Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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27/08/2025

Gli USA in corsa verso l'oscurantismo

La sacrosanta indignazione suscitata dallo spettacolo di una decina di infami prezzolati che a Gaza – in realtà nello spazio alla frontiera dove sono accatastate migliaia di tonnellate di aiuti bloccati da Israele per affamare i palestinesi, nelle stesse ore in cui veniva preparata la strage di medici e giornalisti all’ospedale Nasser – si sono prestati a fare da “cipria” sul genocidio non deve dimenticare il fatto che, quando si parla o si scrive, si parla a qualcuno.

Nessun discorso infatti, per quanto ben costruito e cesellato, può risultare efficace per colpire l’attenzione di chiunque. Anche Shakespeare e Sofocle, in fondo, non parlano a tutti.

Quelle carogne di “influencer” affittati per occupare uno spazio mediatico già molto affollato – che comincia a pendere dalla parte contraria a Israele, nonostante la poderosa macchina dell’Hasbara e i suoi terminali nelle redazioni mainstream – non avevano alcuna possibilità di far cambiare idea a chi guarda foto e filmati dalla Striscia e ne trae l’inevitabile certezza: è in corso un genocidio, attuato con bombardamenti, spari, torture sui prigionieri anche bambini e fame. Mancano le camere a gas, unica differenza “tecnica” con l’Olocausto.

Il loro “target” non è affatto l’opinione pubblica mondiale, ma l’elettorato statunitense, e in special modo quello trumpiano. Anche all’interno di quel mondo fetido, evidentemente, qualche crepa si andava creando. E dato che si tratta del principale pilastro di consenso su cui sì àncora il sostegno Usa al genocidio, era necessario mettere in campo uno show di attorucoli che sanno come parlare a quel mondo.

La qualità dello spettacolo, come sempre quando si fa un investimento “commerciale”, è proporzionale alla cultura del pubblico di riferimento...

Bisogna insomma guardare a quel che sta accadendo in America per capire almeno in parte fino a che punto è in crisi l’egemonia “culturale” sul mondo e le forme che va assumendo la “risposta Maga” alla crisi.

La testata Axios, che ha ormai sostituito il “bideniano” POLITICO come credibilità informativa, ha stilato una sintetica lista delle principali iniziative trumpiane per riscrivere l’identità culturale degli Stati Uniti. Che poi significa, a cascata, tentare di ridisegnare il volto dell’intero Occidente euro-atlantico, visto il ruolo ricoperto sia a livello finanziario che militare dagli USA... 

“Nel racconto del MAGA, l’America è l’erede delle antiche civiltà europee, costruita su una fondazione giudeo-cristiana di identità bianca, meritocrazia, ruoli di genere tradizionali e famiglia nucleare”.

Sembra un discorso general-generico, magari un po’ tradizionalista e “salviniano”, ma a ben guardare già a questo livello viene operata una drastica amputazione proprio dell’identità occidentale classica. Che non è soltanto “giudaico-cristiana”, come ripetono gli ascari fascistoidi dalle nostre parti, ma forse soprattutto greco-romana.

La differenza culturale principale sta nella diversa strutturazione valoriale tra un mondo da “ordinare” secondo i dettami di un dio assoluto che si occupa fin nei dettagli delle vicende umane, sovraordinando “comandamenti” alle leggi che elaborano e, all’opposto (o comunque diversamente), un mondo in cui molti “dei specializzati” (guerra, amore, caccia, agricoltura, ecc.) si occupano sostanzialmente dei fatti loro con qualche incursione-commistione con le vicende di alcuni umani, che peraltro vivono secondo le proprie regole, cambiandole anche spesso.

È la differenza tra l’obbedienza e la scelta, con tutte le conseguenze del caso, anche tragiche.

Una religione monoteista è già di per sé una mezza gabbia in cui gli umani si ritrovano a vivere “conformandosi” o “dannandosi”, ma si arriva facilmente alla follia – e allo sfruttamento furbesco della credulità popolare – quando si assume il “testo sacro” fondativo come comandamenti da prendere alla lettera.

Abbiamo sperimentato, nel cristianesimo, la difficoltà di accedere al metodo scientifico ogni qual volta l’osservazione empirica entrava in contrasto con la Bibbia (Copernico, Giordano Bruno e Galilei ne sanno qualcosa). Se poi si assume – come avviene tra i “cristiani evangelici” o gli ebrei ortodossi – il Vecchio Testamento come “verità rivelata” e indiscutibile, allora il pateracchio diventa evidente. E pericoloso.

Se “il popolo di dio” viene reinterpretato da “insieme dei credenti” (per scelta e per fede) a “comunità superiore”, legata da vincoli di sangue e/o di obbedienza a prescindere, ecco che si creano le basi per un suprematismo millenarista fondato su... chiacchiere.

Se vi preoccupa questo passaggio dalle argomentazioni classiche sulle strategie imperialistiche alle fantasie simil-religiose... avete perfettamente ragione: dovete preoccuparvi.

L’“America in versione Maga” si va costituendo come una formazione para-religiosa. In cui – non è inutile ribadirlo – gli interessi materiali dominanti si ammantano di credenze “giudaico-evangeliche” per strutturare un consenso interno che altrimenti la loro politica reale (concentrazione della ricchezza in poche mani, abbandono di ogni prospettiva “redistributiva” in termini di salario e welfare, ecc.) metterebbe in forse.

“Quella visione del mondo sta guidando sempre di più le politiche governative”, avverte Axios, altrimenti risulterebbe inspiegabile l’attenzione presidenziale posta – ad esempio – sulle... mostre museali.
“Trump ha ordinato allo Smithsonian Institution di revisionare le mostre che l’amministrazione ritiene problematiche per ‘tono, contesto storico e allineamento con gli ideali americani’.
Trump sostiene che ci sia stato un ‘diffuso sforzo di riscrivere la storia della nostra Nazione’ dipingendola come irrimediabilmente razzista o oppressiva – incluso, dice, un’eccessiva focalizzazione su ‘quanto fosse brutta la schiavitù’.
Un funzionario della Casa Bianca ha dichiarato che Trump intende espandere la revisione dell’ideologia ‘woke’ ad altri musei oltre lo Smithsonian – un livello di supervisione senza precedenti da parte di un presidente USA.”
Attendiamoci che questa revisione tocchi presto Hollywood, con la riabilitazione dei western alla John Wayne, quando i pellirosse venivano descritti come “terroristi” ante litteram, e la cancellazione dalle videoteche di film come Soldato blu o Piccolo grande uomo, come Amistad o Il colore viola, ecc....

Ma ci sono in atto misure meno fantasiose e più immediate, che riguardano questioni cruciali come la cittadinanza, il controllo delle piattaforme social e dunque la libertà di pensiero ed espressione in qualsiasi forma.
“Lo U.S. Citizenship and Immigration Services (USCIS) ha annunciato la scorsa settimana che sottoporrà i richiedenti per l’immigrazione legale a screening per individuare ‘ideologie anti-americane’, incluse le opinioni espresse sui social media.
Tutti i 55 milioni di attuali titolari di visto saranno sottoposti a ‘verifica continua’ per ‘qualsiasi indicazione di ostilità verso i cittadini, la cultura, il governo, le istituzioni o i principi fondanti degli Stati Uniti”.
Perché “I benefici dell’America non dovrebbero essere dati a coloro che disprezzano il paese”, ha dichiarato in una nota il portavoce dell’USCIS, Matthew Tragesser. Si comincia con i titolari di visto, ma già si alza la pressione sugli “americani storici”.

Essere o diventare “americani”, insomma, non dipenderà più da un fatto (l’esser figli di cittadini Usa) o dall’acquisizione in base a condizioni oggettive uguali per tutti (studio, lavoro, permanenza, persecuzioni, asilo, ecc.), ma dalle opinioni – inevitabilmente soggettive e persino variabili nel tempo – sulla storia politica del paese. Ovvero dall’identificazione o meno con l’universo culturale “Maga” o giù di lì.
“L’USCIS sta anche ampliando il requisito del ‘buon carattere morale’ per i richiedenti la cittadinanza, legando questo vago standard al ‘comportamento, l’adesione alle norme sociali e i contributi positivi’ di un individuo.
Il Dipartimento di Giustizia continua a perseguire il divieto della cittadinanza per diritto di nascita (birthright citizenship) per i figli di immigrati privi di documenti – un diritto sancito dal 14° Emendamento – dando priorità alla denaturalizzazione per i cittadini naturalizzati che commettono determinati reati”.
È prevista insomma una revisione drastica dell’anagrafe generale, uno “sfoltimento” della popolazione legale su base ideologica, e viene ammesso esplicitamente, come un programma politico. “Penso che dobbiamo semplicemente evolverci oltre l’idea che solo perché hai i documenti in ordine, sei un americano”, ha detto l’influencer “Maga” Charlie Kirk in un suo podcast della scorsa settimana. “Devi avere il tuo spirito completamente coinvolto”.

È l’incerta ideologia del governo attuale, insomma, a delineare il modo di pensare della popolazione futura, non quella popolazione nel suo insieme a decidere quali ideologie sono dominanti, ammissibili, tollerate. Una specie di “congelamento” dell’evoluzione politica e storica, una “fissità” che non lascia inevitabilmente spazio alla stessa possibilità di affrontare i problemi sempre nuovi e diversi che un paese deve affrontare nel rapporto col resto del mondo.

En passant, la natura del concetto di “libertà” si restringe in modo estremo, al punto da coincidere – di fatto – con la sola “libertà di impresa”. Ideologia razzista/suprematista e ideologia di classe, del resto, coincidono.

Pensare di poter restare “egemoni” con questa strumentazione indifferente al mutare dei tempi dovrebbe sollevare inquietudine anche nella classe momentaneamente dirigente, magari anche solo perché si rischia di ritrovarsi senza strumenti culturali davanti all’insorgere di imprevisti.

Ma l’elenco degli “ordini operativi” su questo fronte indica l’esatto opposto. Trump ha infatti:

“firmato un ordine esecutivo che dichiara l’inglese lingua ufficiale degli Stati Uniti – elevandolo da strumento pratico a marcatore di identità e appartenenza”. Rendendo così “illegali”, o quanto meno sconsigliate, tutte le lingue originarie delle centinaia di milioni di immigrati (spagnolo, italiano, tedesco, gaelico, ecc.) e forse persino le lingue dei nativi che abitavano l’America prima dell’invasione dei bianchi genocidi europei.

– Storia: “Ha ripristinato i nomi confederati alle basi militari statunitensi e ha ordinato il ritorno di alcuni monumenti confederati, condannando la loro rimozione come cancellazioni della ‘eredità’”. Come se la guerra di secessione di un secolo e mezzo fa non ci fosse stata o fosse stata vinta dagli schiavisti... 

– Esercito: “Ha ripristinato il divieto per i soldati transgender, allineando il servizio militare alle norme di genere tradizionali”, rovesciando così non solo le “esagerazioni woke” che avevano caratterizzato – strumentalmente, certo – il recente sentiment culturale occidentale, ma l’intero processo evolutivo sulla libertà sessuale degli ultimi 70 anni.

– Rifugiati: “Ha creato eccezioni per gli agricoltori bianchi sudafricani mentre riduceva drasticamente l’ammissione di rifugiati da altre parti”. A conferma del fatto che il suprematismo bianco – ebrei compresi, a differenza del nazismo storico, dal che deriva la piena condivisione del sionismo – è in effetti il fondamento ideologico e psichiatrico del nuovo “regime”.

– Architettura: Ha ordinato che i nuovi edifici federali aderiscano a stili “classici”. Immaginiamo cosa potrà accadere con le “commissioni esaminatrici” dei nuovi progetti delle archistar Usa... 

Anche secondo Axios, in effetti, “il progetto di Trump mina gli ideali che l’America ha a lungo celebrato come rifugio per immigrati, terra di opportunità per gli emarginati e paese che trae forza dal suo pluralismo”. Ma come si vede è una critica che resta “tutta interna” alla immarcescibile volontà di preservare una eccezionalità, o supremazia, statunitense.

Il punto chiave – per “osservatori esterni” che, come noi, magari vogliono rompere definitivamente con l’imperialismo Usa – è che questa “revisione istituzionalizzata dell’identità americana” cancella di fatto, forse persino involontariamente, il cosiddetto “soft power” statunitense. Ovvero la possibilità concreta per gli Usa di rappresentare qualcosa di “attrattivo” anche per chi non è nato o vive lì.

Essere dominati nell’immaginario di Hollywood e dintorni era – ed è ancora, in qualche misura – una “condizione a contorno” del dominio brutale del business e dell’esercito statunitense, un modo di renderlo più “accettabile” e persuasivo.

Se resta solo la forza, giustificata con i versetti del Vecchio Testamento, diventa tutto meno complicato da comprendere. Perché non resta granché da “condividere”, distinguere, articolare, ecc. Siamo nel terzo millennio, sappiamo cose che tre millenni fa erano inconcepibili... 

La pretesa di continuità dell’Impero si presenterà forse anche come una ultima “guerra di religione”, l’apocalisse sognata dai più ritardati pastori evangelici. Ma fortunatamente il Medioevo è definitivamente alle nostre spalle. Non prevarranno...

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14/09/2024

Affidiamo la sanità ai carabinieri?

Si vuole intervenire su un vero problema, quale è quello delle aggressioni al personale sanitario, ma lo si intende fare col solito piglio emergenziale, repressivo, addirittura con il coinvolgimento dell’esercito.

È tipico della destra, massime di quella fascistissima che ci governa, strillare ed evocare tintinnii di manette davanti a fenomeni sociali oggettivamente allarmanti.

Aggredire il personale sanitario è una infamia, non si spara sulla croce rossa e non perché non conti un cazzo, ma proprio perché la croce rossa ti salva la vita, se ci tieni.

Il problema è che dalla pandemia in poi a sparare sulla sanità è stata proprio la destra, arrivata durante la sua fase estrema a delegittimare vaccini e lockdown in nome di una “libertà di cura” e “movimento” che era in barba alla pubblica salute.

Dopo anni di continui ed equanimi tagli alla sanità da parte di governi di centrodestra e centro sinistra, la vera novità è la rivoluzione a/culturale condotta dalla reazione in odio al metodo scientifico.

La destra di governo, e non, ha cavalcato qualsiasi ribellismo piccolo borghese e bottegaio contro ogni forma di prevenzione del contagio, arrivando a negare le decine di migliaia di morti, una intera generazione nel nord Italia.

Non contenta, si è spesa attivamente nell’accusare il personale sanitario di cattivo comportamento, cattiva scienza, disinteresse e fellonia. Al centro di questo attacco sono stati medici ed infermieri accusati addirittura di dolo sui social controllati dalla destra.

Ancora oggi fogliacci trumpiani come Verità, Giornale e Libero pubblicano fake news contro OMS e autorità sanitarie, campagne vaccinali e misure di prevenzione minime.

Se il governo Conte II dovesse mai finire sul banco degli accusati dovrebbe essere per la troppa prudenza nelle chiusure territoriali o quelle che avrebbero dovuto essere modulate sul modello cinese e sulla mappatura veneta dovuta a Crisanti.

Invece Conte e Speranza sono sotto accusa per quello che la destra ritiene un eccesso liberticida, la stessa destra che prevede anni di galera per un blocco stradale o di produzione dimostrando la coerenza con chi non voleva chiudere le fabbriche neppure in Val Seriana durante la peste covid.

Assassini sì, ma senza spari e soprattutto uccidendo la cultura, il rispetto per lo studio e la scienza, la competenza, la fatica sui libri di chi ci mette l’anima per curare.

Vogliono mettere un carabiniere accanto a ogni medico dopo avere fatto di tutto per denigrare i medici, dopo averli delegittimati col loro lunapiattismo e fatti scappare a migliaia.

Ma state tranquilli, alla fine resterà solo il carabiniere e sarà lui a curarvi.

Fonte

05/01/2023

La scienza sottomessa alla fede. L'irricevibile visione di Ratzinger

L’Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti segnala con una nota che con la morte di Ratzinger pure sui giornali molti commentatori (anche di testate “laiche”) non hanno mancato di fare elogi sperticati del papa emerito, proclamandolo conciliatore – nientemeno – tra ragione e fede.

Quanto questa ricostruzione sia falsata lo mette bene in chiaro il divulgatore scientifico Silvano Fuso su MicroMega proprio ripercorrendo gli scritti e le dichiarazioni pubbliche di Benedetto XVI. Infatti Ratzinger, da intellettuale religioso schiettamente conservatore che temeva la scienza moderna, vedeva questa “compatibilità” solo quando la ragione si sottomette totalmente alla fede.

Qui di seguito il commento critico di Silvano Fuso comparso su Micromega

*****

Joseph Ratzinger, la ragione e la scienza

La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. In realtà fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima si sottomette in maniera totale e incondizionata alla fede.

La scomparsa di Joseph Ratzinger ha suscitato molti commenti in cui, sottolineando la finezza intellettuale del pontefice emerito scomparso, si evidenzia come in lui fede e ragione abbiano convissuto armoniosamente. Spesso, inoltre, Ratzinger viene ritratto come il papa del dialogo, animato da una ricerca teologica il cui filo conduttore è appunto l’equilibrio tra ragione e fede.

In realtà andando a rileggere molti dei suoi scritti e delle sue dichiarazioni pubbliche emerge un quadro piuttosto diverso. Fede e ragione in Ratzinger diventano compatibili solamente se quest’ultima abdica completamente dalle sue prerogative per sottomettersi in maniera totale e incondizionata alla fede.

Vale quindi la pena andare a rileggere alcune sue affermazioni.

Nella celebre conferenza tenuta a Ratisbona il 12 settembre 2006, Ratzinger scrive:

“Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche.

Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia.

Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere”
.

In definitiva, secondo Ratzinger, se si spiega la realtà senza accettare “la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura”, si è irrazionali.

Vale la pena ricordare che la scienza fa proprio questo: spiega la realtà senza ipotizzare alcuna struttura razionale operante nella natura. Pensiamo, ad esempio, alla teoria dell’evoluzione biologica, la quale si sviluppa in modo casuale, senza alcuna finalità o disegno.

Tali concetti sono stati ribaditi da Ratzinger nella sua enciclica Spe Salvi, pubblicata il 30 novembre 2007. In essa, coerentemente con tutto il suo pensiero, viene ribadita la limitatezza della sola ragione senza fede e una ferma condanna dell’illuminismo:

“La ragione ha bisogno della fede per arrivare ad essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e la loro missione”.

Ed è piuttosto curioso che Ratzinger non esiti a citare un autore della scuola di Francoforte per avvalorare la sua critica al progresso, ritenuto ambiguo e non necessariamente positivo:

“Già nel XIX secolo esisteva una critica alla fede nel progresso. Nel XX secolo, Theodor W. Adorno ha formulato la problematicità della fede nel progresso in modo drastico: il progresso, visto da vicino, sarebbe il progresso dalla fionda alla megabomba. Ora, questo è, di fatto, un lato del progresso che non si deve mascherare.

Detto altrimenti: si rende evidente l’ambiguità del progresso. Senza dubbio, esso offre nuove possibilità per il bene, ma apre anche possibilità abissali di male – possibilità che prima non esistevano. Noi tutti siamo diventati testimoni di come il progresso in mani sbagliate possa diventare e sia diventato, di fatto, un progresso terribile nel male.

Se al progresso tecnico non corrisponde un progresso nella formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo interiore (cfr Ef 3,16; 2 Cor 4,16), allora esso non è un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo”
.

Tornando alla conferenza di Ratisbona, Ratzinger si focalizza poi sulle scienze in particolare e scrive:

“Soltanto il tipo di certezza derivante dalla sinergia di matematica ed empiria ci permette di parlare di scientificità. Ciò che pretende di essere scienza deve confrontarsi con questo criterio. E così anche le scienze che riguardano le cose umane, come la storia, la psicologia, la sociologia e la filosofia, cercano di avvicinarsi a questo canone della scientificità.

Importante per le nostre riflessioni, comunque, è ancora il fatto che il metodo come tale esclude il problema Dio, facendolo apparire come problema ascientifico o prescientifico. Con questo, però, ci troviamo davanti ad una riduzione del raggio di scienza e ragione che è doveroso mettere in questione”
.

Questo approccio riduttivo non è però accettabile per Ratzinger:

“Ma dobbiamo dire di più: è l’uomo stesso che con ciò subisce una riduzione. Poiché allora gli interrogativi propriamente umani, cioè quelli del “da dove” e del “verso dove”, gli interrogativi della religione e dell’ethos, non possono trovare posto nello spazio della comune ragione descritta dalla “scienza” e devono essere spostati nell’ambito del soggettivo.

Il soggetto decide, in base alle sue esperienze, che cosa gli appare religiosamente sostenibile, e la “coscienza” soggettiva diventa in definitiva l’unica istanza etica. In questo modo, però, l’ethos e la religione perdono la loro forza di creare una comunità e scadono nell’ambito della discrezionalità personale.

È questa una condizione pericolosa per l’umanità: lo constatiamo nelle patologie minacciose della religione e della ragione – patologie che necessariamente devono scoppiare, quando la ragione viene ridotta a tal punto che le questioni della religione e dell’ethos non la riguardano più. Ciò che rimane dei tentativi di costruire un’etica partendo dalle regole dell’evoluzione o dalla psicologia e dalla sociologia, è semplicemente insufficiente”
.

Per Ratzinger è intollerabile (e addirittura patologico) che gli interrogativi “propriamente umani” diventino un problema soggettivo, ai quali ciascuno fornisce la risposta che meglio crede. In pratica ancora una volta, dopo circa quattro secoli dalla condanna di Galileo e dal rogo di Giordano Bruno, la Chiesa Cattolica mostra di non sopportare il libero pensiero e vuole avere il monopolio della verità.

L’alternativa che Ratzinger propone è infatti una sottomissione della “ragione ristretta”, tipica del pensiero scientifico, a una “ragione estesa” che coincide con la fede:

“L’ethos della scientificità, del resto, è volontà di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che fa parte della decisione di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa è dunque l’intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa. Perché con tutta la gioia di fronte alle possibilità dell’uomo, vediamo anche le minacce che emergono da queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle.

Ci riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo; se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è verificabile nell’esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non soltanto come disciplina storica, e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come interrogativo sulla ragione della fede, deve avere il suo posto nell’università e nel vasto dialogo delle scienze”
.

Ratzinger ha ulteriormente ribadito la sua posizione nei confronti dei possibili pericoli derivanti dalla scienza il 16 ottobre 2008, durante l’udienza ai partecipanti al Congresso Internazionale promosso dalla Pontificia Università Lateranense nel X anniversario dell’enciclica Fides et ratio di Giovanni Paolo II.

Ribadendo, al solito, la sostanziale superiorità della fede nei confronti della ragione, questa volta Ratzinger non ha trovato di meglio che accusare gli scienziati di arroganza e di desiderio di facili guadagni:

“Avviene, tuttavia, che non sempre gli scienziati indirizzino le loro ricerche verso questi scopi. Il facile guadagno o, peggio ancora, l’arroganza di sostituirsi al Creatore svolgono, a volte, un ruolo determinante. È questa una forma di hybris della ragione, che può assumere caratteristiche pericolose per la stessa umanità”.

Ora, di tutto si possono accusare gli scienziati, ma non certo di avere forti interessi economici. Molto spesso lavorano in condizioni disagiate, con assunzioni precarie e con finanziamenti esigui: sono ben altre le categorie che si muovono allettate da “facili guadagni”.

Riguardo alla presunta arroganza, ben rispose a suo tempo il fisico Tullio Regge (1931-2014) in una dura critica al discorso del papa:

“La «arroganza degli scienziati» è accusa ingiusta e indiscriminata e pone sotto accusa tutto il mondo scientifico. Il vero scienziato tiene conto degli errori commessi e delle critiche, molto di più di quanto facciano molti uomini di Chiesa. Lo scienziato è uomo e come tale può commettere errori ma non possiede il monopolio dell’errore.

Rendiamoci conto infine che lo scienziato prova pietà umana verso chi soffre di una grave malattia esattamente come accade all’uomo della strada. Il Papa pare aver dimenticato i tempi dell’Inquisizione spagnola e dei roghi su cui Torquemada, uomo di Chiesa, sterminava dei poveracci soltanto perché ebrei, tempi in cui la filosofia e la teologia si rivelarono in quel contesto strumenti devastanti e micidiali”
.

Anche nel testamento spirituale pubblicato dopo la sua morte, Ratzinger non ha risparmiato critiche alle scienze, mostrando di non averne compreso a fondo l’evoluzione storica:

“Spesso sembra che la scienza – le scienze naturali da un lato e la ricerca storica (in particolare l’esegesi della Sacra Scrittura) dall’altro – siano in grado di offrire risultati inconfutabili in contrasto con la fede cattolica.

Ho vissuto le trasformazioni delle scienze naturali sin da tempi lontani e ho potuto constatare come, al contrario, siano svanite apparenti certezze contro la fede, dimostrandosi essere non scienza, ma interpretazioni filosofiche solo apparentemente spettanti alla scienza; così come, d’altronde, è nel dialogo con le scienze naturali che anche la fede ha imparato a comprendere meglio il limite della portata delle sue affermazioni, e dunque la sua specificità”
.

Abbiamo accennato alla teoria dell’evoluzione, vero pilastro delle moderne scienze biologiche, che è stata spesso oggetto di aspre critiche da parte del defunto papa emerito.

Joseph Ratzinger ha espresso chiaramente il suo pensiero riguardo all’evoluzione in un libro dapprima pubblicato in Germania e successivamente anche in Italia dal titolo Creazione ed evoluzione (3). Il volume raccoglie gli Atti del consesso a porte chiuse tenutosi nella residenza estiva papale di Castel Gandolfo dall’1 al 3 settembre 2006.

Si trattava dell’incontro annuale del Ratzinger ­Schülerkreis, il gruppo di ex dottorandi del professor Ratzinger alle università di Bonn, Münster, Tubinga e Regensburg, che dal 1978 si è riunito regolarmente con il proprio maestro. Anziché limitarsi a considerazioni metafisiche, imprudentemente, Ratzinger questa volta si avventura in affermazioni che riguardano il contenuto della teoria dell’evoluzione:

“A me pare importante, in particolare, come prima cosa, che la teoria dell’evoluzione in gran parte non sia dimostrabile sperimentalmente in modo tanto facile perché non possiamo introdurre in laboratorio 10mila generazioni. Ciò significa che ci sono dei vuoti o lacune rilevanti di verificabilità-falsificabilità sperimentale a causa dell’enorme spazio temporale cui la teoria si riferisce. […] La teoria dell’evoluzione non è ancora una teoria completa, scientificamente verificabile”.

Tale affermazione è palesemente falsa: esistono infatti numerosissime prove a favore della teoria dell’evoluzione biologica, prove che includono anche l’osservazione diretta di mutazioni in tempi brevi (basti pensare ai grossi problemi causati dalle rapide mutazioni del virus SARS-CoV-2).

Nello stesso testo Ratzinger non perde l’occasione per rivolgere, ancora una volta, una critica alla scienza in generale:

“La scienza ha aperto tante nuove strade alla ragione, portandoci verso nuovi approfondimenti. Ma nell’entusiasmo per la portata delle sue scoperte, la scienza tende ad allontanarci da quelle dimensioni della stessa ragione di cui abbiamo ancora bisogno. I suoi risultati portano a domande che vanno oltre il canone metodologico e che non possono avere risposta al suo interno”.

Se con questo si intende che la scienza non può rispondere a tutte le domande che l’uomo si pone, si può essere senz’altro d’accordo: chi conosce la scienza per quello che è e non ha di essa un’immagine ideologizzata è perfettamente consapevole di questo limite.

Tuttavia Ratzinger sembra voler dire qualcos’altro, come ampiamente chiarito negli altri suoi scritti già citati.

Il giorno 17 gennaio 2008 Ratzinger, invitato dall’allora Rettore Prof. Renato Guarini, avrebbe dovuto partecipare all’inaugurazione del 705esimo anno accademico della Sapienza di Roma. La sua partecipazione venne poi annullata in seguito alla reazione di numerosi docenti dell’ateneo.

Nella allocuzione che avrebbe dovuto tenere in quell’occasione, Ratzinger ribadisce sostanzialmente la sua posizione riguardo ai rapporti tra scienza, ragione e fede. In un passo del discorso, citando S. Agostino, sostiene addirittura che la semplice conoscenza renderebbe tristi:

“È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica.

Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra “scientia” e “tristitia”: il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste.

Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa”
.

In un altro passo, Ratzinger sottolinea ancora una volta la necessità che la ragione sia sottomessa alla fede:

“Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola.

Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma”
.

Un altro ambito il cui il pensiero di Ratzinger mostra la sua totale lontananza da qualsiasi impostazione razionale riguarda la concezione del dolore e della sofferenza.

Tale concezione traspare in modo piuttosto chiaro anche all’interno dell’enciclica Spe salvi. Pur sottolineando la necessità di diminuire la sofferenza, Ratzinger ne esalta comunque il valore e ne ribadisce ancora una volta l’origine legata alle colpe dell’umanità:

“Come l’agire, anche la sofferenza fa parte dell’esistenza umana. Essa deriva, da una parte, dalla nostra finitezza, dall’altra, dalla massa di colpa che, nel corso della storia, si è accumulata e anche nel presente cresce in modo inarrestabile.

Certamente bisogna fare tutto il possibile per diminuire la sofferenza: impedire, per quanto possibile, la sofferenza degli innocenti; calmare i dolori; aiutare a superare le sofferenze psichiche. Sono tutti doveri sia della giustizia che dell’amore che rientrano nelle esigenze fondamentali dell’esistenza cristiana e di ogni vita veramente umana.

Nella lotta contro il dolore fisico si è riusciti a fare grandi progressi; la sofferenza degli innocenti e anche le sofferenze psichiche sono piuttosto aumentate nel corso degli ultimi decenni. Sì, dobbiamo fare di tutto per superare la sofferenza, ma eliminarla completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità – semplicemente perché non possiamo scuoterci di dosso la nostra finitezza e perché nessuno di noi è in grado di eliminare il potere del male, della colpa che – lo vediamo – è continuamente fonte di sofferenza”
.

Più avanti poi si comprende che, tutto sommato, secondo Ratzinger la limitazione della sofferenza comporta il rischio di togliere senso alla vita e solamente la sua accettazione può consentire all’uomo di ritrovarne uno e di maturare:

“[…] Ritorniamo al nostro tema. Possiamo cercare di limitare la sofferenza, di lottare contro di essa, ma non possiamo eliminarla. Proprio là dove gli uomini, nel tentativo di evitare ogni sofferenza, cercano di sottrarsi a tutto ciò che potrebbe significare patimento, là dove vogliono risparmiarsi la fatica e il dolore della verità, dell’amore, del bene, scivolano in una vita vuota, nella quale forse non esiste quasi più il dolore, ma si ha tanto maggiormente l’oscura sensazione della mancanza di senso e della solitudine.

Non è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore, che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con infinito amore”
.

Via via che procede nelle sue riflessioni sulla sofferenza, Ratzinger ne sottolinea sempre di più il valore fino a definire “crudele e disumana” una società che non sia in grado di accettarla, proponendo la compassione come rimedio al dolore necessario:

“La misura dell’umanità si determina essenzialmente nel rapporto con la sofferenza e col sofferente. Questo vale per il singolo come per la società. Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non è capace di contribuire mediante la compassione a far sì che la sofferenza venga condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e disumana.

La società, però, non può accettare i sofferenti e sostenerli nella loro sofferenza, se i singoli non sono essi stessi capaci di ciò e, d’altra parte, il singolo non può accettare la sofferenza dell’altro se egli personalmente non riesce a trovare nella sofferenza un senso, un cammino di purificazione e di maturazione, un cammino di speranza”
.

E arriva al punto di farne una vera e propria esaltazione:

“Soffrire con l’altro, per gli altri; soffrire per amore della verità e della giustizia; soffrire a causa dell’amore e per diventare una persona che ama veramente – questi sono elementi fondamentali di umanità, l’abbandono dei quali distruggerebbe l’uomo stesso”.

Sicuramente queste concezioni della sofferenza hanno pesantemente rallentato in Italia la diffusione delle terapie del dolore. Pensiamo, ad esempio, alla scarsa diffusione dell’uso dell’anestesia epidurale durante il parto, sicuramente influenzata dal monito biblico rivolto alla donna, destinata a ‘partorire nel dolore’.

Non possiamo infine non ricordare le posizioni sostanzialmente reazionarie assunte da Ratzinger nei confronti della comunità LGBTQ+.

Da un lato si condanna ogni discriminazione dei soggetti omosessuali. La Congregazione per la Dottrina della Fede, guidata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, all’articolo 10 della Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica per la cura pastorale delle persone omosessuali del 1986, aveva infatti affermato:

“Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevoli e di azioni violente. Simili comportamenti meritano la condanna dei Pastori della Chiesa, ovunque si verifichino. Essi rivelano una mancanza di rispetto per gli altri, lesiva dei principi elementari su cui si basa una sana convivenza civile. La dignità propria di ogni persona dev’essere sempre rispettata nelle parole, nelle azioni e nelle legislazioni”.

Dall’altro lato però si considera l’omosessualità moralmente deprecabile. Nella citata lettera, infatti, ci si affretta a precisare che:

“Tuttavia, la doverosa reazione alle ingiustizie commesse contro le persone omosessuali non può portare in nessun modo all’affermazione che la condizione omosessuale non sia disordinata. Quando tale affermazione viene accolta e di conseguenza l’attività omosessuale è accettata come buona, oppure quando viene introdotta una legislazione civile per proteggere un comportamento al quale nessuno può rivendicare un qualsiasi diritto, né la Chiesa né la società nel suo complesso dovrebbero poi sorprendersi se anche altre opinioni e pratiche distorte guadagnano terreno e se i comportamenti irrazionali e violenti aumentano”.

Come dire, è giusto deprecare gli eccessi dell’omofobia, ma la si può perfettamente comprendere. Ogni commento è superfluo.

Si potrebbero ricordare tante altre affermazioni di Ratzinger (tra cui anche un’esplicita ‘La scienza senza Dio è una minaccia per l’umanità’) in cui l’armoniosa convivenza tra fede e ragione esaltata da molti appare francamente molto dubbia.

Come è stato efficacemente sottolineato sulle pagine di questa testata, Ratzinger è stato sostanzialmente un “raffinato interprete del conservatorismo insito nella Chiesa”. Ha svolto il suo ruolo, di cardinale prima e di pontefice poi, portando avanti posizioni tipiche della Chiesa Cattolica e in questo non vi è nulla di sorprendente.

Quello che invece desta un certo stupore e un certo fastidio è che lo si voglia ritrarre per quello che non è stato e soprattutto il fatto che certe riletture vengano da parte di coloro che per ruolo e tradizione culturale dovrebbero mostrare un po’ più di senso critico nel fornire valutazioni su esponenti del clero.

Note

1: T. Regge, “Stiamo tornando ai tempi di Galileo”, Il Giornale, 17 ottobre 2008

2: S. O. Horn und S. Wiedenhofer, Schöpfung und Evolution, Sankt Ulrich Verlag, Gebundene Ausgabe 2007

3: S. O. Horn e S. Wiedenhofer, Creazione ed evoluzione. Un convegno con Papa Benedetto XVI a Castel Gandolfo, Edizioni Dehoniane, Bologna 2007.

Fonte

30/03/2019

Verona cambia aria. Via l’oscurantismo


Arrivano le prime immagini dalla manifestazione di Verona.

Il “cuore nero” di questo paese che ospita il Congresso Mondiale sulla Famiglia raccogliendo il ciarpame reazionario ed oscurantista da tutto il mondo, è praticamente assediato da migliaia di donne che mettono in piazza una idea completamente diversa di famiglia e relazioni sociali.

Una manifestazione che si muove però in una piazza potenzialmente ostile. La sicurezza del corteo viene assicurata dal gruppo “Rispetto”, riconoscibile da una fascetta fucsia con una fiamma dorata, che con modalità proprie intende assicurare a tutte e a tutti l’assistenza, la cura e le condizioni di agibilità necessarie per seminare un’aria diversa da quella consueta. Un’aria che nella “nera Verona” da troppo tempo non si è mai respirata. Le foto (tranne la seconda) sono di Patrizia Cortellessa

Fonte e foto

30/01/2019

Il medioevo prossimo venturo (se non facciamo qualcosa)

Il disegno di legge “Pillon” sulle “norme in materia di affido condiviso, mantenimento diretto e garanzia di bigenitorialità” porta il nome del senatore Simone Pillon, eletto il 4 marzo 2018 e membro in parlamento della Lega. Avvocato e mediatore familiare, è anche membro fondatore del Comitato “Family Day”. Il ddl è stato presentato il 1° agosto ed è in corso di esame in Commissione giustizia al Senato.

Ieri sera la trasmissione di Riccardo Iacona, #PresaDiretta, ha trasmesso un’eccellente inchiesta di Giulia Bosetti dal titolo “Dio, Patria e Famiglia”. Quello che segue è un breve campionario delle affermazioni deliranti e misogine fatte da esponenti di primo piano dell’arcipelago neo-oscurantista di associazioni che premono per l’approvazione del #ddlPillon (inclusi i fascisti di Forza Nuova):

1. ” Il feticcio più evocato dall’estremismo femminista è la violenza in famiglia. Ma solo quella declinata al maschile. Ma nel contesto separativo quasi sempre la violenza ha le chiavi di casa e porta i tacchi a spillo“ , Vincenzo Spavone, presidente di GESEF (Genitori Separati dai Figli);

2. “[…] Non è strano che in Italia le donne siano soggette a una violenza che non è negli altri paesi?” Vittorio Vezzetti, pediatra, fondatore dell’associazione “Figli per sempre”;

3. ” L’interesse dei minori sarebbe che i genitori non si separassero. La famiglia non è un affare privatistico, ma un fatto sociale. Da quando le donne hanno acquisito il diritto di separarsi sono diventate più libere e più felici? No. Bisogna indossare le cartelle per separarsi. Il matrimonio non è basato sull’amore anzi è qualcosa di diverso da una semplice consacrazione dell’amore “, Massimiliano Fiorin, avvocato e saggista, già candidato con Il Popolo della Famiglia;

4. “L’aborto è più grave dello stupro perché è la soppressione del concepito e lo stato non la tutela semplicemente perché il concepito non può votare.”, Pietro Guerini, Fondatore comitato referendario ”No194″;

5. “Bisogna convincere la donna a non abortire. Informare la donna e farle capire che la vita è un grande valore. Perché non lo sa. Le donne hanno tutto il diritto di emergere nella società ma una donna non deve far carriera per forza. In politica quelle brave si contano sulle dite di una mano, la maggior parte sono carrieriste “, Alberto Zelgher, Consigliere Comunale di Verona (Lega);

6. ”Il suo ambito [della donna ndr] è quello domestico, familiare e degli affetti privati da cui non è bene che venga strappata. Meglio pensare ad un mantenimento più dignitoso della famiglia“, Maurizio Ruggero Presidente del ”Sacrum Romanum Imperium“;

7- ”Le femministe vogliono sovvertire il diritto naturale. La donna è prima di tutto moglie e madre “ , Matteo Castagna fondatore del circolo ”Cristus Rex“;

8. ”Facciamo entrare i musulmani. Che stiano a casa loro. Vogliono riempirci di simili e uccidere i bambini italiani. Le nostre preghiere sono fatte arrivare a Fontana e Pillon, questa è la grazia le preghiere“, Sostenitore pro-vita, membro del comitato referendario No194.

A pagina 24 del “Contratto per il governo del #cambiamento firmato dal M5S e Lega, sotto il titolo “Diritto di famiglia” c’è questa roba qui: “Nell’ambito di una rivisitazione dell’istituto dell’affidamento condiviso dei figli, l’interesse materiale e morale del figlio minorenne non può essere perseguito se non si realizza un autentico equilibrio tra entrambe le figure genitoriali, nel rapporto con la prole. Pertanto sarà necessario assicurare la permanenza del figlio con tempi paritari tra i genitori, rivalutando anche il mantenimento in forma diretta senza alcun automatismo circa la corresponsione di un assegno di sostentamento e valutando l’introduzione di norme volte al contrasto del grave fenomeno dell’alienazione parentale. È necessario riorganizzare e semplificare il sistema delle adozioni nazionali e internazionali.“

Unire i puntini e trovare la relazione, ovvero, il medioevo prossimo venturo, se non facciamo qualcosa prima.

Solo ad una lettura superficiale può sfuggire il fatto che il punto di caduta di tutto il ragionamento è il riferimento che si fa alla fine del paragrafo alla nozione di “alienazione parentale” che coincide con quella di “Sindrome da alienazione genitoriale” teorizzata da Richard Gardner. Ma cos’è la “Sindrome da alienazione genitoriale”?

E' conosciuta meglio con l’acronimo inglese PAS (Parental Alienation Syndrome), la sindrome da alienazione parentale è una presunta malattia psichiatrica di cui soffrirebbero i figli delle coppie separate. Secondo l’OMS ed il Ministero della Sanità, la PAS non esiste. Invece, secondo i suoi teorici, la PAS è quella sindrome che durante le cause di divorzio e di separazione, viene causata generalmente dalla madre al figlio per motivi di vendetta, di gelosia o altro al fine di estraniarlo dall’altra figura genitoriale. La sindrome si manifesterebbe ogni volta che il figlio minore manifesti rifiuto, alienazione o estraniazione con riguardo a uno dei due genitori.

Una sentenza della Cassazione del 2013 ha stabilito che la “sindrome di alienazione parentale” non esiste dal punto di vista scientifico e quindi non può essere usata dal CTU [1] . Va detto, tuttavia, che il fatto che la PAS non sia considerata scientificamente una malattia non significa che non esistano genitori che spingono i figli ad odiare l’ex partner. Nelle separazioni conflittuali spesso i figli vengono usati come “arma” per ferire l’ex coniuge. Nel 2016 la stessa Cassazione ha affermato che non è compito della stessa stabilire o meno la validità scientifica di qualsiasi teoria. Ma a queste giravolte siamo abituati.

Il principale sostenitore dell’esistenza della PAS è stato il dottor Richard A. Gardner[2] che la “inventò” nel 1985 e che definiva la PAS come un disturbo che nasce quando, durante le separazioni, uno dei genitori inizia un’opera sistematica di denigrazione nei confronti dell’altro genitore e come una forma di indottrinamento e/o lavaggio del cervello del figlio. Ma perché vi sia “PAS” anche il figlio deve contribuire attivamente all’attività di “alienazione”. In ogni caso la PAS, in questi 30 anni, non è stata mai dimostrata. Gardner, che si presentava come professore di psichiatria infantile presso, la Columbia University, pur essendo solo “volontario non retribuito” nel suo libro L’isteria collettiva dell’abuso sessuale[3] sosteneva che le donne provano piacere ad essere picchiate e violentate e che “la pedofilia può aumentare la sopravvivenza della specie umana avendo finalità procreative” arrivando, addirittura, a giustificarla perché si “fa così in molte culture”. In un altro testo scritto da Gardner dal titolo inquietante "True and False Accusations of Child Sex Abuse”[4] Gardner scrive che bisogna dire ai bambini che in fondo gli abusi sessuali sono una cosa normale perché “normalmente” praticate in altre società. Da consulente tecnico di parte nei tribunali Gardner ha lavorato alla difesa di genitori accusati di pedofilia e di abusi sui figli.

Il trucco è che nel DDL Pillon non si parla di PAS ma di “Alienazioni “ e di “estraneazioni”. Poi, però, vai a leggere e ritrovi esattamente le teorie di Richard Gardner. Quel disegno di legge assume di peso le teorie di Gardner che tradiscono posizioni apertamente misogine ed il Disegno di Legge Pillon è ispirato da una volontà punitiva nei confronti delle donne dal momento che non tiene conto in alcun comodo né dei dati che le vedono enormemente svantaggiate sul piano sociale e reddituale, né di quelli relativi alle violenze domestiche di cui sono vittime sia le donne sia i figli presumibilmente “alienati” i quali, sempre in base al DDL Pillon, per “guarire dall’alienazione” devono essere presi con la forza e rinchiusi in una casa famiglia per essere sottoposti ad un “recupero comportamentale” forzoso che gli faccia “accettare” il genitore “alienato”.

Nell’ottobre del 2012, un bambino di dieci anni venne prelevato con la forza dagli agenti di polizia, tra le urla dei presenti che chiedevano di lasciare stare il bimbo e di ascoltarlo, davanti alla scuola elementare di Cittadella, nel padovano, in esecuzione di un’ordinanza della sezione Minori della Corte d’Appello di Venezia che aveva accolto la tesi di ” alienazione parentale”. La madre riprese il tutto mentre urlava di lasciare stare il figlio. Tre minuti in cui il piccolo venne strattonato, infilato nell’auto di servizio, piegato, tenuto con la forza. Mentre diceva : “Non respiro, zia, aiutami!”. Tre minuti in cui tentò di divincolarsi dalla stretta di un uomo che lo teneva per le spalle e di un altro che gli stringeva le caviglie. Infine la zia del bambino rivolse domande ad un’altra donna, che le rispose di essere un ispettore e di non essere tenuta a darle spiegazioni: “Sono un ispettore di polizia. Lei non è nessuno”.

Note:
[1] Consulente Tecnico d’Ufficio e si riferisce a quella figura di perito che lavora al fianco del Giudice (art.61 del Codice di Procedura Civile) e presta la sua opera di consulenza sulla base di precise competenze stabilite dal Codice di Procedura Civile..
[2] Richard Alan Gardner  (New York,  28 aprile  1931  –  Tenafly,  25 maggio  2003) è stato uno psichiatra forense statunitense, ideatore della controversia  Sindrome da alienazione genitoriale;
[3]  Richard Alan Gardner,  Hysteria sugli abusi sessuali: Revisioni di Streghe di Salem rivisitate, Cresskill (NJ), Terapeutici creativi, 1990
[4] Richard Alan Gardner,  Vere e false accuse di abusi sessuali su minori: valutazione e causa, Cresskill (NJ), terapie creative, 1992.

Fonte

16/11/2018

La strage dei diritti? Ora tocca all’aborto


Un povero giornalista deve sempre essere pronto a tutto, perché la realtà propone sempre novità inattese. Certo, dover prendere atto di una ferma volontà di ritornare ai secoli bui non sembra proprio una novità. Ma avviene anche questo.

Apriamo la posta come ogni giorno e troviamo una mail di mister Pietro Guerini, che si definisce “fondatore e presidente del Comitato NO194 (vedi www.no194.org), che conta 30.000 aderenti (ben più del 90% degli iscritti a gruppi pro life nazionali), finalizzato alla promozione ed organizzazione di un referendum abrogativo della l. 194”.

Lì per lì viene da pensare che ci sia un errore, qualcuno che ha stilato una mail list di testate prese un po’ a casaccio, senza neppure chiedersi se il destinatario possa essere interessato dall’argomento. O inferocito come noi...

Può darsi che sia così, può darsi che si sentano così trendy da potersi impunemente presentare ovunque a esporre il proprio programma trogloditico.

Del loro “comunicato stampa” le uniche cose che ci sembra importante riportare sono:

– l’entità delle condanne previste per le donne – se fosse abolita la 194 – secondo il progetto di legge che mister Guerini si vanta di aver “redatto personalmente”: “pena edittale per l’aborto volontario la reclusione da 8 a 12 anni (ricordo che per l’infanticidio, eseguito in particolari condizioni di abbandono materiale e morale dalla madre nell’immediatezza della nascita, la sanzione base prevista dal nostro codice penale è la reclusione da 4 a 12 anni)”. L’aborto sarebbe perciò considerato ancora più grave dell’infanticidio vero e proprio, tanto da prevedere una pena minima doppia.

– Il più importante tra i parlamentari iscritti alla demenziale associazione del mister Guerini risulta addirittura ministro: “Tra i nostri iscritti possiamo vantare il Ministro per la Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, al quale va il nostro pieno sostegno e del quale raccolsi personalmente l’adesione cartacea, tuttora in mie mani naturalmente, autografa e quindi personalmente sottoscritta, con tutti i dati identificativi e i recapiti, sabato 28-5-2011 a Desenzano, verso le 12, in occasione di un evento pro life. Il modulo di adesione è sempre riportato sul sito.” Il tono è vagamente ricattatorio (“tengo da parte la sua tessera firmata, che non provi a far finta di niente”), ma comunque dobbiamo tener presente che “abbiamo” un ministro della famiglia formato a una scuola di pensiero alquanto arcaica.

– I partecipanti al prossimo corteo promosso da questa congrega innominabile (sabato 24, a Verona), tra cui – diciamo così – “spicca”, per volontà dello stesso mister Guerini, Roberto Fiore, padre-padrone di Forza Nuova, ex latitante a Londra per le inchieste sui terroristi neofascisti (Terza Posizione e Nar), ecc.

Il Medioevo, al confronto, era un tempo bellissimo, di grande civiltà e tolleranza...

Potremmo chiudere qui l’articolo, ma c’è un pensiero che continua a ronzare nella testa: com’è possibile, nel terzo millennio, dopo la secolarizzazione pressoché completa, le rivoluzioni femminili, il cambio di paradigma nelle relazioni tra i sessi, l’estensione quasi senza limiti dei diritti civili, che questa roba non solo esista ancora, ma che possa persino vantare ministri e parlamentari?

La domanda chiede una risposta, visto che esiste anche una “proposta di legge Pillon” (il refuso preme sulle dita...) contro cui, sempre sabato 24, ma a Roma, si mobilitano da tutta Italia su invito del movimento NonUnaDiMeno.

Senza dilungarci in complesse analisi sull’evoluzione antropologica nella crisi del capitalismo globalizzato (che hanno la loro decisività, ma eccedono di gran lunga lo spazio qui disponibile) non si può non pensare all’idiozia totale, suicida e criminogena, di certa “sinistra” nazionale che ha pensato bene – tra gli anni ’80 e oggi – di accettare lo scambio infame proposto dal pensiero unico neoliberista: eliminiamo i diritti dei lavoratori (art. 18 e contratto a tempo indeterminato, libertà di sciopero, salario dignitoso, rappresentanza, fedeltà all’impresa, ecc) e largheggiamo invece in diritti civili.

Le due cose non si compensano, questo è certo. Nessun lavoratore, con nessun tipo di contratto e con un salario comunque basso, costretto a obbedir tacendo sulle linee o in ufficio o alla cassa del supermercato, può sentirsi “meglio” se a qualcun altro (magari persino a lui/lei) viene garantito – giustamente, ci mancherebbe! – di poter sposare chi vuole, adottare bambini, far sesso con chi gli pare, ecc.

I diritti stanno insieme, costituiscono un blocco unitario che definisce l’ambito delle libertà. Un essere umano non può sentirsi o essere libero solo nella “sfera privata”, mentre in quella pubblica e lavorativa – dove si stabiliscono le condizioni materiali della sua sopravvivenza e dignità – deve funzionare come una macchina che non parla, non protesta, non sciopera, non si ammala, non ha tempo (e reddito) per fare figli, ecc.

E infatti, se robaccia trogloditica come i “no194” può aver trovato seguito nel terzo millennio, è perché una massa spaventosa di popolazione al lavoro (o disoccupata cronica) pian piano, confusamente e stupidamente, “è stata fatta persuasa” che i diritti civili son roba per chi se lo può permettere, per chi “ha grilli per la testa”; e “se non ho diritti io, allora non li deve avere nessuno”. Un po’ come quando hanno cercato di creare lo “scontro generazionale” tra vecchi lavoratori “garantiti” e giovani precari abbandonati a se stessi. Alla fine la soluzione è stata precarietà per tutti (via l’art. 18 e tutto il resto).

Se ci sono un Guerini, un Fontana o un Pillon che progettano di riportare le donne a fare le domestiche figlianti, senza più diritto al divorzio e all’aborto, è perché ci sono stati 30 anni di pensiero unico di merda. E la sedicente “sinistra” (in versione Pd, LeU e non solo) ne è stata protagonista o, nel migliore dei casi, complice.

Fonte


30/01/2015

Quando muore un criminale…

"Re Abdullah con Dick Cheney e George H.W. Bush, Agosto 2005" photo by David Bohrer – Wikimedia
Non auguro mai la morte a qualcuno. Chiunque sia. Credo anche che il  rispetto sia dovuto ai morti quale siano stati i loro meriti e le loro colpe in vita. Ma detto questo, se domani uno dei tanti boss della mafia muore in carcere o in latitanza, dobbiamo tutti andare a camminare dietro la bara piangendo e dicendo a chi ci vuole ascoltare che quello steso davanti era una brava persona? Credo proprio di no. E invece è quello a cui abbiamo assistito a livello planetario nei giorni scorsi.

In questi giorni è morto il re dell’Arabia Saudita, Abdallah ben Abdelaziz al-Saud. Membro della dinastia al-Saud, figlio di re Abdelaziz Ibn Saud, il fondatore, grazie ai servizi britannici, dell’Arabia Saudita, stato inventato di sana pianta mettendo insieme due province dell’ex impero ottomano, il Najd e il Hejaz, per servire i piani di divisione del mondo dei maggiori imperi coloniali di allora (e anche di adesso).

È stato il principe ereditario e regnante de facto dal 1995 al 2005 a causa dello stato di salute dell’allora re Fahd, il suo fratellastro, per salire poi ufficialmente sul trono all’età di 71 anni dopo la morte di quest’ultimo. Con un patrimonio personale stimato in 18,5 miliardi dollari è classificato nella 3° posizione dei re più ricchi. Ma è sicuramente alla testa di un clan di circa 25.000 persone che insieme controllano la più grossa fortuna del mondo.

Un clan che gestisce il paese come una proprietà privata. In effetti l’Arabia Saudita è l’unico paese al mondo che porta ufficialmente il nome di una famiglia. Questo clan fu scelto dagli inglesi perché legato ad una rigida tradizione conservatrice e ad una lettura ottusa dei dettami dell’islam: il Wahhabismo, che è un movimento politico-religioso fondato nel XVIII secolo da Muhammad ibn Abd al-Wahhab sulla base di una visione puritana e rigorista della tradizione musulmana che va contro la maggior parte delle altre dottrine dell’Islam e sopratutto va contro ogni forma di religiosità popolare e allo stesso tempo contro ogni pensiero razionale o innovazione. L’ideale quando si vuole mantenere un popolo arretrato e ignorante. Non a caso gli inglesi misero da parte le grandi famiglie del Hejaz che stavano cercando di andare verso forme di modernizzazione della loro società per scegliere i beduini del deserto del Hejaz e tra questi la famiglia più conservatrice e più arretrata di tutte.

Bisogna pur dire che in un clan così vasto e così ricco qualcuno di intelligente e di aperto c’è stato e ci sono stati anche timidi tentativi di cambio di direzione ma che sono stati repressi anche con la morte, quando era necessario per mantenere la linea dura.

Da quando è al potere, il clan ha mantenuto il paese sotto una cappa di piombo. La loro polizia religiosa gira in continuazione per far rispettare gli spietati dettami della loro pseudo morale religiosa, che obbliga le classi inferiori a vivere in un inferno dove ogni espressione di amore o di sessualità è repressa quando poi loro vanno in giro per il mondo a spendere i loro miliardi in divertimento, alcool, droghe, sesso, gioco d’azzardo e altri vizi.

Nel paese più ricco del pianeta le differenze sociali sono estreme. Nessuno muore di fame ma le classi più povere sono giusto giusto al livello della sopravvivenza. Persistono varie forme di schiavitù di fatto e gli immigrati in modo particolare sono trattati come pura merce che si usa e poi si butta via, senza nessun diritto, nessun rispetto. Le donne sono recluse. Non possono uscire liberamente, non possono guidare, non possono intrattenere rapporti sociali con maschi estranei alla propria famiglia. Chi esce dalle regole imposte dal regime, viene frustato nel migliore dei casi, nel peggiore può essere decapitato o lapidato pubblicamente.

È il caso, ad esempio, del blogger 31enne, Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere, a pagare una multa di 270 mila dollari, e in più a 1000 frustate (che in queste settimana le vengono somministrate al ritmo di 50 frustate ogni venerdì pomeriggio dopo la preghiera di mezzogiorno) tutto questo per aver osato criticare il regime sul suo blog.

In questi casi il silenzio dei milioni di “#jesuischarlie” diventa assordante come una cannonata. Dove sono le fiaccolate, dove sono le interrogazioni parlamentari, le prese di posizione delle istituzioni, i ritratti srotolati lungo la facciata dei comuni, come è stato giustamente il caso quando era il regime iraniano o sudanese a condannare qualcuno o qualcuna? Dove sono questi innamorati della democrazia e della libertà di espressione?

Ma peggio di quello che fa la famiglia Ibn Saud in Arabia c’è solo quello che fanno in giro per il mondo, da mezzo secolo in qua. Miliardi spesi per diffondere la loro ideologia arretrata, le loro idee storte della vita e della società. Tonnellate di libri, cassette video, dvd, cd, cassette audio distribuite gratuitamente attraverso il mondo. Scuole aperte in molti paesi poveri, nei quartieri più disagiati, in Asia e in Africa. Borse studio per i migliori di queste scuole nelle università del regno, per produrre sempre più imam oscurantisti e moltiplicatori delle loro idee malate. Ecco come in luoghi in cui 20 anni fa ancora molte donne di famiglie musulmane continuavano ad andare a seno nudo come tutte le altre, oggi sono arrivati i burqa ed è arrivato il Boko Haram!

Ma oltre la diffusione della sola cultura dell’integralismo, il regno saudita e i suoi vicini degli emirati del golfo hanno creato e finanziato migliaia di gruppi armati di fanatici in giro per il mondo, sfruttando il malessere vero di popolazioni oppresse per spingerli verso una radicalizzazione non in nome della loro oppressione ma in nome della loro diversità religiosa: dalla Cecenia alla Bosnia, dalle Filippine allo Xinjiang; dall’Algeria alla Nigeria.

Tutto questo però non viene mai nominato quando si parla di scontro di civiltà, di guerra al terrore. Il presidente François Hollande, una settimana dopo la marcia pseudo-repubblicana di Parigi, ha reso omaggio al re Abdullah salutando “la memoria di un uomo di Stato il cui lavoro ha profondamente segnato la storia del suo paese e la cui visione di una pace giusta e duratura in Medio Oriente resta più valida che mai.” Visione di una pace giusta e duratura!!!

Perché si fa la guerra al terrore ma nello stesso tempo si va a braccetto con i capi terroristi? Perché si entra nello scontro di civiltà per difendere la libertà e si è allo stesso tempo alleati strategici del principale sponsor dell’oscurantismo di cui è accusato l’altro campo?

Molti dicono che dopo tutto, l’Arabia è un paese sovrano e ha il diritto di avere una propria politica estera. Anche diversa da quella dei suoi alleati. Ma la verità è che le monarchie del golfo possono permettersi di avere le politiche che hanno perché hanno le spalle coperte. Ci ricordiamo tutti di come Saddam Hussein impiegò 24 ore per ridurre in polvere l’esercito del Kuwait. Se non fu per l’intervento di molte nazioni saggiamente allineate dietro ai padroni del mondo post guerra fredda, il Kuwait oggi non esisterebbe più e sarebbe semplicemente una delle province della repubblica (dittatoriale sì, ma) laica irachena. É per la fine che fece Saddam che oggi l’Arabia Saudita e il minuscolo Qatar possono permettersi di entrare a mettere mani nella politica interna della Libia, della Tunisia, dell’Egitto, dello Yemen e soprattutto della Siria. È perché hanno le spalle coperte dalla pesante presenza militare della Nato e di Israele nella regione che i paesi del golfo, in testa l’Arabia Saudita possono pesare con l’iniezione di soldi, armi e mercenari, nelle politiche interne di vari paesi del mondo. Non c’entra niente la sovranità. C’entra un piano comune di gestione della regione e del mondo. Una gestione sotto il segno degli affari sporchi e della guerra infinita, fine a se stessa. Semplicemente perché i signori della guerra da una parte e l’altra ne traggono ampiamente beneficio. Perché le famiglie ricche alla testa di più della metà delle risorse di questo pianeta non hanno né nazionalità, né colore, né religione, e quando uccidono (o fanno uccidere da un terrorista o da un soldato) non è per religione, non è per civiltà, e l’unico valore che difendono è quello dei loro conti nei paradisi fiscali.

E allora io dico che il rispetto lo dobbiamo a ogni defunto, ricco o povero, sultano o figlio del ghetto. Ma nessuno mi venga a cantare le lodi del criminale morto. Perché chi va a piangere al funerale di un criminale, chi ne canta le lodi sono solo i suoi compari: i criminali!

Fonte

09/01/2015

Dopo Parigi. Coscienza collettiva e consapevolezza individuale

Era logico e naturale che l’assalto alla redazione di “Charlie Hebdo” da parte di presunti estremisti islamici scatenasse un gran numero di commenti su tutti i mezzi di comunicazione nel mondo.

Un’attenta riflessione su ciò che è accaduto, sulle motivazioni che hanno portato a un fatto di tale gravità porta però all’individuazione di una carenza nelle diverse espressioni di pensiero che abbiamo avuto occasione di leggere e ascoltare.

Una riflessione che deve essere scevra dalle valutazioni, pur importanti e necessarie, sulle implicazioni che un fatto del genere sicuramente avrà nel quadro delle relazioni internazionali e degli stessi equilibri politici in Francia, e fuori: la speculazione politica, infatti, appare essere la conseguenza più diretta di un episodio di tale gravità facendo passare in secondo piano l’analisi sulle ragioni di fondo dell’esplosione di simili comportamenti sia sul piano generale, sia su quello delle motivazioni soggettive che possono spingere in quella direzione.

In questo quadro sembrano essere due i temi più frequentemente affrontati da commentatori e analisti: quello del fanatismo (più o meno religioso) inteso come molla determinante per lo svolgimento di azioni di questo tipo e quello della difesa della libertà, non tanto – nello specifico – di satira ma complessivamente intesa.

Sotto l’aspetto dell’attacco (e della relativa difesa) alla libertà da molte parti si cerca di tracciare un solco, prendendo anche spunto dal fatto che l’attentato si è svolto nella terra dell’illuminismo: puntando di conseguenza a sfiorare (ed anche a inoltrarsi) sul terreno dello “scontro di civiltà”.

Ecco, questo appare essere il punto: da una parte e dall’altra ciò che pare interessare maggiormente e proprio “lo scontro di civiltà”.

L’effetto conclusivo di questo tragico passaggio nella storia del mondo non sarebbe alla fine molto dissimile da quello ottenuto dall’11 Settembre delle Torri Gemelle e che proprio gli esponenti più conservatori della filosofia politica statunitense coniò proprio come “scontro di civiltà”.

Non è possibile però fermarsi a questo punto: sulla soglia dove si trovano, proprio in queste ore, autorevoli pensatori esponenti del progressismo occidentale difensori del concetto astratto di “libertà”.

Non c’è in questa occasione lo spazio per declinare concretamente, nell’attualità, questo concetto di “libertà” ma è comunque il caso di tentare di proporre un diverso livello di analisi e di riflessione.

Nella grande crisi del pensiero e dell’azione politica seguita allo smarrimento del dopo ’89 si è fatta strada una concezione di “fine della storia” che appare essere ancora (e nonostante le smentite e le dure repliche portate proprio dalla stessa storia) l’asse, il punto di discrimine sul quale si muove il confronto culturale e politico sul piano globale.

La storia, dunque, sarebbe finita e il solco tracciato: pro o contro escludendo la possibilità di espressione di una coscienza collettiva che punti a proseguirne il corso e, di conseguenza, causando lo smarrimento della consapevolezza individuale di poter partecipare direttamente a un processo di cambiamento.

Su queste basi, che hanno cristallizzato nell’immaginario collettivo opposte “verità assolute” è cresciuto enormemente il tasso di facilità di manipolazione delle masse, attraverso l’esposizione di opposti fanatismi, facendo smarrire – soprattutto – la consapevolezza della condizione materiale di vita come base per la ribellione sociale.

Il dominio del concetto di “fine della storia” ha portato così a un processo di potente massificazione delle coscienze e di perdita di consapevolezza, causando così in larghi settori delle opinioni pubbliche sentimenti e propensioni di tipo assolutistico e fondamentalista: in Oriente come in Occidente.

Non c’è contrapposizione tra illuminismo e oscurantismo se i concetti che animano i due campi (dato e non concesso che si possano assegnare tali categorie) sono ormai talmente astratti da non consentire più una visione di diversa, alternativa, costruzione sociale da quella data adesso come immutabile: dall’hic et nunc all’eterno.

La sola inversione di rotta possibile in questo punto drammatico della storia universale può realizzarsi ricostruendo un pensiero che, assieme, tenga la necessità di espressione di una coscienza collettiva con al suo interno, per ciascheduno di noi il senso compiuto della consapevolezza individuale: la storia non è finita, c’è spazio e modo per cambiarla non arrendendoci alla reciprocità di astratte e cieche convinzioni assolute.

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