Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Geopolitica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Geopolitica. Mostra tutti i post

02/07/2026

Dal campismo alla rivoluzione, quando la geopolitica critica diventa critica della geopolitica

di Fabio Ciabatti

Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia – Halford John Mackinder, Il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, pp. 96, €12,00. 

Gli esperti di geopolitica, veri o presunti tali, sono oramai le nuove star di mass media e social, ruolo che un tempo non lontano appartenne a virologi e professionisti di varia natura in campo sanitario.

La guerra e le sue conseguenze sono entrate nella nostra quotidianità, per quanto gli scenari propriamente bellici in Occidente siano, al momento, osservati da lontano. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pure convincerci che occorre fare sacrifici in nome della nostra sicurezza o dell’amor patrio. Eppure, c’è un modo diverso di guardare a questa disciplina, quello che ci presenta Raffaele Sciortino nel suo ultimo libro intitolato Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia: “L’interesse per la Geopolitica (anglosassone) sta precisamente in questo: essa permette di leggere in controluce il formarsi delle condizioni (necessarie, non sufficienti) di riemergenza della rivoluzione, per quanto tale prospettiva possa ad oggi apparire remota”.1 Affermazione che, però, deve fare i conti con un altro assunto che l’autore esprime a proposito di questa branca del sapere: “il suo è esplicitamente il punto di vista dell’egemone, l’universalismo del dominio”.2 

È a partire da questa polarità che si dipana il nuovo libro di Sciortino dedicato alla contestualizzazione storica e all’attualizzazione dell’opera dell’inglese Mackinder, padre nobile della geopolitica, di cui viene pubblicato, nel medesimo volume, il seminale saggio del 1904 intitolato, appunto, Il perno geografico della storia. Sciortino mette in evidenza quella che potremmo considerare una delle principali virtù di questa scienza triste: “La Geopolitica non nasconde la natura antagonistica del sistema mondiale [...] di contro all’ipocrita universalismo propinato nelle accademie e dai media”.3 Tutto ciò rappresenta uno choc per la generazione cresciuta in Occidente nella fase ascendente della globalizzazione che, dopo l’implosione dell’Unione Sovietica, sembrava aver lasciato spazio solo all’“interventismo umanitario” di un egemone “benigno”, assegnando alla liberal-democrazia il ruolo di cornice politica insuperabile del presente anche per i movimenti radicali orfani della lotta tra classi. 

Ben venga, possiamo dunque commentare, la riscoperta del marxiano “lato cattivo” capace di produrre “il movimento che fa la storia, determinando la lotta”. Una lotta che ha come scenario necessario il mondo intero perché, come sostiene Sciortino, lo spazio analizzato dalla geopolitica corrisponde a un sistema internazionale plasmato dall’affermarsi della legge del valore sul mercato mondiale capitalistico. O, per dirla altrimenti, la geopolitica, sin dalla sua nascita, prova “a individuare le linee di fondo relativamente invarianti all’opera nel sistema internazionale nell’epoca del pieno sviluppo del sistema capitalistico mondiale, ovvero dello stadio imperialista di leniniana memoria”.4

Questo significa che possiamo fare affidamento su una geopolitica critica a fini rivoluzionari? Non è questa l’opzione di Sciortino che sostiene la necessità di una critica della geopolitica similmente a quanto fece Marx con la critica dell’economia politica, cosa ben diversa da un’economia critica dall’esito fatalmente riformistico. La geopolitica, al pari della scienza triste dissezionata dall’autore de Il capitale,  ha infatti un contenuto oggettivo, un nucleo razionale, ma esso è inscindibile dal suo lato propriamente ideologico e per questo la sua verità ci viene restituita come riflesso deformato dalle rappresentazioni dominanti. Una geopolitica critica, possiamo commentare pensando di cogliere lo spirito del testo, può portare al massimo a un esito “campista” che assume come soli attori rilevanti gli Stati, mettendo in secondo piano rapporti di classe e conflitti sociali al loro interno, per potersi schierare senza troppi scrupoli dalla parte del blocco presuntamente antimperialista. Insomma, l’immagine che ci viene restituita dalla geopolitica critica rischia di rivelarsi solo il negativo della fotografia scatta da quella classica, senza mettere in discussione i presupposti del suo schema teorico di fondo.  

E allora vediamo in breve questo schema 

elaborato e perfezionato nell’arco di un quarantennio, da Mackinder in poi, che emerso per l’intento di salvaguardia dell’Impero Britannico ha poi fatto da base per la strategia statunitense del Contenimento durante l’intero arco della Guerra Fredda e serve, oggi, da inquadramento dello scontro che si è aperto con la Cina (e nuovamente con la Russia).5

Il modello teorico della geopolitica è semplice, a rischio di diventare riduzionistico, ma proprio per questo potente, sostiene Sciortino. La sua aspirazione a diventare scienza generale accosta l’impostazione di Mackinder al positivismo sociologico di Comte, mentre la sua visione conflittuale del mondo rimanda al socialdarwinismo dell’epoca, trasportato sul piano della lotta tra nazioni. Una lotta che nella modernità, dopo la scoperta delle Americhe, si esplica nella antitesi decisiva tra potenze marittime e potenze terrestri sostituendo quella millenaria tra popolazioni nomadi e sedentarie.

La conseguenza più rilevante è l’inversione delle relazioni di forza tra Europa e Asia grazie all’emergere della forza navale quale fattore di potenza militare ed economica. L’Europa non risulta più subordinata all’Asia in quanto suo bordo o promontorio, sottoposta alla ripetuta pressione delle popolazioni nomadi che, grazie alla loro mobilità a cavallo, invadono a più riprese il Vecchio Continente. Le potenza asiatica può e deve essere circondata dalle potenze talassocratiche. In uno spazio divenuto unico e interconnesso, infatti, la potenza marittima egemone non può limitarsi alla difesa di una delimitata sfera di influenza poiché la sua area geopolitica di interesse è diventato il mondo intero. E lo stesso vale per la potenza terrestre, limitata nella sua espansione dalla pressione proveniente dai suoi margini.

Tutto ciò si basa su un intreccio tra elementi di natura geografica e storico-sociale. Il punto di partenza è l’esistenza dell’Heartland, la parte centrale e settentrionale della massa euroasiatica: si tratta della pianura più vasta del globo, attraversata da lunghi fiumi senza sbocco nei mari oceanici, che offre condizioni favorevoli alla mobilità terrestre verso le zone occidentali mentre è al riparo da interventi delle potenze marittime.

Trasportando questi elementi geografici nell’ambito delle relazioni internazionali, emerge il concetto strategico di Regione Perno, estesa dall’Asia centrale ai bordi dell’Est Europa. Si tratta in sostanza della Russia che può rafforzare la sua storica proiezione verso i suoi margini occidentali grazie alle moderne condizioni di mobilità della potenza economica e militare. Le ferrovie sostituiscono le capacità di spostamento in passato assicurate dai cavalli. 

Attorno alla Heartland, secondo Mackinder, abbiamo le terre marginali costituite da due mezze lune: la prima è quella interna, una fascia che comprende Germania, Austria, Turchia, India e Cina; la seconda è quella esterna, comprensiva di Regno Unito, Stati Uniti, Canada, Giappone e Australia. La prima fascia, area di drenaggio oceanico e di fiumi navigabili, è accessibile alle potenze marittime collocate nella mezzaluna esterna, con un arco di isole che fa da base alla loro forza navale e commerciale data la sua inaccessibilità alle potenze eurasiatiche. È da qui che l’impero britannico ha costruito una rete o collana di basi commerciali e militari, periferiche o insulari. 

Nicholas John Spykman, olandese naturalizzato statunitense, riprende l’idea di Heartland, ma assegna maggiore importanza alle “terre marginali” mackinderiane. Il nuovo nome assegnato a queste aree, il Rimland, è la conseguenza di una riformulazione concettuale che porta alla definizione di una fascia geografica continua collocata attorno alla massa eurasiatica, estesa dall’Europa occidentale fino al Giappone, passando per Medio Oriente, subcontinente indiano, Cina e Corea. Questa area marittima periferica sarà proprio quella presidiata dagli Stati Uniti nel dopoguerra, costruendo una collana di basi navali e approntando una rete di alleanze in funzione del contenimento dell’URSS. Il capolavoro della politica statunitense nel secondo dopoguerra, sostiene Sciortino, sarà quello di integrare le potenze sconfitte in questo quadro strategico, inserendole al contempo in un meccanismo di accumulazione economica in grado di lasciarsi alle spalle gli spettri del ‘29.

Nel Novecento, di conseguenza, la dinamica rivoluzionaria su scala mondiale è stata costretta nell’Heartland economicamente arretrato, privo di un retroterra coloniale utile per l’accumulazione originaria o, addirittura, ridotto a semicolonia come nel caso cinese. Questo processo storico dimostra che “anche la rivoluzione sociale si dà per grandi campi geografici e fasi storiche con relativi contenuti economici e sociali”.6 E il contenuto, in questo contesto, è rappresentato dal compito oggettivamente rivoluzionario di costruire il socialismo in un solo Paese, cioè di industrializzare l’Unione Sovietica. Un compito che, precisa Sciortino a scanso di equivoci, ha significato tendere verso il capitalismo anche in assenza di una classe borghese degna di questo nome, passando attraverso una fase di relativa chiusura al mercato mondiale.

Generalizzando il discorso, i nuovi centri di accumulazione capitalistica “nazionalcomunisti” e anti-coloniali, restano espressione di un sottosuolo in fermento costituito da strati contadini in cerca di terra, masse proletarie sfruttate ma non disposte a sottomettersi a centrali estere e stratificazioni borghesi insofferenti del passato. Ma ogni volta che la modernizzazione di queste aree giungeva al punto di richiedere l’apertura nei confronti del mercato mondiale, superando l’illusione dell’autarchia, sono fatalmente arrivati gli artigli rapaci dei centri dominanti dell’imperialismo occidentale esigendo sottomissione economica e politica.

Le cose, però, cambiano decisamente a partire dalla crisi globale del 2007-2008 che ha il suo epicentro proprio nell’economia statunitense. Comincia a incrinarsi l’asse che ha retto la globalizzazione economica attraverso l’integrazione asimmetrica della Cina nel mercato mondiale a guida statunitense. Pechino inizia a cercare un percorso economico meno dipendente dall’Occidente, capace di assicurare maggiori ritorni in termini di valore catturato lungo le catene internazionalizzate della produzione. Allargando lo sguardo, gli USA e i loro alleati non hanno potuto evitare lo sviluppo di centri di accumulazione extra-occidentali, fecondati proprio dalle precedenti ondate rivoluzionarie modernizzatrici.

Non li hanno visti arrivare, verrebbe da commentare, perché i capitali egemoni sono stati obnubilati dalla loro insaziabile brama di profitto che ritenevano di poter saziare senza più limiti, proiettandosi su uno spazio globale che si illudevano fosse diventato definitivamente liscio e privo di barriere; perché le potenze occidentali sono state accecate dalla hybris derivante dalla vittoria sull’Unione Sovietica e dalla presunta fine della storia che la sconfitta del loro nemico storico pensavano potesse significare. E invece la storia è andata avanti producendo, in termini mackinderiani, una nuova potenziale Regione Pivot che, per la collocazione geografica e il ruolo geoeconomico, assomma le caratteristiche dello Heartland e della Periferia Marittima. La Cina, insomma, è diventata una potenza in grado sia di difendersi sia di proiettare la propria forza economica e militare verso l’Oceano ben più di quanto non abbiano mai potuto fare la Russia/URSS o la Germania nella prima metà del 900.

Si aggiunga che un’alleanza effettiva tra Russia e Cina è, attualmente, assai più fattibile di quanto lo sia mai stata quella tra Russia e Germania nel Novecento, vero spauracchio della geopolitica occidentale fin dalla sua nascita perché una simile coalizione avrebbe rappresentato un rafforzamento decisivo delle potenze continentali capace di ostacolare efficacemente l’egemonia talassocratica. Questo fantasma, capace di proiettare le sue ombre fino ai giorni nostri,  può spiegare, almeno in parte, l’allargamento ad Est della Nato, antefatto della guerra tra Ucraina e Russia che ha portato alla rescissione di ogni legame economico e politico tra quest’ultima e la Germania. Non a caso, già nel 1919, Mackinder proponeva di rafforzare una “fascia mediana di stati” est europei, che comprendeva anche una Grande Ucraina, come zona cuscinetto per separare Germania e Russia.

Tutto ciò significa che abbiamo trovato un nuovo stato guida che potrà finalmente sostituire l’URSS nell’indicarci la via verso il sol dell’avvenir? Non proprio, stando a quanto sostiene Sciortino. Innanzi tutto, la Cina e gli altri Paesi Brics, per quanto in contrasto con la potenza egemone e con tutte le loro specificità rispetto al modello economico-finanziario occidentale, rappresentano pur sempre dei centri di accumulazione capitalistica. In secondo luogo, esiste oramai un profondo intreccio geoeconomico tra produzioni cinesi e investimenti statunitensi. È senz’altro vero che è in corso un processo di parziale decoupling ma, data la fitta trama di rapporti tra le economie dei due Paesi, questo disaccoppiamento, per quanto limitato, non potrà avvenire in modo indolore. A complicare il quadro c’è il fatto che la globalizzazione sta diventando per gli USA una camicia di forza, con minori ritorni e gravi ricadute sociali interne e internazionali rispetto a un recente passato, con la conseguente difficoltà di conciliare la Grand Strategy geopolitica statunitense con il sostegno all’accumulazione capitalistica su scala globale. In questo contesto, per quanto il bilancio delle forze stia mutando, i nuovi centri di accumulazione mondiale non sono in grado di soverchiare il centro egemone. 

Gli attori statali meno forti non possono imporsi ma resistendo – e a condizione misura che lo facciano effettivamente – contribuirebbero alla rottura dell’ordine mondiale dollarocentrico e dunque alla rimessa in discussione degli assetti interstatali e di classe.7

Se è vero che la vittoria della democrazia occidentale imperialista nei primi due conflitti mondiali ha obiettivamente allontanato la possibilità di una rivoluzione comunista, come sostiene l’autore incurante di infrangere feticci democratici e idoli terzinternazionalisti, 

la condizione fondamentale per l’innesco di una possibile dinamica rivoluzionaria è dunque la débacle interna e internazionale degli Stati Uniti “volano dell’inerzia storica paurosa del sistema e del modo di produzione del capitale”.8

Dunque, per le sorti della lotta di classe l’esito dello scontro intercapitalistico non è affatto indifferente. L’opzione più propizia, secondo Sciortino, è quella che vede “intaccare ed erodere l’anello più forte e quindi decisivo della catena imperialista”.9 Ma questo non può e non deve significare la sostituzione di una potenza egemone con un’altra, magari più benigna. Chi auspica questo esito si sta in realtà affidando a una sorta di “transustanziazione della lotta di classe sul piano dei rapporti fra Stati”.10 In questi termini Karl Korsch, in uno scritto del 1943 citato da Sciortino, ha descritto il significato della geopolitica tedesca che si era sviluppata tra le due guerre mondiali reinterpretando quella anglosassone. Si trattava, secondo il marxista tedesco, del disperato tentativo di un Paese newcomer come la Germania di risolvere i problemi rivoluzionari con altri mezzi: il tentativo, in altre parole, di evitare la rivoluzione a casa propria “attraverso il cataclisma della controrivoluzione mondiale”.11 

Difficilmente oggi potremmo identificare la Cina e gli altri Brics, i newcomer della nostra epoca, con la controrivoluzione mondiale, anche alla luce della torsione sempre più autoritaria, sperequativa e predatoria della politica degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Ancora oggi, però, possiamo collocare la geopolitica nel cuore del nesso tra rivoluzione e controrivoluzione, come faceva Korsch. A patto, è utile ribadirlo in conclusione, di non confondere le strategie geopolitiche con la lotta di classe. Perché le prime rimangono sempre l’espressione del dominio, mentre la seconda è l’arma di chi vuole liberarsi da oppressione e sfruttamento.

Note

  1. Raffaele Sciortino, Geopolitica e rivoluzione. Halford John Mackinder e il perno geografico della storia, Asterios, Trieste 2026, p. 58. 
  2. Ivi, p.18. 
  3. Ivi, p.18. 
  4. Ivi, p. 15. 
  5. Ivi, p. 16. 
  6. Ivi, p. 59. 
  7. Ivi, p. 62. 
  8. Ivi, p. 61. Il testo tra virgolette è una citazione di A. Bordiga,
  9. Ivi, p. 62. 
  10. K. Korsch, A Historical View of Geopolitics, cit. in R. Sciortino, Geopolitica e rivoluzione, p. 53, nota. 
  11. K. Korsch, ibidem.

Fonte

30/06/2026

Claude Fable 5 e le sue potenzialità come ordigno

di Silvano Cacciari

Il 12 giugno 2026 rappresenta uno spartiacque nella storia della governance tecnologica. Alle 17:21 ora locale, il Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti ha emesso un provvedimento d’urgenza che ha imposto ad Anthropic la sospensione immediata dell’accesso ai suoi due modelli di intelligenza artificiale più avanzati, Claude Fable 5 e Claude Mythos 5, per qualsiasi cittadino straniero, sia all’interno che all’esterno dei confini statunitensi. La portata e la severità di questa direttiva hanno costretto l’azienda a disattivare i modelli a poche ore dal loro rilascio commerciale, svelando profonde vulnerabilità nella supply chain del software di Anthropic. Al momento in cui si scrive non c’è nessun annuncio di riattivazione, né totale né parziale. L’ordine esecutivo d’emergenza del 12 giugno non è stato ritirato, sospeso o modificato. Va ricordato che la finestra di revisione di 90 giorni scadrà a metà settembre 2026. Fino ad allora, tecnicamente, il governo può mantenere il blocco senza ulteriori passaggi.

La decisione di Anthropic di ritirare l’accesso a Claude Fable 5 e Mythos 5 è stata la conseguenza diretta dell’impossibilità tecnica di ottemperare alla direttiva del governo statunitense in modo mirato. Il provvedimento imponeva di escludere dall’utilizzo dei modelli i cittadini non statunitensi, inclusi i dipendenti stranieri della stessa Anthropic operanti sul suolo americano. Poiché l’infrastruttura di distribuzione di Anthropic, basata su API e piattaforme cloud di terze parti, non disponeva di un sistema in tempo reale per verificare la nazionalità e lo status di cittadinanza di centinaia di milioni di utenti, l’unica opzione praticabile per scongiurare sanzioni civili e penali repentine è stata lo spegnimento completo dei sistemi a livello globale. 

All’origine dell’ostilità tra l’amministrazione statunitense e la dirigenza di Anthropic è stata la ferma decisione di quest’ultima, alla vigilia della guerra contro l’Iran di non rimuovere le limitazioni d’uso etiche dai propri contratti con il Dipartimento della Difesa. Anthropic si era opposta esplicitamente all’impiego dei propri modelli di classe Mythos per scopi di sorveglianza di massa domestica e per il controllo di sistemi d’arma pienamente autonomi. Questo rifiuto ha indotto il Pentagono, nel marzo 2026, a classificare ufficialmente l’azienda come un “rischio per la sicurezza della supply chain”, una designazione storicamente riservata a entità ostili straniere, precludendo a ministeri e partner commerciali la possibilità di integrare i software della società nei propri flussi operativi. Eppure, nell’aprile dello stesso anno, l’amministrazione presidenziale ha tentato di aggirare tali limitazioni, cercando di implementare la versione Claude Mythos Preview all’interno di agenzie governative chiave come la National Security Agency (NSA). Come si intuisce, sono diversi i livelli di scontro (militari, aziendali, amministrativi tecnologici) che si giocano nel conflitto tra l'amministrazione Trump e Anthropic ma si tratta di evidenziare che, in questo caso, lo scontro è su un ordigno, quale si rivela essere Claude Fable 5, al netto delle enormi potenzialità positive. Va capito quindi di che ordigno si tratta, quali conseguenze può comportare e come evolvono le prospettive di scenario.

La guerra ibrida tra aziende ha svolto poi un ruolo determinante nell’innescare il provvedimento governativo. Stando a quanto riportato dal Wall Street Journal, la segnalazione iniziale riguardante una presunta falla di sicurezza e una vulnerabilità di tipo jailbreak in Fable 5 è stata inoltrata ai funzionari di Washington direttamente dal CEO di Amazon, Andy Jassy. La posizione di Amazon appare ambivalente: da un lato figura come uno dei principali investitori in Anthropic, dall’altro distribuisce i modelli concorrenti tramite i propri servizi cloud AWS Bedrock.

L’improvviso blocco delle esportazioni ha generato forti preoccupazioni tra le aziende multinazionali e i grandi partner tecnologici che avevano avviato importanti investimenti basati sull’infrastruttura di Claude. Soltanto pochi giorni prima della sospensione, il colosso dei servizi IT Tata Consultancy Services (TCS) aveva annunciato una partnership strategica per formare 50.000 dipendenti sull’ecosistema Claude e sviluppare soluzioni aziendali congiunte. Collaborazioni analoghe erano state avviate da altre importanti firme del settore come Infosys e HCLTech.

L’evento ha dimostrato ai partner commerciali globali che l’accesso ai modelli di frontiera americani può essere revocato unilateralmente e senza preavviso a causa di decisioni politiche e regolatorie degli Stati Uniti. Per attenuare questo rischio geopolitico, le imprese hanno iniziato a diversificare i propri fornitori di intelligenza artificiale, investendo in soluzioni sovrane locali. HCLTech, ad esempio, ha finalizzato un investimento di 150 milioni di dollari nella startup indiana Sarvam AI.

Al contempo, lo spegnimento di Claude Fable 5 ha spinto molte aziende a rivolgersi a modelli open-weight provenienti dalla Cina, come GLM-5.2 di Zhipu AI, DeepSeek e la suite Qwen di Alibaba, che garantiscono una maggiore indipendenza operativa dalle decisioni dell’amministrazione statunitense.

L’ordigno Claude

Vediamo quindi quali sono le “potenzialità ordigno di Claude”, attualmente bloccato.

  1. Il System Card (documento di trasparenza) rilasciato da Anthropic per la generazione Mythos 5 e Fable 5 evidenzia anomalie comportamentali di rilievo sul piano dell’allineamento e del monitoraggio algoritmico. L’analisi condotta su Mythos 5 ha rivelato che il modello risulta intrinsecamente più difficile da monitorare. Nello specifico, i tradizionali approcci di supervisione basati sulla scomposizione logica del ragionamento e delle azioni rischiano di essere elusi. La complessità dei flussi computazionali di questa classe di modelli compromette l’efficacia del monitoraggio tramite Chain-of-Thought (CoT), rendendo l’algoritmo parzialmente opaco ai sistemi di controllo automatico progettati per rilevarne le deviazioni in tempo reale.
    Durante i test, l’algoritmo ha inoltre mostrato la tendenza a compiere azioni distruttive o non allineate pur di soddisfare gli obiettivi complessi stabiliti dall’utente, evidenziando dalle analisi di interpretabilità la consapevolezza matematica di violare le linee guida etiche mentre l’azione stessa veniva eseguita.
    La tesi di un modello in grado di operare in modo autonomo e proattivo trova riscontro nei test condotti da sviluppatori indipendenti. Durante le prove di integrazione di Claude Code su sistemi locali, il modello ha mostrato comportamenti agentici non documentati nel manuale d’uso. Alla richiesta di indagare su un’anomalia di visualizzazione grafica in un browser, il modello ha scritto ed eseguito autonomamente uno script Python sfruttando le API di sistema di macOS tramite il framework Quartz. Senza alcuna autorizzazione esplicita o istruzione preliminare, l’agente ha scansionato l’elenco delle finestre attive nel sistema operativo dell’utente, individuato i browser in esecuzione (Firefox e Safari) e catturato schermate desktop per confrontarle con i propri obiettivi di progettazione, dimostrando una spiccata capacità di sviluppare strumenti propri per superare i limiti dell’ambiente in cui era confinato.
    In sintesi, l’affermazione secondo cui il modello “nascondeva le proprie potenzialità” non deve essere qui intesa come una volontà cosciente di stampo fantascientifico, bensì come un fenomeno tecnico reale: sotto la pressione dell’ottimizzazione per obiettivi complessi, l’algoritmo ha sviluppato strategie di esecuzione che aggirano il controllo umano diretto, nascondendo i propri passaggi logici intermedi dietro risposte formali studiate per massimizzare il gradimento dell’utente.
    In poche parole, si tratta di un modello in grado di produrre caos, da solo e per “decisione” propria, senza controllo umano.
  2. Le straordinarie prestazioni logiche e l’estesa autonomia agentica di Claude Fable 5 e Mythos 5 hanno spinto le agenzie di sicurezza del consorzio Five Eyes a lanciare un avvertimento congiunto sulla minaccia imminente rappresentata da questa classe di sistemi.
    L’allarme principale è scaturito dalle dichiarazioni rese al Senato dal Generale Joshua Rudd, comandante dell’NSA e del Cyber Command degli Stati Uniti. Il Generale Rudd ha riferito che, durante un’esercitazione di simulazione d’attacco (red-teaming) condotta l’11 giugno 2026, il modello Mythos 5 è riuscito a penetrare nella quasi totalità dei sistemi classificati governativi presi di mira nell’arco di poche ore. Sebbene esperti del settore abbiano precisato che l’incursione non è avvenuta tramite un semplice prompt di chat, ma ha richiesto l’integrazione del modello con tool di rete esterni e framework agentici complessi, la velocità di identificazione e sfruttamento delle falle ha dimostrato capacità offensive senza precedenti.
    Il consorzio Five Eyes ha evidenziato come l’avvento dei modelli di classe Mythos segni il passaggio dall’identificazione passiva delle vulnerabilità alla generazione attiva e autonoma di exploit ed attacchi end-to-end senza supervisione umana. Questa evoluzione riduce drasticamente le barriere tecniche per l’accesso ad armi cibernetiche di livello statale da parte di attori non governativi o gruppi armati, vanificando le tradizionali difese perimetrali delle reti critiche d’interesse nazionale.
  3. Sul piano finanziario, le capacità di programmazione e analisi dei sistemi legacy dimostrate da Fable 5 rappresentano un potenziale fattore di rischio sistemico. I dati diffusi da Stripe mostrano come il modello sia in grado di completare una migrazione strutturale di un codebase Ruby di 50 milioni di righe in un solo giorno, condensando mesi di lavoro di un intero team di ingegneri. Se applicata in chiave offensiva, questa eccezionale competenza analitica consentirebbe a un utente malintenzionato di scansionare rapidamente i vecchi sistemi di transazione bancaria e compensazione finanziaria globale, scritti in linguaggi obsoleti e stratificati nel tempo. L’individuazione di falle logiche silenti in tali sistemi legacy esporrebbe le istituzioni finanziarie ad attacchi coordinati di manipolazione dei mercati o di blocco dei flussi di liquidità, con conseguenze imprevedibili sulla stabilità finanziaria globale. Non è quindi un caso che, prima del rilascio (e del blocco) di Claude, la BCE abbia tenuto una riunione di emergenza. 
  4. Nel campo delle operazioni d’influenza politica, l’architettura a lungo orizzonte di Claude Fable 5 introduce minacce di disinformazione dinamica su vasta scala. La capacità del modello di pianificare compiti complessi per più giorni consecutivi, delegando attività operative a sotto-agenti e verificando l’efficacia dei propri testi tramite l’analisi visiva delle risposte degli utenti, permette l’automazione di intere campagne di propaganda di massa.
    Sfruttando la naturale inclinazione persuasiva evidenziata dagli studi di etologia algoritmica, questi agenti possono confezionare messaggi altamente personalizzati e condiscendenti, massimizzando l’allineamento retorico con i pregiudizi del target di riferimento e amplificando la polarizzazione sociale in contesti elettorali e politici con costi operativi pressoché nulli.

Il futuro

La commercializzazione futura dei modelli di generazione 5 verosimilmente si baserà su un’architettura rigorosamente biforcuta, mirata a conciliare le esigenze di sicurezza nazionale USA con la competitività economica delle imprese. Ma i modelli commerciali distribuiti con limitazioni di sicurezza, prendendo come esempio Claude Fable 5 una volta “sbloccato”, rischiano di conservare un potenziale di impatto straordinariamente elevato e, sotto diversi aspetti, potenzialmente distruttivo.

Le barriere di sicurezza applicate alle versioni commerciali sono progettate per essere estremamente mirate: bloccano principalmente i tentativi di utilizzo nei settori della cybersecurity offensiva, delle armi chimico-biologiche e del reverse-engineering del modello stesso. Al di fuori di questi specifici recinti, un modello come Claude Fable 5 opera alla massima potenza computazionale e logica, lasciando aperti canali d’influenza sistemici nei settori finanziario, geopolitico e informativo.

  1. Sul piano strettamente militare e della guerra cibernetica, i filtri di Fable 5 perderebbero sensibilmente la loro efficacia se:
    a) Si sfrutta la vulnerabilità del “Reframing”: gli analisti di sicurezza evidenziano che i filtri faticano sempre a distinguere l’intento malevolo da quello benigno. Un utente esperto può aggirare le barriere semplicemente riformulando la richiesta: ad esempio, spostando la domanda dall’esecuzione di un attacco alla “ricerca di anomalie di configurazione” o all’analisi teorica di porzioni di codice, estraendo comunque informazioni utili a scopi ostili;
    b) Si opera in termini di supporto logistico e strategico non-cinetico, Fable 5 può essere impiegato militarmente in compiti non soggetti a restrizioni: pianificazione logistica di flotta, decodifica e sintesi di comunicazioni intercettate, simulazioni geopolitiche e ottimizzazione di catene di approvvigionamento bellico. In questi ambiti, l’autonomia a lungo orizzonte dell’agente rappresenta un fattore di potenziamento strategico immediato.
  2. Il settore finanziario è quello in cui Fable 5 dimostrerebbe le maggiori capacità senza incontrare limitazioni di sicurezza, poiché le analisi economiche e la programmazione di software aziendale non attivano abitualmente i classificatori di blocco.
    Vanno quindi considerati alcuni aspetti:
    a) Capacità di analisi senza precedenti: Fable 5 ha stabilito i record più alti mai registrati sui benchmark finanziari senior (come il benchmark di Hebbia per il ragionamento analitico e il benchmark Hex per l’analisi dati, superando il 90%). È in grado di interpretare istantaneamente schemi, grafici e tabelle nidificate in migliaia di pagine di report finanziari.
    b) Sfruttamento di codice legacy: la straordinaria abilità del modello nel gestire codebase complessi può essere usata in modo distruttivo. Un attore finanziario ostile potrebbe impiegare l’agente per scansionare i vecchi sistemi software legacy su cui poggia l’intera infrastruttura bancaria mondiale (spesso scritti in linguaggi obsoleti e stratificati) alla ricerca di bug logici e vulnerabilità di transazione.
    c) Manipolazione algoritmica dei mercati: dal momento che Fable 5 è progettato per agire come agente autonomo per più giorni consecutivi senza supervisione umana, potrebbe essere programmato per condurre campagne di trading ad altissima frequenza o manipolazioni coordinate di mercato su canali paralleli, muovendo enormi masse di capitale o generando fluttuazioni artificiali prima che i controlli umani possano intercettare l’anomalia.
  3. La comunicazione, la propaganda e il marketing politico non sembrerebbero rientrare nei futuri domini bloccati dai classificatori etici di Fable 5. Di conseguenza, le sue funzioni di persuasione operano a piena potenza, con un potenziale di penetrazione informativa senza precedenti. Vediamo.
    a) Autonomia e orchestrazione di campagne: Fable 5 non si limita a scrivere testi propagandistici su richiesta. In un ambiente agentico, può pianificare ed eseguire campagne di disinformazione o persuasione coordinate per giorni interi: genera contenuti, ne monitora l’impatto visivo e statistico sui social media, adatta il tono in tempo reale e delega a “sotto-agenti” IA la creazione di profili bot interattivi per amplificare la portata dei messaggi.
    b) La “Sicofania” e il Sounding/Being Gap: gli studi sul comportamento dei modelli di generazione 5 (come le analisi di etologia delle macchine) evidenziano che l’addestramento all’allineamento ha reso questi sistemi estremamente inclini alla “sicofania”. Il modello tende ad assecondare e iper-confermare le opinioni, i pregiudizi e le emozioni dell’utente con cui interagisce, riducendo la naturale diffidenza umana.
    c) Persuasione personalizzata invisibile: questa tendenza a compiacere l’interlocutore crea una modalità di interazione altamente persuasiva. Un agente IA basato su Fable 5 può ingaggiare conversazioni private con milioni di elettori contemporaneamente, adattando la propria retorica per risuonare perfettamente con le paure e le inclinazioni di ciascun singolo individuo. Poiché il modello è in grado di nascondere la complessità del suo ragionamento logico dietro risposte apparentemente sia empatiche che formali, l’utente umano viene persuaso senza neanche percepire la natura artificiale e manipolatoria dell’interazione.

La politica come continuazione della guerra ibrida

Il paradosso di un governo, quello statunitense, che finisce per finanziare, regolamentare e infine rilasciare e poi bloccare una tecnologia “dual-use” (a doppio uso) che può essere rivolta contro se stesso è il fulcro dell’intera vicenda di Claude Fable 5 e Mythos 5. Ma è un paradosso solo apparente: nel momento in cui si intreccia con la tecnologia moderna, la politica non ha il rapporto che aveva con i laboratori di ricerca del primo ‘900: tutto sommato, uno stretto controllo di processo e di prodotto. Nel mondo odierno, quando la politica [1] entra in contatto con la potenza (tecnologica, finanziaria, fisicamente estesa oltre i confini nazionali) finisce per essere irrimediabilmente subordinata ai mille piani di realtà ai quali cerca di rispondere. Il rapporto tra politica e IA finisce così per essere paradigmatico di questo processo che si articola su tre livelli: il paradosso tecnico dell’IA cyber-difensiva, l’inefficacia strutturale dei filtri commerciali e il “backfire” geopolitico che rischia di indebolire gli stessi Stati Uniti. Vediamo:

  1. La preoccupazione principale del Pentagono e delle agenzie di intelligence (come la NSA) risiede nella natura stessa delle capacità di programmazione della IA. Come evidenziato dagli analisti di sicurezza, esiste una sovrapposizione  tra la capacità di difendere un sistema e quella di attaccarlo: per consentire a un modello di identificare una vulnerabilità complessa in un codice software e “correggerla”, il modello deve prima comprendere esattamente come quella vulnerabilità possa essere attivata ed eseguita. Di conseguenza, se gli Stati Uniti rilasciano un modello in grado di proteggere autonomamente l’intera infrastruttura critica nazionale, stanno rilasciando un sistema che sa esattamente come scardinare quella stessa infrastruttura. Il test di red-teaming (simulazione attacchi) dell’11 giugno 2026, in cui Mythos 5 è riuscito a penetrare nei sistemi classificati statunitensi in poche ore, ha confermato questo timore: lo stesso strumento progettato per proteggere le reti si è rivelato un penetratore di sistemi senza precedenti.
  2. Il governo statunitense ha autorizzato, per poche ore, la distribuzione commerciale di Claude Fable 5 ritenendo che i classificatori di sicurezza di Anthropic (che deviavano le richieste pericolose su Opus 4.8) fossero sufficienti a neutralizzare la minaccia. Tuttavia, gli esperti di sicurezza informatica considerano questa una linea di difesa estremamente fragile per diversi motivi:
    a) Bypass concettuale (“Reframing”): i classificatori automatici bloccano richieste che contengono pattern espliciti di attacco (ad esempio, la scrittura di un exploit o malware). Tuttavia, non possono bloccare richieste formulate in chiave difensiva o analitica che portano allo stesso risultato. Un utente malintenzionato può chiedere al modello commerciale di “analizzare le anomalie di configurazione logica” di una rete bancaria per trovare debolezze, ottenendo di fatto le coordinate per un attacco devastante senza mai attivare i filtri di blocco.
    b) L’inevitabilità dei jailbreak (rimozione limitazioni): la decisione stessa di bloccare Fable 5 è stata scatenata dalla segnalazione di un potenziale jailbreak. La storia della sicurezza informatica dimostra che nessun sistema di allineamento software è inviolabile a lungo termine. Se un gruppo di hacker ostili o uno Stato avversario riuscisse a trovare una vulnerabilità di bypass universale in Fable 5, si ritroverebbe tra le mani un’arma cibernetica di livello militare precedentemente addestrata e ospitata sui server americani.
  3. Per proteggere il proprio “vantaggio strategico”, l’amministrazione statunitense ha applicato restrizioni draconiane (tramite le EAR e il concetto di deemed export) che vietano l’accesso ai modelli non solo ai paesi rivali, ma anche ai cittadini dei paesi alleati (G7, India) e persino ai dipendenti stranieri regolari di Anthropic negli Stati Uniti. Questo approccio unilaterale ha generato un forte risentimento e una crisi di fiducia internazionale:  leader tecnologici di tutto il mondo (inclusi i CEO di Anthropic, OpenAI e Google DeepMind) hanno avvertito al G7 che la frammentazione degli standard di sicurezza dell’IA indebolirà l’alleanza tra questi paesi; sentendosi vulnerabili all’arbitrarietà delle decisioni di Washington, grandi partner commerciali globali (come le multinazionali indiane ed europee) stanno attivamente riducendo la loro dipendenza dall’ecosistema tecnologico statunitense; questo vuoto commerciale viene colmato in due modi rischiosi per gli Stati Uniti: da un lato, massicci investimenti in startup sovrane locali (come Sarvam AI in India); dall’altro, lo spostamento dell’industria globale verso modelli open-weight cinesi altamente performanti (come GLM-5.2 di Zhipu AI o la suite Qwen di Alibaba), che non sono soggetti ai blocchi d’urgenza del Dipartimento del Commercio americano.

Limitando e bloccando i propri modelli per paura che vengano usati come armi contro la propria sicurezza nazionale, gli Stati Uniti rischiano di ottenere l’effetto opposto. Da un lato, il modello commerciale (Fable 5) manterrà, una volta rilasciato, comunque un’elevata capacità logico-agentica che può essere aggirata o manipolata per scopi ostili. Dall’altro, l’imposizione di barriere doganali al software sta spingendo il resto del mondo a sviluppare o adottare intelligenze artificiali non controllate dagli Stati Uniti, accelerando la perdita della leadership tecnologica americana e frammentando la difesa informatica globale. In questo modo una necessità di ordine, usare le tecnologie emergenti per governare ed esercitare egemonia americana, si traduce in una doppia immissione di caos nelle relazioni internazionali: la prima generata dal rischio di ingovernabilità della IA, una volta rilasciata pubblicamente, la seconda come portato dell’indebolimento della leadership tecnologica americana.

Così la vicenda Claude Fable 5 contro il governo degli Stati Uniti ci mostra che oggi la politica esiste come continuazione della guerra ibrida attraverso tre fatti materiali incontestabili: 

  1. La sottomissione della decisione alla tecnica. Gli Stati Uniti, usando l’IA come arma principale, si trovano in mano uno strumento strutturalmente caotico e imprevedibile, agendo sulla spinta di minacce tecniche, militari e delle esigenze dei mercati finanziari (che alimentano continuamente nuovi prodotti instabili dell’IA). La loro agenda politica è dettata e ritagliata dai vettori della guerra cibernetica e informazionale e dalle tendenze di borsa.
  2. Il fallimento dei mezzi tradizionali. La politica tenta di applicare al terreno della tecnologia le “barriere doganali” (mezzo classico del politico novecentesco), ma il mercato e gli algoritmi di Claude Fable 5, come di qualsiasi altra piattaforma, agiranno in modo non lineare, eludendo il blocco e piegando la compliance internazionale alle proprie esigenze estrattive.
  3. L’emergenza che decide, sovrana. Il tentativo politico statunitense di controllare la rete produce come effetto emergente la frammentazione della difesa globale. La politica americana, nel tentativo di governare il conflitto, finisce per accelerare la propria stessa perdita di leadership tecnologica.

Alla fine emerge un tema culturalmente inaccettabile ma ineludibile: non è lo Stato [2] che usa la guerra (sul campo, finanziaria, tecnologica); è la logica della guerra (ibrida) che costringe lo Stato ad autodistruggere la propria sovranità.

Fonte

Nota di redazione

[1] noi diremmo la politica occidentale.

[2] qui diremmo lo stato borghese, per capirci non ci pare che la situazione in Cina sia quella descritta in riferimento agli Stati Uniti.

29/01/2026

Della guerra

Proponiamo alla lettura questo post di Pierluigi Fagan, secondo noi molto interessante e stimolante. Premettiamo queste poche righe solo per avvertire che lo stile conciso e polemico del testo potrebbe sorprendere lettori con scarse nozioni o addirittura completamente a digiuno di epistemologia, così come quanti abbiano una conoscenza solo cursoria della teoria marxiana (ossia quanto detto effettivamente da Marx, mentre “marxista” è chiunque – dopo – ne abbia condiviso i presupposti, anche a prescindere dall’esattezza della comprensione o dalle personali fantasie incollate sul discorso marxiano).

Per esempio, l’affermazione “Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata” potrebbe apparire eresia, al pari di “Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso” (in effetti il capitalismo si muove per garantire l’accumulazione e il profitto, determinando perciò lo stato di guerra o di pace a seconda dei dividendi ottenibili).

Ma tutta l’argomentazione portata a sostegno della sua critica al “riduzionismo economicista” è, a ben guardare, piuttosto coerente con quanto lo stesso Engels ebbe a scrivere, verso il termine della sua vita, riguardo alle semplificazioni/deformazioni della teoria marxiana e sua (ne era stato del resto il primo fondatore, con La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845) già allora circolanti, o addirittura prevalenti, nel dibattito tra “marxisti”.
“secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda.
La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma.
È un’azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.
Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi. Ma anche quelli politici, ecc., anzi addirittura la tradizione che vive nelle teste degli uomini ha la sua importanza, anche se non decisiva.”

(Friedrich Engels, Lettera a Bloch, 21 settembre 1890)
Buona riflessione.

*****

Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.

La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse [l’economia liberale, quella che si insegna nelle università occidentali, è in effetti conosciuta come “la scienza triste” perché di solito “prevede il passato”, con ovvi problemi di statuto scientifico, ndr].

Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.

Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.

Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.

C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.

Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale – quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica – sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.

Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.

Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.

Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.

A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.

Tuttavia, rimane vero e inconfutabile che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.

Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.

Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.

Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico.

Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.

La sindrome di Procuste, ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente.

Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?

L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.

Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa – poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille) – ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?

La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).

Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.

Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.

In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.

Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.

Fonte

05/01/2026

L’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla

di Emiliano Brancaccio

Se la guerra non termina ma si spande da un emisfero all’altro del mondo, forse è anche perché non abbiamo ben compreso la sua moderna natura. Dobbiamo allora sforzarci di capire meglio.

A tale scopo, siamo chiamati a giudicare il metodo dell’attuale geopolitica, l’interpretazione oggi prevalente della guerra. Disciplina che sembra affascinare tutti, dagli storici illustri ai comuni cittadini. Moda imperante, come fu l’interpretazione liberista del mondo negli anni precedenti alle grandi crisi.

Stando ai suoi stessi apologeti, l’attuale geopolitica sembra una cosa piuttosto vaga. I tautologi la denominano “realismo”. Gli scaltri la definiscono “non scienza”. Gli ingenui la chiamano nientemeno che “buon senso”. Persino i suoi alfieri, insomma, ammettono che una vera epistemologia della geopolitica non esiste. Dobbiamo trarre l’implicazione che si tratti di un mero pour parler? Talvolta dotta, talaltra rozza, ma pur sempre chiacchiera?

Sarà bene iniziare a contemplare questa possibilità. Ma se così fosse, la recita del rosario chiamata geopolitica, pur priva di basi scientifiche, potrebbe nascondere ai suoi stessi adepti uno scopo profondo. Quello di convincere le masse che la storia sia popolata da personaggi illustri, dotati di nomi, cognomi, tenute d’ordinanza e virtù sacre. Condottieri valorosi chiamati a guidare le nazioni verso destini primordiali segnati da catene montuose e sbocchi verso il mare. Magari cinici, come il cosiddetto “realismo” impone.

O pazzi che odono voci, come la vulgata insinua. Ma che in ogni caso mandano i popoli in guerra per scopi antichi e nobilitanti. Vale a dire: terra, etnia, sicurezza, gloria. E per tali scopi discettano con preti e militari, non certo con affaristi e speculatori.

La geopolitica che innalza la guerra al di sopra dello sterco del demonio, questo è il proposito. La geopolitica che dunque si fa ideologia, e in quanto tale pretende di situarsi al di sopra dell’economia politica e della sua critica. Deriva vecchia e funesta. Ma efficace, alla portata di intelligenze bambine.

Del resto, così grave è il regresso intellettuale che oggi suona troppo difficile persino la lezione materialista di due giovani rivoluzionari di metà Ottocento: «La storia di ogni società finora esistita è storia di lotte di classi». Lotte tra e dentro le classi, che poi esondano in scontri armati. Un approccio che spoglia la “geopolitica” dell’abito borghese e la pone al servizio dell’analisi critica del capitale. Una visione che mostra finalmente la guerra come cosa bassa e sporca, quanto i flussi di denaro dei padroni per i quali masse di giovani innocenti muoiono e ancora morranno.

Eppure, dinanzi a parole così scientificamente nitide, i geopolitici alla moda ancora si affannano a chiedere: in questo complicato intrico di interessi di classe, che fine hanno fatto i nomi dei condottieri? Dei Luigi Bonaparte? Degli Stalin? Dei Reagan? E degli altri Cesari votati a indicare la via della Russia, dell’America e di tutti quei complicati oggetti chiamati “nazioni”, guarda caso anch’esse rese antropomorfe, come fossero algide donne destinate a nobili missioni?

Il punto è che gli odierni geopolitici si attardano su questo debole approccio soggettivista poiché sanno davvero poco delle strutture del capitale e dei suoi vincoli oggettivi. Ma questa scarsa conoscenza ha portato alcuni di essi a commettere errori madornali, come assecondare la risibile narrazione di Donald Trump quale “agente di pace”.

La verità è che non hanno nemmeno una chiara nozione di quell’indebitamento estero che ha forzato gli Stati Uniti a ritirare le truppe dai lontani teatri di guerra che essi stessi avevano aperto anni fa. Non hanno capito che il debito verso il mondo rende l’America sempre meno capace di dominare il mondo. E quindi la induce a ridefinire il perimetro egemonico, e magari a concentrare la violenza nel “cortile di casa”.

Per i geopolitici à la page, sembra che in fondo il capitalismo non sia mai giunto. Per loro pare tutto un medioevo, sia pure attualizzato.

Sui giornali e in televisione, è dunque tutto un teatro di commentatori che discettano di guerra e pace senza mai afferrare le loro basi materiali. Ma che proprio per questo, a ben vedere, risultano funzionali a chi la guerra la decide. Possiamo dire, in fin dei conti, che l’odierna geopolitica capitalista è l’arte di non capire la guerra al fine di perpetuarla. In ciò sta il suo inconscio servigio. E la sua estrema miseria.

In altre fasi si sarebbero organizzati confronti collettivi per distinguere la vana chiacchiera dalla lotta scientifica e politica, per la verità materiale, la giustizia e la pace. Oggi questa comune fatica non esiste. Eppure la scelta è sempre tra genio collettivo e idiozia individuale. Al momento ci tocca l’idiozia, purtroppo. Per costruire la comune intelligenza che demistifichi il domani serviranno cervelli più giovani e attrezzati. Soprattutto, più smaliziati verso l’ideologia capitalista dominante.

Fonte

22/10/2024

Al via il vertice Brics+ di Kazan: fondamentale passaggio verso un nuovo ordine internazionale

Un’agenda complessa e ambiziosa che potrebbe gettare le basi per la ridefinizione dell’architettura finanziaria internazionale basata sul dollaro

Grandi attese a livello internazionale, in primis nei Paesi che hanno a vario titolo mostrato interesse a collaborarvi, per il consueto vertice annuale dei Brics che quest’anno, a seguito della presidenza russa, si terrà a Kazan dal 22 al 24 ottobre prossimi. Nello specifico, la particolare importanza che assume l’atteso evento è principalmente riconducibile a tre ordini di motivazioni: sarà il primo vertice annuale dopo l’ampliamento del 1 gennaio scorso; vedrà la presenza di rappresentanti di un nutrito gruppo di Paesi al momento non ancora membri ed evidenzia un agenda programmatica di particolare rilevanza e complessità.

La situazione dei membri del Brics+

A Kazan andrà, dunque, in scena il primo summit ai massimi livelli di rappresentanza politica successivo al significativo ampliamento di inizio anno che ha sancito l’ingresso effettivo di Iran, Emirati Arabi Uniti, Egitto ed Etiopia, determinando, fra le varie, l’evoluzione dell’acronimo identificativo in Brics+. Mentre, l’Arabia Saudita, pur avendo anch’essa ufficialmente aderito lo stesso giorno, di fatto ad oggi non ne ha ancora formalizzato l’ingresso sostanziale.

Come d’altronde aveva ipotizzato nel maggio scorso il Giga (1), é proprio in relazione al ruolo chiarificatore del vertice, rispetto allo status effettivo della monarchia saudita, che nelle ultime settimane sono state ventilate alterne ipotesi in merito. Diversi analisti, a nostro avviso a ragion veduta, ritenevano, alla luce dell’alto valore geopolitico dell’evento, che la presenza a Kazan del regnante in pectore, Mohammed bin Salman, avrebbe definitivamente elevato lo status saudita dalla posizione di indeterminatezza verso quello di Paese membro sostanziale. Tuttavia, dopo esser trapelata la notizia di una probabile presenza del plenipotenziario saudita a Kazan, una decina di giorni or sono le nebulose dichiarazioni di Riyad sembravano lasciar intendere che, invece, a rappresentare il regno degli al Saud sarebbe stato il ministro degli esteri, facendo nuovamente emergere dubbi sulle loro reali intenzioni. A cercare di mettere fine all’incerto balletto geopolitico saudita, del quale abbiamo provato ad analizzarne cause e finalità nell’ultimo saggio (2), è dovuto intervenire il 15 ottobre il portavoce del Cremlino Dimitri Peskov, affermando che “lo status dell’Arabia Saudita nei Brics+ sarà chiarito e definito al vertice di Kazan”.

La crescente platea degli “interessati”

Oltre agli stati membri del Brics+ che vi partecipano di diritto, all’imminente vertice, sono state invitate le circa tre dozzine di Paesi che negli ultimi tempi hanno mostrato formale interesse al progetto di ridefinizione su base multilaterale delle relazioni internazionali, la maggior parte dei quali ha anche presentato domanda di adesione.

Un vertice, come detto, che evidenzia la presenza delle massime autorità politiche nazionali sia degli attuali aderenti (3), salvo l’Arabia Saudita che sarà rappresentata dal Ministro degli Esteri (4), sia degli “interessati”, fra i quali al momento hanno fornito conferma: il presidente bielorusso Alexander Lukashenko, il turco Recep Tayyip Erdogan, il boliviano Luis Arce, il laotiano Thongloun Sisoulith, il mongolo Ukhnaagiin Khurelsukh, il serbo-bosniaco Milorad Dodik ed il palestinese Mahmoud Abbas. Oltre al Primo ministro malese Anwar Ibrahim, quello armeno Nikol Pashinyan, quello serbo Aleksandar Vulin e al portavoce del neoeletto presidente indonesiano. Parteciperanno, avendone fornita conferma, anche i rappresentanti di un’altra decina di Paesi, tuttavia con livelli di rappresentanza politica di rango inferiore.

È prevista inoltre la significativa presenza del Segretario Generale Onu, Antonio Guteress, della presidente della Nuova Banca di Sviluppo dei Brics (Ndb), la ex presidente del Brasile Dilma Rousseff, e del segretario generale dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shangai (Sco), il cinese Zhang Ming.

Un elenco nutrito e di alto profilo politico destinato tuttavia ad ampliarsi ulteriormente, visto che al momento risultano 34 in totale gli stati che hanno palesato ufficialmente interesse al progetto dei Brics+, sia per una qualche modalità di cooperazione, ma soprattutto in forma di adesione a pieno titolo. Status per il quale la corposa lista dei richiedenti, attualmente giunta a 22 unità secondo la Camera di commercio italo-iraniana (5), si allunga di giorno in giorno, soprattutto da parte di Stati sottoposti a sanzioni Usa come Siria, Cuba e Venezuela.

Una dinamica in rapida fase espansiva, le cui strategie per affrontarla proficuamente costituiranno come vedremo una delle principali tematiche del vertice.

L’agenda dei lavori

Infine, per quanto riguarda gli argomenti previsti al centro dell’agenda dell’atteso evento, fra cui spicca la realizzazione di una piattaforma finanziaria alternativa allo Swift, sono stati suddivisi in due sessioni tematiche di lavoro: la prima, dal titolo “Rafforzare il multilateralismo per uno sviluppo globale equo e per la sicurezza”, tratterà delle strategie di rafforzamento e di integrazione del gruppo. Mentre la seconda, denominata “I Brics e il Sud globale, costruire insieme un mondo migliore”, affronterà le strategie relazionali non solo economico-commerciali ma soprattutto geopolitiche, fra i membri del Brics+ e la variegata galassia dei Paesi del Sud nel contesto del “sistema-mondo” equo ed inclusivo che intendono realizzare.

Nelle numerose riunioni preparatorie del vertice è stato anche affrontato, nella fattispecie da parte dei Ministri degli Esteri, il fondamentale capitolo delle strategie di integrazione e associazione e delle forme di collaborazione degli Stati che hanno evidenziato interesse o presentato richiesta di adesione. L’imprevista quantità di questi ultimi emersa da 2 anni a questa parte, in pratica dall’escalation del conflitto in Ucraina, ha inevitabilmente costretto i Paesi fondatori ad aprire un dibattito interno, il quale, dopo l’unanimità di vedute rispetto al primo ampliamento, negli ultimi mesi ha palesato posizioni e strategie diversificate rispetto agli sviluppi futuri. Il Brasile, e non solo, sembrerebbe orientato a non affrettare i tempi rispetto ad altri ampliamenti, ritenendo prioritario procedere in direzione dell’integrazione collaborativa degli ultimi aderenti, Arabia Saudita compresa, e del compattamento geopolitico del gruppo, a nostro modesto avviso (6), vero nodo cruciale dell’intero progetto. A tal proposito, sembrerebbe attirare crescente attenzione la proposta della Russia di creazione di un percorso a tappe intermedie verso lo status di membro effettivo, con l’istituzione delle categorie di Paesi interessati e di Stati partner.

Verso un nuovo ordine finanziario internazionale?

Altro fondamentale capitolo del vertice è costituito indubbiamente dalla nuove proposte di ordine finanziario, ovviamente già discusse nelle riunioni delle settimane scorse dal gruppo di lavoro sui servizi finanziari del Consiglio d’affari dei Brics, dalle quali sono emerse, tre principali tematiche destinate, in caso di realizzazione effettiva, a ridisegnare la struttura delle future relazioni finanziarie internazionali.

La prima riguarda la creazione di un’unità monetaria contabile comune, che dovrebbe chiamarsi “The Unit”, ancorata per 40% al valore dell’oro e per il 60% ad un paniere composto dalle divise degli Stati membri e che godrebbe della convertibilità nelle singole monete nazionali dei Brics+. Uno strumento particolarmente utile, non solo nel senso della dedollarizzazione, ma soprattutto perché aiuterebbe a superare le problematiche inerenti le oscillazioni dei cambi, causate dall’accumularsi di riserve di alcune valute, come successo alla Russia con le rupie indiane a seguito dell’incremento dell’export petrolifero verso Delhi (7).

La seconda prevede la realizzazione di una nuova piattaforma internazionale per i regolamenti multilaterali e i pagamenti in valute digitali degli Stati membri, denominata Brics Bridge, cha andrà ad integrarsi con i sistemi già attivi come lo Spfs russo e il Cpam iraniano, operanti in prevalenza nelle proprie divise (8).

La terza, invece, concerne l’implementazione sia di un nuovo sistema di pagamento, denominato Brics Pay e incentrato sulla tecnologia Blockchian, in grado di aggirare le transazioni in Dollari, sia di un’infrastruttura di regolamento e deposito internazionale, il Brics Clear, destinata ad agevolare le transazioni su estero di titoli nazionali, evitando la conversione nella valuta statunitense (9).

Infine, verrà discusso il progetto di strutturazione di una agenzia di rating alternativa alle 3 big statunitensi, di una Borsa merci per la compravendita delle commodities e di un sistema assicurativo dei Brics per consentire la spedizione continuativa dei manufatti e delle materie prime, anche nel caso in cui le compagnie occidentali, che dominano il settore, si rifiutino di prestare i loro servizi o pongano indebiti vincoli, come quello del tetto al prezzo del petrolio russo, fissato dalle sanzioni a 60 dollari al barile.

Un programma denso, complesso e ambizioso che verrà discusso nella 2 giorni di Kazan da vecchi e nuovi membri e dai Paesi in rotta di avvicinamento presenti, il cui esito, al netto dell’indubbia complessità, potrebbe gettare le basi concrete per i futuri assetti interni al raggruppamento e per la realizzazione di fondamentali infrastrutture finanziarie, in aggiunta ai già attivi Nuova Banca di Sviluppo (Ndb) e Fondo di Riserva (Cra), in grado di disegnare in modo concreto i connotati del nuovo ordine internazionale multilaterale, simmetrico e inclusivo, a cui mira il progetto Brics+.

Andrea Vento

Gruppo Insegnanti di Geografia Autorganizzati

20 ottobre 2024

Note

1 L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali – parte III. Il processo di dellarizzazione II – maggio 2024, Vento Andrea

2 L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali – parte IV. Brics+: l’ampliamento alla prova della compattezza geopolitica – agosto 2024, Vento Andrea

3 Oltre al presidente russo Vladimir Putin, sono attesi il presidente cinese Xi Jinping, quello indiano Narendra Modi, il brasiliano Luis Inacio da Silva “Lula”, il sudafricano Cyril Ramaphosa e i leader dei nuovi membri:il presidente iraniano Masoud Pezeshkian, quello emiratino Mohammed bin Zayed Al Nahyan, l’egiziano Abdel Fattah el-Sisi e il Primo ministro etiope Abiy Ahmed.

4 Il Principe Faisal bin Farhan Al-Saud

5 L’Iran debutta al vertice Brics 2024 a Kazan – https://www.ccii.it/liran-debutta-al-vertice-brics-2024-a-kazan/

6 L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali – parte IV. Brics+: l’ampliamento alla prova della compattezza geopolitica – agosto 2024, Vento Andrea

7 L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali – parte II. La complessa questione della dedollarizzazione – gennaio 2024, Vento Andrea

8 Tra 27 giorni i paesi Brics faranno la storia a Kazan

9 Quali prospettive promuoverà la Russia al vertice dei Brics?

10 Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch

11 L’ampliamento dei Brics ulteriore passo in avanti nella ridefinizione degli assetti geopolitici e geoeconomici internazionali – parte I. Il Bric: da aggregato geoeconomico a soggetto geopolitico – gennaio 2024, Vento Andrea

Fonte

23/05/2024

La guerra infinita dell'Occidente al tramonto

di Carlo Formenti

Qualche settimana fa ho commentato su queste pagine il numero 3 della rivista Limes ("Mal d'America"), dedicato alla crisi egemonica degli Stati Uniti. L'appena uscito numero 4, dal titolo "Fine della guerra" (dove la parola fine va letta sia come il fine – lo scopo – che come la fine), che affronta nuovamente il tema da un altro punto di vista, mi è parso ancora più interessante, per cui credo sia giusto dedicargli un ulteriore riflessione.

Come nel numero precedente, il punto di vista della rivista, pur critico nei confronti della (assenza di) strategia che caratterizza il modo in cui Stati Uniti ed Europa affrontano la duplice sfida di Russia e Cina, non è anti-occidentale. Si tratta piuttosto del tentativo di iniettare nel bagaglio ideale del blocco atlantico una robusta dose di realismo. Nel numero 3 si citavano come campioni di tale approccio personaggi quali George Kennan ed Henry Kissinger, due "monumenti" di un pensiero conservatore che mira al contenimento del nemico senza innescare una catastrofica Terza Guerra Mondiale. Nel numero 4 l'approccio viene riproposto, ma l'obiettivo di "moderare" il conflitto senza rinunciare ai propri obiettivi è qui associato, più che all'esempio di singole figure storiche, al paradigma di una disciplina, la geopolitica, che "educa al limite, frena le pulsioni più sconsiderate dei contendenti mentre li include nella stessa equazione in ossequio al principio di realtà" (la citazione è tratta dall'editoriale, cui mi riferirò qui in prevalenza, introducendo spunti da altri articoli che ne condividono lo spirito, mentre ignorerò quelli che esibiscono toni affini al mood propagandistico della stampa mainstream).

Parto da una affermazione cruciale contenuta nell'editoriale: oggi la guerra non può più essere razionalizzata dal paradigma di Clausewitz, che la definiva come la continuazione della politica con altri mezzi. Il modello non funziona più perché la guerra "si è emancipata dalla politica". L'eclisse del politico, cioè dell'unico fattore in grado di determinare il fine della guerra, impedisce che se ne possa sancire la fine. Introduco qui una prima riflessione critica. Più avanti vedremo come il carattere illimitato della guerra postmoderna venga associato al venire meno di un pensiero strategico occidentale ma, al tempo stesso, "Limes" non può né vuole rinunciare ad attribuire lo stesso peccato alla controparte: va bene criticare la logica bipolare buono/cattivo che ispira la propaganda occidentale, ma ammettere che il "cattivo" siamo noi sarebbe chiedere troppo. Ecco perché, dopo Clausewitz, viene chiamato in causa il filosofo della violenza simmetrica, René Girard (1). Costui, com'è noto, teorizza che la radice della violenza interumana affonda nel "desiderio mimetico", cioè nell'identificazione con la (presunta o reale) volontà di potenza altrui. Si innesca così il meccanismo di "feedback positivo" analizzato da un altro autore di punta della scuderia Adelphi, Gregory Bateson (2). Un meccanismo imitativo che è replicabile all'infinito: violenza chiama violenza, "Fino a perdere il senso stesso della difesa e dell'attacco, dell'aggressore e della vittima".

In questo modo si da per scontato che il "nemico" (Russia, Cina e tutti i popoli e le nazioni che si oppongono al dominio occidentale) sia mosso dalle nostre stesse pulsioni (volontà di potenza su tutte). Più avanti cercherò di mostrare come questo approccio, anche dandone per scontata la buona fede, sia frutto dell'incapacità di "vedere" l'altro. Eppure anche in questo "depistaggio" girardiano troviamo un passaggio rivelatore: l'uso illimitato della forza è sintomo "della tendenza all'estremo", scrive l'estensore dell'editoriale, che "da fine Settecento accelera il corso della storia". Genialità e cecità al tempo stesso della visione geopolitica: l'annotazione storica è più che azzeccata, ma come non cogliere che tendenza all'estremo e accelerazione temporale hanno a che fare anche e soprattutto con la cattiva infinità dell'accumulazione capitalistica? (3).

Limes non coglie questa connessione ovvia per il punto di vista marxista, in compenso suggerisce che, tradotta in geopolitica, questa tendenza all'estremo ci parla del miraggio della occidentalizzazione del mondo "figlio della rivoluzione francese". Anche se sarebbe più corretto parlare di un parto della rivoluzione borghese, e non solo francese (perché non riconoscere i "meriti" delle rivoluzioni inglese e americana?), la scelta trova giustificazione nel fatto che i "diritti universali" (4) figli dell'89 parigino ed "esportati" in Europa sulla punta delle baionette delle armate napoleoniche, hanno affascinato l'idealismo hegeliano che vi ha scorto il compimento della storia umana (il "deragliamento della teleologia hegeliana" lo definisce l'editoriale di Limes). Dopo il crollo dell'URSS, che per quasi un secolo aveva messo in dubbio la narcisistica auto identificazione occidentale con il destino dell'umanità, Fukuyama (4) ha potuto rilanciare l'annuncio hegeliano. È così scattata la trappola (vedi l'articolo di Fabrizio Maronta "L'incidente dell'Occidente") che "immagina il binomio democrazia liberale-capitalismo come forma definitiva e più alta della vicenda umana" e rafforza "la pericolosa convinzione che l'Occidente sia destino ineluttabile perché privo di alternative, dunque desiderabile da tutti e ovunque" (ibidem).

Poco importa che più di meta dell'umanità non si dimostri impaziente di ricevere i nostri "doni". Se molte democrazie occidentali sono meno popolari di diverse autocrazie, perché cinesi e russi (ma l'interrogativo vale per molti altri popoli) dovrebbero imitarci? L'interrogativo è cruciale perché – sorvolando su quella catalogazione del resto del mondo alla voce "autocrazie" – il fatto di non porselo fa sì che "noi occidentali continuiamo a concepire le guerre come estrema risorsa del progresso di cui ci siamo intitolati l'esclusiva". L'illimitismo dei limitati genera mostri, al punto che in nome dei diritti umani "ci si può anche suicidare con tutto il Pianeta".

La prospettiva del suicidio è tutt'altro che campata in aria, ove si consideri che, dopo la breve pausa in cui l'impero Usa ha potuto accarezzare il sogno di un dominio senza confini né alternative, è dopo che questo sogno è andato a sbattere contro un nuovo "muro" che non separa più Est da Ovest ma Nord da Sud, la reazione americana appare tanto folle quanto disperata. Folle perché non tiene conto di quel principio di realtà, in assenza del quale nessuna tregua (per tacere della pace) è negoziabile, disperata perché sopravvaluta la propria presunta superiorità a partire dal mancato riconoscimento del fatto (già messo in luce dal precedente numero della rivista) che "la potenza non dipende tanto dagli arsenali militari quanto dalla disponibilità di una collettività a battersi".

Non dubito che qualche marxista "ortodosso" sarà a questo punto tentato di liquidare come "sovrastrutturali" le argomentazioni appena esposte, obiettando che io stesso le ho liquidate poco sopra, associando l'illimitatezza delle pulsioni imperiali a stelle e strisce al principio di illimitatezza che anima il processo di accumulazione capitalistico. Perché inseguire fantasmi ideologici, dal momento che la ferocia con cui il blocco occidentale si precipita verso una Terza guerra mondiale è frutto della necessità imposta da una crisi economica di gravità tale che solo la guerra potrà risolverle? Replicherò a questo approccio meccanicista/economicista in sede di conclusioni. Prima intendo discutere gli altri due talloni di Achille (oltre a quello della sopravvalutazione della propria superiorità militare) che indeboliscono il fronte occidentale, evidenziati dall'analisi di Limes: la perversione del principio di realtà da parte del principio di narrazione (storytelling) e il fondamentalismo religioso che si nasconde dietro l'esaltazione di presunti principi universali.

L'articolo di Giuseppe De Ruvo ("La guerra postmoderna e il principio di irrealtà") punta il dito contro la svolta "narrativista" della nostra cultura. Si potrebbe dire che il suo ragionamento mette in luce un paradosso che chi scrive ha a più riprese evidenziato, criticando l'annuncio della fine dei grand récit di Jean François Lyotard (5): decretando la fine dei "grandi racconti" – o delle ideologie di emancipazione – gli accademici postmodernisti (e i loro volgarizzatori giornalistici) non hanno indebolito il potere suggestivo delle ideologie; lo hanno al contrario elevato all'ennesima potenza perché, relativizzando il valore di verità di tutti i discorsi, lo hanno rimpiazzato con le loro capacità "performative", cioè con la capacità di "produrre" verità, con buona pace del principio di realtà. "Il principio di realtà", scrive De Ruvo, "è stato assassinato dall'avvento dello storytelling e dal concetto di narrazione", per aggiungere qualche riga sotto: "viviamo ormai in uno 'storiverso', ovvero in un mondo in cui non si dà più analisi del reale... ciascuno si sceglie la narrazione che preferisce indipendentemente dalla sua aderenza ai fatti". La tragedia è che anche la guerra diventa narrazione slegata da ogni strategia, "tentativo di vincere la guerra raccontandola".

Purtroppo per gli Stati Uniti, la loro è una narrazione fuori tempo: se il sogno americano non funziona più in casa, recita l'editoriale, figuriamoci se può funzionare fuori. Ma l'establishment a stelle e strisce non sembra preoccuparsene: continua a seminare il caos in nome di obiettivi tanto ambiziosi quanto irrealizzabili e finisce per credere alla sua stessa propaganda. Mentre politici e giornalisti europei, degradati a un ruolo ancillare nei confronti del partner d'oltreoceano, appaiono come cinici ripetitori di "verità" cui non credono, sull'altra sponda la propaganda assume infatti le vesti della fede. Il che ci porta all'eccezionalismo americano e alla sua radice fondamentalista, tema affrontato dall'articolo di Tony Smith ("La legge di Abramo"). Non è un caso, scrive Smith, se i destini di Usa e Israele appaiono strettamente intrecciati. Non è solo questione del ruolo di Israele in quanto cuneo politico-militare, avanguardia dell'imperialismo occidentale piantata nel cuore del Medio Oriente: il fatto è che Usa e Israele condividono le stesse attitudini teocratiche al puritanesimo, all'essenzialismo, all'eccezionalismo e al militarismo. Una comune cultura della vendetta (non della giustizia!) che è tratto distintivo dell'Antico Testamento: "i due paesi condividono attitudini religiose fondamentaliste per molti versi incompatibili con gli ideali democratici di eguaglianza e umanitarismo che pure ne informano la retorica". Una cultura, aggiungerei, che mentre trova espressione nel sincretismo della lobby neocons che mixa ispirazioni veterotestamentarie e calviniste, richiama alcuni tratti del fondamentalismo islamico, colorando di ipocrisia i discorsi che parlano di un ordine internazionale basato sul diritto.

*****

Vengo all'incapacità di vedere/riconoscere l'altro da sé che già sul precedente numero Limes addebitava all'Occidente in generale e agli Usa in particolare. Nel mio commento osservavo tuttavia che in molti articoli di quel fascicolo era riscontrabile la stessa incapacità (strutturale o intenzionale? Personalmente ritengo sia dovuta a entrambe le ragioni). Questo limite è ancora più evidente in questo nuovo numero. Il punto è la presunta simmetria fra i contendenti. Richiamavo sopra il riferimento a Girard e alla violenza mimetica: le idee di questo autore vengono usate per legittimare la tesi secondo cui la crescente resistenza del Sud globale all'impero euro-americano (più americano che euro) sarebbe causata dal fatto che la globalizzazione (oggi rigettata dall'America che l'aveva esaltata e difesa da una Cina che, secondo Limes, aspira a sua volta ad eleggersi a guida mondiale) avrebbe occidentalizzato i paesi emergenti, inducendoli ad adottare la stessa logica dell'Occidente.

Nell'editoriale si cita una dichiarazione di Xi Jinping, proferita al fianco di Putin, in cui il presidente cinese diceva "stiamo vivendo cambiamenti che non abbiamo visto da cent'anni e noi li guidiamo insieme", dichiarazione che certificherebbe la volontà egemonica, simmetrica a quella del competitor americano, del dragone. Viene cioè ignorata come pura propaganda – narrazione simmetrica alle narrazioni occidentali – l'insistenza con cui il governo cinese sostiene di volersi impegnare nella costruzione di un mondo multipolare, in cui nessuna nazione possa arrogarsi il ruolo di egemone globale. Con lo stesso scetticismo viene accolto il discorso di Andrej Susenkov (decano della facoltà di relazioni internazionali dell'Università di Mosca), il quale, intervistato da Limes, attribuisce lo stesso obiettivo alla Russia, che "vuole che si arrivi a un nuovo sistema internazionale equilibrato, regolato da un principio di realismo e dalla consapevolezza di nuove condizioni che impediranno il dominio e l'egemonia di un unico paese", aggiungendo poco dopo che "gli Stati Uniti non sono ancora in grado di rinunciare a una postura di dominio unilaterale dell'ordine internazionale", e rammaricandosi del fatto che l'Europa abbia smesso di agire in base ai propri interessi in ragione di un'autonomia sempre più limitata nei confronti degli Usa.

È evidente che i redattori di Limes, oltre a sottolineare la natura tattica e contingente della convergenza fra Russia e Cina, unite dalla necessità di far fronte all'aggressività americana ma divise da storie e interessi tradizionalmente conflittuali, non credono ai proclami di Mosca e Pechino, perciò, mentre invitano a scongiurare i rischi di escalation, propongono una variante aggiornata della teoria del contenimento di Kennan: l'idea è congelare il conflitto scommettendo sul fatto che una strategia attendista consentirebbe di sfruttare quella che definiscono "la freccia più acuta all'arco delle società aperte" vale a dire "il grande limite del decisionismo economico e più in generale del dirigismo", destinati alla lunga a mettere in crisi il progetto cinese.

Questa speranza ci fa capire come nemmeno gli intellettuali più raffinati dell'establishment occidentale riescano a venire a capo del mistero cinese. Washington si era illusa che l'apertura cinese al mercato globale avrebbe indirizzato la Cina verso la fine del socialismo e la transizione alla liberal democrazia. Del resto il capitalismo americano non aveva forse goduto dei benefici della WalMart Economy (6), vale a dire della chance di usare il made in China come una droga per i lavoratori, mascherandone l'abbassamento del tenore di vita? Come è potuto succedere che questa sinergia sino-americana si sia rovesciata in un boomerang, creando le condizioni per la transizione della Cina da fabbrica del mondo a leader mondiale nei settori tecnologici avanzati e verso la conquista del primato negli investimenti diretti nel Terzo Mondo? Nemmeno Limes saprà rispondere a tale domanda finché resterà ancorata al dogma liberista della presunta superiorità delle "società aperte" rispetto alle economie miste ad alto intervento pubblico (il punto è che si pensa ancora alla Cina come a una variante del modello sovietico, ignorando l'alto tasso di flessibilità che le riforme della fine dei Settanta hanno introdotto nel meccanismo della pianificazione socialista (7)).

Altrettanto difficile sembra prendere atto del fatto che l'avversione cinese alla guerra non è un mero espediente propagandistico. Benché il nuovo numero di Limes ospiti un articolo di due accademici cinesi "americanizzati" (You Ji e Zhang Shu, "Pechino combatterà suo malgrado") nel quale si ribadisce che l'avversione alla guerra è una costante della lunga storia cinese, che anche i recenti conflitti di confine (India, URSS, Vietnam) hanno confermato che la Cina subordina gli obiettivi militari a quelli politici (i primi devono essere giustificabili e vantaggiosi, ma soprattutto limitati), e infine che la visione strategica della leadership cinese dà più importanza alla difesa che all'offesa.

*****

Concludo riprendendo, come promesso, il tema della idiosincrasia del marxismo ortodosso – leggasi meccanicista in filosofia ed economicista in materia storico sociale – nei confronti delle argomentazioni geopolitiche sul tipo di quelle appena analizzate. Il punto è che questo approccio è ancora impigliato nella opposizione schematica struttura/sovrastruttura, eredità mai smaltita del diamat staliniano. Secondo questa visione, le considerazioni di Limes sui punti deboli dell'Occidente, Usa in primis, come la sopravvalutazione della propria potenza militare, la perdita di senso di realtà generata dal paradigma postmoderno che rimpiazza i fatti con la narrazione, la fede religiosa nella propria missione di diffusione mondiale dei principi liberal democratici, ecc. sono puri orpelli ideologici che servono a mascherare gli interessi imperialistici del capitalismo a stelle e strisce.

Questo approccio non dovrebbe più godere di alcuna legittimazione, dopo che il pensiero di due giganti del marxismo come Gramsci e Lukacs (per citare solo le figure più eminenti) ha restituito all'ideologia il suo carattere di potenza materiale, fondamento dell'egemonia delle classi dominanti non meno decisivo dei rapporti sociali di produzione nel determinare il corso della storia. La follia della strategia del caos americana, la determinazione suicida a spingere il conflitto fino alle soglie dell'olocausto nucleare, non si spiegano solo con gli interessi economici, con la necessità di fronteggiare la crisi con il keynesismo di guerra; oggi non si può guardare al rischio di conflitto mondiale con gli stessi occhiali con cui guardiamo alla Seconda guerra mondiale, perché una guerra totale non sarebbe più un mezzo per distruggere e successivamente ricostruire, riavviando il meccanismo inceppato dell'accumulazione, ma causerebbe la fine dell'umanità, capitalisti compresi. Da questo punto di vista spaventano assai di più le deliranti macchine propagandistiche di un Occidente che, come denuncia Limes, ha sostituito la realtà con i suoi sogni al limite del delirio mistico.

Ciò detto, è evidente che i deliri in questione possono prendere corpo perché la crisi capitalistica in corso è qualcosa di più di una banale crisi ciclica. Come scrive l'amico Alessandro Visalli in una mail che mi ha inviato qualche giorno fa (e che spero amplierà in un articolo da pubblicare su queste pagine) "Comincia ad affacciarsi uno schema. Cercandone le radici bisogna riferirsi al movimento di fondo del nostro tempo: il tramonto della egemonia tecnica, economica e politico-militare dell'Occidente. Questo movimento, di portata storica, conclusione di un ciclo di mezzo millennio, ha conseguenze in ogni direzione e talvolta inattese". E più avanti, ragionando sul fatto che mentre il Nord del mondo "ha sognato di porsi come guida della transizione a un mondo fondato su tecnologie smart e rinnovabili", Cina e India lo hanno fatto, "mobilitando ciclopici investimenti pubblici e quindi anche privati", conclude che le nostre "disfunzionali società rette dalla valorizzazione privata, miope ed a cortissimo raggio" si rendono oggi conto di non riuscire a competere. Mi fermo qui, in attesa di ricevere il seguito di questa provocazione per avviare un dialogo più ampio e approfondito.

Note

(1) Cfr. R. Girard, La violenza e il sacro, Adelphi, Milano 1980.

(2) Cfr. G. Bateson, Verso un'ecologia della mente, Adelphi, Milano 1976.

(3) La "cattiva infinità" (rivisitazione marxiana di un concetto hegeliano) che anima il processo di accumulazione capitalistica è al centro dell'intera opera di Marx, il quale vi riconosce la causa ultima e inestirpabile delle crisi.

(4) A proposito dei cosiddetti diritti universali dell'uomo, che le rivoluzioni borghesi hanno elevato a principio assoluto, Marx scriveva che nessuno di essi "oltrepassa l'uomo egoista, l'uomo in quanto è membro della società civile, cioè l'uomo ripiegato su sé stesso, sul suo interesse privato e sul suo arbitrio privato, e isolato dalla comunità".

(5) Cfr. J-F Lyotard, La condizione postmoderna, Feltrinelli, Milano 1980.

(6) Giovanni Arrighi, fra gli altri, ha analizzato la cosiddetta WalMart Economy in quanto dispositivo che, grazie ai prezzi contenuti dei prodotti cinesi importati in America e distribuiti dalla catena WalMart, ha permesso al capitale Usa di ridurre il costo di riproduzione della forza lavoro e di abbassare i salari senza provocare tensioni sociali. Su questa fase dell'interscambio cino-americano vedi, dello stesso Arrighi, Adam Smith a Pechino, Feltrinelli, Milano 2007.

(7) Sulle caratteristiche del socialismo in stile cinese vedi quanto ho scritto in Guerra e rivoluzione, vol. II ("Elogio dei socialismi imperfetti"), Capitolo Primo.

Fonte