La relatrice Onu per i territori palestinesi occupati Francesca Albanese è nuovamente sottoposta ad attacchi vergognosi, questa volta orchestrati dal governo francese, e prontamente cavalcati indegnamente da tutta la destra italiana, tutti uniti nel chiederne la “testa” e le dimissioni dall’Onu.
Ad essere prese a pretesto questa volta sono le parole definite “gravissime”, “vergognose”, addirittura “antisemite” (un accusa trita e ritrita usata a mo’ di anatema) che Francesca Albanese avrebbe pronunciato nel suo ultimo discorso di sabato scorso al forum organizzato da Al-Jazeera.
Se solo avessero avuto l’onestà di ascoltare il discorso integrale, avrebbero potuto rilevare che Francesca Albanese non ha detto nulla che non sia assolutamente condivisibile.
Ha ribadito che il genocidio a Gaza non è ancora finito, anzi, ora è ancora più pesante.
Ha smascherato le finte tregue e la pace inesistente del cosiddetto Piano Trump per Gaza.
Ha elencato le molteplici violazioni del diritto internazionale da parte di Israele.
Ma ha soprattutto denunciato il silenzio e la complicità di quasi tutti i governi occidentali, e qui ha evidentemente pestato la coda del serpente facendo scattare la reazione del governo francese.
Di tutto il suo intervento, inattaccabile in tutti i passaggi, hanno estrapolato solo quattro parole, cioè quando ha parlato di “Nemico comune dell’Umanità” ma senza citare Israele e indicando come questo sia piuttosto l’inerzia e il silenzio verso il genocidio.
Francesca Albanese ha detto testualmente:
“Il fatto che invece di fermare Israele la maggior parte del mondo l’abbia armato, gli abbia dato scusanti politiche, copertura politica, supporto economico e finanziario, questa è una sfida. Il fatto che la maggior parte dei media occidentali abbia amplificato la narrativa pro-apartheid e genocida è una sfida. E allo stesso tempo, è anche un’opportunità.
Se il diritto internazionale è stato pugnalato al cuore, è anche vero che mai prima d’ora la comunità globale aveva visto le sfide che tutti noi affrontiamo – noi che non controlliamo grandi quantità di capitali finanziari, algoritmi e armi. Ora vediamo che noi come umanità abbiamo un nemico comune, e le libertà, il rispetto delle libertà fondamentali, sono l’ultima strada pacifica, l’ultimo strumento pacifico che abbiamo per riguadagnare la nostra libertà”.
Quello di Francesca Albanese è stato dunque un discorso difficilmente equivocabile.
Il “nemico comune” di cui parla nel suo intervento non viene indicato in Israele in quanto tale, ma negli stessi che oggi la accusano, in totale malafede, di antisemitismo perchè Francesca Albanese sono mesi che gli mette davanti agli occhi le loro responsabilità.
Esprimiamo dunque la nostra totale solidarietà a Francesca Albanese, per quello che ha detto e per quello che ha fatto negli ultimi tre anni.
Il governo degli Stati Uniti ha annunciato che imporrà sanzioni a Francesca Albanese, la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i Territori Palestinesi a Ginevra. A farlo sapere è stato il segretario di stato Marco Rubio, criticando gli “illegittimi e vergognosi sforzi di Albanese per fare pressione sulla Corte Penale Internazionale affinché agisca contro funzionari, aziende e leader statunitensi e israeliani. Non tollereremo più la sua campagna di guerra politica ed economica”.
Sottoporre a sanzioni un esponente dell’Onu ha dell’assurdo e ne osteggia il lavoro per conto delle Nazioni Unite, ma ormai il genocidio a Gaza e la sua rete di complicità hanno superato tutte le linee rosse del lecito, dell’illecito e delle soglie dell’orrore.
Poco più di una settimana fa, proprio Francesca Albanese aveva reso pubblica una memorabile relazione nella quale chiamava in causa le aziende e le banche coinvolte o che traggono vantaggi dal genocidio in corso contro il popolo palestinese. Un J’accuse! che resterà nella storia e che ha fatto saltare i nervi di molti potenti.
Nel frattempo – e di concerto con quello USA – il governo israeliano ha scatenato una campagna di denigrazione contro Francesca Albanese sui motori di ricerca.
Se si cerca il nome Francesca Albanese su Google, il primo risultato sul motore di ricerca non è più Wikipedia ma è una pagina sponsorizzata da govextra.gov.il, un sottodominio del governo israeliano. Nel testo si legge: “Durante il suo mandato, Albanese ha ripetutamente violato i principi di imparzialità, universalità e integrità professionale, fondamentali per il suo mandato alle Nazioni Unite”.
Il giornale Fanpage rileva che consultando il portale Ads Transparency di Google, risulta che il dominio govextra.gov.il ha sponsorizzato la pagina contro Albanese per la prima volta il cinque luglio, poi l’ha aggiornata l’otto.
La stessa azione di pirateria era stata utilizzata dal governo israeliano contro l’Unrwa – l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi in cui – digitando Unrwa su Google – compariva una pagina falsa gestita dal governo israeliano, ancora prima del sito ufficiale dell’agenzia dell’Onu.
Le associazioni di volontariato, le organizzazioni umanitarie, politiche, religiose e culturali che hanno sottoscritto questo documento, in rispetto dei valori sanciti dalla nostra Costituzione e dalla Carta dei Diritti Internazionali,
DENUNCIANO E CHIEDONO
che finisca la campagna mediatica denigratoria attuata nei confronti di chi, ricoprendo ruoli istituzionali internazionali o essendo membro autorevole di Organizzazioni Non Governative, ha osato portare all’attenzione generale, il ruolo e le politiche repressive del governo d’Israele nei confronti del popolo palestinese.
Non è da oggi che il peggior sionismo di destra, colonialista e razzista, ormai saldamente al potere in Israele, si scatena con rabbia contro chi osa mettere in dubbio la democrazia dello Stato d’Israele, che, in realtà, nulla ha a che fare con il popolo ebraico democratico e antisionista che vive dentro e fuori quei territori.
Le infamanti accuse di antisemitismo, rivolte ed utilizzate dai responsabili e sostenitori italiani del movimento sionista contro la relatrice speciale delle Nazioni Unite per i territori occupati, l’italiana Avv.ta Francesca Albanese, e contro la Dott.ssa Tina Marinari, coordinatrice campagne per Amnesty International Italia, difensore del Diritto Internazionale e di Democraticità, offendono soprattutto il sentimento religioso ebraico di quel popolo.
L’accusa: aver documentato e denunciato le politiche utilizzate per imporre l’occupazione militare delle terre di Palestina. Questa politica è però quotidianamente confermata dall’uso indiscriminato di tutti i mezzi coercitivi che ogni esercito di occupazione ha da sempre messo in campo per imporre la volontà degli invasori agli invasi, e dal regime di apartheid che opprime il popolo palestinese.
È dalle colonne de Il Giornale del 18 aprile 2023 che Fiamma Nirenstein, che non ha mai nascosto le sue simpatie politiche di destra, accusa di antisemitismo Francesca Albanese, chiedendo esplicitamente all’Onu il suo licenziamento, argomentando che i soldati con la Stella di David stanno lì dal 1967 per difendere dai “terroristi” arabi il sacrosanto “diritto” dei coloni di riprendersi (dopo 2000 anni…) la terra che gli apparterrebbe per volere divino, perché così sta scritto nella Bibbia.
Fiamma Nirenstein si fa forte della richiesta di censura avanzata all’Onu dai “quattromila avvocati dell’International Legal Forum”. Organizzazione che ha sede a Tel Aviv, con diramazioni in molti paesi occidentali. Un intervento denigratorio rafforzato anche dalle dichiarazioni del ministro israeliano per gli Affari della diaspora e la lotta all’antisemitismo, Amichai Chikli, il quale sostiene che “consentendo alla signora Albanese di continuare a spargere odio, antisemitismo e istigazione alla violenza, non rispetta il proprio mandato di proteggere i diritti umani fondamentali di tutti ed esercitare parità di trattamento per tutti gli stati membri”.
Da qui la pretesa necessità della rimozione di Francesca Albanese, richiesta con una lettera indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite António Guterres e all’Alto Commissario Onu per i Diritti Umani Volker Türk (Jerusalem Post, 19 aprile 2023).
L’uso strumentale dell’accusa di antisemitismo, e in particolare dell’immensa tragedia dell’Olocausto che ha coinvolto l’intero popolo ebreo, non si fonda su alcuna evidenza, ed ha la sola funzione politica di voler mascherare, screditando, le politiche coloniali e di sistematico apartheid che lo Stato d’Israele applica al popolo palestinese, con una pericolosa escalation, imputabile all’attuale governo di estrema destra, che sta rischiando di mettere in serio pericolo l’esistenza stessa d’Israele.
Basti osservare l’aumento degli episodi di violenza che si sono verificati in questi ultimi giorni in occasione della Pasqua, anche contro le minoranze cristiane ortodosse e contro quelle cristiane, violenze ampiamente denunciate da Mons. Gianbattista Pizzaballa, Patriarca di Gerusalemme.
L’attacco portato a Francesca Albanese e Tina Marinari è per noi inaccettabile, soprattutto per l’importanza delle loro organizzazioni di appartenenza, volte alla difesa del Diritto Internazionale – l’ONU – e attive in campo umanitario e democratico – Amnesty International. A queste organizzazioni va tutto il nostro rispetto.
Un rispetto che, viceversa, lo Stato d’Israele non ha mai dimostrato, come è confermato non solo dalla mancata applicazione, da parte di Israele, delle innumerevoli risoluzioni ONU contro la politica d’espansione coloniale, ma anche dalla continua violazione del Diritto Internazionale, vilipeso anche attraverso il sistematico bombardamento preventivo di uno Stato sovrano come la Siria, senza neanche la dignità politica di dichiarare guerra, ma con aggressioni vigliacche e sconsiderate.
La verità è che, dopo anni di ricerca, lavoro, analisi, sia il Rapporto sull’Apartheid di Amnesty International, presentato dalla Dott.ssa Tina Marinari, sia quello realizzato per l’ONU dall’Avv.ta Francesca Albanese, hanno evidenziato che le autorità israeliane devono essere chiamate a rendere conto del crimine di apartheid contro i palestinesi.
Le massicce requisizioni di terre e proprietà, le uccisioni illegali, i trasferimenti forzati, le drastiche limitazioni al movimento e il diniego di nazionalità e cittadinanza ai danni dei palestinesi, evidenziano il sistema di oppressione e dominazione di Israele nei confronti della popolazione palestinese.
Sono atti che alimentano un sistema che, secondo il diritto internazionale, costituisce apartheid, e che, secondo Amnesty International, è basato “su violazioni dei diritti umani” e, quindi, è un crimine contro l’umanità; così è definito dallo Statuto di Roma del Tribunale penale internazionale e dalla Convenzione sull’apartheid.
La Carta delle Nazioni Unite parla chiaro, affermando anche che qualunque popolo, anche quello palestinese, ha il diritto di resistere ad un’invasione straniera e che non può essere certo l’invasore a decidere quale resistenza sia legittima, a partire da quella non violenta del Boicottaggio, Disinvestimento e Sanzioni (BDS) promossa dalla società civile.
Per questo è giunto il momento che non solo i mass media, ma la società democratica tutta apra gli occhi sulla verità e operi in modo che gli abusi cessino al più presto. Uno stop che può avvenire solo se si riconoscono e praticano i diritti del popolo palestinese, compreso il diritto al ritorno dei profughi, così come sono riconosciuti quelli del popolo israeliano.
Ass. “Per non dimenticare – OdV”
Aderiscono all’appello:
Rete di Lilliput Modena
Ass. “Alkemia – APS – Laboratori multimediali”
Novara Flavio – direttore resp. “Alkemianews.it” – periodico on line
Mirca Garuti – Premio Internazionale Stefano Chiarini
Redazione “Contropiano” – periodico on line
Associazione amici prigionieri palestinesi
Associazione Amicizia Italo-Palestinese Firenze
Comitato Pistoiese per la Palestina
Elisabetta Valento
Al Amad Ahmad
Rossella Marchini – Dinamopress
Pasquale Liguori – Collaboratore Dinamopress e Comune.info
Vittorio Rosa – Sindacato Lavoro Società
A tale scopo è stata lanciata una petizione su Change.org.
“sono nato dove non c’erano costrizioni” (Geronimo)
L’Espresso è noto da sempre come strumento per hitman della comunicazione. In italiano, più o meno, significa che quando qualcuno vuol fare una campagna negativa, denigrante fino alla depressione può usare, come arma contundente, le pagine de l’Espresso. Naturalmente una campagna che vada negli interessi di ciò che comunemente si chiama centrosinistra. O meglio del pezzo di Italia che conta in quell’area di politica istituzionale, mica elettorato. Questa regola, aurea, valeva tanto più per gli anni ’70. Anzi peggio, perché all’epoca per L’Espresso era già suonata, in modo traumatico, l’ora della fine della ricreazione. Si a quell’epoca, si potevano denunciare le malefatte della Dc, i potentati della Nato, ma ormai il dado era tratto. Era cominciata l’epoca della difesa del governo di compromesso storico bisognava quindi attaccare gli “eccessi” degli operai e dei giovani.
Era il periodo in cui Repubblica nacque per liberalizzare il Pci ma da destra (anche se qualcuno, come al solito, capì il contrario). Bisognava contenere i salari, bloccare gli scioperi, aumentare la produzione, in un programma delle sinistre che, oltre alla produzione, salvava anche la Dc. Cominciava il periodo in cui la retorica dei diritti civili era giocata contro la contestazione al modello di sviluppo. Era quindi l’epoca delle operazioni da hitman che, con l’attacco al movimento del ’77 e successivi, costruirono vere e proprie pietre miliari della storia del giornalismo della denigrazione in Italia. I collettivi, gli studenti, i giovani politicizzati dovevano essere rappresentati come scoppiati, confusi, negativi, persi. Di contrasto c’era la “grande” politica, quella del presunto progressismo italiano. Quella che, come sappiamo, avrebbe portato, l’Italia nell’abisso, dall’epoca dell’abbraccio delle sinistre con la Dc ai governi Prodi, senza soluzione alcuna.
Ogni grande operazione di denigrazione, come sappiamo, ha un inizio e una fine. Una fine, per quanto riguarda l’Espresso e Repubblica nei confronti del movimento, la troviamo all’inizio degli anni ’80. Una volta sconfitti i collettivi, i movimenti, gli operai (alla Fiat, con la compartecipazione di Bertinotti e Fassino, nomi sinistri che sarebbero arrivati fino a noi), una volta terminato il passaggio nelle carceri di 16.000 persone (eh già, pochi sanno che Amnesty International nel marzo ’82 dichiarò di aver raccolto una “mole impressionante” di testimonianze sulle torture ai detenuti politici in Italia) la stampa progressista e di sinistra poteva ben dedicarsi alle culture underground giovanili del periodo. Le migliori, per quel genere di giornalismo: facevano look, di copertina ma impolitiche che lasciavano fare le cose serie alla sinistra disastro, quella che sarebbe arrivata fino ai nostri giorni. Ma se quel periodo è la fine, l’inizio di una campagna di denigrazione contro il movimento durata almeno un lustro (e rinverdita, anni dopo, contro “violenti”, “black bloc”, “hooligan”, “no-tav” etc.) lo troviamo al Parco Lambro, giugno 1976.
La campagna dell’Espresso, e della stampa progressista, sul Lambro è l’inizio di una vera, politicamente parlando, caccia all’uomo. E qui facciamo un utile flash back: in quel giugno, le elezioni più importanti dopo il ’48 si sono concluse, si va verso il governo, di compromesso storico, Andreotti, appoggiato dal Pci che aveva Napolitano come ambasciatore presso l’esecutivo. Programma chiaro: sacrifici, normalizzazione, solita vita di corte di sempre per le classi dirigenti, contenimento dei salari. Per il necessario recupero di competitività del paese in un modello di sviluppo già allora senza senso, ci mancherebbe. Il delirio che conosciamo, che si è snodato nel tempo da Andreotti, a Ciampi, a Prodi, a Monti. Il movimento che si riunisce al Lambro viene invece dalla fase delle lotte del proletariato giovanile e celebra il proprio festival. Dopo una stagione di conflitti del proletariato metropolitano dell’epoca, il cui acuto collettivo fu la rivolta dell’aprile 1975, verso quelli dell’autunno del 1976 che trovarono esplosione finale nella battaglia della Scala, all’inaugurazione della stagione teatrale milanese di quell’anno. Si trattava, ma è l’abc per chi è interessato alla storia reale, di un movimento molto diverso dal ’68, per composizione interna, per obiettivi, per cultura, per il conflitto aperto che esprimeva nei confronti della sinistra istituzionale ormai sistemica e povera di prospettiva. Ne “L’editore” di Nanni Balestrini si rappresenta bene questa situazione, quando nelle discussioni informali tra studenti, tra giovani, c’è un dialogo dove si rappresenta l’antifascismo come acquisito, e scontato, e dove si conviene apertamente che per conquistarsi la libertà si deve andare allo scontro frontale con il Pci e la Cgil. Si parla di dialoghi e di comportamenti che oggi non trovano nè traduzione nè spiegazione. La comprensione, va detto, non l’hanno mai trovata. Si tratta di linguaggi e comportamenti che risultano incomprensibili ad un’Italia contemporanea che non ha, né al momento desidera, le categorie per leggere adeguatamente tutto questo. Eppure allora, quaranta anni fa, era la pratica di movimento di tutti i giorni, di decine di migliaia di persone, in ogni angolo del nostro paese. Tra scuole, università, fabbriche e territori.
Ogni pratica, ogni generazione di lotta ha quindi la propria epifania. Quella generazione l’ebbe con il festival del parco Lambro del giugno del 1976. E qui c’è da capirsi su una cosa: se c’è un senso di libertà che è irrappresentabile oggi è quello di essersi liberati dal lavoro, dalla famiglia, dalle istituzioni, dalla disciplina, dalla morale, dal buonsenso e tutto assieme. Questo senso di liberazione è avvenuto, è stato vissuto, e collettivamente, in quel periodo. Qualcosa di impensabile per la sinistra istituzionale che viveva di etica del lavoro, timore reverenziale verso le istituzioni, il partito, la morale. Era una rottura, tra il movimento e la sinistra istituzionale, prima ancora antropologica che politica. Rottura che si celebrò al Lambro tra nudi, amori sui pratini, espropri contro gli stessi organizzatori del festival, incidenti, concerti, feste diffuse. Una rottura celebrata con splendori e miserie perché solo nei dipinti con gli angioletti e il cielo terso si fa vedere un mondo che osanna il creato e senza nubi all’orizzonte. Per la sinistra istituzionale, e quella giornalistica dell’Espresso, era troppo. La campagna di denigrazione dell’Espresso sul Lambro, che oggi la stessa testata online celebra con orgoglio, dette simbolicamente il via ad una operazione di denigrazione mediatica di una generazione lunga un lustro. Intrecciando questa operazione, sempre mantenuta, con servizi di denuncia sociale, di inefficienze della politica e di problemi sindacali. Ma sempre, sistematicamente, lavorando ai fianchi contro questo scandalo di decine di migliaia di persone in aperta secessione, e aperto conflitto, contro un paese provinciale e ottuso che stava precipitando in un lungo declino ampiamente annunciato proprio dal movimento di cannibali che la sinistra istituzionale demonizzava come tali.
A quarant’anni dal Lambro, l’Espresso torna sulle copertine, e i servizi, del delitto. Sul seno nudo in prima pagina di quaranta anni fa che, da un lato, faceva vedere che si trattava di un settimanale aperto mentre, dall’altro, serviva per aprirsi sì, ma alla denigrazione più banale, sistematica e deprimente di un movimento. Su committenza Pci, Cgil e, oggi si direbbe, gruppo Repubblica-Espresso. Oggi è chiara una cosa: l’Italia non era in grado di contenere qualcosa di diverso dal solito processo di civilizzazione scuola-lavoro-disoccupazione-casa-ufficio. Le stesse invocazioni, che si sentono persino ai giorni nostri, di un paese “normale”, onesto privo di scosse, che funziona sono indice di questa povertà culturale, e persino di quella economica (solo le anomalie producono innovazioni quindi ricchezza) che continua a permanere.
L’Espresso di oggi, riportando compiaciuto i servizi di allora, scrive del Lambro “l’esaltazione della libertà assoluta che avrebbe segnato il tramonto della speranza”. Prima questione: il Lambro non esaltava, esprimeva. La stessa idea di esaltazione era estranea a quel movimento che contestava ogni eccesso ideologico anche fino a divorare sé stesso: il militarismo, il maschilismo, il miltantismo, il freakketonismo, il pacifismo, il riformismo (quindi comportamenti opposti tra loro) erano messi regolarmente a critica. Gli esaltati si beccavano un coro di “scemo, scemo”, in una cultura collettiva dell’ironia estranea alla politica di oggi persino non in grado di sopportare una imitazione di un comico. Seconda questione: il movimento non aveva alcun assoluto perché nato contro il concetto stesso di idealismo. Terza questione: il concetto, nella subcultura politica di oggi, della speranza ha un’origine marcatamente cattolica. Si tratta di una sorta di orizzonte che mai si avvicina e che vuole la propria inavvicinabilità come consolazione di sofferenze reali. Il movimento era contro la speranza, orizzonte lontano. Come sappiamo voleva tutto e lo voleva subito.
Il titolo de L’Espresso del 2016 è un tutto un programma: “quando al Lambro finì il futuro”. Niente di più falso, il futuro finì nella connivenza e nell’ottusità di una sinistra alleata di Andreotti, dei Ciancimino, dei Gava, dei Fanfani che si immolò per un modello di sviluppo che non aveva alcun senso né prospettiva (come vediamo oggi) salvo per chi poté capitalizzare questo processo in termini di carriera. L’Espresso celebra quindi felice le proprie stupidaggini di allora, esaltando il proprio vuoto patrimonio culturale fatto anche di scuola della denigrazione, della disinformazione, dell’ignoranza. Per prepararsi a nuove stagioni contro il prossimo nemico, su ordine dei residui del centrosinistra e della proprietà della testata, ci mancherebbe. Resta solo da invitare la nobile testata, che vive agitata da incubi che si è creata da sola, a lasciar stare il Lambro. In fondo non ci ha capito nulla quaranta anni fa è impensabile lo faccia adesso. Senza voglia, senza strumenti, senza acume. La dimensione dell’Espresso sono i servizi sugli scontrini dei deputati, sul Ruby bis, gli articoli su chi sale e scende nel borsino del potere, le cronache del palazzo. O gli scandali per sostituire un Cda con un altro. Sul Lambro, su splendori e miserie di un festival che fu rito di una rottura antropologica rimandiamo invece all’estratto del girato di un grande regista di movimento, Alberto Grifi.
Se qualcuno avrà stropicciato gli occhi leggendo questo non è colpa nostra. Anzi abbiamo usato categorie narrative semplici, nessuna storiografica o analitica. Ma l’Italia è un paese dove il passato è talmente rimosso che, quando fuoriesce, appare inverosimile. Comunque, “Un tranquillo festival pop di paura”, quale fu il Lambro secondo Gianfranco Manfredi è poi una di quelle vicende non di facili letture. Di certo banalizzata dalle polemiche sugli espropri e sui nudi. Del resto si era agli albori di quella polemica sul frammento rispetto all’assieme, sul dettaglio scandalistico che è oro e petrolio, in termini di attenzione di pubblico e di fatturato pubblicitario, dei media di centrosinistra (e non solo). Resta da dire una cosa. C’è un disagio, parola usata spesso in redazioni come quelle dell’Espresso, che nella testata diretta da Vicinanza (passato di redattore presso l’Unità, il Centro, il Mattino, ha ricevuto il premio “per la legalità”, insomma non proprio Allen Ginsberg) nessuno mostra d'aver provato. Quello, rappresentato sempre nell’Editore di Balestrini. Quello di colui che ha provato quella libertà, quella rottura antropologica ed è costretto a tornare. Nel mondo dove comandano impresa, sopraffazione e denaro. E’ grave, oggi, vivere senza aver provato questo disagio. Significa non conoscere cosa vuol dire essere liberi. Visto che all’Espresso questo disagio, e con lui la libertà, è sconosciuto magari la testata potrebbe fare un piacere a tutti. Potrebbe non occuparsi più di vicende come il Lambro per tuffarsi in quell’entropia della comunicazione digitale che è la giusta, comoda, pietosa tomba per testate come L’Espresso.