Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
02/12/2022
La riforma del RdC del Governo Meloni: comprimere i diritti e disciplinare i lavoratori
Ricordiamo, prima di addentrarci nei dettagli dell’intervento, che il RdC, nonostante i suoi limiti, ha rappresentato un argine alla povertà durante gli scorsi anni, e in particolar modo nei mesi più duri della crisi pandemica, caratterizzati da un crollo del PIL e dell’occupazione. Si stima che il RdC abbia permesso a circa un milione di persone di sfuggire alla povertà assoluta, garantendo un livello minimo di accesso a beni e servizi essenziali. Un importante risultato per quanto riguarda le condizioni materiali di vita di lavoratori a basso reddito e disoccupati, che, come vedremo, rischia di essere messo a repentaglio dalle modifiche che vi apporterà l’attuale esecutivo.
I dettagli della stretta sono contenuti nel disegno di legge di bilancio recentemente “bollinato” dalla Ragioneria dello Stato e presentato alla Camera. La principale modifica, nel brevissimo termine, riguarda la riduzione dei mesi di beneficio per i percettori considerati ‘occupabili’: se, fino a oggi, qualora una richiesta di RdC fosse stata accettata, si sarebbero percepite 12 mensilità in un anno (in un importo variabile in base alla propria condizione familiare), la nuova formula prevede per il 2023 un massimo di 8 mensilità per determinati soggetti. Si tratta di coloro che sono stati definiti dalla vulgata giornalistica e dal governo come “occupabili”, ma in sostanza sono semplicemente coloro che hanno tra i 18 e i 59 anni. Si salvano (per il momento) e, quindi, continueranno a percepire fino a un massimo di 12 mensilità l’anno, le famiglie con minorenni, disabili e anziani con almeno 60 anni d’età.
Ma non finisce qui, perché il RdC, in base al disegno di legge, sarà cancellato dal 2024. A parziale compensazione, si accenna all’introduzione di una nuova forma di sostegno, destinata solo a coloro che saranno ritenuti “non occupabili”. Per ora, però, di questo nuovo strumento non si sa nulla. Di certo, per ora, c’è soltanto che il RdC sarà abolito dal 1° gennaio 2024.
Si stima che il taglio previsto per il 2023 coinvolgerà circa un milione di persone, pari a circa 404 mila nuclei (attualmente – dati da gennaio a ottobre 2022 – a beneficiare di almeno una mensilità di RdC sono state circa 3,6 milioni di persone, pari a circa 1,7 milioni di famiglie). Da un lato, l’esistenza di inoccupabili rappresenta un limite naturale al taglio, in quanto si calcola che circa 2/3 degli attuali percettori non abbiano i requisiti di occupabilità (persone anziane o comunque inabili al lavoro). Tuttavia, limitare la platea di potenziali percettori delle 12 mensilità ai soli “inoccupabili” ha un significato politico ben preciso: di fatto, significa sposare l’idea balzana che un cinquantottenne sia occupabile quanto un ventenne e pensare che coloro che possiedono i requisiti anagrafici per lavorare potranno ‘risolvere’ i loro problemi (ossia trovare un reddito) vendendosi sul mercato del lavoro per un salario dignitoso. Nei fatti, invece, l’obiettivo è un altro: far sì che queste persone siano costrette ad accontentarsi di un salario indegno pur di sopravvivere.
La narrazione del Governo, infatti, cozza con la realtà dei fatti, in quanto il mercato del lavoro in Italia è ad oggi caratterizzato dalla presenza di circa 2 milioni di disoccupati, a cui si aggiungono gli scoraggiati, una significativa fetta di part-time involontari (ossia coloro che lavorano a tempo parziale ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno) e circa 5 milioni di lavoratori poveri (spesso legati a contratti atipici) a testimonianza del fatto che non ci sono sufficienti caselle occupazionali da riempire.
Ma c’è di più: garantire un reddito a coloro che un lavoro non ce l’hanno, pur avendo le capacità di svolgerlo e cercarlo attivamente, significa dare al mercato del lavoro un segnale di quella che può essere una soglia minima salariale in assenza di una legge sul salario minimo. Togliere il sussidio ai disoccupati ‘occupabili’ significa di fatto togliere dal mercato l’indicazione di un pavimento inferiore nella retribuzione per il lavoratore medio. Si tratta di una misura, questa, che sottende un’idea ben specifica circa il funzionamento del mercato del lavoro: l’esistenza di disoccupati, in questa visione, dipenderebbe dalla prevalenza di salari reali troppo elevati, mentre a salari più bassi le imprese sarebbero incentivate ad assumere più lavoratori. Una concezione che, come abbiamo più volte osservato, è tipica dell’economia dominante. Una visione che è stata smentita dall’evidenza empirica, oltre che dalla logica e dell’analisi economica.
Oltre a queste considerazioni, gli esponenti della maggioranza ne paventano altre, di carattere ancor più classista, che si aggiungono al già ripugnante criterio della residenza nel Paese da almeno dieci anni introdotto su richiesta della Lega agli albori del RdC e accettato dal Movimento 5 Stelle. Tra queste, ne sottolineiamo due. La prima, contenuta nella legge di bilancio, riguarda la decadenza dal beneficio alla prima offerta rifiutata, mentre al momento il RdC sarebbe sospeso al secondo rifiuto: se la congruità dell’offerta fosse considerata su tutto il territorio nazionale, ciò significherebbe che basterebbe declinare un’offerta a 500km da casa per perdere il diritto al sussidio. La seconda, per ora soltanto ipotizzata dal ministro dell’Istruzione (e del merito!) Valditara, concerne la malsana idea di depennare punitivamente dai potenziali beneficiari coloro che non hanno completato gli studi dell’obbligo, come se la loro decisione di abbandonare precocemente gli studi fosse stata dettata da qualcosa di diverso dalle condizioni economiche e sociali che li hanno costretti a cercarsi da campare a 12 anni.
Un’ulteriore modifica presente nel ddl di bilancio riguarda l’obbligo dei percettori di prestare dei lavori socialmente utili presso i Comuni. Una scelta che delinea con ancora più forza il tratto della ‘condizionalità’ del reddito (se non lavori, non prendi il sussidio).
Dalle prime stime, la riduzione della platea dei beneficiari comporterà un risparmio di 743 milioni di euro per le casse dello Stato. Si tratta di un risparmio risibile in termini sia assoluti che relativi (per avere un ordine di grandezza, la spesa pubblica complessiva si aggira attorno ai 1000 miliardi di euro annui, di cui circa 600 per il welfare e, tra questi, circa 9 per il RdC). Un risparmio, dunque, neanche utile, se non in minima parte, a creare un tesoretto da offrire in sacrificio sull’altare dell’austerità. Per questo, come abbiamo avuto modo di vedere, i tagli più pesanti sono rivolti altrove (attraverso, tra l’altro, misure drammatiche alla voce sanità): il Governo Meloni si appresta a fare più austerità del Governo Draghi.
Ma l’obiettivo, stavolta, non è (solo) fare cassa, bensì dare il segnale che ‘la pacchia è finita’, con un atto che non comporta alcun beneficio per le casse dello Stato ma che fa molto, moltissimo danno a un gran numero di persone. È un segnale lanciato a pezzi di elettorato che da sempre hanno in odio il RdC. Un segnale che dice: ecco la manodopera di cui avete bisogno, a cui potrete ora offrire un salario da fame perché non ci sarà più neanche la tutela minima del RdC. Un regalo a padroni e padroncini italici. Una strenna natalizia affiancata all’allargamento del campo di applicazione dei voucher. In una logica, si noti bene, condivisa anche da una parte del cosiddetto centrosinistra, come ci ha ricordato il sempre illuminato Pietro Ichino.
Il Reddito di cittadinanza, così come originariamente congetturato, rappresentava uno strumento di assistenza minimale, e già di per sé con condizioni piuttosto stringenti, finalizzato a garantire un reddito ai meno facoltosi. L’attacco a questa forma di sussidio, già messa alla prova dalle revisioni apportate dal Governo Draghi, rappresenta un ulteriore tentativo di portare a zero gli strumenti di sostegno al reddito. Si tratta di un piano non troppo celato dell’attuale esecutivo, che, oltre agli attacchi mediatici e alle misure di riduzione del parterre dei beneficiari, ne ha infatti previsto la completa abrogazione a partire dal 2024. Un provvedimento che rappresenta la cifra dell’esecutivo Meloni e che più di ogni altra sparata o commento di colore deve farci tenere alta la guardia sulle reali intenzioni dell’attuale compagine governativa.
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30/03/2022
Ancora provocazioni ed attacchi contro il Reddito di Cittadinanza
Con l’approssimarsi del voto parlamentare circa l’aumento delle spese militari, nell’ambito del generale riarmo imperialista europeo, quel vecchio esponente del neofascismo – convertito da tempo al chiacchiericcio edonista dei salotti televisivi – che risponde al nome di Ignazio La Russa (attualmente in Fratelli d’Italia), si è prodigato nell’ennesima provocazione: “Utilizziamo i fondi del Reddito di Cittadinanza per finanziare l’aumento delle spese militari”.
Avremmo ignorato tale dichiarazione se questa cosiddetta proposta/suggerimento all’Esecutivo non suonasse come una gravissima offesa alla dignità delle centinaia di migliaia di persone – collocate particolarmente nel Meridione d’Italia, ma anche nelle periferie delle aree metropolitane del Nord – le quali letteralmente sopravvivono con l’ausilio del Reddito di Cittadinanza (che, sia detto con estrema nettezza, è uno strumento limitato, parziale e assolutamente insufficiente, dal punto di vista delle modalità di accesso e della scarsa dotazione finanziaria, a far fronte all’attuale crescente costo di tutti gli indicatori economici di una vita civile).
Emerge ancora una volta – oltre la superficialità stilistica di queste provocazioni antipopolari – la profonda concezione classista, razzista e scopertamente punitiva verso i poveri che questi personaggi squadernano ogni volta che la contingenza politica offre loro la possibilità di mettersi in mostra.
Un vero e proprio Odio di Classe contro un settore sociale che dopo la devastante crisi pandemica globale e sotto i primi effetti dell’economia di guerra è in espansione al Sud come al Nord.
Basta non solo leggere le periodiche indagini statistiche del comparto che indicano un aumento assoluto delle nuove povertà, ma già uno sguardo alle file quotidiane alle Mense Sociali, ai Caf, ai Patronati e alle Parrocchie, basta per cogliere il carattere di massa e diffuso dei variegati fenomeni di povertà e di indigenza che stanno aumentando con tassi di crescita ben al di sopra dell’ordinario.
Ed è in questo contesto – in tale tragedia sociale – che le boutade alla La Russa o di qualsivoglia altro soggetto dovrebbero suscitare un sussulto di rabbia degna per far ingoiare tali insulti.
Intanto – però – tocca a tutti noi, alle organizzazioni anticapitaliste e al sindacalismo conflittuale tentare di rintuzzare, colpo sul colpo, a questo osceno martellamento.
Dobbiamo liberarci da una nefasta subalternità – prima culturale e poi politica – ad una narrazione “lavorista” (di sfruttamento, per dirla giusta) la quale si nutre concretamente di lavoro atipico, malsano e malpagato ed affermare il sacrosanto diritto a campare indipendentemente dalle compatibilità vigenti e dall’insieme dei dispositivi su cui si regge il moderno mercato del lavoro materiale ed immateriale.
L’aver lasciato, sostanzialmente, il monopolio della gestione politica della questione Reddito di Cittadinanza al Movimento 5 Stelle e aver – magari inconsapevolmente – auspicato in una “tenuta politica” di questa forza ha, di fatto, indebolito il già limitato provvedimento legislativo, ma ha contribuito anche all’affermarsi di una schifosa campagna di discriminazione e di colpevolizzazione coatta verso i percettori del RdC, che vengono spesso etichettati con aggettivi di scuola lombrosiana.
Sarebbe ora di non lasciare senza risposte immediate le provocatorie avvisaglie contro il RdC, ricominciando a discutere su come articolare ed intrecciare la questione Reddito con la lotta per il Salario Minimo e con la necessaria mobilitazione contro gli aumenti di prezzi e tariffe.
È ora di prendere parola, di toglierla a chi non ha la legittimità di intervenire e di ritrovare un protagonismo collettivo ed organizzato.
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04/12/2021
Poveri ricchi!! Ma non è invidia, è odio di classe
I ricchi, i “borghesi”, da una trentina d’anni hanno ripreso saldamente in mano le leve del potere e conducono una spietata lotta di classe dall’alto verso il basso. Non occorre scomodare sempre e solo il miliardario Warren Buffet, in Italia è sufficiente sentire gente come Briatore o, peggio ancora, vedere come agiscono concretamente accanendosi contro il Reddito di Cittadinanza (unica misura concreta contro la povertà partorita dai governi degli ultimi trenta anni) oppure sventolando il premio ricevuto per aver contribuito a licenziare430 operai. Ma fiutano anche l’aria e sentono che nei loro riguardi sta montando un odio sociale che vorrebbero esercitare esclusivamente a senso unico.
Ma chi ha in mano soldi, potere e reputazione non solo non vuole sentir parlare di redistribuzione della ricchezza, patrimoniale, progressività delle imposte, non vuole neanche sentire qualcuno che glielo ricordi apertamente o che, come direbbe il prof. Gattei, manifesti egreferenza (1) nei confronti dei padroni. Insomma pretendono anche la pubblica benevolenza o addirittura la riconoscenza.
L’autore e giornalista tedesco Rainer Zitelman (2) si è visto tradurre in italiano il suo libro “Ricchi! Borghesi! Ancora pochi mesi! Come e perché condanniamo chi ha i soldi”, pubblicato pochi giorni fa dall’Istituto Bruno Leoni (un istituto di ossessi e ossessionati ultraliberisti che però ha i suoi zampini nel governo Draghi, ndr) e nel quale ha analizzato l’invidia sociale in cinque paesi: Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Italia e Germania.
Ne parla ampiamente lo stesso Rainer Zitelman in un suo articolo pubblicato su Il Foglio dal titolo “Morte ai ricchi. Storia di un’ossessione”, secondo cui in molti paesi del mondo, si sta alzando una marea crescente di pregiudizi e persino di odio contro i ricchi.
Zitelman scrive che “Recentemente, dei dimostranti hanno eretto una ghigliottina davanti alla casa del fondatore di Amazon, Jeff Bezos, uno degli uomini più ricchi del mondo. La loro protesta è stata pensata con l’intento di richiamare la Rivoluzione francese, durante la quale i rivoluzionari usavano le ghigliottine per giustiziare gli aristocratici (e talvolta anche i loro stessi compagni d’armi). Nella mia città natale, Berlino, anche le manifestazioni “contro la città dei ricchi” erano promosse utilizzando immagini di ghigliottine, e sui manifesti e sugli striscioni era presente lo slogan: “Uccidi il tuo padrone di casa”. Oggi siamo sensibili, e a volte anche qualcosa in più di “sensibili”, ai pregiudizi contro le minoranze. I ricchi sono forse l’unica minoranza contro la quale si ritiene accettabile spargere odio nei talk-show televisivi senza che nessuno si arrabbi”.
Seriamente preoccupato per le sorti dei ricchi, Zitelmann arriva a scrivere che: “I ricchi non hanno preoccupazioni materiali e sono ampiamente ammirati, ma questo è solo un lato della medaglia: l’invidia e l’ostilità nei loro confronti rappresenta invece l’altro lato della medaglia. Nel corso della storia, le minoranze che hanno avuto successo da un punto di vista economico sono state spesso (e lo sono tuttora) bersaglio di ostilità. Sfortunatamente, a volte le parole non rimangono parole, ma si tramutano in fatti. L’unico modo per impedire che parole d’odio diventino azioni d’odio è affrontare e combattere i pregiudizi, compresi quelli che prendono di mira le persone con grandi patrimoni. Anche se non è noto a tutti, recentemente (cioè nel corso del Ventesimo secolo) i ricchi non solo sono stati regolarmente bersaglio di ostilità, ma sono stati anche perseguitati e uccisi”.
Ovviamente tra i casi in cui i ricchi se la sono vista brutta, Zitelmann cita in modo decisamente improprio sia la Rivoluzione Sovietica che i riot contro i commercianti cinesi in Indonesia, cita Cuba e, inesorabilmente, l’Olocausto degli ebrei in Europa. Ma sul piano fiscale ci mette anche la Svezia a causa della alta tassazione sui patrimoni.
A vedere la storia, secondo Zitelmann “In tutto il mondo si accumulano orrori e cadaveri, nella perenne lotta per liberarsi della minaccia costituita dai ricchi: banchieri, mercanti, commercianti, imprenditori…”. In generale, le minoranze prese di mira sono state oggetto di pregiudizi molto prima di essere annientate o allontanate. Di solito erano stati considerati per lungo tempo dei “capri espiatori”, accusati di essere i responsabili per complessi sviluppi sociali che erano incomprensibili alla maggior parte delle persone. Durante le crisi sociali ed economiche, questo odio di lunga data è esploso in violente aggressioni contro queste minoranze che fungevano da capri espiatori”.
Per realizzare il libro, Zitelmann ha utilizzato dei sondaggi condotti da Ipsos Mori che hanno fornito i dati per calcolare un “coefficiente di invidia sociale” in paesi come Francia, Germania, Stati Uniti, Regno Unito e Italia. Più alto è il coefficiente di invidia sociale, maggiore è la porzione di persone, all’interno della popolazione di un paese, che provano astio verso i ricchi.
I coefficienti di invidia sociale registrati in Francia e Germania (pari rispettivamente a 1,26 e 0,97) sono significativamente più alti di quelli riscontrati negli Stati Uniti (0,42) e nel Regno Unito (0,37).
L’Italia, con un coefficiente di invidia sociale dello 0,62 si pone a metà strada tra gli alti coefficienti di Germania e Francia e i bassi coefficienti di Stati Uniti e Gran Bretagna.
Lo studio rivela anche che gli statunitensi più giovani (tra i 16 e i 29 anni) sono molto più critici nei confronti dei ricchi rispetto ai loro connazionali più anziani. Gli statunitensi con oltre 60 anni, invece, hanno un’opinione molto diversa: solo il 15 per cento è d’accordo, mentre il 50 per cento rifiuta categoricamente questo giudizio.
In Italia accade il contrario che negli Stati Uniti: i giovani hanno una visione molto più positiva dei ricchi rispetto agli italiani più anziani. Come detto, la media per l’Italia nel suo complesso è di 0,62. Per gli italiani più giovani, il “coefficiente di invidia sociale” è addirittura di 0,31, mentre per gli italiani più anziani sale fino a posizionarsi al livello di 1,32.
Insomma le “pantere grigie” sembrano avere il dente avvelenato con i ricchi assai più dei giovani. Sarà così forse perché hanno assistito direttamente alle conseguenze sociali della restaurazione di ricchezza, potere e arroganza dei ricchi nel nostro paese dagli anni Ottanta in poi, mentre hanno visto concretamente i benefici sociali e diffusi di quando i ricchi “stavano sotto botta”. E siccome stare sotto botta ai ricchi italiani non è piaciuto affatto, da questo nasce l’odio di classe dei ricchi contro i ceti sociali subaterni ben richiamato da Edoardo Sanguinetti. Ma poi chi li ha visti all’opera come fa – in tutta reciprocità – a non odiarli? Altro che invidia sociale!!
E se qualcuno, come è capitato nel backstage di uno studio televisivo, ti dice: ma perchè voi ce l’avete sempre con le imprese? La faccia che fanno quando rispondi che “voi le chiamate imprese, noi li chiamiamo ancora i padroni!” non ha prezzo.
Ci si può anche trastullare con i coefficienti per provare a giustificare l’ingiustificabile. Ma la realtà, come i fatti, hanno la testa dura. La storia della società è e rimane la storia della lotta tra le classi e non si può accettare che sia solo dall’alto contro il basso.
Note:
(1) Il concetto di “egreferenza” riscoperto dallo storico dell’economia Giorgio Gattei, rappresenta il contrario della “deferenza”, atteggiamento con cui le classi subalterne si rapportavano ai loro padroni prima che il movimento operaio cominciasse a pareggiare i conti. Un atteggiamento “egreferente” non è ancora apertamente oppositivo o antagonista ma manifesta il primo passo verso la fine della subalternità. E’ quello che possiamo vedere nel silenzio ostile quando parlano i padroni o nel fatto che non ci si tolga più il cappello o ci si alzi in piedi in loro presenza. E’ ostilità sorda, vicina e propedeutica alla soglia di esplosione.
(2) Raineir Zitelmann, giornalista del DieWelt, da giovane era maoista ma ben presto scoprì che i ricchi erano più affascinanti dei proletari. Nel 2017 le ricerche di Zitelmann sugli individui con un patrimonio di decine e centinaia di milioni di dollari sono state raccolte nel libro “The Wealth Elite”.
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19/08/2021
In Italia sempre più banchieri milionari
Nel 2019, secondo il rapporto dell’Autorità bancaria europea (Eba) sugli “high earners”, cioè i dirigenti che hanno ricevuto compensi superiori al milione di euro (la cifra include retribuzione di base, bonus e contributi previdenziali), risulta che questi sono aumentati del 17% in Italia, passando da 206 a 241, spartendosi una torta complessiva da 419 milioni di euro.
Nell’intera Unione Europea (i dati rilevati includono per l’ultima volta anche la Gran Bretagna) i manager bancari milionari sono rimasti sostanzialmente stabili, aumentando di uno 0,5% a quota 4.963, di cui il 70,9%, pari a 3.519, concentrati nel Regno Unito. A riferire una notizia che grida vendetta per chiunque abbia avuto la disgrazia o la necessità di rivolgersi ad una banca, è il Sole 24 Ore.
Secondo il giornale della Confindustria, l’aumento dei banchieri milionari in Italia, è il più consistente registrato tra i grandi Paesi europei, con un +17% contro il +15,3% della Francia (da 234 a 270) e il +9,3% della Germania (da 450 a 492).
A perdere posizioni in questa odiosa e particolare classifica è stata la Gran Bretagna, dove quasi un centinaio di banchieri multimilionari ha lasciato il paese prima della sua uscita dall’Unione europea. Certo Londra è ancora saldamente in testa con il 71% dei 4.963 banchieri nella categoria di retribuzione più alta in tutto il blocco europeo nel 2019, in un segno di come, nonostante la Brexit, sia rimasta il più grande centro finanziario d’Europa, con un totale di 380.000 persone impiegate nel settore bancario ma con una quota in discesa dei banchieri al top (-2,6%).
La maggior parte dei banchieri che guadagnano di più nell’UE hanno sede nei principali centri finanziari di Francoforte, Parigi e Milano, con altre sedi a una o due cifre. L’Ue nel 2014 ha messo un tetto ai bonus dei banchieri fissandolo al doppio della paga di base previa approvazione degli azionisti, una misura a cui la Gran Bretagna si è opposta all’epoca ma che finora ha lasciato intatta dopo la Brexit.
Leggendo notizie come queste diventa quasi inevitabile ripassare le parole di Edoardo Sanguinetti sull’odio di classe.
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03/08/2021
La sofferenza (altrui) è la virtù degli sfruttatori
Dopo un incessante e continuo lavorio del Governo Draghi su varie tematiche (vedasi, tra le altre, alla voce sblocco dei licenziamenti), sembra ora essere diventato fertile il terreno per uno dei prossimi passi: il progressivo abbattimento del reddito di cittadinanza. E chi poteva incaricarsi di aprire le danze, se non uno dei massimi alfieri della lotta non alla povertà, ma ai poveri, ergo Italia Viva capitanata da Matteo Renzi? Nell’ultimo mese il prode di Rignano si è infatti reso protagonista di una escalation continua di dichiarazioni contro il reddito di cittadinanza. Dopo aver attaccato il provvedimento del fu Governo giallo-verde accusandolo di essere diseducativo e clientelare, il nostro torna alla carica affermando ancora più esplicitamente: “Io voglio mandare a casa il reddito di cittadinanza perché voglio riaffermare l’idea che la gente deve soffrire, rischiare, provare, correre, giocarsela, se non ce la fai ti diamo una mano, ma bisogna sudare ragazzi”. Su questo tipo di attacco hanno subito fatto trapelare il loro malcelato consenso esponenti di varie fazioni, tra cui (immancabilmente) Salvini, Meloni e Calenda.
Non è ovviamente difficile mettere in luce il portato d’odio ferocemente diretto alle fasce più deboli della popolazione che tale operazione politica contiene. Basta infatti riportare alcuni dei dati che il rapporto INPS ha segnalato con specifico riferimento all’applicazione del reddito di cittadinanza. La platea dei tre milioni e settecentomila soggetti che fino ad ora hanno percepito il sussidio beneficiari è infatti composta da un fiume di persone disoccupate di lungo periodo, scoraggiate, disabili e minori. In media l’importo percepito è stato di 583 euro. Questo tipo di intervento sarebbe quindi per Renzi diseducativo. Sì, ma per chi? Ci troviamo qui infatti di fronte a un caso da manuale di avversione dei ceti dominanti nei riguardi di quelle misure che possano in qualche modo costituire un seppur minimo trasferimento di risorse alle classi meno abbienti volto a, minimissimamente, alleviarne la povertà e ridurne la ricattabilità. In tale ottica, sembra chiaro come Renzi si faccia portavoce del desiderio di andare a fare uno screening certosino ad ogni tipo di contributo che possa anche solo pallidamente allontanare le grandi masse di poveri e disgraziati da quella che, in maniera altrettanto candida, Padoa Schioppa definì a suo tempo la “durezza del vivere”. E allora perché non lasciare che proprio l’ex Ministro del fu Governo Prodi ci spieghi per filo e per segno qual è il (neanche tanto) retro pensiero che anima oggigiorno Renzi?
“Nell’Europa continentale, un programma completo di riforme strutturali deve oggi spaziare nei campi delle pensioni, della sanità, del mercato del lavoro, della scuola e in altri ancora. Ma dev’essere guidato da un unico principio: attenuare quel diaframma di protezioni che nel corso del Ventesimo secolo hanno progressivamente allontanato l’individuo dal contatto diretto con la durezza del vivere, con i rovesci della fortuna, con la sanzione o il premio ai suoi difetti o qualità. Cento, cinquanta anni fa il lavoro era necessità; la buona salute, dono del Signore; la cura del vecchio, atto di pietà familiare; la promozione in ufficio, riconoscimento di un merito; il titolo di studio o l’apprendistato di mestiere, costoso investimento. Il confronto dell’uomo con le difficoltà della vita era sentito, come da antichissimo tempo, quale prova di abilità e di fortuna. È sempre più divenuto il campo della solidarietà dei concittadini verso l’individuo bisognoso, e qui sta la grandezza del modello europeo. Ma è anche degenerato a campo dei diritti che un accidioso individuo, senza più meriti né doveri, rivendica dallo Stato.” In maniera esplicita, Padoa Schioppa afferma ciò che Renzi solo accenna: un distillato dell’odio delle classi dominanti, messo nero su bianco.
Eppure, oltre a questo c’è anche un ulteriore dato politico da sottolineare. Il reddito di cittadinanza, insieme a Quota 100, ha rappresentato una novità introdotta dal Governo giallo-verde rispetto al corso generale delle politiche economiche degli ultimi decenni. Ad oggi possiamo però vedere, su un orizzonte più ampio di quello dei mesi immediatamente successivi all’approvazione di queste misure, quale fosse il reale portato politico di quegli interventi. M5S e Lega non avevano infatti altro in mente se non un contentino necessario a dar seguito all’incredibile ondata anti-euro e fintamente anti-sistema che aveva sospinto entrambi i partiti verso percentuali fino ad allora impensabili. Tuttavia, tali contentini non sono stati accompagnati da una adeguata lotta ai vincoli europei, senza la quale, dal punto di vista strettamente economico, il mantenimento di qualsivoglia forma di tutela sociale viene posto immediatamente sotto pressione. In più, dal punto di vista politico, entrambi i partiti si sono immediatamente convertiti all’appoggio all’attuale Governo Draghi, vero alfiere delle ‘riforme strutturali’ che metteranno ulteriormente alle strette lo Stato sociale nostrano.
Quel timidissimo e subito rimangiato passo in una direzione differente può quindi ora essere messo sotto attacco, in modo da potersi riprendere anche qualche briciola inopinatamente caduta dal tavolo dei ricchi verso terra. È allora qui il caso di ricordare come, se implementato a regime, il reddito di cittadinanza possa per vari canali non essere quella panacea di tutti i mali che i suoi sostenitori della prima ora credono possa rappresentare. Tuttavia, le critiche ad una misura di questo tipo volte a metterne in luce criticità e punti deboli nulla debbono avere a che vedere con un ignominioso rigurgito atto a togliere il pane a chi più ne ha bisogno, che in quanto tale va respinto con forza al mittente.
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11/06/2021
Gli industriali italiani ingrassano, ma vorrebbero scoppiare
Stamane ho letto un articolo de IlSole24Ore in cui si afferma che nel primo trimestre la produzione metalmeccanica è aumentata del 16%, grazie a domanda interna e robusta crescita estera.
In particolare verso Germania (24%), Francia (23%) e Cina (48%), mentre il mercato Usa hanno fatto registrare un -20%. Attenzione, non commiserateli: sono dati fino a marzo, perché ad aprile le esportazioni totali italiane, compresa la metalmeccanica, hanno fatto in Usa +112%.
Oggi è uscito il dato della produzione industriale (+1,8% mese su mese, +78% anno su anno – nel 2020 c’era il lockdown). Hanno battuto tutte le attese, la stessa Confindustria si aspettava mese su mese solo +0,3%.
Quelli che se la passano male sono il commercio e la ristorazione, chiusi per mesi, al contrario delle fabbriche.
Un anno fa scrivevo che il capitale industriale si prendeva spazi che nei decenni passati aveva lasciato al capitale commerciale. Il capitale industriale, fonte di valore, riconquista posizioni in un contesto di deflazione salariale.
Alcuni industriali inondati di commesse si sono spinti, dopo decenni, a fare un po’ di investimenti. Molti invece sono “aiutati” dalle misure governative a loro favore, con un meccanismo di protezionismo fiscale.
Se paragonata a livello europeo (continentale), la performance italiana supera quella di molti paesi.
Se questo è il quadro, uno dovrebbe chiedersi come mai non si favoriscano i redditi, per compensare i forti introiti degli industriali. Ma qui l’economia non c’entra, qui è una feroce ideologia classista che vuole noi proletari alla fame.
Un odio di classe che sarebbe ora ricambiassimo.
Fonte
09/06/2021
Tutti contro il blocco dei licenziamenti: un’istantanea dell’odio di classe
L’ennesima, lunga tragedia che si sta consumando sulle spalle dei lavoratori riguarda il blocco dei licenziamenti. A intervenire nel grottesco teatrino tutto italiano, in cui le giravolte di Salvini e l’accelerata di Draghi avevano messo all’angolo il PD e i sindacati, assecondando tutte le richieste di Confindustria, è stata per ultima la Commissione europea che, solo pochi giorni fa, ha bollato il blocco dei licenziamenti come superfluo e potenzialmente pericoloso. Nulla di nuovo rispetto a ciò che abbiamo avuto modo di criticare in due nostri precedenti interventi. Tuttavia, gli eventi balzati all’onore delle cronache negli ultimi giorni ci permettono di ribadire per l’ennesima volta come posizioni ideologiche e interessate assumano i panni di verità scientifiche che è sempre opportuno confutare, ribaltare e combattere.
Il ragionamento della Commissione europea si svolge come segue: il blocco dei licenziamenti ha riguardato i lavoratori che accedevano alla cassa integrazione; tuttavia, ciò non ha impedito che l’occupazione si riducesse, ma ha limitato l’effetto alle categorie di lavoratori privi di contratti a tempo indeterminato. Per questo motivo una misura come il blocco dei licenziamenti non solo è superflua ma è addirittura dannosa perché discriminerebbe i precari (i cosiddetti outsider) a favore dei tutelati (i cosiddetti insider).
Certo, è una stramba idea di discriminazione quella che ci viene proposta. Se proprio infatti di discriminazione si vuole parlare bisognerebbe risalire indietro nel tempo, almeno al 1997, con le riforme del Pacchetto Treu. Ci si imbatterebbe, così, nella genesi dell’istituzionalizzazione del precariato e di una categoria di lavoratori di serie B sancita per legge, con la scusa che un mercato del lavoro ‘flessibile’ avrebbe garantito delle dinamiche occupazionali migliori. Ed ecco, quindi, un profluvio di nuove forme di contratti di lavoro: lavoro interinale, collaborazioni coordinate e continuative, contratti a progetto. E poi, con le riforme successive, somministrazione di lavoro, co.co.pro., lavoro intermittente, lavoro occasionale. Forme contrattuali ancora presenti nel nostro ordinamento o abrogate e sostituite da nuove forme contrattuali, ma con un comune denominatore: la precarietà della posizione dei lavoratori.
Una volta fatto il danno, però, istituzioni europee, prodi esecutori nazionali e liberisti di ogni sorta si sono subito attivati per sostenere che sì, la precarietà rappresentava un problema, ma tale problema risiedeva nell’eccesso di tutele di cui il resto dei lavoratori ancora godevano. Era il cosiddetto ‘dualismo’ del mercato del lavoro (di cui per altro l’Italia soffre meno che altri paesi europei): l’ennesimo tassello di una retorica falsa, utile ad indebolire i lavoratori tutti e a frammentarne l’unità degli interessi, dunque di classe.
Da un lato, dunque, le istituzioni europee e i solerti esecutori nazionali si sono prodigati per creare una categoria di lavoratori strutturalmente precari, stabilmente sotto ricatto da parte dei datori di lavoro, accanto ai lavoratori coperti dalle tutele preesistenti. Dall’altro, una volta creata tale disparità, si è agitato lo spettro della discriminazione per far sì che non ci fossero più differenze. Ristabilendo dignità e sicurezza del posto di lavoro per tutti? No, tutt’altro. Le politiche del lavoro si sono mosse nella direzione opposta, a tutto interesse dei padroni: gettare il più ampio numero di lavoratori nell’inferno del precariato.
Istituzionalizzato quest’ultimo, in altri termini, si trattava di estenderlo a quanti più lavoratori possibile, nelle forme più variegate. L’apice si è raggiunto con il Jobs Act che, nel 2015, riesce ad intaccare in maniera determinante un totem della legislazione sul lavoro: l’articolo 18. In quella sede, anche in caso di licenziamento economico illegittimo, per tutti i contratti di lavoro sottoscritti dal 7 marzo 2015, veniva previsto l’indennizzo invece che il reintegro per il lavoratore licenziato.
Con la stessa logica, ora si chiede di poter riprendere a licenziare anche i lavoratori attualmente in Cassa Integrazione, argomentando come essi siano privilegiati rispetto ai lavoratori precari i cui contratti non sono stati rinnovati.
Ma il ragionamento ha una sua coerenza interna? No, perché i lavoratori in cassa integrazione (CIG) e fino ad ora non licenziabili sono dipendenti di imprese le cui esigenze produttive si sono ridotte o azzerate. Se queste imprese si sono già sbarazzate di collaboratori o lavoratori a tempo determinato non vi è nessuna ragione per credere che senza blocco dei licenziamenti avrebbero tenuto un precario in luogo di un lavoratore a tempo indeterminato, semplicemente perché le esigenze produttive non richiedono la presenza né dell’uno né dell’altro. I lavoratori in CIG, infatti, per quanto formalmente legati all’impresa non partecipano all’attività produttiva o lo fanno in misura ridotta. Semmai, ciò che manca è una forma di tutela reddituale adeguata, un sussidio, per i lavoratori con contratti atipici. Ma se ciò non è stato fino ad ora previsto è perché la logica stessa della flessibilità del mercato del lavoro richiede che i lavoratori siano continuamente ricattabili, propensi ad accettare salari da fame, anche se ciò viene descritto come “incentivo a cercare attivamente lavoro”.
È inoltre fondata la speranza che una riduzione delle tutele degli insider, richiesta a gran voce dall’Unione europea e dagli economisti di ispirazione liberista, possa favorire un miglioramento delle condizioni degli outsider? La risposta, ovviamente, è no. È anzi probabile che un ulteriore peggioramento della posizione contrattuale dei lavoratori a tempo indeterminato peggiori le condizioni di lavoro di tutte le lavoratrici e di tutti i lavoratori. Non solo, infatti, si renderebbe più debole la classe lavoratrice, ma prevedendo, ad esempio, un ridimensionamento dei sussidi di disoccupazione, si ridurrebbe una fonte di reddito che nelle fasi di crisi rappresenta un importante sostegno alla domanda. I sussidi di disoccupazione, infatti, contribuiscono a mitigare la caduta dei consumi dei lavoratori licenziati, impedendo che l’impatto della crisi in termini di disoccupazione sia ancora più devastante.
Ma allora perché accanirsi così tanto contro questa misura che la stessa Commissione europea definisce “superflua” poiché non in grado di ostacolare l’aggiustamento delle imprese? È presto detto: perché licenziare ora, dopo che per un anno i salari dei propri dipendenti sono stati pagati dallo Stato tramite la CIG, permetterà alle imprese di riassumere, quando le esigenze produttive torneranno ai livelli pre-Covid, con contratti di lavoro peggiori una classe lavoratrice sfiancata da un lungo periodo di crisi ed alta disoccupazione.
Ancora una volta, le istituzioni europee fanno il lavoro per cui sono nate: ridurre il più possibile le tutele del posto di lavoro, in modo da rendere la vita più facile ai padroni, permettendo loro di lucrare più facilmente sulla pelle dei lavoratori. Non ci vuole, infatti, un particolare sforzo di fantasia per vedere che lo schema che sta dietro le ricette di austerità, liberalizzazione e deregolamentazione del mercato del lavoro, lungi dall’essere l’applicazione di precetti tecnico-scientifici di buon governo, è uno e uno solo: creare una classe lavoratrice spaventata, ricattabile, docile e alla mercé del capitale, pronta ad accettare, pur di portare a casa la pagnotta, ogni ulteriore forma di sfruttamento e ogni riduzione dei propri diritti e delle proprie retribuzioni, a tutto favore dei profitti. Soltanto tenendo presente quelli che sono gli obiettivi di fondo di queste politiche è possibile, volta per volta, smascherare gli inganni della dottrina liberista e rispondere agli attacchi ai diritti dei lavoratori.
14/11/2020
Una tassa su chi lavora in smart working, l’indecente proposta di Deutsche Bank
Ma il livello raggiunto da Deutsche Bank è di una spanna superiore a Cacciari o gli opinionisti liberali. In un documento sul come e sul dove trovare i soldi per i sussidi dedicati a chi, per colpa del Covid e delle misure anti Covid, ha perso il lavoro o ha visto diminuire il proprio salario, Deutsche Bank (una delle banche più “tossiche” d’Europa, con una montagna di derivati-spazzatura in pancia, ndr) avanza la proposta di una tassa straordinaria del 5% sui salari dei lavoratori e delle lavoratrici in smart working.
Gli analisti di DB descrivono lo smart working come un “privilegio” quasi intollerabile. Il lavoratore o la lavoratrice che lavora da casa infatti rappresenta secondo loro un doppio problema.
Il primo è che può utilizzare i vantaggi che ne derivano mantenendo lo stipendio pieno ma riducendo i costi di trasporto, del pranzo fuori casa e addirittura dell’abbigliamento (lavorare da casa consente mise assai più “frugali”).
Il secondo è che proprio non spendendo per questi fattori… consuma meno e “non fanno girare l’economia”. Secondo Luke Templeman, lo “strategist” di Deutsche Bank, “questo è un grande problema”.
Chiedere ad un banchiere di avere una visione complessiva è come chiedere a Salvini di fare la persona seria.
Abbiamo scritto spesso in questi mesi sulle controindicazioni dello smart working. Ad esempio le aziende ci hanno guadagnato in produttività, ma hanno ridotto i benefit previsti per i lavoratori attivi in sede. Non solo. Molto spesso sono le aziende a richiedere lo smart working e tendenzialmente risparmieranno enormemente su affitti o costi dei locali, pulizie e macchinari, avendo minore necessità di spazi.
In secondo luogo, i costi dei mezzi di produzione (elettricità, rete internet e in alcuni casi un computer adeguato) non sono più a carico delle aziende, ma del lavoratore. Poi c’è il fatto – a nostro avviso il peggiore – della fine della separazione tra tempo di lavoro e tempo non di lavoro, che sta portando ad un allungamento fattuale della giornata lavorativa ma con lo stesso salario.
Infine, ma non per importanza, è indicativo che una banca, se deve pensare a dove reperire risorse (per i sussidi a chi se la sta passando male in tempi di emergenza pandemica e di crisi sociale), non riesce a trovare altro che tassare i salari di lavoratori e lavoratrici – quelli che le tasse le pagano già alla fonte e non hanno modo di evaderle, eluderle o di portare i salari in un paradiso fiscale...
Mai e poi mai ad una banca o ad un banchiere può venire in mente che le risorse si potrebbero prendere lì dove sono in abbondanza e cioè dai loro patrimoni e da quelli dei loro più facoltosi clienti ed azionisti.
Giustamente il poeta e scrittore Sanguineti invitava a non perdere mai il senso dell’odio di classe. Gente come quelli della Deutsche Bank sono li a rammentarci che le parole di Sanguineti sono vere, realistiche, efficaci come pietre.
Fonte
04/08/2020
L’odio di classe di Galli della Loggia
È una normalità nuova che puzza di ‘800, naturalmente. Perché la classe dominante, in specie i propri scriba (ammessi al salotto buono, ma sempre sul divano in fondo...), non ritengono più necessario rispettare un compromesso sulle “forme”, visto che quelli sulla “sostanza” (il rapporto di dominio nei luoghi della produzione e complessivamente nella società) sono stati aboliti.
Insomma, se un Carlo Bonomi, neo-presidente bocconiano di Confindustria, può permettersi di ripetere ogni giorno che le imprese debbono poter licenziare subito, senza attendere la fine della cassa integrazione straordinaria o in deroga che il governo vuol mantenere fino alla fine dell’anno; se lo stesso può indicare come “normale” l’abolizione dei contratti nazionali di lavoro e il pieno dominio dell’impresa sui dipendenti...
Perché mai non si può scrivere che i poveri – proprio come gli “extracomunitari”! – sono disgraziati senza speranza, “invidiosi” della ricchezza e addirittura “untori consapevoli”, meritevoli dunque della più dura punizione?
Direte voi: “ma avviene quasi tutti i giorni, sui giornalacci della destra o nelle trasmissioni Rete4 style...”
Vero. Ma ormai la “tendenza culturale” ha fatto breccia persino nel Corriere della Sera (che, qualcuno ricorderà, è da sempre il “salotto buono della borghesia italiana”, ora europea ed “europeista”, ci mancherebbe...). E addirittura nelle colonne degli editoriali a firma di Ernesto Galli della Loggia, censore di facili costumi con un archeologico passato “di sinistra”.
Un cumulo di scemenze che trasuda un “odio di classe” così esplicito che non si vedeva dai tempi dell’ancien regime, probabilmente. Quasi paradossale, in tempi in cui ogni quacquaraqua ben inserito nei quartieri alti si esercita in intemerate “contro l’odio”…
Un “crollo di stile” che ha scandalizzato, giustamente, anche un giovane ma beneducato cronista della rispettabile rivista Wired.
A voi il suo articolo, ovviamente senza privarvi del “piacere” – diciamo così – del “DellaLoggia-pensiero”... Ma in fondo, molto in fondo...
Simone Cosimi
L’editorialista del Corriere della Sera ha unito movida dei meno abbienti e coronavirus, accusando i giovani del “torbido proposito di seminare il contagio” fra i ricchi: com’è possibile pubblicare cose simili sul principale quotidiano italiano?
In uno scenario degno di un film di George Romero, l’editoriale di ieri di Ernesto Galli della Loggia in prima pagina sul Corriere della Sera disegnava i centri storici delle nostre grandi città come assediati da orde di giovani untori fuggiti dai recinti elettrificati delle periferie e pronti a infettare i salotti buoni “sputando sui citofoni dei fortunati che abitano in centro” in una sorta di confusa rivalsa di classe (sì, ha scritto proprio come nel virgolettato).
Secondo lo storico commentatore del principale quotidiano italiano, il “tema delle periferie” – che dovrebbe essere il cuore del suo articolo – si legherebbe in questo modo all’emergenza sanitaria. Come se Trastevere, piazza di Spagna, Navigli o Brera fossero ogni notte meta di “spedizioni punitive notturne senza mascherine” (lo citiamo ancora, e ancora increduli) simili a invasioni barbariche. Alcuni passi del prestigioso commento non fanno nemmeno lo sforzo di non sembrare parole da ancient regime:
Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società ‘per bene’ insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere
Come si possano usare certi termini, o anche solo avere questa mancanza totale di comprensione del mondo, sul più importante quotidiano italiano rimane un mistero. Ma il punto è anche un altro, cioè il retroterra che si nasconde dietro quella riflessione, che più che una riflessione sembra un riflesso incondizionato, una specie di scatto d’autoconservazione.
Altro che cancel culture: in Italia finisce nero su bianco il primo rigurgito che ci scappa sulla tastiera. Eppure il tema sarebbe enorme: perché affidarlo a chi evidentemente non possiede né la voglia né gli strumenti per approfondirlo in modo serio? Suonerà scontato ad alcuni, ma il Guardian o il Washington Post avrebbero mai pubblicato una tirata del genere, mettendo in gioco la loro rispettabilità?
“Da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate?”– scrive lo storico e accademico – “da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla?”.
Scopriamo così, con un clima angosciante che monta quasi come in un polpettone verista ottocentesco, che “al calar d’ogni sera” l’esercito della movida – sempre lui, quello che nei periodi più bui aveva addirittura tentato di riconquistare i Navigli – si rovescia nelle piazze e nei centri storici delle città.
Per quale ragione? Non eventualmente per bersi una birra e farsi una chiacchierata, ma perché ha un piano diabolico. I giovani sono “posseduti da un desiderio di rivalsa” che oggi si manifesta nel fregarsene di precauzioni e mascherine, facendosi “beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza”.
Se non facesse ridere sembrerebbe una descrizione della peste manzoniana, una favolaccia da teoria del complotto: e invece è Galli della Loggia nel 2020. Siamo al limite delle allucinazioni: non solo con una sciocca generalizzazione, ma anche con una grave mancanza di consapevolezza di come funzionano le città italiane.
A parte che nei centri storici non abita quasi più nessuno, e la desertificazione di questi mesi – specie a Roma – racconta semmai il contrario: che le città stanno scontando il fatto di aver pensato i loro nuclei antichi poco più che come parchi giochi per i turisti e scacchieri della rendita edilizia e commerciale a favore di piattaforme digitali che ne consentono una – non sempre trasparente – monetizzazione. Senza i turisti, infatti, si vede davvero poca gente in giro. E sarebbe ancora di meno se i reietti delle periferie così vituperati dall’editorialista non si concedessero un gelato e una passeggiata per godere delle loro bellezze in questa strana estate senza visitatori.
Il passaggio successivo del commento serve a inchiodare i veri responsabili: sono proprio loro, i giovani della periferia, non altri, quelli che stanno diffondendo la pandemia notturna nei sani e puliti corpi dei borghesi; sono bestie feroci che vogliono avvelenare i pochi esemplari rari rimasti a presidio della civiltà. Colpa loro, amici dei salotti, dato che ci sputano il virus sui citofoni: purtroppo vivono una “drammatica condizione di disagio, di diseguaglianza di standard socio-culturali” che li spinge a trasformarsi in spietati untori vendicativi a cui non resta che “l’arma della rappresaglia”. Gente evidentemente senza valori, geneticamente predisposta al contagio più degli altri, pronta come in una stampa medievale all’assedio della rocca.
Il conflitto di classe, anzi di classi, esiste ancora, per carità. Si consuma fra stabilità e precariato, fra ricca rendita e lavoro sottopagato, sulla formazione e sulle prospettive familiari. E senza dubbio, in molti casi, è esacerbato dall’emergenza abitativa, dal controllo del territorio della criminalità organizzata, dal fallimento di alcuni faraonici progetti (come, a Roma, le dimenticate nuove centralità urbane), da città sempre più grandi e peggio servite. Ma questi interventi, questa roba qui non servono ad alimentare un dibattito serio: sono ottimo materiale comico che speriamo qualcuno – magari Zerocalcare? – recuperi presto in uno sketch o in una tavola. Così che si possa giustificare la carta su cui sono stati stampati, quantomeno.
L'"editoriale" del della Loggia
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05/02/2020
Se incontri Benetton, poi ti commuove la concessione ad Autostrade
Nei giorni scorso, ne abbiamo parlato anche noi, i leader sardinisti erano scivolati sulla classica buccia di banana incontrando Luciano Benetton in una delle sue “factory della creatività”, su invito del fotografo Oliviero Toscani.
“Un’ingenuità”, si erano subito difesi, che non voleva significare un appoggio al padrone (via Atlantia) dei caselli autostradali, da tempo in panico per la possibile – ma sempre meno probabile – revoca della concessione per la gestione delle tratte di competenza di Autostrade spa.
Poi, ieri, Santori viene intervistato dall’Huffington Post Italia (veicolato dal gruppo Repubblica-L’Espresso), anzi direttamente dal suo vicedirettore, Alessandro De Angelis. Che ovviamente gli chiede:
Voi avete sottoposto una vostra agenda a Conte. Se vi chiede un parere su Autostrade, siete per la revoca o no?Benvenuto, Mattia, nel mondo reale dei costruttori che campano di appalti pubblici sulle infrastrutture, che si arricchiscono dilatando i tempi di costruzione e imponendo “revisioni dei costi” a getto continuo. Altro che “Qualcosa non funziona”...
Conte viene dal mondo del diritto e sa meglio di noi che per recedere un contratto in essere ci deve essere una giusta causa che deve essere comprovata dalla magistratura. Il tema che interessa davvero i cittadini è capire quando si tornerà ad avere una visione strategica delle infrastrutture viarie che sono uno di quei nodi irrisolti che separano il Sud dal resto del Paese. Negli anni ’60 per fare l’A1 Bologna-Firenze ci sono voluti 6 anni. Per la Variante di Valico, inaugurata nel 2015, ce ne sono voluti 32. Qualcosa non funziona.
Però il cuore della domanda è la concessione autostradale, e qui Santori dimostra di essere ben poco competente in diritto (mentre Giuseppe Conte, ahilui, è docente di diritto privato), oltre che soggettivamente “dalla parte di Benetton” nella lunga diatriba pubblica che oppone fautori della revoca della concessione (soltanto i grillini, e forse nemmeno tutti) e servi del padrone (tutti gli altri, con Lega e Pd in testa).
Neanche noi siamo docenti di diritto, ma anche una veloce ricerca nelle pubblicazioni specializzate in materia fornisce una risposta secca e univoca. Questa:
La fine anticipata di un rapporto concessorio è prevista nei due distinti casi di decadenza e revoca:In pratica, per revocare una concessione non c’è alcun bisogno che sia stato commesso un reato scoperto e comprovato dalla magistratura”, come fa finta di spiegare il povero Mattia; basta infatti che ci sia “il mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse”.
- la prima ipotesi ricorre qualora il concessionario sia gravemente inadempiente delle disposizioni previste nelle convenzioni, le quali ‘individuano puntualmente le fattispecie di gravi inadempimenti contrattuali […] a titolo esemplificativo, il mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse, la mancata tenuta della contabilità analitica, il mancato mantenimento di adeguati requisiti di solidità economico-patrimoniale.
E il crollo di Ponte Morandi, con le sue 43 vittime e il blocco pluriennale del traffico su quella tratta, è un caso clamoroso di “mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse”.
Insomma, lo Stato italiano non ha alcun bisogno di aspettare una sentenza definitiva (tre gradi di giudizio e almeno una decina di anni dal momento della strage...) prima di revocare la concessione ai Benetton. Bastava e basta la foto delle macerie del ponte.
Se, ad un anno e mezzo dalla strage, questa revoca non è ancora avvenuta, ciò dipende solo dalla impresentabile classe politica nazionale, pressoché tutta beneficiaria di “contributi elettorali” molto sostanziosi da parte di tutte le grandi imprese, Benetton compresi. E nel primo governo Conte – quello “gialloverde” – il ruolo dei lobbisti pro-Atlantia era svolto dalla Lega di Salvini. Nel secondo, giallo-blu, questa infamia è svolta dal Pd.
Poteva una “cinghia di trasmissione” veicolare un parere differente?
Il povero Mattia Santori proprio non se l’è sentita. Dimostrando, una volta di più, che in una società fortemente diseguale ogni tema politico ed economico è costitutivamente divisivo. Perché gli interessi di alcuni penalizzano quelli degli altri.
Se fai finta di essere super partes, come sempre accade, in realtà stai dalla parte dei più forti. Cioè delle carogne.
E te lo ricordano soprattutto i parenti di quelle 43 vittime completamente innocenti: “Ogni giorno ci aspettiamo, ormai da quasi 18 mesi qualche nuova pensata, ogni tanto qualcuno usa i nostri morti per mettersi in mostra o per comunicare idiozie. Ho sentito registrate delle esternazioni, inopportune e confuse di Toscani”.
È il commento di Egle Possetti, presidente del comitato in ricordo delle vittime del ponte Morandi di Genova, in risposta alle parole di Oliviero Toscani che durante una trasmissione radiofonica aveva detto: “A chi interessa che caschi un ponte, smettiamola”. Se qualcuno vuol sapere cos’è una “logica di classe” basta che si rilegga questa frase, che scaturisce sa un sentimento semplice: “tutto quel che sta nel mondo di sotto non conta nulla, per noi”.
“Ovviamente – sottolinea Possetti – a lui potrà non interessare che sia caduto un ponte in Italia nel 2018, potrebbe essere che lui viaggi sempre in elicottero, in effetti passare su un ponte francamente è un po’ da ‘plebei’, purtroppo tanti italiani ci viaggiano ogni giorno e qualche persona sotto a ‘quel ponte’ ci è rimasta per sempre, certamente non per qualche strano fulmine vagante. 43 morti innocenti per lui conteranno poco, ma per noi erano tutto”.
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21/01/2020
Tre persone come sei milioni. Se questa è umanità...
La novità è che questa volta l’organizzazione che documenta ricchezza e povertà nel mondo, oltre al solito quadro globale ci ha fornito quello dell’Italia. E come accade sempre, quello che accade nel mondo diventa più sconvolgente se ti capita in casa.
Qui in Italia l’1% più ricco possiede lo stesso patrimonio del 70% della restante popolazione. Per capirci 600.000 persone hanno denaro e beni come 42 milioni di persone.
Ma il dato ancora più sconvolgente è che i tre uomini più ricchi d’Italia hanno una ricchezza pari a tutto ciò che possono mettere assieme i 6 milioni più poveri. Per capirci i signori Del Vecchio, Ferrero e Armani, che secondo in dati Forbes del 2019 sono i primi miliardari del nostro paese, con un patrimonio che in tre fa oltre 55 miliardi, valgono ognuno come 2 milioni di cittadini più poveri.
Può un solo essere umano valere in ricchezza materiale come due milioni di suoi simili? No. Non c’è abilità, capacità, successo che possa far sembrare giusta questa distribuzione così iniqua della ricchezza. Questo non è merito, questa è ingiustizia sociale estrema. E non è solo una questione di soldi, ma di potere e dignità. Quando milioni di persone pesano come pochi privilegiati, allora è la selezione e lo scarto delle vite che prevale, è la stesso valore complessivo del genere umano che viene messo in discussione.
Ce l’ho coi tre ricconi? No, so che anche essi in fondo sono prodotti del sistema, anche se con Balzac tendo a credere che nessuna grande ricchezza sia innocente. Però è il sistema che ha prodotto questa deformazione mostruosa della umanità. È il capitalismo questo sistema, i cui effetti nefasti in parte eravamo riusciti a mitigare, mentre ora si scatenano di nuovo, con la dittatura dei mercati ed il liberismo, che hanno soggiogato la politica.
Redistribuire la ricchezza, portare via un poco di soldi ai signori Del Vecchio, Ferrero, Armani e compagnia per pagare case, scuole, ospedali, servizi sociali non è solo un atto di giustizia economica, ma il primo passo per ribaltare un sistema di svalutazione del genere umano che non può più essere accettato senza degradare moralmente.
Il ritorno del fascismo e del razzismo non viene dai social, ma da una distribuzione della ricchezza che ci ha riportato indietro di più di un secolo e che con la sua ferocia sociale alimenta la ferocia dei sentimenti. Non c’é democrazia in un paese dove una sola persona vale come due milioni. Per questo l’odio per il capitalismo è una sano sentimento democratico.
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29/12/2019
L’odio di classe in cifre, da conoscere
Apre così un articolo di due giorni fa pubblicato sul Il Sole 24 Ore online, a firma Barbara Ganz, dove si da conto di una ricerca pubblicata dalla Fondazione Claudio Sabattini sui bilanci di tutte le aziende attive con più di 50 dipendenti nel territorio dell’autonomia differenziata (nell’area di Milano per la Lombardia, di Reggio Emilia per l’Emilia Romagna e il Veneto) nei settori delle «attività metallurgiche, la fabbricazione di prodotti in metalli (esclusi macchinari e attrezzature), la fabbricazione di computer, prodotti di elettronica e ottica, la fabbricazione di apparecchiature elettriche, la fabbricazione di macchinari e apparecchiature nca, la fabbricazione di autoveicoli, rimorchi e semirimorchi, la fabbricazione di altri mezzi di trasporto, la riparazione e installazione di macchine e apparecchiature».
La ricerca, commissionata dalla Fiom veneta, mostra dei risultati che sono l’esempio di una delle espressioni con cui si manifesta l’“odio di classe”: in Veneto, gli utili aziendali nel periodo 2010-2018 sono cresciuti del 100%, i salari tre volte meno (+37%); se invece si fa riferimento al triennio che va dal 2015 al 2018 – in pratica dal Jobs Act in poi – il profitto padronale è cresciuto del 40%, i salari di appena il 5%.
Che questo sia un segreto di Pulcinella, almeno per i lettori del nostro giornale, dovrebbe essere oramai chiaro. Periodicamente infatti diamo notizia di studi che riportano questa situazione, peraltro spesso pubblicati da quelle istituzioni che di certo non hanno nessun ruolo nell’ipotesi di cambiamento del paese (come Mediobanca o Istat).
Ma l’importanza di questa nuova prova è data dal fatto che:
i) il 2020 sarà l’anno di scadenza del contratto nazionale per i metalmeccanici (il settore maggiormente interessato dalla ricerca);
ii) questa sia stata commissionata dalla Fiom-Cgil.
Antonio Silvestri, segretario proprio della Fiom-Cgil Veneto, si affretta allora a precisare che il modello di sviluppo veneto è «basato su bassi salari e scarsi investimenti, con il profitto unico riferimento ricercato perseguendo la via bassa della competitività, basata sullo sfruttamento e sulla precarietà», mentre Luca Trevisan, della segreteria nazionale, sottolinea che questo dovrà «entrare nella discussione in sede di rinnovo del Ccnl».
Fate il palio con le dichiarazioni pre-natalizie di Landini («il 2020 sarà un anno di lotta, serve un nuovo Statuto dei lavoratori»), condite con il ruolo che la Cgil ha avuto nel massacro del Lavoro negli ultimi anni – di comune accordo sia con Cisl e Uil sia con la Confindustria, sempre nel perimetro dell’Ue, come dimostrano il “Patto per la fabbrica” e quello “per l’Europa” – e sembra di essere entrati immediatamente in campagna elettorale per le prossime politiche. Le quali, seppur previste di norma per il 2023, con lo spettro del MES e le dimissioni del ministro Fioramonti sembrano (il dubbio è d’obbligo) avvicinarsi un po’ di più.
Si potrebbe almeno pensare, come spesso assumono i modelli economici propinati nelle accademie del “mondo occidentale”, che l’impresa abbia reinvestito tutti i propri utili, favorendo lo sviluppo tecnologico e perciò la produttività del lavoro (più output ottenuti per ogni unità di lavoro impiegata) e la competitività sul mercato internazionale (di prezzo o di qualità di prodotto).
E invece no, perché come riporta Ganz «l’indagine mostra anche come questa ricchezza non si stata neppure utilizzata per investimenti». Detta altrimenti, con questo livello di salari l’imprenditore non ha nessuna necessità (di volontà neanche a parlarne) di giocarsi la partita “contro la merce” delle imprese concorrenti (partita che richiederebbe al minimo investimenti in ricerca e sviluppo così come in formazione dei, o assunzione di nuovi, dipendenti, con conseguente aumento dei salari per via delle maggiori competenze da remunerare): per assicurarsi la sua quota di profitto punta invece sul plusvalore assoluto.
Per coloro che facessero notare come in realtà i salari siano di fatto aumentati, rispondiamo che nelle statistiche riportate dal Sole sembra si tenga conto (non si escludono, topcodare nel linguaggio accademico) di quelli di quadri e dirigenti di grado più alto. La loro esclusione avrebbe invece ridotto di molto il tasso di crescita perché, come mostra il grafico di seguito su uno studio basato in Usa sul rapporto stipendio/salario tra dirigenti e operai, la differenza di remunerazione del primo è arrivata, nel 2015, a un valore medio di 275 volte il secondo.
Questo significa che in termini di valore assoluto per contratto la maggior quota di crescita sarebbe appannaggio di un numero minoritario di lavoratori, e non dei tanti con contratto da operaio o al massimo da impiegato.
La scorsa settimana è stato rinnovato il Ccnl dei medici: dopo 10 anni di attesa, aumento di 200 euro lordi al mese, ed è stato talmente soddisfacente (eufemismo) che già si parla del prossimo. Come anticipato, nel 2020 sarà la volta dei metalmeccanici, così come dei lavoratori della logistica e del terziario, per un totale secondo il Cnel di 4 milioni (6 se si aggiunge moda, ambiente, cooperative sociosanitarie ed edilizia) di dipendenti che andranno a scadenza.
Landini lancia un nuovo “Statuto dei lavoratori”. Un brivido ci pervade su cosa potrebbe significare, considerando l’immobilismo dei maggiori confederali quando si trattò di smantellare l’art. 18 di quello attuale. Di salario minimo, Potere al Popolo e Usb a parte (i tentennamenti dei Cinque stelle arrivano perfino alle loro proposte, con il ministro Catalfo che prima presenta su questo un progetto di legge, poi dichiara che Germania e Italia sono sempre più vicine in ambito di politiche del lavoro... do you remember Piano Hartz?), nessuna traccia.
«L’indagine mostra una realtà che i lavoratori conoscono bene e che hanno provato sulla loro pelle: la crisi l’hanno pagata interamente loro» afferma sempre Silvestri.
Vuoi vedere che l’“indignazione di circostanza” di Landini e soci è di nuovo fumo negli occhi?
Fonte
20/12/2019
I ricchi ci odiano, vanno contraccambiati. Un rapporto di Mediobanca spiega perchè
I valori sono stati calcolati dall’Area Studi di Mediobanca, ed equivalgono a 14,4 volte il costo medio del lavoro delle imprese quotate (erano 18,5 volte nel 2017). Ma il rapporto aumenta a 24,4 volte (32,8 nel 2017) nel caso di società con una capitalizzazione superiore a un miliardo.
Lo studio di Mediobanca ha analizzato la campagna compensi dell’anno 2017 di 230 imprese con sede in Italia quotate all’Mta (Mercato telematico azionario), il listino principale della Borsa.
C’è poi un dettaglio. Il rapporto curato da Mediobanca rileva le retribuzioni pagate per ogni carica, ma senza fare il cumulo per le cariche eventualmente ricoperte dalla stessa persona (ci sono casi di amministratori delegati che sono anche direttori generali).
Il rapporto non fa i nomi dei manager superpagati, ma qualcosa in più si riesce a sapere. Secondo Mediobanca l'amministratore delegato più pagato per la singola carica ha guadagnato 5,986 milioni lordi (9,132 milioni lordi nel 2017): è Philippe Donnet delle Generali. Tra i presidenti il compenso più alto è 7,006 milioni (4,068 milioni nel 2017) ed è quello di Massimo Della Porta, della Saes Getters.
Se invece si fa il cumulo di tutte le cariche manageriali, il più pagato risulta essere Carlo Cimbri, (che è appunto amministratore delegato e direttore generale del gruppo Unipol) con 7,917 milioni lordi nel 2018. Il secondo è Giovanni Tamburi, anche lui presidente e amministratore delegato di Tip, con 7,7 milioni. Il terzo è il già citato Della Porta, il quarto è Remo Ruffini, presidente e a.d. di Moncler, con 6,515 milioni. Il quinto è Claudio Descalzi, presidente e a.d. dell’Eni, con 6,456 milioni. Il sesto è Donnet. Il settimo è Pierroberto Folgiero, a.d. e d.g. di Maire Tecnimont, con 5,952 milioni. L’ottavo è Giovanni Castellucci, ex a.d. e d.g. di Atlantia, con 5,688 milioni. Il nono Carlo Messina, a.d. e d.g. di Intesa Sanpaolo, con 5,658 milioni. Il decimo è Pietro Salini, a.d. di Salini Impregilo, con 5,608 milioni.
La ricerca di Mediobanca esclude però le società “italiane” che hanno trasferito la sede legale all’estero, come Fca, Ferrari, Cnh Industrial, Exor (domiciliate in Olanda), o quotate su mercati esteri (Prada a Hong Kong, Luxottica quotata a Parigi dopo la fusione con Essilor). Altra differenza rilevante è che questo studio non considera le somme percepite per inizio o cessazione carica, mentre include i benefici non monetari (i cosiddetti benefit). Nello studio di Mediobanca non appaiono i guadagni dello scomparso Sergio Marchionne, ex numero uno di Fca, Ferrari, Cnh, che secondo il bilancio di Exor ha percepito 28,27 milioni lordi nel 2018. Non viene rilevato neanche il presidente e a.d. di Exor e presidente di Fca, John Elkann, con 8,95 milioni nel 2018. Tra i presidenti, considerando anche la somma erogata per la risoluzione del rapporto di lavoro, si segnala Fedele Confalonieri (Mediaset) che nel 2018 ha totalizzato 9,55 milioni, più di Della Porta.
Il Sole 24 Ore precisa poi che ci sono i compensi variabili basati su strumenti finanziari, come azioni gratuite o stock option, i «compensi equity». Per questi ultimi, fa notare Mediobanca, «la logica di computo» delle Relazioni sulla remunerazione «non segue un criterio di cassa ma uno basato sulla competenza contabile delle componenti equity anche relative a esercizi precedenti e valorizzate in base al fair value. Quest’ultimo non rappresenta il valore effettivamente pagato o ottenuto dai beneficiari dei piani basati su strumenti finanziari, quanto invece il costo contabilizzato dalla società secondo un criterio di competenza durante il periodo di maturazione».
Inutile sottolineare come il settore con il compenso medio più elevato per l’amministratore delegato sia quello finanziario (assicurazioni) con 4,34 milioni, rispetto a 1,97 milioni per le banche e a 1,05 milioni per l’industria.
La ricerca ha raccolto informazioni su 3.543 amministratori, direttori generali e sindaci. Il 66% sono uomini, il 34% donne. Il totale generale dei compensi è pari a 605,5 milioni, inferiore al monte compensi di 666,9 milioni del 2017. I compensi medi sono calcolati sulle cariche ricoperte per 12 mesi (2.371 posizioni). La ricerca evidenzia una «discriminazione dei compensi per genere». Le donne sono pagate meno degli uomini, perché hanno accesso inferiore alle cariche esecutive. Il compenso medio di un a.d. per un uomo è 874mila euro, per una donna 474.400. Il divario salariale tra uomini e donne è diminuito (-31,1% per l’a.d.), ma rimane elevato.
E sul versante delle retribuzioni delle lavoratrici e dei lavoratori, invece, com’è la situazione?
Secondo il Sole 24 Ore, la retribuzione media annua lorda dei dipendenti pubblici è di 34.491, euro ma il valore cambia a seconda dei comparti passando dai 28.440 euro della scuola (in calo di circa 800 euro rispetto al 2008) ai 137.294 medi della magistratura (in aumento di 11.000 euro sul 2008). Insieme alla scuola risultano al di sotto dei 30mila euro i dipendenti di regioni ed autonomie locali (28.632) e di poco superiori a 30mila sono quelli dei dipendenti dei ministeri.
Lo stipendio medio di un operaio è invece di 1.300 euro netti al mese (circa 23.300 € lordi all’anno), inferiore di 250 euro (-16%) rispetto alla retribuzione mensile media in Italia. Ma è appunto una retribuzione media tra quella di un operaio con meno di 3 anni di esperienza lavorativa che può aspettarsi uno stipendio medio complessivo di circa 980 euro netti al mese. Un operaio con 4-9 anni di esperienza, può avere uno stipendio medio di circa 1.230 euro, mentre un operaio esperto con 10-20 anni di esperienza guadagna in media 1.600 €.
Sulle retribuzioni dei lavoratori pesano poi le disuguaglianze territoriali. La Lombardia è in cima alla classifica delle regioni italiane in cui si percepisce lo stipendio più alto. La media è di 31.692 € all’anno (lieve calo rispetto al 2017 quando la retribuzione media era di 31.711 € annui). Seguono Trentino Alto Adige ed Emilia Romagna. In Emilia Romagna siamo a 30.455 euro lordi all’anno. A Messina la retribuzione media è 23.668, a Palermo di 27.646 euro lordi all’anno. Inoltre nelle retribuzioni dei lavoratori dipendenti si stima in quasi 3.000 euro lordi annui il differenziale tra le buste paga di maschi (30.521 euro di ral) e femmine (26.634).
Questa ridda di numeri dice molto e spiega ancora meglio la “contraddizione” di classe sulla quale insistiamo. Un mese fa insieme a Potere al Popolo abbiamo dato vita ad una giornata nazionale di lotta per la redistribuzione della ricchezza. Provocatoriamente abbiamo sostenuto di “non essere in debito ma in credito”. Ai 32mila euro a testa di debito pubblico con cui ci minacciano e ricattano ogni giorno, abbiamo rivendicato il credito di 141mila euro di ricchezza privata esistente nel nostro paese.
Di fronte alle argomentazioni messe in campo la gente ha smesso di guardarci come marziani. Probabilmente non ha letto lo studio di Mediobanca sulle altissime retribuzioni dei manager ma sa farsi con molta precisione i conti in tasca e valutare la situazione, un po’ come la Cuoca di Lenin.
L’odio di classe non è affatto disdicevole, è salutare.
Fonte
19/12/2019
L'“odio padronale”, sull’Huffington Post
“Combattere l’odio”...
L’establishment “democratico” ha lanciato da mesi una campagna politica e mediatica che gira compulsivamente intorno a questo termine, con parecchi problemi di identificazione. Che vuol dire? Con chi ce l’hanno?
La prima risposta, la più semplice, è ufficiale: con la destra sguaiata, a cominciare da Matteo Salvini. Cui però non vengono addebitate le allucinanti prese di posizione (sui migranti, la cannabis light, le invocazioni alla madonna che fanno saltare sulla sedia pure i vescovi, ecc.), ma “il linguaggio” attraverso cui le veicola. Poi basta che il Truce si mostri per un giorno “responsabile”, mentre invoca un “comitato di salvezza nazionale” magari capitanato da Mario Draghi, e tutto rientra nella normalità.
Però la campagna contro “l’odio” continua e investe sempre nuovi soggetti (chi critica Israele e sostiene la causa dei palestinesi, chi prova a spiegare che “i padroni” non sono affatto “persone perbene”, chi appoggia “stati canaglia” come il Venezuela e Cuba, di tutto un po’...).
Poi capita che uno dei capifila della campagna “contro l’odio” – La Stampa di Torino, prima venduta dagli Agnelli a De Benedetti e poi ricomprata insieme a tutto il gruppo Repubblica-L’Espresso – esca con un articolo gonfio d’odio (di classe) contro i poveri ridipinti come “bestie”. E che giustamente Giorgio Cremaschi li castighi da par suo...
Un caso isolato? Una smarronata casuale di un giornalista poco disintossicato dalla “cura” contro l’odio?
Non pare. Ci è capitato nello stesso giorno di leggere sull’Huffington Post Italia – veicolato online da Repubblica, stesso gruppo, stessi padroni – due articoli completamente opposti.
Il primo, di Teresa Marchesi, fin da titolo ci è risultato simpatico e “vicino”: Ci voleva il compagno Ken Loach per raccontare i corrieri dell’e-commerce: i nuovi schiavi senza padrone. Un recensione empatica dell’ultimo film del tenacissimo regista inglese (“Sorry we missed you”, ossia “ci dispiace, ti abbiamo licenziato”), da sempre schierato senza se e senza ma con gli sfruttati.
Un pezzo che coglie davvero il cuore della questione del lavoro nell’“economia delle piattaforme”: “Ken Loach registra il nuovo lessico delle società: non più ‘dipendente’ ma ‘prestatore di servizio’, non più salario ma ‘onorario’. ‘Non lavorerai per noi ma ‘con’ noi”, gli dicono. Una franchise: suona bene. Non c’è più un padrone a sfruttarti, ti sfrutti da solo. Perché il controllo computerizzato che garantisce la tracciabilità ininterrotta dei plichi multa ogni intoppo ‘sull’ora di arrivo stimata’. Tutti hanno a bordo la bottiglia per pisciare. Se non lavori un giorno, anche soltanto un’ora, devi pagare qualcuno che ti sostituisca.”
Bene, applausi. Sinceri.
Appena più sotto, invece, ci sbatte negli occhi un pezzo che dire di destra padronale è poco, fin dal titolo: “La Francia degli scioperi senza fine. Tanto paga il sindacato”. Leggiamo, convinti di aver capito male, o magari sperando che il titolista non abbia colto il vero senso dello scritto.
Speranza delusa subito... “Arrivati al tredicesimo giorno di sciopero dei trasporti (contando anche i tre giorni di sciopero generale il 5, il 10 e il 17 dicembre) con il sindacato dei ferrovieri che minaccia di bloccare i treni di Natale e quello dei conduttori del metro e dei bus parigini (Rapt) che non vuole neanche sentir parlare (“C’est hors de question”, dicono) di “regimi speciali” (in pensione a 52 anni con assegni medi di 3.700 euro), ora comincia la battaglia dell’opinione pubblica in una Francia che si alza alle cinque del mattino per raggiungere in qualche modo il posto di lavoro ma che ha una paura boia di perdere i vantaggi di un sistema pensionistico ancora tutto retributivo, unico in Europa insieme con la Svezia.”
Il gioco retorico è banale, sempre lo stesso: descrivere chi sciopera come un “privilegiato” e contrapporgli i poveretti che non riescono a raggiungere il posto di lavoro a causa della mobilitazione. I primi sarebbero “pochi”, i secondi quasi tutti. Anche l’astio contro il “metodo retributivo” di calcolo della pensione – lo stesso che c’era anche in Italia prima della “riforma Dini”, 1996, poi peggiorata da tutte le riforme successiva fino al golpe della Fornero – rientra nella normalità del pensiero neoliberista che trova insopportabile che le pensioni siano sufficienti per vivere. Magari c’è anche qualche falsità qua e là – in pensione a 52 anni con assegni medi di 3.700 euro, per un ferroviere, ancorché francese, sembrano decisamente troppi per esser veri – ma, insomma, mica si può essere troppo precisi, quando si scrive un’invettiva...
Già, perché il pezzo di Giuseppe Corsentino (che ci tiene a qualificarsi “giornalista da 40 anni”) è un’intemerata contro l’esistenza stessa dei sindacati. A cominciare ovviamente dalla “cassa di resistenza”, accantonata con le tessere di iscrizione dei lavoratori e altre attività economiche. Leggiamo:
“Ma al tredicesimo giorno di sciopero c’è un’altra domanda, molto più semplice, in agenda: come fanno macchinisti, autisti (ma anche infermieri e insegnanti e dipendenti pubblici) a resistere a due, tre, dieci, quindici giorni di sciopero con la busta paga quasi azzerata dalle trattenute?
La risposta sta in una piccola cifra – sette euro e 30 centesimi – che non è l’argent de poche dei nuovi rivoluzionari ma il rimborso che le confederazioni sindacali riconoscono ai loro iscritti in sciopero. Sette euro e 30 centesimi per ogni ora di astensione dal lavoro che, alla fine, fanno 50-60 euro al giorno. Quanto basta per resistere secondo le vecchie logiche novecentesche.”
La domanda che neanche passa per la testa al Corsentino è altrettanto semplice: ma che altro dovrebbe fare, un sindacato, per tutelare i propri iscritti quando non hanno altro modo di difendersi se non lo sciopero (con ovvia perdita sullo stipendio)? Calcolando che comunque, se “paga” i lavoratori, vede svuotarsi nella stessa misura anche la cassa...?
Sì, certo, un sindacato contratta con la controparte, fa compromessi (quasi sempre pessimi, qualche volta discreti come sullo “Statuto dei lavoratori” nel 1970), qualche volta – se corrotto – “vende” la causa dei lavoratori in cambio di privilegi per la “struttura” (partecipazione a fondi pensione, enti bilaterali, ecc.).
Ma la “cassa di resistenza” è il primo, più antico, più nobile degli strumenti organizzativi di un sindacato. Quello che consente, al di là della determinazione collettiva degli scioperanti, di resistere un minuto più del padrone. Perché, per ogni ora di sciopero, tra chi perde salario e chi perde una (piccola) quota di profitto, lo squilibrio è altissimo, e in qualche modo va ridotto...
L’odio antisindacale di Corsentino, insomma, è l’espressione diretta di un pensiero padronale che pretende che tutti i lavoratori stiano nella condizione dei disperati raccontati da Ken Loach: soli, senza alcuna tutela, possibilmente senza salario e persino “senza padrone” (formalmente; in pratica c’è, eccome!). Schiavi silenziosi, impossibilitati anche a resistere un solo minuto. Perché senza un’organizzazione di cui far parte, in qualche modo; senza dimensione, visione, forza collettive.
La domanda che rimane a noi, dopo la lettura, è: ma come fanno due articoli così diversi a stare nello stesso giornale?
Anche la risposta è semplice: quello “vero” parla di relazioni industriali e rapporti di forza politici, di odio per la resistenza dei lavoratori; quello “umano” parla di cinema.
E tra realtà e immaginario, sapete anche voi cosa pensino davvero “i padroni”... Qualunque linguaggio usino, anche quello più “educato”, ci odiano.
Fonte
09/10/2019
Il Joker e l’odio di classe
La settimana passata è arrivato al cinema il Joker di Todd Phillip, e ci ha consegnato una terza iconica versione cinematografica del personaggio della DC Comics, dopo quella interpretata da Jack Nicholson (diretto da Tim Burton) e da Heath Ledger (nel secondo capitolo della trilogia del cavaliere oscuro di Nolan).
Il film con protagonista Joaquin Phoenix è un film molto cupo, angosciante e disturbante, che ha buone probabilità di lasciare uno spettatore turbato, e che non a caso sta suscitando molte polemiche negli USA. Il debito nei confronti della filmografia di Martin Scorsese, che infatti era inizialmente legato al progetto come produttore, è evidente, ed esteticamente il film regala delle sequenze di grande pregio artistico.
La sua vittoria a Venezia ha suscitato scalpore, e molti si sono stupiti che un “cinecomics” avesse guadagnato un premio così prestigioso. Posto che “cinecomics” è un termine sostanzialmente insensato (i fumetti sono un media molto variegato, e connotare un film in quanto tratto da un fumetto ha lo stesso senso che connotarlo in quanto tratto da un libro), lo stupore è parzialmente giustificato dal fatto che non tanto il film deriva da un fumetto, ma proprio da quel mondo supereroistico (e dal pantheon dei personaggi di una delle due case editrici maggiori) che fino ad ora avevano ispirato film di tutt’altro genere.
Questo Joker è elegantemente collocato nell’universo narrativo di Batman, ma affronta un personaggio già reinterpretato decine di volte in una maniera inedita, affrontando temi problematici e controversi.
Innanzitutto è la prima volta (ma non sono assolutamente un’autorità in materia quindi potrei sbagliarmi) che vedo il Joker presentato come un malato mentale. Non come un pazzo cartonato, non come un genio del crimine, ma come una persona affetta da una patologia, derivante da una vita di abusi, traumi ed emarginazione sociale. La follia del Joker non viene (quasi per niente) glamourizzata, ma rimane per tutto il film un disturbo reale e realistico, magistralmente resa da un Joaquin Phoenix che la telecamera non abbandona per un secondo. La recitazione sopra le righe, esagerata addirittura, di Phoenix ben rende il disagio di una persona che non si comporta “normalmente”, che non riesce a nascondere il profondo disturbo che lo riempie e che è tragicamente consapevole sia di quanto questa sofferenza sia visibile sia di quanto disagio crei in chi gli sta intorno.
Ma il principale elemento di novità consiste nel fatto che si tratta del primo film Hollywoodiano, per quanto posso ricordare, che affronta direttamente del tema dell’odio di classe. Attenzione, non è assolutamente la prima volta che una produzione americana parla di conflitto di classe, anzi. Il tema della lotta di classe necessariamente appare nella produzione artistica, anche di massa, in un sistema capitalista, e in particolare dall’inizio della crisi è stato un fiorire di film che pongono la questione della contrapposizione tra una élite e la massa della popolazione.
Ma conflitto di classe e odio di classe sono due cose distinte, e per la prima volta qui si parla dell’odio puro nei confronti dei padroni del mondo, di chi ha una posizione sociale dominante. Un odio intorno al quale non si costruisce una giustificazione morale e che, in realtà, non si indaga neanche particolarmente: viene presentato come una cosa pura, primitiva, una condizione di fatto.
Una caratteristica peculiare è che questo odio di classe non si riduce ad una storia individuale. Quella del personaggio di Arthur Fleck (il vero nome di questa versione della nemesi di Batman) non è una storia di odio di classe. È una storia di disperazione, di abusi, di malattia mentale. I suoi omicidi non hanno alcuna pretesa di giustificazione sociale: Arthur ammazza persone che gli hanno fatto torto, indipendentemente dalla loro posizione nella società.
No, l’odio di classe è il contesto all’interno del quale la storia del Joker si dispiega.
La tensione sociale è chiara dai primi minuti del film, in cui ci viene presentata una città messa in ginocchio da uno sciopero a oltranza dei netturbini. La Gotham che ci presenta Phillips è lancinata da fratture sociali che nel climax del film si manifesteranno in tutta la loro potenza.
La storia personale di Arthur si intreccia dialetticamente con questo contesto durante tutto il film: il suo primo (triplice) omicidio è quasi di auto-difesa, verso sì dei finanzieri membri dell’élite cittadina, ma quasi per caso – solo il giorno prima era stato picchiato con dinamiche simili da ragazzini dei quartieri popolari.
È la città a riempire questi omicidi di significato sociale. La stampa ipotizza che i tre fossero stati uccisi in quanto ricchi, l’élite cittadina (incarnata da Thomas Wayne) parla di invidia sociale e con disprezzo definisce “clown” tutti coloro che non hanno combinato niente nella vita, e sempre più persone si riappropriano di questo termine, indossano maschere da pagliaccio, manifestano contro il potere e contro i ricchi. I giornali arrivano al punto di titolare “Uccidere i ricchi – Un nuovo movimento?”. Tutto questo non è parte di un piano diabolico del Joker, ma è la reazione spontanea di una società attraversata da brucianti contraddizioni.
Le azioni di Arthur influenzano quindi la società, e al contempo le azioni della “massa rabbiosa” hanno conseguenze dirette sulla storia di Arthur: sia a livello psicologico, facendolo sentire importante, facendogli sentire “che esiste”, sia, in almeno due occasioni, a livello pratico - quando approfittando della folla riesce a entrare a teatro e quando è inseguito dai due detective.
Arthur subisce gli effetti delle reazionarie politiche di austerità quando lo sportello psicologico che lo aveva in carico chiude, e lui si trova impossibilitato a procurarsi le medicine di cui ha bisogno. Tuttavia le motivazioni di Arthur non diventano mai direttamente quelle della folla che a lui si ispira.
Anche la sua avversione verso Thomas Wayne è legata non tanto alle loro differenti posizioni sociali, quanto ai deliri della madre (probabilmente, anche se sulla credibilità di Penny Fleck rimane un elegante ambiguità). Tant’è che poi se ne disinteressa, ed elegge come vittima “di spessore” un comico famoso che lo aveva sfottuto durante la sua trasmissione, un “collega” percepito che sì aveva successo (a differenza sua) ma soprattutto che gli aveva fatto un torto diretto.
Arthur ha il suo personale percorso verso la follia, non diventa un avatar del riscatto sociale. In questo film non abbiamo l’incarnazione delle classi sociali in personaggi rappresentativi, secondo un compasso morale chiaro – un artifizio solitamente usato da quella tradizione cinematografica che affronta il contrasto tra masse e una élite privilegiata, spesso attraverso una lente distorta che se va bene è molto liberal (Timeless, Akira, Elysium e molti altri) se non beceramente reazionaria (vedi, rimanendo nell’universo narrativo di Batman, the Dark Knight Returns). Joker non è un paladino della working class, e Thomas Wayne, per quanto detestabile, non è il classico borghese malvagio (probabilmente, come dicevamo). Allo stesso tempo Joker non diventa mai il pazzo psicotico assoluto con cui nessuno potrebbe empatizzare: risparmia la vita al collega nano e probabilmente, ma la cosa è lasciata volutamente ambigua, anche alla vicina di casa. Non è un cattivo senza “assoluto” come il Bane di Tom Hardy, per dire, contrapposto ad un guardiano dell’ordine costituito (Batman).
Un aspetto fondamentale del film è che la trasformazione da Arthur a Joker non è affatto brusca, né soprattutto è radicale quanto poteva essere. Mi spiego, basandomi sui trailer e sulla storia (almeno, alcune delle storie) del personaggio, io mi aspettavo una trama tipo: quello che poi sarebbe diventato il Joker era una persona normale, emarginata socialmente, vessata dal mondo e in particolare dal malvagio capitalista Thomas Wayne, che a un certo punto non ce la fa più, sbrocca e diventa il super-cattivo che tutti conosciamo, riversando la sua vendetta contro la società intera.
Il film che invece Phillips ha deciso di raccontare è un altro, pur con degli elementi in comune con la mia idea preconcetta. Intanto un primo sbrocco ce l’abbiamo quasi subito, ma le conseguenze psicologiche non sono istantanee, tardano a manifestarsi. Ma soprattutto Joker non diventa mai un super-cattivo: non acquisisce mai quella perfidia, quel genio caotico quasi sovra-umano che ha caratterizzato il personaggio nelle sue precedenti versioni. Joker, anche quando diventa effettivamente tale, rimane umano, rimane un malato di mente, rimane vulnerabile e in balia degli eventi.
E sono gli eventi infatti a portare la storia avanti per lui nella sequenza finale del film. Per questo dico che è forse il primo film Hollywoodiano che vedo che ha come tema centrale l’odio di classe, quello collettivo e anonimo. L’exploit finale, l’esplosione, la rottura, il climax di tutto il film, ovvero il riot che mette a ferro e fuoco la città, non è opera del Joker, ma della società di Gotham stessa. Lo sbrocco in diretta di un folle è solo la miccia che infiamma la prateria, una prateria che comunque poche ore prima era abbastanza calda da pestare a sangue due poliziotti.
Le masse informi dei diseredati della città, resi anonimi e terrificanti dalle maschere da pagliaccio, fanno proprie le parole del Joker “you get what you deserve” e riversano la loro rabbia cieca contro la società responsabile della loro condizione e contro chi questa società la guida. Al punto che il film ci regala una versione inedita di una delle scene più iconiche della mitologia di Batman: l’omicidio dei genitori.
Philips riprende gli elementi classici di una sequenza raccontata decine di volte (il film di Zorro, il vicolo, la collana), ma trasforma una rapina in un omicidio mirato e motivato dall’odio viscerale verso i potenti di questo mondo. E la classica collana di perle si trasforma da refurtiva a simbolo del privilegio e della ricchezza, strappato con violenza da chi era sempre stato escluso dal benessere sociale.
In conclusione, il Joker di Todd Phillips è un film che sorprende, per i temi trattati e in particolare per la mancanza di un compasso morale chiaro e definito, che solitamente caratterizza le produzioni americane. È difficile, e forse anche un esercizio inutile, capire il livello di consapevolezza con cui un regista con alle spalle film ben poco impegnati (diventato famoso per aver girato la trilogia di Una notte da leoni) ci ha donato un film che tocca uno dei nervi scoperti della società senza inserirvi i classici meccanismi di salvaguardia dell’ordine costituito.
Ma sembra che la coscienza dell’insostenibilità di un sistema sociale che condanna fette sempre più grandi della popolazione alla miseria si stia facendo sempre più strada anche ad Hollywood.
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