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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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11/03/2025

USA - Esplode la bolla educativa

STOP ai finanziamenti federali per qualsiasi college, scuola o università che consenta proteste illegali, scriveva Trump su Truth il 4 marzo scorso. Gli Attivisti saranno imprigionati o rimandati definitivamente nel paese da cui provengono. Gli studenti americani saranno espulsi definitivamente o saranno arrestati. NIENTE MASCHERE! NO MASKS!

Nel mirino ci sono le prestigiose università della Ivy League (Harvard, Yale, Princeton, Columbia, Penn Pennsylvania, Dartmouth, Brown, Cornell – e Chicago, Duke, MIT, Stanford, Johns Hopkins, Caltech, note come Ivy Plus).

I leader come Trump, dice David Brooks su The Atlantic («Come l’Ivy League ha distrutto l’America»), capiscono che la classe operaia ha più risentimento per la classe professionale Nerd, con le sue lauree prestigiose, di quanto non ne abbia per i miliardari o i ricchi imprenditori.

I Liberal (“La Sinistra”) di oggi, scrisse qualche anno fa l’anarchico Graeber, ha come stelle polari quegli studenti che negli anni Sessanta frequentavano i college e che si battevano per una società senza egoismo. La loro battaglia radicale non ha portato ad una società migliore. Non ha funzionato, dice Graeber, ma è stata offerta loro una sorta di compensazione: il privilegio di usufruire del sistema universitario per diventare persone che, nel loro piccolo, hanno avuto modo di guadagnarsi da vivere e allo stesso tempo ricercare la virtù, la verità, la bellezza, e soprattutto la possibilità di tramandare lo stesso diritto ai propri figli.

Non li si può biasimare per aver accettato l’offerta. Ma non si può neppure biasimare il resto del paese che li vorrebbe all’Inferno. E li vorrebbe all’Inferno perché, disse, un meccanico del Nebraska, sa che è improbabile che suo figlio o sua figlia diventino dirigenti della Enron. Ma è possibile. D’altra parte non c’è effettivamente alcuna possibilità che suo figlio, non importa quanto dotato, diventi un avvocato per i diritti umani a livello internazionale, o un critico teatrale per il New York Times.

Per frequentare un corso in una delle università della Ivy League si spendono fino a 350 mila dollari all’anno. Il giornalismo, dice Brooks, è una professione riservata quasi esclusivamente ai laureati, soprattutto quelli d’élite. Uno studio del 2018 ha scoperto che oltre il 50% dello staff del New York Times e del Wall Street Journal aveva frequentato una delle 34 università d’élite. Il 54% di avvocati, artisti, scienziati, leader aziendali e politici ha frequentato le stesse 34 scuole elitarie.

Contrariamente a ciò che si pensa, lo stato federale finanzia queste università con grosse somme di denaro. Nell’ultimo anno fiscale, due terzi dei finanziamenti per la ricerca ad Harvard provenivano dal governo federale, che sostiene tutto, dagli studi sul cancro all’insegnamento dell’arte nei musei.

La cifra non è insolita, dice Nathan Heller su NewYorker («Harvard si piegherà o si romperà?»): i finanziamenti federali sostengono anche tre quarti dei progetti di ricerca di Stanford e metà di tutta la ricerca, sia presso l’Università del Wisconsin-Madison sia presso l’Università della California Berkeley (dove è stanziale da tempo la ‘French Theory’ e la ‘Queer theory’).

Non c’è università nel paese che potrebbe sopravvivere alla perdita di denaro federale, dice Brian Leiter, professore di diritto e filosofia presso l’Università di Chicago.

L’intera meritocrazia è un sistema di segregazione sociale ed economica al contrario, dice Brooks. Uno schifoso sistema per tenersi alla larga da un proletariato sempre più alla deriva, in sovrappeso, solo, che fuma, beve, s’ammucchia e divorzia, e, al più, forma famiglie mono-genitoriali.

Il tasso di mortalità per oppioidi per coloro che hanno un diploma di scuola superiore, conclude Brooks, è circa 10 volte superiore a quello di coloro che hanno almeno una laurea triennale.

E questo è quanto per desiderare l’esplosione della bolla educativa; l’esplosione di un sistema di clausura e di privilegio che, dice il patriota Brooks, tiene fuori la massa proletaria, con la scusa della cultura. Una bolla di debiti che il governo federale non vuole ripianare.

Questa è la politica senza maschere (NO MASKS!), mostra il lato osceno della politica Liberal. Se questa è la cultura e l’università, allora meglio tutti ignoranti e cafoni, meglio il business per il business, meglio come eravamo 100 anni fa, rampanti, alla conquista del mondo.

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31/03/2024

Quattro italiani su dieci rinunciano a curarsi. Siamo alla sanità “per censo”

L’Italia rischia ormai una sanità sulla base del “censo”, dove chi ha i mezzi economici potrà garantirsi le cure mentre chi non dispone di un reddito adeguato non potrà curarsi. Il ventunesimo Rapporto ‘Ospedali e salute’ redatto dall’Aiop (Associazione italiana ospedalità privata) e dal Censis lancia un segnale allarmante che da tempo non è certo una novità.

Attualmente, già il 42% dei cittadini meno abbienti è costretto a rinunciare alle cure poiché, non riuscendo ad ottenerle nell’ambito del sistema pubblico, non ha i mezzi per rivolgersi alla sanità a pagamento. Anche le fasce economicamente più deboli sono spinte verso il privato non avendo accesso al Servizio Sanitario Nazionale a causa delle lunghe liste di attesa.

Il primo dato che emerge da un sondaggio Censis condotto su 2mila cittadini, è che il 47,7% degli utenti ha una percezione positiva del Servizio sanitario della propria regione: l’8,7% e il 39% ritiene che la sanità locale sia di un livello qualitativo ottimo o buono.

Il 28,1% esprime invece un giudizio di sufficienza e il 22,4% ritiene che il servizio sanitario nella propria regione sia ‘insufficiente’. Ma scomponendo il dato su basi geografica le valutazioni cambiano sensibilmente.

L’insufficienza del proprio Sistema sanitario regionale è rilevata solo dal 9,4% dei residenti nel Nord-Est contro addirittura il 35,2% degli utenti che vivono nelle aree del Mezzogiorno. Uno dei problemi maggiori restano le lunghe liste di attesa.

Di conseguenza negli ultimi 12 mesi, secondo il Rapporto Censis, il 16,3% delle persone che hanno avuto bisogno di rivolgersi ai servizi sanitari si è recato in un’altra regione, nell’ambito delle prestazioni erogate dal Servizio sanitario.

La motivazione più ricorrente della mobilità sono appunto le lunghe liste di attesa nella Regione di appartenenza, afferma il 31% dei migranti sanitari. Ma c’è anche una quota del 34,9% che rinuncia e si rivolge alla sanità a pagamento (intesa come privato puro e intramoenia).

Nel 2023, il dato più grave riguarda però quel 42% di pazienti con redditi più bassi, fino a 15mila euro, che è stato costretto a procrastinare o a rinunciare alle cure sanitarie perchè è nell’impossibilità sia di accedere al Sistema Sanitario Nazionale sia di sostenere i costi della sanità a pagamento.

Il 36,9% degli italiani ha invece rinunciato ad altre spese per sostenere quelle sanitarie. Questo è avvenuto per il 50,4% tra i redditi bassi e per il 22,6% tra quelli alti. In audizione ieri alla Camera, il ministro della Salute Schillaci ha sottolineato che “I dati Istat del 2017 indicano che in Italia chi ha un titolo di studio superiore, e quindi guadagna di più, vive di più di chi ha un titolo di studio inferiore. Questo è inaccettabile“, ha detto, assicurando che “entro l’anno, dopo 17 anni, riusciremo a superare il tetto di spesa sulle assunzioni“.

Il rischio di una sanità ‘per censo’, ormai si va palesando piuttosto pesantemente nel nostro paese. Il segretario generale del Censis Giorgio De Rita ha sollecitato a trovare risposta più rapidamente: “È necessaria una accelerazione perché le tensioni sociali si stanno accumulando e questo non è un lusso che ci possiamo permettere“.

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26/01/2024

Esplodono le disuguaglianze: parola della Banca d’Italia

Nelle scorse settimane è girata su vari quotidiani la notizia che il 5% più ricco delle famiglie detiene il 46% della ricchezza totale in Italia. Per i più avvezzi a questi dati tutto ciò non è certo nulla di nuovo, anzi, come avevamo già fatto notare, la disuguaglianza è una scelta politica che caratterizza fortemente le società capitalistiche in cui viviamo. Non è certo una novità la presenza di disuguaglianze in Italia, un problema  completamente ignorato o sistematicamente aggravato dalle politiche classiste del governo e di tutti i governi degli ultimi anni, che al più mettono, nel migliore dei casi, qualche pezza troppo piccola per un buco troppo grande. Ne sono una dimostrazione i dati allarmanti dell’ISTAT che mostrano come il 9,4% della popolazione residente in Italia viva in una condizione di povertà assoluta.[1]Dati che preoccupano considerando che solo quindici anni fa il fenomeno riguardava appena il 3% della popolazione.

La novità qui è un’altra. I dati sulla disuguaglianza riportati dai titoloni dei giornali sono una serie di nuovi dati resi pubblici dalla Banca d’Italia, all’interno di un più ampio progetto europeo. È quindi molto interessante andare a spulciare e trovare qualche spunto in più sul tema della disuguaglianza che l’utilizzo di questi Distributional Wealth Account ci può dare e che una lettura superficiale delle testate giornalistiche potrebbe aver perso.

In nostro aiuto arriva un comunicato stampa di Banca d’Italia dove possiamo trovare vari grafici interessanti. Il primo ci spiega come è costituita la ricchezza della popolazione italiana e di come questa composizione cambi se parliamo del 50% più povero o del 10% più ricco.

Qui da notare sono principalmente due cose. La prima, la metà della ricchezza degli italiani sia data dalle abitazioni. La seconda, è come nei fatti la ricchezza del 90% più povero del paese sia costituita per la stragrande maggioranza proprio dalle abitazioni di proprietà e in minor parte dai depositi sul conto corrente. Le persone comuni, insomma dispongono per lo più dell’essenziale, ovvero una casa (per la quale spessissimo devono fare sacrifici di una vita e contrarre mutui decennali) e qualche soldo da parte. Al contrario per il 10% più ricco la ricchezza immobiliare rappresenta solo il 36% del portafoglio. Notiamo insomma come i super-ricchi siano tali grazie al possesso (oltre che di un maggior patrimonio immobiliare) di una serie di diverse attività finanziarie e come l’accumulazione di redditi finanziari sia tra i maggiori vettori della disuguaglianza della ricchezza complessiva. Attività finanziarie che, al contrario del mito di una finanza democratica e accessibile a tutti, resta in mano alla classe più ricca che ne detiene ben il 95% del totale per un valore che è passato da circa 750 miliardi di euro nel 2011 a più di 1250 miliardi di euro nel 2022. Una sfera, quella finanziaria che, alla faccia della crisi, cresce sana e forte, ma i cui frutti rimangono come sempre nelle mani di pochi.

Uno sguardo attento va poi dato ai seguenti 6 grafici. I primi due in alto vanno analizzati in coppia. Ci dicono che negli ultimi dieci anni la ricchezza mediana è visibilmente calata e che la ricchezza media è invece aumentata. Alla vista di questi due grafici un occhio non esperto potrebbe pensare “beh dai, almeno in media siamo più ricchi”, è sta proprio qui il problema. Per capirlo, è importante riflettere sulla differenza tra media e mediana, la prima è il valore che otteniamo se dividiamo il totale della ricchezza per il numero totale di persone, la seconda invece è il valore di ricchezza che ha il cittadino che si troverebbe a metà se ordinassimo tutte le persone in ordine crescente e che avrebbe quindi ai propri lati rispettivamente il 50% più povero e quello più ricco. Appare chiaro quindi che, se la mediana cala e la media sale questo vuol dire che la crescita totale della ricchezza è avvenuta solo per le persone che si trovavano nella metà di popolazione dal lato più ricco rispetto al nostro cittadino mediano e che quindi in soldoni non siamo “tutti un po’ più ricchi” ma piuttosto “i più ricchi sono diventati ancora più ricchi, i poveri più poveri”. 

Intuizione infatti confermata dai due grafici al centro, che indicano come soprattutto durante il periodo dell’Austerità, la società italiana sia diventata più diseguale (indice di Gini più alto) e di come la percentuale di ricchezza posseduta dal 5% più ricco sia schizzata verso l’alto di ben 8 punti percentuali in 5 anni. Anni in cui è aumentato anche il rapporto tra debiti e attività per le famiglie più povere, che hanno quindi avuto una maggiore necessità di indebitarsi per far fronte alle proprie esigenze.

Per chiudere il tutto è utile avere una panoramica europea che comprenda anche ciò che succede sulle disuguaglianze dei nostri vicini d’oltralpe. A questo proposito, c’è da dire che l’Italia nei fatti non è una società più diseguale della media europea, ma si trova comunque su una traiettoria preoccupante. Appare chiaro dai seguenti grafici come anni di crisi ed austerità abbiano portato il cittadino mediano italiano dall’essere ben più ricco di quello europeo a trovarsi ad un valore quasi uguale. È importante notare inoltre come siamo l’unico paese europeo in cui la crescita della ricchezza percentuale del 5% più ricco è stata così forte e sostenuta soprattutto nel periodo 2011-2017 per poi subire una battuta d’arresto e avere un andamento altalenante. La proprietà immobiliare della casa di abitazione, in Italia ancora piuttosto diffusa anche tra le classi di reddito medie, fa sì che la percentuale di ricchezza detenuta dal 50% più povero resti tra le più alte dei più grandi paesi europei (insieme alla Spagna), ma l’andamento del periodo 2011-2017 è stato decrescente confermando la tendenza ad una redistribuzione della ricchezza che ha favorito in particolare il vertice della piramide dei più ricchi

L’Italia è caratterizza quindi da una forte e crescente disuguaglianza nella distribuzione della ricchezza (che va di pari passo con l’aumento storico della disuguaglianza dei redditi). Si tratta di una piaga sociale che può essere affrontata soltanto invertendo drasticamente la rotta delle politiche economiche, sia a monte sia a valle del problema. A monte la disuguaglianza della ricchezza è legata strettamente alla disuguaglianze dei redditi e del potere di acquisto delle persone, ovvero alla crescente disuguaglianza tra bassi salari ed alti profitti e alla crescita della disparità salariale tra salari direttivi (manageriali) e salari ordinari, nonché all’assenza di politiche sociali che favoriscano l’accesso al patrimonio immobiliare e a mutui o affitti agevolati, senza i quali la capacità di risparmio delle famiglie si riduce drasticamente. A valle la redistribuzione della ricchezza (e del reddito) passa per una politica tributaria che sia in grado di tassare in ottica fortemente progressiva gli alti redditi e le grandi ricchezze (immobiliari e finanziarie) redistribuendo così le risorse a chi ha meno sotto forma di redditi integrativi e di servizi pubblici capillari.

Per attaccare alla radice il problema della disuguaglianza a monte e a valle del processo produttivo non bastano correttivi e palliativi, ma occorre mettere in discussione la direzione complessiva delle politiche economiche segnate da tre decenni di egemonia neoliberale.

Note

[1] Sono considerate in povertà assoluta le famiglie e le persone che non possono permettersi le spese minime per condurre una vita dignitosa rispetto a degli standard stabiliti in ogni paese. La soglia al di sotto della quale si parla di povertà assoluta in Italia è definita dall’Istat attraverso il paniere di povertà assoluta.

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26/08/2023

Altre 33mila famiglie senza Reddito di cittadinanza

A luglio erano stati 159 mila i nuclei familiari che avevano ricevuto il ferale sms che annunciava la sospensione dell’erogazione del Reddito di cittadinanza. Ieri è stato comunicato a chi ha la settima mensilità in agosto che il reddito non ci sarà più e il nuovo taglio riguarda altri 32.850 nuclei familiari.

“Gentile utente, il 31 agosto terminerà il suo periodo di fruizione del Rdc. Dal 1° settembre parte la nuova misura Supporto Formazione e Lavoro. Info e Faq sui siti Inps e Ministero Lavoro”: questo il testo del messaggio che è stato inviato ieri a migliaia di famiglie.

Da qui a dicembre si aggiungeranno altri tagli per circa 40 mila nuclei familiari. Alla fine del 2023 saranno 240 mila i nuclei ai quali è stata imposta la fine del Reddito di Cittadinanza.

“Tre quarti delle persone che avevano il reddito lo continueranno a percepire fino al 31 dicembre e poi potranno fare la domanda di assegno di inclusione” ha spiegato in televisione il dirigente dell’Inps Diego De Felice. L’assegno di inclusione previsto per un nucleo familiare di 4 persone è di 471 euro.

Le persone ritenute invece “occupabili” (anche se il lavoro non c’è e non ne passa certo attraverso i centri per l’impiego) e alle quali è stato tolto il Reddito di cittadinanza, dovranno utilizzare dei corsi di formazione professionalizzanti durante i quali si arriva ad avere un beneficio di ben 350 euro! È il welfare dei miserabili che comincia a seminare disperazione, come nel caso della donna a Baronissi.

Come cantava Claudio Lolli, non sappiamo dire se quelli al governo fanno “più pena, schifo o malinconia”.

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19/02/2023

Reddito di cittadinanza e diritto alla vita

Spettabile Redazione, non so se mi leggerete mai né se vale a qualcosa scrivervi, ma il vostro mi sembra l’unico giornale con una posizione onesta sul tema del Reddito di cittadinanza.

La mia storia col Rdc è particolare, ma poco melodrammatica: non ho bocche da sfamare, a parte la mia, e non chiedo un posto in miniera perché tornare a casa con mani e schiena spaccate è “proletariamente poetico”. Ho 35 anni e tra 13 esami potrei essere medico. Sì, sono “grande”, ma non mi pare che la legge impedisca di fare l’università alla mia età: gli ultimi 10 esami li ho dati grazie al Rdc.

Non mi piace fare la vittima, per cui vi risparmio tutta la solfa biografica – papà morto, mamma malata psichiatrica, una relazione naufragata... – e gli anni di lavoro nero, sottopagato, che mi hanno fatto lasciare indietro gli studi.

Ma il Rdc ha ribaltato le cose: non più lasciare l’università per il lavoro, ma lasciare il lavoro sottopagato e in nero per studiare. Avere la possibilità di essere studente finalmente a tempo pieno, senza dover chiedere niente a nessuno, vivendo del mio poco senza lamentarmi. Mantenermi una casetta da 340 euro al mese e pagarmi le tasse universitarie con meno ansie.

Io m’ero illuso, prendendo il Reddito di cittadinanza, che le cose stessero finalmente andando come avrebbero dovuto: la comunità avrebbe dato a me un sostegno e io avrei restituito alla comunità il mio essere un bravo medico.

Adesso mi ritrovo a sentirmi come a 20 anni: nauseato e schifato da questo Paese e dal suo governo, e pure dal suo elettorato piccolo-borghese che osa chiamarmi fannullone e drogato, mentre io sto facendo fatica sui miei appunti di Cardiologia.

Noi oggi stiamo andando oltre l’idea che, per un povero, finire l’università è un capriccio o un lusso. C’è un salto di qualità nel linguaggio, col quale le solite idee padronali e regressive vengono espresse: i “bamboccioni” di Padoa-Schioppa, i “choosy” della Fornero, gli “sfigati” di Martone...

Ma ora è anche peggio, perché i politici te lo dicono in faccia, senza eufemismi: “sì, il padrone comanda e il servo obbedisce. Vuoi diritti? Fatti padrone! Servire le pizze anche da laureato è giusto, perché il sacrificio è bello. Che questo sacrificio non ti porti da nessuna parte, pazienza. Lo hanno fatto i tuoi nonni, lo fai anche tu“.

E la fretta, la fretta con cui si sono avventati sul Rdc, senza imbastire alcuna alternativa. A dire: “intanto il sussidio lo perdi, parassita. I crampi della fame ti faranno venire voglia di lavorare”.

Se questo non è regresso, se non è inciviltà, cos’è esattamente? È giusto, accettabile, possibile che, a 13 esami dalla laurea in Medicina, debba farmi il problema di finire in mezzo alla strada o in un dormitorio per barboni? Lasciare la mia casa, mettermi a bussare alle case dei parenti come un pezzente… o, forse, finire a fare il magazziniere in un supermercato o il cameriere?

Nella speranza che in questo Paese in retromarcia possa trovare udienza e visibilità anche la storia di chi ha usato il Rdc come strumento di emancipazione.

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27/01/2023

Il Reddito di cittadinanza va esteso non abolito. Lo confermano i dati dell’Inps

Sono solo 2,2 milioni i cittadini italiani che percepiscono il reddito di cittadinanza o la pensione di cittadinanza, a questi vanno aggiunti 285 mila cittadini stranieri. Il tutto per un assegno con importo medio di 549 euro. Sono questi i dati diffusi dall’Osservatorio Inps sulla realtà dell’unico provvedimento contro la povertà introdotto in Italia, uno strumento esistente in tutta in Europa tranne che nel nostro paese fino a quattro anni fa.

La povertà assoluta ha confermato sostanzialmente i massimi storici toccati nel 2020, anno d’inizio della pandemia dovuta al Covid-19.

In Italia nel 2021, secondo l’Istat sono in condizione di povertà assoluta poco più di 1,9 milioni di famiglie (7,5% del totale da 7,7% nel 2020) e circa 5,6 milioni di individui (9,4% come l’anno precedente). Se poi andiamo a vedere la povertà relativa, qui l’incidenza è salita all’11,1% (da 10,1% del 2020) e le famiglie sotto la soglia sono circa 2,9 milioni (erano 2,6 milioni nel 2020) cioè circa 8,8 milioni di persone.

Quindi le persone che percepiscono il Reddito o la Pensione di cittadinanza sono meno della metà delle persone ritenute in povertà assoluta e meno di un quarto di quelle in condizione di povertà relativa.

Nel mese di dicembre 2022, i nuclei beneficiari di Reddito di cittadinanza o di pensione di cittadinanza sono stati solo 1,17 milioni (1,05 milioni RdC e 123mila PdC), con 2,48 milioni di persone coinvolte (2,35 milioni RdC e 139mila PdC) e un importo medio erogato a livello nazionale di 549 euro (580 euro per il RdC e 291 euro per la PdC).

La platea dei percettori di Reddito di cittadinanza e di Pensione di cittadinanza è composta, sempre a dicembre 2022, da 2,20 milioni di cittadini italiani, 201 mila cittadini extra comunitari con permesso di soggiorno UE, 84 mila cittadini europei, 3600 familiari delle precedenti categorie o titolari di protezione internazionale.

Per i nuclei con presenza di minori (367mila, con 1,3 milioni di persone coinvolte), l’importo medio mensile è di 679 euro, e va da un minimo di 593 euro per i nuclei composti da due persone a 739 euro per quelli composti da cinque persone. I nuclei con presenza di disabili sono quasi 204 mila, con 456 mila persone coinvolte. L’importo medio è di 491 euro, con un minimo di 389 euro per i nuclei composti da una sola persona a 700 euro per quelli composti da cinque persone.

La distribuzione per aree geografiche vede 425 mila persone beneficiarie della prestazione sociale al Nord, 327 mila al Centro e oltre 1,7 milioni nel Sud e nelle Isole.

Nel 2022 i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di reddito di cittadinanza o di pensione di cittadinanza sono stati 1,69 milioni, per un totale di 3,66 milioni di persone coinvolte.

Per quanto riguarda gli anni precedenti, risulta che i nuclei beneficiari di almeno una mensilità di RdC/PdC nell’anno 2019 sono stati 1,1 milioni, per un totale di 2,7 milioni di persone coinvolte; nel 2020 i nuclei sono stati 1,6 milioni, per un totale di 3,7 milioni di persone coinvolte. I numeri sono saliti ulteriormente nel 2021: infatti i nuclei beneficiari di almeno una mensilità sono risultati quasi 1,8 milioni, per un totale di poco meno di 4 milioni di persone coinvolte. Nel 2022 si è registrata una flessione: 1,7 milioni di nuclei per un totale di 3,7 milioni di persone.

L’importo medio mensile erogato è crescente nel tempo: complessivamente è aumentato dell’11%, passando da 492 euro nell’anno 2019 a 546 euro nel 2021.

Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di Bilancio il taglio deciso dalla manovra finanziaria del governo Meloni potrebbe far perdere il reddito di cittadinanza al 38,5% dei nuclei familiari (e al 23% delle persone) che oggi lo ricevono, si tratta di quasi 400mila famiglie.

Sulla base dei dati forniti dall’Inps ma ancora di più sulla base della realtà dell’impoverimento di ampie fasce della popolazione e di un minimo senso di giustizia sociale, appare evidente che l’istituto del Reddito di Cittadinanza andrebbe esteso e non abolito.

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02/12/2022

La riforma del RdC del Governo Meloni: comprimere i diritti e disciplinare i lavoratori

La recente campagna elettorale, conclusasi con la netta affermazione di Fratelli d’Italia, è stata caratterizzata da feroci attacchi al Reddito di cittadinanza (RdC) da parte della compagine guidata dall’attuale premier Giorgia Meloni. Oggi che i figli (non troppo putativi) del Movimento Sociale Italiano occupano gli scranni dell’esecutivo, si apprestano, attraverso la prossima legge di bilancio, a mettere mano al RdC con un draconiano restyling. La stretta prevede, nella prima fase, una riduzione della platea dei potenziali beneficiari e il conseguente taglio delle risorse ad esso destinate. Dopo questa fase, si passa a una ben più radicale “riforma”: la cancellazione del RdC. Un misto tra un rigurgito di odio di classe e una risposta ai desiderata dei padroni.

Ricordiamo, prima di addentrarci nei dettagli dell’intervento, che il RdC, nonostante i suoi limiti, ha rappresentato un argine alla povertà durante gli scorsi anni, e in particolar modo nei mesi più duri della crisi pandemica, caratterizzati da un crollo del PIL e dell’occupazione. Si stima che il RdC abbia permesso a circa un milione di persone di sfuggire alla povertà assoluta, garantendo un livello minimo di accesso a beni e servizi essenziali. Un importante risultato per quanto riguarda le condizioni materiali di vita di lavoratori a basso reddito e disoccupati, che, come vedremo, rischia di essere messo a repentaglio dalle modifiche che vi apporterà l’attuale esecutivo.

I dettagli della stretta sono contenuti nel disegno di legge di bilancio recentemente “bollinato” dalla Ragioneria dello Stato e presentato alla Camera. La principale modifica, nel brevissimo termine, riguarda la riduzione dei mesi di beneficio per i percettori considerati ‘occupabili’: se, fino a oggi, qualora una richiesta di RdC fosse stata accettata, si sarebbero percepite 12 mensilità in un anno (in un importo variabile in base alla propria condizione familiare), la nuova formula prevede per il 2023 un massimo di 8 mensilità per determinati soggetti. Si tratta di coloro che sono stati definiti dalla vulgata giornalistica e dal governo come “occupabili”, ma in sostanza sono semplicemente coloro che hanno tra i 18 e i 59 anni. Si salvano (per il momento) e, quindi, continueranno a percepire fino a un massimo di 12 mensilità l’anno, le famiglie con minorenni, disabili e anziani con almeno 60 anni d’età.

Ma non finisce qui, perché il RdC, in base al disegno di legge, sarà cancellato dal 2024. A parziale compensazione, si accenna all’introduzione di una nuova forma di sostegno, destinata solo a coloro che saranno ritenuti “non occupabili”. Per ora, però, di questo nuovo strumento non si sa nulla. Di certo, per ora, c’è soltanto che il RdC sarà abolito dal 1° gennaio 2024.

Si stima che il taglio previsto per il 2023 coinvolgerà circa un milione di persone, pari a circa 404 mila nuclei (attualmente – dati da gennaio a ottobre 2022 – a beneficiare di almeno una mensilità di RdC sono state circa 3,6 milioni di persone, pari a circa 1,7 milioni di famiglie). Da un lato, l’esistenza di inoccupabili rappresenta un limite naturale al taglio, in quanto si calcola che circa 2/3 degli attuali percettori non abbiano i requisiti di occupabilità (persone anziane o comunque inabili al lavoro). Tuttavia, limitare la platea di potenziali percettori delle 12 mensilità ai soli “inoccupabili” ha un significato politico ben preciso: di fatto, significa sposare l’idea balzana che un cinquantottenne sia occupabile quanto un ventenne e pensare che coloro che possiedono i requisiti anagrafici per lavorare potranno ‘risolvere’ i loro problemi (ossia trovare un reddito) vendendosi sul mercato del lavoro per un salario dignitoso. Nei fatti, invece, l’obiettivo è un altro: far sì che queste persone siano costrette ad accontentarsi di un salario indegno pur di sopravvivere.

La narrazione del Governo, infatti, cozza con la realtà dei fatti, in quanto il mercato del lavoro in Italia è ad oggi caratterizzato dalla presenza di circa 2 milioni di disoccupati, a cui si aggiungono gli scoraggiati, una significativa fetta di part-time involontari (ossia coloro che lavorano a tempo parziale ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno) e circa 5 milioni di lavoratori poveri (spesso legati a contratti atipici) a testimonianza del fatto che non ci sono sufficienti caselle occupazionali da riempire.

Ma c’è di più: garantire un reddito a coloro che un lavoro non ce l’hanno, pur avendo le capacità di svolgerlo e cercarlo attivamente, significa dare al mercato del lavoro un segnale di quella che può essere una soglia minima salariale in assenza di una legge sul salario minimo. Togliere il sussidio ai disoccupati ‘occupabili’ significa di fatto togliere dal mercato l’indicazione di un pavimento inferiore nella retribuzione per il lavoratore medio. Si tratta di una misura, questa, che sottende un’idea ben specifica circa il funzionamento del mercato del lavoro: l’esistenza di disoccupati, in questa visione, dipenderebbe dalla prevalenza di salari reali troppo elevati, mentre a salari più bassi le imprese sarebbero incentivate ad assumere più lavoratori. Una concezione che, come abbiamo più volte osservato, è tipica dell’economia dominante. Una visione che è stata smentita dall’evidenza empirica, oltre che dalla logica e dell’analisi economica.

Oltre a queste considerazioni, gli esponenti della maggioranza ne paventano altre, di carattere ancor più classista, che si aggiungono al già ripugnante criterio della residenza nel Paese da almeno dieci anni introdotto su richiesta della Lega agli albori del RdC e accettato dal Movimento 5 Stelle. Tra queste, ne sottolineiamo due. La prima, contenuta nella legge di bilancio, riguarda la decadenza dal beneficio alla prima offerta rifiutata, mentre al momento il RdC sarebbe sospeso al secondo rifiuto: se la congruità dell’offerta fosse considerata su tutto il territorio nazionale, ciò significherebbe che basterebbe declinare un’offerta a 500km da casa per perdere il diritto al sussidio. La seconda, per ora soltanto ipotizzata dal ministro dell’Istruzione (e del merito!) Valditara, concerne la malsana idea di depennare punitivamente dai potenziali beneficiari coloro che non hanno completato gli studi dell’obbligo, come se la loro decisione di abbandonare precocemente gli studi fosse stata dettata da qualcosa di diverso dalle condizioni economiche e sociali che li hanno costretti a cercarsi da campare a 12 anni.

Un’ulteriore modifica presente nel ddl di bilancio riguarda l’obbligo dei percettori di prestare dei lavori socialmente utili presso i Comuni. Una scelta che delinea con ancora più forza il tratto della ‘condizionalità’ del reddito (se non lavori, non prendi il sussidio).

Dalle prime stime, la riduzione della platea dei beneficiari comporterà un risparmio di 743 milioni di euro per le casse dello Stato. Si tratta di un risparmio risibile in termini sia assoluti che relativi (per avere un ordine di grandezza, la spesa pubblica complessiva si aggira attorno ai 1000 miliardi di euro annui, di cui circa 600 per il welfare e, tra questi, circa 9 per il RdC). Un risparmio, dunque, neanche utile, se non in minima parte, a creare un tesoretto da offrire in sacrificio sull’altare dell’austerità. Per questo, come abbiamo avuto modo di vedere, i tagli più pesanti sono rivolti altrove (attraverso, tra l’altro, misure drammatiche alla voce sanità): il Governo Meloni si appresta a fare più austerità del Governo Draghi.

Ma l’obiettivo, stavolta, non è (solo) fare cassa, bensì dare il segnale che ‘la pacchia è finita’, con un atto che non comporta alcun beneficio per le casse dello Stato ma che fa molto, moltissimo danno a un gran numero di persone. È un segnale lanciato a pezzi di elettorato che da sempre hanno in odio il RdC. Un segnale che dice: ecco la manodopera di cui avete bisogno, a cui potrete ora offrire un salario da fame perché non ci sarà più neanche la tutela minima del RdC. Un regalo a padroni e padroncini italici. Una strenna natalizia affiancata all’allargamento del campo di applicazione dei voucher. In una logica, si noti bene, condivisa anche da una parte del cosiddetto centrosinistra, come ci ha ricordato il sempre illuminato Pietro Ichino.

Il Reddito di cittadinanza, così come originariamente congetturato, rappresentava uno strumento di assistenza minimale, e già di per sé con condizioni piuttosto stringenti, finalizzato a garantire un reddito ai meno facoltosi. L’attacco a questa forma di sussidio, già messa alla prova dalle revisioni apportate dal Governo Draghi, rappresenta un ulteriore tentativo di portare a zero gli strumenti di sostegno al reddito. Si tratta di un piano non troppo celato dell’attuale esecutivo, che, oltre agli attacchi mediatici e alle misure di riduzione del parterre dei beneficiari, ne ha infatti previsto la completa abrogazione a partire dal 2024. Un provvedimento che rappresenta la cifra dell’esecutivo Meloni e che più di ogni altra sparata o commento di colore deve farci tenere alta la guardia sulle reali intenzioni dell’attuale compagine governativa.

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08/11/2022

Il governo Meloni ruba i soldi ai poveri

Le “modifiche” del reddito di cittadinanza annunciate dal sottosegretario al lavoro Durigon sono una porcata schiavista contro i poveri.

Passa infatti un principio che è alla base dell’ideologia del peggiore liberismo: i disoccupati sono tali per colpa loro, perché non si danno da fare a sufficienza.

Così il governo Meloni inventa una nuova categoria sociale, che va oltre la distinzione classica tra chi il lavoro ce l’ha e chi no: chi PUÒ lavorare.

Chi può lavorare, anche se nessuno lo fa lavorare, perde il reddito.

Poi c’è la beffa dei “corsi di formazione”, durano sei mesi e non servono assolutamente a nulla. Alla fine se, come è ovvio, il disoccupato sarà ancora tale, tornerà il reddito, ma tagliato del 25% e dopo del 50 ed alla fine del 100. Zero lavoro e zero reddito, questa è la perequazione sociale del governo.

La campagna mediatica e padronale contro i “furbetti del reddito” viene accolta dal governo, che con stentorea fermezza stabilisce che chi rifiuterà anche una sola offerta di lavoro, perderà il reddito anche avendone pieno diritto.

Quale offerta di lavoro, a quali condizioni, in quale parte del paese?

Nulla è previsto, perché chi vuol lavorare deve essere disposto a tutto. Ricordate i proprietari di esercizi vari che in tv insultavano i disoccupati meridionali, perché non volevano emigrare a centinaia di chilometri di distanza per ricevere le paghe di fame che quegli imprenditori offrivano?

Ecco ora “giustizia è fatta”, chi vorrebbe un lavoro sicuro e dignitoso non avrà più il reddito.

Insomma: chi riceve un’offerta di lavoro da schiavi e la rifiuta perde il reddito, chi non riceve neanche quella dopo un po’ lo perde lo stesso.

Con questa infamia il governo pensa di recuperare tre miliardi all’anno.

Ma lo scopo di questa controriforma non è solo quello di rubare soldi ai poveri, per far quadrare i conti di un bilancio che non toglie nulla, anzi fa regali ai ricchi.

No, il governo vuol soprattutto imporre al lavoro un nuovo vincolo oppressivo. Il messaggio di fondo del provvedimento è infatti: dovete lavorare anche per 500 euro al mese, anche in nero, perché sennò morite di fame.

È la stessa funzione della Legge Bossi-Fini per i migranti. Che sono sottoposti al ricatto del padrone, che ha in mano anche il loro permesso di soggiorno, per cui se vengono licenziati diventano anche clandestini.

Ora saranno i poveri a subire il semplice e brutale ricatto della fame: non vuoi fare lo schiavo? Non ci sarà più il reddito a farti mangiare.

Tutto questo produrrà una nuova disponibilità di lavoro a basso prezzo, con un generale abbattimento dei salari, anche per chi è già occupato e per questo Confindustria festeggia.

“La pacchia è finita”, direbbero Meloni e Salvini. E alimentare la guerra tra i poveri è il modo migliore per sfruttarli meglio tutti. Non si è fascisti per caso.

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01/09/2022

L’ossessione per le frodi dei poveri per non accertare quelle dei ricchi

Un caso esemplare quello della polemica per abolire il Reddito di Cittadinanza che sta caratterizzando il dibattito politico per le elezioni del 25 settembre 2022. Sembrerebbe, leggendo i giornali o ascoltando i candidati di TUTTI i partiti, che i problemi economici dell’Italia dipendano dal RdC. Ma non è così.

1.069 miliardi di evasione fiscale sono sfuggiti al sistema dal 2000 a oggi, la metà del Prodotto interno lordo, fino a toccare un minimo di riscossione dello 0,4% dei 49 miliardi di riferimento del 2020, sebbene la statistica sia in buona misura influenzata degli interventi ad hoc dei Governi Conte II e Draghi.

Sono invece 174 milioni di euro quelli intascati indebitamente dai furbetti del Reddito di Cittadinanza, l’1% della spesa totale che è stata di 15 miliardi in due anni, secondo i controlli condotti dai Carabinieri e dalla Guardia di Finanza per un milione e duecentomila famiglie, circa tre milioni e seicentomila persone, che oggi possono mangiare grazie al provvedimento.

I militari durante gli ordinari controlli hanno accertato che a percepire indebitamente l’aiuto economico nel 2019 sono state 11 mila persone, una truffa valutata in 47 milioni di euro.

In tre anni di controlli il sussidio è stato tolto per irregolarità a 117 mila persone. il 4% del totale. Se pensiamo come riportato sopra agli 11 mila del 2019 ci accorgiamo di come i controlli, diventati più stringenti, abbiano contenuto a dovere le truffe.

I dati della Commissione Europea ci raccontano invece un’altra Italia, non quella di chi sopravvive con 500 euro al mese ma quella di chi prospera frodando allo Stato italiano 4 mila euro al secondo nel 2021.

Sono 35,4 miliardi di euro quelli persi dall’Italia per le mancate riscossioni fiscali. Siamo primi in Europa per evasione fiscale, dietro di noi soltanto Romania, Grecia, Malta e Lituania.

Accanto all’evasione da redditi non dichiarati troviamo però altre voci importanti. L’evasione dell’Irpef sul lavoro dipendente valutata nel 2,9% sul totale, che per il lavoro autonomo arriva a un’evasione del 69,9%. Viene evasa l’Iva per il 27,2%, l’Imu al 25,8%, l’Ires per 24,6% e l’Irap al 19,2%.

Come già detto si tratta di metà dell’intero prodotto interno lordo italiano. Ma nel dibattito politico non trovate traccia della lotta all’evasione fiscale. Ci si crogiola nei complimenti al governo Draghi per aver recuperato 6,6 miliardi di evasione, una goccia nel mare, ma nessuno si azzarda a puntare l’indice verso chi è completamente sconosciuto al fisco.

Oltre alla banale annotazione che gli evasori fiscali con ville e piscine sono coloro che più facilmente possono accedere in maniera fraudolenta al Reddito di Cittadinanza, proprio grazie alla mancanza di controlli, molto più facilmente di chi dichiara poche decine di euro in più dei 10 mila euro l’anno al di sotto dei quali si ha diritto al RdC.

Ma della lotta all’evasione fiscale che mina l’intera economia italiana non si parla. Molto più facile accanirsi contro chi con 600 euro al mese deve dar da mangiare alla famiglia. Ditelo ai candidati del vostro partito, chiedetegliene conto, scrivete ai giornali quando puntano con grande gusto l’indice da moralismo d’accatto, quello sì, contro i poveri.

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14/03/2022

Le conseguenze del liberismo e le dinamiche della disuguaglianza

Mentre infuriano i venti di guerra e si consumano le conseguenti tragedie umane, si iniziano a palesare con evidenza le conseguenze indirette sull’economia europea (e non solo), legate ai micidiali aumenti dei prezzi delle materie prime e alla correlata spirale al rialzo di tutti i prezzi che, in assenza di interventi decisi sui salari dei lavoratori, comportano e comporteranno gravi effetti sulle tasche della maggioranza delle persone, acuendo povertà e disuguaglianze sociali. Come la crisi pandemica ha avuto, oltre ai suoi nefasti effetti sanitari, drammatiche conseguenze socio-economiche, con una crescita sostenuta della povertà, l’attuale crisi internazionale sta già scatenando i suoi effetti indiretti sulle classi sociali subalterne e sui lavoratori di gran parte del mondo.

Si tratta dell’ennesima mazzata a collettività che, in Italia come altrove, subiscono da anni le conseguenze di politiche economiche restrittive e crisi che stanno dilaniando il corpo sociale acuendo le disuguaglianze e la povertà.

Il rapporto OXFAM sulle disuguaglianze

Ogni anno la benemerita organizzazione OXFAM (Oxford Committee for Famine Relief), confederazione di ONG dedite alla lotta alla povertà in tutto il mondo, pubblica un rapporto sulle disuguaglianze. Ed ogni anno il rapporto, impietoso, registra il drammatico e inesorabile deterioramento del quadro sia in relazione ai livelli di povertà assoluta e relativa, sia rispetto all’allargamento del divario tra ricchi e poveri.

La crescita delle disuguaglianze all’interno dei paesi e tra i paesi è ormai un fenomeno di lunga durata, che nella stragrande maggioranza delle aree del mondo ha avuto inizio a partire dalla metà degli anni ’80, accelerando poi negli anni ’90 e 2000.

La crisi pandemica ha dato il colpo di grazia ad una situazione già drammatica. Alcuni dati citati dal rapporto ci comunicano con nettezza la dimensione del fenomeno e la direzione delle tendenze più recenti.

Nel periodo pandemico (marzo 2020-dicembre 2021), il patrimonio netto dei dieci miliardari più ricchi del mondo è più che raddoppiato (+119%) in termini reali, superando il valore aggregato di 1.500 miliardi di dollari, oltre sei volte la ricchezza netta del 40% più povero dei cittadini adulti di tutto il mondo. Le 10 persone più ricche del pianeta detengono quindi il sestuplo della ricchezza di 3 miliardi e 200 milioni di persone più povere. E, ancora da soli, i sei miliardari più ricchi del pianeta detengono la stessa ricchezza del 50% più povero della terra. Potrebbero bastare questi due dati per scatenare un moto di indignazione e di ripugnanza sufficiente e per capire di cosa si sta realmente parlando quando si discetta di disuguaglianza, ma andiamo avanti.

I primi dieci ultramiliardari, calcola l’OXFAM, necessiterebbero di 414 anni per spendere le loro fortune al ritmo di 1 milione di dollari al giorno ciascuno. Ed ancora, se il valore della ricchezza netta dei dieci miliardari più ricchi calasse del 99,99% ognuno di loro rimarrebbe ancora all’interno del top 1% più ricco.

A seguire, un altro confronto angosciante che richiama da vicino la gestione globale della crisi pandemica e la disarmante difficoltà che decine di paesi poveri hanno avuto nel promuovere la diffusione dei vaccini: l’incremento di ricchezza, in termini reali, del solo Jeff Bezos, padrone di Amazon – che si litiga da qualche anno con Elon Musk, il ruolo di uomo più ricco del mondo – nei primi 21 mesi della pandemia (+81,5 miliardi di dollari) equivale al costo completo della vaccinazione (tre dosi) per l’intera popolazione mondiale con il costo per dose fissato al costo di produzione del vaccino Pfizer.

Nel periodo intercorso tra il 1995 e il 2021, l’1% più ricco a livello mondiale, in termini patrimoniali, ha beneficiato del 38% dell’incremento di ricchezza generatosi. Appena il 2,3% di tale incremento è andato alla metà più povera della popolazione mondiale.

L’aspetto più drammatico di tutto questo è che a fronte della sfacciata accumulazione di ricchezza da parte di un’oligarchia così incredibilmente ristretta che ne possiamo agilmente conteggiare i membri uno ad uno, si è verificato un aumento non solo della povertà relativa, ma anche della povertà assoluta. Tendenza aggravata nei due anni di pandemia appena trascorsi.

Giova ricordare che la povertà relativa è la situazione in cui una famiglia o un individuo godono di un reddito sensibilmente inferiore alla media del paese in cui vivono, per l’esattezza inferiore al 60% del reddito del valore mediano nella distribuzione del proprio paese. La povertà assoluta è invece una condizione di privazione associata ad un livello di reddito più basso di una determinata soglia tenuto conto del potere di acquisto della moneta in ciascun paese e quindi della quantità di beni e servizi acquistabili con un determinato livello di entrate.

Ebbene, in un mondo nel quale il progresso tecnologico spadroneggia, rivoluzionando i nostri modi di vivere in particolare nei campi delle telecomunicazioni, dell’informatica e dei trasporti, un mondo nel quale ogni anno i consumatori opulenti attendono l’ennesimo modello di cellulare ultrasofisticato in uscita, ebbene in questo mondo la povertà aumenta, non soltanto in termini relativi (come logica implicazione dell’aumento delle disuguaglianze), ma anche in termini assoluti.

La pandemia ha portato a un forte aumento della povertà in tutto il mondo. A seguito del periodo pandemico, dal marzo 2020 l’OXFAM rileva la presenza di 163 milioni di persone povere in più che si trovano in condizioni di povertà assoluta. Nel 2021 oltre 1 miliardo di persone, circa un ottavo dell’umanità, vive in condizioni di povertà definita estrema, cioè nell’impossibilità di provvedere ai bisogni essenziali della vita.

Qualcuno potrebbe credere che queste differenze mostruose siano in buona parte il risultato dei differenziali di sviluppo tra i diversi paesi del mondo. Per capire che non si tratta soltanto di una disuguaglianza tra paesi, entriamo, insieme ad OXFAM, nelle dinamiche distributive interne di alcuni paesi, partendo dalla culla del capitalismo globale.

Negli Stati Uniti, nel 2020, le tre persone più ricche possedevano lo stesso patrimonio della metà più povera della popolazione (circa 160 milioni di persone) e l’1% più ricco dei cittadini deteneva 15 volte la ricchezza posseduta dal 50% più povero.

Viaggiando alla periferia del capitalismo scopriamo che in Indonesia i quattro uomini più ricchi possiedono un patrimonio maggiore dei 100 milioni più poveri (su una popolazione di circa 275 milioni di persone); in Brasile un cittadino che percepisce il salario minimo dovrebbe lavorare 19 anni per guadagnare la stessa cifra che un componente dello 0,1% più ricco della popolazione riceve in un mese; in Nigeria, i soli interessi sul patrimonio percepiti in un anno dall’uomo più ricco del paese sarebbero sufficienti a liberare dalla povertà estrema 2 milioni di persone.

Le dinamiche della distribuzione in Italia

Rientriamo ora a casa nostra e osserviamo che in Italia l’1% più ricco dei cittadini possiede la stessa ricchezza che possiede il 70% più povero e che la ricchezza del 5% più ricco supera quella posseduta da più dell’80% dei più poveri. Nel solo periodo pandemico si sono contati, nel contempo, oltre 1 milione di poveri assoluti in più rispetto al pre-pandemia, arrivando al valore record di persone in stato di povertà assoluta di 5,6 milioni (pari a 2milioni di nuclei familiari).

Anche nel nostro Paese, la quota distributiva della parte della popolazione con i redditi più alti è andata aumentando in maniera considerevole negli ultimi decenni. Come mostra il grafico che segue, a metà degli anni ’80 il 10% più ricco della popolazione e il 50% più povero avevano più o meno la stessa quota del totale dei redditi, all’incirca il 25%. Una situazione che già segnalava una notevole disuguaglianza, ma che era destinata a peggiorare. Da allora, infatti, le distanze tra il 10% più ricco è il 50% più povero sono andate aumentando. Nel 2020 il 10% più ricco della popolazione italiana può contare sul 32% circa dei redditi, mentre il 50% più povero deve accontentarsi di poco più del 20%.

La situazione non migliora se si prende in considerazione la ricchezza. Nel grafico che proponiamo, il confronto è tra le quote di ricchezza dell’1% più ricco e del 50% più povero. Ad oggi, il top 1% detiene all’incirca il 17% della ricchezza totale del Paese, mentre il 50% più povero della popolazione deve accontentarsi del 10%. Rapportando il tutto alla popolazione italiana, si può dire, approssimativamente, che i 600 mila italiani più ricchi hanno una ricchezza che è superiore a quella dei 30 milioni di italiani più poveri. Anche in questo caso, la disuguaglianza si è andata aggravando sempre di più negli ultimi decenni.

La disuguaglianza è una scelta deliberata

Queste cifre spaventose avrebbero un effetto dirompente e angosciante su qualsiasi lettore dotato dei più essenziali sentimenti umani, ma rischiano di rimanere numeri morti atti a suscitare un’indignazione fatalistica, se non corredati da una lucida spiegazione storica e politica.

Tutta la storia dei sistemi economici classisti (dallo schiavismo delle civiltà antiche al feudalesimo medioevale fino ad arrivare al capitalismo moderno) è una storia di sfruttamento e disuguaglianze scandite da enormi differenziali di reddito e ricchezza tra le persone.

Nella storia del capitalismo fino alla prima metà del Novecento, le disuguaglianze economiche non hanno fatto altro che acuirsi, con milioni di persone in condizione di povertà relativa e assoluta a dispetto delle enormi possibilità che il progresso tecnico offriva ed offre, grazie alle quali sarebbe possibile garantire condizioni di benessere economico per tutti.

La direzione della storia muta, almeno in parte, dal secondo quarto del Novecento, dopo la crisi del 1929, e in modo più forte a partire dal secondo dopoguerra per una straordinaria concomitanza di fattori che dà luogo ad un trentennio (1950-1980) in cui per la prima volta nella storia moderna si assiste ad una consistente riduzione delle disuguaglianze tra i paesi e dentro i paesi. In vaste aree del mondo assistiamo a rivoluzioni di stampo socialista e rivolte anticoloniali spesse intrise di contenuto sociale. Nello stesso mondo capitalistico si assiste a un processo di convergenza che, pur non generando una società fondata sulla giustizia sociale ed economica, riduce in modo inedito la distanza tra i primi e gli ultimi nella distribuzione delle risorse.

Sono diversi i fattori che, in quegli anni, concorrono a spostare quote di risorse sociali dall’alto verso il basso sancendo la nascita di una vasta “classe media”, riducendo la povertà e assottigliando la quota di prodotto detenuta dai più ricchi. Politiche economiche incentrate su un ruolo significativo dello Stato dal lato della domanda, con l’obiettivo di una riduzione significativa della disoccupazione; una forte regolamentazione dei mercati; il ruolo attivo dell’impresa pubblica nell’economia; la costruzione dello stato sociale e di un diritto del lavoro garantista con forte ruolo dei sindacati e protezione delle economie nazionali; limitazioni drastiche alla libera circolazione di capitali.

Quando il processo si è spinto troppo in là, le oligarchie capitalistiche hanno dato vita ad una controffensiva storica senza precedenti. La controffensiva ha assunto tinte e ritmi diversi a seconda delle aree del mondo, ma si è sviluppata in modo simile con effetti visibili già a partire dalla fine degli anni ’70 ed ancora più evidenti nei decenni successivi. L’obiettivo era chiaro e semplice: bisognava dismettere a poco a poco il ruolo attivo dello Stato nell’economia tramite riduzione della spesa pubblica e privatizzazioni, deregolamentando i mercati, depotenziando il potere dei sindacati, rimettendo in discussione la forza del diritto del lavoro, mettendo le economie nazionali tra di loro in concorrenza tramite la mobilità dei capitali.

Nel giro di due decenni le lancette della storia dell’intervento pubblico nell’economia hanno iniziato a girare all’inverso, tornando allo spirito dei ruggenti anni ’20 del Novecento. E, mentre i manuali di economia e i nuovi esperti di regime decantavano le virtù dell’economia di mercato finalmente liberata dalla zavorra dello Stato e dei sindacati, promettendo crescita, benessere diffuso e libertà, i fatti e i dati, duri come l’acciaio, raccontavano una storia ben diversa. Una storia in cui gli ultraricchi si stavano riprendendo, a suon di liberismo, quel che avevano perso nei quarant’anni precedenti, e la stragrande maggioranza della popolazione perdeva invece quote distributive in termini relativi in molti casi alimentando persino una crescita della povertà assoluta.

In Italia e in gran parte del mondo, a generare queste forti disuguaglianze sono state scelte politiche volte a rafforzare i capitalisti a scapito dei lavoratori. Chiunque racconti di voler invertire le tendenze della disuguaglianza senza modificare l’apparato ideologico e di policy di stampo liberista che permea, ormai, ai livelli più elevati anche i sistemi giuridici (si pensi al pareggio di bilancio in Costituzione), sta raccontando frottole. L’unico modo per cambiare l’andazzo è ristabilire quelle tutele che gli ultimi decenni di austerità e liberalizzazioni ci hanno portato via. Per farlo, occorre mettere in discussione il discorso ideologico che dagli anni Ottanta ad oggi inquina il dibattito politico, ridotto a lotta per il predominio nell’amministrazione dell’ordinario.

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21/10/2021

Aumentano i poveri, e il Governo attacca il Reddito di Cittadinanza

Nell’ultimo anno quasi due milioni di persone, nel nostro Paese, si sono rivolte a un centro della Caritas per avere un pasto caldo, un posto dove dormire o fare una doccia. Di queste, circa la metà è considerato un ‘nuovo povero’, cioè una persona la cui condizione materiale è peggiorata drammaticamente nell’ultimo anno. Donne (soprattutto con bambini) e giovani tra i 18 e i 34 anni sono tra le categorie più ferocemente colpite. Sono i numeri drammatici che si possono leggere nell’ultimo Rapporto Caritas sulla povertà e l’esclusione sociale in Italia. Dei nuovi poveri, uno su quattro è un lavoratore, il 18% sono pensionati, e solamente uno su cinque è beneficiario del Reddito di Cittadinanza (RdC). Con tempismo perfetto, il Governo Draghi sta discutendo in questi giorni di tagliare le risorse stanziate per questa misura.

I dati Istat ci raccontano, anche, che circa due milioni di famiglie, pari a 5,6 milioni di persone, si trovano in una situazione di povertà assoluta: si tratta di soggetti indigenti, che non raggiungono una soglia di spesa sufficiente a garantire i bisogni essenziali, a testimonianza di una situazione diffusa di sofferenza estrema. La cifra supera gli 8 milioni di persone se facciamo invece riferimento alle persone che versano in una situazione di ‘forte disagio economico’. Nonostante la pandemia abbia lasciato in eredità un milione di indigenti in più, il semplice reperimento di 200 milioni di euro per finanziare il RdC da qui a fine anno, una goccia infinitesimale nel bilancio dello Stato, è servito da scintilla per far partire l’assalto alla diligenza, con la Lega e Italia Viva a scagliarsi contro quello che la loro anima gemella Giorgia Meloni ha definito ‘metadone di Stato’.

Qualche numero può servire a fornire il contesto: il numero di nuclei familiari beneficiari di almeno una mensilità di RdC era di circa un milione nel 2019; negli ultimi due anni questo numero è aumentato fino ai circa un milione e 700 mila dei primi otto mesi del 2021. Di pari passo è aumentato anche l’ammontare di risorse necessario a finanziare la misura, dai poco più di 7 miliardi annui pensati originariamente fino ai quasi 9 miliardi richiesti dalla situazione di crisi che stiamo attraversando da un anno e mezzo. Se le risorse per l’anno corrente sono infine state reperite, l’attenzione si sposta ora sul 2022, per cui mancano all’appello ancora circa 800 milioni di euro. Il fronte è, però, più ampio, e tutte le anime della variegata maggioranza che sostiene il Governo Draghi, con gradi maggiori o minori di ferocia (compresi il segretario del PD Enrico Letta e il presidente del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte), concordano sulla necessità di riformare, modificare e aggiornare il RdC, un giro di parole che vuol dire tagliare le risorse dedicate a questa misura e/o rendere le condizioni di accesso più stringenti e penalizzanti. Si parla, infatti, di una decurtazione di un miliardo di euro da effettuare in tempi rapidi, un taglio che dovrebbe poi raddoppiare a regime.

Ingrediente indispensabile di tutte le argomentazioni addotte a supporto di un tale intervento è il vecchio e banale mito della scarsità delle risorse, che recita più o meno così: ci sono molte cose importanti da realizzare, urgenti e prioritarie, come ad esempio la riforma fiscale o la riforma degli ammortizzatori sociali. Per poter fare ciò, servono soldi, e i soldi – prosegue il mito – non crescono sugli alberi: se spendi un euro in più da una parte, in ossequio ai trattati europei, ne devi spendere uno in meno da un’altra. Un ragionamento particolarmente curioso in questi mesi, trascorsi nell’ebrezza indotta dalla narrazione di una valanga di miliardi in arrivo a cascata dall’Europa solidale. Un ragionamento, oggi e sempre, completamente privo di senso economico, dato che uno Stato può serenamente aumentare i propri livelli di spesa semplicemente decidendo di farlo, contribuendo in tal maniera, tra l’altro, ad aumentare il reddito nazionale e il benessere della popolazione.

Cosa farebbe, quindi, un Governo che volesse rispettare il mantra delle risorse scarse? Secondo i dati forniti dall’INPS, due terzi dei beneficiari del RdC non sono ‘occupabili’, per ragioni anagrafiche (soggetti disoccupati ma prossimi al pensionamento) o a causa di bassi livelli di istruzione. Ecco, quindi, che il taglio dovrebbe ricadere quasi interamente sulle spalle dei circa 1,2 milioni di percettori, un terzo della platea totale, che sono invece reputati ‘idonei’ a partecipare al mercato del lavoro, e pertanto arruolabili dalle imprese. Le idee che filtrano e che sarebbero allo studio rappresentano perfettamente l’idea di un RdC da usare come arma di ricatto e di pressione al ribasso su salari e diritti: assegno decurtato dopo che si rifiuta un lavoro e che va a scalare nel tempo, obbligo di accettare contratti anche di due mesi fino alle suggestioni dell’ex presidente dell’INPS Tito Boeri di un RdC differenziato su base geografica, di un ammontare minore nelle regioni del sud.

Il Reddito di Cittadinanza, fin dalla sua nascita, presentava numerose insidie. È innegabile, però, che abbia fornito, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo, una forma di sussistenza minima per un grande numero di nuclei familiari schiacciati dalla crisi. Il messaggio che il Governo Draghi vuole lanciare, però, è forte e chiaro: se reddito deve essere, che sia minimo e solamente per chi, altrimenti, morirebbe direttamente di fame. Per tutti gli altri, deve diventare un altro, ennesimo strumento con cui spostare i rapporti di forza a favore della classe padronale e spingere per ottenere salari più bassi e condizioni lavorative peggiori.

Mentre i media continuano a dirci quanto il Governo dei competenti sia all’opera per spendere al meglio i fiumi di denaro del PNRR, l’esecutivo va avanti per la sua strada fatta di riforme liberiste volte a smantellare gli ultimi baluardi di stato sociale presenti nel nostro Paese. È in questa prospettiva che va letta la discussione in seno alla maggioranza circa la possibile riforma del Reddito di Cittadinanza, sempre meno considerato un sussidio e sempre più visto come una misura da associare alla riforma degli ammortizzatori sociali, il cui corollario principale siano le politiche attive del lavoro.

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07/09/2021

Continua il “cannoneggiamento” contro il Reddito di Cittadinanza. Adesso ci si mette l’Ocse

Non potevano mancare gli organismi internazionali del capitalismo nel cannoneggiamento in corso contro il Reddito di Cittadinanza. Questa volta è il turno dell’Ocse, l’organismo che riunisce i paesi a capitalismo avanzato. Secondo un rapporto dedicato all’Italia, l'organizzazione è costretta ad ammettere che “Il regime del Reddito di Cittadinanza (RdC), introdotto nel 2019, ha contribuito a ridurre il livello di povertà delle fasce più indigenti della popolazione“, ma proprio per questo, secondo l’Ocse, bisogna “ridurre e assottigliare il Reddito di Cittadinanza per incoraggiare i beneficiari a cercare lavoro nell’economia formale e introdurre un sussidio per i lavoratori a basso reddito“.

Quindi, secondo l’Ocse, il RdC dovrebbe servire solo a “integrare” le basse e bassissime retribuzioni che da anni dilagano in Italia ed hanno fatto esplodere il numero di working poors, cioè persone che lavorano ma con un salario talmente basso da ritrovarsi ben dentro la soglia della povertà relativa.

In realtà l’Ocse, come la pletora di serial killer politici che da tempo tuonano contro il Reddito di Cittadinanza, fingono di ignorare il dato strutturale ammesso anche dall’Istat e di cui abbiamo dato conto qualche settimana fa sul nostro giornale: il problema in Italia è la scarsissima offerta di lavoro da parte delle imprese private e dell’amministrazione pubblica (anche se l’economia politica, che vede sempre il mondo dal lato delle imprese chiama questa domanda e non offerta).

Il lavoro non c’è e non viene richiesto sul “mercato”, mentre quello che c’è non transita tramite i centri per l’impiego e vede proposte retributive indecenti. Nato come provvedimento contro la povertà, malgrado i suoi ispiratori, il RdC è diventato un meccanismo che ha fatto saltare, li dove ha un ruolo socialmente rilevante, il ricatto delle basse e bassissime retribuzioni da parte dei “prenditori”.

È questo il vero motivo del cannoneggiamento contro una misura relativamente poco costosa, che riguarda un numero di nuclei familiari inferiore a quelli precipitati nella povertà relativa (assai più ampia e significativa della povertà assoluta) e sul quale il numero di frodi e furbetti è immensamente inferiore a quello di imprenditori e bottegai.

Come si dice: “un bel tacer non fu mai scritto”.

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03/08/2021

La sofferenza (altrui) è la virtù degli sfruttatori

Un tema che sta particolarmente a cuore alle classi dominanti di ogni epoca è quello della sofferenza. Per i poveri, s’intende.

Dopo un incessante e continuo lavorio del Governo Draghi su varie tematiche (vedasi, tra le altre, alla voce sblocco dei licenziamenti), sembra ora essere diventato fertile il terreno per uno dei prossimi passi: il progressivo abbattimento del reddito di cittadinanza. E chi poteva incaricarsi di aprire le danze, se non uno dei massimi alfieri della lotta non alla povertà, ma ai poveri, ergo Italia Viva capitanata da Matteo Renzi? Nell’ultimo mese il prode di Rignano si è infatti reso protagonista di una escalation continua di dichiarazioni contro il reddito di cittadinanza. Dopo aver attaccato il provvedimento del fu Governo giallo-verde accusandolo di essere diseducativo e clientelare, il nostro torna alla carica affermando ancora più esplicitamente: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela, se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi”. Su questo tipo di attacco hanno subito fatto trapelare il loro malcelato consenso esponenti di varie fazioni, tra cui (immancabilmente) Salvini, Meloni e Calenda.

Non è ovviamente difficile mettere in luce il portato d’odio ferocemente diretto alle fasce più deboli della popolazione che tale operazione politica contiene. Basta infatti riportare alcuni dei dati che il rapporto INPS ha segnalato con specifico riferimento all’applicazione del reddito di cittadinanza. La platea dei tre milioni e settecentomila soggetti che fino ad ora hanno percepito il sussidio beneficiari è infatti composta da un fiume di persone disoccupate di lungo periodo, scoraggiate, disabili e minori. In media l’importo percepito è stato di 583 euro. Questo tipo di intervento sarebbe quindi per Renzi diseducativo. Sì, ma per chi? Ci troviamo qui infatti di fronte a un caso da manuale di avversione dei ceti dominanti nei riguardi di quelle misure che possano in qualche modo costituire un seppur minimo trasferimento di risorse alle classi meno abbienti volto a, minimissimamente, alleviarne la povertà e ridurne la ricattabilità. In tale ottica, sembra chiaro come Renzi si faccia portavoce del desiderio di andare a fare uno screening certosino ad ogni tipo di contributo che possa anche solo pallidamente allontanare le grandi masse di poveri e disgraziati da quella che, in maniera altrettanto candida, Padoa Schioppa definì a suo tempo la “durezza del vivere”. E allora perché non lasciare che proprio l’ex Ministro del fu Governo Prodi ci spieghi per filo e per segno qual è il (neanche tanto) retro pensiero che anima oggigiorno Renzi?

“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.” In maniera esplicita, Padoa Schioppa afferma ciò che Renzi solo accenna: un distillato dell’odio delle classi dominanti, messo nero su bianco.

Eppure, oltre a questo c’è anche un ulteriore dato politico da sottolineare. Il reddito di cittadinanza, insieme a Quota 100, ha rappresentato una novità introdotta dal Governo giallo-verde rispetto al corso generale delle politiche economiche degli ultimi decenni. Ad oggi possiamo però vedere, su un orizzonte più ampio di quello dei mesi immediatamente successivi all’approvazione di queste misure, quale fosse il reale portato politico di quegli interventi. M5S e Lega non avevano infatti altro in mente se non un contentino necessario a dar seguito all’incredibile ondata anti-euro e fintamente anti-sistema che aveva sospinto entrambi i partiti verso percentuali fino ad allora impensabili. Tuttavia, tali contentini non sono stati accompagnati da una adeguata lotta ai vincoli europei, senza la quale, dal punto di vista strettamente economico, il mantenimento di qualsivoglia forma di tutela sociale viene posto immediatamente sotto pressione. In più, dal punto di vista politico, entrambi i partiti si sono immediatamente convertiti all’appoggio all’attuale Governo Draghi, vero alfiere delle ‘riforme strutturali’ che metteranno ulteriormente alle strette lo Stato sociale nostrano.

Quel timidissimo e subito rimangiato passo in una direzione differente può quindi ora essere messo sotto attacco, in modo da potersi riprendere anche qualche briciola inopinatamente caduta dal tavolo dei ricchi verso terra. È allora qui il caso di ricordare come, se implementato a regime, il reddito di cittadinanza possa per vari canali non essere quella panacea di tutti i mali che i suoi sostenitori della prima ora credono possa rappresentare. Tuttavia, le critiche ad una misura di questo tipo volte a metterne in luce criticità e punti deboli nulla debbono avere a che vedere con un ignominioso rigurgito atto a togliere il pane a chi più ne ha bisogno, che in quanto tale va respinto con forza al mittente.

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24/04/2020

Brasile - Le fosse comuni per i morti di Coronavirus



La pandemia di coronavirus, che sta dilagando in tutto il mondo, ha colpito in maniera particolarmente dura il più grande Paese dell’America Latina, il Brasile. Secondo i dati diffusi dal Ministero della Salute lo scorso martedì (21 aprile), i casi confermati sono più di 46.200, con oltre 2.930 decessi. L’epicentro dell’epidemia si trova nella città più grande del Paese, San Paolo. Anche altre regioni, specialmente quelle meno ricche, hanno difficoltà ad affrontare l’epidemia e in diverse città la situazione è ormai al collasso.

È il caso della città di Manaus, capitale dello Stato di Amazonas nel nord del paese. Situata sulle rive del Rio delle Amazzoni, con una popolazione di oltre 2,1 milioni di abitanti, Manaus è anche una zona molto povera. I dati dell’Istituto Brasiliano di Geografia e Statistica (IBGE), pubblicati nel 2018, indicano che il 47,6% degli abitanti della città vive al di sotto della soglia di povertà, e di questi, il 6,3%, (130.000 persone), si trova in condizioni di povertà estrema guadagnando l’equivalente di meno di 35 dollari al mese.

Con un enorme aumento delle morti per coronavirus, la capitale dello Stato si trova con il 96% delle sue unità di terapia intensiva al completo e i servizi funebri a disposizione della popolazione non sono in grado di far fronte al numero crescente di cadaveri. In un video ampiamente diffuso sui social media, si possono vedere cadaveri distesi sul pavimento dell’ospedale in attesa di essere trasportati via, proprio accanto ai pazienti in cura per il Covid-19.

Oltre alle immagini del collasso del sistema sanitario della regione, scene ancor più orribili arrivano dal cimitero pubblico di Nossa Senhora Aparecida, a ovest della città, dove vengono scavate fosse comuni a fronte del rapido aumento dei decessi degli ultimi giorni. Solo nella giornata di lunedì (20 aprile), la città di Manaus ha registrato 156 morti per Covid-19, portando il numero totale dei casi confermati a oltre 2.160 e il numero dei deceduti a più di 200 persone.

Le autorità locali hanno deciso di iniziare ad utilizzare le fosse comuni, centinaia di bare affiancate l’una all’altra in lunghe “trincee”, a causa della mancanza di spazio negli obitori. In un comunicato stampa, l’ufficio del sindaco ha fatto sapere che si stanno seguendo dei protocolli per preservare l’identità dei morti e i legami familiari, evitando il rischio di diffusione del coronavirus. Tuttavia, solo pochi parenti, per un massimo di cinque persone, possono assistere ai funerali.

Il consiglio comunale di Manaus ha comunicato che si è passati da una media di circa 30 sepolture al giorno al recente picco di 120. La situazione potrebbe aggravarsi ulteriormente: le stime di circa 90 sepolture al giorno per il mese di maggio sono state completamente riviste al rialzo, fino a 150 o addirittura 200 al giorno, secondo alcuni membri del consiglio comunale.

Il governo del fascista Bolsonaro è responsabile di questa catastrofe umanitaria e sociale. La sua sconsideratezza nel (non) affrontare l’emergenza sanitaria ha messo in pericolo la vita di milioni di persone, soprattutto di quelle che vivono condizioni già difficili nelle aree più povere del Paese, nelle periferie degradate delle grandi città, nelle campagne ormai distrutte. Le stesse scene le abbiamo viste negli Stati Uniti di Donald Trump: a Hart Island, New York, le bare di pino (quelle poco costose) di centinaia di persone povere, morte a causa del Covid-19, sono state accatastate ed interrate in una gigantesca fossa comune.

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17/04/2020

Il prelievo forzoso è ingiusto e incostituzionale

Il prelievo forzoso è una misura straordinaria che generalmente prende la forma di una tassa che agisce direttamente sui conti correnti: una determinata percentuale dei depositi viene prelevata dallo Stato che se ne appropria. La differenza con le altre tasse “una tantum” sta prevalentemente nel fatto che non è il cittadino a dover pagare, ma è lo Stato a prende direttamente quel che vuole dal conto corrente.

Si tratta di una misura estrema a cui lo Stato ricorre quando non sa come affrontare crisi particolarmente gravi e improvvise. In tempi recenti nel nostro Paese il prelievo forzoso è stato attuato solo dal Governo Amato nel 1992, per far fronte alla svalutazione della Lira innescata da George Soros (lo speculatore finanziario artefice di quasi tutti i colpi di Stato filo statunitensi degli ultimi 30 anni).

Si è tornati insistentemente a parlare di prelievo forzoso nei giorni più difficili della crisi dello spread, cioè quando il Governo si rese conto che l’Italia rischiava il default se non fosse stata in grado d’onorare i titoli di Stato in scadenza.

Ora alcuni “opinion leader” organici alle forze di Governo sono tornati a proporre il prelievo forzoso. Alcuni lo hanno fatto spacciandolo per “tassa patrimoniale”, ma non è affatto la stessa cosa.

Schematizzando al massimo, si può dire che solo i poveri hanno il proprio patrimonio sui conti correnti mentre i ricchi lo hanno prevalentemente in investimenti. Infatti, la “tassa patrimoniale” nella sua accezione genuina e non plasmata agli interessi del capitale, colpisce tutti i patrimoni, quindi anche quelli investiti in attività finanziare, in beni immobili e mobili (in qualche misura anche i depositi sui conti esteri). In sostanza il prelievo forzoso colpisce soprattutto i poveri, mentre la patrimoniale colpisce (o meglio, “potrebbe colpire”) soprattutto i ricchi.

La nostra Costituzione dice che le tasse devono essere progressive (art. 53), cioè ispirate al principio “chi più ha, più dà”. In effetti per quasi tutte le tasse ciò è vero, ma non per il prelievo forzoso che in sostanza è regressivo, perchè risponde al principio “chi più ha, meno dà”.

Come noto, il popolo di norma tiene la propria ricchezza (qui intesa esclusivamente come “risparmi”) depositata sui conti correnti della banca o delle Poste. Solo una parte della popolazione riesce ad utilizzare il risparmio per attività speculative (ad esempio finanziarie). Invece le persone maggiormente abbienti i propri risparmi li investono nella quasi totalità. Costoro sui conti correnti tengono solo le somme che utilizzano per le spese ordinarie o comunque di piccolo importo (almeno per quelle che sono le proprie disponibilità): le classi abbienti hanno solo una piccola parte della propria ricchezza depositata sui conti correnti.

Perciò, se si facesse un prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani, il peso dell’operazione graverebbe maggiormente sulle fasce meno abbienti della popolazione. Un povero dovrebbe pagare la tassa sulla totalità dei propri risparmi, mentre un ricco solo su una piccola quota.

Un esempio numerico può rendere più chiaro il concetto. Mettiamo di avere due persone: un povero e un ricco. Il povero è un lavoratore che tra enormi sacrifici e privazioni riesce a risparmiare qualche soldo che tiene sul proprio conto corrente (anche per far fronte allo smantellamento del welfare). Cioè, il 100% della ricchezza del povero sarà depositata sul conto corrente, poniamo 5.000€ (quindi stiamo facendo l’esempio di un qualcuno non estremamente povero).

Il ricco invece ha un milione di euro (i milionari in Italia sono 400.000, quindi si tratta di un esempio “non estremo”) e per lui non ha senso tenerli fermi su un conto corrente. Quindi li investe in beni (mobili e immobili) o nella finanza, per fargli fruttare interessi e rendite. Costui sul conto corrente tiene solo quei soldi che gli possono servire per fare le spese ordinarie o comunque di piccolo importo: ad esempio 20.000€ cioè il 2% delle proprie ricchezze.

Mettiamo ora il caso che lo Stato decida di fare un prelievo forzoso del 1% sui conti correnti. Al povero toglierà 50€, mentre al ricco toglierà 200€. Apparentemente la tassa potrebbe sembrare equa e progressiva, ma non è affatto così. Infatti in termini percentuali al povero è stato tolto 1% della propria ricchezza, mentre al ricco è stato tolto lo 0,02%. Cioè, sebbene il povero paghi di meno, a lui la tassa pesa 50 volte di più che al ricco.

In termini relativi, con il prelievo forzoso un povero pagherebbe decine di volte di più di un ricco.

Forse non basterebbe neanche fare degli scaglioni per compensare questa stortura.

Di fatto il prelievo forzoso è un’imposta regressiva, che non solo sarebbe incostituzionale, ma rappresenterebbe l’ennesimo e sfacciato attacco contro i lavoratori. Va respinto senza esitazioni.

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02/04/2020

Lo sciacallaggio sui prezzi agricoli

Nell’ultimo mese la quotazione del grano è salita del 6%, la soia del 2% e solo nell’ultima settimana il mais in borsa è aumentato dello 0,7%. Il rischio, secondo la FAO, è quello di un imminente crisi alimentare che si potrebbe verificare a causa della rottura del sistema di produzione-distribuzione globalizzato e per niente resiliente. “Non è ancora un problema di approvvigionamento”, ha commentato il capo economista della FAO, ma “di come governi e imprese reagiranno ai più elevati ritmi di consumo”.

L’Italia, secondo i dati ISMEA, l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, è un Paese in cui l’agricoltura è sempre più votata alla produzione di alimenti di nicchia per l’export, come olio e vino (la cui vendita è aumentata del 5% l’anno scorso) e sempre meno per il mercato interno, basti pensare che in condizioni normali, il 70% della produzione agricola italiana finisce in Francia, Germania, Regno Unito e USA.

Le restrizioni che stiamo vivendo in questi giorni, preannunciano grosse difficoltà per il settore agricolo, e l’Unione Europea non sta prendendo provvedimenti adeguati a sostenere un settore completamente destrutturato dalle PAC degli ultimi 20 anni, ne tantomeno ci si sta preoccupando delle conseguenze che il coronavirus avrà su un mercato globalizzato che si basa sul trasporto di derrate alimentari nelle zone di guerra, o dove la carestia è una condizione quasi ordinaria.

Ma anche alla luce di una totale mancanza di autosufficienza alimentare, secondo la Coldiretti le scorte alimentari attualmente disponibili sul territorio nazionale sarebbero sufficienti per più di due terzi delle materie prime nazionali. Non si capisce quindi perché nell’ultimo mese si stiano verificando situazioni di mero sciacallaggio sul fronte dei beni alimentari.

I dati Codacons registrano infatti un rincaro vertiginoso dei beni alimentari, per alcuni ortaggi anche del +233%. Dal 1 marzo, carote, broccoli e zucchine, ma anche alcuni tipi di frutta hanno subito rincari dal 50 all’80% e l’inflazione, solo in parte legata all’effetto “assalto al supermercato” che ha destabilizzato il sistema di distribuzione, è in molti casi totalmente ingiustificata.

In Cina, ad esempio, i rincari registrati si aggirano al 20%, non certo ai livelli che registriamo nel nostro Paese. Nonostante l’agricoltura nel nostro Paese sia per la stragrande maggioranza dedicata all’export, i 3 milioni di lavoratori impiegati nella filiera alimentare, tra la grande distribuzione e le piccole aziende che hanno continuato a cercare di fornire un servizio a domicilio, riescono a garantire il sistema di distribuzione nei territori.

Non è quindi un problema di disponibilità di beni alimentari, ma in molti casi di sciacallaggio e deregolamentazione sui beni essenziali. La speculazione sulla filiera alimentare, e il rincaro ingiustificato dei prezzi si sta facendo sentire silenziosa nelle tasche di tutti, ma soprattutto di molte famiglie che già prima della crisi faticavano ad arrivare alla fine del mese, dei disoccupati di allora e dei disoccupati di oggi, delle migliaia di precari a cui il decreto Cura Italia ha promesso un sostegno.

Dopo il periodo degli assalti ai supermercati, ora la spesa sta diventando un problema per molti e sono diverse le iniziative di solidarietà di agricoltori, piccoli commercianti e associazioni di vario tipo che si stanno organizzando per distribuire e talvolta offrire la spesa a chi sta pagando un prezzo salatissimo per questa crisi sanitaria. In molte zone è stato attivato il Banco alimentare, i comuni iniziano ad emettere i buoni spesa, cercando di tamponare la mancanza dell’unica azione politica che servirebbe davvero come sostegno alle famiglie: il reddito di emergenza esteso a tutti.

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L’Italia, la povertà e il coronavirus. La polvere sotto il tappeto è diventata valanga

Il sito dell’Inps è andato in tilt nel primo giorno di invio delle richieste per il bonus babysitting e per l’indennità Covid 19 da 600 euro per i lavoratori autonomi. Il sito è stato preso d’assalto dall’una di questa notte in poi provocando un notevole intasamento. Non sono bastate, infatti, le rassicurazioni del ministero del Lavoro e dello stesso Inps che hanno smentito il click day ed escluso la valutazione delle domande in ordine cronologico.

Ma mentre il sito istituzionale dell’Inps, chiamato da solo a far fronte ad una enormità di richieste fatica a reggere l’impatto, nelle aree metropolitane del Meridione, i Comuni stanno cercando di attivare la distribuzione di buoni spesa alimentare per i nuclei familiari in serissime difficoltà dovute alle restrizioni per la pandemia di coronavirus.

A Palermo le domande per accedere ai buoni spesa alimentare del Comune stanno viaggiando al ritmo di quattro richieste al minuto. È un vero e proprio boom di richieste di cibo nell’area metropolitana del Sud diventata il termometro dello stato di bisogno crescente che contiene in sé un forte potenziale di tensione sociale.

Ad un certo punto è stato necessario bloccare momentaneamente le iscrizioni alla piattaforma online per la richiesta di assistenza alimentare attivata dal Comune. In poco tempo erano stati raggiunti gli 11 mila iscritti e il numero continua a crescere al ritmo di oltre 4 al minuto.

Il Comune di Napoli ha deciso di erogare alle famiglie in difficoltà a causa dell’emergenza Coronavirus dei buoni spesa dal valore di 300 euro per nucleo familiare. A questa cifra vanno poi aggiunti 20 euro per chi ha figli di età inferiore ai 12 mesi. Le risorse del fondo sono costituite da risorse comunali, pari a 1 milione di euro, cui si aggiungono i 7 milioni e 500mila euro stanziati dalla Protezione civile e risorse da donazioni di privati. Ai titoli di spesa però sono state applicate delle restrizioni, pertanto non tutti potranno ottenerlo.

Possono infatti accedere al buono spesa alimentare i cittadini residenti nel Comune di Napoli, anche con residenza di prossimità, ma senza reddito o che a causa della crisi lo hanno perso. Non possono invece accedere al buono spesa coloro che percepiscono sostegni pubblici, incluso il reddito di cittadinanza.

Molto più macchinosa appare invece la soluzione messa in campo a Bari, dove l’amministrazione comunale ha predisposto il sistema informatico “Bari ascolta”, ossia una piattaforma che permetterà agli assistenti sociali di effettuare una sorta di censimento di tutti cittadini che vivono un momento di difficoltà e che hanno necessità di accedere agli aiuti che il Comune intende erogare attraverso contributi per l’acquisto di beni alimentari e di prima necessità. Lo farà sotto forma di voucher per la spesa, di kit preconfezionati o di bonus da spendere sempre per l’acquisto di alimenti o beni di prima necessità su una piattaforma on line indicata dagli operatori alle famiglie prese in carico.

Gli assistenti sociali dovranno così creare una sorta di banca dati utile a monitorare costantemente la situazione delle dei nuclei familiari baresi in difficoltà e a verificare le condizioni di accesso delle famiglie o del singolo cittadino in difficoltà, le modalità di sostegno più congrue alla situazione e eventuali ulteriori contributi pubblici percepiti. Solo dopo questa sorta di censimento si potranno valutare le differenti forme di sostegno: un buono spesa determinato nella misura di 100 euro al mese per ogni componente fino ad un massimo di 400 euro al mese. Non sono previsti punti di consegna ed i buoni potranno essere consegnati a domicilio dai volontari “attivati” dal servizio sociale comunale, o ritirati da singoli beneficiari esclusivamente previo appuntamento concordato con l’assistente sociale dedicato o erogati sotto forma di “spesa on line”, con l’ attivazione di log-in e password con cui il cittadino beneficiario potrà effettuare l’ordine su apposite piattaforme di e-commerce nei limiti del budget assegnato al nucleo familiare.

Ma se ci si preoccupa sulla fame dell’oggi, qualcuno indica maggiori preoccupazioni sulla fame di domani con una possibile esplosione dell’aumento dei prezzi alimentari se questa dinamica verrà lasciata ancora una volta ai criteri del libero mercato.

Oggi l’aumento dei prezzi di grano, riso, soia ancora non preoccupa più di tanto ma domani potrebbe diventare drammatico. “Oggi non c’è un vero e proprio allarme sulle derrate alimentari perché il rimbalzo è stato forte, il grano ad esempio è aumentato del 12% la settimana scorsa, però venivamo da 10 anni di cali. Il problema è che tali aumenti sono un indizio di una inversione di tendenza nel breve” afferma Gianclaudio Torlizzi, fondatore di T-Commodity, società di consulenza sulle materie prime, in una intervista all’agenzia Agi, “Rischiamo che il potere di acquisto dei consumatori, già compromesso dalla perdita del lavoro e dalla riduzione dell’attività, venga ulteriormente minato. Bisogna stare attenti perché tutte le rivolte sociali sono sempre partite dal pane”.

“Ci sono persone a cui questa crisi ha tolto il pane di bocca. Se non interveniamo ci saranno rivolte” afferma in una intervista su Il Sole 24 Ore Giovanni Dosi, ordinario di economia alla Scuola superiore Sant’Anna di Pisa, chiamato insieme ad altri esperti dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte per una task force multidisciplinare.

Nei giorni scorsi, in un rapporto inviato alla Presidenza del Consiglio, i servizi di intelligence avevano parlato senza mezzi termini di un “potenziale pericolo di rivolte e ribellioni, spontanee o organizzate”.

In questi anni si è fatta solo e molta retorica sull’aumento della povertà nel nostro paese, ma si è coscientemente nascosta sotto il tappeto l’estensione della povertà relativa (che riguarda anche persone con un lavoro ma a bassa o bassissima retribuzione) preferendo evidenziare la povertà assoluta. La seconda è più gestibile attraverso i circuiti caritatevoli o il terzo settore, la prima chiama in causa invece responsabilità politiche, istituzionali e sindacali.

Ma soprattutto chiama in causa le responsabilità di chi ha fatto scelte che hanno acutizzato spaventosamente le disuguaglianze sociali, sul piano delle basse retribuzioni del lavoro ed inclusi gli effetti della crescente povertà anche sul piano sanitario. E sono gli stessi – come Renzi e la sua banda – che da due anni sparano a pallettoni contro l’unico provvedimento in controtendenza come il reddito di cittadinanza o hanno stoppato misure come l’introduzione del salario minimo.

L’emergenza coronavirus ha solo accentuato, per molti aspetti oltre il limite di guardia per il potere costituito, questa contraddizione. E la polvere messa sotto il tappeto per anni rischia di diventare valanga.

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