Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/12/2019
L'“odio padronale”, sull’Huffington Post
“Combattere l’odio”...
L’establishment “democratico” ha lanciato da mesi una campagna politica e mediatica che gira compulsivamente intorno a questo termine, con parecchi problemi di identificazione. Che vuol dire? Con chi ce l’hanno?
La prima risposta, la più semplice, è ufficiale: con la destra sguaiata, a cominciare da Matteo Salvini. Cui però non vengono addebitate le allucinanti prese di posizione (sui migranti, la cannabis light, le invocazioni alla madonna che fanno saltare sulla sedia pure i vescovi, ecc.), ma “il linguaggio” attraverso cui le veicola. Poi basta che il Truce si mostri per un giorno “responsabile”, mentre invoca un “comitato di salvezza nazionale” magari capitanato da Mario Draghi, e tutto rientra nella normalità.
Però la campagna contro “l’odio” continua e investe sempre nuovi soggetti (chi critica Israele e sostiene la causa dei palestinesi, chi prova a spiegare che “i padroni” non sono affatto “persone perbene”, chi appoggia “stati canaglia” come il Venezuela e Cuba, di tutto un po’...).
Poi capita che uno dei capifila della campagna “contro l’odio” – La Stampa di Torino, prima venduta dagli Agnelli a De Benedetti e poi ricomprata insieme a tutto il gruppo Repubblica-L’Espresso – esca con un articolo gonfio d’odio (di classe) contro i poveri ridipinti come “bestie”. E che giustamente Giorgio Cremaschi li castighi da par suo...
Un caso isolato? Una smarronata casuale di un giornalista poco disintossicato dalla “cura” contro l’odio?
Non pare. Ci è capitato nello stesso giorno di leggere sull’Huffington Post Italia – veicolato online da Repubblica, stesso gruppo, stessi padroni – due articoli completamente opposti.
Il primo, di Teresa Marchesi, fin da titolo ci è risultato simpatico e “vicino”: Ci voleva il compagno Ken Loach per raccontare i corrieri dell’e-commerce: i nuovi schiavi senza padrone. Un recensione empatica dell’ultimo film del tenacissimo regista inglese (“Sorry we missed you”, ossia “ci dispiace, ti abbiamo licenziato”), da sempre schierato senza se e senza ma con gli sfruttati.
Un pezzo che coglie davvero il cuore della questione del lavoro nell’“economia delle piattaforme”: “Ken Loach registra il nuovo lessico delle società: non più ‘dipendente’ ma ‘prestatore di servizio’, non più salario ma ‘onorario’. ‘Non lavorerai per noi ma ‘con’ noi”, gli dicono. Una franchise: suona bene. Non c’è più un padrone a sfruttarti, ti sfrutti da solo. Perché il controllo computerizzato che garantisce la tracciabilità ininterrotta dei plichi multa ogni intoppo ‘sull’ora di arrivo stimata’. Tutti hanno a bordo la bottiglia per pisciare. Se non lavori un giorno, anche soltanto un’ora, devi pagare qualcuno che ti sostituisca.”
Bene, applausi. Sinceri.
Appena più sotto, invece, ci sbatte negli occhi un pezzo che dire di destra padronale è poco, fin dal titolo: “La Francia degli scioperi senza fine. Tanto paga il sindacato”. Leggiamo, convinti di aver capito male, o magari sperando che il titolista non abbia colto il vero senso dello scritto.
Speranza delusa subito... “Arrivati al tredicesimo giorno di sciopero dei trasporti (contando anche i tre giorni di sciopero generale il 5, il 10 e il 17 dicembre) con il sindacato dei ferrovieri che minaccia di bloccare i treni di Natale e quello dei conduttori del metro e dei bus parigini (Rapt) che non vuole neanche sentir parlare (“C’est hors de question”, dicono) di “regimi speciali” (in pensione a 52 anni con assegni medi di 3.700 euro), ora comincia la battaglia dell’opinione pubblica in una Francia che si alza alle cinque del mattino per raggiungere in qualche modo il posto di lavoro ma che ha una paura boia di perdere i vantaggi di un sistema pensionistico ancora tutto retributivo, unico in Europa insieme con la Svezia.”
Il gioco retorico è banale, sempre lo stesso: descrivere chi sciopera come un “privilegiato” e contrapporgli i poveretti che non riescono a raggiungere il posto di lavoro a causa della mobilitazione. I primi sarebbero “pochi”, i secondi quasi tutti. Anche l’astio contro il “metodo retributivo” di calcolo della pensione – lo stesso che c’era anche in Italia prima della “riforma Dini”, 1996, poi peggiorata da tutte le riforme successiva fino al golpe della Fornero – rientra nella normalità del pensiero neoliberista che trova insopportabile che le pensioni siano sufficienti per vivere. Magari c’è anche qualche falsità qua e là – in pensione a 52 anni con assegni medi di 3.700 euro, per un ferroviere, ancorché francese, sembrano decisamente troppi per esser veri – ma, insomma, mica si può essere troppo precisi, quando si scrive un’invettiva...
Già, perché il pezzo di Giuseppe Corsentino (che ci tiene a qualificarsi “giornalista da 40 anni”) è un’intemerata contro l’esistenza stessa dei sindacati. A cominciare ovviamente dalla “cassa di resistenza”, accantonata con le tessere di iscrizione dei lavoratori e altre attività economiche. Leggiamo:
“Ma al tredicesimo giorno di sciopero c’è un’altra domanda, molto più semplice, in agenda: come fanno macchinisti, autisti (ma anche infermieri e insegnanti e dipendenti pubblici) a resistere a due, tre, dieci, quindici giorni di sciopero con la busta paga quasi azzerata dalle trattenute?
La risposta sta in una piccola cifra – sette euro e 30 centesimi – che non è l’argent de poche dei nuovi rivoluzionari ma il rimborso che le confederazioni sindacali riconoscono ai loro iscritti in sciopero. Sette euro e 30 centesimi per ogni ora di astensione dal lavoro che, alla fine, fanno 50-60 euro al giorno. Quanto basta per resistere secondo le vecchie logiche novecentesche.”
La domanda che neanche passa per la testa al Corsentino è altrettanto semplice: ma che altro dovrebbe fare, un sindacato, per tutelare i propri iscritti quando non hanno altro modo di difendersi se non lo sciopero (con ovvia perdita sullo stipendio)? Calcolando che comunque, se “paga” i lavoratori, vede svuotarsi nella stessa misura anche la cassa...?
Sì, certo, un sindacato contratta con la controparte, fa compromessi (quasi sempre pessimi, qualche volta discreti come sullo “Statuto dei lavoratori” nel 1970), qualche volta – se corrotto – “vende” la causa dei lavoratori in cambio di privilegi per la “struttura” (partecipazione a fondi pensione, enti bilaterali, ecc.).
Ma la “cassa di resistenza” è il primo, più antico, più nobile degli strumenti organizzativi di un sindacato. Quello che consente, al di là della determinazione collettiva degli scioperanti, di resistere un minuto più del padrone. Perché, per ogni ora di sciopero, tra chi perde salario e chi perde una (piccola) quota di profitto, lo squilibrio è altissimo, e in qualche modo va ridotto...
L’odio antisindacale di Corsentino, insomma, è l’espressione diretta di un pensiero padronale che pretende che tutti i lavoratori stiano nella condizione dei disperati raccontati da Ken Loach: soli, senza alcuna tutela, possibilmente senza salario e persino “senza padrone” (formalmente; in pratica c’è, eccome!). Schiavi silenziosi, impossibilitati anche a resistere un solo minuto. Perché senza un’organizzazione di cui far parte, in qualche modo; senza dimensione, visione, forza collettive.
La domanda che rimane a noi, dopo la lettura, è: ma come fanno due articoli così diversi a stare nello stesso giornale?
Anche la risposta è semplice: quello “vero” parla di relazioni industriali e rapporti di forza politici, di odio per la resistenza dei lavoratori; quello “umano” parla di cinema.
E tra realtà e immaginario, sapete anche voi cosa pensino davvero “i padroni”... Qualunque linguaggio usino, anche quello più “educato”, ci odiano.
Fonte
26/03/2019
Stiglitz, il Bibitaro
Non ha sollevato alcun dibattito l’intervista rilasciata da Joseph Stiglitz all’edizione italiana dell’Huffington Post e concessa a Bruxelles a margine della presentazione del suo ultimo libro dal titolo emblematico: “Rewriting the rules of the European Economy“, riscrivere le regole dell’economia europea.
Due affermazioni in particolare avrebbero dovuto portare ad una qualche riflessione. Ecco la prima: “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia“. Ed ecco l’altra: “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate“.
Mi pare evidente che Stiglitz intenda dire che un’uscita dall’Italia dall’Euro comporti una catastrofe economica e finanziaria probabilmente di livello globale, mentre una sua permanenza – a regole invariate – comporti la necrosi del nostro sistema produttivo e il conseguente collasso economico e sociale del paese.
Il discorso dell’economista è peraltro più ampio: rileva che le asimmetrie della zona euro sono insostenibili. Regole fiscali diverse per ogni singolo paese appartenente all’area (peraltro usate a fine di dumping fiscale), regole di bilancio statali rigide per tutti senza tener conto dei fondamentali [conti con l’estero].
Tutto ciò comporta la netta divaricazione sociale ed economica tra gli appartenenti all’unione. Io peraltro umilmente sostengo che l’Euro non è una moneta, ma una moneta per nazione all’interno dell’area e una moneta unica verso l’esterno dell’area. Ha una natura chiaramente ambivalente.
Tornando a Stiglitz da notare anche la sottolineatura sui trattati che hanno imposto queste regole folli per il governo della moneta [Trattato di Maastricht in primis]; sono state pensate ere geologiche fa, ai tempi della sconfitta del comunismo, all’alba dell’imposizione di un sistema liberista (quelle erano le intenzioni all’epoca, poi che ci siano riusciti è altro discorso). Insomma il trattato di Maastricht andrebbe totalmente ridiscusso per non far crollare l’area monetaria sotto il peso delle contraddizioni dette sopra. Questo perché è stato pensato in un'altra epoca e per un mondo che non si è realizzato.
Chi nel 1992 avrebbe immaginato la Grande Crisi del 2007, il sorgere della potenza cinese, il risorgere della Russia? Quelle regole sono state studiate per un mondo che si pensava per sempre liberista dove gli USA avrebbero dominato e l’Europa avrebbe fatto da ancella privilegiata.
Viviamo un’altra epoca. Si può andare avanti imponendo dosi di austerità mortale per raggiungere un non sense come il 60% di rapporto debito/pil (e perché non il 15% raggiungendo l’invidiabile primato del Congo?) e lo 0% strutturale di rapporto deficit/pil? Una follia, utile solo alla Germania per consolidare il suo dominio sull’Europa riducendo gli altri soci a mero lebensraum di infausta e tragica memoria.
E di fronte ad una intervista importante come questa in Italia si continua a dividere le opinioni in espresse da competenti e da incompetenti, bibitari, grullini e scappati di casa. Dove ovviamente i competenti sono i corifei della lesina (sulle spalle degli altri) e dell’intangibilità di regole folli, sbagliate e comunque pensate per un’altra epoca.
Presto o tardi questo discorso di Stiglitz emergerà ineludibilmente sulla base del disastro che creeranno certe visioni [facendo finta di non vedere quello già verificatosi]. Nel frattempo chiameremo Stiglitz come il Re dei Bibitari [peraltro dotato di Nobel per l’economia e di una carriera che lo ha visto anche presidente della Banca Mondiale] e continueremo a chiamare competenti i vari Nannicini, Boccia, Marattin e Padoan. Così siamo tutti contenti, ognuno ha i competenti e i bibitari che si merita.
Fonte
Due affermazioni in particolare avrebbero dovuto portare ad una qualche riflessione. Ecco la prima: “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia“. Ed ecco l’altra: “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate“.
Mi pare evidente che Stiglitz intenda dire che un’uscita dall’Italia dall’Euro comporti una catastrofe economica e finanziaria probabilmente di livello globale, mentre una sua permanenza – a regole invariate – comporti la necrosi del nostro sistema produttivo e il conseguente collasso economico e sociale del paese.
Il discorso dell’economista è peraltro più ampio: rileva che le asimmetrie della zona euro sono insostenibili. Regole fiscali diverse per ogni singolo paese appartenente all’area (peraltro usate a fine di dumping fiscale), regole di bilancio statali rigide per tutti senza tener conto dei fondamentali [conti con l’estero].
Tutto ciò comporta la netta divaricazione sociale ed economica tra gli appartenenti all’unione. Io peraltro umilmente sostengo che l’Euro non è una moneta, ma una moneta per nazione all’interno dell’area e una moneta unica verso l’esterno dell’area. Ha una natura chiaramente ambivalente.
Tornando a Stiglitz da notare anche la sottolineatura sui trattati che hanno imposto queste regole folli per il governo della moneta [Trattato di Maastricht in primis]; sono state pensate ere geologiche fa, ai tempi della sconfitta del comunismo, all’alba dell’imposizione di un sistema liberista (quelle erano le intenzioni all’epoca, poi che ci siano riusciti è altro discorso). Insomma il trattato di Maastricht andrebbe totalmente ridiscusso per non far crollare l’area monetaria sotto il peso delle contraddizioni dette sopra. Questo perché è stato pensato in un'altra epoca e per un mondo che non si è realizzato.
Chi nel 1992 avrebbe immaginato la Grande Crisi del 2007, il sorgere della potenza cinese, il risorgere della Russia? Quelle regole sono state studiate per un mondo che si pensava per sempre liberista dove gli USA avrebbero dominato e l’Europa avrebbe fatto da ancella privilegiata.
Viviamo un’altra epoca. Si può andare avanti imponendo dosi di austerità mortale per raggiungere un non sense come il 60% di rapporto debito/pil (e perché non il 15% raggiungendo l’invidiabile primato del Congo?) e lo 0% strutturale di rapporto deficit/pil? Una follia, utile solo alla Germania per consolidare il suo dominio sull’Europa riducendo gli altri soci a mero lebensraum di infausta e tragica memoria.
E di fronte ad una intervista importante come questa in Italia si continua a dividere le opinioni in espresse da competenti e da incompetenti, bibitari, grullini e scappati di casa. Dove ovviamente i competenti sono i corifei della lesina (sulle spalle degli altri) e dell’intangibilità di regole folli, sbagliate e comunque pensate per un’altra epoca.
Presto o tardi questo discorso di Stiglitz emergerà ineludibilmente sulla base del disastro che creeranno certe visioni [facendo finta di non vedere quello già verificatosi]. Nel frattempo chiameremo Stiglitz come il Re dei Bibitari [peraltro dotato di Nobel per l’economia e di una carriera che lo ha visto anche presidente della Banca Mondiale] e continueremo a chiamare competenti i vari Nannicini, Boccia, Marattin e Padoan. Così siamo tutti contenti, ognuno ha i competenti e i bibitari che si merita.
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12/10/2016
68ini per Renzi, si raschia il fondo del barile
Ci hanno pensato su un po', poi hanno preso esempio da Massimo Cacciari – filosofo, una fugace frequentazione in Potere Operaio, poi solo accademia e tanto Pci-Pds-Ds-Pd, a cavallo tra Montecitorio e il Comune di Venezia – che ha spiegato in lungo e largo che "la riforma costituzionale fa schifo, ma meglio che restare fermi". Un intellettuale coraggioso si vede da queste cose, un po' come quando si dice "siamo sull'orlo del baratro" e qualcuno spinge da dietro per farci fare un passo avanti...
Sprezzo del ridicolo che non ha neanche sfiorato degli ex attivisti che stamattina vengono innalzati agli onori della cronaca di palazzo come "sessantottini per il sì". I neo cortigiani hanno ovviamente molte ragioni per restare nel giro delle anticamere che contano. Ognuno di loro ha fatto una buona carriera in mestieri vicini o lontanissimi dalla politica attiva, che quasi tutti hanno abbandonato prima della metà degli anni '70. In genere quando i gruppi extraparlamentari (Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Movimento Studentesco poli Mls, il manifesto, Potere Operaio, ecc.) vissero la loro crisi definitiva come soggetti politici attrattivi.
I personaggi "usciti allo scoperto" non hanno mai raggiunto la fama di altri ex "di successo" – Paolo Liguori, Massimiliano Fuksas, Oreste Scalzone, Gad Lerner, Mario Capanna, Corradino Mineo, Sergio Cusani, Renato Curcio, Prospero Gallinari, Mario Moretti, ecc – ma sono stati considerati sufficientemente rappresentativi, tutti insieme, di una stagione gloriosa nonostante loro. Evidentemente, pur grattando il fondo del barile, non hanno trovato di meglio. I nomi non dicono granché a chi allora militava nelle stesse formazioni e magari ha continuato a farlo in altri modi e forme: Renzo Canciani, Sergio Vicario, Giovanni Cominelli, Agnese Santucci, Aldo Tropea, Mario Martucci, Franco Origoni (Movimento Studentesco), Giovanni Lanzone ed Emilio Genovesi, ex dirigenti di Avanguardia Operaia, Giuseppina Pieragostini e Carlo Panella (Lotta Continua; indimenticabile il secondo, che ancora sul giornale del gruppo scriveva – da Teheran nel 1979 – che "la rivoluzione khomeinista è molto più bella di quella comunista", per poi transitare, come Liguori, ma con meno fortuna, nei media berlusconiani). E poi ancora: Piero Pagnotta (generici "collettivi" romani), Gabriele Nissim, Maurizio Carrara (illustre presidente del Pio Albergo Trivulzio, istituto famoso per esser stato il detonatore di Tangentopoli), Erminio Quartiani, Ennio Rota, e i giornalisti Lorenzo Fuccaro, Nino Bertoloni, Cesare Paroli, Luigi Quaranta e Danilo Taino (il più noto, corrispondente da Berlino del Corriere della Sera).
Il senso dell'operazione, promosso dall'Huffington Post con un pezzo entusiastico, è trasparente. I "rivoluzionari" di un tempo ora stanno con Renzi e il suo "cambiamento", appena un tantino reazionario... Non serve a molto, ma bisognerebbe ricordarsene sempre: i movimenti politici e sociali vivono le loro stagioni, sono popolati da decine di migliaia o milioni di persone che – finita la stagione – seguono altre vie. Le singole facce, più o meno note, fuori da quella temperie non rappresentano assolutamente nulla all'infuori di se stesse. Tanto meno un movimento di portata mondiale come quello del '68. Tant'è vero che nel breve elenco che abbiamo fatto ci sono dei nomi "maledetti" e centinaia di altri sarebbe stato possibile farne (anche sorvolando sui "pentiti", genere prossimo all'elenco di giornata)
Piccola curiosità. Come "ex" ci sarebbe da citare anche la giornalista che ha steso il panegirico pro-Renzi: Angela Mauro, ex redattrice di Liberazione (il giornale di Rifondazione) fino alla chiusura, ex frequentatrice dei Social Forum (come lady Pesc Mogherini, del resto). Nello scrivere si deve essere sentita molto a casa sua...
Fonte
Sprezzo del ridicolo che non ha neanche sfiorato degli ex attivisti che stamattina vengono innalzati agli onori della cronaca di palazzo come "sessantottini per il sì". I neo cortigiani hanno ovviamente molte ragioni per restare nel giro delle anticamere che contano. Ognuno di loro ha fatto una buona carriera in mestieri vicini o lontanissimi dalla politica attiva, che quasi tutti hanno abbandonato prima della metà degli anni '70. In genere quando i gruppi extraparlamentari (Lotta Continua, Avanguardia Operaia, Movimento Studentesco poli Mls, il manifesto, Potere Operaio, ecc.) vissero la loro crisi definitiva come soggetti politici attrattivi.
I personaggi "usciti allo scoperto" non hanno mai raggiunto la fama di altri ex "di successo" – Paolo Liguori, Massimiliano Fuksas, Oreste Scalzone, Gad Lerner, Mario Capanna, Corradino Mineo, Sergio Cusani, Renato Curcio, Prospero Gallinari, Mario Moretti, ecc – ma sono stati considerati sufficientemente rappresentativi, tutti insieme, di una stagione gloriosa nonostante loro. Evidentemente, pur grattando il fondo del barile, non hanno trovato di meglio. I nomi non dicono granché a chi allora militava nelle stesse formazioni e magari ha continuato a farlo in altri modi e forme: Renzo Canciani, Sergio Vicario, Giovanni Cominelli, Agnese Santucci, Aldo Tropea, Mario Martucci, Franco Origoni (Movimento Studentesco), Giovanni Lanzone ed Emilio Genovesi, ex dirigenti di Avanguardia Operaia, Giuseppina Pieragostini e Carlo Panella (Lotta Continua; indimenticabile il secondo, che ancora sul giornale del gruppo scriveva – da Teheran nel 1979 – che "la rivoluzione khomeinista è molto più bella di quella comunista", per poi transitare, come Liguori, ma con meno fortuna, nei media berlusconiani). E poi ancora: Piero Pagnotta (generici "collettivi" romani), Gabriele Nissim, Maurizio Carrara (illustre presidente del Pio Albergo Trivulzio, istituto famoso per esser stato il detonatore di Tangentopoli), Erminio Quartiani, Ennio Rota, e i giornalisti Lorenzo Fuccaro, Nino Bertoloni, Cesare Paroli, Luigi Quaranta e Danilo Taino (il più noto, corrispondente da Berlino del Corriere della Sera).
Il senso dell'operazione, promosso dall'Huffington Post con un pezzo entusiastico, è trasparente. I "rivoluzionari" di un tempo ora stanno con Renzi e il suo "cambiamento", appena un tantino reazionario... Non serve a molto, ma bisognerebbe ricordarsene sempre: i movimenti politici e sociali vivono le loro stagioni, sono popolati da decine di migliaia o milioni di persone che – finita la stagione – seguono altre vie. Le singole facce, più o meno note, fuori da quella temperie non rappresentano assolutamente nulla all'infuori di se stesse. Tanto meno un movimento di portata mondiale come quello del '68. Tant'è vero che nel breve elenco che abbiamo fatto ci sono dei nomi "maledetti" e centinaia di altri sarebbe stato possibile farne (anche sorvolando sui "pentiti", genere prossimo all'elenco di giornata)
Piccola curiosità. Come "ex" ci sarebbe da citare anche la giornalista che ha steso il panegirico pro-Renzi: Angela Mauro, ex redattrice di Liberazione (il giornale di Rifondazione) fino alla chiusura, ex frequentatrice dei Social Forum (come lady Pesc Mogherini, del resto). Nello scrivere si deve essere sentita molto a casa sua...
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30/05/2016
Ci vogliono poveri e ignoranti. Ma felicemente silenti
La costruzione di un’ideologia nauseabonda è un lavoro lungo, faticoso, con grande dispendio di mezzi. Addirittura sproporzionati – in apparenza – rispetto all’obiettivo.
L’ideologia in costruzione – di cui ci stiamo occupando – deve affiancare una condizione reale: noi che non stiamo “in alto”, nella scala sociale del potere, dobbiamo essere persuasi che in fondo stiamo benissimo così. E se la situazione peggiora di giorno in giorno, beh, ce lo meritiamo, perché non siamo abbastanza “competitivi”. Per poter stare sereni – ahia! – in una condizione squallida, bisogna sapere anche poco; e infatti stanno distruggendo da oltre 30 anni, a piccoli slittamenti regressivi, sia la scuola che l’università pubbliche. Non dobbiamo insomma essere messi a conoscenza dei meccanismi di funzionamento del reale (del “sistema”, si diceva giustamente qualche tempo fa), in modo da poter essere meglio indirizzati verso spiegazioni ad hoc, rigorosamente false ma “credibili” e persuasive.
Esempio semplice: stiamo peggio, e peggio pagati, per colpa degli immigrati “che ci rubano il lavoro”. L’effetto al posto della causa (è l’impresa che paga meno, per essere a sua volta più “competitiva”), e il gioco è fatto.
Insomma, l’ignoranza è una iattura per gli schiavi, che così non possono mai emanciparsi dalla loro – nostra – triste condizione. Qualche imbecille “di sinistra”, tanti anni fa, provò persino a trasformare – ideologicamente, ovvio – questa iattura in una “fortuna”. Nacque così l’elogio dell’assenza di memoria (o Erkenntnistheorie), per cui il non sapere come e perché i tuoi predecessori nella rivolta avessero perso avrebbe permesso l’esplodere di un radicalismo più forte. Naturalmente è accaduto il contrario, ovvero la “pace dei cimiteri” della coscienza, perché l’ignoranza paralizza anche nella difesa della propria vita (anche nei lager c’era chi sperava fino all’ultimo di essere risparmiato, lui individualmente), proprio mentre il potere consolida e arricchisce le proprie conoscenze “controrivoluzionarie”, costruendo archivi e scuole di formazione per sbirri e infiltrati, monitorando ogni pur pallido apparire di “critica del presente”.
Tempi passati, non senza gravi danni per la soggettività antagonista.
Ora – sulla stessa linea – si dà da fare direttamente il bestiario mediatico mainstream. Qui sotto vi proponiamo di dare un'occihata a un articoletto apparso oggi sull’edizione italiana dell’Huffington Post, che riprende “ricerche” fatte in ambiente anglosassone.
Tesi ideologica: l’ignoranza è la chiave della felicità. Prove a favore: lo dice anche la scienza.
Basta una sbirciata per cogliere immediatamente l’inganno, alquanto volgaruccio. l’”ignoranza che ci aiuta a essere felici”, nella ricerca citata, è quella relativa al futuro individuale. E in effetti sarebbe impossibile vivere davvero sapendo già cosa ci accadrà.
Il professore australiano che propala questa felice ignoranza non ha però alcuna intenzione “universalistica”. In altri termini, non estrapola affatto una tesi “scientifica” a favore dell’ignoranza in generale. Il mondo va conosciuto, studiato, “saputo”. Mentre la propria vita futura è bene che riservi sempre molte sorprese, almeno sul piano delle esperienze di vita, affettive, amicali, esperienziali.
Al contrario, se non si mette questo preciso confine tematico alla “virtù dell’ignoranza”, si scrivono corbellerie miranti a far credere che l’ignoranza in genere porta felicità.
Una volta questa ideologia aveva altri modi di dire, in forma di proverbi: “i soldi non portano la felicità”, ecc. Ora ne abbiamo versione 2.0.
Ilaria Betti, L’Huffington Post
“Meno sai e meglio stai”, recita un detto, e a dargli ragione è anche la scienza. Se ciò che facciamo ogni giorno non è altro che pensare, immagazzinare quante più informazioni possibili, anticipare il futuro nella nostra mente, forse sarebbe meglio imparare ad arrendersi al “nemico”: l’ignoto, il non sapere. Sarebbe proprio questa la chiave della felicità, secondo uno studio della Australian National University: “Solo l’ignoranza ci dona la vera libertà”, spiega Michael Smithson, professore della Research School of Psychology.
“Per assaporare l’autentica libertà personale hai bisogno di non conoscere alcune parti della tua vita presente e futura. Se tutto è già scritto per te, se sai già come andrà a finire, sei meno libero di compiere delle scelte e di prendere decisioni”, afferma lo studioso. E proprio per rimpiazzare quel “vuoto” si accendono in noi la curiosità e la creatività: ecco perché soprattutto gli artisti, gli artigiani, gli scienziati e gli imprenditori dovrebbero accogliere l’ignoranza e riempirla di nuove idee. “C’è sempre qualcosa che ignoriamo, altrimenti non avremo nulla da scoprire”, aggiunge Smithson.
Per aiutare le persone a scoprirsi (felicemente) ignoranti, il professore ha lanciato il corso online gratuito “Ignorance!”, il cui sottotitolo recita: “Scoprite cosa è l’ignoranza, come nasce, cosa ci si può fare e il suo ruolo nella società e nella cultura”. Analizzando anche il lato negativo che porta al razzismo e al pregiudizio, ciò che vuole fare con il sito è soprattutto combattere contro lo stereotipo della persona ignorante e perciò da denigrare: “L’ignoranza è in ognuno di noi. È rilevante in ogni disciplina e professione, nella vita di tutti i giorni”. E conviene: “Immaginate di sapete la trama e il finale del vostro libro prima di leggerlo. O di sapere già quale sarà il vostro regalo di compleanno o di Natale”. Nessuno, assicura il professore, accetterebbe mai un “affronto” simile.
Fonte
L’ideologia in costruzione – di cui ci stiamo occupando – deve affiancare una condizione reale: noi che non stiamo “in alto”, nella scala sociale del potere, dobbiamo essere persuasi che in fondo stiamo benissimo così. E se la situazione peggiora di giorno in giorno, beh, ce lo meritiamo, perché non siamo abbastanza “competitivi”. Per poter stare sereni – ahia! – in una condizione squallida, bisogna sapere anche poco; e infatti stanno distruggendo da oltre 30 anni, a piccoli slittamenti regressivi, sia la scuola che l’università pubbliche. Non dobbiamo insomma essere messi a conoscenza dei meccanismi di funzionamento del reale (del “sistema”, si diceva giustamente qualche tempo fa), in modo da poter essere meglio indirizzati verso spiegazioni ad hoc, rigorosamente false ma “credibili” e persuasive.
Esempio semplice: stiamo peggio, e peggio pagati, per colpa degli immigrati “che ci rubano il lavoro”. L’effetto al posto della causa (è l’impresa che paga meno, per essere a sua volta più “competitiva”), e il gioco è fatto.
Insomma, l’ignoranza è una iattura per gli schiavi, che così non possono mai emanciparsi dalla loro – nostra – triste condizione. Qualche imbecille “di sinistra”, tanti anni fa, provò persino a trasformare – ideologicamente, ovvio – questa iattura in una “fortuna”. Nacque così l’elogio dell’assenza di memoria (o Erkenntnistheorie), per cui il non sapere come e perché i tuoi predecessori nella rivolta avessero perso avrebbe permesso l’esplodere di un radicalismo più forte. Naturalmente è accaduto il contrario, ovvero la “pace dei cimiteri” della coscienza, perché l’ignoranza paralizza anche nella difesa della propria vita (anche nei lager c’era chi sperava fino all’ultimo di essere risparmiato, lui individualmente), proprio mentre il potere consolida e arricchisce le proprie conoscenze “controrivoluzionarie”, costruendo archivi e scuole di formazione per sbirri e infiltrati, monitorando ogni pur pallido apparire di “critica del presente”.
Tempi passati, non senza gravi danni per la soggettività antagonista.
Ora – sulla stessa linea – si dà da fare direttamente il bestiario mediatico mainstream. Qui sotto vi proponiamo di dare un'occihata a un articoletto apparso oggi sull’edizione italiana dell’Huffington Post, che riprende “ricerche” fatte in ambiente anglosassone.
Tesi ideologica: l’ignoranza è la chiave della felicità. Prove a favore: lo dice anche la scienza.
Basta una sbirciata per cogliere immediatamente l’inganno, alquanto volgaruccio. l’”ignoranza che ci aiuta a essere felici”, nella ricerca citata, è quella relativa al futuro individuale. E in effetti sarebbe impossibile vivere davvero sapendo già cosa ci accadrà.
Il professore australiano che propala questa felice ignoranza non ha però alcuna intenzione “universalistica”. In altri termini, non estrapola affatto una tesi “scientifica” a favore dell’ignoranza in generale. Il mondo va conosciuto, studiato, “saputo”. Mentre la propria vita futura è bene che riservi sempre molte sorprese, almeno sul piano delle esperienze di vita, affettive, amicali, esperienziali.
Al contrario, se non si mette questo preciso confine tematico alla “virtù dell’ignoranza”, si scrivono corbellerie miranti a far credere che l’ignoranza in genere porta felicità.
Una volta questa ideologia aveva altri modi di dire, in forma di proverbi: “i soldi non portano la felicità”, ecc. Ora ne abbiamo versione 2.0.
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“L’ignoranza è la chiave della felicità”. La ricerca: “È ciò che ci rende davvero liberi”
Ilaria Betti, L’Huffington Post
“Meno sai e meglio stai”, recita un detto, e a dargli ragione è anche la scienza. Se ciò che facciamo ogni giorno non è altro che pensare, immagazzinare quante più informazioni possibili, anticipare il futuro nella nostra mente, forse sarebbe meglio imparare ad arrendersi al “nemico”: l’ignoto, il non sapere. Sarebbe proprio questa la chiave della felicità, secondo uno studio della Australian National University: “Solo l’ignoranza ci dona la vera libertà”, spiega Michael Smithson, professore della Research School of Psychology.
“Per assaporare l’autentica libertà personale hai bisogno di non conoscere alcune parti della tua vita presente e futura. Se tutto è già scritto per te, se sai già come andrà a finire, sei meno libero di compiere delle scelte e di prendere decisioni”, afferma lo studioso. E proprio per rimpiazzare quel “vuoto” si accendono in noi la curiosità e la creatività: ecco perché soprattutto gli artisti, gli artigiani, gli scienziati e gli imprenditori dovrebbero accogliere l’ignoranza e riempirla di nuove idee. “C’è sempre qualcosa che ignoriamo, altrimenti non avremo nulla da scoprire”, aggiunge Smithson.
Per aiutare le persone a scoprirsi (felicemente) ignoranti, il professore ha lanciato il corso online gratuito “Ignorance!”, il cui sottotitolo recita: “Scoprite cosa è l’ignoranza, come nasce, cosa ci si può fare e il suo ruolo nella società e nella cultura”. Analizzando anche il lato negativo che porta al razzismo e al pregiudizio, ciò che vuole fare con il sito è soprattutto combattere contro lo stereotipo della persona ignorante e perciò da denigrare: “L’ignoranza è in ognuno di noi. È rilevante in ogni disciplina e professione, nella vita di tutti i giorni”. E conviene: “Immaginate di sapete la trama e il finale del vostro libro prima di leggerlo. O di sapere già quale sarà il vostro regalo di compleanno o di Natale”. Nessuno, assicura il professore, accetterebbe mai un “affronto” simile.
Fonte
13/05/2014
Yoani Sanchez smascherata... dall'Huffington Post!
Ne abbiamo scritto alcune volte, nei mesi scorsi. Non ci sarebbe stato motivo di insistere se questa volta lo sputtanamento della "dissidente" cubana più famosa in Italia grazie a Repubblica non fosse avvenuto - si spera definitivamente - da parte dell'Huffington Post. Ossia da un succedaneo di Repubblica.
"In realtà lo scopo di Yoani Sánchez è sempre stato quello di diventare ricca e famosa", scrive Lupi. "Adesso l’ha raggiunto. Adesso stia lontano da me, che ho perduto persino il diritto di rientrare a Cuba, mentre la principessa delle blogger entra ed esce come se fosse un moscone che un po’ ronza all’Avana, un po’ a Miami".
L'autore italiano, sposato con una donna cubana, spiega di essere rimasto estremamente deluso da Yoani.
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Yoani Sánchez ha disdetto il contratto con La Stampa e ha fatto di me un uomo libero, ché fino a ieri non potevo dire quel che pensavo, visto che la traducevo. Adesso che non ho più alcun legame e che gli interessi della blogger più ricca e premiata del mondo vengono gestiti dalla sua agente, Erica Berla, posso togliermi i sassolini dalle scarpe. Mi stavano facendo un male…Comincia così la lettera aperta in cui Gordiano Lupi, scrittore ed editore toscano, si scaglia contro Yoani Sanchez, la famosa blogger cubana anticastrista, che in Italia aveva un blog su La Stampa e Internazionale. Lupi è stato biografo e traduttore italiano della Sanchez; insieme a lei ha scritto due libri. Ora che il contratto con La Stampa non c'è più, offre ai suoi lettori una descrizione della blogger molto diversa da quella di paladina della libertà. "Fa tutto per i soldi", a Cuba ha estrema libertà di movimento e fa tutto ciò che vuole.
"In realtà lo scopo di Yoani Sánchez è sempre stato quello di diventare ricca e famosa", scrive Lupi. "Adesso l’ha raggiunto. Adesso stia lontano da me, che ho perduto persino il diritto di rientrare a Cuba, mentre la principessa delle blogger entra ed esce come se fosse un moscone che un po’ ronza all’Avana, un po’ a Miami".
L'autore italiano, sposato con una donna cubana, spiega di essere rimasto estremamente deluso da Yoani.
Fin qui abbiamo viaggiato insieme, cara Yoani. Adesso basta. Il mio viaggio prosegue da solo, lontano dalle tue mire. Tocca anche Cuba, certo, che fa parte della mia vita, anche se molti cubani mi hanno deluso. Proverò a non pensarci, per rispetto a mia moglie, che è una cubana del popolo e non ha niente a che vedere con la tua alterigia borghese. E poi, l’ha detto anche Fidel Castro che sarà la storia a decidere. Vediamo chi assolverà.E ancora:
Ho avuto il torto di credere nella lotta di Yoani Sánchez ritenendola una lotta di David contro Golia, una lotta che partiva dal basso per colpire il potere, una lotta idealista per la libertà di Cuba. Mi sono dovuto rendere conto – a suon di cocenti delusioni – che l’opposizione di Yoani era lettera morta, per non dire di comodo, come per far credere al mondo che a Cuba esiste libertà di parola. Ho cominciato a dubitare che Yoani fosse non tanto un’agente della Cia – come dicevano i suoi detrattori – quanto della famiglia Castro, stipendiata per gettare fumo negli occhi. Ma anche se non fosse niente di tutto questo, basterebbe il fatto che mi sono reso conto di avere a che fare con una persona che mette al primo posto interessi per niente idealistici. Una blogger che conduce la sua vita tranquilla, che a Cuba nessuno conosce e che nessuno infastidisce, che non viene minacciata, imprigionata, zittita, che non ha problemi a entrare e uscire dal suo paese. Per la sua bella faccia mi sono preso offese e minacce di castristi e comunisti italiani, per aver condiviso una lotta inesistente, un sogno di libertà sperato da molti, ma non certo da lei, che pensava solo al denaro proveniente da premi e contratti. A questo punto non lo so se Yoani Sánchez è un’agente della Cia o della Rivoluzione Cubana. Non lo so e non m’interessa neppure di saperlo. So solo che non è la persona che credevo. Tanto mi basta.Lupi racconta anche un episodio familiare che lo ha particolarmente deluso:
Un episodio su tutti avrebbe dovuto farmi aprire gli occhi sulla realtà, oltre un anno fa, quando mandai mia suocera a casa di Yoani per chiederle chiarimenti sul viaggio italiano. Ebbene, la fecero attendere sulle scale. Non la fecero passare neppure in sala. Un comportamento molto strano per un cubano del popolo. Avrei dovuto credere a mia suocera quando mi diceva: “Quella gente non lotta per la libertà di Cuba. A loro interessa solo riempirsi le tasche”. Non l’ho fatto e ho sbagliato. Ho creduto in una lotta ideale che non esisteva.Poi attacca il nuovo progetto editoriale che vede coinvolta la blogger cubana:
Adesso Yoani Sánchez aprirà un periodico farlocco, come li chiamiamo qui in Italia, qualcuno dei servizi glielo traduca in cubano, io non lo so fare. Un periodico farlocco come L’Avanti di Lavitola, con tutto il rispetto per Lavitola. Aprirà un giornale, insieme ai suoi amichetti, che a Cuba non leggerà nessuno, perché consultabile on line. Ma a Yoani cosa importa? A lei basta che qualcuno lo finanzi, che si legga a Miami, tanto tanto in Spagna, che la comunità cubana continui a illudersi per una paladina inesistente.Fonte
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