Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Muri. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Muri. Mostra tutti i post

23/11/2021

Mai giocare con il filo spinato. Lezioni per l’Europa

Mentre il mondo assiste al vergognoso spettacolo della Polonia che ha eretto barriere di filo spinato al confine della Bielorussia, oltre il quale alcune migliaia di migranti chiedono di “entrare in Europa”, altri apprendisti stregoni si inseriscono in questo gioco pericoloso.

Il ministro dell’Interno ucraino ha annunciato che anche l’Ucraina costruirà una barriera di 2.500 chilometri lungo i suoi confini con Bielorussia e Russia per provare a fermare l’afflusso di migranti illegali. Anche se, va detto, al momento nessuno chiede di entrare in Ucraina, anzi dal paese continua lo stillicidio dell’emigrazione di migliaia di ucraini verso “l’altrove”.

La realizzazione del “Muro ucraino” costerebbe oltre 565 milioni di euro. “Costruire una recinzione, una rete e filo spinato, con copertura totale da parte di sistemi di sorveglianza e allarme, lungo tutto il confine, è la decisione più razionale”, ha dichiarato il ministro ucraino Monastyrskiy.

Vogliamo augurarci che l’Unione Europea non metta a disposizione finanziamenti all’Ucraina per questa nuova e fantasiosa aberrazione.

Le autorità di Kiev hanno anche in programma di scavare un fossato largo 4 metri e profondo 2 metri in alcune parti del confine con Russia e Bielorussia e di condurre esercitazioni militari nelle prossime due settimane per prepararsi ad affrontare eventuali tentativi di ingresso illegale da parte dei migranti.

Intervenendo in parlamento il ministro ha poi aggiunto che “Se la vita e la salute delle nostre guardie di frontiera saranno minacciate useremo tutti i mezzi messi a disposizione dalla legge, comprese le armi da fuoco”.

Da bambini ci hanno insegnato a non giocare con il filo spinato perché ci si fa male, ci si taglia e ci si ferisce in modo molto doloroso.

Le dichiarazioni del ministro ucraino contengono inoltre due contraddizioni velenose che meritano di essere segnalate.

La prima è che, dopo aver tuonato per decenni contro la “Cortina di ferro” adesso i paesi che vorrebbero sentirsi europei ne vanno edificando un’altra di filo spinato. Un po' come il Muro di Berlino.

Abbattuto quello con grandi fanfare, pochissimi anni dopo ne hanno edificato uno tra Israele e Palestina e un altro tra Usa e Messico. E senza che le coscienze democratiche e liberali europee sentissero la pesantezza di tale contraddizione.

La seconda è che l’Ucraina si troverebbe a fare i conti con un serio problema. Se vuole mettere il filo spinato al confine con la Russia, lo farà al di qua o al di là dei confini delle Repubbliche indipendentiste del Donbass?

Perché se lo metterà al di qua vuole dire che ha rinunciato a considerarle parte dell’Ucraina e quindi ne legittima una indipendenza che ha sempre negato e contro cui conduce una guerra sporca da anni. Se invece intende metterlo al di là, cioè direttamente al confine con la Russia, dovrebbe scatenare una guerra di invasione vera e propria con tutte le conseguenze che ne potrebbero derivare.

Il New York Times, riferisce che Avril D. Haines, il direttore dell’intelligence statunitense, si è recata questa settimana a Bruxelles per informare gli ambasciatori della NATO su un possibile intervento militare russo in Ucraina. Il viaggio della signora Haines è stato pianificato da tempo e ha riguardato una varietà di questioni, ma le crescenti preoccupazioni sulla Russia vengono considerate tra le minacce a breve termine.

Gli Stati Uniti hanno anche condiviso informazioni con l’Ucraina. E venerdì, il generale Mark A. Milley, presidente del Joint Chiefs of Staff, ha parlato con il tenente generale Valery Zaluzhny, comandante in capo dell’esercito ucraino, per discutere delle “attività relative all’area” della Russia.

Il presunto uso di missili anticarro statunitensi Javelin da parte delle forze ucraine che combattono i separatisti nell’est del paese, sta aumentando la prospettiva di un conflitto in piena regola nella regione devastata dalla guerra, ha avvertito il ministro degli Esteri Russo Lavrov.

“Nelle ultime settimane, abbiamo visto un crescendo di dichiarazioni da parte della leadership ucraina – soprattutto quando si tratta di militari – che è eccessivamente infiammato e pericoloso”. Secondo Lavrov, la retorica bellicosa potrebbe portare a provocazioni sul terreno.

È sempre meglio non giocare con il filo spinato. Ci si fa male, molto male.

Fonte

26/01/2020

New York, l’altra faccia degli USA


Non ero mai stato negli Usa. E ci sono arrivato per vie traverse, per raccontare i miei disegni. Prima al confine e poi al centro.

Il confine per chi ha uno sguardo attento è luogo interessante, di sintesi, perché ti permette di vedere il vestito di una nazione. Come si pone all’esterno, quello che pensa per davvero del fuori, degli altri.

Quello degli Usa è confine prepotente, mobile ed aggressivo che si espande a sud cercando fin da subito di render dura la vita ai poveri che attraversano il sud America per poi arrivare al centro dell’impero. Ma il confine mobile non guarda solo a sud, come un Giano bifronte la guerra ai poveri la fa anche al suo interno.

Dice questo mostro di filo spinato a tutto il mondo che la povertà è colpa, che la solidarietà è un crimine e che l’ingiustizia è un valore.

L’eco della sua voce viene ascoltato e riprodotto anche a migliaia di chilometri, attraversa il Mediterraneo ed il Pacifico per poi recintare la miseria nelle città.

Si nutre dei reietti e li chiude nelle carceri neoliberiste, le élite che dall’alto delle loro torri d’avorio dispensano odio o carità possono dormire sonni tranquilli. Ho cercato di respirare New York, non da turista ma da militante.

Non ho cercato, nelle poche ore che avevo, i musei, i monumenti o le gallerie di arte, niente di tutto questo. Semplicemente ho camminato provando a respirare la città.

Sono partito dalla punta più a Sud di Manhattan da dove si vede la statua della libertà. Poi con calma sono entrato nel rovo di grattacieli dei ricchi che chiudono l’orizzonte e la luce del sole. Ho guardato le loro scarpe costose, visto i prezzi dei loro negozi. Mi sono divertito ad ascoltare il passo frenetico delle donne in carriera ed i loro tacchi che nelle strade suonano come nacchere.

Passo dopo passo li ho lasciati alle spalle tutti quanti, con il sano disprezzo, poi risalendo mi sono addentrato a China Town. Ho guardato le donne cinesi comperare i fiori lungo le strade, e da li sono poi arrivato nel quartiere dove e nato l’hardcore e gli Agnostic Front muovevano i primi passi. Di quella storia non è rimasta gran traccia, se non qualche adesivo e vecchi volantini.

New York è fatta di quadrati, ma è una città che muta forma e composizione sociale nel tempo come si fa con il cubo di Rubik. Ho percorso la 125º strada e poi la Malcolm X boulevard, tra centinaia di tossici anziani, malati mentali e disperati. Neri. Poveri. Senza welfare che camminano lenti come il tampone della spada che spingono per mettersi il veleno nelle vene.

A una decina di miglia dalla città dei ricchi incontro gli infetti della miseria. Quella che spaventa la classe media americana, esorcizzata splendidamente dai film di Romero. Morti viventi, questi sono i poveri nella società dove se non consumi non esisti.

King Kong è morto da un pezzo, ed il Black Panthers Party non esiste più. Ma come la storia ci insegna nulla è immutabile. Vittoria agli oppressi. Vittoria agli oppressi.

Questa foto fa parte di una istallazione di pannelli messi sul muro della cattedrale St. John the Divine, per denunciare la politica del confine americano.

Fonte

25/02/2019

Compatibili, incompatibili e scartati. Il muro numero 78 è nel Sahel

Quando quello di Berlino cadeva a pezzi, per i collezionisti erano giusto 15. Alla fine della seconda guerra mondiale i muri recensiti erano appena 7. Dal 1989 ai nostri giorni i muri ufficiali sono, secondo la geografa Elisabeth Vallet, almeno 77. Un numero già surclassato in conseguenza dei prossimi avvenimenti nelle geopolitiche mondiali. Quello di Trump, ai confini del Messico, non è che l’epilogo di una lunga storia iniziata prima di lui.

I muri sono simboli che organizzano a loro maniera il tipo di mondo che si vorrebbe abitare. Compatibili, incompatibili e soprattutto scartati. A questo serve l’edificazione dei muri i cui mattoni sono aggiunti da volenterosi operatori di divisioni di classi e di mondi. I materiali da costruzione dei muri sono i più disparati e rispecchiano insieme continuità e innovazione. Da muri elettronici con sensori a quelli di filo spinato, ormai un classico da manuale, al cemento, alla sabbia, al mare, al cartone e alle parole.

Questi materiali e altri più o meno nobili sono all’opera per congiungere fantasia e spietatezza al messaggio che si vuole veicolare a cittadini impauriti da mezzi di comunicazione assoldati dal potere. Sono passati quarant’anni dal celebre pezzo eseguito dai Pink Floyd, ‘Another Brick in The Wall’, un altro mattone nel muro. Quarant’anni di esseri umani scartati perché incompatibili col mondo che verrà.

Di quello di Berlino si è detto sopra. Rubato e portato via a pezzi dipinti è diventato il pegno dell’unione delle due Germanie nell’anno seguente, il 1990. La Guerra Fredda terminata sembrava che anche i muri diventassero come la ‘Grande Muraglia’ cinese. Reperti turistici e inutili cimiteri delle dinastie che si sono succedute nell’Impero di Mezzo. Quanto al muro di Trump non è che l’edizione, rivista e allungata, di quanto i suoi predecessori hanno iniziato fin dal 1990 con George Bush padre.

Tra India, Pakistan e Bangladesh ci sono centinaia di chilometri di filo spinato contro l’immigrazione e per ragioni di sicurezza di stato. Quanto a Israele, terra promessa per qualcuno e disperazione per altri, ha giustificato una serie di muri per la propria incolumità. Palestinesi e punti d’acqua da un lato e divieto di transito di migranti nel deserto del Sinai dall’altro.

A Belfast, nell’Irland del Nord, il muro della pace separa cattolici e protestanti, unionisti e repubblicani, storie e tradizioni incompatibili. In Finlandia centinaia di kilometri di filo spinato impediscono la migrazione delle renne verso un altro regime politico. In Francia è a Calais che un muro protegge l’accesso al tunnel che congiunge il Continente con il Regno Unito.

Il Marocco offre alla storia un vallo lungo centinaia di chilometri con milioni di mine come segno di appropriazione di una parte del Sahara Occidentale. E la Spagna ha edificato barriere di muri e reti a protezione della sua sovranità su Ceuta e Melilla, entrambe in territorio marocchino. L’Arabia Saudita ha costruito centinaia di chilometri di muro al confine con l’Irak e nell’isola di Cipro un muro separa il possedimento turco e quello greco. Tutti tra loro incompatibili fino a formare un labirinto di chiodi.

Il muro numero 78 abbiamo il privilegio di possederlo nel Sahel. Invisibile e reale pedina come un’ombra coloro che rifiutano di essere buttati tra gli scarti. Incompatibili col sistema di rapina del futuro e ostili ai crimini contro la storia si avventurano, come esodanti, sui confini armati del deserto che ne cancella le impronte. Un muro che si muove mano a mano che i migranti avanzano verso la terra altra, fino a costituire un mondo di esclusione.

I ‘compatibili’ si trovano per buona sorte dall’altra sponda, resi docili, come scrisse Etienne de la Boétie nel lontano 1576, da una vera e propria schiavitù volontaria. Dello stesso muro numero 78 sono parte integrante le armi, i gruppi di mercenari e i grandi commercianti di droga che prosperano nel Sahel con l’avallo dei politici. L’incompatibilità dell’integrazione nel mondo così concepito, trasforma soggetti liberi in scarti potenziali, per i quali si drizzano i muri mobili dei respingimenti al mittente via mare.

Senza dare nell’occhio gli incompatibili in seguito scartati, scavano tunnel, gallerie, cunicoli e sentieri sotterranei da dove, irregolare, passa il mondo nuovo.

Niamey, febbraio 2019

Fonte

10/07/2017

La mattina che caddero i muri


Era di domenica mattina. E quando gli occhi si risvegliarono i muri non c’erano più. Occupanti, stranieri e comuni cittadini di periferia infine videro. Il muro negli occhi era crollato d’improvviso, senza rumore e senza testimoni. Una caduta repentina, non preparata o sperata. Il merito era tutto loro. Gli occhi dei bambini verniciati di fresco dalla vita. Appena nati e già vedenti dell’altro mondo fin dal seno materno. La prima frontiera della vita è fatta di sottile e forte pelle di donna. Vedevano e sentivano i colori del mondo che non osavano immaginare. Una volta usciti dalla prima porta della vita hanno visto e capito tutte le storie. E fu allora che si misero d’accordo per abolire i muri che coprivano l’orizzonte con vista sul mare. I muri erano nascosti negli occhi e nessuno se n’era accorto prima. Fino a quel giorno si viveva come fossero parte del mondo e nella natura delle cose. Era di domenica mattina quando le recinzioni erano state cancellate.

Si fece più tardi un silenzio di circa mezz’ora. Le parole dei muri furono inghiottite subito dopo. I muri di parole costruiti fin dall’inizio del mondo. Le parole di sassi, di sangue e di fili spinati. Le parole vendute, imprestate e circondate. Le parole taglienti e quelle imparate a memoria. Le parole dimenticate e quelle cadute in strada senza passanti a raccoglierle. Le parole fanno i muri di cartone e scavano trincee quando lasciate sole a difendere i potenti. Furono i poveri e il loro silenzio che demolirono le parole dei muri. Un silenzio durato circa mezzora e custodito per tutta la settimana nelle mani di un mendicante. Il silenzio fece crollare il muro delle parole mercanti e menzognere. Il silenzio degli sconfitti dei mercati e degli accordi commerciali. Il silenzio della terra violata dal nulla. Il muro di parole era caduto come un castello di carte da gioco d’azzardo. E il silenzio, cominciò, senza fretta, a seminare parole nuove.

Il giorno che caddero i muri era un giorno qualunque della settimana. Sembrava che tutto dovesse continuare come prima, come sempre, come stava scritto sui libri sacri. Perfino Dio sembrava essersi rassegnato a quel destino. Guerre di politica e di religione dove Lui era preso come ostaggio dai comandanti della finanza e delle armate. I condottieri avevano usato il suo nome e per lui avevano combattuto le battaglie senza mai vincerle.

Di sconfitta in sconfitta si domandava come uscirne senza tradire quanto aveva lui stesso promesso. I muri volevano difenderlo, proteggerlo e renderlo inoffensivo. Il giorno che caddero i muri coincise con la scelta di confondersi con un gruppo di rifugiati che scappavano a causa di lui. In mezzo a loro si era accorto che tutto era molto più facile di quanto avesse pensato. Mettersi a fuggire e passare la notte sotto le stelle. Anche per lui erano una novità, viste dal basso erano tutta un’altra cosa.

Gli ultimi a cadere erano stati quelli di sabbia. I muri più tenaci perché troppo simili a quelli del mare. Non avrebbero mai creduto che fosse possibile. Sabbia e mare sembravano costituire la stessa barriera. Muri d’acqua e di sabbia mescolata di vento e sale. C’era bisogno di loro, insopportabili e detestati dai costruttori di muri. Nati altrove e senza particolari qualità e talenti. Solo li muoveva il sogno impossibile di una cartina geografica dove i colori erano messi a caso e cambiati ogni sera. Si erano messi coi piedi nella sabbia e abbandonandosi al mare più lontano dalla costa. Non c’erano sentieri tracciati o rotte anticipate da impugnare. I muri cadevano uno dopo l‘altro mentre avanzavano dandosi la mano. Alla loro vista anche i muri più armati erano costretti a fuggire per trasformarsi in una piazza aperta davanti al mare. Al molo i figli dei nuovi arrivati offrivano pezzi di pane secco ai pesci.

Niamey, Luglio 017

Fonte

24/05/2017

Perché nulla vada perduto dell’antifascismo


Dino Giacosa antifascista e partigiano. L’attento lavoro di Vittoria Grimaldi e Adriana Valabrega.

Si è concluso ieri il Salone del Libro di Torino. Una lunga kermesse durata parecchi giorni, con una miriade di libri, presentazioni, eventi. A me, piace ricordare e parlare qui dell’ultimo evento tenutosi al Salone 2017, ultimo in ordine cronologico, ma – per il mio modesto personale interesse – il primo. Alle ore 18,00 di ieri, nell’ambito del programma degli eventi degli editori indipendenti del Piemonte organizzati da Prontolibri al Salone del Libro di Torino 2017, c’è stato: Perché nulla vada perduto, con gli interventi di Vittoria Grimaldi e Adriana Valabrega.

Si parlava di Dino Giacosa, antifascista e partigiano, partendo da due opere che lo riguardano e delle quali erano appunto presenti le autrici, Vittoria Grimaldi* e Adriana Valabrega**.

“Perché… nulla vada perduto: Dino Giacosa, una vita per la libertà e la giustizia”, di Vittoria Grimaldi. Paola Caramella Editrice, Torino, 2009.

“M.U.R.I. 1938. Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano” di Adriana Valabrega, Feltrinelli, 2013.

Le autrici Adriana Valabrega (a sinistra) e Vittoria Grimaldi (a destra) con il magistrato Antonio Osnato.

La storia narrata dalle due opere, la storia di Dino Giacosa e del MURI, sono un pezzo importante delle storia antifascista e partigiana del Piemonte e dell’Italia. Il risultato di questa attenta ricostruzione viene brevemente riassunto qui di seguito. Chi scrive ha imparato molto, e ringrazia le due autrici. Nulla deve andare perduto, dell’antifascismo.

Dino Giacosa, avvocato, antifascista e partigiano, è stato una delle figure più importanti dell’antifascismo italiano. Nato a Torino nel 1916, si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza di Torino. Completa gli studi laureandosi nel 1939 a Genova, città dove ha dovuto trasferirsi per motivi di lavoro (è segretario di direzione presso l’Enpi, Ente nazionale prevenzione infortuni ligure). Fervente antifascista, nel 1938 fonda con Luigi Passadore e Franco Valabrega il Movimento unitario rinnovamento italiano (Muri), gruppo cospirativo clandestino operante fra Piemonte e Liguria. Giacosa si trasferì immediatamente dopo a Milano, lavorando alla locale sede Enpi. L’attività del MURI fu scoperta dalla Polizia segreta fascista, l’OVRA, nel 1940. Giacosa fu arrestato e deferito, con una trentina di suoi compagni, al Tribunale speciale che, nel 1940, lo assegnò al confino nell’isola di Ventotene. Dopo due anni, l’avvocato riuscì a sottrarsi alla sanzione e a raggiungere, nel Cuneese, il gruppo di antifascisti capeggiato da Duccio Galimberti. Giacosa lavora presso lo studio legale di Galimberti, con il quale stringe una forte amicizia e una solida collaborazione nell’organizzare l’attività antifascista nel Cuneese. Dopo l’8 settembre 1943, presso Valdieri, in località Madonna del Colletto insieme a Galimberti e a Dante Livio Bianco è fra gli organizzatori della banda partigiana “Italia libera”, con la quale ben presto si sposta tra la valle Stura e Grana, in località Paralupo.

Allontanatosi dal gruppo in seguito a divergenze, si sposta in Valle Pesio, ove nel febbraio 1944 entra in contatto con la formazione autonoma “Valle Pesio” comandata da Piero Cosa, poi confluita nel Gruppo Divisioni Autonome Rinnovamento, che contribuisce a riorganizzare diventandone commissario politico. Dà vita al Gruppo unitario di rinnovamento nazionale (GURN), organizzazione foriera di un progetto di rinnovamento politico-istituzionale da affiancare alla lotta militare, e al Servizio X, struttura segreta con mansioni di reclutamento, informazione e collegamento. Nel dopoguerra l’avvocato Giacosa si è impegnato nella propaganda politica repubblicana e federalista. Nel 1947, con prefazione di Ferruccio Parri, è uscito un suo volumetto dal titolo Tesi partigiana: considerazioni sommarie sui principi che governano la condotta della guerra partigiana in Italia. Brillante avvocato, muore a Cuneo nel 1999. Vittoria Grimaldi ha pubblicato Perché nulla vada perduto; Dino Giacosa: una vita per la libertà e la giustizia, per la prima volta nel 2000, riscoprendo ed analizzando la storia e la figura di Giacosa.

Il movimento di pensiero e d’azione MURI (Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano) fu un movimento antifascista, democratico, repubblicano antimonarchico, liberalprogressista secondo gli insegnamenti di Mazzini, Gobetti e dei fratelli Rosselli. Il suo primo nucleo risale al 1937 con il significato di movimento unitario di ricostruzione italiana. Fu fondato nel 1938 da Dino Giacosa e Franco Valabrega di Torino insieme a Luigi Passadore di Genova e Alberto Cassin di Busca, era contrario alla dittatura fascista e alle leggi razziali antisemite del 1938. Dino Giacosa (Torino, 11/07/1916 – 28/6/1999) combatté con Duccio Galimberti nella “Banda Italia Libera” di Madonna del Colletto, e successivamente a Val Pesio; Franco Valabrega (Torino, 11/8/1916 – 23/8/1980) combatté come vicecommissario partigiano nell’XI Brigata Garibaldi in Val di Lanzo insieme a Gianni Dolino; Luigi Passadore (Genova, 6/7/1917) dottore in legge; Alberto Cassin (Busca (CN), 3/2/1916 – Auschwitz inverno 1944) dottore in chimica, impiegato. Il MURI nasce come organizzazione clandestina antifascista e si forma inizialmente a Genova, città in cui Giacosa lavora e studia.

A Torino la diffusione avviene grazie alla collaborazione di Franco Valabrega ed in poco tempo il Muri si allarga formalmente ad Alessandria, Asti, Novara, Chivasso, Savona, Milano, Lissone, Verona, Brescia, Treviglio, Firenze, Livorno, Bologna, Roma, Napoli e Bari. Nella primavera del 1940 il vertice dell’organizzazione fu arrestato dalla polizia e deferito al Tribunale speciale per la difesa dello Stato che lo prosciolse in istruttoria, passando i casi alla Commissione per il confino che inviò numerosi aderenti, fra cui lo stesso Giacosa, al domicilio coatto.

L’8 settembre 1943, Giacosa era a Cuneo, lavorava presso lo studio Galimberti. Aderì immediatamente alla lotta armata e, dopo un breve passaggio alla banda Italia libera di Madonna del Colletto, nel febbraio 1944, si unì alla banda di Valle Pesio del capitano Piero Cosa, ponendo così le basi delle Formazioni autonome Rinnovamento. Il Muri, formato da antifascisti di Torino, Milano, Genova, Firenze, Roma e altre città italiane, era organizzato a catena, e ogni murino conosceva solo due persone associate con le quali poteva comunicare tramite parole-chiave tenute segrete.

L’attività antifascista coinvolgeva giovani e meno giovani di tutte le classi sociali, studenti, avvocati, piccoli industriali, insegnanti, artigiani, commercianti, religiosi e liberi pensatori, cristiani, ebrei, valdesi, per organizzare azioni di sabotaggio e attivare un’azione educativa sulla popolazione, in nome della libertà, dell’uguaglianza e della giustizia, anche tramite volantini che contenevano i principi della lotta antifascista: contro il regime, contro la censura, contro le imposizioni antilibertarie, il razzismo, la violenza dei fascisti, e contro il re Vittorio Emanuele III che non sapeva imporsi per rendere l’Italia libera e unita. I murini – come accennato sopra – vennero scoperti a causa di infiltrati e spie fasciste dell’OVRA, e condannati al carcere e al confino, nel giugno 1940.

Gli ideali morali e politici di resistenza al fascismo e al totalitarismo da parte degli associati al Muri ne fecero un movimento politico unitario democratico e repubblicano, e furono le linee guida di molti partigiani che continuarono dopo l’8 settembre 1943 la lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca combattendo nelle diverse formazioni soprattutto GL, garibaldine, o autonome “Rinnovamento”, in Piemonte, ma anche in Liguria e in Lombardia.

Gli ideali di uguaglianza, libertà e giustizia, espressi nel Decalogo del giusto, il manifesto dei murini, dovevano essere realizzati in uno spazio storico di libertà internazionale ed europea come avevano insegnato Giuseppe Mazzini nella Giovane Europa (1834) e Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene (1941). Terminata l’emergenza bellica, il Muri rinacque in veste ufficiale schierandosi in posizione di centro, fra i movimenti indipendenti, dandosi un assetto improntato alle normali regole democratiche. Era diretto da una Presidenza e da un Comitato, disponeva di una serie di uffici centrali (sede principale a Torino), di sezioni (Piemonte, Liguria, Toscana e Calabria); ebbe, nel primo periodo successivo alla fine della seconda guerra mondiale, un suo giornale politico chiamato Movimento. Il giornale era un settimanale, redatto a Genova. Il Muri pare terminare la sua attività nella tarda estate del 1946 dopo un periodo di crisi.

* Vittoria Grimaldi, docente, storica e poetessa torinese, si è orientata verso la psicologia di Lacan, per dedicarsi alla prassi psicanalitica sia nel rapporto di coppia sia nella terapia di gruppo, esperienze che hanno contribuito in larga misura allo sviluppo del suo pensiero teorico e alla ricerca del vero nel concreto delle vicende umane. Docente presso il Liceo Scientifico “Galileo Ferraris” di Torino in storia e filosofia, èutrice di un’opera storica su Dino Giacosa, figura di spicco della resistenza cuneese (Perché nulla vada perduto), ha scritto un racconto autobiografico, Icaro, e il saggio filosofico Verità del mito e mito della verità. Per la narrativa si ricordano I sentieri del desiderio (2009) e Il cerchio imperfetto (2011). Nel 2016 è vincitrice della XIII edizione del Premio Letterario dedicato a Michele Ginotta, a Cavour (Torino).

**Adriana Valabrega torinese di nascita, si è laureata in filosofia presso l’Università di Torino con una tesi sul filosofo ebreo Martin Buber. Insegna da molti anni al liceo classico Cesare Beccaria di Milano. Prima di “Come arabeschi di melograni” (2016) ha pubblicato altre raccolte di poesie presso la casa editrice Paola Caramella di Torino: “Acrobata sul filo del tempo” (2009), “Oltre la vetrata trasparente” (2011), “Alberi che volano” (2014). E’ autrice dell’opera storica M.U.R.I. 1938 (2013) dedicata al Movimento Unitario di Rinnovamento Italiano, associazione antifascista fondata fin dal 1938 da Dino Giacosa, Franco Valabrega e Luigi Passadore. Quest’opera affronta anche il tema tragico delle persecuzioni contro gli ebrei subite dalla famiglia paterna, dal nonno Giacobbe Enrico, giornalista e scrittore di poesie in piemontese, tra i fondatori del Circolo della Stampa di Torino.

Fonte

24/03/2017

Ancora sul muro. Questa volta di Berlino

Proseguono gli interventi sul tema dei muri. Oggi molto volentieri vi propongo questo pezzo di Paolo Rabissi della Società di Psicoanalisi Critica.
 A.G.
Il muro di Berlino e il Caos


Del muro di Berlino è rimasto un pezzo lungo un chilometro e qualcosa. Costeggia lo Spree. Il territorio tra il muro e l’altra sponda del fiume era considerata zona neutra, chi cercava di attraversarla difficilmente sfuggiva alle mitragliatrici della DDR e veniva giustiziato sul posto. Dieter lo sciancato che ricordo in Inverno a Colonia era scappato per un’altra strada, nascosto dentro la fusoliera di un piccolo aereo. Rivedendo oggi il muro mi è tornato in mente, per la prima volta mi sono posto il problema se Dieter vive ancora nella Germania unificata. Oggi dovrebbe avere più o meno settant’anni come me, senza incidenti di percorso è realistico pensarlo vivo. Ma l’italiano non lo conosceva e quindi difficilmente può aver intercettato il mio blog (che altri seguono in Germania). Parlava un inglese maccheronico mentre oggi i tedeschi, quando si accorgono che sei straniero, per risponderti mettono automaticamente il disco inglese che è come una seconda lingua materna per loro che lo studiano dalle elementari, se poi vedono che non capisci allora si bloccano e chiedono aiuto increduli. Dieter non parlò mai della sua avventura, preferiva chiedermi in continuazione appena mi vedeva che cosa avrei fatto se fossi entrato in possesso di un milione di dollari!

Il muro rimasto è un’opera d’arte en plain air per via dei murales che lo ricoprono interamente. Ne esci come puoi uscire dal museo Bergruen dopo aver visto un centinaio di Picasso e altrettanti Klee. Sbalordisci e ti affatichi un po’ di più perché devi fare i conti con il cielo vastissimo e mobile di nuvole che mutano la luce e tu devi registrare lo sguardo dopo ogni click della tua macchinetta. Le due facciate del muro sono dipinte e disegnate secondo l’estro in murales brevi o lunghi. L’omogeneità delle opere è data ovviamente dal tema, interpretato in un paio di centinaia di pezzi dagli artisti di cui molti famosi, ma soprattutto dal tipo di colorazione acida delle bombolette a gas.

C’è una riflessione cui ti costringe involontariamente una bacheca posta all’inizio e alla fine del muro. Essa avverte che mentre i murales della facciata esposta a Est, il territorio riconquistato, è quello riconosciuto ufficialmente di valore, nel quale cioè si sono impegnati artisti di nome, quella esposta a Occidente con i murales di autori ignoti è ritenuta di natura ‘selvaggia’. Si tratta di un paradosso involontario. E’ come se si fossero invertite le parti. A Est, che un tempo era occupato dai barbari, l’Occidente espone la sua arte con i suoi modi coinvolgenti, le sue linee informali ma dirette a un senso, la bellezza di composizioni ammirevoli per genialità. A Ovest l’Occidente espone la serie B e C, opere dei giovanissimi, che curvano lo spray al momento giusto per disegnare un cerchio quasi perfetto ma poi la direzione deraglia da qualsiasi senso. E’ difficile cogliere in quei murales emozioni e significati. Se ci sono, sono rimasti in un cantuccio della testa dell’autore tanto che finisci col pensare che la prima è vera Arte e la seconda è solo Caos. Salvo poi non poter fare a meno di considerare che l’ordine dell’Occidente contiene una quantità considerevole di caos, quella che attualmente si manifesta nella crisi delle democrazie europee, nella crisi della globalizzazione capitalistica, nella insolvenza drammatica del pensiero unico e della sua pratica. Forse i giovani della facciata Ovest sono nel Caos ma forse stanno cercando una via d’uscita dal Caos dell’Occidente.

I benpensanti ovviamente tengono all’ordine della prima facciata. Essa contiene una sicura quantità di razionalità che garantisce, almeno a loro, la sopravvivenza. Se tutti i soggetti politici e culturali si acconciassero a razionalizzare al meglio strutture mentali e pratiche, se si adattassero con professionalità alle necessità pragmatiche del mercato tutti starebbero meglio e in ultima analisi non ci sarebbe un’Arte di serie B. Non si rendono conto, o non vogliono farlo il che è più verosimile, che esprimono in maniera plateale le conseguenze di un‘utopia. Oggi è finalmente evidente che anche l’Occidente, che sbandiera a gran voce le proprie libertà, è animato da un’utopia gigantesca: il re è nudo e tutti quelli che hanno passato gli ultimi decenni a denunciare i mali delle ideologie, che ovviamente stavano solo a sinistra, dovrebbero avere il coraggio di affermare che quello era il modo per mascherare l’utopia del pensiero unico che stava di casa da sempre di qua dal muro. Il che dimostra tra l’altro che l’umanità senza sogni e utopie non varca nemmeno le porte di case di lusso e non solo quelle delle favelas o dei centri sociali. L’utopia del liberismo e del suo attestarsi come pensiero unico è appunto quella di ritenere che, con un pizzico di razionalità in più, questo sistema può evitare il Caos al quale il grosso dell’umanità sarebbe affezionata. Un’utopia rischiosa di questi tempi. Ma tant’è, tutti i suoi sostenitori sono profondamente convinti che non si tratta di utopia ma dell’unico mondo possibile, una realtà cioè oggettiva e inconfutabile. Non sanno, non accettano, che la loro è solo un’opinione, una interpretazione soggettiva, un’ipotesi di lavoro che ha funzionato per un po’ ma che non funziona più.

Ho lasciato il muro dipinto con questo fardello. Il ponte più bello di Berlino, l’Oberbaumbrucke, ha accolto me e Adriana sotto le sue arcate in una piccola friggitoria gestita da tre giovani che friggevano patate e cotolette di maiale davanti a te. Alle pareti tanti manifesti di gruppi rock e jazz. Noi eravamo proprio gli anziani, qualcuno ci ha guardato incuriosito. Tutti giovanissimi, birretta in mano, teller di patatine fritte, tutte e tutti convinti della propria gioventù e del proprio diritto a godersela. Una pausa ristoratrice.

Fonte

12/03/2017

La migrazione annunciata delle Colonne d’Ercole


Sono scomparse senza lasciare traccia. Dopo aver nutrito l’immaginario dei navigatori e dei poeti per secoli sono state inghiottite dalla storia di questi ultimi decenni. Le Colonne d’Ercole, barriera e limite insuperabile del mondo conosciuto. Simbolo mitico dell’occidente. Identificate con lo stretto di Gibilterra o altrove nel Mare Mediterraneo, le Colonne si sono nel frattempo delocalizzate. Sono state globalizzate e poi adattate alle grandi trasformazioni della politica europea. Sono Colonne che assomigliano a reti metalliche adattabili alle circostanze e alle esigenze del controllo senza frontiere dell’umana mobilità. Torri di guardia e sofisticati sistemi di intercettazione di umani che cercano di attraversare su una passerella il grande abisso che separa i continenti. I mostri del mare e il Leviatano che si diverte tra le torri gemelle.

Per non scomparire senza lasciare traccia sono i Lazzaro dell’omonima parabola che arrivano al soccorso di un continente alla deriva. Le Colonne d’Ercole, baluardo dell’altro mondo, si sono spostate altrove, anzi sono state deliberatamente affondate nel mare. Nel luogo dove si va costruendo una Città Sommersa, lontana e vicina insieme, dei naufraghi della divisione del mondo. Le guardie di frontiera domandano i documenti agli affondati dello sviluppo ineguale dell’economia mercantile. Le Colonne d’Ercole sono davanti all’ingresso della porta principale della città sommersa. Inghiottite dal Mediterraneo dei campi di identificazione, detenzione ed espulsione. Testimoni silenziose, le Colonne, con tagliando d’ingresso gratuito e numerato. L’Odissea si scava oggi tra le onde del mare di sabbia del Sahel.

Sono scomparse dalle cartine geografiche senza lasciare traccia. Le Colonne d’Ercole si trovano non lontano dal canale di Sicilia e segnalano il continente sommerso. Atlantide è nella realtà una Città Sommersa dove si germina la civilizzazione del futuro. Ulisse si è avventurato nel mare come fanno i migranti che hanno dimenticato il nome dell’isola di partenza. Le Colonne d’Ercole hanno messo i fiori perché la primavera si avvicina e i bambini hanno steso tra le due una corda per l’altalena. Partiti loro sono le donne che, dopo aver fatto il bucato, mettono a stendere i panni sott’acqua per non farli asciugare. Colonne mobili che non spaventano più i naviganti e neppure i teologi che temevano per il cielo. Sono proprio le Colonne che lo reggono, e sulla loro sommità si intravvedono le antenne paraboliche da dove sbarcano notizie.

Sono scomparse nella bruma del mattino senza lasciare traccia. Le Colonne d’Ercole indicano che i confini si sono spostati. Ogni migrante è la sua frontiera mobile che passa le Colonne d’Ercole delle polizie e dei campi di detenzione immaginati per rinchiudere la storia tra mura e reticolati. Sono invece diventate una porta d’accesso per il museo del mare che rimane aperto anche la domenica. Sono un’attrazione turistica per i viaggiatori di ogni tipo. Per primi passano gli irregolari e poi mano a mano gli altri. I passaporti sono sconsigliati specie se timbrati alla frontiera di arrivo. Giurano di aver visto le Colonne d’Ercole salpare da un mare all’altro e da un confine all’altro. Non fanno più soggezione e gli innamorati vi incidono sopra i loro nomi perduti o dimenticati a forma di cuore. I credenti appendono alle Colonne i loro ‘ex-voto’ e i marinai di passaggio vi accendono il cero per l’ultima promessa che Dio non ha mantenuto.

Niamey, marzo 017

Fonte

09/03/2017

Ancora sul muro: risposte e approfondimenti

A quanto pare, il pezzo sul muro ha ottenuto molta attenzione da parte dei lettori di questo blog, almeno a giudicare dai 67 commenti (più altri seguiti nei pezzi successivi, diversi dei quali come repliche, va detto) che sinora sono giunti ed anche dal loro tono in genere poco propenso al dialogo, ma secco, assertivo nella maggior parte dei casi e sia dall’una che dall’altra parte della barricata.
 
Altri 38 interventi ci sono stati per il pezzo di Adriano Voltolin e con toni analogamente di parte. Non mi meraviglia: quello dell’immigrazione è uno dei temi che accende subito il dibattito perché sollecita corde molto intime.

Dunque è il caso di parlarne ancora e devo ringraziare non tanto quelli che hanno concordato con le mie tesi, quanto quelli che le hanno contraddette, offrendo un ottimo campionario su cui ragionare.

Una parte dei lettori non ha nascosto la sua antipatia per la psicologia (nello specifico la psicanalisi) ritenuta in quanto tale una scienza da ciarlatani, usata solo per zittire gli interlocutori ed avallare le tesi più disoneste. Non siamo alle scie chimiche ed alle campagne contro le vaccinazioni ma siamo molto vicini.

Ma, insomma, cari amici, in tutte le università del Mondo ci sono cattedre, facoltà, dipartimenti di psicologia e psichiatria, in tutti gli ospedali del Mondo (almeno quello occidentale) ci sono psichiatri e psicologi (e fra essi psicanalisti), ci sono intere biblioteche di queste scienze basate su una pratica clinica di molte decine di milioni di casi, con esiti frequentemente positivi, e voi mi venite a mettere in dubbio che si tratti di una scienza? Certo non è una scienza esatta, come peraltro ogni disciplina umanistica, e le “guarigioni” sono spesso imperfette, ma questo non significa che non abbia una sua verificabilità scientifica.

Certo: l’uomo ha creduto per secoli nell’astrologia, nelle scienze occulte come l’antroposofia (e lasciamo da parte la religione), salvo poi accorgersi che si trattava di credenze senza fondamento ed in assoluto non possiamo escludere che in un futuro più o meno lontano, proprio lo sviluppo del pensiero scientifico possa demolire gran parte dei presupposti di queste scienze, ma fino a quando questo non succede, non diciamo troppe fesserie. Il che non vuol dire che io non possa aver fatto errori ed applicato male queste discipline, ma allora entriamo nel merito e mi si dimostri dove e come ho detto sciocchezze, però teniamoci su un piano un po’ superiore a quello del bar dello sport.

Ed anche di quello di tanti storici d’accademia incartapecoriti che storcono il naso quando un loro collega usa anche questi strumenti per capire i processi storici (ed il bar dell’Università, credetemi, non è sempre meglio di quello dello sport).

Il guaio è che, anche se psicologia e psicanalisi fossero scienze esatte come la matematica, non farebbe differenza, perché questo atteggiamento a decidere soggettivamente e su un piano puramente impressionistico sull’affidabilità delle scienze ha ormai invaso gli ultimi venti anni (complice l’uso sconsiderato di internet). Questa vulgata antiscientista è il prezzo che paghiamo per quella scientista che ci ha accompagnato per oltre un secolo. Però, un consiglio: ogni tanto, un libro di psicologia leggetelo, non fa male e non si pagano tasse in più.

Questo, naturalmente, non esclude che possa esserci, ed in molti casi, ci sia un abuso della psicologia per ridurre i problemi sociali ed il dibattito politico ad una dimensione puramente medica, per cui il dissidente è il malato. Verissimo, ma, come dicevano alcuni di un po’ di anni fa, abusus non tollit usum. Non è per questo che la psicologia non sia una scienza e non sia utile anche sul piano sociale, oltre che individuale. Si tratta di comprendere (senza abusarne) le motivazioni pre razionali o anche irrazionali di alcuni comportamenti umani, dato che non tutti i comportamenti dell’uomo dipendono da scelte razionali e coscienti (mi pare che su questo si possa essere d’accordo).

Entrando nel merito devo notare come diversi interventi sono andati sul tema collaterale e non su quello del pezzo: l’articolo non intendeva discutere della auspicabilità dell’immigrazione di massa e tantomeno sostenere una posizione del tipo “sinite gentes venire ad me” ma più semplicemente:

a) verificare sul piano dell’esperienza empirica l’efficacia dei muri di barriera nell’arginare l’arrivo di masse di immigrati e profughi;

b) una volta dimostrata l’inefficacia di questo metodo, verificare su cosa si basi l’alto consenso verso questo tipo di “rimedio” se da mancanza di informazione o da atteggiamenti irrazionali che vanno spiegati.

L’excursus storico sui grandi esempi di opere militari (dal Vallo Adriano alla linea Sigfried) era funzionale a ricostruire una casistica da cui ricavare un indice di successo di questa metodologia e l’esame storico dà risultati regolarmente negativi sul piano dei rapporti costi/benefici.

Costi non solo economici ma anche di tipo strategico, come la tendenza a sviluppare strategie di tipo statico. E qui occorre fare una digressione: quando parlo di Muri non intendo una qualsiasi barriera di mattoni, come ad esempio quelle di castelli e mura cittadine che sono cose palesemente diverse dal Vallo e qui tocca dire cose addirittura banali. Le mura cittadine o di castelli sono mura di cinta che descrivono una linea chiusa intorno ad un luogo relativamente circoscritto (la città o lo spazio del castello) ed hanno una estensione al massimo di qualche Km nel caso delle città, mentre il Muro confinario, il Vallo, ha le caratteristiche di un’opera lineare che si stende per decine e talvolta centinaia di chilometri, ed intende proteggere un territorio molto più vasto.

Ne consegue che, nel caso del muro confinario, il costo dell’opera è decisamente maggiore sia per l’edificazione sia per la sorveglianza (un castello o le mura di una città possono essere vegliate da qualche decina di sentinelle, mentre un Vallo di decine di chilometri ne richiede parecchie centinaia se non migliaia), inoltre sono più facilmente difendibili perché, pur essendo sfondabili o scalabili, non sono aggirabili, per il loro carattere chiuso. Le mura di cinta hanno il problema degli approvvigionamenti in caso di assedio, problema che non si pone nel caso del Vallo, ma sono meno “sfondabili”, dato che i difensori debbono agire su un perimetro molto più modesto, mentre il Vallo, nonostante il gran numero di difensori, presenta sempre il pericolo che il nemico sfondi in un punto meno resistente o meno vigilato.

Soprattutto, il difensore assediato può sempre sperare nel soccorso di forze amiche, mentre questo è meno probabile nel caso di un Vallo che impegna già ingenti forze militari. E questo impone strategie meno mobili e, perciò stesso, meno efficaci. L’esempio storico più rilevante è il passaggio dell’Impero Romano dal sistema antoniniano, basato su massicce legioni a breve distanza dai confini, al sistema dioclezianeo (metà del terzo secolo), basato sulla “difesa in profondità”: lunghe fortificazioni al confine e forti legioni in posizione arretrata, che potessero spostarsi verso nemici eventualmente penetrati. Questa soluzione ovviamente non prevedeva una “difesa avanzata” e si limitava al contrasto contro un nemico già penetrato e, pertanto aveva un carattere molto più statico e costoso, per cui il rapporto costi/benefici era negativo. Di fatto il modello dioclezianeo fu quello meno efficiente se confrontato con quello giulio-claudio e quello antoniniano che lo avevano preceduto.

Sin qui il confronto fra le mura di cinta (che ebbero un loro relativo successo, come difesa militare) e quelle dei Valli, mentre del confronto con le mura di casa evocato da un lettore non è neppure il caso di replicare trattandosi di un esempio così palesemente naif da non meritare replica.

Passiamo ora all’efficacia del “grande Muro” nei confronti non di formazioni militari, ma di masse scoordinate di esseri umani disperati, che arrivano con tutti i mezzi e attraverso mille valichi diversi. Il fatto stesso che, nonostante i 36 Muri esistenti stiamo qui a discutere del problema dell’immigrazione irregolare, dovrebbe far venire qualche sospetto sull’efficacia di queste barriere. E questo ancora di più in un mondo in cui le reti di connessione prevalgono sui confini. Prendiamo il caso della Francia che ha di recente costruito un blocco all’altezza di Ventimiglia: quanti aerei atterrano, quante navi approdano ogni giorno in aeroporti e porti francesi? Quanti treni locali collegano la Francia a Spagna, Belgio, Germania, Italia? Quanti valichi di confine esistono? E quanti approdi non vigilati ci sono sulle coste? Quanti modi regolari esistono per entrare in Francia (turisti, lavoratori frontalieri, studenti stranieri, commercianti, pellegrini, ecc.)? Avete idee di quanti milioni di persone ogni giorno si spostano da un paese all’altro? E, in più, quanti modi ha la malavita, debitamente pagata, di far entrare masse di clandestini fra cui, successivamente, recluterà i suoi manovali? E del terrorismo non diciamo neppure. Sapete quanto costa un giorno di navigazione di una unità della marina militare? Fatevi un po’ di conti e ne riparliamo.

Per questo suggerivo l’idea di strategie più offensive che difensive e mal me ne è incolto, perché qualcuno ha preso la palla al balzo per auspicare mitragliamenti in acqua dei gommoni che si avvicinano alle coste ed altre amenità del genere. Vorrei chiarire che, sul piano tecnico e di una fredda avalutatività morale, questa è una proposta criminale, perché mitragliare dei civili inermi, fra cui bambini, vecchi ed ammalati, è ritenuto un crimine anche in tempo di guerra. Però, venendo da un fascista, la proposta non mi ha sorpreso: i fascisti spesso non hanno un grande senso del diritto internazionale e non parliamo dei diritti umani che non sanno dove stiano di casa.

Quando parlo di offensiva parlo, ovviamente di misure politiche, come accordi internazionali per frenare o almeno ridurre il flusso, parlo di una offensiva mediatica che spieghi ai popoli africani e mediorientali che le cose da noi non sono proprio quel paradiso terrestre che loro sognano, che immigrare clandestinamente, oltre che molto pericoloso, espone a condizioni di vita che potrebbero essere molto peggiori di quelle di partenza. Parlo di una attività di intelligence per individuare e colpire le centrali del traffico, e di pena dell’ergastolo e confisca dei beni (per questo sono necessari gli accordi internazionali) per i criminali che vi lucrano. Ma, soprattutto penso alla creazione di una politica di sviluppo in Africa che faccia da attrattore. E questo significa rivedere radicalmente la politica di aiuti ai paesi sottosviluppati seguita sinora, che ha solo ingrassato molti regimi corrotti.

Insomma, si tratta di cercare soluzioni razionali al problema, dato che non è affatto auspicabile una politica di ingressi indiscriminati sia per ragioni di sostenibilità economica sia per ragioni sociali e politiche. Ma questo richiede tempo e non dà quella illusione di immediata rassicurazione che la politica dei muri fornisce e che, proprio per questo, nasce da pulsioni non razionali.


Tutto magistrale, avrei però aggiunto il fatto che deve terminare l'imperialismo in casa d'altri.
Insomma senza rivoltare come un calzino il modo di produzione capitalista, anche dalle dinamiche migratorie per come le conosciamo, non si uscirà mai. 

20/02/2017

Psicanalisi del muro

Il muro di Trump mi ha portato ad alcune riflessioni più generali. Di muri ce ne sono già molti: in Algeria, Marocco, Spagna, Palestina, India, Thailandia, Arabia Saudita, Botswana, Emirati Arabi Uniti, Irlanda. Uzbekistan, Corea, Pakistan, Cipro eccetera. 

In gran parte sono opere militari per proteggersi da incursioni di gruppi terroristici (come in Marocco contro il Fronte Polisario o in Israele*) o di eserciti regolari (come nella parte turca di Cipro), ma sempre più numerosi sono quelli pensati in funzione anti immigrati. E’ interessante notare che in quasi nessun caso il muro ha raggiunto i risultati auspicati, per cui, dopo una fase iniziale di successo, quasi sempre il risultato si è rivelato molto al di sotto delle aspettative.

Eppure altri muri o altro tipo di barriere, sono in costruzione, come ad esempio in Ungheria, o al confine italo francese, o se ne auspica la costruzione come in Austria. Ed ora Trump ne vuole un altro fra Usa e Messico, dove, per la verità, un muro c’è già dal 1994, quando lo volle il Presidente Clinton, democratico. Ma dunque, se si sente l’esigenza di un nuovo muro è perché il precedente non ha funzionato. Forse non era abbastanza alto, spesso, lungo o forse aveva troppi buchi.

Di qui la mia idea di parlare della “politica dei muri” considerando il fenomeno più da lontano, senza riferimento a nessun caso particolare e soffermandoci sul suo valore simbolico. Alla base c’è un meccanismo psicologico elementare: il muro è la materializzazione dello “spazio sicuro” in cui muoversi, la divisione fra un “interno” sicuro, amichevole e protettivo ed un “esterno” ostile e pericoloso.

Per dirla con Jhon Steiner si tratta di un classico rifugio della mente contro l’angoscia.

Adriano Voltolin, nel suo “”Il rifugio e la prigione” (Mimesis 2013) cita l’esempio dell’“uccellino nel guscio che ha tutto quello che gli serve per vivere senza uscire dalla sua protezione ed altri casi in cui il paziente sogna (o, nei casi più gravi, spera) di poter vivere in una bolla in sospensione che lo isoli dal “fuori”; ad esempio, il bambino che disegna un autobus subacqueo perfettamente a tenuta stagna, che ha come unico contatto con l’esterno il tubo di scappamento, trasparente simbolizzazione del defecare, dell’espellere verso il caotico “fuori” i propri scarti per ridurre il grado interno di entropia.

Psicologicamente, si tratta di una regressione nell’utero materno, una vita fuori del tempo e dell’ambiente, al riparo dagli agguati della vita stessa. A volte questo è vissuto come una prigione, e comporta sofferenza, ma una sofferenza inferiore all’angoscia dell’affrontare i pericoli del fuori.

Questa esigenza di demarcare il dentro dal fuori, con una barriera fisica imponente ha trovato la sua massima espressione in campo militare, che ha avuto da sempre il muro come esaltazione del “vantaggio del difensore”. Basti citare il vallo Adriano fra Britannia e Caledonia, quello Traiano in Romania, quello germano-retico, per non citare l’esempio più celebre della Grande Muraglia. Per la verità, dopo un certo periodo di efficacia, queste imponenti costruzioni non impedirono il crollo dell’Impero Romano ed il prevalere dei “barbari”. Anche in Cina la muraglia non riuscì ad impedire le scorrerie delle “genti del Nord” ed ebbe un ruolo culturale e simbolico nella costruzione di un “noi”, particolarmente in epoca Han.

Né, per la verità, ebbero migliori risultati le fortezze medievali, soprattutto dopo la comparsa delle armi da fuoco. Eppure il “mito” del grande argine murario, come difesa assoluta, proseguì ad intermittenza. Ma, già Napoleone (poi seguito da Clausewitz) avvertì che la parte che si rinchiude nelle sue fortificazioni è destinata a perdere la guerra.

Non che le fortificazioni siano in assoluto inutili, ma sono la difesa più debole che si possa immaginare, perché sono fisse e artificiali e, in quanto tali, costose, adatte solo alla fase della guerra di posizione ma sono di impaccio quando si passi all’offensiva. E, soprattutto hanno una efficacia limitata nel tempo. Infatti, l’avversario prenderà facilmente conoscenza della “ grande muraglia” e studierà piani di sfondamento, scavalcamento o aggiramento di essa, rendendola via via meno efficace. In teoria, questo richiederebbe un costante aggiornamento dello schema difensivo (posto che si riesca a capire o immaginare quale possa essere la strategia che il nemico stia maturando). Ma una linea di mura, fossati, casematte o castelli non si può spostare, e costruirne di nuove comporta tempi lunghi e costi salatissimi. Per cui, quanto più una strategia si basi su difese fisse (e quelle naturali sarebbero preferibili, non fosse altro che per i costi) tanto più questo obbligherà a condotte di guerra poco dinamiche e facilmente prevedibili. In una parola, perdenti.

Sin dai primi dell’ottocento questo fu chiaro e, infatti, il pensiero militare superò lo schema delle fortificazioni, preferendo la guerra manovrata, come era stato proprio dell’esperienza napoleonica e, prima ancora, di Raimondo Montecuccoli. Ma lo schema della guerra di posizione e logoramento, tornò agli onori del pensiero militare grazie alla triade trincea – filo spinato – mitragliatrice della prima guerra mondiale. E, infatti, subito dopo di essa, si tornò alla costruzione di lunghe linee difensive fortificate: i Francesi costruirono la linea Maginot (facilmente aggirata dai Panzer di Guderian nel 1940), i Sovietici la linea Molotov e linea Stalin, gli Yugoslavi la linea Rupnik, tutte travolte dalle offensive tedesche.

Nè ebbero migliore fortuna le analoghe difese tedesche della linea Sigfrido, vallo Mediterraneo, vallo Atlantico, vallo Orientale, tutte soccombenti di fronte alle armate alleate o sovietiche. Di fronte all’attacco congiunto di carri ed aerei, le barriere fisse ebbero solo (e non sempre) il risultato di guadagnare qualche tempo e costare all’avversario un po’ più di sangue, ma in compenso furono spesso ragione di errori strategici. Ad esempio i francesi ne fecero due: dal settembre 1939 al maggio 1940, quando restarono tranquilli dietro le loro fortificazioni, non approfittando del momento migliore per colpire (quando i tedeschi erano sbilanciati sul fianco est) e proprio perché valutarono troppo dispendioso attaccare la linea Sigfrid e immaginarono che fosse più vantaggioso che fossero i tedeschi a schiantarsi sulla linea Maginot. Il secondo errore venne nel maggio 1940, quando il capo di stato maggiore francese Maurice Gamelin, sentendosi sicuro dietro la linea Maginot e la foresta delle Ardenne, sbilanciò l’esercito francese a nord, mentre i tedeschi sfondarono attraverso le Ardenne e aggirarono la linea, trovando pochissima resistenza. Errori simili furono poi fatti dai sovietici fra il 1940 ed il giugno 1941. Come si vede, le linee difensive su insediamenti fissi favoriscono spesso piani strategici scarsamente adattabili a situazioni diverse dal previsto. Peraltro è interessante osservare anche l’effetto sulla popolazione: nel caso di ampie barriere fisse, inevitabilmente la propaganda ne vanterà l’insespugnabilità (anche per far digerire il loro costo all’opinione pubblica), e questo verrà facilmente creduto, ma, quando poi il fronte cade, questo ha un effetto moltiplicatore nel crollo della resistenza psicologica della popolazione.

In ogni caso, gli scarsi risultati ottenuti con questo tipo di difesa determinò il tramonto dei muri militari. E infatti, dal 1945 agli anni novanta non sorsero fortificazioni fisse, salvo eccezioni particolari come Cipro o la Corea.

La rinascita dei muri, paradossalmente, venne al tempo della globalizzazione, ma non più per fermare offensive militari, quanto come contrasto a terrorismo ed immigrazione (e qualche volta le due cose sono presentate come se l’una contenesse necessariamente l’altra). E la cosa appare ancor meno efficace che nel caso di barriere contro eserciti, proprio perché i terroristi si muovono in piccolissimi gruppi che scavalcano le barriere sbarcando da un aereo con visto turistico o arrivando in forme regolarissime, come lavoratori o come studenti.

Mentre gli immigrati si muovono spesso in gruppi più nutriti e vistosi, ma pur sempre imparagonabili ad un esercito in movimento, per cui trovano spesso forme di aggiramento, magari con l’ausilio di organizzazioni della malavita, attraverso sbarchi clandestini o valichi di montagna poco sorvegliati o linee ferroviarie di frontalieri. Di fatto è impossibile blindare qualsiasi confine e, se spesso leggiamo di gruppi di clandestini bloccati in mare o in qualche zona di confine, non sappiamo quanti gruppi riescono a passare da una parte o dall’altra. Di fatto, l’immigrazione clandestina aumenta e i gruppi terroristici penetrano (quando pure non si tratti di cittadini che sono dello stesso stato oggetto dell’attacco) nonostante i muri e le unità navali e i controlli di confine.

La risposta al problema non può essere meramente difensiva, ma presuppone una offensiva, ovviamente di natura politica, che colpisca alla radice il fenomeno. Ad esempio fermando la guerra siriana che produce orde di gente che scappa dalla guerra. Invece la reazione di fronte al fenomeno è la stessa che per i muri militari: se la barriera è stata scavalcata, vuol dire che non era abbastanza alta, se sfondata non era abbastanza spessa, se aggirata non era abbastanza lunga, con la conseguente decisione di nuove linee Maginot più alte, più spesse, più lunghe, e ciò senza capire che quale che sia l’altezza, lo spessore e la lunghezza dell’eventuale muro, chi ha interesse studierà le nuove dimensioni dell’ostacolo e cercherà nuove forme per superarlo. Mentre il muro resterà come è, il suo violatore maturerà tattiche più efficaci per riuscire nell’intento. Una volta di più si dimostra che le difese fisse sono deboli costose e perdenti. Ma non per questo restano senza conseguenze.

Infatti il muro finisce per avere un effetto paradossale sul piano simbolico: identificare, circoscrivere e formare il gruppo paranoide, che si aggregherà intorno ad un “capo” che, come spesso accade, sarà il più paranoico di tutti.

Occorre comprendere il perché questo accada, paradossalmente, nel tempo della globalizzazione, nel quale le connessioni vincono sul “limes”. Le società tradizionali erano molto più autocentrate e questo assicurava una funzione prevalente del confine (appunto, il Limes) come spartiacque fra il dentro ed il fuori. Ma nel tempo della “connettografia” (come giustamente la definisce Parag Khanna), il confine è attraversato continuamente dalle linee di connessione (gasdotti, linee ferroviarie, rotte aeree e marittime, cavodotti, collegamenti satellitari, autostrade ecc. ecc.) perdendo buona parte del proprio significato di discriminante fra dentro e fuori.

Tutto questo, ha un ruolo economico, sociale, culturale di primaria importanza, ma provoca anche un senso di smarrimento e paura del vuoto. E’ uno degli aspetti dello “stress da globalizzazione” che trova nell’immigrato il nuovo ebreo, la nuova strega, il nuovo “agente segreto” cioè il nemico che incarna le tendenze diaboliche del presente.

Fonte

* affermazione opinabile in riferimento a Israele...