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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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29/01/2026

Della guerra

Proponiamo alla lettura questo post di Pierluigi Fagan, secondo noi molto interessante e stimolante. Premettiamo queste poche righe solo per avvertire che lo stile conciso e polemico del testo potrebbe sorprendere lettori con scarse nozioni o addirittura completamente a digiuno di epistemologia, così come quanti abbiano una conoscenza solo cursoria della teoria marxiana (ossia quanto detto effettivamente da Marx, mentre “marxista” è chiunque – dopo – ne abbia condiviso i presupposti, anche a prescindere dall’esattezza della comprensione o dalle personali fantasie incollate sul discorso marxiano).

Per esempio, l’affermazione “Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata” potrebbe apparire eresia, al pari di “Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso” (in effetti il capitalismo si muove per garantire l’accumulazione e il profitto, determinando perciò lo stato di guerra o di pace a seconda dei dividendi ottenibili).

Ma tutta l’argomentazione portata a sostegno della sua critica al “riduzionismo economicista” è, a ben guardare, piuttosto coerente con quanto lo stesso Engels ebbe a scrivere, verso il termine della sua vita, riguardo alle semplificazioni/deformazioni della teoria marxiana e sua (ne era stato del resto il primo fondatore, con La situazione della classe operaia in Inghilterra, del 1845) già allora circolanti, o addirittura prevalenti, nel dibattito tra “marxisti”.
“secondo la concezione materialistica della storia la produzione e riproduzione della vita reale è nella storia il momento in ultima istanza determinante. Di più né io né Marx abbiamo mai affermato. Se ora qualcuno distorce quell’affermazione in modo che il momento economico risulti essere l’unico determinante, trasforma quel principio in una frase fatta insignificante, astratta e assurda.
La situazione economica è la base, ma i diversi momenti della sovrastruttura – le forme politiche della lotta di classe e i risultati di questa – costituzioni stabilite dalla classe vittoriosa dopo una battaglia vinta, ecc. – le forme giuridiche, anzi persino i riflessi di tutte queste lotte reali nel cervello di coloro che vi prendono parte, le teorie politiche, giuridiche, filosofiche, le visioni religiose ed il loro successivo sviluppo in sistemi dogmatici, esercitano altresì la loro influenza sul decorso delle lotte storiche e in molti casi ne determinano in modo preponderante la forma.
È un’azione reciproca tutti questi momenti, in cui alla fine il movimento economico si impone come fattore necessario attraverso un’enorme quantità di fatti casuali (cioè di cose e di eventi il cui interno nesso è così vago e così poco dimostrabile che noi possiamo fare come se non ci fosse e trascurarlo). In caso contrario, applicare la teoria a un qualsiasi periodo storico sarebbe certo più facile che risolvere una semplice equazione di primo grado.
Ci facciamo da noi la nostra storia, ma, innanzitutto, a presupposti e condizioni assai precisi. Tra di essi quelli economici sono in fin dei conti decisivi. Ma anche quelli politici, ecc., anzi addirittura la tradizione che vive nelle teste degli uomini ha la sua importanza, anche se non decisiva.”

(Friedrich Engels, Lettera a Bloch, 21 settembre 1890)
Buona riflessione.

*****

Lanciata da un economista marxista, è iniziata una guerra epistemica contro la geopolitica. Se ho ben capito la tesi di fondo, l’essenza e causa della guerra (e dell’imperialismo) è il capitalismo. Vediamo meglio.

La geopolitica e i geopolitici sono accusati di non esser scientifici, come se un economista lo fosse [l’economia liberale, quella che si insegna nelle università occidentali, è in effetti conosciuta come “la scienza triste” perché di solito “prevede il passato”, con ovvi problemi di statuto scientifico, ndr].

Il problema è che fuori dalle scienze dure (da fisica a scienze della Terra passando per chimica e biologia), non si dà “scienza”, ma qualcos’altro che non è stato mai ben definito ereditando la categorizzazione delle discipline dal XIX secolo in cui erano tutti infatuati dalla fisica meccanica e pretendevano di estenderne metodi e assunti a tutto il sapere.

Si ha scienza di cose inanimate, quanto agli umani (singoli e in società) dotati di intenzionalità, le cose sono molto più complesse la cui comprensione non diventa magicamente certezza perché si usa la matematica.

Sono anche accusati di usare una disciplina che non ha neanche una sua critica epistemologica e su questo si conviene, anzi penso di averlo proprio scritto io in un commento ad un suo post. La disciplina è relativamente giovane (nata a cavallo tra XIX e XX secolo) e a lungo ostracizzata dai saperi occidentali poiché portante il marchio d’infamia di disciplina nazista. Sostituita da Relazioni Internazionali che è una disciplina nata realista e poi diventata idealista (o liberale) che è una disciplina prettamente americana, riemerge solo nei tardi anni ’70-’80 per merito di un francese, Yves Lacoste e la sua rivista Herodote.

C’è quindi dentro una bella confusione di metodo e molto da fare. A cominciare da quei geopolitici che espellono l’argomento economico e finanziario e relative lenti di analisi (anche perché probabilmente non conoscono neanche i fondamentali della materia), favoleggiando di spirito dei popoli, potenza astratta, ethnos e gloria, che, comunque, sono pur sempre variabili che hanno una dosata incidenza.

Il che ci porta ad un primo problema epistemologico generale ovvero la mania riduzionista di trovare “la” causa dei fenomeni. La stragrande maggioranza dei fenomeni non ha “una” causa, ma un complesso di cause. Le variabili incidenti un fenomeno soprattutto quando appartiene al mondo umano e non a quello naturale – quindi antropologia, sociologia, demografia, storia, economia, politica e ovviamente geopolitica – sono molteplici e concorrono a creare la dinamica del fenomeno, volta per volta, assemblandole in diverse dosi e reciproche relazioni, spesso non lineari.

Che la causa della guerra e anche dell’imperialismo sia la forma economica detta “capitalismo” è falsificata immediatamente dal verificare in Storia almeno cinque-seimila anni di guerre e primi regni espansivi, poi imperi (da quello di Sargon 2300 a.n.e. che si legge “ante nostra era” e corrisponde al più noto avanti Cristo). Che il capitalismo si nutra anche di guerra è ovvietà.

Che il capitalismo preferisca la guerra alla pace è falso, non è una regola (in questo campo ci sono al massimo “regole”, le “leggi” tanto care ai positivisti con l’invidia per la fisica newtoniana meccanica, non ci sono). A volte, secondo i suoi cicli interni e di contesto, prospera nella pace e nel commercio espanso, a volte si butta a capofitto nella produzione di armi e loro utilizzo per garantirsi spazi, popoli subordinati, energie e materie prime o bruciare i bilanci e relativi debiti accumulati.

Anzi, si potrebbe argomentare invertendo il processo causativo. Furono le varie guerre europee tra XV e XVII secolo a muovere lo sviluppo tecnico e la rivoluzione artigiana che precede quella industriale, inclusa l’espansione marinara verso le future colonie, che faranno poi da base alla forma di economia moderna.

A volte ci si dimentica che il capitalismo è un sistema che ha bisogno di possedere uno Stato (F. Braudel: “Il capitalismo trionfa non appena si identifica con lo Stato, quando è lo Stato”) ed uno Stato è sempre iscritto in una geografia e una storia (una geo-storia). Da cui anche l’apporto di argomenti relativi lo spazio geografico, la competizione di potenza a vari livelli (grandi, medie e piccole potenze), la rilevanza della componente militare e la mentalità (cultura) di taluni popoli e non di altri (indo-cinesi ed euro-anglosassoni hanno tradizioni storiche molto diverse rispetto alla guerra), la demografia, includendo la stratificazione dei poteri interni e la tipologia e rilevanza delle élite locali.

Tuttavia, rimane vero e inconfutabile che la forma economica e finanziaria di uno Stato moderno sia una delle sue strutture primarie. Altrettanto rilevante ricordarsi che uno Stato non è solo la sua economia, da cui l’appello ad approcci multidisciplinari per leggere a grana fine quando più dell’una o dell’altra variabile causativa.

Anche il roboante annuncio che tutta la storia è storia della lotta di classe e la partizione fondamentale tra borghesia e proletariato è forzata. La partizione fondamentale è la costruzione sociale piramidale tra Pochi e Molti che connota tutta la storia delle civiltà umane, che il capitalismo ha interpretato nella modernità qualificando i Pochi come i possessori di capitale. Nell’URSS i Pochi di potere non erano capitalisti o generati dal modo economico e così lo stesso oggi in Cina o in Iran.

Infine, usando il modello logico dialettico, se dire “A determina B” è la tesi, val bene opporgli il “B determina A”, ma solo per arrivare al successivo “A e B si co-determinano in un anello causativo” così la finiamo di buttare via tempo con discussione ottocentesca sul primato della struttura o della sovrastruttura.

Limitandoci alle cronache recenti, la guerra operata pur sotto la vestizione di “operazione speciale” (una guerra limitata) dalla Russia verso l’Ucraina è di origine capitalistica? Non direi proprio. Non sappiamo se i russi avevano fatto bene i loro calcoli strategici; tuttavia, era prevedibile il perdere l’Europa come partner di scambio commerciale, industriale e tecnologico.

Esattamente ciò che la Russia, dall’indomani del crollo dell’URSS, aveva pazientemente sviluppato come propria direzione di sviluppo economico, finanziario e capitalistico. Da cui la perdita per la loro élite della ricchezza di proprietà, soldi, investimenti, prospettive e libertà di operare nei ricchi mercati occidentali.

La sindrome di Procuste, ovvero la mania di dover coartare i fatti all’interpretazione e non il contrario, ha portato un altro autore osservante marxista che leggevo ieri a dire che la guerra in Ucraina è stata mossa per il possesso di materie prime e terre rare. Quanto all’argomento basta andare sul sito dell’ISPI (Relazioni Internazionali) per avere la cartina del dove si troverebbero in Ucraina i giacimenti più interessanti di una decina di metalli, l’area interessata dall’invasione russa non è certo la più promettente.

Inoltre, com’era prevedibile ad uno stratega di medio livello (credo che al Cremlino ce ne sia più d’uno), il grosso dei giacimenti ora verranno donati a statunitensi e forse europei, in cambio di armi e finanziamenti di sopravvivenza. Come si può dunque scrivere una stupidaggine del genere?

L’autore, in tutta evidenza, non sa nulla di Putin, delle élite di San Pietroburgo, degli equilibri politici interni alla Russia, della storia russa, dei trattati internazionali che regolavano gli equilibri tra USA e Russia via Europa, di ciò che statunitensi e nord-europei stavano facendo in Ucraina dal 2014 e di molto altro relativo la sicurezza tra cui il lungo accerchiamento della NATO, gli equilibri di potenza e le alleanze o amicizie geopolitiche di questa fase storica per poter scrivere una tale scemenza. Diciamo che fa il paio con quegli altri senza cervello che pretendevano di spiegare il conflitto col fatto che Putin s’è svegliato una mattina dopo che in sonno gli era apparsi Nicola I e s’era così ricordato quanto era fico essere “zar di tutte le Russie”.

Di contro, chi può negare che il motore della nuova effervescenza di potenza trumpiana volta a sottomettere tutto il suo continente e l’Europa – poi vedremo cosa farà in Asia (tra cui il processo che sta portando il Giappone a pensare di rompere il tabù e dotarsi di arma atomica mentre gli attriti di inimicizia tra i neocon di Tokyo e Beijing stanno facendo scintille) – ha ragioni dettate soprattutto, ma non solo, dalla metrica del proprio capitalismo?

La guerra mossa da Netanyahu ai palestinesi di Gaza e a Hezbollah ha un fondo economico legato alle promesse della nuova via del Cotone, ma ha anche la partecipazione di altre cause che vanno dalla demografia, alla lunga storia culturale di difficile convivenza con gli arabi, alla sicurezza, all’opportunità per il Primo Ministro di evitare i propri guai giudiziari, a ragioni di politica interna dato che il governo si regge sul voto di integralisti coloniali avidi di terra (che attrae nuovi coloni quindi nuovi voti per quei partiti).

Ci sono poi altri conflitti come quello in Sudan o tra Thailandia e Cambogia dove è difficile rinvenire ragioni economiche.

Come si vede, metallurgia della certezza (leggi ferree, di bronzo, d’acciaio) non se ne vede, si vede pluralità e molteplicità dei casi e dei relativi contesti. Così anche gli studiosi dovrebbero abbandonare l’applicazione industriale dei modelli e dedicarsi alla cura artigianale del pensiero.

In conclusione, una rinnovata epistemologia delle discipline storico-sociali ed umane, dovrebbe darsi uno statuto che non è “chiacchiera in libertà” quanto non è e non può essere una “scienza”. Superare le ristrettezze cognitive della causa unica. Studiare diverse discipline per poterle usare con diverso approfondimento e gradazione passando dal o-o al e-e allo scopo di ricostruire gli anelli causativi non lineari dei fatti. Questo s’intende quando si dice che una faccenda è “complessa”.

Le polemiche (il polemos sulle idee) sui primati disciplinari andrebbero superate nel comune sforzo di evolvere una disciplina che ha in oggetto la guerra, disciplina che esiste (per quanto ignota ai più) anche se in forme ancora immature e che si chiama polemologia.

Fonte

26/06/2024

Indisciplinabili dal fordismo - Hobos, wobblies e i limiti di Gramsci

Fabrizio Denunzio riflette su come leggere Gramsci oggi, interrogando le positività e le criticità di Americanismo e fordismo e provando a illuminare i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo.

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Come leggere Gramsci oggi

In almeno due importanti lavori usciti di recente, a poca distanza l’uno dall’altro, Pasquale Serra ci invita a leggere Gramsci in modo molto diverso da quanto si sia fatto negli ultimi decenni, ossia da quando il furore filologico degli esperti – credo databile dagli inizi degli anni Novanta del Novecento e identificabile sempre presuntivamente, visto che l’autore non cita mai esplicitamente gli artefici di questa svolta, con Gianni Francioni e il suo progetto di una nuova edizione nazionale dei Quaderni del carcere – ha preso il sopravvento sul modo abituale con il quale in Italia, tra gli anni Cinquanta e i Settanta del XX secolo, si era solito leggere il pensatore sardo, cioè non allontanandolo mai dall’attualità politico-sociale del paese e da tutti i più scottanti problemi che lo assillavano: dal lavoro in fabbrica all’emigrazione, dal fascismo alla questione meridionale, e così via.

Con la conquista dell’egemonia interpretativa da parte delle ermeneutiche filologiche, il gramscismo italiano si è ridotto a una sapiente quanto ferrea macchina di citazioni avendo oramai abbandonato ogni pretesa analitica della realtà contemporanea. Questo passaggio ha determinato una forma di produzione intellettuale altamente «spoliticizzata» quanto sterilmente «speculativa» (Serra 2019, p. 67), meglio, allora, molto meglio, riprendere la lezione degli argentini per i quali il «loro Gramsci» non ha mai smesso di reagire con le questioni fondamentali del loro tempo, il peronismo prima fra tutte: da qui la decisione di Serra di curare l’edizione italiana del saggio di Horacio Gonzáles Il nostro Gramsci, dalla quale sono ricavabili le precedenti argomentazioni polemiche[1]. Che non sono destinate a finire.

Nel secondo dei due lavori a cui ho appena fatto riferimento, Serra rilancia la polemica, purtroppo lasciando anche questa volta nell’anonimato i suoi bersagli, ma non avrei difficoltà a riconoscervi, come esempi illustrativi, i lavori di un Giuseppe Cospito (2004, pp. 74-92) o di un Fabio Frosini (2004, pp- 93-11). Introducendo nel 2024 un paio di scritti giovanili di Mario Tronti su Gramsci, Serra torna a ribadire con forza non solo il vuoto carattere speculativo della nostrana recezione gramsciana degli ultimi tempi, ma anche la separazione programmatica tra filologia e rivoluzione, «presupponendo una sorta di antecedenza del discorso filologico sull’analisi politica del presente» (Serra 2024, p. 6).

Ora, le due introduzioni, a distanza di pochi anni, accanto alla conferma dello stato regressivo in cui versa il filologico gramscismo italiano, presentano anche degli indirizzi di lettura di Gramsci: nel primo caso, segnalando la strada autoritaria che ha imboccato il nostro paese soprattutto con la vittoria della destra meloniana, ci invita implicitamente ad analizzare l’autoritarismo contemporaneo[2] (cosa diversa ma non estranea al fascismo); nel secondo, a non attenersi fedelmente alla lettera del dettato gramsciano, ma a farne un uso creativo, «selettivo, tendenzioso, e deformante» (ivi, p. 7), così da attrezzarci per «affrontare la necessità del momento» [3] (ibidem) con un autore completamente ricreato dai bisogni analitici del ricercatore.

Uscita dal filologismo e vicinanza estrema col presente: c’è una terza cosa, infine, forse la più decisiva che Serra dice di Gramsci nella sua ultima introduzione, ossia che nei Quaderni non è depositata nessuna verità, che da essi non emana alcuna verità ultimativa sul mondo e che l’averlo creduto e il crederlo ancora ha causato e causa un vero e proprio blocco di «ogni sviluppo creativo e critico, della sua eredità» (ibidem).

Volendo immaginare che leggere creativamente Gramsci oggi, secondo quanto appena detto, significhi passare anche e soprattutto attraverso la critica della sua opera, i risultati a cui lo stesso Serra arriva non sembrano potersi collocare in questa linea interpretativa visto che, nel primo caso, in accordo col peronismo di sinistra di Gonzáles, incentra la sua proposta su di un’unità nazionale di popolo che porti alla conquista dello Stato da parti delle classi subalterne, e questo significa lasciar passare acriticamente il nazionalismo di Gramsci che tanto stava a cuore a Togliatti[4]; nel secondo, attualizza una discussione, quella sul marxismo gramsciano, nata già liquidata, senza neanche troppa originalità, dagli stessi scritti del giovane Tronti quando sostiene, facendo integralmente sua l’interpretazione di Galvano della Volpe, che non di filosofia si tratti col marxismo ma di scienza, e questo a dispetto di quanto creduto con forza da tutta la tradizione italiana da Gentile a Gramsci, aprendo così la strada a quello che a suo modo resta uno dei più importanti contributi dati alla sociologia industriale italiana, Operai e capitale.

Al di là di queste osservazioni critiche, la proposta di Serra nell’attuale panorama del gramscismo italiano rimane l’unica valida e fertile: la creatività delle letture a venire di Gramsci si deve legare anche al rilevamento delle sue criticità.

Le brevi riflessioni che seguono, allora, iniziano da qua: prendono le mosse da uno dei principali assi teorici dei Quaderni, Americanismo e fordismo; ne selezionano una manciata di paragrafi per individuarne gli imprescindibili contributi dati all’analisi scientifica di tutte quelle società la cui organizzazione economica del lavoro dipende dal fordismo (principalmente, quindi, quella americana ma in seconda battuta anche quella italiana); ne rilevano criticamente i limiti; provano a illuminare in modo creativo, a mo’ di contrasto chiaroscurale, i processi di formazione di soggettività che, dentro e fuori il fordismo, non si sono lasciate disciplinare dalla logica della produzione tayloristica e che, nella sostanza, lasciano intravedere forme di vita, di lotta e di sindacalismo non riconducibili a quelle che si sono affermate nel movimento operaio europeo tra la fine del XIX e i primi decenni del XX secolo, quindi, non integralmente pensabili dalle categorie marxiste-leniniste, di conseguenza, dallo stesso Gramsci.

Americanismo e fordismo secondo Gramsci: le positività

Sarebbe davvero difficile riassumere tutti i risultati raggiunti da Gramsci nel quaderno speciale n. 22[5], redatto, come gran parte di quelli speciali, nel 1934, ma nel quale confluiscono tanto l’esperienza ordinovista dei primissimi anni Venti del Novecento quanto tutte le note scritte sull’argomento tra il 1929-1930 e durante il 1932.

Letto con la consapevolezza di non essere una riflessione limitata ai soli aspetti economicistici del fordismo, cosa che ancora oggi la rende di grandissima attualità anche per capire il passaggio al postfordismo[6], Americanismo e fordismo presenta un gruppo di paragrafi particolarmente importanti.

Già gettando un rapido colpo d’occhio all’elenco dei nove problemi stilato alla fine del primo paragrafo si capisce da subito l’ampiezza del quadro culturale entro cui Gramsci vuole studiare il fenomeno, sinteticamente:
1) come nuovo meccanismo di accumulazione capitalistica;
2) rispetto alla questione sessuale;
3) come forma di rivoluzione passiva;
4) rispetto alla demografia;
5) rispetto a una genesi da collocarsi all’interno dell’apparato produttivo industriale o all’esterno di esso in un apparato giuridico di tipo statuale;
6) in funzione della politica degli alti salari;
7) della caduta tendenziale del saggio di profitto;
8) della psicanalisi;
9) della associazioni classiste tipo Rotary Club o Massoneria (Gramsci 1978, p. 4).
Anche se con molta umiltà Gramsci si riferisce a questo piano di lavoro come a un insieme di problemi che «a prima vista paiono non di primo piano», si capisce che in realtà essi sono di primissimo rilievo, a dimostrazione di quanto l’organizzazione del lavoro non nasca e non finisca mai nella sua sola dimensione economica.

Spostandoci da questa panoramica generale all’inquadratura particolare dei singoli aspetti, la riflessione si affina diventando sempre più interessante come ad esempio, nel paragrafo 2, quando Gramsci utilizza le categorie di forza e persuasione, capisaldi della sua analisi del fascismo, per spiegare l’affermazione del fordismo come abile combinazione di una forza, per l’appunto, diretta contro le organizzazioni sindacali e di una persuasione della classe operaia agli obiettivi padronali agita tramite lo strumento degli alti salari. In questo modo Gramsci vede l’affermazione della fabbrica su tutta la società, vede il momento produttivo farsi egemonico su tutta la vita sociale. Un’affermazione che può realizzarsi e un’egemonia che può imporsi solo perché la nuova forma di produzione mette capo alla creazione di «un nuovo tipo umano, conforme al nuovo tipo di lavoro e di processo produttivo» (ivi, p. 19).

A questa nuova forma di uomo nato dall’interno della fabbrica e disseminatasi su tutto il corpo sociale Gramsci dedica altre fondamentali osservazioni, sia di tipo antropologico come avviene nel paragrafo 3 quando afferma che tale umanità si può determinare solo a patto di una rigida repressione dell’apparato sessuale; sia di natura storica quando, nel paragrafo 10, vede tutto l’industrialismo porsi al servizio di questo violento addomesticamento dell’istintualità, come mezzo di assoggettamento dell’animalità dell’uomo, non a caso i valori e le istituzioni più funzionali, da ultimo,  al mantenimento del taylorismo si dimostrano essere la fedeltà coniugale e la famiglia, ossia il più rigido conformismo.

Un conformismo sul quale le fabbriche Ford vigilavano attentamente, e sì perché l’egemonia della fabbrica sulla società viene assicurata attraverso un capillare sistema di controllo: magistrale l’esempio riportato da Gramsci nel paragrafo 11 dei servizi di ispezione incaricati di verificare se gli operai percettori di alti salari non li dissipassero in bagordi alcolici e sessuali nel fine settimana. Naturalmente gli ideali che animavano il corpo degli ispettori di fabbrica tutt’altro erano che puritani, poiché sotto la loro apparente facciata morale si annidava il più cinico interesse padronale, ossia quello di salvaguardare l’equilibrio psico-fisico del ‘suo’ lavoratore, di quello strumento sul quale aveva investito e che manuteneva pagandogli alti salari, e dal quale si attendeva che il lunedì mattina fosse sempre abile alla catena di montaggio. Per Gramsci questo cinismo è la marca distintiva del taylorismo, nel quale riconosce un carattere più generale della società americana, ossia quello di tendere alla più completa disumanizzazione del lavoratore, alla distruzione di ogni forma di fantasia nella sua attività lavorativa, così da fargli sopravvivere solo automatismi e atteggiamenti meccanici.

Infine, nel paragrafo 12, accertato questo svuotamento del contenuto umano del lavoro, Gramsci non si rassegna a vedere il lavoratore fordista tramutato nel gorilla ammaestrato sognato da F. W. Taylor. Arriva a pensare l’operaio alla catena riferendosi al copista medievale: anche questo, prima dell’altro, svolgeva un lavoro altamente meccanico, ma copia dopo copia, arrivava a rifare il testo, a emendarlo e a miglioralo, così avviene anche per il lavoratore fordista il quale, dopo aver introiettato l’automatismo del gesto parcellizzato e cronometrato impostogli dalla produzione, libera la sua mente, spingendola a pensare alle condizioni che lo hanno ridotto in quella condizione.

Da questa breve sintesi, parziale e non esaustiva di tutta la complessità di Americanismo e fordismo, emerge chiaramente quanto Gramsci legasse l’analisi del fenomeno ad eventi epocali: dalla fine delle plutocrazie europee ai nuovi modi di accumulazione del capitalismo; dalla repressione degli istinti sessuali alla nascita di un nuovo tipo umano compatibile con una nuova organizzazione economica e tecnologica del lavoro che estendeva il suo controllo su tutta la società; dalla rivoluzione passiva a quella cognitiva subita dai lavoratori nel loro processo di adattamento psico-fisico alla catena di montaggio; dalla legge sulla caduta tendenziale del saggio di profitto alla standardizzazione dei consumi di massa e così via. E questo a dimostrazione del fatto che non si può ‘toccare’ un quaderno del carcere senza che ‘venga giù’ al contempo l’intera impalcatura teorica dei Quaderni del carcere.

Ora, dato tutto ciò, il compito di questo articolo non è tanto quello di rifare l’elogio, sempre dovuto, dei risultati positivi raggiunti da Gramsci in queste fulminanti note, ma di individuarne quei punti critici che ne hanno permesso il conseguimento e che, qualora siano puntualmente ritematizzati, ci permetterebbero di vedere movimenti e soggettività che pullulano lungo i bordi di Americanismo e fordismo e ai quali Americanismo e fordismo fa da muro.

Americanismo e fordismo oltre Gramsci: le criticità

Volendo riassumere in un unico giudizio complessivo gli innumerevoli risultati positivi raggiunti in Americanismo e fordismo potremmo dire che, nonostante tutte le osservazioni critiche in esso sollevate, alla fin fine Gramsci provi ‘simpatia’ per il nuovo sistema industriale, il che farebbe passare in secondo piano le suddette critiche soprattutto quando si dovesse immaginare come universalizzabile quel tipo di organizzazione del lavoro in fabbrica.

Franco De Felice ha speso molto energie per dimostrare che questa ‘simpatia’ – è lui ad aver impiegato molto suggestivamente questo sostantivo emotivo – fondata su quale riscontro testuale lo vedremo tra poco e che mette in causa il rapporto tra la classe operaia e il significato dello sviluppo industriale, non nasconda nessuna subalternità nei confronti di un’iniziativa tecnologico-produttiva interamente eterodiretta dall’alto da parte del padronato e alla quale gli operai dovrebbero limitarsi a dare solo il loro passivo assenso (da qui l’impiego della categoria della rivoluzione passiva usata per connotare i rivolgimenti politici italiani come il Risorgimento e il fascismo), ma sia da ascriversi piuttosto all’entusiasmo dello scienziato per aver trovato il terreno di scontro reale sul quale si andava a collocare la lotta di classe (Gramsci 1978, p. 97).

Molta critica gramsciana italiana ha seguito De Felice lungo questo crinale, chi con argomentazioni semplicistiche adottandone automaticamente la tesi: «Gramsci era convinto del carattere “progressivo” dell’americanismo […] Il progresso che interessava Marx, come Gramsci è l’avanzare delle condizioni rivoluzionarie della lotta di classe» (Baratta 2004, p. 33); chi in modo molto più articolato facendo delle debite precisazioni in funzione delle quali da un lato è spinto ad accettare come «inevitabile» il «disciplinamento» indotto dal taylorismo – credo in virtù dell’effetto di lunga durata che questo produrrebbe sulla classe operaia autodisciplinandola rispetto alla sua unità e ai compiti rivoluzionari che l’attendono – dall’altro è portato a rifiutarlo, non in sé evidentemente, ma per «il surplus di violenza socialmente (politicamente) motivato» che lo distingue (Burgio 2014, p. 306). In entrambi i casi, la «simpatia» finale per il fordismo mi sembra essere confermata.

Se De Felice, e come lui tanti gramsciani, si sono così tanto impegnati per giustificare questa «simpatia», lo devono aver fatto perché l’evidenza testuale del paragrafo 13, se non lascia dubbi, sicuramente delinea delle profonde ambiguità, vediamola:

[…] si presenta il problema: se il tipo di industria e di organizzazione del lavoro e della produzione proprio del Ford sia «razionale», possa e debba cioè generalizzarsi o se invece si tratti di un fenomeno morboso da combattere con la forza sindacale e con la legislazione. Se cioè sia possibile, con la pressione materiale e morale della società e dello Stato, condurre gli operai come massa a subire tutto il processo di trasformazione psicofisica per ottenere che il tipo medio dell’operaio Ford diventi il tipo medio dell’operaio moderno o se ciò sia impossibile perché porterebbe alla degenerazione fisica e al deterioramento della razza, distruggendo ogni forza di lavoro. Pare di poter rispondere che il metodo Ford è «razionale», cioè deve generalizzarsi, ma che perciò sia necessario un processo lungo (Gramsci 1978, p. 90).

Ora, non si tratta tanto di vedere nell’assenso finale dato da Gramsci al fordismo una suo assoggettamento di fronte all’iniziativa padronale – in fondo, gli operai della FIAT scelsero liberamente di adottare il taylorismo durante le occupazioni delle fabbriche nel biennio rosso (1919-1920) – né tanto meno un suo calcolo strategico da scienziato politico che cinicamente farebbe pagare costi inauditi alla classe operaia per poi fargliene cogliere i frutti in un indeterminato futuro rivoluzionario – la vicinanza emotiva alle condizioni di tutte le classi subalterne nel pensatore sardo non ha mai vacillato, pensiamo ad esempio a quella per gli emigranti italiani (Denunzio, Gjergji 2021, pp. 110-118) – quanto, e questo è il primo punto critico da rilevare in Americanismo e fordismo, una sua pressoché completa fiducia nella disponibilità delle classi lavoratrici a lasciarsi ‘persuadere’ da Stato e società alle ragioni del fordismo. Pensare, come fa Gramsci, che la generalizzazione del disciplinamento di fabbrica a tutto il corpo sociale non crei resistenze, diserzioni e insubordinazioni all’interno dello stesso mondo del lavoro, significa non immaginare la possibilità che segmenti della classe operaia possano dare risposte autonome al problema.

Ora, si potrà dire che quella dello hobo fosse una figura che già nel 1923 era stata consegnata alla storia della frontiera americana, come ebbe a sottolineare Nels Anderson nella prefazione del 1961 alla sua grande ricerca sociologica sul vagabondo (Anderson 2011, p. 10). Si potrà dire che fosse una recrudescenza romantica, immortalata poeticamente dallo Charlot chapliniano, da ultimo in Tempi moderni, in antitesi con la modernità marcata USA e con le sue forme di vita industriali. Si potrà anche dire che fosse una figura creata dalle strutture specifiche del mercato del lavoro americano a cavallo tra il XIX e XX secolo, bisognoso di mano d’opera stagionale nelle più svariate zone del paese e per i più svariati tipi d’impiego. Di sicuro si dovrà dire che quella del vagabondo lavoratore, dell’operaio nomade, che inseguiva posti di lavoro solo per ricavare il sostentamento necessario per sopravvivere ai lunghi periodi di inattività, fosse soprattutto una soggettività sviluppatasi anche in risposta alla crescente taylorizzazione delle condizioni di lavoro in America[7], quindi, alla generalizzazione del fordismo come forma universale di produzione e di società.

Tra le ragioni della «simpatia» di Gramsci per il fordismo di sicuro bisogna annoverare anche la valutazione positiva del rapporto che gli industriali americani avevano col sindacato, e con questo vengo alla seconda criticità di Americanismo e fordismo. Sulla scorta di Le problème ouvrier aux États Units di Andrè Philip del 1927, nel paragrafo 2 Gramsci arriva sostenere che:

il sindacato americano è più l’espressione corporativa della proprietà dei mestieri qualificati che altro e perciò lo stroncamento che ne domandano gli industriali ha un aspetto «progessivo». L’assenza della fase storica europea che anche nel campo economico è segnata dalla Rivoluzione francese ha lascito le masse popolari americane allo stato grezzo: a ciò si aggiunga l’assenza di omogeneità nazionale, il miscuglio delle culture-razze, la quistione dei negri (Gramsci 1978, p. 19).

Lasciando da parte l’eurocentrismo del giudizio, come se la storia del mondo e quella della classe operaia dovesse necessariamente seguire quella d’Europa; volendo sorvolare sul fatto che gli industriali americani non si limitavano a domandare lo stroncamento delle organizzazioni dei lavoratori ma lo aveva da sempre perseguito con tutta la violenza dei mezzi a loro disposizione (da quella militare e paramilitare a quella giudiziaria e politica, roba da fare invidia al fascismo); rimane il fatto che, come documentato dalle storie del movimento operaio americano, l’interesse padronale era proprio quello di sostenere la divisione per professioni, e in questa direzione si muoveva l’American Federation of Labor (AFL), non così, invece, l’Industrial Workers of World (IWW).

I wobblies, gli aderenti all’IWW, sin dal loro nascere, a Chicago il 27 giugno del 1905 e fino al 1919, avevano combattuto contro la logica corporativistica e razziale dell’AFL, per un sindacato che organizzasse tutti i lavoratori dell’industria a prescindere da mestieri, razze e sessi (Boyer, Morais 2012, pp. 218-219) e questo grazie all’assenza di qualsiasi esperienza europea di questo tipo.

Se alla prima criticità – la completa fiducia di Gramsci nell’indifferenziata disponibilità della classe operaia a lasciarsi disciplinare dalla generalizzazione del fordismo – la storia del movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello hobo, il proletario nomade – alla seconda – che vede come positivo l’accanimento degli industriali americani contro i sindacati di mestiere – sempre il movimento operaio americano permette di rispondere con la soggettività autonoma dello wobbly, il sindacalista conflittuale che agisce in nome degli obiettivi rivoluzionari della classe internazionale dei lavoratori, di tutti, senza distinzioni per mestieri.

A queste soggettività nate sul terreno del lavoro e dalle lotte dentro e fuori la fabbrica fordista, Gramsci non ci permette di guardare, l’esempio di Americanismo e fordismo dimostra che ne inibisce la percezione e, di conseguenza, non fa procedere la ricerca verso insegnamenti politici che si dimostrerebbero utili per agire nella nostra attualità.

Torno all’inizio. La fertilità della proposta interpretativa di Serra non si sostanzia naturalmente in un passaggio alla critica di Gramsci dopo l’ubriacatura filologica, di certo, il rilevamento delle criticità nella sua opera ci permette di aprire delle brecce dalle quali intravedere altri mondi, altre soggettività, altre forme di lotta e di insubordinazione con le quali semmai ritornare anche a leggere lo stesso Gramsci, senza badare ai punti e alle virgole della sua opera.

In un panorama socialmente frantumato come il nostro, nel quale si riflette la profonda frantumazione del mondo del lavoro post-fordista in una moltitudine pressoché infinita di tipologie contrattuali[8] e di sotto-mansionamenti che non fanno altro se non squalificare sempre più il senso del lavoro e la possibilità per ogni lavoratore di riconoscersi in esso e di riconoscere nella propria attività lavorativa uno strumento per la sua formazione, se una politica c’è da immaginare, la si deve immaginare a partire da qui: dalla diserzione nomadica da ogni forma di disciplinamento (stile hobos) e dalla conflittualità sindacale (stile wobblies).

Ai fantasmi inquietanti di un’unità nazionale di popolo, allora, bisogna rispondere abitando la frantumazione del mondo e le mille forme di soggettività che in esso prendono forma il cui unico orizzonte confederativo è la solidarietà, intesa come «quel corpo di sentimenti, di istinti, di pensieri, di costumi, di abitudini, di affetti» che alberga nel proletariato, ossia la «solidarietà di classe». Almeno così scriveva Gramsci da qualche parte, non ricordo più dove.

Note

[1] Di questa involuzione negli studi gramsciani ne ho dato conto nella mia Introduzione a Gramsci 2017, pp. 7-26.

[2] Su questo filone di ricerca ricordo il recente Serra 2023.

[3] Questo metodo, nel quale credo fermamente, nella sostanza pare non essere molto diverso da quello che utilizza Gilles Deleuze nelle sue grandi letture dei classici del pensiero filosofico, un Deleuze che però Serra, dico incomprensibilmente per non dire contraddittoriamente, aveva stigmatizzato nell’introduzione del 2019 (Serra 2019, p. 9). 

[4] Su questo punto basterà la lettura veloce di soli due scritti: Gramsci, la Sardegna, l’Italia del 1947 (Togliatti 2013, in particolare p. 113) e Attualità del pensiero e dell’azione di Gramsci del 1957 (ivi, in particolare pp. 220, 222-223).

[5] In questo paragrafo riprendo la lettura del quaderno 22 che nel corso degli ultimi anni ho proposto alle frequentanti e ai frequentanti del mio di corso di Sociologia dei processi culturali del lavoro, una lettura selettiva tagliata sul commento di quei paragrafi che meglio degli altri aiutano a vedere quanto gli effetti del fordismo non siano circoscrivibili alla sola fabbrica ma investano tutta la vita sociale delle lavoratrici e dei lavoratori. Il testo di riferimento è Gramsci 1978, introdotto e commentato da Franco De Felice, a oggi ancora il lavoro storicamente e politicamente più completo sulla questione.

[6] In questa direzione mi sembra muoversi Harvey 1997, p. 158.

[7] Su tutti questi punti si veda Rauty 2011, pp. XVIII-XXIX.

[8] Su questi punti, a fronte di una bibliografia infinita, suggerisco la breve e illuminante introduzione di Giovanna Procacci a Thompson 2011 (pp. VII-XIX), vademecum critico di cosa sia diventato il lavoro nell’era della globalizzazione e di come la sua flessibilizzazione non sia stata altro che un ulteriore strumento di disciplina e sfruttamento dei lavoratori ben oltre i tempi e le condotte imposte dalla catena di montaggio.

Bibliografia

N. Anderson (2011), Il vagabondo. Sociologia dell’uomo senza dimora, Donzelli editore, Roma.

G. Baratta (2004), Americanismo e fordismo, in Frosini, Liguori 2004.

R. Boyer, H. Morais (2012), Storia del movimento operaio negli Stati Uniti, Odoya, Bologna.

A. Burgio (2014), Gramsci. Il sistema in movimento, DeriveApprodi, Roma.

G. Cospito (2004), Egemonia in Frosini, Liguori 2004.

F. Denunzio (2017), Introduzione a Gramsci 2017.

F. Denunzio, I. Gjergji (2021), La condizione dell’emigrante italiano nei Quaderni del carcere di Antonio Gramsci, «Sociologia», vol. 3.

F. Frosini (2004), Filosofia della praxis, in Frosini, Liguori 2004.

F. Frosini, G. Liguori (2004), a cura di, Per un lessico dei quaderni del carcere, Carocci, Roma.

H. Gonzáles (2019), Il nostro Gramsci, Castelvecchi, Roma.

A. Gramsci (1978), Quaderno 22. Americanismo e fordismo, Einaudi, Torino.

A. Gramsci (2017), Sul giornalismo. Un percorso attraverso i Quaderni del carcere, Orthotes, Napoli-Salerno.

D. Harvey (1997), La crisi della modernità, EST, Milano.

G. Procacci (2011), Introduzione a Thompson 2011.

R. Rauty (2011), «Vagabondi» nella storia. La Scuola di Chicago e la ricerca di Niels Anderson, in Anderson 2011.

P. Serra (2019), Introduzione a Gonzáles 2019.

P. Serra (2023), Per Gino Germani. Materiali per una teoria dell’autoritarismo contemporaneo, Rogas, Roma.

P. Serra (2024), Introduzione a Tronti, 2024.

E. P. Thompson (2011), Tempo e disciplina del lavoro, et al./ Edizioni, Milano.

P. Togliatti (2013), Scritti su Gramsci, Editori Riuniti university press, Roma.

M. Tronti (2024), Scritti su Gramsci, DeriveApprodi, Roma.

Fonte

03/02/2020

Evidenze, contraddizioni e novità dopo il recente voto

A distanza di alcuni giorni riportiamo l’attenzione sul recente passaggio elettorale e sui sommovimenti in atto dentro il complicato ciclo politico della borghesia italiana. Tale richiamo interpretativo si rende necessario, a nostro avviso, non solo per tentare di offrire un quadrante analitico tendenzialmente più completo ma – soprattutto – per incardinare questa riflessione al complesso della discussione sulla fase politica generale.

Sul contesto e gli esiti delle elezioni regionali in Emilia Romagna, rimandiamo – per una analisi dei dati e per le prime considerazioni di carattere squisitamente politico agli articoli pubblicati sul quotidiano online Contropiano.org e, più segnatamente, nell’editoriale e in questo articolo – i quali oltre ad entrare nel merito dei contesti in cui si è votato analizzano anche alcuni fattori topici che hanno segnato tali elezioni: il ritorno del voto utile e lo spettro dalla paura!

A queste riflessioni – con l’obiettivo di rafforzare un punto di vista autonomo comunista scevro da ogni illusione elettoralista – vanno affiancate alcune considerazioni le quali, come è nei tratti caratteristici e nello stile di lavoro della Rete dei Comunisti, sono spunti di dibattito ma anche tracce di impegno teorico/politico che avvertiamo come nostre e che intendiamo sviluppare ed approfondire nel prossimo periodo.

Nelle analisi degli articoli sopracitati emerge la presa d’atto che le proposte di rottura (ora sul versante elettorale ma tale considerazione attiene al complesso delle dinamiche della contraddizione di sempre tra capitale e lavoro) sono a tutt’oggi schiacciate tra soluzioni fuorvianti e incapacità dei movimenti di lotta di indicare più compiutamente, ai settori subalterni della società una prospettiva di alternativa praticabile.

Questa condizione – oggettiva – non è una alchimia astratta ma è la risultante, e per molti aspetti la registrazione, di come nel nostro paese (una nazione a capitalismo maturo collocata dentro un polo imperialista compiuto) il corso della crisi capitalistica – per quanto accertato e documentato anche dagli istituti statistici ufficiali – è ben lungi dall’innescare punti di crisi sociale generalizzabili e disponibili a tramutarsi, nel breve periodo, in ipotesi di mobilitazioni articolate, organizzate e durature nel tempo.

Certo i fattori di crisi economica mordono in molte aree del paese al Sud ma anche in tante zone del Nord disegnando una geografia socio/economica ed una composizione di classe segmentata e stratificata, dove la “vecchia” unità politica e materiale della classe è stata scomposta profondamente.

Aumentano, sicuramente, le diseguaglianze e gli indici di polarizzazione tra diversi segmenti sociali ma regge complessivamente l’esercizio della governance attraverso un sapiente mix di ammortizzatori sociali, tenuta del credito/risparmio familiare (una anomalia del capitalismo italiano) e permane una crescente difficoltà a far ripartire un ciclo di lotte a seguito degli intervenuti effetti di disarticolazione e di frammentazione di ciò che residuava dei vecchi istituti (formali ed ideologici) della coscienza di classe.

Del resto è palese la differenza e lo scarto tra ciò che avviene, da oramai oltre un anno, nella vicina Francia e l’autentico calvario che devono affrontare, qui da noi, quelle vertenze e quei movimenti di lotta che provano a far vivere un punto di resistenza politica ed eventualmente, una volontà di determinare scenari di possibile rottura in avanti del pesante clima di passivizzazione sociale imperante.

Tale dato – che andrà ulteriormente sviscerato e compreso al di là di come si presenta nell’immediato – agisce profondamente in ogni aspetto della società, si introietta alla stregua di un potente narcotico tra i settori popolari e pesa, particolarmente, in occasioni delle lotte e dei passaggi elettorali dove – citando Karl Marx – “gli operai si muovono con la logica del minimo sforzo”.

Da qui la consapevolezza – vera e da ribadire continuamente – che per i comunisti le elezioni e la partecipazione ad esse sono puramente uno strumento (una occasione!) e non un feticcio immutabile e totalizzante. È un terreno, e neanche quello più importante, tra le diverse modalità di intervento nel corpo sociale.

Per cui – senza psicodrammi e superando il fastidioso effetto di “doccia scozzese a cui sono sottoposti gli attivisti” come ha ben evidenziato Contropiano – si tratta di intendere la partecipazione alle elezioni come un tassello del percorso di definizione e costruzione della Rappresentanza Politica degli interessi dei settori popolari la quale può prevedere, tra gli altri, anche il versante elettorale – sempre con caratteristiche autonome e indipendenti – con l’obiettivo di propagandare e sperimentare un utensile che aiuta e favorisce l’interlocuzione sociale, la sedimentazione e la sollecitazione conflittuale verso il blocco sociale.

La società e la lotta di classe non sono uno spazio liscio.

Il recente tornante elettorale e lo scenario politico degli ultimi mesi ci segnalano una rianimazione del Pd come perno di quella “sinistra” che mostrava segni di implosione e di ulteriore dissolvimento. Nel periodo di Renzi era balzato oltre il 40% dell’elettorato per poi precipitare, prima con la sconfitta al Referendum Costituzionale e poi con le elezioni politiche del 2018, ai suoi minimi storici. Il Pd non mostrava buona salute e sembrava avviato ad un declino inarrestabile a fronte dell’avanzata dei cosiddetti populismi.

Questa crisi non aveva però visto crescere una ipotesi alternativa a sinistra. Al contrario tutti i “laboratori, i cantieri, i teatri con i continui nuovi inizi” sono andati a sbattere, sia singolarmente che messi insieme. Come Rete dei Comunisti un anno fa abbiamo articolato una campagna culturale e politica denominata “L’unità della Sinistra: falso problema” in cui – in modalità decisamente controcorrente verso l’intero arco di quella che si autodefiniva “sinistra radicale” – evidenziavamo non solo il catastrofico corso politico di tutte le varianti di quella tradizione politica, ma anche la necessità di una cesura netta con tale filone. Abbiamo posto un interrogativo agli altri ma anche a noi stessi su come riqualificare e rigenerare una moderna ipotesi di trasformazione anticapitalista adeguata alle modificazioni strutturali intervenute (in Italia ed in Europa). Di converso la nostra attitudine militante ed il contributo che avanziamo verso la sperimentazione in corso di Potere al Popolo ha questo tracciato d’impostazione e tale obiettivo politico e programmatico. Lì dove c’è il coraggio di sperimentare, di agire a tutto campo sulle contraddizioni di classe, di rompere con ambiguità insopportabili, i comunisti devono saperci essere e agire.

Gli eventi di questi mesi, però, hanno prodotto avvenimenti, non propriamente ordinari, con conseguenze a tutto tondo che iniziamo ad avvertire non solo attraverso i numeri elettorali o la crisi repentina dei “5 Stelle” (su cui necessita un ragionamento specifico) ma anche attraverso il riverbero, a vario titolo, lungo tutto l’arco delle contraddizioni sociali.

La fine del governo Conte 1 e la nascita del Conte 2, la novità della segreteria Zingaretti e la rinnovata liaison con Landini, con il variegato mondo dell’associazionismo e del Terzo Settore, la sussunzione culturale e la cooptazione pratica – a “cerchi concentrici” – di gran parte del ceto politico di movimento nelle spire Democrat, per arrivare alla nascita – studiata e pianificata ampiamente – delle Sardine, sono tutte tappe di una operazione politica ed ideologica del Pd tornato in mano “alla ditta” e consapevole che la posta in gioco deve riportare a casa tutti i residui della sinistra, soprattutto di quella che ha dismesso gli anticorpi verso un progetto liberale e liberista ma “antifascista”. È bastato attendere una settimana dalle elezioni per vedere la foto di gruppo insieme ad un padrone della peggior specie come Benetton.

Da materialisti tale situazione non ci induce certo ad un mutamento di giudizio politico – che rimane tranchant, negativo, decisivo – ma spinge ad un supplemento di analisi ad un livello più avanzato di comprensione, di demistificazione e di critica verso questa complessa operazione politica ed ideologica.

Sempre più l’evolvere degli avvenimenti – al di là dei fronzoli e degli elementi formali con cui si ammanta anche grazie ad un sistema dell’informazione compiacente e blindato – squaderna, concretamente, la connessione ideale e materiale con gli aspetti più significativi delle forme di dominio tipiche delle società a capitalismo maturo di questo settore (un vero e proprio grumo politico/materiale innervato nella società e nei suoi apparati ideologici di comando e controllo) che ancora si richiama allo scialbo ed ancorché sbiadito Pantheon di sinistra.

Non è un caso che l’analisi dei flussi elettorali del PD coincida con quei segmenti sociali che vivono – con buona pace di ogni sorta di buonismo e di universalismo democratico – dei sovraprofitti (imperialistici) derivanti dalla posizione dell’Azienda/Italia e dei settori più avveduti della borghesia continentale nell’ambito della competizione internazionale. E non è un caso che nelle aree metropolitane del paese la “sinistra” è insediata, a larga maggioranza, nei centri delle città gentrificati e tra i ceti sociali benestanti.

Si pone, dunque, l’esigenza teorica di “andare più a fondo” nella ricerca collettiva, nell’inchiesta sul campo e nella complessiva battaglia ideologica contro la “sinistra liberale” in ogni sua deviante declinazione e suggestione.

Un compito inedito per una esperienza di militanti comunisti – come la RdC – che dovrà demolire i codici, i riti e la perpetuazione di una nefasta concezione del mondo e dei relativi rapporti sociali che si configurano, ancora e pesantemente, come un ostacolo prioritario ad ogni ipotesi di rottura politica e di organizzazione degli sfruttati.

Fonte

30/01/2020

Dal voto per vendetta al voto di paura

Sul rapporto tra azione/funzione politica ed elezioni è tempo di parole “segnanti”, se non definitive.

Inevitabilmente ogni tornata elettorale (e nel nostro paese si vota piuttosto spesso) diventa un tormentone nel quale evaporano dati sostanziali e prevalgono quelli emotivi e congiunturali.

Questa emozione nelle urne altro non è che il riflesso della prevalenza della percezione rispetto alla realtà, della “società astratta” (come la definitiva il sociologo Filippo Viola) rispetto a quella reale.

Già nei giorni scorsi il nostro giornale ha segnalato analisi più strutturate sui flussi elettorali in Emilia Romagna. Altre se ne stanno producendo in queste ore, ma è evidente come il risultato emiliano sia la vittoria del “voto della paura”, declinato stavolta anche sul Pd invece che solo sulla Lega.

Occorre infatti ammettere che entrambi hanno puntato e giocato sulla paura per ottenere il risultato. La Lega sulla paura verso i migranti, la “percezione di insicurezza”, per la giustizia-fai-da-te. Il Pd e le Sardine sulla paura di Salvini, per la pura conservazione di un sistema di potere definito acriticamente come “buona amministrazione”. Che infatti, dopo la vittoria, ha subito rimesso al primo posto quella “autonomia differenziata” che è storico cavallo di battaglia... della Lega!

Negli anni scorsi avevamo invece assistito al “voto per vendetta”, con cui milioni di persone – tra i ceti medi e i settori popolari – avevano mandato a quel paese il sistema politico esistente (bipolare, trasversale, molto spesso convergente sugli interessi da affermare). Quel voto per vendetta, sbrigativamente archiviato come “antipolitica”, era stato consegnato ad occhi chiusi al M5S, ma oggi è in ritirata; si disgrega e si bi-polarizza nuovamente sull’arcipelago della destra e sul mondo piddino.

È ormai evidente che in tale contesto sono saltati tutti i parametri della rappresentanza politica tradizionale (interessi sociali definiti, diversità e contrapposizione tra contenuti programmatici).

Quando – sul piano di questi parametri – le compagne e i compagni di Potere al Popolo in Emilia Romagna hanno affermato che “Bonaccini e Borgonzoni/Salvini sono due facce della stessa medaglia”, hanno affermato un dato di verità. Che però è stato completamente occultato dal voto di paura. E sul piano della proiezione elettorale non poteva esserci partita. Ce lo dicevano gli stessi compagni che firmavano per le liste di PaP, premettendo che “però il voto, no”.

Partiamo da questo per rovesciare i termini del ragionamento e aprire la discussione tra chi, in questo paese e in questa fase storica, non intende rinunciare ad una ipotesi alternativa e di classe da giocare dentro lo scontro politico.

Se contenuti, coscienza e contrapposizione di interessi sociali definiti non hanno più spazio sul piano elettorale, significa che rimane solo uno spazio politico – in gran parte da costruire, non dato a prescindere – sul quale agire.

Una parte di questo spazio – ma solo una parte – possono essere le occasioni elettorali. Però queste devono e possono essere vissute e attraversate solo come una occasione di visibilità, propaganda, allargamento dell’intervento e delle relazioni sui territori. Non hanno dunque una possibilità di “risultato” immediato sul piano elettorale, neanche mettendo insieme cocci, pezzi e frammentini di una “sinistra” ormai estenuata. Il tormentone su questa invocazione dell’unità come soluzione salvifica è fuorviante e inservibile. E non da ora.

Si tratta allora di scegliere come stare in campo nelle contraddizioni reali del paese e negli spazi possibili del conflitto politico e sociale.

È evidente come non sia affatto una comfort zone. Al contrario somiglia molto di più ad una traversata del deserto o, come scrivono i compagni emiliani, ad “una lunga marcia che comincia sempre con dei piccoli passi”.

Gli scattisti frustrati sono destinati a uscirne morti per consunzione o stress da prestazione.

Potremmo raccontare come esperienze politiche siano passate attraverso questi snodi e non ne siano affatto uscite morte, al contrario.

Dunque hic Rhodus hic salta, o si comincia a ragionare e ad agire con la piena consapevolezza del contesto, della funzione e delle possibilità in cui agiamo, oppure ci sia adagerà dentro un scenario in cui la gabbia del bipolarismo e del maggioritario di fatto inchioderanno tutte e tutti alla catena del “meno peggio”.

E questa non è, non sarà mai, la nostra scelta.

Fonte

Il ragionamento dei compagni della RdC ha la sua fondatezza, tuttavia trascura il dato essenziale dell'intera questione.

Nello specifico, quando scrivono che "si tratta allora di scegliere come stare in campo nelle contraddizioni reali del paese e negli spazi possibili del conflitto politico e sociale" viene evaso il "per fare cosa" e soprattutto supportati da quale analisi.

Quello dell'analisi è un tema completamente trascurato da PaP, in ogni ambito: dalle riflessioni fondamentali in merito alla struttura organizzativa di una nuova soggettività, al posizionamento internazionale dell'organizzazione (vogliamo parlare del supporto acritico ai curdi nel quadrante siriano o del rifiuto ad affrontare in termini dialettici tutte le rivolte "spontanee" che si stanno verificando dal vicino all'estremo oriente?) all'approccio alla questione europea che chiama direttamente in causa l'analisi economica su cui ci si esprime soltanto a slogan.

Perseverando in questo approccio si otterrà un unico e scontato risultato, l'incartarsi per l'ennesima volta contro un muro.

25/10/2019

Gramsci oggi

Ci apprestiamo ad iniziare un ciclo di seminari sul pensiero di Gramsci, ad indagare sul suo contributo dato al movimento comunista nel lungo secolo breve.

Perché Gramsci oggi?

Di incontri seminariali in questi anni ne sono stati fatti tanti, esiste anche una vasta comunità di studiosi e militanti che dedicano molte energie allo studio di Gramsci, al suo contributo politico come dirigente del Partito comunista d’Italia e come brillante pensatore dei Quaderni dal carcere.

Nonostante l’89 e il violento revisionismo operato dal mondo politico e culturale occidentale, Gramsci è forse l’unico pensatore comunista che ha vissuto una fortuna notevole a livello internazionale, in particolare in America latina. È uno degli autori italiani più studiati nel mondo, esistendo una bibliografia di studi sterminata. Nell’Italia del dopoguerra il PCI ha costruito un enorme lavoro di alfabetizzazione politica per generazioni di militanti; la pubblicazione, fortemente voluta da Togliatti, dei Quaderni è stata la scuola politica di massa del PCI, con un uso spesso anche spregiudicato del pensiero gramsciano.

Tanto che negli anni ’70, spesso attraverso una lettura deformata e parziale di alcuni temi, il PCI ha usato l’opera di Gramsci come copertura per il suo progressivo e irreversibile abbandono del campo socialista, in particolare escogitando un Gramsci teorico della democrazia borghese e oppositore del socialismo realizzato. Insomma quando parliamo di Gramsci parliamo anche di questa eredità. Il fatto che gran parte del movimento rivoluzionario degli anni ’70 lo avesse largamente ignorato o visto con diffidenza ci racconta le divisioni di quegli anni ormai lontani, ma ci dice anche come il contributo gramsciano sia stato parzialmente utilizzato in funzione stabilizzatrice nel nostro paese. Il concetto di egemonia e di blocco storico figlio del dibattito ideologico kominternista viene, dagli anni ‘60 in poi, piegato a veste teorica di legittimazione della via nazionale al socialismo, prima, e alle riforme democratiche, poi. Quando approcciamo Gramsci e il “gramscismo” dobbiamo tenere conto anche di questa storia, contestualizzarla e cogliere gli elementi posticci inseriti solo come funzione strumentale di una linea e di una battaglia politica contingente.

Oggi che tutto ciò è concluso, provare a ritornare o scoprire Gramsci può essere utile, senza da parte nostra avere necessità di aspirare a essere dei gramsciani.

Lo spirito con cui ci avviciniamo a Gramsci è l’interesse verso un importante dirigente, un grande pensatore comunista che ha saputo analizzare, fare un bilancio della storia nazionale, delle classi dirigenti e subalterne di questo paese. Probabilmente può essere considerato l’uomo che ha, soprattutto nei Quaderni, esaminato più a fondo, in forma necessariamente disorganica, anche date le condizioni imposte dal nemico, il nodo irrisolto della rivoluzione socialista nel centro capitalista, per quanto l’Italia degli anni ’20-‘30 non fosse che la periferia di quel centro capitalista.

Innanzitutto ci interessa approfondire il contesto storico in cui prende forma il suo contributo teorico: per esempio, il tema strategico nei Quaderni, guerra di posizione/guerra di movimento, è originato dal dibattito tenutosi in sede di Terza internazionale nei primi anni '20.

Gramsci fa i conti con lo scenario tedesco e italiano, fa esperienza di alcune lezioni impartite dalle dure sconfitte di quegli anni (parliamo degli anni’ 20), gli anni del riflusso rivoluzionario.

Da un parte il caso tedesco, che è centrale nella riflessione di Gramsci, ed il tema del fronte unito, che sarà occasione di grande dibattito e divisione nel Komintern e per i comunisti tedeschi, sono il materiale politico e teorico con cui il pensatore comunista ragiona; c’è poi la lezione italiana, ancora più dura e tragica, visto che il movimento operaio e socialista tracollerà sotto i colpi della reazione fascista e del padronato.

Il grande merito di Gramsci sta nella capacità di non rimanere in superficie, non limitarsi a un bilancio solo politico, ma rielaborare il confronto migliore prodotto dalla Terza Internazionale, cercando di definire la centralità di alcune categorie della politica, della strategia rivoluzionaria, della tattica e del lavoro culturale. I Quaderni sono un cantiere di filosofia, di scienza della politica e di storia critica della cultura, con particolare attenzione alla formazione delle classi dirigenti e alla storia nazionale democratico borghese. Premesso che intendiamo affrontare Gramsci, non isolando la sua concezione dal vivo dibattito dell’epoca, quello che ci interessa come militanti politici è comprendere se questo pensiero permetta ancora di interpretare alcuni questioni di fondo della società e della politica contemporanea.

Un punto che ci sembra anche solo intuitivamente produttivo è il considerare la battaglia delle idee come un terreno non secondario della lotta di classe, della lotta per l’egemonia politica tra le classi, poiché sottovalutare questo terreno significherebbe condannarsi all’arido economicismo della lotta immediata e contingente.

Su questo il lavoro dei Quaderni è una miniera preziosa di spunti, di interrogativi, di approfondimenti.

Il senso di questo ciclo di seminari però è anche indagare sui limiti e sulle contraddizioni di questo pensiero, e domandarsi come mai questo enorme contributo di analisi si sia prestato anche a letture opposte e revisioniste. Quella di Gramsci è una teoria rivoluzionaria per la presa del potere in un paese del centro capitalista, oppure nel multiforme e complesso lavoro di Gramsci alberga anche un limite congenito, un’incompiutezza rivoluzionaria? Cercheremo di capirne qualcosa di più in questi mesi.

Primo incontro: Gramsci e la rivoluzione in occidente nel dibattito della terza internazionale; 25 ottobre al Granma, Via dei Lucani 11

Fonte

20/12/2018

Superare gli schemi, imparare dai movimenti

di Alessandro Mantovani

La sorpresa

C’è poco da fare, l’entrata in scena dei gilets jaunes (GJ) ha colto tutti di sorpresa, chi più chi meno. Fra quelli più stupiti dobbiamo mettere, oltre alle “autorità”, i marxisti e gli operaisti vecchio stampo: costoro, applicando schemi del passato, non si aspettavano che il primo movimento nazionale di massa contro la “globalizzazione” ed il “neoliberismo” post 2008 scaturisse dalle “classi medie” (sarà chiaro oltre perché ho posto le virgolette a questa espressione). D’altronde lotte recenti importanti, evocatrici e anticipatrici come quelle di Ryanair, Amazon e Google potevano alimentare l’idea che la spallata dovesse iniziare tra i nuovi proletari del XXI secolo nei quali, similmente ai gilet gialli, poco o nulla contano sindacati e partiti tradizionali. I più stupiti di tutti? Quelli secondi cui le classi medie dovevano sparire o quasi, per lasciare il posto ad una bella lotta di classe proletaria dura e pura e, per converso, quelli che pensano superata la legge del valore e attendono un movimento di liberazione della “moltitudine” attestata su richieste altisonanti come “rifiuto del lavoro”, “reddito di cittadinanza”, “beni comuni” e via andando, ben lontani dalle prosaiche istanze “poujadiste” (anti-fiscali e qualunquiste) che hanno inizialmente acceso la miccia del malcontento generale.

Tra quelli meno sorpresi i movimenti NOTAV, NO TAP ecc. in Italia, Bure in Francia, ed altri, già abituati a ragionare in termini di trasversalità e di pluriclassismo all’interno dei territori. Ma sorpresi comunque per la fulmineità, l’ampiezza, la radicalità del movimento GJ, e magari anche qui per la trivialità delle sue rivendicazioni di partenza.

Tale sorpresa, e di conseguenza l’incompletezza o inadeguatezza delle prime analisi del fenomeno sono comprensibili ed inevitabili.

Comprensibili perché ogni grande movimento, ma questo in particolare, presenta sempre aspetti nuovi ed inattesi, i quali dipendono dalla congiunzione di diversi fattori e da tutta l’evoluzione storico-sociale che li precede, e sono dunque destinati a soverchiare gli schemi con cui si è prima ragionato.

Inevitabili perché le griglie interpretative adottate per orientarsi nel nuovo non possono essere, in un primo momento, che quelle suggerite dalle esperienze dei movimenti del passato, le quali, sia pur non sufficienti, sono pur sempre l’unico materiale da cui partire. A patto di non fermarsi ad esse, di studiare il movimento nella sua specificità ed originalità, di apprendere da esso per procedere oltre, verso la formulazione di nuove ipotesi di critica teorica e di lavoro rivoluzionario.

Vediamo dunque quali sono gli schemi del passato, cosa hanno ancora da dirci, come superarli. E cosa insegna il nuovo movimento.

Gli schemi

Nel discorso marxista tradizionale, ciò che rende il proletariato, in particolare di fabbrica, classe rivoluzionaria, non dipende soltanto dalla qualità del lavoro alienato, che per emanciparsi deve per forza di cose negare il capitale, ma altresì dalla sua possibilità e capacità di organizzazione autonoma. L’emergenza di una specifica lotta di classe proletaria indipendente è infatti legata, in questo schema, risalente al Manifesto del 1847, al processo secondo cui il proletariato, in particolare di fabbrica, diviene non solo sempre più numeroso, ma anche, e soprattutto, più concentrato ed omogeneo.

Per quanto riguarda le classi medie, nello schema esse sono destinate in parte a scomparire, proletarizzandosi, e, nella misura in cui persistono, ad oscillare politicamente tra proletariato e borghesia, senza ruolo autonomo. Ed in effetti le classi medie tradizionali, proprietarie dei propri mezzi di produzione, tipiche di condizioni precapitalistiche, sono, nell’Occidente, pressoché scomparse. Ma la società borghese e la lotta di classe non si sono semplificati al punto che lo schema poteva suggerire: tra proletariato e borghesia sono sorti e persino cresciuti strati intermedi (intellettuali, tecnici, quadri, ceto impiegatizio, ecc.) che rappresentano una quota consistente della popolazione attiva. Torneremo in seguito più dettagliatamente su questo punto.

Ora, tutti gli osservatori concordano nell’individuare la radice del movimento dei gilets jaunes nel processo d’impoverimento che ha interessato, in particolare dopo la crisi globale del 2008, ampi strati della popolazione: proletari, semiproletari, strati intermedi, classi medie.

Si tratta dunque – sempre secondo lo schema tradizionale – d’un movimento interclassista.
Ciò è vero ma non racconta tutta la storia, non affronta in modo concreto la composizione di questo proletariato e di questi strati intermedi nella fase attuale, ossia il modo in cui essi si sono evoluti e trasformati nel corso della fase post-fordista del capitalismo fino ad oggi.

Ciò che è cambiato

Non è questo, nel segno dell’attualità, il luogo di un’indagine approfondita. In estrema sintesi, però, il processo di trasformazione della composizione delle classi medie e del proletariato, nel periodo post-fordista, si presenta (si consulti ad es. il secondo capitolo del rapporto Istat 2017) come processo di:

1) Diminuzione del numero, della concentrazione e della forza politica del proletariato industriale, al punto che l’espressione “classe operaia” – giustificata quando la fabbrica era il centro d’avanguardia del movimento proletario e il serbatoio della sua forza – non può più essere accettata e va senz’altro sostituita con quella scientificamente corretta: “classe proletaria”.

Ciò non comporta di per sé una diminuzione della forza potenziale del proletariato industriale, il quale, pur ridotto di numero, comanda impianti industriali di dimensioni anche maggiori rispetto al passato, i quali, una volta fermi (si pensi ad es. alle raffinerie, alle centrali elettriche, con pochissimi addetti ma cruciali dal punto di vista strategico), porrebbero in ginocchio l’intera economia.

Il problema è tuttavia che gli impianti industriali di oggi non sono più abitati da salariati impiegati dall’azienda madre con condizioni contrattuali relativamente omogenee: questi sono oggi una parte ridotta circondata da attività terziarizzate ed esternalizzate, e quindi da salariati divisi non solo più per livello, ma per categoria, datore di lavoro, tipo di contratto, orario e così via, spesso precari o soci di cooperative.

L’ organizzazione di questo tessuto composito diventa dunque assai più problematica.

Costituisce eccezione a questa tendenza l’aumento del proletariato dei trasporti: ferroviari, urbani, aerei, navali, settore strategico con una potenzialità offensiva enorme, ma con una forza più disseminata.

2) Consistente aumento percentuale, e predominanza in termini percentuali ed assoluti, del proletariato impiegato nei servizi (ospedali, scuole, poste, telefonia, commercio, ristorazione, turismo). È principalmente dovuto a questo settore il fatto che, sia in termini assoluti, sia in percentuale sulla popolazione attiva, la condizione proletaria è più diffusa rispetto al passato. In questo ambito un incremento gigantesco, che potrebbe diventare a certe condizioni peso politico, è avvenuto nel settore, largamente inteso, della logistica, settore strategico, assieme ai trasporti, dell’odierna fase capitalistica. Tuttavia questi segmenti di proletariato, per le condizioni, gli orari, i turni di lavoro, solo più a fatica e contraddittoriamente possono prestarsi ad organizzazioni fortemente centralizzate e strutturate come quelle che in passato hanno inquadrato le lotte del periodo fordista.

3) Relativa flessibilizzazione, precarizzazione, o addirittura disgregazione del proletariato, soprattutto giovanile, a tal punto che, volendo usare un’espressione un po’ sopra le righe, ma utile per andare al cuore del problema, potremmo parlare di parziale “lumpen-proletarizzazione” di queste frange particolarmente fragili, costrette a cambiare sovente luogo di lavoro, tipo d’impiego, città, o ad emigrare, nella perenne ricerca di un’occupazione, incapaci di radicarsi, di formare una famiglia, e internamente divise da diversi tipi di contratti (a termine, interinali, apprendistato, lavoro autonomo fasullo, cooperative, ecc.). Va da sé che questi strati proletari e semi proletari sono difficilmente organizzabili, almeno nei termini tradizionali.

4) Aumento della forza lavoro immigrata e migrante, componente a sua volta fluttuante tra proletariato, sottoproletariato, misera classe media, e divisa al suo interno da questioni etniche, culturali e religiose. Anche in questo settore le difficoltà di organizzazione sono palesi. Altro aspetto estremamente critico, la separazione tra immigrati e proletariato indigeno.

5) Aumento non solo dell’esercito industriale di riserva, ma dei disoccupati cronici, e dunque, per questa via, degli strati sottoproletari. Un’alta remora all’organizzazione di classe.

6) Ulteriore relativa proletarizzazione degli strati intermedi. Oggi la maggior parte degli strati che hanno un tenore di vita superiore al salario medio sono funzionari, impiegati, tecnici e così via i quali, se non sono dei senza riserve, in quanto godono di maggiori o minori proprietà immobili o mobili, sono tuttavia dei salariati. Il che significa un’adozione da parte di questi strati di forme di lotta quali lo sciopero e di rivendicazioni tipiche del proletariato (salario, orario, condizioni di lavoro ecc.). Aspetti che possono dar luogo, in certi momenti di mobilitazione, ad un avvicinamento politico di questi strati intermedi al proletariato, alcuni dei quali ripropongo le condizioni che un tempo si attribuivano alla cosiddetta “aristocrazia operaia”.

Il lavoro salariato si è ormai esteso ad ampi settori delle professioni un tempo cosiddette liberali, dagli insegnanti, ai medici, persino agli avvocati, e così via. Una parte consistente di questi strati, oltre ad avere in comune col proletariato la forma del lavoro salariato, ha un livello di vita appena al di sopra di quello del proletariato, ed un’altra parte un livello persino inferiore. La componente giovanile di questi strati, inoltre, vive condizioni di precarietà e mobilità accentuate nel lavoro e nella vita sociale.

Questa evoluzione delle “classi medie” o meglio strati intermedi è dunque favorevole allo sviluppo di una futura estesa lotta di classe con il proletariato alla testa. Ma solo fino ad un certo punto: non necessariamente questi strati si proletarizzano. Essendo la fase attuale del capitalismo caratterizzata, come s’è detto, da alti e crescenti tassi di disoccupazione cronica, una quota crescente di classe media precipita dalla sua condizione di infimo privilegio ad una di sradicamento, emarginazione e sotto-proletarizzazione, aspetti che la rendono difficilmente organizzabile ed influenzabile.

7) Invecchiamento della popolazione, fenomeno che non va assolutamente trascurato, con l’aumento del numero di persone che percepiscono dallo stato una pensione la quale col tempo è destinata a perdere sempre più il proprio potere d’acquisto.

In un certo qual modo, la percezione di questa rendita muta radicalmente la condizione sociale dei proletari che accedono al pensionamento: da produttori di plusvalore essi diventano dei miseri “rentier” che vivono del plusvalore estorto alla classe proletaria tuttora attiva*.

Questo aspetto, l’età e la scarsa forza che la categoria può mettere in campo ne fanno una frangia assai difficile da organizzare e mobilitare, benché assai sensibile ai problemi legati al costo della vita e all’assistenza sanitaria.

Tirando le somme

Ben poche delle trasformazioni accennate si presentano, di primo acchito, come elementi di forza nel processo di costituzione del proletariato in “classe per sé” secondo i modelli delineati nel Manifesto comunista: l’aumento assoluto e relativo del numero dei proletari, la forza nelle mani dei lavoratori dei trasporti e della logistica, la relativa proletarizzazione degli strati intermedi.

Tutte le altre, nel loro complesso appaiono piuttosto come ostacoli oggettivi alla costituzione di un fronte e di una coscienza unitari della classe proletaria, almeno nelle forme in cui essa si è espressa nel periodo fordista (e precedente) del capitalismo, ovvero principalmente a partire dal piano sindacale.

È questo l’arcano che spiega l’incapacità dimostrata dai proletari occidentali di far fronte al peggioramento delle proprie condizioni di vita sviluppatesi dalla metà degli anni ’70: le trasformazioni tecnologiche, principalmente l’informatica, hanno permesso una radicale ristrutturazione del modo di produzione, rendendo obsolete le grandi concentrazioni di forza-lavoro stabile che avevano caratterizzato il tessuto sociale del modo di produzione fordista e costituito la base della forza operaia di quell’epoca ormai tramontata nell’Occidente sviluppato.

Gli ultimi trent’anni sono quelli in cui questo profondo e drammatico mutamento si è andato sviluppando, quelli in cui il proletariato di fabbrica, colonna della lotta di classe proletaria precedente, ha subito disfatte decisive e cambiamenti della sua composizione che lo hanno indebolito ed immobilizzato. Quelli in cui un nuovo proletariato, segmentato, precarizzato, mobile e disomogeneo è venuto crescendo; un proletariato, soprattutto giovanile, non solo senza tradizioni di organizzazione, bensì oggettivamente ostacolato ad organizzarsi dalla sua stessa composizione.

È questa realtà che ha sepolto definitivamente, assieme alla forza dei sindacati operai tradizionali, l’esistenza delle frange rivoluzionarie formatesi sulla base delle passate tradizioni politiche.

Ipotesi e prospettive

Date queste premesse, immaginare un risorgere del conflitto di classe sulle basi precedenti era già da tempo divenuto impossibile. Su come esso potesse riaccendersi, si poteva solo speculare. Sulla base delle trasformazioni in corso si poteva ipotizzare che, venuto meno il peso preponderante del proletariato industriale e della fabbrica come centri della lotta, e date le caratteristiche flessibili, mobili e precarie del nuovo proletariato, una ripresa di classe, per divenire ampia e generale, avrebbe dovuto ricorrere a forme territoriali di organizzazione. Un requisito necessario per ambire ad esprimere i bisogni di una classe segmentata, generalizzandoli in una piattaforma per quanto possibile unitaria.

La risposta al quesito può venire tuttavia soltanto dai movimenti reali, che vanno studiati per quello che sono e insegnano sugli sviluppi futuri.

Orbene, cosa suggerisce il movimento dei giubbetti gialli? Interclassista senza dubbio. Ma non soltanto, e non soprattutto, un movimento delle classi medie. Esso è infatti un movimento popolare dell’epoca contemporanea. Concetto che contiene due elementi costitutivi, l’eterogeneità degli interessi che lo compongono e il suo carattere di massa.

Il primo elemento, l’eterogeneità degli interessi, rappresenta il fattore della divaricazione che in ogni momento, e per certi aspetti immancabilmente, deve emergere all’interno degli strati che si sono insieme mobilitati.

Il secondo elemento, il carattere di massa e popolare, il momento unitario, la forza dirompente senza la quale, in prospettiva, nessun movimento rivoluzionario, nemmeno nei paesi capitalisti più avanzati e maturi (dove gli strati intermedi, abbiamo detto, rappresentano ancora una realtà importante) può sperare di travolgere il potere capitalistico.

In questo carattere di massa si intravvedono pertanto già alcune caratteristiche e forme che il movimento proletario dovrà necessariamente assumere in futuro. Ne è, in modo ancora informe, un annuncio.

Esso nasce al di fuori di ogni mediazione sindacale e politica preesistente, affidando la propria capacità di organizzazione alla rete e ai social network, e integra diversi strati su un terreno che non è immediatamente sindacale ma sociale, che non è di fabbrica ma territoriale. Esercita la sua forza al di fuori della fabbrica, bloccando le arterie di comunicazione, le raffinerie, i depositi di carburante, le città. Passa da momenti di organizzazione diffusa nel territorio ad iniziative centrali in luoghi strategici e simbolici (ad es. i Champs-Elysées della capitale francese), usa la sorpresa per disorientare l’avversario, realizza nei diversi contesti convergenze tra frange diverse della popolazione (ad es. coinvolge gli agricoltori nelle zone rurali, gli infermieri nelle città, e così via).

Questo non significa, come qualcuno pensa, che il movimento sindacale debba sparire. Lotte come quelle recenti di Ryanair, Amazon, della logistica in Italia, mostrano che anche il movimento economico, è destinato, sia pur su basi nuove, a rafforzarsi e in certo modo a rinascere nelle nuove categorie di lavoratori finora disorganizzate. Significa però che non potrà avere la centralità goduta nel periodo fordista.

Per trascinare la classe nel suo insieme, data la sua composizione attuale, le forme della lotta di classe del periodo post-fordista dovranno poter esprimere, da una parte una maggior pluralità di interessi, dall’altra rivendicazioni abbastanza generali da poter interessare al momento stesso i più diversi segmenti del proletariato.

In questo senso il movimento dei gilet gialli, che sinora ha visto l’egemonia degli strati intermedi e l’assenza d’identità di classe dei numerosi proletari che pur vi partecipano (essi anzi sono via via divenuti maggioranza), sembra mostrarci in modo rovesciato il terreno sul quale in futuro potrà esercitare la sua egemonia un proletariato in grado di esprimere in modo autonomo i propri interessi di classe e le proprie forme di lotta, portando dalla propria parte gli strati semiproletari, conquistando la parte più vicina degli strati intermedi e separandosi nettamente dagli strati superiori delle classi medie.

 Ciò si traduce, oggi, nella necessità di non rimanere alla finestra.

Il nero fu fino al primo dopoguerra il colore dei ribelli, degli anarchici e dei proletari. Fu poi fatto proprio dal fascismo. Il giallo è stato il colore dei sindacati padronali e dei crumiri. Anch’esso può cambiare significato.

Chi attende per schierarsi un bel movimento di tute blu munito di rosse bandiere merita di finire al museo.

“L’errore più grave in cui possono cadere dei rivoluzionari è quello di guardare indietro, verso le rivoluzioni del passato, mentre la vita apporta tanti elementi nuovi, che bisogna inserire nella catena generale degli eventi” (V.I. Lenin, Opere complete, vol. 24, pp. 135-136).

Fonte

Testo interessantissimo per gli spunti di analisi che offre. Questa (*) affermazione è però un po' troppo tagliata con l'accetta perché a rigor di logica, e fuori dal funzionamento che sottende la struttura dei vari fondi pensione provati, piuttosto che le storture con cui è governato un ente pubblico come l'INPS, la pensione è salario differito, quindi il pensionato, una volta raggiunto l'agognato traguardo, vive di parte del plusvalore che ha prodotto direttamente e "messo via" nel corso dell'attività lavorativa.