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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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05/01/2023

La scienza sottomessa alla fede. L'irricevibile visione di Ratzinger

L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti segnala con una nota che con la morte di Ratzinger pure sui giornali molti commentatori (anche di testate “laiche”) non hanno mancato di fare elogi sperticati del papa emerito, proclamandolo conciliatore – nientemeno – tra ragione e fede.

Quanto questa ricostruzione sia falsata lo mette bene in chiaro il divulgatore scientifico Silvano Fuso su MicroMega proprio ripercorrendo gli scritti e le dichiarazioni pubbliche di Benedetto XVI. Infatti Ratzinger, da intellettuale religioso schiettamente conservatore che temeva la scienza moderna, vedeva questa “compatibilità” solo quando la ragione si sottomette totalmente alla fede.

Qui di seguito il commento critico di Silvano Fuso comparso su Micromega

*****

Joseph Ratzinger, la ragione e la scienza

La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. In realtà fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima si sottomette in maniera totale e incondizionata alla fede.

La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui, sottolineando la finezza intellettuale del pontefice emerito scomparso, si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. Spesso, inoltre, Ratzinger viene ritratto come il papa del dialogo, animato da una ricerca teologica il cui filo conduttore è appunto l’equilibrio tra ragione e fede.

In realtà andando a rileggere molti dei suoi scritti e delle sue dichiarazioni pubbliche emerge un quadro piuttosto diverso. Fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima abdica completamente dalle sue prerogative per sottomettersi in maniera totale e incondizionata alla fede.

Vale quindi la pena andare a rileggere alcune sue affermazioni.

Nella celebre conferenza tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006, Ratzinger scrive:

“Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche.

Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia.

Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere”
.

In definitiva, secondo Ratzinger, se si spiega la realtà senza accettare “la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura”, si è irrazionali.

Vale la pena ricordare che la scienza fa proprio questo: spiega la realtà senza ipotizzare alcuna struttura razionale operante nella natura. Pensiamo, ad esempio, alla teoria dell’evoluzione biologica, la quale si sviluppa in modo casuale, senza alcuna finalità o disegno.

Tali concetti sono stati ribaditi da Ratzinger nella sua enciclica Spe Salvi, pubblicata il 30 novembre 2007. In essa, coerentemente con tutto il suo pensiero, viene ribadita la limitatezza della sola ragione senza fede e una ferma condanna dell’illuminismo:

“La ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione”.

Ed è piuttosto curioso che Ratzinger non esiti a citare un autore della scuola di Francoforte per avvalorare la sua critica al progresso, ritenuto ambiguo e non necessariamente positivo:

“Già nel XIX secolo esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare.

Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male.

Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cfr Ef 3,16; 2 Cor 4,16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo”
.

Tornando alla conferenza di Ratisbona, Ratzinger si focalizza poi sulle scienze in particolare e scrive:

“Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità.

Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o prescientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione”
.

Questo approccio riduttivo non è però accettabile per Ratzinger:

“Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo.

Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale.

È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo constatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente”
.

Per Ratzinger è intollerabile (e addirittura patologico) che gli interrogativi “propriamente umani” diventino un problema soggettivo, ai quali ciascuno fornisce la risposta che meglio crede. In pratica ancora una volta, dopo circa quattro secoli dalla condanna di Galileo e dal rogo di Giordano Bruno, la Chiesa Cattolica mostra di non sopportare il libero pensiero e vuole avere il monopolio della verità.

L’alternativa che Ratzinger propone è infatti una sottomissione della “ragione ristretta”, tipica del pensiero scientifico, a una “ragione estesa” che coincide con la fede:

“L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle.

Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica, e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze”
.

Ratzinger ha ulteriormente ribadito la sua posizione nei confronti dei possibili pericoli derivanti dalla scienza il 16 ottobre 2008, durante l’udienza ai partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel X anniversario dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II.

Ribadendo, al solito, la sostanziale superiorità della fede nei confronti della ragione, questa volta Ratzinger non ha trovato di meglio che accusare gli scienziati di arroganza e di desiderio di facili guadagni:

“Avviene, tuttavia, che non sempre gli scienziati indirizzino le loro ricerche verso questi scopi. Il facile guadagno o, peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al Creatore svolgono, a volte, un ruolo determinante. È questa una forma di hybris della ragione, che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità”.

Ora, di tutto si possono accusare gli scienziati, ma non certo di avere forti interessi economici. Molto spesso lavorano in condizioni disagiate, con assunzioni precarie e con finanziamenti esigui: sono ben altre le categorie che si muovono allettate da “facili guadagni”.

Riguardo alla presunta arroganza, ben rispose a suo tempo il fisico Tullio Regge (1931-2014) in una dura critica al discorso del papa:

“La «arroganza degli scienziati» è accusa ingiusta e indiscriminata e pone sotto accusa tutto il mondo scientifico. Il vero scienziato tiene conto degli errori commessi e delle critiche, molto di più di quanto facciano molti uomini di Chiesa. Lo scienziato è uomo e come tale può commettere errori ma non possiede il monopolio dell’errore.

Rendiamoci conto infine che lo scienziato prova pietà umana verso chi soffre di una grave malattia esattamente come accade all’uomo della strada. Il Papa pare aver dimenticato i tempi dell’Inquisizione spagnola e dei roghi su cui Torquemada, uomo di Chiesa, sterminava dei poveracci soltanto perché ebrei, tempi in cui la filosofia e la teologia si rivelarono in quel contesto strumenti devastanti e micidiali”
.

Anche nel testamento spirituale pubblicato dopo la sua morte, Ratzinger non ha risparmiato critiche alle scienze, mostrando di non averne compreso a fondo l’evoluzione storica:

“Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica.

Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità”
.

Abbiamo accennato alla teoria dell’evoluzione, vero pilastro delle moderne scienze biologiche, che è stata spesso oggetto di aspre critiche da parte del defunto papa emerito.

Joseph Ratzinger ha espresso chiaramente il suo pensiero riguardo all’evoluzione in un libro dapprima pubblicato in Germania e successivamente anche in Italia dal titolo Creazione ed evoluzione (3). Il volume raccoglie gli Atti del consesso a porte chiuse tenutosi nella residenza estiva papale di Castel Gandolfo dall’1 al 3 settembre 2006.

Si trattava dell’incontro annuale del Ratzinger ­Schülerkreis, il gruppo di ex dottorandi del professor Ratzinger alle università di Bonn, Münster, Tubinga e Regensburg, che dal 1978 si è riunito regolarmente con il proprio maestro. Anziché limitarsi a considerazioni metafisiche, imprudentemente, Ratzinger questa volta si avventura in affermazioni che riguardano il contenuto della teoria dell’evoluzione:

“A me pare importante, in particolare, come prima cosa, che la teoria dell’evoluzione in gran parte non sia dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10mila generazioni. Ciò significa che ci sono dei vuoti o lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità sperimentale a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce. […] La teoria dell’evoluzione non è ancora una teoria completa, scientificamente verificabile”.

Tale affermazione è palesemente falsa: esistono infatti numerosissime prove a favore della teoria dell’evoluzione biologica, prove che includono anche l’osservazione diretta di mutazioni in tempi brevi (basti pensare ai grossi problemi causati dalle rapide mutazioni del virus SARS-CoV-2).

Nello stesso testo Ratzinger non perde l’occasione per rivolgere, ancora una volta, una critica alla scienza in generale:

“La scienza ha aperto tante nuove strade alla ragione, portandoci verso nuovi approfondimenti. Ma nell’entusiasmo per la portata delle sue scoperte, la scienza tende ad allontanarci da quelle dimensioni della stessa ragione di cui abbiamo ancora bisogno. I suoi risultati portano a domande che vanno oltre il canone metodologico e che non possono avere risposta al suo interno”.

Se con questo si intende che la scienza non può rispondere a tutte le domande che l’uomo si pone, si può essere senz’altro d’accordo: chi conosce la scienza per quello che è e non ha di essa un’immagine ideologizzata è perfettamente consapevole di questo limite.

Tuttavia Ratzinger sembra voler dire qualcos’altro, come ampiamente chiarito negli altri suoi scritti già citati.

Il giorno 17 gennaio 2008 Ratzinger, invitato dall’allora Rettore Prof. Renato Guarini, avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione del 705esimo anno accademico della Sapienza di Roma. La sua partecipazione venne poi annullata in seguito alla reazione di numerosi docenti dell’ateneo.

Nella allocuzione che avrebbe dovuto tenere in quell’occasione, Ratzinger ribadisce sostanzialmente la sua posizione riguardo ai rapporti tra scienza, ragione e fede. In un passo del discorso, citando S. Agostino, sostiene addirittura che la semplice conoscenza renderebbe tristi:

“È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica.

Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.

Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa”
.

In un altro passo, Ratzinger sottolinea ancora una volta la necessità che la ragione sia sottomessa alla fede:

“Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.

Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma”
.

Un altro ambito il cui il pensiero di Ratzinger mostra la sua totale lontananza da qualsiasi impostazione razionale riguarda la concezione del dolore e della sofferenza.

Tale concezione traspare in modo piuttosto chiaro anche all’interno dell’enciclica Spe salvi. Pur sottolineando la necessità di diminuire la sofferenza, Ratzinger ne esalta comunque il valore e ne ribadisce ancora una volta l’origine legata alle colpe dell’umanità:

“Come l’agire, anche la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall’altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile.

Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche. Sono tutti doveri sia della giustizia che dell’amore che rientrano nelle esigenze fondamentali dell’esistenza cristiana e di ogni vita veramente umana.

Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza”
.

Più avanti poi si comprende che, tutto sommato, secondo Ratzinger la limitazione della sofferenza comporta il rischio di togliere senso alla vita e solamente la sua accettazione può consentire all’uomo di ritrovarne uno e di maturare:

“[…] Ritorniamo al nostro tema. Possiamo cercare di limitare la sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine.

Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore”
.

Via via che procede nelle sue riflessioni sulla sofferenza, Ratzinger ne sottolinea sempre di più il valore fino a definire “crudele e disumana” una società che non sia in grado di accettarla, proponendo la compassione come rimedio al dolore necessario:

“La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana.

La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza”
.

E arriva al punto di farne una vera e propria esaltazione:

“Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso”.

Sicuramente queste concezioni della sofferenza hanno pesantemente rallentato in Italia la diffusione delle terapie del dolore. Pensiamo, ad esempio, alla scarsa diffusione dell’uso dell’anestesia epidurale durante il parto, sicuramente influenzata dal monito biblico rivolto alla donna, destinata a ‘partorire nel dolore’.

Non possiamo infine non ricordare le posizioni sostanzialmente reazionarie assunte da Ratzinger nei confronti della comunità LGBTQ+.

Da un lato si condanna ogni discriminazione dei soggetti omosessuali. La Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, all’articolo 10 della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica per la cura pastorale delle persone omosessuali del 1986, aveva infatti affermato:

“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei Pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”.

Dall’altro lato però si considera l’omosessualità moralmente deprecabile. Nella citata lettera, infatti, ci si affretta a precisare che:

“Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”.

Come dire, è giusto deprecare gli eccessi dell’omofobia, ma la si può perfettamente comprendere. Ogni commento è superfluo.

Si potrebbero ricordare tante altre affermazioni di Ratzinger (tra cui anche un’esplicita ‘La scienza senza Dio è una minaccia per l’umanità’) in cui l’armoniosa convivenza tra fede e ragione esaltata da molti appare francamente molto dubbia.

Come è stato efficacemente sottolineato sulle pagine di questa testata, Ratzinger è stato sostanzialmente un “raffinato interprete del conservatorismo insito nella Chiesa”. Ha svolto il suo ruolo, di cardinale prima e di pontefice poi, portando avanti posizioni tipiche della Chiesa Cattolica e in questo non vi è nulla di sorprendente.

Quello che invece desta un certo stupore e un certo fastidio è che lo si voglia ritrarre per quello che non è stato e soprattutto il fatto che certe riletture vengano da parte di coloro che per ruolo e tradizione culturale dovrebbero mostrare un po’ più di senso critico nel fornire valutazioni su esponenti del clero.

Note

1: T. Regge, “Stiamo tornando ai tempi di Galileo”, Il Giornale, 17 ottobre 2008

2: S. O. Horn und S. Wiedenhofer, Schöpfung und Evolution, Sankt Ulrich Verlag, Gebundene Ausgabe 2007

3: S. O. Horn e S. Wiedenhofer, Creazione ed evoluzione. Un convegno con Papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2007.

Fonte

25/07/2017

Russia: “per gli anziani non c’è posto” e poco anche per gli altri

Qui non c’è posto per gli anziani: perché in Russia non amano i pensionati”, titola MK (Moskovskij Komsomolets), scrivendo che nella classifica mondiale sul livello di vita della popolazione pensionata, stilata da Natixis-Global asset management sui migliori paesi per i pensionati, la Russia è venuta a trovarsi “a livello spazzatura”. Dei 43 paesi esaminati, peggio della Russia stanno solo Brasile, Grecia e India, mentre Turchia, Cina e Messico la sopravanzano. I criteri per la graduatoria sono: livello di assistenza sanitaria, di pensione, qualità di vita e benessere materiale. Per fare un pur astratto raffronto, su una graduatoria stilata da una banca d’affari per la propria esclusiva clientela, l’Italia è posta al 29° posto, dietro Estonia, Singapore e Polonia e prima di Ungheria, Lituania e Portogallo. In testa alla classifica Norvegia, Svizzera, Islanda e Svezia; la Germania è al 7° posto; USA, Gran Bretagna e Francia rispettivamente al 17°, 18° e 19°.

Secondo Natixis, sulla bassa aspettativa di vita in Russia incidono le cattive condizioni ecologiche e il basso livello di assistenza sanitaria; proprio ciò che un tempo costituiva il fiore all’occhiello del “welfare” sovietico. Le basse pensioni fanno il resto. Negli ultimi due anni e mezzo, nota MK, la pensione reale si è ridotta del 2% ed è di una volta e mezzo inferiore ai salari medi. La pensione media era di 12mila rubli nel 2016 e, benché superiore al minimo di sopravvivenza (stimato a 9.956 rubli), il 45% dei pensionati non ha potuto permettersi le medicine. Insieme alla prospettiva, da tempo annunciata, dell’innalzamento dell’età pensionistica, le generazioni dei nati negli anni ’80 e ’90, scrive MK, già temono di non vedere affatto la pensione. 

Non nasconde la realtà il presidente della Commissione lavoro della Duma, Jaroslav Nilov, che ammette a Interfax che “Le pensioni sono misere. Siamo finiti tra i cinque peggiori paesi del mondo: al livello di India, Grecia, Cina, e questo già da qualche anno”; e aggiunge che, grazie a manovre speculative, molti perdono quanto accumulato nel passaggio da un fondo non governativo a un altro o anche dal fondo pensionistico statale a uno non statale. Già qualche mese fa, la stessa MK scriveva del congelamento, dal 2014, dei fondi accumulati per la pensione, pur se, a inizio 2017, sono cresciuti del 5,4% (pari all’inflazione del 2015) gli assegni di 31 milioni di pensionati non più occupati e di altri 15 milioni di invalidi, veterani di vari fronti, persone esposte a radiazioni, eroi dell’Unione Sovietica, della Russia e del Lavoro socialista, ecc. 

Sull’altro versante, scrive Anastasia Vlasova ancora su MK, l’avvocato Jurij Kačan ha fatto causa al Ministro del lavoro Maksim Topilin, chiedendo spiegazioni circa la colossale disparità di trattamento pensionistico tra i deputati della Duma e i comuni cittadini. Nella querela, Kačan chiede su quali basi “sussista una legislazione separata” che pone i deputati in posizione privilegiata. L’avvocato si è rivolto al tribunale, dopo che ripetute richieste di chiarimenti ai competenti organi erano rimaste senza risposta.

Come che sia, secondo il Rosstat, il Servizio federale di statistica, nei primi cinque mesi del 2017 il saldo negativo tra nascite e decessi è stato di circa 112.000 unità (791mila morti e 679mila nascite) quasi triplicando il saldo negativo del 2016 (41,6mila). Secondo Denis Sukhov, che riporta il dato su KP (Komsomolskaja Pravda) in 28 regioni del paese i decessi hanno superato le nascite di 1,5-2 volte, mentre la caduta demografica è stata compensata per il 72,2% da poco più di 80mila migranti nel periodo gennaio-maggio. Anche se non viene specificato da quali aree questi provengano, si deve supporre che siano originari di altre Repubbliche dell’ex Unione Sovietica. Insomma, sembra che il venir meno della “sicurezza nel domani” – biglietto da visita della politica sociale sovietica – e anche l’insicurezza nell’oggi, siano alla base di tali risultati.

Forse anche per queste ragioni, e per la carenza di sicure e precise proposte politiche di alternativa al sistema sociale erede dei “malvagi anni ’90”, secondo il non ufficiale Centro Levada negli ultimi tre anni sarebbe diminuita della metà la popolazione atea, anche se è precipitata dal 42% del 2005 al 28% attuale la percentuale di chi ritiene che la chiesa debba esercitare la propria influenza sulle decisioni governative. Il 58% degli intervistati (purtroppo, non si evidenziano dati su appartenenza sociale, età, professione, ecc.) la pensa comunque in modo opposto. Il 92% si dice ben disposto verso la tradizione ortodossa; a cattolica, protestante, musulmana, giudaica e alle religioni orientali vanno rispettivamente il 74, 61, 59, 55 e 57% delle preferenze. 

Il 62% degli intervistati rispetta l’opinione degli atei; ma, secondo i sociologi, continua a crescere il numero di coloro che si dichiarano “credenti” o “in qualche misura religiosi”: dal 35% al 53% negli ultimi tre anni. Dal 2014 a oggi si sarebbe dimezzato (dal 26 al 13%) il numero di coloro che si dichiarano apertamente atei. “Come per il passato, siamo convinti che la religiosità sia direttamente legata al senso di stabilità e di sicurezza nel domani... La religione continua a conciliare l’individuo con il fatto che il nostro ordinamento sia giusto e dato da dio”, chiosa il sito rotfront.su.

E al quadro aggiunge forse qualcosa anche un’altra statistica: secondo l’ufficiale VTsIOM, il 62% dei russi è favorevole all’apposizione di targhe, lapidi, citazioni, busti, che ricordino i successi ottenuti durante l’epoca di Stalin. Alla domanda sul perché si sia favorevoli, il 57% risponde che “ciò fa parte della nostra storia e i giovani la devono conoscere”; per il 18%, “grazie a Stalin, abbiamo vinto nella Grande Guerra Patriottica”. Per il 9% la ragione è che Stalin ha fatto molto per il bene del paese; lo ha elevato e reso grande (8%); infine il 5% ricorda l’ordine che c’era con Stalin, grande leader e grande personalità. Il 65% si è detto contrario all’apposizione di targhe relative agli insuccessi e alle colpe di Stalin. Il VTsIOM evidenzia una discreta percentuale di indifferenza: il 33% degli intervistati non manifesterebbe né chiara soddisfazione né evidente insoddisfazione per l’apposizione di targhe o lapidi sulla facciata delle abitazioni vicine; il 42% sarebbe a favore e il 21% contrario. 

Ciò ha qualche attinenza con il fatto che, sempre secondo il VTsIOM, nella Russia di oggi il 10% dei cittadini non ha sufficienti entrate per gli alimenti e il 29% per i vestiti; complessivamente, allo scorso maggio, era considerato povero il 39% dei russi (il 54% tra i pensionati e il 46% tra gli abitanti delle zone agricole). A inizio anno, lenta.ru scriveva che circa 20 milioni di persone vivevano al di sotto della soglia di povertà. Da tempo il PCFR denuncia che 72 persone su 100 vivano con un reddito di 15.000 rubli mensili, a fronte di una media salariale ufficiale che nel 2016 era di circa 36.700 rubli; ma, sembra che 5 milioni di persone percepiscano salari di 7.500 rubli. 

New World Wealth pone la Russia al primo posto, tra le maggiori economie mondiali, con il più alto grado di disuguaglianza sociale: sembra che il 10% dei russi (ma il vice presidente della Commissione lavoro della Duma, Nikolaj Kolomejtsev, parlava mesi fa del 3%) detenga il 90% della ricchezza nazionale. Se nel 1931, al termine della prima pjatiletka staliniana, l’URSS dichiarava scomparsa la disoccupazione, oggi la vice primo ministro Olga Golodets può tranquillamente ammettere che, su una popolazione in età lavorativa di circa 87 milioni, “nei settori a noi noti, sono occupati 48 milioni di individui. Non è chiaro dove siano occupati, in cosa siano occupati e come siano occupati tutti gli altri”. Questa è la nuova Russia.

Fonte

L’intolleranza di Scalfari

Non siamo certi che con l’avanzare dell’età si perdano molte delle facoltà intellettuali. Certo, non si è più brillanti e perspicaci come in gioventù, ma si può onestamente fare il proprio lavoro mentale (vedi anche qui per una definizione) senza sfarfallare come fanciullini catturati da ogni moda.

Per farlo, ovviamente, serve qualche principio di razionalità che non coincida con “il mercato”, notoriamente bisognoso di novità anche inventate (“mode”, in qualche misura) pur di rivendere più volte prodotti intellettuali non esattamente innovativi.

Lo Scalfari dell’anzianità ha perso in brillantezza, come capita a tutti (e non gliene si può fare una colpa). Ma sotto la brillantezza, a quanto pare, non c’era molto di solido. Una delle sue più infelici sortite recenti ha preso di mira gli atei, paragonati niente di meno che agli scimpanzé.

Capiamo che l’avvicinarsi dell’ultima ora spinga diversi laici impenitenti a mostrarsi pii, non potendo o volendo scommettere sull’esistenza o meno di un qualcosa dopo la morte. Però, se si conosce un poco la Storia (e Scalfari un tempo la conosceva), si sa che l’intolleranza è una disposizione mentale caratteristica, quasi obbligata, in chiunque confidi nell’esistenza di un dio. Qualsiasi dio, senza eccezione. Perché ha “bisogno” di affermare questo assoluto, in qualsiasi modo, mentre un ateo “è costretto” a fare affidamento sull’attivazione dell’intelligenza degli esseri umani (purtroppo scarsa). Stragi immonde sono state immaginate e realizzate per imporre un dio al posto di un altro, o contro gli atei (che non tendono in genere a “fare chiesa”), tutti egualmente etichettati come “infedeli”.

Al contrario, non si ha memoria di violenze degli atei contro i fedeli di qualsiasi dio. O comunque, anche là dove una guerra civile veniva connotata (dai reazionari), come una guerra dei “fedeli” contro gli “atei” (per esempio i comunisti), la violenza degli atei non aveva come motivazione o giustificazione, o obiettivo da realizzare, “l’assenza di un dio”, ma una ben più terrena prevalenza di interessi sociali opposti a quelli occultati furbescamente sotto “la fede”.

La risposta più razionale a Scalfari non poteva che venire dall’Unione degli Atei Agnostici e Razionalisti (Uaar), di cui riportiamo il comunicato.

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«Da oggi cambiamo nome: non saremo più l’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti, ma l’Unione degli Orango e degli Scimpanzé. Grati al signor Eugenio Scalfari per averci illuminato circa la nostra vera natura».

Il segretario dell’Uaar, Stefano Incani, commenta così l’articolo uscito su L’Espresso domenica 23 luglio, dal titolo “Atei militanti perché sbagliate”, in cui il fondatore del settimanale dice che gli atei gli ricordano gli scimpanzé «dai quali la nostra specie proviene», perché dotati di un «Io che non pensa e non si vede operare e non si giudica», e quindi, sempre nelle parole di Scalfari, di un «Io di stampo animalesco».

«Il paragone si commenta da sé – osserva Incani – ed è pure sbagliato. La nostra specie non proviene affatto dagli scimpanzé, ma come primati abbiamo più semplicemente un antenato comune. Non è solo questo comunque ad averci fatto cadere dalla sedia... pardon: dalla liana! È l’intero articolo a fare acqua da tutte le parti. In primo luogo – spiega il segretario Uaar – Scalfari dà una definizione di ateismo tutta sua e poi in base a questa attacca gli atei: il cosiddetto argomento dell’uomo di paglia. In realtà, la maggior parte degli atei non crede in dio perché non c’è alcuna prova che esista, e questo è tutto fuorché intollerante – è sano!».

«Scalfari accusa poi gli atei di essere intolleranti, ma non fornisce alcun esempio di “odio ateo”. La sua è una dichiarazione di principio: altro errore argomentativo che indebolisce ulteriormente l’intero impianto del suo ragionamento. Inoltre dipinge gli atei come individualisti, mentre su scala mondiale e sulla base di tutte le più recenti ricerche (e sì, Scalfari sbaglia anche su questo: ce ne sono molte a riguardo) sono proprio gli atei a essere più aperti alla “diversità”. D’altronde, se non si crede in dio è più facile prendere a cuore l’umanità (tutta)».

«In buona sostanza – conclude Incani – a emergere è l’intolleranza di Scalfari verso gli atei non certo quella degli atei verso chi non la pensa come loro. Dal fondatore di una delle riviste (un tempo?) più autorevoli del Paese ci saremmo aspettati qualcosa di meglio. Saranno state le conversazioni col papa a rivelargli la Verità assoluta?».

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27/10/2015

Che succede in Vaticano?

Brutto scherzo quello di chi ha passato al “Quotidiano Nazionale” la notizia sulla malattia di Bergoglio, poi smentita con veemenza dal Vaticano. Molto probabilmente la notizia non è vera, ma la smentita servirà a poco, perché, in casi come questa, è scontata.

C’è chi pensa a manovre del fronte anti Bergoglio da collegare anche alla fuga di notizie sulla lettera di dissenso dei 13 cardinali ed all’insolito coming out di padre Charamsa e che tutto rientri nella strategia offensiva del fronte conservatore.

Certo la coincidenza della notizia sulla malattia e la fase conclusiva del Sinodo (per di più per un supposto tumore al cervello, che magari suggerisce maliziosamente l’ipotesi di una decadenza intellettiva del Pontefice) fa sorgere più di un sospetto ma, non credo che tutto possa spiegarsi in questo modo: il Vaticano è un nido di vipere da sempre e la fuga di notizie riflette il costume (non solo in Vaticano) di un tempo che, sia per le caratteristiche tecnologiche dei mezzi di comunicazione, sia per la bulimia dei mezzi di informazione, sia per i sempre più spericolati giochi di intelligence, ci ha abituato a queste situazioni.

Ormai siamo di fronte a vere e proprie alluvioni informative, in cui passa di tutto, vero o falso che sia. Già ai tempi della fine del pontificato wojtiliano qualcuno “soffiò” ai giornalisti notizie sullo stato di salute del Papa (poi: solita smentita ma, in pochi anni, notizia confermata dai fatti), ed i “refoli” divennero trombe d’aria ai tempi di Ratzinger, con rivelazioni sullo Ior, sulla salute del Papa (questa volta smentite dai fatti), sulla questione dei preti pedofili eccetera.

Dunque, in sé la cosa non sorprende e può anche spiegarsi con il fuoco incrociato di varie “emittenti informative”. Ma alla fine questo è solo l’aspetto epifenomenico di quel che sta accadendo nella Chiesa cattolica con questo Sinodo. La cosa meno importante.

Si sa: i mass media rispetto alle analisi e agli approfondimenti, preferiscono il colore, le notizie ad effetto, la “roba pronta da friggere”, ma che in un tempo che spreca aggettivi come “storico” ed “epocale” ad ogni fermata di tram, sfugga la portata storica (qui ci vuole) di questo Sinodo è cosa che la dice lunga sul livello professionale del nostro giornalismo.

La Chiesa cattolica è ad un bivio radicale fra la prosecuzione sulla strada di sempre – ma correndo il rischio di sfaldarsi in tempi molto più brevi di quanto non si immagini – o prendere atto dei mutamenti intervenuti e riconsiderare totalmente il suo ruolo, la sua struttura, i suoi scopi. In qualche modo siamo all’esito del duello fra modernismo ed ortodossia iniziato un secolo fa e periodicamente riemerso sino ai nostri giorni.

Il modernismo invitava la Chiesa a pensarsi soggetto umano nella storia, a rimettere in discussione le certezze eterne e confrontarsi con la modernità, dunque, accettando anche il carico di laicità e secolarizzazione che da essa deriva. L’ortodossia respingeva con raccapriccio questa prospettiva, prospettando la Chiesa come portatrice di verità d’origine divina ed, in quanto tali, immutabili nel tempo. Dopo la sconfitta dei primi del secolo e l’infausta serie dei “Pontefici di serie piana” (da Pio X a Pio XII), il conflitto riesplose con il Concilio (sintomaticamente il primo, nella storia millenaria della Chiesa, convocato non su questioni di teologia dommatica o morale, ma sul tema della pastoralità). Poi Paolo VI, nella seconda fase del suo pontificato, si ritrasse spaventato dalle innovazioni che lui stesso aveva evocato ed iniziò la “normalizzazione” dottrinaria, poi portata a termine da Woijtila. Ora il tema si ripropone con Bergoglio, il cui progetto è quello di una Chiesa che si lascia dietro le spalle la centralità della dottrina e la sua unicità, in favore di un approccio pluralistico e della nuova centralità pastorale.

Questo dibattito teologico ha immediati riflessi di ordine geopolitico: la proposta di Bergoglio candida la Chiesa ad essere la maggiore agenzia di mediazione culturale nel mondo della globalizzazione e del confronto di civiltà, mentre la posizione “tradizionalista” non si schioda dalla sua visione eurocentrica o, al massimo, occidente-centrica.

Bergoglio propone di fare “un passo indietro” sul tema della morale sessuale e di lasciare al fedele una più ampia sfera di scelta, confrontandosi con Dio senza la mediazione ecclesiale, mentre gli ortodossi confermano la vocazione della Chiesa ad essere portatrice di immutabili verità etiche, con la conseguente pretesa di influire sulla normazione statale. Bergoglio ha una visione (mi si passi il termine) più “movimentista” della Chiesa, con un ruolo molto più ridimensionato del clero (a cominciare dalla revisione del “principio petrino”) ed uno ben più dinamico dei laici; i suoi oppositori insistono nella visione di una Chiesa-impero con la sua catena di comando, le sue rigidità dottrinali il suo clericalismo di sempre.

Va da se che le due linee, nonostante il compromesso momentaneo, vanno in direzioni radicalmente diverse e sono inconciliabili, alla lunga. Il Sinodo è stato una prima battaglia, vinta di misura dai bergogliani, ma con un terzo dei vescovi schierato e contro il Papa (non era mai accaduto, per lo meno in modo così aperto). Che in queste condizioni lo scontro riprenda alla prima occasione è più che probabile e di battaglie ce ne saranno, anzi, molte altre. Non escluderei nemmeno la richiesta di un nuovo Concilio da parte degli “ortodossi” che, peraltro, si trovano in una posizione molto scomoda. Infatti, uno dei loro capisaldi dottrinali è la centralità del “primato petrino”, ma qui la parte “conservatrice” si trova a confliggere proprio con il Pontefice. Immagino che molti fra loro non sarebbero affatto rattristati dall’ipotesi di un nuovo pontificato a breve termine. Quando da ragazzo ero dai salesiani, ricordo che alcuni di essi amavano ripetere: “sopportare pazientemente le persone moleste e pregare Iddio che muoiano presto”. Qui non si tratta di una generica molestia, ma immagino che molti della “minoranza” stiano ardentemente pregando.

Immagino che i miei amici pasdaran dell’anticlericalismo storceranno il naso di fronte a questa lettura di quel che sta accadendo: per loro è solo manfrina e Bergoglio è solo uno che sta imbellettando la solita merce avariata. Mi ricordano un po’ Sergio Romano che, da ambasciatore a Mosca, disse all’allora Presidente del Consiglio De Mita, che il tentativo di Gorbaciov era solo piccola propaganda, che nulla cambiava e non si accorse che tutto stava crollando. Che il tentativo di Bergoglio riesca non è affatto detto ma se i conservatori dovessero nuovamente vincere, la Chiesa potrebbe pagare un prezzo molto alto per questo: Gorbaciov perse, ma l’intero sistema sovietico finì in pezzi. Dopo Bergoglio riesce difficile immaginare un nuovo Pio X o un nuovo Woijtila.

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