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venerdì 7 dicembre 2012

Dalla crisi non si esce con un nuovo modello keynesiano

Le ricette keynesiane non portano da nessuna parte. La crisi non è solo finanziaria. Intervista a Luciano Vasapollo. “Bisogna avanzare verso il superamento del capitalismo”.

Il giornale Semos Galiza ha intervistato Luciano Vasapollo, economista e direttore del Cestes, in occasione del forum economico internazionale “Comprendere le cause della crisi” tenutosi a fine novembre, forum organizzato dalla fondazione Fesga e dal sindacato conflittuale CIG della Galizia.

Professore Lei definisce la UE come una “Super-Germania” e l’euro come un “super-marco”.
La costruzione europea, dell’unione sia come potenza geo-economica sia come area monetaria, è la costruzione di un polo imperialista che compete contro gli USA e altri attori. Nel quadro della competizione globale c’è l’area del dollaro, l’area asiatica e anche l’area europea. Pertanto, la costruzione europea è una costruzione imperialista, al servizio di una visione economica, politica, monetaria e potenzialmente militare. Il nucleo duro è il modello tedesco, con la sua forza economica, con il suo modello esportatore, con il marco che è stata la moneta più forte sulla quale si è costruito l’euro. Tutta la costruzione europea si basa ed è incentrata sul ruolo imperialista. Questo vuol dire che paesi come Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna sono stati costretti a essere funzionali alla nuova divisione internazionale del lavoro, a questo modello esportatore dell’impresa tedesca e alle regole volute e imposte dal sistema bancario tedesco e quindi dalla BCE.

Che ruolo ha la periferia europea nell’attuale UE?
A partire dai primi anni ‘70 fu deciso di costruire un modello in cui l’industria tedesca doveva essere centrale e l’esportatore principale che ha sempre bisogno, logicamente, di qualcuno che importi all’interno di una proprio polo geoeconomico e geopolitico di riferimento. Per questo nell’area semiperiferica dei paesi mediterranei, si sono forzati i processi di delocalizzazione produttiva, privatizzazione e fine dell’intervento degli Stati nell’economia. Ciò ha permesso che all’interno della costruzione dell’UE non si rafforzassero competitori industriali contro la Germania e allo stesso tempo si sviluppasse un’economia importatrice e di consumo, il cui principale settore sarebbe stato quello dei servizi a basso valore aggiunto. Tutto quello che succede oggi nell’Europa mediterranea è il risultato di ciò che si è iniziato a fare dai primi anni ‘70, periodo in cui è iniziata la crisi attuale. Quella che noi viviamo non è una crisi finanziaria, non è solo una crisi ciclica iniziata nel 2007; è una crisi che origina dopo la fine degli accordi di Bretton Woods, una crisi sistemica di sovra-accumulazione di capitale e in questo contesto va riducendosi sempre più lo spazio competitivo a livello internazionale. E' per questo che i potentati economico-finanziari europei necessitano di un’area monetaria e politica molto forte, perché se così non fosse, la Germania non avrebbe spazio nella competizione globale.

Abbandonare l'euro e l'Unione Europea è una pazzia o una misura necessaria?
Se si pensasse di uscire dall’euro con una via “ nazional-fascistoide”, con un singolo paese, con la vecchia moneta, la finanza internazionale non lo permetterebbe e si rafforzerebbe l’attacco speculativo finanziario e monetario. Ma, se si partisse da un nuovo protagonismo della classe lavoratrice in una visione internazionalista capace di porsi sul terreno con percorsi e processi di lotta volti a far uscire contemporaneamente e in maniera congiunta dall’euro, tre, quattro o cinque paesi, per costruire un’alleanza economica e commerciale, con una moneta virtuale di compensazione, questa formula doterebbe questi territori della stessa forza che ha oggi l’ALBA in America Latina.
L’unico modo è iniziare a dare battaglia a partire dal movimento sindacale conflittuale e dai movimenti sociali, affinché non si paghi il debito, e destinare le risorse economiche a investimenti di carattere sociale. Nello stesso tempo, è necessario nazionalizzare le banche, che significherebbe poter orientare la linea di credito verso i settori strategici, e, come anche si sta facendo nell’ALBA, nazionalizzare i settori energetico, trasporti e telecomunicazioni, rafforzando il ruolo pubblico nella sanità, nell'istruzione, nei sistemi pensionistici e di sostegno al reddito. Tutto ciò darebbe un ulteriore impulso all'economia in una dimensione sociale, efficiente e solidale.

E’ in completo disaccordo con le tesi che riducono al solo aspetto finanziario la portata di questa crisi?
E’ molto conveniente e strumentale per gli agenti del capitale e per gran parte della "sinistra" europea occidentalcentrica, parlare solo di crisi finanziaria. Perché se la crisi fosse solo finanziaria, si potrebbe risolvere facilmente e immediatamente. Come? Con la regolamentazione dei mercati, dopo averne imposto la deregolamentazione forzata. Se si dovesse pensare che funziona il capitale produttivo e non funziona il capitale finanziario, l’unica cosa che si dovrebbe fare, secondo questa tesi, sarebbe imporre regole di controllo ed “equità” al capitale finanziario. Ma questa è una pazzia e una falsità. Perché oggi il grande capitale finanziario e il grande capitale produttivo sono intrecciati uno all’altro. Inoltre, lo sfruttamento della forza lavoro avviene nel circuito della cosiddetta economia reale, non nel circuito finanziario. Il capitale produttivo necessita della finanza, perché quando non esiste il margine per un tasso di profitto conveniente in un ciclo produttivo completo di valorizzazione del capitale, si utilizza la finanza per trasformare i proventi in rendita e tentare di sopravvivere. I grandi nuclei del capitale sono nello stesso tempo produttivi e finanziari. Accettare questa idea di combattere solo la finanza significa non avere un’idea anti-capitalista di superamento dell’attuale modo di produzione.

Esiste un’alternativa al capitalismo?
Esiste, è chiaro. Non accettare le regole del capitale. Capire che questo capitalismo non è riformabile, che da questa crisi non si esce con un nuovo modello keynesiano, che rimane comunque compatibile alle regole di sfruttamento del modo di produzione capitalista. L’uscita deve passare per il controllo della tecnologia e per il ritorno alla centralità della politica che determini regole e condizioni dell’economia e non il contrario come avviene nel capitalismo. E’ necessario un nuovo ruolo protagonista delle/dei lavoratori e dei movimenti sociali, affinché si realizzi un primo passo di lotte per rivendicazioni sul terreno tattico della ridistribuzione della ricchezza, ma mantenendo sempre la linea, l’orizzonte strategico, della conquista di fette di potere nel conflitto capitale-lavoro per il necessario obiettivo di superamento del modo di produzione capitalistico.
Oggi proporre di non pagare il debito, di nazionalizzare le banche e i settori strategici, di uscire dall’Europa dell’euro, può rilanciare una forte ripresa della diverse forme di lotta che la classe lavoratrice può concretamente attivare contro il capitale nelle sue diverse configurazioni, significa combinare ogni sforzo tattico per corretti e necessari obiettivi di ridistribuzione di reddito e della ricchezza, con l’idea di creare una soggettività di classe in cui sia sempre ben chiaro il percorso strategico del superamento dell’attuale sistema dello sfruttamento capitalista.

Traduzione a cura di Paola Tiberi

Fonte

Ho ampiamente reinterpretato la traduzione pubblicata dalla fonte perché linguisticamente contorta e in alcuni casi concettualmente discordante tra i periodi che la compongono. Credo che nel complesso l'articolo ci abbia guadagnato.
Consiglio, in ogni caso, anche la lettura dell'originale.

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