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18/04/2023

Il nuovo irrazionalismo. Un saggio della Monthly Review

di John Bellamy Foster

A più di un secolo dall’inizio della Grande Crisi del 1914-1945, rappresentata dalla Prima Guerra Mondiale, dalla Grande Depressione e dalla Seconda Guerra Mondiale, stiamo assistendo a un’improvvisa recrudescenza della tendenza alla guerra e del fascismo in tutto il mondo.

L’economia mondiale capitalistica nel suo complesso è ora caratterizzata da una profonda stagnazione, dalla finanziarizzazione e da un’impennata delle disuguaglianze. Tutto questo è accompagnato dalla prospettiva di un omicidio planetario nella duplice forma dell’olocausto nucleare e della destabilizzazione climatica. In questo pericoloso contesto, la nozione stessa di ragione umana viene spesso messa in discussione. È quindi necessario affrontare ancora una volta la questione del rapporto dell’imperialismo o del capitalismo monopolistico con la distruzione della ragione e le sue conseguenze per le lotte di classe e antimperialiste contemporanee.

Nel 1953 György Lukács, la cui Storia e coscienza di classe del 1923 aveva ispirato la tradizione filosofica marxista occidentale, pubblicò la sua opera magistrale, La distruzione della ragione, sulla stretta relazione dell’irrazionalismo filosofico con il capitalismo, l’imperialismo e il fascismo.[1]

L’opera di Lukács scatenò una tempesta di fuoco fra i teorici della sinistra occidentale che cercavano di adattarsi al nuovo imperium americano. Nel 1963, George Lichtheim, un sedicente socialista che operava all’interno della tradizione generale del marxismo occidentale, pur opponendosi virulentemente al marxismo sovietico scrisse un articolo per «Encounter Magazine», allora finanziata segretamente dalla Central Intelligence Agency (CIA), in cui attaccava con veemenza La distruzione della ragione e altre opere di Lukács.

Lichtheim accusò Lukács di aver generato un «disastro intellettuale» con la sua analisi del passaggio storico dalla ragione all’irragionevolezza all’interno della filosofia e della letteratura europee, e della relazione di questo con l’ascesa del fascismo e del nuovo imperialismo sotto l’egemonia globale degli Stati Uniti.[2]

Non era la prima volta, naturalmente, che Lukács veniva sottoposto a condanne così forti da parte di figure collegate al marxismo occidentale. Theodor Adorno, uno dei teorici dominanti della Scuola di Francoforte, attaccò Lukács nel 1958, quando quest’ultimo era ancora agli arresti domiciliari per aver sostenuto la rivoluzione del 1956 in Ungheria.

Scrivendo su «Der Monat», una rivista creata dall’esercito americano di occupazione e finanziata dalla CIA, Adorno accusò Lukács di essere «riduttivo» e «non dialettico», di scrivere come un «commissario culturale» e di essere «paralizzato fin dall’inizio dalla consapevolezza della propria impotenza».[3]

Tuttavia, l’attacco di Lichtheim a Lukács del 1963, in «Encounter», assunse un ulteriore significato per la sua condanna assoluta de La distruzione della ragione. In quest’opera, Lukács aveva tracciato il rapporto tra l’irrazionalismo filosofico – emerso per la prima volta sul continente europeo, in particolare in Germania, con la sconfitta delle rivoluzioni del 1848, e divenuto una forza dominante verso la fine del secolo – e l’ascesa della fase imperialista del capitalismo. Per Lukács, l’irrazionalismo, compresa la sua ultima fusione col nazismo, non era uno sviluppo fortuito, ma piuttosto un prodotto del capitalismo stesso.

Lichtheim rispose accusando Lukács di aver commesso un «crimine intellettuale» nel tracciare illegittimamente un collegamento fra l’irrazionalismo filosofico (collegato a pensatori come Arthur Schopenhauer, Friedrich Nietzsche, Henri Bergson, Georges Sorel, Oswald Spengler, Martin Heidegger e Carl Schmitt) e l’ascesa di Adolf Hitler.[4]

Lukács iniziava provocatoriamente il suo libro scrivendo: «L’argomento che ci si presenta è il cammino della Germania verso Hitler, nella sfera della filosofia». Ma la sua critica era in realtà molto più ampia e vedeva l’irrazionalismo come legato alla fase imperialista del capitalismo più in generale. Pertanto, ciò che più indignava i critici di Lukács in Occidente, all’inizio degli anni Sessanta, era il suo suggerimento che il problema della distruzione della ragione non era svanito con la sconfitta storica del fascismo, ma che continuava a nutrire tendenze reazionarie, anche se in modo più nascosto, nella nuova era della Guerra Fredda dominata dall’imperium statunitense.

«Gli incubi di Franz Kafka», accusava Lichtheim, erano trattati da Lukács come prova del «carattere diabolico del mondo del capitalismo moderno», ora rappresentato dagli Stati Uniti.[5] Tuttavia, l’argomentazione di Lukács a questo proposito era impossibile da confutare. Così scrisse, in termini ancora oggi significativi:
«A differenza della Germania, gli Stati Uniti avevano una costituzione democratica fin dall’inizio. E la sua classe dirigente è riuscita, soprattutto durante l’epoca imperialista, a preservare le forme democratiche in modo così efficace da ottenere, con mezzi democraticamente legali, una dittatura del capitalismo monopolistico almeno altrettanto salda di quella instaurata da Hitler con procedure tiranniche.

Questa cosiddetta democrazia senza intoppi è stata creata dalla prerogativa presidenziale, dall’autorità della Corte Suprema in materia di questioni costituzionali, dal monopolio finanziario sulla stampa, sulla radio e così via, dai costi elettorali, che hanno impedito con successo la nascita di partiti realmente democratici accanto ai due partiti del capitalismo monopolistico, e infine dall’uso di strumenti terroristici (il sistema del linciaggio). E questa democrazia poteva, in sostanza, realizzare tutto ciò che Hitler desiderava raggiungere senza bisogno di rompere formalmente con la democrazia. Inoltre, aveva la base economica incomparabilmente più ampia e solida del capitalismo monopolistico».[6]
In queste circostanze, l’irrazionalismo e l’«accumulo di cinico disprezzo per l’umanità», insisteva Lukács, erano «la necessaria conseguenza ideologica della struttura e della potenziale influenza dell’imperialismo americano».[7]

Questa scioccante affermazione secondo cui esisteva una continuità nel rapporto tra imperialismo e irrazionalismo che si estendeva per un intero secolo, dall’Europa di fine Ottocento, attraverso il fascismo, e che continuava nel nuovo imperium della NATO dominato dagli Stati Uniti, fu fortemente respinta all’epoca da molti di coloro che facevano parte della tradizione filosofica marxista occidentale. Fu questo, quindi, più di ogni altra cosa, a portare al quasi completo disconoscimento dell’opera successiva di Lukács (dopo Storia e coscienza di classe del 1923) da parte dei pensatori di sinistra che collaboravano al nuovo liberalismo del Secondo Dopoguerra.

Tuttavia, La distruzione della ragione non è stata oggetto di una critica sistematica da parte di coloro che vi si opponevano, il che avrebbe significato affrontare le questioni cruciali che sollevava. Invece è stata liquidata dalla sinistra occidentale, trattata con riprovazione, come una «deliberata perversione della verità», una «invettiva di 700 pagine» e un «trattato stalinista».[8] Come ha notato di recente un commentatore, «la sua ricezione potrebbe essere riassunta da alcune sentenze di morte» emesse contro di esso da importanti marxisti occidentali.[9]

Non si poteva però negare la portata dell’impresa rappresentata da La distruzione della ragione come critica delle principali tradizioni dell’irrazionalismo occidentale da parte del filosofo marxista allora più stimato al mondo. Invece di trattare i vari sistemi di pensiero irrazionalisti della metà del XIX e della metà del XX secolo come se fossero semplicemente caduti dal cielo, Lukács li mise in relazione con gli sviluppi storici e materiali da cui erano emersi. In questo caso, la sua argomentazione si basava in ultima analisi su Imperialismo, fase suprema del capitalismo di V. I. Lenin.[10]

L’irrazionalismo viene quindi identificato, come in Lenin, principalmente con le condizioni storico-materiali dell’epoca del capitalismo monopolistico, con la spartizione del mondo intero fra le grandi potenze e con le lotte geopolitiche per l’egemonia e le sfere d'influenza. Ciò si è manifestato in una rivalità economico-coloniale tra vari Stati capitalistici, contrassegnando l’intero contesto storico in cui è emersa la nuova fase imperialista del capitalismo.

Oggi questa realtà materiale fondamentale per molti versi persiste, ma è stata talmente modificata sotto l’imperium globale degli Stati Uniti, che si può parlare di una nuova fase di tardo imperialismo, che risale alla fine della Seconda Guerra Mondiale, confluita immediatamente nella Guerra Fredda e perpetuata, dopo un breve interregno, nell’attuale Nuova Guerra Fredda.

Il tardo imperialismo in questo senso corrisponde cronologicamente alla fine della Seconda Guerra Mondiale, all’emergere dell’era nucleare e all’inizio dell’Epoca dell’Antropocene nella storia geologica, che ha segnato l’avvento della crisi ecologica planetaria. Il consolidamento del capitale monopolistico globale (più recentemente del capitale monopolistico-finanziario) e la lotta degli Stati Uniti – sostenuta dall’imperialismo collettivo della triade Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone – per la supremazia globale in un mondo unipolare corrispondono a questa fase del tardo imperialismo.[11]

Per la stessa sinistra occidentale, la storia del tardo imperialismo è stata segnata principalmente dalla sconfitta delle rivolte del 1968, seguita dalla scomparsa delle società di tipo sovietico dopo il 1989, che ha avuto tra le sue conseguenze principali il crollo della socialdemocrazia occidentale. Questi eventi hanno posto la sinistra occidentale nel suo complesso in una posizione indebolita, definita in ultima analisi dalla sua generale subordinazione ai parametri generali del progetto imperialista incentrato sugli Stati Uniti e dal suo rifiuto di allinearsi alla lotta antimperialista, garantendo così la sua irrilevanza rivoluzionaria.[12]

A questo proposito è essenziale riconoscere che il principale campo di battaglia dell’imperium statunitense per tutto il periodo, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, è stato il Sud del mondo. Le guerre e gli interventi militari – principalmente istigati da Washington – sono stati quasi incessanti in risposta alle rivoluzioni e alle lotte di liberazione nazionale, la maggior parte delle quali ispirate al marxismo, che si sono verificate durante tutto il periodo neocoloniale/postcoloniale.

Sebbene negli ultimi decenni sia emerso uno sviluppo economico in alcune parti del Terzo Mondo, l’intensità dello sfruttamento/espropriazione delle economie della periferia del sistema, nel complesso, è aumentata sotto il capitale monopolistico-finanziario globalizzato attraverso l’arbitraggio globale del lavoro e la servitù del debito, con il risultato che è aumentata anche la polarizzazione del sistema mondiale fra Paesi ricchi e Paesi poveri.

L’attuale lotta imperiale o Nuova Guerra Fredda iniziata da Washington, volta a garantire l’unipolarismo a guida statunitense, rimane incentrata sul controllo del Sud del mondo, che oggi richiede anche il fatale indebolimento delle grandi potenze eurasiatiche di Russia e Cina che minacciano un ordine multipolare rivale e che contestano il sistema unipolare statunitense.

In questo clima pericoloso e distruttivo di tardo imperialismo, l’irrazionalismo ha assunto un ruolo crescente nella costellazione del pensiero. Inizialmente ha assunto la forma relativamente blanda di un postmodernismo e di un poststrutturalismo decostruttivi che, nell’opera di pensatori come Jean-François Lyotard e Jacques Derrida, hanno messo da parte tutte le grandi narrazioni storiche abbracciando un antiumanesimo filosofico che discende principalmente da Heidegger.

Al contrario, le nuove filosofie dell’immanenza di oggi – collegate al postumanesimo, al nuovo materialismo vitalistico, alla teoria delle reti di attori e all’ontologia orientata agli oggetti – costituiscono un irrazionalismo più profondo, rappresentato da figure apparentemente di sinistra come Gilles Deleuze, Félix Guattari, Bruno Latour, Jane Bennett e Timothy Morton. Questi pensatori attingono direttamente a un filone intellettuale irrazionalista e antimodernista che risale all’antimodernismo reazionario di Nietzsche, Bergson e Heidegger.

Il filosofo lacaniano-hegeliano Slavoj Žižek si è infine schierato con la tradizione antiumanista derivante dall’heideggerianesimo di sinistra, generando nella sua opera un carnevale di irrazionalismo. Tutte queste tendenze sono accompagnate da scetticismo, nichilismo e una visione pessimistica della fine del mondo.

Scrivendo sul Sistema irrazionale nel capitolo finale di Monopoly Capital (1966), Paul A. Baran e Paul M. Sweezy esplorarono la distruzione della ragione che era arrivata a pervadere ogni aspetto del capitalismo monopolistico, dall’irrazionalità del sistema economico alla sua evidente distruttività della vita sociale. In tal modo, essi evidenziarono «il conflitto sempre più acuto tra la razionalizzazione in rapido progresso degli effettivi processi di produzione e l’elementarità [e l’irrazionalità] immutata del sistema nel suo complesso».[13]

«Il punto cruciale» dell’«intuizione marxiana», scriveva Baran in una lettera a Sweezy, era che la forza trainante della rivoluzione di classe era sempre «l’identità degli interessi e dei bisogni materiali di una classe con... la critica della RAGIONE all’irrazionalità esistente».[14]

L’irrazionalismo nella cultura borghese aveva quindi come oggetto principale la separazione di qualsiasi classe potenzialmente rivoluzionaria dal regno della critica razionale, sostituendovi l’istinto, il mito e il continuo vomito della ragione, come nell’Uomo del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij (in Memorie del sottosuolo). Tutto ciò era legato materialmente e ideologicamente all’imperialismo, alla barbarie e al fascismo.[15]

Nella concezione di Baran, le analisi che perseguivano una ragione avulsa da un legame con la realtà materiale e con la classe assumevano una forma puramente “ideativa”. Ne consegue che la difesa della ragione – non in senso puramente ideativo, ma legata alle reali forze materiali sottostanti – è una parte indispensabile della lotta socialista, più importante che mai nell’epoca irrazionale del capitalismo monopolistico e dell’imperialismo.

Pertanto, smascherare la dialettica fra irrazionalismo e imperialismo in atto nel nostro tempo – un’epoca in cui lo sviluppo delle forze produttive non serve più a camuffare la distruttività del sistema capitalistico globale che minaccia l’intera umanità – deve essere un obiettivo primario della sinistra.

L’irrazionalità nella storia

L’irrazionalismo tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo fu una corrente ben nota della filosofia europea, che traeva ispirazione da un’enfasi riservata alla volontà di vita/volontà di potenza, agli istinti, all’intuizione, ai miti e ai principi vitali, oltre che da un profondo pessimismo sociale, in opposizione alla precedente attenzione riservata da parte dell’Illuminismo al materialismo, alla ragione, alla scienza e al progresso.

Si trattava di un movimento profondamente reazionario, violentemente antiumanistico, antidemocratico, antiscientifico, antisocialista e antidialettico, oltre che spesso razzista e misogino. Tra le figure di spicco della svolta irrazionalista nel periodo 1848-1932 figurano Schopenhauer, Eduard von Hartmann, Nietzsche, Sorel, Spengler, Bergson, Heidegger e Schmitt.[16]

Questo irrazionalismo filosofico era la generalizzazione intellettuale di influenze storiche più ampie che si verificavano all’interno della società dominante. Per questo motivo, spesso mancavano legami causali diretti con i movimenti reazionari. Tuttavia, è innegabile l’ampia connessione tra queste tendenze ideologiche e l’emergere del fascismo, e in particolare del nazismo, in Europa. Sorel professava la sua ammirazione per Benito Mussolini.[17]

Heidegger e Schmitt erano ideologi e funzionari nazisti. Nessun altro più di Hitler catturò lo spirito dell’irrazionalismo, presente all’epoca, dichiarando: «Siamo alla fine dell’Età della Ragione... Sta sorgendo una nuova era di spiegazione magica del mondo, una spiegazione basata sulla volontà piuttosto che sulla conoscenza. Non c’è verità, né in senso morale né in senso scientifico».[18]

Avvicinandosi al problema dell’irrazionalismo da una prospettiva marxiana, Lukács ne La distruzione della ragione ne rintraccia le radici storiche nella sconfitta delle rivoluzioni borghesi del 1848, seguita dall’emergere della fase imperialista del capitalismo a partire dall’ultimo quarto del XIX secolo, che ha portato alla Prima e alla Seconda Guerra mondiale.

«La ragione stessa», sosteneva, «non può mai essere qualcosa di politicamente neutro, sospeso al di sopra degli sviluppi sociali. Essa rispecchia sempre la razionalità concreta – o l’irrazionalità – di una situazione sociale e di una tendenza in evoluzione, la riassume concettualmente e quindi la promuove o la inibisce».[19] È la critica immanente, basata sull’esame delle mutevoli condizioni storiche, a costituire l’essenza del metodo dialettico marxiano nell’analisi dello sviluppo del pensiero.

Per Lukács, Schopenhauer è stato il creatore della «versione puramente borghese dell’irrazionalismo».[20] Il suo magnum opus, Il mondo come volontà e rappresentazione, pubblicato nel 1819, era diretto contro la filosofia hegeliana. Schopenhauer cercò di opporre il suo idealismo soggettivo della volontà all’idealismo oggettivo della ragione di G.W.F. Hegel.

A tal fine, negli anni Venti del XIX secolo, si spinse persino a programmare le sue lezioni a Berlino in opposizione a quelle di Hegel, ma senza successo, poiché non riuscì ad attirare il pubblico. Fu solo con la sconfitta delle rivoluzioni del 1848 in Germania che il clima generale si spostò nella sua direzione. A quel punto, la borghesia tedesca passò da Hegel e Ludwig Feuerbach a Schopenhauer, che nell’ultimo decennio della sua vita ottenne un ampio consenso.[21]

Il genio di Schopenhauer, secondo Lukács, fu quello di essere il pioniere del metodo dell’«apologetica indiretta», poi perfezionato da Nietzsche. La precedente apologetica dell’ordine borghese aveva cercato di difenderlo direttamente, nonostante le sue molteplici contraddizioni. Nel nuovo metodo di apologetica indiretta di Schopenhauer, il lato negativo del capitalismo (e persino le sue contraddizioni) poteva essere portato allo scoperto.

Questo non veniva mai attribuito al sistema capitalistico, ma all’egoismo, agli istinti e alla volontà, percependo l’esistenza umana in termini profondamente pessimistici, come un processo viziato di autodissoluzione.[22] Il concetto di volontà, o volontà di vita, che Schopenhauer attribuisce a tutta l’esistenza, assume così la forma di un egoismo cosmico. Riducendo tutto alla pura volontà, la filosofia di Schopenhauer, scrive Lukács, «antropomorfizza l’intera natura».

La volontà, per Schopenhauer, abbracciava le cose in sé (noumena) di Immanuel Kant, al di là della percezione umana. «Devo riconoscere», dichiarò Schopenhauer, «le forze imperscrutabili che si manifestano in tutti i corpi naturali come identiche a quella che in me è la volontà, e come se ne differenziassero solo in misura».[23]

La nozione di volontà di Schopenhauer è forse meglio rivelata dalla sua risposta alla famosa affermazione di Baruch Spinoza, secondo cui una pietra che cade, se fosse cosciente, penserebbe di avere il libero arbitrio e che il suo slancio è il prodotto della sua stessa volontà – un’argomentazione volta a confutare la nozione di libero arbitrio.

Schopenhauer invertì il significato di Spinoza e dichiarò: «La pietra avrebbe ragione. La spinta è per essa ciò che per me è il motivo, e ciò che per essa appare come coesione, gravità, perseveranza nello stato assunto è, nella sua essenza intima, la stessa cosa che io conosco in me come volontà».[24] Per Schopenhauer, il «materialismo grossolano» negava semplicemente l’immanenza di quelle «forze vitali» che erano identiche alla volontà di vita, al di là della quale non c’era «nulla».[25]

La fine del XIX secolo fu un periodo in parte caratterizzato dall’affermarsi in filosofia del neokantismo, a incominciare da Storia del materialismo e critica della sua importanza attuale (1866) di Friedrich Lange, che cercò di rovesciare tutte le tendenze materialiste, in particolare il materialismo storico di Karl Marx.[26] Ma ancora più influente, e orientato alla nuova era imperialista, fu l’irrazionalismo come tendenza filosofica generale.

Il principale seguace di Schopenhauer (oltre a Nietzsche, sul quale esercitò una notevole influenza), e figura dominante dell’irrazionalismo filosofico alla fine del XIX secolo, fu Hartmann, con il suo massiccio tomo La filosofia dell’inconscio (1869). Pensatore più eclettico rispetto a Schopenhauer, Hartmann dichiarava di riunire l’ottimismo di Hegel con il pessimismo di Schopenhauer. Ma furono il profondo pessimismo e l’irrazionalismo dell’opera di Hartmann a colpire maggiormente i lettori dell’epoca, soprattutto per la sua nozione di suicidio cosmico.

Secondo il punto di vista di Hartmann, questo era il migliore dei mondi possibili, ma la non esistenza era superiore all’esistenza. Pertanto, egli riteneva che a un certo punto la volontà, o «Spirito Inconscio», si sarebbe talmente avviluppata nella specie umana «al culmine del suo sviluppo», da condurre a un suicidio cosmico, portando a una «fine temporale» dell’intero processo mondiale, con il conseguente «ultimo giorno».

A quel punto, «la negazione umana della volontà» «annienterebbe l’intera volontà effettiva del mondo senza residui e farebbe scomparire l’intero kosmos in un colpo solo per ritiro della volontà, che sola gli dà esistenza». La fine dell’umanità non avrebbe assunto la forma di una tradizionale “apocalisse”, proveniente dall’esterno, ma sarebbe scaturita dal suicidio della volontà, estendendosi all’universo nel suo complesso.[27]

Nietzsche morì nel 1900. La data è significativa, poiché secondo Lukács Nietzsche è il «fondatore dell’irrazionalismo nel periodo imperialista», allora solo all’inizio. La fase imperialista o monopolistica del capitalismo nella teoria marxista inizia nell’ultimo quarto del XIX secolo, ma, per quanto riguarda la vita e l’opera di Nietzsche, erano già visibili «i primi germogli e le prime gemme di ciò che sarebbe accaduto».

Il genio di Nietzsche è stato quello di cogliere istintivamente il senso di ciò che stava per accadere e di sviluppare il metodo dell’irrazionalismo per la nuova età dell’impero come «forma mitizzante» di analisi, resa più oscura dal frequente uso di aforismi. Tutto in Nietzsche è presentato in modo nebuloso, cosicché, se da un lato l’intero orientamento politico-sociale della sua filosofia non è messo in dubbio, dall’altro dà luogo a infinite discussioni che nascono dal suo carattere mitico, che attrae imitatori, stabilendo la forma dominante in cui l’irrazionalismo filosofico viene perseguito fino ad oggi.

Riassumendo il carattere principale della filosofia di Nietzsche, Lukács scrive:
«Quanto più un concetto è fittizio e quanto più le sue origini sono puramente soggettive, tanto più è elevato e “vero” nella scala mitica dei valori. L’Essere, finché il suo concetto contiene anche solo le minime vestigia di un rapporto con una realtà indipendente dalla nostra coscienza, deve essere soppiantato dal Divenire (uguale idea).

L’essere, tuttavia, se liberato da queste catene e visto come pura finzione, come prodotto della volontà di potenza, può essere, per Nietzsche, una categoria ancora più alta del Divenire: un’espressione della pseudo-oggettività intuitiva del mito. Per Nietzsche, la funzione speciale di una tale definizione del Divenire e dell’Essere consiste nel sostenere la pseudo-storicità vitale per la sua apologetica indiretta e nel respingerla contemporaneamente, confermando filosoficamente che il Divenire storico non può produrre nulla di nuovo e di superiore al capitalismo».[29]

Tuttavia, nonostante la genialità – e persino l’attrattiva – della filosofia di Nietzsche, non si può negare il suo sistematico carattere reazionario e irrazionalista. Alla fine del suo Il mondo come volontà e rappresentazione, Schopenhauer aveva dichiarato che la volontà di vita era tutto, oltre la quale non c’era nulla. Nietzsche, in un aforisma su Schopenhauer, ha notoriamente affermato: «Questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro! E anche voi stessi siete questa volontà di potenza – e nient’altro!».[30]
In Al di là del bene e del male (1886), Nietzsche, in opposizione al marxismo, scrive:
«La vita è essenzialmente appropriazione, offesa, sopraffazione di tutto quanto è estraneo e più debole, oppressione, durezza, imposizione di forme proprie, un incorporare o per lo meno, nel più temperato dei casi, uno sfruttare… ove sia un corpo vivo e non moribondo… dovrà essere la volontà di potenza in carne e ossa, sarà volontà di crescere, di estendersi, di attirare a sé, di acquistare preponderanza – non trovando in una qualche moralità o immoralità il suo punto di partenza, ma per il fatto stesso che esso vive, e perché la vita è precisamente volontà di potenza.

In nessun punto, tuttavia, la coscienza comune degli Europei è più riluttante all’ammaestramento di quanto lo sia a questo proposito; oggi si vaneggia in ogni dove, perfino sotto scientifici travestimenti, di condizioni di là da venire della società, da cui dovrà scomparire il suo «carattere di sfruttamento» – ciò suona alle mie orecchie come se si promettesse di inventare una vita che si astenesse da ogni funzione organica.

Lo «sfruttamento» non compete a una società guasta oppure imperfetta e primitiva: esso concerne l’essenza del vivente, in quanto fondamentale funzione organica; è una conseguenza di quella caratteristica volontà di potenza, che è appunto la volontà della vita».[31]
Qui Nietzsche confonde l’appropriazione – che nella teoria politica classica e nell’opera di pensatori diversi come John Locke, Hegel e Marx significava il processo di acquisizione della proprietà (e che, per Marx, implicava in ultima analisi la produzione) – con lo sfruttamento vero e proprio.

Inoltre, nell’uso di Nietzsche, lo sfruttamento non era diverso dall’espropriazione (cioè l’appropriazione senza equivalenti o reciprocità). In questo modo, con un gioco di prestigio, l’appropriazione, che è la base della vita, viene equiparata allo sfruttamento/espropriazione, che non è essenziale per l’esistenza, escludendo così qualsiasi nozione di un futuro egualitario o umano.

Inoltre, Nietzsche fonda la sua visione su un determinismo biologico che, ci dice, costituisce l’«essenza» della «volontà di potenza». In questo modo, il suo essenzialismo rispetto alla natura umana si differenzia da quello di Thomas Hobbes solo nella misura in cui quest’ultimo, nel contesto storico del XVII secolo, era un pensatore progressista piuttosto che regressivo.[32]

Negli scritti di Nietzsche si trovano infiniti attacchi al socialismo e persino alla democrazia. «Il socialismo», scrisse, «quale finale tirannia dei più piccoli e dei più stupidi».[33] Con un’interpretazione del darwinismo, di cui si appropriò sotto forma di un semplice cliché sulla falsariga del darwinismo sociale, sostenne che la società europea non era caratterizzata dalla sopravvivenza del più adatto, ma dalla sopravvivenza del non adatto. In quest’ottica, le masse mediocri o «animali da gregge» stavano sottraendo alla società, con la forza del numero, gli elementi più «nobili», cosicché erano gli spiriti nobili a dover essere protetti con la forza.[34]

«Periremo», scriveva, «a causa dell’assenza di schiavitù». Detestando la società borghese, ma ancor più la democrazia e il socialismo, Nietzsche dichiarava: «Tali fantasmi, come la dignità dell’uomo e la dignità del lavoro, sono i miseri prodotti di una schiavitù che vuole nascondersi a sé stessa».[35]

La società moderna, per Nietzsche, interferiva con la naturale gerarchia delle razze, costituendo «un’epoca» che «mescola indiscriminatamente le razze».[36] Ciò richiedeva la riaffermazione della «razza padrona», che egli raffigurava in termini «ariani», come rappresentata dalla «bionda bestia germanica» che si trova «al centro di ogni razza nobile». Al contrario, «i discendenti di tutte le schiavitù europee ed extraeuropee, in particolare di tutte le popolazioni pre-ariane, rappresentano il declino dell’umanità».[37]

Rallegrandosi della sconfitta della Comune di Parigi, Nietzsche la definì «la forma più primitiva di società», poiché rappresentava gli interessi del branco. Si preoccupò del tragico destino che attendeva «la razza dei conquistatori e dei signori, quella degli ariani» nell’era democratica e socialista.

Questa «umanità ariana» conquistatrice aveva caratteri originariamente biondi e «completamente pura e primordiale», in contrapposizione ai precedenti «abitanti nativi dalla pelle scura e dai capelli scuri» dell’Europa e di altre parti del mondo.[38]

Nella Volontà di potenza, dichiarò apertamente: «La maggioranza degli uomini non ha diritto all’esistenza, ma costituisce una disgrazia per gli uomini superiori. Ancora, non concedo agli inadatti questo diritto. Ci sono persino popoli inadatti», privi del diritto di esistere.[39]

Nella nozione di «eterno ritorno» di Nietzsche, gli spiriti «nobili» e la razza padrona avrebbero sperimentato nuovamente il trionfo della volontà nelle oscillazioni cicliche della storia. Tuttavia, l’eterno ritorno significava una mancanza di progresso generale, cosicché il risultato cumulativo era «il nulla (il ‘non senso’) per sempre!».

Sebbene Nietzsche desiderasse superare il nichilismo attraverso il Superuomo come personificazione della volontà di potenza, era al nichilismo che tutto tornava sempre eternamente, poiché il vero progresso era precluso.[40]

Il vitalismo, o Lebensphilosophie, è stato, nella concezione di Lukács, il pensiero filosofico dominante dell’intero periodo imperialista in Germania. In quel periodo il vitalismo fu principalmente rappresentato in Francia dall’opera di Bergson. La filosofia di Bergson si basava su due forme di coscienza: l’intelletto e l’intuizione. L’intelletto, legato al mondo meccanico delle scienze naturali, l’intuizione alla metafisica e quindi al regno della filosofia.

Egli riteneva che, guardando all’interno dell’ambito dell’intuizione, fosse possibile risolvere problemi come il carattere del tempo e dell’evoluzione, in modi che completavano, ma andavano oltre, la scienza e la ragione. Così, egli metteva in discussione, per dirla con Lukács, «il carattere scientifico della normale conoscenza scientifica», creando un «aspro confronto tra la razionalità e l’intuizione irrazionalistica».[41]

I due concetti più importanti di Bergson sono quelli di tempo, come durata soggettiva e di élan vital, o impulso vitale. Sulla base di questi concetti, propose una sorta di terza via filosofica, al di fuori del materialismo meccanicistico e dell’idealismo/teleologia. Il «tempo», affermava, «è invenzione o non è nulla». Nel momento in cui ci confrontiamo con la «durata, vediamo che significa creazione». La nostra stessa vita ci fornisce gli indizi per svelare il segreto del tempo, o la capacità di durare, poiché la durata non è un attributo «della materia stessa, ma della vita che risale il corso della materia».[42]

L’élan vital è l’impulso creativo della vita, che illumina la materia e spiega l’evoluzione. Su queste basi, essenzialmente mistiche, Bergson ha continuato a sfidare la teoria dell’evoluzione di Charles Darwin come selezione naturale, e la concezione dello spazio-tempo di Albert Einstein, per non aver colto le basi soggettive, intuitive e creative dell’esistenza.

Bergson è nato nel 1859, l’anno della pubblicazione de L’origine delle specie di Darwin, ma non ha mai accettato la teoria della selezione naturale di Darwin, sostenendo che la scienza naturale fosse inadeguata in questo campo e che alla base di tutta l’evoluzione doveva esserci un impulso vitale e creativo, un cosmico élan vital.

Per mezzo di argomenti che oggi sono utilizzati dai sostenitori dell’Intelligent Design – ad esempio che l’evoluzione dell’occhio non poteva essere spiegata dalla selezione naturale – egli attribuì l'”evoluzione creatrice” a un potere vitale indipendente dalla materia e dall’organizzazione.[43]

Gli attacchi di Bergson alla teoria darwiniana della selezione naturale e alla ragione in generale, fecero sì che E. Ray Lankester, protetto di Darwin e Thomas Huxley, amico intimo di Marx e principale biologo britannico dell’epoca, si ribellassero alla presentazione di Bergson dell’«intuizione come vera guida e dell’intelletto come guida erronea».

Lankester, materialista rigoroso, nel valutare il contributo di Bergson scrisse: «Per lo studioso delle aberrazioni e delle mostruosità della mente dell’uomo, le opere di M[onsieur] Bergson saranno sempre documenti di valore», simili all’interesse che «un collezionista può nutrire per una curiosa specie di coleottero».[44] (In seguito, i biologi socialisti superarono il dibattito tra meccanicisti e vitalisti attraverso la dialettica materialista, che costituì un importante contributo alla scienza).[45]

Bergson era irritato dalla teoria della relatività di Einstein, che interpretava il tempo (o lo spaziotempo) in termini fisici e che stava progressivamente ricevendo un generale riconoscimento. Nell’aprile del 1922, in un famoso faccia a faccia, Bergson sostenne, in opposizione a Einstein, che una nozione fisica del tempo professata dall’intelletto era insufficiente e che il tempo poteva essere pienamente compreso solo se affrontato soggettivamente e intuitivamente in termini di durata.

Einstein rispose che «il tempo dei filosofi [confondendo tempo psichico e tempo fisico] non esiste, resta solo un tempo psicologico, che differisce da quello dei fisici». Per Einstein, né l’élan vital di Bergson né la sua durata avevano alcun significato in termini di scienza fisica.[46]

Secondo Lukács, non esiste una filosofia “innocente”. Questo è chiaramente il caso di Heidegger, nonostante il suo aspetto esoterico.[47] Nel capolavoro di Heidegger del 1927, Essere e tempo, la considerazione degli esseri individuali è minimizzata nella ricerca dell'”ontologia fondamentale” dell’Essere metafisico. Egli propone che l’Essere può essere interpellato sulla base di un’analitica esistenziale incentrata sul Dasein, o esistenza umana, che, come spiegherà in seguito, può essere concepita come dimorante e svolgente il ruolo di “pastore dell’Essere”.

Quindi, sebbene l’Essere, per Heidegger, non possa essere appreso direttamente, può, in parte, essere rivelato fenomenologicamente ed esistenzialmente attraverso l’esame del Dasein, nel contesto del suo “divenire-con” il mondo.[48] Tutte le filosofie precedenti, da Platone all’epoca moderna, erano considerate da Heidegger superficiali e strettamente metafisiche, in quanto non si concentravano sul problema ontologico fondamentale dell’Essere.[49] Una conseguenza della filosofia di Heidegger è stata quella di decentrare l’Io cosciente (trascendentale) e di spostare la filosofia dalle questioni di relazione soggetto-oggetto all’autenticità e all’inautenticità.[50]

Dato che la ricerca dell’Essere in quanto tale è l’asse portante dell’analitica esistenziale di Heidegger, si potrebbe pensare che non abbia molta relazione con la politica e l’etica. Tuttavia, pur non essendo presenti in superficie, gli elementi reazionari, irrazionali e vitalistici della filosofia di Heidegger trapelano in vari modi, mostrando la vera natura della sua logica irrazionalista.

Ciò si è verificato non solo nel periodo ufficiale del nazismo ma anche nei lavori successivi al dopoguerra, ed erano probabilmente impliciti fin dall’inizio, nella sua intera posizione filosofica. Nelle lezioni pubblicate su Essere e verità, presentate all’Università di Friburgo nell’inverno 1933-1934, poco dopo l’adesione al partito nazista e solo pochi anni dopo la pubblicazione di Essere e tempo, così Heidegger ha dichiarato:
Un nemico è ogni persona che rappresenta una minaccia essenziale per il Dasein [esistenza] del popolo e dei suoi singoli membri. Il nemico non deve essere necessariamente esterno, e il nemico esterno non è nemmeno sempre il più pericoloso. E può sembrare che non ci sia alcun nemico. Allora è una necessità fondamentale trovare il nemico, portare alla luce il nemico, o addirittura creare prima il nemico, in modo che possa darsi questa posizione contro il nemico e che il Dasein non perda la sua estremità...

[La sfida è] portare il nemico allo scoperto, non nutrire illusioni sul nemico, tenersi pronti all’attacco, coltivare e intensificare una costante prontezza e preparare l’attacco guardando avanti con l’obiettivo dell’annientamento totale.[51]
I ruoli di Heidegger come funzionario del partito nazista, ideologo e preminente sostenitore accademico di Hitler durante i suoi anni come rettore all’Università di Friburgo, sono ormai ben noti. Egli ha contribuito a istituire la Gleichschaltung, o l’allineamento all’interno dell’accademia tedesca, svolgendo un ruolo di primo piano nell’eliminazione dall’università di colleghi e studenti che non si conformavano ai dettami del regime nazista. Ha anche lavorato a stretto contatto con Schmitt, il teorico del diritto e principale autore del famigerato principio del Führer, promuovendo l’ideologia nazista e presiedendo ai simbolici roghi di libri.[52]

La sua Introduzione alla metafisica del 1935 non solo ha fornito un tributo al nazismo, ma anche un argomentazione per il trionfo del «Volk [popolo] storico ... e quindi della storia dell’Occidente», attivando «nuove energie spirituali».

In una conversazione con Karl Löwith a Heidelberg nel 1936, Heidegger accettò «senza riserve» la suggestione che la sua «partigianeria per il nazionalsocialismo risiedesse nell’essenza della sua filosofia».[53]

Heidegger ha spesso lodato Mussolini e Hitler, presentando Nietzsche come un precursore di entrambi i leader fascisti. Nel libro di Heidegger su Friedrich Schelling, una lunga frase della conferenza originale è stata omessa nell’edizione del 1971, ma è stata successivamente reinserita su richiesta dello stesso Heidegger. Diceva: «Come è noto, i due uomini che in Europa hanno inaugurato, nella formazione politico-nazionale dei rispettivi popoli, i movimenti di opposizione [Gegenbewegungen] al nichilismo, ossia Mussolini e Hitler, sono stati a loro volta, ciascuno a suo modo, essenzialmente influenzati da Nietzsche; e questo senza che l’autentico dominio metafisico di Nietzsche fosse stato raggiunto».

Nietzsche, spiegò Heidegger nelle sue lezioni, aveva dimostrato che la «democrazia» portava a una «forma degenerata di nichilismo» e quindi richiedeva un movimento Volk più autentico. In un corso di logica nel 1934, Heidegger dichiarò che «i negri sono uomini ma non hanno storia... La natura non ha storia... Quando l’elica di un aeroplano gira, in realtà non ‘accade’ nulla. Al contrario, quando lo stesso aereo porta Hitler da Mussolini, allora accade la storia».[54] La «cultura fittizia» della civiltà occidentale, ha spiegato, sarà sostituita solo dal «mondo spirituale» del Volk basato sulla «più profonda conservazione delle forze del suolo e del sangue».[55]

Nei suoi famigerati Black Notebooks (un diario filosofico che Heidegger chiese di inserire alla fine delle sue Opere complete), diede ripetute prove del suo profondo antisemitismo. Così, ha attribuito i difetti della modernità e del razionalismo occidentale al “giudaismo mondiale”, un termine usato nel Mein Kampf di Hitler in riferimento a una cospirazione ebraica per il dominio del mondo.

«Il giudaismo mondiale», scrisse Heidegger nei Black Notebooks, «è ovunque inafferrabile [a causa del suo predominio del pensiero razionalista] e non ha bisogno di essere coinvolto in azioni militari pur continuando a dispiegare la sua influenza, mentre a noi [la Germania nazista nella Seconda Guerra Mondiale], non resta che sacrificare il miglior sangue, dei migliori del nostro popolo».[56]

Dopo la pubblicazione dei Black Notebooks, come ha osservato lo studioso di Heidegger, Tom Rockmore, «sembra sempre più chiaro che la filosofia di Heidegger, il suo passaggio al nazionalsocialismo e il suo antisemitismo, non siano né separati né separabili, ma piuttosto indissolubilmente legati».[57]

È chiaro che Heidegger non si è mai allontanato, o non ha mai avuto intenzione di farlo, dalle sue estreme posizioni reazionarie, che sono state alla base di tutto il suo impegno filosofico. Nella sua famosa Lettera sull’umanesimo, pubblicata nel 1947, sferrò un attacco sistematico all’umanesimo, denigrando pensatori illuministi tedeschi come Johann Wolfgang Goethe e Friedrich Schiller.

A differenza dell’odierno postumanesimo, tuttavia, Heidegger si preoccupava principalmente di negare la nozione di essere umano, come essere materiale o corporeo, dotato di una “logica animale“. Per Heidegger, la verità risiedeva nell’analitica esistenziale del Dasein, concependo la vera esistenza umana come avvicinamento all’Essere. Con il suo solito linguaggio velato, Heidegger annunciava un “destino” ancora da venire, basato su una storicità “più primordiale” – più vicina al Dasein – “dell’umanesimo”.

L’umanesimo, che egli identificava con il razionalismo, andava sempre contrastato, «perché non pone l’humanitas abbastanza in alto», promuovendo l’ontica empirista di meri esseri individuali e materiali, in contrapposizione all’ontologia fondamentale dell’Essere, in cui il l’io cosciente è decentrato.[58]

Heidegger ha lasciato intendere che, a causa del linguaggio, che egli considerava al centro del Dasein, c’era una stretta relazione tra la cultura greca antica e quella tedesca (lungo quella che era generalmente concepita come la linea ariana) che rendeva la Germania unica nel promuovere l’autentica storicità dell’Occidente.[59]

Nella sua Lettera sull’umanesimo, Heidegger riconosce la potenza della critica di Marx dell’alienazione, prima di continuare a criticare ingenuamente il materialismo e ridurre la teoria dell’alienazione di Marx alla questione della tecnologia. Come ha affermato Lukács, non c’erano dubbi su ciò che Heidegger stesse dicendo in questo caso, vale a dire che vedeva «il marxismo come il principale antagonista».[60]

Il ritorno dell’irrazionalismo

Lukács ha identificato la crescita dell’irrazionalismo con la fase imperialista del capitalismo. Sulla scia di Lenin e Rosa Luxemburg, [l’imperialismo] è stato concepito in primo luogo economicamente, come un sistema di capitalismo monopolistico, caratterizzato in termini di rivalità interimperialista e di guerra nella lotta per le colonie e le sfere di influenza. Ma fu soprattutto Lenin, secondo Lukács, a tradurre la concezione economica dell’imperialismo nella «teoria della concreta situazione mondiale creata dall’imperialismo», concentrandosi sulla politica di classe e sugli schieramenti tra le nazioni.[61]

Inoltre, Lenin riconobbe che gli accordi di pace nella fase imperialista erano «inevitabilmente, nient’altro che una ‘tregua’ nei periodi tra le guerre», all’interno di una più ampia lotta geopolitica inerente al capitalismo monopolistico.[62] Gli aspetti politici dell’imperialismo hanno così permeato la cultura di intere nazioni, generando quelle che Raymond Williams, in un altro contesto, avrebbe chiamato «strutture del sentimento».[63] Fu questo che portò all’interfaccia tra imperialismo e irrazionalismo nella storia dell’Europa dal 1870 al 1945.

Il tardo imperialismo, iniziato nel 1945, può essere quindi diviso in tre periodi:

(1) L’immediata Guerra Fredda dal 1945 al 1991, in cui gli Stati Uniti come potenza egemonica dell’economia mondiale capitalista cercarono di ottenere il dominio sul Sud del mondo impegnato in rivolte anticoloniali, conducendo allo stesso tempo una lotta globale contro l’Unione Sovietica e la Cina.

(2) Il periodo dal 1991 al 2008, in cui Washington ha tentato di consolidare un permanente mondo unipolare, nel vuoto lasciato dall’uscita dell’Unione Sovietica dalla scena mondiale e dall’apertura della Cina all’economia mondiale.

(3) Dal 2008 (la Grande Crisi Finanziaria) ad oggi, caratterizzato dal riemergere di Cina e Russia come grandi potenze, e dalla designazione ufficiale da parte di Washington, di questi due paesi come suoi principali nemici, portando a una Nuova Guerra Fredda, segnata dal conflitto tra il mondo unipolare incentrato sugli Stati Uniti e un emergente ordine mondiale multipolare.

Durante tutto questo tempo “la sinistra” occidentale ha occupato, nei propri Paesi, una debole posizione all’interno del capitalismo monopolistico, mentre all’estero ha avuto un ambiguo approccio all’imperialismo, con la relativa sommersione della lotta di classe. Inoltre, ha anche subito una grave sconfitta nel 1968.

Con l’avvento della Nuova Guerra Fredda, la guerra ibrida dell’imperialismo collettivo della triade contro il Sud del mondo, comprese le principali economie emergenti, è venuta pienamente alla luce. In queste circostanze, l’irrazionalismo borghese è arrivato a definire il clima intellettuale dominante del tardo imperialismo, riflettendo la continua distruzione della ragione.

Oggi è ampiamente riconosciuto che il pensiero reazionario tedesco, associato alla “connessione Nietzsche-Heidegger-Carl Schmitt“, insieme alla rinascita del bergsonismo, è presente nelle opere dei post-marxisti, dei postmodernisti e dei postumanisti, da Derrida, a Deleuze a Latour.[64]

Nelle parole di Keti Chukhrov, un «fascino per la negatività e il nichilismo», caratteristico delle filosofie irrazionaliste della fine dell’Ottocento e dell’inizio del Novecento, si ritrova nell’opera di «Deleuze e Guattari o nelle distopie accelerazioniste e nelle teorie post-umaniste del presente».[65]

In Nietzsche e la filosofia di Deleuze, ci viene detto che il carattere «decisamente antidialettico» del pensiero di Nietzsche, i suoi concetti di “volontà di potenza”, di “eterno ritorno” e il sogno del Superuomo, rappresentano un trionfo sulla dialettica di Hegel, che porta alla «creativa identità di potenza e volontà» come consumazione della volontà di potenza.[66]

Esiste un “legame segreto” che collega vari pensatori contrari alla filosofia dello Stato. Questo legame segreto, ci dice Deleuze, include Spinoza (reinterpretato come vitalista), Nietzsche e Bergson, considerati tutti come filosofi dell’immanenza, rappresentanti di una tradizione “nomade” contraria non solo al razionalismo europeo in generale, ma in diretta opposizione a Hegel e Marx.[67]

La posizione di Bergson nel suo dibattito con Einstein è sostenuta da Deleuze nel suo Bergsonism del 1966, nel tentativo di privilegiare ancora una volta la nozione soggettiva e intuitiva di tempo, separato dalla fisica e anche dal tempo storico.[68]

I capovolgimenti irrazionalisti e reazionari a cui stiamo assistendo, all’interno di quella che rimane prettamente un’analisi di sinistra, sono molti. Come osserva Chukhrov:
In Capitalismo e Schizofrenia, Deleuze e Guattari trovano che il capitale sia mostruoso, ma allo stesso tempo un terreno desiderabile da cui potrebbe scaturire la sovversione e il suo potenziale di emancipazione. [Tuttavia,] l’accettazione della viziosa contemporaneità capitalista è inevitabile, data la condizione dell’impossibilità della sua sublimazione... Un aspetto molto importante di tale aberrazione risiede in quanto segue: il sottofondo capitalista di queste teorie emancipatrici e critiche, non funziona come un programma di uscita dal capitalismo, ma piuttosto come la radicalizzazione dell’impossibilità di questa uscita.[69]
Questo godimento per l’impossibilità di uscire dal capitalismo può essere visto nel confronto principale di Deleuze e Guattari con Marx. All’inizio del loro autorevole lavoro del 1972, L’Anti-Edipo: Capitalismo e Schizofrenia, postulano una relazione «industria-natura» che si traduce in «sfere relativamente autonome che si chiamano produzione, distribuzione e consumo». Queste sfere separate, sostengono Deleuze e Guattari, furono evidenziate da Marx solo come un prodotto della divisione capitalista del lavoro, e della falsa coscienza che essa produceva. Ma da lì, sono saltati alla proposizione trans-storica:
Non facciamo alcuna distinzione tra uomo e natura: l’essenza umana della natura e l’essenza naturale dell’uomo [frase di Marx] diventano una cosa sola all’interno della natura sotto forma di produzione o industria, proprio come fanno all’interno della vita dell’uomo come specie... L’industria allora non è più considerata dal punto di vista estrinseco dell’utilità, ma piuttosto dal punto di vista della sua fondamentale identità con la natura come produzione dell’uomo e da parte dell’uomo... L’uomo e la natura non sono due termini opposti che si confrontano... sono una stessa realtà essenziale, il prodotto del produttore.[70]
Su questa base, la natura e l’umanità sono viste come un’ineluttabile unità ideale – ciò che Marx, che viene qui citato, chiamava «l’essenza umana della natura e l’essenza naturale dell’uomo». Questo, è l’inevitabile esito dell’industria vista come un astratto e transistorico fenomeno, che, invece di essere concepito come alienato sotto il capitalismo, come in Marx, è lo strumento diretto e immediato dell’unificazione di natura e umanità.

Il complessivo concetto di alienazione, o di autoestraniazione dell’umanità, come realtà materiale centrale del capitalismo (che Marx aveva presentato come un tragico “difetto” da superare), viene così rimosso all’inizio.[71] Natura e umanità, per Deleuze e Guattari, sono “una realtà essenziale”, generata, in astratto, dall’industria.

Avendo di fatto eliminato il fenomeno storico dell’alienazione, Deleuze e Guattari passano immediatamente alla caratterizzazione della produzione come “principio immanente” delle macchine desideranti, sfociando in una schizofrenia universale. La «schizofrenia» in questo senso è definita come «l’universo delle produttive e riproduttive macchine desideranti, [che rappresentano] la produzione primaria universale come “realtà essenziale di uomo e natura”».[72]

L’alienazione di Marx, derivante da estraniate relazioni sociali, è così sostituita da un sistema universale di macchine desideranti o da un “inconscio macchinico” che produce una realtà schizofrenica più ampia di cui il capitalismo è una semplice manifestazione. Questa realtà schizofrenica-desiderante si colloca sul piano dell’immanenza, al di sopra dell’umanità stessa.[73] Ci troviamo così di fronte a un universo di energia libidica e forze vitali, guidati da macchine desideranti da cui non c’è scampo.[74] L’irrazionalismo reazionario di Nietzsche trionfa sulla prassi rivoluzionaria di Marx.

Un simile capovolgimento ancora in relazione a Marx, può essere visto in Derrida, nel famoso Spettri di Marx. In questo e in altri lavori, Derrida ha avanzato una prospettiva post-strutturalista heideggeriana di sinistra. L’immediata risposta pubblica a Spettri di Marx, scritto poco dopo la fine dell’Unione Sovietica, è stata quella di aver riaffermato Marx. Tuttavia, ciò è avvenuto sotto la forma di un’indiretta apologia che sottolineava la “spettrologia di Marx”. Qui, Derrida si è concentrato sulla famosa frase di apertura del Manifesto del Partito Comunista in cui Marx ed Engels avevano scritto: «Uno spettro si aggira per l’Europa, lo spettro del comunismo».[75]

Il marxismo, sosteneva Derrida, continuava a perseguitare l’Europa, anche se solo in un senso spettrale, in cui svolgeva un ruolo indispensabile per continuare a sfidare il monolite capitalista. Tuttavia, il Marx di Derrida – o il Marx che desiderava conservare – era, nelle parole di Richard Wolin, un “Marx heideggerianizzato”, impoverito dall’idea che il nemico principale sia ora semplicemente la modernità tecno-scientifica.

Qui i «pregiudizi ontologici dell’antiumanesimo filosofico, un’eredità heideggeriana» escludono tutta la sostanza della teoria di Marx, comprese le forze sociali alla base della prassi rivoluzionaria. In effetti, «la spettrologia di Marx”, spiega Derrida, non era limitata a Marx stesso «ma lampeggia e brilla dietro i nomi propri di Marx, Freud e Heidegger». Quindi, Marx continua a perseguitare il capitalismo, ma non solo come apparizione di se stesso, ma anche come fantasma di Heidegger, il cui «pensiero epocale... elimina la storicità».[76]

Le nuove filosofie dell’immanenza hanno quindi prodotto ogni sorta di teorie apparentemente radicali ma in realtà reazionarie. Ciò è evidente nei trattamenti postumanisti della crisi ecologica, in particolare nella forma del cosiddetto “nuovo materialismo”.

Gran parte di ciò è determinato dalla discutibile riappropriazione di Spinoza come teorico vitalista da parte di Deleuze, soprattutto attraverso il concetto spinoziano di conatus, che viene interpretato come l’attribuzione di motivo, mente, persino gioia, agli oggetti stessi, ad esempio una pietra.[77]

Questo ha aperto la strada a una vasta diffusione di nuove opere vitaliste (il cosiddetto “nuovo materialismo”) da parte di figure come Bennett e Morton, spesso in nome dell’ecologia, in cui l’esito è un animismo universale. In questa prospettiva, un pezzo di carbone, un microbo, la serie di dinosauri di plastica di Adorno, una pietra, ecc., sono tutti trattati come dotati di “poteri vitali”, posti con l’umanità su un piano ontologico piatto .[78]

Come Schopenhauer (nella sua Risposta a Spinoza), Bennett sostiene che una pietra che cade, se fosse cosciente, avrebbe ragione a pensare di avere volontà e di muoversi di sua spontanea volontà.[79] Il risultato è la demolizione di ogni significativa distinzione tra natura umana e non umana.

Una strategia comune a Latour, Bennett e Morton, è quella di negare la famosa critica di Marx al feticismo delle merci, capovolgendola semplicemente e presentando tutte le cose/oggetti come agenti vitali o attori. Ciò equivale a una universalizzazione del feticismo della merce e della reificazione (the thingification of the world) [la oggettificazione del mondo N.d.T.], con la conseguente riduzione di qualsiasi nozione di soggetto umano. Ciò costituisce l’eliminazione della concezione classica della critica.[80]

Con il suo ben noto rifiuto del “moderno”, Latour ha cercato di negare, secondo la moda heideggeriana di sinistra, ogni validità ai concetti di natura e umanità, presentandoli come un falso dualismo introdotto dalla modernità illuminista. Il rifiuto del dualismo natura-società è il cuore della sua “ecologia politica”, che sostituisce gli attori umani con assemblaggi di “attanti”.[81] Ma quando ha tardivamente percepito la necessità di considerare l’effettiva emergenza ecologica planetaria rappresentata dalla nuova epoca antropocenica della storia geologica, Latour si è trovato privo di punti di riferimento – poiché, nella sua filosofia, anche l’ecologia era stata messa in discussione – ed è tornato a concetti mistificanti come Gaia e ciò che lui chiamava Earthbound (una rielaborazione e personificazione della nozione di “terrestre”).

Ma soprattutto, data la natura della distruzione planetaria, si trovò di fronte alla domanda su come concepirla dal punto di vista dell’ordine politico. Si rivolse quindi a Il Nomos della Terra nel diritto internazionale dello jus publicum europaeum di Carl Schmitt, scritto nella Germania nazista. L’opera di Schmitt cercava di radicare il diritto nella terra (non nel senso dell’ecologia, ma piuttosto della territorializzazione), concependola come la base dello stato di guerra permanente che fonda il diritto internazionale.[82]

La valutazione di Lukács sullo Schmitt di quel periodo è naturalmente molto più severa di quella di Latour. Il teorico del diritto nazista, sosteneva Lukács, si era rapidamente adattato al nuovo clima imperiale dopo la caduta del Terzo Reich. «Per lui – Carl Schmitt – non ha nessuna importanza se sia Hitler, Eisenhower o un imperialismo tedesco appena sorto, a instaurare la dittatura assoluta del capitalismo monopolistico».[83]

Tuttavia, basando la sua analisi su Schmitt, Latour ci dice che la risposta sta in «un nuovo stato di guerra» a favore di Earthbound. Nel 2015, Latour conclude La sfida di Gaia elogiando lo spirito di Cristoforo Colombo.[84] Nonostante la sua critica ai “moderni”, Latour si era alleato, almeno per un certo periodo, con gli ultra-ecomodernisti capitalisti del Breakthrough Institute, invitando la gente a «Love Your [Frankenstein] Monsters».[85]

L’irrazionalismo, ora, è nuovamente di moda. È evidente un’ulteriore «radicalizzazione dell’impossibilità di... uscita», mentre il mondo nel tardo imperialismo affronta due forme di sterminio: la guerra nucleare e l’emergenza ecologica planetaria.

In una conferenza e in un libro che affronta l’antisemitismo e il nazismo nei Black Notebooks di Heidegger, che rappresentano uno sforzo disperato per salvare in qualche modo il pensiero del filosofo nonostante le rivelazioni secondo cui il nazismo era parte integrante della sua intera visione, è stato il filosofo lacaniano-hegeliano Žižek ad avere l’ultima parola, senza dubbio per la sua reputazione di pensatore di sinistra. Žižek ha cercato di difendere l’importanza di Heidegger per la filosofia, nonostante il suo nazismo, sulla base del significato della sua ontologia fondamentale della “differenza ontologica”, o del rapporto degli enti con l’Essere, da cui sono derivate l’analisi del Dasein e la decostruzione dell’ego cosciente di Heidegger.

Questo, quindi, è visto come separabile dalle specificità del percorso politico di Heidegger. Anche se non si è allontanato dalle sue visioni di estrema destra, non riuscendo a ripudiare il suo passato nazista, Heidegger, ci viene detto, va ancora lodato per l’ontologia fondamentale del suo Essere e tempo e per le sue critiche alla civiltà scientifico-tecnologica, viste come distinguibili dalla sua complicità con il Terzo Reich.[86]

Nell’opera di Žižek Meno di niente: Hegel e l’ombra del materialismo dialettico, Heidegger è lodato ancora più intensamente. Non solo Heidegger è qui presentato come una figura che opera «controcorrente» all’interno di una pratica «stranamente vicina al comunismo», ma ci viene anche detto che Heidegger «della metà degli anni ‘30», quando era membro del Partito nazista, può essere visto come «un futuro comunista», anche se non è mai arrivato a quella meta. Il nazismo di Heidegger, dichiara apologeticamente Žižek, «non fu un semplice errore, ma piuttosto un “passo giusto nella direzione sbagliata”».

Pertanto, «Heidegger non può essere semplicemente liquidato come una reazione volkisch tedesca” [Il termine tedesco völkisch, corrisponde all’italiano ‘popolo’ N.d.T.]. Nel suo periodo nazista, postula Žižek, Heidegger stava aprendo «possibilità che vanno... verso una politica emancipatrice radicale». Certo, questo è stato scritto prima della pubblicazione dei Black Notebooks, anche se ben dopo la pubblicazione di molti degli scritti nazisti di Heidegger. Ma come abbiamo visto, i Black Notebooks, con il loro virulento antisemitismo, non hanno modificato di molto la difesa generale della filosofia di Heidegger da parte di Žižek.[87]

La fedeltà di Žižek al progetto antiumanista di Heidegger è evidente nella sua attuale posizione postumanista in cui sostiene (mentre elogia Bennett) che la natura e l’ecologia, insieme all’umanità, non sono più categorie significative. In questa prospettiva, anche la difesa indigena della terra viene sminuita.

In un articolo, focalizzato sulla discussione del concetto marxiano di frattura metabolica, Žižek ha risposto all’appello del presidente socialista e indigeno boliviano Evo Morales, per la difesa della Madre Terra, con la battuta: «A questo si è tentati di aggiungere, che se c’è una cosa buona del capitalismo è che sotto di esso, la Madre Terra non esiste più».

Cosa si intendesse con ciò, come in gran parte degli scritti di Žižek, non era immediatamente chiaro, ma si adatta ad altre sue altre affermazioni che riflettono un simile disprezzo per i problemi ecologici e un’indiretta apologia del sistema, come la sua dichiarazione che «l’ecologia è un nuovo oppio per le masse».[88]

In effetti, sia la denaturalizzazione della natura che la disumanizzazione dell’umanità sono integrate nella generale visione antiumanista di Žižek, che si uniforma al principio della radicalizzazione dell’impossibilità di uscita. Così, ha dichiarato in modo nichilista che:
«Il potere della cultura umana non è solo quello di costruire un universo simbolico autonomo al di là di ciò che sperimentiamo come natura, di produrre nuovi “innaturali” oggetti naturali che materializzano la conoscenza umana. Non solo “simbolizziamo la natura”; noi [anche], per così dire, la denaturalizziamo dall’interno... L’unico modo per affrontare le sfide ecologiche è accettare pienamente la radicale denaturalizzazione della natura».
Ma questo implica anche la radicale disumanizzazione dell’umanità, poiché, come egli stesso afferma: «Ci sono esseri umani solo in quanto esiste una impenetrabile natura inumana (la “terra” di Heidegger)». Il problema di tutte le discussioni sulla «inclusione dell’umanità nella natura» e delle analisi della frattura metabolica, sostiene Žižek, è che tendono a regredire in una «ontologia generale dialettico-materialista», riferendosi al naturalismo dialettico di Engels e Lenin.

In accordo con l’approccio idiosincratico, idealista e irrazionalista di Žižek al «materialismo dialettico», che pretende di «ritornare da Marx a Hegel e attuare un “rovesciamento materialista” di Marx stesso» attraverso l’idealismo puro, sia il naturalismo-materialismo che l’umanesimo critico devono essere rifiutati, in generale conformità con l’heideggerianismo di sinistra.[89]

La realtà materiale lascia così il posto al Reale astratto. Tali visioni portano a un ritiro da qualsiasi prassi significativa, a un profondo pessimismo e a una dialettica dell’irrazionalismo. Senza mai affrontare seriamente la crisi ecologica globale o la lotta di classe contro il capitalismo, necessaria per evitare di superare i punti critici planetari, Žižek dichiara spensieratamente che «dobbiamo assumere la catastrofe come nostro destino».[90]

Tale irrazionalismo, in relazione alla crisi ambientale del capitalismo, è evidente anche nella risposta di Žižek all’attuale crescente minaccia di un conflitto nucleare tra NATO e Russia nel contesto della guerra in Ucraina. In effetti, oggi assistiamo a un’ulteriore distruzione della ragione, frutto di un confuso antiumanesimo misto a fervore nazionalista. Ciò è evidente nell’insistenza di Žižek sul fatto che la NATO dovrebbe continuare a sostenere la guerra in Ucraina e abbandonare i colloqui di pace, nonostante i crescenti pericoli di uno scambio termonucleare globale che quasi certamente annienterebbe tutta l’umanità, semplicemente per “salvare la faccia”.

Altri come Noam Chomsky, che hanno sollevato la questione del rapporto con la crescente minaccia di sterminio globale, vengono erroneamente liquidati da Žižek come sostenitori della Russia di Putin. Al contrario, egli chiede una NATO più forte e globale, in grado di combattere sia la Russia che la Cina. Ci viene detto che la stessa “logica” che governa l’insistenza della Russia per non far entrare l’Ucraina nella NATO e per non far collocare armi nucleari sul suolo ucraino, che costituirebbe una «crisi esistenziale per lo stato russo... impone che anche l’Ucraina abbia armi [fornite nel suo caso dall’Occidente] – e persino armi nucleari – per raggiungere la parità militare» con la Russia.[91]

Qui vediamo il “suicidio cosmico” di Hartmann come la manifestazione suprema dell’intelletto e della volontà che improvvisamente riemerge nel nostro tempo. Ancora una volta l’irrazionalismo, coltivato ai più alti livelli intellettuali, che dominava la visione dell’Occidente all’inizio della Prima Guerra Mondiale, sta soffocando ogni alternativa razionale.

Offrire un sostegno acritico agli obiettivi della triade imperiale di Stati Uniti/Canada, Europa e Giappone, o sostenere una NATO globale nel contesto tardo imperialista, significa identificarsi con l’irrazionale volontà di potenza del centro imperiale del dell’economia mondiale, che porta o all’eterno ritorno dello sfruttamento/espropriazione, oppure al suicidio cosmico di Hartmann.

Oggi, la Ragione esige il superamento dello sfruttamento e dell’espropriazione, e delle relative tendenze sterministe del nostro tempo. Ciò può essere realizzato, come ha notato Baran negli anni ’60, solo sulla base dell’«identità degli interessi materiali di una classe [o delle forze sociali basate sulla classe] con... la critica della Ragione all’irrazionalità esistente».

La fonte di una tale identità di «interessi materiali con una classe» si trova attualmente soprattutto nel Sud del mondo, e con quei movimenti rivoluzionari che ovunque cercano di rovesciare l’intero sistema capitalista-coloniale-imperialista per il bene dell’umanità e della Terra.

Note

[1] György Lukács, Die Zerstörung der Vernunft (Berlin: Aufbau-Verlang, 1953), English translation, The Destruction of Reason (London: Merlin Press, 1980), traduzione italiana, La distruzione della ragione (Sesto San Giovanni: Mimesis Edizioni, 2011).

[2] George Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” Encounter (May 1963): 74–79. Lichtheim stava apparentemente revisionando il testo di György Lukács, The Meaning of Contemporary Realism (London: Merlin Press, 1963).

[3] Rodney Livingston, Perry Anderson, and Francis Mulhern, “Presentation IV,” in Theodor Adorno, Walter Benjamin, Bertolt Brecht, and György Lukács, Aesthetics and Politics (London: Verso, 1977), 142–50; Theodor Adorno, “Reconciliation Under Duress,” in Adorno, Benjamin, Brecht, and Lukács, Aesthetics and Politics, 152–54; István Mészáros, The Power of Ideology (New York: New York University Press, 1989), 118–19. Adorno ha sostenuto che «La distruzione della ragione… ha rivelato più chiaramente la distruzione della ragione dello stesso Lukács». Ha falsamente affermato che nel libro «Nietzsche e Freud sono semplicemente etichettati come fascisti» — nonostante il fatto che Nietzsche sia affrontato da Lukács in termini di irrazionalismo filosofico, che non costituisce di per sé un fascismo, mentre Freud è appena menzionato nel libro, e non in modo negativo. Adorno, “Reconciliation Under Duress,” 152.

[4] Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” 78–79; Lichtheim citato in Árápad Kadarkay, “Introduction: Philosophy and Politics,” in György Lukács, The Lukács Reader, ed. Árápad Kadarkay (Oxford: Blackwell, 1995), 215. Va notato che, mentre Kadarkay cita Lichtheim sia qui che nella sua biografia di Lukács, riferendosi a Destruction of Reason come a un “crimine intellettuale”, questa affermazione non si trova in realtà nella pagina del numero di Encounter, che Kadarkay cita in entrambe le occasioni e che altri citano tramite Kadarkay. Tuttavia, poiché Lichtheim si riferisce chiaramente, in un altro numero di Encounter, all’opera di Lukács in questa fase come a un “disastro intellettuale” e a una “catastrofe intellettuale”, l’affermazione “crimine intellettuale” ha un certo fondo di verità.

[5] Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” 76. Nonostante l’impressione che lascia Lichtheim, Lukács non ha fatto alcuna allusione agli “incubi di Kafka” nel suo libro. Le virgolette intorno alla frase citata sono di Lichtheim, poiché Lukács non ha fatto alcuna affermazione del genere.

[6] Lukács, The Destruction of Reason, 770.

[7] Lukács, The Destruction of Reason, 792–93.

[8] Árápad Kadarkay, György Lukács: Life, Thought and Politics (Oxford: Blackwell, 1991), 421–23; Lichtheim, “An Intellectual Disaster,” 76.

[9] Enzo Traverso, “Dialectic of Irrationalism,” introduzione a György Lukács, The Destruction of Reason (London: Verso, 2021), 10. L’introduzione di Traverso, alla recente ristampa pubblicata da Verso Books di The Destruction of Reason, porta avanti, anziché prenderne le distanze, questi precedenti attacchi marxisti occidentali al libro, rendendo, in gran parte, la sua introduzione un’anti-introduzione, più tipica dell’epoca della prima Guerra Fredda.

[10] I. Lenin, Imperialism, the Highest Stage of Capitalism (New York: International Publishers, 1939). L’argomentazione di Lenin non viene analizzata direttamente nel libro di Lukács, ma costituisce comunque lo sfondo materiale dell’intera argomentazione, in quanto l’imperialismo, nei termini di Lenin, è un punto di riferimento costante.

[11] Sul tardo imperialismo, vedi John Bellamy Foster, “Late Imperialism,” Monthly Review 71, no. 3 (July–August 2019): 1–19; Zhun Xu, “The Ideology of Late Imperialism,” Monthly Review 72, no. 10 (March 2021): 1–20. Sull’imperialismo collettivo della triade, vedi Samir Amin, “Contemporary Imperialism,” Monthly Review 67, no. 3 (July–August 2015): 23–36.

[12] Vedi Xu, “The Ideology of Late Imperialism“; Paweł Wargan, “NATO and the Long War on the Third World,” Monthly Review 74, no. 8 (January 2023): 16–32.

[13] Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 1966), 338, 341.

[14] Paul A. Baran a Paul M. Sweezy, February 3, 1957, in Paul A. Baran e Paul M. Sweezy, The Age of Monopoly Capital (New York: Monthly Review Press, 2017), 154.

[15] Fëdor Dostoevskij, Notes from Underground (New York: Vintage, 1993), 13; Paul A. Baran, The Longer View (New York: Monthly Review Press, 1969), 104. L’espressione “vomito della ragione” è presa dall’interpretazione di Baran del rifiuto, da parte dell’Uomo del sottosuolo, delle “leggi della natura” e “due per due fa quattro”, per cui il protagonista del romanzo di Dostoevskij, secondo Baran, “vomita la ragione”.

[16] Sull’irrazionalismo, vedi Lukács, The Destruction of Reason; Herbert Aptheker, “Imperialism and Irrationalism,” Telos 4 (1969): 168–75; Étienne Balibar, “Irrationalism and Marxism,” New Left Review I:107 (January–February 1978): 3–18; Frederick Copleston, A History of Philosophy, vol. 7, Part II, Modern Philosophy: Schopenhauer to Nietzsche (Garden City, New York: Doubleday, 1963); “Irrationalism,” [Encyclopedia] Britannica, no date, britannica.com.

[17] James H. Meisel, “A Premature Fascist? Sorel and Mussolini,” The Western Political Quarterly 3, no. 1 (March 1950): 26; H. Stuart Hughes, Consciousness and Society (New York: Vintage, 1958), 162.

[18] Hitler citato da Herman Raushning, Gespräche mit Hitler (New York: Europa Verlag, 1940), 210, tradotto in Gerald Holton, “Can Science Be at the Centre of Modern Culture?,” Public Understanding of Science 2 (1993): 302. Per una traduzione un pò diversa, vedi Herman Raushning, Voice of Destruction (New York: G. P. Putnam’s Sons, 1940), 222–23.

[19] Lukács, The Destruction of Reason, 5.

[20] Lukács, The Destruction of Reason, 192.

[21] Copleston, Schopenhauer to Nietzsche, 27; Lukács, The Destruction of Reason, 193–98.

[22] Lukács, The Destruction of Reason, 204–8.

[23] Arthur Schopenhauer, The World as Will and Idea, vol. 3 (London: Trübner, 1883), 164; Lukács, The Destruction of Reason, 225. L’attribuzione della volontà a tutta l’esistenza da parte di Schopenhauer sarebbe sembrata ai suoi lettori meno fantastica di quanto non lo sia oggi. Come notò criticamente il grande geologo Georges Curvier nel suo famoso “Discorso preliminare” alle sue Researches on Fossil Bones del 1812, alcuni scienziati del primo Ottocento, tra cui il mineralogista Eugène Patron, attribuirono alla «molecola più elementare… un istinto, una volontà». Georges Curvier, Fossil Bones, and Geological Catastrophes, ed. Martin J. S. Rudwick (Chicago: University of Chicago Press, 1997), 201.

[24] “From Baruch Spinoza’s ‘Letter to G. H. Schuller’ (1674),” Explanitia (blog), October 3, 2018, explanatia.wordpress.com; Schopenhauer, The World as Will and Idea, vol. 3, 164. Lukács, The Destruction of Reason, 225–27.

[25] Schopenhauer, The World as Will and Idea, vol. 3, 159, 165–66, 531–32; Lukács, The Destruction of Reason, 225. è

[26] Friedrich Lange, The History of Materialism (New York: Humanities Press, 1950).

[27] Eduard von Hartmann, Philosophy of the Unconscious, vol. 3 (London: Kegan, Paul, Trench, and Trübner, 1893) 131–36; Copleston, Schopenhauer to Nietzsche, 57–59; Thomas Moynihan, X-Risk: How Humanity Discovered Its Own Extinction (Falmouth, UK: Urbanomic Media, 2020), 273–78; Lukács, The Destruction of Reason, 409; Frederick C. Beiser, After Hegel: German Philosophy, 1840–1900 (Princeton: Princeton University Pres, 2016), 158–216.

[28] Lukács, The Destruction of Reason, 309, 319–21.

[29] Lukács, The Destruction of Reason, 388–89.

[30] Friedrich Nietzsche, The Will to Power (New York: Vintage, 1967), 550.

[31] Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, Vol. VI, tomo II delle OFN, Milano, 1976, pp. 177-178.

[32] Lukács, The Destruction of Reason, 361. Su Hobbes, vedi István Mészáros, Beyond Leviathan (New York: Monthly Review Press, 2022), 42–44.

[33] Nietzsche, The Will to Power, 25, 77; Nietzsche, Beyond Good and Evil, 118.

[34] Nietzsche, The Will to Power, 33, 78, 364–65, 397–98; Nietzsche, Beyond Good and Evil, 110–11, 115; Friedrich Nietzsche, Twilight of the Idols (Indianapolis: Hackett Publishing Co., 1997), 41.

[35] Nietzsche, citato da Lukács, The Destruction of Reason, 327.

[36] Nietzsche, Beyond Good and Evil, 111.

[37] Friedrich Nietzsche, On the Genealogy of Morality (Cambridge: Cambridge University Press, 2007), 23–24, 33. Stanamente, Deleuze vede il concetto di “superuomo” di Nietzsche, come il suo trionfo finale sulla dialettica di Hegel. Gilles Deleuze, Nietzsche and Philosophy (New York: Columbia University Press, 1983), 147–94.

[38] F. Nietzsche, Genealogia della morale, in Vol. VI, tomo II delle OFN, Milano, 1976, p. 229.

[39] La traduzione qui riportata segue quella di Michael Scarpitti, “The Perils of Translation, or Doing Justice to the Text,” 38, academia.edu. La traduzione di Kaufman di The Will to Power omette le ultime due frasi. Nietzsche, The Will to Power, 467. Vedi anche Ronald Beiner, Dangerous Minds: Nietzsche, Heidegger, and the Return of the Far Right (Philadelphia: University of Pennsylvania Press, 2018), 4, 137.

[40] Lukács, The Destruction of Reason, 392; Deleuze, Nietzsche and Philosophy, 198.

[41] Lukács, The Destruction of Reason, 25, 403.

[42] Henri Bergson, Creative Evolution (New York: Henry Holt, 1911), 340–42.

[43] Frederick Copleston, A History of Philosophy, vol. 9, Maine de Biran to Sartre; Part I: The Revolution to Henri Bergson (New York: Doubleday, 1974), 216–23. Sul rapporto tra l’argomentazione di Bergson sull’occhio e quella degli attuali teorici del creazionismo scientifico, vedi John Bellamy Foster, Brett Clark, and Richard York, Critique of Intelligent Design (New York: Monthly Review Press), 14–15, 158–61.

[44] Ray Lankester, Preface in Hugh S. R. Elliot, Modern Science and the Illusions of Professor Bergson (New York: Longmans, Green, and Co., 1912), vii–xvii.

[45] See B. Sadoski, “The ‘Physical’ and ‘Biological’ in the Process of Organic Evolution,” in Nikolai Bukharin et. al., Science at the Crossroads (London: Frank Cass and Co., 1971), 69–80; Joseph Needham, Time: The Refreshing River (London: Georg Allen and Unwin, 1943), 241–46.

[46] Bergson, Creative Evolution, 342; Jimena Canales, The Physicist and the Philosopher (Princeton: Princeton University Press, 2015), 46–47; “Einstein vs. Bergson: The Struggle for Time”, Faena Aleph, faena.com.

[47] Lukács, The Destruction of Reason, 5, 496.

[48] Martin Heidegger, Basic Writings (New York: HarperCollins, 1993), 53–57, 234; Michael Wheeler, “Martin Heidegger,” Stanford Encyclopedia of Philosophy, October 12, 2011, plato.stanford.edu.

[49] Heidegger fa un’eccezione per alcuni filosofi presocratici, in particolare per Eraclito.

[50] Richard Wolin, Labyrinths (Amherst, Massachusetts: University of Massachusetts Press, 1995), 184; Lukács, The Meaning of Contemporary Realism, 20–21, 26–27.

[51] Martin Heidegger, Being and Truth (Bloomington: Indiana University Press, 2010), 73 (corsivo aggiunto); Beiner, Dangerous Minds, 4–5, 137.

[52] Emmanuel Faye, Heidegger: The Introduction of Nazism into Philosophy in Light of the Unpublished Seminars of 1933–1935 (New Haven: Yale University Press, 2009), 39–58; Richard Wolin, ed., The Heidegger Controversy (Cambridge, Massachusetts: MIT Press, 1993); Richard Wolin, Labyrinths,103–22.

[53] Heidegger citato da Wolin, Labyrinths, 126, 138. Vedi anche Wolin, The Heidegger Controversy, 30.

[54] Briner, Dangerous Minds, 105–8; Wolin, Labyrinths, 134–35.

[55] Heidegger citato da Wolin, Labyrinths, 131.

[56] Philip Oltermann, “Heidegger’s ‘Black Notebooks’ Reveal Antisemitism at the Core of His Philosophy,” Guardian, March 12, 2014.

[57] Tom Rockmore, “Heidegger After Trawny,” in Heidegger’s Black Notebooks, ed. Andrew J. Mitchell and Peter Trawny (New York: Columbia University Press, 2017), 152.

[58] Heidegger, Basic Writings, 225, 234, 241–47; Lukács, The Destruction of Reason, 833–36.

[59] Wheeler, “Martin Heidegger.”

[60] Heidegger, Basic Writings, 243–44; Lukács, The Destruction of Reason, 836–37.

[61] György Lukács, Lenin (Cambridge, Massachusetts: MIT Press, 1971), 41–43.

[62] Lenin, Imperialism, the Highest Stage of Capitalism,119.

[63] Raymond Williams, The Long Revolution (Cardigan, UK: Parthian, 2012), 69.

[64] Wolin, Labyrinths, 1.

[65] Keti Chukhrov, Practicing the Good (Minneapolis: e-flux/University of Minnesota Press, 2020), 20.

[66] Deleuze, Nietzsche and Philosophy, 8–10, 198.

[67] Gilles Deleuze, “I Have Nothing to Admit,” Semiotexte 2, no. 3 (1977), 112; Brian Massumi, introduction in Gilles Deleuze and Félix Guattari, A Thousand Plateaus (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1983), x.

[68] Gilles Deleuze, Bergsonism (New York: Zone Books, 1991), 79–85.

[69] Chukhrov, Practicing the Good, 20.

[70] Gilles Deleuze e Félix Guattari, Anti-Oedipus: Capitalism and Schizophrenia (Minneapolis: University of Minnesota Press, 1983), 3–5.

[71] Karl Marx, Early Writings (London: Penguin, 1974), 349–50 (citato, in accordo, da Deleuze e Guattari, op. cit.), 398–99.

[72] Deleuze e Guattari, Anti-Oedipus, 5.

[73] Félix Guattari, The Machinic Unconscious (Los Angeles: Semiotext(e), 2011); Karl Marx e Friedrich Engels, The Communist Manifesto (New York: Monthly Review Press, 1964), 1.

[74] Nella filosofia vitalistica di Deleuze, le essenze sono immanenti nelle cose mobili e materiali, e quindi si distinguono dall’essenzialismo nel senso di idee fisse e trascendenti.

[75] Jacques Derrida, Specters of Marx (London: Routledge, 1994), 219–20. Se in Spettri di Marx, Derrida cerca di decostruire la prassi marxiana, altre opere hanno utilizzato la figura dello spettro di Marx per ricostruire la prassi rivoluzionaria. Vedi soprattutto China Miéville, A Spectre Haunting: On the Communist Manifesto (Bloomsbury: Head of Zeus, 2022).

[76] Derrida, Specters of Marx, 93, 219; Wolin, Labyrinths, 238–39.

[77] Baruch Spinoza, Ethics (London: Penguin,1996), 75 (III, prop. 6); “From Baruch Spinoza’s ‘Letter to G. H. Schuller’ (1674)”; Gilles Deleuze, Spinoza: Practical Philosophy (San Francisco: City Lights, 1988), 97–104.

[78] Jane Bennet, Vibrant Matter (Durham: Duke University Press, 2010), xiv–xv, 1–4; Timothy Morton, Humankind (London: Verso, 2019), 33, 55, 61–63, 71, 97, 166–71. Vedi John Bellamy Foster, “Marx’s Critique of Enlightenment Humanism,” Monthly Review 74, no. 8 (January 2023): 1–15. (trad italiana: La critica di Marx all’umanesimo illuminista: una prospettiva ecologica rivoluzionaria, Antropocene.org)

[79] Bennet, Vibrant Matter, 1–4.

[80] Foster, “Marx’s Critique of Enlightenment Humanism,” 10–12. (trad italiana: La critica di Marx all’umanesimo illuminista: una prospettiva ecologica rivoluzionaria, Antropocene.org)

[81] Bruno Latour, The Politics of Nature (Cambridge, Massachusetts: Harvard University Press, 2004), 75–80; Bruno Latour, Reassembling the Social (Oxford: Oxford University Press, 2007), 54–55; Bruno Latour, We Have Never Been Modern (Cambridge, MA: Harvard University Press,1993).

[82] Bruno Latour, Facing Gaia (Cambridge: Polity, 2017), 220–54, 285–92, traduzione italiana La sfida di Gaia (Sesto san Giovanni: Meltemi, 2020); Bruno Latour, Down to Earth (Cambridge: Polity, 2018).

[83] Lukács, The Destruction of Reason, 839–40.

[84] Latour, Facing Gaia, 285–92.

[85] Bruno Latour, “Love Your Monsters,” Breakthrough Institute, February 14, 2012, org. Nel suo ultimo libro postumo, Latour ha compiuto un passo più progressista e meno irrazionalista, ma non radicale. Vedi Bruno Latour and Nikolaj Schultz, On the Emergence of an Ecological Class (London: Polity, 2022).

[86] Slavoj Žižek, “The Persistence of Ontological Difference,” in Heidegger’s Black Notebooks, ed. Mitchell and Trawny, 186–200.

[87] Slavoj Žižek, Less Than Nothing: Hegel and the Shadow of Dialectical Materialism (London: Verso, 2013), 6, 878–79. traduzione italiana, Meno di niente: Hegel e l’ombra del materialismo dialettico (

[88] Slavoj Žižek, “Ecology Against Mother Nature,” Verso Blog, May 26, 2015; Slavoj Žižek, “Censorship Today: Violence, or Ecology as a New Opium for the Masses,” 2007, lacan.com; Slavoj Žižek, Absolute Recoil: Toward a New Foundation of Dialectical Materialism (London: Verso, 2016), 7–12. Pur essendo critico nei confronti del nuovo materialismo, Žižek simpatizza con la sua prospettiva virulentemente antiumanista e antirealista.

[89] Slavoj Žižek, “Where Is the Rift?: Marx, Lacan, Capitalism, and Ecology,” Los Angeles Review of Books 20 (January 2020); Žižek, Less than Nothing, 207. Žižek sostiene che oggi esistono quattro forme rilevanti di materialismo: (1) il riduzionista materialismo volgare (psicologia cognitiva, neodarwinismo), (2) l’ateismo (Christopher Hitchens), (3) il materialismo discorsivo (Michel Foucault) e (4) il “nuovo materialismo” (Deleuze). Il marxismo è deliberatamente escluso dalla sua lista. Contrapponendosi a Engels e Lenin sostiene che l’unica via per un praticabile “materialismo dialettico”, è un “materialismo senza materialismo” attraverso l’idealismo hegeliano portato ai suoi limiti e reinterpretato per mezzo di Jacques Lacan e Heidegger. La sua “nuova fondazione del materialismo dialettico” come filosofia nichilista del “meno di niente” trova la sua giustificazione finale non in Hegel o Marx, ma in Heidegger. Slavoj Žižek, Absolute Recoil, 5–7, 413–14.

[90] Žižek, Less Than Nothing, 983–84, 207; Žižek, Absolute Recoil, 31, 107. Žižek presenta la previsione della catastrofe come destino, come una “soluzione radicale”, nei termini di mossa filosofica. Tuttavia questa non può essere vista né come “radicale” né come “soluzione”, ma semplicemente come una proiezione del suicidio cosmico come destino, dato che nella sua analisi non viene fatto alcun tentativo di indicare un modo per contrastare questo “destino”. Per una critica dell’approccio, idiosincratico e idealista, di Žižek alla dialettica, vedi Adrian Johnston, A New Dialectical Idealism: Hegel, Žižek, and Dialectical Materialism (New York: Columbia University Press, 2018); vedi anche Adrian Johnston, “Materialism without Materialism: Slavoj Žižek and the Disappearance of Matter,” in Slavoj Žižek and Dialectical Materialism, ed. Agon Hamza and Frank Ruda (London: Palgrave Macmillan, 2016), 3–22. Come afferma Johnston, l’opera di Žižek costituisce un «tradimento, piuttosto che una reinvenzione, del materialismo dialettico». Johnston, “Materialism without Materialism,” 11.

[91] Slavoj Žižek, “The Ukraine Safari,” Project Syndicate, October 13, 2022; Slavoj Žižek, “Pacifism Is the Wrong Response to the War in Ukraine,” Guardian, June 21, 2022; “Ukraine and the Third World,” Kurtay Academics, March 4, 2022, kurtayacademics.com; Jonathan Cook, “A Lemming Leading the Lemmings: Slavoj Žižek and the Terminal Crisis of the Anti-War Left,” MintPress News, June 23, 2022. Sui rischi nucleari della Nuova Guerra Fredda, vedi John Bellamy Foster, John Ross, and Deborah Veneziale, Washington’s New Cold War (New York: Monthly Review Press, 2022).

Traduzione a cura della Redazione di Antropocene.org

Fonte: Monthly Review, vol. 74, n. 9 (01.02.2023)


Fonte

05/01/2023

La scienza sottomessa alla fede. L'irricevibile visione di Ratzinger

L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti segnala con una nota che con la morte di Ratzinger pure sui giornali molti commentatori (anche di testate “laiche”) non hanno mancato di fare elogi sperticati del papa emerito, proclamandolo conciliatore – nientemeno – tra ragione e fede.

Quanto questa ricostruzione sia falsata lo mette bene in chiaro il divulgatore scientifico Silvano Fuso su MicroMega proprio ripercorrendo gli scritti e le dichiarazioni pubbliche di Benedetto XVI. Infatti Ratzinger, da intellettuale religioso schiettamente conservatore che temeva la scienza moderna, vedeva questa “compatibilità” solo quando la ragione si sottomette totalmente alla fede.

Qui di seguito il commento critico di Silvano Fuso comparso su Micromega

*****

Joseph Ratzinger, la ragione e la scienza

La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. In realtà fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima si sottomette in maniera totale e incondizionata alla fede.

La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui, sottolineando la finezza intellettuale del pontefice emerito scomparso, si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. Spesso, inoltre, Ratzinger viene ritratto come il papa del dialogo, animato da una ricerca teologica il cui filo conduttore è appunto l’equilibrio tra ragione e fede.

In realtà andando a rileggere molti dei suoi scritti e delle sue dichiarazioni pubbliche emerge un quadro piuttosto diverso. Fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima abdica completamente dalle sue prerogative per sottomettersi in maniera totale e incondizionata alla fede.

Vale quindi la pena andare a rileggere alcune sue affermazioni.

Nella celebre conferenza tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006, Ratzinger scrive:

“Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche.

Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia.

Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere”
.

In definitiva, secondo Ratzinger, se si spiega la realtà senza accettare “la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura”, si è irrazionali.

Vale la pena ricordare che la scienza fa proprio questo: spiega la realtà senza ipotizzare alcuna struttura razionale operante nella natura. Pensiamo, ad esempio, alla teoria dell’evoluzione biologica, la quale si sviluppa in modo casuale, senza alcuna finalità o disegno.

Tali concetti sono stati ribaditi da Ratzinger nella sua enciclica Spe Salvi, pubblicata il 30 novembre 2007. In essa, coerentemente con tutto il suo pensiero, viene ribadita la limitatezza della sola ragione senza fede e una ferma condanna dell’illuminismo:

“La ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione”.

Ed è piuttosto curioso che Ratzinger non esiti a citare un autore della scuola di Francoforte per avvalorare la sua critica al progresso, ritenuto ambiguo e non necessariamente positivo:

“Già nel XIX secolo esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare.

Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male.

Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cfr Ef 3,16; 2 Cor 4,16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo”
.

Tornando alla conferenza di Ratisbona, Ratzinger si focalizza poi sulle scienze in particolare e scrive:

“Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità.

Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o prescientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione”
.

Questo approccio riduttivo non è però accettabile per Ratzinger:

“Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo.

Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale.

È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo constatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente”
.

Per Ratzinger è intollerabile (e addirittura patologico) che gli interrogativi “propriamente umani” diventino un problema soggettivo, ai quali ciascuno fornisce la risposta che meglio crede. In pratica ancora una volta, dopo circa quattro secoli dalla condanna di Galileo e dal rogo di Giordano Bruno, la Chiesa Cattolica mostra di non sopportare il libero pensiero e vuole avere il monopolio della verità.

L’alternativa che Ratzinger propone è infatti una sottomissione della “ragione ristretta”, tipica del pensiero scientifico, a una “ragione estesa” che coincide con la fede:

“L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle.

Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica, e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze”
.

Ratzinger ha ulteriormente ribadito la sua posizione nei confronti dei possibili pericoli derivanti dalla scienza il 16 ottobre 2008, durante l’udienza ai partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel X anniversario dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II.

Ribadendo, al solito, la sostanziale superiorità della fede nei confronti della ragione, questa volta Ratzinger non ha trovato di meglio che accusare gli scienziati di arroganza e di desiderio di facili guadagni:

“Avviene, tuttavia, che non sempre gli scienziati indirizzino le loro ricerche verso questi scopi. Il facile guadagno o, peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al Creatore svolgono, a volte, un ruolo determinante. È questa una forma di hybris della ragione, che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità”.

Ora, di tutto si possono accusare gli scienziati, ma non certo di avere forti interessi economici. Molto spesso lavorano in condizioni disagiate, con assunzioni precarie e con finanziamenti esigui: sono ben altre le categorie che si muovono allettate da “facili guadagni”.

Riguardo alla presunta arroganza, ben rispose a suo tempo il fisico Tullio Regge (1931-2014) in una dura critica al discorso del papa:

“La «arroganza degli scienziati» è accusa ingiusta e indiscriminata e pone sotto accusa tutto il mondo scientifico. Il vero scienziato tiene conto degli errori commessi e delle critiche, molto di più di quanto facciano molti uomini di Chiesa. Lo scienziato è uomo e come tale può commettere errori ma non possiede il monopolio dell’errore.

Rendiamoci conto infine che lo scienziato prova pietà umana verso chi soffre di una grave malattia esattamente come accade all’uomo della strada. Il Papa pare aver dimenticato i tempi dell’Inquisizione spagnola e dei roghi su cui Torquemada, uomo di Chiesa, sterminava dei poveracci soltanto perché ebrei, tempi in cui la filosofia e la teologia si rivelarono in quel contesto strumenti devastanti e micidiali”
.

Anche nel testamento spirituale pubblicato dopo la sua morte, Ratzinger non ha risparmiato critiche alle scienze, mostrando di non averne compreso a fondo l’evoluzione storica:

“Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica.

Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità”
.

Abbiamo accennato alla teoria dell’evoluzione, vero pilastro delle moderne scienze biologiche, che è stata spesso oggetto di aspre critiche da parte del defunto papa emerito.

Joseph Ratzinger ha espresso chiaramente il suo pensiero riguardo all’evoluzione in un libro dapprima pubblicato in Germania e successivamente anche in Italia dal titolo Creazione ed evoluzione (3). Il volume raccoglie gli Atti del consesso a porte chiuse tenutosi nella residenza estiva papale di Castel Gandolfo dall’1 al 3 settembre 2006.

Si trattava dell’incontro annuale del Ratzinger ­Schülerkreis, il gruppo di ex dottorandi del professor Ratzinger alle università di Bonn, Münster, Tubinga e Regensburg, che dal 1978 si è riunito regolarmente con il proprio maestro. Anziché limitarsi a considerazioni metafisiche, imprudentemente, Ratzinger questa volta si avventura in affermazioni che riguardano il contenuto della teoria dell’evoluzione:

“A me pare importante, in particolare, come prima cosa, che la teoria dell’evoluzione in gran parte non sia dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10mila generazioni. Ciò significa che ci sono dei vuoti o lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità sperimentale a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce. […] La teoria dell’evoluzione non è ancora una teoria completa, scientificamente verificabile”.

Tale affermazione è palesemente falsa: esistono infatti numerosissime prove a favore della teoria dell’evoluzione biologica, prove che includono anche l’osservazione diretta di mutazioni in tempi brevi (basti pensare ai grossi problemi causati dalle rapide mutazioni del virus SARS-CoV-2).

Nello stesso testo Ratzinger non perde l’occasione per rivolgere, ancora una volta, una critica alla scienza in generale:

“La scienza ha aperto tante nuove strade alla ragione, portandoci verso nuovi approfondimenti. Ma nell’entusiasmo per la portata delle sue scoperte, la scienza tende ad allontanarci da quelle dimensioni della stessa ragione di cui abbiamo ancora bisogno. I suoi risultati portano a domande che vanno oltre il canone metodologico e che non possono avere risposta al suo interno”.

Se con questo si intende che la scienza non può rispondere a tutte le domande che l’uomo si pone, si può essere senz’altro d’accordo: chi conosce la scienza per quello che è e non ha di essa un’immagine ideologizzata è perfettamente consapevole di questo limite.

Tuttavia Ratzinger sembra voler dire qualcos’altro, come ampiamente chiarito negli altri suoi scritti già citati.

Il giorno 17 gennaio 2008 Ratzinger, invitato dall’allora Rettore Prof. Renato Guarini, avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione del 705esimo anno accademico della Sapienza di Roma. La sua partecipazione venne poi annullata in seguito alla reazione di numerosi docenti dell’ateneo.

Nella allocuzione che avrebbe dovuto tenere in quell’occasione, Ratzinger ribadisce sostanzialmente la sua posizione riguardo ai rapporti tra scienza, ragione e fede. In un passo del discorso, citando S. Agostino, sostiene addirittura che la semplice conoscenza renderebbe tristi:

“È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica.

Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.

Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa”
.

In un altro passo, Ratzinger sottolinea ancora una volta la necessità che la ragione sia sottomessa alla fede:

“Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.

Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma”
.

Un altro ambito il cui il pensiero di Ratzinger mostra la sua totale lontananza da qualsiasi impostazione razionale riguarda la concezione del dolore e della sofferenza.

Tale concezione traspare in modo piuttosto chiaro anche all’interno dell’enciclica Spe salvi. Pur sottolineando la necessità di diminuire la sofferenza, Ratzinger ne esalta comunque il valore e ne ribadisce ancora una volta l’origine legata alle colpe dell’umanità:

“Come l’agire, anche la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall’altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile.

Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche. Sono tutti doveri sia della giustizia che dell’amore che rientrano nelle esigenze fondamentali dell’esistenza cristiana e di ogni vita veramente umana.

Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza”
.

Più avanti poi si comprende che, tutto sommato, secondo Ratzinger la limitazione della sofferenza comporta il rischio di togliere senso alla vita e solamente la sua accettazione può consentire all’uomo di ritrovarne uno e di maturare:

“[…] Ritorniamo al nostro tema. Possiamo cercare di limitare la sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine.

Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore”
.

Via via che procede nelle sue riflessioni sulla sofferenza, Ratzinger ne sottolinea sempre di più il valore fino a definire “crudele e disumana” una società che non sia in grado di accettarla, proponendo la compassione come rimedio al dolore necessario:

“La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana.

La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza”
.

E arriva al punto di farne una vera e propria esaltazione:

“Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso”.

Sicuramente queste concezioni della sofferenza hanno pesantemente rallentato in Italia la diffusione delle terapie del dolore. Pensiamo, ad esempio, alla scarsa diffusione dell’uso dell’anestesia epidurale durante il parto, sicuramente influenzata dal monito biblico rivolto alla donna, destinata a ‘partorire nel dolore’.

Non possiamo infine non ricordare le posizioni sostanzialmente reazionarie assunte da Ratzinger nei confronti della comunità LGBTQ+.

Da un lato si condanna ogni discriminazione dei soggetti omosessuali. La Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, all’articolo 10 della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica per la cura pastorale delle persone omosessuali del 1986, aveva infatti affermato:

“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei Pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”.

Dall’altro lato però si considera l’omosessualità moralmente deprecabile. Nella citata lettera, infatti, ci si affretta a precisare che:

“Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”.

Come dire, è giusto deprecare gli eccessi dell’omofobia, ma la si può perfettamente comprendere. Ogni commento è superfluo.

Si potrebbero ricordare tante altre affermazioni di Ratzinger (tra cui anche un’esplicita ‘La scienza senza Dio è una minaccia per l’umanità’) in cui l’armoniosa convivenza tra fede e ragione esaltata da molti appare francamente molto dubbia.

Come è stato efficacemente sottolineato sulle pagine di questa testata, Ratzinger è stato sostanzialmente un “raffinato interprete del conservatorismo insito nella Chiesa”. Ha svolto il suo ruolo, di cardinale prima e di pontefice poi, portando avanti posizioni tipiche della Chiesa Cattolica e in questo non vi è nulla di sorprendente.

Quello che invece desta un certo stupore e un certo fastidio è che lo si voglia ritrarre per quello che non è stato e soprattutto il fatto che certe riletture vengano da parte di coloro che per ruolo e tradizione culturale dovrebbero mostrare un po’ più di senso critico nel fornire valutazioni su esponenti del clero.

Note

1: T. Regge, “Stiamo tornando ai tempi di Galileo”, Il Giornale, 17 ottobre 2008

2: S. O. Horn und S. Wiedenhofer, Schöpfung und Evolution, Sankt Ulrich Verlag, Gebundene Ausgabe 2007

3: S. O. Horn e S. Wiedenhofer, Creazione ed evoluzione. Un convegno con Papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2007.

Fonte