Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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07/03/2021

Ragioni di necessità

I leader delle Sardine sono giunti a presidiare la sede romana del PD, evidentemente nel disperato tentativo di impedirne lo sfracello.

Sorgono però due domande. La prima è: chi propongono per leader del partito, forse Benetton?

La seconda è: chi ha dato e qual è il loro il permesso per spostarsi fuori dalle rispettive regioni?

Visto che gli spostamenti sono vietati se non per ragioni di “lavoro salute necessità”, quale necessità è sostenere il PD in crisi?

Fateci sapere quale è l’autorizzazione, così magari useremo le “ragioni di necessità” per andare a manifestare a Roma contro il governo di banche, padroni e multinazionali.

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10/05/2020

Sardine ignoranti

Erano orgogliose di essere classe medio-alta, piene di laureati e competenti in questo e quello.

Poverine, mancavano gli storici, tra loro. Però si sforzano di “conservare la memoria”, come scrivono in questo post da tso immediato.

“In un’epoca in cui l’assenza di memoria è uno dei nemici peggiori di questo paese vale sempre la pena di ricordare #AldoMoro e #PeppinoImpastato ammazzati dalla Mafia”.

Hashtag a parte, difficilmente chi ha scritto questa stronzata passerebbe l’esame di Storia Contemporanea 1 (primo anno...).

Però bisogna capirle... sono nate nella buona borghesia bolognese “progressista”, nell’entourage di Romano Prodi e Alberto Clò, democristiani storici di primo livello...

Sono state alimentate a buone maniere e cazzate storiche... come pretendere che sappiano qualcosa della vita reale di questo Paese? (La maiuscola qualche volta ci vorrebbe...).

Allora proviamo a ricordar loro qualcosa, noi.

Peppino Impastato era un compagno di Democrazia Proletaria, tanto più serio ed eroico perché figlio di un “uomo d’onore”. Fu ammazzato perché irrideva, dalla sua radio, “don” Tano Badalamenti, boss mafioso e padrino padrone della politica locale, incentrata sulla Democrazia Cristiana.

Aldo Moro, invece, era il Presidente della stessa Democrazia Cristiana, cinque volte Presidente del Consiglio e diverse volte segretario di quel partito.

A voler essere precisi, in fatto di memoria storica, erano mafiosi e democristiani in parecchi.

Per esempio.

Vito Ciancimino, sindaco di Palermo.

Salvo Lima, parlamentare, eliminato nel 1992 da Cosa Nostra per non essere riuscito a impedire che passassero le leggi antimafia dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino.

I fratelli Salvo, Ignazio e Antonino, della cosca di Salemi, esattori delle tasse per conto dello Stato, della mafia e della Dc.

Una familiarità antica, risalente ai tempi dello sbarco degli americani in Sicilia, quando i Lucky Luciano, “don Calò” Vizzini (organizzatore dell’attacco armato al comizio del comunista Li Causi) e Genco Russo divenuti i garanti per i nuovi e vecchi padroni, furono tra i fondatori della Democrazia Cristiana in Sicilia.

Non che Moro lo ignorasse: “Nel 1960, nel corso della trasmissione televisiva Tribuna politica, fu chiesto ad Aldo Moro il motivo per cui Genco Russo, noto mafioso, fosse stato candidato nelle liste della DC a Mussomeli. Moro rispose che non vi erano elementi certi a carico di Russo e che non competeva alla direzione nazionale del partito valutare tutte le liste locali.”

E democristiano di alto livello era Giovanni Gioia, più volte parlamentare e ministro, “padrino” politico proprio di Ciancimino e dei fratelli Salvo, nonché proprietario dei fondi di Ciaculli su cui pascolava la “famiglia” Greco.

Potremmo andare avanti per migliaia di nomi e pagine, perché Mafia e Democrazia Cristiana – in alcune regioni del Paese (la maiuscola qualche volta ci vuole...) – erano spesso la stessa cosa. E una buona fetta di parlamentari e senatori Dc erano “uomini d’onore” o loro referenti diretti.

Alcuni studi storici, più precisi, hanno calcolato che tra il 40 e il 75% degli eletti in Sicilia con la Democrazia Cristiana – dal 1950 al 1992 (con lo scoppio di Tangentopoli, la DC si scioglie...) erano arrivati lì con i voti della Mafia.

Di quel partito era stato segretario e presidente Aldo Moro, col naso ben turato.

Speriamo di aiutare le Sardine a scoprire la memoria, insomma...

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03/05/2020

Le “Sardine” hanno perso un’altra occasione per tacere

È capitato, almeno una volta nella vita, di sentirsi dire che in alcune occasioni è meglio tacere che parlare. Può essere capitato spesso nella fase adolescenziale e talvolta anche in quella della maturità. Ma le cosiddette Sardine sembrano non aver imparato dal tempo che passa e continuano a prendere parola quando sarebbe più opportuno un “bel tacer”.

Dopo l’infelice uscita su una patrimoniale più simile alla flat tax salvin/berlusconiana (una imposta straordinaria senza progressione ma uguale per tutti, ndr) che ad una imposta sulla ricchezza, adesso ne hanno sparata un’altra ancora più grave.

In un loro post sulla pagina ufficiale su fb scrivono testualmente:
“Gruppi eversivi, autonomi e organizzati mediante l’uso di #telegram, si preparano a riempire piazze per il 4 maggio. Il primo giorno di allentamento delle misure cautelative per la salvaguardia della salute pubblica, diventa, per certi individui, una scusa per dimostrare la loro forza individuale col supporto del branco.

Non c’è riflessione. Solo una sciocca impulsività che lede e mette a rischio la #salute di tutti coloro che le #regole le rispettano.

La parte più triste di questo scenario è la sensazione che alcuni esponenti politici, con le loro esternazioni, abbiano fomentato parti della popolazione ad assembramenti contro le scelte del governo. Quando la #propaganda supera il buonsenso, quando la presunzione di pochi può vanificare l’impegno dei più, lo stato deve intervenire e prevenire il rischio di ulteriori contagi”.
Due cose colpiscono al volo. La prima è quella di indicare “gli autonomi” nel 2020 come se fossimo ancora negli anni '70/'80, in cui ogni jattura veniva addebitata agli “autonomi”.

Le pagine dell’Unità, del Corriere della Sera, de La Repubblica, de Il Tempo erano in perfetta sincronia in quella demonizzazione. Chi c’era se lo ricorda bene. Le giovani Sardine devono averne sentito i racconti in famiglia (le loro ovviamente) non certo nelle strade, nei territori, nella società di quei e di questi anni.

In secondo luogo un movimento nato per riempire le piazze, se deve argomentare, sarebbe meglio che usasse un altro esempio come argomento di anatema.

Al contrario, è tempo che proprio nelle piazze si cominci a testare il fatto che, nelle condizioni di sicurezza fin qui decretate e che vanno rispettate perchè proteggono gli altri da se stessi – dunque mascherina e distanziamento – si possa verificare se le restrizioni fin qui imposte rispondano solo a input dovuti sulla salute pubblica, oppure stiano diventando il grimaldello per impedire l’espressione pubblica di idee politiche e istanze sociali, visto che le une e le altre vengono fortemente sollecitate a prendere parola da una condizione sociale e democratica sempre più preoccupante, soprattutto nella cosiddetta “Fase 2”.

Per verificarlo c’è solo un modo: osservarlo fattivamente dal 4 maggio in poi.

Per paradosso, poi, le eventuali manifestazioni dovranno trasgredire per legge ad uno degli articoli del Decreto Sicurezza di Salvini: i manifestanti dovranno obbligatoriamente indossare la mascherina – e dunque dovranno ricorrere al parziale travisamento del volto.

Ma tant’è. Sarà un automatismo mentale, sarà un tic psicologico, un istinto non elaborato, ma di fronte a tanta stoltezza (e un pizzico di sbirreria che viene da lontano) l’associazione di idee porta subito alle stoltezze che abbiamo ascoltato da Renzi, dentro e fuori le aule parlamentari.

Come diceva il vecchio saggio? Chi si piglia si somiglia.

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02/03/2020

#Pescatori di Sardine?

Dopo le piazze, i programmi di Fazio, Annunziata, La7, Agorà, è il tempo di Amici. I leader delle sardine arrivano anche da Maria De Filippi come special guest per parlare di odio.

Prosegue la strategia di occupare gli spazi di ogni genere (Fabrica docet) per mostrarsi e spargere il verbo di “un anticorpo” che non si vede come un movimento politico. Lo fanno con fine estetica mediatica in modo garbato, non strillato, elegante e ben educato ma soprattutto non violento.

Dichiara un leader in diversi contesti: “Abbiamo accettato la proposta di partecipare per lanciare un messaggio ai tanti ragazzi che seguono il programma”. “Avevamo deciso di occupare uno spazio. Lo abbiamo fatto. Siamo stati nelle piazze un tempo solo appannaggio delle urla indistinte del populismo più spietato. Poi abbiamo detto di essere anticorpi. E così abbiamo iniziato ad inoculare vaccini di democrazia e buone ragioni nei corpi e nelle menti che in ogni città abbiamo incontrato, smontando rabbie e frustrazioni”. “La stagione delle piazze così come l’abbiamo conosciuta forse finirà e forse è già finita. La politica è una cosa bellissima se fatta in un certo modo” (Scampia?).

Probabilmente ci troviamo di fronte ad un cambio di passo o di strategia, alla luce del fatto che i movimenti di piazza generalmente tendono dopo un po’ a sgonfiarsi come avviene per le trasmissioni televisive riproposte per molte stagioni con il solito format (Amici?) e prevenire è meglio che curare.

La scelta pare abbia sollevato dal basso molti mal di pancia per non essere stata una decisione condivisa. La sensazione è che abbia prevalso un modus operandi da ufficio politico di brezneviana memoria, poco consono a movimenti che per loro definizione si dicono inclusivi, partecipativi e trasparenti. Forse le irritazioni sono dovute ad una questione di luoghi, all’ingresso in spazi di solito adibiti ad altri usi, non propriamente marini, frequentati da persone che hanno scopi più individuali, alla ricerca di fama e di successo, quindi né politici né anti sistemici.

Ahi! È proprio qui che casca l’asino. Le sardine non si esibiscono come anti sistemiche, anti capitaliste, anti global. Il contagio dei loro anticorpi non minaccia il sistema immunitario della real politic, anzi è di sostegno a esso, lo rafforza e il successo Emiliano-Romagnolo ne testimonia l’efficacia. Il branco delle sardine è riuscito a resuscitare un Lazzaro (PD) dato oramai per morto che già vestiva il candido sudario del defunto che cammina pronto per essere inumato dalla Lega di Salvini.

D’altra parte, anche l’agire delle sardine nuota nello spettacolo e sul piano dell’estetica teatrale (i flash mob dei raduni silenziosi tutti muti come pesci). Forse è qui che si può ipotizzare un punto di tangenza tra le sardine e la politica da talk show ben integrata in una società dove tutto è spettacolo. Allora riaffiora la politica di sempre, demagogica, prodotto da vendere, retorica per poter pescare l’eventuale consenso di maggioranze silenziose e dei loro figli assorbiti dal sogno di diventare un giorno ricchi e famosi.

Parafrasando il caro Lucio Dalla come non è profondo e diverso il mare.

Rimane però aperto un altro giudizio che potremo definire un giudizio sintetico a posteriori affiorante dalla riflessione sugli slogan recitati ad Amici con la complicità di una fine e mirata sceneggiatura che ha accresciuto il messaggio delle sardine di simboli ed emozioni. Mi riferisco alla frase intramontabile dell’idiota di F. Dostoevskij “la bellezza salverà il modo”. Quale bellezza salverà il mondo? Certamente l’ambiguità dell’affermazione va a braccetto con la presa diretta che questa frase suscita negli animi di chi la ascolta. Essa rimane un grosso punto interrogativo per i molteplici aspetti a cui potrebbe fare riferimento.

Nel caso in esame suppongo, in forza al modo in cui sono entrati in scena i leader delle sardine, si possa fare riferimento, con un buon grado di approssimazione: alla bellezza della non violenza per chi vive la propria diversità e sessualità; alla bellezza della solidarietà umana verso tutti gli emigrati; alla bellezza per una natura non più offesa dalla volontà di potenza dell’uomo che la violenta e stravolge nella ricerca del profitto privato; alla bellezza di chi si mette in gioco e supera le proprie paure per realizzare se stesso e vive la sua vera natura come soggettività unica ed irripetibile con tutte le sue diversità e caratteristiche; alla bellezza che supera la paura del diverso e dell’altro; alla bellezza chi si pone contro la filosofia del capro espiatorio e del nemico costruito per fini politici; alla bellezza di chi si ribella alla dittatura dell’odio e della paura per cambiare, per far vedere che un altro mondo è possibile; alla bellezza di mandare in corto circuito chi specula sulla paura e produce una cultura che esalta l’odio; alla bellezza come farmaco contro l’odio e la paura.

Come si può non essere d’accordo con questi principi? Sono principi sani, belli e forti che quando li urli ti danno forza facendoti venire i brividi dietro la schiena e rizzare il pelo, ma dal gridare al fare c’è uno spazio enorme sul quale si deve saper gettare ponti di concretezza per dare fisicità e sostanza alle parole.

Ebbene sono questi ponti che non si vedono e non si sa come e quando saranno costruiti, con quali materiali economici con quali progetti. Utilizzare principi belli, sani e forti a mo’ di spot pubblicitario li depotenzia, li altera, li degrada a merce demagogica, mentre i problemi, i molti problemi del nostro paese rimangono tutti lì irrisolti in mano a tecnocrati, burocrati e politici incapaci anche di gestire un’epidemia. Così come sono incapaci di gestire la disoccupazione, la scuola, la sanità, la povertà, le ineguaglianze, la natura, la pace. Questa tipologia di fare politica non si può né riformare né si deve salvare. Occorre rimuovere i giochi di potere, mutare i rapporti di forza tra le classi e il modello economico globale. In una parola essere anti e non solo contro. Contro richiama la giusta e santa critica, ma l’anti richiama la ricerca di una possibile alternativa a quella attuale. Questa alternativa non si costruisce negli studi televisivi a colpi di spot pubblicitari per belli e riusciti che siano. Non basta essere padroni della tecnica mediatica, la tecnica di per sé non ha buoni o cattivi padroni, ma solo servi. È lei che s’impone agli uomini come dominatrice con la sua volontà di potenza facendoci schiavi del suo nichilismo distruttore di natura, umanità, giustizia e uguaglianza. Chi domina la tecnica domina il mondo e su di essa si costruisce la prevaricazione e la ricchezza di stati, corporation e uomini.

Occorre ritornare all’uomo ripartire da esso e dalle sue formazioni collettive perché insieme abbiamo una speranza, da soli non c’è scampo. Pertanto per necessità si deve costruire dal basso mettendoci il corpo, la faccia, il sudore. Occorre mettere sotto il vaglio critico tutto il sistema mondo, liberandoci dalle dipendenze con cui si è costruito il nostro sistema economico-sociale credendolo il migliore, cosa certamente né semplice né rapida. Platone quando parlava delle idee eterne che modellano la realtà usava il termine “parusia” intesa come presenza dell’idea nella realtà sensibile. Oggi, se vogliamo che l’idea di bellezza spinga gli uomini all’azione e li strappi dalla caverna oscura dove confondono le ombre per realtà, occorre far compiere un salto alla società. Questo salto consta nel disarticolare nella prassi la credenza che la società odierna possa essere mutata cambiando soltanto singolarmente, lavorando sul proprio Io. Il problema non è soltanto qualitativo ma principalmente quantitativo. Pertanto è necessario far massa, gruppo, riaggregarsi collettivamente, ricreare fronti di resistenza di contro cultura, di prassi alternative antisistemiche e non attendere e sperare che “solo un Dio potrà salvarci”.

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05/02/2020

Se incontri Benetton, poi ti commuove la concessione ad Autostrade

Non abbiamo alcuna passione per le sciocchezze seminate sui media da Mattia Santori, “capo politico” delle Sardine, anche perché si rischia di non potergli star dietro, quasi come a Salvini. Ma alcune di queste sono così smaccatamente “padronali” da imporre una sottolineatura, visto il ruolo svolto in questi mesi come nuova “cinghia di trasmissione” tra elettorato progressista e Partito Democratico.

Nei giorni scorso, ne abbiamo parlato anche noi, i leader sardinisti erano scivolati sulla classica buccia di banana incontrando Luciano Benetton in una delle sue “factory della creatività”, su invito del fotografo Oliviero Toscani.

“Un’ingenuità”, si erano subito difesi, che non voleva significare un appoggio al padrone (via Atlantia) dei caselli autostradali, da tempo in panico per la possibile – ma sempre meno probabile – revoca della concessione per la gestione delle tratte di competenza di Autostrade spa.

Poi, ieri, Santori viene intervistato dall’Huffington Post Italia (veicolato dal gruppo Repubblica-L’Espresso), anzi direttamente dal suo vicedirettore, Alessandro De Angelis. Che ovviamente gli chiede:
Voi avete sottoposto una vostra agenda a Conte. Se vi chiede un parere su Autostrade, siete per la revoca o no?

Conte viene dal mondo del diritto e sa meglio di noi che per recedere un contratto in essere ci deve essere una giusta causa che deve essere comprovata dalla magistratura. Il tema che interessa davvero i cittadini è capire quando si tornerà ad avere una visione strategica delle infrastrutture viarie che sono uno di quei nodi irrisolti che separano il Sud dal resto del Paese. Negli anni ’60 per fare l’A1 Bologna-Firenze ci sono voluti 6 anni. Per la Variante di Valico, inaugurata nel 2015, ce ne sono voluti 32. Qualcosa non funziona.
Benvenuto, Mattia, nel mondo reale dei costruttori che campano di appalti pubblici sulle infrastrutture, che si arricchiscono dilatando i tempi di costruzione e imponendo “revisioni dei costi” a getto continuo. Altro che “Qualcosa non funziona”...

Però il cuore della domanda è la concessione autostradale, e qui Santori dimostra di essere ben poco competente in diritto (mentre Giuseppe Conte, ahilui, è docente di diritto privato), oltre che soggettivamente “dalla parte di Benetton” nella lunga diatriba pubblica che oppone fautori della revoca della concessione (soltanto i grillini, e forse nemmeno tutti) e servi del padrone (tutti gli altri, con Lega e Pd in testa).

Neanche noi siamo docenti di diritto, ma anche una veloce ricerca nelle pubblicazioni specializzate in materia fornisce una risposta secca e univoca. Questa:
La fine anticipata di un rapporto concessorio è prevista nei due distinti casi di decadenza e revoca:

- la prima ipotesi ricorre qualora il concessionario sia gravemente inadempiente delle disposizioni previste nelle convenzioni, le quali ‘individuano puntualmente le fattispecie di gravi inadempimenti contrattuali […] a titolo esemplificativo, il mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse, la mancata tenuta della contabilità analitica, il mancato mantenimento di adeguati requisiti di solidità economico-patrimoniale.
In pratica, per revocare una concessione non c’è alcun bisogno che sia stato commesso un reato scoperto e comprovato dalla magistratura”, come fa finta di spiegare il povero Mattia; basta infatti che ci sia “il mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse”.

E il crollo di Ponte Morandi, con le sue 43 vittime e il blocco pluriennale del traffico su quella tratta, è un caso clamoroso di “mancato mantenimento delle funzionalità delle autostrade concesse”.

Insomma, lo Stato italiano non ha alcun bisogno di aspettare una sentenza definitiva (tre gradi di giudizio e almeno una decina di anni dal momento della strage...) prima di revocare la concessione ai Benetton. Bastava e basta la foto delle macerie del ponte.

Se, ad un anno e mezzo dalla strage, questa revoca non è ancora avvenuta, ciò dipende solo dalla impresentabile classe politica nazionale, pressoché tutta beneficiaria di “contributi elettorali” molto sostanziosi da parte di tutte le grandi imprese, Benetton compresi. E nel primo governo Conte – quello “gialloverde” – il ruolo dei lobbisti pro-Atlantia era svolto dalla Lega di Salvini. Nel secondo, giallo-blu, questa infamia è svolta dal Pd.

Poteva una “cinghia di trasmissione” veicolare un parere differente?

Il povero Mattia Santori proprio non se l’è sentita. Dimostrando, una volta di più, che in una società fortemente diseguale ogni tema politico ed economico è costitutivamente divisivo. Perché gli interessi di alcuni penalizzano quelli degli altri.

Se fai finta di essere super partes, come sempre accade, in realtà stai dalla parte dei più forti. Cioè delle carogne.

E te lo ricordano soprattutto i parenti di quelle 43 vittime completamente innocenti: “Ogni giorno ci aspettiamo, ormai da quasi 18 mesi qualche nuova pensata, ogni tanto qualcuno usa i nostri morti per mettersi in mostra o per comunicare idiozie. Ho sentito registrate delle esternazioni, inopportune e confuse di Toscani”.

È il commento di Egle Possetti, presidente del comitato in ricordo delle vittime del ponte Morandi di Genova, in risposta alle parole di Oliviero Toscani che durante una trasmissione radiofonica aveva detto: “A chi interessa che caschi un ponte, smettiamola”. Se qualcuno vuol sapere cos’è una “logica di classe” basta che si rilegga questa frase, che scaturisce sa un sentimento semplice: “tutto quel che sta nel mondo di sotto non conta nulla, per noi”.

“Ovviamente – sottolinea Possetti – a lui potrà non interessare che sia caduto un ponte in Italia nel 2018, potrebbe essere che lui viaggi sempre in elicottero, in effetti passare su un ponte francamente è un po’ da ‘plebei’, purtroppo tanti italiani ci viaggiano ogni giorno e qualche persona sotto a ‘quel ponte’ ci è rimasta per sempre, certamente non per qualche strano fulmine vagante. 43 morti innocenti per lui conteranno poco, ma per noi erano tutto”.

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04/02/2020

Gli squali abbandonano le Sardine al loro destino

Do you remember Sardine? Sembra che, passata la paura per la possibilità che il bastione Emilia Romagna finisse in mani leghiste, sia iniziata l’operazione “sgonfiamento” di un “movimento” molto mediatizzato prima ancora che nascesse e caratterizzato dall’assoluto silenzio su tutte le questioni socialmente e politicamente “divisive”.

In pochi giorni si sono sommate molte pessime notizie per Mattia Santori & co. L’ultima, di ieri, parla di una “scissione” della filiale romana – quella che aveva organizzato l’evento di Piazza San Giovanni – con il “capo-referente” Stephen Ogongo che in un comunicato afferma: “Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi”.

“L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane”.

“Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli”.

E dunque: “Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento”.

Chiaro ed esplicito, davvero in stile ben poco “sardinista”. E in effetti il summit con Benetton (malamente giustificato ex post come “incontro con il fotografo Toscani sulla creatività”) sembra aver pesantemente minato la credibilità dei “promotori”. I quali sono subito apparsi in affanno e piuttosto goffi – “un’ingenuità essersi prestati ad una photo opportunity”, che per dei “maghi della comunicazione” sembra davvero incredibile.

Presentarsi al mondo per “ripulire la politica” dalle incrostazioni volgari, “populiste, sovraniste, neofasciste”, ecc, e poi incontrarsi per ore con uno dei peggiori “prenditori” del capitalismo italiano, uno di quei “capitalisti bollettari” che fanno i soldi comodamente seduti al casello autostradale e lasciano andare in malora il bene pubblico loro affidato, fino alla strage del Ponte Morandi... è uno schiaffo in faccia a chiunque sia sceso in piazza dietro di loro e credendo al loro messaggio.

Neanche Ogongo è esattamente un’anima candida della politica politicante. In fondo è pur sempre quello che quello che aveva aperto a Casapound ed era stato ripreso e aveva rettificato. Probabile, insomma, che abbia provato a dare una “spallata da destra” a una leadership ora in discussione.

Cavalcando, è chiaro, la “sofferenza” di tanti attivisti davanti a quella foto – e agli interrogativi che solleva – suscettibile di trasformarsi velocemente in volontà di smarcarsi. Non crediamo che questi tentativi avranno grande successo, perché – conoscendo piuttosto bene le dinamiche attraverso cui sorgono e muoiono i “movimenti” – sappiamo che ogni tentativo di gestire autonomamente “pezzi” di movimento in opposizione-distinzione rispetto al gruppo “fondatore-dirigente” è condannato ad esaurirsi in tempi rapidi quanto la sua esplosione.

L’inchiesta de L’Espresso

Tanto più che viene fuori ora con enorme chiarezza quel che “c’è dietro” i quattro promotori bolognesi. Non è una vera sorpresa, perché era noto – per esempio – che Mattia Santori è un “giovane economista” assunto da Alberto Clò, ossia da un ex ministro cattolicissimo da sempre al fianco di Romano Prodi, salito anche alle cronache “dietrologiche” per la famosa “seduta spiritica” da cui sarebbe uscito il nome “Gradoli” come luogo di prigionia di Aldo Moro.

Ma ora non siamo più ai “si dice”, per quanto corroborati da frequentazioni certe. Un’inchiesta de L’Espresso mette le principali carte in tavola: “Sardine benedette: per sintonia, molto prima che per strategia. Dal Vaticano a Romano Prodi, da Sant’Egidio alla Cei. Sardine che si appoggiano alle parrocchie, hanno avuto contatti con il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, e stretto relazioni con la Comunità fondata da Andrea Riccardi, già prima che tutto cominciasse: anche quando Mattia, Andrea, Giulia, Roberto gli altri non si erano ancora ritrovati a piazza Maggiore, a sorpresa, in dodicimila, il 14 novembre, ecco anche allora quei fili c’erano già.”

La ricostruzione della “filiera” è tutto sommato abbastanza semplice, e mette insieme – oltre all’associazionismo cattolico tradizionalmente “umanitario” – frange di “vendoliani” senza più leader e organizzazione, “democratici” di lungo corso e scarsa notorietà... Insomma, come chiosa la giornalista Susanna Turco, “sinistra, ecologia e libertà, ma in oratorio”.

Una chiosa finale, però, ce la permettiamo anche noi. Questo mini-scoop arriva dal Gruppo Repubblica-L’Espresso, ossia dalla centrale mediatica che fin da prima dell’inizio del movimento aveva “promosso” il protagonismo sardinista di Santori e amici, insieme a Corriere, Tg3, La7 e media minori. Impossibile che l’attuale direttore, Maurizio Damilano, abbia dato il nulla osta alla pubblicazione dell’inchiesta senza averla letta. Più probabile invece che l’abbia “commissionata”.

E siccome il direttore di un giornale è il professionista che tiene insieme “notizie” e interessi della “proprietà” del giornale stesso, siamo obbligati a pensare che “la proprietà” abbia deciso di staccare la spina, o perlomeno lasciare che “il movimento delle Sardine” provi a navigare da solo in mare aperto. Luogo in cui i banchi di sardine, notoriamente, sono molto utili a ben altri pesci o cetacei... e, non stranamente, questa operazione avviene in contemporanea alla costruzione – sempre su L’Espresso – del parallelismo tra Sardine e “movimento di Hong Kong”. Quasi un’indicazione “ideologica” per un insieme che ha vivacchiato facendo finta di non averne...

A proposito, la “proprietà” del Gruppo Repubblica-L’Espresso non è più in mano a Carlo Debenedetti, visto che è stata comprata da vecchie conoscenze del peggiore padronato italiano: FIAT, ora Fca. Vecchi squali, insomma.

Ci deve essere un senso, in questo “scarico” di Santori & co. Forse simmetrico alla “ricerca di contatto” con il gruppo Benetton, forse no... Ma un senso ci deve essere, e non c’entra molto con la “politica pulita ed educata”...

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03/02/2020

Evidenze, contraddizioni e novità dopo il recente voto

A distanza di alcuni giorni riportiamo l’attenzione sul recente passaggio elettorale e sui sommovimenti in atto dentro il complicato ciclo politico della borghesia italiana. Tale richiamo interpretativo si rende necessario, a nostro avviso, non solo per tentare di offrire un quadrante analitico tendenzialmente più completo ma – soprattutto – per incardinare questa riflessione al complesso della discussione sulla fase politica generale.

Sul contesto e gli esiti delle elezioni regionali in Emilia Romagna, rimandiamo – per una analisi dei dati e per le prime considerazioni di carattere squisitamente politico agli articoli pubblicati sul quotidiano online Contropiano.org e, più segnatamente, nell’editoriale e in questo articolo – i quali oltre ad entrare nel merito dei contesti in cui si è votato analizzano anche alcuni fattori topici che hanno segnato tali elezioni: il ritorno del voto utile e lo spettro dalla paura!

A queste riflessioni – con l’obiettivo di rafforzare un punto di vista autonomo comunista scevro da ogni illusione elettoralista – vanno affiancate alcune considerazioni le quali, come è nei tratti caratteristici e nello stile di lavoro della Rete dei Comunisti, sono spunti di dibattito ma anche tracce di impegno teorico/politico che avvertiamo come nostre e che intendiamo sviluppare ed approfondire nel prossimo periodo.

Nelle analisi degli articoli sopracitati emerge la presa d’atto che le proposte di rottura (ora sul versante elettorale ma tale considerazione attiene al complesso delle dinamiche della contraddizione di sempre tra capitale e lavoro) sono a tutt’oggi schiacciate tra soluzioni fuorvianti e incapacità dei movimenti di lotta di indicare più compiutamente, ai settori subalterni della società una prospettiva di alternativa praticabile.

Questa condizione – oggettiva – non è una alchimia astratta ma è la risultante, e per molti aspetti la registrazione, di come nel nostro paese (una nazione a capitalismo maturo collocata dentro un polo imperialista compiuto) il corso della crisi capitalistica – per quanto accertato e documentato anche dagli istituti statistici ufficiali – è ben lungi dall’innescare punti di crisi sociale generalizzabili e disponibili a tramutarsi, nel breve periodo, in ipotesi di mobilitazioni articolate, organizzate e durature nel tempo.

Certo i fattori di crisi economica mordono in molte aree del paese al Sud ma anche in tante zone del Nord disegnando una geografia socio/economica ed una composizione di classe segmentata e stratificata, dove la “vecchia” unità politica e materiale della classe è stata scomposta profondamente.

Aumentano, sicuramente, le diseguaglianze e gli indici di polarizzazione tra diversi segmenti sociali ma regge complessivamente l’esercizio della governance attraverso un sapiente mix di ammortizzatori sociali, tenuta del credito/risparmio familiare (una anomalia del capitalismo italiano) e permane una crescente difficoltà a far ripartire un ciclo di lotte a seguito degli intervenuti effetti di disarticolazione e di frammentazione di ciò che residuava dei vecchi istituti (formali ed ideologici) della coscienza di classe.

Del resto è palese la differenza e lo scarto tra ciò che avviene, da oramai oltre un anno, nella vicina Francia e l’autentico calvario che devono affrontare, qui da noi, quelle vertenze e quei movimenti di lotta che provano a far vivere un punto di resistenza politica ed eventualmente, una volontà di determinare scenari di possibile rottura in avanti del pesante clima di passivizzazione sociale imperante.

Tale dato – che andrà ulteriormente sviscerato e compreso al di là di come si presenta nell’immediato – agisce profondamente in ogni aspetto della società, si introietta alla stregua di un potente narcotico tra i settori popolari e pesa, particolarmente, in occasioni delle lotte e dei passaggi elettorali dove – citando Karl Marx – “gli operai si muovono con la logica del minimo sforzo”.

Da qui la consapevolezza – vera e da ribadire continuamente – che per i comunisti le elezioni e la partecipazione ad esse sono puramente uno strumento (una occasione!) e non un feticcio immutabile e totalizzante. È un terreno, e neanche quello più importante, tra le diverse modalità di intervento nel corpo sociale.

Per cui – senza psicodrammi e superando il fastidioso effetto di “doccia scozzese a cui sono sottoposti gli attivisti” come ha ben evidenziato Contropiano – si tratta di intendere la partecipazione alle elezioni come un tassello del percorso di definizione e costruzione della Rappresentanza Politica degli interessi dei settori popolari la quale può prevedere, tra gli altri, anche il versante elettorale – sempre con caratteristiche autonome e indipendenti – con l’obiettivo di propagandare e sperimentare un utensile che aiuta e favorisce l’interlocuzione sociale, la sedimentazione e la sollecitazione conflittuale verso il blocco sociale.

La società e la lotta di classe non sono uno spazio liscio.

Il recente tornante elettorale e lo scenario politico degli ultimi mesi ci segnalano una rianimazione del Pd come perno di quella “sinistra” che mostrava segni di implosione e di ulteriore dissolvimento. Nel periodo di Renzi era balzato oltre il 40% dell’elettorato per poi precipitare, prima con la sconfitta al Referendum Costituzionale e poi con le elezioni politiche del 2018, ai suoi minimi storici. Il Pd non mostrava buona salute e sembrava avviato ad un declino inarrestabile a fronte dell’avanzata dei cosiddetti populismi.

Questa crisi non aveva però visto crescere una ipotesi alternativa a sinistra. Al contrario tutti i “laboratori, i cantieri, i teatri con i continui nuovi inizi” sono andati a sbattere, sia singolarmente che messi insieme. Come Rete dei Comunisti un anno fa abbiamo articolato una campagna culturale e politica denominata “L’unità della Sinistra: falso problema” in cui – in modalità decisamente controcorrente verso l’intero arco di quella che si autodefiniva “sinistra radicale” – evidenziavamo non solo il catastrofico corso politico di tutte le varianti di quella tradizione politica, ma anche la necessità di una cesura netta con tale filone. Abbiamo posto un interrogativo agli altri ma anche a noi stessi su come riqualificare e rigenerare una moderna ipotesi di trasformazione anticapitalista adeguata alle modificazioni strutturali intervenute (in Italia ed in Europa). Di converso la nostra attitudine militante ed il contributo che avanziamo verso la sperimentazione in corso di Potere al Popolo ha questo tracciato d’impostazione e tale obiettivo politico e programmatico. Lì dove c’è il coraggio di sperimentare, di agire a tutto campo sulle contraddizioni di classe, di rompere con ambiguità insopportabili, i comunisti devono saperci essere e agire.

Gli eventi di questi mesi, però, hanno prodotto avvenimenti, non propriamente ordinari, con conseguenze a tutto tondo che iniziamo ad avvertire non solo attraverso i numeri elettorali o la crisi repentina dei “5 Stelle” (su cui necessita un ragionamento specifico) ma anche attraverso il riverbero, a vario titolo, lungo tutto l’arco delle contraddizioni sociali.

La fine del governo Conte 1 e la nascita del Conte 2, la novità della segreteria Zingaretti e la rinnovata liaison con Landini, con il variegato mondo dell’associazionismo e del Terzo Settore, la sussunzione culturale e la cooptazione pratica – a “cerchi concentrici” – di gran parte del ceto politico di movimento nelle spire Democrat, per arrivare alla nascita – studiata e pianificata ampiamente – delle Sardine, sono tutte tappe di una operazione politica ed ideologica del Pd tornato in mano “alla ditta” e consapevole che la posta in gioco deve riportare a casa tutti i residui della sinistra, soprattutto di quella che ha dismesso gli anticorpi verso un progetto liberale e liberista ma “antifascista”. È bastato attendere una settimana dalle elezioni per vedere la foto di gruppo insieme ad un padrone della peggior specie come Benetton.

Da materialisti tale situazione non ci induce certo ad un mutamento di giudizio politico – che rimane tranchant, negativo, decisivo – ma spinge ad un supplemento di analisi ad un livello più avanzato di comprensione, di demistificazione e di critica verso questa complessa operazione politica ed ideologica.

Sempre più l’evolvere degli avvenimenti – al di là dei fronzoli e degli elementi formali con cui si ammanta anche grazie ad un sistema dell’informazione compiacente e blindato – squaderna, concretamente, la connessione ideale e materiale con gli aspetti più significativi delle forme di dominio tipiche delle società a capitalismo maturo di questo settore (un vero e proprio grumo politico/materiale innervato nella società e nei suoi apparati ideologici di comando e controllo) che ancora si richiama allo scialbo ed ancorché sbiadito Pantheon di sinistra.

Non è un caso che l’analisi dei flussi elettorali del PD coincida con quei segmenti sociali che vivono – con buona pace di ogni sorta di buonismo e di universalismo democratico – dei sovraprofitti (imperialistici) derivanti dalla posizione dell’Azienda/Italia e dei settori più avveduti della borghesia continentale nell’ambito della competizione internazionale. E non è un caso che nelle aree metropolitane del paese la “sinistra” è insediata, a larga maggioranza, nei centri delle città gentrificati e tra i ceti sociali benestanti.

Si pone, dunque, l’esigenza teorica di “andare più a fondo” nella ricerca collettiva, nell’inchiesta sul campo e nella complessiva battaglia ideologica contro la “sinistra liberale” in ogni sua deviante declinazione e suggestione.

Un compito inedito per una esperienza di militanti comunisti – come la RdC – che dovrà demolire i codici, i riti e la perpetuazione di una nefasta concezione del mondo e dei relativi rapporti sociali che si configurano, ancora e pesantemente, come un ostacolo prioritario ad ogni ipotesi di rottura politica e di organizzazione degli sfruttati.

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01/02/2020

Le due destre. Perché con Bonaccini non ha vinto la sinistra

di Tomaso Montanari

È una buona notizia che l’Emilia Romagna non sia passata sotto il governo di estrema destra della Lega, e che il plebiscito mediatico costruito da Matteo Salvini non sia andato a buon fine.

Ma francamente sono molto scettico, e a tratti francamente preoccupato, per la lettura entusiastica che di questo passaggio elettorale si sta dando anche nella sinistra che da tempo ha saggiamente deciso di non vedere nei turni elettorali i generatori del futuro. Provo a spiegare perché.

Innanzitutto, mi pare che la retorica post-elettorale stia inducendo a travisare i reali contorni numerici, e con essi i moventi profondi di quello che è successo.

La maggior parte del territorio dell’Emilia Romagna (e proprio la parte più povera, e in ogni senso marginale) ha votato Lega. E se si guardano i numeri assoluti, c’è ben poco da stare allegri: Bonaccini ha avuto, infatti, 1.195.742 voti e la Borgonzoni 1.014.672. Non certo ordini di grandezza così lontani (lo scarto è di 181.000 voti): anzi, abbastanza vicini da indurre a parlare di una regione spaccata quasi esattamente a metà, in cui né il mito buon governo né la pregiudiziale antifascista sembrano poi così ben in salute.

A fare la piccola, ma decisiva, differenza finale è stata evidentemente l’affluenza al voto (indubbiamente favorita dal clamore mediatico suscitato dalle Sardine), che però è ben lungi dall’essere ‘da record’: attestandosi al secondo posto negativo nella storia delle elezioni regionali emiliane. Di meno gli emiliani avevano votato solo quando elessero il Bonaccini 1 (che nel 2014 fu votato dal 49% di un’affluenza bloccata al 37,7%). Anche la retorica del popolo chiamato in massa a scongiurare la caduta della città in mano ai barbari non fa dunque i conti con la realtà di un terzo degli aventi diritto al voto che rimane tranquillamente a casa, trovando indifferenti le due soluzioni sul piatto. È dunque abbastanza evidente che domenica scorsa non ha vinto né Bonaccini né il ‘buon governo’ né tantomeno il Partito: ha vinto (e davvero di misura) un comprensibile voto contro. Contro Salvini, e il suo fascismo citofonico.

Ma si tratta di una vittoria paradossale: la presenza di una estrema destra potenzialmente eversiva del sistema di valori costituzionale, diventa di fatto la garanzia del mantenimento al potere di quella destra (non sempre) moderata che è diventato il Pd emiliano.

A chi trovasse quest’ultima una definizione eccessivamente severa, ricordo: l’allineamento dell’Emilia Romagna di Bonaccini al progetto della ‘secessione dei ricchi’ attuato attraverso l’autonomia differenziata, massimo obiettivo politico della Lega; una legge urbanistica mangia-suolo da palazzinari anni ’50, la peggiore d’Italia; l’opposizione di Bonaccini alla pur timidissima Plastic Tax del Conte bis: il segno di uno sviluppismo insostenibile, del tutto disinteressato al futuro; l’incapacità (nel migliore dei casi) di arginare una infiltrazione della ‘ndrangheta che sfigura in modo drammatico il tessuto economico e civile della regione; una sanità sempre più tagliata e privatizzata, con il consenso di Lega e Forza Italia in consiglio regionale; una politica securitaria e razzista indistinguibile da quella leghista (si legga per esempio il libro recentemente dedicato da Wolf Bukowski alla Buona educazione degli oppressi).

Ora, non c’è dubbio che la Lega avrebbe potuto far peggio: in certi casi un po’ peggio, in altri molto peggio. E soprattutto non c’è dubbio che a fare le spese di questo ulteriore peggioramento sarebbero stati i più fragili. Ma da qua a dire che ‘ha vinto la sinistra’ ce ne corre davvero molto.

Invece, il rischio è proprio questo: un ulteriore spostamento a destra dell’intero quadro politico, con le forze a sinistra del Pd che confluiscono ‘felicemente’ in quest’ultimo. Se l’infelice presenza di LeU nel governo Conte Bis (un governo, giova ricordarlo, che non riesce a modificare le leggi più ‘fasciste’ del governo Conte Uno) è stato un anticipo di questa ‘soluzione finale’, l’intervista post-elettorale di Nicola Fratoianni al Manifesto ne tratteggia la road map, prospettando entusiasticamente per la sinistra politica nazionale un destino ‘emiliano’: e cioè un permanente e strutturale fiancheggiamento ‘critico’ del Pd in nome del frontismo antileghista. Di fatto, una confluenza in nome dell’emergenza.

Sarebbe l’accomodarsi permanente della sinistra politica al tavolo di potere di un centro-sinistra più che mai determinato a non cambiare alcunché di se stesso: e che nel momento in cui riesce a presentarsi come efficace baluardo contro i nuovi fascisti, non ha più nemmeno il bisogno di far finta di cambiare.

Non per caso, l’eclissi (momentanea o definitiva, ma certamente ampiamente meritata) del Movimento 5 Stelle ha immediatamente indotto il Pd e i commentatori di area a prospettare l’abbandono del progetto di legge elettorale proporzionale, e l’adozione di un maggioritario ancora più sbilanciato dell’attuale. Il che equivarrebbe a smontare un altro pezzo di democrazia in nome della perpetuazione della propria rendita di potere. Una chiusura dalle conseguenze gravissime: e non solo perché potrebbe approfittarne proprio la Lega, ma per lo stravolgimento di ogni dinamica democratica. Perché nel maggioritario importa solo vincere, non essere giusti. Comandare, non rappresentare. Decidere, non includere. Ed esultando per la vittoria del ‘male minore’ (ma proprio il male minore che ha generato alla fine il male maggiore che oggi dice di arginare) siamo già sprofondati in questa deviante logica binaria che non conosce alternative possibili.

La prima conseguenza di questa ‘mentalità maggioritaria’ è il congedo del pensiero critico. Perché entrando nel gioco del potere si possono ottenere delle ‘cose’ (come l’ottima gratuità del trasporto regionale per i più giovani, che la lista ER Coraggiosa ha felicemente strappato a Bonaccini), ma al prezzo di rinunciare ad un’analisi critica senza sconti, che prospetti la necessità di una alternativa radicale allo stato delle cose. Ovvio: questa proposta radicale non certo è incarnata dal dato grottesco delle tre sigle più o meno comuniste che in Emilia si sono spartite pochi decimali: ma questa tragicomica inadeguatezza rende più pesante, e non già più lieve, la responsabilità di chi potrebbe costruire consenso, e sceglie di farlo per il Pd, e dunque in ultima analisi per lo stato delle cose esistenti.

In questo senso è istruttivo l’entusiasmo, paternalistico e lievemente maschilista, che sta suscitando nelle roccaforti del pensiero unico di centro-sinistra l’esperienza della bella figura di Elly Schlein: gli stessi che non l’hanno mai appoggiata nelle coraggiose scelte di rottura (l’uscita dal Pd), la lodano ora perché è tornata (e, dal loro punto di vista, in condizione ancillare) all’ovile democratico, esaltandone (contro le sue stesse intenzioni) la personalità individuale (a scapito dell’impresa collettiva della sua lista), secondo i precetti del culto leaderistico che anima il maggioritario. Sono gli stessi commentatori che, se un identico 4% fosse stato conquistato fuori dalla santa alleanza Pd, ne avrebbero irriso il velleitarismo minoritario.

Quanto alla Sardine, non riesco proprio a condividere l’entusiasmo così poco analitico di molti amici. È innegabile l’anelito democratico e partecipativo con cui migliaia di cittadini ne accolgono l’invito a scendere in piazza, ma come non vedere che anche questa bella novità ha di fatto giocato a favore del mantenimento dello stato delle cose, e del sostegno acritico a un governo che tutto è tranne che di sinistra, come quello di Bonaccini? In queste ore, le Sardine della mia Toscana hanno diffuso un appello all’«unità dei progressisti» (che significa l’invito a sottomettersi a posteriori alla pessima candidatura imposta da Renzi al Pd, quella di Eugenio Giani di cui ho scritto ampiamente in questo sito) in cui si legge: «Rivendichiamo l’efficienza di una Regione che è modello di riferimento per il Paese in materia di cultura, turismo e di distretto industriale».

Dove colpisce non solo il fatto che si siano ben guardate dal prendere la parola prima, per evitare questa scelta scellerata e lo facciano ora per farla digerire in nome dell’antifascismo, ma ancor più il linguaggio inconfondibilmente di destra (l’«efficienza»!), e la totale sudditanza alla propaganda di un modello radicalmente insostenibile: perché dire che Firenze è un modello in materia di turismo e cultura (!), e sostenere un programma che ha al primo punto le Grandi Opere e lo sventramento della Maremma è come dire che la permanenza delle Grandi Navi in Laguna è un traguardo ecologico. Insomma: le Sardine stanno giocando, nei fatti, come truppe irregolari di questo bruttissimo Pd, e come alfieri dell’egemonia del pensiero unico della destra da cui non si riesce ad evadere.

In conclusione, non riesco a sottrarmi in queste ore a un rovello: che scandalizzerà qualche benpensante, ma che vale forse la pena di far affiorare. Davvero dobbiamo festeggiare di fronte ad una Emilia Romagna in cui un milione più spiccioli vota Bonaccini, un milione vota Salvini e un altro milione non va a votare? Se esultiamo di fronte a questo quadro francamente disastroso, è solo perché la nostra idea di democrazia è ormai così povera da ridursi esclusivamente alla dimensione del governo, e non ci accorgiamo del danno culturale e morale inflitto da questo ennesimo restringimento dello spazio critico, indotto dall’illusione ottica per la quale siccome lo ‘schema Bonaccini’ (fermare la destra estrema con la destra moderata) ha avuto successo, allora è anche uno schema giusto. Anzi, ‘lo’ schema giusto per tutto il Paese.

Al contrario, non sarebbe necessario chiedersi se – su quella lunga distanza che non sembra interessare a nessun osservatore della scena politica italiana – avrebbe fatto davvero più danni un passaggio del governo dell’Emilia Romagna alla Lega (che del resto governa già – e sembriamo a questo rassegnatissimi – Lombardia, Veneto, Piemonte…), o invece se ne farà di più questa tombale legittimazione di un Pd di destra? Visto tra dieci anni, penseremo ancora che questo sia stato il male minore? E penseremo ancora che il ‘voto utile’ lo sia veramente stato?

La domanda, insomma, è questa: se lo spostamento a destra del Pd ha creato le condizioni per un’egemonia culturale di destra che ha portato metà dei votanti Emiliani a votare Lega, cosa succederà con un altro mandato di governo di quello stesso Pd?

Pur di fermare Salvini, dicono ormai quasi tutti, va bene qualunque cosa: va bene anche slittare tutti insieme così tanto più a destra. Va bene anche restringere ancora lo spazio di immaginazione di un’Italia diversa. Va bene fare (quasi) le politiche di Salvini. Per parafrasare una celebre battuta su Berlusconi attribuita a Giorgio Gaber, il timore è che per fermare il ‘Salvini in sé’, sembriamo ormai tutti disposti a fare spazio al ‘Salvini in me’. Non mi pare ci sia poi molto da festeggiare.

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Neoliberismo progressista e populismo reazionario… fra la via Emilia e il West

I risultati delle recenti elezioni regionali, soprattutto quelle emiliane, ci consegnano alcune indicazioni su cui vale la pena tornare a riflettere provando ad andare oltre il miope sospiro di sollievo di una “sinistra” talmente disastrata che, di fronte alla prospettiva della “brace”, arriva a salutare con malcelata gioia perfino il possibile ritorno della “padella”. Iniziamo però con l’analizzare chi ha vinto e chi ha perso, almeno dal nostro punto di vista.

Anche se la stampa si è comprensibilmente concentrata sulla débâcle di Matteo Salvini, chi esce davvero sconfitto da questa tornata elettorale è però il Movimento 5 Stelle, che ha ormai perso, probabilmente in maniera definitiva ed irrecuperabile, ogni sua residua ragion d’essere politica e sociale. È sempre rischioso provare ad essere categorici quando si parla di politique politicienne, soprattutto in un paese in cui il trasformismo è quasi un tratto antropologico, anche perché si è trattato comunque di elezioni amministrative che hanno coinvolto solo un’esigua parte del corpo elettorale. Eppure la sensazione è che il movimento fondato da Grillo sia ormai costretto all’angolo, un po’ per l’oggettiva impossibilità di dare seguito, anche solo in parte, alle aspettative che aveva suscitato, un po’ per la serie infinita di harakiri politici inanellata dal suo gruppo dirigente. Si trova insomma in quella condizione che i politologi definiscono lose-lose, destinato cioè a perdere in ogni caso, qualsiasi cosa faccia, sia che decida di entrare stabilmente nel campo del centrosinistra sia che decida di andare avanti da solo. I grillini sono di fatto passati, nel giro di un’estate, dall’essere una forza “antisistema”, o almeno percepita come tale, al rappresentare una forza della stabilizzazione euroliberista ed ora pagano inevitabilmente pegno. I dati elettorali, da questo punto di vista, sono davvero inclementi.

Come ricorda un recente report dell’Istituto Cattaneo il 3,5% raggranellato domenica scorsa è il peggior risultato dei pentastellati in Emilia nella loro pur relativamente breve storia politica e, anche alla luce dei risultati in Umbria e Calabria, ha tutta l’aria di rappresentare un trend nazionale. Per dire: nel 2010 il candidato alla presidenza della regione del neonato movimento raccolse circa il doppio dei voti (161.056) rispetto a quelli presi da Domenico Bernini (80.823). Ancora più significativi sono poi i dati relativi al voto disgiunto e ai flussi dei consensi in uscita rispetto alle più recenti elezioni europee. Quasi 20 mila elettori (circa il 20%) dei 102mila che domenica scorsa hanno comunque votato per il M5S hanno poi deciso di esercitare la loro possibilità di votare per un candidato presidente diverso, presumibilmente Bonaccini. Rispetto ai flussi di voti in uscita, poi, del 12,9% di elettori che appena un anno fa in Emilia Romagna avevano scelto il M5S alle europee solo il 28,1% ha confermato il proprio voto in occasione delle regionali, mentre il 16,9% ha votato PD, il 16,8% ha votato per altri partiti del centrosinistra, l’8,2% per la Lega, l’1,9% per gli altri partiti del centrodestra, l’1% per altri partiti ed il resto, il 28,1%, ha invece deciso di astenersi (fonte Swg). Dopo l’emorragia di consensi a “destra” avvenuta tra le politiche del 2018 e le europee del 2019, siamo dunque arrivati all’emorragia nei confronti della “sinistra”, preludio di un riassorbimento di quella che era stata comunque un’anomalia del sistema politico italiano.

L’altro sconfitto, come accennavamo sopra, è sicuramente Matteo Salvini, anche se in questo caso ci troviamo evidentemente di fronte a quello che potrebbe apparire come un paradosso politico. La Lega, se si prendessero a riferimento esclusivamente le elezioni regionali del 2014, come pure correttamente si dovrebbe fare in questi casi, in realtà cresce di 12,5 punti (dal 19,4 al 31,9%), con un incremento di 475mila voti assoluti. Eppure questa volta il termine di paragone non possono essere soltanto le precedenti regionali, ma occorre tener conto anche dei risultati ottenuti nei test elettorali più vicini, in questo caso le elezioni europee quando, nemmeno un anno fa e sempre in Emilia, la Lega sfiorò il 34% con quasi 760mila voti. Le ragioni di questo confronto “spurio” sono ovvie, persino banali, perché è stato lo stesso Salvini a voler “nazionalizzare” ad ogni costo il voto, trasformandolo in una sorta di referendum sul governo e su sé stesso fin dall’imposizione, anche al resto della sua coalizione, di una candidata “avatar” che poi, in campagna elettorale, è stata totalmente oscurata dall’ingombrante presenza del leader leghista.

Del resto quale sia stato l’investimento politico fatto in Emilia da Salvini viene fuori anche confrontando l’impegno profuso dai diversi leader nazionali nelle rispettive campagne elettorali. Infatti, se ad esempio Nicola Zingaretti e Giorgia Meloni sono stati impegnati rispettivamente in 9 e 8 incontri pubblici a sostegno dei loro candidati, appuntamenti per lo più concentrati in un arco di tempo estremamente ridotto (2 e 3 giorni), Matteo Salvini ha invece provato a replicare il modello di campagna elettorale che gli aveva permesso di stravincere in Umbria. Il leader della Lega si è così stabilito in pianta stabile in Emilia per oltre tre settimane girandola in lungo e largo come un piazzista della Folletto e partecipando ad almeno 90 tra comizi e incontri pubblici, privilegiando soprattutto i piccoli e piccolissimi comuni. Un ritmo simile a quello di Bonaccini e addirittura di gran lunga superiore a quello della Borgonzoni, pur non essendo direttamente candidato, segno evidente della convinzione di poter portare a casa un risultato che avrebbe avuto un valore simbolico per certi versi storico. Salvini da questo punto di vista ha dunque subito una doppia sconfitta, tanto sul fronte esterno, dimostrando per la seconda volta in pochi mesi la sua incapacità tattica e sottovalutando la tenuta e la resilienza del “sistema emiliano-romagnolo”, quanto su quello interno della coalizione di centrodestra. Ma la battuta d’arresto nel suo caso è solo temporanea e a dircelo, come vedremo dopo, sono gli stessi dati elettorali che lo hanno “condannato” alla sconfitta.

Dall’altra parte chi ha vinto è sicuramente il PD che, per un altro paradosso elettorale, pur perdendo 10 punti percentuali rispetto al 2014 (è passato dal 44,5% al 34,7%) ha comunque guadagnato 215 mila voti assoluti sempre sul 2014 e circa 70 mila sulle europee del 2019, tornando così ad essere il primo partito della regione. Pur non potendolo quantificare è abbastanza chiaro come l’effetto “sardine” si sia comunque fatto sentire, quanto meno nei termini di una chiamata alle urne contro il pericolo “fascioleghista” e i dati sull’affluenza ne sono una conferma indiretta. Come si può notare nella mappa elettorale riportata qua sotto, a fronte di una crescita generalizzata della partecipazione al voto, l’affluenza è infatti aumentata soprattutto nei grandi centri urbani e nelle zone in cui il centrosinistra era già maggioranza, segno che la mobilitazione elettorale dei ceti e delle classi che oggi si riconoscono nel progetto politico del PD ha davvero funzionato. D’altronde se si analizzano i comportamenti elettorali di alcune aree delle grandi realtà urbane ci si potrà rendere conto che un fenomeno di polarizzazione molto simile si era già manifestato lo scorso maggio in occasione delle elezioni europee con una crescita sensibile del PD nei quartieri centrali e nelle zone di pregio delle maggiori città italiane.


Per chiudere questa prima parte del ragionamento va aggiunto che l’altro partito uscito vincitore dalle urne, nella disattenzione pressoché generale del sistema informativo, è indubbiamente quello guidato da Giorgia Meloni. Nel giro di un quinquennio Fratelli d’Italia è infatti cresciuta del 6,7% raggiungendo l’8,6% dei consensi e raccogliendo 185mila voti assoluti, 80mila voti in più rispetto al 2019 e 160mila voti in più rispetto al 2014, diventando di gran lunga, come dimostrano anche i sondaggi a livello nazionale, il secondo partito della coalizione di centrodestra. Dunque, al di la delle analisi autorassicuranti per lo scampato pericolo, che pure sembrano andare per la maggiore in questi giorni tra i gruppi dirigenti locali e nazionali dei partiti del centrosinistra, resta il fatto che sommate tra loro le due forze che si richiamano espressamente al populismo reazionario e al sovranismo rappresentano da sole il 40% dell’elettorato emiliano, un dato inimmaginabile solo fino a qualche anno fa nella patria d’elezione del riformismo italiano.

Arriviamo dunque all’indicazione politica più significativa uscita dalle urne emiliane ossia al fatto che la breve stagione del tripolarismo, inaugurata con l’exploit grillino alle elezioni del 2013, si sta definitivamente chiudendo. Sarebbe però un errore esiziale, soprattutto per chi mantiene viva l’aspirazione di un’autonomia politica dei subalterni, provare a leggere la nuova fase con gli occhiali del passato, immaginando cioè che il campo della politica sia tornato a dividersi, come da tradizione, lungo una linea di faglia “orizzontale” che separerebbe la destra a trazione leghista da una sinistra, per quanto moderata, guidata dal PD. Il rischio, nemmeno troppo remoto a giudicare dai processi “costituenti” che già sono stati messi in campo, è che di fronte al paventato pericolo “fascioleghista” pezzi consistenti di quel poco che ancora rimane della sinistra antagonista e di movimento finiscano per considerare l’ingresso (o il ritorno) nell’orbita del PD come l’unica opzione praticabile, coltivando l’illusione di poter in questo modo esercitare una qualche forma di funzione politica. Non per niente da domenica scorsa la lista “Coraggiosa” è diventata immediatamente per molti (per troppi, verrebbe da dire) il nuovo esempio da seguire.

Per evitare l’ennesima cantonata e descrivere lo scenario che si va delineando dovremmo invece prendere in prestito alcune delle riflessioni più interessanti intorno a cui ruotano gli ultimi lavori della filosofa statunitense Nancy Fraser. Da una parte si va infatti delineando in maniera sempre più chiara il campo di quello che lei definisce puntualmente come “populismo reazionario”. Il populismo à la Salvini, per intenderci, che sta progressivamente soppiantando le istanze cittadiniste dei grillini promettendo di coniugare politiche di tipo redistributivo sul piano sociale con politiche del riconoscimento di natura iper-reazionaria (preferenza nazionale, porti chiusi, tolleranza zero, ecc.), rifacendosi così ad una concezione del popolo di tipo prettamente identitario. Dall’altra parte, però, e questo non ci stancheremo mai di ribadirlo, non c’è “la” sinistra, e nemmeno una coalizione progressista vagamente intesa, ma c’è il neoliberismo progressista. Ovvero il tentativo in fieri di ricomporre quel blocco egemonico che ha guidato i processi di globalizzazione fino allo scoppio della crisi e che tiene insieme i settori più dinamici della borghesia, quelli intimamente interconnessi con i flussi finanziari internazionali, e gli strati più garantiti tra i salariati e le cosiddette classi colte attraverso un mix di politiche economiche ferocemente ortodosse alle leggi dell’economia di mercato e di politiche del riconoscimento superficialmente emancipatorie sul piano dei diritti civili. Quella “sinistra”, per capirci e schematizzare, che un giorno sfila col rainbow al gay pride e quello dopo vota per il Jobs Act, quella che twitta gli hashtag col #Metoo e contemporaneamente alza l’età pensionabile delle lavoratrici, che si esprime esclusivamente in maniera politicamente corretta, ma poi lascia sfruttare i lavoratori immigrati nei magazzini della logistica. Quindi, ritornare sotto questo ombrello ideologico, anche solo per paura del diluvio “fascioleghista”, non solo rappresenterebbe un errore tattico, ma pregiudicherebbe ogni residuo della nostra credibilità politica allontanando nel tempo la possibilità stessa di ricostruire una qualsivoglia forma di insediamento sociale. Ed è sempre per questo motivo che crediamo che questa posizione vada oggi combattuta con ogni forza. Perché, per quanto questo possa non piacerci, il nostro pezzo di società, quello a cui dovremmo guardare, quello che aspiriamo ad organizzare e rappresentare, oggi non sta certamente con questa “sinistra”, anzi legittimamente la odia, ma, in larga parte, purtroppo, cerca risposte e rappresentanza proprio nel campo del populismo reazionario.

Anche in questo caso i dati che ci vengono forniti da un’elezione che formalmente è stata vinta dal blocco del neoliberismo progressista possono essere da spunto per qualche riflessione aggiuntiva. Non ci riferiamo, in tal senso, alle analisi sui comportamenti di voto dei diversi segmenti sociali, anche perché in questi giorni l’ansia da prestazione dei diversi istituti demoscopici ha portato alla produzione di analisi che dicono tutto e il contrario di tutto. Secondo il CISE della Luiss, ad esempio, il candidato di centrosinistra avrebbe fatto il pieno di voti tra gli operai, i disoccupati e gli impiegati, mentre la Borgonzoni sarebbe stata quella più votata da imprenditori e liberi professionisti. Insomma si sarebbe ritornati allo schema ideologico con cui siamo cresciuti: i padroni a destra, gli operai a sinistra (leggi). Lo stesso giorno SWG ha però pubblicato un’analisi che disegna una situazione completamente ribaltata. Solo l’11% dei votanti appartenenti alle classi popolari avrebbe votato per il PD, mentre il 39,2% avrebbe scelto la Lega, il 20,8% Fratelli d’Italia, considerando invece l’intero corpo elettorale il 48,2% di loro si sarebbe invece astenuto. Una situazione, insomma, assolutamente coerente con il cosiddetto “momento populista” (leggi). È difficile dare completamente ragione all’una o all’altra tesi, anche perché gran parte di questi dati si basano su interviste e campioni statistici limitati e sono, quindi, inevitabilmente aleatori.

C’è però un altro elemento che potrebbe aiutarci a comprendere con maggiore oggettività lo scenario che si è andato configurando dopo il voto di domenica ed è quello che prova ad intrecciare le diseguaglianze economiche di redditi e ricchezze con quella che è stata definita anche come “diseguaglianza geografica”, ovvero la lontananza non solo economica, per l’appunto, ma anche sociale, culturale e di accesso ai servizi e alle infrastrutture da parte delle grandi periferie delle metropoli ma anche dei piccoli centri anonimi delle cinture conurbane, dei piccoli e piccolissimi comuni della provincia, dei paesini delle aree montane, insomma di tutti quei “luoghi che non contano” e che sono stati lasciati ai margini dallo sviluppo economico rispetto ai luoghi dove invece si concentrano ricchezza, lavoro, servizi ed opportunità. Mercoledì scorso Marco Imarisio, dalle pagine del Corriere della Sera, ha provato in qualche modo a raccontare questa dualità riesumando un po’ goffamente la contraddizione tra città e campagna, neanche fossimo nell’Italia dell’Ottocento, alludendo in questo modo, nemmeno troppo velatamente, all’esistenza di una sorta di Vandea elettorale con cui le nostre classi dirigenti sarebbero chiamate in un modo o nell’altro a fare i conti. Ci pare una lettura fuorviante, che innanzitutto non coglie il dato essenziale, ossia che in questa fase dello sviluppo economico la “perifericità” non è un residuo del passato, ma il prodotto ineliminabile della modernità capitalista. Il Capitale produce continuamente dualità anche all’interno dei paesi occidentali e dei loro territori, produce una continua separazione tra i “centri” e la “periferie”, tra le aree investite e valorizzate dai flussi finanziari globali e quelle lasciate ai margini, “metropolizzazione” e “periferizzazione” in questo senso sono due facce inscindibili della stessa medaglia e settori sempre più ampi della popolazione sono economicamente, socialmente, culturalmente e perfino geograficamente condannati a vivere in questi territori “periferici”.

Come sottolinea il geografo francese Christophe Guilluy il dato di fatto da cui muovere è che forse per la prima volta nella storia economica dell’Occidente i subalterni non vivono quasi più nei luoghi in cui si genera la maggior parte della ricchezza ma, soprattutto, non possono più nemmeno permettersi di viverci. Espulsi in quel “suburbano imposto” che non è né specificatamente urbano, né specificatamente rurale, né specificatamente periurbano, ma semplicemente, per l’appunto, periferico.

Diventa quindi interessante, soprattutto in un contesto come quello emiliano, provare ad analizzare il “voto periferico” dal un punto di vista “geografico”. Com’era già accaduto in occasione delle recenti elezioni europee la Lega si conferma come primo partito nei comuni più piccoli, arrivando a sfiorare il 50% in quelli sotto i 2000 abitanti, con percentuali che poi decrescono progressivamente mano a mano che ci si avvicina ai comuni più grandi, fino a scendere sotto la media regionale nelle città con più di 60mila abitanti. L’andamento dei voti del PD, invece, è speculare a quello del partito di Salvini, con il consenso che cresce proporzionalmente alla dimensione del centro urbano.


Utilizzando la classificazione dell’Agenzia per la coesione territoriale è possibile anche mettere in relazione il voto con la varie tipologie di comune distinte sulla base della dimensione, della presenza di servizi pubblici fondamentali e della distanza dai centri urbani. In questo modo vengono classificati 6 tipi comuni: i comuni polo (grandi centri urbani), i poli intercomunali, i comuni delle cinture, i comuni intermedi, quelli periferici e, in ultimo, quelli ultraperiferici. Anche in questo caso i dati sono coerenti con quanto era emerso in precedenza, con la Lega che ottiene le migliori prestazioni elettorali nei comuni periferici (45,5) o ultraperiferici (43,8) e quelle peggiori nei comuni polo.


Anche la cartografia elettorale dell’Emilia Romagna risulta particolarmente significativa e mostra come nel giro di qualche anno la Lega sia diventato il primo partito nel 66,5% dei comuni (erano il 7% nel 2014) mentre il PD prevale nel 33% dei comuni (erano il 92% nel 2014). Il voto del 26 gennaio ha dunque ribadito l’esistenza di “due Emilie”, come le ha definite l’Istituto Cattaneo, quella “periferica”, marginale, estesa e a bassa densità insediativa contrapposta a quella “centrale e urbana” caratterizzata dalla concentrazione, dalla densità e dalla complessità fisica, funzionale, sociale e simbolica.

Volendo estremizzare il concetto per renderlo ancora più esemplificativo potremmo quasi dire che questi due mondi economicamente, socialmente e culturalmente distanti rappresentano anche plasticamente quel nuovo bipolarismo tra neoliberismo progressista e populismo reazionario di cui parlavamo sopra. Capire come costruirsi una spazio politico di autonomia senza farsi sussumere dall’uno o dall’altro polo e riportare la barra sul conflitto di classe è il grande quesito che ci troviamo ad affrontare, con la consapevolezza che almeno nel breve periodo questa tenaglia non prevede alcuno spazio elettorale “altro”. La nostra lotta politica in questo momento non può che essere fuori dalle istituzioni.

PS. Se non abbiamo commentato le performance elettorali della sinistra radicale non è per carità di patria, ma solo per evitare di continuare a scrivere sempre le stesse cose, del resto dopo essere finiti sotto i No Vax più che un’analisi del voto servirebbe quasi un’autopsia.

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Le Sardine in visita dai Benetton, quelli di Autostrade e Ponte Morandi


Una visita inopportuna ma niente affatto sorprendente quella di ieri pomeriggio dei quattro fondatori delle Sardine che ha portato alla vittoria Stefano Bonaccini al tempio dei Benetton. Infatti sono stati ospiti di Fabrica, la fucina creativa del gruppo Benetton.

Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa sono stati invitati nella grande tenuta di Castrette dal direttore di Fabrica Oliviero Toscani per incontrare i giovani che collaborano con il centro culturale della famiglia Benetton.

Ma con loro non c’era solo il “creativo” Toscani, c’era anche il fondatore, Luciano Benetton, per la cui compagnia i leader della Sardine non hanno provato alcun imbarazzo o vergogna. Eppure i Benetton e il loro ruolo sull’appropriazione e mala gestione delle autostrade – fino alla strage per il crollo del Ponte Morandi, e senza neppure star qui a ricordare la feroce repressione dei Mapuche sulle loro tenute in Patagonia – non sono certo un dettaglio che ragazzi informati come i quattro inventori delle Sardine possano ignorare.

È ben evidente come le forze che si oppongono alla revoca delle concessioni ai privati delle autostrade non siano solo al governo e in Parlamento, sono anche alla testa delle manifestazioni come quelle delle Sardine.

Il mondo del business, anche quello “creativo”, ma con il pelo sul cuore, non mette i leader delle Sardine a disagio, al contrario.

Quando si diceva che Bonaccini e Salvini sono due facce della stessa medaglia non si è fatta una forzatura, si è solo affermata una verità.

* Per chi proprio non ci volesse credere, basta leggere il Corriere...

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28/01/2020

Giannuli - Prime riflessioni sul voto alle regionali

Vista la quantità di opinioni, soprattutto nella "sinistra radicale", che il voto emiliano sta producendo (anche se penso sia una sottovalutazione non fare almeno due ragionamenti anche su quello calabrese), val la pena leggere anche l'opinione di un fiformista di ferro ma sempre ben informato come Giannuli.

*****

Dati ancora incompleti ma sufficienti per ragionarci su. Cominciamo dalle evidenze:

- la “spallata” non c’è stata, il governo resta in piedi e non si voterà in primavera per le politiche;

- Salvini incassa la sua prima sconfitta elettorale dal 2018 e vede incrinata la sua ledership carismatica;

- M5s e Forza Italia praticamente non esistono più;

- il blocco di centro destra esce sconfitto, ma non battuto definitivamente perché vince in Calabria e prende quasi il 45% dei voti nella regione roccaforte della sinistra, per cui è ancora un competitore temibile;

- le “sardine” sono state importanti, anche se probabilmente Bonaccini avrebbe vinto egualmente senza di loro, ma con uno scarto molto inferiore a questo 8%;

- la sinistra radicale è ridotta al lumicino non solo perché le tre liste minori (Potere al Popolo, Pci di Rizzo ecc.) prendono risultati infinitesimali, ma anche perché la sinistra più istituzionale, che appoggiava Bonaccini con la sigla Emilia Romagna coraggiosa, non fa nemmeno il 4%.

E veniamo ai presumibili effetti sulle diverse forze politiche:

Movimento 5 stelle: è la fine che avevo previsto sin dall’autunno del 2018 e le dimissioni di Di Maio non solo non hanno spostato niente in positivo ma hanno aggiunto confusione al casino. Ora, per le prossime regionali (Veneto, Liguria, Toscana, Marche, Campania, Puglia) la scelta è partecipare o meno? Se si presentano prendono una sfilza di risultati sotto il 5% ed anche il residuo elettorato inizia a pensare che non vale la pena di votarli neppure alle politiche, se non si presentano, comunque escono dal radar degli elettori e alle politiche prenderanno pochissimo. Di Maio tutti i danni che poteva fare li ha fatti ed ora non c’è salvezza.

Lega: ha ancora una solida base elettorale, ma la sconfitta avrà riflessi psicologici non irrilevanti, inoltre ha di fronte un turno di regionali non proprio agevole: ragionevolmente vincerà in Veneto e Liguria, ma perderà in Toscana ed ha buone probabilità di perdere in Campania se il Pd farà l’accordo con De Magistris ed in Puglia dove Emiliano parte avvantaggiato. Unica partita contendibile quella delle Marche. Se finisse 4 a 2 o anche 3 pari ma con la Lega che vince in una sola delle grandi regioni (Veneto) mentre la sinistra vince in ben tre regioni maggiori (Campania, Toscana e Puglia) non sarebbe affatto un bilancio positivo. Ora è probabile che la Lega cercherà di cambiare strada, rinunciando a puntare sullo scenario nazionale, scegliendo candidati più consistenti dell’inesistente Borgonzoni e parlando di temi legati al territorio. Ma è più facile a dirsi che a farsi: in primo luogo perché devi trovare candidati ad hoc e non pare che la Lega ne abbia in Toscana e soprattutto Campania e Puglia. Poi devi avere alle spalle una storia di iniziative sul terreno locale che la Lega non ha, salvo che in Veneto (che infatti è la regione dove più sicuramente vincerà). Il rischio è quello di non guadagnare voti nell’elettorato più moderato ed attento alle questioni regionali e di perderne fra quelli che vogliono la Lega di lotta sul terreno nazionale.

Ma, soprattutto, la Lega deve attrezzarsi ad una traversata nel deserto di almeno un altro anno, sino alla primavera del 2021 se non di due, sino alla primavera 2022 ed i sondaggi fanno presto a squagliarsi.

Pd: è andato innegabilmente bene in Emilia e se l’è cavicchiata in Calabria, ma questo potrebbe indurlo facilmente in errore, sentendosi il perno del nuovo campo riformista, sottovalutando la possibilità che gli elettori abbiano dato quel voto come parcheggio momentaneo in attesa di meglio.

Zingaretti promette un partito completamente nuovo, staremo a vedere ma non ci sembra una cosa molto credibile. Di fatto in Emilia il Pd ha giocato la carta dell’usato sicuro, del buon governo locale ecc. ma queste sono cose che servono poco in una competizione nazionale.

Sardine: hanno avuto un buon successo anche se non strepitoso, si confermano sangue fresco per la sinistra, però ora devono dirci cosa vogliono fare da grandi. Sin qui ci hanno detto montalianamente “cosa non siamo, cosa non vogliano”. Molto bene, Montale ci è sempre piaciuto, ma adesso diteci qualcosa di più, esclusa (almeno per ora) la scelta di presentarsi direttamente alle elezioni, le scelte sono queste:

- restare movimento più o meno sommariamente organizzato con l’unica proiezione della mobilitazione di piazza;
- diventare movimento organizzato e qualificato da una serie di battaglie tematiche con queste possibili sotto scelte: entrare nel Pd e diventarne la componente movimentista, restare fuori dal Pd ma fiancheggiarlo come le Trade Union con il Labour Party, restare fuori e dare genericamente appoggio a tutte le forze del centro sinistra o solo ad alcune di esse.

Di fatto la prima soluzione è quella più debole: antisalvinismo e piazza vanno bene per i due mesi di una campagna elettorale ma, come insegnano le esperienze dei girotondi, della Pantera, dell’Onda ecc., non reggono oltre una manciata di settimane.

Per cui aspettiamo di vedere che decideranno di fare a Scampia. Degli altri parleremo in una prossima occasione.

Chiedo scusa per la lunga assenza dal blog, ma in altri tempi ero in grado di scrivere un libro e contemporaneamente scrivere il blog, ma adesso con i problemi di vista, faccio una cosa o l’altra, ma a breve tornerò.

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27/01/2020

Regionali: trionfo delle sardine, prima sconfitta per Salvini

di nique la police

Cominciamo dalle elezioni calabresi: alla fine un partito in declino irreversibile come Forza Italia ha piazzato un presidente di regione e può accreditare la sconfitta in Emilia ai due partiti alleati e alle loro strategie. Il voto emiliano invece emette verdetti piuttosto chiari: si tratta di una vittoria delle sardine, intese come main sponsor del centrosinistra, e della prima vera sconfitta della Lega di Salvini. Basta ripercorrere la situazione di inizio autunno per rendersene conto: Salvini aveva radunato per le regionali una coalizione che partiva, dati delle europee alla mano, con almeno cinque punti di vantaggio sul centrosinistra e che si stava attrezzando per una campagna elettorale aggressiva sui social e sul campo. Con l’esplosione del movimento delle sardine – in piazza, sui social e sui media alleati – l’elettorato di centrosinistra si è prima compattato al proprio interno e poi ha recuperato punti, consenso, posizioni.

È evidente che questo movimentismo a fianco del centrosinistra – basato su una strategia di comunicazione adeguata, banale quanto semplice, low cost e diretta – era quello che mancava agli antagonisti di Salvini fino ad oggi politicamente ingessati e incomprensibili dal punto di vista comunicativo.

Naturalmente il centrosinistra, con questa iniezione di consenso cambierà poco: rimarrà sui territori un nesso politico liberista, legato a esternalizzazioni, revisioni al ribasso della spesa pubblica, centralizzato nelle scelte reali e condizionato, quando non legato, dalle scelte di grandi sponsor privati. E anche vero che, per il centrosinistra, si apre giocoforza una stagione di ricambio generazionale non solo nelle persone ma anche nel peso della comunicazione dal basso nell’organizzazione politica: la sfida, a occhio, è quella di allargare il consenso senza rivedere i limiti che il liberismo ha dato alla politica dagli anni ’90.

Per Salvini si tratta della prima vera sconfitta politica. Vedremo, e questo pare il punto più importante, quanto il dispositivo di propaganda di Salvini – il vero patrimonio politico del “capitano” – saprà adeguarsi a questa sconfitta. Un punto è certo: Salvini si nutre del disagio diffuso del paese, disagio che in Emilia è ampio e riguarda gli aggregati urbani sotto i sessanta-ottantamila abitanti ma non è sufficiente per vincere. Anzi, ad un certo punto Salvini ha rappresentato la ragione, e lo farà in altre occasioni elettorali, che tiene davvero insieme, per reazione, un movimento come le sardine. Certo, l’Italia non è solo l’Emilia per cui di sacche di disagio per aspirare consenso Salvini ne troverà abbastanza e di nuove. Anche qui, vedremo, intanto la marcia trionfale di uno dei peggiori partiti dell’Italia repubblicana si è fermata... persino a Bibbiano dove il centrosinistra ha preso il 60 per cento.

Visto che il governo Conte, con il suo minimalismo politico, ha passato anche questa prova due parole sul Movimento 5 stelle: nessuno del gruppo dirigente attuale è in grado di invertire la tendenza alla dissoluzione che si sta manifestando. Trasformare un cartello elettorale fatto di rappresentanza elettorale ai movimenti (dalla Tav al Tap) e alle correnti d’opinione (da quella più forcaiole a quelle più libertarie) in partito politico compatibile con le prescrizioni della governance europea era una impresa desiderabile una volta occupati i ministeri ma anche impossibile. Il futuro è, se il 5 stelle non implode, quello di un partito d'opinione, sotto il dieci per centro, satellite del centrosinistra rinnovato.

Quanto ai movimenti più radicali è evidente che solo una profonda, per certi versi drammatica, innovazione nel merito e nel metodo del fare politica può dare loro un ruolo. Altrimenti, una società in crisi permanente ma complessa come la nostra concede il solo spazio del lamento testimoniale senza reali vie d’uscita.

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Torna il “bipolarismo obbligato” fondato sulla paura

La mattina dopo, a schede quasi tutte scrutinate, tirare le somme è un dovere. L’Emilia Romagna è rimasta al Pd e a Stefano Bonaccini, rovesciando le previsioni della vigilia, ossia dei sondaggi che davano Salvini e la deriva fascioleghista trionfante.

La “marea nera” – o più banalmente la solita destra conservatrice italica, immutabile da sempre sotto il frenetico susseguirsi di liste dai nomi più diversi (c’era persino un “Popolo delle libertà” ad affiancare “Forza Italia”, come nemmeno negli sketch migliori dei fratelli Guzzanti...), ha invece prevalso in Calabria, sostituendo un’amministrazione targata Pd travolta dalle inchieste sulla ‘ndrangheta (che deve aver perciò velocissimamente cambiato cavallo...).

Il “voto nazionale” era però concentrato in Emilia Romagna, ed è su questo risultato che si deve concentrare l’attenzione per ricavarne indicazioni generali.

Intanto i numeri.

Stefano Bonaccini ha preso il 51,4%, Lucia Borgonzoni il 43,68. Il candidato grillino, Simone Benini, il 3,46.

Dietro, tutti molto sotto l’1%.

Torna il “bipolarismo obbligato”

La prima considerazione è matematica: finisce qui la breve stagione del “tripolarismo”, segnata dalla presenza dei Cinque Stelle. Si torna allo schema bipolare, fondato sulla paura. In questo la separazione ridicola dei due schieramenti in una destra e una “sinistra” è totalmente funzionale all’imprigionamento del voto popolare. Esattamente come il “poliziotto cattivo” e quello “buono” in questura: entrambi “lavorano” per mandarti in galera, ma si dividono le parti perché tu ti dimentichi che prendono lo stipendio dallo stesso ufficio.

La prova? Sta nella differenza evidente tra voti ai partiti che appoggiavano le diverse liste. Bonaccini ha avuto il 3,2% in più dei voti alle liste, mentre la Borgonzoni quasi due punti in meno di chi l’appoggiava. E così anche tutti i candidati alle loro spalle.

Che significa? Che una quota non piccola degli elettori ha praticato il “voto disgiunto” – possibile nella “originale” legge elettorale di questa regione – votando per la “propria” lista e contemporaneamente per un candidato presidente diverso. Ossia Bonaccini.

Una pratica che si giustifica solo con la paura che vincesse l’avversaria, in teoria, e Matteo Salvini in pratica.

È un clima pesantissimo che si è respirato durante tutta la campagna elettorale. I compagni che raccoglievano le firme per poter presentare Potere al Popolo l’hanno vissuto in presa diretta. Molta gente lo diceva ai banchetti: “compagni, la firma ve la do volentieri, ma il voto no; non voglio che vinca la Lega”. La conferma è poi arrivata dalle urne: i voti per Marta Collot e PaP sono stati meno delle firme raccolte per strada, una per una!

Se questo è – e lo è – il meccanismo stritolante del “bipolarismo obbligato”, allora l’analisi politica si deve staccare dalle solite considerazioni (“il programma”, “la scelta del candidato”, “i toni usati”, ecc.) ed esaminare il “dato strutturale”: in questo schema non c’è spazio elettorale autonomo per nessuna forza politica alternativa. Basta guardare la gestione dei media mainstream per capirlo: tu, “radicale alternativo”, non esisti perché noi abbiamo deciso così e quindi non ti faremo esistere.

È la situazione che si vive da sempre nei paesi anglosassoni (Gran Bretagna e Usa in testa), dove il sistema elettorale “maggioritario” garantisce all’establishment – al “partito degli affari” – di controllare gli spostamenti d’umore della popolazione con una “alternanza” che non cambia nulla, se non la retorica e “l’arredamento”.

Il primo stop serio di Matteo Salvini

Il “poliziotto cattivo” ha preso la sua prima musata elettorale consistente, ma ciò è avvenuto nel territorio a lui meno favorevole. Quindi non ne esce “mazzolato”, ma solo ridimensionato. Paradossalmente, resta “utile” al sistema affaristico perché la sua presenza volgare e debordante “spaventa” quanto basta a far confluire gli spaventati “anche su una sedia vuota”, ovviamente ben controllata. È la condizione strategica che ha dissolto negli anni “la sinistra”, sempre pronta al sacrificio per “fermare la destra”, fino a scomparire senza averla mai fermata. Anzi...

Oltre alla paura, però, ha pesato il fatto che l’Emilia Romagna, per quanto il suo “modello” sia in crisi da anni, resta una delle regioni in cui il reddito è mediamente più alto, e dunque le contraddizioni sociali sono meno aspre che altrove. Fare breccia qui con quattro slogan, due rosari e palate di razzismo è meno facile. Non impossibile, però, in futuro, se la gestione dell’economia continuerà a seguire le vie dell’austerità di Bruxelles, delle delocalizzazioni, i tagli al welfare e alla sanità, le privatizzazioni, l’aumento delle tariffe, ecc. E il Pd “europeista” ce la potrebbe anche fare a farlo avanzare ancora...

È insomma venuto allo scoperto il limite genetico del “Salvini duce-truce”: ottimo per acchiappare voti volatili, poco credibile come leader in grado di guidare davvero il Paese in un contesto segnato da stagnazione economica, tensioni internazionali crescenti, alleanze da ridisegnare con un progetto chiaro in testa (non bastano certo le frasette pro-Trump, Le Pen o Bolsonaro...), tenendo nel dovuto conto i mille interessi economici e geopolitici che hanno base in Italia.

Al dunque, la “classe dirigente” residua preferisce l’“usato sicuro”, la vecchia logica democristiano-affaristica, capace di mediare ungendo, di far fare soldi senza troppa tracotanza, di bastonare chi lavora fingendo di preoccuparsene.

Se la situazione complessiva dovesse peggiorare di molto, però, anche questo schema “rassicurante” di governo potrebbe venire meno, aprendo davvero la strada ad avventurieri pericolosi.

Ma per ora il centrodestra, se vuole assumere davvero il ruolo del “governo rassicurante”, deve diventare più moderato. E i vecchi marpioni di Forza Italia – scomparsa in Emilia Romagna, ma prevalente sulla Lega in Calabria – hanno giù cominciato a cantare la canzoncina sulla “destra europeista” che può fare meglio di quella brubrù.

Siccome Salvini è fondamentalmente un attore che “deve” occupare la scena, non dubitiamo del fatto che i suoi “registi” stiano già apportando le dovute rettifiche al copione che dovrà recitare.

Il ruolo delle Sardine

I ringraziamenti arrivati loro da Zingaretti & co. confermano l’impressione che se ne era avuta fin dall’inizio. Lungi dall’essere un fenomeno “spontaneo” – la loro prima manifestazione, a Bologna, aveva avuto un lancio mediatico preliminare che neanche una campagna della Apple si può permettere... – questo “movimento” è stato fatto nascere per ricucire in parte lo strappo tra “palazzo” e società, rispolverando la funzione dei “corpi intermedi” (sindacato, associazionismo, movimenti d’opinione, ecc.) che proprio le politiche neoliberiste assunte dal “centrosinistra” avevano contribuito ad annullare.

Questa funzione di “collante” è del resto apertamente rivendicata dal portavoce principale, quel Mattia Santori uscito dai pensatoi intorno a Romano Prodi, e dovrà ora trovare una collocazione “istituzionale” più chiara nel “fronte largo” annunciato da Zingaretti.

È indubbio, comunque, che sul piano elettorale questa “movimentazione sardinista” abbia avuto un ruolo importante, utilizzando al meglio la paura del “poliziotto cattivo” per convogliare consensi vero quello “buono”.

Chi invece sperava di trovarvi “idee per un’alternativa” dovrà velocemente riposizionare altrove i propri desideri. Se ne ha...

La fine dei Cinque Stelle

Sono di fatto spariti nella regione in cui erano di fatto nati e dove avevano conquistatola prima città, Parma. Abbiamo provato ad analizzare la loro crisi, nei giorni scorsi, sull’onda delle dimissioni di Di Maio da “capo politico”, e non ci sembra che siano intervenuti fatti nuovi che possano cambiare questo giudizio pressoché definitivo.

“A sinistra”

Abbiamo già detto: Potere al Popolo ha preso meno voti che firme necessarie a presentarsi. Significa che la paura ha davvero prevalso su qualsiasi altra considerazione. E, in una simile condizione strategica, o in questo “clima psicologico” del Paese, lo spazio elettorale fuori dal bipolarismo obbligato è ridotto al minimo. È ciò che coincide con il conflitto sociale (mai così basso, da decenni a questa parte), quel tanto di attività politica alternativa o persino con l’ideologia e i simboli tout court.

L’1%, in pratica, ottenuto sommando pere e mele, ossia Potere al Popolo, Altra Emilia e Pc “rizziano”. Tre realtà diverse, con storie e prospettive decisamente diverse.

Potere al Popolo oggi non è la “coalizione” che si presentò alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 (prendendo, non a caso, proprio l’1,1%). È un movimento in costruzione, giovane per esperienza, età media dei suoi attivisti (e specie in Emilia Romagna se ne è potuta ammirare la straordinaria dinamicità e determinazione), sperimentazione delle sue pratiche. Il suo 0,4% potrebbe essere analizzato in molti modi, magari enfatizzando il risultato di Bologna città (dove si supera l’1%, in virtù della maggiore presenza militante e di un’attività che il territorio comincia ad avvertire anche quotidianamente). Ma sarebbe un giochino da “elettoralisti” senza altre idee.

Lo spazio elettorale oggettivo è così ristretto che neanche “unendo tutte le forze di alternativa” si raggiungerebbe una cifra degna di nota. E dunque o si concepiscono le elezioni come momento di visibilità politica dentro cui si costruisce organizzazione territoriale, radicamento, possibilità di interlocuzione quotidiana con il “blocco sociale” degli sfruttati, oppure si resta preda delle delusioni tipiche di chi aveva fatto della necessità di “eleggere” almeno un consigliere l’alfa e l’omega della propria esistenza come soggetto politico.

Le altre due formazioni, sia detto senza alcuna intenzione di offendere, esprimono in modo diverso della residualità senza prospettive. Per un verso l’annacquamento dell’identità comunista in “altre forme”, senza alcun ripensamento sul percorso fin qui fatto. Dall’altra lo sfruttamento di ciò che resta della attrattività dei simboli, sottoposta come ovvio alla dura legge della fisiologia umana.

Non esistono bacchette magiche che permettano di risolvere alla prima elezione utile il problema del “risultato vincente”, che poi traina entusiasmi e diffonde un format replicabile su scala più ampia. Questo può avvenire in condizioni locali particolari, in piccoli comuni dove ci sono gruppi di attivisti al lavoro da tempo, con una alta credibilità sociale, personale e di gruppo. Ma il “clima psicologico” del Paese, su scala nazionale, è quello certificato da almeno quindici anni di arretramento della “sinistra”.

Le proposte di alternativa radicale, o meglio di rottura, si trovano perciò in una tenaglia di cui occorre comprendere fino in fondo la struttura.

Se non partecipano a scadenze elettorali non si vedono, non esistono politicamente, sul piano nazionale. Semplicemente nessuno sa neppure che esistono (chi ti vive intorno sì, ma è appunto lo 0,4%, quando va bene).

Se vi partecipano, si espongono gli attivisti a docce scozzesi violente, toccando con mano lo scarto tra temperatura torrida dell’impegno e doccia fredda delle urne.

Uscire da questa morsa, insomma, richiede pensiero originale, realistico, immaginifico, piantato per terra; attivismo allo stesso tempo intellettualmente “freddo” e fisicamente molto impegnativo.

Ricordandoci sempre, l’uno con l’altro, che quando “la classe” non esprime conflitto a un livello rilevante (le mobilitazioni più forti avvengono quando i posti di lavoro chiudono, non per migliori condizioni di lavoro o salariali...), soffrono anche le sue “espressioni politiche” (partiti o movimenti che siano).

Ma questa non è mai stata una buona ragione per lasciar perdere...

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