Il salto è grande, attraversa quasi un mare: “Il Manifesto” mette in circolazione accanto al giornale un libretto contenente una raccolta di discorsi del Papa sotto il titolo “Terra, Casa, Lavoro” con l’occhiello “Discorsi ai movimenti popolari”.
Si tratta di un’antologia degli interventi svolti dal Papa tra il 27 ottobre 2014 e il 5 novembre 2016 nel corso degli incontri denominati “Encuentro mundial de movimentos populares”.
Il “Manifesto” nacque come progetto politico e rivista coltivando l’intreccio innovatore che il ’68 aveva creato tra i nuovi movimenti politici e sociali che, in Italia, si erano peculiarmente sviluppati nell’incontro tra studenti e operai e i fermenti maturati nella sinistra comunista, italiana e internazionale, attorno agli anni’60 nel rifiuto del modello sovietico, nello sviluppo del movimento di decolonizzazione con accenti terzomondisti ed anche collegati alla rivoluzione culturale cinese, su di un’analisi specifica della modernità compresa nel modello di sviluppo capitalistico occidentale.
La responsabilità primaria del “Manifesto” come gruppo intellettuale e politico fu però quella di rompere, all’interno del Partito Comunista Italiano alle prese con la transizione imposta dalla successione di Togliatti e nel quadro della marcia d’avvicinamento all’area di governo che poi sarebbe sfociata nel “compromesso storico”, il quadro del “centralismo democratico”, reclamando nuove forme di espressione delle diverse “sensibilità politiche” presenti nel partito: l’uscita della rivista rappresentò il “casus belli” (la goccia che fece traboccare il vaso, in realtà, fu l’articolo “Praga è sola” firmato da Lucio Magri) per l’esclusione dei suoi promotori dal PCI.
Tutto questo si verificò, comunque, all’interno dell’evolversi della tradizione comunista, del suo formarsi come soggettività politica, non concedendo nulla a elementi di profezia millenaristica come invece accadeva in altre parti della sinistra formatasi come arcipelago sulla spinta dei nuovi movimenti di liberazione.
Il Manifesto, tanto per richiamarne la storia, ha sempre avuto piedi e testa ben piantati nella condizione culturale e operativa del movimento comunista italiano e internazionale seguendone evoluzione e sviluppi nel tempo.
Nel tempo è cambiato tutto e non è il caso di ricostruire in questa sede il racconto di una storia che ha portato al momento attuale alla pratica sparizione dei soggetti politici eredi della tradizione comunista nelle sue varie forme e alla crisi profonda, non solo delle socialdemocrazie, ma dello stesso assetto statuale sulle quali proprio le socialdemocrazie avevano sviluppato la loro azione “riformista” fino dentro ai “30 gloriosi: ’40 – ’70” come li ha definiti Rossanda.
Oggi il salto che il Manifesto compie, pubblicando i discorsi del Papa, non sta tanto nel presunto “sacrilegio” che questa operazione potrebbe rivestire in sé al riguardo del presente e della storia del movimento comunista.
Il dato essenziale è quello che il “Manifesto” assume come interlocutori non certo il Papa e la sua cerchia ma i cosiddetti “movimenti popolari”.
Questa operazione è eseguita in maniera politicamente indistinta e sotto questo aspetto è emblematico il titolo che riassume, nel merito, l’intervento di Nichi Vendola con il quale si introduce il discorso sulle colonne del quotidiano del 5 Ottobre: “Sul lavoro le parole di un profeta che non usa la fede come ammortizzatore sociale”.
E’ fin troppo evidente la contraddizione: Come può un profeta non usare la Fede?
L’interrogativo è di fondo perché il balzo che il Manifesto compie con questa operazione è proprio nel millenarismo, nella profezia, nel rivolgersi indistintamente ai “movimenti dei poveri”.
Il balzo che il Manifesto compie al di fuori dalle proprie origini e – di conseguenza – dalla propria natura sta proprio nel superare “la politica”.
La “politica” come richiesta di organizzazione che interviene sul quotidiano rappresentando esigenze, bisogni, progetti provenienti dalle distinte contraddizioni sociali raccolto attorno a quella che storicamente è stata definita “contraddizione principale” in relazione all’eterno muoversi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutto questo impianto che ha caratterizzato la storia della sinistra e del movimento operaio almeno dalla prima rivoluzione industriale in avanti viene così consegnato alla profezia.
Questo passaggio è ben esplicitato nella chiusa del già citato articolo di Vendola laddove si chiamano i poveri “...sono portatori di un bisogno universale di salvezza del mondo per andare oltre quella dittatura del presente che colonizza i popoli, atomizza gli individui, rompe i legami sociali, disobbedisce al Dio che danza la vita, al Dio che non ci chiede di essere reclute del clericalismo ma sentinelle che scrutano la notte in attesa di una nuova alba”.
Ben compreso: “sentinelle” e non “militanti”.
Il punto di rottura è evidente, la fuoriuscita da una storia chiara, così com’è evidente che la natura del contendere non sia più il capitalismo ma “le chiacchiere moderniste sulla flessibilità che alimenterebbero lo sviluppo e che invece spezza carne e anima delle persone”.
Come se una presunta “rigidità” consentisse di fuoriuscire dallo sfruttamento.
Si tratta di un evidente segno di regressione culturale e politica, di rinuncia alla valenza rivoluzionaria della rappresentanza politica, del rifugio non tanto nell’utopia (magari) ma in una visione escatologica del futuro.
Basta prenderne atto e capire bene quali correnti attraversano quella che si vorrebbe definire ancora come “sinistra politica” e trarne le necessarie conclusioni.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/10/2017
01/03/2016
Utero in affitto? No
Sento il dovere di esprimere ciò che penso sulla vicenda che riguarda Niki Vendola, non per esprimere giudizi sulle persone le loro scelte di vita, che vanno sempre rispettate. Ma perché c'è una dimensione pubblica che non può essere ignorata e sulla quale ci siamo impegnati e scontrati.
Sono assolutamente favorevole alle adozioni di figli da parte di coppie omosessuali e anche da parte di singoli e singole. Trovo una inaccettabile discriminazione che questo ancora non sia possibile.
Allo stesso modo sono contrario al mercato degli uteri e delle gravidanze, per tutte le coppie, etero e gay. L'utero in affitto è una mostruosità del mercato che sfrutta le donne ed il loro corpo. Ed è un violenza di classe, perché sono le donne povere che per necessità vendono e le coppie ricche che comprano. Io credo che la legge debba proibire e punire simile mercato. E soprattutto credo che la legge debba comunque riconoscere come autentica madre la madre cosiddetta surrogata, con tutti i diritti del caso. Meglio una famiglia con tre genitori che una con un figlio comprato. Si garantisca poi per legge la piena possibilità di adozione per i bambini GIÀ nati, senza discriminazioni. Ci sono milioni di orfani, si renda possibile le più facile l'adozione quelli per la miseria.
Fonte
Sono assolutamente favorevole alle adozioni di figli da parte di coppie omosessuali e anche da parte di singoli e singole. Trovo una inaccettabile discriminazione che questo ancora non sia possibile.
Allo stesso modo sono contrario al mercato degli uteri e delle gravidanze, per tutte le coppie, etero e gay. L'utero in affitto è una mostruosità del mercato che sfrutta le donne ed il loro corpo. Ed è un violenza di classe, perché sono le donne povere che per necessità vendono e le coppie ricche che comprano. Io credo che la legge debba proibire e punire simile mercato. E soprattutto credo che la legge debba comunque riconoscere come autentica madre la madre cosiddetta surrogata, con tutti i diritti del caso. Meglio una famiglia con tre genitori che una con un figlio comprato. Si garantisca poi per legge la piena possibilità di adozione per i bambini GIÀ nati, senza discriminazioni. Ci sono milioni di orfani, si renda possibile le più facile l'adozione quelli per la miseria.
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18/10/2015
L'ultimo Vendola balla con il Pd (se quest'ultimo vuole)
Che Nichi Vendola avesse perso il “tocco magico”, quello supportato dall'esposizione mediatica e da un linguaggio evocativo (sfuggendo per principio ad ogni precisione), era noto da tempo. Ma sembravano esistere dei limiti. Che dall'ultima intervista data al manifesto appaiono scomparsi. Il testo lo potrete trovare qui sotto, quel che ci sembra più importante è però evidenziare l'assoluta inconcludenza.
Intanto sul piano linguistico, che tanto preme al vate di Terlizzi. Le parole sembrano aver perso ogni connotazione concreta, a cominciare ovviamente da “sinistra”. Così come le prospettive politiche.
Il tutto può comunque esser riassunto in una frase da lui stesso pronunciata: “Una coalizione progressista la si può costruire con il Pd, senza il Pd e contro il Pd”.
La frase ha un senso solo se si concepisce una coalizione politica come ars combinatoria, in cui bisogna giustapporre pezzi senza neppure chiedersi di cosa siano fatti ma unicamente della foggia e soprattutto delle dimensioni. Un gigantesco Lego, insomma, dove importanti sono solo gli incastri. Il problema – che nel Lego era stato però risolto – sta nel fatto che il materiale di cui è costituito ogni pezzo risulta decisivo: se non è plastica dura, ma gommapiuma o peggio ancora schiuma, il risultato non si tiene insieme. E ben dovrebbe saperlo chi ha provato nei decenni scorsi, pervicacemente, a costruire contenitori politici senza badare alla qualità dei pezzi.
Di fatto, il buon Nichi sembra convinto di essere ancora indispensabile (al Pd di Renzi) come lo era stato con quello di Bersani, garantendo quel tanto di percentuali e parlamentari necessari a varare una coalizione (apparentemente) “progressista”.
Non sembra aver insomma capito la novità politica del renzismo. Eppure la compravendita con Verdini per mettere all'angolo – definitivamente – la sinistra interna al Pd dovrebbe averlo messo sull'avviso.
Pegio ancora: non sembra aver capito da dover origina, oggi, la “politica parlamentare”, ovvero gli obblighi ferrei decretati dalla Troika, che inchiavardano le scelte di un governo – di qualsiasi natura – a un ventaglio assai ristretto. Eppure la sorte ignobile dello Tsipras 2.0 dovrebbe averlo reso edotto della situazione reale.
Diavolo, ha capito persino che la "riforma costituzionale" gestita dalla Boschi è quella che fa piacere a gente come Goldman Sachs...
Resta l'ipotesi finale: Vendola ha capito benissimo e gli sta bene così, o nel migliore dei casi non sa far altro. Ruota di scorta del Pd dove Sel viene accettata, “liste alternative” dove Renzi lo scarica e persino qualche lista “di opposizione” là dove il ceto politico locale è espressione diretta di qualche mafia locale (non solo al Sud, evidentemente).
Questo manicomio, che naturalmente rende trasparente fino all'inesistenza una qualche “identità” e utilità di Sel, vale per i prossimi mesi. Ovvero le elezioni comunali di primavera. Poi chi vivrà vedrà...
Tutto qui? E con questo speri davvero di raccattare i voti di chi Renzi non lo voterebbe neanche morto?
Intervista. «Sull’Italicum per ora solo chiacchiere. A Civati dico di non usare la città di Milano come cavia per lotte simboliche: le amministrative le decidono le comunità locali. Alla ’cosa rossa’ dobbiamo arrivare tutti insieme»
«È saggio non commentare il chiacchiericcio ma quello che c’è. E quello che c’è è il combinato disposto fra Italicum e riforma costituzionale, un pesante disegno di mutamento regressivo della forma democratica nel nostro paese secondo le indicazioni profetiche o programmatiche che venivano da JP Morgan».
Nichi Vendola, presidente di Sel, non crede un granché all’ipotesi di modifica dell’Italicum che circola in questi giorni in parlamento, dopo le parole di Napolitano.
Se il premio di maggioranza fosse attribuito alla coalizione anziché al partito cambierebbe la vostra valutazione dell’Italicum?
Intanto immaginare che le regole del gioco si costruiscano in sartoria tagliandole, cucendole a seconda delle convenienze congiunturali è già grave e il segno di un degrado. Ma comunque vedremo: non siamo indifferenti, l’Italicum è talmente brutto che guarderemo con attenzione ogni eventuale proposta.
Ma si può dare un giudizio tanto severo su Renzi e poi mettere in conto un’alleanza con il Pd, a partire dalle città?
Qualunque sovrapposizione della dimensione nazionale alle vicende territoriali è un vicolo cieco. Oggi non si può non vedere che le città in tutta Europa sono i luoghi di un conflitto fra civiltà e barbarie. Dobbiamo costruire coalizioni di progresso che possano mettere in campo una sfida programmatica su elementi dirimenti: il diritto alla casa, la lotta contro il consumo di suolo, la mobilità sostenibile, l’accoglienza per profughi e migranti. Su questo canovaccio si costruiscono le coalizioni possibili territorio per territorio. Sel non è una corrente esterna del Pd. Una coalizione progressista la si può costruire con il Pd, senza il Pd e contro il Pd. La novità di oggi è che non c’è l’effetto trascinamento del centrosinistra come formula nazionale. Quindi a Milano puntiamo sulla continuità del laboratorio straordinario dell’amministrazione Pisapia. Non c’è nessun automatismo, ma neanche in senso contrario: quello di chi pensa che le città siano cavie da laboratorio per bisogni esterni a quelli dei cittadini. Non si fanno né disfano le alleanze per problemi simbolici o per dispetto. No alla subalternità ma no anche ai rinculi minoritari.
Civati dice: senza Pisapia, a Milano nessuna coalizione con il Pd. Troverete una quadra?
Con Civati la vedo difficile. Si comporta come un elefante in cristalleria. In ogni città in cui passa lascia una scia di polemiche e divisioni. Siamo tutti impegnati in una sfida gigantesca che non si può affrontare con le battute. Su una cosa invece Civati ha ragione: sul profilo di autonomia politico-culturale che deve avere la nuova sinistra. Ma l’autonomia non può essere interpretata come la propone l’ultimo che è uscito dal Pd e cioè una rottura generalizzata con il Pd senza guardare in faccia le situazioni specifiche. La posta in gioco è alta, è il destino di comunità importanti. Chi parla di condivisione dal basso non può considerare i territori come terminali muti di una politica fatta dai palazzi romani.
Alle scorse regionali la sinistra si è presentata divisa in molte regioni. Rifarlo alle prossime amministrative significherà che non è cambiato niente, e cioè che la ’cosa rossa’ non è nata?
È un problema che dobbiamo porci tutti mettendoci in un’ottica di ascolto e condivisione. Per me è fondamentale ascoltare i sindaci. Sento l’urgenza di far partire il processo unitario, voglio mettere il convoglio di Sel su un binario. Ma che non sia un binario morto. Noi ci siamo separati dalla sinistra dell’impotenza e della testimonianza. Non torneremo indietro. Né daremo una mano a Renzi per insediare nelle città il suo partito della nazione.
E se alle primarie di Milano vincesse un interprete del Pd renziano che farete?
Deciderà il territorio. Alle regionali liguri abbiamo fatto bene a non sottoscrivere un patto con il Pd e a sostenere Cofferati senza vincolarci alla coalizione. A Milano ci sono diverse possibilità. Ma a decidere saranno i milanesi. E oggi la discriminante programmatica è mille volte più decisiva e condizionante di ieri.
Così farete anche a Roma?
A Roma cominciamo ora la discussione. E non dobbiamo iniziarla voltando pagina ma rileggendo le pagine precedenti. Mafia Capitale non può essere derubricata a un fatto processuale. Il Pd dai tempi della giunta Alemanno ha praticato un attivo consociativismo e ha condiviso scelte e malaffare.
Quello di oggi è un altro Pd, o è lo stesso di ieri?
Le rottamazioni veloci non fanno vedere le radici del male. Il fatto che si potesse essere consociativi con un manipolo di fascisti degli anni '70 è un grosso problema. E così il fatto che non ci si è accorti del ritorno dei criminali nei gangli delicati del governo capitolino. E così il fatto che le cooperative rosse potevano diventare un altro pezzo della trama politico-affaristico-criminale.
Qual è il suo giudizio sul sindaco dimissionario Marino?
Mi fa rabbia. Quei penosi scontrini producono lo stesso turbamento del romanzo criminale di Carminati e Buzzi. E questo ha consentito ai nostalgici di Mafia Capitale, e cioè ai poteri immobiliari e finanziari di Roma, di dare l’assalto all’esperienza di Marino che invece aveva elementi importanti di discontinuità. E che non a caso il Pd ha provato a normalizzare estromettendo Sel dalla giunta. Tutto questo entra nella valutazione che faremo nei prossimi mesi.
Appunto, il Pd vi aveva cacciati dalla giunta. Crede che per il futuro possa ripensarci, e che la coalizione possa tornare agli equilibri della prima era Marino’?
Non lo so. Il Pd è un insieme di enclave, le une in lotta contro le altre. Quello che so è che ora a usare la foglia di fico degli scontrini è la destra romana sodale di quella doppia filiera criminale che iniziava con i fascisti della Banda della Magliana e finiva con i mafiosi.
Il giudice deciderà, ma quegli scontrini restano indigeribili.
Infatti sono molto arrabbiato. Per la sinistra non vale la parabola della pagliuzza e della trave. Una pagliuzza, un’incredibile superficialità come quella degli scontrini in una città scossa dagli scandali e da una crisi sociale profonda, ha lesionato il rapporto fra i cittadini e il loro sindaco.
I parlamentari della ’cosa rossa’ lavorano insieme da tempo. Alla camera, dove avete i numeri, farete un nuovo gruppo unitario?
Su questo sono fiducioso. Penso che intorno alla battaglia sulla legge di stabilità nascerà un gruppo più grande. Saranno le prove d’orchestra per una sinistra che non cerca la via dell’accrocchio ma le ragioni dell’unità possibile.
Prima delle vacanze era stato lanciato un appuntamento della ’cosa rossa. Si farà o salterà?
Spero che si faccia. Sarà importante che da parte di tutti ci sia un atteggiamento di generosità e un convincimento che la quadra la si trova sul terreno dell’innovazione e non su quello della restaurazione di vecchi schemi. Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Se prevale la furbizia o il calcolo miope non ce la faremo. Sel, la mia comunità, non chiude una storia, non vuole dissiparla ma vuole fare un investimento. Per questo è importante che questa mia comunità abbia la certezza che di arrivarci tutta intera. Significa la certezza per tutti che non stiamo imboccando un vicolo cieco.
Fonte
Intanto sul piano linguistico, che tanto preme al vate di Terlizzi. Le parole sembrano aver perso ogni connotazione concreta, a cominciare ovviamente da “sinistra”. Così come le prospettive politiche.
Il tutto può comunque esser riassunto in una frase da lui stesso pronunciata: “Una coalizione progressista la si può costruire con il Pd, senza il Pd e contro il Pd”.
La frase ha un senso solo se si concepisce una coalizione politica come ars combinatoria, in cui bisogna giustapporre pezzi senza neppure chiedersi di cosa siano fatti ma unicamente della foggia e soprattutto delle dimensioni. Un gigantesco Lego, insomma, dove importanti sono solo gli incastri. Il problema – che nel Lego era stato però risolto – sta nel fatto che il materiale di cui è costituito ogni pezzo risulta decisivo: se non è plastica dura, ma gommapiuma o peggio ancora schiuma, il risultato non si tiene insieme. E ben dovrebbe saperlo chi ha provato nei decenni scorsi, pervicacemente, a costruire contenitori politici senza badare alla qualità dei pezzi.
Di fatto, il buon Nichi sembra convinto di essere ancora indispensabile (al Pd di Renzi) come lo era stato con quello di Bersani, garantendo quel tanto di percentuali e parlamentari necessari a varare una coalizione (apparentemente) “progressista”.
Non sembra aver insomma capito la novità politica del renzismo. Eppure la compravendita con Verdini per mettere all'angolo – definitivamente – la sinistra interna al Pd dovrebbe averlo messo sull'avviso.
Pegio ancora: non sembra aver capito da dover origina, oggi, la “politica parlamentare”, ovvero gli obblighi ferrei decretati dalla Troika, che inchiavardano le scelte di un governo – di qualsiasi natura – a un ventaglio assai ristretto. Eppure la sorte ignobile dello Tsipras 2.0 dovrebbe averlo reso edotto della situazione reale.
Diavolo, ha capito persino che la "riforma costituzionale" gestita dalla Boschi è quella che fa piacere a gente come Goldman Sachs...
Resta l'ipotesi finale: Vendola ha capito benissimo e gli sta bene così, o nel migliore dei casi non sa far altro. Ruota di scorta del Pd dove Sel viene accettata, “liste alternative” dove Renzi lo scarica e persino qualche lista “di opposizione” là dove il ceto politico locale è espressione diretta di qualche mafia locale (non solo al Sud, evidentemente).
Questo manicomio, che naturalmente rende trasparente fino all'inesistenza una qualche “identità” e utilità di Sel, vale per i prossimi mesi. Ovvero le elezioni comunali di primavera. Poi chi vivrà vedrà...
Tutto qui? E con questo speri davvero di raccattare i voti di chi Renzi non lo voterebbe neanche morto?
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Vendola: «Sinistra, ecco l’unità possibile»
Intervista. «Sull’Italicum per ora solo chiacchiere. A Civati dico di non usare la città di Milano come cavia per lotte simboliche: le amministrative le decidono le comunità locali. Alla ’cosa rossa’ dobbiamo arrivare tutti insieme»
«È saggio non commentare il chiacchiericcio ma quello che c’è. E quello che c’è è il combinato disposto fra Italicum e riforma costituzionale, un pesante disegno di mutamento regressivo della forma democratica nel nostro paese secondo le indicazioni profetiche o programmatiche che venivano da JP Morgan».
Nichi Vendola, presidente di Sel, non crede un granché all’ipotesi di modifica dell’Italicum che circola in questi giorni in parlamento, dopo le parole di Napolitano.
Se il premio di maggioranza fosse attribuito alla coalizione anziché al partito cambierebbe la vostra valutazione dell’Italicum?
Intanto immaginare che le regole del gioco si costruiscano in sartoria tagliandole, cucendole a seconda delle convenienze congiunturali è già grave e il segno di un degrado. Ma comunque vedremo: non siamo indifferenti, l’Italicum è talmente brutto che guarderemo con attenzione ogni eventuale proposta.
Ma si può dare un giudizio tanto severo su Renzi e poi mettere in conto un’alleanza con il Pd, a partire dalle città?
Qualunque sovrapposizione della dimensione nazionale alle vicende territoriali è un vicolo cieco. Oggi non si può non vedere che le città in tutta Europa sono i luoghi di un conflitto fra civiltà e barbarie. Dobbiamo costruire coalizioni di progresso che possano mettere in campo una sfida programmatica su elementi dirimenti: il diritto alla casa, la lotta contro il consumo di suolo, la mobilità sostenibile, l’accoglienza per profughi e migranti. Su questo canovaccio si costruiscono le coalizioni possibili territorio per territorio. Sel non è una corrente esterna del Pd. Una coalizione progressista la si può costruire con il Pd, senza il Pd e contro il Pd. La novità di oggi è che non c’è l’effetto trascinamento del centrosinistra come formula nazionale. Quindi a Milano puntiamo sulla continuità del laboratorio straordinario dell’amministrazione Pisapia. Non c’è nessun automatismo, ma neanche in senso contrario: quello di chi pensa che le città siano cavie da laboratorio per bisogni esterni a quelli dei cittadini. Non si fanno né disfano le alleanze per problemi simbolici o per dispetto. No alla subalternità ma no anche ai rinculi minoritari.
Civati dice: senza Pisapia, a Milano nessuna coalizione con il Pd. Troverete una quadra?
Con Civati la vedo difficile. Si comporta come un elefante in cristalleria. In ogni città in cui passa lascia una scia di polemiche e divisioni. Siamo tutti impegnati in una sfida gigantesca che non si può affrontare con le battute. Su una cosa invece Civati ha ragione: sul profilo di autonomia politico-culturale che deve avere la nuova sinistra. Ma l’autonomia non può essere interpretata come la propone l’ultimo che è uscito dal Pd e cioè una rottura generalizzata con il Pd senza guardare in faccia le situazioni specifiche. La posta in gioco è alta, è il destino di comunità importanti. Chi parla di condivisione dal basso non può considerare i territori come terminali muti di una politica fatta dai palazzi romani.
Alle scorse regionali la sinistra si è presentata divisa in molte regioni. Rifarlo alle prossime amministrative significherà che non è cambiato niente, e cioè che la ’cosa rossa’ non è nata?
È un problema che dobbiamo porci tutti mettendoci in un’ottica di ascolto e condivisione. Per me è fondamentale ascoltare i sindaci. Sento l’urgenza di far partire il processo unitario, voglio mettere il convoglio di Sel su un binario. Ma che non sia un binario morto. Noi ci siamo separati dalla sinistra dell’impotenza e della testimonianza. Non torneremo indietro. Né daremo una mano a Renzi per insediare nelle città il suo partito della nazione.
E se alle primarie di Milano vincesse un interprete del Pd renziano che farete?
Deciderà il territorio. Alle regionali liguri abbiamo fatto bene a non sottoscrivere un patto con il Pd e a sostenere Cofferati senza vincolarci alla coalizione. A Milano ci sono diverse possibilità. Ma a decidere saranno i milanesi. E oggi la discriminante programmatica è mille volte più decisiva e condizionante di ieri.
Così farete anche a Roma?
A Roma cominciamo ora la discussione. E non dobbiamo iniziarla voltando pagina ma rileggendo le pagine precedenti. Mafia Capitale non può essere derubricata a un fatto processuale. Il Pd dai tempi della giunta Alemanno ha praticato un attivo consociativismo e ha condiviso scelte e malaffare.
Quello di oggi è un altro Pd, o è lo stesso di ieri?
Le rottamazioni veloci non fanno vedere le radici del male. Il fatto che si potesse essere consociativi con un manipolo di fascisti degli anni '70 è un grosso problema. E così il fatto che non ci si è accorti del ritorno dei criminali nei gangli delicati del governo capitolino. E così il fatto che le cooperative rosse potevano diventare un altro pezzo della trama politico-affaristico-criminale.
Qual è il suo giudizio sul sindaco dimissionario Marino?
Mi fa rabbia. Quei penosi scontrini producono lo stesso turbamento del romanzo criminale di Carminati e Buzzi. E questo ha consentito ai nostalgici di Mafia Capitale, e cioè ai poteri immobiliari e finanziari di Roma, di dare l’assalto all’esperienza di Marino che invece aveva elementi importanti di discontinuità. E che non a caso il Pd ha provato a normalizzare estromettendo Sel dalla giunta. Tutto questo entra nella valutazione che faremo nei prossimi mesi.
Appunto, il Pd vi aveva cacciati dalla giunta. Crede che per il futuro possa ripensarci, e che la coalizione possa tornare agli equilibri della prima era Marino’?
Non lo so. Il Pd è un insieme di enclave, le une in lotta contro le altre. Quello che so è che ora a usare la foglia di fico degli scontrini è la destra romana sodale di quella doppia filiera criminale che iniziava con i fascisti della Banda della Magliana e finiva con i mafiosi.
Il giudice deciderà, ma quegli scontrini restano indigeribili.
Infatti sono molto arrabbiato. Per la sinistra non vale la parabola della pagliuzza e della trave. Una pagliuzza, un’incredibile superficialità come quella degli scontrini in una città scossa dagli scandali e da una crisi sociale profonda, ha lesionato il rapporto fra i cittadini e il loro sindaco.
I parlamentari della ’cosa rossa’ lavorano insieme da tempo. Alla camera, dove avete i numeri, farete un nuovo gruppo unitario?
Su questo sono fiducioso. Penso che intorno alla battaglia sulla legge di stabilità nascerà un gruppo più grande. Saranno le prove d’orchestra per una sinistra che non cerca la via dell’accrocchio ma le ragioni dell’unità possibile.
Prima delle vacanze era stato lanciato un appuntamento della ’cosa rossa. Si farà o salterà?
Spero che si faccia. Sarà importante che da parte di tutti ci sia un atteggiamento di generosità e un convincimento che la quadra la si trova sul terreno dell’innovazione e non su quello della restaurazione di vecchi schemi. Dobbiamo fare tutti un passo avanti. Se prevale la furbizia o il calcolo miope non ce la faremo. Sel, la mia comunità, non chiude una storia, non vuole dissiparla ma vuole fare un investimento. Per questo è importante che questa mia comunità abbia la certezza che di arrivarci tutta intera. Significa la certezza per tutti che non stiamo imboccando un vicolo cieco.
Fonte
07/10/2015
Cosa Rossa: a che punto siamo?
A breve dovrebbe decidersi che fine farà il progetto di nuovo soggetto di sinistra, la “Cosa Rossa” di cui si parla dalla tarda primavera. Le cose per la verità non sembrano affatto promettere niente di buono.
a- Landini sembra essersi sfilato per fare una cosa che non si capisce che è, anche perché si è messo anche lui a ripetere questa fesseria del “non sono né di destra né di sinistra” che, ovviamente, lo escludo programmaticamente da una cosa che vuol essere la nuova forza di sinistra;
b- La brigata Kalimera (io, ormai, la direi Kalispera) ha difeso Tsipras, nonostante l’indecente capriola post referendum, ma ha capito che è un brand “freddo” che non porta consensi e si sta dirigendo verso il nuovo astro di Podemos che, però, sembra in difficoltà a sua volta;
c- Vendola ha lasciato intendere di essere pronto a fare lista comune con Renzi, assestando una mazzata alla residua credibilità della sua formazione politica che, peraltro, è l’unica ad avere un gruppo parlamentare;
d- L’incauta mossa di Civati (mi spiace dirlo di un amico) di lanciare i referendum da solo si è conclusa con il prevedibile insuccesso (ma come si fa a lanciare una raccolta di firme con agosto di mezzo?!);
e- Rifondazione continua a non esistere né politicamente né organizzativamente;
f- Fassina sembra colpito da improvvisa afasia.
Non pare un bel panorama. Ma quello che conta più di tutto è il persistente vuoto di proposta politica e l’assenza di ogni dibattito. Cosa propone chi si candida ad essere la sinistra di questo paese? Nulla mischiato a niente. Oppure, quando decidono di parlare, c’è solo uno scoordinato starnazzare di oche privo di qualsiasi coerenza e propositività.
Il fatto è che questa area resta il riservato dominio di quattro leaderini da strapazzo, di cui una bella fetta di “vecchie stelle del varietà” sul palcoscenico da troppo tempo. A proposito, avrei una proposta: concedere la pensione ai leader politici ma solo quando abbiano sottoscritto un impegno a tacere definitivamente ed emigrare in un’isola delle Falkland. Che ne dite?
Sino a quando la nascita del nuovo soggetto di sinistra dipenderà da queste “piccole potenze” da operetta, qui non verrà fuori nulla, al massimo la solita lista intruglio decisa all’ultimo momento mettendo insieme tutti quelli che si possono racimolare. La solita cosa pietosa che forse supera di un soffio il 4% per rientrare in Parlamento e riprendere a litigare la sera stessa del risultato elettorale (ricordate che vi dissi della lista Tsipras?)... Ma, intanto il serbatoio si sta prosciugando. Nella mia città nativa si usa dire che “la cera si consuma e la processione non cammina”... qui di cera ne è rimasta molto poca.
L’unica possibilità è che la rifondazione di questa area riparta dal basso, con circoli, blog, gruppi di intervento, liste civiche locali ecc. In questo senso una rete di blog può essere un aiuto molto importante, ma soprattutto, se si pianta di fare polemiche da gruppettari anni settanta (ne so qualcosa) e si parli di politica: Euro e Ue, che facciamo? Quale politica fiscale? Come si rilancia l’industria in questo paese? Come possiamo attaccare la finanza? Che si fa in tema di riforma universitaria? E della Giustizia che diciamo? E così via.
Occorre una “rivoluzione copernicana” della sinistra: parlare di contenuto, inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione, far partire campagne mirate... Soprattutto non dare nulla per scontato e rimettere in discussione tutto. Ma occorre sbrigarsi, non c’è più molto tempo.
Fonte
a- Landini sembra essersi sfilato per fare una cosa che non si capisce che è, anche perché si è messo anche lui a ripetere questa fesseria del “non sono né di destra né di sinistra” che, ovviamente, lo escludo programmaticamente da una cosa che vuol essere la nuova forza di sinistra;
b- La brigata Kalimera (io, ormai, la direi Kalispera) ha difeso Tsipras, nonostante l’indecente capriola post referendum, ma ha capito che è un brand “freddo” che non porta consensi e si sta dirigendo verso il nuovo astro di Podemos che, però, sembra in difficoltà a sua volta;
c- Vendola ha lasciato intendere di essere pronto a fare lista comune con Renzi, assestando una mazzata alla residua credibilità della sua formazione politica che, peraltro, è l’unica ad avere un gruppo parlamentare;
d- L’incauta mossa di Civati (mi spiace dirlo di un amico) di lanciare i referendum da solo si è conclusa con il prevedibile insuccesso (ma come si fa a lanciare una raccolta di firme con agosto di mezzo?!);
e- Rifondazione continua a non esistere né politicamente né organizzativamente;
f- Fassina sembra colpito da improvvisa afasia.
Non pare un bel panorama. Ma quello che conta più di tutto è il persistente vuoto di proposta politica e l’assenza di ogni dibattito. Cosa propone chi si candida ad essere la sinistra di questo paese? Nulla mischiato a niente. Oppure, quando decidono di parlare, c’è solo uno scoordinato starnazzare di oche privo di qualsiasi coerenza e propositività.
Il fatto è che questa area resta il riservato dominio di quattro leaderini da strapazzo, di cui una bella fetta di “vecchie stelle del varietà” sul palcoscenico da troppo tempo. A proposito, avrei una proposta: concedere la pensione ai leader politici ma solo quando abbiano sottoscritto un impegno a tacere definitivamente ed emigrare in un’isola delle Falkland. Che ne dite?
Sino a quando la nascita del nuovo soggetto di sinistra dipenderà da queste “piccole potenze” da operetta, qui non verrà fuori nulla, al massimo la solita lista intruglio decisa all’ultimo momento mettendo insieme tutti quelli che si possono racimolare. La solita cosa pietosa che forse supera di un soffio il 4% per rientrare in Parlamento e riprendere a litigare la sera stessa del risultato elettorale (ricordate che vi dissi della lista Tsipras?)... Ma, intanto il serbatoio si sta prosciugando. Nella mia città nativa si usa dire che “la cera si consuma e la processione non cammina”... qui di cera ne è rimasta molto poca.
L’unica possibilità è che la rifondazione di questa area riparta dal basso, con circoli, blog, gruppi di intervento, liste civiche locali ecc. In questo senso una rete di blog può essere un aiuto molto importante, ma soprattutto, se si pianta di fare polemiche da gruppettari anni settanta (ne so qualcosa) e si parli di politica: Euro e Ue, che facciamo? Quale politica fiscale? Come si rilancia l’industria in questo paese? Come possiamo attaccare la finanza? Che si fa in tema di riforma universitaria? E della Giustizia che diciamo? E così via.
Occorre una “rivoluzione copernicana” della sinistra: parlare di contenuto, inventare nuove forme di organizzazione e di comunicazione, far partire campagne mirate... Soprattutto non dare nulla per scontato e rimettere in discussione tutto. Ma occorre sbrigarsi, non c’è più molto tempo.
Fonte
06/08/2015
L’isteria contro i 5stelle, Vendola, Azzollini, l’isteria dei 5 stelle. La politica ormai è barbarie
Nel breve volgere di due settimane – o poco più – si sono verificati una serie di eventi che meritano un commento di costume. Abbiamo iniziato con il M5s escluso da tutte le presidenze e vice presidenze di commissione alla Camera, poi è venuto il rinvio a giudizio di Nichi Vendola per la questione Ilva di Taranto, poi è venuto il voto del Senato su Azzollini che ha scatenato un uragano dentro e fuori del Pd. Il tutto dà una rivoltante sensazione di degrado irrefrenabile.
Iniziamo dalle commissioni parlamentari. A leggere la stampa, uno capisce che i 5stelle si sono volontariamente isolati dagli altri, suicidandosi. Poi scopri, grazie ad una precisazione di Danilo Toninelli, che le cose sono andate così: il Pd aveva proposto ai 5 stelle di confermare i loro vice presidenti (anzi, qualcuno faceva pensare che si sarebbe offerta la sostituzione degli ex, in modo che il gruppo mantenesse la sua area di influenza, recuperando le posizioni perse con gli abbandoni), solo che, in cambio, pretendeva che i 5 stelle avallassero senza storie le proprie candidature per la Corte Costituzionale. Come si sa, sono tre i giudici da eleggere e il Pd li vuole tutti e tre per essere sicuro che sulla legge elettorale la Corte non faccia scherzi. Una cosa mai successa prima: i giudici costituzionali, sono sempre stati divisi, per convenzione, sulla base dei rapporti di forza in aula, tre alla maggioranza e due alle opposizioni sulla base della consistenza dei gruppi parlamentari. Un criterio discutibile se vogliamo (ed i 5 stelle hanno posto il problema di un metodo meno spartitorio) ma che almeno evitava l’asso-prende-tutto. Per cui, a nessuno sarebbe venuto in mente di barattare i posti di giudice costituzionale con quelli di altre cariche come presidenze e vice presidenze di commissione. Ma il Pd renziano ci ha abituato ad ogni abominio per cui figuriamoci se c’è da meravigliarsi. Tuttavia, la notizia da dare è proprio questa ennesima violazione della prassi parlamentare per cui il secondo partito italiano si trova fuori da tutti gli incarichi parlamentari (o quasi), ma questo non interessa a nessuno dei signori che gestiscono i media ed ai quali interessa solo dipingere ogni volta il m5s come una accolita di pazzi, settari, incapaci di fare politica ecc ecc. Una reazione isterica al voto del 2013, che ha mandato in frantumi il giocattolo della falsa alternativa fra centro-destra e centro-sinistra e di cui non è stato ancora elaborato il lutto. Pertanto i 5stelle devono sparire e bisogna criminalizzarli a tutti i costi. E questa è l’isteria anti 5stelle.
Subito dopo è venuta la questione del rinvio a giudizio di Vendola e, subito il web si è spaccato in due fazioni ugualmente sorde: quelli che accusano la Procura tarantina di aver montato un caso politico per colpire un leader della sinistra radicale e quelli per i quali Nichi è sicuramente colpevole, perché già colpevole di ogni ignominia politica. Conoscendo personalmente, per uno scherzo del destino, tanto l’accusato quanto l’accusatore, ho cercato di dire che il magistrato è una persona seria che mai farebbe uso del suo potere per fini politici e che l’accusato, cui possono essere addebitati molti torti politici e troppe leggerezze, non è un ladro ma una persona onesta. Sono stato travolto anche io dagli anti-Nichi che sono arrivati ad accusarmi di essere di Sel (a me?!??!).
Che Vendola si sia ripetutamente scontrato con l’Ilva, che abbia voluto una legge regionale fortemente osteggiata dall’Ilva, che non ci sia lo straccio, non dico di una prova, ma di un indizio di un passaggio di soldi, tutto questo non conta nulla, tutto cancellato da quella indecente telefonata fra Vendola ed Archinà (per la quale mi sono vergognato per Vendola, ma che non è una prova di rapporto corruttivo). Quindi, il rinvio a giudizio ci sta, perché le apparenze della concussione possono esserci, ma questo non è una sentenza di colpevolezza e sono convinto che Nichi ne uscirà, perché sarà chiarita la natura e l’entità di queste “pressioni” sull’Arpa, probabilmente indebite, ma al di qua di quello che giuridicamente costituisce il reato di concussione. A proposito, conosco bene la differenza fra corruzione e concussione, e so che Nichi è accusato della seconda e non della prima, ma il titolo, che ha sollevato qualche protesta, era il tentativo di sintetizzare un ragionamento: normalmente il concussore impone al concusso una dazione di denaro (“ti do quello a cui hai diritto solo se mi paghi”), qui il discorso è più complesso perché al concusso non è stato chiesto denaro, ma una attenuazione del suo giudizio professionale per favorire l’Ilva. Da cui il retro-pensiero: ma a Vendola cosa gliene veniva? Evidentemente l’Ilva gli avrà dato qualcosa. E dunque, il sospetto di corruzione che, però, formalmente non è nei termini del rinvio a giudizio. Io ho voluto dire che Vendola non è un corrotto e, dunque, è dubbio anche che possa essere davvero un concussore. Poi in due righe di titolo non si può fare un ragionamento così complesso e si spera che il lettore legga anche quello che c’è scritto nell’articolo.
E veniamo al caso Azzollini: il respingimento da parte dell’aula del Senato del suo arresto ha scatenato le ire di Lega e M5s che hanno ululato all’indirizzo del Pd “avete salvato un delinquente... fate schifo!”. E questa è l’isteria dei cinquestelle. Ormai siamo agli opposti isterismi.
Proviamo a ragionare con calma, se ci riesce. Prima di tutto teniamo ben a mente un dato: se si parla di indagine giudiziaria e persino di intercettazioni, la questione riguarda il singolo parlamentare, ma se si tratta di arresto, prima ancora che il singolo, la questione investe il Parlamento in quanto tale, perché altera i rapporti numerici fra i diversi schieramenti e, quindi, fra maggioranza ed opposizione. Ne deriva che il mandato d’arresto per un parlamentare deve essere una misura eccezionalissima e deve essere assunta con cautela ancora maggiore di quella che pure si dovrebbe usare sempre nei confronti di qualsiasi cittadino (e che non sempre, diciamo, i magistrati usano).
Il Parlamento non è un giudice di legittimità e non è suo compito pronunciarsi sulla fondatezza degli atti giudiziari e deve solo accertare che non ci sia il fumus persecutionis (fumus, cioè sospetto, non certezza), siamo d’accordo. Però, se un magistrato chiede l’arresto di un parlamentare (cosa, come abbiamo detto, che deve essere misura del tutto eccezionale) e non motiva questa sua richiesta, non specificando se si tema la fuga all’estero, la reiterazione del reato o l’inquinamento delle prove, la sua richiesta è di per sé “sospetta” e come tale va respinta.
Se fossi stato parlamentare non solo avrei votato contro, ma non mi sarei limitato a farlo nel segreto dell’urna, lo avrei dichiarato apertamente assumendomene tutte le responsabilità politiche, anche se questa posizione fosse stata in conflitto con il mio gruppo. Perché, altra cosa su cui conviene fare chiarezza, quando si tratta di decisioni giudiziarie o para giudiziarie (come è nel caso delle autorizzazioni a procedere del Parlamento) non esiste e non deve esistere alcuna disciplina di gruppo, il parlamentare deve (insisto: DEVE) votare sempre secondo coscienza. Scandalo perché il capo gruppo Pd Zanda ha “concesso” ai suoi di votare secondo coscienza? Semmai lo scandalo è che questa cosa ovvia sia presentata come una concessione. Siccome a me non piace dire a nuora perché suocera intenda e piace parlare direttamente alla suocera, preciso di avercela proprio con i miei amici 5stelle: vincolare il comportamento di un parlamentare alla disciplina di gruppo, in materie come la decisione sulla libertà di una persona, è un comportamento degno della più indecente partitocrazia. Strano, per un movimento che si proclama contro i partiti, non vi pare?
Un senatore pentastellato ha ruggito all’indirizzo di quelli del Pd: “Il Pd ha sconfessato la magistratura!”; perché, da qualche parte c’è scritto che il Parlamento è tenuto a dare pronta e rispettose esecuzione ai voleri giudiziari?
Quelli del Pd, hanno sconfessato i magistrati? E, per una volta hanno fatto benissimo (adesso qualche imbecille mi accuserà di essere del Pd e renziano): i magistrati stanno prendendo un’abitudine da correggere subito, chiedere il mandato d’arresto per un deputato ogni due per tre. Siamo già a quota sei. Allora che qualcuno gli ricordi che questa deve essere una misura eccezionalissima e non una usanza come l’aperitivo prima di cena, è cosa buona e giusta. Poi che i magistrati procedano nelle indagini e mandino in galera (quella vera) i politici che delinquono, ma niente anticipazioni di pena e questo vale per i cittadini comuni, per i quali la carcerazione preventiva deve essere una eccezione motivata da esigenze istruttorie ed ancor più per i parlamentari per i quali deve essere una super-eccezione. Nello stato di diritto retto sulla separazione dei poteri, ognuno faccia il suo mestiere e non invada il campo altrui.
Cari amici 5stelle, non si può invocare la legalità nei giorni pari e stravolgere le garanzie di legge nei giorni dispari: vi pare?
Se poi volete dirmi che sarebbe il caso di affidare ad un organo terzo la decisione sull’autorizzazione a procedere contro i parlamentari, visto che le assemblee politiche sono congenitamente inadatte a questo scopo, siamo del tutto d’accordo e se volete stendiamo insieme un progetto di revisione costituzionale in questo senso. Ma evitiamo le sceneggiate.
E di sceneggiate ce n’è stata anche a proposito di una recensione dell’Espresso al libro curato da Roberto Biorcio sul M5s, recensione uscita il giorno dopo della votazione su Azzollini, e subito letta come un attacco al movimento per distrarre dal caso in questione. Ora: quell’articolo era sicuramente stato preparato prima, ma per di più, il libro non è affatto anti-5stelle e lo dico con cognizione di causa perché l’ho presentato io il 29 giugno alla casa della cultura di Milano e devo aggiungere che il curatore, Biorcio, è stato anche più simpatetico con il M5s di me che avanzavo alcune mie critiche. Insomma: la vogliamo finire di parlare prima di pensare? (e adesso qualche altro imbecille dirà che io sono un nemico del M5s).
Il guaio è che la politica in questo paese, a partire dalla sciagurata stagione di Mani Pulite, ha subito un imbarbarimento totale: non c’è più distinzione fra giudizio politico e giudizio penale, ormai è comune l’idea di abbattere il nemico giovandosi della stampella giudiziaria, il garantismo non si usa più nemmeno citarlo e mi chiedo quanti ancora ne conoscano il significato, a nessuno viene più in mente che si possono e si debbono riconoscere le ragioni dell’avversario senza peraltro smettere di scontrarsi politicamente, non c’è più cultura dello Stato di diritto e della separazione dei poteri. Non c’è hostis ma solo inimicus e non c’è più confronto politico ma duello rusticano con tutti i mezzi: finiremo per scontrarci con le clave. Che schifo di paese sta diventando questo e non solo per i politici che rubano.
Fonte
Iniziamo dalle commissioni parlamentari. A leggere la stampa, uno capisce che i 5stelle si sono volontariamente isolati dagli altri, suicidandosi. Poi scopri, grazie ad una precisazione di Danilo Toninelli, che le cose sono andate così: il Pd aveva proposto ai 5 stelle di confermare i loro vice presidenti (anzi, qualcuno faceva pensare che si sarebbe offerta la sostituzione degli ex, in modo che il gruppo mantenesse la sua area di influenza, recuperando le posizioni perse con gli abbandoni), solo che, in cambio, pretendeva che i 5 stelle avallassero senza storie le proprie candidature per la Corte Costituzionale. Come si sa, sono tre i giudici da eleggere e il Pd li vuole tutti e tre per essere sicuro che sulla legge elettorale la Corte non faccia scherzi. Una cosa mai successa prima: i giudici costituzionali, sono sempre stati divisi, per convenzione, sulla base dei rapporti di forza in aula, tre alla maggioranza e due alle opposizioni sulla base della consistenza dei gruppi parlamentari. Un criterio discutibile se vogliamo (ed i 5 stelle hanno posto il problema di un metodo meno spartitorio) ma che almeno evitava l’asso-prende-tutto. Per cui, a nessuno sarebbe venuto in mente di barattare i posti di giudice costituzionale con quelli di altre cariche come presidenze e vice presidenze di commissione. Ma il Pd renziano ci ha abituato ad ogni abominio per cui figuriamoci se c’è da meravigliarsi. Tuttavia, la notizia da dare è proprio questa ennesima violazione della prassi parlamentare per cui il secondo partito italiano si trova fuori da tutti gli incarichi parlamentari (o quasi), ma questo non interessa a nessuno dei signori che gestiscono i media ed ai quali interessa solo dipingere ogni volta il m5s come una accolita di pazzi, settari, incapaci di fare politica ecc ecc. Una reazione isterica al voto del 2013, che ha mandato in frantumi il giocattolo della falsa alternativa fra centro-destra e centro-sinistra e di cui non è stato ancora elaborato il lutto. Pertanto i 5stelle devono sparire e bisogna criminalizzarli a tutti i costi. E questa è l’isteria anti 5stelle.
Subito dopo è venuta la questione del rinvio a giudizio di Vendola e, subito il web si è spaccato in due fazioni ugualmente sorde: quelli che accusano la Procura tarantina di aver montato un caso politico per colpire un leader della sinistra radicale e quelli per i quali Nichi è sicuramente colpevole, perché già colpevole di ogni ignominia politica. Conoscendo personalmente, per uno scherzo del destino, tanto l’accusato quanto l’accusatore, ho cercato di dire che il magistrato è una persona seria che mai farebbe uso del suo potere per fini politici e che l’accusato, cui possono essere addebitati molti torti politici e troppe leggerezze, non è un ladro ma una persona onesta. Sono stato travolto anche io dagli anti-Nichi che sono arrivati ad accusarmi di essere di Sel (a me?!??!).
Che Vendola si sia ripetutamente scontrato con l’Ilva, che abbia voluto una legge regionale fortemente osteggiata dall’Ilva, che non ci sia lo straccio, non dico di una prova, ma di un indizio di un passaggio di soldi, tutto questo non conta nulla, tutto cancellato da quella indecente telefonata fra Vendola ed Archinà (per la quale mi sono vergognato per Vendola, ma che non è una prova di rapporto corruttivo). Quindi, il rinvio a giudizio ci sta, perché le apparenze della concussione possono esserci, ma questo non è una sentenza di colpevolezza e sono convinto che Nichi ne uscirà, perché sarà chiarita la natura e l’entità di queste “pressioni” sull’Arpa, probabilmente indebite, ma al di qua di quello che giuridicamente costituisce il reato di concussione. A proposito, conosco bene la differenza fra corruzione e concussione, e so che Nichi è accusato della seconda e non della prima, ma il titolo, che ha sollevato qualche protesta, era il tentativo di sintetizzare un ragionamento: normalmente il concussore impone al concusso una dazione di denaro (“ti do quello a cui hai diritto solo se mi paghi”), qui il discorso è più complesso perché al concusso non è stato chiesto denaro, ma una attenuazione del suo giudizio professionale per favorire l’Ilva. Da cui il retro-pensiero: ma a Vendola cosa gliene veniva? Evidentemente l’Ilva gli avrà dato qualcosa. E dunque, il sospetto di corruzione che, però, formalmente non è nei termini del rinvio a giudizio. Io ho voluto dire che Vendola non è un corrotto e, dunque, è dubbio anche che possa essere davvero un concussore. Poi in due righe di titolo non si può fare un ragionamento così complesso e si spera che il lettore legga anche quello che c’è scritto nell’articolo.
E veniamo al caso Azzollini: il respingimento da parte dell’aula del Senato del suo arresto ha scatenato le ire di Lega e M5s che hanno ululato all’indirizzo del Pd “avete salvato un delinquente... fate schifo!”. E questa è l’isteria dei cinquestelle. Ormai siamo agli opposti isterismi.
Proviamo a ragionare con calma, se ci riesce. Prima di tutto teniamo ben a mente un dato: se si parla di indagine giudiziaria e persino di intercettazioni, la questione riguarda il singolo parlamentare, ma se si tratta di arresto, prima ancora che il singolo, la questione investe il Parlamento in quanto tale, perché altera i rapporti numerici fra i diversi schieramenti e, quindi, fra maggioranza ed opposizione. Ne deriva che il mandato d’arresto per un parlamentare deve essere una misura eccezionalissima e deve essere assunta con cautela ancora maggiore di quella che pure si dovrebbe usare sempre nei confronti di qualsiasi cittadino (e che non sempre, diciamo, i magistrati usano).
Il Parlamento non è un giudice di legittimità e non è suo compito pronunciarsi sulla fondatezza degli atti giudiziari e deve solo accertare che non ci sia il fumus persecutionis (fumus, cioè sospetto, non certezza), siamo d’accordo. Però, se un magistrato chiede l’arresto di un parlamentare (cosa, come abbiamo detto, che deve essere misura del tutto eccezionale) e non motiva questa sua richiesta, non specificando se si tema la fuga all’estero, la reiterazione del reato o l’inquinamento delle prove, la sua richiesta è di per sé “sospetta” e come tale va respinta.
Se fossi stato parlamentare non solo avrei votato contro, ma non mi sarei limitato a farlo nel segreto dell’urna, lo avrei dichiarato apertamente assumendomene tutte le responsabilità politiche, anche se questa posizione fosse stata in conflitto con il mio gruppo. Perché, altra cosa su cui conviene fare chiarezza, quando si tratta di decisioni giudiziarie o para giudiziarie (come è nel caso delle autorizzazioni a procedere del Parlamento) non esiste e non deve esistere alcuna disciplina di gruppo, il parlamentare deve (insisto: DEVE) votare sempre secondo coscienza. Scandalo perché il capo gruppo Pd Zanda ha “concesso” ai suoi di votare secondo coscienza? Semmai lo scandalo è che questa cosa ovvia sia presentata come una concessione. Siccome a me non piace dire a nuora perché suocera intenda e piace parlare direttamente alla suocera, preciso di avercela proprio con i miei amici 5stelle: vincolare il comportamento di un parlamentare alla disciplina di gruppo, in materie come la decisione sulla libertà di una persona, è un comportamento degno della più indecente partitocrazia. Strano, per un movimento che si proclama contro i partiti, non vi pare?
Un senatore pentastellato ha ruggito all’indirizzo di quelli del Pd: “Il Pd ha sconfessato la magistratura!”; perché, da qualche parte c’è scritto che il Parlamento è tenuto a dare pronta e rispettose esecuzione ai voleri giudiziari?
Quelli del Pd, hanno sconfessato i magistrati? E, per una volta hanno fatto benissimo (adesso qualche imbecille mi accuserà di essere del Pd e renziano): i magistrati stanno prendendo un’abitudine da correggere subito, chiedere il mandato d’arresto per un deputato ogni due per tre. Siamo già a quota sei. Allora che qualcuno gli ricordi che questa deve essere una misura eccezionalissima e non una usanza come l’aperitivo prima di cena, è cosa buona e giusta. Poi che i magistrati procedano nelle indagini e mandino in galera (quella vera) i politici che delinquono, ma niente anticipazioni di pena e questo vale per i cittadini comuni, per i quali la carcerazione preventiva deve essere una eccezione motivata da esigenze istruttorie ed ancor più per i parlamentari per i quali deve essere una super-eccezione. Nello stato di diritto retto sulla separazione dei poteri, ognuno faccia il suo mestiere e non invada il campo altrui.
Cari amici 5stelle, non si può invocare la legalità nei giorni pari e stravolgere le garanzie di legge nei giorni dispari: vi pare?
Se poi volete dirmi che sarebbe il caso di affidare ad un organo terzo la decisione sull’autorizzazione a procedere contro i parlamentari, visto che le assemblee politiche sono congenitamente inadatte a questo scopo, siamo del tutto d’accordo e se volete stendiamo insieme un progetto di revisione costituzionale in questo senso. Ma evitiamo le sceneggiate.
E di sceneggiate ce n’è stata anche a proposito di una recensione dell’Espresso al libro curato da Roberto Biorcio sul M5s, recensione uscita il giorno dopo della votazione su Azzollini, e subito letta come un attacco al movimento per distrarre dal caso in questione. Ora: quell’articolo era sicuramente stato preparato prima, ma per di più, il libro non è affatto anti-5stelle e lo dico con cognizione di causa perché l’ho presentato io il 29 giugno alla casa della cultura di Milano e devo aggiungere che il curatore, Biorcio, è stato anche più simpatetico con il M5s di me che avanzavo alcune mie critiche. Insomma: la vogliamo finire di parlare prima di pensare? (e adesso qualche altro imbecille dirà che io sono un nemico del M5s).
Il guaio è che la politica in questo paese, a partire dalla sciagurata stagione di Mani Pulite, ha subito un imbarbarimento totale: non c’è più distinzione fra giudizio politico e giudizio penale, ormai è comune l’idea di abbattere il nemico giovandosi della stampella giudiziaria, il garantismo non si usa più nemmeno citarlo e mi chiedo quanti ancora ne conoscano il significato, a nessuno viene più in mente che si possono e si debbono riconoscere le ragioni dell’avversario senza peraltro smettere di scontrarsi politicamente, non c’è più cultura dello Stato di diritto e della separazione dei poteri. Non c’è hostis ma solo inimicus e non c’è più confronto politico ma duello rusticano con tutti i mezzi: finiremo per scontrarci con le clave. Che schifo di paese sta diventando questo e non solo per i politici che rubano.
Fonte
29/07/2015
Vendola è un corrotto? Non ci credo neanche se lo vedo
Come si sa, Nichi Vendola è stato rinviato a giudizio per la questione dell’Ilva di Taranto, insieme ad una quarantina di altre persone. L’accusa è quella di concussione, in quanto avrebbe fatto pressioni a favore dell’Ilva su Giorgio Assennato, direttore generale di Arpa (Agenzia Regionale di Protezione Ambientale) Puglia.
Infatti, qualche mese prima, il dott. Massimo Blonda (che conosco personalmente ed, anche se non lo vedo da una trentina di anni, posso dire che è persona molto seria e scrupolosa) presentò una relazione dalla quale si evinceva che c’era un preoccupante picco di benzoapirene, proveniente quasi esclusivamente dall’Ilva e proponeva una secca riduzione di emissioni per poterle consentire di continuare a produrre. Il direttore dell’Arpa Assennato (che pure conosco personalmente, e posso dire che non farebbe mai un falso) fece sua la relazione.
Diverse intercettazioni telefoniche dimostrano che ci fu un contatto continuo fra Archinà (addetto alle relazioni dell’Ilva) ed i vertici della Regione Puglia, compreso Vendola, per screditare Assennato ed i suoi collaboratori ed ottenere che la Regione non facesse sua quella relazione. Nel quadro delle intercettazioni tornata a galla anche l’infelice telefonata fra Vendola e Giorgio Archinà, resa pubblica a settembre 2013, che produsse una pessima impressione nell’opinione pubblica. L’Arpa mitigò le sue posizioni, pur mantenendo un forte atteggiamento critico.
Oggi, e la cosa è un po’ paradossale, Assennato si ritrova rinviato a giudizio anche lui per quella attenuazione. Va detto, però, che Assennato ha sempre negato di essere stato in qualche modo costretto da Vendola a quel passo e, quindi, ha smentito di essere stato concusso. Questi i fatti.
Non credo che nessuno possa accusarmi di eccessive indulgenze verso Vendola o il suo partito, anzi spesso mi si rimprovera il contrario, ma devo dire, per la conoscenza personale che ho di Vendola, non credo per un attimo che sia un corrotto. Non credo che l’accusa nei suoi confronti reggerà al dibattimento.
Allora si tratta di un attacco politico ai danni del primo governatore di sinistra della Puglia, come si legge in alcuni siti di area Sel pugliese? Nemmeno per sogno. Per complessi giri parentali che non sto qui a spiegare, conosco benissimo il Procuratore Capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio e da più di mezzo secolo: è un magistrato molto equilibrato. E’ sempre stato un moderato e non ha mai avuto simpatie di sinistra (anche se qualche giornale, parlando del tutto a sproposito, ha cercato di dipingerlo come la solita “Toga Rossa” per l’intransigenza dimostrata nei confronti dell’Ilva), ma sono certo che le simpatie politiche non influenzino in nessun modo il suo operato di magistrato: si sarebbe comportato allo stesso modo se al posto di Nichi ci fosse stato Fitto o chiunque altro.
E’ un magistrato assolutamente non incline alla indulgenza, questo si, e, se la memoria non mi inganna, faceva riferimento ad una delle scuole penalistiche più rigoriste, come quella di Pietro Nuvolone. Per di più a Taranto c’era un forte allarme sociale per gli effetti dell’inquinamento che è indiscutibile ci fosse e grave. Dunque, togliamo di mezzo questa idea del complotto ai danni di un leader della sinistra, che non ha alcun fondamento (peraltro non mi pare che Nichi abbia mai detto nulla del genere).
Ma togliamo di mezzo anche un’altra idea altrettanto infondata: che Nichi possa aver fatto qualcosa per denaro. Lo conosco troppo bene, so che la vita brillante non gli dispiace e non disprezza i generosi (anche troppo) compensi della Regione Puglia, ma sono convinto che non prenderebbe mai mezzo euro di tangente o simile. Se non è cambiato del tutto nell’ultimo decennio (non lo incontro personalmente più o meno da quel tempo), posso dire con certezza che è una persona onesta. Magari pasticcione e può aver fatto errori politici, ma non è un disonesto.
Ed allora, se Vendola è onesto, Blonda ed Assennato sono persone serie, Sebastio è un magistrato corretto, come ci spieghiamo questa situazione? I processi si fanno proprio per capire come stiano le cose e, quindi, un rinvio a giudizio non è una sentenza di condanna, ma il prodotto di come le cose si sono presentate al magistrato, su cui non c’è ancora stata la parola della difesa.
Non conosco la carte processuali, per cui azzardo qualche ipotesi, cosciente del fatto che possa essere poi smentita dall’andamento dibattimentale. Credo che, almeno per quel che riguarda la posizione personale di Nichi, sia essenziale partire dalla motivazione dei suoi comportamenti più o meno accertati.
Credo che alla base ci sia il problema dell’occupazione nella città ionica, che, da mezzo secolo, vive intorno al siderurgico. Rischiare una chiusura o anche una sospensione degli impianti significherebbe immediatamente una crisi sociale della città, con negozi che chiudono, affari che crollano e la disoccupazione che si allarga a macchia d’olio. Ovviamente, questa non è una buona ragione perché i tarantini debbano beccarsi un cancro ed è evidente che sarebbe stato necessario intervenire per porre rimedio alla situazione conciliando le prioritarie ragioni ambientali con quelle occupazionali. Dunque, obbligando l’azienda a produrre in modo meno inquinante, anche se questo avesse comportato (come era inevitabile che fosse) costi maggiori: le economie di produzione non si possono fare sulla pelle della gente. Una difficile quadratura del cerchio, che richiedeva fantasia, autorevolezza, capacità progettuale, competenza tecnica. Cose purtroppo mancate in questa occasione. Ma questa è materia di giudizio politico (che peraltro non riguarda il solo Vendola e gli amministratori locali, ma che investe anche il governo nazionale che non poteva ignorare la situazione tarantina), non di giudizio penale.
Vendola, per di più, aveva anche le pressioni della Fiom (alla quale è sempre stato molto sensibile) con cui fare i conti ed, infatti, nella famosa telefonata cui accennavamo, dice all’uomo dell’Ilva “I vostri migliori alleati sono quelli della Fiom che mi telefonano venti volte al giorno”.
Nel suo comportamento, forse gli si può rimproverare faciloneria, leggerezza, superficialità, quegli stessi difetti che lo hanno spinto a quella sciagurata telefonata. Proprio perché conosco Nichi, so che la sua indole è piuttosto narcisistica, quel che lo induce alla ricerca di una certa complicità – un po’ ruffiana – con il suo interlocutore del momento, ma questo non significa sempre che quel che dice lo pensi realmente. Quelle frasi – certamente infelici – che abbiamo ascoltato fanno parte di questo aspetto caratteriale del personaggio ed indicano una certa compiacenza (direi anche un po’ di piaggeria), ma non implicano alcuna complicità sostanziale con l’interlocutore. Dunque, insisto, leggerezza, superficialità, avventatezza, ma non cinismo o, peggio, comunanza nel malaffare.
E questo stesso stile poco accorto è probabilmente alla base del suo comportamento oggi sotto i riflettori della giustizia. Immagino che Nichi sia stato facilmente influenzabile da parte degli interessati che gli avranno prospettato un eccesso di severità da parte dell’Arpa, che gli avranno snocciolato dati di parte, ma soprattutto, sospetto possano averlo fatto cadere in una manovra aggirante, facendogli arrivare da terzi voci malevole verso l’Arpa, dati favorevoli all’Ilva ecc. e che abbia finito per convincersi di queste ragioni non avendo tempo e voglia di approfondire la questione (questo è uno dei difetti di Nichi che è sempre suggestivo ma mai profondo). E’ ovvio che sia intervenuto dicendo ad Assennato qualcosa che oggi questo sembra una indebita pressione. Già la minaccia di non confermarlo nell’incarico (di cui si legge nei giornali) non so quanto sia credibile e se sia stata effettivamente proferita. Avrà fatto leva sulle difficoltà sociali della situazione, magari avrà parlato di un miglioramento delle condizioni di produzione, poi non avvenuto.
Certo, tutti elementi che si muovono sul piano psicologico. Ma, allo stato dei fatti, le apparenze sono contro di lui e mi figuro perfettamente l’immagine che possa esserne fatta un magistrato puntiglioso come Sebastio che ha sul collo il fiato della città imbestialita contro l’Ilva e, per di più, è esposto ad una campagna indecente della stampa di destra.
Sono convinto che il dibattimento alla fine scagionerà Nichi. Conoscendo la sua fragilità caratteriale, immagino la sofferenza psicologica che starà attraversando. Per cui, pur nel forte dissenso politico di queste settimane, sento il dovere di fornire questa pubblica attestazione sulla sua sostanziale onestà ed esprimergli la mia amicizia personale in questo momento difficile.
Fonte
Infatti, qualche mese prima, il dott. Massimo Blonda (che conosco personalmente ed, anche se non lo vedo da una trentina di anni, posso dire che è persona molto seria e scrupolosa) presentò una relazione dalla quale si evinceva che c’era un preoccupante picco di benzoapirene, proveniente quasi esclusivamente dall’Ilva e proponeva una secca riduzione di emissioni per poterle consentire di continuare a produrre. Il direttore dell’Arpa Assennato (che pure conosco personalmente, e posso dire che non farebbe mai un falso) fece sua la relazione.
Diverse intercettazioni telefoniche dimostrano che ci fu un contatto continuo fra Archinà (addetto alle relazioni dell’Ilva) ed i vertici della Regione Puglia, compreso Vendola, per screditare Assennato ed i suoi collaboratori ed ottenere che la Regione non facesse sua quella relazione. Nel quadro delle intercettazioni tornata a galla anche l’infelice telefonata fra Vendola e Giorgio Archinà, resa pubblica a settembre 2013, che produsse una pessima impressione nell’opinione pubblica. L’Arpa mitigò le sue posizioni, pur mantenendo un forte atteggiamento critico.
Oggi, e la cosa è un po’ paradossale, Assennato si ritrova rinviato a giudizio anche lui per quella attenuazione. Va detto, però, che Assennato ha sempre negato di essere stato in qualche modo costretto da Vendola a quel passo e, quindi, ha smentito di essere stato concusso. Questi i fatti.
Non credo che nessuno possa accusarmi di eccessive indulgenze verso Vendola o il suo partito, anzi spesso mi si rimprovera il contrario, ma devo dire, per la conoscenza personale che ho di Vendola, non credo per un attimo che sia un corrotto. Non credo che l’accusa nei suoi confronti reggerà al dibattimento.
Allora si tratta di un attacco politico ai danni del primo governatore di sinistra della Puglia, come si legge in alcuni siti di area Sel pugliese? Nemmeno per sogno. Per complessi giri parentali che non sto qui a spiegare, conosco benissimo il Procuratore Capo della Repubblica di Taranto, Franco Sebastio e da più di mezzo secolo: è un magistrato molto equilibrato. E’ sempre stato un moderato e non ha mai avuto simpatie di sinistra (anche se qualche giornale, parlando del tutto a sproposito, ha cercato di dipingerlo come la solita “Toga Rossa” per l’intransigenza dimostrata nei confronti dell’Ilva), ma sono certo che le simpatie politiche non influenzino in nessun modo il suo operato di magistrato: si sarebbe comportato allo stesso modo se al posto di Nichi ci fosse stato Fitto o chiunque altro.
E’ un magistrato assolutamente non incline alla indulgenza, questo si, e, se la memoria non mi inganna, faceva riferimento ad una delle scuole penalistiche più rigoriste, come quella di Pietro Nuvolone. Per di più a Taranto c’era un forte allarme sociale per gli effetti dell’inquinamento che è indiscutibile ci fosse e grave. Dunque, togliamo di mezzo questa idea del complotto ai danni di un leader della sinistra, che non ha alcun fondamento (peraltro non mi pare che Nichi abbia mai detto nulla del genere).
Ma togliamo di mezzo anche un’altra idea altrettanto infondata: che Nichi possa aver fatto qualcosa per denaro. Lo conosco troppo bene, so che la vita brillante non gli dispiace e non disprezza i generosi (anche troppo) compensi della Regione Puglia, ma sono convinto che non prenderebbe mai mezzo euro di tangente o simile. Se non è cambiato del tutto nell’ultimo decennio (non lo incontro personalmente più o meno da quel tempo), posso dire con certezza che è una persona onesta. Magari pasticcione e può aver fatto errori politici, ma non è un disonesto.
Ed allora, se Vendola è onesto, Blonda ed Assennato sono persone serie, Sebastio è un magistrato corretto, come ci spieghiamo questa situazione? I processi si fanno proprio per capire come stiano le cose e, quindi, un rinvio a giudizio non è una sentenza di condanna, ma il prodotto di come le cose si sono presentate al magistrato, su cui non c’è ancora stata la parola della difesa.
Non conosco la carte processuali, per cui azzardo qualche ipotesi, cosciente del fatto che possa essere poi smentita dall’andamento dibattimentale. Credo che, almeno per quel che riguarda la posizione personale di Nichi, sia essenziale partire dalla motivazione dei suoi comportamenti più o meno accertati.
Credo che alla base ci sia il problema dell’occupazione nella città ionica, che, da mezzo secolo, vive intorno al siderurgico. Rischiare una chiusura o anche una sospensione degli impianti significherebbe immediatamente una crisi sociale della città, con negozi che chiudono, affari che crollano e la disoccupazione che si allarga a macchia d’olio. Ovviamente, questa non è una buona ragione perché i tarantini debbano beccarsi un cancro ed è evidente che sarebbe stato necessario intervenire per porre rimedio alla situazione conciliando le prioritarie ragioni ambientali con quelle occupazionali. Dunque, obbligando l’azienda a produrre in modo meno inquinante, anche se questo avesse comportato (come era inevitabile che fosse) costi maggiori: le economie di produzione non si possono fare sulla pelle della gente. Una difficile quadratura del cerchio, che richiedeva fantasia, autorevolezza, capacità progettuale, competenza tecnica. Cose purtroppo mancate in questa occasione. Ma questa è materia di giudizio politico (che peraltro non riguarda il solo Vendola e gli amministratori locali, ma che investe anche il governo nazionale che non poteva ignorare la situazione tarantina), non di giudizio penale.
Vendola, per di più, aveva anche le pressioni della Fiom (alla quale è sempre stato molto sensibile) con cui fare i conti ed, infatti, nella famosa telefonata cui accennavamo, dice all’uomo dell’Ilva “I vostri migliori alleati sono quelli della Fiom che mi telefonano venti volte al giorno”.
Nel suo comportamento, forse gli si può rimproverare faciloneria, leggerezza, superficialità, quegli stessi difetti che lo hanno spinto a quella sciagurata telefonata. Proprio perché conosco Nichi, so che la sua indole è piuttosto narcisistica, quel che lo induce alla ricerca di una certa complicità – un po’ ruffiana – con il suo interlocutore del momento, ma questo non significa sempre che quel che dice lo pensi realmente. Quelle frasi – certamente infelici – che abbiamo ascoltato fanno parte di questo aspetto caratteriale del personaggio ed indicano una certa compiacenza (direi anche un po’ di piaggeria), ma non implicano alcuna complicità sostanziale con l’interlocutore. Dunque, insisto, leggerezza, superficialità, avventatezza, ma non cinismo o, peggio, comunanza nel malaffare.
E questo stesso stile poco accorto è probabilmente alla base del suo comportamento oggi sotto i riflettori della giustizia. Immagino che Nichi sia stato facilmente influenzabile da parte degli interessati che gli avranno prospettato un eccesso di severità da parte dell’Arpa, che gli avranno snocciolato dati di parte, ma soprattutto, sospetto possano averlo fatto cadere in una manovra aggirante, facendogli arrivare da terzi voci malevole verso l’Arpa, dati favorevoli all’Ilva ecc. e che abbia finito per convincersi di queste ragioni non avendo tempo e voglia di approfondire la questione (questo è uno dei difetti di Nichi che è sempre suggestivo ma mai profondo). E’ ovvio che sia intervenuto dicendo ad Assennato qualcosa che oggi questo sembra una indebita pressione. Già la minaccia di non confermarlo nell’incarico (di cui si legge nei giornali) non so quanto sia credibile e se sia stata effettivamente proferita. Avrà fatto leva sulle difficoltà sociali della situazione, magari avrà parlato di un miglioramento delle condizioni di produzione, poi non avvenuto.
Certo, tutti elementi che si muovono sul piano psicologico. Ma, allo stato dei fatti, le apparenze sono contro di lui e mi figuro perfettamente l’immagine che possa esserne fatta un magistrato puntiglioso come Sebastio che ha sul collo il fiato della città imbestialita contro l’Ilva e, per di più, è esposto ad una campagna indecente della stampa di destra.
Sono convinto che il dibattimento alla fine scagionerà Nichi. Conoscendo la sua fragilità caratteriale, immagino la sofferenza psicologica che starà attraversando. Per cui, pur nel forte dissenso politico di queste settimane, sento il dovere di fornire questa pubblica attestazione sulla sua sostanziale onestà ed esprimergli la mia amicizia personale in questo momento difficile.
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16/07/2015
Le idee di Sel per un nuovo soggetto di sinistra: zero + zero + zero + 1 sbagliato
L’assemblea nazionale di Sel ha concluso i suoi lavori lanciando l’idea di un nuovo soggetto di sinistra che raccolga i pezzi usciti dal Pd, Rifondazione, qualche fuoriuscito del M5s ecc. Una cosa totalmente nuova, che non abbiamo mai visto!
La novità starebbe nel fatto che questa volta non si tratterebbe di un “improvvisato cartello elettorale” ma di un soggetto unitario, insomma un nuovo partito.
Dio solo sa se non c’è bisogno di un vero partito di sinistra in questo momento, e dunque saluteremmo con grande favore la nascita di questo soggetto. Qualche giorno fa avevo detto che si poteva fare una (modesta) apertura di credito a questo tentativo di aggregazione, pur avendo bene a mente tutti i rischi di ricadere nelle terribili esperienze precedenti (Sinistra Europea, Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa con Tsipras e così via). Devo dire che questa assemblea di Sel mi ha rafforzato tutte le perplessità ed ha parallelamente indebolito l’apertura di credito.
Ora, non mi sembra che sia un'idea geniale quella di far partire la cosa con un discorso di Nichi Vendola, che è un caro amico ed una bravissima persona, ma che, insomma, non mi pare sia esattamente il nuovo ed alla cui retorica siamo abbondantemente assuefatti. Sarebbe stato un po’ più credibile Fratoianni che ha un faccia un po’ più fresca.
E meno che mai mi convince questo tentativo egemonico di Sel. Capisco che Sel sia l’unico di questi gruppi ad avere un minimo di organizzazione nazionale ed un gruppo parlamentare, e capisco che Sel si collochi al centro fra Rifondazione e i fuorusciti del Pd, ma la manovra un po’ troppo scoperta è quella di fare una “grande Sel” che si limita a cambiar nome.
Ma fin qui siamo alle bazzecole. Veniamo alle cose più serie. In primo luogo, mi pare che gli ingredienti della zuppa siano quelli di sempre (pezzetti e pezzettini della ex Rifondazione dei tempi belli) con una aggiunta di ortaggi ex Pd e una scorzetta di limone di ex M5s. Non mi pare che neppure numericamente la cosa prometta sfracelli.
Ma, la politica, dico la politica dove è? Può darsi che il nuovo soggetto nasca piccolo e cresca rapidissimamente sino a diventare grande, ma per farlo occorre avere una linea politica che qui, proprio non vedo.
Le varie sinistre arcobaleno ecc, non sono fallite per chissà qualche congiunzione astrale, ma perché non avevano niente da dire e qui mi pare che il metodo sia quello di sempre: lunghi elenchi di nomi di gruppi, gruppetti e gruppettini, defilè di vecchie stelle del varietà e di generali senza esercito, ma di idee zero al quoto.
Sul Fisco che diciamo? Zero
Dobbiamo restare nella Nato? Zero
Quali politiche occupazionali vogliamo promuovere? Non pervenuto
Come rilanciare l’industria in Italia? Zero
Quale politica della ricerca? Zero
Quale riforma della Giustizia? Zero
E voi volete fare così un nuovo partito?
A me hanno sempre insegnato che prima ci si dà una politica e dopo si cerca di costruire lo strumento adatto a realizzarla.
La relazione Vendola è la somma di tanti zeri. Anzi no, sarebbe ingiusto trascurare l’unico contenuto positivo che ha portato, relativo al rilancio dell’”europeismo”: “Vogliamo sentire parole di rilancio del sogno dell’Europa federale. E’ necessario conferire più poteri alla Bce”, affinché questo soggetto diventi “prestatore di ultima istanza, impedendo che il sistema creditizio internazionale si comporti come un usuraio nei confronti dei popoli del sud dell’Europa”.
Quindi, non solo Vendola pensa che il cadavere della Ue debba restare insepolto, ma per “rivitalizzarlo” si affida ai finanzieri della Bce che sono quelli che stanno strangolando la Grecia e che, per Vendola, “devono avere più poteri” (perbacco!). E per fare questa minchiata (scusatemi il termine) c’è bisogno di fare un nuovo partito di sinistra?
Che Vendola capisca di economia come io di dialetti esquimesi era cosa nota, ma lui pensa che se Draghi non emette liquidità con il sifone del selz è perché ha pochi poteri. Non gli viene in testa che l’euro è una moneta che ha come obiettivo prioritario la stabilità, che, dunque, i tedeschi non permetterebbero mai di fare quello che lui sogna e che neanche Draghi non può fare più di tanto.
Dunque, la somma algebrica della sua relazione è la seguente: 0+ 0 + 0 + 0 + 1 sbagliato.
E sulla base di questo programma, per quale motivo la gente dovrebbe votare questo ennesimo accrocco di ceti politici di sinistra? Bene che vada, verrà fuori il solito partitino del 4-5% che, dopo un po’ di smorfie, si adatterà a fare il cespuglio del Pd, sempre che Renzi ce lo voglia. E per di più dopo una lunghissima serie di fallimenti implacabili ed in una situazione internazionale molto peggiore del passato.
Caro Nichi, non ti sei accorto che il tuo partito nasce morto ed è già stato sconfitto? E’ stato sconfitto definitivamente ad Atene. Auguri.
Prima di chiudere, però, vorrei fare una cosa utile per i nostri lettori: conoscendo da lunga pezza Nichi Vendola e conoscendo a fondo la sua poetica – di cui mi ritengo uno dei più antichi filologi – posso fornire all’ignaro lettore l’esatta versione in prosa di alcuni passaggi del suo alato discorso:
A- “Sel non si scioglie ma investe il suo patrimonio per rinascere in una cosa più grande” Traduzione: Sel si pone come soggetto centrale che aggrega gli altri.
B- “Basta con i cartelli elettorali e gli accrocchi di ceto politico…” traduzione: gli altri si devono sciogliere e Sel, che aspira ad essere il pezzo più importante del costituendo nuovo partito, ambisce ad essere il principale azionista, che farà le liste senza garantire nessun altro partecipante.
C- ” Una nuova sinistra di governo, plurale, inclusiva, moderna che sappia anche “inventarsi nuove leadership” che sia “costruita con le nuove generazioni”. Traduzione: un partito che cercherà pur sempre spiragli per entrare in maggioranza ed ottenere qualche importante cadrega, che non ha nessuna intenzione di essere all’opposizione, appena se ne diano le condizioni per evitarlo. E che ci darà nuovi Pisapia, Doria, Boldrini… Quanto alla leadership, ci sarà un ricambio generazionale. Quando? Dopo.
D- “Possiamo congedarci definitivamente dall’epoca della sinistra del rancore e dei risentimenti”. Traduzione: Ferrero non ti montare la testa che non conterai niente.
E- “Dobbiamo confrontarci ora per far nascere una nuova grande stagione referendaria”, Traduzione: non sappiamo su cosa ma indiremo qualche referendum per fare un po’ di campagna promozionale.
Fonte
La novità starebbe nel fatto che questa volta non si tratterebbe di un “improvvisato cartello elettorale” ma di un soggetto unitario, insomma un nuovo partito.
Dio solo sa se non c’è bisogno di un vero partito di sinistra in questo momento, e dunque saluteremmo con grande favore la nascita di questo soggetto. Qualche giorno fa avevo detto che si poteva fare una (modesta) apertura di credito a questo tentativo di aggregazione, pur avendo bene a mente tutti i rischi di ricadere nelle terribili esperienze precedenti (Sinistra Europea, Sinistra Arcobaleno, Rivoluzione Civile, L’Altra Europa con Tsipras e così via). Devo dire che questa assemblea di Sel mi ha rafforzato tutte le perplessità ed ha parallelamente indebolito l’apertura di credito.
Ora, non mi sembra che sia un'idea geniale quella di far partire la cosa con un discorso di Nichi Vendola, che è un caro amico ed una bravissima persona, ma che, insomma, non mi pare sia esattamente il nuovo ed alla cui retorica siamo abbondantemente assuefatti. Sarebbe stato un po’ più credibile Fratoianni che ha un faccia un po’ più fresca.
E meno che mai mi convince questo tentativo egemonico di Sel. Capisco che Sel sia l’unico di questi gruppi ad avere un minimo di organizzazione nazionale ed un gruppo parlamentare, e capisco che Sel si collochi al centro fra Rifondazione e i fuorusciti del Pd, ma la manovra un po’ troppo scoperta è quella di fare una “grande Sel” che si limita a cambiar nome.
Ma fin qui siamo alle bazzecole. Veniamo alle cose più serie. In primo luogo, mi pare che gli ingredienti della zuppa siano quelli di sempre (pezzetti e pezzettini della ex Rifondazione dei tempi belli) con una aggiunta di ortaggi ex Pd e una scorzetta di limone di ex M5s. Non mi pare che neppure numericamente la cosa prometta sfracelli.
Ma, la politica, dico la politica dove è? Può darsi che il nuovo soggetto nasca piccolo e cresca rapidissimamente sino a diventare grande, ma per farlo occorre avere una linea politica che qui, proprio non vedo.
Le varie sinistre arcobaleno ecc, non sono fallite per chissà qualche congiunzione astrale, ma perché non avevano niente da dire e qui mi pare che il metodo sia quello di sempre: lunghi elenchi di nomi di gruppi, gruppetti e gruppettini, defilè di vecchie stelle del varietà e di generali senza esercito, ma di idee zero al quoto.
Sul Fisco che diciamo? Zero
Dobbiamo restare nella Nato? Zero
Quali politiche occupazionali vogliamo promuovere? Non pervenuto
Come rilanciare l’industria in Italia? Zero
Quale politica della ricerca? Zero
Quale riforma della Giustizia? Zero
E voi volete fare così un nuovo partito?
A me hanno sempre insegnato che prima ci si dà una politica e dopo si cerca di costruire lo strumento adatto a realizzarla.
La relazione Vendola è la somma di tanti zeri. Anzi no, sarebbe ingiusto trascurare l’unico contenuto positivo che ha portato, relativo al rilancio dell’”europeismo”: “Vogliamo sentire parole di rilancio del sogno dell’Europa federale. E’ necessario conferire più poteri alla Bce”, affinché questo soggetto diventi “prestatore di ultima istanza, impedendo che il sistema creditizio internazionale si comporti come un usuraio nei confronti dei popoli del sud dell’Europa”.
Quindi, non solo Vendola pensa che il cadavere della Ue debba restare insepolto, ma per “rivitalizzarlo” si affida ai finanzieri della Bce che sono quelli che stanno strangolando la Grecia e che, per Vendola, “devono avere più poteri” (perbacco!). E per fare questa minchiata (scusatemi il termine) c’è bisogno di fare un nuovo partito di sinistra?
Che Vendola capisca di economia come io di dialetti esquimesi era cosa nota, ma lui pensa che se Draghi non emette liquidità con il sifone del selz è perché ha pochi poteri. Non gli viene in testa che l’euro è una moneta che ha come obiettivo prioritario la stabilità, che, dunque, i tedeschi non permetterebbero mai di fare quello che lui sogna e che neanche Draghi non può fare più di tanto.
Dunque, la somma algebrica della sua relazione è la seguente: 0+ 0 + 0 + 0 + 1 sbagliato.
E sulla base di questo programma, per quale motivo la gente dovrebbe votare questo ennesimo accrocco di ceti politici di sinistra? Bene che vada, verrà fuori il solito partitino del 4-5% che, dopo un po’ di smorfie, si adatterà a fare il cespuglio del Pd, sempre che Renzi ce lo voglia. E per di più dopo una lunghissima serie di fallimenti implacabili ed in una situazione internazionale molto peggiore del passato.
Caro Nichi, non ti sei accorto che il tuo partito nasce morto ed è già stato sconfitto? E’ stato sconfitto definitivamente ad Atene. Auguri.
Prima di chiudere, però, vorrei fare una cosa utile per i nostri lettori: conoscendo da lunga pezza Nichi Vendola e conoscendo a fondo la sua poetica – di cui mi ritengo uno dei più antichi filologi – posso fornire all’ignaro lettore l’esatta versione in prosa di alcuni passaggi del suo alato discorso:
A- “Sel non si scioglie ma investe il suo patrimonio per rinascere in una cosa più grande” Traduzione: Sel si pone come soggetto centrale che aggrega gli altri.
B- “Basta con i cartelli elettorali e gli accrocchi di ceto politico…” traduzione: gli altri si devono sciogliere e Sel, che aspira ad essere il pezzo più importante del costituendo nuovo partito, ambisce ad essere il principale azionista, che farà le liste senza garantire nessun altro partecipante.
C- ” Una nuova sinistra di governo, plurale, inclusiva, moderna che sappia anche “inventarsi nuove leadership” che sia “costruita con le nuove generazioni”. Traduzione: un partito che cercherà pur sempre spiragli per entrare in maggioranza ed ottenere qualche importante cadrega, che non ha nessuna intenzione di essere all’opposizione, appena se ne diano le condizioni per evitarlo. E che ci darà nuovi Pisapia, Doria, Boldrini… Quanto alla leadership, ci sarà un ricambio generazionale. Quando? Dopo.
D- “Possiamo congedarci definitivamente dall’epoca della sinistra del rancore e dei risentimenti”. Traduzione: Ferrero non ti montare la testa che non conterai niente.
E- “Dobbiamo confrontarci ora per far nascere una nuova grande stagione referendaria”, Traduzione: non sappiamo su cosa ma indiremo qualche referendum per fare un po’ di campagna promozionale.
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07/07/2015
Sul carro del vincitore: tre serie difficoltà di una conferenza europea sul debito
Vendola ha proposto, con una certa forza, una conferenza europea sul
debito. Non è il solo, non sarà il solo e la proposta sembra anche
sensata. Ha parlato di rinegoziazione dei trattati e di ruolo della Bce
come prestatore in ultima istanza. Il problema è che non
siamo più nel '53, quando una simile conferenza annullò i debiti della
Germania dando il via a quel processo che poi sarebbe sfociato nel
trattato di Roma del '57, base di nascita della comunità economica
europea.
Ora, se la proposta sembra sensata, e l'intento serio (fare un taglio del debito pubblico europeo) deve essere chiaro che, in questa materia, oggi il confine tra proposta fallimentare e misura efficace è molto sottile. Specie in materia di rapporto, per dirla in parole semplici, tra stati e finanza. Il rischio è di fare una parata, come il G20 a Londra del 2009 subito dopo Lehman Brothers, ottima per i media ed inefficace sul piano concreto. Vediamo tre serie difficoltà di una conferenza del genere. Quelle da affrontare se si vogliono dare gambe alle proposte politiche.
1) La differenza tra il '53 ed oggi è di non poco conto. Nel senso che allora la globalizzazione dei mercati finanziari, tra le cause scatenanti di due conflitti mondiali, era stata domata tra trattati e norme internazionali con l'istituzione di un sistema monetario (Bretton Woods), i cui accordi risalgono addirittura a prima della fine della seconda guerra mondiale (1944). C'era poi il blocco socialista che, ovviamente, non aveva nemmeno le borse quindi si poteva parlare di debito senza le pressioni della finanza speculativa. Oggi, tanto per dirne una, abbiamo un membro dell'Ue, il Regno Unito, che ha un Pil che al 50% deriva dai prodotti finanziari. La riduzione del debito, per una nazione del genere, significa riduzione del mercato dove piazzare i propri prodotti. E il Regno Unito, oltretutto, ha già dichiarato che vuole rinegoziare l'adesione all'Ue, magari con lo strumento referendum 2017, proprio nel segno di maggiore garanzia per questo genere di prodotti. Non ci vuole molto a immaginarsi le difficoltà poste, ad una conferenza sul debito proprio da Londra. Escludendo le pressioni dei mercati finanziari che, a differenza del '53, possono condizionare i paesi facendo aumentare il livello di indebitamento dell'intera zona euro prima ancora che si organizzi una simile conferenza. Così tanto per renderla una fatica di Sisifo.
2) Facciamo un po' di analisi del debito greco per vedere di cosa stiamo parlando quando si dice indebitamento degli stati. Perché il debito greco, oltre ad essere il cuore di questa fase di crisi della zona euro, è lo specchio del problema. Da un'analisi di questo genere di debitori si capisce che la commissione tra pubblico e privato è tale che è difficile immaginare una conferenza pubblica europea che regoli i comportamenti del privato. Quando gli interessi sono intrecciati nel modo, complicato ma innegabile, che vediamo adesso.
Se vediamo la tabella ci accorgiamo che il grosso del debito greco è
in mano non alla BCE ma al FESF, fondo europeo di stabilità finanziaria.
il FESF è una società che cade sotto il diritto lussemburghese (e già qui... il paese specializzato in evasione fiscale), è una società fuori bilancio della BCE (e già qui si capisce che il pubblico può poco almeno con strumenti ordinari) la quale NON presta fondi pubblici alla Grecia. E qui già in una conferenza classica, per abbonare il debito, gli stati non possono nulla. Ma perché?
Perché il debito greco, la sua parte più cospicua, lo si finanzia NON con soldi della Bce, quindi pubblici (che non devono quindi produrre profitti o speculazioni) ma con obbligazioni che cercano liquidità nel mercato bancario. Siamo già su un terreno nel quale le conferenze degli stati possono decidere quello che vogliono ma tutto è ormai in mano ai mercati globali, lontano dalle conferenze e dalle tv e anche dal potere politico. Infatti, cosa emette il FESF per finanziarsi? CDO, la Collateralized debt obligation, strumento finanziario alla base dello scoppio di Lehman Brothers. Chi li usa dice che "questa volta è differente" e che non esplode nulla. E cosa è un CDO? Una obbligazione che ha come garanzia un debito, in questo caso quello greco.
Le istituzioni pubbliche europee garantiscono che la Grecia pagherà, il mercato bancario ci mette quindi i soldi. Il CDO, a sua volta, contiene su una serie di ABS, asset-backed security, che sono strumenti finanziari di cartolarizzazione. Ad esempio mutui, in questo caso greci, la cui garanzia, a colui che li ha acquistati tramite la cartolarizzazione, sono i crediti da riscuotere. Ecco perché, ad esempio, c'è stato il botto dei subprime 2007-2008: la gente ha smesso di pagare le rate, i crediti a garanzia degli ABS ad essi correlati sono quindi, saltati, con loro i CDO e tanti detentori di CDO che, a loro volta, detenevano punti nevralgici della finanza globale.
Il problema è che la stessa BCE ha cominciato a lanciare ABS, cartolarizzazione di debiti che, appunto, hanno fatto il botto con Lehman e sono contenute nei CDO (che si configura come un debito che contiene ABS, ovvero cartolarizzazioni, una cosina tranquilla...). Il punto è che questa roba sarebbe il finanziamento "pubblico" al debito greco: prodotti finanziari, piazzati nel mondo bancario, già volatilizzatisi nel mondo finanziario globale e, sottoposti a fluttuazioni e rischi che possono manifestarsi in borsa proprio con conferenza sul debito. Che magari minaccia di tagliare ciò che è stato garantito per CDO e ABS. La risposta sarebbe fatta di pressione sui mercati, e anche legale, si guardi al caso argentino. E stiamo parlando di prodotti, quelli emessi dal FESF, immessi, a loro volta, in pacchetti di altri prodotti finanziari per renderli appetibili, totalmente fuggiti al controllo della politica, tanto che il rating dei CDO sul titolo greco si è abbassato.
Va detto in parole chiare: una conferenza sul debito, e continentale, che non si pone l'esplicito problema di affrontare questa dimensione, gigantesca e complessa assieme, è destinata ad essere solo una passerella.
3) Occhio anche a questo passaggio: nel momento in cui il CDO emesso dal FESF è acquistato dalla stessa BCE, che ci risulta essere la maggiore acquirente di questi prodotti, quest'ultima si trasforma in hedge-fund. Ovvero deve speculare per tenere alto il titolo. Di conseguenza gli stessi ABS, trattati dalla BCE, seguono la medesima traiettoria. E qui se nell'immaginario "de sinistra", la banca centrale è il pubblico che regola il privato, è ormai giunto il momento di guardare in faccia alla realtà. Secondo lo stesso FMI, che compone la troika con la BCE, il ruolo della banca centrale europea di garante di debiti che praticamente non saranno mai pagati, la espone a rischi inusitati e senza precedenti nella nostra storia monetaria. Oltretutto, come le altre banche centrali, la BCE si comporta da hedge-fund, quindi attore in gioco per la speculazione, per garantire i propri CDO e ABS. L'hedge fund più grosso che fa il gioco speculativo più "peso" per tenere in vita il proprio mondo.
In poche parole: immaginare conferenze con la Bce come se fosse una banca centrale con interesse pubblico, se non proprio separato almeno autonomo dal mercato, è una grossa sottovalutazione del rapporto banche centrali-mercati finanziari.
Avrebbe senso proporre invece, non una qualche misura, ma una totale rivoluzione della Bce, e del rapporto Bce-stati sovrani. Non solo quindi la proposta della Bce "pagatore in ultima istanza". Resterebbe, last but not least, il problema allora di imporre regole ai mercati finanziari. A quel punto per le sinistre si strapperebbe definitivamente il velo di Maya, quello fatto di natura illusoria che separa dalla realtà. Strapparlo non è poi un bel vedere, forse capire la dimensione del problema rappresentato dai mercati finanziari è una bella terapia. Non solo politica.
Auguri a tutti, ce n'è bisogno...
Fonte
Ora, se la proposta sembra sensata, e l'intento serio (fare un taglio del debito pubblico europeo) deve essere chiaro che, in questa materia, oggi il confine tra proposta fallimentare e misura efficace è molto sottile. Specie in materia di rapporto, per dirla in parole semplici, tra stati e finanza. Il rischio è di fare una parata, come il G20 a Londra del 2009 subito dopo Lehman Brothers, ottima per i media ed inefficace sul piano concreto. Vediamo tre serie difficoltà di una conferenza del genere. Quelle da affrontare se si vogliono dare gambe alle proposte politiche.
1) La differenza tra il '53 ed oggi è di non poco conto. Nel senso che allora la globalizzazione dei mercati finanziari, tra le cause scatenanti di due conflitti mondiali, era stata domata tra trattati e norme internazionali con l'istituzione di un sistema monetario (Bretton Woods), i cui accordi risalgono addirittura a prima della fine della seconda guerra mondiale (1944). C'era poi il blocco socialista che, ovviamente, non aveva nemmeno le borse quindi si poteva parlare di debito senza le pressioni della finanza speculativa. Oggi, tanto per dirne una, abbiamo un membro dell'Ue, il Regno Unito, che ha un Pil che al 50% deriva dai prodotti finanziari. La riduzione del debito, per una nazione del genere, significa riduzione del mercato dove piazzare i propri prodotti. E il Regno Unito, oltretutto, ha già dichiarato che vuole rinegoziare l'adesione all'Ue, magari con lo strumento referendum 2017, proprio nel segno di maggiore garanzia per questo genere di prodotti. Non ci vuole molto a immaginarsi le difficoltà poste, ad una conferenza sul debito proprio da Londra. Escludendo le pressioni dei mercati finanziari che, a differenza del '53, possono condizionare i paesi facendo aumentare il livello di indebitamento dell'intera zona euro prima ancora che si organizzi una simile conferenza. Così tanto per renderla una fatica di Sisifo.
2) Facciamo un po' di analisi del debito greco per vedere di cosa stiamo parlando quando si dice indebitamento degli stati. Perché il debito greco, oltre ad essere il cuore di questa fase di crisi della zona euro, è lo specchio del problema. Da un'analisi di questo genere di debitori si capisce che la commissione tra pubblico e privato è tale che è difficile immaginare una conferenza pubblica europea che regoli i comportamenti del privato. Quando gli interessi sono intrecciati nel modo, complicato ma innegabile, che vediamo adesso.
il FESF è una società che cade sotto il diritto lussemburghese (e già qui... il paese specializzato in evasione fiscale), è una società fuori bilancio della BCE (e già qui si capisce che il pubblico può poco almeno con strumenti ordinari) la quale NON presta fondi pubblici alla Grecia. E qui già in una conferenza classica, per abbonare il debito, gli stati non possono nulla. Ma perché?
Perché il debito greco, la sua parte più cospicua, lo si finanzia NON con soldi della Bce, quindi pubblici (che non devono quindi produrre profitti o speculazioni) ma con obbligazioni che cercano liquidità nel mercato bancario. Siamo già su un terreno nel quale le conferenze degli stati possono decidere quello che vogliono ma tutto è ormai in mano ai mercati globali, lontano dalle conferenze e dalle tv e anche dal potere politico. Infatti, cosa emette il FESF per finanziarsi? CDO, la Collateralized debt obligation, strumento finanziario alla base dello scoppio di Lehman Brothers. Chi li usa dice che "questa volta è differente" e che non esplode nulla. E cosa è un CDO? Una obbligazione che ha come garanzia un debito, in questo caso quello greco.
Le istituzioni pubbliche europee garantiscono che la Grecia pagherà, il mercato bancario ci mette quindi i soldi. Il CDO, a sua volta, contiene su una serie di ABS, asset-backed security, che sono strumenti finanziari di cartolarizzazione. Ad esempio mutui, in questo caso greci, la cui garanzia, a colui che li ha acquistati tramite la cartolarizzazione, sono i crediti da riscuotere. Ecco perché, ad esempio, c'è stato il botto dei subprime 2007-2008: la gente ha smesso di pagare le rate, i crediti a garanzia degli ABS ad essi correlati sono quindi, saltati, con loro i CDO e tanti detentori di CDO che, a loro volta, detenevano punti nevralgici della finanza globale.
Il problema è che la stessa BCE ha cominciato a lanciare ABS, cartolarizzazione di debiti che, appunto, hanno fatto il botto con Lehman e sono contenute nei CDO (che si configura come un debito che contiene ABS, ovvero cartolarizzazioni, una cosina tranquilla...). Il punto è che questa roba sarebbe il finanziamento "pubblico" al debito greco: prodotti finanziari, piazzati nel mondo bancario, già volatilizzatisi nel mondo finanziario globale e, sottoposti a fluttuazioni e rischi che possono manifestarsi in borsa proprio con conferenza sul debito. Che magari minaccia di tagliare ciò che è stato garantito per CDO e ABS. La risposta sarebbe fatta di pressione sui mercati, e anche legale, si guardi al caso argentino. E stiamo parlando di prodotti, quelli emessi dal FESF, immessi, a loro volta, in pacchetti di altri prodotti finanziari per renderli appetibili, totalmente fuggiti al controllo della politica, tanto che il rating dei CDO sul titolo greco si è abbassato.
Va detto in parole chiare: una conferenza sul debito, e continentale, che non si pone l'esplicito problema di affrontare questa dimensione, gigantesca e complessa assieme, è destinata ad essere solo una passerella.
3) Occhio anche a questo passaggio: nel momento in cui il CDO emesso dal FESF è acquistato dalla stessa BCE, che ci risulta essere la maggiore acquirente di questi prodotti, quest'ultima si trasforma in hedge-fund. Ovvero deve speculare per tenere alto il titolo. Di conseguenza gli stessi ABS, trattati dalla BCE, seguono la medesima traiettoria. E qui se nell'immaginario "de sinistra", la banca centrale è il pubblico che regola il privato, è ormai giunto il momento di guardare in faccia alla realtà. Secondo lo stesso FMI, che compone la troika con la BCE, il ruolo della banca centrale europea di garante di debiti che praticamente non saranno mai pagati, la espone a rischi inusitati e senza precedenti nella nostra storia monetaria. Oltretutto, come le altre banche centrali, la BCE si comporta da hedge-fund, quindi attore in gioco per la speculazione, per garantire i propri CDO e ABS. L'hedge fund più grosso che fa il gioco speculativo più "peso" per tenere in vita il proprio mondo.
In poche parole: immaginare conferenze con la Bce come se fosse una banca centrale con interesse pubblico, se non proprio separato almeno autonomo dal mercato, è una grossa sottovalutazione del rapporto banche centrali-mercati finanziari.
Avrebbe senso proporre invece, non una qualche misura, ma una totale rivoluzione della Bce, e del rapporto Bce-stati sovrani. Non solo quindi la proposta della Bce "pagatore in ultima istanza". Resterebbe, last but not least, il problema allora di imporre regole ai mercati finanziari. A quel punto per le sinistre si strapperebbe definitivamente il velo di Maya, quello fatto di natura illusoria che separa dalla realtà. Strapparlo non è poi un bel vedere, forse capire la dimensione del problema rappresentato dai mercati finanziari è una bella terapia. Non solo politica.
Auguri a tutti, ce n'è bisogno...
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08/05/2015
Tutti eccitati intorno a Civati
“Civati è uscito dal Pd, i civatiani rimarranno. E comunque io guardo ad altri che per ora stanno in silenzio”. E' laconica la conclusione dell'intervista di Pippo Civati al quotidiano online Lettera 43, ma forse è emblematica della “leggerezza” politica e progettuale del personaggio. In fondo Civati non ha niente di eccezionale: è rimasto fermo mentre il suo partito andava a destra. Ovvio che l'illusione ottica la veda collocato obiettivamente sulla sinistra. Ma basta questo per giustificare l'eccitazione pubblica e di sinistra sulla fuoriuscita di Pippo Civati dal Pd?
Le reazioni non si sono fatte attendere e, come al solito, l'aspettativa cresce, solleticando le congetture di una generazione politica e anagrafica da sette anni in cerca di rivincite ma che stenta a fare i conti con la nuova fase storica, con i nuovi rapporti di forza (immensamente sfavorevoli) e con la speranza inconfessata che tutto possa tornare come prima. Ma così non è, e probabilmente non sarà.
La mancanza di coraggio politico nelle scelte da fare e che andrebbero fatte, si nasconde dietro la paura della solitudine, è il caso di Michele Serra che in una lettera a Civati scrive “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Non va troppo lontano Nichi Vendola quando, annunciando l'ennesimo superamento – questa volta di Sel – afferma che: “Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”. Non pare, ma anche Vendola non si discosta da Serra quando sostiene in fondo che il riformismo – e un progetto ad esso conseguente – sia l'unico orizzonte per la sinistra italiana e che chi guarda più in là fa solo testimonianza.
Infine c'è Paolo Ferrero l'attuale segretario del Prc. Nella newsletter di Rifondazione, Ferrero afferma che “L’uscita di Civati dal gruppo del PD – che salutiamo molto positivamente – è la prima risposta forte all’arroganza di Renzi. Adesso si tratta di dar vita ad una costituente della sinistra che metta in campo una alternativa alle due destre che hanno occupato l’intero spazio mediatico della politica italiana”. Ma le reazioni e i commenti all'intervista del segretario del Prc non sembrano molto entusiasti della prospettiva.
E' ancora presto per azzardare ipotesi compiute. Tra venti giorni si vota in alcune regioni importanti (Campania, Veneto, Liguria, Marche etc.) e i risultati – per quanto a macchia di leopardo per il perdurare delle specificità locali su un progetto nazionale – indicheranno i margini di concretizzazione o meno delle aspettative e della eccitazione circolante. Non solo. Tra le malefatte dell'Italicum c'è un aspetto che alimenta invece delle aspettative a sinistra: quella soglia di sbarramento abbassata al 3% che rende abbordabile il superamento del quorum anche per un rassemblement a ranghi ridotti. Niente che possa preoccupare il Pd né erodere i consensi conquistatisi dal M5S, al quale va riconosciuto obiettivamente un atteggiamento dei gruppi parlamentari coerente con quella che dovrebbe essere una vera opposizione nelle sedi istituzionali.
Quello che si può affermare già da adesso, è che la sinistra residua nel nostro paese si vede ancora come “sinistra di governo” e dunque lo spazio che vorrebbe occupare altro non è che lo spazio riformista. Qualcuno, come Ferrero, alimenta il mito di una Syriza italiana o di Podemos ma è una narrazione fuori bersaglio. Sono due cose diverse tra loro e soprattutto diversissime dagli innumerevoli contenitori prodotti in serie dalla sinistra italiana dall'Arcobaleno del 2008 a oggi. Contenitori appunto, sui contenuti sembra di vivere ancora in un'altra epoca: quella di una volta.
Fonte
Le reazioni non si sono fatte attendere e, come al solito, l'aspettativa cresce, solleticando le congetture di una generazione politica e anagrafica da sette anni in cerca di rivincite ma che stenta a fare i conti con la nuova fase storica, con i nuovi rapporti di forza (immensamente sfavorevoli) e con la speranza inconfessata che tutto possa tornare come prima. Ma così non è, e probabilmente non sarà.
La mancanza di coraggio politico nelle scelte da fare e che andrebbero fatte, si nasconde dietro la paura della solitudine, è il caso di Michele Serra che in una lettera a Civati scrive “Preferiamo rassegnarci in compagnia che ribellarci da soli”. Non va troppo lontano Nichi Vendola quando, annunciando l'ennesimo superamento – questa volta di Sel – afferma che: “Non sono impegnato in un’opera di reclutamento nel mio contenitore. Mando un messaggio a tutti coloro che pensano che la solitudine dei lavoratori, la precarietà esistenziale dei giovani, la povertà disseminata siano la ragione sociale di una sinistra che non rinuncia ai progetti di trasformazione radicale. Dobbiamo uscire dal bivio: o un riformismo subalterno che smarrisce per strada il tema della giustizia sociale o un radicalismo che si contenta di testimoniare il disagio del mondo”. Non pare, ma anche Vendola non si discosta da Serra quando sostiene in fondo che il riformismo – e un progetto ad esso conseguente – sia l'unico orizzonte per la sinistra italiana e che chi guarda più in là fa solo testimonianza.
Infine c'è Paolo Ferrero l'attuale segretario del Prc. Nella newsletter di Rifondazione, Ferrero afferma che “L’uscita di Civati dal gruppo del PD – che salutiamo molto positivamente – è la prima risposta forte all’arroganza di Renzi. Adesso si tratta di dar vita ad una costituente della sinistra che metta in campo una alternativa alle due destre che hanno occupato l’intero spazio mediatico della politica italiana”. Ma le reazioni e i commenti all'intervista del segretario del Prc non sembrano molto entusiasti della prospettiva.
E' ancora presto per azzardare ipotesi compiute. Tra venti giorni si vota in alcune regioni importanti (Campania, Veneto, Liguria, Marche etc.) e i risultati – per quanto a macchia di leopardo per il perdurare delle specificità locali su un progetto nazionale – indicheranno i margini di concretizzazione o meno delle aspettative e della eccitazione circolante. Non solo. Tra le malefatte dell'Italicum c'è un aspetto che alimenta invece delle aspettative a sinistra: quella soglia di sbarramento abbassata al 3% che rende abbordabile il superamento del quorum anche per un rassemblement a ranghi ridotti. Niente che possa preoccupare il Pd né erodere i consensi conquistatisi dal M5S, al quale va riconosciuto obiettivamente un atteggiamento dei gruppi parlamentari coerente con quella che dovrebbe essere una vera opposizione nelle sedi istituzionali.
Quello che si può affermare già da adesso, è che la sinistra residua nel nostro paese si vede ancora come “sinistra di governo” e dunque lo spazio che vorrebbe occupare altro non è che lo spazio riformista. Qualcuno, come Ferrero, alimenta il mito di una Syriza italiana o di Podemos ma è una narrazione fuori bersaglio. Sono due cose diverse tra loro e soprattutto diversissime dagli innumerevoli contenitori prodotti in serie dalla sinistra italiana dall'Arcobaleno del 2008 a oggi. Contenitori appunto, sui contenuti sembra di vivere ancora in un'altra epoca: quella di una volta.
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06/03/2015
"Togliere la Rai ai partiti"... per darla a chi?
Un tweet non si nega a nessuno e quindi anche Vendola ha detto la sua sul tema del giorno, se ci si ferma al chiacchiericcio politichese locale: "Rai dei cittadini e non dei partiti. Reddito minimo contro povertà. In parlamento maggioranza possibile. Facciamolo. Ora".
Linguaggio renziano, sloganetti ammiccanti, stesse parole di Grillo e il Matthew di Pontassieve. Nessuno che si chieda: ma che significa?
"Togliere la Rai dalle mani dei partiti" è uno di quei luoghi comuni che nascondono il merito dei problemi invece di illuminarli. E' uguale alla "casta", al "terrorismo islamico", "i ladri", "gli zingari", ecc.
Che la Rai sia un baraccone consumato da liturgie consociative da quasi un sessantennio, lo sanno anche i gatti. Che la nomina di un direttore di rete o di tg dipenda quasi esclusivamente dal suo grado di fedeltà presunta al premier di turno, anche. Un po' come le soubrette-meteore che appaiono per una stagione e poi scompaiono, sostituite da una nuova leva, immancabilmente al braccio di qualche "potentino" del sottobosco.
Che per il bene della Rai e dell'informazione occorra un cambio drastico di regime è indubbio. Siamo d'accordo.
Ma il "come" è decisivo. I grillini hanno presentato una loro proposta di legge: scegliamo i membri del consiglio di amministrazione in base al curriculum, non in base all'appartenenza partitica. Sembra una cosa intelligente, a noi sembra l'opposto.
Ovviamente nessuno vuole più vedere un Verro o un Veneziani su certe poltrone, ma che criterio è quello del curriculum? Quale carriera bisogna aver fatto per poter accedere al cda di viale Mazzini? Mettiamo che occorra essere stati membri di altri consigli di amministrazione, se non altro per sapere che mestiere sia l'amministrare. Può un ex cementiere o agricoltore consortile aspirare a dirigere il servizio pubblico radiotelevisivo?
Evidentemente no. Magari si tratta di gente che non ha mai visto un programma tv, non ne conosce il linguaggio, la funzione sociale, quella di mercato... insomma, può fare solo disastri.
Allora qualcuno con esperienza di cda nel mondo dei media. Certo, qui la competenza ci sarebbe, ma dubitiamo che ci siamo delle "verginelle" pronte a immolarsi nella difesa della neutralità del servizio pubblico, una volta assise su quelle poltrone. Un ex amministratore di Mediaset o de La 7 vi dà forse qualche garanzia di "imparzialità" in più? Non diciamo cavolate... Figuratevi un Signorini o un Romani a viale Mazzini. E tremate...
Il "curriculum", in definitiva, non assicura nulla. E allora dove li andiamo a prendere, questi nuovi amministratori imparziali e rispettosi dell'informazione indipendente dalla politica? Diamo "la Rai ai cittadini", come dice Vendola? E a quali cittadini, di grazia? Si può forse improvvisare il lavoro di amministratore di una società di quelle dimensioni? Ma se il "cittadino normale" non riesce neanche ad amministrare il condominio in cui abita...
Chiacchiere per occupare i notiziari, niente altro. E tutto per non affrontare il nodo vero di questo disgraziato paese: qui, di "imparziale" e "obbiettivo" non c'è nulla. Non c'è uno Stato che vive indipendentemente dalla successione dei governi. Ma solo "funzionari tecnici" al servizio del potente di turno e in attesa del prossimo.
Se c'è un tema su cui il concetto di "rivoluzione" appare come l'obiettivo minimo è dunque proprio la Rai. Ma vi pare possibile che la faccia Renzi? Al massimo può dare la Rai a Berlusconi, se si prende anche RaiWay...
Fonte
Linguaggio renziano, sloganetti ammiccanti, stesse parole di Grillo e il Matthew di Pontassieve. Nessuno che si chieda: ma che significa?
"Togliere la Rai dalle mani dei partiti" è uno di quei luoghi comuni che nascondono il merito dei problemi invece di illuminarli. E' uguale alla "casta", al "terrorismo islamico", "i ladri", "gli zingari", ecc.
Che la Rai sia un baraccone consumato da liturgie consociative da quasi un sessantennio, lo sanno anche i gatti. Che la nomina di un direttore di rete o di tg dipenda quasi esclusivamente dal suo grado di fedeltà presunta al premier di turno, anche. Un po' come le soubrette-meteore che appaiono per una stagione e poi scompaiono, sostituite da una nuova leva, immancabilmente al braccio di qualche "potentino" del sottobosco.
Che per il bene della Rai e dell'informazione occorra un cambio drastico di regime è indubbio. Siamo d'accordo.
Ma il "come" è decisivo. I grillini hanno presentato una loro proposta di legge: scegliamo i membri del consiglio di amministrazione in base al curriculum, non in base all'appartenenza partitica. Sembra una cosa intelligente, a noi sembra l'opposto.
Ovviamente nessuno vuole più vedere un Verro o un Veneziani su certe poltrone, ma che criterio è quello del curriculum? Quale carriera bisogna aver fatto per poter accedere al cda di viale Mazzini? Mettiamo che occorra essere stati membri di altri consigli di amministrazione, se non altro per sapere che mestiere sia l'amministrare. Può un ex cementiere o agricoltore consortile aspirare a dirigere il servizio pubblico radiotelevisivo?
Evidentemente no. Magari si tratta di gente che non ha mai visto un programma tv, non ne conosce il linguaggio, la funzione sociale, quella di mercato... insomma, può fare solo disastri.
Allora qualcuno con esperienza di cda nel mondo dei media. Certo, qui la competenza ci sarebbe, ma dubitiamo che ci siamo delle "verginelle" pronte a immolarsi nella difesa della neutralità del servizio pubblico, una volta assise su quelle poltrone. Un ex amministratore di Mediaset o de La 7 vi dà forse qualche garanzia di "imparzialità" in più? Non diciamo cavolate... Figuratevi un Signorini o un Romani a viale Mazzini. E tremate...
Il "curriculum", in definitiva, non assicura nulla. E allora dove li andiamo a prendere, questi nuovi amministratori imparziali e rispettosi dell'informazione indipendente dalla politica? Diamo "la Rai ai cittadini", come dice Vendola? E a quali cittadini, di grazia? Si può forse improvvisare il lavoro di amministratore di una società di quelle dimensioni? Ma se il "cittadino normale" non riesce neanche ad amministrare il condominio in cui abita...
Chiacchiere per occupare i notiziari, niente altro. E tutto per non affrontare il nodo vero di questo disgraziato paese: qui, di "imparziale" e "obbiettivo" non c'è nulla. Non c'è uno Stato che vive indipendentemente dalla successione dei governi. Ma solo "funzionari tecnici" al servizio del potente di turno e in attesa del prossimo.
Se c'è un tema su cui il concetto di "rivoluzione" appare come l'obiettivo minimo è dunque proprio la Rai. Ma vi pare possibile che la faccia Renzi? Al massimo può dare la Rai a Berlusconi, se si prende anche RaiWay...
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16/02/2015
Una questione di credibilità
Il dibattito politico occidentale è ormai in balia di frasi che sembrano sensate solo se uno non si chiede se corrispondono o meno alla realtà che vorrebbero descrivere.
Prendiamo il toro per le corna partendo da un politico molto meno sciatto di quelli italici, anzi dall'”unico statista” che l'Unione Europea sembra possedere al momento: Angela Merkel.
La Merkel, che in patria è amatissima perché capace di passare per una che sa tener in ordine i conti di casa, grazie a prudenza e saggezza nell'economia domestica, usa spesso queste parole: “la credibilità dell'Unione dipende dal rispetto delle regole e dall'essere affidabili".
Cosa c'è di strano? In fondo una sola cosa: un organismo è “credibile” se applica le procedure decise in precedenza oppure se sa dare risposte efficaci ai problemi? L'esempio più banale è quello del medico: un dottore è “credibile” se applica alla lettera i protocolli oppure se salva il malato? Visto che spesso si ricorre alla metafora medica per spiegare cosa i paesi europei dovrebbero fare per “guarire” (ovvero uscire dalla crisi e riprendere a crescere) sembra chiaro che la “pignoleria formale” non può assolvere un medico incapace. La Troika – Ue, Bce, Fmi – è proprio quel medico. Dopo cinque anni di “cure” tutti i malati stanno peggio e uno, Atene, è sempre sul punto di tirare le cuoia.
Gli esempi italiani sarebbero infiniti, visto che abbiamo un premier mentitore seriale con tendenze dittatoriali e un'opposizione parlamentare che un giorno asseconda il "capo" ed un altro minaccia di ritirarsi sull'Aventino, dunque credibilità zero. Ma proviamo a tenere il tema della “credibilità” al centro del discorso.
Sabato a Roma molte delle anime della ex sinistra si sono ritrovate per un modesto corteo sostanzialmente a favore della Grecia e delle scelte politiche del governo Tsipras. Un corteo sostanzialmente “militante”, che ha raccolto insomma attivisti di lunga data, ma non “popolo”. Tutti i volti noti si sono seriamente soffermati sulle cose che non vanno, più d'uno ha detto speranzoso che “bisogna fare come la Grecia”. Bene. Quant'è credibile chi pronuncia queste frasi?
È forse credibile Susanna Camusso, segretario generale di quella Cgil che al momento della “riforma Fornero” ha proclamato appena tre ore di sciopero a fine turno? Un prolungamento della pausa pranzo, insomma, fatto per non incidere minimamente sulle imprese e sul loro governo.
È forse credibile quel Nichi Vendola che gorgheggiava al telefono con il pr di padron Riva, dell'Ilva, o che ha fiancheggiato per oltre 20 anni il Partito Democratico in ogni azione antipopolare (vedi il “pacchetto Treu”, che legalizzava la precarietà, del 1997 o le missioni militari in Afghanistan nel 2006/2008)?
È forse credibile quella parte di Rifondazione che – dopo aver partecipato a tutti i governi fino al 2008 – al vertice predica l'autonomia dal Pd ma nelle giunte locali troppo spesso partecipa in posizione subordinata ogni volta che serve?
Syriza, in Grecia, è una forza certamente riformista, ma credibile. Perché non ha mai partecipato a un governo col Pasok di Papandreou, non ha mai messo i suoi voti a disposizione delle prescrizioni della Troika, ha costruito reti sociali per alleviare le condizioni di vita della popolazione, ha partecipato ai 14 – quattordici! – scioperi generali indetti in poco più di quattro anni contro la Troika, Papandreou o Samaras.
I “nostri” sindacalisti confederali, così come molta “sinistra” governista, ci spiegavano fino a 20 giorni fa che fare degli scioperi generali non serviva a niente, che non si potevano per quella via ottenere risultati concreti. E facevano proprio l'esempio greco: tanti scioperi, vittorie zero.
La realtà è spietata, però. In quegli scioperi è infatti cresciuta un'opposizione di massa, dai ripetuti scontri con la polizia è venuta fuori una generazione di attivisti capaci di tenere la piazza come l'intervento sociale. In quel conflitto a lungo senza vittorie è cresciuta la credibilità di un gruppo di dirigenti che non erano imputabili di “compromessi” con i partiti di governo. Neanche per scavallare un quorum elettorale...
Ora governano e si trovano davanti sfide da far tremare i polsi. Possono vincere o perdere, piegarsi o incrinare – anche involontariamente – la crosta gelida dell'austerità, la rigidità acefala delle “regole” merkeliane. Se fossero stati più “flessibili” prima non sarebbero stati credibili; e non sarebbero arrivati a questo punto.
Insomma. È credibile che i rottami dell'ex sinistra radicale di questo paese si candidino ora a fare i “syrizisti”? Evidentemente no. Il blocco sociale di riferimento – lavoratori, precari, studenti, pensionati, ecc – li ha ormai messi da parte, classificati tra i “complici” di scelte economiche e sociali tragiche. Lo sanno anche loro. E infatti si atteggiano a seguaci di Tsipras, ma si guardano bene dal promuovere anche un grammo di conflitto. La manifestazione di Roma, per dire, era “per la Grecia”, come si potrebbe fare “per la Palestina” o per il Venezuela. Solo che la Grecia è parte del nostro stesso super-stato, l'Unione Europea. E quindi avrebbe senso indire manifestazioni “per noi”, per rovesciare – insieme ad altri paesi, ovvio – una governance criminale che sta affossando noi come loro.
Un movimento di massa contro l'Unione Europea è necessario e anche possibile, senza neppure soffermarci qui nella distinzione tra lotta per “rompere” la Ue (come a noi sembra indispensabile) oppure, come ritiene Syriza, per la sua “riforma”.
Ma la prima condizione perché possa nascere un movimento di tal genere è che tutti questi personaggi che hanno popolato il recente e ignobile passato della “sinistra radicale” o del sindacalismo confederale si facciano da parte. Per sempre. Sono una parte – e niente affatto piccola – del problema che va affrontato, non la “soluzione”.
Sappiamo bene che in quelle formazioni ci sono anche tanti compagni che hanno creduto, in buona fede, a linee politiche fallimentari. Se vogliono dare una mano, saranno benvenuti. Ma, per favore, lo facciano in silenzio, senza continuare a fare carte false per un'intervista o un seggio.
È una questione di credibilità. Chi l'ha persa, l'ha persa.
Fonte
Prendiamo il toro per le corna partendo da un politico molto meno sciatto di quelli italici, anzi dall'”unico statista” che l'Unione Europea sembra possedere al momento: Angela Merkel.
La Merkel, che in patria è amatissima perché capace di passare per una che sa tener in ordine i conti di casa, grazie a prudenza e saggezza nell'economia domestica, usa spesso queste parole: “la credibilità dell'Unione dipende dal rispetto delle regole e dall'essere affidabili".
Cosa c'è di strano? In fondo una sola cosa: un organismo è “credibile” se applica le procedure decise in precedenza oppure se sa dare risposte efficaci ai problemi? L'esempio più banale è quello del medico: un dottore è “credibile” se applica alla lettera i protocolli oppure se salva il malato? Visto che spesso si ricorre alla metafora medica per spiegare cosa i paesi europei dovrebbero fare per “guarire” (ovvero uscire dalla crisi e riprendere a crescere) sembra chiaro che la “pignoleria formale” non può assolvere un medico incapace. La Troika – Ue, Bce, Fmi – è proprio quel medico. Dopo cinque anni di “cure” tutti i malati stanno peggio e uno, Atene, è sempre sul punto di tirare le cuoia.
Gli esempi italiani sarebbero infiniti, visto che abbiamo un premier mentitore seriale con tendenze dittatoriali e un'opposizione parlamentare che un giorno asseconda il "capo" ed un altro minaccia di ritirarsi sull'Aventino, dunque credibilità zero. Ma proviamo a tenere il tema della “credibilità” al centro del discorso.
Sabato a Roma molte delle anime della ex sinistra si sono ritrovate per un modesto corteo sostanzialmente a favore della Grecia e delle scelte politiche del governo Tsipras. Un corteo sostanzialmente “militante”, che ha raccolto insomma attivisti di lunga data, ma non “popolo”. Tutti i volti noti si sono seriamente soffermati sulle cose che non vanno, più d'uno ha detto speranzoso che “bisogna fare come la Grecia”. Bene. Quant'è credibile chi pronuncia queste frasi?
È forse credibile Susanna Camusso, segretario generale di quella Cgil che al momento della “riforma Fornero” ha proclamato appena tre ore di sciopero a fine turno? Un prolungamento della pausa pranzo, insomma, fatto per non incidere minimamente sulle imprese e sul loro governo.
È forse credibile quel Nichi Vendola che gorgheggiava al telefono con il pr di padron Riva, dell'Ilva, o che ha fiancheggiato per oltre 20 anni il Partito Democratico in ogni azione antipopolare (vedi il “pacchetto Treu”, che legalizzava la precarietà, del 1997 o le missioni militari in Afghanistan nel 2006/2008)?
È forse credibile quella parte di Rifondazione che – dopo aver partecipato a tutti i governi fino al 2008 – al vertice predica l'autonomia dal Pd ma nelle giunte locali troppo spesso partecipa in posizione subordinata ogni volta che serve?
Syriza, in Grecia, è una forza certamente riformista, ma credibile. Perché non ha mai partecipato a un governo col Pasok di Papandreou, non ha mai messo i suoi voti a disposizione delle prescrizioni della Troika, ha costruito reti sociali per alleviare le condizioni di vita della popolazione, ha partecipato ai 14 – quattordici! – scioperi generali indetti in poco più di quattro anni contro la Troika, Papandreou o Samaras.
I “nostri” sindacalisti confederali, così come molta “sinistra” governista, ci spiegavano fino a 20 giorni fa che fare degli scioperi generali non serviva a niente, che non si potevano per quella via ottenere risultati concreti. E facevano proprio l'esempio greco: tanti scioperi, vittorie zero.
La realtà è spietata, però. In quegli scioperi è infatti cresciuta un'opposizione di massa, dai ripetuti scontri con la polizia è venuta fuori una generazione di attivisti capaci di tenere la piazza come l'intervento sociale. In quel conflitto a lungo senza vittorie è cresciuta la credibilità di un gruppo di dirigenti che non erano imputabili di “compromessi” con i partiti di governo. Neanche per scavallare un quorum elettorale...
Ora governano e si trovano davanti sfide da far tremare i polsi. Possono vincere o perdere, piegarsi o incrinare – anche involontariamente – la crosta gelida dell'austerità, la rigidità acefala delle “regole” merkeliane. Se fossero stati più “flessibili” prima non sarebbero stati credibili; e non sarebbero arrivati a questo punto.
Insomma. È credibile che i rottami dell'ex sinistra radicale di questo paese si candidino ora a fare i “syrizisti”? Evidentemente no. Il blocco sociale di riferimento – lavoratori, precari, studenti, pensionati, ecc – li ha ormai messi da parte, classificati tra i “complici” di scelte economiche e sociali tragiche. Lo sanno anche loro. E infatti si atteggiano a seguaci di Tsipras, ma si guardano bene dal promuovere anche un grammo di conflitto. La manifestazione di Roma, per dire, era “per la Grecia”, come si potrebbe fare “per la Palestina” o per il Venezuela. Solo che la Grecia è parte del nostro stesso super-stato, l'Unione Europea. E quindi avrebbe senso indire manifestazioni “per noi”, per rovesciare – insieme ad altri paesi, ovvio – una governance criminale che sta affossando noi come loro.
Un movimento di massa contro l'Unione Europea è necessario e anche possibile, senza neppure soffermarci qui nella distinzione tra lotta per “rompere” la Ue (come a noi sembra indispensabile) oppure, come ritiene Syriza, per la sua “riforma”.
Ma la prima condizione perché possa nascere un movimento di tal genere è che tutti questi personaggi che hanno popolato il recente e ignobile passato della “sinistra radicale” o del sindacalismo confederale si facciano da parte. Per sempre. Sono una parte – e niente affatto piccola – del problema che va affrontato, non la “soluzione”.
Sappiamo bene che in quelle formazioni ci sono anche tanti compagni che hanno creduto, in buona fede, a linee politiche fallimentari. Se vogliono dare una mano, saranno benvenuti. Ma, per favore, lo facciano in silenzio, senza continuare a fare carte false per un'intervista o un seggio.
È una questione di credibilità. Chi l'ha persa, l'ha persa.
Fonte
14/07/2014
Renzi: sta per finire la luna di miele.
Continua la corsa a salire sul carro del vincitore: Vendola riapre al Pd e canta le lodi del “fascino” di Renzi, gli ex montiani bussano con i piedi alla porta del Nazareno, i familiari del Cavaliere fanno a gara di governativismo e tifano Verdini eccetera eccetera. Ed è impressione diffusa che il “trionfo” delle europee abbia dischiuso le porte ad una lunga era renziana. Poche ora dopo il risultato, non ho avuto dubbi nel dire che Renzi era l’unico vincitore della gara e registrare il consolidamento del suo governo e della sua leadership nel partito. Questo è fuori discussione, come anche il fatto che siamo in un “tempo renziano”. I dubbi sorgono sulla durata di questo tempo, se davvero si possa parlare di un’ “era” o “epoca” renziana o se stiamo assistendo al passaggio di una meteora.
Partiamo da una considerazione: Renzi, sin qui, è stato assistito da una eccezionale congiuntura favorevole: il momento di bonaccia nella crisi finanziaria internazionale, la sconfitta di Bersani e la debolezza del tandem Letta-Epifani, il calo vertiginoso della destra, la disintegrazione del centro montiano, il timore suscitato nei moderati dal M5s, l’indebolimento del “vicino” di sinistra (Sel e Rifondazione). Dunque, Renzi ha potuto giovarsi di un momento favorevole nella crisi, accompagnato dell’eclisse di quasi tutti i rivali interni ed esterni al partito e da un sfida mal formulata dal suo unico antagonista in piedi. Una simile congiuntura difficilmente può restare stabile a lungo.
In primo luogo, i segnali che vengono dal Brasile, dal Portogallo, dalla Cina, dagli stessi Usa fanno temere l’approssimarsi di un terzo tempo della crisi. Ed il solito rimedio dell’inondazione di liquidità, questa volta, potrebbe essere meno efficace del passato.
In secondo luogo, il clima internazionale si è sensibilmente deteriorato dopo la crisi ucraina e dagli sviluppi dello scenario mediorientale, quello che, da un lato, fa temere una nuova impennata nei prezzi dell’energia e, dall’altro, il sorgere di un nuovo bipolarismo, per quanto imperfetto, fra Usa-Giappone-Ue da una parte e Russia, Cina e forse India dall’altro. E in questo processo, Renzi si trova “fuori campo”, come il discorso inaugurale del suo settennato e gli ultimi sviluppi internazionali fanno intendere: dalla parte di Israele, Russia, Argentina, tutta gente poco gradita agli americani che non perdono occasione per far capire a Renzi che così non va bene.
D’altra parte, non solo gli Usa a manifestargli antipatia: sicuramente la Merkel non lo ama e la Buba non ha sicuramente gradito il “non impicciatevi” indirizzatogli dal Presidente del Consiglio italiano. Quanto scommettiamo che sia l’una che l’altra faranno di tutto per far passare a Renzi un semestre europeo seduto sui tizzoni ardenti?
Peraltro, anche fra i poteri forti di casa non mancano nemici. Ad esempio, la Confindustria non gli perdona la mancata partecipazione al suo congresso. E da qualche settimana il gruppo Espresso-Repubblica mostra forti segni di nervosismo nei suoi confronti.
In questo quadro, arriva la scadenza del pareggio di bilancio che gli accordi europei prevedono per il 2015, si sa come Renzi stia cercando di ottenere una proroga all’anno successivo, ma l’esito è tutt’altro che scontato, soprattutto stante la scarsa simpatia riscossa sulla ruota di Berlino. E se la scadenza dovesse restare al 2015, questo significa che per l’autunno Renzi deve predisporsi ad una finanziaria di lacrime e sangue. E di guai non ne mancano davvero: a cominciare dalle risorse da trovare per evitare che oltre 50.000 persone si trovino da un momento all’altro senza neppure la cassa integrazione e continuando con il solito cahier de doleances delle opere incompiute e dell’arrivo dell’expo con tutti i ritardi accumulati ecc. Senza contare che, con questa pressione fiscale, possiamo mettere tranquillamente in conto un’altra ondata di chiusura di imprese e di conseguenti disoccupati. Altro che 80 euro da distribuire! E, infine, incombe la questione del Quirinale, visto che non si sa quanto tempo ancora Re Giorgio potrà restare al suo posto ed eleggere il suo successore, con questi gruppi parlamentari del Pd non sarà davvero semplice.
E meno che mai la situazione sarà tranquilla man mano che i guai giudiziari del Cavaliere si accavalleranno uno sull’altro. Se continua così passeremo dal patto del Nazareno a quello di San Vittore, durante l’ora d’aria.
E la gente comincerà anche a chiedere conto di quelle riforme (una al mese!) promesse e, almeno sin qui, restate sulla carta.
A marzo, peraltro, si dovrà votare per le regionali. Vero è che non parteciperanno le maggiori 4 regioni (Piemonte, Lombardia, Lazio, Sicilia) però voterà comunque quasi la metà degli elettori con regioni importanti (Veneto, Emilia, Toscana, Campania, Puglia). Pensate che il Pd conserverà in queste regioni i voti presi il 25 maggio scorso? Può darsi ma non sembra probabile.
A me sembra che per Renzi la primavera sia finita e stia arrivando il tempo del pane duro.
Fonte
Partiamo da una considerazione: Renzi, sin qui, è stato assistito da una eccezionale congiuntura favorevole: il momento di bonaccia nella crisi finanziaria internazionale, la sconfitta di Bersani e la debolezza del tandem Letta-Epifani, il calo vertiginoso della destra, la disintegrazione del centro montiano, il timore suscitato nei moderati dal M5s, l’indebolimento del “vicino” di sinistra (Sel e Rifondazione). Dunque, Renzi ha potuto giovarsi di un momento favorevole nella crisi, accompagnato dell’eclisse di quasi tutti i rivali interni ed esterni al partito e da un sfida mal formulata dal suo unico antagonista in piedi. Una simile congiuntura difficilmente può restare stabile a lungo.
In primo luogo, i segnali che vengono dal Brasile, dal Portogallo, dalla Cina, dagli stessi Usa fanno temere l’approssimarsi di un terzo tempo della crisi. Ed il solito rimedio dell’inondazione di liquidità, questa volta, potrebbe essere meno efficace del passato.
In secondo luogo, il clima internazionale si è sensibilmente deteriorato dopo la crisi ucraina e dagli sviluppi dello scenario mediorientale, quello che, da un lato, fa temere una nuova impennata nei prezzi dell’energia e, dall’altro, il sorgere di un nuovo bipolarismo, per quanto imperfetto, fra Usa-Giappone-Ue da una parte e Russia, Cina e forse India dall’altro. E in questo processo, Renzi si trova “fuori campo”, come il discorso inaugurale del suo settennato e gli ultimi sviluppi internazionali fanno intendere: dalla parte di Israele, Russia, Argentina, tutta gente poco gradita agli americani che non perdono occasione per far capire a Renzi che così non va bene.
D’altra parte, non solo gli Usa a manifestargli antipatia: sicuramente la Merkel non lo ama e la Buba non ha sicuramente gradito il “non impicciatevi” indirizzatogli dal Presidente del Consiglio italiano. Quanto scommettiamo che sia l’una che l’altra faranno di tutto per far passare a Renzi un semestre europeo seduto sui tizzoni ardenti?
Peraltro, anche fra i poteri forti di casa non mancano nemici. Ad esempio, la Confindustria non gli perdona la mancata partecipazione al suo congresso. E da qualche settimana il gruppo Espresso-Repubblica mostra forti segni di nervosismo nei suoi confronti.
In questo quadro, arriva la scadenza del pareggio di bilancio che gli accordi europei prevedono per il 2015, si sa come Renzi stia cercando di ottenere una proroga all’anno successivo, ma l’esito è tutt’altro che scontato, soprattutto stante la scarsa simpatia riscossa sulla ruota di Berlino. E se la scadenza dovesse restare al 2015, questo significa che per l’autunno Renzi deve predisporsi ad una finanziaria di lacrime e sangue. E di guai non ne mancano davvero: a cominciare dalle risorse da trovare per evitare che oltre 50.000 persone si trovino da un momento all’altro senza neppure la cassa integrazione e continuando con il solito cahier de doleances delle opere incompiute e dell’arrivo dell’expo con tutti i ritardi accumulati ecc. Senza contare che, con questa pressione fiscale, possiamo mettere tranquillamente in conto un’altra ondata di chiusura di imprese e di conseguenti disoccupati. Altro che 80 euro da distribuire! E, infine, incombe la questione del Quirinale, visto che non si sa quanto tempo ancora Re Giorgio potrà restare al suo posto ed eleggere il suo successore, con questi gruppi parlamentari del Pd non sarà davvero semplice.
E meno che mai la situazione sarà tranquilla man mano che i guai giudiziari del Cavaliere si accavalleranno uno sull’altro. Se continua così passeremo dal patto del Nazareno a quello di San Vittore, durante l’ora d’aria.
E la gente comincerà anche a chiedere conto di quelle riforme (una al mese!) promesse e, almeno sin qui, restate sulla carta.
A marzo, peraltro, si dovrà votare per le regionali. Vero è che non parteciperanno le maggiori 4 regioni (Piemonte, Lombardia, Lazio, Sicilia) però voterà comunque quasi la metà degli elettori con regioni importanti (Veneto, Emilia, Toscana, Campania, Puglia). Pensate che il Pd conserverà in queste regioni i voti presi il 25 maggio scorso? Può darsi ma non sembra probabile.
A me sembra che per Renzi la primavera sia finita e stia arrivando il tempo del pane duro.
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Civati, Cuperlo, Vendola tre tenori del niente politico in tour a Livorno
Il raduno, voluto da Pippo Civati nella nostra città dopo la sconfitta del PD, a regola non avrebbe meritato più una decina di righe di commento. Con l'invito, nella giornata conclusiva, anche di Gianni Cuperlo e Nichi Vendola qualche spunto di riflessione alla fine viene fuori. Anche se si tratta di una formula del genere tre tenori che, se va bene per la lirica, ha prodotto una serie di stecche politiche a ripetizione.
Prima di tutto a causa del linguaggio usato: nonostante Twitter si continua a parlare di identitarismo degli schieramenti entro il logoro gioco dell'apparentamento dei capicorrente. Poi l'assenza solare di contenuti specifici. Infine, dopo la retorica dei distinguo, il solito repertorio o meglio il niente: guarda caso infatti, spunta alla fine l'insuperabilità politica del Pd.
Intendiamoci: ognuno dei tre tenori ha bisogno dell'altro. Civati, a forza di prese di distanza impalpabili da Renzi, esiste solo su Facebook, sul Fatto e in qualche intervista televisiva. Cuperlo, con il suo modo di combattere il liberismo che prelude all'esatto contrario, è esponente di un'area, naturalmente priva di ogni prospettiva strategica di uscita da questa situazione, che colloca sempre meno nomine e amministratori. Vendola, dopo aver perso la sua occasione di leadership a sinistra nell'attesa che il PD finisse di smantellare parte del paese insieme a Monti, si vede sempre meno utile per Renzi. Di qui la riproposizione, molto stanca a dire il vero, dell'ennesima formula del "farsi valere come sinistra per trattare un'alleanza con il centro" che è stata la stella polare della autoproclamata sinistra dalla caduta del muro di Berlino in poi.
Per capire il futuro di un atteggiamento simile basta la semplice rendicontazione degli orrori prodotti dalla precedente versione di questa formula, officiante Fausto Bertinotti. E su due soli punti: introduzione della precarietà lavorativa, voto favorevole sulla legge Treu nel '97, e adesione rigida alla disciplina di bilancio Ue con la crisi in arrivo, voto alla finanziaria Padoa-Schioppa del 2006 (con tanto di dichiarazione sulla bontà di un compromesso con Mario Draghi, assieme a Marchionne da parte di Bertinotti sul Corsera).
A dire la verità tutti e tre i tenori sembrano accontentarsi di uno scenario di accordi molto più al ribasso rispetto alle pretese di Bertinotti: magari qualche spuntatina alle intenzioni di Poletti dando la sensazione che lo sconto di qualche decimo di punto sulle manovre imposte da Bruxelles sia frutto della "sinistra". Un po' pochino, anzi il niente assoluto di fronte ad una società italiana ed europea in piena mutazione globale. Quando la Banca dei regolamenti internazionali, che è l'istituto di regolazione di oltre 50 banche centrali a livello globale, scrive "nei paesi colpiti dalla crisi non è realistico attendersi che il livello del pil ritorni al trend pre-crisi” è chiaro che si impone un modello di sviluppo radicalmente nuovo. Non una dialettica politica tutta tesa all'aggiustamento del vecchio, di una seconda repubblica decotta.
Abbiamo invece tre signori - di cui nessuno di loro fa una capillare campagna politica su accesso diffuso ed egualitario a sapere, tecnologie, credito essenziali per il tessuto sociale del prossimo domani - che si autoconvincono della centralità della concezione della "crescita" del Pd. Solo che, bontà loro, va "spostata a sinistra". C'è un problema però: la crescita, come raccontata da Renzi non ci sarà mai, come da previsioni di istituti come la Banca dei regolamenti internazionali (o anche dai centri studi Google se si va a vedere il problema dal tecnologico). Quindi nel migliore dei casi si sposterà il niente.
Resta la curiosità su come tre signori, la cui ignoranza dello scenario che ci attraversa è e resterà palese, possano essere presi ormai sul serio da qualcuno. E che si stiano ormai sfiorando le frontiere della ciarlataneria, oltre le quali non ti prendi più la critica politica ma il riso in faccia, lo si vede da come è stata trattata Livorno dall'allegra banda Civati. Non un'analisi robusta sul perché ciò che viene, a sproposito, chiamata sinistra abbia perso. Non un discorso dove si rivivono i fatti, non una proposta originale a partire dall'analisi del territorio che si visita.
Eppure è proprio Livorno, con quello che è successo, ad aver dato occasione a Civati di montare il suo set. Ci sarebbe anche da notare che è esattamente la formula dei tre tenori, appoggio al Pd con distinguo dell'autoproclamata sinistra, che proprio a Livorno ha sonoramente perso. Già, quando si dice andare per apprendere lezioni dal territorio dove si va.
Redazione, 13 luglio 2014
Fonte
Prima di tutto a causa del linguaggio usato: nonostante Twitter si continua a parlare di identitarismo degli schieramenti entro il logoro gioco dell'apparentamento dei capicorrente. Poi l'assenza solare di contenuti specifici. Infine, dopo la retorica dei distinguo, il solito repertorio o meglio il niente: guarda caso infatti, spunta alla fine l'insuperabilità politica del Pd.
Intendiamoci: ognuno dei tre tenori ha bisogno dell'altro. Civati, a forza di prese di distanza impalpabili da Renzi, esiste solo su Facebook, sul Fatto e in qualche intervista televisiva. Cuperlo, con il suo modo di combattere il liberismo che prelude all'esatto contrario, è esponente di un'area, naturalmente priva di ogni prospettiva strategica di uscita da questa situazione, che colloca sempre meno nomine e amministratori. Vendola, dopo aver perso la sua occasione di leadership a sinistra nell'attesa che il PD finisse di smantellare parte del paese insieme a Monti, si vede sempre meno utile per Renzi. Di qui la riproposizione, molto stanca a dire il vero, dell'ennesima formula del "farsi valere come sinistra per trattare un'alleanza con il centro" che è stata la stella polare della autoproclamata sinistra dalla caduta del muro di Berlino in poi.
Per capire il futuro di un atteggiamento simile basta la semplice rendicontazione degli orrori prodotti dalla precedente versione di questa formula, officiante Fausto Bertinotti. E su due soli punti: introduzione della precarietà lavorativa, voto favorevole sulla legge Treu nel '97, e adesione rigida alla disciplina di bilancio Ue con la crisi in arrivo, voto alla finanziaria Padoa-Schioppa del 2006 (con tanto di dichiarazione sulla bontà di un compromesso con Mario Draghi, assieme a Marchionne da parte di Bertinotti sul Corsera).
A dire la verità tutti e tre i tenori sembrano accontentarsi di uno scenario di accordi molto più al ribasso rispetto alle pretese di Bertinotti: magari qualche spuntatina alle intenzioni di Poletti dando la sensazione che lo sconto di qualche decimo di punto sulle manovre imposte da Bruxelles sia frutto della "sinistra". Un po' pochino, anzi il niente assoluto di fronte ad una società italiana ed europea in piena mutazione globale. Quando la Banca dei regolamenti internazionali, che è l'istituto di regolazione di oltre 50 banche centrali a livello globale, scrive "nei paesi colpiti dalla crisi non è realistico attendersi che il livello del pil ritorni al trend pre-crisi” è chiaro che si impone un modello di sviluppo radicalmente nuovo. Non una dialettica politica tutta tesa all'aggiustamento del vecchio, di una seconda repubblica decotta.
Abbiamo invece tre signori - di cui nessuno di loro fa una capillare campagna politica su accesso diffuso ed egualitario a sapere, tecnologie, credito essenziali per il tessuto sociale del prossimo domani - che si autoconvincono della centralità della concezione della "crescita" del Pd. Solo che, bontà loro, va "spostata a sinistra". C'è un problema però: la crescita, come raccontata da Renzi non ci sarà mai, come da previsioni di istituti come la Banca dei regolamenti internazionali (o anche dai centri studi Google se si va a vedere il problema dal tecnologico). Quindi nel migliore dei casi si sposterà il niente.
Resta la curiosità su come tre signori, la cui ignoranza dello scenario che ci attraversa è e resterà palese, possano essere presi ormai sul serio da qualcuno. E che si stiano ormai sfiorando le frontiere della ciarlataneria, oltre le quali non ti prendi più la critica politica ma il riso in faccia, lo si vede da come è stata trattata Livorno dall'allegra banda Civati. Non un'analisi robusta sul perché ciò che viene, a sproposito, chiamata sinistra abbia perso. Non un discorso dove si rivivono i fatti, non una proposta originale a partire dall'analisi del territorio che si visita.
Eppure è proprio Livorno, con quello che è successo, ad aver dato occasione a Civati di montare il suo set. Ci sarebbe anche da notare che è esattamente la formula dei tre tenori, appoggio al Pd con distinguo dell'autoproclamata sinistra, che proprio a Livorno ha sonoramente perso. Già, quando si dice andare per apprendere lezioni dal territorio dove si va.
Redazione, 13 luglio 2014
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20/06/2014
Countdown dentro Sel
Gennaro Migliore, Titti Di Salvo, Ileana Piazzoni, Claudio Fava, deputati di Sinistra Ecologia e Libertà, hanno comunicato ieri al presidente del partito Nichi Vendola e al coordinatore nazionale Nicola Fratoianni la decisione irrevocabile di lasciare la formazione nata a seguito della scissione del Prc seguita al congresso di Chianciano nel 2008. Ma l'esodo dal partito di Vendola potrebbe essere assai più consistente.
Secondo l'agenzia Tmnews, anche al Senato qualcosa si muove, almeno a sentire fonti vicine al Pd: tre dei sette senatori di Sel potrebbero decidere di fare come Migliore e gli altri. Numeri che, a palazzo Madama, assumono un peso specifico non indifferente, visti i rapporti di forza molto delicati per il governo Renzi in quell'aula.
Per il progetto di Vendola, nato per essere una creatura collaterale al Pd si apre uno scenario reso completamente diverso dalla mutazione genetica avvenuta nello stesso Pd. "Il mio ruolo di leader è da sempre a disposizione, per me si tratta di una fatica supplementare" rispetto a quella di essere presidente della regione Puglia. Così ha risposto Nichi Vendola, al termine della Segreteria nazionale di Sel, a chi gli chiedeva se si dimetterà anche lui. "Per Sel oggi è il giorno più difficile, sono molto dispiaciuto e dico a coloro che abbandonano che è un errore politico" ha aggiunto.
Il piccolo mondo antico nel quale Vendola e i suoi hanno pensato ancora di vivere si va sfaldando, soprattutto perché il Pd non è più il grande padre al quale tirare la giacca, con il quale allearsi e convivere dentro le giunte locali. Il Pd di Renzi è un partito-regime che tritura tutto ciò che non è funzionale ad un nuovo blocco centrista, moderato, liberista, espressione degli interessi del capitale finanziario più internazionalizzato e “moderno”. E non sembra più necessario avere un satellite alla sua sinistra, per quanto conciliante e disponibile.
Dal canto suo Gennaro Migliore così spiega le sue motivazioni nella lettera di dimissioni: “Non ho cambiato idea sul fatto che in prospettiva Sel possa essere parte di una soggettività politica unitaria, inserendo questa trasformazione in una trasformazione del sistema politico italiano. Non ho cambiato idea nel ritenere che sia questo il momento per provare a incidere, pur nella consapevolezza dei nostri oggettivi limiti, nella battaglia anti austerità, che vede l’Italia come unico paese che, dopo le elezioni europee, non ha visto crescere le forze populiste e anti europeiste. Non ho cambiato idea sull’individuazione del campo del socialismo europeo come quello più congeniale allo sviluppo di questa nostra battaglia, pur nel riconoscimento dell’importantissima novità politica costituita da Alexis Tsipras sulla scena continentale”.
A Gennaro Migliore (che pure è stato per anni responsabile esteri nel Prc) sfugge il dato che nei paesi euromediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo) sono cresciute le forze della sinistra che si è battuta nei movimenti sociali e popolari contro le misure di austerità imposte dall'Unione Europea. Come molti infatti, Migliore coglie solo due dati strumentali: il voto italiano che, come in Germania, ha visto affermarsi il blocco moderato e la voglia di “stabilità”, ed utilizza la categoria di “forze populiste e antieuropeiste” in modo generico per presentarle come pericolo e non come indicatore del problema, ossia il fatto che nella società cresce, giustamente, la rabbia e l'ostilità verso i diktat e l'esistenza dell'Unione Europea come apparato oligarchico.
Tra i nostri lettori Migliore non lascia certo un buon ricordo di sé. La pervicacia con cui ha cercato di sabotare le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina quando era responsabile esteri del Prc, non sono certo cadute nel dimenticatoio, né i due ceffoni che gli sbarrarono il passo quando pretendeva di salire sul palco di una manifestazione che aveva apertamente boicottato. Che questa sia la sua traiettoria non sorprende nessuno.
La parabola discendente di Sel è cominciata prima del previsto e forse era scritto che dovesse andare così. Anche l'opzione di Barbara Spinelli di scegliere il proprio seggio a Strasburgo lasciando il candidato di Sel Furfaro a bocca asciutta appare oggi meno casuale: nel dopo elezioni Sel era diventata "l'anello debole" da colpire. Il processo di disgregazione del piccolo mondo antico della sinistra continua così a macinare e a logorarsi sul medesimo problema di tutti questi anni: il rapporto con il Pd e il centro-sinistra (oggi quasi solo centro). L'indipendenza e l'alterità al Pd e all'Unione Europea appaiono gli unici parametri che possono assicurare la “salvezza”, non delle poltrone ovviamente, ma sicuramente di un progetto di classe e alternativo per la sinistra in questo paese e in Europa.
Fonte
Secondo l'agenzia Tmnews, anche al Senato qualcosa si muove, almeno a sentire fonti vicine al Pd: tre dei sette senatori di Sel potrebbero decidere di fare come Migliore e gli altri. Numeri che, a palazzo Madama, assumono un peso specifico non indifferente, visti i rapporti di forza molto delicati per il governo Renzi in quell'aula.
Per il progetto di Vendola, nato per essere una creatura collaterale al Pd si apre uno scenario reso completamente diverso dalla mutazione genetica avvenuta nello stesso Pd. "Il mio ruolo di leader è da sempre a disposizione, per me si tratta di una fatica supplementare" rispetto a quella di essere presidente della regione Puglia. Così ha risposto Nichi Vendola, al termine della Segreteria nazionale di Sel, a chi gli chiedeva se si dimetterà anche lui. "Per Sel oggi è il giorno più difficile, sono molto dispiaciuto e dico a coloro che abbandonano che è un errore politico" ha aggiunto.
Il piccolo mondo antico nel quale Vendola e i suoi hanno pensato ancora di vivere si va sfaldando, soprattutto perché il Pd non è più il grande padre al quale tirare la giacca, con il quale allearsi e convivere dentro le giunte locali. Il Pd di Renzi è un partito-regime che tritura tutto ciò che non è funzionale ad un nuovo blocco centrista, moderato, liberista, espressione degli interessi del capitale finanziario più internazionalizzato e “moderno”. E non sembra più necessario avere un satellite alla sua sinistra, per quanto conciliante e disponibile.
Dal canto suo Gennaro Migliore così spiega le sue motivazioni nella lettera di dimissioni: “Non ho cambiato idea sul fatto che in prospettiva Sel possa essere parte di una soggettività politica unitaria, inserendo questa trasformazione in una trasformazione del sistema politico italiano. Non ho cambiato idea nel ritenere che sia questo il momento per provare a incidere, pur nella consapevolezza dei nostri oggettivi limiti, nella battaglia anti austerità, che vede l’Italia come unico paese che, dopo le elezioni europee, non ha visto crescere le forze populiste e anti europeiste. Non ho cambiato idea sull’individuazione del campo del socialismo europeo come quello più congeniale allo sviluppo di questa nostra battaglia, pur nel riconoscimento dell’importantissima novità politica costituita da Alexis Tsipras sulla scena continentale”.
A Gennaro Migliore (che pure è stato per anni responsabile esteri nel Prc) sfugge il dato che nei paesi euromediterranei (Grecia, Spagna, Portogallo) sono cresciute le forze della sinistra che si è battuta nei movimenti sociali e popolari contro le misure di austerità imposte dall'Unione Europea. Come molti infatti, Migliore coglie solo due dati strumentali: il voto italiano che, come in Germania, ha visto affermarsi il blocco moderato e la voglia di “stabilità”, ed utilizza la categoria di “forze populiste e antieuropeiste” in modo generico per presentarle come pericolo e non come indicatore del problema, ossia il fatto che nella società cresce, giustamente, la rabbia e l'ostilità verso i diktat e l'esistenza dell'Unione Europea come apparato oligarchico.
Tra i nostri lettori Migliore non lascia certo un buon ricordo di sé. La pervicacia con cui ha cercato di sabotare le mobilitazioni in solidarietà con la Palestina quando era responsabile esteri del Prc, non sono certo cadute nel dimenticatoio, né i due ceffoni che gli sbarrarono il passo quando pretendeva di salire sul palco di una manifestazione che aveva apertamente boicottato. Che questa sia la sua traiettoria non sorprende nessuno.
La parabola discendente di Sel è cominciata prima del previsto e forse era scritto che dovesse andare così. Anche l'opzione di Barbara Spinelli di scegliere il proprio seggio a Strasburgo lasciando il candidato di Sel Furfaro a bocca asciutta appare oggi meno casuale: nel dopo elezioni Sel era diventata "l'anello debole" da colpire. Il processo di disgregazione del piccolo mondo antico della sinistra continua così a macinare e a logorarsi sul medesimo problema di tutti questi anni: il rapporto con il Pd e il centro-sinistra (oggi quasi solo centro). L'indipendenza e l'alterità al Pd e all'Unione Europea appaiono gli unici parametri che possono assicurare la “salvezza”, non delle poltrone ovviamente, ma sicuramente di un progetto di classe e alternativo per la sinistra in questo paese e in Europa.
Fonte
17/06/2014
Sel, "la scissione di Salerno" guarda al Pd
Più dell'onor potè il (temuto) digiuno...
Sinistra Ecologia e Libertà - il rassemblement vendoliano costretto a "cartellonizzarsi" con la Lista Tsipras per non scomparire del tutto - è in agonia. Almeno, lo è nella provincia di Salerno. Dopo le dimissioni del deputato Michele Ragosta, stamani sono giunte anche quelle del segretario della federazione provinciale, Gerardo Calabrese. Un dirigente a tutto tondo, capace di ricoprire anche il ruolo di assessore all'Ambiente al comune capoluogo. E che evidentemente sa fare i conti col pallottoliere: se stai troppo a sinistra (!) finisci fuori dalla giunta dove comanda ancora e sempre De Luca.
Con Calabrese si sono dimessi altri 27 componenti del direttivo provinciale. Le ragioni che hanno spinto alle dimissioni Ragosta, il segretario provinciale Calabrese e 27 membri del direttivo sono ufficialmente da ricercare nella scelta del gruppo dirigente nazionale di creare un'alleanza stabile (qualunque cosa voglia dire in questi cartelli) con la sinistra radicale europea.
I dissapori "politico-amministrativi" sono del resto antichi. Già nel corso del congresso nazionale del gennaio scorso la mozione non fu votata da Calabrese ed altri 67. «La sinistra esiste quando incarna una funzione che sia utile alla vita delle singole persone - scrive Calabrese nella lettera di dimissioni - è a partire di qui che ha senso il suo misurarsi con la sfida del governo del Paese. La politica è il suo fine, i partiti sono uno strumento e valgono se sanno interpretare quella funzione in maniera politica». Alti princìpi politici per giustificare il governismo a tutti i costi (il corollario obbligato di questo discorso è infatti: se non stai al governo non conti niente "per gli interessi della gente").
Da quanto trapela l'assessore comunale all'Ambiente potrebbe aderire al Pd. C'è da restare sorpresi? Per il fine settimana potrebbe esserci l'annuncio, mentre per i 27 che hanno rassegnato le dimissioni come membri del direttivo provinciale di Sel dovrebbero dar vita per ora a una associazione politico-culturale dalla quale far nascere una lista da presentare alle elezioni regionali del prossimo anno. Più probabile, a occhio, che chiedano la tessera del Pd.
Fonte
07/04/2014
Miseria della politica italiana: assimilare Grillo alla Le Pen
Le elezioni europee, pian piano
percepite come meno rituali rispetto al passato, non porrebbero solo, o
tanto, il problema della scelta di una lista da votare. Ma anche quello
della discussione sul modello di Europa del futuro. È ormai evidente,
dalla crisi del 2008 sono proliferati studi molto solidi e articolati,
che il tipo di economia e di finanza che ruotano attorno alla moneta
unica si sono rivelate un disastro. Milioni di disoccupati in Europa,
smantellamento delle prestazioni sociali ovunque, un prevedibile futuro
scenario da anni '30. Queste elezioni europee, per la prima volta, non
sono completamente autonome da questo scenario. Il problema è che il
dibattito politico italiano sull'Europa si svolge sostanzialmente con
gli stessi canoni di quello interno: propaganda compulsiva, dozzinale.
Compreso l'uso dello spettro fascista e populista tutte le volte che si
deve far passare un tema o una politica liberiste. Per tacere della
solita propaganda, ormai sfacciata quanto logora nello schema narrativo,
che si attiva ogni volta che il Presidente del Consiglio si reca
all'estero. Ultimo caso, ma solo in ordine di tempo, la visita di Renzi
da Cameron in Inghilterra.
Per chi stia, anche un minino, dentro al
dibattito politico inglese, è chiaro che il modello economico di
Cameron è quello di Singapore (parole del Guardian): tutto ciò che muove
capitali non deve trovare alcun ostacolo di ordine sociale,
legislativo, in termini di stato sociale. Una economia talmente
orientata dalle continue mutazioni del mercato finanziario da non poter
pensare ad altro che adattarvisi velocemente. Insomma Renzi si reca a
Londra, oltretutto tra lo scetticismo del Financial Times taciuto
dall'odierno istituto Luce (Repubblica, Corriere, tg, le maggiori
radio), loda il modello Cameron, che prevede la dismissione totale di
diritti e tutele, e il tutto viene rappresentato come "qualcosa di
sinistra". In materia impagabile, fedele alla propaganda come i
carabinieri allo Stato. La solita Unità: prima pagina su Cameron che
loda le "riforme" di Renzi, foto sottostante sulla strage di Brescia (in
modo da accompagnare il "riformismo" all'antifascismo quindi all'
"antipopulismo", che è il vero bersaglio comunicativo), pagine interne
di testimonianze di lavoratori che si sfogano sulla loro condizione.
Sicuramente nelle "riforme" di Renzi lodate da Cameron troveranno
soddisfazione, e di sinistra, alle loro richieste.
L'ultima chicca in argomento è poi
l'assimilazione forzata del Movimento 5 Stelle al Front National della
Le Pen. Inutile dire che, da tempi non sospetti, il movimento di Grillo
abbia preso le distanze da questo partito fascista. Inutile dire persino
che in Italia, l'unico partito che si richiami esplicitamente e
pubblicamente alla Le Pen è la Lega Nord. Ma quella non la critica
nessuno perché i voti della Lega sono un taxi politico che, da
vent'anni, centrodestra e centrosinistra usano tutte le volte che c'è
bisogno. Per cui nessuno chiede al presidente della Lombardia Maroni, il
cui potere si relaziona con reti di poteri di centrodestra e di
centrosinistra, "ma come, state con i fascisti?". In compenso si
gonfiano le bolle di parole sull'assimilazione del Movimento 5 Stelle
alla Le Pen. Come fa Vendola in questa intervista:
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/04/01/bruxelles-vendola-grillo-e-pen-espressione-di-movimento-regressivo/272662/
che, oltretutto, contiene anche la chicca dell'auspicio che i futuri europarlamentari di Sel, eletti nella listra Tsipras, si iscrivano al gruppo di Martin Schulz. Quello liberista duro ma con tante parole di sinistra.
http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/04/01/bruxelles-vendola-grillo-e-pen-espressione-di-movimento-regressivo/272662/
che, oltretutto, contiene anche la chicca dell'auspicio che i futuri europarlamentari di Sel, eletti nella listra Tsipras, si iscrivano al gruppo di Martin Schulz. Quello liberista duro ma con tante parole di sinistra.
Alle elezioni europee ci sarà chi voterà
la lista Tsipras, chi si asterrà, chi voterà Grillo. Ma, per favore,
basta con questa propaganda, oltretutto dozzinale e senza idee, che
assimila alla Le Pen chi già ne ha preso le distanze. Quello che ci
vuole, dai territori al livello nazionale, sono argomenti politici,
documentati, opzioni, scenari praticabili. Veramente, basta con gli
apprendisti stregoni della politica che parlano di fantasmagorici
movimenti europei pronti a prendersi i diritti in un paio di stagioni
oppure di "tavoli in Europa" che invece di risolvere si rivelano niente
più che convegnistica istituzionale. Per non parlare dei maghi Otelma
dell'economia che in "due-tre mosse" risolverebbero una crisi che, a sua
volta, è riflesso di molteplici, complesse e perverse crisi di lungo
periodo.
Merita inoltre occuparsi della Lega che
invece la Le Pen la abbraccia, nel silenzio complice dei "difensori
della democrazia": il Pd, Repubblica, i Tg etc. Anzi, la Lega si
permette pure di sostenere pubblicamente i secessionisti veneti, quelli
del carro armato in piazza San Marco, e tra magistratura e media si
afferma "nessun legame tra arresti secessionisti e Lega Nord".
Segnaliamo infine quanto scritto da Andrea Scanzi sulla sua pagina facebook
come contributo alla chiarezza. Su tante parole gonfiate che servono
solo a mantenere un potere liberista dove è: dove tenta di impoverirci
tutti i giorni.
Redazione - 5 aprile 2014
Redazione - 5 aprile 2014
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