A quanto pare, il pezzo sul muro ha ottenuto molta attenzione da parte dei lettori di questo blog,
almeno a giudicare dai 67 commenti (più altri seguiti nei pezzi
successivi, diversi dei quali come repliche, va detto) che sinora sono
giunti ed anche dal loro tono in genere poco propenso al dialogo, ma
secco, assertivo nella maggior parte dei casi e sia dall’una che
dall’altra parte della barricata.
Altri 38 interventi ci sono stati per il pezzo di Adriano Voltolin e con toni analogamente di parte. Non mi meraviglia: quello dell’immigrazione è uno dei temi che accende subito il dibattito perché sollecita corde molto intime.
Dunque è il caso di parlarne ancora e devo ringraziare non tanto
quelli che hanno concordato con le mie tesi, quanto quelli che le hanno
contraddette, offrendo un ottimo campionario su cui ragionare.
Una parte dei lettori non ha nascosto la sua antipatia per la psicologia
(nello specifico la psicanalisi) ritenuta in quanto tale una scienza da
ciarlatani, usata solo per zittire gli interlocutori ed avallare le
tesi più disoneste. Non siamo alle scie chimiche ed alle campagne contro
le vaccinazioni ma siamo molto vicini.
Ma, insomma, cari amici, in tutte le università del Mondo ci sono
cattedre, facoltà, dipartimenti di psicologia e psichiatria, in tutti
gli ospedali del Mondo (almeno quello occidentale) ci sono psichiatri e
psicologi (e fra essi psicanalisti), ci sono intere biblioteche di
queste scienze basate su una pratica clinica di molte decine di milioni
di casi, con esiti frequentemente positivi, e voi mi venite a mettere in
dubbio che si tratti di una scienza? Certo non è una scienza esatta,
come peraltro ogni disciplina umanistica, e le “guarigioni” sono spesso
imperfette, ma questo non significa che non abbia una sua verificabilità
scientifica.
Certo: l’uomo ha creduto per secoli nell’astrologia, nelle scienze
occulte come l’antroposofia (e lasciamo da parte la religione), salvo
poi accorgersi che si trattava di credenze senza fondamento ed in
assoluto non possiamo escludere che in un futuro più o meno lontano,
proprio lo sviluppo del pensiero scientifico possa demolire gran parte
dei presupposti di queste scienze, ma fino a quando questo non succede,
non diciamo troppe fesserie. Il che non vuol dire che io non possa aver
fatto errori ed applicato male queste discipline, ma allora entriamo nel
merito e mi si dimostri dove e come ho detto sciocchezze, però
teniamoci su un piano un po’ superiore a quello del bar dello sport.
Ed anche di quello di tanti storici d’accademia
incartapecoriti che storcono il naso quando un loro collega usa anche
questi strumenti per capire i processi storici (ed il bar
dell’Università, credetemi, non è sempre meglio di quello dello sport).
Il guaio è che, anche se psicologia e psicanalisi fossero scienze
esatte come la matematica, non farebbe differenza, perché questo
atteggiamento a decidere soggettivamente e su un piano puramente
impressionistico sull’affidabilità delle scienze ha ormai invaso gli
ultimi venti anni (complice l’uso sconsiderato di internet). Questa
vulgata antiscientista è il prezzo che paghiamo per quella scientista
che ci ha accompagnato per oltre un secolo. Però, un consiglio: ogni
tanto, un libro di psicologia leggetelo, non fa male e non si pagano
tasse in più.
Questo, naturalmente, non esclude che possa esserci, ed in molti
casi, ci sia un abuso della psicologia per ridurre i problemi sociali ed il
dibattito politico ad una dimensione puramente medica, per cui il
dissidente è il malato. Verissimo, ma, come dicevano alcuni di un po’
di anni fa, abusus non tollit usum. Non è per questo che la psicologia
non sia una scienza e non sia utile anche sul piano sociale, oltre che
individuale. Si tratta di comprendere (senza abusarne) le motivazioni
pre razionali o anche irrazionali di alcuni comportamenti umani, dato
che non tutti i comportamenti dell’uomo dipendono da scelte razionali e
coscienti (mi pare che su questo si possa essere d’accordo).
Entrando nel merito devo notare come diversi interventi
sono andati sul tema collaterale e non su quello del pezzo: l’articolo
non intendeva discutere della auspicabilità dell’immigrazione di massa e
tantomeno sostenere una posizione del tipo “sinite gentes venire ad me”
ma più semplicemente:
a) verificare sul piano dell’esperienza empirica l’efficacia dei muri
di barriera nell’arginare l’arrivo di masse di immigrati e profughi;
b) una volta dimostrata l’inefficacia di questo metodo, verificare su
cosa si basi l’alto consenso verso questo tipo di “rimedio” se da
mancanza di informazione o da atteggiamenti irrazionali che vanno
spiegati.
L’excursus storico sui grandi esempi di opere militari (dal Vallo
Adriano alla linea Sigfried) era funzionale a ricostruire una casistica
da cui ricavare un indice di successo di questa metodologia e l’esame
storico dà risultati regolarmente negativi sul piano dei rapporti
costi/benefici.
Costi non solo economici ma anche di tipo strategico, come la
tendenza a sviluppare strategie di tipo statico. E qui occorre fare una
digressione: quando parlo di Muri non intendo una qualsiasi barriera di
mattoni, come ad esempio quelle di castelli e mura cittadine che sono
cose palesemente diverse dal Vallo e qui tocca dire cose addirittura
banali. Le mura cittadine o di castelli sono mura di cinta che
descrivono una linea chiusa intorno ad un luogo relativamente
circoscritto (la città o lo spazio del castello) ed hanno una estensione
al massimo di qualche Km nel caso delle città, mentre il Muro
confinario, il Vallo, ha le caratteristiche di un’opera lineare che si
stende per decine e talvolta centinaia di chilometri, ed intende
proteggere un territorio molto più vasto.
Ne consegue che, nel caso del muro confinario, il
costo dell’opera è decisamente maggiore sia per l’edificazione sia per
la sorveglianza (un castello o le mura di una città possono essere
vegliate da qualche decina di sentinelle, mentre un Vallo di decine di chilometri ne richiede parecchie centinaia se non migliaia), inoltre sono
più facilmente difendibili perché, pur essendo sfondabili o scalabili,
non sono aggirabili, per il loro carattere chiuso. Le mura di cinta
hanno il problema degli approvvigionamenti in caso di assedio, problema
che non si pone nel caso del Vallo, ma sono meno “sfondabili”, dato che i
difensori debbono agire su un perimetro molto più modesto, mentre il
Vallo, nonostante il gran numero di difensori, presenta sempre il
pericolo che il nemico sfondi in un punto meno resistente o meno
vigilato.
Soprattutto, il difensore assediato può sempre
sperare nel soccorso di forze amiche, mentre questo è meno probabile nel
caso di un Vallo che impegna già ingenti forze militari. E questo
impone strategie meno mobili e, perciò stesso, meno efficaci. L’esempio
storico più rilevante è il passaggio dell’Impero Romano dal sistema
antoniniano, basato su massicce legioni a breve distanza dai confini, al
sistema dioclezianeo (metà del terzo secolo), basato sulla “difesa in
profondità”: lunghe fortificazioni al confine e forti legioni in
posizione arretrata, che potessero spostarsi verso nemici eventualmente
penetrati. Questa soluzione ovviamente non prevedeva una “difesa
avanzata” e si limitava al contrasto contro un nemico già penetrato e,
pertanto aveva un carattere molto più statico e costoso, per cui il
rapporto costi/benefici era negativo. Di fatto il modello dioclezianeo
fu quello meno efficiente se confrontato con quello giulio-claudio e
quello antoniniano che lo avevano preceduto.
Sin qui il confronto fra le mura di cinta (che ebbero un loro
relativo successo, come difesa militare) e quelle dei Valli, mentre del
confronto con le mura di casa evocato da un lettore non è neppure il
caso di replicare trattandosi di un esempio così palesemente naif da non
meritare replica.
Passiamo ora all’efficacia del “grande Muro” nei
confronti non di formazioni militari, ma di masse scoordinate di esseri
umani disperati, che arrivano con tutti i mezzi e attraverso mille
valichi diversi. Il fatto stesso che, nonostante i 36 Muri esistenti
stiamo qui a discutere del problema dell’immigrazione irregolare,
dovrebbe far venire qualche sospetto sull’efficacia di queste barriere. E
questo ancora di più in un mondo in cui le reti di connessione
prevalgono sui confini. Prendiamo il caso della Francia che ha di
recente costruito un blocco all’altezza di Ventimiglia: quanti aerei
atterrano, quante navi approdano ogni giorno in aeroporti e porti
francesi? Quanti treni locali collegano la Francia a Spagna, Belgio,
Germania, Italia? Quanti valichi di confine esistono? E quanti approdi
non vigilati ci sono sulle coste? Quanti modi regolari esistono per
entrare in Francia (turisti, lavoratori frontalieri, studenti stranieri,
commercianti, pellegrini, ecc.)? Avete idee di quanti milioni di
persone ogni giorno si spostano da un paese all’altro? E, in più, quanti
modi ha la malavita, debitamente pagata, di far entrare masse di
clandestini fra cui, successivamente, recluterà i suoi manovali? E del
terrorismo non diciamo neppure. Sapete quanto costa un giorno di
navigazione di una unità della marina militare? Fatevi un po’ di conti e
ne riparliamo.
Per questo suggerivo l’idea di strategie più
offensive che difensive e mal me ne è incolto, perché qualcuno ha preso
la palla al balzo per auspicare mitragliamenti in acqua dei gommoni che
si avvicinano alle coste ed altre amenità del genere. Vorrei chiarire
che, sul piano tecnico e di una fredda avalutatività morale, questa è
una proposta criminale, perché mitragliare dei civili inermi, fra cui
bambini, vecchi ed ammalati, è ritenuto un crimine anche in tempo di
guerra. Però, venendo da un fascista, la proposta non mi ha sorpreso: i
fascisti spesso non hanno un grande senso del diritto internazionale e
non parliamo dei diritti umani che non sanno dove stiano di casa.
Quando parlo di offensiva parlo, ovviamente di
misure politiche, come accordi internazionali per frenare o almeno
ridurre il flusso, parlo di una offensiva mediatica che spieghi ai
popoli africani e mediorientali che le cose da noi non sono proprio quel
paradiso terrestre che loro sognano, che immigrare clandestinamente,
oltre che molto pericoloso, espone a condizioni di vita che potrebbero
essere molto peggiori di quelle di partenza. Parlo di una attività di
intelligence per individuare e colpire le centrali del traffico, e di
pena dell’ergastolo e confisca dei beni (per questo sono necessari gli
accordi internazionali) per i criminali che vi lucrano. Ma, soprattutto
penso alla creazione di una politica di sviluppo in Africa che faccia da
attrattore. E questo significa rivedere radicalmente la politica di
aiuti ai paesi sottosviluppati seguita sinora, che ha solo ingrassato
molti regimi corrotti.
Insomma, si tratta di cercare soluzioni razionali al problema,
dato che non è affatto auspicabile una politica di ingressi
indiscriminati sia per ragioni di sostenibilità economica sia per
ragioni sociali e politiche. Ma questo richiede tempo e non dà quella
illusione di immediata rassicurazione che la politica dei muri fornisce e
che, proprio per questo, nasce da pulsioni non razionali.
Tutto magistrale, avrei però aggiunto il fatto che deve terminare l'imperialismo in casa d'altri.
Insomma senza rivoltare come un calzino il modo di produzione capitalista, anche dalle dinamiche migratorie per come le conosciamo, non si uscirà mai.
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