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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/02/2020

Gli squali abbandonano le Sardine al loro destino

Do you remember Sardine? Sembra che, passata la paura per la possibilità che il bastione Emilia Romagna finisse in mani leghiste, sia iniziata l’operazione “sgonfiamento” di un “movimento” molto mediatizzato prima ancora che nascesse e caratterizzato dall’assoluto silenzio su tutte le questioni socialmente e politicamente “divisive”.

In pochi giorni si sono sommate molte pessime notizie per Mattia Santori & co. L’ultima, di ieri, parla di una “scissione” della filiale romana – quella che aveva organizzato l’evento di Piazza San Giovanni – con il “capo-referente” Stephen Ogongo che in un comunicato afferma: “Sardine di Roma, da oggi in autonomia. Incontro con i Benetton solo l’ultimo degli errori dei fondatori bolognesi”.

“L’incontro che i fondatori delle Sardine hanno avuto con Luciano Benetton è stato sbagliato, inopportuno. Un errore politico ingiustificabile, ma solo l’ultimo degli errori che Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa hanno commesso nelle ultime settimane”.

“Da questo momento le Sardine di Roma non fanno più riferimento ai 4 fondatori di Bologna né alla struttura che stanno creando. Le Sardine di Roma ripartono da quei valori che hanno fatto della manifestazione di Piazza San Giovanni la più grande e la più partecipata delle sardine: uguaglianza, libertà, giustizia sociale. Affiancarsi agli squali, o diventare come loro, non ci rafforza ma ci indebolisce, ci rende prede inconsapevoli”.

E dunque: “Chi lotta per la giustizia sociale e per un nuovo modo di fare politica non può dimenticare il grido di dolore delle famiglie delle vittime di Genova. Per chi ha creduto nei valori espressi nelle piazze delle Sardine è stata una delusione enorme che ha minato gravemente l’integrità e la credibilità del movimento”.

Chiaro ed esplicito, davvero in stile ben poco “sardinista”. E in effetti il summit con Benetton (malamente giustificato ex post come “incontro con il fotografo Toscani sulla creatività”) sembra aver pesantemente minato la credibilità dei “promotori”. I quali sono subito apparsi in affanno e piuttosto goffi – “un’ingenuità essersi prestati ad una photo opportunity”, che per dei “maghi della comunicazione” sembra davvero incredibile.

Presentarsi al mondo per “ripulire la politica” dalle incrostazioni volgari, “populiste, sovraniste, neofasciste”, ecc, e poi incontrarsi per ore con uno dei peggiori “prenditori” del capitalismo italiano, uno di quei “capitalisti bollettari” che fanno i soldi comodamente seduti al casello autostradale e lasciano andare in malora il bene pubblico loro affidato, fino alla strage del Ponte Morandi... è uno schiaffo in faccia a chiunque sia sceso in piazza dietro di loro e credendo al loro messaggio.

Neanche Ogongo è esattamente un’anima candida della politica politicante. In fondo è pur sempre quello che quello che aveva aperto a Casapound ed era stato ripreso e aveva rettificato. Probabile, insomma, che abbia provato a dare una “spallata da destra” a una leadership ora in discussione.

Cavalcando, è chiaro, la “sofferenza” di tanti attivisti davanti a quella foto – e agli interrogativi che solleva – suscettibile di trasformarsi velocemente in volontà di smarcarsi. Non crediamo che questi tentativi avranno grande successo, perché – conoscendo piuttosto bene le dinamiche attraverso cui sorgono e muoiono i “movimenti” – sappiamo che ogni tentativo di gestire autonomamente “pezzi” di movimento in opposizione-distinzione rispetto al gruppo “fondatore-dirigente” è condannato ad esaurirsi in tempi rapidi quanto la sua esplosione.

L’inchiesta de L’Espresso

Tanto più che viene fuori ora con enorme chiarezza quel che “c’è dietro” i quattro promotori bolognesi. Non è una vera sorpresa, perché era noto – per esempio – che Mattia Santori è un “giovane economista” assunto da Alberto Clò, ossia da un ex ministro cattolicissimo da sempre al fianco di Romano Prodi, salito anche alle cronache “dietrologiche” per la famosa “seduta spiritica” da cui sarebbe uscito il nome “Gradoli” come luogo di prigionia di Aldo Moro.

Ma ora non siamo più ai “si dice”, per quanto corroborati da frequentazioni certe. Un’inchiesta de L’Espresso mette le principali carte in tavola: “Sardine benedette: per sintonia, molto prima che per strategia. Dal Vaticano a Romano Prodi, da Sant’Egidio alla Cei. Sardine che si appoggiano alle parrocchie, hanno avuto contatti con il cardinale Matteo Maria Zuppi, arcivescovo di Bologna, e stretto relazioni con la Comunità fondata da Andrea Riccardi, già prima che tutto cominciasse: anche quando Mattia, Andrea, Giulia, Roberto gli altri non si erano ancora ritrovati a piazza Maggiore, a sorpresa, in dodicimila, il 14 novembre, ecco anche allora quei fili c’erano già.”

La ricostruzione della “filiera” è tutto sommato abbastanza semplice, e mette insieme – oltre all’associazionismo cattolico tradizionalmente “umanitario” – frange di “vendoliani” senza più leader e organizzazione, “democratici” di lungo corso e scarsa notorietà... Insomma, come chiosa la giornalista Susanna Turco, “sinistra, ecologia e libertà, ma in oratorio”.

Una chiosa finale, però, ce la permettiamo anche noi. Questo mini-scoop arriva dal Gruppo Repubblica-L’Espresso, ossia dalla centrale mediatica che fin da prima dell’inizio del movimento aveva “promosso” il protagonismo sardinista di Santori e amici, insieme a Corriere, Tg3, La7 e media minori. Impossibile che l’attuale direttore, Maurizio Damilano, abbia dato il nulla osta alla pubblicazione dell’inchiesta senza averla letta. Più probabile invece che l’abbia “commissionata”.

E siccome il direttore di un giornale è il professionista che tiene insieme “notizie” e interessi della “proprietà” del giornale stesso, siamo obbligati a pensare che “la proprietà” abbia deciso di staccare la spina, o perlomeno lasciare che “il movimento delle Sardine” provi a navigare da solo in mare aperto. Luogo in cui i banchi di sardine, notoriamente, sono molto utili a ben altri pesci o cetacei... e, non stranamente, questa operazione avviene in contemporanea alla costruzione – sempre su L’Espresso – del parallelismo tra Sardine e “movimento di Hong Kong”. Quasi un’indicazione “ideologica” per un insieme che ha vivacchiato facendo finta di non averne...

A proposito, la “proprietà” del Gruppo Repubblica-L’Espresso non è più in mano a Carlo Debenedetti, visto che è stata comprata da vecchie conoscenze del peggiore padronato italiano: FIAT, ora Fca. Vecchi squali, insomma.

Ci deve essere un senso, in questo “scarico” di Santori & co. Forse simmetrico alla “ricerca di contatto” con il gruppo Benetton, forse no... Ma un senso ci deve essere, e non c’entra molto con la “politica pulita ed educata”...

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01/12/2019

Affari di famiglia e multinazionali minacciano la democrazia più di Salvini

La famiglia Agnelli-Elkann si prepara a ricevere una nave container di soldi. Infatti la vendita di FCA a PSA, frutterà alla famiglia ed in particolare alla sua finanziaria, la EXOR, diversi miliardi.

Queste “plusvalenze”, parola che nel linguaggio per bene degli affari si usa per definire guadagni sfacciati, cominciano a cercare impiego e così la famiglia Agnelli-Elkann si comprerà il primo polo informativo italiano, quello di La Repubblica, L’Espresso, la Stampa e altri 13 giornali, più radio e altro ancora.

Tutto questo era della famiglia De Benedetti, che però si è rotta, con uno scontro tra padre e figli degno delle serie televisive americane degli anni '80. Così i figli hanno deciso di cedere il controllo di GEDI, la società padrona dei giornali, alla EXOR che si riprende La Stampa, giornale storico della famiglia Agnelli ceduto a De Benedetti e che ora torna a casa con la dote.

La famiglia Agnelli-Elkan ha sempre meno interessi nell’auto, a parte titoli onorifici e plusvalenze, e pertanto si lancia in altri campi, come avrebbe da tempo voluto fare. Altri affari seguiranno, ma intanto un bel pezzo di carta stampata cambia padrone e viene venduto a Elkann che ha venduto la FIAT.

A questo punto tre persone – Berlusconi, Cairo, Elkann – saranno proprietarie del 95% del sistema informativo italiano.

Naturalmente non uno solo dei partiti di maggioranza e opposizione ha detto alcunché sulla vicenda. Sono tutti assieme impegnati ad offrire regali ad ArcelorMittal, figuriamoci se si preoccupano del fatto che un'informazione così gestita e controllata è un problema centrale per la nostra democrazia.

Che è più minacciata dagli affari delle famiglie e delle multinazionali che da Salvini. Anche perché in questa finta democrazia i leader politici vengono consumati in fretta, mentre il potere dei soldi no. Anzi si rafforza sempre di più.

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12/07/2019

La mina dei “soldi russi” sotto i piedi di Salvini

Per esaminare la vicenda dei “soldi russi per Salvini” è necessario indossare maschera e guanti. Perché la materia puzza in modo feroce e appare immersa in quella fogna di liquami in cui faccendieri, servizi segreti, mediatori, affaristi e politici di mezza tacca sguazzano finché non vengono travolti.

Non si può dunque “parteggiare” senza automaticamente mettersi al servizio di uno o l’altro dei protagonisti. Siano essi il gruppo di “tecnici delle transazioni” riuniti nella hall dell’Hotel Metropole di Mosca, i giornalisti de L’Espresso che hanno ricevuto un mare di informazioni sull’incontro, i “fornitori” di quelle informazioni (intercettare una conversazione del genere, in territorio russo, senza farsi scoprire, non è proprio un giochetto che può fare chiunque...), i gruppi interessati a che quell’accordo andasse in porto e quelli ovviamente al lavoro per farlo fallire, nonché quelli interessati a stroncare “i sovranisti della Lega” e dunque anche la carriera politica del fascioleghista “di successo”.

Ma essere “obbiettivi” in una vicenda così puzzolente è anche abbastanza difficile, perché tutte le informazioni rilevanti sono messe a disposizione da chi è interessato a farlo. Oppure non raggiungibili. Dunque sono sempre parziali, manchevoli, depistanti proprio quando sembrano indirizzarti verso una conclusione “certa”.

Partiamo perciò dall’unica cosa che appare certa. In uno storico albergo moscovita, il 18 ottobre 2018, Gianluca Savoini, leghista della prima ora, ex portavoce di Salvini, ora presidente dell’associazione Lombardia-Russia, si siede a un tavolo con altri due italiani al momento non identificati e tre russi, uno solo dei quali dall’identità certa.

Tutta la loro discussione è registrata in un file audio pubblicato dal sito statunitense BuzzFeed, dunque non è smentibile. Al massimo si può accendere qualche discussione sull’interpretazione dei passaggi più “criptici”, visto che le transazioni finanziarie per aggirare leggi italiane e internazionali non sono nella comune conoscenza di tutti.

Qualche discussione in più si potrebbe fare anche sul fatto che il file audio presenta “buchi” qua e là, evidentemente di “non troppo interesse” per chi ha deciso di farlo uscire con un po’ di editing...

L’oggetto del confronto è altrettanto certo: come mettere in piedi una transazione commerciale tra “società petrolifere note” – italiane e russe – con uno o due intermediari bancari per occultare un finanziamento alla Lega calcolato, in base al contenuto della registrazione, in circa 65 milioni di euro.

I commensali citano spesso il vice primo ministro russo Kozok e Vladimir Pligin, importante dirigente del partito Russia Unita, ricordando di non avere l’autorità per concludere l’accordo, ma solo il ruolo di stendere un “piano tecnico” che poi il vicepremier russo dovrà approvare (oppure no, ovviamente).

Altre cose certe. a) In quegli stessi giorni Salvini era in visita a Mosca, b) Pochi giorni dopo, mentre si discute nel governo italiano l’impianto del “decreto spazzacorrotti”, la Lega presenta un emendamento per cancellare il “divieto di finanziamento ai partiti da parte di uno Stato straniero” (Emendamento 7.23).

Queste poche certezze sono sufficienti a ipotizzare parecchi reati, ragion per cui la Procura di Milano – competente per territorio vista la residenza del protagonista della vicenda, Savoini – ha aperto formalmente un fascicolo per “corruzione internazionale” sui presunti fondi russi alla Lega.

Il che distrugge in poche ore la sventurata “difesa preventiva” inscenata dalla presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, per respingere le fin troppo scopertamente strumentali richieste del Pd di convocare al più presto in aula Matteo Salvini perché riferisse sulla vicenda. La presidente aveva definito il tutto “pettegolezzi giornalistici” (del resto è stata una delle fan più sfegatate di Berlusconi, partecipando alla sceneggiata dei “vestiti a lutto” quando venne votata la decadenza del Cavaliere da senatore, nel 2013). Ora il “pettegolezzo” è diventato un’inchiesta giudiziaria; se questa produrrà una “informazione di garanzia”, la richiesta di convocazione del Secondo Matteo non sarà rifiutabile.

Tra parentesi, queste poche certezze rendono patetica l’autodifesa dello stesso Salvini, come al solito in soliloquio video, che la butta in barzelletta dal terrazzo di casa. Stavolta non si parla di migranti e di navi Ong, ma di politica internazionale. Puoi sempre coglionare qualche povero telespettatore con la tua aria da comico di periferia, ma i poteri che ti stanno dando la caccia se ne fregano. Sanno che il consenso elettorale, come la borsa azionaria, “sale e scende”...

Tutto il resto poggia sulle sabbie mobili, avvolto da nebbie e sospetti.

Chi ha registrato l’incontro moscovita? Certamente non un giornalista, perché – come già detto – una cosa del genere richiede competenze tecnologiche da spioni altamente addestrati, in grado di sfuggire alle difese dei servizi russi (almeno uno degli uomini al tavolo era vicino al vice primoministro di quel paese, dunque in qualche modo “protetto”).

Ma un’operazione da servizi segreti è cosa diversa da una “inchiesta giornalistica”, anche se certamente utilizza alcuni giornalisti per far esplodere il caso politico.

E questo ci porta nell’irrisolvibile spirale di ipotesi su “a chi giova?”. In politica, e a maggior ragione nella geopolitica in tempi di fortissima competizione internazionale, gli attori non sono mai soltanto due, ma tanti. E un fenomeno anomalo come quello della Lega salviniana – così come quello dei 5 Stelle, fino alla “banalizzazione” operata da Di Maio – trova lungo la strada molti “amici” (in genere impresentabili, come la Le Pen, Orbàn, i criptonazisti austriaci e tedeschi, il luciferino Steve Bannon, ecc.) e altrettanti nemici altrettanto ignobili.

Senza metterci a fare gli astrologi privi di palla di vetro, appare chiaro che il “governo” di un paese, a maggior ragione se di peso economico rilevante come l’Italia, non è esattamente a disposizione del primo pirla che vince le elezioni.

I condizionamenti “istituzionali”, per esempio dell’Unione Europea, sono noti e palesi, in gran parte. Ma altrettanti – e non trasparenti – sono i meccanismi di condizionamento utilizzabili e utilizzati per far sì che un paese di queste dimensioni non diventi una variabile impazzita nel Risiko globale. Vale per i paesi che scelgono la via della Rivoluzione (o anche meno, come si è visto con il referendum in Grecia nel 2015), ma anche per quelli che – più banalmente – rischiano di fare scelte retrograde, mettendo a rischio equilibri internazionali consolidati e, per altre ragioni, da tempo in difficoltà (vale per la UE come per gli Usa).

Cosa vogliamo dire? Che a forza di stare con gli occhi e le orecchie posseduti dai media “nazionali”, si rischia di credere davvero che uno come Salvini – un attore, lo abbiamo definito spesso – possa sul serio “governare per 40 anni”. Come se davvero, per via elettorale, un paese potesse prendere la direzione che preferisce (anche quelle ridicole, in questo caso).

La scena dei “congiurati” dell’Hotel Metropole, circondati da finti “clienti” che registrano ogni loro parola, ci riporta nel mondo reale.

Il potere è una cosa troppo seria per lasciare che a decidere sia una lotteria di promesse ogni 4-5 anni.

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08/01/2018

A Repubblica-L’Espresso piace la censura politica, quando la fanno loro...

Il gruppo Repubblica-L’Espresso, è noto, sostiene disperatamente il Pd di Renzi. Decisione legittima, ci mancherebbe; ognuno sostiene chi fa meglio i propri interessi. E si capisce che De Benedetti (per anni “tessera n. 1” del Pd) considera un vantaggio per i propri affari un governo come quello degli ultimi quattro anni. O magari anche quelli precedenti, targati D’Alema, Prodi, ecc.

Quello che proprio non è accettabile è la censura che il gruppo applica nei confronti dell’esistenza stessa di soggetti politici ed elettorali al di fuori del ristretto range degli “amici utili”. In fondo per un gruppo di media che dice di fare informazione, dare qualche informazione ogni tanto sembra il minimo della pena.

L’antico vascello della critica progressista ben informata – L’Espresso, insomma – ha dedicato il suo ultimo numero alle forze politiche che correranno alle prossime elezioni politiche del 4 gennaio. “Pagina bianca”, occhieggia in copertina; Ai blocchi di partenza, promette un pezzo che vorrebbe essere descrittivo a firma di Lorenzo Pregliasco. Corredato dai sondaggi secondo la supermedia YouTrend-Agi, l’articolo passa in rassegna le forze politiche principali, i loro travagli interni, le percentuali di cui sono accreditati al momento (un po’ esagerata, come sempre, quella attribuita al Pd; ma fa niente...).

Fine. Neanche una parola sulle forze minori, neppure citata Potere al Popolo, anche se – nel riquadro dedicato alla neofromazione Liberi e uguali – si parla più volte di Prc, Pci, ecc, ma solo per ricordarne le sconfitte. Dunque, viene suggerito al lettore, non esistono più.

E se non esistono più – per L’Espresso – partiti che hanno avuto una storia nella Seconda Repubblica, figuriamoci se può esistere una lista sorta dall’iniziativa di un centro sociale, che ha raccolto le forze anche di quei partiti, della piattaforma Eurostop, di migliaia di persone che stanno animando oltre 150 assemblee un po’ in tutta Italia.

Ignorando probabilmente che la crisi della carta stampa – dunque anche de L’Espresso – ha come prima causa la subordinazione passiva agli interessi di editori “impuri” (che non fanno dell’editoria il proprio business principale, ma la usano come “manganello politico” per fare altri business), il direttore Marco Damilano – autore tra l’altro di un pensosissimo editoriale incentrato sulla “pericolosità” degli anni che hanno il numero 8 alla fine (1848, 1948, 1968, 1978...) – preferisce che non si parli delle liste elettorali che potrebbero disturbare il sogno di un governo Pd-Leu-M5S.

Crediamo che tutti gli attivisti e simpatizzanti di Potere al Popolo dovrebbero far “sentire” al settimanale (e al quotidiano) che la censura politica produce esattamente il contrario. Produce indignazione, rabbia, incremento delle energie spese in una battaglia. Se tutte le caselle di posta elettronica del gruppo venissero bombardate da migliaia di messaggi, per più giorni, forse comincerebbe persino a intuirlo.

Del resto, come si dice a Roma, uno “prevenuto” certe cose le capisce solo se gli vengono a sbattere sul naso (a Ostia volano le capocciate, ma è un’altra storia...).

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25/07/2017

L’intolleranza di Scalfari

Non siamo certi che con l’avanzare dell’età si perdano molte delle facoltà intellettuali. Certo, non si è più brillanti e perspicaci come in gioventù, ma si può onestamente fare il proprio lavoro mentale (vedi anche qui per una definizione) senza sfarfallare come fanciullini catturati da ogni moda.

Per farlo, ovviamente, serve qualche principio di razionalità che non coincida con “il mercato”, notoriamente bisognoso di novità anche inventate (“mode”, in qualche misura) pur di rivendere più volte prodotti intellettuali non esattamente innovativi.

Lo Scalfari dell’anzianità ha perso in brillantezza, come capita a tutti (e non gliene si può fare una colpa). Ma sotto la brillantezza, a quanto pare, non c’era molto di solido. Una delle sue più infelici sortite recenti ha preso di mira gli atei, paragonati niente di meno che agli scimpanzé.

Capiamo che l’avvicinarsi dell’ultima ora spinga diversi laici impenitenti a mostrarsi pii, non potendo o volendo scommettere sull’esistenza o meno di un qualcosa dopo la morte. Però, se si conosce un poco la Storia (e Scalfari un tempo la conosceva), si sa che l’intolleranza è una disposizione mentale caratteristica, quasi obbligata, in chiunque confidi nell’esistenza di un dio. Qualsiasi dio, senza eccezione. Perché ha “bisogno” di affermare questo assoluto, in qualsiasi modo, mentre un ateo “è costretto” a fare affidamento sull’attivazione dell’intelligenza degli esseri umani (purtroppo scarsa). Stragi immonde sono state immaginate e realizzate per imporre un dio al posto di un altro, o contro gli atei (che non tendono in genere a “fare chiesa”), tutti egualmente etichettati come “infedeli”.

Al contrario, non si ha memoria di violenze degli atei contro i fedeli di qualsiasi dio. O comunque, anche là dove una guerra civile veniva connotata (dai reazionari), come una guerra dei “fedeli” contro gli “atei” (per esempio i comunisti), la violenza degli atei non aveva come motivazione o giustificazione, o obiettivo da realizzare, “l’assenza di un dio”, ma una ben più terrena prevalenza di interessi sociali opposti a quelli occultati furbescamente sotto “la fede”.

La risposta più razionale a Scalfari non poteva che venire dall’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti (Uaar), di cui riportiamo il comunicato.

*****


«Da oggi cambiamo nome: non saremo più l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, ma l’Unione degli Orango e degli Scimpanzé. Grati al signor Eugenio Scalfari per averci illuminato circa la nostra vera natura».

Il segretario dell’Uaar, Stefano Incani, commenta così l’articolo uscito su L’Espresso domenica 23 luglio, dal titolo “Atei militanti perché sbagliate”, in cui il fondatore del settimanale dice che gli atei gli ricordano gli scimpanzé «dai quali la nostra specie proviene», perché dotati di un «Io che non pensa e non si vede operare e non si giudica», e quindi, sempre nelle parole di Scalfari, di un «Io di stampo animalesco».

«Il paragone si commenta da sé – osserva Incani – ed è pure sbagliato. La nostra specie non proviene affatto dagli scimpanzé, ma come primati abbiamo più semplicemente un antenato comune. Non è solo questo comunque ad averci fatto cadere dalla sedia... pardon: dalla liana! È l’intero articolo a fare acqua da tutte le parti. In primo luogo – spiega il segretario Uaar – Scalfari dà una definizione di ateismo tutta sua e poi in base a questa attacca gli atei: il cosiddetto argomento dell’uomo di paglia. In realtà, la maggior parte degli atei non crede in dio perché non c’è alcuna prova che esista, e questo è tutto fuorché intollerante – è sano!».

«Scalfari accusa poi gli atei di essere intolleranti, ma non fornisce alcun esempio di “odio ateo”. La sua è una dichiarazione di principio: altro errore argomentativo che indebolisce ulteriormente l’intero impianto del suo ragionamento. Inoltre dipinge gli atei come individualisti, mentre su scala mondiale e sulla base di tutte le più recenti ricerche (e sì, Scalfari sbaglia anche su questo: ce ne sono molte a riguardo) sono proprio gli atei a essere più aperti alla “diversità”. D’altronde, se non si crede in dio è più facile prendere a cuore l’umanità (tutta)».

«In buona sostanza – conclude Incani – a emergere è l’intolleranza di Scalfari verso gli atei non certo quella degli atei verso chi non la pensa come loro. Dal fondatore di una delle riviste (un tempo?) più autorevoli del Paese ci saremmo aspettati qualcosa di meglio. Saranno state le conversazioni col papa a rivelargli la Verità assoluta?».

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12/05/2017

Giovanardi indagato dall’Antimafia per “pressioni” in favore di un clan

Siamo notoriamente diffidenti verso la stampa “manettara”, quel brutto modo di fare giornalismo che in genere si limita a estrapolare verbali giudiziari e infiorettarli con qualche “cucitura” più o meno spiritosa.

Però, questa storia proposta da L’Espresso sembra fatta apposta per rivalutare il ruolo delle favole secondo Orazio (de te fabula narratur). Al centro c’è infatti uno dei personaggi meno onorevoli del paesaggio politico italiano, che ha cominciato come militare nell’arma dei carabinieri, poi nella Democrazia Cristiana, quindi con Berlusconi e/o Casini; uno che si è fatto un nome sparando frasi fatte contro i deboli di qualsiasi tipo (migranti, malati terminali, tossicodipendenti, prostitute, gay, “zingari”, centri sociali, ecc.), con una antipatia particolare per gli ammazzati dalle varie polizie. Famose le sue uscite su Federico Aldrovandi e l’atteggiamento costantemente insultante nei confronti della madre, che pretendeva e pretende giustizia.

Uno che si è insomma cucito addosso il vestito del “celodurista”, del viva la polizia senza se e senza ma.

Uno che dunque, quando viene messo sotto indagine dall’Antimafia perché avrebbe fatto “pressioni sulle istituzioni per agevolare un'impresa modenese, sospettata di complicità con i clan”, proprio non può pretendere compassione e solidarietà. In particolare gli vengono contestati due reati: rivelazione di segreti e minaccia. La vicenda nasce da un filone dell'inchiesta Aemilia sulla 'ndrangheta emiliana. Prosit.

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Il senatore Carlo Giovanardi è indagato dall'antimafia

GIOVANNI TIZIAN – L’Espresso

L’ultima crociata del senatore Carlo Giovanardi sarà, forse, la più difficile da affrontare. Dovrà infatti difendersi dalle pesanti accuse che gli contestano i magistrati di Bologna. L'attuale membro della commissione antimafia – già ministro e sottosegretario berlusconiano – è indagato per rivelazione e utilizzazione di segreti d'ufficio e minaccia o violenza a un corpo politico, amministrativo o giudiziario dello Stato. Il tutto con l'aggravante di aver rafforzato l'associazione mafiosa, agevolandola.

In questo caso specifico, l'associazione, risponde al nome di 'ndrangheta emiliana. Giovanardi, in pratica, avrebbe utilizzato notizie riservate e fatto pressioni indebite per salvare dall'interdittiva antimafia del prefetto una società di costruzioni modenese, esclusa dai lavori pubblici perché condizionata dalle cosche. Il titolare dell'azienda Bianchini costruzioni è sotto processo per concorso esterno alla mafia a Reggio Emilia, insieme ai capi bastone dell'organizzazione criminale. Ma il senatore, è l'ipotesi degli inquirenti, non si è fatto alcuno scrupolo nel montare una campagna contro prefetti, investigatori e magistratura, per tutelare un imprenditore che con gli uomini del padrino Nicolino Grande Aracri andava a braccetto.

Con i titolari di questa azienda di San Felice, paesone colpito pesantemente dal sisma del 2012, l'ex ministro si è incontrato varie volte. Anche nel suo studio. Per il politico modenese i Bianchini sono imprenditori seri, guai a chi lo mette in dubbio. E per questo vanno difesi senza remore, nonostante le pesanti accuse dell'antimafia e il primo pentito della cosca emiliana che ha riempito decine di verbali sugli affari portati avanti con la complicità dell'imprenditore modenese, che oltre a fare la parte del leone nella ricostruzione post terremoto aveva ottenuto lavori anche nei cantieri Expo di Milano.

A Giovanardi l'avviso è stato notificato lo scorso venerdì, alla vigilia del primo congresso provinciale del nuovo movimento politico, Idea popolo e libertà, di cui è fondatore insieme a Eugenia Roccella e Gaetano Quaglieriello.

Tra gli indagati altre tre persone, che lo stesso giorno hanno ricevuto il medesimo avviso, tra questi c'è il capo di gabinetto della prefettura di Modena, Mario Ventura. Oltre all'informazione di garanzia gli indagati hanno ricevuto la notifica della fissazione dell'udienza davanti al gip, chiesta dai pm Beatrice Ronchi e Marco Mescolini, a maggiore tutela del parlamentare. Infatti, in base all'articolo 6 della normativa sulle «disposizioni in materia di processi penali nei confronti di alte cariche dello Stato», per utilizzare le intercettazioni che riguardano deputati e senatori è necessario chiedere il via libera alla giunta per le autorizzazioni.

Nel caso di Giovanardi i pm hanno preferito adottare una cautela ulteriore, e far decidere a un giudice terzo la rilevanza o meno di quelle telefonate “indirette” in cui spunta il senatore, membro peraltro della commissione antimafia. Solo se il gip dovesse ritenerle rilevanti verranno inviate al Senato. Sempre lo stesso gip dovrà valutare anche i tabulati acquisiti durante i due anni di indagine riservatissima condotta dal nucleo investigativo del comando provinciale dei carabinieri di Modena coordinati dai pm che hanno firmato la maxi inchiesta Aemilia, quella sulla 'ndrangheta emiliana appunto. Non è un caso ovviamente che il filone “Giovanardi” scaturisca da questa indagine.

I sospetti sull'ex ministro iniziano a prendere forma proprio nei giorni immediatamente successivi alla retata “Aemilia”. Da quando cioè l'allora procuratore capo di Bologna, Roberto Alfonso, si recò in gran segreto negli uffici della prefettura modenese per sentire quale persona informata dei fatti l'attuale capo di gabinetto del prefetto, Mario Ventura, indagato ora insieme al politico. Dopo di lui, tenendo sempre un bassissimo profilo, la procura ha ascoltato diversi testimoni: dagli ex prefetti di Modena fino ad arrivare al capo del Girer, il poliziotto Cono Incognito, che guida il gruppo di indagine creato ad hoc per vigilare sulla ricostruzione del dopo sisma.

Sotto i riflettori la strategia per far rientrare alcune aziende storiche del territorio sospettate di vicinanza ai clan negli elenchi “mafia free” della prefettura. Ventura, quando fu ascoltato dai magistrati, definì il suo amico senatore «un martello pneumatico» per le pressioni continue che esercitava con il fine di convincere a riabilitare l'impresa Bianchini. Società attivissima in regione e nella ricostruzione post terremoto, poi bloccata perché condizionata dal clan Grande Aracri, famiglia di 'ndrangheta con cuore a Cutro, provincia di Crotone, ma testa e cassaforte tra Modena, Reggio Emilia e Parma, da ormai quasi 40 anni.

I video sequestrati - Tra il materiale acquisito dagli investigatori, in parte già mostrato durante il dibattimento in corso a Reggio Emilia contro la 'ndrangheta emiliana, c'è un video registrato da Alessandro Bianchini, il figlio di Augusto. Entrambi sotto processo per complicità con la cosca, godono di un un ottimo rapporto con Giovanardi. Tuttavia è nella natura dei Bianchini non fidarsi di nessuno. Per questo Alessandro ha l'abitudine di registrare tutti gli incontri che organizza. Così tra i segreti archiviati custodisce nell'hard disk del pc anche i dialoghi con il senatore. Per i pm un video più degli altri ha un'importanza fondamentale. Porta la data del 18 ottobre 2014.

I Bianchni ammettono davanti a Giovanardi di avere fatto fatture false con il gruppo dei “cutresi” e non nascondono il rapporto con Bolognino, il braccio operativo del grande capo don Nicolino Grande Aracri. Confermano in pratica quanto gli contesta la procura. Da questo momento in poi Giovanardi è, secondo i pm, consapevole del ruolo di Bianchini. Ma nonostante ciò ha proseguito nella sua opera di pressing sulle istituzioni. Il pressing, è bene sottolinearlo, secondo Giovanardi rientrava nelle prerogative di un parlamentare, a tutela dell'economia del territorio e per cambiare una legge, quella sulle interdittive antimafia, secondo lui inefficiente e pericolosa.

C'è poi un secondo audio ritenuto di grande interesse. Perché qui il senatore usa parole molto forti. Arrivando persino a dire davanti agli imprenditori che: «A quelli ho detto che se fossi in Bianchini verrei qua con una rivoltella e ammazzo tutti, creando un precedente... folli... folli...».

Le minacce - L'altro capitolo riguarda le minacce di Giovanardi nei confronti di chi non sottostava alle sue richieste. Su sollecitazione di Bianchini, Giovanardi prendeva contatti con tutte le autorità coinvolte: prefetto, capo di gabinetto, questore, comandanti provinciali di carabinieri e finanza, con i loro superiori gerarchici anche a Roma, con stretti collaboratori del ministero interni, e con Bruno Frattasi, direttore ufficio legislativo e relazioni parlamentari. Tutto con il fine di condizionare l'attività della prefettura, per indirizzare future decisioni e ottenere la revisione del provvedimento su Bianchini. Il senatore ha proseguito la battaglia per mesi. Con modalità tali, sostengono gli inquirenti, da generare preoccupazione in chi riceveva le richieste. Soprattutto in relazione alle ripercussioni cui sarebbero andati incontro qualora non avessero aderito ai desiderata di Giovanardi in merito alla revisione del provvedimento.

Ecco qualche esempio in mano a chi indaga: agli ultimi due prefetti di Modena, il prefetto Benedetto Basile e Michele Di Bari, gli sarebbe stata prospettata l'adozione di un trasferimento ad altra sede o incarico attraverso interventi diretti presso il ministero dell'Interno; agli ufficiali dei Carabinieri è stata paventata la presentazione di esposti all'autorità giudiziaria, e l'avvio di un'incisiva azione parlamentare nel tentativo di influenzare le decisioni di chi avrebbe poi dovuto decidere delle sorti di Bianchini.

Un clima di tensione - Il comportamento e l'atteggiamento di Giovanardi hanno creato un clima di forte tensione all'interno della Prefettura. Tensione sopratutto attorno al prefetto dell'epoca Michele di Bari. Che ha resistito alla richieste continue del senatore, più che certo di centrare l'obiettivo e regalare a Bianchini la nuova iscrizione nelle white list prefettizie. L'ex ministro berlusconiano non poteva imbarcasi in questa avventura tutto solo. Così all'interno di questo quadro è emerso il ruolo di altri personaggi che a vario titolo si sono spesi per vincere la partita. Un quadro, sostengono i magistrati, in cui la prefettura appare vulnerabile alle interferenze esterne. E in cui l'allora prefetto si è trovato stretto tra l' ingerenza di Giovanardi, l'intransigenza degli investigatori e un funzionario disponibile ad ascoltare le pretese del politico, che solo tre giorni fa lanciava l'allarme su sicurezza e immigrazione dal palco del congresso provinciale del suo nuovo partito “Idea”.

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28/11/2016

Avvitati su uno solo

La necessità di liberarsi di questa zavorra autonominatasi "modernizzazione del paese" si fa ormai apertamente strada anche dentro il gruppo editoriale L'Espresso, che porta la responsabilità (il gruppo, non certo l'autore di questo intervento) di aver creato l'immagine del "Rottamatore". Che prima di quella data era solo un piccolo democristiano di provincia, piovuto sulla poltrona di presidente della provincia di Firenze solo grazie agli equilibri cencelliani interni al Pd (tra componenti ex "comuniste" ed ex democristiane, con il robusto supporto di Denis Verdini).

Prendiamolo come un segno di buon augurio, ma sbattiamoci come pazzi in questi ultimi giorni di campagna referendaria.

*****

«Il governo tecnico non lo posso scongiurare io, lo dovete scongiurare voi con il Sì. Il rischio c'è, è evidente».

Così, a una settimana dal voto, il premier ci ha riportati alla casella di partenza. All'après moi le déluge.

Erano già diversi giorni che la cosa montava: la riduzione totale del referendum costituzionale alle conseguenze per i prossimi sei mesi, per il prossimo anno e mezzo, ad essere generosi. Tutti i buoni propositi – "confrontiamoci sui contenuti", su quello che di migliorativo o peggiorativo può portare la riforma costituzionale alla forma della Repubblica – sono andati gradualmente in vacca.

Ma così siamo perfino un po' peggio della casella di partenza, a 11 mesi fa, quando Renzi diceva semplicemente che in caso di sconfitta avrebbe «fatto altro nella vita».

Perché adesso l'alternativa brandita al Sì è direttamente la Troika. Altro che "personalizzazione": è più propriamente ricatto. Come se, oltre Renzi, non ci fosse la politica – nessuna possibilità di politica – ma solo la tecnocrazia. Il capo del governo in carica si vende come ultimo baluardo contro la tecnocrazia e il montismo: ciò che gli italiani più hanno – fondatamente – detestato. Ciò che nessuno vuole. Après moi le déluge, appunto.

È possibile che sia una mossa disperata, come dicono alcuni.

È possibile però anche che così invece lo vinca, questo referendum: per paura. Incutendo paura. La paura di acque inesplorate, la paura dello spread, la paura della Troika.

Sì, lo dico tranquillamente: ne conosco diversi, tra conoscenti e parenti, tra cui questa cosa ha effetti. Anche un vicino di casa, ieri, funzionario dello Stato, persona perbene: «D'accordo, la riforma fa schifo, ma se vince il No poi chi governa?». Troppa paura del domani mattina, il mio vicino perbene e funzionario dello Stato.

Insomma, se Renzi dovesse vincere, tra una settimana, avrà vinto così: con l'arma del terrore.

Con il ricatto della Troika e della tecnocrazia.

Lui, che aveva impostato tutta la sua vicenda politica e umana sulla speranza, ridotto a brandire il panico e l'angoscia. Che parabola strana, e a cosa costringe la politica quando è soprattutto potere.

Tra l'altro, fuori dall'inner circle renziano – ma anche dentro, ormai – tutti sanno che non ci sarà nessuna Troika e nessuna Apocalisse: ci sarà un governo Grasso, Padoan, Delrio o simile. Roba che i mercati ormai guardano con favore, esasperati dalle divisioni e dalla precarietà a cui Renzi costringe il Paese, avvitandolo sempre allo scontro su di lui.

Ci sarà, forse, anche lo scenario che più i grillini temono, in caso di vittoria del No: cioè quello in cui il M5s potrebbe venir chiamato al tavolo di una nuova legge elettorale. E si sa che nulla inquieta i grillini come il rischio di uscire dal rassicurante recinto in cui non si sporcano le mani.

Insomma si muoverebbero delle cose, non saremmo più cristallizzati tutti attorno ai destini di una persona – e del tifo pro o anti – come se da quella persona dipendesse tutto il futuro del paese.

Questo pro veritate, perché così sarebbe, sul breve. Ma mi vergogno perfino un po' a dirlo, perché domenica prossima non è su questo che votiamo, ma – scusate, so che mi ripeto – sull'assetto costituzionale della Repubblica che lasceremo ai nostri figli. Sul suo miglioramento o peggioramento, che inciderà su questo Paese anche quando Renzi e Grillo saranno solo un ricordo.

da http://gilioli.blogautore.espresso.repubblica.it

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23/06/2016

Lambro 1976-2016: Espresso, lascia perdere


“sono nato dove non c’erano costrizioni” (Geronimo)

L’Espresso è noto da sempre come strumento per hitman della comunicazione. In italiano, più o meno, significa che quando qualcuno vuol fare una campagna negativa, denigrante fino alla depressione può usare, come arma contundente, le pagine de l’Espresso. Naturalmente una campagna che vada negli interessi di ciò che comunemente si chiama centrosinistra. O meglio del pezzo di Italia che conta in quell’area di politica istituzionale, mica elettorato. Questa regola, aurea, valeva tanto più per gli anni ’70. Anzi peggio, perché all’epoca per L’Espresso era già suonata, in modo traumatico, l’ora della fine della ricreazione. Si a quell’epoca, si potevano denunciare le malefatte della Dc, i potentati della Nato, ma ormai il dado era tratto. Era cominciata l’epoca della difesa del governo di compromesso storico bisognava quindi attaccare gli “eccessi” degli operai e dei giovani.

Era il periodo in cui Repubblica nacque per liberalizzare il Pci ma da destra (anche se qualcuno, come al solito, capì il contrario). Bisognava contenere i salari, bloccare gli scioperi, aumentare la produzione, in un programma delle sinistre che, oltre alla produzione, salvava anche la Dc. Cominciava il periodo in cui la retorica dei diritti civili era giocata contro la contestazione al modello di sviluppo. Era quindi l’epoca delle operazioni da hitman che, con l’attacco al movimento del ’77 e successivi, costruirono vere e proprie pietre miliari della storia del giornalismo della denigrazione in Italia. I collettivi, gli studenti, i giovani politicizzati dovevano essere rappresentati come scoppiati, confusi, negativi, persi. Di contrasto c’era la “grande” politica, quella del presunto progressismo italiano. Quella che, come sappiamo, avrebbe portato, l’Italia nell’abisso, dall’epoca dell’abbraccio delle sinistre con la Dc ai governi Prodi, senza soluzione alcuna.

Ogni grande operazione di denigrazione, come sappiamo, ha un inizio e una fine. Una fine, per quanto riguarda l’Espresso e Repubblica nei confronti del movimento, la troviamo all’inizio degli anni ’80. Una volta sconfitti i collettivi, i movimenti, gli operai (alla Fiat, con la compartecipazione di Bertinotti e Fassino, nomi sinistri che sarebbero arrivati fino a noi), una volta terminato il passaggio nelle carceri di 16.000 persone (eh già, pochi sanno che Amnesty International nel marzo ’82 dichiarò di aver raccolto una “mole impressionante” di testimonianze sulle torture ai detenuti politici in Italia) la stampa progressista e di sinistra poteva ben dedicarsi alle culture underground giovanili del periodo. Le migliori, per quel genere di giornalismo: facevano look, di copertina ma impolitiche che lasciavano fare le cose serie alla sinistra disastro, quella che sarebbe arrivata fino ai nostri giorni. Ma se quel periodo è la fine, l’inizio di una campagna di denigrazione contro il movimento durata almeno un lustro (e rinverdita, anni dopo, contro “violenti”, “black bloc”, “hooligan”, “no-tav” etc.) lo troviamo al Parco Lambro, giugno 1976.

La campagna dell’Espresso, e della stampa progressista, sul Lambro è l’inizio di una vera, politicamente parlando, caccia all’uomo. E qui facciamo un utile flash back: in quel giugno, le elezioni più importanti dopo il ’48 si sono concluse, si va verso il governo, di compromesso storico, Andreotti, appoggiato dal Pci che aveva Napolitano come ambasciatore presso l’esecutivo. Programma chiaro: sacrifici, normalizzazione, solita vita di corte di sempre per le classi dirigenti, contenimento dei salari. Per il necessario recupero di competitività del paese in un modello di sviluppo già allora senza senso, ci mancherebbe. Il delirio che conosciamo, che si è snodato nel tempo da Andreotti, a Ciampi, a Prodi, a Monti. Il movimento che si riunisce al Lambro viene invece dalla fase delle lotte del proletariato giovanile e celebra il proprio festival. Dopo una stagione di conflitti del proletariato metropolitano dell’epoca, il cui acuto collettivo fu la rivolta dell’aprile 1975, verso quelli dell’autunno del 1976 che trovarono esplosione finale nella battaglia della Scala, all’inaugurazione della stagione teatrale milanese di quell’anno. Si trattava, ma è l’abc per chi è interessato alla storia reale, di un movimento molto diverso dal ’68, per composizione interna, per obiettivi, per cultura, per il conflitto aperto che esprimeva nei confronti della sinistra istituzionale ormai sistemica e povera di prospettiva. Ne “L’editore” di Nanni Balestrini si rappresenta bene questa situazione, quando nelle discussioni informali tra studenti, tra giovani, c’è un dialogo dove si rappresenta l’antifascismo come acquisito, e scontato, e dove si conviene apertamente che per conquistarsi la libertà si deve andare allo scontro frontale con il Pci e la Cgil. Si parla di dialoghi e di comportamenti che oggi non trovano nè traduzione nè spiegazione. La comprensione, va detto, non l’hanno mai trovata. Si tratta di linguaggi e comportamenti che risultano incomprensibili ad un’Italia contemporanea che non ha, né al momento desidera, le categorie per leggere adeguatamente tutto questo. Eppure allora, quaranta anni fa, era la pratica di movimento di tutti i giorni, di decine di migliaia di persone, in ogni angolo del nostro paese. Tra scuole, università, fabbriche e territori.

Ogni pratica, ogni generazione di lotta ha quindi la propria epifania. Quella generazione l’ebbe con il festival del parco Lambro del giugno del 1976. E qui c’è da capirsi su una cosa: se c’è un senso di libertà che è irrappresentabile oggi è quello di essersi liberati dal lavoro, dalla famiglia, dalle istituzioni, dalla disciplina, dalla morale, dal buonsenso e tutto assieme. Questo senso di liberazione è avvenuto, è stato vissuto, e collettivamente, in quel periodo. Qualcosa di impensabile per la sinistra istituzionale che viveva di etica del lavoro, timore reverenziale verso le istituzioni, il partito, la morale. Era una rottura, tra il movimento e la sinistra istituzionale, prima ancora antropologica che politica. Rottura che si celebrò al Lambro tra nudi, amori sui pratini, espropri contro gli stessi organizzatori del festival, incidenti, concerti, feste diffuse. Una rottura celebrata con splendori e miserie perché solo nei dipinti con gli angioletti e il cielo terso si fa vedere un mondo che osanna il creato e senza nubi all’orizzonte. Per la sinistra istituzionale, e quella giornalistica dell’Espresso, era troppo. La campagna di denigrazione dell’Espresso sul Lambro, che oggi la stessa testata online celebra con orgoglio, dette simbolicamente il via ad una operazione di denigrazione mediatica di una generazione lunga un lustro. Intrecciando questa operazione, sempre mantenuta, con servizi di denuncia sociale, di inefficienze della politica e di problemi sindacali. Ma sempre, sistematicamente, lavorando ai fianchi contro questo scandalo di decine di migliaia di persone in aperta secessione, e aperto conflitto, contro un paese provinciale e ottuso che stava precipitando in un lungo declino ampiamente annunciato proprio dal movimento di cannibali che la sinistra istituzionale demonizzava come tali.

A quarant’anni dal Lambro, l’Espresso torna sulle copertine, e i servizi, del delitto. Sul seno nudo in prima pagina di quaranta anni fa che, da un lato, faceva vedere che si trattava di un settimanale aperto mentre, dall’altro, serviva per aprirsi sì, ma alla denigrazione più banale, sistematica e deprimente di un movimento. Su committenza Pci, Cgil e, oggi si direbbe, gruppo Repubblica-Espresso. Oggi è chiara una cosa: l’Italia non era in grado di contenere qualcosa di diverso dal solito processo di civilizzazione scuola-lavoro-disoccupazione-casa-ufficio. Le stesse invocazioni, che si sentono persino ai giorni nostri, di un paese “normale”, onesto privo di scosse, che funziona sono indice di questa povertà culturale, e persino di quella economica (solo le anomalie producono innovazioni quindi ricchezza) che continua a permanere.

L’Espresso di oggi, riportando compiaciuto i servizi di allora, scrive del Lambro “l’esaltazione della libertà assoluta che avrebbe segnato il tramonto della speranza”. Prima questione: il Lambro non esaltava, esprimeva. La stessa idea di esaltazione era estranea a quel movimento che contestava ogni eccesso ideologico anche fino a divorare sé stesso: il militarismo, il maschilismo, il miltantismo, il freakketonismo, il pacifismo, il riformismo (quindi comportamenti opposti tra loro) erano messi regolarmente a critica. Gli esaltati si beccavano un coro di “scemo, scemo”, in una cultura collettiva dell’ironia estranea alla politica di oggi persino non in grado di sopportare una imitazione di un comico. Seconda questione: il movimento non aveva alcun assoluto perché nato contro il concetto stesso di idealismo. Terza questione: il concetto, nella subcultura politica di oggi, della speranza ha un’origine marcatamente cattolica. Si tratta di una sorta di orizzonte che mai si avvicina e che vuole la propria inavvicinabilità come consolazione di sofferenze reali. Il movimento era contro la speranza, orizzonte lontano. Come sappiamo voleva tutto e lo voleva subito.

Il titolo de L’Espresso del 2016 è un tutto un programma: “quando al Lambro finì il futuro”. Niente di più falso, il futuro finì nella connivenza e nell’ottusità di una sinistra alleata di Andreotti, dei Ciancimino, dei Gava, dei Fanfani che si immolò per un modello di sviluppo che non aveva alcun senso né prospettiva (come vediamo oggi) salvo per chi poté capitalizzare questo processo in termini di carriera. L’Espresso celebra quindi felice le proprie stupidaggini di allora, esaltando il proprio vuoto patrimonio culturale fatto anche di scuola della denigrazione, della disinformazione, dell’ignoranza. Per prepararsi a nuove stagioni contro il prossimo nemico, su ordine dei residui del centrosinistra e della proprietà della testata, ci mancherebbe. Resta solo da invitare la nobile testata, che vive agitata da incubi che si è creata da sola, a lasciar stare il Lambro. In fondo non ci ha capito nulla quaranta anni fa è impensabile lo faccia adesso. Senza voglia, senza strumenti, senza acume. La dimensione dell’Espresso sono i servizi sugli scontrini dei deputati, sul Ruby bis, gli articoli su chi sale e scende nel borsino del potere, le cronache del palazzo. O gli scandali per sostituire un Cda con un altro. Sul Lambro, su splendori e miserie di un festival che fu rito di una rottura antropologica rimandiamo invece all’estratto del girato di un grande regista di movimento, Alberto Grifi.


Se qualcuno avrà stropicciato gli occhi leggendo questo non è colpa nostra. Anzi abbiamo usato categorie narrative semplici, nessuna storiografica o analitica. Ma l’Italia è un paese dove il passato è talmente rimosso che, quando fuoriesce, appare inverosimile. Comunque, “Un tranquillo festival pop di paura”, quale fu il Lambro secondo Gianfranco Manfredi è poi una di quelle vicende non di facili letture. Di certo banalizzata dalle polemiche sugli espropri e sui nudi. Del resto si era agli albori di quella polemica sul frammento rispetto all’assieme, sul dettaglio scandalistico che è oro e petrolio, in termini di attenzione di pubblico e di fatturato pubblicitario, dei media di centrosinistra (e non solo). Resta da dire una cosa. C’è un disagio, parola usata spesso in redazioni come quelle dell’Espresso, che nella testata diretta da Vicinanza (passato di redattore presso l’Unità, il Centro, il Mattino, ha ricevuto il premio “per la legalità”, insomma non proprio Allen Ginsberg) nessuno mostra d'aver provato. Quello, rappresentato sempre nell’Editore di Balestrini. Quello di colui che ha provato quella libertà, quella rottura antropologica ed è costretto a tornare. Nel mondo dove comandano impresa, sopraffazione e denaro. E’ grave, oggi, vivere senza aver provato questo disagio. Significa non conoscere cosa vuol dire essere liberi. Visto che all’Espresso questo disagio, e con lui la libertà, è sconosciuto magari la testata potrebbe fare un piacere a tutti. Potrebbe non occuparsi più di vicende come il Lambro per tuffarsi in quell’entropia della comunicazione digitale che è la giusta, comoda, pietosa tomba per testate come L’Espresso.

Per Senza Soste, nique la police

22 giugno 2016


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