Il vertice che si sta aprendo a Vilnius è una vera e propria bomba ad orologeria perché rischia di assumere decisioni che aprono la strada all’escalation nella guerra in Ucraina e quindi alla terza guerra mondiale.
La cosa delirante è che questo rischio sta crescendo esponenzialmente non in virtù di un lucido disegno strategico delle classi dirigenti occidentali ma a causa degli errori drammatici compiuti da queste stesse, in particolare – a mio avviso – di quelle Usa. L’uso della forza senza un disegno strategico che non fosse l’uso della forza stessa ha portato gli Usa, e quindi la Nato, in un cul de sac di cui rischia di farne le spese tutta l’umanità.
Il primo errore degli Usa e quindi della Nato è stato approfittare della debolezza e poi del crollo dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni '90 per imporsi come potenza dominante su scala mondiale con la Nato come proprio braccio armato. In quel passaggio era alla portata di mano un ordine mondiale di pace e cooperazione che superasse positivamente la guerra fredda. Invece di cogliere l’occasione della pace è stata colta l’occasione per costruire il nuovo ordine mondiale unipolare a stretto dominio statunitense.
Nel 2014, il vicepresidente Biden e la responsabile per gli affari europei del ministro degli esteri, Victoria Nuland, sostengono quello che ritengo un colpo di stato in Ucraina, con l’idea di proseguire nelle acquisizioni alla Nato dei paesi dell’ex patto di Varsavia. Mentre il competitor globale stava diventando con sempre maggiore evidenza la Cina, l’amministrazione Usa ha aperto un conflitto insanabile con la Russia, enorme potenza militare ma non concorrente economica degli Usa. Ogni appello e avvertimento posto in sedi internazionali dal governo russo in quegli anni è stato deliberatamente ignorato. Questo secondo enorme errore ha messo in moto una valanga di cui l’attuale guerra in Ucraina è una delle conseguenze.
Nel 2021, quando era chiarissimo a tutti che la situazione fosse arrivata al punto di rottura, il presidente Biden, invece di cercare un compromesso con la Russia per evitare la guerra, ha scelto la strada del conflitto aprendone nei fatti uno tra Russia e Nato, cioè tra Russia e Usa. Questo terzo grande errore rappresenta per le classi dominanti degli Usa probabilmente il più grande errore strategico compiuto in questi decenni: mentre il competitor globale è la Cina, si infilano in una guerra con la Russia che, sul piano militare, è molto più forte della Cina.
Alla scelta della guerra è seguito un quarto gigantesco errore: la requisizione di 300 miliardi di dollari della banche centrale Russa depositati all’estero e le sanzioni. Questo furto – perché di questo si tratta – ha spaventato tutte le classi dirigenti delle potenze emergenti: dalla Cina all’India, dal Brasile all’Arabia Saudita e così via. Tutti hanno pensato che un eventuale litigio con gli Usa avrebbe potuto portare al sequestro dei propri depositi e partecipazioni all’estero: questo ha spaventato tutti e unificato molti. Non a caso la capacità attrattiva dei Brics e la scelta di trovare canali alternativi all’utilizzo del dollaro come moneta di scambio internazionale sono cresciute esponenzialmente negli ultimi dodici mesi. Questo processo di reazione alle sanzioni sta minando pesantemente la “rendita imperialista” di cui ha goduto sino ad oggi l’economia e la finanza statunitense. Parimenti le sanzioni hanno obbligato la Russia a trovare canali di scambio alternativi e anche questo ha alimentato un sistema di scambi alternativo a quello del dollaro.
Il quinto errore è direttamente militare. Gli Usa pensavano di incastrare la Russia in una guerra di logoramento che avrebbe distrutto l’economia russa e nel contempo prodotto così tanti morti da minare le basi di consenso del regime di Putin. Anche questo calcolo si è rivelato sbagliato. Nella guerra di posizione che caratterizza l’attuale conflitto in Ucraina, l’esercito Russo la guerra non la sta perdendo. Non c’è l’Afghanistan ma un gigantesco macello in cui il popolo ucraino viene offerto in sacrificio in una guerra per procura condotta dalla Nato.
Nella primavera del 2022 Ucraina e Russia avevano trovato un accordo per porre fine alla guerra: ruotava attorno al nodo della neutralità dell’Ucraina. La Nato si è opposta e ha deciso che l’Ucraina combattesse questa guerra per procura pensando di poterla vincere, o almeno di farla durare per anni, se non decenni: per logorare la Russia e dissolverla come entità politica. Hanno sbagliato i calcoli: l’Occidente non è nemmeno in grado di fornire all’Ucraina le munizioni necessarie.
Da ultimo, Biden pensava di poter avere qualche successo militare in modo da giustificare una dispendiosissima guerra prima delle presidenziali Usa, la cui campagna elettorale inizierà con le primarie il 3 febbraio del prossimo anno. Ad oggi non ci sono successi e la controffensiva in due mesi ha prodotto enormi quantità di morti e di armi occidentali distrutte, ma nessun successo territoriale. In questo contesto il rischio di aumentare il livello dello scontro per giustificare la prosecuzione della guerra è molto alto: visto che siamo in ballo e i morti sono centinaia di migliaia, dobbiamo andare avanti per vincere, costi quel che costi, anche con l’escalation nucleare (con il retropensiero che possa essere delimitata all’Europa).
Per tutti questi errori la situazione è oggi drammatica: le classi dirigenti Usa hanno sbagliato tutto, sia per quanto riguarda gli interessi dell’umanità (il disarmo e la cooperazione) sia per quanto riguarda i loro interessi (aver unificato Russia, Cina e non solo, contro di loro): da questa situazione in cui Zelensky non può vincere la guerra che sta facendo combattere per procura al proprio popolo, l’umanità rischia grosso. Perché o la Nato sceglie una strategia di compromesso, e quindi la guerra finisce in pochi giorni, oppure il rischio è l’escalation militare, che più alza il livello e più pone le condizioni per degenerare in un conflitto nucleare totale.
In questo quadro è decisivo cosa farà l’Italia e cosa farà l’Europa occidentale. Perché tra gli effetti delle scelte sbagliate degli Usa vi sono la tendenziale distruzione dell’economia tedesca e italiana – a favore di quella Usa – e, paradossalmente, la piena unificazione suicida della Nato dietro le scelte sbagliate degli Usa. Se non glielo dice l’Europa occidentale – che è quella che ha più da perderci – che la strategia Usa è sbagliata, chi glielo deve dire?
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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08/05/2015
Tutti eccitati intorno a Civati
“Civati è uscito dal Pd, i civatiani rimarranno. E comunque io guardo ad altri che per ora stanno in silenzio”. E' laconica la conclusione dell'intervista di Pippo Civati al quotidiano online Lettera 43, ma forse è emblematica della “leggerezza” politica e progettuale del personaggio. In fondo Civati non ha niente di eccezionale: è rimasto fermo mentre il suo partito andava a destra. Ovvio che l'illusione ottica la veda collocato obiettivamente sulla sinistra. Ma basta questo per giustificare l'eccitazione pubblica e di sinistra sulla fuoriuscita di Pippo Civati dal Pd?
Le reazioni non si sono fatte attendere e, come al solito, l'aspettativa cresce, solleticando le congetture di una generazione politica e anagrafica da sette anni in cerca di rivincite ma che stenta a fare i conti con la nuova fase storica, con i nuovi rapporti di forza (immensamente sfavorevoli) e con la speranza inconfessata che tutto possa tornare come prima. Ma così non è, e probabilmente non sarà.
La mancanza di coraggio politico nelle scelte da fare e che andrebbero fatte, si nasconde dietro la paura della solitudine, è il caso di Michele Serra che in una lettera a Civati scrive “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Non va troppo lontano Nichi Vendola quando, annunciando l'ennesimo superamento – questa volta di Sel – afferma che: “Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”. Non pare, ma anche Vendola non si discosta da Serra quando sostiene in fondo che il riformismo – e un progetto ad esso conseguente – sia l'unico orizzonte per la sinistra italiana e che chi guarda più in là fa solo testimonianza.
Infine c'è Paolo Ferrero l'attuale segretario del Prc. Nella newsletter di Rifondazione, Ferrero afferma che “L’uscita di Civati dal gruppo del PD – che salutiamo molto positivamente – è la prima risposta forte all’arroganza di Renzi. Adesso si tratta di dar vita ad una costituente della sinistra che metta in campo una alternativa alle due destre che hanno occupato l’intero spazio mediatico della politica italiana”. Ma le reazioni e i commenti all'intervista del segretario del Prc non sembrano molto entusiasti della prospettiva.
E' ancora presto per azzardare ipotesi compiute. Tra venti giorni si vota in alcune regioni importanti (Campania, Veneto, Liguria, Marche etc.) e i risultati – per quanto a macchia di leopardo per il perdurare delle specificità locali su un progetto nazionale – indicheranno i margini di concretizzazione o meno delle aspettative e della eccitazione circolante. Non solo. Tra le malefatte dell'Italicum c'è un aspetto che alimenta invece delle aspettative a sinistra: quella soglia di sbarramento abbassata al 3% che rende abbordabile il superamento del quorum anche per un rassemblement a ranghi ridotti. Niente che possa preoccupare il Pd né erodere i consensi conquistatisi dal M5S, al quale va riconosciuto obiettivamente un atteggiamento dei gruppi parlamentari coerente con quella che dovrebbe essere una vera opposizione nelle sedi istituzionali.
Quello che si può affermare già da adesso, è che la sinistra residua nel nostro paese si vede ancora come “sinistra di governo” e dunque lo spazio che vorrebbe occupare altro non è che lo spazio riformista. Qualcuno, come Ferrero, alimenta il mito di una Syriza italiana o di Podemos ma è una narrazione fuori bersaglio. Sono due cose diverse tra loro e soprattutto diversissime dagli innumerevoli contenitori prodotti in serie dalla sinistra italiana dall'Arcobaleno del 2008 a oggi. Contenitori appunto, sui contenuti sembra di vivere ancora in un'altra epoca: quella di una volta.
Fonte
Le reazioni non si sono fatte attendere e, come al solito, l'aspettativa cresce, solleticando le congetture di una generazione politica e anagrafica da sette anni in cerca di rivincite ma che stenta a fare i conti con la nuova fase storica, con i nuovi rapporti di forza (immensamente sfavorevoli) e con la speranza inconfessata che tutto possa tornare come prima. Ma così non è, e probabilmente non sarà.
La mancanza di coraggio politico nelle scelte da fare e che andrebbero fatte, si nasconde dietro la paura della solitudine, è il caso di Michele Serra che in una lettera a Civati scrive “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Non va troppo lontano Nichi Vendola quando, annunciando l'ennesimo superamento – questa volta di Sel – afferma che: “Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”. Non pare, ma anche Vendola non si discosta da Serra quando sostiene in fondo che il riformismo – e un progetto ad esso conseguente – sia l'unico orizzonte per la sinistra italiana e che chi guarda più in là fa solo testimonianza.
Infine c'è Paolo Ferrero l'attuale segretario del Prc. Nella newsletter di Rifondazione, Ferrero afferma che “L’uscita di Civati dal gruppo del PD – che salutiamo molto positivamente – è la prima risposta forte all’arroganza di Renzi. Adesso si tratta di dar vita ad una costituente della sinistra che metta in campo una alternativa alle due destre che hanno occupato l’intero spazio mediatico della politica italiana”. Ma le reazioni e i commenti all'intervista del segretario del Prc non sembrano molto entusiasti della prospettiva.
E' ancora presto per azzardare ipotesi compiute. Tra venti giorni si vota in alcune regioni importanti (Campania, Veneto, Liguria, Marche etc.) e i risultati – per quanto a macchia di leopardo per il perdurare delle specificità locali su un progetto nazionale – indicheranno i margini di concretizzazione o meno delle aspettative e della eccitazione circolante. Non solo. Tra le malefatte dell'Italicum c'è un aspetto che alimenta invece delle aspettative a sinistra: quella soglia di sbarramento abbassata al 3% che rende abbordabile il superamento del quorum anche per un rassemblement a ranghi ridotti. Niente che possa preoccupare il Pd né erodere i consensi conquistatisi dal M5S, al quale va riconosciuto obiettivamente un atteggiamento dei gruppi parlamentari coerente con quella che dovrebbe essere una vera opposizione nelle sedi istituzionali.
Quello che si può affermare già da adesso, è che la sinistra residua nel nostro paese si vede ancora come “sinistra di governo” e dunque lo spazio che vorrebbe occupare altro non è che lo spazio riformista. Qualcuno, come Ferrero, alimenta il mito di una Syriza italiana o di Podemos ma è una narrazione fuori bersaglio. Sono due cose diverse tra loro e soprattutto diversissime dagli innumerevoli contenitori prodotti in serie dalla sinistra italiana dall'Arcobaleno del 2008 a oggi. Contenitori appunto, sui contenuti sembra di vivere ancora in un'altra epoca: quella di una volta.
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29/09/2013
Rifondazione. Ferrero denuncia l'infiltrazione dei servizi segreti
"FERRERO SEGRETARIO DI RIFONDAZIONE : Oggi ho denunciato che vi sono manovre di infiltrazione da parte dei servizi nei confronti di Rifondazione. L’ho fatto perché se qualcuno ha idea di far succedere qualcosa di strano, sappia che siamo al corrente delle loro manovre. Loro si muovono nell’ombra, nell’ambiguità e lavorano per far casino. Noi siamo per la luce, la chiarezza, le battaglie alla luce del sole".
La denuncia è forte e netta, anche se per il momento non dettagliata con nomi e circostanze. Certo, buona parte del caos interno in questo momento a Rifondazione appare persino "eccessivo" rispetto alla tradizione di questo partito.
L'invito che rivolgiamo a tutti i compagni è di mantenere gli occhi bene aperti. C'è un regime in forte crisi strutturale, gente che sta perdendo la certezza del dominio, che è abituata ad alzare polveroni e spaccare tutto (partiti, collettivi, sindacati, ecc). In genere gli infiltrati dei "servizi" scelgono di annidarsi in mezzo a chi urla di più e capisce di meno, tra chi chiama tutti "traditori" (o magari maledice "la casta", come va di moda adesso) e prova a trasformare la ricerca dell'unità possibile nell'impossibilità di unirsi (magari in nome dell'"unità").
Complicato? Solo per chi non conosce la storia del movimento operaio....
*****
Sbaglia chi pensa o dice che "i servizi segreti devono essere messi davvero male se si riducono a infiltrare Rifondazione Comunista".
Sbaglia anche se è certamente vero che il gruppo dirigente del Prc appare incapace - e non da oggi - di sciogliere i nodi strategici che tengono questo partito avvinto alla logica dei "cartelli elettorali", il cui capofila - come una maledizione biblica - resta sempre il Pd. E proprio questa incapacità sembra aver aperto un'autostrada alla contestazione "basista" del gruppo dirigente.
Ma stanno realmente così le cose? Certamente no. Nella conflittualità interna al Prc giocano ormai allo scoperto forze che non sono riconducibili alla normale "dialettica interna" di un partito ormai extraparlamentare. È vero, la "strategia" immaginaria del gruppo dirigente punta apertamente al rientro nella "comunità della politica", finanziamenti pubblici compresi. Ma quanti si oppongono sono una "variopinta schiera" (citazione marxiana, cercatevela) che nasconde difficoltà autentiche, indignazione comprensibile e manovre putride.
Peraltro niente affatto "nuove". Abbiamo ritrovato nomi e storie decisamente datate, confusione senza limiti, attacchi pretestuosi (ancorché, come detto, favoriti da una politica spesso suicida). Ricorrenze che ci portano a individuare delle frequenze inquietanti, facilitate da un atteggiamento irresponsabile praticato per anni dal "partito della rifondazione comunista", entro le quali si sono infilati come una lama nel burro gli infiltrati del Sisde o come si chiama adesso.
Veniamo da un periodo politico idiota, in cui era sufficiente mandare in rete "appelli" - per quanto improbabili - per raccogliere nomi, indirizzi, preferenze, mail, ecc. Non stiamo ovviamente parlando di iniziative serie - come Ross@ et similia, che possono vantare "promotori" con certificazione di "origine controllata" - ma di pagliacciate generiche, promosse da sconosciuti o quasi, cui aderisce chi capita. Sembra un trionfo della "democrazia di base", è invece uno spalancare le porte a Cetto La Qualunque.
Ripetiamo: se il vertice attuale del Prc avesse preso atto di un fallimento strategico (i "cartelli elettorali" a un tanto al chilo), tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma questo non cambia il quadro attuale; Rifondazione è davvero sotto attacco delle spie di professione. Speriamo ovviamente che si apra una stagione di confronto serio sulle prospettive, dopo che il Prc avrà provveduto a rimuovere il tumore che sta provando a ucciderlo. Paradossalmente, ma neppure troppo, il "bacio delle morte" è probabilmente arrivato dalla decisione di promuovere una "lista Ingroia", in cui il magistrato antimafia è stato ahivoi supportato da una pletora di sbirri che metà bastava...
Ora c'è un problema da risolvere. E speriamo davvero che il Prc riesca nell'impresa. Ci sembra infatti che nel potere - checché ne pensino i media che ironizzano a sproposito sulla notizia dell'infiltrazione - esista un "disegno" abbastanza preciso; "ripulire gli angoli" da ogni "sporcizia" non controllata. Spazzar via i "diversi" e quanti potrebbero - malgrado loro - rappresentare un'alternativa credibile. Non pensiamo infatti che il Prc sia oggi "pericoloso" per l'assetto di potere in virtù della propria "saggezza". La sua scelta a favore del 12 ottobre (invece che del 18 e 19) ne rappresenta per intero la debolezza. Ma a prescindere dalle sue intenzioni soggettive, il Prc rappresenta pur sempre un'aggregazione politica consistente (alcune decine di migliaia di iscritti), fatta di persone che non hanno ancora deciso di arrendersi allo strapotere del potere. Questo insieme - al di là del gruppo dirigente - va disperso, polverizzato, cancellato dallo scenario politico.
Come si fa, però, a riconoscere degli sbirri in mezzo a compagni perbene? Ci vuole orecchio, avrebbe sentenziato Jannacci. O almeno saper riconoscere il "giro" che da venti anni o poco più infiltra l'uno dopo l'altro prima i centri sociali, poi alcune frange non brillanti del sindacalismo di base e ora direttamente le organizzazioni politiche o settori di movimento. Una storia di merda che arriva da lontano (dai tempi della "zarina del Sisde") e vorrebbe andare ancora più lontano.
Si può fermare, sia detto tra noi...
Fonte
La denuncia è forte e netta, anche se per il momento non dettagliata con nomi e circostanze. Certo, buona parte del caos interno in questo momento a Rifondazione appare persino "eccessivo" rispetto alla tradizione di questo partito.
L'invito che rivolgiamo a tutti i compagni è di mantenere gli occhi bene aperti. C'è un regime in forte crisi strutturale, gente che sta perdendo la certezza del dominio, che è abituata ad alzare polveroni e spaccare tutto (partiti, collettivi, sindacati, ecc). In genere gli infiltrati dei "servizi" scelgono di annidarsi in mezzo a chi urla di più e capisce di meno, tra chi chiama tutti "traditori" (o magari maledice "la casta", come va di moda adesso) e prova a trasformare la ricerca dell'unità possibile nell'impossibilità di unirsi (magari in nome dell'"unità").
Complicato? Solo per chi non conosce la storia del movimento operaio....
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Sbaglia chi pensa o dice che "i servizi segreti devono essere messi davvero male se si riducono a infiltrare Rifondazione Comunista".
Sbaglia anche se è certamente vero che il gruppo dirigente del Prc appare incapace - e non da oggi - di sciogliere i nodi strategici che tengono questo partito avvinto alla logica dei "cartelli elettorali", il cui capofila - come una maledizione biblica - resta sempre il Pd. E proprio questa incapacità sembra aver aperto un'autostrada alla contestazione "basista" del gruppo dirigente.
Ma stanno realmente così le cose? Certamente no. Nella conflittualità interna al Prc giocano ormai allo scoperto forze che non sono riconducibili alla normale "dialettica interna" di un partito ormai extraparlamentare. È vero, la "strategia" immaginaria del gruppo dirigente punta apertamente al rientro nella "comunità della politica", finanziamenti pubblici compresi. Ma quanti si oppongono sono una "variopinta schiera" (citazione marxiana, cercatevela) che nasconde difficoltà autentiche, indignazione comprensibile e manovre putride.
Peraltro niente affatto "nuove". Abbiamo ritrovato nomi e storie decisamente datate, confusione senza limiti, attacchi pretestuosi (ancorché, come detto, favoriti da una politica spesso suicida). Ricorrenze che ci portano a individuare delle frequenze inquietanti, facilitate da un atteggiamento irresponsabile praticato per anni dal "partito della rifondazione comunista", entro le quali si sono infilati come una lama nel burro gli infiltrati del Sisde o come si chiama adesso.
Veniamo da un periodo politico idiota, in cui era sufficiente mandare in rete "appelli" - per quanto improbabili - per raccogliere nomi, indirizzi, preferenze, mail, ecc. Non stiamo ovviamente parlando di iniziative serie - come Ross@ et similia, che possono vantare "promotori" con certificazione di "origine controllata" - ma di pagliacciate generiche, promosse da sconosciuti o quasi, cui aderisce chi capita. Sembra un trionfo della "democrazia di base", è invece uno spalancare le porte a Cetto La Qualunque.
Ripetiamo: se il vertice attuale del Prc avesse preso atto di un fallimento strategico (i "cartelli elettorali" a un tanto al chilo), tutto ciò non sarebbe stato possibile. Ma questo non cambia il quadro attuale; Rifondazione è davvero sotto attacco delle spie di professione. Speriamo ovviamente che si apra una stagione di confronto serio sulle prospettive, dopo che il Prc avrà provveduto a rimuovere il tumore che sta provando a ucciderlo. Paradossalmente, ma neppure troppo, il "bacio delle morte" è probabilmente arrivato dalla decisione di promuovere una "lista Ingroia", in cui il magistrato antimafia è stato ahivoi supportato da una pletora di sbirri che metà bastava...
Ora c'è un problema da risolvere. E speriamo davvero che il Prc riesca nell'impresa. Ci sembra infatti che nel potere - checché ne pensino i media che ironizzano a sproposito sulla notizia dell'infiltrazione - esista un "disegno" abbastanza preciso; "ripulire gli angoli" da ogni "sporcizia" non controllata. Spazzar via i "diversi" e quanti potrebbero - malgrado loro - rappresentare un'alternativa credibile. Non pensiamo infatti che il Prc sia oggi "pericoloso" per l'assetto di potere in virtù della propria "saggezza". La sua scelta a favore del 12 ottobre (invece che del 18 e 19) ne rappresenta per intero la debolezza. Ma a prescindere dalle sue intenzioni soggettive, il Prc rappresenta pur sempre un'aggregazione politica consistente (alcune decine di migliaia di iscritti), fatta di persone che non hanno ancora deciso di arrendersi allo strapotere del potere. Questo insieme - al di là del gruppo dirigente - va disperso, polverizzato, cancellato dallo scenario politico.
Come si fa, però, a riconoscere degli sbirri in mezzo a compagni perbene? Ci vuole orecchio, avrebbe sentenziato Jannacci. O almeno saper riconoscere il "giro" che da venti anni o poco più infiltra l'uno dopo l'altro prima i centri sociali, poi alcune frange non brillanti del sindacalismo di base e ora direttamente le organizzazioni politiche o settori di movimento. Una storia di merda che arriva da lontano (dai tempi della "zarina del Sisde") e vorrebbe andare ancora più lontano.
Si può fermare, sia detto tra noi...
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28/02/2013
Rivoluzione Civile: un suicidio in 8 mosse
Rivoluzione Civile ha fatto flop, in
maniera forse inattesa visto che i sondaggi pre-elettorali davano
pronostici diversi che parlavano di percentuali basse ma comunque
sufficienti per entrare almeno in Parlamento. L'apparato politico che
componeva il cartello elettorale a sostegno di Ingroia cercherà colpe
ovunque al di fuori delle proprie stanze (proprio l'ex magistrato ha già
dichiarato che "è colpa di Bersani che non si è voluto alleare con
noi"...), ma la sostanza è che le responsabilità sono tutte da
addebitare proprio alla proposta politica messa in campo da Rivoluzione
Civile. Un'offerta elettorale pessima per tanti motivi, racchiudibili in
8 punti principali. Vediamoli.
1 - Progetto di emergenza elettorale calato dall'alto
Dopo
il fallimento dell'Arcobaleno nel 2008, la sinistra aveva una sola cosa
da fare: iniziare a lavorare alla creazione di un nuovo soggetto
politico, con facce diverse, parole d'ordine diverse, progettualità e
prospettive diverse. Doveva farlo subito, il giorno dopo le elezioni
(visto che fra l'altro non aveva neanche impegni istituzionali). Invece
non solo non l'ha fatto subito, ma si è ritrovata a ridosso delle
elezioni di cinque anni dopo a mettere in piedi un progetto che è
apparso a tutti solo come un cartello elettorale di raccattati messi
insieme per entrare in Parlamento. Progetto che poteva anche essere
sensato nella sua idea di fondo (offrire una alternativa a chi voleva
dare un voto di rottura mantenendo un'identità di sinistra che Grillo
non dava) ma appunto se costruito nel tempo e dal basso. Invece, anziché
nel tempo e dal basso, è stato messo in piedi ad appena un mese dalle
elezioni e calato dall'alto dalle segreterie di 4 partitini, risultando
incomprensibile e quasi sconosciuto all'elettorato.
2 - Disponibilità alla sottomissione
Quando
i giornalisti ponevano ad Ingroia la fatidica domanda "ma così non
portate via i voti al Pd?", lui rispondeva che era il contrario, perché
Rivoluzione Civile avrebbe portato in Parlamento i voti necessari
affinché, quando Bersani avesse avuto bisogno dei numeri per governare,
anziché guardare a Monti avrebbe guardato a sinistra. Un autogol
strategico e comunicativo pazzesco: perché io elettore di sinistra
anti-Pd dovrei votare per una lista che si dichiara già in partenza
disponibile alla sottomissione? Magari in cambio di qualche puzzolente
poltrona fra l'altro. Se voto per una lista alternativa al Pd, è chiaro
che NON voglio che governi il Pd. E Grillo in questo senso dava maggiori
garanzie (se saranno certezze lo vedremo già dai prossimi giorni). In
quella scienza impietosa che è la politica, la disponibilità alla
sottomissione emana debolezza e allontana l'elettore.
3 - Impronta fortemente legalitaria
Magistrati
e poliziotti. Questo l'impatto, secco, tranciante, che ha avuto
Rivoluzione Civile sull'elettorato. Ci vuole poco a capire che sono
categorie che a sinistra piacciono a pochi. Che poi effettivamente non
c'erano solo loro, ma chi studia comunicazione politica sa bene che il
gossip amplifica la portata di cose che da marginali diventano
caratterizzanti: in Rivoluzione Civile c'è un poliziotto che è contrario
ai numeri identificativi sui caschi e sulle divise, quindi per
l'impatto complessivo sulla gente, Rivoluzione Civile è il movimento
che è per la repressione poliziesca. Non è così in verità, ma è così per
i media e la rete che trasmettono il concetto in maniera virale.
Quindi, anche se non è verità, lo diventa. L'impronta legalitaria era
stata pensata per sfondare almeno nelle regioni del sud tipo Campania e
Sicilia, ma alla prova dei numeri è stato un fallimento anche lì.
4 - Assenza di idee nuove e mancanza di parole contro la Casta
L'approssimazione
dal punto di vista della comunicazione politica si è vista anche
dall'assenza di proposte nuove, d'impatto, rivoluzionarie ma per
davvero. Berlusconi si è inventato la restituzione dell'Imu, ben sapendo
che in campagna elettorale vale tutto e che tanto gli italiani hanno la
memoria corta. Ad Ingroia bastava anche una sola proposta rumorosa, ma
non l'ha trovata. Paradossalmente sarebbe bastato copiarne alcune di
Grillo sull'antipolitica, magari personalizzandole con un vestito di
sinistra, invece niente. Bastava dire che anche Rivoluzione Civile è per
la restituzione dei rimborsi elettorali e per il limite a due mandati
in Parlamento, magari aggiungendoci idee sulla partecipazione diretta e
non solo virtuale della gente alle decisioni da prendere nel corso della
legislatura. Invece nulla, tabula rasa.
5 - Nome debole
Rivoluzione
Civile è un ossimoro. Puntigliosità linguistica dei rivoluzionari duri e
puri? No, verità assoluta che a livello di comunicazione politica ha un
effetto latente, inconscio, penetrante nelle menti delle persone. La
Rivoluzione non è un pranzo di gala, diceva Mao. Ingroia e compagni
hanno dato invece l'idea che volevano andare al buffet di Montecitorio a
farsi una bella mangiata. L'impatto del brand "Rivoluzione Civile" è
praticamente lo stesso del "metteremo dei fiori nei vostri cannoni", il
proseguimento del noioso filone arcobalenista. Perdente.
6 - Candidature di dinosauri impresentabili
Diliberto,
Di Pietro, Ferrero, Bonelli. Pensavano forse che gli elettori non si
sarebbero accorti che dietro ad Ingroia c'erano comunque loro? Diliberto
è quello della scissione cossuttiana voluta perché i
"comunisti-italiani" ci tenevano un sacco a fare le guerre in giro per
il mondo insieme al governo D'Alema. Ma è anche quello del sostegno
ufficiale a Bersani nella campagna per le primarie (!), che poi quando
lui non li ha ringraziati dopo la vittoria si è anche offeso
(incredibile, ma vero). Come può un elettore pensare che appena seduto
sul seggiolone parlamentare Diliberto non avrebbe iniziato subito ad
elemosinare un posto da alleato di Bersani? Di Pietro, dopo la famosa
inchiesta di Report, è diventato il simbolo dei privilegi della Casta. E
in quanto tale destinato ad essere polverizzato in un momento come
questo in cui la congiuntura politica parla il linguaggio di Grillo.
7 - Assenza di carisma e di una rappresentazione della rabbia sociale
Ingroia
è Crozza che fa Ingroia. Giusto? Sbagliato? Non importa, è così. In una
campagna elettorale contano (molto più di quanto si pensi) anche le
caricature, la satira, le prese in giro. Crozza ha fatto l'imitazione di
tutti i leader tranne Grillo (perché lui è già la caricatura di sé
stesso, o forse più semplicemente perché non lo sappiamo ma Crozza
parteggia per Grillo). Berlusconi era lo strafottente, Monti era il
robot, Bersani era l'uomo delle metafore di provincia. E Ingroia? Era lo
svogliato. Sì, lo svogliato. Cioè, il leader della parte politica che
doveva rappresentare la rabbia sociale, la rivoluzione, il grido di
opposizione, non ne aveva voglia. Parodia ingenerosa quella di Crozza?
Forse un po' sì, ma è innegabile che il carisma Ingroia o non ce l'ha o
l'ha lasciato a casa durante tutta la campagna elettorale. Ci voleva un
leader che parla alla pancia della gente, che fa sussultare il cuore e
fa vibrare le emozioni. Una mente appassionata e che appassiona. Invece
no, candidano l'addormentato.
8 - Mancanza di un rapporto diretto con i movimenti e col mondo del lavoro
E
questo è il punto che viene per ultimo ma probabilmente è il più
importante. Da una proposta politica di sinistra vorremmo aspettarci
tutto ciò che il Pd non offre. In primis una riforma strutturale,
organica, nuova, coraggiosa, del diritto del lavoro e del welfare. Una
prospettiva per i giovani disoccupati, per i licenziati che non trovano
più lavoro, per i precari, gli atipici, i sottopagati. Ma una proposta
vera, credibile, concreta, con cui identificarsi per anni fino al suo
ottenimento. Possibile che non siano riusciti a partorire niente in
questo senso? A pensarci bene è incredibile. Non basta parlare in
termini generici su quell'argomento, ti devi differenziare con proposte
che non produce nessun altro. Deve essere quello il cambio di passo,
altrimenti perché la gente ti dovrebbe votare? E andando al di là del
lavoro, su tutti gli altri temi fondamentali come l'ambiente, le
battaglie contro le grandi opere inutili tipo la Tav, contro le
privatizzazioni dei beni comuni (acqua, scuola, sanità, trasporti),
contro le guerre, contro l'emergenza abitativa, perché non è stata
percepita la vicinanza da parte dei movimenti? Non era difficile fra
l'altro, perché la piattaforma politica era già scritta da chi ogni
giorno combatte nelle trincee dei luoghi di lavoro e dei territori.
Da domani avranno cinque anni di tempo per costruire tutto questo. Scommettiamo che non lo faranno?
redazione
26 febbraio 2013
07/12/2012
Sinistra radicale: non c’è più niente da fare (almeno per questo giro)
Diversi amici e compagni mi sollecitano un parere su cosa dovrebbe fare la sinistra radicale in vista delle elezioni. Risposta semplice: nulla e passare la mano. Infatti, almeno per questo giro, non c’è nulla da fare, la sinistra radicale si è suicidata: non si possono perdere 4 anni e 10 mesi e pretendere di risolvere tutto con un tentativo degli ultimi due mesi, siamo seri! Iniziamo da Vendola: la scelta di sottoscrivere l’alleanza con il Pd si è risolta nel disastro che era stato facile prevedere. Nichi, che due anni fa di questi tempi, sognava di arrivare primo in elezioni primarie della sinistra (e forse avrebbe potuto anche farcela) non è arrivato neppure al secondo turno, surclassato da Renzi che ha preso il doppio dei suoi voti. Per cui, l’alternativa a Bersani non era alla sua sinistra ma alla sua destra ed a Nichi non resta che fare la ruota di scorta di un Pd esplicitamente orientato a mantenere la linea fallimentare del rigore montiano.
Vendola avrebbe potuto essere il punto di riferimento di una nuova aggregazione di sinistra che incidesse sin dentro il Pd, ma ha buttato dalla finestra questa occasione, limitandosi ad una esasperata esposizione narcisistica della sua persona ed impedendo a Sel di diventare una forza politica con un suo insediamento e strutturazione. Ha preferito tenerla come sorta di comitato elettorale aggiuntivo alle famose “fabbriche di Nichi” di cui non si ricorda più nessuno. Non ha detto una sola parola sensata sulla crisi ed ha svolazzato su tutti i temi senza approfondirne nessuno, da vero poeta. Bene: che faccia il poeta.
Qualcuno mi dirà: “Ma se Vendola aveva la possibilità di fare il polo della sinistra radicale, perché non lo hai appoggiato e sei rimasto in Rifondazione?” Risposta: perché, conoscendolo da quando aveva 17 anni, sapevo che l’esito sarebbe stato questo, perché non avrebbe retto una prova di quel livello. Poi Nichi ha preso la scivolata finale con questa disastrosa virata verso il Pd il cui esito gli era stato preannunciato da molti. Intendiamoci: Sel, grazie al Porcellum entrerà in Parlamento perché gli basterà il 2%, ma il peso politico sarà nullo. C’è un’unica possibilità che pesi qualcosa: che Renzi esca dal partito e passi con il centro. Diversamente il percorso verso il nulla politico è già segnato.
L’Idv, se si può considerarla una forza di sinistra radicale (del che dubiteremmo) è finita schiacciata fra l’ipotesi del voto utile al Pd e l’onda montante grillina, d’altra parte, con un Berlusconi ridotto a macchietta politica priva di qualsiasi possibilità di successo, Di Pietro che cosa ha da dire? E la formula del partito “patrimonio personale” del leader regge solo fino ad un certo punto ed, in questo caso, è arrivato al capolinea (ci pensi Grillo che si è messo su questa stessa strada e con maggior determinazione ancora).
E veniamo a Rifondazione che, pure, una occasione di rilancio molto seria l’ha avuta fra il 2008 ed il 2009, quando la crisi ha gonfiato le vele di quasi tutti i partiti di sinistra radicale in Europa (dalla Grecia alla Spagna, dalla Francia alla Germania, dall’Islanda al Portogallo) e, peraltro, quando ancora aveva più forza organizzativa di Sel. Ma Rifondazione ha preferito affidarsi al gruppo dirigente più impresentabile della storia del movimento operaio, capeggiato dall’alfabetizzato recente Paolo Ferrero.
All’inizio c’è stato un fuoco pirotecnico di trovate che possiamo aulicamente definire “cazzate col botto” (la michetta ad 1 euro, il populismo di sinistra, la rete dei dentisti compagni), dopo semplicemente il nulla. Nessuna iniziativa politica autonoma, nessuna analisi della crisi, nessuna trovata propagandistica in grado di spezzare la coltre di silenzio che avvolgeva il partito. Poi, giusto per salvare il cadreghino di un po’ di funzionari nullafacenti, la trovata “astutissima” della federazione con il PdCI, fatta solo per evitare una unificazione che, sospettava il callido Ferrero, avrebbe potuto portare ad un accordo fra il PdCI e la corrente di Grassi che lo avrebbe deposto eleggendo Diliberto. Meglio fare una falsa unificazione con una federazione fra microbi (e, tanto per fare scena e dire che c’era almeno un altro, ci si è inventato il Partito del Lavoro di Salvi e Patta che, si e no, avrà 300 iscritti in tutta Italia). Risultato: l’ultimo Comitato nazionale della Federazione della Sinistra si è concluso, come era prevedibile, con la sostanziale divisione della Federazione: i comunisti Italiani di Diliberto e il gruppo di Salvi vanno con Sel-Pd per rimediare qualche parlamentare.
Ovviamente il PdCI si riduce a fare il cespuglio del cespuglio e Rifondazione resta sola, prevedibilmente con uno scarso 1% se si presentasse con il suo simbolo ed uno 0.6%-0,7% che la seguirebbe se si presentasse in accordo con altri. Di fatto la possibilità di rieleggere qualche deputato di Rifondazione (assicurando al segretario del partito ed a qualche suo amico la sospirata pensione) sono affidate solo alla munificenza di qualcuno (Vendola, il Pd, Grillo) che per quel rachitico 0,7% dovrebbe regalare due o tre seggi. Il guaio è che non c’è traccia di questo Babbo Natale: Grillo non ci pensa neppure, il Pd ha i suoi guai , Vendola preferirebbe fidanzarsi con la Santanchè piuttosto che concedere qualcosa a Ferrero…
Resta un’ipotesi: la lista arancione di De Magistris sulla quale, però, conviene fare qualche ragionamento. Di generali ce ne sono molti: dallo stesso De Magistris a Paolo Flores, da Gallino ad Ingroia (che, però, mi sembra giustamente molto cauto sull’idea di candidarsi), dagli esponenti dei No Tav a quelli dei No Dal Molin, più una serqua di presidenti e vice presidenti di associazioni e movimenti. Ma i soldati ci sono? Vediamo: De Magistris è un fenomeno essenzialmente locale, che potrebbe portare qualche decina di migliaia di voti da Napoli (ma non ne sono affatto sicuro, anche per come stanno andando le cose della sua giunta). Ingroia è un nome importante che potrebbe drenare un po’ di voti Idv in libera uscita soprattutto se della partita fosse anche Di Pietro (nella migliore delle ipotesi non credo andremmo oltre i 200.000 voti ex Idv). I movimento No Tav e No Dal Molin già in passato si sono misurati in elezioni locali (per lo più nelle liste della FdS) ma si è trattato di alcune migliaia di voti concentrati nelle loro zone. Alba è un gruppo in cui militano molti prestigiosissimi intellettuali (come Gallino del quale ho massima considerazione) ma non credo che metta insieme mille voti in tutta Italia e quanto al mare di associazioni, circoli, movimenti credo che siano più le sigle che i voti. Per di più, voi pretendete che questa lista raccolga messe di voti con un nome ed un simbolo che non ci sono ancora a tre/quattro mesi dal voto (ma l’esperienza di Nuova Sinistra Unita nel 1979 e di Sinistra Arcobaleno nel 2008 non vi dice niente?). Forse, mettendo insieme Rifondazione e con un po’ di fortuna, potrebbe sfiorare il 2-2,5% dei voti. E qui si pone un problema: la soglia del 4% per andare da soli è esclusa, per cui la lista arancione dovrebbe entrare nella coalizione di centro sinistra (con tanti saluti al “quarto polo” perché al massimo di tratterebbe della “terza lista” del “primo polo”). Ma in coalizione con il Pd quanti voti perderebbe Rifondazione strada facendo? Insomma sulla possibilità che una lista così entri in Parlamento potrei scommetterci anche mezzo euro, ma già uno intero mi sembrerebbe uno spreco. Qualcosa in più potrebbe ottenere un accordo fra Sel e gli “arancioni” ma perché mai Vendola dovrebbe spartire il suo –ormai magro– gruzzolo elettorale con altri?
Ma poi, per fare che? Se anche la lista raggiungesse l’agognato traguardo mandando a Montecitorio una quindicina di deputati, questo servirebbe a rimettere in circolazione lo stesso indecente ceto politico che regge le sorti della sinistra radicale da 20 anni e che ci ha ridotti in queste condizioni. Al massimo in compagnia di qualche nome nuovo forse più decente ma che da solo non potrebbe far nulla. Vale la pena? A me sembra che l’unica buona notizia sarebbe la scomparsa dalla scena politica di questi personaggi, che non hanno la decenza di ritirarsi neppure ora dopo tutti i disastri combinati. Ferrero e compagni possono aprire la bocca solo per dire “Ci vergogniamo profondamente , cercate di dimenticarci”.
Piaccia o no, lo spazio politico della protesta antisistema è totalmente presidiato da Grillo e dai suoi. Mi spiace ma non c’è più niente da fare. E poi questo metodo di fare prima la lista e dopo il soggetto politico non mi convince, proviamo a fare il contrario: prima il soggetto politico e poi la lista che chiede consensi da rappresentare. Una volta, a sinistra, si faceva così, perché non rimettiamo in piedi la sinistra radicale iniziando dalla definizione del soggetto politico e dalla sua pratica delle lotte sociali? Dopo penseremo al Parlamento.
Aldo Giannuli
Fonte
Vendola avrebbe potuto essere il punto di riferimento di una nuova aggregazione di sinistra che incidesse sin dentro il Pd, ma ha buttato dalla finestra questa occasione, limitandosi ad una esasperata esposizione narcisistica della sua persona ed impedendo a Sel di diventare una forza politica con un suo insediamento e strutturazione. Ha preferito tenerla come sorta di comitato elettorale aggiuntivo alle famose “fabbriche di Nichi” di cui non si ricorda più nessuno. Non ha detto una sola parola sensata sulla crisi ed ha svolazzato su tutti i temi senza approfondirne nessuno, da vero poeta. Bene: che faccia il poeta.
Qualcuno mi dirà: “Ma se Vendola aveva la possibilità di fare il polo della sinistra radicale, perché non lo hai appoggiato e sei rimasto in Rifondazione?” Risposta: perché, conoscendolo da quando aveva 17 anni, sapevo che l’esito sarebbe stato questo, perché non avrebbe retto una prova di quel livello. Poi Nichi ha preso la scivolata finale con questa disastrosa virata verso il Pd il cui esito gli era stato preannunciato da molti. Intendiamoci: Sel, grazie al Porcellum entrerà in Parlamento perché gli basterà il 2%, ma il peso politico sarà nullo. C’è un’unica possibilità che pesi qualcosa: che Renzi esca dal partito e passi con il centro. Diversamente il percorso verso il nulla politico è già segnato.
L’Idv, se si può considerarla una forza di sinistra radicale (del che dubiteremmo) è finita schiacciata fra l’ipotesi del voto utile al Pd e l’onda montante grillina, d’altra parte, con un Berlusconi ridotto a macchietta politica priva di qualsiasi possibilità di successo, Di Pietro che cosa ha da dire? E la formula del partito “patrimonio personale” del leader regge solo fino ad un certo punto ed, in questo caso, è arrivato al capolinea (ci pensi Grillo che si è messo su questa stessa strada e con maggior determinazione ancora).
E veniamo a Rifondazione che, pure, una occasione di rilancio molto seria l’ha avuta fra il 2008 ed il 2009, quando la crisi ha gonfiato le vele di quasi tutti i partiti di sinistra radicale in Europa (dalla Grecia alla Spagna, dalla Francia alla Germania, dall’Islanda al Portogallo) e, peraltro, quando ancora aveva più forza organizzativa di Sel. Ma Rifondazione ha preferito affidarsi al gruppo dirigente più impresentabile della storia del movimento operaio, capeggiato dall’alfabetizzato recente Paolo Ferrero.
All’inizio c’è stato un fuoco pirotecnico di trovate che possiamo aulicamente definire “cazzate col botto” (la michetta ad 1 euro, il populismo di sinistra, la rete dei dentisti compagni), dopo semplicemente il nulla. Nessuna iniziativa politica autonoma, nessuna analisi della crisi, nessuna trovata propagandistica in grado di spezzare la coltre di silenzio che avvolgeva il partito. Poi, giusto per salvare il cadreghino di un po’ di funzionari nullafacenti, la trovata “astutissima” della federazione con il PdCI, fatta solo per evitare una unificazione che, sospettava il callido Ferrero, avrebbe potuto portare ad un accordo fra il PdCI e la corrente di Grassi che lo avrebbe deposto eleggendo Diliberto. Meglio fare una falsa unificazione con una federazione fra microbi (e, tanto per fare scena e dire che c’era almeno un altro, ci si è inventato il Partito del Lavoro di Salvi e Patta che, si e no, avrà 300 iscritti in tutta Italia). Risultato: l’ultimo Comitato nazionale della Federazione della Sinistra si è concluso, come era prevedibile, con la sostanziale divisione della Federazione: i comunisti Italiani di Diliberto e il gruppo di Salvi vanno con Sel-Pd per rimediare qualche parlamentare.
Ovviamente il PdCI si riduce a fare il cespuglio del cespuglio e Rifondazione resta sola, prevedibilmente con uno scarso 1% se si presentasse con il suo simbolo ed uno 0.6%-0,7% che la seguirebbe se si presentasse in accordo con altri. Di fatto la possibilità di rieleggere qualche deputato di Rifondazione (assicurando al segretario del partito ed a qualche suo amico la sospirata pensione) sono affidate solo alla munificenza di qualcuno (Vendola, il Pd, Grillo) che per quel rachitico 0,7% dovrebbe regalare due o tre seggi. Il guaio è che non c’è traccia di questo Babbo Natale: Grillo non ci pensa neppure, il Pd ha i suoi guai , Vendola preferirebbe fidanzarsi con la Santanchè piuttosto che concedere qualcosa a Ferrero…
Resta un’ipotesi: la lista arancione di De Magistris sulla quale, però, conviene fare qualche ragionamento. Di generali ce ne sono molti: dallo stesso De Magistris a Paolo Flores, da Gallino ad Ingroia (che, però, mi sembra giustamente molto cauto sull’idea di candidarsi), dagli esponenti dei No Tav a quelli dei No Dal Molin, più una serqua di presidenti e vice presidenti di associazioni e movimenti. Ma i soldati ci sono? Vediamo: De Magistris è un fenomeno essenzialmente locale, che potrebbe portare qualche decina di migliaia di voti da Napoli (ma non ne sono affatto sicuro, anche per come stanno andando le cose della sua giunta). Ingroia è un nome importante che potrebbe drenare un po’ di voti Idv in libera uscita soprattutto se della partita fosse anche Di Pietro (nella migliore delle ipotesi non credo andremmo oltre i 200.000 voti ex Idv). I movimento No Tav e No Dal Molin già in passato si sono misurati in elezioni locali (per lo più nelle liste della FdS) ma si è trattato di alcune migliaia di voti concentrati nelle loro zone. Alba è un gruppo in cui militano molti prestigiosissimi intellettuali (come Gallino del quale ho massima considerazione) ma non credo che metta insieme mille voti in tutta Italia e quanto al mare di associazioni, circoli, movimenti credo che siano più le sigle che i voti. Per di più, voi pretendete che questa lista raccolga messe di voti con un nome ed un simbolo che non ci sono ancora a tre/quattro mesi dal voto (ma l’esperienza di Nuova Sinistra Unita nel 1979 e di Sinistra Arcobaleno nel 2008 non vi dice niente?). Forse, mettendo insieme Rifondazione e con un po’ di fortuna, potrebbe sfiorare il 2-2,5% dei voti. E qui si pone un problema: la soglia del 4% per andare da soli è esclusa, per cui la lista arancione dovrebbe entrare nella coalizione di centro sinistra (con tanti saluti al “quarto polo” perché al massimo di tratterebbe della “terza lista” del “primo polo”). Ma in coalizione con il Pd quanti voti perderebbe Rifondazione strada facendo? Insomma sulla possibilità che una lista così entri in Parlamento potrei scommetterci anche mezzo euro, ma già uno intero mi sembrerebbe uno spreco. Qualcosa in più potrebbe ottenere un accordo fra Sel e gli “arancioni” ma perché mai Vendola dovrebbe spartire il suo –ormai magro– gruzzolo elettorale con altri?
Ma poi, per fare che? Se anche la lista raggiungesse l’agognato traguardo mandando a Montecitorio una quindicina di deputati, questo servirebbe a rimettere in circolazione lo stesso indecente ceto politico che regge le sorti della sinistra radicale da 20 anni e che ci ha ridotti in queste condizioni. Al massimo in compagnia di qualche nome nuovo forse più decente ma che da solo non potrebbe far nulla. Vale la pena? A me sembra che l’unica buona notizia sarebbe la scomparsa dalla scena politica di questi personaggi, che non hanno la decenza di ritirarsi neppure ora dopo tutti i disastri combinati. Ferrero e compagni possono aprire la bocca solo per dire “Ci vergogniamo profondamente , cercate di dimenticarci”.
Piaccia o no, lo spazio politico della protesta antisistema è totalmente presidiato da Grillo e dai suoi. Mi spiace ma non c’è più niente da fare. E poi questo metodo di fare prima la lista e dopo il soggetto politico non mi convince, proviamo a fare il contrario: prima il soggetto politico e poi la lista che chiede consensi da rappresentare. Una volta, a sinistra, si faceva così, perché non rimettiamo in piedi la sinistra radicale iniziando dalla definizione del soggetto politico e dalla sua pratica delle lotte sociali? Dopo penseremo al Parlamento.
Aldo Giannuli
Fonte
09/11/2012
Sinistra: la “dannazione” delle alleanze
L'implosione della Federazione della Sinistra è avvenuta esattamente lì dove era attesa: le alleanze per le prossime elezioni. E' una dannazione non risolta che ha condannato la sinistra ex parlamentare “all'entropia”. Senza una rottura culturale e politica con l'elettoralismo fine a se stesso, non si andrà da nessuna parte.
Sabato scorso i due principali partiti della Federazione della Sinistra – Prc e PdCI – hanno separato i loro destini e compromesso l'esperimento unitario messo in piedi nel 2009. Il motivo? Le alleanze elettorali. Diliberto, Salvi e Patta hanno esplicitato da tempo il loro obiettivo di un accordo con il Pd (riscoperto come socialdemocratico!?) che consenta il ritorno in parlamento di due/tre esponenti della sinistra. Ferrero da tempo evoca invece una lista di sinistra, alternativa al Pd, con un più marcato programma anti-Troika ma alleata a qualcun altro (dall'IdV ad Alba), perché consapevole che sia con la vecchia che con la nuova legge elettorale, la sinistra alternativa non supererebbe lo sbarramento. Con posizioni differenziate all'interno degli stessi due partiti, sono due modi diversi di intendere e di darsi il medesimo obiettivo: rientrare in Parlamento.
Sta in questo la “dannazione” dei residui della sinistra ex parlamentare nel nostro paese, una dannazione che si trascina dal 2008, quando l'ultima innovazione bertinottiana – L'Arcobaleno – si trasformò nel canto del cigno. Veniva così disperso il tesoretto accumulato dal Prc dopo lo scioglimento del Pci, triturato dall'ultimo atto della partecipazione al governo Prodi (caduto sulla moglie di Mastella ma non sulle pensioni, il lavoro o le missioni militari nonostante quasi 70 parlamentari della sinistra). Per la prima volta dal dopoguerra, la sinistra era fuori dal parlamento ed era diventata – suo malgrado – tutta extraparlamentare.
Ma questa non è stata l'unica novità. Infatti mentre la caduta del governo Prodi riportava in sella Berlusconi, in Italia e in Europa si palesava la crisi economica latente dagli anni '70. Dunque mentre la crisi cominciava a mordere i settori proletari ma anche a proletarizzare via via le classi medie, la sinistra era fuori dal Parlamento e la preoccupazione di come rientrarci si è rivelata sistematicamente superiore a qualsiasi ragionamento sulla funzione antagonista di una sinistra di classe dentro la crisi del capitalismo.
Non è scritto da nessuna parte, infatti, che un'ipotesi di classe e alternativa possa esistere solo se è rappresentata in Parlamento. La presenza istituzionale può aiutare e affiancare, ma non può determinare il conflitto politico e sociale. Soprattutto quando la riorganizzazione capitalistica punta a imporre il dominio totale del capitale sul lavoro, anche sgretolando tutti i corpi intermedi che nei decenni trascorsi avevano assicurato concertazione e rappresentanza di una parte della società.
Se questo scenario era già leggibile nella raffica di trattati imposti dall'Unione Europea dal 2010 in poi (e che hanno portato all'uscita di scena di Berlusconi), con il governo Monti questa partita è diventata nitida e maledettamente cattiva. Le regole, i soggetti, il campo da gioco, sono stati scompaginati radicalmente. Le stesse istituzioni elettive (dal Parlamento alle autonomie locali) sono state commissariate dalle oligarchie europee che hanno verticalizzato bruscamente tutti i poteri decisionali per reggere i ritmi e i conflitti della competizione globale.
Insomma il mondo in cui ci è toccato vivere e combattere è cambiato, è altro e diverso dai decenni del dopoguerra e dallo stesso ventennio della “seconda repubblica” uscita dalle ceneri di Tangentopoli. Tant'è che oggi anche i residui della prima stagione di antipolitica (che portò al potere Berlusconi, fece crescere la Lega, costrinse i Ds a fondersi con un po' di democristiani) sono nel mirino di forze nuove e destabilizzanti; sia in alto (Monti e i “montiani” distribuiti nei vari partiti) sia in basso (il Movimento 5 Stelle che scompagina il quadro e sottrae voti di protesta soprattutto alla sinistra).
Ma i partiti ex parlamentari della sinistra non sono riusciti a liberarsi dalla nostalgia del piccolo mondo antico e hanno continuato ad arrovellarsi solo sulle alleanze elettorali, a farlo in condizioni di subalternità (verso il Pd o altri alleati) e senza riconquistare alcun margine di identità, autonomia, indipendenza, organizzazione e progettualità da gettare nel conflitto sociale anche nella condizione extraparlamentare. Sembra che questa capacità di incidere nella realtà anche in assenza di deputati, sia una dote che appartenga solo a formazioni spurie come i Radicali o Grillo.
Eravamo stati facili profeti in una lettera aperta inviata alla Federazione della Sinistra nel settembre 2010 quando individuavamo proprio in questa “gabbia psicologica”, più che politica, il germe che avrebbe continuato a divorare le residue risorse vitali della sinistra italiana fino a portarla all'entropia. Una gabbia che a nostro avviso poteva e doveva essere rotta innanzitutto da una rivoluzione culturale nei e tra i militanti, gli attivisti, gli “elettori” della sinistra. Con la Federazione della Sinistra è stata una scommessa che abbiamo dovuto abbandonare dopo qualche mese. Con la realtà del conflitto di classe è invece una scommessa che si può abbondantemente giocare. Come? Ad esempio riaprendo subito il confronto sull'identità e la funzione della sinistra di classe – e dei comunisti - nella crisi, sull'organizzazione nei vari segmenti della società, sul come dare strumenti al conflitto sociale, sulla natura della militanza dopo anni di devastante funzionariato “acchiappa-poltrone”.
Ma la vera sfida è il come rimettere in campo “la prospettiva” ossia il quadro del cambiamento possibile come idea generale che faccia muovere uomini e donne. Un cambiamento che non è, e non potrà essere compatibile con i diktat dell'Unione Europea, con Monti e il montismo e dunque con il Pd che ne accetta i parametri di fondo. Oggi, dentro la crisi, sono sempre di meno coloro che intendono rischiare qualcosa con la sola prospettiva di tirare per la giacca Bersani. Magari guardano altrove oppure rinunciano al voto, ma quando danno un'occhiata vorrebbero vedere qualcosa e qualcuno che intenda rovesciare il tavolo, tanto per cominciare.
Fonte
Sabato scorso i due principali partiti della Federazione della Sinistra – Prc e PdCI – hanno separato i loro destini e compromesso l'esperimento unitario messo in piedi nel 2009. Il motivo? Le alleanze elettorali. Diliberto, Salvi e Patta hanno esplicitato da tempo il loro obiettivo di un accordo con il Pd (riscoperto come socialdemocratico!?) che consenta il ritorno in parlamento di due/tre esponenti della sinistra. Ferrero da tempo evoca invece una lista di sinistra, alternativa al Pd, con un più marcato programma anti-Troika ma alleata a qualcun altro (dall'IdV ad Alba), perché consapevole che sia con la vecchia che con la nuova legge elettorale, la sinistra alternativa non supererebbe lo sbarramento. Con posizioni differenziate all'interno degli stessi due partiti, sono due modi diversi di intendere e di darsi il medesimo obiettivo: rientrare in Parlamento.
Sta in questo la “dannazione” dei residui della sinistra ex parlamentare nel nostro paese, una dannazione che si trascina dal 2008, quando l'ultima innovazione bertinottiana – L'Arcobaleno – si trasformò nel canto del cigno. Veniva così disperso il tesoretto accumulato dal Prc dopo lo scioglimento del Pci, triturato dall'ultimo atto della partecipazione al governo Prodi (caduto sulla moglie di Mastella ma non sulle pensioni, il lavoro o le missioni militari nonostante quasi 70 parlamentari della sinistra). Per la prima volta dal dopoguerra, la sinistra era fuori dal parlamento ed era diventata – suo malgrado – tutta extraparlamentare.
Ma questa non è stata l'unica novità. Infatti mentre la caduta del governo Prodi riportava in sella Berlusconi, in Italia e in Europa si palesava la crisi economica latente dagli anni '70. Dunque mentre la crisi cominciava a mordere i settori proletari ma anche a proletarizzare via via le classi medie, la sinistra era fuori dal Parlamento e la preoccupazione di come rientrarci si è rivelata sistematicamente superiore a qualsiasi ragionamento sulla funzione antagonista di una sinistra di classe dentro la crisi del capitalismo.
Non è scritto da nessuna parte, infatti, che un'ipotesi di classe e alternativa possa esistere solo se è rappresentata in Parlamento. La presenza istituzionale può aiutare e affiancare, ma non può determinare il conflitto politico e sociale. Soprattutto quando la riorganizzazione capitalistica punta a imporre il dominio totale del capitale sul lavoro, anche sgretolando tutti i corpi intermedi che nei decenni trascorsi avevano assicurato concertazione e rappresentanza di una parte della società.
Se questo scenario era già leggibile nella raffica di trattati imposti dall'Unione Europea dal 2010 in poi (e che hanno portato all'uscita di scena di Berlusconi), con il governo Monti questa partita è diventata nitida e maledettamente cattiva. Le regole, i soggetti, il campo da gioco, sono stati scompaginati radicalmente. Le stesse istituzioni elettive (dal Parlamento alle autonomie locali) sono state commissariate dalle oligarchie europee che hanno verticalizzato bruscamente tutti i poteri decisionali per reggere i ritmi e i conflitti della competizione globale.
Insomma il mondo in cui ci è toccato vivere e combattere è cambiato, è altro e diverso dai decenni del dopoguerra e dallo stesso ventennio della “seconda repubblica” uscita dalle ceneri di Tangentopoli. Tant'è che oggi anche i residui della prima stagione di antipolitica (che portò al potere Berlusconi, fece crescere la Lega, costrinse i Ds a fondersi con un po' di democristiani) sono nel mirino di forze nuove e destabilizzanti; sia in alto (Monti e i “montiani” distribuiti nei vari partiti) sia in basso (il Movimento 5 Stelle che scompagina il quadro e sottrae voti di protesta soprattutto alla sinistra).
Ma i partiti ex parlamentari della sinistra non sono riusciti a liberarsi dalla nostalgia del piccolo mondo antico e hanno continuato ad arrovellarsi solo sulle alleanze elettorali, a farlo in condizioni di subalternità (verso il Pd o altri alleati) e senza riconquistare alcun margine di identità, autonomia, indipendenza, organizzazione e progettualità da gettare nel conflitto sociale anche nella condizione extraparlamentare. Sembra che questa capacità di incidere nella realtà anche in assenza di deputati, sia una dote che appartenga solo a formazioni spurie come i Radicali o Grillo.
Eravamo stati facili profeti in una lettera aperta inviata alla Federazione della Sinistra nel settembre 2010 quando individuavamo proprio in questa “gabbia psicologica”, più che politica, il germe che avrebbe continuato a divorare le residue risorse vitali della sinistra italiana fino a portarla all'entropia. Una gabbia che a nostro avviso poteva e doveva essere rotta innanzitutto da una rivoluzione culturale nei e tra i militanti, gli attivisti, gli “elettori” della sinistra. Con la Federazione della Sinistra è stata una scommessa che abbiamo dovuto abbandonare dopo qualche mese. Con la realtà del conflitto di classe è invece una scommessa che si può abbondantemente giocare. Come? Ad esempio riaprendo subito il confronto sull'identità e la funzione della sinistra di classe – e dei comunisti - nella crisi, sull'organizzazione nei vari segmenti della società, sul come dare strumenti al conflitto sociale, sulla natura della militanza dopo anni di devastante funzionariato “acchiappa-poltrone”.
Ma la vera sfida è il come rimettere in campo “la prospettiva” ossia il quadro del cambiamento possibile come idea generale che faccia muovere uomini e donne. Un cambiamento che non è, e non potrà essere compatibile con i diktat dell'Unione Europea, con Monti e il montismo e dunque con il Pd che ne accetta i parametri di fondo. Oggi, dentro la crisi, sono sempre di meno coloro che intendono rischiare qualcosa con la sola prospettiva di tirare per la giacca Bersani. Magari guardano altrove oppure rinunciano al voto, ma quando danno un'occhiata vorrebbero vedere qualcosa e qualcuno che intenda rovesciare il tavolo, tanto per cominciare.
Fonte
06/11/2012
Frattura tra comunisti, Diliberto rompe con Rifondazione e tenta l’accordo col Pd
Frattura nella Federazione della Sinistra, l’alleanza che unisce il Partito della Rifondazione Comunista di Ferrero, il Partito dei Comunisti Italiani di Diliberto
e altre sigle della sinistra. Il Pdci vuole tentare l’ingresso
nell’alleanza di centrosinistra, schierandosi nelle primarie a favore di
Vendola, passo sul quale non si trova d’accordo il Prc
che resta sulla linea dell’opposizione rigorosa a chi oggi sostiene il
governo Monti. Nella riunione dell’ufficio di presidenza non si è
votato, ma si è preso atto della differenza di vedute. Rifondazione
aveva chiesto di sottoporre la questione a un referendum degli iscritti,
ma la proposta è stata respinta.
Diliberto: “Bersani ha ridato un segno laburista al Pd e noi sosterremo Vendola”
Spiega Diliberto: “Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista e socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso – e soprattutto grazie a Vendola – la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd. Dopo aver registrato oggi, la differenza di orientamento con Rifondazione, tre componenti su quattro della Fds (Pdci, Lavoro e solidarietà di Gian Paolo Patta e Socialismo 2000 di Cesare Salvi) vogliono provare a fare l’accordo con il centrosinistra”.
“La candidatura di Vendola – dice ancora il leader del Pdci – dal mio punto di vista, potrebbe riaprire la questione dell’unità e dell’utilità della sinistra per sostenere le ragioni del lavoro. Non è con lo ‘splendido isolamento’ che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia. Intendiamo provarci per riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo con un nuovo centro-sinistra e per provare a delineare un’altra Europa”.
Ora il Pdci, ha spiegato da parte sua il responsabile comunicazione del Pdci Flavio Arzarello, “avvierà un confronto con la coalizione dell’Italia bene comune per verificare se ci sono le possibilità di un ingresso nell’alleanza”. Subito dopo, se le trattative andranno a buon fine (ma nel Pdci sono ottimisti) il partito di Diliberto si impegnerà a fondo nelle primarie. “Noi – spiega Arzarello – siamo in sintonia con Vendola, che è il candidato che si oppone con decisione al governo Monti e vuole il superamento radicale delle politiche liberiste del governo. Se poi al secondo turno dovessero passare Renzi e Bersani il nostro impegno sarebbe per il segretario del Pd, che si oppone alle politiche montiane del sindaco di Firenze”.
Ferrero: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, un New Deal in Italia”
Rifondazione, in una riunione avvenuta peraltro in un clima sereno, aveva proposto di sottoporre la questione con un referendum degli iscritti. Una sorta di primarie interne alle quattro forze politiche che compongono la Federazione per scegliere la linea da intraprendere. Uno strumento del referendum per dirimere temi sui quali non ci fosse stata l’unità era previsto nello stesso statuto della Federazione della Sinistra, che però prevede anche che in caso di maggioranza degli organismi dirigenti di tre soggetti politici sui 4 che compongono la Fds decada la necessità della consultazione degli iscritti. “Si tratta – spiega Paolo Ferrero al fattoquotidiano.it – di una consuetudine che ha anche Izquierda Unida in Spagna: quando ci sono temi su cui si registra una divisione, questa si supera facendo partecipare gli iscritti”.
La strada indicata da Rifondazione, tuttavia, non è stata accolta da Diliberto, Salvi e Patta. Né Ferrero seguirà i leader delle altre forze politiche federate: “Noi abbiamo proposto un documento per costruire un soggetto con tutti coloro che stanno a sinistra del Pd: da Di Pietro ad Alba (Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente, ndr) agli organizzatori della manifestazione del 27 ottobre”. Cioè la protesta del Monti day: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, visto che il Pd si definisce riformista e progressista, ma ha fatto sparire la parola ‘sinistra’. Noi siamo contro le politiche rigoriste di Monti e per un New Deal in Italia”.
Fonte
L'incapacità delle sinistre di coalizzarsi e far fronte comune è una di quelle pochissime cose che mai andrà in crisi.
Paradossalmente, hanno molta più coscienza di classe e del (proprio) bene comune le destre borghesi e finanziarie piuttosto che qualsivoglia forza di sinistra "politica".
Diliberto: “Bersani ha ridato un segno laburista al Pd e noi sosterremo Vendola”
Spiega Diliberto: “Bersani, oggettivamente, ha ridato un segno laburista e socialdemocratico al Pd. Almeno nelle sue intenzioni per il futuro. Vuol provare ad archiviare la fase del governo Monti e con esso la stagione fallita del neoliberismo. Cerca di accantonare le fascinazioni clintoniane e blairiane delle terze vie che tanto hanno pesato sulla sinistra italiana. Non a caso – e soprattutto grazie a Vendola – la carta d’intenti non contiene più il riferimento a Monti che, invece, c’era nella prima versione del Pd. Dopo aver registrato oggi, la differenza di orientamento con Rifondazione, tre componenti su quattro della Fds (Pdci, Lavoro e solidarietà di Gian Paolo Patta e Socialismo 2000 di Cesare Salvi) vogliono provare a fare l’accordo con il centrosinistra”.
“La candidatura di Vendola – dice ancora il leader del Pdci – dal mio punto di vista, potrebbe riaprire la questione dell’unità e dell’utilità della sinistra per sostenere le ragioni del lavoro. Non è con lo ‘splendido isolamento’ che i comunisti e le sinistre risorgeranno in Italia. Intendiamo provarci per riportare i comunisti in Parlamento, per provare a ricostruire percorsi unitari a sinistra, per cercare di impedire alle destre di vincere, per tentare di archiviare il berlusconismo e il montismo con un nuovo centro-sinistra e per provare a delineare un’altra Europa”.
Ora il Pdci, ha spiegato da parte sua il responsabile comunicazione del Pdci Flavio Arzarello, “avvierà un confronto con la coalizione dell’Italia bene comune per verificare se ci sono le possibilità di un ingresso nell’alleanza”. Subito dopo, se le trattative andranno a buon fine (ma nel Pdci sono ottimisti) il partito di Diliberto si impegnerà a fondo nelle primarie. “Noi – spiega Arzarello – siamo in sintonia con Vendola, che è il candidato che si oppone con decisione al governo Monti e vuole il superamento radicale delle politiche liberiste del governo. Se poi al secondo turno dovessero passare Renzi e Bersani il nostro impegno sarebbe per il segretario del Pd, che si oppone alle politiche montiane del sindaco di Firenze”.
Ferrero: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, un New Deal in Italia”
Rifondazione, in una riunione avvenuta peraltro in un clima sereno, aveva proposto di sottoporre la questione con un referendum degli iscritti. Una sorta di primarie interne alle quattro forze politiche che compongono la Federazione per scegliere la linea da intraprendere. Uno strumento del referendum per dirimere temi sui quali non ci fosse stata l’unità era previsto nello stesso statuto della Federazione della Sinistra, che però prevede anche che in caso di maggioranza degli organismi dirigenti di tre soggetti politici sui 4 che compongono la Fds decada la necessità della consultazione degli iscritti. “Si tratta – spiega Paolo Ferrero al fattoquotidiano.it – di una consuetudine che ha anche Izquierda Unida in Spagna: quando ci sono temi su cui si registra una divisione, questa si supera facendo partecipare gli iscritti”.
La strada indicata da Rifondazione, tuttavia, non è stata accolta da Diliberto, Salvi e Patta. Né Ferrero seguirà i leader delle altre forze politiche federate: “Noi abbiamo proposto un documento per costruire un soggetto con tutti coloro che stanno a sinistra del Pd: da Di Pietro ad Alba (Alleanza Lavoro Beni comuni Ambiente, ndr) agli organizzatori della manifestazione del 27 ottobre”. Cioè la protesta del Monti day: “Noi vogliamo fare una cosa di sinistra, visto che il Pd si definisce riformista e progressista, ma ha fatto sparire la parola ‘sinistra’. Noi siamo contro le politiche rigoriste di Monti e per un New Deal in Italia”.
Fonte
L'incapacità delle sinistre di coalizzarsi e far fronte comune è una di quelle pochissime cose che mai andrà in crisi.
Paradossalmente, hanno molta più coscienza di classe e del (proprio) bene comune le destre borghesi e finanziarie piuttosto che qualsivoglia forza di sinistra "politica".
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