Presentazione


Aggregatore d'analisi, opinioni, fatti e (non troppo di rado) musica.
Cerco

19/12/2019

L'“odio padronale”, sull’Huffington Post


“Combattere l’odio”...

L’establishment “democratico” ha lanciato da mesi una campagna politica e mediatica che gira compulsivamente intorno a questo termine, con parecchi problemi di identificazione. Che vuol dire? Con chi ce l’hanno?

La prima risposta, la più semplice, è ufficiale: con la destra sguaiata, a cominciare da Matteo Salvini. Cui però non vengono addebitate le allucinanti prese di posizione (sui migranti, la cannabis light, le invocazioni alla madonna che fanno saltare sulla sedia pure i vescovi, ecc.), ma “il linguaggio” attraverso cui le veicola. Poi basta che il Truce si mostri per un giorno “responsabile”, mentre invoca un “comitato di salvezza nazionale” magari capitanato da Mario Draghi, e tutto rientra nella normalità.

Però la campagna contro “l’odio” continua e investe sempre nuovi soggetti (chi critica Israele e sostiene la causa dei palestinesi, chi prova a spiegare che “i padroni” non sono affatto “persone perbene”, chi appoggia “stati canaglia” come il Venezuela e Cuba, di tutto un po’...).

Poi capita che uno dei capifila della campagna “contro l’odio” – La Stampa di Torino, prima venduta dagli Agnelli a De Benedetti e poi ricomprata insieme a tutto il gruppo Repubblica-L’Espresso – esca con un articolo gonfio d’odio (di classe) contro i poveri ridipinti come “bestie”. E che giustamente Giorgio Cremaschi li castighi da par suo...

Un caso isolato? Una smarronata casuale di un giornalista poco disintossicato dalla “cura” contro l’odio?

Non pare. Ci è capitato nello stesso giorno di leggere sull’Huffington Post Italia – veicolato online da Repubblica, stesso gruppo, stessi padroni – due articoli completamente opposti.

Il primo, di Teresa Marchesi, fin da titolo ci è risultato simpatico e “vicino”: Ci voleva il compagno Ken Loach per raccontare i corrieri dell’e-commerce: i nuovi schiavi senza padrone. Un recensione empatica dell’ultimo film del tenacissimo regista inglese (“Sorry we missed you”, ossia “ci dispiace, ti abbiamo licenziato”), da sempre schierato senza se e senza ma con gli sfruttati.

Un pezzo che coglie davvero il cuore della questione del lavoro nell’“economia delle piattaforme”: “Ken Loach registra il nuovo lessico delle società: non più ‘dipendente’ ma ‘prestatore di servizio’, non più salario ma ‘onorario’. ‘Non lavorerai per noi ma ‘con’ noi”, gli dicono. Una franchise: suona bene. Non c’è più un padrone a sfruttarti, ti sfrutti da solo. Perché il controllo computerizzato che garantisce la tracciabilità ininterrotta dei plichi multa ogni intoppo ‘sull’ora di arrivo stimata’. Tutti hanno a bordo la bottiglia per pisciare. Se non lavori un giorno, anche soltanto un’ora, devi pagare qualcuno che ti sostituisca.”

Bene, applausi. Sinceri.

Appena più sotto, invece, ci sbatte negli occhi un pezzo che dire di destra padronale è poco, fin dal titolo: La Francia degli scioperi senza fine. Tanto paga il sindacato. Leggiamo, convinti di aver capito male, o magari sperando che il titolista non abbia colto il vero senso dello scritto.

Speranza delusa subito... “Arrivati al tredicesimo giorno di sciopero dei trasporti (contando anche i tre giorni di sciopero generale il 5, il 10 e il 17 dicembre) con il sindacato dei ferrovieri che minaccia di bloccare i treni di Natale e quello dei conduttori del metro e dei bus parigini (Rapt) che non vuole neanche sentir parlare (“C’est hors de question”, dicono) di “regimi speciali” (in pensione a 52 anni con assegni medi di 3.700 euro), ora comincia la battaglia dell’opinione pubblica in una Francia che si alza alle cinque del mattino per raggiungere in qualche modo il posto di lavoro ma che ha una paura boia di perdere i vantaggi di un sistema pensionistico ancora tutto retributivo, unico in Europa insieme con la Svezia.”

Il gioco retorico è banale, sempre lo stesso: descrivere chi sciopera come un “privilegiato” e contrapporgli i poveretti che non riescono a raggiungere il posto di lavoro a causa della mobilitazione. I primi sarebbero “pochi”, i secondi quasi tutti. Anche l’astio contro il “metodo retributivo” di calcolo della pensione – lo stesso che c’era anche in Italia prima della “riforma Dini”, 1996, poi peggiorata da tutte le riforme successiva fino al golpe della Fornero – rientra nella normalità del pensiero neoliberista che trova insopportabile che le pensioni siano sufficienti per vivere. Magari c’è anche qualche falsità qua e là – in pensione a 52 anni con assegni medi di 3.700 euro, per un ferroviere, ancorché francese, sembrano decisamente troppi per esser veri – ma, insomma, mica si può essere troppo precisi, quando si scrive un’invettiva...

Già, perché il pezzo di Giuseppe Corsentino (che ci tiene a qualificarsi “giornalista da 40 anni”) è un’intemerata contro l’esistenza stessa dei sindacati. A cominciare ovviamente dalla “cassa di resistenza”, accantonata con le tessere di iscrizione dei lavoratori e altre attività economiche. Leggiamo:

“Ma al tredicesimo giorno di sciopero c’è un’altra domanda, molto più semplice, in agenda: come fanno macchinisti, autisti (ma anche infermieri e insegnanti e dipendenti pubblici) a resistere a due, tre, dieci, quindici giorni di sciopero con la busta paga quasi azzerata dalle trattenute?

La risposta sta in una piccola cifra – sette euro e 30 centesimi – che non è l’argent de poche dei nuovi rivoluzionari ma il rimborso che le confederazioni sindacali riconoscono ai loro iscritti in sciopero. Sette euro e 30 centesimi per ogni ora di astensione dal lavoro che, alla fine, fanno 50-60 euro al giorno. Quanto basta per resistere secondo le vecchie logiche novecentesche.”

La domanda che neanche passa per la testa al Corsentino è altrettanto semplice: ma che altro dovrebbe fare, un sindacato, per tutelare i propri iscritti quando non hanno altro modo di difendersi se non lo sciopero (con ovvia perdita sullo stipendio)? Calcolando che comunque, se “paga” i lavoratori, vede svuotarsi nella stessa misura anche la cassa...?

Sì, certo, un sindacato contratta con la controparte, fa compromessi (quasi sempre pessimi, qualche volta discreti come sullo “Statuto dei lavoratori” nel 1970), qualche volta – se corrotto – “vende” la causa dei lavoratori in cambio di privilegi per la “struttura” (partecipazione a fondi pensione, enti bilaterali, ecc.).

Ma la “cassa di resistenza” è il primo, più antico, più nobile degli strumenti organizzativi di un sindacato. Quello che consente, al di là della determinazione collettiva degli scioperanti, di resistere un minuto più del padrone. Perché, per ogni ora di sciopero, tra chi perde salario e chi perde una (piccola) quota di profitto, lo squilibrio è altissimo, e in qualche modo va ridotto...

L’odio antisindacale di Corsentino, insomma, è l’espressione diretta di un pensiero padronale che pretende che tutti i lavoratori stiano nella condizione dei disperati raccontati da Ken Loach: soli, senza alcuna tutela, possibilmente senza salario e persino “senza padrone” (formalmente; in pratica c’è, eccome!). Schiavi silenziosi, impossibilitati anche a resistere un solo minuto. Perché senza un’organizzazione di cui far parte, in qualche modo; senza dimensione, visione, forza collettive.

La domanda che rimane a noi, dopo la lettura, è: ma come fanno due articoli così diversi a stare nello stesso giornale?

Anche la risposta è semplice: quello “vero” parla di relazioni industriali e rapporti di forza politici, di odio per la resistenza dei lavoratori; quello “umano” parla di cinema.

E tra realtà e immaginario, sapete anche voi cosa pensino davvero “i padroni”... Qualunque linguaggio usino, anche quello più “educato”, ci odiano.

Fonte

Nessun commento:

Posta un commento