Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.

09/03/2017

Ancora sul muro: risposte e approfondimenti

A quanto pare, il pezzo sul muro ha ottenuto molta attenzione da parte dei lettori di questo blog, almeno a giudicare dai 67 commenti (più altri seguiti nei pezzi successivi, diversi dei quali come repliche, va detto) che sinora sono giunti ed anche dal loro tono in genere poco propenso al dialogo, ma secco, assertivo nella maggior parte dei casi e sia dall’una che dall’altra parte della barricata.
 
Altri 38 interventi ci sono stati per il pezzo di Adriano Voltolin e con toni analogamente di parte. Non mi meraviglia: quello dell’immigrazione è uno dei temi che accende subito il dibattito perché sollecita corde molto intime.

Dunque è il caso di parlarne ancora e devo ringraziare non tanto quelli che hanno concordato con le mie tesi, quanto quelli che le hanno contraddette, offrendo un ottimo campionario su cui ragionare.

Una parte dei lettori non ha nascosto la sua antipatia per la psicologia (nello specifico la psicanalisi) ritenuta in quanto tale una scienza da ciarlatani, usata solo per zittire gli interlocutori ed avallare le tesi più disoneste. Non siamo alle scie chimiche ed alle campagne contro le vaccinazioni ma siamo molto vicini.

Ma, insomma, cari amici, in tutte le università del Mondo ci sono cattedre, facoltà, dipartimenti di psicologia e psichiatria, in tutti gli ospedali del Mondo (almeno quello occidentale) ci sono psichiatri e psicologi (e fra essi psicanalisti), ci sono intere biblioteche di queste scienze basate su una pratica clinica di molte decine di milioni di casi, con esiti frequentemente positivi, e voi mi venite a mettere in dubbio che si tratti di una scienza? Certo non è una scienza esatta, come peraltro ogni disciplina umanistica, e le “guarigioni” sono spesso imperfette, ma questo non significa che non abbia una sua verificabilità scientifica.

Certo: l’uomo ha creduto per secoli nell’astrologia, nelle scienze occulte come l’antroposofia (e lasciamo da parte la religione), salvo poi accorgersi che si trattava di credenze senza fondamento ed in assoluto non possiamo escludere che in un futuro più o meno lontano, proprio lo sviluppo del pensiero scientifico possa demolire gran parte dei presupposti di queste scienze, ma fino a quando questo non succede, non diciamo troppe fesserie. Il che non vuol dire che io non possa aver fatto errori ed applicato male queste discipline, ma allora entriamo nel merito e mi si dimostri dove e come ho detto sciocchezze, però teniamoci su un piano un po’ superiore a quello del bar dello sport.

Ed anche di quello di tanti storici d’accademia incartapecoriti che storcono il naso quando un loro collega usa anche questi strumenti per capire i processi storici (ed il bar dell’Università, credetemi, non è sempre meglio di quello dello sport).

Il guaio è che, anche se psicologia e psicanalisi fossero scienze esatte come la matematica, non farebbe differenza, perché questo atteggiamento a decidere soggettivamente e su un piano puramente impressionistico sull’affidabilità delle scienze ha ormai invaso gli ultimi venti anni (complice l’uso sconsiderato di internet). Questa vulgata antiscientista è il prezzo che paghiamo per quella scientista che ci ha accompagnato per oltre un secolo. Però, un consiglio: ogni tanto, un libro di psicologia leggetelo, non fa male e non si pagano tasse in più.

Questo, naturalmente, non esclude che possa esserci, ed in molti casi, ci sia un abuso della psicologia per ridurre i problemi sociali ed il dibattito politico ad una dimensione puramente medica, per cui il dissidente è il malato. Verissimo, ma, come dicevano alcuni di un po’ di anni fa, abusus non tollit usum. Non è per questo che la psicologia non sia una scienza e non sia utile anche sul piano sociale, oltre che individuale. Si tratta di comprendere (senza abusarne) le motivazioni pre razionali o anche irrazionali di alcuni comportamenti umani, dato che non tutti i comportamenti dell’uomo dipendono da scelte razionali e coscienti (mi pare che su questo si possa essere d’accordo).

Entrando nel merito devo notare come diversi interventi sono andati sul tema collaterale e non su quello del pezzo: l’articolo non intendeva discutere della auspicabilità dell’immigrazione di massa e tantomeno sostenere una posizione del tipo “sinite gentes venire ad me” ma più semplicemente:

a) verificare sul piano dell’esperienza empirica l’efficacia dei muri di barriera nell’arginare l’arrivo di masse di immigrati e profughi;

b) una volta dimostrata l’inefficacia di questo metodo, verificare su cosa si basi l’alto consenso verso questo tipo di “rimedio” se da mancanza di informazione o da atteggiamenti irrazionali che vanno spiegati.

L’excursus storico sui grandi esempi di opere militari (dal Vallo Adriano alla linea Sigfried) era funzionale a ricostruire una casistica da cui ricavare un indice di successo di questa metodologia e l’esame storico dà risultati regolarmente negativi sul piano dei rapporti costi/benefici.

Costi non solo economici ma anche di tipo strategico, come la tendenza a sviluppare strategie di tipo statico. E qui occorre fare una digressione: quando parlo di Muri non intendo una qualsiasi barriera di mattoni, come ad esempio quelle di castelli e mura cittadine che sono cose palesemente diverse dal Vallo e qui tocca dire cose addirittura banali. Le mura cittadine o di castelli sono mura di cinta che descrivono una linea chiusa intorno ad un luogo relativamente circoscritto (la città o lo spazio del castello) ed hanno una estensione al massimo di qualche Km nel caso delle città, mentre il Muro confinario, il Vallo, ha le caratteristiche di un’opera lineare che si stende per decine e talvolta centinaia di chilometri, ed intende proteggere un territorio molto più vasto.

Ne consegue che, nel caso del muro confinario, il costo dell’opera è decisamente maggiore sia per l’edificazione sia per la sorveglianza (un castello o le mura di una città possono essere vegliate da qualche decina di sentinelle, mentre un Vallo di decine di chilometri ne richiede parecchie centinaia se non migliaia), inoltre sono più facilmente difendibili perché, pur essendo sfondabili o scalabili, non sono aggirabili, per il loro carattere chiuso. Le mura di cinta hanno il problema degli approvvigionamenti in caso di assedio, problema che non si pone nel caso del Vallo, ma sono meno “sfondabili”, dato che i difensori debbono agire su un perimetro molto più modesto, mentre il Vallo, nonostante il gran numero di difensori, presenta sempre il pericolo che il nemico sfondi in un punto meno resistente o meno vigilato.

Soprattutto, il difensore assediato può sempre sperare nel soccorso di forze amiche, mentre questo è meno probabile nel caso di un Vallo che impegna già ingenti forze militari. E questo impone strategie meno mobili e, perciò stesso, meno efficaci. L’esempio storico più rilevante è il passaggio dell’Impero Romano dal sistema antoniniano, basato su massicce legioni a breve distanza dai confini, al sistema dioclezianeo (metà del terzo secolo), basato sulla “difesa in profondità”: lunghe fortificazioni al confine e forti legioni in posizione arretrata, che potessero spostarsi verso nemici eventualmente penetrati. Questa soluzione ovviamente non prevedeva una “difesa avanzata” e si limitava al contrasto contro un nemico già penetrato e, pertanto aveva un carattere molto più statico e costoso, per cui il rapporto costi/benefici era negativo. Di fatto il modello dioclezianeo fu quello meno efficiente se confrontato con quello giulio-claudio e quello antoniniano che lo avevano preceduto.

Sin qui il confronto fra le mura di cinta (che ebbero un loro relativo successo, come difesa militare) e quelle dei Valli, mentre del confronto con le mura di casa evocato da un lettore non è neppure il caso di replicare trattandosi di un esempio così palesemente naif da non meritare replica.

Passiamo ora all’efficacia del “grande Muro” nei confronti non di formazioni militari, ma di masse scoordinate di esseri umani disperati, che arrivano con tutti i mezzi e attraverso mille valichi diversi. Il fatto stesso che, nonostante i 36 Muri esistenti stiamo qui a discutere del problema dell’immigrazione irregolare, dovrebbe far venire qualche sospetto sull’efficacia di queste barriere. E questo ancora di più in un mondo in cui le reti di connessione prevalgono sui confini. Prendiamo il caso della Francia che ha di recente costruito un blocco all’altezza di Ventimiglia: quanti aerei atterrano, quante navi approdano ogni giorno in aeroporti e porti francesi? Quanti treni locali collegano la Francia a Spagna, Belgio, Germania, Italia? Quanti valichi di confine esistono? E quanti approdi non vigilati ci sono sulle coste? Quanti modi regolari esistono per entrare in Francia (turisti, lavoratori frontalieri, studenti stranieri, commercianti, pellegrini, ecc.)? Avete idee di quanti milioni di persone ogni giorno si spostano da un paese all’altro? E, in più, quanti modi ha la malavita, debitamente pagata, di far entrare masse di clandestini fra cui, successivamente, recluterà i suoi manovali? E del terrorismo non diciamo neppure. Sapete quanto costa un giorno di navigazione di una unità della marina militare? Fatevi un po’ di conti e ne riparliamo.

Per questo suggerivo l’idea di strategie più offensive che difensive e mal me ne è incolto, perché qualcuno ha preso la palla al balzo per auspicare mitragliamenti in acqua dei gommoni che si avvicinano alle coste ed altre amenità del genere. Vorrei chiarire che, sul piano tecnico e di una fredda avalutatività morale, questa è una proposta criminale, perché mitragliare dei civili inermi, fra cui bambini, vecchi ed ammalati, è ritenuto un crimine anche in tempo di guerra. Però, venendo da un fascista, la proposta non mi ha sorpreso: i fascisti spesso non hanno un grande senso del diritto internazionale e non parliamo dei diritti umani che non sanno dove stiano di casa.

Quando parlo di offensiva parlo, ovviamente di misure politiche, come accordi internazionali per frenare o almeno ridurre il flusso, parlo di una offensiva mediatica che spieghi ai popoli africani e mediorientali che le cose da noi non sono proprio quel paradiso terrestre che loro sognano, che immigrare clandestinamente, oltre che molto pericoloso, espone a condizioni di vita che potrebbero essere molto peggiori di quelle di partenza. Parlo di una attività di intelligence per individuare e colpire le centrali del traffico, e di pena dell’ergastolo e confisca dei beni (per questo sono necessari gli accordi internazionali) per i criminali che vi lucrano. Ma, soprattutto penso alla creazione di una politica di sviluppo in Africa che faccia da attrattore. E questo significa rivedere radicalmente la politica di aiuti ai paesi sottosviluppati seguita sinora, che ha solo ingrassato molti regimi corrotti.

Insomma, si tratta di cercare soluzioni razionali al problema, dato che non è affatto auspicabile una politica di ingressi indiscriminati sia per ragioni di sostenibilità economica sia per ragioni sociali e politiche. Ma questo richiede tempo e non dà quella illusione di immediata rassicurazione che la politica dei muri fornisce e che, proprio per questo, nasce da pulsioni non razionali.


Tutto magistrale, avrei però aggiunto il fatto che deve terminare l'imperialismo in casa d'altri.
Insomma senza rivoltare come un calzino il modo di produzione capitalista, anche dalle dinamiche migratorie per come le conosciamo, non si uscirà mai. 

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