Non ha sollevato alcun dibattito l’intervista rilasciata da Joseph Stiglitz all’edizione italiana dell’Huffington Post e concessa a Bruxelles a margine della presentazione del suo ultimo libro dal titolo emblematico: “Rewriting the rules of the European Economy“, riscrivere le regole dell’economia europea.
Due affermazioni in particolare avrebbero dovuto portare ad una qualche riflessione. Ecco la prima: “Se l’Italia esce causa una tragedia in Europa, se rimane la causa in Italia“. Ed ecco l’altra: “L’euro funziona solo se i paesi che lo usano sono simili. Ma in Europa non è così, ci sono regimi fiscali che si fanno concorrenza all’interno della stessa Ue, i paesi si sono allontanati invece che avvicinarsi ed è successo proprio per colpa delle regole dell’euro. Vanno cambiate“.
Mi pare evidente che Stiglitz intenda dire che un’uscita dall’Italia dall’Euro comporti una catastrofe economica e finanziaria probabilmente di livello globale, mentre una sua permanenza – a regole invariate – comporti la necrosi del nostro sistema produttivo e il conseguente collasso economico e sociale del paese.
Il discorso dell’economista è peraltro più ampio: rileva che le asimmetrie della zona euro sono insostenibili. Regole fiscali diverse per ogni singolo paese appartenente all’area (peraltro usate a fine di dumping fiscale), regole di bilancio statali rigide per tutti senza tener conto dei fondamentali [conti con l’estero].
Tutto ciò comporta la netta divaricazione sociale ed economica tra gli appartenenti all’unione. Io peraltro umilmente sostengo che l’Euro non è una moneta, ma una moneta per nazione all’interno dell’area e una moneta unica verso l’esterno dell’area. Ha una natura chiaramente ambivalente.
Tornando a Stiglitz da notare anche la sottolineatura sui trattati che hanno imposto queste regole folli per il governo della moneta [Trattato di Maastricht in primis]; sono state pensate ere geologiche fa, ai tempi della sconfitta del comunismo, all’alba dell’imposizione di un sistema liberista (quelle erano le intenzioni all’epoca, poi che ci siano riusciti è altro discorso). Insomma il trattato di Maastricht andrebbe totalmente ridiscusso per non far crollare l’area monetaria sotto il peso delle contraddizioni dette sopra. Questo perché è stato pensato in un'altra epoca e per un mondo che non si è realizzato.
Chi nel 1992 avrebbe immaginato la Grande Crisi del 2007, il sorgere della potenza cinese, il risorgere della Russia? Quelle regole sono state studiate per un mondo che si pensava per sempre liberista dove gli USA avrebbero dominato e l’Europa avrebbe fatto da ancella privilegiata.
Viviamo un’altra epoca. Si può andare avanti imponendo dosi di austerità mortale per raggiungere un non sense come il 60% di rapporto debito/pil (e perché non il 15% raggiungendo l’invidiabile primato del Congo?) e lo 0% strutturale di rapporto deficit/pil? Una follia, utile solo alla Germania per consolidare il suo dominio sull’Europa riducendo gli altri soci a mero lebensraum di infausta e tragica memoria.
E di fronte ad una intervista importante come questa in Italia si continua a dividere le opinioni in espresse da competenti e da incompetenti, bibitari, grullini e scappati di casa. Dove ovviamente i competenti sono i corifei della lesina (sulle spalle degli altri) e dell’intangibilità di regole folli, sbagliate e comunque pensate per un’altra epoca.
Presto o tardi questo discorso di Stiglitz emergerà ineludibilmente sulla base del disastro che creeranno certe visioni [facendo finta di non vedere quello già verificatosi]. Nel frattempo chiameremo Stiglitz come il Re dei Bibitari [peraltro dotato di Nobel per l’economia e di una carriera che lo ha visto anche presidente della Banca Mondiale] e continueremo a chiamare competenti i vari Nannicini, Boccia, Marattin e Padoan. Così siamo tutti contenti, ognuno ha i competenti e i bibitari che si merita.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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26/03/2019
23/03/2019
Ricchi e poveri, analizzare senza voler capire
Nel numero 606 di “Le Scienze”, febbraio 2019, sono stati dedicati quattro articoli alla disuguaglianza, le cause e le conseguenze, scritti tutti da studiosi statunitensi.
Tre articoli affrontano le conseguenze delle diseguaglianze, ma sono poco significativi, perché, senza tante analisi, è chiaro che la povertà e l’arroganza della ricchezza (in USA, ma non solo) comportano ricadute negative sulla salute pubblica e sull’ambiente, e soluzioni che si basino solo sulla tecnologia rischiano di aggravare i problemi.
E’ però interessante l’articolo “Un’economia truccata” di J.E. Stiglitz, professore e premio Nobel per l’economia del 2001 ed esponente della componente “Roosveltiana”, il quale descrive chiaramente le storture del modello neo-liberista statunitense, che è poi visto come riferimento anche dai governi europei tutti, a cominciare da quelli sovranisti/razzisti.
L’economia USA è per l’autore esplicitamente un’economia truccata, tutta impostata a favore dei ricchi (sempre più pochi e sempre più ricchi), in un paese che ha il primato della spesa militare più alta al mondo – è pari a quella complessiva delle prime dieci nazioni che la seguono – con la spesa sanitaria pro capite più elevata ma con l’aspettativa di vita più bassa del mondo occidentale, con il falso sogno americano delle opportunità di scalata sociale dal basso ma presentato quale luogo comune, con lo 0,1% più ricco che ha quadruplicato i redditi negli ultimi 40 anni mentre l’1% più ricco lo ha raddoppiato, e il 90% della restante popolazione USA si è impoverita falcidiando la “classe media”.
Il livello del disequilibrio economico è dimostrato dal fatto che solo tre (3) statunitensi posseggano la ricchezza del 50% più povero negli USA, in un quadro dove il 50% della popolazione a stento può far fronte a bisogni basilari e dove si può scivolare rapidamente nella povertà a causa di cure sanitarie da sostenere.
L’analisi si dilunga su come le leggi siano fatte tutte a favore dei ricchi e come la democrazia sia manipolata da loro, che con i propri soldi ne guidano l’azione.
L’elenco delle storture dell’economia USA, in cui le banche (e i banchieri dagli stratosferici guadagni, anche quando le fanno fallire) vengono stigmatizzate, per la mancanza o la rimozione di regole che riportino controllo ed equilibrio.
L’articolo termina con una serie di indicazioni/proposte che l’autore sa già essere considerate utopiche (ci diranno che non possiamo permettercele):
– controllo e limite del finanziamento ai partiti;
– esclusione dello scambio/assunzione di funzionari nelle autorità di regolazione e pubbliche da settori privati;
– tassazione progressiva;
– istruzione pubblica finanziata dallo stato, comprese le università;
– leggi anti monopolistiche;
– leggi a difesa dei lavoratori;
– leggi contro la discriminazione;
– leggi sulle successioni ereditarie.
Le soluzioni proposte da Stiglitz, al di là del merito, mostrano come l’autore sia intriso dei valori “americani” impedendogli di argomentare, quindi pensare, come i ricchi, egoisti e avidi (tranne poche mosche bianche), conducano una guerra (di classe) assoluta per mantenere i propri privilegi, anche a scapito di un crollo generale della società americana, senza assolutamente mettere in dubbio il valore del “libero mercato” e senza proporre un drastico taglio delle spese militari (pur evidenziato) escludendolo dalle possibili soluzioni alle storture, in un quadro in cui l’autore si illude sulla democrazia USA, però messa in dubbio da diseguaglianze che potrebbero portare le masse ad affidarsi a demagoghi.
L’autore non immagina neppure che la diseguaglianza sia dovuta al sistema elettorale USA (maggioritario sorto 250 anni fa dal sistema congregazionale delle chiese protestanti) la cui soluzione democratica è solo con un sistema elettorale proporzionale, non propone un sistema di welfare pubblico (istruzione, sanità, previdenza) e cosa più importante non propone di mettere un limite alla proprietà privata.
E’ perciò illusorio aspettarci un’azione contro le diseguaglianze, a cominciare da quelle economiche, dai roosveltiani USA o dai social democratici nostrani, tra l’altro quaquaraquà come Zingaretti che, appena eletto segretario del PD, si è dichiarato per la mega speculazione (Sì) TAV Torino-Lione.
C’è una risposta a tutto questo? La sinistra riesce a unirsi e smettere ognuno di sollevare la propria inutile bandierina? Riesce la sinistra a dire chiaramente che neo-liberismo, USA, UE e Nato sono i nostri nemici che dobbiamo respingere con tutta la forza e la chiarezza possibile?
La vera lotta alla diseguaglianza, per me, è possibile solo se si riparte dal basso, da rivendicazioni concrete del territorio in cui si vive e con chi ci sta senza bandierine inutili.
Fonte
06/09/2018
Joseph Stiglitz: “L’Europa è sull’orlo dell’abisso”
In un’intervista a Mediapart, il celebre Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz si preoccupa del perseguimento dell’austerità nella zona euro. Si allarma anche delle politiche di Donald Trump e dell’esplosione delle disuguaglianze, dieci anni dopo la crisi finanziaria del 2008. Più che mai, sostiene di “aumentare i salari”, regolare la finanza e lottare contro i “monopoli”.
Dieci anni dopo la crisi del 2008, a che punto è la regolamentazione finanziaria? Membri dell’ICRICT [Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation, ndt], una commissione indipendente create da tre anni che propone soprattutto di riformare la tassazione delle multinazionali, illustri economisti e sostenitori di una regolamentazione della finanza si sono riuniti martedì 4 settembre a New York. Tra questi, lo specialista dei paradisi fiscali Gabriel Zucman, professore all’università californiana di Berkeley, l’eurodeputata ecologista Eva Joly, o l’economista indiana Jayati Ghosh, venuta ad esprimere i suoi timori di vedere la bolla di indebitamento dei paesi emergenti “scoppiare presto, forse da quest’anno”.
Anche lui, membro dell’ICRIT, il celebre Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University e precedente capo economista alla Banca Mondiale, ha risposto alle domande di Mediapart.
Panama Papers, Paradise Papers, Swiss Leaks, LuxLeaks, Malta Files, etc. Dalla crisi del 2008, grandi inchieste internazionali hanno provato la portata dell’evasione fiscale nel mondo. Ma la situazione è veramente cambiata?
La crisi finanziaria del 2008 non è stata provocata dai paradisi fiscali, ma è abbastanza notevole constatare la piena luce che ha proiettato su questi. Ed è una buona cosa! Grazie al lavoro di investigazione di giornalisti nel mondo intero, ci si è resi conto della magnitudine dell’evasione fiscale, ma anche dell’elusione fiscale, che priva gli Stati di risorse essenziali. Le restrizioni fiscali che hanno seguito la crisi hanno peraltro accresciuto questa presa di coscienza e reso l’opinione pubblica molto sensibile a queste questioni.
Più recentemente, penso che l’elezione di Donald Trump ha anche aiutato questa presa di coscienza. Il presidente americano è un esperto incontestato del riciclaggio di denaro. Con lui, l’opinione pubblica ha scoperto questo mercato oscuro dove ogni tipo di persona squallida ricicla denaro sporco comprando e rivendendo appartamenti di lusso. Questo è esattamente il modello di Trump!
Tutto ciò ha finito per rafforzare il sentimento che in una città come questa [New York, ndt], c’è qualcosa che non va. Le persone normali non possono più comprare dei beni immobiliari. I più poveri abitano in periferia e devono fare lunghi tragitti ogni giorno. Ma al centro della città, ci sono migliaia e migliaia di metri quadrati vuoti, proprietà di ricchi speculatori, che se ne servono spesso per fini di riciclaggio. Questo genere di cose rafforza la collera dei cittadini.
Ci sono stati dei progressi in dieci anni per ridurre i paradisi fiscali e regolamentare i mercati finanziari?
Sulla trasparenza del sistema finanziario internazionale e l’evasione fiscale, ci sono stati alcuni passi in avanti. Ma molto lontano dall’essere sufficienti. Il bicchiere resta vuoto a tre quarti. Quanto al sistema finanziario, è più stabile che dieci anni fa? Direi, probabilmente. Le soglie di capitali minimi richiesti [dalle banche, ndt] sono stati aumentati, c’è più supervisione. Ma ciò chiaramente non è sufficiente. Nel corso degli ultimi tre o quattro anni, ci sono state importanti ricadute, con la messa in discussione delle regolamentazioni finanziarie adottate dopo la crisi. La pressione delle grandi banche americane è stata coronata da successo. Sull’esempio di Citigroup, queste non si nascondo dal fare pressioni attraverso emendamenti legislativi scritti dai loro lobbisti.
La differenza con il mondo del 2008, non è che l’urgenza sia ancora più grande? C’è la sfida climatica, l’emergere di numerose entità monopolistiche come Apple e Amazon (le cui capitalizzazioni in borsa oltrepassano ormai i 1000 miliardi di dollari), l’esplosione delle disuguaglianze. Il senatore socialista americano Bernie Sanders riporta spesso questo fatto sorprendente: negli Stati Uniti, il patrimonio di tre miliardari – Warren Buffet, Bill Gates e Jeff Bezos – è superiore ai risparmi della metà degli americani più modesti...
L’urgenza della questione delle disuguaglianze è in effetti la grande differenza. Nel marzo 2011, quando ho fatto uscire un articolo sull’assorbimento da parte dell’1% degli americani di un quarto dei redditi, non c’era ancora una presa di coscienza globale. Ormai, sappiamo che negli ultimi tre o quattro decenni, quasi tutti i benefici della crescita sono andati ai più ricchi. Il capitalismo è in fallimento. Nonostante i progressi fantastici della ricerca medica, la speranza di vita negli Stati Uniti sta diminuendo, è inaudito. Sempre più persone riconoscono che il sogno americano è un mito. L’elezione del 2016 è la prova che l’esplosione delle disuguaglianze ha oramai delle conseguenze politiche e sociali importanti.
In effetti, Donald Trump, l’araldo del “Make America Great Again”, è stato eletto due anni fa. Si vanta spesso di un tasso di disoccupazione ai minimi da 18 anni e di record in borsa, a riprova – come lui sostiene – del suo successo. Che ne pensa delle sue politiche economiche?
Innanzitutto, queste non funzionano per la maggior parte degli americani. Il mercato azionario sale perché i salari sono deboli e il tasso di interesse è basso. Riducendo i salari e trasferendo denaro verso i profitti, non è difficile far salire il mercato azionario, a maggior ragione se si abbassano le tasse sulle imprese!
La riforma fiscale di Trump, una riduzione massiccia delle imposte per i miliardari e le grandi imprese, ha sostanzialmente ampliato il deficit fiscale americano (questo potrebbe toccare i mille miliardi di dollari nel 2020 secondo il Congresso americano), ma la crescita addizionale creata da questo ingente regalo fiscale è in realtà molto debole. Questa è stata una riforma fiscale sbagliata, il cui impatto non sarà che di breve termine e minimo. Mettiamoci insieme a questo il protezionismo di Trump, che immerge il mondo nell’incertezza...
Che ne pensa delle “guerre commerciali” lanciate da Trump contro la Cina, l’Europa, ecc?
Nelle guerre commerciali, tutti quanti ci perdono. Donald Trump si è fissato come obiettivo di riscrivere le regole del commercio internazionale per dare un vantaggio significativo agli Stati Uniti e ridurre il deficit commerciale americano. Ma queste sono delle stupidaggini. Ciò che determina i deficit commerciali è la macroeconomia e, qualunque cosa faccia, il deficit commerciale americano peggiorerà. Al di là della retorica e dei suoi ruggiti, raccoglie delle noccioline.
Guardate l’accordo con il Messico, annunciato recentemente in pompa magna. Gli Stati Uniti hanno in pratica ottenuto una concessione minore sulla parte dei veicoli costruiti nell’America Settentrionale: ciò è poco e inoltre rischia alla fine di aumentare i costi di produzione e dunque di distruggere posti di lavoro. Neanche l’accordo con la Corea del Sud avrà molto effetto: la Corea ha accettato di fare entrare un numero maggiore di automobili americane che non rispettano per forza i loro criteri di sicurezza. Ma i coreani non le comprano! Che ce ne siano di più sul mercato non cambierà la situazione.
Sulla stampa americana, si legge frequentemente di analisi che annunciano una nuova crisi finanziaria. Alcuni puntano gli eccessi della finanza, altri la bolla energetica negli Stati Uniti, altri ancora il carattere insostenibile dell’indebitamento delle famiglie americane. Dobbiamo temere una nuova crisi?
Per la Turchia e l’Argentina, ci siamo già. Si sospettava che le politiche di “allentamento quantitativo” messe in campo dalle banche centrali dopo la crisi avrebbero posto un problema per le economie emergenti quando i tassi di interesse sarebbero aumentati, a causa dei loro deficit e del loro debito. Questo è ciò che sta accadendo e non conosciamo il grado di contagio. Da un punto di vista globale, questo è il rischio più imminente.
Dopo, c’è quello che avete menzionato, soprattutto l’indebitamento degli studenti americani che raggiunge i 1.500 miliardi di dollari. L’effetto negativo sulla nostra economia è già presente. Numerosi americani non possono più comprare beni immobili, rimandano i loro progetti familiari, tutto ciò indebolisce l’economia. Il problema è che, passato il suo effetto cosmetico, la riforma fiscale di Trump comincerà ad avere un impatto negativo sull’economia. Possiamo dunque aspettarci un significativo rallentamento economico nel 2019 o nel 2020. In quel momento, i debiti potrebbero accelerare i problemi.
Da lungo tempo avete messo in guardia contro l’assenza di riforme dell’euro e delle politiche di austerità. L’Europa è in procinto di affondare?
È deludente constatare che, mentre il rischio greco è diminuito, anche gli sforzi per riformare l’euro e la zona euro sono diminuiti, tanto che le politiche di austerità sono continuate. La Grecia è sempre in depressione con degli obiettivi di surplus fiscale che rischiano di soffocarla, i giovani greci continuano a fuggire dal loro paese, e l’Europa sembra chiudere gli occhi. Con il suo nuovo governo che considera un’uscita dall’euro, l’Italia è un rischio di crisi potenziale. Se l’Europa non riforma l’euro, penso che bisogna prevedere una crisi. Dei paesi lasceranno l’euro, realmente o de facto, creando delle valute parallele.
L’Europa è sull’orlo dell’abisso. E quando si è sull’orlo dell’abisso, c’è una buona probabilità di cadere.
Il presidente francese Emmanuel Macron manifesta la sua intenzione di riformare l’Europa. All’interno, porta avanti delle politiche ortodosse.
Lui ha una visione di Europa, ma questa non sembra convincere la Germania e gli altri paesi. Ancora una volta, a parte una riforma dell’eurozona e dell’euro, la possibilità di politiche espansionistiche è molto limitata. Nel frattempo, l’Europa pratica la svalutazione interna, ciò che causa la recessione, indebolisce l’economia, comprime i salari. L’altra strada è una tassa europea sulle emissioni di carbonio che stimolerebbe l’economia.
In Francia, in Europa, negli Stati Uniti, i progressisti sono alla ricerca di politiche per risolvere la questione delle disuguaglianze, rispondere alle sfide del cambiamento climatico, lottare contro l’autoritarismo e l’estrema destra. Che cosa suggerisce loro?
Una delle fonti delle disuguaglianze è la crescita squilibrata tra il potere sempre crescente dei monopoli, da un lato, e l’indebolimento del potere contrattuale dei salariati, dall’altro. Bisogna dunque rafforzare i sindacati e attaccare i monopoli, contemporaneamente regolamentandoli e rafforzando la concorrenza. Peraltro, c’è bisogno di una maggiore redistribuzione – pensate che negli Stati Uniti abbiamo un sistema fiscale non progressivo, ma regressivo! – aumentare i salari dei lavoratori, rafforzare l’istruzione pubblica, ridurre il peso dei trasferimenti intergenerazionali con una tassa sull’eredità, migliorare la sanità, l’abitare, avere l’obiettivo di un’occupazione per tutti.
Negli Stati Uniti, molte figure emergenti del Partito Democratico propongono una “garanzia di occupazione” per i salariati. Proprio questa potrebbe essere una delle idee chiave del candidato avversario a Trump nelle presidenziali del 2020. Che ne pensa?
Questa è una delle idee che io sostengo. Per le classi più popolari e le minoranze, il mercato non funziona come dovrebbe. Da un lato, ci sono enormi bisogni, per esempio per provvedere alla manutenzione delle città e apportare cure alle persone anziane. Dall’altro, molte persone non hanno il lavoro. Far incontrare i due problemi ridurrebbe le disuguaglianze e stimolerebbe l’economia a beneficio di tutta la società.
Trump è al potere, l’Europa è tormentata dall’estrema destra eppure lei è ottimista...
Non ho mai visto i giovani americani così motivati. Capiscono che il loro futuro è in gioco. La nostra democrazia fa acqua, l’economia è inadempiente, ma loro hanno ancora fiducia nei nostri processi democratici. Hanno capito che la direzione nella quale ci sta conducendo il Partito Repubblicano è un buco nero. Quando viaggio, lo sento anche in Europa e in altre parti del mondo. Questa è la mia speranza.
* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli dell’articolo originale pubblicato su: https://www.mediapart.fr/journal/international/050918/joseph-stiglitz-l-europe-est-au-bord-de-l-abime
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Dieci anni dopo la crisi del 2008, a che punto è la regolamentazione finanziaria? Membri dell’ICRICT [Independent Commission for the Reform of International Corporate Taxation, ndt], una commissione indipendente create da tre anni che propone soprattutto di riformare la tassazione delle multinazionali, illustri economisti e sostenitori di una regolamentazione della finanza si sono riuniti martedì 4 settembre a New York. Tra questi, lo specialista dei paradisi fiscali Gabriel Zucman, professore all’università californiana di Berkeley, l’eurodeputata ecologista Eva Joly, o l’economista indiana Jayati Ghosh, venuta ad esprimere i suoi timori di vedere la bolla di indebitamento dei paesi emergenti “scoppiare presto, forse da quest’anno”.
Anche lui, membro dell’ICRIT, il celebre Premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, professore alla Columbia University e precedente capo economista alla Banca Mondiale, ha risposto alle domande di Mediapart.
Panama Papers, Paradise Papers, Swiss Leaks, LuxLeaks, Malta Files, etc. Dalla crisi del 2008, grandi inchieste internazionali hanno provato la portata dell’evasione fiscale nel mondo. Ma la situazione è veramente cambiata?
La crisi finanziaria del 2008 non è stata provocata dai paradisi fiscali, ma è abbastanza notevole constatare la piena luce che ha proiettato su questi. Ed è una buona cosa! Grazie al lavoro di investigazione di giornalisti nel mondo intero, ci si è resi conto della magnitudine dell’evasione fiscale, ma anche dell’elusione fiscale, che priva gli Stati di risorse essenziali. Le restrizioni fiscali che hanno seguito la crisi hanno peraltro accresciuto questa presa di coscienza e reso l’opinione pubblica molto sensibile a queste questioni.
Più recentemente, penso che l’elezione di Donald Trump ha anche aiutato questa presa di coscienza. Il presidente americano è un esperto incontestato del riciclaggio di denaro. Con lui, l’opinione pubblica ha scoperto questo mercato oscuro dove ogni tipo di persona squallida ricicla denaro sporco comprando e rivendendo appartamenti di lusso. Questo è esattamente il modello di Trump!
Tutto ciò ha finito per rafforzare il sentimento che in una città come questa [New York, ndt], c’è qualcosa che non va. Le persone normali non possono più comprare dei beni immobiliari. I più poveri abitano in periferia e devono fare lunghi tragitti ogni giorno. Ma al centro della città, ci sono migliaia e migliaia di metri quadrati vuoti, proprietà di ricchi speculatori, che se ne servono spesso per fini di riciclaggio. Questo genere di cose rafforza la collera dei cittadini.
Ci sono stati dei progressi in dieci anni per ridurre i paradisi fiscali e regolamentare i mercati finanziari?
Sulla trasparenza del sistema finanziario internazionale e l’evasione fiscale, ci sono stati alcuni passi in avanti. Ma molto lontano dall’essere sufficienti. Il bicchiere resta vuoto a tre quarti. Quanto al sistema finanziario, è più stabile che dieci anni fa? Direi, probabilmente. Le soglie di capitali minimi richiesti [dalle banche, ndt] sono stati aumentati, c’è più supervisione. Ma ciò chiaramente non è sufficiente. Nel corso degli ultimi tre o quattro anni, ci sono state importanti ricadute, con la messa in discussione delle regolamentazioni finanziarie adottate dopo la crisi. La pressione delle grandi banche americane è stata coronata da successo. Sull’esempio di Citigroup, queste non si nascondo dal fare pressioni attraverso emendamenti legislativi scritti dai loro lobbisti.
La differenza con il mondo del 2008, non è che l’urgenza sia ancora più grande? C’è la sfida climatica, l’emergere di numerose entità monopolistiche come Apple e Amazon (le cui capitalizzazioni in borsa oltrepassano ormai i 1000 miliardi di dollari), l’esplosione delle disuguaglianze. Il senatore socialista americano Bernie Sanders riporta spesso questo fatto sorprendente: negli Stati Uniti, il patrimonio di tre miliardari – Warren Buffet, Bill Gates e Jeff Bezos – è superiore ai risparmi della metà degli americani più modesti...
L’urgenza della questione delle disuguaglianze è in effetti la grande differenza. Nel marzo 2011, quando ho fatto uscire un articolo sull’assorbimento da parte dell’1% degli americani di un quarto dei redditi, non c’era ancora una presa di coscienza globale. Ormai, sappiamo che negli ultimi tre o quattro decenni, quasi tutti i benefici della crescita sono andati ai più ricchi. Il capitalismo è in fallimento. Nonostante i progressi fantastici della ricerca medica, la speranza di vita negli Stati Uniti sta diminuendo, è inaudito. Sempre più persone riconoscono che il sogno americano è un mito. L’elezione del 2016 è la prova che l’esplosione delle disuguaglianze ha oramai delle conseguenze politiche e sociali importanti.
In effetti, Donald Trump, l’araldo del “Make America Great Again”, è stato eletto due anni fa. Si vanta spesso di un tasso di disoccupazione ai minimi da 18 anni e di record in borsa, a riprova – come lui sostiene – del suo successo. Che ne pensa delle sue politiche economiche?
Innanzitutto, queste non funzionano per la maggior parte degli americani. Il mercato azionario sale perché i salari sono deboli e il tasso di interesse è basso. Riducendo i salari e trasferendo denaro verso i profitti, non è difficile far salire il mercato azionario, a maggior ragione se si abbassano le tasse sulle imprese!
La riforma fiscale di Trump, una riduzione massiccia delle imposte per i miliardari e le grandi imprese, ha sostanzialmente ampliato il deficit fiscale americano (questo potrebbe toccare i mille miliardi di dollari nel 2020 secondo il Congresso americano), ma la crescita addizionale creata da questo ingente regalo fiscale è in realtà molto debole. Questa è stata una riforma fiscale sbagliata, il cui impatto non sarà che di breve termine e minimo. Mettiamoci insieme a questo il protezionismo di Trump, che immerge il mondo nell’incertezza...
Che ne pensa delle “guerre commerciali” lanciate da Trump contro la Cina, l’Europa, ecc?
Nelle guerre commerciali, tutti quanti ci perdono. Donald Trump si è fissato come obiettivo di riscrivere le regole del commercio internazionale per dare un vantaggio significativo agli Stati Uniti e ridurre il deficit commerciale americano. Ma queste sono delle stupidaggini. Ciò che determina i deficit commerciali è la macroeconomia e, qualunque cosa faccia, il deficit commerciale americano peggiorerà. Al di là della retorica e dei suoi ruggiti, raccoglie delle noccioline.
Guardate l’accordo con il Messico, annunciato recentemente in pompa magna. Gli Stati Uniti hanno in pratica ottenuto una concessione minore sulla parte dei veicoli costruiti nell’America Settentrionale: ciò è poco e inoltre rischia alla fine di aumentare i costi di produzione e dunque di distruggere posti di lavoro. Neanche l’accordo con la Corea del Sud avrà molto effetto: la Corea ha accettato di fare entrare un numero maggiore di automobili americane che non rispettano per forza i loro criteri di sicurezza. Ma i coreani non le comprano! Che ce ne siano di più sul mercato non cambierà la situazione.
Sulla stampa americana, si legge frequentemente di analisi che annunciano una nuova crisi finanziaria. Alcuni puntano gli eccessi della finanza, altri la bolla energetica negli Stati Uniti, altri ancora il carattere insostenibile dell’indebitamento delle famiglie americane. Dobbiamo temere una nuova crisi?
Per la Turchia e l’Argentina, ci siamo già. Si sospettava che le politiche di “allentamento quantitativo” messe in campo dalle banche centrali dopo la crisi avrebbero posto un problema per le economie emergenti quando i tassi di interesse sarebbero aumentati, a causa dei loro deficit e del loro debito. Questo è ciò che sta accadendo e non conosciamo il grado di contagio. Da un punto di vista globale, questo è il rischio più imminente.
Dopo, c’è quello che avete menzionato, soprattutto l’indebitamento degli studenti americani che raggiunge i 1.500 miliardi di dollari. L’effetto negativo sulla nostra economia è già presente. Numerosi americani non possono più comprare beni immobili, rimandano i loro progetti familiari, tutto ciò indebolisce l’economia. Il problema è che, passato il suo effetto cosmetico, la riforma fiscale di Trump comincerà ad avere un impatto negativo sull’economia. Possiamo dunque aspettarci un significativo rallentamento economico nel 2019 o nel 2020. In quel momento, i debiti potrebbero accelerare i problemi.
Da lungo tempo avete messo in guardia contro l’assenza di riforme dell’euro e delle politiche di austerità. L’Europa è in procinto di affondare?
È deludente constatare che, mentre il rischio greco è diminuito, anche gli sforzi per riformare l’euro e la zona euro sono diminuiti, tanto che le politiche di austerità sono continuate. La Grecia è sempre in depressione con degli obiettivi di surplus fiscale che rischiano di soffocarla, i giovani greci continuano a fuggire dal loro paese, e l’Europa sembra chiudere gli occhi. Con il suo nuovo governo che considera un’uscita dall’euro, l’Italia è un rischio di crisi potenziale. Se l’Europa non riforma l’euro, penso che bisogna prevedere una crisi. Dei paesi lasceranno l’euro, realmente o de facto, creando delle valute parallele.
L’Europa è sull’orlo dell’abisso. E quando si è sull’orlo dell’abisso, c’è una buona probabilità di cadere.
Il presidente francese Emmanuel Macron manifesta la sua intenzione di riformare l’Europa. All’interno, porta avanti delle politiche ortodosse.
Lui ha una visione di Europa, ma questa non sembra convincere la Germania e gli altri paesi. Ancora una volta, a parte una riforma dell’eurozona e dell’euro, la possibilità di politiche espansionistiche è molto limitata. Nel frattempo, l’Europa pratica la svalutazione interna, ciò che causa la recessione, indebolisce l’economia, comprime i salari. L’altra strada è una tassa europea sulle emissioni di carbonio che stimolerebbe l’economia.
In Francia, in Europa, negli Stati Uniti, i progressisti sono alla ricerca di politiche per risolvere la questione delle disuguaglianze, rispondere alle sfide del cambiamento climatico, lottare contro l’autoritarismo e l’estrema destra. Che cosa suggerisce loro?
Una delle fonti delle disuguaglianze è la crescita squilibrata tra il potere sempre crescente dei monopoli, da un lato, e l’indebolimento del potere contrattuale dei salariati, dall’altro. Bisogna dunque rafforzare i sindacati e attaccare i monopoli, contemporaneamente regolamentandoli e rafforzando la concorrenza. Peraltro, c’è bisogno di una maggiore redistribuzione – pensate che negli Stati Uniti abbiamo un sistema fiscale non progressivo, ma regressivo! – aumentare i salari dei lavoratori, rafforzare l’istruzione pubblica, ridurre il peso dei trasferimenti intergenerazionali con una tassa sull’eredità, migliorare la sanità, l’abitare, avere l’obiettivo di un’occupazione per tutti.
Negli Stati Uniti, molte figure emergenti del Partito Democratico propongono una “garanzia di occupazione” per i salariati. Proprio questa potrebbe essere una delle idee chiave del candidato avversario a Trump nelle presidenziali del 2020. Che ne pensa?
Questa è una delle idee che io sostengo. Per le classi più popolari e le minoranze, il mercato non funziona come dovrebbe. Da un lato, ci sono enormi bisogni, per esempio per provvedere alla manutenzione delle città e apportare cure alle persone anziane. Dall’altro, molte persone non hanno il lavoro. Far incontrare i due problemi ridurrebbe le disuguaglianze e stimolerebbe l’economia a beneficio di tutta la società.
Trump è al potere, l’Europa è tormentata dall’estrema destra eppure lei è ottimista...
Non ho mai visto i giovani americani così motivati. Capiscono che il loro futuro è in gioco. La nostra democrazia fa acqua, l’economia è inadempiente, ma loro hanno ancora fiducia nei nostri processi democratici. Hanno capito che la direzione nella quale ci sta conducendo il Partito Repubblicano è un buco nero. Quando viaggio, lo sento anche in Europa e in altre parti del mondo. Questa è la mia speranza.
* Traduzione a cura di Andrea Mencarelli dell’articolo originale pubblicato su: https://www.mediapart.fr/journal/international/050918/joseph-stiglitz-l-europe-est-au-bord-de-l-abime
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08/07/2018
Stiglitz: “Come e perché si deve uscire dall’euro”
Si moltiplicano le analisi molto scettiche sulla possibilità di tenere in piedi Unione Europea ed Euro, così come li abbiamo conosciuti negli ultimi venti anni. E si tratta di contributi autorevoli che arrivano da figure di primo piano dell’establishment globale, non di sbrigative ricette buttate giù da qualche commercialista in quota Lega.
Come sapete, la lingua batte dove il dente duole. Se si discute molto, e seriamente, di un argomento considerato tabù nel dibattito politico pubblico italiano, vuol dire che i problemi hanno superato la soglia del fisiologico e cominciano a porre in discussione equilibri che sembravano eterni.
Il contributo che qui vi proponiamo arriva da Joseph Stiglitz, ex capo economista e vicepresidente della Banca Mondiale, nonché ex Presidente dei consiglieri economici dell’amministrazione Clinton, premio Nobel per l’economia nel 2001, di orientamento blandamente keynesiano. Un personaggio insomma niente affatto “accademico”, ma operativo. Uno che ha preso decisioni rilevantissime nella storia economica recente del capitalismo “globalizzato” e da qualche anno si è trasformato in critico severo del mondo che anche lui ha contribuito a disegnare.
Per capirsi, uno dei suoi aforismi più fulminanti recita:
Questo lavoro è stato pubblicato su Politico un paio di settimane fa e ha attirato, oltre alla nostra, l’attenzione del quotidiano di Confindustria, producendo un’intervista dal titolo molto meno radicale di quello originale: «Italexit è l’ultima spiaggia, per l’Italia è meglio restare ma l’euro va riformato». Non sembra una posizione estrema, ma esprime una preoccupazione ormai generale, come abbiamo visto con l’intervista a Claus Offe.
I consigli di Stiglitz, coerenti con la sua biografia da “operativo”, sono molto pratici, ma sulla base di una partizione obbligata: o escono dall’euro la Germania e altri paesi del Nord, oppure ne dovrà uscire l’Italia insieme ai paesi mediterranei. L’unica cosa impossibile – o alla fine devastante – è continuare così.
La “riforma” della moneta unica (e dei numerosi trattati che la regolano o presuppongono) consisterebbe in un rovesciamento completo dell’atteggiamento tedesco nei confronti del resto dell’eurozona, accettando contemporaneamente di aumentare i salari all’interno della Germania, farsi carico di una politica economica e industriale continentale equilibrata (compresa una politica fiscale comune che comprenda la “condivisione dei rischi finanziari” con i paesi più deboli), ecc.
Tutto ciò che l’intero mondo politico, imprenditoriale e finanziario tedesco esclude assolutamente; con toni più o meno ultimativi che permettono a malapena di distinguere Spd, Cdu, Csu e i paranazisti dell’Afd. Se questa è l’unica possibilità per “riformare” la Ue – e teoricamente lo è – allora nessuna riforma è possibile. E bisogna cominciare a ragionare su scenari più radicali e soprattutto realistici.
La rottura dell’Unione e la disarticolazione della moneta unica sono insomma temi chiaramente posti sul tavolo del conflitto politico e sociale tra Stati, classi, interessi sociali diversi.
Perché tanta compagneria rifiuta persino di discutere sulle possibili vie d’uscita da un processo di crisi che rischia di diventare catastrofico? Perché ci si ostina a “ragionare” nei termini imposti dal “pensiero unico” per cui “l’europeismo” sarebbe quasi un succedaneo dell’internazionalismo e la rottura della Ue un “ritorno al nazionalismo”? Persino uno come Stiglitz arriva a spiegare che i paesi mediterranei starebbero molto meglio fuori da questa gabbia... Insieme, non “da soli”.
A nostro avviso prendere consapevolezza di quanto sta avvenendo nel mare aperto globale, fuori del ristretto acquario in cui è stata – o si è – confinata la cosiddetta “sinistra radicale” (o “antagonista”, o con altri, e persino senza, aggettivi) è semplicemente necessario. Il vecchio e tranquillo mondo della globalizzazione vincente non esiste già più. La guerra dei dazi è appena iniziata e la sua pressoché inevitabile escalation avrà conseguenze pesanti su equilibri che sembravano sorretti con travi d’acciaio. Il percorso della Brexit sta a sua volta minando buona parte del sistema di trattati europei che si voleva “rafforzare” nel vertice di fine giugno, ma che ha prodotto invece pochi correttivi a vantaggio di Germania, Francia e pochi altri, rivelando che il governo Lega-M5S abbaia molto sui media italiani ma fa come Renzi-Letta-Monti quando si siede a Bruxelles.
Rifiutarsi di prendere atto della realtà non è mai un buon modo di costruire percorsi collettivi, ma sicuramente è un modo per non cambiare di una virgola i rapporti di forza tra capitale e lavoratori. Né ora, né mai...
L’Italia ha la grossa opportunità di fare una scelta che darà uno scossone all’intera Eurozona.
Qual è il modo migliore per affrancarsi dall’Euro? Ora che in Italia è stato dato l’incarico ad un Governo “euroscettico”, almeno sulla carta, questa domanda è tornata sul tavolo delle proposte. Si, è vero, tutti i ministri chiave si sono impegnati a mantenere il Paese nell’area monetaria comune dell’Unione, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili; devono essere riconsiderati in un contesto di negoziazione dell’Italia un poco più ampio. Il nuovo Governo vuole che sia chiaro: non è solo un’anticipazione, una sorta di pettegolezzo. Preferirebbe rimanere nell’Eurozona, ma vuole cambiare.
I nuovi leader italiani hanno ragione a dire che l’Eurozona è severamente malata, e che ha bisogno di una riforma. L’Euro è stato carente, limitato dal momento del suo concepimento. A Paesi come l’Italia ha sottratto due meccanismi chiave di regolazione, di un certo adeguamento: il controllo sui tassi di interesse e quello sui tassi di cambio. Invece di mettere correttamente tutto al posto giusto, sono state introdotte forti contrazioni su debito pubblico e deficit, ostacoli ulteriori alla ripresa economica.
L’effetto di tutto questo nell’Eurozona è stato una crescita più lenta, specialmente per le nazioni più deboli. Si supponeva che l’Euro sarebbe stato accompagnato da una crescita maggiore; che avrebbe portato ciascuna nazione, a turnazione, ad un impegno per una più forte e rinnovata integrazione europea. E’ stato fatto esattamente l’opposto: le divisioni all’interno dell’Unione Europea sono cresciute, e specialmente quelle fra Paesi debitori e Paesi creditori.
Le scissioni che ne sono scaturite poi, hanno reso ancora più difficile risolvere altri problemi, in particolare la crisi migratoria, dove le regole europee hanno imposto un onere poco piacevole a quei paesi di confine che ricevono migranti, come la Grecia e l’Italia, che sono anche Paesi debitori, già afflitti da serie difficoltà economiche. Nessuna meraviglia se si respira, quindi, odore di rivolta.
La resistenza della Germania
Quello che si deve fare è ben noto. Il problema però risiede nella riluttanza della Germania a metterlo in pratica.
Nell’Eurozona si è a lungo affermato che c’era bisogno di un Unione Bancaria, ma Berlino ha sempre rimandato la riforma chiave per crearla — una assicurazione comune sui depositi — che avrebbe ridotto la fuga dei capitali dalle nazioni più deboli: la fuga dei capitali è un fattore chiave per spiegare le dimensioni della recessione nelle Nazioni in crisi.
Le politiche economiche tedesche aggravano i problemi dell’Eurozona. La sfida economica fondamentale affrontata dai Paesi nell’Unione Monetaria è nel risolvere l’incapacità di adeguare i tassi di cambio disallineati. Nell’Eurozona, attualmente, il peso dell’adeguamento è imposto ai Paesi debitori, che già soffrono per una crescita lenta e bassi redditi. Se la Germania attuasse una politica fiscale e dei salari più espansionistica, un poco della pressione fiscale scivolerebbe via da questi Paesi.
Se la Germania non ha la volontà di mettere le basi necessarie a migliorare l’Unione Monetaria, dovrebbe almeno fare l'unica scelta conseguente: lasciare l’Eurozona. E’ noto come l’ha messa George Soros: la Germania dovrebbe mettersi alla guida, una volta per tutte, o dovrebbe lasciare. Con la Germania (e forse anche altri Paesi del Nord Europa) fuori dall’Unione Monetaria, il valore dell’Euro declinerebbe, diminuirebbe, mentre crescerebbero le esportazioni di Italia ed altri Paesi dell’Europa Meridionale. La causa principale dello squilibrio svanirebbe; allo stesso tempo, l’aumento dei tassi di cambio della Germania contribuirebbe in larga misura a sanare uno degli aspetti più destrutturanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale della Germania.
Perché uscire
Il problema, naturalmente è che la Germania si rifiuta ostinatamente di prendere una decisione, e questo lascia i cittadini di Paesi come la Grecia e l’Italia ad un bivio che non avrebbero mai voluto affrontare: essere membri dell’Eurozona o avere la prosperità economica.
Il governo greco, timido e con così poca esperienza, ha scelto a suo tempo di rimanere nell’Unione Monetaria. Il risultato è stata la stagnazione. Dal 2015 il Pil greco è sceso a picco, ha perso il 25% dai livelli pre-crisi. E da allora si è a malapena spostato di qualche millimetro.
L’Italia ha l’opportunità di fare una scelta differente: in assenza di riforme sostanziali, i benefici per il Paese appaiono semplici da raggiungere, palesi e anche considerevoli.
Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori sostituirebbero merci fatte in Italia con altre d’importazione. I turisti troverebbero il Paese anche una destinazione più interessante; tutto questo stimolerà la domanda ed andrà ad incrementare il gettito del Governo. La crescita migliorerà, e diminuirà quello che è il più alto livello di disoccupazione di sempre nel Paese: l’11% totale, con il 33.1% della disoccupazione giovanile.
Naturalmente ci sono molte altre ragioni per leggere il malessere italiano e potrebbero ricondurre solo parzialmente, all’uscita dall’Euro. Governi come quello USA a guida di personaggi come il Presidente Donald Trump, o quello italiano del ex primo ministro Silvio Berlusconi – dominati da faccendieri corrotti senza alcuna concezione delle semplici basi per una crescita sostenibile a lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e durevole.
Allo stesso tempo, la crescita lenta e diseguale che l’Italia ha registrato per effetto dell’Euro, ha quasi sicuramente fornito terreno fertile per i populisti di ogni risma.
Più avanti però, si raggiungeranno anche dei vantaggi politici. Un’Italia più prospera avrebbe più possibilità di cooperare in altri settori chiave, nei quali l’Europa ha bisogno di lavorare insieme ad altre nazioni: immigrazione, una forza di difesa europea, le sanzioni verso la Russia, la politica commerciale.
Le politiche di immigrazione e quelle commerciali possono produrre benefici per intere nazioni, anche se rimangono paesi che ne subiscono il peso; i vincoli fiscali imposti dall’Eurozona hanno fatto l’impossibile per fornire protezione adeguata a questi paesi perdenti, in sofferenza. Un Italia fuori dall’Eurozona sarebbe in una posizione migliore per dividere i benefici delle proprie politiche internazionali, ed allo stesso tempo allevierebbe la sofferenza associata al Paese.
Come fare
Naturalmente la sfida consisterà nel trovare un modo per abbandonare l’Eurozona che riduca al minimo i costi politici ed economici. Sarà essenziale un massiccio risanamento del debito, prestando particolare attenzione agli effetti che potrebbero colpire le istituzioni finanziarie nazionali. In assenza di questo risanamento, il peso dell’Euro, quello che si chiama “debito”, decollerebbe, assorbendo gran parte dei potenziali guadagni.
Questi tentativi di risanamento, di ristrutturazione, sono parte integrante dei grandi processi di svalutazione. Alcune volte vengono attuati in silenzio, fra le quinte, come hanno fatto gli USA quando uscirono dal Sistema Aureo, altre più apertamente, come in Islanda o Argentina, con le folle dei debitori che gridarono allo scandalo. Questi tentativi di risanamento del debito dovrebbero essere visti come un rischio del tutto calcolato per gli investimenti transfrontalieri; in questo risiede una delle ragioni per cui i bond (tipo di obbligazione, o titolo di Stato NdT) “stranieri” rendono spesso solo un cosiddetto “premio di rischio”.
Da una prospettiva strettamente economica, la cosa più semplice per le entità italiane (siano essi governi, multinazionali o singole persone) sarebbe quella di riformulare il debito, trasformandolo da “debito in Euro” in “debito in una Nuova Lira”. A causa di difficoltà legali interne all’UE e degli obblighi internazionali appartenenti proprio all’Italia, sarebbe auspicabile promulgare un nuovo “articolo 11” della legge sulla bancarotta, che garantirebbe un ricorso al risanamento del debito in tempi brevi per chiunque e qualunque struttura od ente, per il quale la valuta corrente presenta seri problemi economici. Come ben si sa, le leggi sulla bancarotta rimangono un’area di competenza dei soli stati-nazione nella UE.
L’Italia potrebbe anche scegliere di nascondere il proprio intento di lasciare l’Eurozona; molto semplicemente potrebbe emettere dei titoli (chiamiamoli “bond governativi”) che verrebbero accettati come pagamento per ciascuna obbligazione debitoria del valore di un Euro. Una flessione nel valore di questi bonds, equivarrebbe ad una svalutazione e, allo stesso tempo, ristabilirebbe l’efficacia della politica monetaria italiana: i cambi, nella politica della Banca Centrale, influenzerebbero il valore nominale dei “bonds”.
Un gran frastuono
Ovviamente, tutto questo scatenerebbe urla e proteste degli altri membri dell’Eurozona.
L’introduzione, anche in via del tutto informale, di una valuta parallela violerebbe quasi certamente le regole dell’Eurozona e andrebbe sicuramente contro il suo spirito; così facendo, però, l’Italia passerebbe agli altri paesi membri la scomoda decisione della sua espulsione.
Roma potrebbe correre questo rischio, sperando che i membri dell’unione monetaria non mettano mai in atto un’azione così forte, il che confermerebbe il deterioramento dell’Eurozona. L’Italia in realtà vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, come si suole dire. Rimanere parte dell’Eurozona ma, allo stesso tempo, ottenere una svalutazione. Se l’Italia, di contro, perdesse la scommessa, l’onere politico dell’uscita dall’Eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partners”. Sarebbero loro destinati a fare il passo finale.
La Grecia è stata strangolata dalla BCE. Non ce ne era bisogno. Atene era già ad un passo dal creare una infrastruttura (un meccanismo di pagamento elettronico attraverso una nuova dracma) che avrebbe facilitato il passaggio verso l’uscita dall’Eurozona.
I progressi della tecnologia, negli ultimi tre anni, hanno fatto sì che si creassero dei sistemi monetari elettronici più facili ed efficaci. Se l’Italia scegliesse di usarne uno qualsiasi, non dovrebbe neanche affrontare le difficoltà di stampare una nuova valuta.
L’Italia potrebbe anche smussare le asperità della sua dipartita, se la sua uscita fosse coordinata con altri Paesi nelle sue stesse condizioni.
Il variegato gruppo di Paesi che ora formano l’Eurozona è lontano da quello che gli economisti chiamano “un area monetaria ottimale”. Ci sono così tante differenze, tali diversità che per fare in modo che funzioni si è dovuti ricorrere al veto della Germania su alcuni accordi istituzionali.
Una eurozona degli Stati europei meridionali sarebbe la soluzione migliore per un’area monetaria ottimale. Sarebbe invece difficile organizzare un’uscita coordinata nel breve periodo; ma se l’Italia riuscisse a trovare con successo la via dell’allontanamento dall’Euro, altre Nazioni sicuramente ne seguirebbero l’esempio.
Costi e benefici
Ad essere realisti, non si devono sottostimare i costi di una grande svalutazione. In economia anche una piccola variazione nei prezzi chiave è una perturbazione significativa.
Naturalmente, il prezzo della valuta estera è essenziale in qualsiasi economia aperta. Ha un effetto a cascata sui prezzi di tutti i servizi e di tutte le merci. Alcune aziende (forse molte) dichiarerebbero bancarotta; alcune persone (forse molte), vedrebbero diminuire i loro redditi reali.
Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi del malessere italiano al momento: se l’economia italiana fosse cresciuta al ritmo dell’Eurozona in generale, nei 20 anni passati dalla creazione della moneta unica ad ora, il Pil sarebbe aumentato almeno del 18% in più.
Il costo di una disoccupazione persistente, costante, specialmente fra i più giovani, è enorme. I giovani nella fascia fra i 20 ed i 30 anni, dovrebbero potersi impegnare a perfezionare le proprie competenze in una vera formazione sul posto di lavoro, invece di starsene a casa seduti a far niente; molti di loro così sviluppano rancori verso le élites e le istituzioni che, secondo loro, sono responsabili della situazione difficile nella quale si trovano. Il risultato è che anche la mancanza di formazione del capitale umano frenerà la produttività per molti anni a venire.
In un mondo ideale, perfetto, l’Italia non penserebbe di lasciare l’Eurozona; l’Europa potrebbe pensare di riformare l’Unione Monetaria e fornire una protezione maggiore, un ombrello economico per tutti i Paesi danneggiati in modo serio dal mercato e dai flussi migratori.
In assenza di un cambio di direzione da parte dell’UE, l’Italia deve ricordare che ha un’alternativa alla stagnazione economica, e che esistono dei modi per lasciare l’Eurozona i cui benefici probabilmente supererebbero i costi.
Se il Governo neo-eletto fosse capace di gestire con successo un’uscita di questo tipo, l’Italia farebbe molto meglio ad andarsene. E così dovrebbe fare il resto di Paesi aderenti all'UE.
Joseph Stiglitz, da POLITICO “Laboratorio per la politica globale”, 26 giugno 2018. Traduzione e cura di Francesco Spataro
Joseph Stiglitz, è oggi professore alla Columbia University. E’autore del volume: “L’Euro: come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa” edito da Einaudi.
Il Laboratorio di Politica Globale “POLITICO” è un progetto di giornalismo in collaborazione in cerca di soluzioni ai pressanti problemi politici.
Fonte
Come sapete, la lingua batte dove il dente duole. Se si discute molto, e seriamente, di un argomento considerato tabù nel dibattito politico pubblico italiano, vuol dire che i problemi hanno superato la soglia del fisiologico e cominciano a porre in discussione equilibri che sembravano eterni.
Il contributo che qui vi proponiamo arriva da Joseph Stiglitz, ex capo economista e vicepresidente della Banca Mondiale, nonché ex Presidente dei consiglieri economici dell’amministrazione Clinton, premio Nobel per l’economia nel 2001, di orientamento blandamente keynesiano. Un personaggio insomma niente affatto “accademico”, ma operativo. Uno che ha preso decisioni rilevantissime nella storia economica recente del capitalismo “globalizzato” e da qualche anno si è trasformato in critico severo del mondo che anche lui ha contribuito a disegnare.
Per capirsi, uno dei suoi aforismi più fulminanti recita:
«La guerra moderna, fortemente tecnologica, mira ad eliminare il contatto umano: sganciare bombe da un’altezza di 15.000 metri permette di non sentire quello che si fa. La gestione economica moderna è simile: dalla lussuosa suite di un albergo si possono imporre con assoluta imperturbabilità politiche che distruggeranno la vita di molte persone, ma la cosa lascia tutti piuttosto indifferenti, perché nessuno le conosce»Detto da uno che è stato a capo di diverse squadriglie di bombardieri economici, lo ammetterete, è un’affermazione piuttosto forte. Soprattutto, inconfutabile.
Questo lavoro è stato pubblicato su Politico un paio di settimane fa e ha attirato, oltre alla nostra, l’attenzione del quotidiano di Confindustria, producendo un’intervista dal titolo molto meno radicale di quello originale: «Italexit è l’ultima spiaggia, per l’Italia è meglio restare ma l’euro va riformato». Non sembra una posizione estrema, ma esprime una preoccupazione ormai generale, come abbiamo visto con l’intervista a Claus Offe.
I consigli di Stiglitz, coerenti con la sua biografia da “operativo”, sono molto pratici, ma sulla base di una partizione obbligata: o escono dall’euro la Germania e altri paesi del Nord, oppure ne dovrà uscire l’Italia insieme ai paesi mediterranei. L’unica cosa impossibile – o alla fine devastante – è continuare così.
La “riforma” della moneta unica (e dei numerosi trattati che la regolano o presuppongono) consisterebbe in un rovesciamento completo dell’atteggiamento tedesco nei confronti del resto dell’eurozona, accettando contemporaneamente di aumentare i salari all’interno della Germania, farsi carico di una politica economica e industriale continentale equilibrata (compresa una politica fiscale comune che comprenda la “condivisione dei rischi finanziari” con i paesi più deboli), ecc.
Tutto ciò che l’intero mondo politico, imprenditoriale e finanziario tedesco esclude assolutamente; con toni più o meno ultimativi che permettono a malapena di distinguere Spd, Cdu, Csu e i paranazisti dell’Afd. Se questa è l’unica possibilità per “riformare” la Ue – e teoricamente lo è – allora nessuna riforma è possibile. E bisogna cominciare a ragionare su scenari più radicali e soprattutto realistici.
La rottura dell’Unione e la disarticolazione della moneta unica sono insomma temi chiaramente posti sul tavolo del conflitto politico e sociale tra Stati, classi, interessi sociali diversi.
Perché tanta compagneria rifiuta persino di discutere sulle possibili vie d’uscita da un processo di crisi che rischia di diventare catastrofico? Perché ci si ostina a “ragionare” nei termini imposti dal “pensiero unico” per cui “l’europeismo” sarebbe quasi un succedaneo dell’internazionalismo e la rottura della Ue un “ritorno al nazionalismo”? Persino uno come Stiglitz arriva a spiegare che i paesi mediterranei starebbero molto meglio fuori da questa gabbia... Insieme, non “da soli”.
A nostro avviso prendere consapevolezza di quanto sta avvenendo nel mare aperto globale, fuori del ristretto acquario in cui è stata – o si è – confinata la cosiddetta “sinistra radicale” (o “antagonista”, o con altri, e persino senza, aggettivi) è semplicemente necessario. Il vecchio e tranquillo mondo della globalizzazione vincente non esiste già più. La guerra dei dazi è appena iniziata e la sua pressoché inevitabile escalation avrà conseguenze pesanti su equilibri che sembravano sorretti con travi d’acciaio. Il percorso della Brexit sta a sua volta minando buona parte del sistema di trattati europei che si voleva “rafforzare” nel vertice di fine giugno, ma che ha prodotto invece pochi correttivi a vantaggio di Germania, Francia e pochi altri, rivelando che il governo Lega-M5S abbaia molto sui media italiani ma fa come Renzi-Letta-Monti quando si siede a Bruxelles.
Rifiutarsi di prendere atto della realtà non è mai un buon modo di costruire percorsi collettivi, ma sicuramente è un modo per non cambiare di una virgola i rapporti di forza tra capitale e lavoratori. Né ora, né mai...
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Come uscire dall’Eurozona
L’Italia ha la grossa opportunità di fare una scelta che darà uno scossone all’intera Eurozona.
Qual è il modo migliore per affrancarsi dall’Euro? Ora che in Italia è stato dato l’incarico ad un Governo “euroscettico”, almeno sulla carta, questa domanda è tornata sul tavolo delle proposte. Si, è vero, tutti i ministri chiave si sono impegnati a mantenere il Paese nell’area monetaria comune dell’Unione, ma questi impegni non devono essere visti come immutabili; devono essere riconsiderati in un contesto di negoziazione dell’Italia un poco più ampio. Il nuovo Governo vuole che sia chiaro: non è solo un’anticipazione, una sorta di pettegolezzo. Preferirebbe rimanere nell’Eurozona, ma vuole cambiare.
I nuovi leader italiani hanno ragione a dire che l’Eurozona è severamente malata, e che ha bisogno di una riforma. L’Euro è stato carente, limitato dal momento del suo concepimento. A Paesi come l’Italia ha sottratto due meccanismi chiave di regolazione, di un certo adeguamento: il controllo sui tassi di interesse e quello sui tassi di cambio. Invece di mettere correttamente tutto al posto giusto, sono state introdotte forti contrazioni su debito pubblico e deficit, ostacoli ulteriori alla ripresa economica.
L’effetto di tutto questo nell’Eurozona è stato una crescita più lenta, specialmente per le nazioni più deboli. Si supponeva che l’Euro sarebbe stato accompagnato da una crescita maggiore; che avrebbe portato ciascuna nazione, a turnazione, ad un impegno per una più forte e rinnovata integrazione europea. E’ stato fatto esattamente l’opposto: le divisioni all’interno dell’Unione Europea sono cresciute, e specialmente quelle fra Paesi debitori e Paesi creditori.
Le scissioni che ne sono scaturite poi, hanno reso ancora più difficile risolvere altri problemi, in particolare la crisi migratoria, dove le regole europee hanno imposto un onere poco piacevole a quei paesi di confine che ricevono migranti, come la Grecia e l’Italia, che sono anche Paesi debitori, già afflitti da serie difficoltà economiche. Nessuna meraviglia se si respira, quindi, odore di rivolta.
La resistenza della Germania
Quello che si deve fare è ben noto. Il problema però risiede nella riluttanza della Germania a metterlo in pratica.
Nell’Eurozona si è a lungo affermato che c’era bisogno di un Unione Bancaria, ma Berlino ha sempre rimandato la riforma chiave per crearla — una assicurazione comune sui depositi — che avrebbe ridotto la fuga dei capitali dalle nazioni più deboli: la fuga dei capitali è un fattore chiave per spiegare le dimensioni della recessione nelle Nazioni in crisi.
Le politiche economiche tedesche aggravano i problemi dell’Eurozona. La sfida economica fondamentale affrontata dai Paesi nell’Unione Monetaria è nel risolvere l’incapacità di adeguare i tassi di cambio disallineati. Nell’Eurozona, attualmente, il peso dell’adeguamento è imposto ai Paesi debitori, che già soffrono per una crescita lenta e bassi redditi. Se la Germania attuasse una politica fiscale e dei salari più espansionistica, un poco della pressione fiscale scivolerebbe via da questi Paesi.
Se la Germania non ha la volontà di mettere le basi necessarie a migliorare l’Unione Monetaria, dovrebbe almeno fare l'unica scelta conseguente: lasciare l’Eurozona. E’ noto come l’ha messa George Soros: la Germania dovrebbe mettersi alla guida, una volta per tutte, o dovrebbe lasciare. Con la Germania (e forse anche altri Paesi del Nord Europa) fuori dall’Unione Monetaria, il valore dell’Euro declinerebbe, diminuirebbe, mentre crescerebbero le esportazioni di Italia ed altri Paesi dell’Europa Meridionale. La causa principale dello squilibrio svanirebbe; allo stesso tempo, l’aumento dei tassi di cambio della Germania contribuirebbe in larga misura a sanare uno degli aspetti più destrutturanti dell’economia globale: lo squilibrio commerciale della Germania.
Perché uscire
Il problema, naturalmente è che la Germania si rifiuta ostinatamente di prendere una decisione, e questo lascia i cittadini di Paesi come la Grecia e l’Italia ad un bivio che non avrebbero mai voluto affrontare: essere membri dell’Eurozona o avere la prosperità economica.
Il governo greco, timido e con così poca esperienza, ha scelto a suo tempo di rimanere nell’Unione Monetaria. Il risultato è stata la stagnazione. Dal 2015 il Pil greco è sceso a picco, ha perso il 25% dai livelli pre-crisi. E da allora si è a malapena spostato di qualche millimetro.
L’Italia ha l’opportunità di fare una scelta differente: in assenza di riforme sostanziali, i benefici per il Paese appaiono semplici da raggiungere, palesi e anche considerevoli.
Un tasso di cambio più basso permetterebbe all’Italia di esportare di più. I consumatori sostituirebbero merci fatte in Italia con altre d’importazione. I turisti troverebbero il Paese anche una destinazione più interessante; tutto questo stimolerà la domanda ed andrà ad incrementare il gettito del Governo. La crescita migliorerà, e diminuirà quello che è il più alto livello di disoccupazione di sempre nel Paese: l’11% totale, con il 33.1% della disoccupazione giovanile.
Naturalmente ci sono molte altre ragioni per leggere il malessere italiano e potrebbero ricondurre solo parzialmente, all’uscita dall’Euro. Governi come quello USA a guida di personaggi come il Presidente Donald Trump, o quello italiano del ex primo ministro Silvio Berlusconi – dominati da faccendieri corrotti senza alcuna concezione delle semplici basi per una crescita sostenibile a lungo termine – non forniscono la leadership politica necessaria per una crescita forte e durevole.
Allo stesso tempo, la crescita lenta e diseguale che l’Italia ha registrato per effetto dell’Euro, ha quasi sicuramente fornito terreno fertile per i populisti di ogni risma.
Più avanti però, si raggiungeranno anche dei vantaggi politici. Un’Italia più prospera avrebbe più possibilità di cooperare in altri settori chiave, nei quali l’Europa ha bisogno di lavorare insieme ad altre nazioni: immigrazione, una forza di difesa europea, le sanzioni verso la Russia, la politica commerciale.
Le politiche di immigrazione e quelle commerciali possono produrre benefici per intere nazioni, anche se rimangono paesi che ne subiscono il peso; i vincoli fiscali imposti dall’Eurozona hanno fatto l’impossibile per fornire protezione adeguata a questi paesi perdenti, in sofferenza. Un Italia fuori dall’Eurozona sarebbe in una posizione migliore per dividere i benefici delle proprie politiche internazionali, ed allo stesso tempo allevierebbe la sofferenza associata al Paese.
Come fare
Naturalmente la sfida consisterà nel trovare un modo per abbandonare l’Eurozona che riduca al minimo i costi politici ed economici. Sarà essenziale un massiccio risanamento del debito, prestando particolare attenzione agli effetti che potrebbero colpire le istituzioni finanziarie nazionali. In assenza di questo risanamento, il peso dell’Euro, quello che si chiama “debito”, decollerebbe, assorbendo gran parte dei potenziali guadagni.
Questi tentativi di risanamento, di ristrutturazione, sono parte integrante dei grandi processi di svalutazione. Alcune volte vengono attuati in silenzio, fra le quinte, come hanno fatto gli USA quando uscirono dal Sistema Aureo, altre più apertamente, come in Islanda o Argentina, con le folle dei debitori che gridarono allo scandalo. Questi tentativi di risanamento del debito dovrebbero essere visti come un rischio del tutto calcolato per gli investimenti transfrontalieri; in questo risiede una delle ragioni per cui i bond (tipo di obbligazione, o titolo di Stato NdT) “stranieri” rendono spesso solo un cosiddetto “premio di rischio”.
Da una prospettiva strettamente economica, la cosa più semplice per le entità italiane (siano essi governi, multinazionali o singole persone) sarebbe quella di riformulare il debito, trasformandolo da “debito in Euro” in “debito in una Nuova Lira”. A causa di difficoltà legali interne all’UE e degli obblighi internazionali appartenenti proprio all’Italia, sarebbe auspicabile promulgare un nuovo “articolo 11” della legge sulla bancarotta, che garantirebbe un ricorso al risanamento del debito in tempi brevi per chiunque e qualunque struttura od ente, per il quale la valuta corrente presenta seri problemi economici. Come ben si sa, le leggi sulla bancarotta rimangono un’area di competenza dei soli stati-nazione nella UE.
L’Italia potrebbe anche scegliere di nascondere il proprio intento di lasciare l’Eurozona; molto semplicemente potrebbe emettere dei titoli (chiamiamoli “bond governativi”) che verrebbero accettati come pagamento per ciascuna obbligazione debitoria del valore di un Euro. Una flessione nel valore di questi bonds, equivarrebbe ad una svalutazione e, allo stesso tempo, ristabilirebbe l’efficacia della politica monetaria italiana: i cambi, nella politica della Banca Centrale, influenzerebbero il valore nominale dei “bonds”.
Un gran frastuono
Ovviamente, tutto questo scatenerebbe urla e proteste degli altri membri dell’Eurozona.
L’introduzione, anche in via del tutto informale, di una valuta parallela violerebbe quasi certamente le regole dell’Eurozona e andrebbe sicuramente contro il suo spirito; così facendo, però, l’Italia passerebbe agli altri paesi membri la scomoda decisione della sua espulsione.
Roma potrebbe correre questo rischio, sperando che i membri dell’unione monetaria non mettano mai in atto un’azione così forte, il che confermerebbe il deterioramento dell’Eurozona. L’Italia in realtà vorrebbe la botte piena e la moglie ubriaca, come si suole dire. Rimanere parte dell’Eurozona ma, allo stesso tempo, ottenere una svalutazione. Se l’Italia, di contro, perdesse la scommessa, l’onere politico dell’uscita dall’Eurozona ricadrebbe chiaramente sui suoi “partners”. Sarebbero loro destinati a fare il passo finale.
La Grecia è stata strangolata dalla BCE. Non ce ne era bisogno. Atene era già ad un passo dal creare una infrastruttura (un meccanismo di pagamento elettronico attraverso una nuova dracma) che avrebbe facilitato il passaggio verso l’uscita dall’Eurozona.
I progressi della tecnologia, negli ultimi tre anni, hanno fatto sì che si creassero dei sistemi monetari elettronici più facili ed efficaci. Se l’Italia scegliesse di usarne uno qualsiasi, non dovrebbe neanche affrontare le difficoltà di stampare una nuova valuta.
L’Italia potrebbe anche smussare le asperità della sua dipartita, se la sua uscita fosse coordinata con altri Paesi nelle sue stesse condizioni.
Il variegato gruppo di Paesi che ora formano l’Eurozona è lontano da quello che gli economisti chiamano “un area monetaria ottimale”. Ci sono così tante differenze, tali diversità che per fare in modo che funzioni si è dovuti ricorrere al veto della Germania su alcuni accordi istituzionali.
Una eurozona degli Stati europei meridionali sarebbe la soluzione migliore per un’area monetaria ottimale. Sarebbe invece difficile organizzare un’uscita coordinata nel breve periodo; ma se l’Italia riuscisse a trovare con successo la via dell’allontanamento dall’Euro, altre Nazioni sicuramente ne seguirebbero l’esempio.
Costi e benefici
Ad essere realisti, non si devono sottostimare i costi di una grande svalutazione. In economia anche una piccola variazione nei prezzi chiave è una perturbazione significativa.
Naturalmente, il prezzo della valuta estera è essenziale in qualsiasi economia aperta. Ha un effetto a cascata sui prezzi di tutti i servizi e di tutte le merci. Alcune aziende (forse molte) dichiarerebbero bancarotta; alcune persone (forse molte), vedrebbero diminuire i loro redditi reali.
Ma è altrettanto importante non sottostimare i costi del malessere italiano al momento: se l’economia italiana fosse cresciuta al ritmo dell’Eurozona in generale, nei 20 anni passati dalla creazione della moneta unica ad ora, il Pil sarebbe aumentato almeno del 18% in più.
Il costo di una disoccupazione persistente, costante, specialmente fra i più giovani, è enorme. I giovani nella fascia fra i 20 ed i 30 anni, dovrebbero potersi impegnare a perfezionare le proprie competenze in una vera formazione sul posto di lavoro, invece di starsene a casa seduti a far niente; molti di loro così sviluppano rancori verso le élites e le istituzioni che, secondo loro, sono responsabili della situazione difficile nella quale si trovano. Il risultato è che anche la mancanza di formazione del capitale umano frenerà la produttività per molti anni a venire.
In un mondo ideale, perfetto, l’Italia non penserebbe di lasciare l’Eurozona; l’Europa potrebbe pensare di riformare l’Unione Monetaria e fornire una protezione maggiore, un ombrello economico per tutti i Paesi danneggiati in modo serio dal mercato e dai flussi migratori.
In assenza di un cambio di direzione da parte dell’UE, l’Italia deve ricordare che ha un’alternativa alla stagnazione economica, e che esistono dei modi per lasciare l’Eurozona i cui benefici probabilmente supererebbero i costi.
Se il Governo neo-eletto fosse capace di gestire con successo un’uscita di questo tipo, l’Italia farebbe molto meglio ad andarsene. E così dovrebbe fare il resto di Paesi aderenti all'UE.
Joseph Stiglitz, da POLITICO “Laboratorio per la politica globale”, 26 giugno 2018. Traduzione e cura di Francesco Spataro
Joseph Stiglitz, è oggi professore alla Columbia University. E’autore del volume: “L’Euro: come una moneta comune minaccia il futuro dell’Europa” edito da Einaudi.
Il Laboratorio di Politica Globale “POLITICO” è un progetto di giornalismo in collaborazione in cerca di soluzioni ai pressanti problemi politici.
Fonte
14/06/2018
Stiglitz: “L’euro è stato progettato per fallire. Pensare ad una doppia moneta”
Se ad insistere sul tema è un premio Nobel per l’economia come Joseph Stiglitz, forse sarebbe il caso che sulla gabbia dell’euro si cominci a discutere seriamente e senza l’isteria e gli anatemi che lo impediscono ormai da troppo tempo.
In un articolo comparso su Project Syndacate, Stiglitz è tornato ad occuparsi del problema della sostenibilità dell’euro, evocando lo scenario di una doppia circolazione monetaria in Italia. Lo scorso anno ha dato alle stampe un libro severamente critico contro l’euro (in Italia “L’euro. Come una moneta minaccia il futuro dell’Europa”, Feltrinelli). Nell’articolo Stiglitz si sofferma anche sui risultati elettorali che hanno portato al nuovo governo eurista-lega-cinquestelle, i tre governi in uno di cui abbiamo parlato sul nostro giornale.
“L’Italia, la terza più grande economia della zona euro, ha scelto ciò che può essere definito, quantomeno, come un governo euroscettico. Questo non dovrebbe sorprendere nessuno” scrive Stiglitz nell’articolo, “Il contraccolpo in Italia è un altro prevedibile – e previsto – episodio della lunga saga di un accordo valutario mal progettato, in cui la potenza dominante, la Germania, impedisce le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi”.
Secondo l’economista, keynesiano e per anni direttore della Banca Mondiale, l’eurozona “è un sistema quasi progettato per fallire. Ha tolto i principali meccanismi di aggiustamento dei governi (tassi d’interesse e tassi di cambio); e, piuttosto che creare nuove istituzioni per aiutare i paesi a far fronte alle diverse situazioni, ha imposto nuove restrizioni – spesso basate su teorie economiche e politiche screditate – su deficit, debito e persino politiche strutturali”. Per questo Stiglitz afferma in un altro passaggio che: “Non conto più sul fatto che i tedeschi cambino rotta”. In modo simile al Portogallo, argomenta l’economista, l’Italia potrebbe mostrare un’alternativa all’austerità.
“In Italia il sentimento anti-euro sta arrivando sia da sinistra che da destra. Con il suo partito della Lega di estrema destra ora al potere, Matteo Salvini, leader del partito e politico esperto, potrebbe effettivamente lanciare il tipo di minacce che i neofiti, altrove, avevano paura di implementare. L’Italia è abbastanza grande, con economisti validi e creativi, perché possa gestire una partenza de facto [dall’euro] stabilendo una doppia valuta flessibile che potrebbe aiutare a ripristinare la prosperità. Ciò violerebbe le norme sull’euro, ma la responsabilità di una uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, verrebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte”, che si troverebbero nella difficile posizione di decretare ufficialmente un’espulsione dell’Italia dall’area valutaria.
“Qualunque sia il risultato, l’Eurozona sarebbe lasciata a brandelli. Ma non è necessario che si arrivi a questo”. Il piano A, secondo Stiglitz, resta il cambio della prospettiva tedesca su come riformare l’Eurozona, anche se finora questa svolta non si è mai verificata né appare praticabile. Per questo – a differenza di Stiglitz – continuiamo ad essere convinti che occorra un movimento popolare e progressista nei paesi europei (soprattutto nell’area euromediterranea), capace di diventare governo impugnando il “Piano B” e procedere sul piano della rottura, anche unilaterale, con la gabbia dell’eurozona e dell’Unione Europea. Una alternativa su cui occorre posizionarsi con forza e da subito per togliere spazio ed egemonia alla destra proprio su questo percorso.
Fonte
In un articolo comparso su Project Syndacate, Stiglitz è tornato ad occuparsi del problema della sostenibilità dell’euro, evocando lo scenario di una doppia circolazione monetaria in Italia. Lo scorso anno ha dato alle stampe un libro severamente critico contro l’euro (in Italia “L’euro. Come una moneta minaccia il futuro dell’Europa”, Feltrinelli). Nell’articolo Stiglitz si sofferma anche sui risultati elettorali che hanno portato al nuovo governo eurista-lega-cinquestelle, i tre governi in uno di cui abbiamo parlato sul nostro giornale.
“L’Italia, la terza più grande economia della zona euro, ha scelto ciò che può essere definito, quantomeno, come un governo euroscettico. Questo non dovrebbe sorprendere nessuno” scrive Stiglitz nell’articolo, “Il contraccolpo in Italia è un altro prevedibile – e previsto – episodio della lunga saga di un accordo valutario mal progettato, in cui la potenza dominante, la Germania, impedisce le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi”.
Secondo l’economista, keynesiano e per anni direttore della Banca Mondiale, l’eurozona “è un sistema quasi progettato per fallire. Ha tolto i principali meccanismi di aggiustamento dei governi (tassi d’interesse e tassi di cambio); e, piuttosto che creare nuove istituzioni per aiutare i paesi a far fronte alle diverse situazioni, ha imposto nuove restrizioni – spesso basate su teorie economiche e politiche screditate – su deficit, debito e persino politiche strutturali”. Per questo Stiglitz afferma in un altro passaggio che: “Non conto più sul fatto che i tedeschi cambino rotta”. In modo simile al Portogallo, argomenta l’economista, l’Italia potrebbe mostrare un’alternativa all’austerità.
“In Italia il sentimento anti-euro sta arrivando sia da sinistra che da destra. Con il suo partito della Lega di estrema destra ora al potere, Matteo Salvini, leader del partito e politico esperto, potrebbe effettivamente lanciare il tipo di minacce che i neofiti, altrove, avevano paura di implementare. L’Italia è abbastanza grande, con economisti validi e creativi, perché possa gestire una partenza de facto [dall’euro] stabilendo una doppia valuta flessibile che potrebbe aiutare a ripristinare la prosperità. Ciò violerebbe le norme sull’euro, ma la responsabilità di una uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, verrebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte”, che si troverebbero nella difficile posizione di decretare ufficialmente un’espulsione dell’Italia dall’area valutaria.
“Qualunque sia il risultato, l’Eurozona sarebbe lasciata a brandelli. Ma non è necessario che si arrivi a questo”. Il piano A, secondo Stiglitz, resta il cambio della prospettiva tedesca su come riformare l’Eurozona, anche se finora questa svolta non si è mai verificata né appare praticabile. Per questo – a differenza di Stiglitz – continuiamo ad essere convinti che occorra un movimento popolare e progressista nei paesi europei (soprattutto nell’area euromediterranea), capace di diventare governo impugnando il “Piano B” e procedere sul piano della rottura, anche unilaterale, con la gabbia dell’eurozona e dell’Unione Europea. Una alternativa su cui occorre posizionarsi con forza e da subito per togliere spazio ed egemonia alla destra proprio su questo percorso.
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01/12/2017
Basta un bitcoin a mandare in confusione un Nobel
Trova sempre più convincimento la mia idea che mai bisogna chiedere ad un economista cosa sia una moneta. A tale proposito meglio rivolgersi ad un semiologo e ad un filosofo perché gli economisti vagano nelle tenebre più fitte.
Ad avermene dato l’ennesima conferma è la temeraria affermazione fatta dal Nobel Stiglitz (il nobel più amato dai rosé assieme a Krugman) secondo cui bisogna proibire i bitcoin con la mirabile motivazione che sarebbero “in bolla”.
A parte il fatto che da un nobel per l’economia ci si aspetterebbe un lessico ben più preciso rispetto all’orrendo neologismo utilizzato. Ma lasciamo perdere. Per bolla si dovrebbe intendere la crescita esponenziale del valore di un assets non giustificata dai profitti attesi o dalla rendita dell’asset stesso. Dunque, per bolla dobbiamo intendere un bene che ha un rapporto Prezzo/guadagno molto alto e in continua crescita. Ora, il Nobel in questione mi deve spiegare come fa una moneta ad avere questa caratteristica. Un dollaro vale esattamente un dollaro, un euro vale esattamente un euro, una rupia vale esattamente una rupia e un bitcoin vale esattamente un bitcoin. Considerato che una moneta non impiegata in assets finanziari denominati in quella moneta da per definizione rendita pari a zero (0) non esiste un rapporto prezzo guadagno e per definizione non si può parlare di “bolla”.
Fatta questa, credo, necessaria precisazione, vorrei dire che Stiglitz non capisce (o non vuole capire, visto che in altre circostanze ho avuto modo di notare che ha una mente abbastanza raffinata e politica) quanto segue:
1) La continua crescita del valore del bitcoin è dovuta al fatto che il numero di bitcoin che il programma crittografato che li emette è prestabilita ed ammonta a 21 milioni di bitcoin che verranno emessi entro una data prestabilita. E’ chiaro che più persone nel mondo acquistano parti di questa quantità e più il prezzo (espresso in altra moneta) aumenta. Non c’è alcuna bolla, c’è solo l’effetto dell’aumento della domanda con un offerta fissa e data che tutti conoscono.
2) Se poi Stiglitz voleva dire che gli assets, gli strumenti finanziari espressi in bitcoin sono in bolla è altro discorso. Ha ragione ed è stato pure moderato. Nel senso che il sottoscritto dice chiaramente che sono in truffa non in bolla. E non parlo per sentito dire, parlo per conoscenza diretta avendo scandagliato questo mondo parallelo ed avendoci buttato pure qualche soldino (cazzate eh) per vedere cosa succedeva: posso affermare che le probabilità di ritrovarti truffato sono davvero alte e in 3 casi ci sono cascato anche io (Storm, BitHash24 ecc... e va bé...).
3) Ormai il fenomeno criptovalute, per come la vedo io, è inarrestabile. Non tanto perché nello spazio tridimensionale (il mondo dove viviamo fisicamente) non possano essere vietate ma perché vietarle sarebbe totalmente inutile visto che nel cyberspazio sta nascendo un mondo finanziario parallelo dove si usa quella moneta. In altri termini, io posso andare in un azienda (quotata nel mercato dei token... sono le azioni delle aziende che operano nel cyberspazio) e io mi posso comprare un prosciutto e pagarlo in criptomoneta. Come fa uno stato (o tutti gli stati) a vietare che dei tali dell’Università di Harvard mi inviino a casa un prosciutto? Allo stato che gli frega che io l’ho pagato in dollari, me l’hanno regalato oppure l’ho pagato con quella che Stiglitz vorrebbe considerare aria fritta (le criptovalute). L’unico risultato che gli stati otterrebbero vietandole è la perdita di gettito fiscale. Poi, continuando, i tali di Harvard che vendono prosciutti attraverso la loro società nel cyberspazio con la cifra che io ho corrisposto si recano in una banca di criptovalute (sperando che stiano attenti alle truffe) e depositano. Siamo di fronte ad un mondo parallelo dove non ha alcun senso il divieto di correlazione con il mondo tridimensionale.
4) Peraltro, inutile dire che è praticamente impossibile (oltre che inutile) vietare queste valute (e i suoi effetti sul mondo tridimensionale). Basta che un solo stato accetti la convertibilità nella sua moneta (foss’anche uno stato atollo situato nel mezzo dell’oceano pacifico) e chiunque acquisterebbe la sua moneta per poi convertirla in Bitcoin ed entrare nel fantastico mondo parallelo del cyberspazio. Basta un solo singolo stato che non accetti il diktat e siamo punto e a capo... e poi diciamolo, quello stato, qualunque esso sia, avrebbe un tale vantaggio competitivo che nessuno lo concederebbe e tutti accetterebbero automaticamente la convertibilità tra la propria moneta e le criptovalute.
Mi viene in mente una frase di Gramsci, impossibile far rientrare nell’ampolla il diavolo che ne è uscito. Ecco, con questo mondo bisogna conviverci. Magari bisognerebbe regolare il mondo finanziario espresso in criptovalute (vi assicuro che c’è di tutto... cose serie, e truffe spaventose per le quali – se ci caschi – non vi è alcuna difesa). Certo sarà un terremoto: se ti abitui a quel mondo poi andare nelle banche del mondo tridimensionale ti pare di essere ritornato all’età della pietra. E ci sarà distruzione creativa. Ecco. Ci sarebbe tanto tanto altro da dire... ma per ora basta così. Concludo con un bel “Mr Siglitz, benvenuto su Matrix, che le piaccia o no”.
Fonte
Ad avermene dato l’ennesima conferma è la temeraria affermazione fatta dal Nobel Stiglitz (il nobel più amato dai rosé assieme a Krugman) secondo cui bisogna proibire i bitcoin con la mirabile motivazione che sarebbero “in bolla”.
A parte il fatto che da un nobel per l’economia ci si aspetterebbe un lessico ben più preciso rispetto all’orrendo neologismo utilizzato. Ma lasciamo perdere. Per bolla si dovrebbe intendere la crescita esponenziale del valore di un assets non giustificata dai profitti attesi o dalla rendita dell’asset stesso. Dunque, per bolla dobbiamo intendere un bene che ha un rapporto Prezzo/guadagno molto alto e in continua crescita. Ora, il Nobel in questione mi deve spiegare come fa una moneta ad avere questa caratteristica. Un dollaro vale esattamente un dollaro, un euro vale esattamente un euro, una rupia vale esattamente una rupia e un bitcoin vale esattamente un bitcoin. Considerato che una moneta non impiegata in assets finanziari denominati in quella moneta da per definizione rendita pari a zero (0) non esiste un rapporto prezzo guadagno e per definizione non si può parlare di “bolla”.
Fatta questa, credo, necessaria precisazione, vorrei dire che Stiglitz non capisce (o non vuole capire, visto che in altre circostanze ho avuto modo di notare che ha una mente abbastanza raffinata e politica) quanto segue:
1) La continua crescita del valore del bitcoin è dovuta al fatto che il numero di bitcoin che il programma crittografato che li emette è prestabilita ed ammonta a 21 milioni di bitcoin che verranno emessi entro una data prestabilita. E’ chiaro che più persone nel mondo acquistano parti di questa quantità e più il prezzo (espresso in altra moneta) aumenta. Non c’è alcuna bolla, c’è solo l’effetto dell’aumento della domanda con un offerta fissa e data che tutti conoscono.
2) Se poi Stiglitz voleva dire che gli assets, gli strumenti finanziari espressi in bitcoin sono in bolla è altro discorso. Ha ragione ed è stato pure moderato. Nel senso che il sottoscritto dice chiaramente che sono in truffa non in bolla. E non parlo per sentito dire, parlo per conoscenza diretta avendo scandagliato questo mondo parallelo ed avendoci buttato pure qualche soldino (cazzate eh) per vedere cosa succedeva: posso affermare che le probabilità di ritrovarti truffato sono davvero alte e in 3 casi ci sono cascato anche io (Storm, BitHash24 ecc... e va bé...).
3) Ormai il fenomeno criptovalute, per come la vedo io, è inarrestabile. Non tanto perché nello spazio tridimensionale (il mondo dove viviamo fisicamente) non possano essere vietate ma perché vietarle sarebbe totalmente inutile visto che nel cyberspazio sta nascendo un mondo finanziario parallelo dove si usa quella moneta. In altri termini, io posso andare in un azienda (quotata nel mercato dei token... sono le azioni delle aziende che operano nel cyberspazio) e io mi posso comprare un prosciutto e pagarlo in criptomoneta. Come fa uno stato (o tutti gli stati) a vietare che dei tali dell’Università di Harvard mi inviino a casa un prosciutto? Allo stato che gli frega che io l’ho pagato in dollari, me l’hanno regalato oppure l’ho pagato con quella che Stiglitz vorrebbe considerare aria fritta (le criptovalute). L’unico risultato che gli stati otterrebbero vietandole è la perdita di gettito fiscale. Poi, continuando, i tali di Harvard che vendono prosciutti attraverso la loro società nel cyberspazio con la cifra che io ho corrisposto si recano in una banca di criptovalute (sperando che stiano attenti alle truffe) e depositano. Siamo di fronte ad un mondo parallelo dove non ha alcun senso il divieto di correlazione con il mondo tridimensionale.
4) Peraltro, inutile dire che è praticamente impossibile (oltre che inutile) vietare queste valute (e i suoi effetti sul mondo tridimensionale). Basta che un solo stato accetti la convertibilità nella sua moneta (foss’anche uno stato atollo situato nel mezzo dell’oceano pacifico) e chiunque acquisterebbe la sua moneta per poi convertirla in Bitcoin ed entrare nel fantastico mondo parallelo del cyberspazio. Basta un solo singolo stato che non accetti il diktat e siamo punto e a capo... e poi diciamolo, quello stato, qualunque esso sia, avrebbe un tale vantaggio competitivo che nessuno lo concederebbe e tutti accetterebbero automaticamente la convertibilità tra la propria moneta e le criptovalute.
Mi viene in mente una frase di Gramsci, impossibile far rientrare nell’ampolla il diavolo che ne è uscito. Ecco, con questo mondo bisogna conviverci. Magari bisognerebbe regolare il mondo finanziario espresso in criptovalute (vi assicuro che c’è di tutto... cose serie, e truffe spaventose per le quali – se ci caschi – non vi è alcuna difesa). Certo sarà un terremoto: se ti abitui a quel mondo poi andare nelle banche del mondo tridimensionale ti pare di essere ritornato all’età della pietra. E ci sarà distruzione creativa. Ecco. Ci sarebbe tanto tanto altro da dire... ma per ora basta così. Concludo con un bel “Mr Siglitz, benvenuto su Matrix, che le piaccia o no”.
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10/12/2016
J. Stiglitz: Ormai i costi di mantenere in piedi l’eurozona sono superiori a quelli di smantellarla
Un bell’intervento del Nobel Stiglitz sul sito della London School of Economics chiarisce due punti fondamentali: il problema dell’Europa è l’eurozona, e ormai il costo di tenerla insieme sta superando il costo di procedere al suo smantellamento. Tutte cose che abbiamo letto anni or sono sul miglior sito di economia italiano, ma che è importante veder apparire finalmente sui canali mainstream.
intervista di Artemis Photiadou a Joseph Stiglitz, 05 settembre 2016
L’euro si può salvare? In un’intervista di Artemis Photiadou e dell’editore di EUROPP Stuart Brown, l’economista vincitore del Premio Nobel e autore di best-seller Joseph Stiglitz discute i problemi strutturali alla radice dell’eurozona, la ragione per cui uno scioglimento consensuale sarebbe preferibile al mantenimento della moneta unica, e come i leader europei dovrebbero reagire al voto del Regno Unito per lasciare l’UE.
Il suo nuovo libro – “L’euro minaccia l’Europa” – sottolinea i problemi alla radice dell’euro e i loro effetti sulle economie europee. L’euro si può salvare?
L’idea di base del libro è che la struttura stessa dell’eurozona, non le azioni dei singoli paesi,la radice del problema. Tutti i paesi fanno errori, ma il vero problema è la struttura dell’eurozona. Un sacco di gente dice che ci sono stati errori di gestione politica – e davvero ce ne sono stati un sacco – ma nemmeno le migliori menti economiche del pianeta sarebbero state capaci di far funzionare l’euro. È fondamentalmente un problema strutturale dell’eurozona.
Quindi, esistono riforme che potrebbero far funzionare l’euro? Sì penso che ce ne siano e nel mio libro parlo di quali dovrebbero essere. Non sono molto complicate economicamente, dopo tutto gli Stati Uniti sono composti da 50 stati distinti che usano tutti la stessa moneta, quindi sappiamo che è possibile far funzionare un’unione monetaria. Ma la domanda è: esiste la volontà politica di applicarle, esiste sufficiente solidarietà perché funzionino?
Qualcuno dice che anche se l’euro è stato un errore, i costi di smantellamento potrebbero essere così alti che è meglio spingere per un euro riformato che cercare una “separazione consensuale”. I benefici di un euro che funzionasse nella maniera giusta varrebbero la pena?
Ha ragione. La decisione riguardo il formare l’unione è differente da quella riguardo il rompere un’unione esistente: il passato conta. Penso che ormai sia molto chiaro che dare il via all’euro sia stato un errore a suo tempo, con le istituzioni allora disponibili. Ci sarà un costo per smantellarlo, ma da qualunque parte si guardi la situazione, negli ultimi 8 anni l’euro è stato un costo enorme per l’Europa. E penso che il costo di smantellarlo sarebbe gestibile e che stante la situazione attuale, il costo di mantenere insieme l’eurozona è probabilmente più alto del costo di smantellarla.
Se accettiamo che l’euro è stato un fallimento si è trattato in primis di un fallimento politico o economico?
Chiaramente è un fallimento politico in questo senso: il progetto era spinto dalla politica. Non esisteva alcun imperativo economico a creare l’euro. La motivazione era politica, ma i politici non sono stati abbastanza forti da completare il lavoro. Il tutto era basato sulla visione di far avanzare il progetto europeo di integrazione. Ma non si è capito che non basta volere una cosa, occorre prestare attenzione alle forze e alle leggi economiche.
E penso davvero che fossero animati da ottime intenzioni. Penso che credessero davvero che l’euro avrebbe portato prosperità e che questa prosperità avrebbe portato più solidarietà, alimentando la visione che avevano in mente. Ma hanno ignorato le realtà economiche di quello che proponevano e il risultato finale è quello che oggi vediamo in Europa.
[Noi invece ne dubitiamo leggendo le spudorate parole di un T. Padoa Schioppa o di un J. Attali – ma di un processo alle intenzioni poco ci importa NdVdE]
Naturalmente l’Unione Europea deve anche affrontare le sfide poste dalla Brexit. Alcuni personaggi politici e universitari hanno suggerito che la migliore risposta che la UE possa dare sarebbe di punire il Regno Unito facendone un esempio, in modo da prevenire l’uscita di altri paesi. Lei pensa che questo possa essere controproducente?
Sì, lo penso, e il fatto che alcuni lo propongano mi sembra indicativo dei problemi dell’Europa e della UE. Dovremmo sperare che il valore di far parte della UE sia la ragione stessa per cui i popoli dovrebbero volerci rimanere. Dire che l’unica ragione per cui i popoli rimarranno nella UE è perché se se ne vanno saranno puniti, non è un argomento persuasivo per l’Europa e certamente non tende a generare solidarietà genuina.
Il problema è che alcuni dei principali leader europei, come Juncker, hanno assunto questo atteggiamento, e il fatto che questo venga dal vertice è ovviamente preoccupante. E questo è particolarmente grave considerando il ruolo di Juncker di responsabile di uno dei più grandi problemi che deve affrontare attualmente l’Europa – l’evasione fiscale – quando era Primo Ministro del Lussemburgo. In teoria, la globalizzazione dovrebbe dare benefici a tutti i Paesi, ma Juncker ha mostrato una forma di globalizzazione che funziona benissimo per un piccolo Paese, a discapito di tutti gli altri. Chiaramente, non capisce come la globalizzazione dovrebbe essere.
[Ci permettiamo di pensare che qui Stiglitz cada nel questismo di chi vuole una ‘altra’ globalizzazione NdVdE]
Per restare in argomento, una delle spiegazioni che vengono date della Brexit o della popolarità di politici come Donald Trump è che i governi del mondo hanno ampiamente fallito nel rispondere alle preoccupazioni degli sconfitti della globalizzazione. Anche se la globalizzazione può dare benefici ai paesi in senso generale, certi individui o gruppi possono essere penalizzati da questo processo. Lei pensa che la globalizzazione possa essere resa conveniente per tutti?
Sì, se le persone credono che ci siano benefici sociali significativi, allora questi benefici possono essere condivisi. Possiamo avere tasse progressive, possiamo trovare il modo di catturare questi benefici e indirizzarli verso i perdenti della globalizzazione. Se credete nei sistemi sociali, allora dovete credere che quantomeno si possano mitigare i danni.
Una parte del problema è che negli ultimi accordi di scambio internazionale, per esempio, i sistemi sociali guadagnano poco o addirittura escono indeboliti. Sto parlando di accordi come il TPP e il possibile TTIP tra la UE e gli Stati Uniti. Questi accordi sono per lo più strumenti nelle mani delle multinazionali. Non si occupano di rivedere le regole del gioco globale, o di avvantaggiare tutti gli individui, cercano invece di cambiare le regole per renderle più favorevoli alle multinazionali.
Infine, come molti paesi dell’eurozona, il governo britannico ha adottato politiche di austerità nel Regno Unito a seguito della crisi finanziaria. Considerando che il Regno Unito non era soggetto agli stessi problemi strutturali dei paesi che usano l’euro, come giudica il modo in cui il Paese ha gestito la crisi?
Penso che questo esempio sia indicativo: lasciare la UE non immunizza dagli errori nelle scelte politiche. Si possono perseguire cattive politiche sia dentro che fuori dalla UE. Credo fortemente che l’austerità non funzioni e che l’unica ragione per cui l’Inghilterra è andata piuttosto bene è che non ha fatto tutta l’austerità che George Osborne si vanta di aver fatto. C’è stato molto fumo, ma c’è stata molta più retorica di austerità che vera austerità nella pratica – fortunatamente per l’Inghilterra.
Fonte
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intervista di Artemis Photiadou a Joseph Stiglitz, 05 settembre 2016
L’euro si può salvare? In un’intervista di Artemis Photiadou e dell’editore di EUROPP Stuart Brown, l’economista vincitore del Premio Nobel e autore di best-seller Joseph Stiglitz discute i problemi strutturali alla radice dell’eurozona, la ragione per cui uno scioglimento consensuale sarebbe preferibile al mantenimento della moneta unica, e come i leader europei dovrebbero reagire al voto del Regno Unito per lasciare l’UE.
Il suo nuovo libro – “L’euro minaccia l’Europa” – sottolinea i problemi alla radice dell’euro e i loro effetti sulle economie europee. L’euro si può salvare?
L’idea di base del libro è che la struttura stessa dell’eurozona, non le azioni dei singoli paesi,la radice del problema. Tutti i paesi fanno errori, ma il vero problema è la struttura dell’eurozona. Un sacco di gente dice che ci sono stati errori di gestione politica – e davvero ce ne sono stati un sacco – ma nemmeno le migliori menti economiche del pianeta sarebbero state capaci di far funzionare l’euro. È fondamentalmente un problema strutturale dell’eurozona.
Quindi, esistono riforme che potrebbero far funzionare l’euro? Sì penso che ce ne siano e nel mio libro parlo di quali dovrebbero essere. Non sono molto complicate economicamente, dopo tutto gli Stati Uniti sono composti da 50 stati distinti che usano tutti la stessa moneta, quindi sappiamo che è possibile far funzionare un’unione monetaria. Ma la domanda è: esiste la volontà politica di applicarle, esiste sufficiente solidarietà perché funzionino?
Qualcuno dice che anche se l’euro è stato un errore, i costi di smantellamento potrebbero essere così alti che è meglio spingere per un euro riformato che cercare una “separazione consensuale”. I benefici di un euro che funzionasse nella maniera giusta varrebbero la pena?
Ha ragione. La decisione riguardo il formare l’unione è differente da quella riguardo il rompere un’unione esistente: il passato conta. Penso che ormai sia molto chiaro che dare il via all’euro sia stato un errore a suo tempo, con le istituzioni allora disponibili. Ci sarà un costo per smantellarlo, ma da qualunque parte si guardi la situazione, negli ultimi 8 anni l’euro è stato un costo enorme per l’Europa. E penso che il costo di smantellarlo sarebbe gestibile e che stante la situazione attuale, il costo di mantenere insieme l’eurozona è probabilmente più alto del costo di smantellarla.
Se accettiamo che l’euro è stato un fallimento si è trattato in primis di un fallimento politico o economico?
Chiaramente è un fallimento politico in questo senso: il progetto era spinto dalla politica. Non esisteva alcun imperativo economico a creare l’euro. La motivazione era politica, ma i politici non sono stati abbastanza forti da completare il lavoro. Il tutto era basato sulla visione di far avanzare il progetto europeo di integrazione. Ma non si è capito che non basta volere una cosa, occorre prestare attenzione alle forze e alle leggi economiche.
E penso davvero che fossero animati da ottime intenzioni. Penso che credessero davvero che l’euro avrebbe portato prosperità e che questa prosperità avrebbe portato più solidarietà, alimentando la visione che avevano in mente. Ma hanno ignorato le realtà economiche di quello che proponevano e il risultato finale è quello che oggi vediamo in Europa.
[Noi invece ne dubitiamo leggendo le spudorate parole di un T. Padoa Schioppa o di un J. Attali – ma di un processo alle intenzioni poco ci importa NdVdE]
Naturalmente l’Unione Europea deve anche affrontare le sfide poste dalla Brexit. Alcuni personaggi politici e universitari hanno suggerito che la migliore risposta che la UE possa dare sarebbe di punire il Regno Unito facendone un esempio, in modo da prevenire l’uscita di altri paesi. Lei pensa che questo possa essere controproducente?
Sì, lo penso, e il fatto che alcuni lo propongano mi sembra indicativo dei problemi dell’Europa e della UE. Dovremmo sperare che il valore di far parte della UE sia la ragione stessa per cui i popoli dovrebbero volerci rimanere. Dire che l’unica ragione per cui i popoli rimarranno nella UE è perché se se ne vanno saranno puniti, non è un argomento persuasivo per l’Europa e certamente non tende a generare solidarietà genuina.
Il problema è che alcuni dei principali leader europei, come Juncker, hanno assunto questo atteggiamento, e il fatto che questo venga dal vertice è ovviamente preoccupante. E questo è particolarmente grave considerando il ruolo di Juncker di responsabile di uno dei più grandi problemi che deve affrontare attualmente l’Europa – l’evasione fiscale – quando era Primo Ministro del Lussemburgo. In teoria, la globalizzazione dovrebbe dare benefici a tutti i Paesi, ma Juncker ha mostrato una forma di globalizzazione che funziona benissimo per un piccolo Paese, a discapito di tutti gli altri. Chiaramente, non capisce come la globalizzazione dovrebbe essere.
[Ci permettiamo di pensare che qui Stiglitz cada nel questismo di chi vuole una ‘altra’ globalizzazione NdVdE]
Per restare in argomento, una delle spiegazioni che vengono date della Brexit o della popolarità di politici come Donald Trump è che i governi del mondo hanno ampiamente fallito nel rispondere alle preoccupazioni degli sconfitti della globalizzazione. Anche se la globalizzazione può dare benefici ai paesi in senso generale, certi individui o gruppi possono essere penalizzati da questo processo. Lei pensa che la globalizzazione possa essere resa conveniente per tutti?
Sì, se le persone credono che ci siano benefici sociali significativi, allora questi benefici possono essere condivisi. Possiamo avere tasse progressive, possiamo trovare il modo di catturare questi benefici e indirizzarli verso i perdenti della globalizzazione. Se credete nei sistemi sociali, allora dovete credere che quantomeno si possano mitigare i danni.
Una parte del problema è che negli ultimi accordi di scambio internazionale, per esempio, i sistemi sociali guadagnano poco o addirittura escono indeboliti. Sto parlando di accordi come il TPP e il possibile TTIP tra la UE e gli Stati Uniti. Questi accordi sono per lo più strumenti nelle mani delle multinazionali. Non si occupano di rivedere le regole del gioco globale, o di avvantaggiare tutti gli individui, cercano invece di cambiare le regole per renderle più favorevoli alle multinazionali.
Infine, come molti paesi dell’eurozona, il governo britannico ha adottato politiche di austerità nel Regno Unito a seguito della crisi finanziaria. Considerando che il Regno Unito non era soggetto agli stessi problemi strutturali dei paesi che usano l’euro, come giudica il modo in cui il Paese ha gestito la crisi?
Penso che questo esempio sia indicativo: lasciare la UE non immunizza dagli errori nelle scelte politiche. Si possono perseguire cattive politiche sia dentro che fuori dalla UE. Credo fortemente che l’austerità non funzioni e che l’unica ragione per cui l’Inghilterra è andata piuttosto bene è che non ha fatto tutta l’austerità che George Osborne si vanta di aver fatto. C’è stato molto fumo, ma c’è stata molta più retorica di austerità che vera austerità nella pratica – fortunatamente per l’Inghilterra.
Fonte
24/08/2016
Stiglitz e il referendum: quando un premio Nobel dice fesserie
Joseph Stiglitz, già premio Nobel per l’economia, ha dichiarato che teme una catastrofe per l’Europa, in particolare per quanto riguarda l’Italia, dove se vincesse il No nel
referendum, potrebbe seguirne il crollo dell’euro. Di conseguenza
invita Renzi a “rinunciare al referendum” disdicendo la consultazione
popolare.
D’accordo: Stiglitz è un economista e non un giurista, è un cittadino americano ed ha tutto il diritto di ignorare la Costituzione italiana, ma, visto che si occupa di cose italiane, potrebbe anche informarsi prima di aprire bocca.
Allora: il referendum non
dipende dalla volontà di Renzi, la Costituzione prevede norme precise in
caso di revisione costituzionali, per le quali, se la modifica non è
approvata dai 2/3 di ciascuna camera e ne facciano richiesta 500.000
elettori o il 20% dei parlamentari, si dà luogo a referendum
confermativo.
E non è scritto da nessuna parte che
esso possa essere revocato, rinviato o anche solo sospeso e tantomeno
dal Presidente del Consiglio: in italiano questo si chiamerebbe colpo di
Stato perché sarebbe il cambiamento della Costituzione scavalcando
precise disposizioni costituzionali. Renzi non ha neppure il potere di
sospendere o revocare la riforma della Costituzione su cui si decide,
perché la riforma è stata decisa da un Parlamento, per quanto indegno,
pur sempre nella pienezza dei suoi poteri e con doppia delibera. Se
Renzi tentasse di fare quel che gli suggerisce l’autorevole scienziato,
potrebbe essere arrestato per attentato alla Costituzione e non ci
sarebbe nemmeno l’ostacolo dell’immunità, perché non è neppure
parlamentare.
La cosa più divertente è che l’Huffington Post
riporta la posizione del celebre economista in tutta serietà, come se
si trattasse di una cosa di cui poter discutere sensatamente. Fossi
stato il direttore di un giornale qualsiasi titolerei “Stiglitz straparla”.
Ma, anche tralasciando l’ignoranza costituzionale di Stiglitz, quello che è più interessante è il pensiero retrostante:
che se c’è pericolo per gli assetti di potere esistenti, ed in
particolare quelli monetari, si sospendono le garanzie costituzionali e
si toglie la parola all’elettorato che (come avevano già detto
quei due gioielli del pensiero democratico che rispondono ai nomi di
Giorgio Napolitano e Mario Monti) non può esprimersi su cose così
complesse per le quali non ha le conoscenze necessarie. Queste cose le
devono decidere le élite, quelli che sanno. E la sovranità popolare
sancita dalla Costituzione? Beh è un bell’ornamento che fa la sua figura,
ma non è che ci dobbiamo proprio credere!
Qui sta venendo a galla il
carattere elitario, oligarchico ed antidemocratico dell’ideologia
liberista e non c’è più neppure il pudore di far finta di dirsi
democratici.
Ovviamente questo dice che il timore della vittoria del No inizia a diventare panico
nei salotti buoni di politica e finanza. Diversamente, perché Renzi
dovrebbe aver fatto quella bizzarra dichiarazione sul fatto che,
comunque vada, si vota nel 2018. Riflettiamoci: se vincesse il Si a
Renzi converrebbe andare di corsa al voto per sfruttare l’onda
favorevole che solo uno sciocco lascerebbe passare inutilmente. Vice
versa, che senso ha dire “Anche se vince il No” la legislatura va avanti
lo stesso? Lui, lo sappiamo, non ha mai pensato davvero a dimettersi,
il guaio (per lui) è che a “dimetterlo” ci penserebbe il suo partito (e
non penso all’inutile Bersani ed al decorativo Cuperlo, ma ai ben più
fattivi Franceschini, De Luca, Fassino, Rossi) che cercherebbe di
mettere insieme i cocci e non trasformare la sconfitta referendaria in
una irrimediabile debacle elettorale. La legislatura potrebbe anche
continuare ma non dipenderebbe da lui, ma da Mattarella, Franceschini e
Berlusconi, che potrebbero dar vita ad un “governo di scopo”. E il
peggioramento della situazione economica e una opportunissima bocciatura
dell’Italicum da parte della Consulta darebbero uno strepitoso alibi
per farlo. A quel punto, paradossalmente, converrebbe a Renzi bloccare
la cosa (che molto probabilmente lo escluderebbe dalla candidatura alla
Presidenza del Consiglio nelle politiche successive) cercando di
bloccare il tentativo e cercare di imporre elezioni anticipate. Dunque
questa dichiarazione serve solo a gettare le mani avanti per rimangiarsi
la “minaccia” di dimettersi e prevenire le manovre degli altri.
Intanto dobbiamo vedere il 4 ottobre che
dice la Consulta (che però potrebbe anche trovare il modo di prendere
tempo sospendendo la decisione): se conferma l’Italicum lo scontro sul
referendum si radicalizzerebbe diventando l’ultima spiaggia contro il
progetto di regime in atto. Se lo bocciasse, anche solo parzialmente, ci
sarebbe un effetto di riflesso sul referendum delegittimando il
progetto renziano.
La dichiarazione di Renzi tradisce
quella stessa paura che leggiamo nelle parole di Stigliz: non sappiamo
se per un qualche sondaggio riservato, se per la previsione di una
pronuncia sfavorevole della Corte o se per notizie che fanno temere un
disastro bancario in ottobre, ma quello che si capisce è che Renzi cerca
(invano direi) di disinnescare la bomba, ritenendo più probabile la
vittoria del No.
Intanto ringraziamo Stiglitz per
averci fornito questa ulteriore riprova sulla natura di questo
referendum: uno scontro fra democrazia ed oligarchia, senza mediazioni
possibili.
Non è il momento di mediazioni
pasticciate alla Bersani o alla Errani: qui andiamo allo scontro
frontale, sapendo che chi vincerà, chiunque esso sia, non farà
prigionieri.
23/08/2016
Il M5S torna a parlare di referendum sull’euro. Una tantum o si fa sul serio?
"Noi se in questo momento fossimo al governo usciremmo dall'euro, perché la moneta unica penalizza i Paesi poveri, i Paesi deboli, e noi lo siamo, lo dobbiamo ammettere", ad affermarlo è Nicola Morra, il capogruppo al Senato del Movimento 5 Stelle. E sul blog di Beppe Grillo ricompare l'ipotesi del referendum per l'uscita dalla moneta unica. "Il Movimento 5 Stelle conferma la sua posizione: è imperativo far scegliere al popolo sovrano, all'intero popolo italiano, il destino del progetto Euro attraverso lo strumento referendario".
"Come abbiamo più volte spiegato – si legge nel post pubblicato sul bolg – l'introduzione dell'Euro ha bloccato il cambio tra 19 economie profondamente diverse e ha creato dei grandi vantaggi competitivi soprattutto per una, la Germania. I tedeschi sfruttano una moneta molto sottovalutata per la loro economia, attraverso la quale stanno accumulando un surplus commerciale eccessivo ai danni degli altri Paesi dell'unione monetaria. Surplus che, tra le altre cose, viola le stesse regole sulle partite correnti dell'Unione Europea.
Nella periferia dell'Eurozona al contrario, non potendo svalutare la moneta, vengono imposti abbattimenti dei salari tramite le riforme. Questo impoverimento del ceto medio pilotato da Bruxelles e Francoforte, assieme all'incapacità di risolvere il problema migrazione e sicurezza, sta pericolosamente veicolando consenso verso gli estremismi politici, dai quali il Movimento 5 Stelle si è sempre distinto con il suo approccio propositivo, costruttivo e post ideologico".
Nel post il M5S parte dalla recente riflessione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia, secondo cui "nelle democrazie dell'Eurozona, l'ostilità verso la moneta unica sta degenerando in un'ostilità verso il più vasto progetto dell'Europa Unita e dei suoi valori costituenti". "Oggi – conclude il post – parlare di Euro, di soluzioni alternative e in generale il prepararsi tecnicamente all'uscita dalla moneta unica non deve essere considerato come un atto sovversivo, ma di responsabilità politica".
Sono riflessioni in larga parte condivisibili quelle leggibili in questo post comparso sul blog di Beppe Grillo, resta solo – e ancora – aperto il problema di dargli concretezza e rendere la battaglia per il referendum contro l'euro e i trattati europei che lo hanno imposto (o "sui" trattati come preferisce declinare il M5S) non più un evocazione una tantum ma un percorso di mobilitazione e confronto popolare vero in tutto il paese. Movimenti e associazioni come Ross@ prima ed Eurostop poi, da almeno tre anni hanno posto concretamente la questione sul piatto, indicando anche gli strumenti legislativi – oltreché politici – per perseguirla.
Fonte
"Come abbiamo più volte spiegato – si legge nel post pubblicato sul bolg – l'introduzione dell'Euro ha bloccato il cambio tra 19 economie profondamente diverse e ha creato dei grandi vantaggi competitivi soprattutto per una, la Germania. I tedeschi sfruttano una moneta molto sottovalutata per la loro economia, attraverso la quale stanno accumulando un surplus commerciale eccessivo ai danni degli altri Paesi dell'unione monetaria. Surplus che, tra le altre cose, viola le stesse regole sulle partite correnti dell'Unione Europea.
Nella periferia dell'Eurozona al contrario, non potendo svalutare la moneta, vengono imposti abbattimenti dei salari tramite le riforme. Questo impoverimento del ceto medio pilotato da Bruxelles e Francoforte, assieme all'incapacità di risolvere il problema migrazione e sicurezza, sta pericolosamente veicolando consenso verso gli estremismi politici, dai quali il Movimento 5 Stelle si è sempre distinto con il suo approccio propositivo, costruttivo e post ideologico".
Nel post il M5S parte dalla recente riflessione di Joseph Stiglitz, premio Nobel per l'economia, secondo cui "nelle democrazie dell'Eurozona, l'ostilità verso la moneta unica sta degenerando in un'ostilità verso il più vasto progetto dell'Europa Unita e dei suoi valori costituenti". "Oggi – conclude il post – parlare di Euro, di soluzioni alternative e in generale il prepararsi tecnicamente all'uscita dalla moneta unica non deve essere considerato come un atto sovversivo, ma di responsabilità politica".
Sono riflessioni in larga parte condivisibili quelle leggibili in questo post comparso sul blog di Beppe Grillo, resta solo – e ancora – aperto il problema di dargli concretezza e rendere la battaglia per il referendum contro l'euro e i trattati europei che lo hanno imposto (o "sui" trattati come preferisce declinare il M5S) non più un evocazione una tantum ma un percorso di mobilitazione e confronto popolare vero in tutto il paese. Movimenti e associazioni come Ross@ prima ed Eurostop poi, da almeno tre anni hanno posto concretamente la questione sul piatto, indicando anche gli strumenti legislativi – oltreché politici – per perseguirla.
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19/08/2016
Anche Stiglitz dice basta con l’euro. Ma la sinistra quando si sveglia?
Il premio Nobel Joseph Stiglitz ha dichiarato al Financial Times che l'Euro ha prodotto in Europa una depressione economica superiore a quella del 1929 e che per uscire dalle politiche di austerità bisognerebbe uscire dalla moneta unica. Stiglitz non è certo un rivoluzionario, ma un progressista moderato, e infatti fa una proposta che a suo giudizio potrebbe ancora salvare la costruzione europea dalla disintegrazione. Egli propone l'Euro dei paesi del Nord e quello di quelli del Sud, perché le economie dei paesi più deboli non possono reggere ancora la stessa moneta della Germania.
È molto difficile, anzi impossibile, che nella Unione Europea di oggi una simile proposta possa trovare la benché minima accoglienza. Non solo da parte dei governi attuali del Nord, ma anche da parte di quelli del Sud. Ve li immaginate Renzi, Letta, Monti, ma anche tanti esponenti del centrodestra, affermare che l'Italia non dovrebbe più condividere la moneta con la Germania, ma solo con Spagna, Grecia e Portogallo? No la costruzione europea è proprio stata concepita per far sentire ai popoli del Mediterraneo la fierezza di condividere la moneta dei popoli biondi e con gli occhi azzurri. Contando sul loro storico autorazzismo, agli italiani è stato spiegato da decenni che solo con l'euro erano europei a pieno titolo. E ora dovrebbero sentirsi monetariamente europei del Sud? Vorremmo vederlo Salvini a sostenerlo.
In realtà l'Unione Europea, e anche Stiglitz in parte lo ammette, è stata concepita sin dall'inizio dai poteri economici e finanziari come una trappola mortale per la giustizia economica e sociale. E l'euro non è solo una moneta, ma lo strumento economico e il collante ideologico delle politiche di austerità. Con la minaccia di essere cacciata dal salotto buono dell'euro la Grecia è stata ridotta allo stato coloniale. E la stessa medicina, con dosi diluite nel tempo, viene somministrata al nostro e agli altri paesi in crisi nella Unione.
La proposta di Stiglitz è semplicemente irrealizzabile nella Unione Europea perché tutte le classi dirigenti la contrasterebbero in ogni modo. Ma come tutte le proposte autenticamente riformiste, quella del premio Nobel con la sua stessa irrealizzabilità mostra la via della rottura.
L'Unione Europea non è e non vuole essere riformabile, essa è nata per distruggere le conquiste del lavoro e lo stato sociale e non può rispondere ad altri mandati che a quello ricevuto dalle sue classi dirigenti. Per questo solo la sua rottura economica e politica può aprire la via alla riconquista di eguaglianza sociale e democrazia da parte dei popoli europei. Solo dopo la rottura della Unione progetti come quello di Stiglitz potranno avere concretezza, non prima.
In ogni caso va dato atto al premio Nobel di essersi espresso con posizioni molto più avanzate di quelle di tanta parte della sinistra europea, che continua a vaneggiare di europeismi dei popoli mentre l'Euro e la UE in concreto i popoli li stanno distruggendo. Un sinistra che anche nelle sue componenti cosiddette radicali ha il tabù della moneta unica e che anche per questo sta scomparendo dal continente. Non si può essere contro il capitalismo e neppure contro le politiche di austerità, senza essere contro l'Euro e la Ue, questo involontariamente insegna Stiglitz alla sinistra radicale, nella speranza che si svegli dal suo lungo sonno.
Fonte
È molto difficile, anzi impossibile, che nella Unione Europea di oggi una simile proposta possa trovare la benché minima accoglienza. Non solo da parte dei governi attuali del Nord, ma anche da parte di quelli del Sud. Ve li immaginate Renzi, Letta, Monti, ma anche tanti esponenti del centrodestra, affermare che l'Italia non dovrebbe più condividere la moneta con la Germania, ma solo con Spagna, Grecia e Portogallo? No la costruzione europea è proprio stata concepita per far sentire ai popoli del Mediterraneo la fierezza di condividere la moneta dei popoli biondi e con gli occhi azzurri. Contando sul loro storico autorazzismo, agli italiani è stato spiegato da decenni che solo con l'euro erano europei a pieno titolo. E ora dovrebbero sentirsi monetariamente europei del Sud? Vorremmo vederlo Salvini a sostenerlo.
In realtà l'Unione Europea, e anche Stiglitz in parte lo ammette, è stata concepita sin dall'inizio dai poteri economici e finanziari come una trappola mortale per la giustizia economica e sociale. E l'euro non è solo una moneta, ma lo strumento economico e il collante ideologico delle politiche di austerità. Con la minaccia di essere cacciata dal salotto buono dell'euro la Grecia è stata ridotta allo stato coloniale. E la stessa medicina, con dosi diluite nel tempo, viene somministrata al nostro e agli altri paesi in crisi nella Unione.
La proposta di Stiglitz è semplicemente irrealizzabile nella Unione Europea perché tutte le classi dirigenti la contrasterebbero in ogni modo. Ma come tutte le proposte autenticamente riformiste, quella del premio Nobel con la sua stessa irrealizzabilità mostra la via della rottura.
L'Unione Europea non è e non vuole essere riformabile, essa è nata per distruggere le conquiste del lavoro e lo stato sociale e non può rispondere ad altri mandati che a quello ricevuto dalle sue classi dirigenti. Per questo solo la sua rottura economica e politica può aprire la via alla riconquista di eguaglianza sociale e democrazia da parte dei popoli europei. Solo dopo la rottura della Unione progetti come quello di Stiglitz potranno avere concretezza, non prima.
In ogni caso va dato atto al premio Nobel di essersi espresso con posizioni molto più avanzate di quelle di tanta parte della sinistra europea, che continua a vaneggiare di europeismi dei popoli mentre l'Euro e la UE in concreto i popoli li stanno distruggendo. Un sinistra che anche nelle sue componenti cosiddette radicali ha il tabù della moneta unica e che anche per questo sta scomparendo dal continente. Non si può essere contro il capitalismo e neppure contro le politiche di austerità, senza essere contro l'Euro e la Ue, questo involontariamente insegna Stiglitz alla sinistra radicale, nella speranza che si svegli dal suo lungo sonno.
Fonte
08/10/2015
La farsa dell'accordo Tpp di "libero scambio"
Mentre i negoziatori e i ministri degli Stati Uniti e degli altri 11 paesi del Pacifico si incontrano ad Atlanta per definire i dettagli dell’accordo senza precedenti noto come Accordo Trans-Pacifico (TPP), un’analisi più seria si rende necessaria. L’accordo più importante della storia sul commercio e gli investimenti non è come sembra.
Si sentirà parlare molto dell’importanza del Tpp per il “libero scambio”. La realtà è che si tratta di un accordo che punta a gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri – e a farlo per conto e nell’interesse delle più potenti lobby di ciascun paese. Badate bene: è evidente, considerando le principali questioni sulle quali i negoziatori stanno ancora contrattando, che il Tpp non ha niente a che fare con il “libero” scambio.
La Nuova Zelanda ha minacciato di abbandonare l’accordo a causa del modo in cui il Canada e gli Stati Uniti gestiscono il commercio dei prodotti lattiero-caseari. L’Australia non è soddisfatta di come gli Usa e il Messico gestiscono il commercio dello zucchero. E gli Stati Uniti non sono contenti di come il Giappone gestisce il commercio del riso. Questi settori sono sostenuti da una significativa quota di elettori nei loro rispettivi paesi. Ed essi rappresentano solo la punta dell’iceberg del modo in cui il Tpp porta avanti il suo programma, che nella realtà contrasta il libero commercio.
Per cominciare, consideriamo quello che prevede l’accordo per estendere i diritti di proprietà intellettuale delle grandi compagnie farmaceutiche, come è emerso dalle notizie trapelate sul testo oggetto dei negoziati. La ricerca economica dimostra chiaramente che tali diritti di proprietà intellettuale promuovono una ricerca che nella migliore delle ipotesi risulta debole. In realtà è proprio vero il contrario: quando la Corte Suprema ha annullato il brevetto di Myriad sul gene Brca, questo ha portato a una grande innovazione che ha condotto a test migliori e a costi più bassi. In realtà, le disposizioni contenute nel Tpp limiterebbero la libera concorrenza e aumenterebbero i prezzi per i consumatori negli Stati Uniti e in tutto il mondo – un anatema per il libero commercio.
Il Tpp gestirà il commercio nel settore farmaceutico attraverso una varietà di modifiche di norme apparentemente arcane su questioni come “protezione dei brevetti” “esclusività dei dati” e “biologia”. Il risultato è che le società farmaceutiche avrebbero di fatto il permesso di prolungare – a volte quasi indefinitamente – il loro monopolio sui farmaci brevettati, di tenere i generici più economici fuori dal mercato e impedire ai concorrenti “bioequivalenti” di introdurre nuovi farmaci per anni. Questo è il modo in cui il Tpp gestirà il commercio del settore farmaceutico se gli Stati Uniti andranno avanti per la loro strada.
Allo stesso modo, consideriamo come gli Stati Uniti sperano di usare il Tpp per gestire il commercio nell’industria del tabacco. Per decenni, le società statunitensi del tabacco hanno utilizzato meccanismi di aggiudicazione degli investitori esteri creati da accordi simili al Tpp al fine di combattere le normative tese a contenere la piaga sociale del fumo. In base a questi sistemi di regolazione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), gli investitori stranieri acquisiscono nuovi diritti per citare in giudizio i governi nazionali, ricorrendo ad arbitrati privati vincolanti sui regolamenti che a loro avviso diminuiscono la redditività dei loro investimenti.
Gli interessi delle società internazionali promuovono l’IDSD come un sistema necessario per proteggere i diritti di proprietà laddove manca uno Stato di diritto e dei tribunali attendibili. Ma questo argomento non ha senso. Gli Stati Uniti stanno cercando di introdurre lo stesso meccanismo in un mega-accordo dello stesso tipo con l’Unione Europea, l’Accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti, anche se non ci sono dubbi circa la qualità dei sistemi giuridici e giudiziari europei.
Certamente, gli investitori – a qualsiasi stato appartengano – meritano tutela contro l’espropriazione o le norme discriminatorie. Ma l’ISDS va ben oltre: l’obbligo di risarcire gli investitori per le perdite dei profitti attesi può ed è stato applicato anche laddove le regole non sono discriminatorie e i profitti sono realizzati causando un danno sociale.
La Philip Morris è attualmente in causa contro l’Australia e l’Uruguay (che non è membro del TPP) che richiedono che siano poste delle avvertenze sui pacchetti di sigarette. Il Canada, minacciato di una denuncia simile, ha fatto marcia indietro sull’introduzione di un’etichetta dello stesso tipo pochi anni fa.
Dato il velo di segretezza che circonda i negoziati TPP, non è chiaro se il tabacco verrà escluso da alcuni ambiti dell’ISDS. In entrambi i casi, rimane la questione principale: queste disposizioni rendono difficile ai governi di svolgere le loro funzioni basilari – proteggere la salute e la sicurezza dei propri cittadini, garantire la stabilità economica e salvaguardare l’ambiente.
Immaginate cosa sarebbe successo se tali disposizioni fossero state in vigore quando sono stati scoperti gli effetti letali dell’amianto. Invece di far cessare l’attività e costringere i produttori a risarcire coloro che erano stati danneggiati, sotto la regolamentazione dell’ISDS i governi avrebbero dovuto pagare i produttori per fare in modo che non causassero la morte dei propri cittadini. I contribuenti sarebbero stati colpiti due volte – prima pagando i danni alla salute causati dall’amianto, e poi risarcendo i produttori per la perdita di profitto una volta che il governo fosse intervenuto per regolamentare il prodotto pericoloso.
Non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che gli accordi internazionali dell’America creino un commercio gestito invece che un libero commercio. Questo è ciò che accade quando il processo decisionale è precluso alle parti portatrici di interessi non-commerciali, per non parlare dei rappresentanti eletti dal popolo al Congresso.
Fonte
Si sentirà parlare molto dell’importanza del Tpp per il “libero scambio”. La realtà è che si tratta di un accordo che punta a gestire i rapporti commerciali e di investimento tra i suoi membri – e a farlo per conto e nell’interesse delle più potenti lobby di ciascun paese. Badate bene: è evidente, considerando le principali questioni sulle quali i negoziatori stanno ancora contrattando, che il Tpp non ha niente a che fare con il “libero” scambio.
La Nuova Zelanda ha minacciato di abbandonare l’accordo a causa del modo in cui il Canada e gli Stati Uniti gestiscono il commercio dei prodotti lattiero-caseari. L’Australia non è soddisfatta di come gli Usa e il Messico gestiscono il commercio dello zucchero. E gli Stati Uniti non sono contenti di come il Giappone gestisce il commercio del riso. Questi settori sono sostenuti da una significativa quota di elettori nei loro rispettivi paesi. Ed essi rappresentano solo la punta dell’iceberg del modo in cui il Tpp porta avanti il suo programma, che nella realtà contrasta il libero commercio.
Per cominciare, consideriamo quello che prevede l’accordo per estendere i diritti di proprietà intellettuale delle grandi compagnie farmaceutiche, come è emerso dalle notizie trapelate sul testo oggetto dei negoziati. La ricerca economica dimostra chiaramente che tali diritti di proprietà intellettuale promuovono una ricerca che nella migliore delle ipotesi risulta debole. In realtà è proprio vero il contrario: quando la Corte Suprema ha annullato il brevetto di Myriad sul gene Brca, questo ha portato a una grande innovazione che ha condotto a test migliori e a costi più bassi. In realtà, le disposizioni contenute nel Tpp limiterebbero la libera concorrenza e aumenterebbero i prezzi per i consumatori negli Stati Uniti e in tutto il mondo – un anatema per il libero commercio.
Il Tpp gestirà il commercio nel settore farmaceutico attraverso una varietà di modifiche di norme apparentemente arcane su questioni come “protezione dei brevetti” “esclusività dei dati” e “biologia”. Il risultato è che le società farmaceutiche avrebbero di fatto il permesso di prolungare – a volte quasi indefinitamente – il loro monopolio sui farmaci brevettati, di tenere i generici più economici fuori dal mercato e impedire ai concorrenti “bioequivalenti” di introdurre nuovi farmaci per anni. Questo è il modo in cui il Tpp gestirà il commercio del settore farmaceutico se gli Stati Uniti andranno avanti per la loro strada.
Allo stesso modo, consideriamo come gli Stati Uniti sperano di usare il Tpp per gestire il commercio nell’industria del tabacco. Per decenni, le società statunitensi del tabacco hanno utilizzato meccanismi di aggiudicazione degli investitori esteri creati da accordi simili al Tpp al fine di combattere le normative tese a contenere la piaga sociale del fumo. In base a questi sistemi di regolazione delle controversie tra investitore e Stato (ISDS), gli investitori stranieri acquisiscono nuovi diritti per citare in giudizio i governi nazionali, ricorrendo ad arbitrati privati vincolanti sui regolamenti che a loro avviso diminuiscono la redditività dei loro investimenti.
Gli interessi delle società internazionali promuovono l’IDSD come un sistema necessario per proteggere i diritti di proprietà laddove manca uno Stato di diritto e dei tribunali attendibili. Ma questo argomento non ha senso. Gli Stati Uniti stanno cercando di introdurre lo stesso meccanismo in un mega-accordo dello stesso tipo con l’Unione Europea, l’Accordo transatlantico per il commercio e gli investimenti, anche se non ci sono dubbi circa la qualità dei sistemi giuridici e giudiziari europei.
Certamente, gli investitori – a qualsiasi stato appartengano – meritano tutela contro l’espropriazione o le norme discriminatorie. Ma l’ISDS va ben oltre: l’obbligo di risarcire gli investitori per le perdite dei profitti attesi può ed è stato applicato anche laddove le regole non sono discriminatorie e i profitti sono realizzati causando un danno sociale.
La Philip Morris è attualmente in causa contro l’Australia e l’Uruguay (che non è membro del TPP) che richiedono che siano poste delle avvertenze sui pacchetti di sigarette. Il Canada, minacciato di una denuncia simile, ha fatto marcia indietro sull’introduzione di un’etichetta dello stesso tipo pochi anni fa.
Dato il velo di segretezza che circonda i negoziati TPP, non è chiaro se il tabacco verrà escluso da alcuni ambiti dell’ISDS. In entrambi i casi, rimane la questione principale: queste disposizioni rendono difficile ai governi di svolgere le loro funzioni basilari – proteggere la salute e la sicurezza dei propri cittadini, garantire la stabilità economica e salvaguardare l’ambiente.
Immaginate cosa sarebbe successo se tali disposizioni fossero state in vigore quando sono stati scoperti gli effetti letali dell’amianto. Invece di far cessare l’attività e costringere i produttori a risarcire coloro che erano stati danneggiati, sotto la regolamentazione dell’ISDS i governi avrebbero dovuto pagare i produttori per fare in modo che non causassero la morte dei propri cittadini. I contribuenti sarebbero stati colpiti due volte – prima pagando i danni alla salute causati dall’amianto, e poi risarcendo i produttori per la perdita di profitto una volta che il governo fosse intervenuto per regolamentare il prodotto pericoloso.
Non dovrebbe sorprendere nessuno il fatto che gli accordi internazionali dell’America creino un commercio gestito invece che un libero commercio. Questo è ciò che accade quando il processo decisionale è precluso alle parti portatrici di interessi non-commerciali, per non parlare dei rappresentanti eletti dal popolo al Congresso.
Fonte
07/07/2015
Grecia. Scenario argentino sempre più vicino. Krugman: “Grexit unica soluzione”
Non è un caso che, tra i tanti commenti e le congratulazioni inviate dai leader sudamericani al governo e al popolo greco ci sia quello della presidente dell’Argentina, Cristina Fernández de Kirchner, che ha celebrato il rifiuto opposto dai cittadini greci ai diktat della Troika e dell’Eurogruppo richiamando quanto avvenuto a Buenos Aires alcuni anni fa. «Una rotonda vittoria di democrazia e dignità. Il popolo greco ha detto no alle impossibili e umilianti condizioni che volevano imporre per la ristrutturazione del suo debito estero» ha scritto su Twitter la Presidente argentina. «Noi argentini sappiamo di cosa si tratta. Speriamo che l’Europa e i suoi leader comprendano il messaggio arrivato dalle urne», ha dichiarato Cristina Fernandez de Kirchner, che poi ha aggiunto: «Non si può chiedere a nessuno di firmare il proprio atto di morte».
A richiamare nei giorni scorsi le similitudini tra la situazione attuale della Grecia e quella dell’Argentina sono stati in molti. “Grecia e Argentina sono Paesi lontani e la struttura delle due economie presenta caratteristiche ben diverse. Ma vi è un comune denominatore: entrambi i Paesi sono stati investiti da cinque crisi, distinte ma interrelate: finanziaria, economica, politica, sociale e giudiziaria” scriveva ad esempio Roberto Da Rin sul Sole24Ore qualche giorno fa.
Esattamente 15 anni fa, si ricorda, furono l’intransigenza del Fondo Monetario Internazionale e la scelta del Ministro argentino Domingo Cavallo – soprattutto l’introduzione della parità fissa tra peso e dollaro – a far precipitare la situazione, portando prima al default e poi alla vittoria di ambienti minoritari della classe dirigente locale che posero fine al ‘Washington Consensus” e avviarono una politica economica di stampo post-keynesiano in rotta con i diktat degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, favorendo anche un processo di allontanamento di altri paesi dell’area rispetto all’egemonia statunitense e alla radicalizzazione dei progetti di integrazione regionale. I due paesi, afferma Da Rin, hanno molte analogie, come la struttura economica molto debole e il “dettaglio” di essere usciti entrambi da una dittatura militare di estrema destra che ha caratterizzato, anche se con un impatto diverso sulla società e sull’economia, il passaggio tra gli anni ’70 e gli ’80.
Certamente molto, molto simili sono le disastrose conseguenze sociali provocate dai durissimi interventi imposti dalle ‘istituzioni economiche internazionali’ all’Argentina e ora dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale alla Grecia: disoccupazione alle stelle, taglio drastico di stipendi, pensioni e sussidi, abbattimento dello Stato sociale, della sanità, dell’istruzione pubblica, dell’assistenza sociale, la svendita del patrimonio pubblico e delle infrastrutture. Senza una rottura drastica con l’austerità, insegna la storia argentina, non è possibile bloccare il massacro sociale; ma senza rompere con il sistema che genera e impone l’austerità – cioè i meccanismi economici, ideologici e istituzionali all’interno dei quali i paesi sono diversamente ingabbiati – è impossibile bloccare l’austerità e condurre politiche espansive e progressiste, anche per un governo che pure si dice ‘antiausterity’ come quello guidato da Alexis Tsipras.
Scriveva qualche giorno fa l’economista e premio Nobel statunitense Joseph Stiglitz:
A rispondere è un altro Nobel per l’Economia, Paul Krugman, sul New York Times, ribadendo quello che aveva già scritto prima della schiacciante vittoria dei ‘No’ nel referendum ellenico di domenica scorsa. "È diventato sempre più difficile vedere una strada che non porti a una Grexit. E anche se è ancora una cosa che pochi vogliono accettare, è sempre più ovvio che una Grexit è la migliore speranza della Grecia". Nel suo intervento Krugman mette in evidenza come senza una Grexit è difficile prevedere da dove possa arrivare la crescita per la Grecia. Anche con una ristrutturazione del debito, infatti, la Grecia sarà costretta a importanti surplus primari strutturali e questo la costringerebbe a sopportare una depressione economica ancora per molti anni.
L’economista statunitense afferma di fatto che è difficile – se non impossibile – prevedere da dove possa arrivare la crescita per la Grecia senza un’uscita dall’Eurozona. “Quello che sarebbe un semplice problema politico, ovvero il caso della Grecia con una propria moneta, diventa un pasticcio quasi insolubile”, spiega Krugman, di cui riportiamo di seguito l’intervento integrale.
L’Europa ha schivato un proiettile domenica. Smentendo molte previsioni, gli elettori greci hanno fortemente sostenuto il rifiuto alle richieste dei creditori da parte del loro governo. E anche i più ardenti sostenitori dell’Unione Europea dovrebbero tirare un sospiro di sollievo.
Naturalmente, i creditori non la metterebbero in questo modo. La loro versione dei fatti, ripresa da molti nella stampa finanziaria, è che il fallimento del loro tentativo di costringere la Grecia alla sottomissione è un trionfo dell’irrazionalità e dell’irresponsabilità sui buoni consigli tecnocratici.
Ma la campagna di sopraffazione – il tentativo di terrorizzare i greci privando le loro banche di finanziamenti e minacciando il caos generale, il tutto con l’obiettivo quasi dichiarato di disarcionare l’attuale governo di sinistra – è stato un episodio vergognoso per un’Europa che afferma di credere ai principi democratici. Se quella campagna fosse riuscita, si sarebbe stabilito un terribile precedente, anche se i creditori avessero avuto ragione.
Per di più, non ce l’hanno. La verità è che i sedicenti tecnocrati europei sono come medici medievali che insistono nel salassare i loro pazienti e quando il loro trattamento fa ammalare ancor di più i pazienti, essi chiedono di togliere ancora più sangue. Una vittoria del “Sì” in Grecia avrebbe condannato il paese ad altri anni di sofferenza nell’attuare politiche che non hanno funzionato e addirittura, come dice l’aritmetica, non possono funzionare: l’austerità probabilmente riduce il PIL più velocemente di quanto si riduce il debito, quindi tutta la sofferenza non serve a niente. La schiacciante vittoria del “no” offre almeno una possibilità di una via di fuga da questa trappola.
Ma come gestire questa fuga? C’è un modo per la Grecia di rimanere nell’Euro? E questo è in ogni caso auspicabile?
La questione più immediata riguarda le banche greche. Prima del referendum, la Banca centrale Europea ha tagliato il loro accesso a ulteriori fondi, facendo precipitare il panico e costringendo il governo a imporre la chiusura delle banche e i controlli di capitali. La Banca Centrale deve ora affrontare una scelta difficile: se riprendesse il normale finanziamento sarebbe come ammettere che il congelamento precedente era politico, ma se non lo facesse, in pratica costringerebbe la Grecia ad introdurre una nuova moneta.
In particolare, se il denaro non inizia a scorrere da Francoforte (la sede della Banca centrale), la Grecia non avrà altra scelta se non cominciare a pagare salari e pensioni con i.o.u.s, (in inglese I Owe You, ossia “pagherò”) che sarebbero de facto una valuta parallela – e che potrebbero presto trasformarsi nella nuova dracma
Supponiamo che, al contrario, la Banca centrale riprenda la normale erogazione dei prestiti, e che la crisi bancaria si risolva. Rimane ancora la questione di come rilanciare la crescita economica.
Durante i negoziati falliti che hanno portato al referendum di domenica, il punto critico centrale era la richiesta della Grecia di una riduzione permanente del debito, per rimuovere le incertezze che gravavano sulla sua economia. La Troika – le istituzioni che rappresentano gli interessi dei creditori – rifiutò, ma ora sappiamo che un membro della Troika, il Fondo Monetario Internazionale, aveva concluso in modo indipendente che il debito della Grecia non può essere ripagato. Cambieranno atteggiamento ora che è fallito il tentativo di deporre la coalizione di sinistra al governo?
Immaginate, per un momento, che la Grecia non avesse mai adottato l’Euro, che avesse semplicemente fissato il valore della dracma a quello dell’euro. Cosa suggerirebbero di fare le semplici analisi economiche di base? La risposta, a stragrande maggioranza, sarebbe che dovrebbe svalutare – lasciare scendere il valore della dracma – sia per incoraggiare le esportazioni sia per uscire dal ciclo della deflazione.
Naturalmente, la Grecia non ha più una propria moneta, e molti analisti erano soliti affermare che l’adozione dell’euro era una decisione irreversibile – dopo tutto, ogni accenno di uscita dall’Euro avrebbe scatenato una devastante crisi bancaria e una crisi finanziaria. Ma a questo punto la crisi finanziaria c’è già stata, così che i maggiori costi di uscita dall’Euro sono stati pagati. Perché, allora, non godere dei benefici?
L’uscita greca dall’Euro avrebbe lo stesso, grande successo della svalutazione dell’Islanda nel 2008-09, o l’abbandono dell’Argentina della sua politica un-peso-un-dollaro nel 2001-02? Forse no, ma consideriamo le alternative. A meno che la Grecia riceva davvero una grossa cancellazione del debito, e forse anche se la ricevesse, lasciare l’euro offre la sola via di fuga plausibile dal suo incubo economico senza fine.
E cerchiamo di essere chiari: se la Grecia alla fine lascia l’euro, non significa che i greci sono cattivi europei. Il problema del debito della Grecia significa creditori irresponsabili tanto quanto debitori irresponsabili, e in ogni caso i greci hanno pagato per i peccati del loro governo molte volte. Se non riescono a prosperare all’interno della moneta comune europea, è perché quella moneta comune non offre nessun aiuto ai paesi in difficoltà. La cosa importante ora è fare tutto il necessario per terminare l’emorragia.
L'intervento originale di Krugman qui.
Fonte
A richiamare nei giorni scorsi le similitudini tra la situazione attuale della Grecia e quella dell’Argentina sono stati in molti. “Grecia e Argentina sono Paesi lontani e la struttura delle due economie presenta caratteristiche ben diverse. Ma vi è un comune denominatore: entrambi i Paesi sono stati investiti da cinque crisi, distinte ma interrelate: finanziaria, economica, politica, sociale e giudiziaria” scriveva ad esempio Roberto Da Rin sul Sole24Ore qualche giorno fa.
Esattamente 15 anni fa, si ricorda, furono l’intransigenza del Fondo Monetario Internazionale e la scelta del Ministro argentino Domingo Cavallo – soprattutto l’introduzione della parità fissa tra peso e dollaro – a far precipitare la situazione, portando prima al default e poi alla vittoria di ambienti minoritari della classe dirigente locale che posero fine al ‘Washington Consensus” e avviarono una politica economica di stampo post-keynesiano in rotta con i diktat degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, favorendo anche un processo di allontanamento di altri paesi dell’area rispetto all’egemonia statunitense e alla radicalizzazione dei progetti di integrazione regionale. I due paesi, afferma Da Rin, hanno molte analogie, come la struttura economica molto debole e il “dettaglio” di essere usciti entrambi da una dittatura militare di estrema destra che ha caratterizzato, anche se con un impatto diverso sulla società e sull’economia, il passaggio tra gli anni ’70 e gli ’80.
Certamente molto, molto simili sono le disastrose conseguenze sociali provocate dai durissimi interventi imposti dalle ‘istituzioni economiche internazionali’ all’Argentina e ora dall’Unione Europea e dal Fondo Monetario Internazionale alla Grecia: disoccupazione alle stelle, taglio drastico di stipendi, pensioni e sussidi, abbattimento dello Stato sociale, della sanità, dell’istruzione pubblica, dell’assistenza sociale, la svendita del patrimonio pubblico e delle infrastrutture. Senza una rottura drastica con l’austerità, insegna la storia argentina, non è possibile bloccare il massacro sociale; ma senza rompere con il sistema che genera e impone l’austerità – cioè i meccanismi economici, ideologici e istituzionali all’interno dei quali i paesi sono diversamente ingabbiati – è impossibile bloccare l’austerità e condurre politiche espansive e progressiste, anche per un governo che pure si dice ‘antiausterity’ come quello guidato da Alexis Tsipras.
Scriveva qualche giorno fa l’economista e premio Nobel statunitense Joseph Stiglitz:
“Cinque anni fa, quando è iniziata la crisi in Grecia, l'Europa ha teso la mano, ma il suo aiuto è stato diverso da quello che ci si sarebbe aspettato, se ci fosse stata davvero un po' di umanità, una reale solidarietà europea. Le prime proposte, in realtà, hanno visto la Germania, seguita dagli altri paesi "soccorritori" trarre profitto dall'emergenza greca, addebitando tassi di interesse molto alti. Inoltre, sono state imposte delle condizioni specifiche alla Grecia (cambiamenti nelle loro micro e macro politiche), in cambio degli aiuti economici.Ad un certo punto del suo intervento Stiglitz richiama proprio le similitudini con lo scenario argentino di 15 anni fa:
Queste condizioni fanno parte delle procedure standard di prestito previste dal FMI e dalla Banca Mondiale. In generale, quando hanno imposto le loro direttive, gli stati non avevano un'adeguata conoscenza del funzionamento di certe dinamiche economiche e spesso le pretese nascondevano delle strategie politiche. A tratti, si sono manifestati anche degli elementi di neo-colonialismo. La vecchia Europa che, ancora una volta, diceva alle sue ex-colonie cosa fare. La maggior parte delle volte, però, queste politiche non hanno funzionato come avrebbero dovuto. (…) La disparità tra quello che la Troika supponeva e quello che è emerso è stata impressionante, e non perché la Grecia non abbia agito come ci si aspettava. Anzi, l'ha fatto, ma seguendo modelli e direttive sempre più fallaci. Alla fine, dopo anni di pressioni e richieste per una maggiore austerità (che hanno condotto ad una tremenda depressione economica), la Troika ha spinto il paese sull'orlo del fallimento totale”.
“Questa situazione mostra delle somiglianze con quanto accaduto in Argentina nel 2001, con le dovute eccezioni. In entrambi i paesi, la recessione è degenerata, trasformandosi in depressione, in seguito alle politiche di austerità, rendendo il debito insostenibile. In entrambi i casi, queste politiche erano imposte come condizioni necessarie per ricevere assistenza. In entrambi i paesi c'erano rigide imposizioni sulla valuta, che non hanno concesso loro l'opportunità di portare avanti una politica di espansione monetaria durante la recessione. Il FMI ha avanzato previsioni allarmanti sulle conseguenze delle politiche imposte. La disoccupazione e la povertà sono aumentate, mentre il PIL è precipitato. (…) In Argentina la disoccupazione giovanile è salita alle stelle, restando critica per molti anni. La mancanza di opportunità ha soffocato ogni motivazione, ogni spinta, sprecando il talento di milioni di giovani. Una situazione simile alla Grecia oggi, dove la disoccupazione giovanile è al 50%. Le crisi economiche sono un duro colpo, ma lo è anche l'austerità. La Grecia può contare sulla lezione dell'Argentina: si può sopravvivere ai debiti e alla bancarotta.Forse involontariamente, Stiglitz sembra tirare le orecchie non solo agli arroganti negoziatori della Troika, ma anche agli ‘ingenui’ ministri del governo Tsipras che continuano a perseguire una trattativa impossibile con le istituzioni politiche ed economiche dell’Unione Europea pur sapendo che anche se si arrivasse ad un eventuale accordo questo lascerebbe esattamente tutti i problemi irrisolti:
Le vicissitudini infelici della Grecia devono ricordarci, ancora una volta, quanto già appreso sulla gestione di crisi economiche e debiti. Lezioni che avremmo dovuto imparare da esperienze precedenti. La prima è che non c'è alcuna possibilità di fare passi avanti verso il risanamento del debito, se prima non c'è una ripresa economica. Allo stesso tempo, non ci può essere una ripresa economica senza un ripristino della sostenibilità del debito”.
“Sia in Argentina che in Grecia, ripristinare questa condizione ha richiesto una ristrutturazione del debito sovrano. In entrambi i casi, l'idea di portare a termine una giusta riorganizzazione del debito, che potesse condurre alla ripresa economica, con l'accesso ai mercati di credito internazionali, si è rivelata fin troppo ottimista. (…) In entrambi i casi, le istituzioni creditrici hanno finto che la sostenibilità potesse essere riacquistata attraverso "cambiamenti strutturali". Non senza una certa pressione, i programmi imposti sono stati accettati e implementati, ma non hanno funzionato. "Scambiare" i fondi bailout - fondi che erano utilizzati per ripagare gli stessi creditori che li stavano fornendo - con promesse di miglioramento ha condotto all'ulteriore indebolimento delle economie dei due paesi. Nel caso dell'Argentina, dopo anni di crisi, la gente è scesa in strada”.Educatamente ma smentendo la vulgata comune secondo la quale i paesi europei starebbero aiutando i cittadini greci e quindi avrebbero voce in capitolo rispetto ad una eventuale scelta di Atene di denunciare e non pagare una parte consistente del debito, Stiglitz ricorda:
“Chi viene salvato dai bailout (come le banche tedesche e francesi, nel caso della Grecia), di solito si appella al rischio morale per giustificare la mancata ristrutturazione del debito. Afferma che la procedura creerebbe delle condizioni peggiori, in quanto altri debitori sarebbero più inclini ad "abusare" del prestito, senza pagare. Ma il rischio morale è solo una favola. Sia l'Argentina che la Grecia hanno già pagato caro per i loro problemi di debito, dall'inizio del default”.Il Nobel per l’Economia sembra essere convinto del fatto che una ‘ristrutturazione del debito operata in maniera seria possa in parte risollevare le sorti della Grecia:
“L'esperienza greca ci insegna anche cosa non fare in caso di ristrutturazione del debito. Il paese ha "riorganizzato" il debito nel 2012, ma l'ha fatto nel modo sbagliato. Non era abbastanza per una ripresa economica ed ha comportato un cambiamento nella composizione del debito (si è passati dai creditori privati a quelli "ufficiali"), rendendo una successiva ristrutturazione ancora più ardua.Il problema al quale Stiglitz non risponde, è tutto politico: che fare nel caso in cui i ‘creditori’ non accettino l’abbattimento del debito e la smettano di imporre programmi di austerity in cambio di eventuale sostegno economico?
Per certi versi la Grecia sta affrontando una situazione ancora più complessa rispetto all'Argentina. La crisi argentina, infatti, fu accompagnata da una forte svalutazione della moneta che rese il paese più competitivo e che, con la ristrutturazione del debito, creò le condizioni per una ripresa duratura. In Grecia, il default e la Grexit richiederebbero la re-implementazione della valuta domestica. Un conto è svalutare una valuta esistente, altra cosa è crearne una nuova nel bel mezzo di una crisi. Questo ulteriore elemento di incertezza non ha fatto altro che appesantire la pressione della Troika sul governo di Tsipras. Quando il debito non è sostenibile, è necessario ripartire da zero. È un principio basilare e universalmente riconosciuto. Finora, la Troika ha negato questa possibilità alla Grecia. Non ci può essere un nuovo inizio in un clima di austerità (…).”
A rispondere è un altro Nobel per l’Economia, Paul Krugman, sul New York Times, ribadendo quello che aveva già scritto prima della schiacciante vittoria dei ‘No’ nel referendum ellenico di domenica scorsa. "È diventato sempre più difficile vedere una strada che non porti a una Grexit. E anche se è ancora una cosa che pochi vogliono accettare, è sempre più ovvio che una Grexit è la migliore speranza della Grecia". Nel suo intervento Krugman mette in evidenza come senza una Grexit è difficile prevedere da dove possa arrivare la crescita per la Grecia. Anche con una ristrutturazione del debito, infatti, la Grecia sarà costretta a importanti surplus primari strutturali e questo la costringerebbe a sopportare una depressione economica ancora per molti anni.
L’economista statunitense afferma di fatto che è difficile – se non impossibile – prevedere da dove possa arrivare la crescita per la Grecia senza un’uscita dall’Eurozona. “Quello che sarebbe un semplice problema politico, ovvero il caso della Grecia con una propria moneta, diventa un pasticcio quasi insolubile”, spiega Krugman, di cui riportiamo di seguito l’intervento integrale.
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L’Europa ha schivato un proiettile domenica. Smentendo molte previsioni, gli elettori greci hanno fortemente sostenuto il rifiuto alle richieste dei creditori da parte del loro governo. E anche i più ardenti sostenitori dell’Unione Europea dovrebbero tirare un sospiro di sollievo.
Naturalmente, i creditori non la metterebbero in questo modo. La loro versione dei fatti, ripresa da molti nella stampa finanziaria, è che il fallimento del loro tentativo di costringere la Grecia alla sottomissione è un trionfo dell’irrazionalità e dell’irresponsabilità sui buoni consigli tecnocratici.
Ma la campagna di sopraffazione – il tentativo di terrorizzare i greci privando le loro banche di finanziamenti e minacciando il caos generale, il tutto con l’obiettivo quasi dichiarato di disarcionare l’attuale governo di sinistra – è stato un episodio vergognoso per un’Europa che afferma di credere ai principi democratici. Se quella campagna fosse riuscita, si sarebbe stabilito un terribile precedente, anche se i creditori avessero avuto ragione.
Per di più, non ce l’hanno. La verità è che i sedicenti tecnocrati europei sono come medici medievali che insistono nel salassare i loro pazienti e quando il loro trattamento fa ammalare ancor di più i pazienti, essi chiedono di togliere ancora più sangue. Una vittoria del “Sì” in Grecia avrebbe condannato il paese ad altri anni di sofferenza nell’attuare politiche che non hanno funzionato e addirittura, come dice l’aritmetica, non possono funzionare: l’austerità probabilmente riduce il PIL più velocemente di quanto si riduce il debito, quindi tutta la sofferenza non serve a niente. La schiacciante vittoria del “no” offre almeno una possibilità di una via di fuga da questa trappola.
Ma come gestire questa fuga? C’è un modo per la Grecia di rimanere nell’Euro? E questo è in ogni caso auspicabile?
La questione più immediata riguarda le banche greche. Prima del referendum, la Banca centrale Europea ha tagliato il loro accesso a ulteriori fondi, facendo precipitare il panico e costringendo il governo a imporre la chiusura delle banche e i controlli di capitali. La Banca Centrale deve ora affrontare una scelta difficile: se riprendesse il normale finanziamento sarebbe come ammettere che il congelamento precedente era politico, ma se non lo facesse, in pratica costringerebbe la Grecia ad introdurre una nuova moneta.
In particolare, se il denaro non inizia a scorrere da Francoforte (la sede della Banca centrale), la Grecia non avrà altra scelta se non cominciare a pagare salari e pensioni con i.o.u.s, (in inglese I Owe You, ossia “pagherò”) che sarebbero de facto una valuta parallela – e che potrebbero presto trasformarsi nella nuova dracma
Supponiamo che, al contrario, la Banca centrale riprenda la normale erogazione dei prestiti, e che la crisi bancaria si risolva. Rimane ancora la questione di come rilanciare la crescita economica.
Durante i negoziati falliti che hanno portato al referendum di domenica, il punto critico centrale era la richiesta della Grecia di una riduzione permanente del debito, per rimuovere le incertezze che gravavano sulla sua economia. La Troika – le istituzioni che rappresentano gli interessi dei creditori – rifiutò, ma ora sappiamo che un membro della Troika, il Fondo Monetario Internazionale, aveva concluso in modo indipendente che il debito della Grecia non può essere ripagato. Cambieranno atteggiamento ora che è fallito il tentativo di deporre la coalizione di sinistra al governo?
Immaginate, per un momento, che la Grecia non avesse mai adottato l’Euro, che avesse semplicemente fissato il valore della dracma a quello dell’euro. Cosa suggerirebbero di fare le semplici analisi economiche di base? La risposta, a stragrande maggioranza, sarebbe che dovrebbe svalutare – lasciare scendere il valore della dracma – sia per incoraggiare le esportazioni sia per uscire dal ciclo della deflazione.
Naturalmente, la Grecia non ha più una propria moneta, e molti analisti erano soliti affermare che l’adozione dell’euro era una decisione irreversibile – dopo tutto, ogni accenno di uscita dall’Euro avrebbe scatenato una devastante crisi bancaria e una crisi finanziaria. Ma a questo punto la crisi finanziaria c’è già stata, così che i maggiori costi di uscita dall’Euro sono stati pagati. Perché, allora, non godere dei benefici?
L’uscita greca dall’Euro avrebbe lo stesso, grande successo della svalutazione dell’Islanda nel 2008-09, o l’abbandono dell’Argentina della sua politica un-peso-un-dollaro nel 2001-02? Forse no, ma consideriamo le alternative. A meno che la Grecia riceva davvero una grossa cancellazione del debito, e forse anche se la ricevesse, lasciare l’euro offre la sola via di fuga plausibile dal suo incubo economico senza fine.
E cerchiamo di essere chiari: se la Grecia alla fine lascia l’euro, non significa che i greci sono cattivi europei. Il problema del debito della Grecia significa creditori irresponsabili tanto quanto debitori irresponsabili, e in ogni caso i greci hanno pagato per i peccati del loro governo molte volte. Se non riescono a prosperare all’interno della moneta comune europea, è perché quella moneta comune non offre nessun aiuto ai paesi in difficoltà. La cosa importante ora è fare tutto il necessario per terminare l’emorragia.
L'intervento originale di Krugman qui.
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