Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
15/11/2024
Il fascismo aziendale si fa Stato
Basta questa affermazione per definire chi sia: un sostenitore del fascismo aziendale, che nei luoghi di lavoro nega ai dipendenti quelle libertà costituzionali di cui il padrone pretende per sé il massimo delle garanzie e disponibilità.
Elon Musk è un padrone che ha proibito ai propri dipendenti negli USA di organizzarsi in sindacato e che ha persino vietato ad essi di indossare magliette con loghi sindacali. Un padrone che controlla minuziosamente come i propri dipendenti si comportino in ogni momento della loro vita, per cacciare chi non sia d’accordo con lui. E non vengono solo colpiti dissidenti e rompiscatole che vorrebbero un sindacato.
Poco tempo fa Elon Musk ha licenziato 13.000 dipendenti con una semplice email, un decimo di tutta la sua forza lavoro. Nelle prime settimane del suo possesso di Twitter diventata X, Musk ha licenziato una media di quaranta persone al giorno. Tutto questo per mantenere inalterato il margine dei suoi colossali profitti.
Ora il suo discepolo italiano Stroppa propone la stessa ricetta per il nostro paese: licenziamenti, privatizzazioni e naturalmente soldi ai padroni, a quelli come il suo soprattutto.
Non c’è davvero niente di nuovo nella tanto esaltata modernità di Musk, anzi sì prova persino una noia storica nel sentire sempre lo stesso blablabla reazionario. Altri prima di lui hanno praticato le stesse ricette liberalfasciste, anche quando producevano innovazioni tecnologiche.
Henry Ford era un ammiratore di Mussolini e Hitler e come il padrone di Tesla vietava i sindacati nelle sue fabbriche. Nell’Ottocento i baroni industriali che avevano costruito le ferrovie negli Stati Uniti erano tanto ladri quanto criminali assassini di lavoratori e sindacalisti.
Lo sviluppo tecnologico a volte va in direzione opposta a quello sociale e civile, soprattutto quando viene dominato da una ristretta oligarchia di ricconi che fanno dei loro guadagni il principio guida della società.
Oggi siamo regrediti in un epoca in cui ogni progresso della scienza e della tecnica pare minacciare, anziché migliorare, le sorti dell’umanità. E questo perché “il progresso” è stato preso in mano da una ristretta cerchia di super ricchi, che con le loro imprese dominano la politica e le scelte economiche. Questi super ricchi possono anche dividersi nelle scelte di rappresentanza politica, come è avvenuto nelle elezioni USA dove Musk ha vinto e Buffet ha perso, ma sono uniti nelle scelte di fondo, in quelle “di sistema”.
Musk più di altri è la rappresentazione personificata del male di questa nostra epoca, dove il capitalismo viene esaltato come bene assoluto, anche quando produce effetti e mali mostruosi.
I suoni e le luci dei razzi, dei satelliti, delle auto computerizzate del padrone di Tesla, si accompagnano alla profonda regressione sociale e civile dell’Occidente. Siamo nel terzo millennio con la scienza, ma stiamo precipitando più in basso dell’Ottocento nella civiltà.
Il fascismo aziendale dilaga anche da noi. Un lavoratore della USB dipendente dell’aeroporto civile di Montichiari a Brescia rischia il licenziamento per aver detto in una intervista che da quell’aeroporto transitano armi. Un altro sindacalista della USB è stato licenziato a Pisa da un appalto di Amazon perché rivendicava migliori condizioni di lavoro. Amazon è in mano a Bezos, un altro oligarca che contende a Musk il ruolo di persona più ricca del mondo.
Due secoli fa Balzac aveva scritto: dietro ogni grande ricchezza si cela sempre un grande crimine. E più si esaltano le figure dei “padri padroni” mega imprenditori, più le libertà di chi lavora per loro e di tanti altri vengono negate.
Il fatto che un rappresentante puro di questa razza padrona oggi assuma rilevanti responsabilità di governo nella prima potenza occidentale, è un segno dei tempi ed anche un utile chiarimento sulla deriva autoritaria delle cosiddette democrazie liberali.
Il capitalismo liberista, la cui più vecchia, falsa e sciocca propaganda ritroviamo anche nell’intervista di Stroppa su Il Giornale, non può fare a meno di farsi Stato.
Ha cominciato nel 1973 in Cile, con il golpe di Kissinger e di Pinochet. Il rovesciamento nel sangue del governo del socialista Allende permise di fare di quel paese la prima cavia del liberismo economico di Milton Friedman e dei suoi discepoli. Oggi il nuovo governo di Trump è composto in gran parte da ammiratori di Pinochet. E lo sono prima di tutto per l’esaltazione del dominio assoluto degli affari, dei ricchi e della libertà d’impresa.
La libertà d’impresa è quella libertà che uccide tutte le altre libertà. Coerentemente Elon Musk rivendica solo per se stesso tutte quelle libertà costituzionali che nega ai propri dipendenti.
Evidentemente il “libero mercato” non è un luogo così confortevole, se i suoi più fanatici propugnatori ricercano e accaparrano cariche pubbliche per garantire i propri affari.
Oggi il fascismo aziendale di Musk si fa Stato e probabilmente diventerà un esempio per i paesi, come il nostro, legati a filo doppio agli USA. Un esempio da denunciare e da abbattere.
Fonte
04/05/2024
Libertà di stampa. In Italia va sempre peggio, meglio di noi anche le isole Tonga
L’Italia in un anno ha perso ben cinque posizioni nella classifica, passando dal 41mo al 46mo posto. Meglio dell’Italia ci sono addirittura la Namibia, la Moldavia, le isole Tonga, l’Armenia.
Nel 2023 l’Italia aveva recuperato 17 posizioni rispetto al 2022, quando si era classificata al 58mo posto. Nel rapporto si fa un accenno generale al tentativo in molti Paesi di gruppi politici di “orchestrare l’acquisizione di ecosistemi mediatici, sia di media di proprietà statale che sono finiti sotto il loro controllo, sia di acquisizione di media privati da parte di imprenditori alleati”. Nel rapporto di RSF c’è una esplicita citazione per il caso della possibile vendita da parte dell’Eni (azienda pubblica) dell’agenzia di stampa AGI al gruppo privato Angelucci che già possiede diverse testate giornalistiche della destra. E si sottolinea che in Italia “un parlamentare della maggioranza – il senatore della Lega Angelucci, appunto – sta cercando di acquisire la seconda agenzia di stampa, l’AGI”.
Nel rapporto non si fa menzione della vergognosa situazione del sistema informativo/televisivo italiano in cui i canali pubblici fanno il “lavoro pulito” e quelli privati fanno il “lavoro sporco” per il governo, con un livello di servilismo nei confronti dell’esecutivo che non si era mai visto.
Tra i paesi europei, il peggiore per risultato è stata la Grecia che risulta 88esima nella classifica generale, addirittura sotto l’Ungheria e la Polonia. L’Ucraina è al 61esimo posto. La Russia al 162esimo posto.
Le ultime posizioni sono di Egitto, Birmania, Cina, Bahrein, Vietnam, Turkmenistan, Iran, Corea del Nord, Afghanistan, Siria e – ultima – Eritrea.
La regione “peggiore” è quella del Maghreb-Medio Oriente, dove nell’ultimo anno “i governi di tutta la regione hanno tentato di controllare e limitare i media attraverso la violenza, gli arresti e le leggi draconiane, aggravati dalla sistematica impunità per i crimini di violenza contro i giornalisti”. Dall’ottobre 2023, più di 100 reporter palestinesi sono stati uccisi a Gaza, di cui almeno 22 nel corso del loro lavoro ha aggiunto Reporter Sans Frontières.
Fonte
13/01/2023
Il nuovo disordine mondiale / 20: Guerra santa (subito?)
di Sandro Moiso
In quelle folle doveva esserci qualcosa di diverso. Che cosa? Ve la dirò a bassa voce, la terribile parola, che viene dall’inglese antico, dal tedesco antico, dall’antico norreno. Morte. Gran parte di quelle folle si raccoglievano in nome della morte. Erano lì per partecipare a una cerimonia funebre. Processioni, canti, discorsi, dialoghi con i morti, recitazioni di nomi di morti. (Rumore bianco, Don DeLillo)
Mentre le pornografiche cronache mediatiche della morte provenienti dal fronte ucraino, con i loro rosari di soldati russi ammazzati e massacrati oppure di civili uccisi e brutalizzati, cercano di convincere un’opinione pubblica sempre più stanca e distratta della necessità di “partecipare” alla guerra con l’invio di armi all’esercito di Zelensky ormai “avviato alla vittoria”, l’analisi dei fatti a livello internazionale suggerisce che la vittoria ucraino-occidentale sia ben lontana e che, anzi, questa sia fortemente inficiata da un ampliamento delle aree di conflitto che non fa altro che giustificare il titolo di questa serie di articoli, iniziata su «Carmilla online» esattamente il 25 febbraio 2022.
Da Taiwan alle isole Curili, dall’Artide all’Antartide passando per parti significative dell’Africa Sub-sahariana, il Mar Cinese meridionale e il quadrante dell’Indo-Pacifico, sono tantissimi i punti di frizione in cui le maggiori potenze e i loro alleati locali potrebbero accendere la scintilla di un conflitto devastante che più che in una terza guerra mondiale “a pezzi”1, probabilmente già in atto, potrebbe rapidamente trasformarsi in una guerra totale su larghissima scala. A conferma di ciò occorre sottolineare che in ogni area di frizione e possibile confronto militare si addensano tutti i fattori possibili di competizione: dalla concorrenza economica al controllo delle risorse (sia naturali che tecnologiche, come nel caso della produzione di microchip a Taiwan) fino a quelli riconducibili alle esigenze di carattere strettamente militare e geo-politico. Tutte situazioni in cui i possibili antagonisti sono numerosi e talvolta alleati o nemici sul luogo mentre invece possono avere posizioni rovesciate in altre situazioni di disequilibrio.
A tutto ciò vanno ad aggiungersi le mai sopite contraddizioni intereuropee intorno al ruolo di chi deve comandare in Europa (Francia? Germania? Gran Bretagna? Stati Uniti?)2, quelle interne agli Stati Uniti3 e, last but not least, le differenti posizioni in sede di Alleanza atlantica e Unione Europea rispetto all’invio di armamenti e aiuti all’Ucraina di Zelensky e le posizioni da tenere nei confronti delle sanzioni riguardanti gas, petrolio e commercio con la Russia.
Le folle di cui parla DeLillo nel suo Rumore bianco sono quelle che si riunivano nelle adunate del Terzo Reich, soprattutto in quelle in cui a parlare fosse il Fürher: «Accorrevano folle a sentirlo parlare, folle in preda a carica erotica, le masse che un tempo aveva definito la sua unica sposa […] Quelle folle accorrevano per fare da scudo alla propria morte. Farsi folla significa tener lontana la morte. Uscire dalla folla significa rischiare la morte individuale, affrontare la morte solitaria. Quelle folle accorrevano soprattutto per questa ragione. Erano lì proprio per essere folla»4.
In piazza San Pietro il Papa emerito non poteva più parlare, ma altri lo hanno fatto per lui e lo faranno ancora. Annunciando una nuova stagione di guerra. Non più solo al di fuori della Chiesa, ma anche al suo interno. Non solo per motivi teologici o di forma (la messa in latino), ma ben più sostanziali, concreti e terreni. In un momento in cui, nonostante la strombazzata unità di intenti e di stili di vita, l’Occidente non trova un attrattore degno di questo nome, tanto meno fatale, per riunire nuovamente insieme grandi folle inneggianti alla Patria e alla Nazione, come sarebbe in realtà necessario per proseguire con successo nella guerra dei mondi che è già iniziata.
«Accorrevano folle per farsi ipnotizzare dalla sua voce, dagli inni di partito, dalle parate alla luce delle torce [...] Erano disposte in file e squadre, su sfondi elaborati, con vessilli color sangue e uniformi nere»5. Oggi le cattedrali del consumo, i social network, la Rete, i media riescono a ricreare solo in parte tale tipo di assembramento unitario. Vale per coloro che convocano su Facebook o TiKTok e WhatsApp manifestazioni e flash mob cui di solito non partecipa nessuno o pochissimi oppure si trasformano in assalti spettacolari ma privi di risultato alle istituzioni del potere, ma anche per le grandi reti di vendita di dati e merci che iniziano a dover licenziare i dipendenti a migliaia o decine di migliaia. Manca il collante comune, il minimo comune denominatore che la tanto decantata società aperta si è persa da qualche parte per strada.
Ammesso che tale idea di società, formulata prima da Henri Bergson nel 1932 e successivamente sviluppata da Karl Popper, sia realmente esistita in qualche momento della storia compresa tra la fine del secondo conflitto mondiale e il tempo attuale, certo ha fatto sì che nel definire le politiche sociali e globali degli ultimi settant’anni, al di là di ciò che è stato ed è ancora dettato dalle esigenze immediate del capitale, all’interno delle società occidentali e del loro modo di produzione dominante a regnare sia stata più la termodinamica del non equilibrio che i principi della meccanica classica. Che necessita di forze, poli e campi tali da poter definire con certezza esperimenti sia nell’ambito delle discipline naturali che sociali (e politiche).
La celebre massima di Margaret Tatcher, la società non esiste esistono solo gli individui, si è sostanziata nella realtà attuale, ma il risultato “politico” è stato che, mentre un tempo le grandi folle si radunavano per perdere la propria individualità in nome di un’identità comune, semplicemente, oggi le “masse” hanno perso qualsiasi tipo di identità, sia individuale che comune. Senza nemmeno trasformarsi in quelle moltitudini costituenti che han fatto gran parlare di sé fino a qualche anno or sono e senza alcun costrutto materiale. Se non l’esser fondato sulla costante e instancabile ricerca di un “nuovo soggetto” che ha sempre caratterizzato certe teorizzazioni dell’operaismo italiano (di derivazione più gramsciana che marxiana).
Per dirla in altro modo: la progressiva vittoria del capitale sulle barriere opposte prima dalle comunità e dalle classi, poi degli stati nazionali e dei nazionalismi, ha permesso che la sfera di valori in cui miliardi di persone nel mondo globalizzato si muovono fin dagli albori dello sviluppo del capitalismo industriale, sia di fatto andata riducendosi a sole due triadi. Quella dello ”investi, produci/vendi e ricava profitto” (magistralmente riassunta dalla formula marxiana D – M – D1) valida per i funzionari del capitale e quella rappresentata da “lavora-produci, consuma e crepa” sussunta in pieno da ciò che rimane della classe lavoratrice o aspirante ad esser tale.
Al di fuori di ciò, potenzialmente, non dovrebbero sussistere altri valori morali, politici, di classe, nazionali ecc. che possano mettere i bastoni tra le ruote alla progressiva espansione del capitale e delle sue regole elementari. Fatto che, soprattutto in Occidente, con il trionfo della società dei consumi dalla fine del secondo conflitto imperialistico in poi e con l’avvento del “secolo americano” a seguito di quello, ha avuto come conseguenza il progressivo superamento mercantile dei confini e delle istituzioni parlamentari nazionali a vantaggio del predominio del capitale finanziario. Dando di fatto vita a comunità che si reggono unicamente sulle leggi dello sviluppo e dell’interesse capitalistico.
Come chi scrive ha già avuto modo di sottolineare nella prefazione al testo di Gioacchino Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, (Il Galeone Editore, Roma 2022), citando Jacques Camatte6:
In realtà fu già intuizione di Marx il fatto che il capitale tende a farsi comunità, poiché un modo di produzione non è altro che una forma di vita e riproduzione comunitaria basata su determinate regole. In questo caso basate ormai da più di due secoli su quelle della valorizzazione e accumulazione capitalistica. Attraverso il movimento della società, il capitale si è accaparrato tutta la materialità dell’uomo il quale non è più altro che un soggetto di sfruttamento, un tempo determinato di lavoro: «Il tempo è tutto, l’uomo non è più niente; è tutt’al più la carcassa (carcasse) del tempo» (Karl Marx, Miseria della filosofia, Editori Riuniti, Roma 1969, p. 48). Così il capitale è divenuto la comunità materiale dell’uomo; tra il movimento della società e il movimento economico non c’è più scarto, il secondo ha totalmente subordinato il primo. Si è visto come, nelle forme precedenti, le diverse comunità cercassero di limitare lo sviluppo del valore di scambio perché esso scalzava le loro fondamenta. Nel capitalismo, al contrario, è proprio il movimento del valore che rende stabile il dominio della comunità7.
Non solo:
(Il capitale) si è impadronito dello Stato, comunità alienata degli uomini o, se si vuole, tentativo di conciliazione degli antagonismi, al punto che può apparire come la negazione del potere (Macht) di una classe dal momento che non ne ha nemmeno più bisogno per assicurare il proprio dominio (Herrschaft); anche la classe dominante viene dominata. Ormai il capitale ha bisogno solo di schiavi8.
Ecco allora che la classe al potere inizia a saggiare sulla propria pelle il fatto che, secondo Marx (nel III libro del Capitale), «il vero limite al capitale è il capitale stesso». Limite non soltanto più produttivo, come si intendeva principalmente nelle pagine incompiute del Moro di Treviri, ma anche politico ovvero di gestione dello Stato e della società divisa in classi.
Una società frammentata ma, allo steso tempo, organizzata intorno alla fascinazione delle merci e suddivisa in infiniti rivoli “identitari” che vanno dall’appartenenza alle tifoserie sportive alle identità di sesso e genere dei singoli come di quelle etniche e razziali, talvolta sovraniste (ma basterebbero i risultati elettorali ottenuti in Italia da Italexit o dalle parallele liste “di sinistra” o di estrema destra a far comprendere l’inessenzialità delle stesse per un discorso socialmente più coesivo) fino a quelle definite da singole sette religiose, politiche o mercantili (leggi follower di pubblicità di merci e “artisti” o presunti tali di ogni settore dell’intrattenimento commerciale). Un enorme supermercato di merci scintillanti e idee opache in cui, come si diceva all’inizio, a predominare è ancora la necessità di riproduzione del capitale e di estrazione di plusvalore estorto dal lavoro coatto, ma travestita da scelte e gusti “personali”.
In cui anche i rappresentanti politici e di governo son finiti col rassegnarsi ad essere null’altro che prodotti commerciali, possibilmente ben confezionati, da vendere agli elettori. Promoter e spin doctor son diventati così, insieme agli algoritmi che interagiscono nei e con i social, i veri “comitati elettorali” delle competizioni politiche travestite farsescamente da elezioni. Tendenza che ha almeno una data e un luogo di origine: il 1960 e naturalmente gli Stati Uniti, quando ebbe inizio la campagna elettorale che avrebbe portato alla Casa Bianca John Fitzgerald Kennedy e la consorte Jacqueline (poi Onassis). Giocata in gran parte sulla giovane età del candidato e la bellezza della coppia. Oltre che su uno slogan da cui Trump ha poi ancora rubato l’ispirazione per il suo Make America Great Again: A time for greatness.
In quel contesto e a quell’epoca, la logica dello star system
hollywoodiano sostituiva la logica politica con la promozione di un
desiderio dal sapore vagamente erotico, ancor più che liberal. Cui, in
fin dei conti, hanno dovuto pur qualcosa l’elezione di Bill Clinton,
Barak Obama e anche il successo di certi “giovani” politici italiani o
altri/e ancora.
Ma tale, oscena, macchina del controllo, che ha funzionato nel
cancellare ogni reale identità di classe tra la maggior parte dei
lavoratori dipendenti, ed per esaltare il consumo di ogni genere di
merce, materiale o immateriale che sia, in realtà diventa anche un
ostacolo nell’ambito delle mobilitazioni nazionali e nazionaliste
necessarie in caso di guerra. Nessun partito o idea, sia di Destra che
della Sinistra liberal-democratica, ha attualmente la forza per
mobilitare, in Occidente, grandi masse in funzione bellica: sia dal
punto di vista ideologico che militare.
Ce lo ricorda, ad esempio, lo storico Niall Ferguson in un saggio pubblicato su “Bloomberg”:
La guerra è tornata. Anche la guerra mondiale potrebbe tornare? Se è così, influenzerà tutte le nostre vite. Nella seconda era tra le due guerre (1991-2019), abbiamo perso di vista il ruolo della guerra nell’economia globale. Poiché le guerre di quel tempo erano piccole (Bosnia, Afghanistan, Iraq), abbiamo dimenticato che la guerra è il motore preferito della storia dell’inflazione, dei default del debito – persino delle carestie. Questo perché la guerra su larga scala è simultaneamente distruttiva della capacità produttiva, perturbante del commercio e destabilizzante delle politiche fiscali e monetarie. […] Il problema con le guerre prolungate è che gli Stati Uniti e gli europei tendono a stancarsi di loro ben prima che lo faccia il nemico9.
Non si elencheranno qui nuovamente tutti gli elementi di difficoltà nel “vincere” questa guerra che l’Occidente sta incontrando sul piano economico ancor prima che militare, ma certo la scarsa partecipazione emotiva dell’opinione pubblica occidentale ai fatti ucraini costituisce pur sempre motivo di interesse (o di relativo imbarazzo), nonostante la propaganda continua e costante dedicata al tentativo di catturarne l’attenzione (e la passione). Ma è a questo punto che è tornata in gioco la pedina ”Chiesa cattolica”.
Proprio a partire dalla morte del ex-Panzerkardinal Ratzinger si è sviluppata una battaglia, per ora, senza esclusione di colpi, che sembra vertere, più che sulle questioni dottrinarie, su come la dirigenza della più importante componente della cristianità occidentale, ovvero la Chiesa cattolica facente capo a Roma, dovrebbe comportarsi nei confronti di una guerra e dei futuri confronti militari e politici destinati a mettere in crisi, secondo la vulgata mediatica corrente, quelli che sono considerati i sacri valori della libertà e della democrazia occidentale (oltre che il predominio economico dell’ultima qui citata).
Indipendentemente dai risultati dell’incontro “privato” tra la premier italiana e papa Francesco, l’equidistanza ”pacifista” di Bergoglio non sembra più sufficiente ai fautori della “guerra per la libertà”, motivo per cui viene richiesto e suggerito al soglio pontificio di cambiare registro e trasformare l’attuale programma pastorale in un più marcato accompagnamento del gregge al macello. Che tale intento si sia maggiormente manifestato su organi di stampa di destra non colpisce, ma certo gli omaggi tributati al Papa emerito nei giorni delle sue esequie anche dai media considerati liberal o di sinistra potrebbe far pensare ad un riposizionamento degli stessi in chiave sempre più bellicista (se mai ce ne fosse ancora bisogno).
Il quotidiano della Conferenza episcopale italiana ha cercato in ogni modo di mediare e ammorbidire le differenze tra la visione di papa Ratzinger e di papa Bergoglio su varie questioni, non soltanto inerenti alla guerra senza abbandonare il percorso fin qui seguito da papa Francesco:
Nella guerra d’Europa, e per il nuovo (dis)ordine mondiale, che si combatte da più di dieci mesi in terra d’Ucraina il giorno che per gli ortodossi è la vigilia di Natale e per il resto della cristianità l’Epifania è stato un giorno pessimo, triste e feroce persino più di altri di questa carneficina – parola di papa Francesco – folle e sacrilega. Perché quando si trasforma una pur fragile occasione di tregua, comunque sia balenata, da chiunque sia stata offerta, in un nuovo terreno di battaglia – a suon di dichiarazioni sferzanti, di atti ostili e di ordigni letali scaraventati contro le vite degli altri – il giudizio deve essere netto. Così come dev’essere netto il rifiuto della logica politica e bellica e la morale distorta che impediscono di frenare il massacro10.
Appena il giorno prima, però, un quotidiano ritenuto “laico” e liberal-democratico come «Domani» aveva pubblicato una lettera di aperto sostegno all’arcivescovo di Kiev, Sviatoslav Shevchuk, del 7 marzo 2022, scritta da Ratzinger: «Un messaggio di forte vicinanza all’arcivescovo ucraino che di sicuro mostra una certa distanza dalle posizioni di Francesco che, dall’inizio del conflitto, ha sempre invocato la pace ma cercando sempre di mantenersi equidistante rispetto alle parti in causa»11.
Nulla da stupirsi, quindi, se un giornale di destra, nello stesso giorno, scrive nel suo editoriale:
…poi accade che muore un Papa, nel caso emerito, il mondo si commuove e a Roma va in scena un funerale che è un gigantesco omaggio alle radici cristiane della stessa sciagurata Europa di cui sopra. E allora, al netto delle polemiche tra papi regnanti e non […] ti viene il dubbio che l’Europa non sia quella cosa là ma quella cosa lì, e lo sia anche per un laico convinto come me e immagino come molti di noi. Ma allora, se è quella cosa lì vista in Piazza San Pietro non possiamo chiamarci fuori pena perdere non solo un ruolo ma pure una identità. Ebbene sì, spiace dirlo ma noi siamo europei fino al midollo e lo siamo perché siamo figli di una storia cristiana, la quale no è esattamente ciò che oggi per lo più ci raccontano. Lo disse anche Ratzinger: «Non deve nascere l’impressione che la fede si esaurisca in una specie di moralismo politico, la Chiesa non è un’organizzazione per il miglioramento del mondo». Inutile e complicato rivangare una storia millenaria ma in estrema sintesi senza il cristianesimo oggi non ci sarebbe l’Europa12.
Al di là del triplo salto mortale messo in atto dal direttore del quotidiano per giustificare un ritorno all’Europa da parte di forze di Destra, soprattutto Lega salviniana e Fratelli d’Italia, che sulla critica della stessa e delle sue istituzioni hanno fondato le proprie ipotesi politiche e le proprie campagne elettorali, e trasformare l’identitarismo razzista e populista in una forma di identitarismo cristiano-medievale, quello che è possibile qui individuare è il disperato bisogno di ridurre qualsiasi tendenza pacifista, fosse anche del papa, a qualcosa che non è più utilizzabile ai fini della salvaguardia degli interessi dell’Occidente e soprattutto della parti più frammentate di quest’ultimo: l’Europa e l’Italia.
Tutte le linee di demarcazione (nazionali, politiche, sociali) sono saltate, così, senza disturbare l’inconsistente raccolta di pettegolezzi e gossip rappresentata dal libro, di 336 pagine, di Georg Gänswein, il segretario personale di Benedetto XVI, falco dichiarato e arcinemico di papa Bergoglio13, varrebbe la pena di sottolineare che ciò che non vale per certa destra italiana ed europea vale, però, per quella americana.
Si è detto all’inizio che l’elezione alla quindicesima votazione di McCarthy a portavoce del congresso degli Stati Uniti è stata una dimostrazione dell’influenza che Trump e la parte più “conservatrice “ del Partito Repubblicano avrebbe ancora sullo stesso e sulla vita politica e sociale americana, ma occorre qui sottolineare che uno dei punti di attrito più forte tra i trumpiani e il governo di Biden e l’”altro” partito repubblicano è stato quello rappresentato dall’invio degli armamenti a Kiev e della spesa necessaria per tale programma.
Infatti, tra le richieste di Trump e della sua fazione che Mc Carthy avrebbe dovuto accettare per giungere ad un accordo che ne permettesse l’elezione, vi è stata quella della promessa di un «taglio alle spese per la difesa da 75 miliardi di dollari promesso da McCarthy proprio nel giorno in cui il presidente americano Joe Biden ha annunciato un nuovo ingente pacchetto di armi da 3 miliardi di dollari all’Ucraina»14.
Pochi media mainstream hanno, poi, ricordato che la visita al Senato degli Stati Uniti di Zelensky, avvenuta a fine dicembre 2022, sia stata una delle meno acclamate e proficue poiché, immediatamente dopo il suo discorso, la votazione sull’appoggio degli USA al governo ucraino ha visto 29 senatori repubblicani (più della metà di quelli in carica per il GOP) votare contro. Rivelando così che il vero argomento del contendere tra democratici e repubblicani oltranzisti è su ben altro che non i diritti riguardanti donne e minoranze di ogni genere.
Infine, occorre ricordare che anche sul fronte ucraino le forze in campo, da una parte e dall’altra, dopo aver inutilmente sbandierato su entrambi i fronti la frusta parola d’ordine dell’”antinazismo”, son dovute ricorrere alla religione come ultima ratio dello scontro con risultati che, soprattutto in Ucraina dove la secessione dalla chiesa ortodossa di Mosca si è avuta a seguito della repressione dei preti e dei monasteri non ancora apertamente schierati con il governo Zelensky, sembrano essere ulteriormente divisivi sul piano politico e sociale.
Nell’epoca della mediatizzazione e dematerializzazione del sacro, le religioni si riprendono la scena. Scendono in campo verrebbe da dire. La Chiesa Cattolica esce provata dalla fine dello”stato d’eccezione”, tra un “Pontefice dimesso” 600 anni dopo la rinuncia di Gregorio XII e un “Pontefice regnante” che lo ha avuto al fianco per quasi 10 anni. La Chiesa Ortodossa esce dilaniata dalla guerra, e combatte a sua volta su due fronti contrapposti, tra sacerdoti ucraini cui è revocata la cittadina perché troppo vicini al nemico e i pope moscoviti che benedicono i soldati che cadranno al fronte15.
Sarà così anche da noi? Tornerà la Chiesa cattolica e romana alla sua antica funzione, ben prima del Jihad islamista, di promozione della “guerra santa” contro eretici e infedeli? Riuscirà il brand del Cristo crocifisso a sostituire quelli dei “gruppi” di ogni risma che popolano i social e delle fashion influencer che si esprimono su ogni aspetto del viver (o non viver in caso di guerra) quotidiano? O rimarrà soltanto un’ipotesi da proporre in alternativa allo scarso fascino esercitato dal binomio Patria e Nazione di cui si è parlato più sopra? E la sinistra antagonista continuerà ancora a rincorrere in rete obiettivi più dettati dagli algoritmi che da effettive lotte reali?
Oppure, nell’ipotesi peggiore, siamo solamente tornati indietro, ad
un medioevo mercantile in cui tutti i nodi saranno sciolti soltanto dopo
lunghe guerre “di religione” come quelle che anticiparono di trecento
anni la Rivoluzione francese16?
Tre secoli di interminabili guerre civili e non, destinate a
determinare il nuovo assetto politico, sociale ed economico europeo e,
successivamente, planetario?
Questi sono alcuni dei temi su cui sarà
necessario confrontarsi nell’immediato futuro, per non rischiare di
predicare nel deserto usando formule dottrinarie che nessuno può più
comprendere. In nome di pratiche identitarie e politiche morte da tempo
immemore, proprio come il dio crocifisso dei cristiani.
Note
Come l’ha definita Luca Sebastiani sul numero 37 di «Scenari» del 30 dicembre 2022: L. Sebastiani, E’ l’Africa la culla della “guerra mondiale a pezzi”, pp. 12-13
Cfr. qui.
Dove l’elezione soltanto alla quindicesima votazione dello speaker repubblicano al Congresso ha dimostrato ancora una volta, semmai ce ne fosse bisogno, la persistente influenza di Donald Trump sul partito repubblicano e il suo elettorato.
D. DeLillo, Rumore bianco, Einaudi 2022, pp. 90-91
Ivi
S. Moiso, Un capitalismo totale? Prefazione a G. Toni, Pratiche e immaginari di sorveglianza digitale, Il Galeone Editore, Roma 2022, pp. 18-19
Jacques Camatte, Il «Capitolo VI» inedito de «Il Capitale» e la critica dell’economia politica (1964-1966), ora in J. Camatte, Il capitale totale, Dedalo libri, Bari 1976, p. 213
J. Camatte, Il «Capitolo VI» inedito de «Il Capitale» e la critica dell’economia politica (1964-1966), ora in J. Camatte, op.cit., pp. 213-214, ora in S. Moiso, op. cit., p. 24
N. Ferguson, All Is Not Quiet on the Eastern Front, «Bloomberg» 1 gennaio 2023, qui
M. Tarquinio, Più ragioni per resistere, «Avvenire» 7 gennaio 2023
Ratzinger e la lettera di sostegno all’Ucraina, «Domani» 6 gennaio 2023
A. Sallusti, La nostra Europa è in San Pietro, «Libero» 6gennaio 2023
Cfr. F. Capozza, Padre Georg rivela gli scontri nella Chiesa, «Libero» 9 gennaio 2023
Cfr. qui
M. Giannini, L’atlante occidentale e la cristianità dopo Ratzinger, «La Stampa» 8 gennaio 2023
Cfr. qui
09/09/2022
Il mondo sta regredendo. Lo sviluppo umano è tornato indietro di cinque anni
Secondo il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) questo “immenso declino” riguarda più del 90% dei Paesi del pianeta e viene emergendo quello che il rapporto definisce come “il complesso dell’incertezza”
Nell’analisi delle Nazioni Unite la pandemia di Covid-19 in corso, dopo aver provocato un’inversione di tendenza nello sviluppo umano in quasi tutti i Paesi, continua ad alimentare varianti imprevedibili. La guerra in Ucraina e altrove ha creato ulteriori sofferenze umane.
Temperature da record, incendi, tempeste e inondazioni suonano l’allarme di sistemi planetari sempre più fuori controllo. Insieme, stanno alimentando una crisi del costo della vita avvertita in tutto il mondo, dipingendo un quadro di tempi incerti e vite instabili.
L’incertezza non è una novità, ma le sue dimensioni stanno assumendo oggi nuove forme inquietanti. Sta emergendo un nuovo “complesso dell’incertezza”, mai visto prima nella storia dell’umanità. A costituirlo secondo l’Undp sono tre filoni volatili e interagenti: “le destabilizzanti pressioni planetarie e le disuguaglianze dell’Antropocene, la ricerca di trasformazioni sociali radicali per alleviare tali pressioni e la diffusa e crescente polarizzazione”.
Questo nuovo complesso di incertezza e ogni nuova crisi che ne deriva, ostacolano lo sviluppo umano e sconvolgono le vite in tutto il mondo. Sulla scia della pandemia, per la prima volta in assoluto, il valore dell’Indice di sviluppo umano (ISU) globale è diminuito per due anni di fila.
Nel 2021, molti Paesi hanno registrato un calo costante dell’indice di sviluppo umano. Anche prima della pandemia, i sentimenti di insicurezza erano in aumento quasi ovunque. Molte persone si sentono estranee ai loro sistemi politici e, in un’altra inversione di tendenza, il ritardo democratico si è aggravato.
Le nuove incertezze, l’insicurezza, la polarizzazione e la demagogia che attanagliano molti Paesi sono fonte di pericolo. Ma c’è anche una promessa – scrive l’Undp per cercare di “mettere una pezza ad una diagnosi così pesante – “è l’opportunità di reimmaginare il nostro futuro, di rinnovare e adattare le nostre istituzioni e di creare nuove storie su chi siamo e su ciò che apprezziamo. Questa è la strada della speranza, la strada da seguire se vogliamo prosperare in un mondo in evoluzione”.
Dunque il mondo affidato ai parametri liberisti della “crescita economica” ci consegna un quadro, quello analizzato con un indicatore di sviluppo umano ce ne consegna un altro. Il problema è che la regressione sta investendo pesantemente i paesi a capitalismo sviluppo più che quelli in via di sviluppo che stanno cercando la loro strada attraverso lo “sganciamento” da quelli occidentali.
Note
(1) L’Indice di Sviluppo Umano è un coefficente introdotto nel 1993 dal Dipartimento Sviluppo delle Nazioni Unite e che, diversamente dal Pil, misura il livello di sviluppo di un paese sulla base di parametri come aspettativa di vita, istruzione, salute, pil procapite. Importante sottolineare come sulla base di questo indicatore, le classifiche mondiali sulla qualità dello sviluppo cambino radicalmente rispetto a quelle fondate sul solo Pil.
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27/04/2018
La brutta aria che tira tra i banchi di scuola
Nei giorni scorsi il sistema dei media mainstream ha diffuso alacremente video assai poco edificanti sui comportamenti di alcuni studenti verso i loro insegnanti. Immagini inaccettabili in qualsiasi contesto ma, appunto da contestualizzare.
La nebbia del mainstream ha invece messo sullo stesso piano l’abuso dei social network, la perdita di rispetto verso i docenti da parte degli studenti, l’aumento dei comportamenti sanzionabili tra le nuove generazioni.
Qualcuno, come Michele Serra, ci ha messo del suo, riproducendo una lettura “di classe” della scuola, sottolineando come gli “irrispettosi” siano numerosi tra gli studenti degli istituti tecnici e professionali e meno numerosi tra quelli dei licei. Dietro l’oggettività della presa d’atto c’è una visione del mondo che si ripercuote inevitabilmente tra i banchi delle scuole. La disgregazione sociale che sta impoverendo quote consistenti del paese, produce “comportamenti devianti” che vanno sanzionati.
Specularmente, nei giorni precedenti all’operazione mainstream sui comportamenti irrispettosi degli studenti “proletari”, abbiamo visto agire pesantemente i meccanismi punitivi contro gli studenti che avevano contestato l’aberrazione dell’alternanza scuola-lavoro in salsa italiana (in Germania ad esempio è previsto un contratto di apprendistato e la retribuzione degli studenti degli istituti professionali che fanno formazione scuola-lavoro, ndr). Contesti diversi ma che hanno visto manifestarsi concretamente un modello disciplinare e repressivo a tutto tondo.
Il primo effetto è stato quello di riconsegnare dall’alto quella autorità ai docenti che le stesse elìte dominanti – a partire dai dogmi dell’Ocse della Commissione Europea – hanno sgretolato negli anni con “riforme della scuola” frustranti e penalizzanti per gli insegnanti.
Allo stesso tempo, il recupero di autorità impone un prezzo pesante per gli stessi docenti attraverso le nuove normative disciplinari e sanzionatorie, assai più rigide che in passato, contenute nell’ultimo contratto.
Il risultato di questo mix micidiale è il ritorno ad una scuola dal sapore ottocentesco, ma in salsa 2.0.
La ruota della regressione sociale, che ormai da almeno venti anni macina all’indietro diritti e priorità sociali non conformi alla competitività, non poteva non dare rilievo strategico ai luoghi e alle istituzioni adibite alla formazione dei “cittadini/consumatori” del XXI secolo. Soprattutto al loro adeguamento alla logica dominante fondata sulla competizione e le competenze individuali.
Ma qual’è l’obiettivo e il senso di questo ritorno alla scuola ottocentesca? Come mai tutta questa preoccupazione per i “Franti” cresciuti negli istituti tecnici e professionali e per le proteste contro l’alternanza scuola-lavoro nei licei?
In primo luogo c’è la netta consapevolezza del sistema dominante di non sapere né potere assicurare una soddisfazione dignitosa alle aspettative delle nuove generazioni. L’ascensore sociale non è soltanto “fermo”; è proprio tornato al piano terra.
La miseria materiale e morale che il sistema può mettere a disposizione per il futuro è talmente evidente che occorre disciplinare con la forza e l’autorità i “cittadini” di domani, cooptando nell’operazione anche i docenti contro gli studenti e consegnando maggiori poteri sanzionatori (contro docenti e studenti) ai presidi/dirigenti/manager che ormai amministrano le scuole come fossero aziende.
Imporre l’abitudine al lavoro gratuito o sottopagato, l’obbedienza e la subalternità, le “competenze” in funzione della competitività individuale, è l’unico spirito del tempo con cui le elìte sono in grado di disegnare la società che hanno costruito demolendo le istanze di progresso affermatesi nei decenni precedenti.
Un disegno troppo misero e stupido per poter funzionare senza trovare opposizione, tra i giovani e non solo.
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05/10/2017
Profezie
Si tratta di un’antologia degli interventi svolti dal Papa tra il 27 ottobre 2014 e il 5 novembre 2016 nel corso degli incontri denominati “Encuentro mundial de movimentos populares”.
Il “Manifesto” nacque come progetto politico e rivista coltivando l’intreccio innovatore che il ’68 aveva creato tra i nuovi movimenti politici e sociali che, in Italia, si erano peculiarmente sviluppati nell’incontro tra studenti e operai e i fermenti maturati nella sinistra comunista, italiana e internazionale, attorno agli anni’60 nel rifiuto del modello sovietico, nello sviluppo del movimento di decolonizzazione con accenti terzomondisti ed anche collegati alla rivoluzione culturale cinese, su di un’analisi specifica della modernità compresa nel modello di sviluppo capitalistico occidentale.
La responsabilità primaria del “Manifesto” come gruppo intellettuale e politico fu però quella di rompere, all’interno del Partito Comunista Italiano alle prese con la transizione imposta dalla successione di Togliatti e nel quadro della marcia d’avvicinamento all’area di governo che poi sarebbe sfociata nel “compromesso storico”, il quadro del “centralismo democratico”, reclamando nuove forme di espressione delle diverse “sensibilità politiche” presenti nel partito: l’uscita della rivista rappresentò il “casus belli” (la goccia che fece traboccare il vaso, in realtà, fu l’articolo “Praga è sola” firmato da Lucio Magri) per l’esclusione dei suoi promotori dal PCI.
Tutto questo si verificò, comunque, all’interno dell’evolversi della tradizione comunista, del suo formarsi come soggettività politica, non concedendo nulla a elementi di profezia millenaristica come invece accadeva in altre parti della sinistra formatasi come arcipelago sulla spinta dei nuovi movimenti di liberazione.
Il Manifesto, tanto per richiamarne la storia, ha sempre avuto piedi e testa ben piantati nella condizione culturale e operativa del movimento comunista italiano e internazionale seguendone evoluzione e sviluppi nel tempo.
Nel tempo è cambiato tutto e non è il caso di ricostruire in questa sede il racconto di una storia che ha portato al momento attuale alla pratica sparizione dei soggetti politici eredi della tradizione comunista nelle sue varie forme e alla crisi profonda, non solo delle socialdemocrazie, ma dello stesso assetto statuale sulle quali proprio le socialdemocrazie avevano sviluppato la loro azione “riformista” fino dentro ai “30 gloriosi: ’40 – ’70” come li ha definiti Rossanda.
Oggi il salto che il Manifesto compie, pubblicando i discorsi del Papa, non sta tanto nel presunto “sacrilegio” che questa operazione potrebbe rivestire in sé al riguardo del presente e della storia del movimento comunista.
Il dato essenziale è quello che il “Manifesto” assume come interlocutori non certo il Papa e la sua cerchia ma i cosiddetti “movimenti popolari”.
Questa operazione è eseguita in maniera politicamente indistinta e sotto questo aspetto è emblematico il titolo che riassume, nel merito, l’intervento di Nichi Vendola con il quale si introduce il discorso sulle colonne del quotidiano del 5 Ottobre: “Sul lavoro le parole di un profeta che non usa la fede come ammortizzatore sociale”.
E’ fin troppo evidente la contraddizione: Come può un profeta non usare la Fede?
L’interrogativo è di fondo perché il balzo che il Manifesto compie con questa operazione è proprio nel millenarismo, nella profezia, nel rivolgersi indistintamente ai “movimenti dei poveri”.
Il balzo che il Manifesto compie al di fuori dalle proprie origini e – di conseguenza – dalla propria natura sta proprio nel superare “la politica”.
La “politica” come richiesta di organizzazione che interviene sul quotidiano rappresentando esigenze, bisogni, progetti provenienti dalle distinte contraddizioni sociali raccolto attorno a quella che storicamente è stata definita “contraddizione principale” in relazione all’eterno muoversi dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
Tutto questo impianto che ha caratterizzato la storia della sinistra e del movimento operaio almeno dalla prima rivoluzione industriale in avanti viene così consegnato alla profezia.
Questo passaggio è ben esplicitato nella chiusa del già citato articolo di Vendola laddove si chiamano i poveri “...sono portatori di un bisogno universale di salvezza del mondo per andare oltre quella dittatura del presente che colonizza i popoli, atomizza gli individui, rompe i legami sociali, disobbedisce al Dio che danza la vita, al Dio che non ci chiede di essere reclute del clericalismo ma sentinelle che scrutano la notte in attesa di una nuova alba”.
Ben compreso: “sentinelle” e non “militanti”.
Il punto di rottura è evidente, la fuoriuscita da una storia chiara, così com’è evidente che la natura del contendere non sia più il capitalismo ma “le chiacchiere moderniste sulla flessibilità che alimenterebbero lo sviluppo e che invece spezza carne e anima delle persone”.
Come se una presunta “rigidità” consentisse di fuoriuscire dallo sfruttamento.
Si tratta di un evidente segno di regressione culturale e politica, di rinuncia alla valenza rivoluzionaria della rappresentanza politica, del rifugio non tanto nell’utopia (magari) ma in una visione escatologica del futuro.
Basta prenderne atto e capire bene quali correnti attraversano quella che si vorrebbe definire ancora come “sinistra politica” e trarne le necessarie conclusioni.
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