Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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28/01/2023

Scenari videoludici di guerra civile americana

di Gioacchino Toni

Ricostruire sui ruderi di un esperimento fallito ripetendo gli stessi errori

«Questo videogioco [Days Gone] racconta la storia di un operaio assediato dalle forze della globalizzazione, un soggetto in larga parte ignorato dalle forze politiche tradizionali. Un soggetto diffidente delle istituzioni, arrabbiato e impaziente. Un soggetto che prova nostalgia per un’immagine dell’America come terra di opportunità, una terra promessa costruita sui valori dell’espansionismo e della colonizzazione, sul mito della frontiera». In Days Gone i panorami americani vengono rappresentati «attraverso una visione di mondo antropocentrica ed estrattiva, per cui la natura è concepita unicamente come una serie di risorse da sfruttare, come un diritto inalienabile e indiscutibile. I giocatori si muovono tra le rovine dell’America, costruendo una nuova nazione sui ruderi di ciò che potremmo definire un esperimento fallito: anche se il gioco non lo esplicita, sono condannati a ripetere gli stessi errori» (pp. 251-252).

Così, in estrema sintesi, viene descritto il videogioco Days Gone (2019) – sviluppato da SIE Bend Studio e pubblicato da Sony Interactive Entertainment – da Soraya Murray, L’America è morta, viva l’America. L’affettività politica in Days Gone1, in Matteo Bittanti (a cura di), Reset. Politica e videogochi (Mimesis, 2023) [su Carmilla].

Days Gone è un action-adventure open world in terza persona con caratteristiche tipiche del survival horror ambientato nelle zone rurali dell’Oregon, in un’America post-apocalittica, in cui imperversa un’alterità radicale, il freaker, un essere mostruoso geneticamente modificato simile alla figura dello zombie contemporaneo. Il giocatore è tenuto a identificarsi con Deacon St. John, ex-militare bianco, che vagabonda disilluso a cavallo della sua motocicletta tra le rovine di una società piombata in una guerra civile che contrappone le stesse piccole comunità separatiste che si sono venute a creare dopo l’apocalisse che ha dilaniato il Paese a stelle e strisce.

Il protagonista/giocatore è costretto a fare i conti non soltanto con i temibili freaker e con feroci animali selvatici, ma anche – analogamente a quanto avviene nella serie televisiva The Walking Dead (dal 2010) ideata da Frank Darabont, tratta dai fumetti (dal 2003) di Robert Kirkman [su Carmilla 1  2] – con le diverse fazioni di sopravvissuti contraddistinte da specifiche caratteristiche valoriali che spaziano dall’ideologia libertaria (nell’accezione americana anarcocapitalista) al fondamentalismo religioso, dal militarismo fortemente gerarchizzato alla logica concentrazionaria, ecc. Insomma, l’universo messo in scena da Days Gone è caratterizzato dal conflitto pervasivo, dall’inimicizia e da una violenza generalizzata e se per sopravvivere qualche forma di collaborazione reciproca si rende necessaria, occorre però far affidamento sulla diffidenza nei confronti di tutto e tutti.

Se in altra sede Soraya Murray si è preoccupata di interpretare in chiave ideologica la logica di rappresentazione del videogioco2, in questo saggio ha preferito indagarlo nella sua dimensione affettiva espressa da una peculiare esperienza estetica, in quanto convinta che è proprio nello spazio emotivo che, per usare le parole di Jennifer Doyle, “gli effetti devastanti dell’ideologia diventano particolarmente evidenti”3. Secondo Murray «Days Gone esprime in forma estetica una svolta ideologica: dall’espansione globale neoliberista alla spinta verso il nazionalismo e l’autosufficienza» (p. 221).

Alla studiosa «interessa comprendere come l’attraversamento spaziale e la temporalità degli ambienti simulati contribuiscono al portato affettivo complessivo del videogioco [e] come l’atmosfera stessa del videogioco possa comunicare particolari stati d’animo attraverso l’organizzazione dello spazio virtuale» (p. 222). Secondo Murray l’analisi di Days Gone aiuta a comprendere meglio l’ansia diffusa che permea il contesto socio-politico statunitense.

Nel videogioco il collasso sociale ed economico degli Stati Uniti è stato causato da un contagio, tema ricorrente in numerose opere cinematografiche recenti4, in questo caso diffuso involontariamente da Sarah, la moglie del protagonista, costretta pertanto a essere perseguitata dal senso di colpa e a cercare una soluzione scientifica al disastro che ha maldestramente causato. Il videogioco, però, sostiene Murray, più che sul misogino stereotipo dell’incoscienza femminile muove accuse anti-governative e anti-scientifiche: politica e scienza, insomma, sono considerati i veri responsabili del disastro apocalittico.

Murray sottolinea come se da un lato Days Gone, al pari di molti videogame, permette una certa customizzazione dei dettagli, dall’altro propone l’immedesimazione in un personaggio decisamente strutturato degli elaboratori del gioco caratterizzato dai cliché del maschio bianco tradizionalista e normativo incarnante i valori dell’intraprendenza, della forza e della durezza emotiva, reduce di guerra senza aver ricevuto per i sui servigi alla nazione un adeguato riconoscimento.

L’appeal ideologico di Days Gone, secondo la studiosa, si rifà allo stato d’animo rancoroso diffusosi negli Stati Uniti a partire dall’elezione del presidente Barack Obama del 2012 – soprattutto tra i bianchi della classe operaia e della middle class impoverita – in risposta al percepito decadimento dell’America tradizionale. Tale senso di frustrazione, di vittimizzazione del maschio bianco, ha determinato il «desiderio di “riprendersi” a tutti i costi la nazione, rendendola nuovamente grande» (p. 231) scemando facilmente in xenofobia nei confronti di tutte quelle forze aliene che assediano il Paese.

«Nel contesto della crescente polarizzazione tra l’Occidente e gli Altri, lo scenario survivalista attesta l’ansia diffusa di parte della popolazione che si sente vittima della globalizzazione» (pp. 231-232). Nel protagonista Deacon, così come in altri personaggi che popolano Days Gone, non è difficile vedere la «rappresentazione del bianco americano che si sente assediato e perseguitato» (p. 232), sebbene, sostiene Murray, non sia assimilabile alla classica figura del razzista o del suprematista bianco; in diverse occasioni egli disprezza i personaggi più marcatamente razzisti e intolleranti e non manca di allearsi con personaggi di colore con i quali, in alcuni casi, manifesta una qualche prossimità affettiva.

Come avviene in diversi film hollywoodiani post-apocalittici, anche in Days Gone spetta a un protagonista maschile bianco dare un ultima speranza all’umanità di ristabilire l’ordine dei tempi andati: se l’apocalisse è vista come evento che scombussola l’esistenza degli uomini bianchi, non può che spettare a questi il compito di risolvere la situazione. «Days Gone promuove l’idea che l’individuo è un agente libero e autonomo, che il capitalismo sopravviverà all’apocalisse e che lo sforzo umano individuale è più efficace dell’azione collettiva. Days Gone mostra come un soggetto forte possa adattarsi al panico e superare la crisi» (p. 236).

In termini di gameplay, l’intensità affettiva del videogioco alterna fasi di offesa (che prevedono l’eliminazione dell’Altro) e di difesa (sopravvivenza). Days Gone ci dice che il mondo è ostile, siamo soli, non possiamo contare su nessun altro al di fuori di noi stessi, dunque dobbiamo sopravvivere, sopravvivere, sopravvivere. Chi sopravvive? I fanatici delle armi da fuoco, gli ex soldati traumatizzati, i malvagi immorali senza scrupoli. Ci sono inoltre i “lavoratori essenziali”: meccanici, operai edili, carpentieri. In breve, uomini e donne della classe operaia che si sporcano le mani per garantire la sopravvivenza della civiltà, ma che sono sistematicamente sfruttati, sottovalutati e infine sacrificati (p. 236).

Donald Trump ha saputo sfruttare a proprio vantaggio tale immaginario insistendo nell’indicare nella globalizzazione la causa dell’erosione sociale della classe operaia e di quella media proletarizzatasi e prendendo costantemente le distanze dalla classe politica, contribuendo così alla sua delegittimazione.

Trump ha descritto gli Stati Uniti come una nazione inerte di fronte a legioni di criminali, spacciatori e stupratori provenienti dal Messico, disumanizzando gli immigrati con l’epiteto di “bestie”. Tra le soluzioni che ha proposto per arginare “la piaga”, spiccano le deportazioni di massa e la costruzione di un grande muro. Il “flusso” di cui parla può anche essere letto in relazione ai flussi globali di corpi, capitali e informazioni che caratterizzano la globalizzazione, un processo che produce manodopera a basso, anzi bassissimo costo, con la quale i lavoratori americani non possono competere (pp. 238-239).

Una parte importante dell’analisi di Murray riguarda il ruolo politico che viene ad avere il paesaggio in Days Gone. Nel videogioco il paesaggio viene presentato come un ambiente naturale e selvaggio invaso da una forza aliena che deve essere riconquistato, “ripulito dai nemici” al fine di ripristinare le “condizioni iniziali”.

La necessità di tale incombenza non è comunicata in forma verbale bensì spaziale, ovvero attraverso la messinscena di un territorio connotato come una risorsa limitata che appartiene di diritto a un gruppo specifico. In questo contesto, possiamo scorgere ovunque i detriti di una civiltà ormai perduta che tuttavia non si rassegna all’oblio. Laddove la società precedente era fondata sul consumismo, nel “nuovo mondo” il valore delle cose dipende dalla loro utilità pratica. Days Gone è strutturato sulla base di processi “naturali” legati ai comportamenti degli animali, degli infetti e delle persone. Tali comportamenti hanno un effetto diretto sulle azioni dei giocatori, sulle opportunità e sui risultati possibili nello spazio di gioco. […] L’ambiente simulato – che mostra un paesaggio tentacolare e maestoso, ricco di risorse, nella vibrante e grandiosa riproduzione del Pacifico nord-occidentale – promette una reinvenzione degli Stati Uniti come nuovo Eden, una fantasia di abbondanza, l’utopia della vita agreste (p. 248).

In conclusione, sostiene Murray, si può affermare che Days Gone comunica un messaggio autarchico e, pur non scemando nel complottismo, esprime una retorica anti-governativa, promuovendo «un’ideologia libertaria, basata sul primato del singolo rispetto alla collettività, e celebra la libertà personale come valore assoluto» (pp. 249-250). Non a caso sul piano narrativo tale videogioco può essere assimilato a un western in cui il protagonista, una sorta di fuorilegge, non rinuncia alla propria individualità, evita di unirsi in modo permanente con una delle fazioni in lotta e palesa una sorta di atavica diffidenza nei confronti di ogni iniziativa istituzionale: «Forte di una rappresentazione del paesaggio che segue il canone del sublime, combinata all’affetto politico anti-governativo e anti-scientifico, Days Gone mette in scena uno dei miti fondanti dell’America» (p. 250).

L’importanza di Days Gone, afferma la studiosa, «non risiede tanto nel suo messaggio politico, quanto nella capacità di veicolare una specifica affettività politica. […] Immergendosi per un lungo frangente temporale negli spazi di Days Gone, è possibile accedere all’intensità affettiva del sentimento politico che si è sviluppato negli Stati Uniti nel modo in cui si è sviluppato» (pp. 252-253).

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20/02/2017

Psicanalisi del muro

Il muro di Trump mi ha portato ad alcune riflessioni più generali. Di muri ce ne sono già molti: in Algeria, Marocco, Spagna, Palestina, India, Thailandia, Arabia Saudita, Botswana, Emirati Arabi Uniti, Irlanda. Uzbekistan, Corea, Pakistan, Cipro eccetera. 

In gran parte sono opere militari per proteggersi da incursioni di gruppi terroristici (come in Marocco contro il Fronte Polisario o in Israele*) o di eserciti regolari (come nella parte turca di Cipro), ma sempre più numerosi sono quelli pensati in funzione anti immigrati. E’ interessante notare che in quasi nessun caso il muro ha raggiunto i risultati auspicati, per cui, dopo una fase iniziale di successo, quasi sempre il risultato si è rivelato molto al di sotto delle aspettative.

Eppure altri muri o altro tipo di barriere, sono in costruzione, come ad esempio in Ungheria, o al confine italo francese, o se ne auspica la costruzione come in Austria. Ed ora Trump ne vuole un altro fra Usa e Messico, dove, per la verità, un muro c’è già dal 1994, quando lo volle il Presidente Clinton, democratico. Ma dunque, se si sente l’esigenza di un nuovo muro è perché il precedente non ha funzionato. Forse non era abbastanza alto, spesso, lungo o forse aveva troppi buchi.

Di qui la mia idea di parlare della “politica dei muri” considerando il fenomeno più da lontano, senza riferimento a nessun caso particolare e soffermandoci sul suo valore simbolico. Alla base c’è un meccanismo psicologico elementare: il muro è la materializzazione dello “spazio sicuro” in cui muoversi, la divisione fra un “interno” sicuro, amichevole e protettivo ed un “esterno” ostile e pericoloso.

Per dirla con Jhon Steiner si tratta di un classico rifugio della mente contro l’angoscia.

Adriano Voltolin, nel suo “”Il rifugio e la prigione” (Mimesis 2013) cita l’esempio dell’“uccellino nel guscio che ha tutto quello che gli serve per vivere senza uscire dalla sua protezione ed altri casi in cui il paziente sogna (o, nei casi più gravi, spera) di poter vivere in una bolla in sospensione che lo isoli dal “fuori”; ad esempio, il bambino che disegna un autobus subacqueo perfettamente a tenuta stagna, che ha come unico contatto con l’esterno il tubo di scappamento, trasparente simbolizzazione del defecare, dell’espellere verso il caotico “fuori” i propri scarti per ridurre il grado interno di entropia.

Psicologicamente, si tratta di una regressione nell’utero materno, una vita fuori del tempo e dell’ambiente, al riparo dagli agguati della vita stessa. A volte questo è vissuto come una prigione, e comporta sofferenza, ma una sofferenza inferiore all’angoscia dell’affrontare i pericoli del fuori.

Questa esigenza di demarcare il dentro dal fuori, con una barriera fisica imponente ha trovato la sua massima espressione in campo militare, che ha avuto da sempre il muro come esaltazione del “vantaggio del difensore”. Basti citare il vallo Adriano fra Britannia e Caledonia, quello Traiano in Romania, quello germano-retico, per non citare l’esempio più celebre della Grande Muraglia. Per la verità, dopo un certo periodo di efficacia, queste imponenti costruzioni non impedirono il crollo dell’Impero Romano ed il prevalere dei “barbari”. Anche in Cina la muraglia non riuscì ad impedire le scorrerie delle “genti del Nord” ed ebbe un ruolo culturale e simbolico nella costruzione di un “noi”, particolarmente in epoca Han.

Né, per la verità, ebbero migliori risultati le fortezze medievali, soprattutto dopo la comparsa delle armi da fuoco. Eppure il “mito” del grande argine murario, come difesa assoluta, proseguì ad intermittenza. Ma, già Napoleone (poi seguito da Clausewitz) avvertì che la parte che si rinchiude nelle sue fortificazioni è destinata a perdere la guerra.

Non che le fortificazioni siano in assoluto inutili, ma sono la difesa più debole che si possa immaginare, perché sono fisse e artificiali e, in quanto tali, costose, adatte solo alla fase della guerra di posizione ma sono di impaccio quando si passi all’offensiva. E, soprattutto hanno una efficacia limitata nel tempo. Infatti, l’avversario prenderà facilmente conoscenza della “ grande muraglia” e studierà piani di sfondamento, scavalcamento o aggiramento di essa, rendendola via via meno efficace. In teoria, questo richiederebbe un costante aggiornamento dello schema difensivo (posto che si riesca a capire o immaginare quale possa essere la strategia che il nemico stia maturando). Ma una linea di mura, fossati, casematte o castelli non si può spostare, e costruirne di nuove comporta tempi lunghi e costi salatissimi. Per cui, quanto più una strategia si basi su difese fisse (e quelle naturali sarebbero preferibili, non fosse altro che per i costi) tanto più questo obbligherà a condotte di guerra poco dinamiche e facilmente prevedibili. In una parola, perdenti.

Sin dai primi dell’ottocento questo fu chiaro e, infatti, il pensiero militare superò lo schema delle fortificazioni, preferendo la guerra manovrata, come era stato proprio dell’esperienza napoleonica e, prima ancora, di Raimondo Montecuccoli. Ma lo schema della guerra di posizione e logoramento, tornò agli onori del pensiero militare grazie alla triade trincea – filo spinato – mitragliatrice della prima guerra mondiale. E, infatti, subito dopo di essa, si tornò alla costruzione di lunghe linee difensive fortificate: i Francesi costruirono la linea Maginot (facilmente aggirata dai Panzer di Guderian nel 1940), i Sovietici la linea Molotov e linea Stalin, gli Yugoslavi la linea Rupnik, tutte travolte dalle offensive tedesche.

Nè ebbero migliore fortuna le analoghe difese tedesche della linea Sigfrido, vallo Mediterraneo, vallo Atlantico, vallo Orientale, tutte soccombenti di fronte alle armate alleate o sovietiche. Di fronte all’attacco congiunto di carri ed aerei, le barriere fisse ebbero solo (e non sempre) il risultato di guadagnare qualche tempo e costare all’avversario un po’ più di sangue, ma in compenso furono spesso ragione di errori strategici. Ad esempio i francesi ne fecero due: dal settembre 1939 al maggio 1940, quando restarono tranquilli dietro le loro fortificazioni, non approfittando del momento migliore per colpire (quando i tedeschi erano sbilanciati sul fianco est) e proprio perché valutarono troppo dispendioso attaccare la linea Sigfrid e immaginarono che fosse più vantaggioso che fossero i tedeschi a schiantarsi sulla linea Maginot. Il secondo errore venne nel maggio 1940, quando il capo di stato maggiore francese Maurice Gamelin, sentendosi sicuro dietro la linea Maginot e la foresta delle Ardenne, sbilanciò l’esercito francese a nord, mentre i tedeschi sfondarono attraverso le Ardenne e aggirarono la linea, trovando pochissima resistenza. Errori simili furono poi fatti dai sovietici fra il 1940 ed il giugno 1941. Come si vede, le linee difensive su insediamenti fissi favoriscono spesso piani strategici scarsamente adattabili a situazioni diverse dal previsto. Peraltro è interessante osservare anche l’effetto sulla popolazione: nel caso di ampie barriere fisse, inevitabilmente la propaganda ne vanterà l’insespugnabilità (anche per far digerire il loro costo all’opinione pubblica), e questo verrà facilmente creduto, ma, quando poi il fronte cade, questo ha un effetto moltiplicatore nel crollo della resistenza psicologica della popolazione.

In ogni caso, gli scarsi risultati ottenuti con questo tipo di difesa determinò il tramonto dei muri militari. E infatti, dal 1945 agli anni novanta non sorsero fortificazioni fisse, salvo eccezioni particolari come Cipro o la Corea.

La rinascita dei muri, paradossalmente, venne al tempo della globalizzazione, ma non più per fermare offensive militari, quanto come contrasto a terrorismo ed immigrazione (e qualche volta le due cose sono presentate come se l’una contenesse necessariamente l’altra). E la cosa appare ancor meno efficace che nel caso di barriere contro eserciti, proprio perché i terroristi si muovono in piccolissimi gruppi che scavalcano le barriere sbarcando da un aereo con visto turistico o arrivando in forme regolarissime, come lavoratori o come studenti.

Mentre gli immigrati si muovono spesso in gruppi più nutriti e vistosi, ma pur sempre imparagonabili ad un esercito in movimento, per cui trovano spesso forme di aggiramento, magari con l’ausilio di organizzazioni della malavita, attraverso sbarchi clandestini o valichi di montagna poco sorvegliati o linee ferroviarie di frontalieri. Di fatto è impossibile blindare qualsiasi confine e, se spesso leggiamo di gruppi di clandestini bloccati in mare o in qualche zona di confine, non sappiamo quanti gruppi riescono a passare da una parte o dall’altra. Di fatto, l’immigrazione clandestina aumenta e i gruppi terroristici penetrano (quando pure non si tratti di cittadini che sono dello stesso stato oggetto dell’attacco) nonostante i muri e le unità navali e i controlli di confine.

La risposta al problema non può essere meramente difensiva, ma presuppone una offensiva, ovviamente di natura politica, che colpisca alla radice il fenomeno. Ad esempio fermando la guerra siriana che produce orde di gente che scappa dalla guerra. Invece la reazione di fronte al fenomeno è la stessa che per i muri militari: se la barriera è stata scavalcata, vuol dire che non era abbastanza alta, se sfondata non era abbastanza spessa, se aggirata non era abbastanza lunga, con la conseguente decisione di nuove linee Maginot più alte, più spesse, più lunghe, e ciò senza capire che quale che sia l’altezza, lo spessore e la lunghezza dell’eventuale muro, chi ha interesse studierà le nuove dimensioni dell’ostacolo e cercherà nuove forme per superarlo. Mentre il muro resterà come è, il suo violatore maturerà tattiche più efficaci per riuscire nell’intento. Una volta di più si dimostra che le difese fisse sono deboli costose e perdenti. Ma non per questo restano senza conseguenze.

Infatti il muro finisce per avere un effetto paradossale sul piano simbolico: identificare, circoscrivere e formare il gruppo paranoide, che si aggregherà intorno ad un “capo” che, come spesso accade, sarà il più paranoico di tutti.

Occorre comprendere il perché questo accada, paradossalmente, nel tempo della globalizzazione, nel quale le connessioni vincono sul “limes”. Le società tradizionali erano molto più autocentrate e questo assicurava una funzione prevalente del confine (appunto, il Limes) come spartiacque fra il dentro ed il fuori. Ma nel tempo della “connettografia” (come giustamente la definisce Parag Khanna), il confine è attraversato continuamente dalle linee di connessione (gasdotti, linee ferroviarie, rotte aeree e marittime, cavodotti, collegamenti satellitari, autostrade ecc. ecc.) perdendo buona parte del proprio significato di discriminante fra dentro e fuori.

Tutto questo, ha un ruolo economico, sociale, culturale di primaria importanza, ma provoca anche un senso di smarrimento e paura del vuoto. E’ uno degli aspetti dello “stress da globalizzazione” che trova nell’immigrato il nuovo ebreo, la nuova strega, il nuovo “agente segreto” cioè il nemico che incarna le tendenze diaboliche del presente.

Fonte

* affermazione opinabile in riferimento a Israele...

24/01/2017

Trump affossa il Tpp e la globalizzazione

Il vecchio reazionario sa benissimo che non può perdere tempo e quindi deludere chi lo ha votato. Per questo Donald Trump ha cominciato subito a far vedere che lui certe cose “le fa”, non si limita a promesse elettorali.

I primi tre atti firmati nello studio ovale vanno a coprire un arco vasto di temi su cui ha raccolto consensi. Due mosse sono molto tradizionali, per un repubblicano, anche se importanti. Ha infatti reintrodotto il "Mexico City abortion rules", ossia il divieto di finanziare con soldi pubblici federali le Ong che praticano l'aborto. Non è una novità, comunque. Si tratta di una legge fatta dai repubblicani oltre 30 anni fa, cancellata da ogni presidente democratico e reintrodotta da ogni repubblicano. Una bandiera, insomma, da sventolare in faccia agli elettori, ma dai limitati effetti pratici.

Assolutamente in linea con la tradizione del Gop anche lo stop alle assunzioni nel pubblico impiego, eccezion fatta per i corpi militari.

Fin qui, a dirla tutta, nessun elemento davvero “innovativo”. L'unica decisione che esorbita – entro certi limiti – dalla normalità è la terza. Ha infatti firmato il decreto operativo che sancisce il ritiro degli Stati Uniti dal Tpp. Ossia dal Trans Pacific Partnership, un accordo di libero scambio con 11 paesi del Pacifico che era costato due anni di sforzi diplomatici (condotti pressoché in contemporanea con il più noto Ttip, con i paesi dell'Atlantico, affossato dall'asse franco-tedesco). Poco prima dell'insediamento del neopresidente, il Giappone lo aveva ratificato, sperando in tal modo di “pesare” sulla decisione del tycoon. Niente da fare. In campagna elettorale, ogni giorno e più volte al giorno, Trump lo lo aveva giudicato "pericoloso per l'industria americana". Quindi non era pensabile che potesse tornare indietro senza pagare da subito un prezzo molto alto nel suo blocco sociale.

Sul piano pratico, in ogni caso, non è una mossa che gli sia costata fatica. Il Tpp non era stato ancora approvato dal Congresso, dunque non cambia nulla negli scambi economici in atto. Certo, getta un'ombra consistente sulle dinamiche di “libero mercato” per gli anni a venire.

Solo i media più legati al vecchio carrozzone, o alla vecchia “narrazione”, inquadrano questo ritiro dal Tpp con il risorgere dell'antico “isolazionismo” dei repubblicani.

È una vecchia volpe dell'establishment Usa come Ian Bremmer a spiegare – in un'intervista al Corriere della sera – che
«Non è isolazionismo: Trump continuerà a tessere rapporti, ma lo farà sul piano bilaterale. Lo considera più conveniente in termini di forza negoziale, ma in questo modo non solo getta nel caos l’attuale sistema di scambi commerciali, ma rende precari i rapporti politici degli Stati Uniti con molti Paesi in Asia e in America Latina».
Non è insomma meno “imperialista” dei predecessori che hanno cercato di governare la globalizzazione dell'economia; è semplicemente l'espressione dell'impossibilità di governarla “con benefici per tutti”, e quindi ne decreta la fine contando sulla forza preponderante degli Usa nei rapporti “bilaterali”. Insomma, invece di faticare a costruire il consenso generale tra interessi nazionali o continentali divergenti (c'è “concorrenza e competizione”, in ambito capitalistico), Trump dà voce a quella parte dell'economia Usa che ritiene di poter “competere” meglio se non ci sono regole uguali per tutti, ma tante regole commerciali quanti sono i partner (tutti più deboli, presi singolarmente).

E' la fine del sistema costruito proprio dagli Usa nel corso degli ultimi 70 anni e “sbocciato in tutte le sue potenzialità” con la caduta del Muro, dell'Urss e del “socialismo reale”. I sintomi della crisi erano stati registrati da tutti i sismografi economici fin dal 2007, la domanda era soltanto: dove inizierà a smagliarsi quel tessuto? La old economy statunitense ha selezionato Trump per giocare d'anticipo rispetto ad altri attori, ma per riuscirci ha dovuto segare il rampo su cui l'egemonia degli States era assisa dalla fine della Seconda guerra mondiale.
«Gli organismi multinazionali che ha citato, e aggiungerei anche l’Onu, hanno di certo preso un colpo durissimo con la nuova politica di Trump. Sono organismi nati dalla “pax americana” del Dopoguerra, riflettono una visione dei rapporti internazionali che era soprattutto quella di Washington. Se l’America inverte la rotta, crolla tutto. Come sa, io parlo da anni di un mondo “G-Zero”, privo di una guida. Ecco, quel mondo adesso è qui. E da venerdì è finita anche l’era della “pax americana”».
Del resto, se si legge attentamente lo stesso Bremmer, reduce dall'appuntamento di Davos, il cosiddetto Gotha mondiale che aveva fin qui gestito un lungo periodo di globalizzazione – un modello economico complesso e strutturato, che ha determinato le attuali disparità infernali di ricchezza sul pianeta (8 persone detengono la stessa ricchezza di altri 3,5 miliardi) – non ha più soluzioni per far fronte allo sgretolarsi dell'architettura che aveva messo in piedi.
«Purtroppo è così: le classi dirigenti faticano a capire che il populismo non è, o non è solo, una minaccia, ma è soprattutto il sintomo di un malessere che va affrontato agendo sulle cause. Non ho visto gente disposta a rimettere in discussione in modo radicale le distorsioni del modello di sviluppo degli ultimi anni».
Bremmer non è certamente un marxista, ma ha colto quella che nel nostro linguaggio è una contraddizione insanabile. La vecchia nave-mondo va incontro alla fine, ma coloro che stanno ancora al timone non hanno alcuna intenzione di mollarlo pur non avendo più idea di come tracciare una nuova rotta.

Ma se questa è, crudamente, la situazione, credete davvero che il problema sia stare a fare il tifo per Trump o per i "globalizzatori politically correct" che non sanno più che fare?

Eppure proprio questa realtà suggerirebbe di sperimentare al più presto qualche idea indipendente rispetto a due strade egualmente dirette verso l'esplosione...

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21/11/2016

Trump e la Cina

Uno dei nodi più difficili da sciogliere per Trump è il “dossier Cina”. In primo luogo c’è il capitolo delle relazioni dirette che contempla il problema delle relazioni commerciali: Trump ha promesso il ritorno dell’auto a Detroit e, più in generale, della manifattura in Usa. Si può capire che questo è uno dei capisaldi della sua idea di America, solo che non si vede come sia possibile farlo senza porre un limite alla concorrenza cinese e qui la soluzione a breve è una sola: dazi protezionistici.
Soluzione ovviamente sgradita ai cinesi che scatenerebbero una guerra commerciale. Volendo costringere i cinesi a rivalutare lo yuan, ci provò Obama nel 2009, ma gli andò male (i cinesi risposero subito per le rime, rialzando i loro dazi sui prodotti americani e la guerra finì subito perché Obama capì l’antifona. Il fatto è che i cinesi, da questi punto di vista hanno nelle mani l’arma assoluta, essendo i massimi creditori degli Usa: 1.200 miliardi di dollari su un totale di circa 19.000 miliardi  quindi quasi il 13% (dati Sole 24 ore 25 maggio 2016) e nel 2009 la quota era decisamente maggiore, circa il 20% se la memoria non mi inganna.

Per quanto i cinesi abbiano rallentato l’acquisto di bond Usa, e la situazione sia migliorata, da questo punto di vista, una guerra commerciale con la Cina non è la mossa più consigliabile per Trump, soprattutto in vista della stretta che vorrebbe imporre alla Fed. Se i cinesi rifiutassero di acquistare bond  man mano che essi vengono a scadenza, la situazione finanziaria degli Usa si farebbe grigia, visto che hanno un debito che ha già saturato il mercato ed è facile prevedere che il tetto sarà nuovamente sfondato, per cui ricollocare una quota aggiuntiva non sarebbe semplicissimo, a meno di interessi decisamente più alti. E le banche americane non sono nel momento più brillante (anche se quelle europee stanno messe peggio). Dunque, potrebbe essere una mossa con effetti molto pesanti.

Poi c’è l’aspetto delle relazioni indirette: una guerra economica fra Usa e Cina rialzerebbe di molto il potere contrattuale dei russi da un lato e di Giappone, Vietnam e India dall’altro. Infatti, nei confronti della Russia ancora non capiamo cosa voglia fare Trump e (quasi tramontata la candidatura di Flynn) si capisce poco di cosa voglia fare Giuliani.

Comunque, sarebbe un dialogo con gli Usa in posizione svantaggiosa, nel caso di scontro con la Cina. Per quanto riguarda lo scacchiere asiatico, il conflitto con la Cina costringe a rinsaldare i rapporti con i paesi della cintura intorno ad essa (dal Vietnam al Giappone), tessuta con tanta cura dall’amministrazione Obama. I programmi di disimpegno dovrebbero essere seriamente rivisti, perché il rischio sarebbe quello di consolidare un asse indo-nipponico che va a trattare con la Cina, approfittando del fatto che anche essa sarebbe indotta a fare più concessioni ai suoi vicini per reggere l’urto con gli Usa. E questo metterebbe in moto un effetto domino con ricadute sino alla Turchia, Israele ecc.

Insomma, nel bene o nel male, il difficile e precario asse fra Pechino e Washington è quello che ha retto il Mondo in questi 8 anni di crisi e, anche se parlare di Chimerica o di G2 o di nuovo bipolarismo è stato certamente eccessivo, nel complesso, su questo equilibrio si è basato l’equilibrio mondiale ed una vera guerra commerciale (quella del 2009 fu solo una scaramuccia) metterebbe in discussione tutto. Altro che disimpegno americano. Il che ci porta ad un altro tema: ma, nel 2016, può esistere una America isolazionista? Ma ne parliamo prossimamente.