Con la vittoria di William Lai Ching-te di sabato scorso, il Partito progressista democratico (Dpp) ha conquistato per la terza volta consecutiva la presidenza di Taiwan. Non era mai successo nella storia dell’isola, dove il Dpp e i nazionalisti del Kuomintang (Kmt) l’avevano mantenuta al massimo per due mandati di fila.
Lai l’ha spuntata grazie all’incapacità del Kmt e del Partito popolare (Tpp) di presentare un candidato unitario: è stato eletto con il 40,05% delle preferenze, Hou Yu-ih del Kmt ha ottenuto il 33,49% e Ko Wen-jie del Tpp il 26,45%.
Il Dpp ha subìto un’emorragia di voti, passando dagli 8.170.231 (il 57,13 per cento) delle presidenziali di quattro anni fa a 5.586.019. Complessivamente il Kmt e il Dpp ne hanno ottenuti 8.361.487 (il 59,95%).
Le elezioni legislative, che si sono svolte insieme alle presidenziali, hanno dato vita a un parlamento (113 seggi) in cui il Dpp ne avrà 51 (-10), il Kmt 52 (+14) e il Tpp 8 (+3).
Questo significa che Lai (che si insedierà il prossimo 20 maggio) dovrà scegliere i ministri (che saranno nominati il 1° febbraio) tenendo conto dei nuovi rapporti di forza nell’unica camera (lo Yuan legislativo) e che dovrà scendere a patti con le opposizioni su tutto – dalla politica economica alle relazioni con la Repubblica popolare cinese – se vorrà far passare i provvedimenti del suo governo.
Le reazioni di Pechino e Washington alla vittoria di Lai – più “indipendentista” rispetto alla sua predecessora Tsai Ing-wen – sono state improntate alla prudenza, come suggerito dai guardrail piazzati il 15 novembre scorso nell’incontro tra Xi Jinping e Joe Biden a San Francisco.
Il governo cinese ha riaffermato l’inviolabilità del principio “una sola Cina”, mentre Biden ha dichiarato: “Non sosteniamo l’indipendenza» di Taiwan“. Con il presidente democratico in corsa per la riconferma (negli Usa si voterà il 5 novembre), è probabile che nei prossimi mesi la sua amministrazione frenerà le iniziative del Dpp che potrebbero apparire a Pechino più “provocatorie”.
Due giorni dopo la vittoria di Lai, Taiwan ha subìto lo schiaffo di Nauru: il micro-stato insulare della Micronesia ha riconosciuto la Rpc invece di Taiwan, lasciando quest’ultima riconosciuta ufficialmente come ‘Repubblica di Cina’ solo da undici staterelli più il Vaticano.
Le associazioni imprenditoriali taiwanesi hanno subito invitato il presidente eletto a promuovere una politica più pragmatica nei confronti della Rpc, a ripensare cioè il “de-risking”, la riduzione della dipendenza dalla Cina per quanto riguarda commercio e investimenti promossa negli ultimi anni.
Nei prossimi mesi Pechino insisterà – attraverso una costante opera di moral suasion, e con strumenti di pressione economica e commerciale – per il rispetto da parte di Taiwan del “Consenso del 1992” raggiunto tra rappresentanti del partito comunista e del Kmt, potendo contare dopo otto anni su una solida sponda parlamentare a Taipei, dove sia il Kmt che il Tpp sono favorevoli alla ripresa del dialogo interrotto nel 2016, con l’elezione di Tsai Ing-wen.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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19/01/2024
13/01/2024
Perché il voto di Taiwan è importante
Sabato prossimo 19,5 milioni di taiwanesi saranno chiamati alle urne per scegliere un nuovo presidente e rinnovare il parlamento, lo Yuan legislativo (113 seggi). Gli elettori avranno tre schede: per il presidente (vince chi ottiene anche solo un voto in più); per la camera-maggioritario, con cui vengono eletti 3/4 dei parlamentari; per la camera-proporzionale, con cui viene eletto 1/4 dei deputati.
Per la presidenza è corsa a tre, tra William Lai Ching-te (Partito progressista democratico, Dpp), Hou Yu-ih (Kuomintang, Kmt) e Ko Wen-jie (Partito popolare, Tpp). Per quanto riguarda lo Yuan legislativo, c’è grande attesa per il possibile exploit del Tpp – fondato nel 2019 da Ko – che, spinto dal voto dei giovani e degli indecisi, potrebbe infrangere il tradizionale duopolio politico Dpp-Kmt.
A determinare chi la spunterà saranno le proposte dei candidati su lavoro, tasse, ambiente… non soltanto le rispettive posizioni sul futuro delle relazioni tra Taiwan e la Repubblica popolare cinese. Quest’ultimo aspetto resta tuttavia molto rilevante, dal momento che Pechino e Washington hanno trasformato Taiwan in uno degli hotspot della loro rivalità geostrategica.
Se William Lai diverrà presidente (dopo due mandati della sua collega di partito Tsai Ing-wen), confermerà la linea di un continuo allontanamento dalla Rpc, che considera Taiwan una sua provincia, da “riunificare”. Se invece a prevalere fossero Ho o Ko, potrebbe verificarsi un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi otto anni, con la ripresa del dialogo interrotto da Pechino nel 2016 per il rifiuto di Tsai e del Dpp di riconoscere il Consenso del 1992 raggiunto tra rappresentanti del Kmt e del Partito comunista cinese.
Lai e la sua vice in pectore Hsiao Bi-kim sono stati sempre in testa nei sondaggi. Come reagirà Pechino in caso di vittoria dei due che considera “indipendentisti irriducibili”? Una risposta militare è improbabile: le presidenziali e legislative non sono un referendum sull’indipendenza di Taiwan, e alle ultime due consultazioni vinte dal Dpp (nel 2016 e nel 2020) la Rpc non ha replicato sfoggiando i muscoli.
Anche la fragile “tregua” siglata tra Xi Jinping e Joe Biden il 15 novembre scorso a San Francisco induce la leadership cinese a un approccio prudente, così come la possibilità che il prossimo presidente di Taiwan si ritrovi con un parlamento diviso o un governo di minoranza, assai meno gestibile della camera uscente, nella quale il Dpp ha 63 deputati su 113.
Tuttavia la terza presidenza di seguito agli “indipendentisti” rappresenterebbe un problema politico per Xi, che nel suo discorso di Capodanno ha ripetuto che «la riunificazione della madrepatria è una certezza storica». Intanto però soltanto il 7,4 per cento dei taiwanesi è favorevole ad associarsi alla Rpc. Nel 1994 erano il triplo, da allora sono diminuiti costantemente.
E l’economia dell’isola sta compiendo passi concreti per dipendere meno dall’altra sponda dello Stretto e avvicinarsi sempre più ad altri partner.
Con 152 miliardi di dollari Usa di esportazioni nel 2023 la Rpc è rimasta il primo mercato per i prodotti taiwanesi, ma in flessione del 18%, al 35,2% del totale delle esportazioni taiwanesi, il minimo da 21 anni. Gli Stati Uniti e i paesi dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) hanno accolto entrambi prodotti taiwanesi per circa 72 miliardi di dollari Usa, con gli Usa che ne ricevono ormai il 17,6% del totale, il massimo negli ultimi 21 anni.
Xi ha fissato l’orizzonte per la “riunificazione” di Taiwan al 2049, centenario della fondazione della Rpc. A Taiwan i governi cambiano e in futuro potrebbero formarsene di più dialoganti con Pechino. Intanto però Taiwan è sempre più lontana.
Fonte
Per la presidenza è corsa a tre, tra William Lai Ching-te (Partito progressista democratico, Dpp), Hou Yu-ih (Kuomintang, Kmt) e Ko Wen-jie (Partito popolare, Tpp). Per quanto riguarda lo Yuan legislativo, c’è grande attesa per il possibile exploit del Tpp – fondato nel 2019 da Ko – che, spinto dal voto dei giovani e degli indecisi, potrebbe infrangere il tradizionale duopolio politico Dpp-Kmt.
A determinare chi la spunterà saranno le proposte dei candidati su lavoro, tasse, ambiente… non soltanto le rispettive posizioni sul futuro delle relazioni tra Taiwan e la Repubblica popolare cinese. Quest’ultimo aspetto resta tuttavia molto rilevante, dal momento che Pechino e Washington hanno trasformato Taiwan in uno degli hotspot della loro rivalità geostrategica.
Se William Lai diverrà presidente (dopo due mandati della sua collega di partito Tsai Ing-wen), confermerà la linea di un continuo allontanamento dalla Rpc, che considera Taiwan una sua provincia, da “riunificare”. Se invece a prevalere fossero Ho o Ko, potrebbe verificarsi un’inversione di tendenza rispetto agli ultimi otto anni, con la ripresa del dialogo interrotto da Pechino nel 2016 per il rifiuto di Tsai e del Dpp di riconoscere il Consenso del 1992 raggiunto tra rappresentanti del Kmt e del Partito comunista cinese.
Lai e la sua vice in pectore Hsiao Bi-kim sono stati sempre in testa nei sondaggi. Come reagirà Pechino in caso di vittoria dei due che considera “indipendentisti irriducibili”? Una risposta militare è improbabile: le presidenziali e legislative non sono un referendum sull’indipendenza di Taiwan, e alle ultime due consultazioni vinte dal Dpp (nel 2016 e nel 2020) la Rpc non ha replicato sfoggiando i muscoli.
Anche la fragile “tregua” siglata tra Xi Jinping e Joe Biden il 15 novembre scorso a San Francisco induce la leadership cinese a un approccio prudente, così come la possibilità che il prossimo presidente di Taiwan si ritrovi con un parlamento diviso o un governo di minoranza, assai meno gestibile della camera uscente, nella quale il Dpp ha 63 deputati su 113.
Tuttavia la terza presidenza di seguito agli “indipendentisti” rappresenterebbe un problema politico per Xi, che nel suo discorso di Capodanno ha ripetuto che «la riunificazione della madrepatria è una certezza storica». Intanto però soltanto il 7,4 per cento dei taiwanesi è favorevole ad associarsi alla Rpc. Nel 1994 erano il triplo, da allora sono diminuiti costantemente.
E l’economia dell’isola sta compiendo passi concreti per dipendere meno dall’altra sponda dello Stretto e avvicinarsi sempre più ad altri partner.
Con 152 miliardi di dollari Usa di esportazioni nel 2023 la Rpc è rimasta il primo mercato per i prodotti taiwanesi, ma in flessione del 18%, al 35,2% del totale delle esportazioni taiwanesi, il minimo da 21 anni. Gli Stati Uniti e i paesi dell’Associazione delle nazioni del Sud-est asiatico (Asean) hanno accolto entrambi prodotti taiwanesi per circa 72 miliardi di dollari Usa, con gli Usa che ne ricevono ormai il 17,6% del totale, il massimo negli ultimi 21 anni.
Xi ha fissato l’orizzonte per la “riunificazione” di Taiwan al 2049, centenario della fondazione della Rpc. A Taiwan i governi cambiano e in futuro potrebbero formarsene di più dialoganti con Pechino. Intanto però Taiwan è sempre più lontana.
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06/03/2023
Cile - “Il TPP svuota il portafoglio statale a vantaggio degli investitori internazionali”
Intervista con la giornalista e attivista sociale Lucía Sepúlveda, portavoce di Cile Migliore senza Trattati di Libero Commercio
Il 21 febbraio 2023 è entrato in vigore il cosiddetto Trattato Integrale e Progressivo di Associazione Transpacifico, o TPP-11 (secondo la sua sigla in inglese), dopo un processo iniziato nel marzo 2018 quando l’amministrazione di Michelle Bachelet ha firmato l’accordo.
L’attuale governo di Gabriel Boric ha depositato il documento di ratifica alla fine del 2022 e ha appena concluso l’iter amministrativo. Così, il Cile è diventato la decima economia a diventare membro a pieno titolo di questo trattato, di cui sono firmatari anche Australia, Brunei Darussalam, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
La giornalista e attivista sociale Lucía Sepúlveda è portavoce di Cile Migliore senza Trattati di Libero Commercio, membro della Rete di Azione contro i Pesticidi-Cile e del Movimento per l’Acqua e i Territori (MAT). Sepúlveda è da anni una parte fondamentale dell’ambientalismo coerente nel paese.
Qual è la differenza tra gli innumerevoli trattati di libero scambio (TLC) che i governi cileni hanno firmato con altri paesi e il TPP?
Il TPP è un trattato di nuova generazione. In un contesto planetario di crisi multidimensionale, i grandi investitori transnazionali stanno dando fondo a tutte le risorse a loro disposizione per garantire le loro aspettative di profitto. In altre parole, il grande capitale ha bisogno di inserire negli accordi commerciali clausole che prima non esistevano e che garantiscano a tutti i costi i rendimenti previsti sui propri investimenti.
Un’altra differenza è che questo trattato è firmato da un presidente cileno che si vanta di guidare un governo che difende l’ambiente e che aveva anche espresso la sua contrarietà alla firma di questo accordo».
Quali sono le principali conseguenze per le maggioranze sociali in Cile?
L’erario avrà meno risorse. I mega-progetti minerari, forestali e agroalimentari che ritengono che una qualsiasi delle norme del trattato sia stata trasgredita, intenteranno azioni legali contro lo Stato. A questo proposito, di solito accade che le grandi aziende con i loro avvocati di lusso vincano le cause”.
Quale giustizia se ne occupa?
Il Tribunale ICSID (International Center for Settlement of Investment Disputes), dipendente dalla Banca Mondiale, è il foro destinato alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nella maggior parte dei trattati internazionali relativi agli investimenti.
Ciò significa che ogni volta che il governo decide di attuare un provvedimento a favore degli interessi della popolazione, i grandi investitori legati al TPP, come Monsanto-Bayer, le AFP, ecc., possono presentare denunce internazionali. Gli investitori hanno tutti i diritti e le libertà di fare e disfare, mentre lo Stato ha tutto il contrario.
Questo significherà un duro colpo per l’erario nazionale, per i bilanci pubblici e gli investimenti sociali”.
E le classi lavoratrici cilene?
Ogni cambiamento che il governo promuove in termini di previdenza sociale, lavoro, sanità, istruzione, alloggio, ecc., può essere interpretato dagli investitori come un esproprio, e pertanto lo Stato deve pagare loro un indennizzo in denaro. Anche una vittoria salariale dei lavoratori di un’azienda associata al TPP è intesa dagli investitori multinazionali come una questione di violazione dell’accordo.
Le conquiste delle donne negli ultimi anni, come le ferie pagate, il postnatale, le discriminazioni sul lavoro, possono essere semplicemente misconosciute dagli investitori.
Con il TPP si dissanguerà il portafoglio statale relativamente a qualsiasi politica pubblica del governo”.
E nella dimensione ecologica?
In questo senso, la cosa più importante è l’acqua. Tutti gli investitori che vogliono incrementare le loro esportazioni lo faranno a nostre spese. Ad esempio, producendo più avocado per il mercato estero o esportando carne in Giappone. Infatti, nella VI Regione del Paese c’è già un disastro di grandi proporzioni dovuto agli allevamenti di maiali e cereali.
Le persone non possono più vivere a causa delle terribili condizioni in cui si lavora lì. L’aumento degli allevamenti di suini moltiplica le “zone di sacrificio”: le persone e la natura vengono sacrificate. Ogni maiale nel comune di Melipilla consuma l’acqua che le persone non possono più consumare per se stesse.
L’acqua lascia il paese con tutti i prodotti agricoli per l’esportazione.
E i farmaci?
Con il TPP il governo dovrà spendere di più per acquistare medicinali importati per la sanità pubblica, chiamati biologici, perché la durata dei brevetti è estesa da 5 a 8 anni per quei farmaci destinati a combattere le malattie rare, quelli che non sono coperti dal sistema AUGE ** o da qualsiasi entità. Per questi casi, i bioequivalenti o i generici non si applicano.
Perché firmare un nuovo trattato commerciale come il TPP, se il Cile ha già trattati di libero commercio con mezzo mondo?
Perché i trattati precedenti, alcuni anche in scadenza, sono accordi bilaterali. La cosa centrale del TPP è che riafferma il modello estrattivista. Non c’è interesse ad aggiungere valore alle esportazioni dei beni comuni, né ad importare conoscenze scientifico-tecnologiche.
Questo compromette la sovranità nazionale sul litio e altri minerali. In altre parole, si perde la possibilità di una nuova industrializzazione, il rafforzamento delle PMI, la sovranità alimentare. Per quanto riguarda un processo di industrializzazione, con il trattato le sue possibilità svaniscono perché per gli investitori vige la Costituzione del 1980 [ndt: quella di Pinochet]: lo Stato sussidiario.
Ci vogliono solo per offrire dolci squisiti sulla tavola del Nord Globale, mentre le nostre tavole non hanno i cibi elementari per un’alimentazione sana.
Il TPP pone forti restrizioni all’agricoltura a causa dell’imposizione di sementi transgeniche, prodotti tossici, pesticidi che uccidono; esattamente l’opposto di ciò di cui il mondo ha bisogno di fronte alla crisi ecologica in corso.
Perché gli Stati Uniti non sono nel TPP?
Perché esiste già un accordo di libero scambio di nuova generazione tra Cile e Stati Uniti che è pienamente in vigore. Il sistema di risoluzione delle controversie è considerato ed è applicato già ora.
E cosa fare?
Più che lamentarci, penso che sia necessario diffondere pedagogicamente gli abusi, i soprusi e le violazioni dei nostri diritti che il TPP comporta, al fine di contribuire alla consapevolezza delle comunità e delle loro prossime lotte”.
Note
AUGE: Regime di Garanzie Esplicite in Salute (GES) per 85 problemi di Salute stabiliti per legge, che devono essere date a tutti i cileni, sia di Fonasa che di Isapres. Fonasa è un organismo pubblico che copre delle prestazioni fisse limitate. Prevede più livelli a seconda di quanto si paga. Le Isapres invece sono assicurazioni sanitarie private che danno accesso a tutti i tipi di prestazioni sanitarie, a seconda del contratto scelto.
Fonte
Il 21 febbraio 2023 è entrato in vigore il cosiddetto Trattato Integrale e Progressivo di Associazione Transpacifico, o TPP-11 (secondo la sua sigla in inglese), dopo un processo iniziato nel marzo 2018 quando l’amministrazione di Michelle Bachelet ha firmato l’accordo.
L’attuale governo di Gabriel Boric ha depositato il documento di ratifica alla fine del 2022 e ha appena concluso l’iter amministrativo. Così, il Cile è diventato la decima economia a diventare membro a pieno titolo di questo trattato, di cui sono firmatari anche Australia, Brunei Darussalam, Canada, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.
La giornalista e attivista sociale Lucía Sepúlveda è portavoce di Cile Migliore senza Trattati di Libero Commercio, membro della Rete di Azione contro i Pesticidi-Cile e del Movimento per l’Acqua e i Territori (MAT). Sepúlveda è da anni una parte fondamentale dell’ambientalismo coerente nel paese.
Qual è la differenza tra gli innumerevoli trattati di libero scambio (TLC) che i governi cileni hanno firmato con altri paesi e il TPP?
Il TPP è un trattato di nuova generazione. In un contesto planetario di crisi multidimensionale, i grandi investitori transnazionali stanno dando fondo a tutte le risorse a loro disposizione per garantire le loro aspettative di profitto. In altre parole, il grande capitale ha bisogno di inserire negli accordi commerciali clausole che prima non esistevano e che garantiscano a tutti i costi i rendimenti previsti sui propri investimenti.
Un’altra differenza è che questo trattato è firmato da un presidente cileno che si vanta di guidare un governo che difende l’ambiente e che aveva anche espresso la sua contrarietà alla firma di questo accordo».
Quali sono le principali conseguenze per le maggioranze sociali in Cile?
L’erario avrà meno risorse. I mega-progetti minerari, forestali e agroalimentari che ritengono che una qualsiasi delle norme del trattato sia stata trasgredita, intenteranno azioni legali contro lo Stato. A questo proposito, di solito accade che le grandi aziende con i loro avvocati di lusso vincano le cause”.
Quale giustizia se ne occupa?
Il Tribunale ICSID (International Center for Settlement of Investment Disputes), dipendente dalla Banca Mondiale, è il foro destinato alla risoluzione delle controversie tra investitori e Stati nella maggior parte dei trattati internazionali relativi agli investimenti.
Ciò significa che ogni volta che il governo decide di attuare un provvedimento a favore degli interessi della popolazione, i grandi investitori legati al TPP, come Monsanto-Bayer, le AFP, ecc., possono presentare denunce internazionali. Gli investitori hanno tutti i diritti e le libertà di fare e disfare, mentre lo Stato ha tutto il contrario.
Questo significherà un duro colpo per l’erario nazionale, per i bilanci pubblici e gli investimenti sociali”.
E le classi lavoratrici cilene?
Ogni cambiamento che il governo promuove in termini di previdenza sociale, lavoro, sanità, istruzione, alloggio, ecc., può essere interpretato dagli investitori come un esproprio, e pertanto lo Stato deve pagare loro un indennizzo in denaro. Anche una vittoria salariale dei lavoratori di un’azienda associata al TPP è intesa dagli investitori multinazionali come una questione di violazione dell’accordo.
Le conquiste delle donne negli ultimi anni, come le ferie pagate, il postnatale, le discriminazioni sul lavoro, possono essere semplicemente misconosciute dagli investitori.
Con il TPP si dissanguerà il portafoglio statale relativamente a qualsiasi politica pubblica del governo”.
E nella dimensione ecologica?
In questo senso, la cosa più importante è l’acqua. Tutti gli investitori che vogliono incrementare le loro esportazioni lo faranno a nostre spese. Ad esempio, producendo più avocado per il mercato estero o esportando carne in Giappone. Infatti, nella VI Regione del Paese c’è già un disastro di grandi proporzioni dovuto agli allevamenti di maiali e cereali.
Le persone non possono più vivere a causa delle terribili condizioni in cui si lavora lì. L’aumento degli allevamenti di suini moltiplica le “zone di sacrificio”: le persone e la natura vengono sacrificate. Ogni maiale nel comune di Melipilla consuma l’acqua che le persone non possono più consumare per se stesse.
L’acqua lascia il paese con tutti i prodotti agricoli per l’esportazione.
E i farmaci?
Con il TPP il governo dovrà spendere di più per acquistare medicinali importati per la sanità pubblica, chiamati biologici, perché la durata dei brevetti è estesa da 5 a 8 anni per quei farmaci destinati a combattere le malattie rare, quelli che non sono coperti dal sistema AUGE ** o da qualsiasi entità. Per questi casi, i bioequivalenti o i generici non si applicano.
Perché firmare un nuovo trattato commerciale come il TPP, se il Cile ha già trattati di libero commercio con mezzo mondo?
Perché i trattati precedenti, alcuni anche in scadenza, sono accordi bilaterali. La cosa centrale del TPP è che riafferma il modello estrattivista. Non c’è interesse ad aggiungere valore alle esportazioni dei beni comuni, né ad importare conoscenze scientifico-tecnologiche.
Questo compromette la sovranità nazionale sul litio e altri minerali. In altre parole, si perde la possibilità di una nuova industrializzazione, il rafforzamento delle PMI, la sovranità alimentare. Per quanto riguarda un processo di industrializzazione, con il trattato le sue possibilità svaniscono perché per gli investitori vige la Costituzione del 1980 [ndt: quella di Pinochet]: lo Stato sussidiario.
Ci vogliono solo per offrire dolci squisiti sulla tavola del Nord Globale, mentre le nostre tavole non hanno i cibi elementari per un’alimentazione sana.
Il TPP pone forti restrizioni all’agricoltura a causa dell’imposizione di sementi transgeniche, prodotti tossici, pesticidi che uccidono; esattamente l’opposto di ciò di cui il mondo ha bisogno di fronte alla crisi ecologica in corso.
Perché gli Stati Uniti non sono nel TPP?
Perché esiste già un accordo di libero scambio di nuova generazione tra Cile e Stati Uniti che è pienamente in vigore. Il sistema di risoluzione delle controversie è considerato ed è applicato già ora.
E cosa fare?
Più che lamentarci, penso che sia necessario diffondere pedagogicamente gli abusi, i soprusi e le violazioni dei nostri diritti che il TPP comporta, al fine di contribuire alla consapevolezza delle comunità e delle loro prossime lotte”.
Note
AUGE: Regime di Garanzie Esplicite in Salute (GES) per 85 problemi di Salute stabiliti per legge, che devono essere date a tutti i cileni, sia di Fonasa che di Isapres. Fonasa è un organismo pubblico che copre delle prestazioni fisse limitate. Prevede più livelli a seconda di quanto si paga. Le Isapres invece sono assicurazioni sanitarie private che danno accesso a tutti i tipi di prestazioni sanitarie, a seconda del contratto scelto.
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13/06/2020
La Nuova Via della Seta. La strategia della Cina per un nuovo ordine finanziario globale
Traduciamo e pubblichiamo il seguente articolo redatto da ricercatori cinesi, già tradotto e pubblicato sulla rivista americana “Monthly Review”.
L’articolo analizza gli obiettivi e i potenziali ostacoli di uno dei cardini della strategia cinese di questi anni, la cosiddetta “Belt and Road Initiative”, fino al 2016 chiamata ufficialmente “One Belt, One Road”, e nota in Italia con il nome di “Nuova Via della Seta”.
Essa consiste in una serie di progetti, in particolare di sviluppo e costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche, finalizzati a promuovere le relazioni commerciali della Repubblica Popolare, sviluppati lungo due direttive: una terrestre (la “road”) che taglia il macro-continente Euroasiatico, e una marittima (la “belt”) che invece lo circumnaviga da sud.
Si tratta, per la Repubblica Popolare, di un progetto fondamentale, motivato dalla necessità di esportazione dell’eccesso di produzione industriale, ma anche dall’enorme mole di capitale finanziario inattivo e da un settore finanziario sempre più sviluppato ed influente.
La formalizzazione e strutturazione di legami finanziari con le nazioni in cui la Cina vuole esportare il proprio capitale in eccesso è infatti una priorità per la Repubblica Popolare – che ha imparato dagli errori commessi negli anni passati – ed è portata avanti attraverso la creazione di istituzioni finanziarie internazionali, come la New Development Bank, il Silk Road Fund, ma soprattutto la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).
La Belt and Road Initiative rappresenta (e rappresenterà sempre di più) un tassello fondamentale nella declinazione regionale della competizione globale tra macro-blocchi (per un approfondimento sullo “stallo dinamico” degli imperialismi vedi qui), in uno scenario che gli autori paragonano direttamente a quello della fine del diciannovesimo secolo, culminato poi nella Prima Guerra Mondiale.
Nello sviluppo della via terrestre attraverso quello che il teorico della geopolitica Halford John Mackinder chiamava l’Hearthland risultano naturalmente fondamentali i rapporti sempre più stretti con la Russia, che viene spinta verso oriente dall’ostilità occidentale made in USA (soprattutto intorno alla vicenda Ucraina), una dinamica che, rispetto al momento il cui scrivono gli autori (il 2017), negli ultimi anni si è accentuata.
Nel tempo intercorso dalla stesura di questa ricerca Cina e Russia hanno avviato una “partnership strategica” che sembra uscire maggiormente rafforzata dal periodo pandemico, e che rischia di impensierire non poco gli Stati Uniti anche per la convergenza di queste due potenze su una serie rilevanti di dossier internazionali.
Ma è nello sviluppo della via marittima, in particolare nella regione deputata ad essere il suo punto di partenza, quella dell’ASEAN (acronimo inglese di “Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) che la Cina trova maggiori difficoltà, soprattutto per la radicata influenza USA nella regione.
Gli USA infatti sono determinati a contenere l’espansione cinese, e in quest’ottica va letta tutta la strategia statunitense nota come “Asian Pivot” (Cardine asiatico) in Asia orientale.
È da registrare comunque un maggiore “sganciamento” dell’ASEAN – il 36simo Forum dell’organizzazione che si terrà quest’anno in Vietnam sarà un terreno di verifica per il suo rilancio annunciato – dall’orbita statunitense, e da segnalare che gli USA siano usciti con l’amministrazione Trump dal Trans-Pacific Partnership nel 2017, uno degli assi della politica asiatica dell’era Obama.
Uno degli obiettivi dichiarati dell’“Asian pivot” statunitense è quello di prevenire la costituzione di un’alleanza valutaria regionale che possa mettere in pericolo l’egemonia globale del dollaro, ben consapevoli del potenziale rischio di un’internazionalizzazione del renminbi. Gli USA non hanno infatti alcuna intenzione di lasciare pacificamente il proprio dominio sul sistema finanziario globale.
Gli autori sottolineano come nella fase del capitalismo finanziario, più che dalla capacità produttiva di una nazione, la credibilità di una valuta dipenda dalla potenza militare dello stato che la emette. Gli Stati Uniti hanno ad oggi di gran lunga l’esercito più potente del mondo, e questo, insieme alla leadership nel campo dell’innovazione tecnologica – oggi declinante – gli garantisce la posizione di dominio.
Un dato di cui la dirigenza cinese è ben consapevole, e che infatti, ben cosciente dei tempi storici che certi ribaltamenti nei rapporti di forza possono avere, ha avuto la tendenza negli anni passati a non porsi in diretta ostilità con gli USA.
Ma per quanto salda, le crepe nell’egemonia globale statunitense sono be visibili, anche prima dello scoppio della pandemia del coronavirus, che ha colpito gli USA con particolare violenza e le cui conseguenze non sono, al momento attuale, ancora del tutto prevedibili.
Un ottimo esempio di questa egemonia in declino è il successo dell’Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese, il primo caso in cui gli USA sono stati esclusi da un’importante struttura finanziaria internazionale, a cui hanno aderito invece non solo i più importante paesi “emergenti” (India, Russia, Brasile), non solo storici partner regionali come Corea del Sud (i cui interessi sono sempre più legati alla Cina) e Australia, ma anche importanti paesi europei, come UK, Germania, Francia e Italia.
Come sottolineano gli autori, questa partecipazione rappresenta semplicemente una strategia di differenziazione del rischio e non un cambiamento di alleanze strategiche, ma è anche indicativa di come all’interno del sistema sorto dal superamento degli accordi di Bretton Woods, nel 1971, si stiano manifestando pesanti contraddizioni.
L’emissione dei “corona bond” emessi in valuta cinese dalla banca dei Brics è un altro esempio della de-dollarizzazione strisciante che potrebbe accelerare nei mutevoli scenari “post”-pandemici, così come la creazione di una cripto-moneta sovrana cinese (il primo caso al mondo) potrebbe in parte scompaginare le carte della competizione monetaria e impensierisce non poco le alte sfere a Washington visti i ritardi strutturali statunitensi nel settore.
Rispetto all’anno di pubblicazione dell’articolo, si è consumata inoltre in questi anni una storica “rottura” tra due Paesi che erano centrali nella riconfigurazione dell’Asia secondo gli interessi statunitensi: la Corea del Sud e il Giappone. La normalizzazione dei loro rapporti diplomatici nel 1965 è stata una delle iniziative fondamentali per la strategia statunitense in Asia orientale, insieme al genocidio dei comunisti in Indonesia e l’inizio della decennale guerra nel Vietnam.
Un ultimo elemento da sottolineare su come la situazione attuale si sia modificata dalla pubblicazione dell’articolo è l’inasprirsi di quella che è stata definita “guerra fredda di nuovo tipo” tra USA e Cina, più per volontà nord-americana che per iniziativa cinese. L’accordo commerciale di gennaio di quest’anno che sembrava porre fine alla guerra commerciale tra i due Paesi – e che escludeva comunque alcuni elementi di scontro strategico – è messo in discussione da una parte dell’amministrazione Trump e su differenti aspetti gli Stati Uniti hanno riaperto le ostilità a cominciare dalle presunte responsabilità cinesi nell’incapacità di contenere il contagio del Covid-19, fino all’autonomia di Honk Kong.
Proprio sulla base della potenziale espansione dell’influenza cinese gli autori concludono ponendo una domanda centrale per il futuro della Repubblica Popolare (ma non solo): come farà la Cina ad assicurarsi che le istituzioni finanziarie che controlla non diventino semplicemente una copia della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, con l’unica differenza di essere a guida cinese e non americana?
La retorica dello “sviluppo pacifico” corrisponderà effettivamente ad un modello di sviluppo diverso, fondato sul rispetto delle tradizioni locali, dell’ambiente e della giustizia sociale oppure rimarrà tanto vuota quanto quella americana di “libertà e democrazia”?
Gli autori propongono un’argomentazione di pragmatismo e convenienza a favore della prima opzione, sottolineando come in una sfida per l’egemonia come è la Belt and Road Initiative, alle parole devono seguire i fatti, e che difficilmente si potrà subentrare all’influenza occidentale se ci si comporta allo stesso modo. Propongono quindi di ispirarsi alla tradizionale cultura contadina cinese, fondata sugli interessi collettivi anziché individuali, per la costruzione di un modello diverso.
Ma più in generale questa domanda va a toccare uno degli aspetti centrali per chi, come noi, vuole studiare da marxista quell’enigma teorico che è la Repubblica Popolare Cinese oggi. Posto che la semplicistica domanda “la Cina è comunista o capitalista?” non può trovare una risposta netta e, come scrive Samir Amin (in China 2013), è anzi mal posta in quanto troppo generale ed astratta, in quanto marxisti crediamo che l’evoluzione di un progetto storico autonomo come quello della Repubblica Popolare Cinese non sia scritto nella pietra.
La direzione che prenderà, se quella verso un capitalismo puro “occidentale”, oppure verso una forma originale di capitalismo di stato, oppure verso il “Socialismo con Caratteristiche Cinesi” di cui parlano i documenti ufficiali del PCC, dipenderà dallo scontro fra interessi contrapposti, sia interni alla Cina stessa sia nell’arena della competizione globale fra macro-potenze.
Questo articolo, come gli altri contributi che proponiamo, hanno la funzione di fornire degli elementi di comprensione di queste complesse dinamiche.
Di Erebus Wong, Lau Kin-chi, Sit Tsui and Wen Tiejun
(Jan 01, 2017)
Topics: Economic Theory , Imperialism , Political Economy
Places: Asia, China, Southeast Asia, Ukraine
Verso la fine del 2013, il premier cinese Xi Jinping aveva annunciato due nuove iniziative di sviluppo e commercio per la Cina e la regione circostante: la “Cintura economica della Via della Seta” e la “Via della Seta marittima del XXI secolo” – conosciute insieme come “la nuova via della seta”1 [in inglese “Belt and Road Initiative”, fino al 2016 ufficialmente nota come “One Belt, One Road” (OBOR), ndt].
Insieme alla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), le politiche della ‘Nuova Via della Seta’ rappresentano un’ambiziosa espansione spaziale del capitalismo di stato cinese, motivata da un eccesso di capacità di produzione industriale e dagli interessi del capitale finanziario, il cui peso è in crescita. Il governo cinese ha sottolineato pubblicamente le lezioni apprese dalla crisi di sovrapproduzione degli anni ’30 del ‘900 in Occidente, che portò allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e ha promosso queste iniziative nel nome di uno ‘sviluppo pacifico’.
Tuttavia, la svolta verso la Nuova Via della Seta si manifesta in uno scenario regionale simile a quello dell’Europa tra la fine del diciannovesimo secolo e gli anni precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando grandi potenze sgomitavano per il dominio industriale e produttivo. La Nuova Via della Seta mette insieme potere territoriale e marittimo, rafforzando l’egemonia cinese sui mari dell’Asia Orientale.
Storicamente, ai tempi della Dinastia Tang (618-907), l’espansione del commercio cinese con l’Occidente aveva spinto il mondo islamico a controllare le rotte commerciali dell’Asia Centrale e Occidentale, spingendo l’Europa – sotto pressione a causa di una crisi dell’argento dovuta a continui deficit della bilancia commerciale – a cercare rotte commerciali ad Est che le permettessero di evitare i territori islamici. Ad uno ad uno, prima la Spagna, poi l’Olanda, il Regno Unito e infine gli Stati Uniti divennero potenze marittime dominanti, proteggendo ed espandendo i loro interessi commerciali verso l’Asia Orientale.
Se il progetto della Nuova Via della Seta prevedesse soltanto la rotta terrestre (la “one road”), sarebbe poco più di una tradizionale strategia di potere territoriale, ma questo progetto apre anche un secondo potere marittimo lungo la costa cinese, supportata dalla grande estensione del suo territorio.
All’inizio del ‘900, il geografo inglese Halford John Mackinder avanzò la teoria che una potenza che integrasse le vie di trasporto e commerciali di Europa, Asia e Africa in un’unica ‘Isola-Mondo’ sarebbe stata pronta a dominare il globo2. Nel 1919, Mackinder scriveva che “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland [il cuore, ndt]; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”3.
Nella pratica, tuttavia, è ancora necessario coordinare il controllo delle vie di terra con il trasporto marittimo lungo la costa di questa Isola-Mondo.
La Nuova Via della Seta dipende da una serie di delicati calcoli geopolitici. Oggi solo tre nazioni possono essere considerate potenze continentali: la Cina, la Russia e gli Stati Uniti d’America.
La Cina non può semplicemente aprire una nuova via della seta terrestre, perché dovrebbe inevitabilmente passare attraverso la Russia. Sin dagli inizi del suo sviluppo come potenza imperiale nel tardo diciottesimo secolo, la strategia geopolitica della Russia è stata orientata verso l’Europa, con un’attenzione solo secondaria all’Asia Orientale.
Questo spiega, almeno in parte, perché mentre l’economia russa beneficiava della crescita dei prezzi del petrolio alcuni anni fa, la Russia non prese in grande considerazione la proposta cinese della Via della Seta. Allo stesso modo, la Russia si sedette al posto di comando delle negoziazioni della nuova Unione Economica Euroasiatica, che aveva lo scopo di integrare e connettere l’Europa con gli ex paesi sovietici dell’Asia Centrale. Per dirla in maniera brutale, non stava alla Cina integrare l’Asia Centrale.
Tuttavia, a seguito della crisi Ucraina, la Russia si è trovata di fronte all’ostilità dell’Europa e degli Stati Uniti, e con il crollo globale dei prezzi del petrolio, il paese non ha avuto altra scelta che voltarsi verso Est e considerare seriamente la proposta della Cina per una partnership strategica trans-continentale.
Tuttavia, se le relazioni con l’Europa dovessero migliorare, la Russia non esiterebbe a voltarsi nuovamente verso di essa. Non importa quanto stretti siano divenuti i loro interessi regionali, né la Russia né la Cina possono mettere tutte le loro uova nello stesso paniere.
Questo è il motivo per cui la strategia di potere territoriale della Cina sta venendo presentata come La Nuova Via della Seta, un progetto distintamente cinese.
Ciò nonostante, la Cina è consapevole del fatto che gli USA vorrebbero opporsi alla Nuova Via della Seta rafforzando la propria alleanza con i blocchi di interesse capitalistico in Cina – sia all’interno sia all’esterno della cerchia di potere – per ristabilire la propria influenza sulla futura politica di sviluppo cinese.
Senza dubbio, da questo punto di vista gli USA hanno già avuto molto successo: la burocrazia finanziaria cinese accetta la salda supremazia degli USA come banca centrale del mondo, il che rende improbabile mettere in discussione, e tanto meno minare, la leadership degli Stati Uniti nell’ordine globale.
Tuttavia, ci sono pochi dubbi sul fatto che gli Stati Uniti adatteranno la propria strategia diplomatica rispetto alla Nuova Via della Seta. L’Iran, ad esempio, è una parte importante della proposta della Nuova Via della Seta, e qualsiasi fossero i suoi altri scopi, l’accordo nucleare degli USA con l’Iran era un aggiustamento strategico per bilanciare l’influenza della Cina in quella regione.
Il potere marittimo e la regione dell’ASEAN4
Per essere un luogo tanto piccolo, Singapore ha per molto tempo avuto un’influenza e un’importanza strategica sproporzionate. Con lo Stretto di Malacca, controlla un punto di accesso vitale per le rotte marittime che connettono Europa, Africa e Asia. Singapore capisce bene che la sua sopravvivenza dipende da un delicato equilibrio fra Occidente e Cina.
L’Occidente aveva stima del primo premier di Singapore, Lee Kuan Yew, un ardente combattente della Guerra Fredda che era determinato a fermare la diffusione del comunismo nella regione. Perciò, nonostante gli stretti legami di Lee con alti ufficiali cinesi e la loro simpatia per l’efficienza autoritaria e il corporativismo della sua ideologia fondata sui ‘valori asiatici’, Singapore non sarebbe mai divenuta un alleato cinese.
Lee rimase fedele agli interessi statunitensi fino alla fine: poco dopo che Obama era divenuto Presidente, Lee consigliò gli Stati Uniti sul loro “perno” diplomatico in Asia e nel Pacifico [in inglese “Pivot”, un termine diventato di moda per indicare l’accresciuto interesse statunitense verso l’Asia Orientale in seguito al suo utilizzo dall’allora Segretario di Stato Hilary Clinton, ndt] e aprì porti militari per aiutare il nuovo dispiegamento militare degli Stati Uniti all’interno della regione dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Dato questo retaggio, la Cina non nutre illusioni sulle alleanze di Singapore.
Per questi e altri motivi, la Cina vuole aprire un altro canale commerciale dalla Cina sud-occidentale all’Oceano Indiano, aggirando lo Stretto di Malacca. Un’altra potenziale rotta in direzione sud passerebbe attraverso il Pakistan o il Bangladesh fino all’Oceano Indiano.
In entrambi i casi, l’obiettivo sarebbe quello di connettersi con lo Sri Lanka, dove un nuovo porto di classe mondiale aprirà un altro polo commerciale nell’Oceano Indiano. L’ASEAN è il punto di partenza della via della seta marittima proposta dalla Cina, ma è anche la regione più irta di complessità e dove l’influenza degli Stati Uniti è più profondamente radicata.
Lo sviluppo cinese e il sistema del dollaro americano
Negli ultimi anni, la Cina ha assunto un ruolo di primo piano nella creazione di una nuova serie di istituzioni economiche internazionali, tra cui la New Development Bank, la BRICS Contingent Reserve Arrangement, l’AIIB e il Silk Road Fund, nonché la Shanghai Cooperation Organization. Insieme rappresentano un contrappeso regionale a entità a guida occidentale come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale – e più recentemente, la Banca Centrale Europea – che hanno dominato l’ordine finanziario globale dall’introduzione del sistema di Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale.
La Cina è probabilmente solo il terzo paese nella storia, dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, con la capacità di plasmare e guidare un sistema globale di finanza e commercio. Naturalmente, nel prossimo futuro, la Cina non sostituirà il sistema del dollaro USA; al massimo potrebbe stare su un piano di parità con quest'ultimo. Dopo che gli Stati Uniti sorpassarono il Regno Unito come primo paese al mondo per capacità industriale alla fine del XIX secolo, ci vollero altri cinquant’anni e due guerre mondiali prima che potessero dominare la finanza globale.
La Cina riconosce questa realtà e ha costantemente promosso l’AIIB e altre organizzazioni come complementi, non concorrenti, alla Banca mondiale e alla Banca asiatica di sviluppo (ADB).
Nel prossimo decennio, a condizione che nessuna grande instabilità sconvolga l’economia cinese, sembra inevitabile che il renminbi diventi una delle valute internazionali più importanti. Tuttavia, è tutt’altro che chiaro se il renminbi, anche tra vent’anni, potrà sfidare lo stato egemonico del dollaro USA.
Mentre un’economia capitalista si industrializza, la forza della sua valuta dipende dalla continua capacità produttiva del paese, sostenuta dal governo e dalla società civile. Tuttavia, nella fase successiva, quella del capitalismo finanziario, la principale fonte di credibilità di una valuta è la forza politica e militare di un paese.
Da questa prospettiva, la posizione del dollaro USA come valuta di credito del mondo deriva principalmente dall’enorme forza militare degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti rappresentano il 40 percento della spesa militare globale, più della forza combinata dei successivi dieci paesi con la maggiore spesa militare nel mondo.
Naturalmente, un’egemonia militare in continua espansione non è stata l’unica base per il dominio finanziario degli Stati Uniti. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, le società private e le agenzie governative negli Stati Uniti hanno guidato il mondo nell’innovazione tecnologica, non solo nella produzione di armi, ma in chimica, semiconduttori, cinema e televisione, aviazione, computer, finanza, comunicazioni e tecnologia dell’informazione.
Tutte queste innovazioni hanno facilitato l’espansione globale di capitale ad alto valore aggiunto. La base del valore del dollaro USA, oltre alla forza militare e politica americana, è quindi la capacità innovativa monopolistica degli Stati Uniti nell’aumentare il valore aggiunto del capitale.
Oggi in Cina, uno spirito del capitalismo utopico dilaga a tutti i livelli dell’economia, guidato dalla convinzione che fintanto che le imprese statali si ritireranno o si dissolveranno continuamente, per essere sostituite da imprese private, la Cina sarà benedetta da un miracoloso potere di mercato con una capacità innovativa di alto valore aggiunto.
Ma senza un enorme investimento in ricerca e sviluppo sistematici, non è chiaro in che modo concentrazioni sparse di capitale privato in Cina potrebbero fare simili progressi nel prossimo futuro. Di conseguenza, è improbabile che la valuta cinese sfidi il dollaro USA o persino l’euro. Ironia della sorte, l’unica forza che ha più probabilità di portare il dollaro USA al crollo è lo stesso sistema finanziario statunitense, sempre più virtualizzato.
Nell’esportazione di capitale durante il decennio passato, la Cina mancava di un piano generale per gli investimenti diretti e lo sviluppo, a volte finendo coinvolti in crisi geopolitiche come in Libia o in Sudan. Altre volte finendo in labirinti burocratici, come nel coinvolgimento nelle reti ferroviarie ad alta velocità in Messico o nei progetti portuali dello Sri Lanka.
Questi errori di direzione sono risultati in una mancanza di sostegno e coordinazione forti da parte di organizzazioni finanziarie come AIIB. Mentre la Cina è diventata un importante paese esportatore di capitali, ha evitato di entrare in esplicite alleanze politiche o finanziarie per la protezione dei suoi investimenti esteri su larga scala.
Con la fondazione della New Development Bank e di AIIB, in ogni caso i legami finanziari della Cina con le nazioni vicine si sono fatti più formali e influenti. Da questo punto di vista rappresentano il tipo di costruzione transnazionale necessario per dare più precisione e leva strategica alle esportazioni di capitale della Cina.
Uno degli obiettivi del “pivot” sull’Asia dell’amministrazione Obama era prevenire l’emersione di un’alleanza valutaria mutualmente conveniente tra Cina, Giappone e Corea del Sud, che avrebbe minacciato la supremazia del dollaro americano nell’area.
A questo scopo gli Stati Uniti hanno incoraggiato la restaurazione della destra in Giappone sotto Shinzo Abe, per formare un anello di contenimento della Cina nel pacifico. Inoltre, gli USA hanno sponsorizzato la Trans-Pacific Partnership (TPP), in parte per assicurare che la regione Asia-Pacifico resti un bastione del dollaro USA.
La AIIB è la risposta cinese a questa situazione. Nonostante la pressione americana sugli alleati europei e asiatici affinché non aderissero alla banca, fin dalla fondazione nel 2015, AIIB ha attratto importanti membri internazionali, inclusi non solo importanti paesi in via di sviluppo come Brasile, India e Russia, ma anche la Francia e il Regno Unito.
Una delle ragioni dietro i lenti progressi del TPP è che l’accordo era centrato sugli interessi americani e i guadagni marginali dati dalla riduzione dei dazi potrebbero essere minimi a confronti con le implicazioni finanziarie. In ogni caso, la fondazione di AIIB ha spinto gli USA ad accelerare i negoziati e fare significative concessioni, fino a raggiungere un accordo nell’ottobre 2015. (Anche se ora, dopo tutti questi sforzi, l’elezione di Trump ha posto il futuro del TPP in un pericolo imprevisto).
Curiosamente per gli USA, che hanno lanciato il TPP con l’intento originale di bloccare la Cina, AIIB marca la prima volta dai tempi antecedenti a Bretton Woods, in cui gli USA sono stati esclusi da un’importante struttura finanziaria internazionale.
Quando fidati alleati europei come UK, Germania, Francia, Italia, Svizzera e altri hanno annunciato la loro partecipazione, Obama ha convocato una riunione di emergenza del consiglio per la sicurezza nazionale. La ragione è chiara: l’AIIB sfida, per quanto dentro un quadro istituzionale, l’egemonia finanziaria americane che ha prevalso fin dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ovviamente questi alleati non stavano ancora lasciando il sistema dominato dal dollaro americano, stavano solo assicurando i loro investimenti di fronte ai chiari segni di esaurimento dell’egemonia statunitense. Fondando l’AIIB, la Cina ha sottolineato gli interessi comuni e la cooperazione tra gli stati membri per attirare meglio altri paesi interessati al progetto.
Il primo paese europei a entrare nell’AIIB è stata la Svizzera. Comunque, visto che gli svizzeri hanno voluto mantenere le trattative segrete e hanno rimandato l’annuncio della decisione, è stato il Regno Unito il primo paese europeo ad annunciare ufficialmente la partecipazione.
L’adesione della Svizzera e del Lussemburgo, due bastioni del capitale finanziario che in precedenza hanno declinato l’adesione alla maggior parte delle organizzazioni internazionali, suggerisce che l’alleanza di Bretton Woods stia affrontando profonde divisioni interne.
Possiamo chiamarlo il Dilemma di Triffin del sistema di Bretton Woods [Il Dilemma di Triffin è il conflitto tra interessi economici domestici di breve termine e interessi internazionali di lungo termine per i paesi che emettono una valuta usata come riserva internazionale. L’economista Triffin notava come il paese che emette la valuta sia portato ad aumentare l’emissione per soddisfare la domanda dei paesi che acquistano la valuta di riserva, portando a un deficit commerciale, ndt]: gli interessi degli USA e quelli dei suoi alleati di lungo corso stanno cominciando a mostrare contraddizioni potenzialmente insanabili.
La coesione istituzionale di questa alleanza è andata scemando da tempo. Lo scopo principale del sistema di Bretton Woods era facilitare le esportazioni della capacità industriale in eccesso e dei capitali degli USA. Gli interessi della crescita post-bellica negli USA e della ricostruzione in Europa erano allineati.
Nel 1971, quando l’amministrazione Nixon ha sospeso la convertibilità del dollaro in oro e gli USA hanno cominciato a esportare liquidità su vasta scala, queste mosse sembravano servire gli interessi delle istituzioni finanziare europee. In ogni caso, negli ultimi due decenni gli interessi fondamentali delle due parti sono entrati in conflitto.
Le riforme interne al FMI sono bloccate perché gli USA non vogliono abbandonare il proprio potere di veto, mentre altre istituzioni finanziarie dominate a lungo dagli USA si sono dimostrate incapaci di gestire la rapida ascesa delle economie dell’est asiatico. L’AIIB guidata dalla Cina è un chiaro risultato di queste tendenze.
L’alleanza di scambio della liquidità formata nell’ottobre 2013 da sei banche centrali – Bank of Canada, Bank of England, Bank of Japan, European Central Bank, Federal Reserve American e Swiss National Bank – è disegnata per prevenire un’altra crisi di liquidità su larga scala in Europa e in Nord America come quella che ha precipitato la crisi finanziaria del 2008-2009. Ma è solo preventiva.
Il nuovo paradigma mondiale richiede nuove istituzioni e proposizioni proattive. Il Fondo Monetario e la Banca Mondiale (con la sua sussidiaria, la ADB), limitate dagli interessi statunitensi, non sono all’altezza dei compiti. La Cina può cogliere l'opportunità di gestire una nuova alleanza finanziaria globale? Per un grande paese industriale appena entrato nella fase del capitalismo finanziario, sempre più scosso da problemi interni, la sfida è enorme e senza precedenti.
Alleanze che si indeboliscono
La fondazione dell’AIIB ha posto gli USA in una posizione inusuale, perché segna la prima significativa defezione dei suoi alleati stretti fin dalla formazione del fronte unito dei paesi capitalisti occidentali dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Gli USA hanno criticato aspramente i partner europei, in particolare il Regno Unito, che ha risposto a tono. Corea del Sud e Australia sono state scoraggiate dall'aderirvi, per farlo poi all’ultimo minuto. Dei maggiori alleati USA, non hanno aderito solo il Giappone, ansioso di riguadagnare il suo ruolo militare regionale, e il Canada, rimasto indifferente fin dal principio.
Oltre a queste tensioni nel sistema finanziario a guida USA, ci sono segni che le alleanze politiche americane in Asia ed Europa siano sottoposte e tensioni simili. Per esempio, è molto difficile per gli alleati europei, in particolare la Germania, seguire la linea dura da nuova guerra fredda con la Russia, dove risiedono molti interessi economici tedeschi.
Ovviamente gli USA non vogliono realmente la guerra con la Russia, l’obiettivo è fomentare contrasti tra Russia ed Europa per meglio inibire la formazione di una integrazione Euro-russo-centro asiatica. Con la crisi ucraina gli USA sperano di isolare ulteriormente la Russa dal resto dell’Europa, servendosi solo di un aiuto a mezzo servizio dai governi europei.
Contraddizioni simili stanno nascendo in Asia. Corea del Sud e Australia sono partner chiave negli sforzi americani di contenimento della Cina, e membri del TPP. Solo il Giappone, che continua a tenersi fuori dal TPP e dall’AIIB, rimane un alleato fedele, principalmente per il costante sostegno americano all’espansionismo militare giapponese.
Le lunghe e strette isole giapponesi sono prive di risorse naturali, per diventare una nazione forte è necessario costruire una forza marittima ed espandersi. Alla fine del diciannovesimo secolo il Giappone ha sconfitto la flotta dell’Impero cinese, poi ha vinto contro la Russia ed è diventato il padrone della regione.
In seguito, il Giappone ha voluto sfidare la potenza marittima degli USA ma è stato sconfitto e occupato, diventando infine un vassallo della potenza marittima americana. In ogni caso, le ideologie politiche prevalenti nei due paesi sono state a lungo compatibili.
La Corea del Sud è stata per decenni la principale rivale regionale del Giappone. Una Corea unita sarebbe capace di sfidare il Giappone in termini di popolazione, esercito e capacità industriale. Per ora la Corea del Sud si rivolge alla Cina come principale partner commerciale e le due nazioni hanno siglato un loro patto di libero scambio. Anche sulla questione di una futura unificazione la Corea del Sud avrebbe bisogno dell’aiuto della Cina.
In ogni caso la prospettiva di una penisola coreana ha poco appeal per gli USA, visto che il formidabile trio Cina-Corea-Giappone competerebbe direttamente con gli USA nell’est asiatico. Inoltre, in caso di unificazione è dubbio che la nuova Corea rinunci al suo status nucleare, potendo arrivare a cercare l’autonomia militare dagli USA. Quindi, nonostante le affinità esteriori, gli interessi di largo raggio di USA e Corea del Sud sono probabilmente destinati a entrare in conflitto.
Anche il Giappone, l’alleato più fedele degli americani in Asia, potrebbe andare per la propria strada. Il paese sta affrontando un eccesso di capitale ed è ansioso di trovare nuovi sbocchi per il suo export industriale. Le più grandi corporation del paese sperano che alla fine il Giappone entri nell’AIIB.
Queste tendenze non sono nuove: dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997 il Giappone si è mosso per fondare l’Asian Stabilization Fund, che avrebbe dovuto farlo diventare la potenza finanziaria dominante in Asia, ma ha ricevuto il veto degli USA. Il Giappone guida l’ADB, ma alla fine deve sottostare alle direttive americano.
La regione ha una domanda annuale da 800 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali, ma l’ADB ne ha approvato solo 13,5 miliardi. La spinta verso l’espansione militare ha mantenuto l’élite del Liberal Democratic Party al governo stabilmente in sostegno degli USA, ma sul lungo termine l’auto-subordinazione degli interessi giapponesi alla strategia USA potrebbe dimostrarsi insostenibile.
Mentre la legittimità degli USA come sola super potenza veniva meno, gli interessi degli altri blocchi nazionali e le alleanze si sono diversificate. Le contraddizioni interne tra gli USA e gli alleati si approfondiscono di continuo. Per la Cina sarà necessaria un’attenta pianificazione e una strategia intelligente per trovare una buona posizione nell’ordine globale in cambiamento. In oltre due decenni di rapida crescita, la Cina ha mantenuto un profilo diplomatico relativamente basso rispetto alla sua forza e dimensione. Nei prossimi anni la diplomazia cinese avrà bisogno di idee e tattiche.
Oltre lo sviluppo, verso la giustizia sociale
Dagli anni ’50 fino agli anni ’70 gli USA hanno esportato con successo un’ideologia dello sviluppo industriale che si adattava ai propri interessi economici e militari. Dopo che questo sviluppismo guidato dalla Banca Mondiale ha lasciato molti paesi emergente impoveriti e impantanati nel debito estero, il discorso diplomatico americano si è spostato verso la “costruzione di istituzioni”, verso la democrazia e la libertà.
In particolare, dopo la prima Guerra del Golfo, la causa “della libertà e della democrazia” è diventata il primo tema dell’ideologia geopolitica USA. Comunque, nell’ultimo decennio, le avventure imperiali in Iraq e Afghanistan hanno avviato una catena di conflitti regionali che non solo hanno causato morte e migrazioni su grande scala, ma hanno anche favorito l’ascesa di organizzazioni come l’ISIS.
Il discorso ufficiale sulla libertà e la democrazia, da sempre ipocrita, è stato scredita in maniera decisiva. “Sicurezza” e “stabilità” sono diventate ora le parole chiave della strategia americana mentre le vecchie cause della pace globale e della prosperità sono cadute vittime degli stessi interventi catastrofici degli USA.
L’ideologia ufficiale dell’OBOR è invece lo sviluppo pacifico, sponsorizzando gli investimenti in infrastrutture e facilitando lo sviluppo economico, promuovendo la cooperazione e minimizzando i conflitti. Non c’è dubbio che lo sviluppo pacifico sia più sensato e sostenibile della “sicurezza” militarizzata in stile americano, dato che la povertà e l’ingiustizia sono il terreno ideale per l’estremismo.
Ma il discorso dello “sviluppo pacifico” ha le proprie ombre che riflettono le contraddizioni interne alla Cina. Per esempio, come può l’AIIB evitare i danni fatti dalla Banca Mondiale e dagli altri all’ambiente e agli stili di vita indigeni? Come può la Cina promuovere investimenti infrastrutturali che guidino lo sviluppo locale tramite diversità e sostenibilità e non semplicemente essere a servizio dei propri bisogni di sbocchi per l’export?
In altre parole, la sfida è assicurarsi che l’AIIB e il Silk Road Fund non diventi semplicemente la versione est asiatica del FMI e della Banca Mondiale. Dato che l’OBOR è una gara per l’influenza istituzionale nell’est asiatico, il fattore decisivo per il suo successo o il suo fallimento può essere la competitività dei suoi discorsi-guida. La Cina deve promuovere un messaggio di giustizia sociale e sviluppo giusto per controbilanciare il soft power delle istituzioni internazionali spinte dagli USA sin dagli anni ’80.
Dovrebbe essere chiaro che questo potere discorsivo dipenderà tanto dalle azioni quanto dalle parole. Se la Cina continua ad assorbire la capacità in eccesso tramite una rapida urbanizzazione senza riguardi per la sostenibilità ecologica o per la cultura rurale, se il governo non riuscirà ad affrontare le gravi contraddizioni sociali causate dalla crescente disuguaglianza di ricchezza, dai conflitti nel mondo del lavoro, dal deterioramento ambientale e dalla corruzione degli apparati burocratici, allora gli slogan dello “sviluppo basato sulle infrastrutture” avranno poco potere persuasive all’estero.
Una nota finale: imparare dalla società rurale
Dalla fine della dinastia Qing (1644-1911), mentre la Cina ha affrontato una serie di lotte per l’indipendenza e l’unità nazionale, la società rurale è stata centrale rispetto alla struttura del governo. Ogni volta che i meccanismi tradizionali della governance locale sono finiti sotto attacco, minacciando le vite dei contadini e dei villaggi, sono emersi gravi conflitti sociali fino al punto di provocare insurrezioni contadine.
Dal collasso della dinastia Qing alla sconfitta della Repubblica di Cina nel 1949, le violente rivolte contadine sono state il comune denominatore. Ma quando è stato possibile fare un uso efficace delle istituzioni sociali ed economiche della società rurale, le comunità contadine sono state parte integrante dello sviluppo del paese. In particolare, durante le ultime decadi di industrializzazione, le campagne cinesi sono diventate la fonte di una vasta “riserva di manodopera”, permettendo allo stato di appoggiarsi sui sannong – i cosiddetti “tre rurali”: contadini, villaggi e agricoltura – come fondamenta della turbolenta ma continua modernizzazione degli ultimi 60 anni.
La società rurale cinese è stata capace di assorbire i rischi di questa modernizzazione per via della forza della sua relazione con la natura, un vantaggio che non è mai stato adeguatamente riconosciuto. La società agricola cinese è stata fondata sulla base di necessità comuni, come l’irrigazione e la prevenzione dei disastri.
Questa interdipendenza crea una razionalità collettiva, con la comunità, piuttosto che il singolo contadino o la famiglia, come unità di base nella distribuzione e condivisione delle risorse sociali. Questo focus sui bisogni collettivi è esattamente contrario all’enfasi occidentale sugli interessi individuali.
Lungo migliaia di anni la società agricola cinese è diventata organicamente integrata con la diversità della natura, dando vita a un politeismo endogeno. Pianificando e promuovendo la sua visione di sviluppo sostenibile e commercio pacifico, la Cina dovrebbe guardare al proprio interno, a queste antiche strutture sociali, come guida verso il futuro.
Note:
1 Questo articolo è il risultato di uno dei sotto-progetti dello studio “International Comparative Studies on National Security in the Process of Globalization” condotto da Sit Tsui della Southwest University, come parte di un progretto piu’ ampio “A Study of the Structure and Mechanism of Rural Governance Basic to the Comprehensive National Security,” condotto da Wen Tiejun presso la Renmin University, Pechino e finanziato dalla National Social Science Foundation of China (No. 14ZDA064).
2 H. J. Mackinder, “The Geographical Pivot of History,” Geographical Journal 23 (1904): 421–37.
3 H. J. Mackinder, Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction (Washington, DC: National Defense University Press, 1996), 150.
4 Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico
Fonte
L’articolo analizza gli obiettivi e i potenziali ostacoli di uno dei cardini della strategia cinese di questi anni, la cosiddetta “Belt and Road Initiative”, fino al 2016 chiamata ufficialmente “One Belt, One Road”, e nota in Italia con il nome di “Nuova Via della Seta”.
Essa consiste in una serie di progetti, in particolare di sviluppo e costruzione di infrastrutture di trasporto e logistiche, finalizzati a promuovere le relazioni commerciali della Repubblica Popolare, sviluppati lungo due direttive: una terrestre (la “road”) che taglia il macro-continente Euroasiatico, e una marittima (la “belt”) che invece lo circumnaviga da sud.
Si tratta, per la Repubblica Popolare, di un progetto fondamentale, motivato dalla necessità di esportazione dell’eccesso di produzione industriale, ma anche dall’enorme mole di capitale finanziario inattivo e da un settore finanziario sempre più sviluppato ed influente.
La formalizzazione e strutturazione di legami finanziari con le nazioni in cui la Cina vuole esportare il proprio capitale in eccesso è infatti una priorità per la Repubblica Popolare – che ha imparato dagli errori commessi negli anni passati – ed è portata avanti attraverso la creazione di istituzioni finanziarie internazionali, come la New Development Bank, il Silk Road Fund, ma soprattutto la Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB).
La Belt and Road Initiative rappresenta (e rappresenterà sempre di più) un tassello fondamentale nella declinazione regionale della competizione globale tra macro-blocchi (per un approfondimento sullo “stallo dinamico” degli imperialismi vedi qui), in uno scenario che gli autori paragonano direttamente a quello della fine del diciannovesimo secolo, culminato poi nella Prima Guerra Mondiale.
Nello sviluppo della via terrestre attraverso quello che il teorico della geopolitica Halford John Mackinder chiamava l’Hearthland risultano naturalmente fondamentali i rapporti sempre più stretti con la Russia, che viene spinta verso oriente dall’ostilità occidentale made in USA (soprattutto intorno alla vicenda Ucraina), una dinamica che, rispetto al momento il cui scrivono gli autori (il 2017), negli ultimi anni si è accentuata.
Nel tempo intercorso dalla stesura di questa ricerca Cina e Russia hanno avviato una “partnership strategica” che sembra uscire maggiormente rafforzata dal periodo pandemico, e che rischia di impensierire non poco gli Stati Uniti anche per la convergenza di queste due potenze su una serie rilevanti di dossier internazionali.
Ma è nello sviluppo della via marittima, in particolare nella regione deputata ad essere il suo punto di partenza, quella dell’ASEAN (acronimo inglese di “Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico) che la Cina trova maggiori difficoltà, soprattutto per la radicata influenza USA nella regione.
Gli USA infatti sono determinati a contenere l’espansione cinese, e in quest’ottica va letta tutta la strategia statunitense nota come “Asian Pivot” (Cardine asiatico) in Asia orientale.
È da registrare comunque un maggiore “sganciamento” dell’ASEAN – il 36simo Forum dell’organizzazione che si terrà quest’anno in Vietnam sarà un terreno di verifica per il suo rilancio annunciato – dall’orbita statunitense, e da segnalare che gli USA siano usciti con l’amministrazione Trump dal Trans-Pacific Partnership nel 2017, uno degli assi della politica asiatica dell’era Obama.
Uno degli obiettivi dichiarati dell’“Asian pivot” statunitense è quello di prevenire la costituzione di un’alleanza valutaria regionale che possa mettere in pericolo l’egemonia globale del dollaro, ben consapevoli del potenziale rischio di un’internazionalizzazione del renminbi. Gli USA non hanno infatti alcuna intenzione di lasciare pacificamente il proprio dominio sul sistema finanziario globale.
Gli autori sottolineano come nella fase del capitalismo finanziario, più che dalla capacità produttiva di una nazione, la credibilità di una valuta dipenda dalla potenza militare dello stato che la emette. Gli Stati Uniti hanno ad oggi di gran lunga l’esercito più potente del mondo, e questo, insieme alla leadership nel campo dell’innovazione tecnologica – oggi declinante – gli garantisce la posizione di dominio.
Un dato di cui la dirigenza cinese è ben consapevole, e che infatti, ben cosciente dei tempi storici che certi ribaltamenti nei rapporti di forza possono avere, ha avuto la tendenza negli anni passati a non porsi in diretta ostilità con gli USA.
Ma per quanto salda, le crepe nell’egemonia globale statunitense sono be visibili, anche prima dello scoppio della pandemia del coronavirus, che ha colpito gli USA con particolare violenza e le cui conseguenze non sono, al momento attuale, ancora del tutto prevedibili.
Un ottimo esempio di questa egemonia in declino è il successo dell’Asian Infrastructure Investment Bank a guida cinese, il primo caso in cui gli USA sono stati esclusi da un’importante struttura finanziaria internazionale, a cui hanno aderito invece non solo i più importante paesi “emergenti” (India, Russia, Brasile), non solo storici partner regionali come Corea del Sud (i cui interessi sono sempre più legati alla Cina) e Australia, ma anche importanti paesi europei, come UK, Germania, Francia e Italia.
Come sottolineano gli autori, questa partecipazione rappresenta semplicemente una strategia di differenziazione del rischio e non un cambiamento di alleanze strategiche, ma è anche indicativa di come all’interno del sistema sorto dal superamento degli accordi di Bretton Woods, nel 1971, si stiano manifestando pesanti contraddizioni.
L’emissione dei “corona bond” emessi in valuta cinese dalla banca dei Brics è un altro esempio della de-dollarizzazione strisciante che potrebbe accelerare nei mutevoli scenari “post”-pandemici, così come la creazione di una cripto-moneta sovrana cinese (il primo caso al mondo) potrebbe in parte scompaginare le carte della competizione monetaria e impensierisce non poco le alte sfere a Washington visti i ritardi strutturali statunitensi nel settore.
Rispetto all’anno di pubblicazione dell’articolo, si è consumata inoltre in questi anni una storica “rottura” tra due Paesi che erano centrali nella riconfigurazione dell’Asia secondo gli interessi statunitensi: la Corea del Sud e il Giappone. La normalizzazione dei loro rapporti diplomatici nel 1965 è stata una delle iniziative fondamentali per la strategia statunitense in Asia orientale, insieme al genocidio dei comunisti in Indonesia e l’inizio della decennale guerra nel Vietnam.
Un ultimo elemento da sottolineare su come la situazione attuale si sia modificata dalla pubblicazione dell’articolo è l’inasprirsi di quella che è stata definita “guerra fredda di nuovo tipo” tra USA e Cina, più per volontà nord-americana che per iniziativa cinese. L’accordo commerciale di gennaio di quest’anno che sembrava porre fine alla guerra commerciale tra i due Paesi – e che escludeva comunque alcuni elementi di scontro strategico – è messo in discussione da una parte dell’amministrazione Trump e su differenti aspetti gli Stati Uniti hanno riaperto le ostilità a cominciare dalle presunte responsabilità cinesi nell’incapacità di contenere il contagio del Covid-19, fino all’autonomia di Honk Kong.
Proprio sulla base della potenziale espansione dell’influenza cinese gli autori concludono ponendo una domanda centrale per il futuro della Repubblica Popolare (ma non solo): come farà la Cina ad assicurarsi che le istituzioni finanziarie che controlla non diventino semplicemente una copia della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, con l’unica differenza di essere a guida cinese e non americana?
La retorica dello “sviluppo pacifico” corrisponderà effettivamente ad un modello di sviluppo diverso, fondato sul rispetto delle tradizioni locali, dell’ambiente e della giustizia sociale oppure rimarrà tanto vuota quanto quella americana di “libertà e democrazia”?
Gli autori propongono un’argomentazione di pragmatismo e convenienza a favore della prima opzione, sottolineando come in una sfida per l’egemonia come è la Belt and Road Initiative, alle parole devono seguire i fatti, e che difficilmente si potrà subentrare all’influenza occidentale se ci si comporta allo stesso modo. Propongono quindi di ispirarsi alla tradizionale cultura contadina cinese, fondata sugli interessi collettivi anziché individuali, per la costruzione di un modello diverso.
Ma più in generale questa domanda va a toccare uno degli aspetti centrali per chi, come noi, vuole studiare da marxista quell’enigma teorico che è la Repubblica Popolare Cinese oggi. Posto che la semplicistica domanda “la Cina è comunista o capitalista?” non può trovare una risposta netta e, come scrive Samir Amin (in China 2013), è anzi mal posta in quanto troppo generale ed astratta, in quanto marxisti crediamo che l’evoluzione di un progetto storico autonomo come quello della Repubblica Popolare Cinese non sia scritto nella pietra.
La direzione che prenderà, se quella verso un capitalismo puro “occidentale”, oppure verso una forma originale di capitalismo di stato, oppure verso il “Socialismo con Caratteristiche Cinesi” di cui parlano i documenti ufficiali del PCC, dipenderà dallo scontro fra interessi contrapposti, sia interni alla Cina stessa sia nell’arena della competizione globale fra macro-potenze.
Questo articolo, come gli altri contributi che proponiamo, hanno la funzione di fornire degli elementi di comprensione di queste complesse dinamiche.
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La nuova via della seta. La strategia della Cina per un nuovo ordine finanziario globale
Di Erebus Wong, Lau Kin-chi, Sit Tsui and Wen Tiejun
(Jan 01, 2017)
Topics: Economic Theory , Imperialism , Political Economy
Places: Asia, China, Southeast Asia, Ukraine
Verso la fine del 2013, il premier cinese Xi Jinping aveva annunciato due nuove iniziative di sviluppo e commercio per la Cina e la regione circostante: la “Cintura economica della Via della Seta” e la “Via della Seta marittima del XXI secolo” – conosciute insieme come “la nuova via della seta”1 [in inglese “Belt and Road Initiative”, fino al 2016 ufficialmente nota come “One Belt, One Road” (OBOR), ndt].
Insieme alla Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), le politiche della ‘Nuova Via della Seta’ rappresentano un’ambiziosa espansione spaziale del capitalismo di stato cinese, motivata da un eccesso di capacità di produzione industriale e dagli interessi del capitale finanziario, il cui peso è in crescita. Il governo cinese ha sottolineato pubblicamente le lezioni apprese dalla crisi di sovrapproduzione degli anni ’30 del ‘900 in Occidente, che portò allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, e ha promosso queste iniziative nel nome di uno ‘sviluppo pacifico’.
Tuttavia, la svolta verso la Nuova Via della Seta si manifesta in uno scenario regionale simile a quello dell’Europa tra la fine del diciannovesimo secolo e gli anni precedenti allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, quando grandi potenze sgomitavano per il dominio industriale e produttivo. La Nuova Via della Seta mette insieme potere territoriale e marittimo, rafforzando l’egemonia cinese sui mari dell’Asia Orientale.
Storicamente, ai tempi della Dinastia Tang (618-907), l’espansione del commercio cinese con l’Occidente aveva spinto il mondo islamico a controllare le rotte commerciali dell’Asia Centrale e Occidentale, spingendo l’Europa – sotto pressione a causa di una crisi dell’argento dovuta a continui deficit della bilancia commerciale – a cercare rotte commerciali ad Est che le permettessero di evitare i territori islamici. Ad uno ad uno, prima la Spagna, poi l’Olanda, il Regno Unito e infine gli Stati Uniti divennero potenze marittime dominanti, proteggendo ed espandendo i loro interessi commerciali verso l’Asia Orientale.
Se il progetto della Nuova Via della Seta prevedesse soltanto la rotta terrestre (la “one road”), sarebbe poco più di una tradizionale strategia di potere territoriale, ma questo progetto apre anche un secondo potere marittimo lungo la costa cinese, supportata dalla grande estensione del suo territorio.
All’inizio del ‘900, il geografo inglese Halford John Mackinder avanzò la teoria che una potenza che integrasse le vie di trasporto e commerciali di Europa, Asia e Africa in un’unica ‘Isola-Mondo’ sarebbe stata pronta a dominare il globo2. Nel 1919, Mackinder scriveva che “Chi controlla l’Est Europa comanda l’Heartland [il cuore, ndt]; chi controlla l’Heartland comanda l’Isola-Mondo; chi controlla l’Isola-Mondo comanda il mondo”3.
Nella pratica, tuttavia, è ancora necessario coordinare il controllo delle vie di terra con il trasporto marittimo lungo la costa di questa Isola-Mondo.
La Nuova Via della Seta dipende da una serie di delicati calcoli geopolitici. Oggi solo tre nazioni possono essere considerate potenze continentali: la Cina, la Russia e gli Stati Uniti d’America.
La Cina non può semplicemente aprire una nuova via della seta terrestre, perché dovrebbe inevitabilmente passare attraverso la Russia. Sin dagli inizi del suo sviluppo come potenza imperiale nel tardo diciottesimo secolo, la strategia geopolitica della Russia è stata orientata verso l’Europa, con un’attenzione solo secondaria all’Asia Orientale.
Questo spiega, almeno in parte, perché mentre l’economia russa beneficiava della crescita dei prezzi del petrolio alcuni anni fa, la Russia non prese in grande considerazione la proposta cinese della Via della Seta. Allo stesso modo, la Russia si sedette al posto di comando delle negoziazioni della nuova Unione Economica Euroasiatica, che aveva lo scopo di integrare e connettere l’Europa con gli ex paesi sovietici dell’Asia Centrale. Per dirla in maniera brutale, non stava alla Cina integrare l’Asia Centrale.
Tuttavia, a seguito della crisi Ucraina, la Russia si è trovata di fronte all’ostilità dell’Europa e degli Stati Uniti, e con il crollo globale dei prezzi del petrolio, il paese non ha avuto altra scelta che voltarsi verso Est e considerare seriamente la proposta della Cina per una partnership strategica trans-continentale.
Tuttavia, se le relazioni con l’Europa dovessero migliorare, la Russia non esiterebbe a voltarsi nuovamente verso di essa. Non importa quanto stretti siano divenuti i loro interessi regionali, né la Russia né la Cina possono mettere tutte le loro uova nello stesso paniere.
Questo è il motivo per cui la strategia di potere territoriale della Cina sta venendo presentata come La Nuova Via della Seta, un progetto distintamente cinese.
Ciò nonostante, la Cina è consapevole del fatto che gli USA vorrebbero opporsi alla Nuova Via della Seta rafforzando la propria alleanza con i blocchi di interesse capitalistico in Cina – sia all’interno sia all’esterno della cerchia di potere – per ristabilire la propria influenza sulla futura politica di sviluppo cinese.
Senza dubbio, da questo punto di vista gli USA hanno già avuto molto successo: la burocrazia finanziaria cinese accetta la salda supremazia degli USA come banca centrale del mondo, il che rende improbabile mettere in discussione, e tanto meno minare, la leadership degli Stati Uniti nell’ordine globale.
Tuttavia, ci sono pochi dubbi sul fatto che gli Stati Uniti adatteranno la propria strategia diplomatica rispetto alla Nuova Via della Seta. L’Iran, ad esempio, è una parte importante della proposta della Nuova Via della Seta, e qualsiasi fossero i suoi altri scopi, l’accordo nucleare degli USA con l’Iran era un aggiustamento strategico per bilanciare l’influenza della Cina in quella regione.
Il potere marittimo e la regione dell’ASEAN4
Per essere un luogo tanto piccolo, Singapore ha per molto tempo avuto un’influenza e un’importanza strategica sproporzionate. Con lo Stretto di Malacca, controlla un punto di accesso vitale per le rotte marittime che connettono Europa, Africa e Asia. Singapore capisce bene che la sua sopravvivenza dipende da un delicato equilibrio fra Occidente e Cina.
L’Occidente aveva stima del primo premier di Singapore, Lee Kuan Yew, un ardente combattente della Guerra Fredda che era determinato a fermare la diffusione del comunismo nella regione. Perciò, nonostante gli stretti legami di Lee con alti ufficiali cinesi e la loro simpatia per l’efficienza autoritaria e il corporativismo della sua ideologia fondata sui ‘valori asiatici’, Singapore non sarebbe mai divenuta un alleato cinese.
Lee rimase fedele agli interessi statunitensi fino alla fine: poco dopo che Obama era divenuto Presidente, Lee consigliò gli Stati Uniti sul loro “perno” diplomatico in Asia e nel Pacifico [in inglese “Pivot”, un termine diventato di moda per indicare l’accresciuto interesse statunitense verso l’Asia Orientale in seguito al suo utilizzo dall’allora Segretario di Stato Hilary Clinton, ndt] e aprì porti militari per aiutare il nuovo dispiegamento militare degli Stati Uniti all’interno della regione dell’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (ASEAN). Dato questo retaggio, la Cina non nutre illusioni sulle alleanze di Singapore.
Per questi e altri motivi, la Cina vuole aprire un altro canale commerciale dalla Cina sud-occidentale all’Oceano Indiano, aggirando lo Stretto di Malacca. Un’altra potenziale rotta in direzione sud passerebbe attraverso il Pakistan o il Bangladesh fino all’Oceano Indiano.
In entrambi i casi, l’obiettivo sarebbe quello di connettersi con lo Sri Lanka, dove un nuovo porto di classe mondiale aprirà un altro polo commerciale nell’Oceano Indiano. L’ASEAN è il punto di partenza della via della seta marittima proposta dalla Cina, ma è anche la regione più irta di complessità e dove l’influenza degli Stati Uniti è più profondamente radicata.
Lo sviluppo cinese e il sistema del dollaro americano
Negli ultimi anni, la Cina ha assunto un ruolo di primo piano nella creazione di una nuova serie di istituzioni economiche internazionali, tra cui la New Development Bank, la BRICS Contingent Reserve Arrangement, l’AIIB e il Silk Road Fund, nonché la Shanghai Cooperation Organization. Insieme rappresentano un contrappeso regionale a entità a guida occidentale come il Fondo monetario internazionale (FMI) e la Banca mondiale – e più recentemente, la Banca Centrale Europea – che hanno dominato l’ordine finanziario globale dall’introduzione del sistema di Bretton Woods dopo la Seconda guerra mondiale.
La Cina è probabilmente solo il terzo paese nella storia, dopo la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, con la capacità di plasmare e guidare un sistema globale di finanza e commercio. Naturalmente, nel prossimo futuro, la Cina non sostituirà il sistema del dollaro USA; al massimo potrebbe stare su un piano di parità con quest'ultimo. Dopo che gli Stati Uniti sorpassarono il Regno Unito come primo paese al mondo per capacità industriale alla fine del XIX secolo, ci vollero altri cinquant’anni e due guerre mondiali prima che potessero dominare la finanza globale.
La Cina riconosce questa realtà e ha costantemente promosso l’AIIB e altre organizzazioni come complementi, non concorrenti, alla Banca mondiale e alla Banca asiatica di sviluppo (ADB).
Nel prossimo decennio, a condizione che nessuna grande instabilità sconvolga l’economia cinese, sembra inevitabile che il renminbi diventi una delle valute internazionali più importanti. Tuttavia, è tutt’altro che chiaro se il renminbi, anche tra vent’anni, potrà sfidare lo stato egemonico del dollaro USA.
Mentre un’economia capitalista si industrializza, la forza della sua valuta dipende dalla continua capacità produttiva del paese, sostenuta dal governo e dalla società civile. Tuttavia, nella fase successiva, quella del capitalismo finanziario, la principale fonte di credibilità di una valuta è la forza politica e militare di un paese.
Da questa prospettiva, la posizione del dollaro USA come valuta di credito del mondo deriva principalmente dall’enorme forza militare degli Stati Uniti. Gli Stati Uniti rappresentano il 40 percento della spesa militare globale, più della forza combinata dei successivi dieci paesi con la maggiore spesa militare nel mondo.
Naturalmente, un’egemonia militare in continua espansione non è stata l’unica base per il dominio finanziario degli Stati Uniti. Dalla Seconda guerra mondiale in poi, le società private e le agenzie governative negli Stati Uniti hanno guidato il mondo nell’innovazione tecnologica, non solo nella produzione di armi, ma in chimica, semiconduttori, cinema e televisione, aviazione, computer, finanza, comunicazioni e tecnologia dell’informazione.
Tutte queste innovazioni hanno facilitato l’espansione globale di capitale ad alto valore aggiunto. La base del valore del dollaro USA, oltre alla forza militare e politica americana, è quindi la capacità innovativa monopolistica degli Stati Uniti nell’aumentare il valore aggiunto del capitale.
Oggi in Cina, uno spirito del capitalismo utopico dilaga a tutti i livelli dell’economia, guidato dalla convinzione che fintanto che le imprese statali si ritireranno o si dissolveranno continuamente, per essere sostituite da imprese private, la Cina sarà benedetta da un miracoloso potere di mercato con una capacità innovativa di alto valore aggiunto.
Ma senza un enorme investimento in ricerca e sviluppo sistematici, non è chiaro in che modo concentrazioni sparse di capitale privato in Cina potrebbero fare simili progressi nel prossimo futuro. Di conseguenza, è improbabile che la valuta cinese sfidi il dollaro USA o persino l’euro. Ironia della sorte, l’unica forza che ha più probabilità di portare il dollaro USA al crollo è lo stesso sistema finanziario statunitense, sempre più virtualizzato.
Nell’esportazione di capitale durante il decennio passato, la Cina mancava di un piano generale per gli investimenti diretti e lo sviluppo, a volte finendo coinvolti in crisi geopolitiche come in Libia o in Sudan. Altre volte finendo in labirinti burocratici, come nel coinvolgimento nelle reti ferroviarie ad alta velocità in Messico o nei progetti portuali dello Sri Lanka.
Questi errori di direzione sono risultati in una mancanza di sostegno e coordinazione forti da parte di organizzazioni finanziarie come AIIB. Mentre la Cina è diventata un importante paese esportatore di capitali, ha evitato di entrare in esplicite alleanze politiche o finanziarie per la protezione dei suoi investimenti esteri su larga scala.
Con la fondazione della New Development Bank e di AIIB, in ogni caso i legami finanziari della Cina con le nazioni vicine si sono fatti più formali e influenti. Da questo punto di vista rappresentano il tipo di costruzione transnazionale necessario per dare più precisione e leva strategica alle esportazioni di capitale della Cina.
Uno degli obiettivi del “pivot” sull’Asia dell’amministrazione Obama era prevenire l’emersione di un’alleanza valutaria mutualmente conveniente tra Cina, Giappone e Corea del Sud, che avrebbe minacciato la supremazia del dollaro americano nell’area.
A questo scopo gli Stati Uniti hanno incoraggiato la restaurazione della destra in Giappone sotto Shinzo Abe, per formare un anello di contenimento della Cina nel pacifico. Inoltre, gli USA hanno sponsorizzato la Trans-Pacific Partnership (TPP), in parte per assicurare che la regione Asia-Pacifico resti un bastione del dollaro USA.
La AIIB è la risposta cinese a questa situazione. Nonostante la pressione americana sugli alleati europei e asiatici affinché non aderissero alla banca, fin dalla fondazione nel 2015, AIIB ha attratto importanti membri internazionali, inclusi non solo importanti paesi in via di sviluppo come Brasile, India e Russia, ma anche la Francia e il Regno Unito.
Una delle ragioni dietro i lenti progressi del TPP è che l’accordo era centrato sugli interessi americani e i guadagni marginali dati dalla riduzione dei dazi potrebbero essere minimi a confronti con le implicazioni finanziarie. In ogni caso, la fondazione di AIIB ha spinto gli USA ad accelerare i negoziati e fare significative concessioni, fino a raggiungere un accordo nell’ottobre 2015. (Anche se ora, dopo tutti questi sforzi, l’elezione di Trump ha posto il futuro del TPP in un pericolo imprevisto).
Curiosamente per gli USA, che hanno lanciato il TPP con l’intento originale di bloccare la Cina, AIIB marca la prima volta dai tempi antecedenti a Bretton Woods, in cui gli USA sono stati esclusi da un’importante struttura finanziaria internazionale.
Quando fidati alleati europei come UK, Germania, Francia, Italia, Svizzera e altri hanno annunciato la loro partecipazione, Obama ha convocato una riunione di emergenza del consiglio per la sicurezza nazionale. La ragione è chiara: l’AIIB sfida, per quanto dentro un quadro istituzionale, l’egemonia finanziaria americane che ha prevalso fin dalla Seconda Guerra Mondiale.
Ovviamente questi alleati non stavano ancora lasciando il sistema dominato dal dollaro americano, stavano solo assicurando i loro investimenti di fronte ai chiari segni di esaurimento dell’egemonia statunitense. Fondando l’AIIB, la Cina ha sottolineato gli interessi comuni e la cooperazione tra gli stati membri per attirare meglio altri paesi interessati al progetto.
Il primo paese europei a entrare nell’AIIB è stata la Svizzera. Comunque, visto che gli svizzeri hanno voluto mantenere le trattative segrete e hanno rimandato l’annuncio della decisione, è stato il Regno Unito il primo paese europeo ad annunciare ufficialmente la partecipazione.
L’adesione della Svizzera e del Lussemburgo, due bastioni del capitale finanziario che in precedenza hanno declinato l’adesione alla maggior parte delle organizzazioni internazionali, suggerisce che l’alleanza di Bretton Woods stia affrontando profonde divisioni interne.
Possiamo chiamarlo il Dilemma di Triffin del sistema di Bretton Woods [Il Dilemma di Triffin è il conflitto tra interessi economici domestici di breve termine e interessi internazionali di lungo termine per i paesi che emettono una valuta usata come riserva internazionale. L’economista Triffin notava come il paese che emette la valuta sia portato ad aumentare l’emissione per soddisfare la domanda dei paesi che acquistano la valuta di riserva, portando a un deficit commerciale, ndt]: gli interessi degli USA e quelli dei suoi alleati di lungo corso stanno cominciando a mostrare contraddizioni potenzialmente insanabili.
La coesione istituzionale di questa alleanza è andata scemando da tempo. Lo scopo principale del sistema di Bretton Woods era facilitare le esportazioni della capacità industriale in eccesso e dei capitali degli USA. Gli interessi della crescita post-bellica negli USA e della ricostruzione in Europa erano allineati.
Nel 1971, quando l’amministrazione Nixon ha sospeso la convertibilità del dollaro in oro e gli USA hanno cominciato a esportare liquidità su vasta scala, queste mosse sembravano servire gli interessi delle istituzioni finanziare europee. In ogni caso, negli ultimi due decenni gli interessi fondamentali delle due parti sono entrati in conflitto.
Le riforme interne al FMI sono bloccate perché gli USA non vogliono abbandonare il proprio potere di veto, mentre altre istituzioni finanziarie dominate a lungo dagli USA si sono dimostrate incapaci di gestire la rapida ascesa delle economie dell’est asiatico. L’AIIB guidata dalla Cina è un chiaro risultato di queste tendenze.
L’alleanza di scambio della liquidità formata nell’ottobre 2013 da sei banche centrali – Bank of Canada, Bank of England, Bank of Japan, European Central Bank, Federal Reserve American e Swiss National Bank – è disegnata per prevenire un’altra crisi di liquidità su larga scala in Europa e in Nord America come quella che ha precipitato la crisi finanziaria del 2008-2009. Ma è solo preventiva.
Il nuovo paradigma mondiale richiede nuove istituzioni e proposizioni proattive. Il Fondo Monetario e la Banca Mondiale (con la sua sussidiaria, la ADB), limitate dagli interessi statunitensi, non sono all’altezza dei compiti. La Cina può cogliere l'opportunità di gestire una nuova alleanza finanziaria globale? Per un grande paese industriale appena entrato nella fase del capitalismo finanziario, sempre più scosso da problemi interni, la sfida è enorme e senza precedenti.
Alleanze che si indeboliscono
La fondazione dell’AIIB ha posto gli USA in una posizione inusuale, perché segna la prima significativa defezione dei suoi alleati stretti fin dalla formazione del fronte unito dei paesi capitalisti occidentali dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale.
Gli USA hanno criticato aspramente i partner europei, in particolare il Regno Unito, che ha risposto a tono. Corea del Sud e Australia sono state scoraggiate dall'aderirvi, per farlo poi all’ultimo minuto. Dei maggiori alleati USA, non hanno aderito solo il Giappone, ansioso di riguadagnare il suo ruolo militare regionale, e il Canada, rimasto indifferente fin dal principio.
Oltre a queste tensioni nel sistema finanziario a guida USA, ci sono segni che le alleanze politiche americane in Asia ed Europa siano sottoposte e tensioni simili. Per esempio, è molto difficile per gli alleati europei, in particolare la Germania, seguire la linea dura da nuova guerra fredda con la Russia, dove risiedono molti interessi economici tedeschi.
Ovviamente gli USA non vogliono realmente la guerra con la Russia, l’obiettivo è fomentare contrasti tra Russia ed Europa per meglio inibire la formazione di una integrazione Euro-russo-centro asiatica. Con la crisi ucraina gli USA sperano di isolare ulteriormente la Russa dal resto dell’Europa, servendosi solo di un aiuto a mezzo servizio dai governi europei.
Contraddizioni simili stanno nascendo in Asia. Corea del Sud e Australia sono partner chiave negli sforzi americani di contenimento della Cina, e membri del TPP. Solo il Giappone, che continua a tenersi fuori dal TPP e dall’AIIB, rimane un alleato fedele, principalmente per il costante sostegno americano all’espansionismo militare giapponese.
Le lunghe e strette isole giapponesi sono prive di risorse naturali, per diventare una nazione forte è necessario costruire una forza marittima ed espandersi. Alla fine del diciannovesimo secolo il Giappone ha sconfitto la flotta dell’Impero cinese, poi ha vinto contro la Russia ed è diventato il padrone della regione.
In seguito, il Giappone ha voluto sfidare la potenza marittima degli USA ma è stato sconfitto e occupato, diventando infine un vassallo della potenza marittima americana. In ogni caso, le ideologie politiche prevalenti nei due paesi sono state a lungo compatibili.
La Corea del Sud è stata per decenni la principale rivale regionale del Giappone. Una Corea unita sarebbe capace di sfidare il Giappone in termini di popolazione, esercito e capacità industriale. Per ora la Corea del Sud si rivolge alla Cina come principale partner commerciale e le due nazioni hanno siglato un loro patto di libero scambio. Anche sulla questione di una futura unificazione la Corea del Sud avrebbe bisogno dell’aiuto della Cina.
In ogni caso la prospettiva di una penisola coreana ha poco appeal per gli USA, visto che il formidabile trio Cina-Corea-Giappone competerebbe direttamente con gli USA nell’est asiatico. Inoltre, in caso di unificazione è dubbio che la nuova Corea rinunci al suo status nucleare, potendo arrivare a cercare l’autonomia militare dagli USA. Quindi, nonostante le affinità esteriori, gli interessi di largo raggio di USA e Corea del Sud sono probabilmente destinati a entrare in conflitto.
Anche il Giappone, l’alleato più fedele degli americani in Asia, potrebbe andare per la propria strada. Il paese sta affrontando un eccesso di capitale ed è ansioso di trovare nuovi sbocchi per il suo export industriale. Le più grandi corporation del paese sperano che alla fine il Giappone entri nell’AIIB.
Queste tendenze non sono nuove: dopo la crisi finanziaria asiatica del 1997 il Giappone si è mosso per fondare l’Asian Stabilization Fund, che avrebbe dovuto farlo diventare la potenza finanziaria dominante in Asia, ma ha ricevuto il veto degli USA. Il Giappone guida l’ADB, ma alla fine deve sottostare alle direttive americano.
La regione ha una domanda annuale da 800 miliardi di dollari in investimenti infrastrutturali, ma l’ADB ne ha approvato solo 13,5 miliardi. La spinta verso l’espansione militare ha mantenuto l’élite del Liberal Democratic Party al governo stabilmente in sostegno degli USA, ma sul lungo termine l’auto-subordinazione degli interessi giapponesi alla strategia USA potrebbe dimostrarsi insostenibile.
Mentre la legittimità degli USA come sola super potenza veniva meno, gli interessi degli altri blocchi nazionali e le alleanze si sono diversificate. Le contraddizioni interne tra gli USA e gli alleati si approfondiscono di continuo. Per la Cina sarà necessaria un’attenta pianificazione e una strategia intelligente per trovare una buona posizione nell’ordine globale in cambiamento. In oltre due decenni di rapida crescita, la Cina ha mantenuto un profilo diplomatico relativamente basso rispetto alla sua forza e dimensione. Nei prossimi anni la diplomazia cinese avrà bisogno di idee e tattiche.
Oltre lo sviluppo, verso la giustizia sociale
Dagli anni ’50 fino agli anni ’70 gli USA hanno esportato con successo un’ideologia dello sviluppo industriale che si adattava ai propri interessi economici e militari. Dopo che questo sviluppismo guidato dalla Banca Mondiale ha lasciato molti paesi emergente impoveriti e impantanati nel debito estero, il discorso diplomatico americano si è spostato verso la “costruzione di istituzioni”, verso la democrazia e la libertà.
In particolare, dopo la prima Guerra del Golfo, la causa “della libertà e della democrazia” è diventata il primo tema dell’ideologia geopolitica USA. Comunque, nell’ultimo decennio, le avventure imperiali in Iraq e Afghanistan hanno avviato una catena di conflitti regionali che non solo hanno causato morte e migrazioni su grande scala, ma hanno anche favorito l’ascesa di organizzazioni come l’ISIS.
Il discorso ufficiale sulla libertà e la democrazia, da sempre ipocrita, è stato scredita in maniera decisiva. “Sicurezza” e “stabilità” sono diventate ora le parole chiave della strategia americana mentre le vecchie cause della pace globale e della prosperità sono cadute vittime degli stessi interventi catastrofici degli USA.
L’ideologia ufficiale dell’OBOR è invece lo sviluppo pacifico, sponsorizzando gli investimenti in infrastrutture e facilitando lo sviluppo economico, promuovendo la cooperazione e minimizzando i conflitti. Non c’è dubbio che lo sviluppo pacifico sia più sensato e sostenibile della “sicurezza” militarizzata in stile americano, dato che la povertà e l’ingiustizia sono il terreno ideale per l’estremismo.
Ma il discorso dello “sviluppo pacifico” ha le proprie ombre che riflettono le contraddizioni interne alla Cina. Per esempio, come può l’AIIB evitare i danni fatti dalla Banca Mondiale e dagli altri all’ambiente e agli stili di vita indigeni? Come può la Cina promuovere investimenti infrastrutturali che guidino lo sviluppo locale tramite diversità e sostenibilità e non semplicemente essere a servizio dei propri bisogni di sbocchi per l’export?
In altre parole, la sfida è assicurarsi che l’AIIB e il Silk Road Fund non diventi semplicemente la versione est asiatica del FMI e della Banca Mondiale. Dato che l’OBOR è una gara per l’influenza istituzionale nell’est asiatico, il fattore decisivo per il suo successo o il suo fallimento può essere la competitività dei suoi discorsi-guida. La Cina deve promuovere un messaggio di giustizia sociale e sviluppo giusto per controbilanciare il soft power delle istituzioni internazionali spinte dagli USA sin dagli anni ’80.
Dovrebbe essere chiaro che questo potere discorsivo dipenderà tanto dalle azioni quanto dalle parole. Se la Cina continua ad assorbire la capacità in eccesso tramite una rapida urbanizzazione senza riguardi per la sostenibilità ecologica o per la cultura rurale, se il governo non riuscirà ad affrontare le gravi contraddizioni sociali causate dalla crescente disuguaglianza di ricchezza, dai conflitti nel mondo del lavoro, dal deterioramento ambientale e dalla corruzione degli apparati burocratici, allora gli slogan dello “sviluppo basato sulle infrastrutture” avranno poco potere persuasive all’estero.
Una nota finale: imparare dalla società rurale
Dalla fine della dinastia Qing (1644-1911), mentre la Cina ha affrontato una serie di lotte per l’indipendenza e l’unità nazionale, la società rurale è stata centrale rispetto alla struttura del governo. Ogni volta che i meccanismi tradizionali della governance locale sono finiti sotto attacco, minacciando le vite dei contadini e dei villaggi, sono emersi gravi conflitti sociali fino al punto di provocare insurrezioni contadine.
Dal collasso della dinastia Qing alla sconfitta della Repubblica di Cina nel 1949, le violente rivolte contadine sono state il comune denominatore. Ma quando è stato possibile fare un uso efficace delle istituzioni sociali ed economiche della società rurale, le comunità contadine sono state parte integrante dello sviluppo del paese. In particolare, durante le ultime decadi di industrializzazione, le campagne cinesi sono diventate la fonte di una vasta “riserva di manodopera”, permettendo allo stato di appoggiarsi sui sannong – i cosiddetti “tre rurali”: contadini, villaggi e agricoltura – come fondamenta della turbolenta ma continua modernizzazione degli ultimi 60 anni.
La società rurale cinese è stata capace di assorbire i rischi di questa modernizzazione per via della forza della sua relazione con la natura, un vantaggio che non è mai stato adeguatamente riconosciuto. La società agricola cinese è stata fondata sulla base di necessità comuni, come l’irrigazione e la prevenzione dei disastri.
Questa interdipendenza crea una razionalità collettiva, con la comunità, piuttosto che il singolo contadino o la famiglia, come unità di base nella distribuzione e condivisione delle risorse sociali. Questo focus sui bisogni collettivi è esattamente contrario all’enfasi occidentale sugli interessi individuali.
Lungo migliaia di anni la società agricola cinese è diventata organicamente integrata con la diversità della natura, dando vita a un politeismo endogeno. Pianificando e promuovendo la sua visione di sviluppo sostenibile e commercio pacifico, la Cina dovrebbe guardare al proprio interno, a queste antiche strutture sociali, come guida verso il futuro.
Note:
1 Questo articolo è il risultato di uno dei sotto-progetti dello studio “International Comparative Studies on National Security in the Process of Globalization” condotto da Sit Tsui della Southwest University, come parte di un progretto piu’ ampio “A Study of the Structure and Mechanism of Rural Governance Basic to the Comprehensive National Security,” condotto da Wen Tiejun presso la Renmin University, Pechino e finanziato dalla National Social Science Foundation of China (No. 14ZDA064).
2 H. J. Mackinder, “The Geographical Pivot of History,” Geographical Journal 23 (1904): 421–37.
3 H. J. Mackinder, Democratic Ideals and Reality: A Study in the Politics of Reconstruction (Washington, DC: National Defense University Press, 1996), 150.
4 Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico
Fonte
09/03/2018
Trump vara i dazi e chiude l’era della “globalizzazione”
Prepariamoci alla guerra mondiale. Commerciale, per ora, ma la Storia non consente troppe illusioni quando si comincia ad accompagnare la strisciante “guerra delle monete” – iniziata ormai da diversi anni – con la guerra dei dazi su prodotti di importanza strategica.
Donald Trump ha firmato ieri sera la legge che impone tasse elevate sulle importazioni di acciaio e alluminio, rispettivamente al 25 e al 10%. La misura riguarda tutti i paesi del mondo, con una promessa di “flessibilità” usata come pistola alla tempia di ogni singolo paese, nel tentativo di costringerlo a rinegoziare gli accordi commerciali con gli Stati Uniti, ovviamente contando su un rapporto di forza molto squilibrato.
E’ l’inizio ufficiale della fine per la “globalizzazione” e tutti le istituzioni create negli ultimi 30 anni per gestirla pacificamente, mediando la “concorrenza intercapitalistica” all’interno di un sistema di regole in progress, ma fondamentalmente condivise.
Ma non c’entra nulla la presunta “follia” del presidente col ciuffo. Che è sicuramente un idiota incompetente su una lunghissima serie di materie, ma è comunque risultato (o sembrato) il terminale adeguato ai problemi e alle contraddizioni dell’America attuale. Pensare che siano i singoli a determinare processi di questa portata – tanto più se manifestamente inadeguati ai compiti – significa credere alle favole.
Trump ha giustificato questa scelta devastante per gli equilibri con “ragioni di sicurezza”. Acciaio e alluminio sono effettivamente due delle materie prime fondamentali del settore militare e una superpotenza – anzi, la principale – non può sottoporsi troppo a lungo al rischio di dipendere dalle forniture esterne, magari provenienti da paesi con cui si è in competizione per l’egemonia mondiale.
E’ quel che è accaduto agli Stati Uniti a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991. La scomparsa dell’unico competitor alla propria altezza sul piano militare aveva convinto la superpotenza “vincitrice” che non c’erano più rischi seri, ma solo piccoli nemici da aggredire a piacimento (Iraq, Grenada, Afghanistan, Jugoslavia, ecc). Sul piano commerciale, oltretutto, gli Usa controllavano appieno la World Trade Organization (Wto), dettando regole, criteri di ammissione, sanzioni. Dunque non esistevano problemi a prendere quelle due merci fondamentali da qualsiasi produttore, purché la qualità fosse all’altezza degli standard fissati dall’utilizzo militare.
Così facendo, però, le multinazionali originarie degli Stati Uniti hanno potuto tranquillamente delocalizzare la produzione ovunque volessero, in cerca di profitti più alti grazie a un costo del lavoro più basso, garantendo al contempo materiali di qualità al “complesso militare-industriale”. Il prezzo pagato dalle imprese private – condivisione della tecnologia e del know how – sembrava irrilevante sul piano sistemico e strategico. Ma intanto ha consentito la crescita ultraveloce di nuovo produttori, molto più competitivi e lungimiranti, oltre che meglio connessi con i rispettivi governi.
Le ovvie conseguenze interne – distruzione di decine di migliaia di posti di lavoro – non costituivano una preoccupazione, per tutto il periodo che va dalla caduta del Muro all’esplosione della crisi del 2007-2008. Avrebbero trovato un altro lavoro, di sicuro...
La crisi ha invece eroso questa sicurezza fino a farla diventare un buco nero in cui sopravvivono a stento circa 100 milioni di disoccupati. Un terzo della popolazione, o anche di più calcolando minori e anziani; a cui andrebbero aggiunti altre decine di milioni di working poor. Non proprio un quadro di benessere sociale, per l’iperpotenza del mondo.
Questa bomba sociale ha fatto da base di massa per quei segmenti di imprese che non avevano un mercato internazionale o quotazione in borsa, e andavano chiudendo a ritmi altissimi. Non a caso Trump ha voluto firmare questa legge facendosi circondare da lavoratori del settore siderurgico nella Roosevelt Room della Casa Bianca.
Ora comincia il gran ballo delle reazioni. Canada e Messico, per ora, sono stati esentati dall’applicazione dei dazi, ma solo perché già impegnati con Washington a rinegoziare l’accordo di libero scambio nordamericano Nafta (l’inner circle dell’antico “cortile di casa”). Come ha detto chiaramente il “falco” Peter Navarro: «C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti». Dal punto di vista yankee questa logica (trattati bilaterali invece che multilaterali, inevitabilmente meno squilibrati) andrà estesa a tutti gli altri paesi, uno per uno: o rinegozi a vantaggio degli Usa o sei fuori.
L’Unione Europea ha accusato il colpo, preannunciando “ritorsioni” e il ricorso legale al Wto. Qui, però, gli Stati Uniti stanno lavorando da tempo per svuotare di forze proprio la Corte incaricata di districare queste situazioni: dei sette “giudici” previsti ne sono rimasti soltanto quattro, e tre sono in scadenza da qui alla fine del prossimo anno. Ma gli Usa rinviano di continuo la nomina dei sostituti. Il che rende un “ricorso” un messaggio messo in bottiglia e buttato in mare.
Anche i Paesi europei, naturalmente, hanno la possibilità di rinegoziare individualmente i rapporti di scambio con Washington, ma alle condizioni che verranno poste dagli Usa. Per farsi capire fino in fondo, proprio ieri lo stesso Trump si è lanciato in un furioso richiamo alla Germania, accusata esplicitamente di impiegare solo l’1% del Pil nella spesa militare per sostenere la Nato, mentre gli Usa sono al 4%.
Per la Ue, insomma, si apre un capitolo molto complicato, perché alcuni paesi – si pensa soprattutto a quelli dell’Est, i più interessati allo “scudo Nato” – potrebbero rompere il fronte e accordarsi direttamente con Washington su capitoli rilevanti del commercio, senza più passare per l’Unione.
Mario Draghi, il presidente della Bce, illustrando ieri le nuove linee guida della Banca centrale, ha messo i rischi di una guerra commerciale globale tra i problemi principali che rendono gli scenari poco allegri. E, a proposito dei dazi statunitensi, è stato particolarmente esplicito, senza troppi tecnicismi: «chi sono i nemici?». Una domanda che, posta da un fedele alleato, dà la misura dell’abisso aperto da Trump.
A conferma del terremoto che si è messo in movimento arriva anche l’accordo firmato in questi giorni tra 11 paesi che si affacciano sul Pacifico (Giappone, Canada, Messico, Cile, Nuova Zelanda, Australia, Brunei, Vietnam, Perù, Singapore, Malaysia). Si tratta in pratica del vecchio Tpp, versione asiatica e anti-cinese del fallito Ttip atlantico, rivisitato e “annacquato” dopo l’abbandono americano voluto da Trump. Da segnalare che l’iniziativa per tenerlo in piedi è venuta soprattutto dal Giappone, che comincia a sentirsi ormai piuttosto lasciato solo dall’antico alleato a stelle-e-strisce.
Come si vede, la vecchia “globalizzazione” sta apertamente lasciando il passo a macro-aree economiche in competizione esplicita fra loro. A quanto pare, un modo pacifico non è proprio possibile se il principio guida resta il profitto privato...
Fonte
Donald Trump ha firmato ieri sera la legge che impone tasse elevate sulle importazioni di acciaio e alluminio, rispettivamente al 25 e al 10%. La misura riguarda tutti i paesi del mondo, con una promessa di “flessibilità” usata come pistola alla tempia di ogni singolo paese, nel tentativo di costringerlo a rinegoziare gli accordi commerciali con gli Stati Uniti, ovviamente contando su un rapporto di forza molto squilibrato.
E’ l’inizio ufficiale della fine per la “globalizzazione” e tutti le istituzioni create negli ultimi 30 anni per gestirla pacificamente, mediando la “concorrenza intercapitalistica” all’interno di un sistema di regole in progress, ma fondamentalmente condivise.
Ma non c’entra nulla la presunta “follia” del presidente col ciuffo. Che è sicuramente un idiota incompetente su una lunghissima serie di materie, ma è comunque risultato (o sembrato) il terminale adeguato ai problemi e alle contraddizioni dell’America attuale. Pensare che siano i singoli a determinare processi di questa portata – tanto più se manifestamente inadeguati ai compiti – significa credere alle favole.
Trump ha giustificato questa scelta devastante per gli equilibri con “ragioni di sicurezza”. Acciaio e alluminio sono effettivamente due delle materie prime fondamentali del settore militare e una superpotenza – anzi, la principale – non può sottoporsi troppo a lungo al rischio di dipendere dalle forniture esterne, magari provenienti da paesi con cui si è in competizione per l’egemonia mondiale.
E’ quel che è accaduto agli Stati Uniti a partire dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1991. La scomparsa dell’unico competitor alla propria altezza sul piano militare aveva convinto la superpotenza “vincitrice” che non c’erano più rischi seri, ma solo piccoli nemici da aggredire a piacimento (Iraq, Grenada, Afghanistan, Jugoslavia, ecc). Sul piano commerciale, oltretutto, gli Usa controllavano appieno la World Trade Organization (Wto), dettando regole, criteri di ammissione, sanzioni. Dunque non esistevano problemi a prendere quelle due merci fondamentali da qualsiasi produttore, purché la qualità fosse all’altezza degli standard fissati dall’utilizzo militare.
Così facendo, però, le multinazionali originarie degli Stati Uniti hanno potuto tranquillamente delocalizzare la produzione ovunque volessero, in cerca di profitti più alti grazie a un costo del lavoro più basso, garantendo al contempo materiali di qualità al “complesso militare-industriale”. Il prezzo pagato dalle imprese private – condivisione della tecnologia e del know how – sembrava irrilevante sul piano sistemico e strategico. Ma intanto ha consentito la crescita ultraveloce di nuovo produttori, molto più competitivi e lungimiranti, oltre che meglio connessi con i rispettivi governi.
Le ovvie conseguenze interne – distruzione di decine di migliaia di posti di lavoro – non costituivano una preoccupazione, per tutto il periodo che va dalla caduta del Muro all’esplosione della crisi del 2007-2008. Avrebbero trovato un altro lavoro, di sicuro...
La crisi ha invece eroso questa sicurezza fino a farla diventare un buco nero in cui sopravvivono a stento circa 100 milioni di disoccupati. Un terzo della popolazione, o anche di più calcolando minori e anziani; a cui andrebbero aggiunti altre decine di milioni di working poor. Non proprio un quadro di benessere sociale, per l’iperpotenza del mondo.
Questa bomba sociale ha fatto da base di massa per quei segmenti di imprese che non avevano un mercato internazionale o quotazione in borsa, e andavano chiudendo a ritmi altissimi. Non a caso Trump ha voluto firmare questa legge facendosi circondare da lavoratori del settore siderurgico nella Roosevelt Room della Casa Bianca.
Ora comincia il gran ballo delle reazioni. Canada e Messico, per ora, sono stati esentati dall’applicazione dei dazi, ma solo perché già impegnati con Washington a rinegoziare l’accordo di libero scambio nordamericano Nafta (l’inner circle dell’antico “cortile di casa”). Come ha detto chiaramente il “falco” Peter Navarro: «C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti». Dal punto di vista yankee questa logica (trattati bilaterali invece che multilaterali, inevitabilmente meno squilibrati) andrà estesa a tutti gli altri paesi, uno per uno: o rinegozi a vantaggio degli Usa o sei fuori.
L’Unione Europea ha accusato il colpo, preannunciando “ritorsioni” e il ricorso legale al Wto. Qui, però, gli Stati Uniti stanno lavorando da tempo per svuotare di forze proprio la Corte incaricata di districare queste situazioni: dei sette “giudici” previsti ne sono rimasti soltanto quattro, e tre sono in scadenza da qui alla fine del prossimo anno. Ma gli Usa rinviano di continuo la nomina dei sostituti. Il che rende un “ricorso” un messaggio messo in bottiglia e buttato in mare.
Anche i Paesi europei, naturalmente, hanno la possibilità di rinegoziare individualmente i rapporti di scambio con Washington, ma alle condizioni che verranno poste dagli Usa. Per farsi capire fino in fondo, proprio ieri lo stesso Trump si è lanciato in un furioso richiamo alla Germania, accusata esplicitamente di impiegare solo l’1% del Pil nella spesa militare per sostenere la Nato, mentre gli Usa sono al 4%.
Per la Ue, insomma, si apre un capitolo molto complicato, perché alcuni paesi – si pensa soprattutto a quelli dell’Est, i più interessati allo “scudo Nato” – potrebbero rompere il fronte e accordarsi direttamente con Washington su capitoli rilevanti del commercio, senza più passare per l’Unione.
Mario Draghi, il presidente della Bce, illustrando ieri le nuove linee guida della Banca centrale, ha messo i rischi di una guerra commerciale globale tra i problemi principali che rendono gli scenari poco allegri. E, a proposito dei dazi statunitensi, è stato particolarmente esplicito, senza troppi tecnicismi: «chi sono i nemici?». Una domanda che, posta da un fedele alleato, dà la misura dell’abisso aperto da Trump.
A conferma del terremoto che si è messo in movimento arriva anche l’accordo firmato in questi giorni tra 11 paesi che si affacciano sul Pacifico (Giappone, Canada, Messico, Cile, Nuova Zelanda, Australia, Brunei, Vietnam, Perù, Singapore, Malaysia). Si tratta in pratica del vecchio Tpp, versione asiatica e anti-cinese del fallito Ttip atlantico, rivisitato e “annacquato” dopo l’abbandono americano voluto da Trump. Da segnalare che l’iniziativa per tenerlo in piedi è venuta soprattutto dal Giappone, che comincia a sentirsi ormai piuttosto lasciato solo dall’antico alleato a stelle-e-strisce.
Come si vede, la vecchia “globalizzazione” sta apertamente lasciando il passo a macro-aree economiche in competizione esplicita fra loro. A quanto pare, un modo pacifico non è proprio possibile se il principio guida resta il profitto privato...
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24/01/2017
Trump affossa il Tpp e la globalizzazione
Il vecchio reazionario sa benissimo che non può perdere tempo e quindi deludere chi lo ha votato. Per questo Donald Trump ha cominciato subito a far vedere che lui certe cose “le fa”, non si limita a promesse elettorali.
I primi tre atti firmati nello studio ovale vanno a coprire un arco vasto di temi su cui ha raccolto consensi. Due mosse sono molto tradizionali, per un repubblicano, anche se importanti. Ha infatti reintrodotto il "Mexico City abortion rules", ossia il divieto di finanziare con soldi pubblici federali le Ong che praticano l'aborto. Non è una novità, comunque. Si tratta di una legge fatta dai repubblicani oltre 30 anni fa, cancellata da ogni presidente democratico e reintrodotta da ogni repubblicano. Una bandiera, insomma, da sventolare in faccia agli elettori, ma dai limitati effetti pratici.
Assolutamente in linea con la tradizione del Gop anche lo stop alle assunzioni nel pubblico impiego, eccezion fatta per i corpi militari.
Fin qui, a dirla tutta, nessun elemento davvero “innovativo”. L'unica decisione che esorbita – entro certi limiti – dalla normalità è la terza. Ha infatti firmato il decreto operativo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp. Ossia dal Trans Pacific Partnership, un accordo di libero scambio con 11 paesi del Pacifico che era costato due anni di sforzi diplomatici (condotti pressoché in contemporanea con il più noto Ttip, con i paesi dell'Atlantico, affossato dall'asse franco-tedesco). Poco prima dell'insediamento del neopresidente, il Giappone lo aveva ratificato, sperando in tal modo di “pesare” sulla decisione del tycoon. Niente da fare. In campagna elettorale, ogni giorno e più volte al giorno, Trump lo lo aveva giudicato "pericoloso per l'industria americana". Quindi non era pensabile che potesse tornare indietro senza pagare da subito un prezzo molto alto nel suo blocco sociale.
Sul piano pratico, in ogni caso, non è una mossa che gli sia costata fatica. Il Tpp non era stato ancora approvato dal Congresso, dunque non cambia nulla negli scambi economici in atto. Certo, getta un'ombra consistente sulle dinamiche di “libero mercato” per gli anni a venire.
Solo i media più legati al vecchio carrozzone, o alla vecchia “narrazione”, inquadrano questo ritiro dal Tpp con il risorgere dell'antico “isolazionismo” dei repubblicani.
È una vecchia volpe dell'establishment Usa come Ian Bremmer a spiegare – in un'intervista al Corriere della sera – che
E' la fine del sistema costruito proprio dagli Usa nel corso degli ultimi 70 anni e “sbocciato in tutte le sue potenzialità” con la caduta del Muro, dell'Urss e del “socialismo reale”. I sintomi della crisi erano stati registrati da tutti i sismografi economici fin dal 2007, la domanda era soltanto: dove inizierà a smagliarsi quel tessuto? La old economy statunitense ha selezionato Trump per giocare d'anticipo rispetto ad altri attori, ma per riuscirci ha dovuto segare il rampo su cui l'egemonia degli States era assisa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
Ma se questa è, crudamente, la situazione, credete davvero che il problema sia stare a fare il tifo per Trump o per i "globalizzatori politically correct" che non sanno più che fare?
Eppure proprio questa realtà suggerirebbe di sperimentare al più presto qualche idea indipendente rispetto a due strade egualmente dirette verso l'esplosione...
Fonte
I primi tre atti firmati nello studio ovale vanno a coprire un arco vasto di temi su cui ha raccolto consensi. Due mosse sono molto tradizionali, per un repubblicano, anche se importanti. Ha infatti reintrodotto il "Mexico City abortion rules", ossia il divieto di finanziare con soldi pubblici federali le Ong che praticano l'aborto. Non è una novità, comunque. Si tratta di una legge fatta dai repubblicani oltre 30 anni fa, cancellata da ogni presidente democratico e reintrodotta da ogni repubblicano. Una bandiera, insomma, da sventolare in faccia agli elettori, ma dai limitati effetti pratici.
Assolutamente in linea con la tradizione del Gop anche lo stop alle assunzioni nel pubblico impiego, eccezion fatta per i corpi militari.
Fin qui, a dirla tutta, nessun elemento davvero “innovativo”. L'unica decisione che esorbita – entro certi limiti – dalla normalità è la terza. Ha infatti firmato il decreto operativo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp. Ossia dal Trans Pacific Partnership, un accordo di libero scambio con 11 paesi del Pacifico che era costato due anni di sforzi diplomatici (condotti pressoché in contemporanea con il più noto Ttip, con i paesi dell'Atlantico, affossato dall'asse franco-tedesco). Poco prima dell'insediamento del neopresidente, il Giappone lo aveva ratificato, sperando in tal modo di “pesare” sulla decisione del tycoon. Niente da fare. In campagna elettorale, ogni giorno e più volte al giorno, Trump lo lo aveva giudicato "pericoloso per l'industria americana". Quindi non era pensabile che potesse tornare indietro senza pagare da subito un prezzo molto alto nel suo blocco sociale.
Sul piano pratico, in ogni caso, non è una mossa che gli sia costata fatica. Il Tpp non era stato ancora approvato dal Congresso, dunque non cambia nulla negli scambi economici in atto. Certo, getta un'ombra consistente sulle dinamiche di “libero mercato” per gli anni a venire.
Solo i media più legati al vecchio carrozzone, o alla vecchia “narrazione”, inquadrano questo ritiro dal Tpp con il risorgere dell'antico “isolazionismo” dei repubblicani.
È una vecchia volpe dell'establishment Usa come Ian Bremmer a spiegare – in un'intervista al Corriere della sera – che
«Non è isolazionismo: Trump continuerà a tessere rapporti, ma lo farà sul piano bilaterale. Lo considera più conveniente in termini di forza negoziale, ma in questo modo non solo getta nel caos l’attuale sistema di scambi commerciali, ma rende precari i rapporti politici degli Stati Uniti con molti Paesi in Asia e in America Latina».Non è insomma meno “imperialista” dei predecessori che hanno cercato di governare la globalizzazione dell'economia; è semplicemente l'espressione dell'impossibilità di governarla “con benefici per tutti”, e quindi ne decreta la fine contando sulla forza preponderante degli Usa nei rapporti “bilaterali”. Insomma, invece di faticare a costruire il consenso generale tra interessi nazionali o continentali divergenti (c'è “concorrenza e competizione”, in ambito capitalistico), Trump dà voce a quella parte dell'economia Usa che ritiene di poter “competere” meglio se non ci sono regole uguali per tutti, ma tante regole commerciali quanti sono i partner (tutti più deboli, presi singolarmente).
E' la fine del sistema costruito proprio dagli Usa nel corso degli ultimi 70 anni e “sbocciato in tutte le sue potenzialità” con la caduta del Muro, dell'Urss e del “socialismo reale”. I sintomi della crisi erano stati registrati da tutti i sismografi economici fin dal 2007, la domanda era soltanto: dove inizierà a smagliarsi quel tessuto? La old economy statunitense ha selezionato Trump per giocare d'anticipo rispetto ad altri attori, ma per riuscirci ha dovuto segare il rampo su cui l'egemonia degli States era assisa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
«Gli organismi multinazionali che ha citato, e aggiungerei anche l’Onu, hanno di certo preso un colpo durissimo con la nuova politica di Trump. Sono organismi nati dalla “pax americana” del Dopoguerra, riflettono una visione dei rapporti internazionali che era soprattutto quella di Washington. Se l’America inverte la rotta, crolla tutto. Come sa, io parlo da anni di un mondo “G-Zero”, privo di una guida. Ecco, quel mondo adesso è qui. E da venerdì è finita anche l’era della “pax americana”».Del resto, se si legge attentamente lo stesso Bremmer, reduce dall'appuntamento di Davos, il cosiddetto Gotha mondiale che aveva fin qui gestito un lungo periodo di globalizzazione – un modello economico complesso e strutturato, che ha determinato le attuali disparità infernali di ricchezza sul pianeta (8 persone detengono la stessa ricchezza di altri 3,5 miliardi) – non ha più soluzioni per far fronte allo sgretolarsi dell'architettura che aveva messo in piedi.
«Purtroppo è così: le classi dirigenti faticano a capire che il populismo non è, o non è solo, una minaccia, ma è soprattutto il sintomo di un malessere che va affrontato agendo sulle cause. Non ho visto gente disposta a rimettere in discussione in modo radicale le distorsioni del modello di sviluppo degli ultimi anni».Bremmer non è certamente un marxista, ma ha colto quella che nel nostro linguaggio è una contraddizione insanabile. La vecchia nave-mondo va incontro alla fine, ma coloro che stanno ancora al timone non hanno alcuna intenzione di mollarlo pur non avendo più idea di come tracciare una nuova rotta.
Ma se questa è, crudamente, la situazione, credete davvero che il problema sia stare a fare il tifo per Trump o per i "globalizzatori politically correct" che non sanno più che fare?
Eppure proprio questa realtà suggerirebbe di sperimentare al più presto qualche idea indipendente rispetto a due strade egualmente dirette verso l'esplosione...
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18/11/2016
USA, Giappone e l’incognita Trump
di Michele Paris
Nella giornata di giovedì, il primo ministro giapponese Shinzo Abe è stato il primo leader di un paese straniero a incontrare di persona il presidente eletto degli Stati Uniti. Nonostante la confusione che ha caratterizzato la preparazione logistica del faccia a faccia, dovuta al caos in cui versa il processo di transizione verso la Casa Bianca in atto, la scelta di Donald Trump di dare udienza al premier nipponico prima di qualsiasi altro leader mondiale è tutt’altro che casuale e risponde soprattutto all’apprensione diffusasi rapidamente a Tokyo in seguito al risultato delle presidenziali americane di martedì scorso.
Abe era già stato tra i primissimi capi di stato o di governo a parlare con Trump nelle ore immediatamente successive alla sua vittoria su Hillary Clinton. I due avevano stabilito di incontrarsi a New York il prima possibile, in modo da permettere ad Abe di verificare di persona la predisposizione verso il suo paese del neo-presidente, protagonista in campagna elettorale di uscite non esattamente confortanti per la classe dirigente giapponese.
Nei pochi discorsi tenuti in campagna elettorale sulle questioni di politica estera, il populismo di Trump si era scagliato, tra gli altri, anche sull’alleato nipponico. Ad esempio, l’allora candidato Repubblicano non aveva usato giri di parole per accusare il governo di Tokyo di “manipolare” la propria valuta, al fine di favorire le esportazioni. Inoltre, Trump aveva minacciato di ritirare le truppe americane dal Giappone o di privare l’alleato asiatico dello scudo nucleare di Washington a meno che quest’ultimo non avesse accettato di contribuire maggiormente alle spese militari sostenute dagli USA.
Trump si era anche spinto a ipotizzare che il Giappone e la Corea del Sud avrebbero dovuto creare il proprio arsenale nucleare, in modo da provvedere per proprio conto alla difesa da ipotetiche minacce cinesi o nordcoreane. Particolare ansia aveva generato inoltre negli ambienti di governo in Giappone l’opposizione di Trump al trattato di libero scambio TPP (Partnership Trans Pacifica), su cui Abe aveva puntato per rivitalizzare l’economia del suo paese.
Il probabile naufragio del TPP dopo l’elezione di Trump sta avendo un fortissimo impatto sul governo Abe, poiché il primo ministro aveva speso buona parte del suo capitale politico per farlo digerire al business giapponese, in particolare a quello rurale che rappresenta la tradizionale base di potere del suo Partito Liberal Democratico (LDP).
La promessa di congelare il TPP corrisponde all’orientamento protezionistico ostentato da Trump, anch’esso temuto da Tokyo, dal momento che l’applicazione di eventuali tariffe doganali finirebbe per penalizzare fortemente le aziende giapponesi, per le quali gli Stati Uniti sono il terzo mercato estero, dopo Cina e Unione Europea.
I timori provocati da queste prese di posizione di Trump, sommati alle speranze frustrate per una vittoria di Hillary Clinton che appariva quasi certa, hanno prodotto a Tokyo una lunga serie di dichiarazioni volte ad affermare il vincolo che lega Giappone e Stati Uniti, ma anche a garantire la disponibilità del governo Abe a lavorare in armonia con la nuova amministrazione Repubblicana.
Lo stesso Abe, prima di lasciare Tokyo per Washington questa settimana, ha ribadito alla stampa domestica che l’alleanza con gli Stati Uniti è il “fondamento” della diplomazia e della sicurezza del Giappone. Un consigliere del primo ministro aveva poi detto alla Reuters che quest’ultimo avrebbe ricordato a Trump “l’importanza dell’alleanza nippo-americana”, non solo per i due paesi ma “per l’intera regione indo-pacifica” se non, addirittura, per gli equilibri del pianeta.
Questo
stesso consigliere del premier giapponese giovedì ha anche sostenuto di
avere incontrato vari uomini dell’entourage di Trump a partire da
lunedì a New York, dove era stato inviato per preparare l’incontro con
Abe, e tutti lo avrebbero invitato a non prendere alla lettera le
dichiarazioni sulla politica estera rilasciate in campagna elettorale
dal presidente eletto.
Anche i consiglieri di Trump, se pure non si sono espressi ufficialmente sulla direzione che potrebbero prendere i rapporti con i tradizionali alleati americani, alla vigilia della trasferta newyorchese del primo ministro giapponese hanno anticipato per lo più in forma anonima alla stampa che il neo-presidente intende riaffermare l’impegno a lungo termine degli USA in Asia orientale.
Tutte queste rassicurazioni sembrano suggerire uno stato d’animo tutt’altro che disteso, soprattutto a Tokyo, e lasciano appunto intuire come la classe dirigente giapponese sia in agitazione per i possibili riflessi di una svolta isolazionista di Washington dopo i proclami e le iniziative asiatiche in funzione anti-cinese dell’amministrazione Obama.
Se, a ben vedere, la traiettoria del governo Abe in questi anni ha delineato un percorso potenzialmente indipendente nei confronti degli Stati Uniti, attraverso l’impulso al militarismo o, ad esempio, il tentativo di dialogo con la Russia, una simile evoluzione è tutt’al più ipotizzabile in un lontano futuro. Per ora, le élites nipponiche continuano a vedere nella partnership con gli Stati Uniti il mezzo imprescindibile per la promozione dei propri interessi.
Per una parte di esse, come sta accadendo in altri paesi del continente asiatico, la forza di attrazione della Cina è tuttavia enorme e, pur aborrendo un qualsiasi sganciamento da Washington, vi sono voci che auspicano un atteggiamento più equilibrato nei confronti di Pechino, vista l’importanza dei legami economici, finanziari e commerciali.
A queste tendenze Abe ha probabilmente fatto riferimento in maniera obliqua durante un recente intervento di fronte alla speciale commissione per il TPP della camera alta del Parlamento di Tokyo (Dieta). Il primo ministro ha avvertito che la morte del trattato guidato dagli Stati Uniti determinerebbe un drammatico riorientamento delle priorità commerciali – e, di conseguenza, strategiche – del Giappone.
Tokyo potrebbe cioè considerare prioritari i negoziati per la ratifica della cosiddetta Partnership Economica Globale Regionale (RCEP), ovvero un trattato di libero scambio considerato alternativo al TPP da cui sono esclusi gli USA e che include i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) più Cina, Australia, India, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, appunto, Giappone.
Senza dubbio, Abe avrà spiegato questa ipotesi a Trump nel corso del loro incontro di giovedì, così come il premier giapponese avrà ricordato le implicazioni di un eventuale disimpegno, sia pure relativo, degli Stati Uniti in Asia, a cominciare dall’occupazione da parte della Cina degli spazi lasciati liberi da Washington.
Le
iniziative concrete che l’amministrazione entrante a Washington metterà
in atto in questo come in altri ambiti saranno comunque da verificare,
anche a seconda della scelta degli uomini che condurranno la politica
estera americana, ma è legittimo immaginare che gli elementi di
conflitto tra i due alleati, rivelatisi solo a tratti negli ultimi anni e
a causa soprattutto dell’impronta ultra-nazionalistica del governo Abe,
possano intensificarsi durante la presidenza Trump.
Ciò potrebbe portare a un rimescolamento degli scenari strategici in un’area cruciale del pianeta, oggetto di sforzi significativi ma spesso infruttuosi da parte dell’amministrazione Obama, dando con ogni probabilità ancora maggiori spazi di manovra anche agli elementi più estremi e destabilizzanti all’interno della destra di governo giapponese.
Fonte
Nella giornata di giovedì, il primo ministro giapponese Shinzo Abe è stato il primo leader di un paese straniero a incontrare di persona il presidente eletto degli Stati Uniti. Nonostante la confusione che ha caratterizzato la preparazione logistica del faccia a faccia, dovuta al caos in cui versa il processo di transizione verso la Casa Bianca in atto, la scelta di Donald Trump di dare udienza al premier nipponico prima di qualsiasi altro leader mondiale è tutt’altro che casuale e risponde soprattutto all’apprensione diffusasi rapidamente a Tokyo in seguito al risultato delle presidenziali americane di martedì scorso.
Abe era già stato tra i primissimi capi di stato o di governo a parlare con Trump nelle ore immediatamente successive alla sua vittoria su Hillary Clinton. I due avevano stabilito di incontrarsi a New York il prima possibile, in modo da permettere ad Abe di verificare di persona la predisposizione verso il suo paese del neo-presidente, protagonista in campagna elettorale di uscite non esattamente confortanti per la classe dirigente giapponese.
Nei pochi discorsi tenuti in campagna elettorale sulle questioni di politica estera, il populismo di Trump si era scagliato, tra gli altri, anche sull’alleato nipponico. Ad esempio, l’allora candidato Repubblicano non aveva usato giri di parole per accusare il governo di Tokyo di “manipolare” la propria valuta, al fine di favorire le esportazioni. Inoltre, Trump aveva minacciato di ritirare le truppe americane dal Giappone o di privare l’alleato asiatico dello scudo nucleare di Washington a meno che quest’ultimo non avesse accettato di contribuire maggiormente alle spese militari sostenute dagli USA.
Trump si era anche spinto a ipotizzare che il Giappone e la Corea del Sud avrebbero dovuto creare il proprio arsenale nucleare, in modo da provvedere per proprio conto alla difesa da ipotetiche minacce cinesi o nordcoreane. Particolare ansia aveva generato inoltre negli ambienti di governo in Giappone l’opposizione di Trump al trattato di libero scambio TPP (Partnership Trans Pacifica), su cui Abe aveva puntato per rivitalizzare l’economia del suo paese.
Il probabile naufragio del TPP dopo l’elezione di Trump sta avendo un fortissimo impatto sul governo Abe, poiché il primo ministro aveva speso buona parte del suo capitale politico per farlo digerire al business giapponese, in particolare a quello rurale che rappresenta la tradizionale base di potere del suo Partito Liberal Democratico (LDP).
La promessa di congelare il TPP corrisponde all’orientamento protezionistico ostentato da Trump, anch’esso temuto da Tokyo, dal momento che l’applicazione di eventuali tariffe doganali finirebbe per penalizzare fortemente le aziende giapponesi, per le quali gli Stati Uniti sono il terzo mercato estero, dopo Cina e Unione Europea.
I timori provocati da queste prese di posizione di Trump, sommati alle speranze frustrate per una vittoria di Hillary Clinton che appariva quasi certa, hanno prodotto a Tokyo una lunga serie di dichiarazioni volte ad affermare il vincolo che lega Giappone e Stati Uniti, ma anche a garantire la disponibilità del governo Abe a lavorare in armonia con la nuova amministrazione Repubblicana.
Lo stesso Abe, prima di lasciare Tokyo per Washington questa settimana, ha ribadito alla stampa domestica che l’alleanza con gli Stati Uniti è il “fondamento” della diplomazia e della sicurezza del Giappone. Un consigliere del primo ministro aveva poi detto alla Reuters che quest’ultimo avrebbe ricordato a Trump “l’importanza dell’alleanza nippo-americana”, non solo per i due paesi ma “per l’intera regione indo-pacifica” se non, addirittura, per gli equilibri del pianeta.
Anche i consiglieri di Trump, se pure non si sono espressi ufficialmente sulla direzione che potrebbero prendere i rapporti con i tradizionali alleati americani, alla vigilia della trasferta newyorchese del primo ministro giapponese hanno anticipato per lo più in forma anonima alla stampa che il neo-presidente intende riaffermare l’impegno a lungo termine degli USA in Asia orientale.
Tutte queste rassicurazioni sembrano suggerire uno stato d’animo tutt’altro che disteso, soprattutto a Tokyo, e lasciano appunto intuire come la classe dirigente giapponese sia in agitazione per i possibili riflessi di una svolta isolazionista di Washington dopo i proclami e le iniziative asiatiche in funzione anti-cinese dell’amministrazione Obama.
Se, a ben vedere, la traiettoria del governo Abe in questi anni ha delineato un percorso potenzialmente indipendente nei confronti degli Stati Uniti, attraverso l’impulso al militarismo o, ad esempio, il tentativo di dialogo con la Russia, una simile evoluzione è tutt’al più ipotizzabile in un lontano futuro. Per ora, le élites nipponiche continuano a vedere nella partnership con gli Stati Uniti il mezzo imprescindibile per la promozione dei propri interessi.
Per una parte di esse, come sta accadendo in altri paesi del continente asiatico, la forza di attrazione della Cina è tuttavia enorme e, pur aborrendo un qualsiasi sganciamento da Washington, vi sono voci che auspicano un atteggiamento più equilibrato nei confronti di Pechino, vista l’importanza dei legami economici, finanziari e commerciali.
A queste tendenze Abe ha probabilmente fatto riferimento in maniera obliqua durante un recente intervento di fronte alla speciale commissione per il TPP della camera alta del Parlamento di Tokyo (Dieta). Il primo ministro ha avvertito che la morte del trattato guidato dagli Stati Uniti determinerebbe un drammatico riorientamento delle priorità commerciali – e, di conseguenza, strategiche – del Giappone.
Tokyo potrebbe cioè considerare prioritari i negoziati per la ratifica della cosiddetta Partnership Economica Globale Regionale (RCEP), ovvero un trattato di libero scambio considerato alternativo al TPP da cui sono esclusi gli USA e che include i paesi dell’ASEAN (Associazione delle Nazioni del Sud Est Asiatico) più Cina, Australia, India, Corea del Sud, Nuova Zelanda e, appunto, Giappone.
Senza dubbio, Abe avrà spiegato questa ipotesi a Trump nel corso del loro incontro di giovedì, così come il premier giapponese avrà ricordato le implicazioni di un eventuale disimpegno, sia pure relativo, degli Stati Uniti in Asia, a cominciare dall’occupazione da parte della Cina degli spazi lasciati liberi da Washington.
Ciò potrebbe portare a un rimescolamento degli scenari strategici in un’area cruciale del pianeta, oggetto di sforzi significativi ma spesso infruttuosi da parte dell’amministrazione Obama, dando con ogni probabilità ancora maggiori spazi di manovra anche agli elementi più estremi e destabilizzanti all’interno della destra di governo giapponese.
Fonte
04/11/2016
Corsa ad ostacoli per il Tpp, la firma si allontana
Il Trans-Pacific Partnership (Tpp) è già stato firmato dai governi coinvolti (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Peru, Singapore, Usa, Vietnam) ma attende la ratifica dei parlamenti che stanno prolungando assai l’iter necessario alla sua implementazione.
E nei giorni scorsi la corsa del Giappone a ratificare il Partenariato trans-Pacifico, il mega-accordo di libero scambio che punta a creare un ‘mercato comune’ unendo le due sponde dell'Oceano Pacifico, è stata bruscamente interrotta: il voto in Commissione parlamentare è stato bloccato in seguito alle richieste di dimissioni del ministro dell'Agricoltura Yuji Yamamoto che ha peccato di tracotanza rispetto alle opposizioni.
Si tratta di un problema non da poco conto, perché il primo ministro nipponico, il liberal-nazionalista Shinzo Abe, punta a far ratificare il trattato con Washington prima del voto alle presidenziali Usa della prossima settimana, in modo da mandare un messaggio forte tanto alla democratica Hillary Clinton che al repubblicano Donald Trump.
Secondo l'agenzia di stampa Kyodo, Abe e la sua coalizione (il Partito liberaldemocratico di centro-destra Jiminto e il partito buddista e centrista Komeito) stanno a questo punto valutando la possibilità di rinunciare all'ipotesi di far votare oggi in sessione plenaria l'accordo. E questo sarebbe un problema: se Trump e Sanders, anche se per motivi opposti, sono contrari all’accordo, la democratica Clinton, pur avendo lavorato alacremente per negoziare il Tpp quando era Segretario di Stato, è stata costretta a fare marcia indietro ed ora afferma di non sostenere l’accordo “nella sua forma attuale”.
La ratifica del Tpp da parte del parlamento di Tokyo prima del voto statunitense avrebbe mandato a Washington un forte segnale sull'indisponibilità del Giappone – la terza economia del mondo – a rinegoziare un accordo che ha richiesto anni di trattative per arrivare a una firma. "Se perdiamo tempo, questo potrebbe dare margine a richieste di rinegoziazione", aveva spiegato lunedì il capo del governo nipponico. E' soprattutto a Washington che il Tpp appare principalmente a rischio. Il presidente Barack Obama sperava di farlo approvare entro la fine del suo mandato, una possibilità ormai sfumata tanto che secondo alcune voci gli altri 11 paesi firmatari del Tpp, tra i quali il Giappone, possano procedere senza gli Usa.
A bloccare tutto è stato però Yamamoto. Il 18 ottobre scorso il ministro, partecipando a un'iniziativa del Jiminto, aveva suggerito al presidente della commissione competente della Camera bassa, Tsutomu Sato, di far passare "a forza" la legge di ratifica. Una dichiarazione bollata come antidemocratica dall'opposizione. Ma Yamamoto, non contento, il giorno dopo ha pensato bene di tornare sull'argomento affermando: "Mi hanno fatto quasi dimettere perché ho fatto una battuta". L’insistenza del ministro liberaldemocratico ha suscitato una rivolta nell'opposizione in commissione, che ha minacciato di presentare una mozione di sfiducia nei confronti del ministro, di cui chiede le dimissioni. E, nonostante le scuse trasmesse dal capo di gabinetto Yoshihide Suga ("Il ministro è profondamente dispiaciuto di quanto ha detto"), il voto che sembrava quasi certo è saltato.
Intanto, a godere dei passi falsi sull'accordo, è la Cina, che ha già incassato la rottura, per quanto parziale, delle Filippone con il tradizionale padrone americano e l’avvicinamento a Pechino. Il presidente filippino Rodrigo Duterte, nonostante la firma da parte del suo predecessore Benigno Aquino del Tpp, sta spostando verso Pechino l'asse delle sue alleanze. Un altro segnale è venuto poi dalla Malaysia, il cui primo ministro Abdul Razak in visita nei giorni scorsi in Cina ha firmato l'accordo per acquistare da Pechino quattro navi da guerra.
Fonte
09/09/2016
Washington e Manila tra insulti e strategie
di Michele Paris
Le frizioni tra Stati Uniti e Filippine, che animano il rapporto tra i due alleati da un paio di mesi a questa parte, sono esplose lunedì dopo che il neo-presidente dell’arcipelago del sud-est asiatico, Rodrigo Duterte, ha rivolto un “invito” a dir poco esplicito a Obama a non immischiarsi nelle drammatiche vicende interne del suo paese. Il clamoroso scontro sta impensierendo non poco il governo americano ed è il risultato del processo di revisione delle priorità strategiche filippine in corso a Manila dopo la fine della presidenza del fedelissimo di Washington, Benigno Aquino.
In una conferenza stampa alla vigilia della partenza per il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) in Laos, a Duterte è stato chiesto come avrebbe risposto a Obama se il presidente americano, nel corso di un vertice bilaterale che avrebbe dovuto tenersi il giorno successivo, avesse sollevato la questione degli assassini extra-giudiziari di presunti criminali nelle Filippine. A partire dall’insediamento di Duterte a inizio luglio, più di 2 mila persone sono state uccise sommariamente dalla polizia o da sicari nel quadro di una sorta di crociata anti-crimine promossa dallo stesso neo-presidente.
Il governo USA aveva lasciato intendere che Obama avrebbe appunto chiesto spiegazioni sulla strage in atto al presidente filippino durante l’incontro previsto in Laos. Duterte ha risposto alla domanda del giornalista, spiegando di non essere un “burattino degli Stati Uniti”, ma il “presidente di un paese sovrano”, dando sostanzialmente a Obama del “figlio di p…”.
Duterte ha chiesto anche le scuse del presidente USA per i 600 mila filippini caduti nella guerra filippino-americana all’inizio del secolo scorso, mentre ha collegato i problemi sociali e di criminalità del suo paese proprio all’eredità del periodo coloniale statunitense.
Che la campagna di assassini sommari che stanno conducendo le forze di sicurezza nelle Filippine con la benedizione del presidente Duterte sia profondamente anti-democratica e di stampo fascista è fuori discussione. Tuttavia, i crimini che ha commesso in poco più di due mesi la nuova amministrazione filippina sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti nella sola era di Obama.
Soprattutto, gli scrupoli di quest’ultimo, che hanno convinto la delegazione americana in Asia a cancellare l’incontro con Duterte, non hanno niente a che vedere con i diritti umani e democratici della popolazione filippina. Piuttosto, le critiche sia pure misurate rivolte a Duterte sono legate alla crescente impazienza nei confronti del presidente di un paese alleato che continua a esitare nell’allinearsi agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Nelle intenzioni americane, Duterte avrebbe dovuto utilizzare tempestivamente la recente sentenza sfavorevole alla Cina, emessa dal Tribunale Arbitrale Permanente de L’Aja sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, per aumentare le pressioni su Pechino. Al contrario, il presidente filippino ha finora tenuto una condotta prudente su questo fronte, cercando anzi di attenuare le tensioni e di promuovere le relazioni commerciali con il vicino cinese.
Questo atteggiamento ha indubbiamente irritato l’amministrazione Obama, la quale, seguendo un copione ben collaudato, ha iniziato a esprimere preoccupazione per la situazione dei diritti umani nelle Filippine, nonostante all’inizio del mandato di Duterte avesse espresso pieno appoggio alla lotta al crimine e al narco-traffico lanciata dal nuovo governo.
Agli
insulti di Duterte, il presidente americano ha comunque reagito in
maniera contenuta, almeno a livello pubblico. Obama si è limitato a
definire “pittoresco” il collega filippino, per poi precisare che il suo
staff è stato incaricato di valutare i modi e i tempi per una
“conversazione costruttiva” con Duterte. Infine, Obama non ha mancato di
mandare un avvertimento all’alleato, ricordando che la questione delle
procedure democratiche, relativamente all’operato della polizia
filippina, “sarà sollevata” in un eventuale faccia a faccia nel prossimo
futuro.
L’apparente pacatezza della risposta dell’inquilino della Casa Bianca non dipende solo dalla consapevolezza che il suo ultimo mandato sta per scadere e che anche la partnership con le Filippine dovrà essere gestita dal suo successore. Soprattutto, l’amministrazione Obama sembra ritenere che ci sia ancora spazio per imbarcare Rodrigo Duterte nel progetto strategico americano in Asia orientale, diretto al contenimento della Cina con pressioni diplomatiche e militari.
Duterte, da parte sua, ha infatti operato una parziale marcia indietro martedì, quando si è scusato con Obama per le parole pronunciate il giorno prima. Duterte ha poi assicurato di non avere alcuna intenzione di volersi confrontare con “il più potente presidente del pianeta”.
In generale, i messaggi provenienti da Manila in questi mesi sono stati spesso ambigui. Alle prese di posizione pubbliche di Duterte contro gli Stati Uniti e alle iniziative per favorire la distensione dei rapporti con la Cina, il governo filippino ha alternato dichiarazioni ostili nei confronti di Pechino.
In questo gioco delle parti, è stato in particolare il ministro degli Esteri, Perfecto Yasay, a prendere frequentemente le parti degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, ad esempio, il capo della diplomazia filippina aveva convocato l’ambasciatore cinese a Manila per chiedere spiegazioni sulla presenza di un’imbarcazione della guardia costiera di Pechino nelle acque contese dell’atollo di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale.
Duterte, da parte sua, ha espresso il proprio appoggio al discusso trattato, firmato dalla precedente amministrazione Aquino, che consente alle forze armate USA di tornare a occupare alcune basi militari in territorio filippino.
Gli Stati Uniti temono in ogni caso che anche le Filippine possano sfuggire al controllo americano sotto la spinta di interessi economici che pendono decisamente in favore della Cina. Pechino ha d’altra parte già offerto ingenti progetti di investimento al paese-arcipelago, evidentemente legati all’ammorbidimento delle posizioni di Manila sulla contese territoriali alimentate invece da Washington.
Già i prossimi mesi chiariranno forse le intenzioni del nuovo governo filippino, con il presidente Duterte che, dopo avere nominato uno dei suoi predecessori, Fidel Ramos, a inviato speciale per i negoziati con Pechino, si recherà in visita ufficiale in Cina prima della fine dell’anno.
Se
l’impegno americano in Asia orientale in funzione anti-cinese appare
massimo, i risultati incassati in questi ultimi anni non sembrano
delineare un’espansione significativa dell’influenza degli Stati Uniti.
Anzi, numerose circostanze indicano un inesorabile indebolimento della
posizione di Washington e il venir meno della capacità americana di
indirizzare gli eventi secondo i propri interessi.
Significativo in questo senso è ad esempio il tentativo, frustrato da anni, di inserire in un comunicato ufficiale dell’ASEAN una qualche dichiarazione che punti il dito contro la Cina nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La stessa ratifica dell’impopolare trattato di libero scambio TPP (Partnership Trans Pacifica) tra una dozzina di paesi asiatici e del continente americano continua inoltre a essere bloccata dal Congresso USA.
L’eventuale naufragio di un trattato che è costato enormi sforzi diplomatici e parecchio capitale politico a molti governi, a cominciare da quello dell’alleato giapponese, rischia di dare un colpo letale alla residua credibilità degli Stati Uniti in Asia.
Il fallimento del TPP aprirebbe ulteriormente la strada alle iniziative di integrazione continentale promosse dalla Cina e già in grado di riscuotere un vasto successo, lasciando gli Stati Uniti a contare ancor più sulla dimensione militare per mantenere in vita quel che resta del miraggio di un mondo unipolare sotto il controllo di Washington.
Fonte
Le frizioni tra Stati Uniti e Filippine, che animano il rapporto tra i due alleati da un paio di mesi a questa parte, sono esplose lunedì dopo che il neo-presidente dell’arcipelago del sud-est asiatico, Rodrigo Duterte, ha rivolto un “invito” a dir poco esplicito a Obama a non immischiarsi nelle drammatiche vicende interne del suo paese. Il clamoroso scontro sta impensierendo non poco il governo americano ed è il risultato del processo di revisione delle priorità strategiche filippine in corso a Manila dopo la fine della presidenza del fedelissimo di Washington, Benigno Aquino.
In una conferenza stampa alla vigilia della partenza per il vertice dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (ASEAN) in Laos, a Duterte è stato chiesto come avrebbe risposto a Obama se il presidente americano, nel corso di un vertice bilaterale che avrebbe dovuto tenersi il giorno successivo, avesse sollevato la questione degli assassini extra-giudiziari di presunti criminali nelle Filippine. A partire dall’insediamento di Duterte a inizio luglio, più di 2 mila persone sono state uccise sommariamente dalla polizia o da sicari nel quadro di una sorta di crociata anti-crimine promossa dallo stesso neo-presidente.
Il governo USA aveva lasciato intendere che Obama avrebbe appunto chiesto spiegazioni sulla strage in atto al presidente filippino durante l’incontro previsto in Laos. Duterte ha risposto alla domanda del giornalista, spiegando di non essere un “burattino degli Stati Uniti”, ma il “presidente di un paese sovrano”, dando sostanzialmente a Obama del “figlio di p…”.
Duterte ha chiesto anche le scuse del presidente USA per i 600 mila filippini caduti nella guerra filippino-americana all’inizio del secolo scorso, mentre ha collegato i problemi sociali e di criminalità del suo paese proprio all’eredità del periodo coloniale statunitense.
Che la campagna di assassini sommari che stanno conducendo le forze di sicurezza nelle Filippine con la benedizione del presidente Duterte sia profondamente anti-democratica e di stampo fascista è fuori discussione. Tuttavia, i crimini che ha commesso in poco più di due mesi la nuova amministrazione filippina sono ben poca cosa rispetto a quelli che hanno visto protagonisti gli Stati Uniti nella sola era di Obama.
Soprattutto, gli scrupoli di quest’ultimo, che hanno convinto la delegazione americana in Asia a cancellare l’incontro con Duterte, non hanno niente a che vedere con i diritti umani e democratici della popolazione filippina. Piuttosto, le critiche sia pure misurate rivolte a Duterte sono legate alla crescente impazienza nei confronti del presidente di un paese alleato che continua a esitare nell’allinearsi agli interessi strategici degli Stati Uniti.
Nelle intenzioni americane, Duterte avrebbe dovuto utilizzare tempestivamente la recente sentenza sfavorevole alla Cina, emessa dal Tribunale Arbitrale Permanente de L’Aja sulle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale, per aumentare le pressioni su Pechino. Al contrario, il presidente filippino ha finora tenuto una condotta prudente su questo fronte, cercando anzi di attenuare le tensioni e di promuovere le relazioni commerciali con il vicino cinese.
Questo atteggiamento ha indubbiamente irritato l’amministrazione Obama, la quale, seguendo un copione ben collaudato, ha iniziato a esprimere preoccupazione per la situazione dei diritti umani nelle Filippine, nonostante all’inizio del mandato di Duterte avesse espresso pieno appoggio alla lotta al crimine e al narco-traffico lanciata dal nuovo governo.
L’apparente pacatezza della risposta dell’inquilino della Casa Bianca non dipende solo dalla consapevolezza che il suo ultimo mandato sta per scadere e che anche la partnership con le Filippine dovrà essere gestita dal suo successore. Soprattutto, l’amministrazione Obama sembra ritenere che ci sia ancora spazio per imbarcare Rodrigo Duterte nel progetto strategico americano in Asia orientale, diretto al contenimento della Cina con pressioni diplomatiche e militari.
Duterte, da parte sua, ha infatti operato una parziale marcia indietro martedì, quando si è scusato con Obama per le parole pronunciate il giorno prima. Duterte ha poi assicurato di non avere alcuna intenzione di volersi confrontare con “il più potente presidente del pianeta”.
In generale, i messaggi provenienti da Manila in questi mesi sono stati spesso ambigui. Alle prese di posizione pubbliche di Duterte contro gli Stati Uniti e alle iniziative per favorire la distensione dei rapporti con la Cina, il governo filippino ha alternato dichiarazioni ostili nei confronti di Pechino.
In questo gioco delle parti, è stato in particolare il ministro degli Esteri, Perfecto Yasay, a prendere frequentemente le parti degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, ad esempio, il capo della diplomazia filippina aveva convocato l’ambasciatore cinese a Manila per chiedere spiegazioni sulla presenza di un’imbarcazione della guardia costiera di Pechino nelle acque contese dell’atollo di Scarborough, nel Mar Cinese Meridionale.
Duterte, da parte sua, ha espresso il proprio appoggio al discusso trattato, firmato dalla precedente amministrazione Aquino, che consente alle forze armate USA di tornare a occupare alcune basi militari in territorio filippino.
Gli Stati Uniti temono in ogni caso che anche le Filippine possano sfuggire al controllo americano sotto la spinta di interessi economici che pendono decisamente in favore della Cina. Pechino ha d’altra parte già offerto ingenti progetti di investimento al paese-arcipelago, evidentemente legati all’ammorbidimento delle posizioni di Manila sulla contese territoriali alimentate invece da Washington.
Già i prossimi mesi chiariranno forse le intenzioni del nuovo governo filippino, con il presidente Duterte che, dopo avere nominato uno dei suoi predecessori, Fidel Ramos, a inviato speciale per i negoziati con Pechino, si recherà in visita ufficiale in Cina prima della fine dell’anno.
Significativo in questo senso è ad esempio il tentativo, frustrato da anni, di inserire in un comunicato ufficiale dell’ASEAN una qualche dichiarazione che punti il dito contro la Cina nelle dispute territoriali nel Mar Cinese Meridionale. La stessa ratifica dell’impopolare trattato di libero scambio TPP (Partnership Trans Pacifica) tra una dozzina di paesi asiatici e del continente americano continua inoltre a essere bloccata dal Congresso USA.
L’eventuale naufragio di un trattato che è costato enormi sforzi diplomatici e parecchio capitale politico a molti governi, a cominciare da quello dell’alleato giapponese, rischia di dare un colpo letale alla residua credibilità degli Stati Uniti in Asia.
Il fallimento del TPP aprirebbe ulteriormente la strada alle iniziative di integrazione continentale promosse dalla Cina e già in grado di riscuotere un vasto successo, lasciando gli Stati Uniti a contare ancor più sulla dimensione militare per mantenere in vita quel che resta del miraggio di un mondo unipolare sotto il controllo di Washington.
Fonte
30/08/2016
Il Ttip è morto. Cacciamo Renzi, “l’europeo” più servile
Il vicepresidente del consiglio della Germania Gabriel, socialdemocratico, ha dichiarato che il TTIP non si farà più, scaricando le responsabilità del fallimento del trattato sulle eccessive pretese degli Stati Uniti, per le loro multinazionali. La verità è che dopo la BREXIT i negoziati per il TTIP non sono neppure cominciati. Doveva esserci una sessione decisiva proprio alla fine di giugno e il nostro ministro Calenda si era sperticato sulla necessita di giungere ad un accordo.
Il governo Renzi si era mostrato il più servile, il più colonizzato d'Europa. Francia e Germania avevano già frenato sull'intesa, ma il precedente accordo tra Canada e UE, con molti dei contenuti del TTIP, spingeva comunque verso il disastro. Poi per fortuna il popolo britannico ha votato NO alla UE ed è saltato tutto. Grazie alla Brexit si sono fermati, a dimostrazione che il voto britannico è stato un grande segnale positivo per la libertà e i diritti dei popoli.
Certo non è finita, il liberismo sfrenato del TTIP era troppo favorevole agli interessi delle multinazionali USA, per questo quelle tedesche e francesi alla fine hanno festeggiato il suo fallimento. Ma questo non vuol dire che le aggressioni al lavoro, allo stato sociale, all'ambiente in Europa finiranno. I poteri economici e finanziari della UE e i loro politici continueranno a fare danni finché i popoli europei non li fermeranno.
Intanto però grazie alla Brexit una catastrofe è stata evitata. Ora dobbiamo evitarne un altra, la distruzione della nostra Costituzione. Il fronte del SI al referendum è fatto dalle stesse forze e interessi che erano favorevoli al TTIP e che avevano demonizzato la Brexit. Sconfiggerli sarà un passo avanti per l'Italia e l'Europa.
I NO dei popoli fanno bene alla democrazia.
Fonte
Il governo Renzi si era mostrato il più servile, il più colonizzato d'Europa. Francia e Germania avevano già frenato sull'intesa, ma il precedente accordo tra Canada e UE, con molti dei contenuti del TTIP, spingeva comunque verso il disastro. Poi per fortuna il popolo britannico ha votato NO alla UE ed è saltato tutto. Grazie alla Brexit si sono fermati, a dimostrazione che il voto britannico è stato un grande segnale positivo per la libertà e i diritti dei popoli.
Certo non è finita, il liberismo sfrenato del TTIP era troppo favorevole agli interessi delle multinazionali USA, per questo quelle tedesche e francesi alla fine hanno festeggiato il suo fallimento. Ma questo non vuol dire che le aggressioni al lavoro, allo stato sociale, all'ambiente in Europa finiranno. I poteri economici e finanziari della UE e i loro politici continueranno a fare danni finché i popoli europei non li fermeranno.
Intanto però grazie alla Brexit una catastrofe è stata evitata. Ora dobbiamo evitarne un altra, la distruzione della nostra Costituzione. Il fronte del SI al referendum è fatto dalle stesse forze e interessi che erano favorevoli al TTIP e che avevano demonizzato la Brexit. Sconfiggerli sarà un passo avanti per l'Italia e l'Europa.
I NO dei popoli fanno bene alla democrazia.
Fonte
24/05/2016
Vietnam e USA insieme contro la Cina
di Michele Paris
Quella di Obama in corso questa settimana è solo la terza visita di un presidente degli Stati Uniti in Vietnam dalla fine del conflitto tra i due ex nemici. Il viaggio di tre giorni nel paese del sud-est asiatico ha al centro delle discussioni con i leader locali importanti questioni economiche e militari, tutte inevitabilmente legate agli sforzi di Washington per convincere Hanoi ad allinearsi ai piani strategici americani anti-cinesi in questa parte del continente.
Per garantire il maggiore impatto possibile della visita di Obama, poche ore dopo il suo arrivo in Vietnam è stata diffusa la notizia che il governo americano intende cancellare definitivamente l’embargo alla vendita di armi a questo paese. Questa proibizione era in vigore dal 1975 ed era stata già allentata sempre dall’amministrazione Obama nel 2014 per consentire al Vietnam di ottenere una linea di credito destinata all’acquisto di alcune navi da guerra.
La decisione presa due anni fa a Washington, secondo il Washington Post, era servita a “rafforzare la sicurezza marittima del Vietnam nel Mar Cinese Meridionale”, dove gli animi con la Cina si sono sensibilmente infiammati negli ultimi anni per via del riesplodere di contese territoriali alimentate proprio dagli Stati Uniti.
La notizia della fine dell’embargo è stata confermata lunedì dallo stesso Obama durante una conferenza stampa con il presidente vietnamita, Tran Dai Quang. Come di consueto, Obama ha affermato pubblicamente l’esatto contrario di ciò che ha motivato la sua amministrazione nel prendere questa iniziativa, sostenendo che essa “non è basata sulla [minaccia] della Cina”, ma sulla volontà degli USA di “completare un lungo processo di normalizzazione delle relazioni con il Vietnam”.
Nel calcolo americano rientra in questo caso anche la Russia, fino ad ora di gran lunga il primo fornitore di armi del Vietnam. Le forze navali di Mosca possono inoltre attraccare liberamente nella strategica Baia di Cam Rahn, affacciata sul Mar Cinese Meridionale, mentre l’accesso per quelle americane è per ora rigorosamente limitato.
Le intenzioni di Washington sono perciò quelle di ridurre il più possibile i rapporti in ambito militare tra Mosca e Hanoi. Recentemente, tra l’altro, era emersa la notizia di come gli Stati Uniti avessero fatto pressioni sul regime per sospendere il programma di collaborazione con la Russia che consente ai velivoli militari di questo paese in missione nell’Oceano Pacifico di fare rifornimento in territorio vietnamita.
Che l’obiettivo principale degli Stati Uniti sia però la Cina è fuori discussione e a confermarlo è l’impegno con cui l’amministrazione Obama in questi anni ha insistito con vari paesi in Asia sud-orientale per far loro intraprendere la strada della militarizzazione e per assicurare alle proprie forze navali maggiore accesso a strutture posizionate strategicamente.
Com’è accaduto per altri paesi, a cominciare dalle Filippine, anche i rapporti del Vietnam con la Cina si sono deteriorati in maniera significativa. Il punto più basso si era raggiunto nel 2014, quando Pechino aveva posizionato una piattaforma petrolifera nelle acque contese con Hanoi nel Mar Cinese Meridionale. L’iniziativa aveva scatenato una feroce campagna anti-cinese in Vietnam con la morte di due cittadini cinesi e la distruzione di fabbriche di proprietà taiwanese e sudcoreana, perché scambiate per cinesi.
Gli
Stati Uniti hanno così da un lato soffiato sul fuoco della discordia
tra i due paesi e dall’altro si sono adoperati per intensificare i
legami con il Vietnam. Altamente simbolica delle intenzioni americane fu
ad esempio la grandiosa accoglienza riservata al segretario del Partito
Comunista vietnamita, Nguyen Phu Trong, vero depositario del potere nel
suo paese, durante la visita alla Casa Bianca nel 2015.
Il rafforzamento dei rapporti con il Vietnam dovrebbe poi includere per gli USA il “pre-posizionamento” di equipaggiamenti militari in determinate strutture di questo paese. Ciò dovrebbe ufficialmente servire a fronteggiare in maniera tempestiva eventuali disastri naturali ma, di fatto, rappresenterebbe l’anticamera di un futuro dispiegamento di forze militari permanenti o “a rotazione”.
La partnership con gli Stati Uniti continua ad ogni modo a essere vista con qualche cautela dal regime di Hanoi, viste le vicende del recente passato e la tradizionale tendenza al multilateralismo della propria politica estera. Allo stesso tempo, come per altri paesi della regione, la Cina riveste un’importanza fondamentale anche per il Vietnam sul fronte degli investimenti e degli scambi commerciali.
Tuttavia, la storia dei rapporti tra i due vicini è fatta di tensioni, se non vere e proprie guerre, come quella di confine combattuta brevemente nel 1979. Questo contribuisce forse a spiegare la particolare apprensione di Pechino per le iniziative diplomatiche, economiche e militari americane nei confronti del Vietnam.
Timori che sono apparsi chiari dalle critiche esplicite rivolte alla visita di Obama da parte della stampa ufficiale cinese. Un commento dell’agenzia di stampa Xinhua, ad esempio, ha accusato gli USA di non avere “limiti nell’intromettersi nelle vicende regionali” relative al Mar Cinese Meridionale.
Lo stesso organo del governo di Pechino ha scritto domenica che la riconciliazione tra USA e Vietnam “non dovrebbe essere usata... come strumento per minacciare o addirittura danneggiare gli interessi strategici di un paese terzo”. Ancora più duramente e in maniera tutto sommato corretta, Xinhua ha affermato che Washington ha reso “alcuni paesi della regione più risoluti”, alimentando “le loro illusioni di poter continuare a sfruttare interessi illegali” nel Mar Cinese Meridionale.
Sostanzialmente allo stesso scopo di sganciare, sia pure in maniera relativa, il Vietnam dalla Cina, ma sul fronte economico, nella sua visita Obama non poteva non sollevare la questione del trattato di libero scambio denominato “Trans Pacific Partnership” (TPP), di cui il regime di Hanoi è firmatario assieme a un’altra decina di paesi asiatici e del continente americano.
In questo caso il compito del presidente Obama è quello di assicurare la leadership comunista che il Congresso di Washington alla fine ratificherà il trattato, anche se il clima elettorale negli USA e l’emergere di tendenze “isolazioniste” nella maggioranza Repubblicana suggeriscono che i tempi potrebbero non essere brevi. Il TTP serve comunque a garantire il dominio delle multinazionali USA sul commercio internazionale e rappresenta la componente economica delle manovre di accerchiamento della Cina da parte americana.
Il Vietnam resta in ogni caso un obiettivo allettante per il business a stelle e strisce. Il regime che governa questo paese ha da tempo intrapreso una strada “riformista” in ambito economico e l’adesione al TPP ha rafforzato i propositi di liberalizzazione, dalla privatizzazione delle aziende pubbliche all’abbattimento dei rimanenti ostacoli all’afflusso dei capitali esteri.
Se la visita di Obama in Vietnam e quella successiva a Hiroshima, in Giappone, in qualità di primo presidente USA in carica a recarsi sul luogo dove venne sganciato un ordigno nucleare nel 1945, dovrebbero testimoniare della volontà della Casa Bianca di guardare al futuro e mettere da parte i conflitti del passato, quello che lasciano intravedere le vicende di questi ultimi anni è in realtà la preparazione di nuove guerre ancora più rovinose.
Infatti,
le questioni trattate ad Hanoi da Obama non possono che essere
considerate come provocazioni da Pechino, tanto più che s’inseriscono su
una vera e propria escalation della rivalità tra le prime due potenze
economiche del pianeta.
Dopo le polemiche americane per la presunta militarizzazione da parte cinese di alcuni lembi di terra in acque contese e l’invio ripetuto di navi da guerra USA in “ricognizione” all’interno delle acque territoriali di isole la cui sovranità è rivendicata da Pechino, proprio qualche giorno fa è stato registrato un nuovo episodio allarmante.
Il Pentagono si era cioè lamentato pubblicamente dopo che due aerei da guerra cinesi avevano intercettato in maniera “non sicura” un aereo spia americano in missione sul Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva subito negato qualsiasi manovra pericolosa ma il possibile incidente sfiorato ha dato vita a nuove accuse e contro-accuse, mostrando la precarietà della situazione e il rischio di guerra sempre più concreto in Estremo Oriente.
Fonte
Quella di Obama in corso questa settimana è solo la terza visita di un presidente degli Stati Uniti in Vietnam dalla fine del conflitto tra i due ex nemici. Il viaggio di tre giorni nel paese del sud-est asiatico ha al centro delle discussioni con i leader locali importanti questioni economiche e militari, tutte inevitabilmente legate agli sforzi di Washington per convincere Hanoi ad allinearsi ai piani strategici americani anti-cinesi in questa parte del continente.
Per garantire il maggiore impatto possibile della visita di Obama, poche ore dopo il suo arrivo in Vietnam è stata diffusa la notizia che il governo americano intende cancellare definitivamente l’embargo alla vendita di armi a questo paese. Questa proibizione era in vigore dal 1975 ed era stata già allentata sempre dall’amministrazione Obama nel 2014 per consentire al Vietnam di ottenere una linea di credito destinata all’acquisto di alcune navi da guerra.
La decisione presa due anni fa a Washington, secondo il Washington Post, era servita a “rafforzare la sicurezza marittima del Vietnam nel Mar Cinese Meridionale”, dove gli animi con la Cina si sono sensibilmente infiammati negli ultimi anni per via del riesplodere di contese territoriali alimentate proprio dagli Stati Uniti.
La notizia della fine dell’embargo è stata confermata lunedì dallo stesso Obama durante una conferenza stampa con il presidente vietnamita, Tran Dai Quang. Come di consueto, Obama ha affermato pubblicamente l’esatto contrario di ciò che ha motivato la sua amministrazione nel prendere questa iniziativa, sostenendo che essa “non è basata sulla [minaccia] della Cina”, ma sulla volontà degli USA di “completare un lungo processo di normalizzazione delle relazioni con il Vietnam”.
Nel calcolo americano rientra in questo caso anche la Russia, fino ad ora di gran lunga il primo fornitore di armi del Vietnam. Le forze navali di Mosca possono inoltre attraccare liberamente nella strategica Baia di Cam Rahn, affacciata sul Mar Cinese Meridionale, mentre l’accesso per quelle americane è per ora rigorosamente limitato.
Le intenzioni di Washington sono perciò quelle di ridurre il più possibile i rapporti in ambito militare tra Mosca e Hanoi. Recentemente, tra l’altro, era emersa la notizia di come gli Stati Uniti avessero fatto pressioni sul regime per sospendere il programma di collaborazione con la Russia che consente ai velivoli militari di questo paese in missione nell’Oceano Pacifico di fare rifornimento in territorio vietnamita.
Che l’obiettivo principale degli Stati Uniti sia però la Cina è fuori discussione e a confermarlo è l’impegno con cui l’amministrazione Obama in questi anni ha insistito con vari paesi in Asia sud-orientale per far loro intraprendere la strada della militarizzazione e per assicurare alle proprie forze navali maggiore accesso a strutture posizionate strategicamente.
Com’è accaduto per altri paesi, a cominciare dalle Filippine, anche i rapporti del Vietnam con la Cina si sono deteriorati in maniera significativa. Il punto più basso si era raggiunto nel 2014, quando Pechino aveva posizionato una piattaforma petrolifera nelle acque contese con Hanoi nel Mar Cinese Meridionale. L’iniziativa aveva scatenato una feroce campagna anti-cinese in Vietnam con la morte di due cittadini cinesi e la distruzione di fabbriche di proprietà taiwanese e sudcoreana, perché scambiate per cinesi.
Il rafforzamento dei rapporti con il Vietnam dovrebbe poi includere per gli USA il “pre-posizionamento” di equipaggiamenti militari in determinate strutture di questo paese. Ciò dovrebbe ufficialmente servire a fronteggiare in maniera tempestiva eventuali disastri naturali ma, di fatto, rappresenterebbe l’anticamera di un futuro dispiegamento di forze militari permanenti o “a rotazione”.
La partnership con gli Stati Uniti continua ad ogni modo a essere vista con qualche cautela dal regime di Hanoi, viste le vicende del recente passato e la tradizionale tendenza al multilateralismo della propria politica estera. Allo stesso tempo, come per altri paesi della regione, la Cina riveste un’importanza fondamentale anche per il Vietnam sul fronte degli investimenti e degli scambi commerciali.
Tuttavia, la storia dei rapporti tra i due vicini è fatta di tensioni, se non vere e proprie guerre, come quella di confine combattuta brevemente nel 1979. Questo contribuisce forse a spiegare la particolare apprensione di Pechino per le iniziative diplomatiche, economiche e militari americane nei confronti del Vietnam.
Timori che sono apparsi chiari dalle critiche esplicite rivolte alla visita di Obama da parte della stampa ufficiale cinese. Un commento dell’agenzia di stampa Xinhua, ad esempio, ha accusato gli USA di non avere “limiti nell’intromettersi nelle vicende regionali” relative al Mar Cinese Meridionale.
Lo stesso organo del governo di Pechino ha scritto domenica che la riconciliazione tra USA e Vietnam “non dovrebbe essere usata... come strumento per minacciare o addirittura danneggiare gli interessi strategici di un paese terzo”. Ancora più duramente e in maniera tutto sommato corretta, Xinhua ha affermato che Washington ha reso “alcuni paesi della regione più risoluti”, alimentando “le loro illusioni di poter continuare a sfruttare interessi illegali” nel Mar Cinese Meridionale.
Sostanzialmente allo stesso scopo di sganciare, sia pure in maniera relativa, il Vietnam dalla Cina, ma sul fronte economico, nella sua visita Obama non poteva non sollevare la questione del trattato di libero scambio denominato “Trans Pacific Partnership” (TPP), di cui il regime di Hanoi è firmatario assieme a un’altra decina di paesi asiatici e del continente americano.
In questo caso il compito del presidente Obama è quello di assicurare la leadership comunista che il Congresso di Washington alla fine ratificherà il trattato, anche se il clima elettorale negli USA e l’emergere di tendenze “isolazioniste” nella maggioranza Repubblicana suggeriscono che i tempi potrebbero non essere brevi. Il TTP serve comunque a garantire il dominio delle multinazionali USA sul commercio internazionale e rappresenta la componente economica delle manovre di accerchiamento della Cina da parte americana.
Il Vietnam resta in ogni caso un obiettivo allettante per il business a stelle e strisce. Il regime che governa questo paese ha da tempo intrapreso una strada “riformista” in ambito economico e l’adesione al TPP ha rafforzato i propositi di liberalizzazione, dalla privatizzazione delle aziende pubbliche all’abbattimento dei rimanenti ostacoli all’afflusso dei capitali esteri.
Se la visita di Obama in Vietnam e quella successiva a Hiroshima, in Giappone, in qualità di primo presidente USA in carica a recarsi sul luogo dove venne sganciato un ordigno nucleare nel 1945, dovrebbero testimoniare della volontà della Casa Bianca di guardare al futuro e mettere da parte i conflitti del passato, quello che lasciano intravedere le vicende di questi ultimi anni è in realtà la preparazione di nuove guerre ancora più rovinose.
Dopo le polemiche americane per la presunta militarizzazione da parte cinese di alcuni lembi di terra in acque contese e l’invio ripetuto di navi da guerra USA in “ricognizione” all’interno delle acque territoriali di isole la cui sovranità è rivendicata da Pechino, proprio qualche giorno fa è stato registrato un nuovo episodio allarmante.
Il Pentagono si era cioè lamentato pubblicamente dopo che due aerei da guerra cinesi avevano intercettato in maniera “non sicura” un aereo spia americano in missione sul Mar Cinese Meridionale. Pechino aveva subito negato qualsiasi manovra pericolosa ma il possibile incidente sfiorato ha dato vita a nuove accuse e contro-accuse, mostrando la precarietà della situazione e il rischio di guerra sempre più concreto in Estremo Oriente.
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