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19/12/2012

Giorgio Cremaschi: "Io ci sto, ma per fare che?"

Una benemerita rubrica del mai dimenticato inserto satirico de l'Unità degli anni 80' titolava: "Chi se ne frega". Immagino che quanto sto per scrivere potrebbe incorrere negli strali di quella vecchia rubrica, in fondo a che titolo lo faccio?

Tuttavia rischio e dico che la probabile discesa in campo di Ingroia nelle lista arancione dei gruppi e dei partiti che lo sostengono non mi convince per niente. Stimo il magistrato coraggioso, ma quando egli si fa politico il giudizio non è più sugli atti giudiziari, ma sui progetti e qui proprio non ci siamo. Affronto subito la prima e decisiva obiezione: a questo punto, a poche settimane dalle elezioni non si può essere schizzinosi, le forze di sinistra estranee al centro sinistra debbono coalizzarsi per non sparire.

Ma questo è proprio il primo punto e forse il più grave su cui discutere. Monti non è lì da due giorni nè sono due giorni che il partito democratico ne sostiene i più terribili provvedimenti. Le stesse primarie hanno assunto come vincolo per tutti i candidati il pareggio di bilancio costituzionale ed il fiscal compact, cioè il fulcro dell'agenda Monti. La cui eventuale discesa in campo ha spostato ancor più a destra l'asse del centro sinistra, che adesso deve rassicurare il mondo che porterà avanti la politica di Monti anche senza Monti.

Era tutto chiaro da tempo, eppure Di Pietro e Diliberto hanno partecipato alle primarie chiedendo di essere accolti nel centro sinistra e solo dopo che ne sono stati rifiutati si sono fatti copromotori della lista arancione. Ferrero ha invece da tempo sostenuto la necessità dell'alternativa al centrosinistra, ma poi ha passato il tempo ad inseguire coloro che inseguivano Vendola e Bersani. De Magistris si è collocato su posizioni critiche verso Monti e vicine ai movimenti, ma a lungo ha perseguito l'idea di una lista di sindaci e società civile non alternativa, ma solo autonoma rispetto al Pd e a Sel.

Si è dunque giunti alla vigilia delle elezioni con un processo unificante che risultava dal sostanziale fallimento di tutti i disegni perseguiti dai leader politici della futura lista arancione. Il ritardo è dunque un fatto politico che viene proprio dal non aver voluto, per scelta o tatticismo, costruire in tempo una vera alternativa a Monti e a chi lo sostiene. Affermo questo con la rabbia di chi insieme a tanti altri ha provato per un anno a costruire sul campo una forza ed una risposta alternativa. E che ha visto il 31 marzo a Milano e soprattutto il 27 ottobre a Roma delinearsi una possibilità reale di successo.

Ma non è andata così, la piattaforma antiliberista e anticapitalista e le forze organizzate di quelle manifestazioni evidentemente sono state valutate come troppo radicali, troppo in rottura col quadro politico e anche sindacale di centro sinistra, avrebbero potuto essere forze di complemento, ma non il nucleo dell'alternativa.

L'appello 'Cambiare si Può' ha avuto il merito di rompere gli indugi in un campo depresso dall'attendismo e dalle manovre incrociate. Tuttavia non ha trovato il coraggio di misurarsi apertamente con tutte le forze della reale opposizione a Monti, ed è ora posto in secondo piano rispetto alla lista arancione.
Ora Ingroia dovrebbe supplire con il prestigio della sua figura al ritardo accumulato, ma con quale progetto? Francamente i dieci punti di 'Io ci sto' mi sembrano deboli o peggio, se non per quanto riguarda la rivendicazione della giustizia contro la mafia e la corruzione. Il punto sesto per la libertà d'impresa è poi proprio inaccettabile. Non vedo l'alternatività di questa piattaforma a quella di Bersani. Mentre ne colgo la radicalizzazione sul piano della legalità, non vedo quasi nulla che non potrebbe essere fatto proprio da altri del centrosinistra, specie in campagna elettorale.

Non si accenna all'Europa, al fiscal compact all'austerità, ma davvero si pensa di costruire il quarto polo rivendicando un anti berlusconismo più radicale e coerente di quello del centrosinistra? No, non è questa la via per ripartire e per rompere un regime che già ha assegnato gran parte dei ruoli in gioco.

Siccome il tempo è poco, si corregga in fretta. Innanzitutto sul programma: il punto di partenza di qualsiasi alternativa oggi è il rifiuto delle politiche di austerità, comunque declinate, e la conseguente denuncia dei trattati firmati da Monti e rivendicati da Giorgio Napolitano. In Europa ci si divide su questo, in Italia finora no ed è per questa ragione che il partito democratico non paga quel dazio che invece tocca a tutti i suoi simili che negli altri paesi occidentali praticano le politiche liberiste. In secondo luogo si pratichi davvero quella democrazia che si rivendica, si facciano vere primarie per il leader della lista e per i principali candidati.

Se non si cambia rapidamente rotta, la generosità di tanti non sarà sufficiente a impedire che il quarto polo venga triturato da queste elezioni tra le meno libere e trasparenti della storia repubblicana.

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