuscitare.

Occorrono forme diverse, nuovi modi di partecipazione, una revisione dal basso dei sistemi della rappresentanza. Senza una rifondazione profonda – inutile illudersi e illudere – è finita anche la sinistra. Ed è proprio il punto che Rivoluzione civile elude riproponendo metodi logori e perdenti.
C’è in essa, anzitutto, una perversa accentuazione del personalismo e del leaderismo, che non si può accantonare con sufficienza all’insegna del «così fan tutti…». Il candidato premier sovrasta con il proprio nome, scritto a caratteri cubitali, il simbolo e compare come capolista in tutte le circoscrizioni, relegando gli altri in posizione ostentatamente subalterna: a riprova che l’elezione è determinata non da una investitura dei cittadini ma dalla benevolenza del leader e dalla sua scelta, dopo il voto, del dove dimettersi (indicando così i sommersi e i salvati). Ma in questo modo non si fa che incentivare il processo di trasformazione del leader in capo e unico titolare del rapporto con l’elettorato (da gestire a distanza, al di fuori di un contatto diretto, attraverso gli schermi televisivi della «democrazia del tinello»).

Ciò, inoltre, non riguarda solo il leader: pressoché ovunque i candidati che lo seguono sono estranei alle realtà virtuose dei territori e catapultati, con una designazione dall’alto, in una pluralità di collegi in modo da consentire poi, attraverso il gioco delle rinunce, la costruzione della rappresentanza come un puzzle studiato a tavolino e con logiche spartitorie. Tutto questo mortifica le energie migliori e aumenta il senso di estraneità alla politica, con conseguenti disaffezione e astensionismo. Né vale a porvi rimedio l’inserimento nelle liste di personaggi provenienti dalla cosiddetta «società civile». Espediente per certi versi ancor più grave, in quanto cumula la continuità burocratica con un rapporto solo proclamato con il tessuto sociale: mentre questo rapporto ha un senso se significa immissione nella scena politica di metodi diversi (per portare nel palazzo non solo persone ma rapporti con il territorio e processi alternativi di rappresentanza e di decisione), non anche se si limita alla cooptazione dall’alto di alcuni esponenti (pur personalmente apprezzabili).

Di questo sarebbe stato – e sarebbe – utile parlare senza stracciarsi le vesti per le critiche. Non per esibire antichi vizi intellettualistici ma per evitare che la sinistra continui ad essere condannata alle catacombe: anche se, come mi auguro, riuscirà a mandare in Parlamento un pugno di rappresentanti (inevitabilmente isolati e tra loro divisi).

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22/01/2013

Piero Ricca su Rivoluzione Civile

Ho guardato le liste, studiato un po' l'operazione e devo dire che "Rivoluzione civile" non mi convince. La stima per il magistrato Ingroia è fuori discussione, come pure il fatto che molti punti del suo manifesto sono condivisibili.

Quel che mi lascia perplesso sono i seguenti elementi.

1 Il leaderismo. Si punta tutto sul nome di Ingroia, messo a caratteri cubitali nel simbolo, candidato in tutte le circoscrizioni, specchietto per le allodole, come Berlusconi.

2 L'ambiguità magistratura-politica. Quando sei così esposto per le indagini che hai condotto, da ultima quella su Stato e Mafia, dovresti riflettere un po' di più prima di andartene in Guatemala e poi entrare in politica, dopo settimane di traccheggiamenti e senza prima prendere la decisione, non obbligatoria ma in questo caso opportuna, di dimetterti dalla magistratura. Altrimenti contribuisci ad alimentare la critica, non sempre in malafede, di politicizzazione della giustizia. E rendi ancora più difficile la vita ai colleghi magistrati che lasci in prima linea a Palermo.

3 Il maquillage. Dietro il nome di Ingroia e la facciata riverniciata di arancione, ci sono tre o quattro piccoli partiti destinati all'estinzione parlamentare: Idv, Pdci, Rifondazione Comunista, Verdi. Se l'operazione 4 per cento va in porto, questi piccoli partiti già di fatto estinti piazzeranno alla Camera i loro dirigenti, candidati tutti in pole position. Più che di rivoluzione civile si tratta di riciclaggio politico.

4 L'unione artificiale fra diversi. Quanto ci metteranno questi signori a dividersi? Il tempo di poche sedute parlamentari, prevedo. Troppo diversi, troppi galletti di inconcilibile estrazione in un medesimo pollaio. Comunisti di varia scuola con ex fascisti, garantisti terzomonidsti con manettari e sbirri. Suvvia.

5 Il rapporto con il Pd. Se decidi di entrare in campo, come dici, contro il Montismo e per una piattaforma di laicità e riforma radicale, non puoi continuare a proporti al Pd, che ha la sua storia, ben nota, i provvedimenti di Monti li ha tutti votati in parlamento e non ha mai fatto mistero di volersi alleare con il centro dopo le elezioni. Ancora sperano di essere alternativi a Monti nelle grazie di Bersani e soci? Si può proporre la rivoluzione civile insieme a coloro che hanno contribuito a portarci così in basso?

6 Il criterio di selezione dei candidati. Chi ha deciso la posizione in lista dei candidati? Il ruolo delle assemblee locali, a quanto risulta, non è stato tenuto in alcun conto, per esempio a Milano. La mobilitazione dal basso, sbandierata a parole, non c'è stata. Si sono battute altre strade: oltre alla lottizzazione partitica, il marketing. Vedi la candidatura in posizione sicura del giornalista Ruotolo o del pentito del grillismo Favia, fatta apposta per portar via voti al M5S.

7 C'è poi un'altra cosa che preliminarmente giudico negativa. L'ispiratore dell'operazione è stato Lugi De Magistris, che pure non è in lista ma ha anch'egli piazzato qualche suo uomo in pole per la Camera. Anziché programmare rivoluzioni nazionali, sarebbe meglio che si dedicasse ai seri problemi della città di cui è sindaco. Come metodo, vale per tutti. Chi è stato eletto a una carica, prima di dedicarsi ad altro, dovrebbe prima onorare il proprio mandato.
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16/01/2013

Uno schifo di campagna elettorale

Una brutta campagna elettorale era immaginabile, non così brutta. Teatrino e cialtronerie, cinismo e avanspettacolo, apprendisti stregoni e sepolcri imbiancati fino all'immancabile spettacolo dei duecento simboli, affastellati l'uno sull'altro a esibire narcisismi da basso impero. In tutto questo squittire, le idee per uscire dalla situazione indecente in cui la crisi globale e venti anni di politiche fallimentare hanno cacciato questo paese sono per lo meno ridicole.

Silvio Berlusconi, naturalmente, non deve fare altro che seminare illusioni e diversivi, tornando sul refrain della riduzione delle tasse, sperando che qualcuno abbocchi all'amo. Quel qualcuno ci sarà, inutile illudersi sul rinsavimento di un paese stordito, ma non sarà gran cosa. E il protagonista delle macchiette in tv lo sa, tanto che gioca a fare il burattino, la nuova maschera italiana, il pagliaccio di regime per far dimenticare lo scannatoio di cui è stato protagonista. Una scena infima, degna della peggior commedia dell'arte, anzi di quel cinepanettone indigesto che prima o poi un Berlusconi qualunque lo ospiterà al suo interno (e non a caso, nella performance televisiva da Santoro si è fatto accompagnare da "cipollino" Massimo Boldi).
Ma se Berlusconi ha successo, se torna in campo e si fa notare è perché quelli che pretendevamo di averlo affossato non solo non ne sono stati capaci (anzi gli hanno permesso di tornare) ma hanno da farsi perdonare quanto e più di lui. In primis Monti che gioca a fare il politico della Prima Repubblica, baloccandosi con soldatini-candidati disposti sul tavolo da gioco, dandosi arie da statista e comportandosi come un Forlani qualunque. Doveva essere lo statista del secolo ma il secolo si è dimostrato ancor più breve di quello precedente e il nostro uomo rischia di scendere al livello di Mastella e Pomicino che, al confronto, risultano almeno più simpatici.
Poi c'è Bersani con l'alleato Vendola, che fanno finta di fare una campagna elettorale normale. Il primo dimenticando che di Monti è stato l'alleato più fedele e che se oggi pensioni, lavoro e tasse tormentano gli italiani, il "merito" è anche del Pd che quelle misure le ha voluto fortemente. Il secondo facendo finta di non sapere che il suo alleato è l'alleato di Monti e proponendo quel braccio di ferro con i centristi che ci ha già propinato, prima di lui, il suo predecessore alla guida della sinistra alternativa.
Di Beppe Grillo non c'è poi molto da dire perché riesce a dire tutto lui. Si propone come un rompighiaccio della politica, riesce a stupire e a scardinare e poi si avviluppa dentro beghe di partito tra scomuniche ed espulsioni. Aveva attraversato lo Stretto a nuoto, facendoci divertire ed è finito a litigare con i presunti Laqualunque, fino a nutrire la voglia di apparire dei neo-fascisti nostrani, digiuno anche di un minimo di anticorpi democratici.
Infine, Ingroia. Le modalità di formazione delle liste - decise a un tavolo di sei o sette persone, dirigenti e segretari dei partiti che compongono l'alleanza - la dice lunga sull'efficacia di una proposta che, probabilmente, supererà lo sbarramento del 4% (ma non bisogna fidarsi dei sondaggi che, anche nel 2008, davano la lista Arcobaleno al 7-8%) ma che un minuto dopo smetterà di esistere come tale.

Una campagna elettorale truffaldina, utile a posizionare apparati, a formarne di nuovi, a ballare sul Titanic della Crisi senza una parola chiara per uscirne. Il problema è che il convitato di pietra delle elezioni si chiama Fiscal Compact. Nessuno lo nomina, tutti sanno però che esiste. E che condizionerà le scelte future e renderà obbligate manovre finanziarie, politiche sociali, politica delle tasse. Chi dovrà governare non dice nulla. Chi è consapevole del problema e dichiara di opporsi non ha la minima forza per invertire la tendenza perché del tutto sradicato da movimenti reali e da una presa sociale sul paese reale che, imbambolato, osserva il teatrino offerto dalla campagna in Tv.

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12/01/2013

L'imbroglio della "società civile"

Ogni stagione ha il suo tormentone. Una volta era “vamos a la playa”, ora è il turno di “società civile”.


Tutti i concorrenti a una poltrona di premier giurano di voler portare in Parlamento esponenti della “società civile”, in modo da “rinnovare la politica”, ripulire le stalle dagli arraffoni, ecc. Lo dice Monti e ovviamente Grillo, lo spiega Bersani e naturalmente Berlusconi, già venti anni fa capace di beneficiare dell'ondata “antipolitica” che aveva travolto – sarà un caso – “i politici” seduti alla sua greppia (Craxi e Forlani, in primis). Anche Ingroia ha accettato lo stesso stile, intitolando alla “società civile” il suo cartello elettorale e chiedendo – pro forma – “un passo indietro” ai partiti che lo porteranno a Montecitorio.

Il luogo comune, o il tormentone, è sempre un compromesso fetido tra una necessità vera (trovare una nuova legittimità sociale e sistemica per “l'attività politica”) e una soluzione usa-e-getta, che non servirà a niente. Esprime infatti il bisogno di “nominare” in qualche modo l'esigenza di cambiamento generale e al tempo stesso sotterra questa esigenza dentro un impasto di cemento e melma. Il cemento dell'abitudine alla frustrazione e la melma dei mestatori di professione (Berlusconi, Maroni, Grillo), spesso a fatica distinguibili dai moralisti autentici, ma improvvisati.

Fissata una retorica, insomma, ovvero un campo di categorie semantiche dal significato variabile, chiunque cerchi di muoversi in quel cerchio finisce per parlare una lingua altrui.

Che significa “società civile”? In astratto, come categoria, è il recinto delle figure sociali e professionali che non hanno un ruolo istituzionale, vivono rispettando le regole dello Stato, procurandosi un reddito in modo legale, costruendo con la propria azione quotidiana un'etica del vivere civile – appunto – che ha lasciato alle sue spalle le modalità dell'homo hominis lupus. Ne fanno parte gli avvocati (non tutti) così come gli operai, gli imprenditori (non tutti) quanto i precari, i commercianti (non tutti) quanto le commesse. Insomma, gli sfruttatori quanto gli sfruttati.

Ma il difetto principale, in questa fase politica, non è neppure l'”interclassismo” di questa categoria. È il fatto di conferire “positività preventiva” a qualunque persona “scenda in politica” non avendo mai fatto parte della “classe politica”.

In effetti, questa pretesa “verginità morale” può in qualche caso essere persino una caratteristica reale. In molti altri sarebbe difficile riconoscerla. Luca Cordero di Montezemolo, signori miei, può essere considerato uno che non ha mai fatto politica? Uno super partes? Un “vergine”? Non si è mai seduto sui banchi del Parlamento, non ha mai avuto incarichi da ministro – è vero – ma come presidente della Fiat e di Confindustria non è di certo estraneo alle scelte fatte dai governi italiani negli ultimi venti anni. Anzi.

E un mafioso ancora non individuato dalle indagini, può esser considerato “società civile”? E un capo della curva e spacciatore?

Come si vede, la “categoria sociologica” non regge la critica, ma soprattutto non garantisce un “personale migliore”, ovvero capace di affrontare l'amministrazione della “cosa pubblica nazionale” (o locale) senza subire l'influenza o il ricatto di interessi privati, personali, clientelari. Anzi, se ce lo consentite, proprio questa presunta “verginità” - se effettiva – li espone indifesi alle peggiori pressioni, perché non possiedono l'esperienza necessaria a districarsi nei meandri istituzionali e amministrativi. La folla di amministratori pubblici provenienti dalla “società civile” arrestati negli ultimi venti anni può riempire uno stadio.

I partiti, al contrario, erano a loro volta “istituzioni” costruite per trasmettere questa esperienza, maturata nello sforzo di realizzare un governo della società orientato da princìpi generali. Sappiamo tutti – e noi per primi, non avendone mai voluto far parte – che i partiti italiani degli ultimi venti anni sono una parodia triste e “magnereccia” della grandi organizzazioni che incarnavano i diversi filoni del pensiero politico (liberali, socialisti, democristiani, socialdemocratici, comunisti, ecc).

Ma “la politica senza ideali” che passa oggi per la migliore delle politiche possibili, ben trincerata dietro la formuletta fangosa e ipocrita della “società civile”, è semplice amministrazione dell'esistente per conto degli interessi più potenti, in grado di condizionare al meglio un “nuovo ceto politico” presuntamente o realmente implume.

Politica è scontro di interessi sociali particolari per indirizzare l'insieme della società in generale. Questa azione può essere “pulita” solo dichiarando apertamente i propri scopi generali, il senso progettuale del proprio agire (socialista, liberale, cristiano, ecc). Altrimenti è gioco di parole per nascondere la disponibilità a farsi interprete di breve periodo di poteri che sono invece strutturati, “sapienti” nella gestione del proprio particulare come interesse generale, lungimiranti e capaci di orientare i flussi sociali come mandriani dall'alto di una collina.

Il “caso Ingroia” costituisce il migliore esempio dei limiti costitutivi di questa “idologia della società civile”, proprio perché non appare per nulla artefatto. Le sue interviste si alzano di livello solo quando può parlare di lotta alle mafie. E' giusto, naturale, che sia così. Questa la sua esperienza e il suo valore come persona. Se dirigere un paese fosse soltanto un problema di azzeramento delle mafie non si potrebbe sperare di meglio.

Ma su tutto il resto dello scibile necessario a dirigere un paese – politica economica, mercato del lavoro, strutture del welfare, diplomazia internazionale, ecc – è evidente che si affida, per limiti propri o per compromesso di coalizione, ai “suggerimenti” elaborati da una pattuglia di consiglieri forniti o dai piccoli partiti che lo sostengono, o da “esperti” reclutati tra i professori più critici del montismo. Non c'è niente di male, ovviamente. Ma è il segno che “far politica” non è un gioco che s'improvvisa in assenza di visione “globale” o di organizzazione.

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Favia si candida con Ingroia: trasformismo a 5 stelle

“Sì, il programma di Ingroia è in linea con quello che ho sempre sostenuto e sotto il profilo politico mi è stata garantita massima indipendenza“. Con queste parole Giovanni Favia accetta la candidatura a capolista del movimento arancione dell’ex magistrato per l’Emilia Romagna, dopo una settimana di smentite e controsmentite. Favia va così ad aggiungere il suo nome tra i possibili candidati dei partiti che sono confluiti nella lista Ingroia come Idv, Verdi e Rifondazione Comunista.

Una conferenza stampa affollata, tenutasi nella sala stampa dell’Assemblea della Regione Emilia Romagna dove Favia rimane tutt’ora consigliere per il Movimento 5 Stelle: “Per ora non mi dimetto da consigliere regionale, ma rimarrò a far parte del gruppo e non sarò operativo. Ad ogni modo se non verrò eletto in Parlamento presenterò le mie dimissione irrevocabili di fronte all’assemblea semestrale del Movimento”.

“Ho subito offese per il ‘fuorionda’ e avevo deciso comunque di rimanere nei 5 Stelle, ma per decisione non mia” – ha continuato – “sono stato sbattuto fuori. Ho preferito quindi candidarmi con Ingroia anche se rimango un cittadino prestato alla politica. Sotto il profilo politico mi è stata garantita massima indipendenza e nessun bisogno di tesserarmi a partiti o movimenti, cosa che non farò”.

“Sono certo e contento del fatto che il prossimo parlamento avrà una nutrita delegazione del M5s, come spero che al suo fianco ci possa essere Rivoluzione Civile per rappresentare insieme quell’opposizione sociale e quella tutela di cui i cittadini italiani, schiacciati da lobby o da partiti che sono diventati comitati d’affari, hanno bisogno. Io farò la mia parte. Cambiano mio malgrado i percorsi, non gli obiettivi, e soprattutto non i principi”.

Un incontro con la stampa che ha avuto una coda polemica. Lorenzo Alberghini, rappresentante di Cambiare si può, la lista che ha sostenuto la candidatura di Ingroia formalmente fino a pochi giorni fa attraverso assemblee di cittadini e percorsi partecipati è intervenuto contestando Favia: “Tu sei sempre stato contro i partiti e ora ti candidi con loro?”

Favia ha letto un breve comunicato, poi è ritornato nel suo ufficio di consigliere rilanciando una seconda conferenza stampa per i prossimi giorni.

“Gli amici non si giudicano. A volte non si capiscono. Sempre si comprendono”, questo il commento laconico di Andrea Defranceschi, oggi assente nei palazzi della Regione perchè in viaggio all’estero, consigliere regionale 5 Stelle che con Favia ha condiviso numerose battaglie in viale Aldo Moro.

“Non mi stupisce, lui ha sempre avuto grande passione per la politica” – spiega Federica Salsi, consigliere comunale a Bologna, anche lei espulsa dai 5 Stelle e data come vicina agli arancioni di Ingroia, “Per Giovanni si è presentata un’occasione e l’ha colta. Ci sono molti temi comuni tra chi non si riconosce più nel progetto politico dei 5 stelle e penso che questi possano avvicinarsi ad un contesto di questo genere, Rivoluzione Civile è un proseguo naturale del Movimento di Grillo”.

A non stupirsi della candidatura di Favia con gli arancioni, ma per altre ragioni rispetto alla Salsi, è Massimo Bugani, il capogruppo dei 5 stelle in Comune a Bologna: “Favia realizza un sogno che coltiva da mesi e per il quale ha lavorato a lungo. Aveva calcolato tutto dal giorno del famoso fuori onda, da quando disse a Beppe Grillo la frase ‘che fai mi cacci?’. Uno che ha fatto un errore non attacca, ma cerca di ricucire”.
La base arancione non ci sta. Non si è ancora attenuato l’eco della scelta definitiva di Favia che, dopo la protesta di Alberghini durante la conferenza stampa in Regione, sui social network si scatenano gli appartenenti a Cambiare si può di Bologna che non si trovano d’accordo sulla candidatura paracadutata dal leader Ingroia e imposta su altri nomi scelti dalla base con un voto democratico in assemblea pubblica. “La maggioranza aveva scelto un nome durante l’ultimo incontro”, spiega l’attore Ivano Marescotti tra i sostenitori di Ingroia, “una persona come Ivan Cicconi. Ora ritrovarsi con un capolista come Favia significherà per molti fare campagna elettorale per la sua elezione diretta e non per la una lista nata dalla società civile. Meglio sarebbe per Ingroia metterlo secondo in lista dopo una personalità scelta dalle Assemblee di Cambiare si può”.

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Le prossime elezioni politiche saranno una farsa solo per la gente che sì presenterà alle votazioni, roba che nemmeno al circo.
Che schifo.

08/01/2013

Ingroia fa fuggire gli elettori o li attira?

Diciamolo chiaro: se l’operazione Ingroia aveva una razionalità politica basata sull’impatto televisivo del personaggio, qualcosa non sta funzionando. I sondaggi, ci riferiamo all’ultimo di Ipr-Marketing e di Tecnè (che cura le rilevazioni per Sky), riportano un inizio gennaio piuttosto difficile per il magistrato in aspettativa. Si passa da una media complessiva dei partiti che oggi appoggiano Rivoluzione Civile,  rilevata in autunno tra il 9 e il 10 per cento ad una, con la sola Lista Ingroia, che nei primi giorni di gennaio oscilla tra il 2,4 e il 3,5 per cento. Al di sotto della soglia di sbarramento elettorale come la sinistra arcobaleno del 2008. E se è vero che le rilevazioni di settembre-ottobre non tenevano conto del successivo tracollo Idv, dovuto alla caduta di credibilità del brand Di Pietro, è altrettanto vero che Ingroia era stato chiamato proprio per rigenerare l’immagine dei diversi partiti che lo appoggiano.

E qui qualche considerazione sull’operazione Ingroia già la si può fare: al netto di una lista che appare soprattutto una scialuppa di salvataggio per quattro partiti, siamo di fronte ad un’operazione debole nella collocazione elettorale e nel linguaggio. E se il primo brutto errore poteva essere tatticamente rimediabile, l’equilibrio tra partiti e movimenti interessa poco al grosso dell’elettorato (quello che porta milioni di voti), gli altri due sembrano essere più gravi.

Infatti una collocazione elettorale a sinistra del Pd, che non solo prenda nettamente distanza dal partito democratico, ma che non si dichiari naturalmente alternativa al centrosinistra non ha forza d’attrazione elettorale. Perché lascia spazio alle dinamiche di “voto utile”, e alle correlate mitologie del condizionamento a sinistra del Pd, senza proporre qualcosa di nuovo e concreto. Perché non ha una capacità magnetica propria, un modo che rende indistinguibili dagli altri partiti. Fa anche riflettere quanto abbia fallito, in queste poche settimane, il linguaggio unificante scelto da Ingroia. Quello dell’epica della lotta alla mafia, dell’agenda di Borsellino e delle stragi del ’92-’93. Qui qualcuno non deve aver capito bene la differenza tra temi, comunque importanti, che alzano la tiratura del Fatto Quotidiano o l’audience di Servizio Pubblico e la costruzione di un linguaggio unificante che attira, a sinistra, milioni di elettori. Si è davvero confusa l’informazione e la narrazione mediale della politica con i processi di comunicazione che attivano un elettorato.

E cosa dire della continua dissociazione da Ingroia? Movimenti per l’acqua pubblica, quelli che hanno portato a vincere un referendum nazionale, No tav, teatri autogestiti.  Si tratta dell’ossatura dei movimenti di questi ultimi anni non di soggetti residuali.  Perdere contatto da questi soggetti porta a perdere un radicamento reale in ciò che di nuovo si muove in politica. Come se non bastasse, la lista Rivoluzione civile non mostra un chiaro programma economico. Di fronte alla più grossa crisi economica dal dopoguerra, che impone di combattere con nettezza teorie e pratiche di un modello di sviluppo in esaurimento, si tratta forse del deficit più grave. Non a caso, per adesso, avvertito dall’elettorato: non bastano le petizioni di principio (sul fiscal compact o sulle energie alternative) qui c’è la necessità di trasmettere la praticabilità di un modello di sviluppo inclusivo e realistico. Con la consapevolezza, che Syriza ha comunque avuto, che questo significa entrare in rotta di collisione con l’eurozona. E quindi con una porzione significativa dei partiti e del mainstream mediale.

Questo per mantenersi aperti su una ipotesi d'evoluzione della lista Ingroia sull’ineludibile, senza il quale non sei un soggetto politico, nodo dell’economia. Ingroia infatti sostiene che la vera emergenza economica è quella criminale e che, una volta sanata questa, è possibile ridurre il debito.
Una concessione quest’ultima, quella del debito come causa dei mali economici e non come sintomo, più marcata a Monti e Bersani di qualsiasi altro genere di apertura. L’esplodere del debito pubblico, non sanabile nemmeno togliendo i soldi a Cosa Nostra, infatti, non è che il sintomo della presenza dell’Italia in un’area valutaria ottimale, l’euro, che porta i paesi centrali a vampirizzare quelli periferici. Vampirizzazione che i paesi sudamericani degli anni ’80 e ’90 hanno conosciuto benissimo. Paradossalmente se Ingroia togliesse i soldi alla mafia finirebbe così per farli circolare a disposizione dei paesi capitalisticamente più forti dell’eurozona nel giro di pochissimi anni. Più che una soluzione economica il programma Ingroia sembra quindi una boutade. Nella convinzione che il richiamo alla moralità e alla legalità di per sé faccia funzionare un modello economico-finanziario, quello neoliberista dell’eurozona, che è di fronte ad una crisi epocale. Ingroia si mostra quindi l’ennesimo prodotto di un minimalismo politico, vecchio di trent’anni e che a sinistra ha trovato adesioni, che pensa che su pochi qualificati punti si possa far ripartire un paese.

E’ evidente che con il 41 per cento degli elettori che, stando ai sondaggi, non ha ancora preso posizione i margini di recupero per Ingroia ci sono. Ma il punto vero non sta nel numero di parlamentari da portare a Montecitorio o, con minore probabilità, al senato. La questione è tutta nel progetto politico, in uno dei periodi più duri della storia di questo paese, che nel migliore dei casi al momento appare del tutto acerbo.

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07/01/2013

Ingroia, la Diaz e la memoria corta


Nuovi guai per Rivoluzione Civile e per il suo candidato premier, Antonio Ingroia. Le sue ambigue dichiarazioni all'indomani della condanna di alcuni dirigenti della Polizia per i fatti di Genova del 2001 potrebbero renderlo meno simpatico al 'popolo della sinistra'.


"Bravo Milan e forza Boateng! Le leggi sul razzismo ci sono, lo Stato deve applicarle". E' quanto Antonio Ingroia, candidato premier della lista di sinistra Rivoluzione Civile, ha scritto su Twitter a proposito della scelta del Milan di abbandonare l'amichevole con la Pro Patria, ieri pomeriggio, in segno di protesta contro i cori razzisti che offendevano il giocatore Kevin Prince Boateng.
Stamattina l’ex magistrato, in un’intervista concessa al quotidiano La Repubblica, aveva detto di non avere ''Nessuna paura dello sbarramento, vedo molto entusiasmo intorno a me'' e in ogni caso ''i sondaggi ci danno al 5 per cento ed esistiamo da appena una settimana''.
Inoltre Ingroia ha confermato di puntare e contare ancora sulla possibilità di dialogo sia con il Pd sia con Grillo. ''I nostri punti fermi - dice - sono l'alternativa al berlusconismo e al montismo. Non demonizziamo Grillo come antipolitica e non demonizziamo Bersani come partitocrazia. Vogliamo confrontarci sui contenuti''. A proposito del suo inserimento a caratteri cubitali nel simbolo della lista, che tante polemiche ha suscitato, l’ex magistrato si è giustificato affermando: ''io tenevo al nome 'Rivoluzione civile' ma gli esperti d'immagine ci hanno spiegato che c'è troppo poco tempo, che serviva qualcosa di immediatamente riconoscibile'' ma ''non ho alcuna intenzione di fare un partito personale''.
Ma durante la giornata altre polemiche sono state scatenate dalla ripubblicazione, da parte di alcuni siti web, di una dichiarazione dell’ex magistrato che potrebbe renderlo inviso a una parte del suo possibile elettorato. A metà dicembre, quando si cominciava a preventivare la scelta di Ingroia come candidato di punta dell’aggregazione tra i partiti a sinistra del PD, sul suo profilo Facebook “Avvocati liberi” il legale catanese Goffredo D’Antona aveva ricordato quanto il magistrato aveva affermato nel luglio scorso, all’indomani della pur mite sentenza di condanna di alcuni dirigenti delle forze dell’ordine ritenuti responsabili di alcuni reati durante la repressione delle manifestazioni del 2001 contro il G8 di Genova. Durante un’intervista rilasciata ai microfoni del programma La Zanzara condotto da Giuseppe Cruciani e David Parenzo, e riportate da Il Fatto quotidiano del 9 luglio 2012, Ingroia aveva detto:
«La legge va applicata anche nei confronti degli uomini migliori ma la solidarietà dell’ex capo della polizia (Gianni De Gennaro, ndr) nei confronti degli agenti condannati è normale, comprensibile. Non la trovo inopportuna. Gli uomini condannati sono persone valide, alcuni li ho conosciuti anch’io». Affermazioni gravissime secondo D’Antona – che insieme ad altri avvocati etnei dell’Osservatorio dei diritti, è stato promotore proprio di una petizione online in cui si chiedeva al premier Mario Monti di sollevare De Gennaro dal ruolo di sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – che commentava: «Quindi i casi sono due: o mi date del mafioso, o mi dite che a Genova per strada c’erano fascisti, che quindi si potevano picchiare». E poi ancora, rivolto ai sostenitori del magistrato: «Cari compagni, state facendo un errore gravissimo. Per la speranza di superare lo sbarramento elettorale vi state unendo con difensori dei macellai della Diaz».


Non penso che Ingroia sia un difensore dei macellai di Genova, ma penso sia piuttosto lampante il fatto che la sua candidatura strida non poco con quelli che sono stati i principi fondanti del movimento Cambiare si può.

04/01/2013

Quarto polo in sofferenza

Un sondaggio alimenta le aspettative intorno alla lista con Ingroia, ma dentro Cambiare si può aumentano le divaricazioni. La consultazione via web smentisce le indicazioni della maggioranza dei promotori dell’appello e chiede di procedere rapidamente alla formazione delle liste, con i leader di partito inclusi.

L'ultimo sondaggio, quello di Piepoli, lascia intravedere un 5% di intenzioni di voto per la lista Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia che sembra rosicchiare consensi a Grillo. Si palesa così la luce tanto cercata dopo anni di quorum mancati per i partiti della sinistra ex-parlamentare. Ma il prezzo politico da pagare potrebbe, alla fine, rivelarsi più pesante di un eventuale risultato. Gli arancioni di Ingroia e De Magistris fanno infatti l'andatura e dentro Cambiare si può si acutizzano le contraddizioni interne e le aspettative disattese.

Tra i 70 promotori iniziali dell'appello “Cambiare si può” la stragrande maggioranza si era infatti espressa contro il proseguimento del percorso per la costruzione della lista "Rivoluzione civile" insieme a Ingroia. Solo in 7 si erano pronunciati per la prosecuzione dell'esperienza, ma il voto tramite il web ha clamorosamente ribaltato la situazione". Hanno votato SI 4.468 pari al 64,7% dei votanti; hanno votato NO 2.088 pari al 30,2% dei votanti Si sono astenuti 352 pari al 5,1%. Ma  i voti validi sono stati 6.908 su circa 13.200 aderenti all'Appello (in pratica il 54% di coloro che avevano aderito all’appello “Cambiare si può” e meno delle 10mila persone che, veniva dichiarato, hanno partecipato alle assemblee locali).

All’interno di Cambiare si può si segnala una polemica verso i tre portavoce Livio Pepino, Chiara Sasso e Marco Revelli, i quali erano stati incaricati di “chiudere” l’accordo con Ingroia come premier pur essendo non del tutto d’accordo con questa scelta. I tre (Pepino, Sasso, Revelli) hanno poi scritto di voler rimettere il mandato ricevuto dall’assemblea del 22 dicembre scorso “proprio perché rispettosi della volontà maggioritaria che si è manifestata nel voto, ritenevamo che le persone che con maggior efficacia avrebbero potuto portare avanti il discorso in questa fase delicata del percorso fossero quelle che più condividono la soluzione indicata dai votanti”, ha scritto in una polemica replica lo stesso Marco Revelli, il quale respinge l’accusa di non voler accettare un responso – per quanto parziale – del referendum elettronico che ha deciso di procedere nella coalizione con gli arancioni e Ingroia. “Nessuno si porta via il pallone durante la partita solo perché non vince, al contrario: il pallone è lì, sul campo, a disposizione di tutti, e in cabina di regia ci va chi può fare più goals” scrive Revelli. “Nessuno crede che Cambiare si può abbia esaurito il proprio senso, al contrario, riteniamo che oggi ne abbia più che mai”.

Un appello ai tre a rimanere è stato rivolto dal segretario del Prc torinese Locatelli con una lettera aperta  nella quale scrive che “In particolare mi rivolgo a Voi che in occasione dell’ultimo incontro avete espresso valutazioni molto critiche sulla fattibilità di una convergenza tra percorsi diversi. Vero di percorsi non sempre caratterizzati da una linearità e coerenza di posizioni politiche, ma come non vedere che il risultato fondamentale oggi è rappresentato dalla nascita di una coalizione antimontiana e antiliberista, risultato fino a non molto tempo fa tutt’altro che scontato?” dice Locatelli.

Si comprende che il percorso messo in moto per il quarto polo appaia tutt’altro che semplice. Da un lato Ingroia incassa candidature come quella di Flavio Lotti della Tavola della pace, dall’altro i tempi ristretti e le esigenze divergenti alimentano una rissosità interna che si alimenta di aspettative disattese e frenesia dettata dall’avvicinarsi delle scadenze previste per la presentazione delle liste. Tra l’altro il nodo della candidatura dei leader di partito ai quali era stato richiesto un passo indietro (solo Ferrero aveva accettato mentre Di Pietro, Di liberto e Bonelli non sembrano intenzionati al beau geste) si ripresenta tale e quale. Il resoconto dell’incontro del 30 dicembre tra Ingroia e i tre portavoce di Cambiare si può (Pepino, Sasso e Revelli) riferisce testualmente: “Ogni approfondimento ulteriore è stato interrotto dalla mancata soluzione della questione relativa alla candidabilità dei segretari dei partiti potenzialmente coinvolti nell’impresa (Di Pietro, Diliberto, Ferrero e Bonelli), da noi esclusa in quanto ambigua (per alcuni degli interessati) quanto alla coerenza con il programma (pur a parole accettato) e, in ogni caso, indice di un progetto tutto interno al quadro politico attuale (e alla sua salvaguardia) anziché finalizzato a nuove modalità di partecipazione e di rappresentanza. A fronte di ciò Ingroia ha dichiarato di non essere in grado di assumere impegni, riservandosi un confronto con gli interessati (tutti, peraltro, indisponibili al passo indietro, all’infuori di Ferrero) con successiva ripresa del dialogo con noi e sono state avanzate alcune bizzarre proposte di mediazione come la candidatura dei segretari al secondo posto della lista dopo lo stesso Ingroia, capolista in tutte le circoscrizioni (sic!) chiunque sia il secondo candidato e la sua provenienza.
Questa mattina, Ingroia, esplicitamente interpellato, ha confermato di non poter escludere quelle candidature (e, con esse, quelle delle burocrazie dei partiti)” scrivono Pepino, Sasso e Revelli. Un esplicito sostegno alla coalizione “Rivoluzione civile” e al ruolo decisivo dei partiti al suo interno, arriva dallo storico torinese Angelo D'Orsi, non certo tenero verso gli altri professori dell'appello Cambiare si può. Secondo D'Orsi “Non possiamo rinfacciare scelte sbagliate, errori di valutazione, decisioni politiche improvvide, di cinque, dieci, quindici o vent’anni fa: occorre guardare al futuro, che è già qui, e dobbiamo decidere se vogliamo provare a incidere su di esso, o lasciarlo tutto nelle mani di Bersani e Monti, probabili alleati di domani”.

Lo scenario dunque è tutt’altro che lineare. Alla fine a qualche conclusione si arriverà, ma sarà una acconciatura gracile, troppo gracile per reggere al peso del conflitto e delle contraddizioni con cui occorrerà fare i conti subito dopo le elezioni. L’eventuale e tutt’ora incerto risultato di una pattuglia di deputati in Parlamento, appare tutt’altro che salvifico, sia sul piano politico che su quello di una strategia di resistenza e iniziativa dentro la crisi. Il rischio per i partiti della sinistra ex-parlamentare appare assai peggiore di quello dei "gattini ciechi" dovuti alla gatta presciolosa.

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28/12/2012

Gli arancioni: che fare?

A quanto pare la lista arancione ci sarà, ma le cose non sono affatto semplici. Conosco molti dei promotori della lista, a cominciare da Antonio Ingroia di cui sono stato consulente e con il quale ho sempre mantenuto un ottimo rapporto personale; per di più, nella lista confluiscono gruppi e forze politiche che sono una parte significativa della mia vita militante, la cultura politica di molte componenti è sicuramente quella più vicina a me, per cui  ho ottime ragioni per guardare con simpatia a questa aggregazione ed augurarle il miglior successo possibile. Sfortunatamente temo che i miei auguri siano destinati ad essere disattesi: spero che la lista riesca ad entrare in Parlamento ma temo fortemente  che la partita sia gravemente compromessa.
In primo luogo mi pare una sorta di adunata dei refrattari, che mette insieme genuini tentativi di rinnovamento politico con il riciclaggio di vecchi apparati, il tutto nel segno della massima disomogeneità politica, salvo l’atto di fede nel condottiero. Messa così, sembra che anche gli arancioni abbiamo trovato il loro Uomo della Provvidenza…

Capisco che quando si assembla una cosa così confusa ed affrettata ci voglia un nome di richiamo per attirare gli elettori, ma qui il rischio è che il nome faccia da foglia di fico alla nudità programmatica dell’operazione. Ingroia, peraltro, ci mette del suo. Proprio perché gli sono amico mi permetto di parlare in questo modo (che peraltro è l’unico che conosco, non essendo abituato a fare sconti a nessuno): sta esagerando a fare il prezioso. Ha già perso troppo tempo a dire “forse si forse no. Ora mi consulto”. A questo punto, peraltro, che altra scelta avrebbe? Tornare a fare il magistrato, come se niente fosse, dopo essere stato il quasi candidato alla Presidenza del Consiglio di uno schieramento politico? La vedo un po’ dura. Poi, personalmente non sono d’accordo con la sua tesi del diritto del magistrato a fare politica militante e candidarsi. Beninteso: Ingroia e De Magistris sono solo gli ultimi di una lunghissima serie diventata alluvione dopo il 1994 sia a sinistra sia a destra. So che la Costituzione non prevede nulla in proposito, ma a me non farebbe nessun piacere essere indagato da un Pm che è stato capolista di Forza Nuova o del partito di La Russa, ed allora perché  un cittadino con simpatie di destra dovrebbe gradire un pm che ha capeggiato una lista di sinistra? Non è una cosa contra legem ma un minimo di senso dell’opportunità suggerirebbe un comportamento diverso.

E meno che mai mi convince che un quasi candidato che ancora non sa se si o no, proponga un suo decalogo. Come dire “Se mi volete, questa è la vostra linea politica”, cos’è? L’Agenda Ingroia?!

Però è anche vero che questo melange di relitti di naufragio (Rifondazione, Pdci, Idv, forse Verdi ecc.), di micro movimenti ed associazioni di Lilliput, politicamente non esprime nulla. Che idea di società ha? Che analisi della crisi? Che proposte sull’economia e la finanza? Zero, più Zero, più Zero, nella speranza che la somma faccia qualcosa.

Insomma quando Fassina dice “non abbiamo capito che pesci siete”, non è che abbia tutti i torti. E così l’unica cosa che mette d’accordo tutti è la lotta alla Mafia. Non che il tema non sia importante (e non credo che nessuno possa accusarmi di essere poco sensibile alla questione), ma non è l’unico e nemmeno il primo in ordine di importanza, vogliamo dircelo?

Poi questa cosa così abborracciata, all’ultimo momento non promette bene: siamo a 59 giorni dal voto e non sappiamo né che nome avrà, né che simbolo, né quale è il programma, né chi saranno i candidati e tantomeno come saranno scelti o come funzionerà questo polpettone il giorno dopo le elezioni. Non sappiamo neppure se il polo sarà indipendente da quello del Pd per propria scelta o perché è il Pd a non volere arancioni fra i piedi.

Mi sembra una riedizione minoritaria e peggiorata dell’Arcobaleno anzi, per essere sincero, mi ricorda troppo da vicino l’infelicissima esperienza di Nuova Sinistra Unita (e chi ha vissuto quell'esperienza sa cosa sto dicendo). Per di più, con questo sistema elettorale, l’operazione è molto ardua: se gli arancioni si apparentano con la coalizione Pd, gli basterebbe il 2% per entrare in Parlamento, ma rischierebbero di perdersi per strada la metà dei già radi consensi, se stanno fuori, fanno il pieno, ma devono raggiungere il 4%.

Insomma: probabilmente li voterò, ma con molto scetticismo sulla riuscita.

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Non so chi legge, ma io con ste premesse scricchiolanti sotto i piedi (arancioni, Movimento 5 Stelle ecc.) mi sento sempre più attratto dall'astensione.
Perché la domanda, alla fine dei giochi, è una sola: a che pro votare sta gente? La risposta "per il voto utile" ovviamente non è contemplata.

Pd, Bersani presenta il candidato Piero Grasso: “Per una riscossa civica”

“Moralità e legalità per una riscossa civica. Queste due linee guida per il nostro futuro hanno convinto Piero Grasso a correre con noi”. Così Pierluigi Bersani esordisce nella conferenza stampa di presentazione della candidatura del procuratore antimafia per le prossime elezioni politiche nella sede romana del Pd, spiegando che ha convinto il magistrato durante un colloquio del 17 dicembre, durante l’incontro istituzionale per gli auguri di Natale al Capo dello Stato.

Grasso ha poi preso la parola per spiegare le ragioni della sua scelta: “Ho detto no, in passato, a molti incarichi e ho continuato a fare il magistrato per 43 anni. Ma nel corso degli anni, soprattutto dopo gli incontri sulla legalità con i giovani, ho capito che bisogna dare delle risposte, che è necessario rappresentare le proprie idee. Potevo restare nella magistratura fino al 2020, ma volevo entrare in politica da cittadino, non da magistrato. E, per coerenza, ho dato le dimissioni. Il Pd mi ha offerto un’occasione democraticamente valida, anche perché questo partito con le primarie supera una legge elettorale che tutti criticano ma nessuno cambia. Questa è la mia nuova casa, qui mi trovo bene”.

Nella seconda parte del suo intervento Grasso è entrato nello specifico delle sue idee: “Non voglio usare espressioni come ‘salite’ o discese’. Il mio impegno è prendere la mia esperienza e portarla in politica. Il mio progetto è rivoluzionare il sistema della giustizia. Non ci può essere un illusionista che tira fuori dal cilindro promesse che non possono essere mantenute”.

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Dopo Ingroia ci voleva anche Grasso...
Trovo che la corsa alle elezioni stia assumendo sempre più i connotati della Wacky Races, ovvero roda da circolo dei buffoni.
In questo ridicolo carosello diventa facile comprendere come Berlusconi sti agendo da cartina di tornasole per la ri-aggregazione del sistema politico italiano intorno a un modello rimasticato di bipolarismo, che contempla lo schieramento dei rigoristi che hanno trovato in Monti il proprio messia (da Fini a Casini passando per Ichino) e una sinistra ormai appittita sul modello socio economico dominante la cui carta elettorale prevalente è quella d'una legalità che ben si guarda dal porre in cima ai propri obiettivi la giustizia sociale.

26/12/2012

Io non ci sto

Credo che Antonio Ingroia abbia fatto un lavoro meticoloso sul fronte dell'antimafia e che in quella veste sia finito, ingiustamente, sotto gli attacchi di un establishment che si crede intoccabile. Come è già accaduto altre volte, se vuole davvero buttare a mare quello che ha costruito, nel tentativo, opinabile ma reale, di tenere viva la memoria della stagione antimafia, non ha che da svendere la sua carriera al protagonismo politico e parlamentare. Per questo non condividiamo affatto la scelta, ove questa fosse decisa venerdì, di candidarsi alla testa della lista “arancione”. Del resto, è la stessa opinione oggi espressa da interlocutori molto vicini allo stesso Ingroia, come Antonio Padellaro e Peter Gomez, direttori del Fatto quotidiano e della sua edizione online. Con argomenti largamente condivisibili.

Si potrebbe fare anche un bilancio dell'attività dei magistrati in politica per rendersi conto che è sostanzialmente fallimentare. Cosa è rimasto, dopo venti anni, di Antonio Di Pietro e cosa resterà di Luigi De Magistris? Non ha forse prodotto di più, sul piano della difesa dello stato di diritto e della legge, l'attività di un magistrato come Ilda Boccassini, quale che sia l'opinione che se ne abbia, che diversi anni di attività parlamentare di Di Pietro o dei tanti magistrati “democratici”?
I giudici, in realtà, in una democrazia fondata sulla divisione e sull'equilibrio dei poteri, dovrebbero fare i giudici e, semmai volessero dedicarsi alla politica, dovrebbero lasciare la loro carriera e ricominciare da capo. La commistione tra chi deve far rispettare le leggi e chi le deve formulare non è sana.


Nel caso specifico, poi, ci sono due altri problemi, squisitamente politici. Il primo attiene al programma. Leggendo l'appello “Io ci sto” con il quale Ingroia, assieme al sindaco di Palermo Leoluca Orlando, lancia di fatto la sua candidatura – ma vedremo se davvero sarà ufficializzata venerdì 21 al cinema Capranica – propone un programma improntato alla legalità come chiave per rispondere alla crisi. In controluce si legge la considerazione che a soffocare l'economia italiana ed europea sia una serie di lacci, burocratici, illegali, corruttivi, di cui il sistema sociale ed economico deve liberarsi per tornare a respirare. Tanto che si indica un punto, il 6, molto esaustivo su questa linea: “Vogliamo che gli imprenditori – si legge - possano sviluppare progetti, ricerca e prodotti senza essere soffocati dalla finanza, dalla burocrazia e dalle tasse”. Un orientamento liberal-democratico, legittimo quanto non condivisibile. In realtà vi si legge una curiosa contraddizione tra chi si è dedicato a contrastare, sul piano del diritto e della cultura giuridica, il pensiero berlusconiano e ora ne ripropone l'essenziale, l'idea, cioè, di un'impresa svincolata da “lacci e lacciuoli”. Che poi gli altri punti indicati mettano in risalto la laicità dello Stato, la scuola pubblica, l'ambiente o, addirittura, la democrazia nei luoghi di lavoro o il ripristino dell'articolo 18, conferma la contraddittorietà delle posizioni.

Ma c'è ancora un altro punto poco felice in questa storia, il metodo con cui si sta gestendo la formazione del “quarto polo” e la nascita di una lista “arancione”. Sabato e domenica scorsi, ne abbiamo scritto qui sul megafono, si sono svolte un centinaio di assemblee con diverse migliaia di partecipanti (circa 5-6000 a una stima approssimata). Sono state prese decisioni da riversare nell'assemblea nazionale di “Cambiare si può” del 22 dicembre al teatro Quirino. Il fatto che Ingroia si appoggi ai partiti organizzati per costruire l'evento clou del 21 dicembre, sempre a Roma (al cinema Capranica), non depone a favore di un processo democratico e includente. La democrazia è sempre un processo faticoso e ne andrebbero rispettate le logiche, i tempi e soprattutto le persone.
L'ipotesi del quarto polo e della lista arancione costituisce una buona idea proprio perchè permette di ricreare spazi comuni in cui ricostruire dialogo, discussione, confronto e magari azioni partecipate. Il cappello di un nuovo leaderismo, probabilmente decisivo per un risultato elettorale finale (comunque da dimostrare), non è il miglior viatico per far nascere un progetto destinato a durare nel tempo. L'esperienza passata dovrebbe offrire più di una lezione.


P.S. Se scrivo queste cose è perché privo di alcuna ambizione politica e, tanto meno, parlamentare. Resto convinto che, nella particolare fase politica italiana, chiunque abbia ricoperto ruoli istituzionali, sia pure marginali o in controtendenza, debba comunque fare dei passi a lato. Per quanto mi riguarda, poi, la cosa è molto più semplice sia perché ho scelto di svolgere totalmente l'attività giornalista ed editoriale sia perché convinto che, per diversi anni almeno, la rifondazione di una politica alternativa al pensiero unico si darà quasi esclusivamente nel vivo dei movimenti.

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Anche questa lista arancione mi pare si prospetti come l'ennesima sola che finirà per marginalizzare nuovamente una fetta di società che meriterebbe ben di meglio. 

19/12/2012

Giorgio Cremaschi: "Io ci sto, ma per fare che?"

Una benemerita rubrica del mai dimenticato inserto satirico de l'Unità degli anni 80' titolava: "Chi se ne frega". Immagino che quanto sto per scrivere potrebbe incorrere negli strali di quella vecchia rubrica, in fondo a che titolo lo faccio?

Tuttavia rischio e dico che la probabile discesa in campo di Ingroia nelle lista arancione dei gruppi e dei partiti che lo sostengono non mi convince per niente. Stimo il magistrato coraggioso, ma quando egli si fa politico il giudizio non è più sugli atti giudiziari, ma sui progetti e qui proprio non ci siamo. Affronto subito la prima e decisiva obiezione: a questo punto, a poche settimane dalle elezioni non si può essere schizzinosi, le forze di sinistra estranee al centro sinistra debbono coalizzarsi per non sparire.

Ma questo è proprio il primo punto e forse il più grave su cui discutere. Monti non è lì da due giorni nè sono due giorni che il partito democratico ne sostiene i più terribili provvedimenti. Le stesse primarie hanno assunto come vincolo per tutti i candidati il pareggio di bilancio costituzionale ed il fiscal compact, cioè il fulcro dell'agenda Monti. La cui eventuale discesa in campo ha spostato ancor più a destra l'asse del centro sinistra, che adesso deve rassicurare il mondo che porterà avanti la politica di Monti anche senza Monti.

Era tutto chiaro da tempo, eppure Di Pietro e Diliberto hanno partecipato alle primarie chiedendo di essere accolti nel centro sinistra e solo dopo che ne sono stati rifiutati si sono fatti copromotori della lista arancione. Ferrero ha invece da tempo sostenuto la necessità dell'alternativa al centrosinistra, ma poi ha passato il tempo ad inseguire coloro che inseguivano Vendola e Bersani. De Magistris si è collocato su posizioni critiche verso Monti e vicine ai movimenti, ma a lungo ha perseguito l'idea di una lista di sindaci e società civile non alternativa, ma solo autonoma rispetto al Pd e a Sel.

Si è dunque giunti alla vigilia delle elezioni con un processo unificante che risultava dal sostanziale fallimento di tutti i disegni perseguiti dai leader politici della futura lista arancione. Il ritardo è dunque un fatto politico che viene proprio dal non aver voluto, per scelta o tatticismo, costruire in tempo una vera alternativa a Monti e a chi lo sostiene. Affermo questo con la rabbia di chi insieme a tanti altri ha provato per un anno a costruire sul campo una forza ed una risposta alternativa. E che ha visto il 31 marzo a Milano e soprattutto il 27 ottobre a Roma delinearsi una possibilità reale di successo.

Ma non è andata così, la piattaforma antiliberista e anticapitalista e le forze organizzate di quelle manifestazioni evidentemente sono state valutate come troppo radicali, troppo in rottura col quadro politico e anche sindacale di centro sinistra, avrebbero potuto essere forze di complemento, ma non il nucleo dell'alternativa.

L'appello 'Cambiare si Può' ha avuto il merito di rompere gli indugi in un campo depresso dall'attendismo e dalle manovre incrociate. Tuttavia non ha trovato il coraggio di misurarsi apertamente con tutte le forze della reale opposizione a Monti, ed è ora posto in secondo piano rispetto alla lista arancione.
Ora Ingroia dovrebbe supplire con il prestigio della sua figura al ritardo accumulato, ma con quale progetto? Francamente i dieci punti di 'Io ci sto' mi sembrano deboli o peggio, se non per quanto riguarda la rivendicazione della giustizia contro la mafia e la corruzione. Il punto sesto per la libertà d'impresa è poi proprio inaccettabile. Non vedo l'alternatività di questa piattaforma a quella di Bersani. Mentre ne colgo la radicalizzazione sul piano della legalità, non vedo quasi nulla che non potrebbe essere fatto proprio da altri del centrosinistra, specie in campagna elettorale.

Non si accenna all'Europa, al fiscal compact all'austerità, ma davvero si pensa di costruire il quarto polo rivendicando un anti berlusconismo più radicale e coerente di quello del centrosinistra? No, non è questa la via per ripartire e per rompere un regime che già ha assegnato gran parte dei ruoli in gioco.

Siccome il tempo è poco, si corregga in fretta. Innanzitutto sul programma: il punto di partenza di qualsiasi alternativa oggi è il rifiuto delle politiche di austerità, comunque declinate, e la conseguente denuncia dei trattati firmati da Monti e rivendicati da Giorgio Napolitano. In Europa ci si divide su questo, in Italia finora no ed è per questa ragione che il partito democratico non paga quel dazio che invece tocca a tutti i suoi simili che negli altri paesi occidentali praticano le politiche liberiste. In secondo luogo si pratichi davvero quella democrazia che si rivendica, si facciano vere primarie per il leader della lista e per i principali candidati.

Se non si cambia rapidamente rotta, la generosità di tanti non sarà sufficiente a impedire che il quarto polo venga triturato da queste elezioni tra le meno libere e trasparenti della storia repubblicana.

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02/12/2012

“Cambiare si può”: cocci e buone intenzioni

Pienone e grandi aspettative all'assemblea nazionale organizzata a Roma dai promotori dell'appello dei 70. Critiche ai leaderismi e ovazioni per De Magistris e Ingroia. Bordate a Monti, al PD, alle primarie e a un Vendola sconfitto. Resta il nodo del target sociale del nuovo progetto politico.

Tanta folla e qualche inconveniente che obbliga l’assemblea ad aprire con un po’ di ritardo e a contingentare i tempi degli interventi – ma non è un male – per permettere ad almeno una quarantina di persone di parlare dopo l’introduzione. Una folla di dirigenti politici, innanzi tutto. In particolare di Rifondazione Comunista, sia a livello locale sia nazionale, col segretario Paolo Ferrero che siede attento in prima fila. E poi esponenti di alcuni dei ‘movimenti’ politici che in questi anni sono apparsi e scomparsi, come ad esempio i ‘girotondi’ o i forum sociali. E poi ancora alcuni esponenti d’area di partiti come il Pdci o Sel e attivisti di alcuni centri sociali. Delegati dei sindacati, soprattutto della Fiom (ma non di quelli di base) e di quei movimenti referendari che in qualche modo dalla battaglia in difesa dei beni comuni hanno riattivato un arcipelago di soggettività che prima ha dato vita ad Alba e ora al cosiddetto ‘Appello dei 70’. A curiosare tanti giornalisti, più di quelli che gli organizzatori si aspettavano. Nel teatro Vittoria a Testaccio, nel cuore di Roma, è difficile entrare, la capienza massima consentita è stata raggiunta già di prima mattina e un filtro predisposto da alcuni volontari aspetta che qualcuno esca per permettere ad altri di entrare. Ma un altoparlante sistemato all’ingresso permette a qualche decina di ritardatari – o claustrofobici? – di ascoltare comunque gli interventi di 6 minuti che scandiscono la mattinata.

Aperta da un intervento di Livio Pepino che in maniera secca e senza fronzoli chiarisce che a suo parere la forma partito è andata in crisi e va messa definitivamente in soffitta, e che la nuova aggregazione dovrà essere caratterizzata da una netta discontinuità rispetto alle forze politiche esistenti. Rifuggendo il ‘rinnovamento’ – categoria snaturata dai partiti, chiarisce Pepino – e soprattutto il ‘leaderismo’ e la spartizione delle candidature tra le segreterie dei partiti, per dar vita a una proposta politica complessiva capace di raccogliere 1,5 milioni di voti in appena 100 giorni (2 milioni, se la riforma del sistema elettorale aumenterà la soglia di sbarramento al 5%).

Poi subito gli interventi. Antonio Di Luca, operaio della Fiat di Pomigliano prima licenziato e poi reintegrato da una sentenza della Corte d’Appello di Roma rivendica il percorso della Fiom e non disdegna bordate: contro Napolitano, silente di fronte alla gestione autoritaria e incostituzionale dell’azienda da parte di Marchionne; contro le primarie di Pd e di Sel, “entrati in una gabbia e in un recinto conservatore”; contro il fiscal compact, il Mes, l’austerity e i tagli imposti da Bce, Commissione Europea e Fmi. Tra gli applausi Di Luca incita a partecipare a ‘Cambiare si può’ “non per farsi strada ma per fare strada”, per unire tutti i soggetti anticapitalisti all’opposizione di Monti e denuncia lo scambio tra salute e lavoro e tra diritti e lavoro.

Dar conto di tutti gli interventi è impossibile. Dirigenti, intellettuali, giornalisti, sindaci e attivisti di provenienza diversa si susseguono al microfono in maniera rapida, alcuni intervengono tramite brevi video. Da Sandro Medici che perora la causa della sua candidatura alle imminenti comunali di Roma a un giovane delle Officine Corsare di Torino che invita i presenti a non piazzarsi troppo lontani dal centrosinistra; da Maha, una ragazza tunisina che chiede all’assemblea di permettere anche agli immigrati di dare il proprio contributo all’Italia e ai loro paesi di origine fino alla No Tav Gianna De Masi, che lancia bordate contro i risultati delle politiche di Berlusconi prima e di Monti poi, in un lungo elenco di accuse e denunce che rappresenta il filo conduttore della giornata. Dalla gestione repressiva dei conflitti alle spese militari, dal finanziamento di grandi opere inutili e dannose al taglio di cultura, istruzione e sanità, dalla richiesta di ritiro delle truppe italiane da tutti i teatri di guerra a un piano d’investimenti nel settore pubblico.

Anche le battutacce sulle primarie e le critiche alla gestione di Sel da parte di Nichi Vendola, uscito sconfitto dal primo turno rivelatosi un referendum tutto interno al PD, non mancano. “Le primarie del PD dimostrano che non solo non siamo usciti dal Berlusconismo ma che anzi la politica-spettacolo ha conquistato pienamente anche il centrosinistra” denuncia il fiorentino Andrea Bagni che propone per ‘Cambiare si può’ un mix di antiliberismo e democrazia radicale. “E’ stato un grave errore partecipare alle primarie – accusa la consigliera No Dal Molin di Vicenza Cinzia Bottene – che non hanno spostato a sinistra di una virgola il PD ma anzi hanno accreditato tra molte persone l’idea che quel partito sia di centrosinistra”.

Non si apprezzano particolari differenze fin quando non interviene Paolo Flores D’Arcais che rivendica l’esperienza dei ‘girotondi’ (con una parte della sala che rumoreggia) e che pone in maniera esplicita il problema della credibilità del nuovo progetto che secondo il direttore di Micromega non può che derivare dalla scelta immediata di una leadership autorevole che eviti che ognuno dei compagni di strada spacchi il capello in quattro come d’abitudine a sinistra. Per Flores D’Arcais occorre dare rappresentanza politica alle lotte e alle vertenze degli ultimi dieci-quindici anni ma sarebbe meglio saltare un turno e rimandare il lancio della lista elettorale alla prossima volta, "quando il PD avrà mal governato e i grillini avranno fatto una cattiva opposizione". Spiega D’Arcais: “Mentre i partiti di sinistra si moderavano per attirare voti moderati i movimenti nelle piazze attraevano e coinvolgevano persone moderate grazie alle proprie mobilitazioni e alle proprie proposte radicali”.

Dopo di lui interviene Luigi De Magistris, e anche se fino a quel momento le reprimende contro leaderismi e personalismi si erano sprecate non manca l’ovazione per il sindaco di Napoli. Che in un crescendo difende prima la sua esperienza di governo – in materia di acqua, di rifiuti e di cultura, in particolare – e poi attacca l’idea che la politica la possano e debbano fare solo coloro che hanno la fedina penale pulita. “La questione morale non è questione di casellario giudiziario” dice in polemica implicita col movimento di Grillo, ricordando che se fosse così i colletti bianchi che gestiscono le mafie non avrebbero problemi. Tra gli applausi sinceri della sala De Magistris avverte però che lui ci starà solo se la nuova aggregazione si presenterà alle elezioni per vincere e non per testimonianza, perché grida “la rivoluzione si fa governando”.

Dopo di lui a riattivare l’attenzione dei presenti è il molto atteso Antonio Ingroia – è un caso che i due personaggi più attesi e applauditi siano due magistrati? – che arriva a fine mattinata e interviene poco prima delle 15. Con un discorso molto pacato, di stampo antiberlusconiano, secondo il quale “venti anni di berlusconismo hanno creato una frattura quasi insanabile tra le istituzioni e i cittadini”. “È per ricomporre questa frattura che considero lodevole la vostra iniziativa” chiarisce Ingroia che aggiunge: “l’attuale classe dirigente non può sconfiggere la mafia”. E poi la promessa: “Non mi sono mai tirato indietro. E sarò con voi, dal Guatemala o, si vedrà, dall’Italia.

Mentre scriviamo gli interventi non si sono ancora conclusi, l’assemblea si concluderà intorno alle 18 con la sintesi di Marco Revelli. Ma a metà giornata sembra chiaro che insieme ai cocci di una sinistra in crisi di prospettive e spesso situazionista, al teatro Vittoria ci sono pezzi interessanti e sinceri di conflitto, di vertenze, di critica radicale a Monti e al montismo. Ma non mancano i punti di vista diversi su questioni chiave, come le forme di organizzazione interna e gli interlocutori. Secondo alcuni i partiti vicini alle aspirazioni dell’aggregazione dovrebbero sciogliersi in essa, mentre per altri occorre cercare una alleanza in forme ‘nuove’ non meglio identificate.
Ma la grande differenza risiede nel ‘target’ sociale e politico del nuovo progetto: rappresentare una presunta maggioranza degli italiani stufi di una certa politica e quindi disposti a voltare pagina, oppure mettere insieme i pezzi di una sinistra che altrimenti rimarrebbe di nuovo senza rappresentanza. Una terza ipotesi – ricomporre e dare rappresentanza a un blocco sociale pesantemente colpito dal governo dei poteri forti, al di là dei ceti politici di una sinistra rissosa e senza idee – non sembra essere al centro del dibattito.
Sul quale pesano le decisioni future di alcune forze politiche, che dovranno aspettare di capire con quale legge si andrà a votare. E di alcuni pezzi di ceto politico che sceglieranno all'ultimo minuto utile se tentare la carta di una aggregazione politica esterna all'asse PD-SEL oppure cercare di ritagliarsi uno spazio di manovra all'interno del centrosinistra.
Se il dibattito suscitato dal "l'appello dei 70" riuscisse a chiarire che comunque ogni spazio di alternativa politica non può che nascere da una soggettività indipendente e conflittuale rispetto al PD e ai suoi cespugli, sarebbe comunque già una cosa positiva...

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Tra Movimento 5 Stelle e questi qui, il futuro delle rappresentanze sociali lo vedo sempre più fosco.