Presentazione


Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
Visualizzazione post con etichetta Baciapile. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Baciapile. Mostra tutti i post

06/10/2020

Russia - I pigmei della chiesa ortodossa tentano di esorcizzare Lenin


Il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa continua a non far dormire liberali e bacchettoni. Il tema è stantio. Ha perso di mordente. Bisogna escogitare sempre nuove trovate per tenerlo a galla.

Ogni tanto, quando comincia a perdere di sapore, si aggiunge olio nuovo al barattolo dei peperoncini, e così si va avanti ancora un po’. Arriva però il momento in cui si devono cambiare proprio i peperoncini.

Così con il mausoleo. Da qualche decennio, ex “comunisti”, beghini ortodossi, “democratici” delle più varie sfumature, chiedono che il corpo di Lenin – “la mummia”, come sono usi dire, credendo così, non pronunciandone il nome, di poter esorcizzare le proprie perenni paure – venga tolto dal mausoleo e messo sottoterra da qualche parte, secondo la tradizione della chiesa ortodossa.

Ora, però, questo non basta più; si deve proprio rinnovare l’intera “confezione”. La soluzione migliore, sarebbe ovviamente quella di rivendicare il ripristino della situazione architettonica ante-1924; anzi, ante-1917: le mura del Cremlino che fanno da sfondo a file di chioschi, banchi, gazebo, come moderna riedizione dei mercati sulla piazza Rossa nel XVII secolo.

Peccato che il complesso, insieme alla necropoli coi resti dei combattenti della rivoluzione d’Ottobre, sia patrimonio dell’Unesco e non si possa toccare. Ma l’Unesco non impedisce comunque che, chiunque lo desideri, ci faccia un pensierino.

E allora ecco che l’Unione degli architetti, meno di un mese fa, aveva lanciato l’idea, poi rientrata, di indire un “concorso di idee”, come quelli che vanno di moda anche tra le nostre amministrazioni comunali, sulla futura destinazione del mausoleo che, disgraziatamente per loro, deve rimanere al proprio posto.

Manco a dirlo, l’eventuale destinazione, diversa dall’attuale, prevederebbe la sepoltura del corpo di Lenin e la trasformazione della struttura, qualificata, bontà loro, quale “indiscusso capolavoro architettonico”, in museo, filiale dell’esistente museo “Aleksej Ščusev”, l’architetto che realizzò il mausoleo.

Calato il silenzio per qualche settimana, ecco che anche il metropolita Ilarion, a capo del Dipartimento sinodale per le relazioni esterne ecclesiastiche, gioca a chi la spara più grossa: dopo la sepoltura del corpo di Lenin, ha biascicato in diretta tv, e “io non ho dubbi che prima o poi, quando l’ideologia comunista sarà ‘sprofondata nel passato’, il corpo di questa persona verrà sepolto”, bisognerà trasformare il mausoleo in “museo delle repressioni di massa”.

Come mai? Semplice: “È accaduto che l’avvio del terrore rosso, l’inizio delle repressioni di massa della popolazione russa, sia legato proprio a questa persona e, naturalmente, io ritengo che la piazza Rossa non sia esattamente il luogo adatto a questo individuo”.

E se già in passato si è parlato di realizzare al posto del mausoleo una cappella o una chiesetta; se il capo del Consiglio degli esperti per l’arte e l’architettura della Chiesa ortodossa, Leonid Kalinin, fantastica della possibilità di realizzarvi un centro per riti religiosi – ma dovrebbe prima “cambiare status”, si è subito ripreso – ecco che Ilarion affonda con la pretesa che, al posto di “quell’individuo”, “traditore della patria”, sarebbe “probabilmente logico metterci un museo delle repressioni di massa“.

Ben detto, che diamine! “Millecinquecento milioni” di persone arrestate dal luglio 1937 a novembre 1938, aveva detto e ribadito una decina di anni fa, ai microfoni della nemtsoviano-naval’niana “Eco di Mosca”, il collaboratore della benemerita Memorial, lo “storico” Nikita Petrov.

Un refuso, perdinci; ma intanto fa sempre il suo porco effetto, tanto più che il “Centro Eltsin” dà il proprio patrocinio a simili trasmissioni.

Lì per lì, si erano anche dimenticati delle cifre certificate persino dal loro padre spirituale, Nikita Khuščëv – che sarebbe poi stato così solerte a riabilitare “le vittime ingiustamente represse” – il 1 febbraio 1954, secondo cui “nel periodo dal 1921 fino a oggi”, cioè nel corso di 33 anni, “per delitti controrivoluzionari sono state condannate 3.777.380 persone, di cui 642.980 alla pena capitale, 2.369.220 alla detenzione in lager e prigione per periodi fino a 25 anni, 765.180 a ssylka e vysylka” (rispettivamente: confino, espulsione, esilio in luoghi molto periferici all’interno del paese, la prima, e divieto di risiedere in alcuni specifici luoghi, la seconda). Miliardi e miliardi di “vittime del comunismo”! E il primo istigatore altri non fu che Lenin!

Risparmiamo ai lettori la specificazione particolareggiata, anno per anno, delle condanne e dei luoghi di detenzione – carcere, colonia, campo di lavoro, ecc., sia gestiti dal GULag, dalla Direzione carceraria del NKVD, o altro.

D’altronde, sono alla portata di chiunque abbia davvero intenzione di informarsi – ricordando solo che oltre i 2/3 dei reclusi nei lager del GULag, erano costituiti da criminali comuni, condannati per omicidio, rapina, contrabbando, teppismo, banditismo, ecc.; mentre i cosiddetti “repressi”, di regola, erano meno di un terzo.

Fanno eccezione, scrive lo storico Igor’ Pykhalov, gli anni 1944-1948, allorché la categoria del banditismo “ricevette un significativo incremento nelle persone dei vlasovtsi, polizei, starosti e altri fiancheggiatori dei nazisti, combattenti contro la tirannia comunista”.

Ancora più bassa era la percentuale di “politici” nelle colonie di lavoro correttivo. E anche i reclusi nei cosiddetti Lager speciali, creati nel 1948, così come nelle preesistenti prigioni speciali – vi erano concentrati i condannati per spionaggio, diversione, terrorismo, oltre a trotskisti, destri, menscevichi, socialisti-rivoluzionari, anarchici, nazionalisti, emigrati bianchi, ecc. – e che venivano occupati in lavori pesanti (sì: erano condannati a lavorare!), agli inizi del 1952 erano meno di quarantamila.

Oggi in Russia, a proposito delle repressioni degli anni ’30 e ’40, è di moda dire: “condannati senza aver fatto nulla”.

Nel corso di una conferenza di un paio d’anni fa, vennero lette alcune documentazioni degli anni ’40 e, tra la massa di delitti comuni, ce n’erano anche alcuni “politici”, con l’applicazione del famigerato art. 58 del Codice penale della RSFSR. Eccone alcuni esempi:

1942. Ottobre. Art.58, c.7. Dieci anni con confisca dei beni. Direttore di fabbrica; aveva fatto rapporto sulla conclusione dei lavori di costruzione dell’officina e invece non c’erano altro che le fondamenta (accertato dalla commissione).

1942. Ottobre. Art.58, c.9. Dieci anni. Operaio delle ferrovie; con gli amici hanno preso di petto (colloquiale: hanno bevuto; ndt) e hanno fatto fuori i materiali per la riparazione del ponte, risultato parzialmente danneggiato.

1942. Novembre. Art.58, c.13. Quindici anni con confisca dei beni. Addetto all’anagrafe; aveva negato a un ufficiale del RKKA ferito la registrazione e la residenza per il domicilio temporaneo e si era espresso nei suoi confronti in termini volgari: “Peccato che al fronte non ti abbiano ammazzato. Ora non mi faresti perdere tempo”.

1943. Gennaio. Art.58, c.16. Fucilazione. Acciuffato ex ufficiale bianco, in precedenza mandato al confino. Operava con una radio-trasmittente. Scoperta rete di sabotatori.

1943. Gennaio. Art.58, c.7. Quindici anni con confisca dei beni. Responsabile deposito combustibili e lubrificanti, sorpreso a vendere sottobanco i prodotti.

1943. Marzo. Art.58, c.8. Fucilazione. Anonimo; riacciuffato durante un riesame degli incartamenti. Con calunnie, nel 1939 aveva fatto arrestare il proprio superiore per prenderne il posto e anche un vicino di casa, per occuparne l’appartamento.

1943. Marzo. Art.58, c.17. Cinque anni. Conservava volantini di agitazione tedeschi.

1943. Maggio. Art.58, c.8. Fucilazione. Bandito aveva ucciso un uomo, risultato essere un ispettore arrivato da Mosca.

1943. Maggio. Art.58, c.7. Quindici anni. Condannato segretario del comitato distrettuale. Voleva fare rapporto sull’aratura in coincidenza con una data scaramantica. Ma, nelle nostre zone, a volte agli inizi di maggio c’è ancora la neve. Furono rovinati dozzine di macchinari e una cinquantina di cavalli furono fatti lavorare fino a farli morire.

1943. Maggio. Art.58, c.7. Dieci anni. Trattorista alticcio aveva confuso il campo, dato che c’era ancora la neve e aveva arato quello coi cereali vernini.

Il commento dell’oratore alla conferenza era stato: “La versione secondo cui l’articolo 58 veniva applicato forzatamente, per via dell’eccessiva mitezza degli altri articoli del Codice Penale ‘totalitario’, è qui confermata in maniera eccellente“.

Ora, la molto legittima domanda che sorge spontanea al lettore è: serve ai comunisti, in Italia, conoscere le omelie dei moderni liberali russi e rivangare le storie dei loro antesignani?

Beh. Se la molto moderna “Fact-check, Stopfake.org”, mentre taccia di “informazioni false”, per dire, quella di tre candidati dell’opposizione bielorussa con cittadinanza israeliana, si prende anche la briga di oscurare post Facebook sulle condanne inflitte in URSS negli anni ’30 contro i ladrocini di proprietà pubbliche, in quanto “negazione dei crimini dello stalinismo”, o di censurarne altri a proposito dei Paesi che, a partire dal 1933 e fino al luglio 1939 avevano concluso patti, accordi, intese con la Germania hitleriana, prima del patto di non aggressione tedesco-sovietico del 23 agosto 1939; se una banda di eurosproloquiatori, con il molto attuale obiettivo di mettere oggi al bando comunismo e comunisti, si ritiene in diritto, ad ogni decennale di quel 23 agosto, di infamare l’Unione Sovietica e i comunisti di tutto il mondo; allora può tornare utile conoscere anche come, a carte latitudini, ci si diletti a rotolarsi nei liquami dell’odierno liberalismo russo post-eltsiniano.

Fonte

03/10/2020

Orribili rituali cattolici

A Roma è in vigore una procedura fascista e cattolica che consente alla società AMA, che si occupa dei servizi cimiteriali, di concerto con le ASL, di seppellire i feti in un’area dedicata.

La barbarie ordita dalle istituzioni romane, che trae origine da una norma del 1939, non si limita alla sepoltura, ma si arricchisce di un ulteriore passaggio inquietante: sul feto sepolto viene eretta una croce e sulla croce viene indicato il nome della madre che ha abortito, dando per scontato, peraltro, che il feto e la madre appartengano alla setta cattolica.

Ora, se avessero inciso su quelle croci il nome del padre, che almeno nel 90% dei casi è responsabile per non essere stato in grado di controllare la propria eiaculazione costringendo la donna ad abortire, di sicuro le istituzioni romane sarebbero corse ai ripari e si sarebbero sollecitate per impedire che fosse reso noto il nome dei fecondatori.

Invece mettere sulle croci cimiteriali il nome della donna che ha abortito, ha il duplice vantaggio per i perversi antiabortisti, di violare la riservatezza delle persone interessate, e nel contempo esporle alla pubblica condanna morale, insomma tutto questo marciume ha lo scopo di infliggere un marchio indelebile e stigmatizzare una scelta.

Sarebbe interessante valutare una ipotesi risarcitoria in favore di ognuna di quelle donne, e che a pagare fossero i vertici delle ASL che hanno violato la privacy lasciando intendere che l’assenso alla registrazione dei feti con il nominativo della madre dovesse rimanere nella riservatezza di una cartella clinica, ma anche i vertici dell’AMA che hanno reso pubblici nominativi che dovevano rimanere non violati, e infine il Comune di Roma i cui amministratori, appartenenti alla setta dei contatori di scontrini e apritori di scatolette, hanno consentito che i regolamenti di polizia mortuaria potessero avvitarsi in simili vergognose prassi.

I responsabili dovranno risarcire le donne vittime di questo orribile rituale, solo così potranno capire la gravità di ciò che hanno fatto.

Sperare nella presa di coscienza di chi aveva la responsabilità di impedire tutto ciò, o sperare che i cattolici e le cattoliche romane facciano sentire la loro voce in dissenso, è una pura illusione, e del resto non è la prima volta che la storia del cattolicesimo italiano si connota di simili bassezze.

Fonte

16/11/2018

La strage dei diritti? Ora tocca all’aborto


Un povero giornalista deve sempre essere pronto a tutto, perché la realtà propone sempre novità inattese. Certo, dover prendere atto di una ferma volontà di ritornare ai secoli bui non sembra proprio una novità. Ma avviene anche questo.

Apriamo la posta come ogni giorno e troviamo una mail di mister Pietro Guerini, che si definisce “fondatore e presidente del Comitato NO194 (vedi www.no194.org), che conta 30.000 aderenti (ben più del 90% degli iscritti a gruppi pro life nazionali), finalizzato alla promozione ed organizzazione di un referendum abrogativo della l. 194”.

Lì per lì viene da pensare che ci sia un errore, qualcuno che ha stilato una mail list di testate prese un po’ a casaccio, senza neppure chiedersi se il destinatario possa essere interessato dall’argomento. O inferocito come noi...

Può darsi che sia così, può darsi che si sentano così trendy da potersi impunemente presentare ovunque a esporre il proprio programma trogloditico.

Del loro “comunicato stampa” le uniche cose che ci sembra importante riportare sono:

– l’entità delle condanne previste per le donne – se fosse abolita la 194 – secondo il progetto di legge che mister Guerini si vanta di aver “redatto personalmente”: “pena edittale per l’aborto volontario la reclusione da 8 a 12 anni (ricordo che per l’infanticidio, eseguito in particolari condizioni di abbandono materiale e morale dalla madre nell’immediatezza della nascita, la sanzione base prevista dal nostro codice penale è la reclusione da 4 a 12 anni)”. L’aborto sarebbe perciò considerato ancora più grave dell’infanticidio vero e proprio, tanto da prevedere una pena minima doppia.

– Il più importante tra i parlamentari iscritti alla demenziale associazione del mister Guerini risulta addirittura ministro: “Tra i nostri iscritti possiamo vantare il Ministro per la Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, al quale va il nostro pieno sostegno e del quale raccolsi personalmente l’adesione cartacea, tuttora in mie mani naturalmente, autografa e quindi personalmente sottoscritta, con tutti i dati identificativi e i recapiti, sabato 28-5-2011 a Desenzano, verso le 12, in occasione di un evento pro life. Il modulo di adesione è sempre riportato sul sito.” Il tono è vagamente ricattatorio (“tengo da parte la sua tessera firmata, che non provi a far finta di niente”), ma comunque dobbiamo tener presente che “abbiamo” un ministro della famiglia formato a una scuola di pensiero alquanto arcaica.

– I partecipanti al prossimo corteo promosso da questa congrega innominabile (sabato 24, a Verona), tra cui – diciamo così – “spicca”, per volontà dello stesso mister Guerini, Roberto Fiore, padre-padrone di Forza Nuova, ex latitante a Londra per le inchieste sui terroristi neofascisti (Terza Posizione e Nar), ecc.

Il Medioevo, al confronto, era un tempo bellissimo, di grande civiltà e tolleranza...

Potremmo chiudere qui l’articolo, ma c’è un pensiero che continua a ronzare nella testa: com’è possibile, nel terzo millennio, dopo la secolarizzazione pressoché completa, le rivoluzioni femminili, il cambio di paradigma nelle relazioni tra i sessi, l’estensione quasi senza limiti dei diritti civili, che questa roba non solo esista ancora, ma che possa persino vantare ministri e parlamentari?

La domanda chiede una risposta, visto che esiste anche una “proposta di legge Pillon” (il refuso preme sulle dita...) contro cui, sempre sabato 24, ma a Roma, si mobilitano da tutta Italia su invito del movimento NonUnaDiMeno.

Senza dilungarci in complesse analisi sull’evoluzione antropologica nella crisi del capitalismo globalizzato (che hanno la loro decisività, ma eccedono di gran lunga lo spazio qui disponibile) non si può non pensare all’idiozia totale, suicida e criminogena, di certa “sinistra” nazionale che ha pensato bene – tra gli anni ’80 e oggi – di accettare lo scambio infame proposto dal pensiero unico neoliberista: eliminiamo i diritti dei lavoratori (art. 18 e contratto a tempo indeterminato, libertà di sciopero, salario dignitoso, rappresentanza, fedeltà all’impresa, ecc) e largheggiamo invece in diritti civili.

Le due cose non si compensano, questo è certo. Nessun lavoratore, con nessun tipo di contratto e con un salario comunque basso, costretto a obbedir tacendo sulle linee o in ufficio o alla cassa del supermercato, può sentirsi “meglio” se a qualcun altro (magari persino a lui/lei) viene garantito – giustamente, ci mancherebbe! – di poter sposare chi vuole, adottare bambini, far sesso con chi gli pare, ecc.

I diritti stanno insieme, costituiscono un blocco unitario che definisce l’ambito delle libertà. Un essere umano non può sentirsi o essere libero solo nella “sfera privata”, mentre in quella pubblica e lavorativa – dove si stabiliscono le condizioni materiali della sua sopravvivenza e dignità – deve funzionare come una macchina che non parla, non protesta, non sciopera, non si ammala, non ha tempo (e reddito) per fare figli, ecc.

E infatti, se robaccia trogloditica come i “no194” può aver trovato seguito nel terzo millennio, è perché una massa spaventosa di popolazione al lavoro (o disoccupata cronica) pian piano, confusamente e stupidamente, “è stata fatta persuasa” che i diritti civili son roba per chi se lo può permettere, per chi “ha grilli per la testa”; e “se non ho diritti io, allora non li deve avere nessuno”. Un po’ come quando hanno cercato di creare lo “scontro generazionale” tra vecchi lavoratori “garantiti” e giovani precari abbandonati a se stessi. Alla fine la soluzione è stata precarietà per tutti (via l’art. 18 e tutto il resto).

Se ci sono un Guerini, un Fontana o un Pillon che progettano di riportare le donne a fare le domestiche figlianti, senza più diritto al divorzio e all’aborto, è perché ci sono stati 30 anni di pensiero unico di merda. E la sedicente “sinistra” (in versione Pd, LeU e non solo) ne è stata protagonista o, nel migliore dei casi, complice.

Fonte


17/09/2018

L’implacabile follia del Pillon

Tutti ipnotizzati dalle cazzate di Salvini sui migranti (mentre si mette d’accordo col Berluska per monopolizzare ancora meglio l’informazione), si rischia di non considerare importanti altri “atti di governo” che puntano apertamente a cambiare in peggio la vita di tutti.

E’ arrivato in Senato una settimana fa un disegno di legge presentato dal leghista neocatecumenale Simone Pillon (il refuso è sempre in agguato...) che punta a riscrivere la legge del 2006 sull’affido condiviso dei figli dopo separazioni e divorzi.

La legge esistente, in effetti, ha mostrato in dodici anni parecchi limiti, ha creato molte situazioni insostenibili (quasi sempre a danno dei padri), e da molti punti di vista si rende necessaria una sua revisione.

Come ogni reazionario autentico, il Pillon coglie l’esigenza di revisione per proporre uno schema che, nei fatti, mira a scoraggiare la richiesta di divorzio da parte delle donne. Non che da un tizio capace di dire “Obbligheremo le donne a partorire. Vorrei il matrimonio indissolubile e abrogherei le unioni civili” ci si potesse aspettare qualcosa di diverso, ma quando si passa dalle chiacchiere tra avvinazzati all’osteria alle proposte di legge... è meglio attrezzarsi alla battaglia.

L’“ispirazione ideologica”, diciamo così, del testo è il principio della “bigenitorialità perfetta”. Che, come tutte le cose perfette, sono belle (e facili) da pensare, impossibili da fare.

Lasciamo la critica dettagliata a una psicologa esperta in separazioni che, con molta pacatezza e grande esperienza, analizza le incongruenze palesi del testo. Evidenziando che, alla fin fine, gli unici a beneficiarne saranno... avvocati specializzati in separazioni, psicologi, mediatori familiari.

Prima di lasciarle la parola, però, è giusto ricordare anche i nomi degli altri parlamentari firmatari del ddl 735: i senatori della Lega Andrea Ostellari, Massimo Candura e Emanuele Pellegrini (tutti maschi, giustamente) e Angela Anna Bruna Piarulli, Grazia D’Angelo, Elvira Lucia Evangelista, Mario Michele Giarrusso e Alessandra Riccardi del Movimento 5 Stelle.

Buona lettura.

***** 

Sul ddl Pillon

Comincia ora la discussione del ddl Pillon, un disegno di legge teso a riformulare le norme della separazione tra coniugi in particolare in presenza di figli. Il disegno di legge prevede alcuni cambiamenti salienti che qui vorrei sintetizzare

– obbligo della mediazione familiare, in presenza degli avvocati di parte per avviare la separazione
– abolizione dell’assegno di mantenimento, con divisione delle spese fatte in base al riscontro delle prove di pagamento
– divisione rigorosa a metà del tempo passato con i figli.
– Un indennizzo per il genitore che lascia all’altro la casa di proprietà

E nel dettaglio si riscontra:
– cambiamento dell’accordo solo previo accordo della coppia
– nessuna osservazione aggiuntiva o casistica particolare quando i figli in questione dovessero essere molto piccoli, per esempio sotto i tre anni
– nessuna rilevanza rispetto i desideri espressi dai minori
– nessuna possibilità di ricorrere al tribunale di fronte all’inadempienza di un genitore.

Sulla carta, può giustamente sembrare a molti, un notevole passo avanti giuridico. L’attuale diritto di famiglia protegge molto le mogli e le madri, e spesso questa protezione in sede di tribunale diventa l’arma con cui ex partner vengono messi in grave difficoltà economica, in primo luogo, ma anche spesso resi protagonisti di vicende familiari in cui sono loro malgrado, allontanati dai figli. Oggi davvero molti padri, hanno un sincero desiderio di passare più tempo con i propri figli, e un sincero desiderio di sorvegliarne la crescita e sono davvero tante le vicende amare per cui ci sono uomini allontanati dalla famiglia perché le ex compagne fanno in modo che i figli non vogliano incontrarli.

Inoltre, quando le associazioni di padri separati sottolineano l’enorme onere economico a cui vanno incontro, denunciano il vero specie se si pensa alla questione dell’assegnazione della casa, che viene stabilita in base a quale genitore vivrà con il figlio, per cui può accadere che un padre, titolare di una casa di proprietà ne perda completamente la titolarità e si trovi a dover pagare un affitto e anche un assegno con degli alimenti. Per molte persone è davvero oneroso e complicato.

Non è tema di questo post, ma una correzione della legge attualmente in vigore che allevi la situazione del genitore a cui non è assegnata la casa – stabilendo un indennizzo, risarcendolo con delle esenzioni fiscali? sono ipotesi – potrebbe essere una cosa intelligente, così come aiutare questi nuovi padri ad essere tutelati nel loro voler essere più presenti nella vita dei figli – per esempio alzando l’asticella del minimo di cura necessario.

Da psicologa, per me, per esempio: l’attuale giorno a settimana più i due fine settimana al mese sono davvero troppo pochi. Almeno un altro giorno infrasettimanale, sarebbe una cosa auspicabile per il benessere dei bambini. La famiglia cambia, i padri cambiano, ed è giusto che cambi la legge che ne regolamenta la vita quotidiana. Ma sono blande ipotesi – ci sarebbe molto da fermarsi e pensare.

Tuttavia, questo ddl rappresenta la risposta mal strutturata e peggiorativa di una domanda anche lecita, e lascia basiti, al di là del banale conflitto di interessi, considerare il fatto che a proporlo è un professionista – il presidente di un’associazione di mediazione familiare – che dovrebbe avere (si presuppone, evidentemente a torto) qualche rudimento di esperienza materiale in fatto di separazioni.

Lascia basiti perché per gli addetti ai lavori, che siano mediatori, che siano avvocati, che siano psicologi, constatano che per come è scritto questo ddl

1. Incrementa la conflittualità genitoriale, dilatandola e procurando alla coppia una moltiplicazione di occasioni di lite

2. Lede gravemente, davvero gravemente, gli interessi dei bambini.

3. E’ particolarmente delirante nei casi in cui ci sia violenza di genere, per la diffidenza che mostra verso le denunce in questo ambito, e i poveri bambini siano vittime di violenza reale o assistita.

Vediamo i singoli punti.

La conflittualità genitoriale è molto aumentata dalla perdita dell’assegno di mantenimento. L’assegno di mantenimento è magari un accordo difficile da digerire, ma almeno impone alle parti in causa di risolvere la questione una volta per tutte, e poi di riuscire in qualche modo a organizzarsi nelle proprie vite separate. L’idea che le spese debbano essere continuamente riconteggiate e divise al millimetro, mi pare che ridia ai membri della coppia continue occasioni di dissenso, piattaforme simboliche su cui di volta in volta rimettere in campo disagi emotivi. Perché, come capita di constatare nelle liti in tema di eredità, le persone per i soldi si dilaniano, ma non per il luogo comune dell’avidità e che tutti sono brutti e cattivi, ma perché sui soldi simbolicamente si mette in campo una proiezione affettiva, sono i sostituti di primo grado da un punto di vista simbolico dell’amore, della relazione, che piaccia o meno. Sono la moneta vicaria dell’essere con. Ed è semplicemente delirante mettere dei genitori nella posizione di stare a rinegoziare la fine del loro affetto e il loro voler bene ai figli a ogni scontrino fiscale.

Ugualmente, anche partire dalla teoria del figlio diviso a metà per tempi e spazi, ripropone continue situazioni di conflitto, specie considerando l’attuale organizzazione economica e sociale delle coppie. Davvero all’atto pratico i padri italiani riusciranno a reggere tutti, questi ritmi? E quando non riuscissero e delegassero a oltranza o chiedessero al partner di riprendersi la prole è sicuro che questo non creerebbe disagio? E ancora liti?

Questo ddl riguarda gli uomini e le donne, in un momento di vita tra i peggiori e i più dolorosi, un momento di vita che li rende ammalati: ossia in difficoltà, conflittuali, intolleranti, spesso magari non sempre, ma spesso, al peggio di se. La separazione è non di rado una sorta di adolescenza cattiva, dove tutti protestano tutti piangono tutti si trovano in un cambiamento che non avrebbero voluto.

Pensato in questo modo, le parti sono incoraggiate a rimanere in questo stato di aggressione permanente, con mille quotidiane occasioni di risentimento. E’ una separazione cioè, che non sembra pensata da un mediatore familiare. Da uno che deve aiutare le persone a separarsi e a negoziare. Nella realtà materiale della vita quotidiana.

La disattenzione verso i minori è scandalosa e per me criminale. E mi pare che si esprima su più livelli.

Il primo è il mancato assegno per la parte, di solito la madre, che ha i figli a carico e che non dovesse lavorare. Io capisco che i temi delle donne non sono prioritari per gli estensori di questo decreto, ma se siamo in un paese con una bassa occupazione femminile, e che ostacola in vari modi il lavoro delle madri, come si può sperare che la madre separata lavori? La verità è che siccome Pillon è un neocatecumenale reazionario, la posizione mentale è quella di dire: donna hai voluto la bicicletta? (dell’emancipazione? Della separazione) ora pedala, anche se magari la bicicletta, nell’eventuale contingenza, ossia la separazione l’ha voluta il partner, oppure è l’esito dell’aggressione alla coppia da parte del partner per esempio – per un tradimento. In ogni caso, una madre che non ha mai lavorato e che ora dovesse trovare il modo di lavorare – a cinquant’anni? sessanta? – si troverebbe in una grave difficoltà materiale e quindi psicologica, e questa difficoltà psicologica, potrebbe ricadere piuttosto o gravemente sui bambini. E naturalmente sull’ex partner medesimo. Un’evenienza questa, in un paese con un bassissimo tasso di occupazione femminile, tutt’altro che scontata.

Il secondo per me riguarda l’assoluta indifferenza alla qualità della vita dei figli. L’importanza che vivano in un contesto di riferimento, continuativo e rassicurante. Io ho serie perplessità che cambiar casa ogni dieci giorni specie quando per questioni di forza maggiore la casa del partner è molto lontana da quella dove il figlio è cresciuto e ha costruito la sua quotidianità, sia una cosa buona per i bambini. Può forse andar bene se le case degli ex coniugi sono molto vicine, ma soprattutto nelle grandi città mi pare raro che succeda.

Il terzo motivo, è il mancato riferimento all’età del bambino. Se l’idea che un minore sia affidato fifty fifty in generale mi suscita qualche perplessità, ma non faccio fatica a escludere coppie armoniose che riescano a risolvere la cosa per il meglio, se penso al minore di tre anni, un bambino di pochi mesi, un bambino di un anno magari ancora in allattamento, tolto alla madre, mi sale proprio una preoccupazione indigeribile, mi pare che si faccia un torto al minore gravissimo. Un bambino di meno di un anno separato dalla madre ogni due settimane????

Non credo che ci sia molto da dire.

Il quarto motivo, riguarda sia la sottesa idea dell’alienazione parentale e la fantasiosa pretesa di risolverla con un atto giuridico sbrigativo, sia il caso terribilmente grave e terribilmente frequente delle separazioni che seguono a violenza sui minori, e violenza verso la madre a cui si trova ad assistere il minore. Infatti l’idea è quella di dividere il tempo dei genitori a prescindere dai desiderata dei figli contesi, perché si parte dall’assunto che se un figlio non vuole vedere uno dei due partner è sempre comunque manipolato.

Questa cosa è già di per se un’aggressione, un dire al futuro cittadino che è un cretino, uno che si fa maneggiare, in caso di figli adolescenti si tratta di un parere secondo me gravemente collusivo con certe patologie che emergono in quell’età. Un ragazzino di sedici anni dice risolutamente di voler stare con la madre, e lo Stato gli dice che lui non conta niente, che non ha un parere da prendere in considerazione, che crede di avere un’identità ma si sbaglia.

Scusate, sono i semi per un comportamento criminale serviti sul piatto d’argento. Se il minore ha una qualche psicopatologia pregressa, una difficoltà scolastica, una bocciatura alle spalle, un problema di immissione nel mondo degli adulti, obbligato contro la sua volontà ad andare dal padre per gruppi di quindici giorni, è proprio pronto per la deriva sociale.

Questo perché se consideriamo davvero, per esempio, tutte le ricerche che sono state fatte da psicologi rigorosi, e attenti, dovremmo sapere che la PAS come costrutto esiste pure, ma non è una manipolazione che si fonda su una mera suggestione e giochi di potere, ma che si basa sull’orchestra di meccanismi difensivi che si intrecciano a emozioni reali, necessità psichiche profonde, riflessioni e osservazioni che il minore fa sul piano di realtà, e non possono essere criminalmente cancellate con un colpo di spugna.

Se un figlio desidera proteggere la madre dal dolore che è convinto le abbia inferto il padre, avendola per esempio vista piangere numerose volte, sapendo nel frattempo che il padre ha un’altra relazione, non sarà di certo la dichiarazione astratta di un tribunale che la madre ha una depressione cronica (magari pure causa reale del suo malessere) a fargli cambiare idea e a farlo star bene con suo padre. Il bisogno di farsi difensore di sua madre, ha radici profonde, nell’organizzazione edipica che una separazione conflittuale ha impedito di superare, per quel figlio proteggere la madre è di vitale importanza.

E’ solo uno degli esempi, naturalmente, ma non è che se il tribunale dice, dal nulla, dopo una vita di esperienze ed eventi “guarda sei manipolato”, che il minore dice “ok avete ragione ora sto volentieri con papà”. Il minore, per i mille romanzi familiari che qui non possiamo sintetizzare, ha molteplici motivi possibili per ritenere vitale per sé, gravemente vitale, proteggere la madre, o comunque il genitore alienante. E se si crede di farla facile, beh noi psicologi, noi che lavoriamo coi servizi sociali, le case famiglia, insomma, noi ci ingrassiamo, il lavoro aumenta, l’infelicità si moltiplica.

Naturalmente ancora più criminale è la casistica, malamente contemplata dal ddl, delle famiglie abusanti. Il ddl prevede la casistica delle famiglie abusanti, ma in una distorsione ideologica parte dall’assunto che le denunce di abuso siano spesso false, e quindi prima che l’eventuale parte lesa sia riconosciuta come tale dovrà affrontare un complesso iter procedurale in termini di ANNI, nel frattempo però l’affido seguirebbe le linee indicate dal disegno.
Per quanto io sia tra i colleghi che più insistono nella necessità di far avere contatti tra figli abusati, vittime di violenza assistita e genitori abusanti, perché purtroppo quello è il genitore, bisogna che ci si faccia i conti e in qualche modo lo si iscriva nella propria storia, il massimo che si possa sperare in certe vicende terribili, e che il padre sia curato serratamente, la coppia familiare pure, che ci sia volontà da tutte le parti in causa, e che i minori siano guidati in una serie di incontri protetti, circoscritti nello spazio e nel tempo e sorvegliati (il tutto, però, bisogna dire: nella consapevolezza della cronicità grave, e della difficoltà di intervento risolutivo con questo campione di pazienti e assistiti) E IL TUTTO PERO’ SUBITO, NON DOPO GLI ANNI VITALI DELLA CRESCITA ESPONENDO IL MINORE A ULTERIORI ABUSI.

Ritenere con questa allucinante e irresponsabile disinvoltura che un bambino a cui un soggetto psichiatrico ha spento le sigarette addosso, che ha frustato con la cinghia, che abbia rotto il braccio di sua madre davanti a lui, che le abbia ficcato un coltello nelle narici (perché cari di queste cose si parla, è bene che si sappia) e via discorrendo, ed eludendo i casi ben più gravi e frequenti, debba andare a casa sua per due settimane al mese, perché le cicatrici se le deve essere inventate causa pas, veramente fa rabbrividire, fa cascare le braccia.

Il pensiero che poi questo disgraziato, non volendoci andare, debba andare in una casa famiglia… siamo proprio nel campo della follia. Ma è più corretto dire dell’incompetenza, per quel che concerne la psichiatria delle coppie violente.

In conclusione io credo che questa proposta di legge, scritta in maniera abborracciata, e frettolosa, al di la della matrice ideologica che la connota, sia tarata su un umano ideale: forse sui film degli anni cinquanta? Forse sui cartoni animati? Forse sulle favole della buona notte? Perché presuppone un idilliaco e vissero tutti felici e contenti in un momento della vita in cui l’umano cade e spesso rischia di rimanere nel suo funzionamento peggiore e più difficoltoso, quando cioè non è per niente conciliante e idilliaco.

Suppone che certi cambiamenti storici e culturali che ci sono stati siano l’esito di un’ondata ideologica e non lo specchio di un cambiamento nell’esistenza materiale di tutti uomini e donne. Non tiene per niente conto delle condizioni in cui vivono le persone, delle aggressioni del quotidiano, della psicologia delle persone e delle persone durante la separazione, dei diritti dei bambini. Occulta con atarassica serenità i problemi spesso insormontabili che si creano in caso di patologie psichiatriche conclamate e marginalità sociale.

E’ una proposta di legge scellerata che dovrebbe essere rifiutata da tutti, uomini, donne, destra, sinistra, cinque stelle o meno. Di cui forse cinicamente, beneficeremmo solo noi professionisti grazie alla moltiplicazione di perizie, percorsi obbligati mediazioni familiari fatte (secondo il decreto di fronte alla presenza di familiari, questo particolare è un ultima prova dell’incompetenza degli estensori: me li vedo i genitori a parlare del conflitto davanti agli avvocati di parte avversa. Tanta sincerità proprio) .

Tanto dolore, problemi che non si risolvono, disperazione, e dunque tanti professionisti chiamati in causa e remunerati. Una moltiplicazione di perizie di parte, di mediazioni familiari, di interventi riparatori, per una legge che non è fatta per gli uomini, ma per gli angeli. Non mi pare che sia giusto verso le famiglie e gli elettori tradire così tanto i bisogni che hanno manifestato.

Fonte