I sistemi economici e politici sono riconducibili a due macro-aree: da una parte ci sono quelli che perseguono il benessere collettivo e hanno una tensione protesa, tendenzialmente almeno, al rispetto dei diritti fondamentali; dall’altra ci sono quelli criminali che hanno come finalità dichiarata, la violazione sistematica dei diritti.
L’analisi economica e politica italiana in questo frangente storico ci riconduce, volenti o nolenti, alla seconda macroarea.
In Italia, peraltro, tutto diventa assai più pericoloso, perché tutte le forze presenti in Parlamento sono sostenute da identici gruppi lobbistici, a cominciare da quello clericale, al punto da contendersene la rappresentatività.
È evidentemente una contesa al ribasso di civiltà, e più si adottano politiche liberticide e più l’adesione delle masse, purtroppo, aumenta.
Va da sé che le violazioni dei diritti, non essendo riconducibili ad una singola persona ma ad un sistema politico ed economico, non determinano automaticamente alcuna responsabilità penale.
In questa progressiva erosione, in cima alla lista ci sono, come da prassi, i diritti sessuali e riproduttivi la cui negazione e repressione, consente ai detentori del potere di avere il controllo sulla natalità e sulla fecondità.
È in questo contesto che si inserisce l’attacco sfacciato alla legge 194, la legge che tutela dal 1978 l’autodeterminazione femminile, un attacco da sempre sferrato senza soluzione di continuità dal clero, nemico antropologico delle donne, e di cui il potere politico, in modo subdolo, è stato da sempre interprete colluso.
La legge 194 è stata neutralizzata chiudendo i consultori e i reparti di ginecologia.
La legge 194 è stata neutralizzata consentendo che la carriera dei ginecologi potesse subire l’interferenza del clero, che ha ostacolato in ogni modo i medici non obiettori.
La legge 194 è stata neutralizzata consentendo che nei prontuari farmaceutici la pillola del giorno dopo non fosse inserita in via obbligatoria.
La legge 194 è stata neutralizzata quando un personaggio politico spregevole come la Lorenzin ha depenalizzato l’aborto clandestino, per il quale poteva essere comminata una multa di € 50,00, e lo ha trasformato in violazione amministrativa elevando la sanzione a € 10.000.
La legge 194 è stata neutralizzata quando la Presidente della Regione Umbria Tesei ha deciso che per somministrare la pillola abortiva occorreva il ricovero ospedaliero di tre giorni, quando ovunque viene somministrata con assunzione a domicilio, ed era chiaro anche ai sassi come simile norma avesse una finalità punitiva e mortificante.
Del resto il potere ha bisogno della sottomissione e dell’obbedienza, e una donna con mentalità patriarcale cui affidare il lavoro sporco, non è difficile trovarla negli ambienti religiosi, le allevano apposta con queste devianze.
La Lorenzin (PD) e la Tesei (Lega) ne sono fiere esponenti, incapaci di avere consapevolezza del ribrezzo che suscitano, ma anche di vedere come le forze politiche che rappresentano, siano entrambe stomachevolmente intercambiabili, e con esse il M5S, stampella altalenante ora dell’una e ora dell’altra.
Il clero misogino resta un ostacolo permanente perché ha una potenza di tiro non indifferente, dispone pur sempre di capacità finanziarie notevoli, e tiene a libro paga quasi tutto il Parlamento, non necessariamente con erogazioni dirette, ma semplicemente garantendo l’elezione.
La disparità di armi tra le fazioni in campo è sbilanciata non solo sotto il profilo finanziario, ma anche a causa della cecità delle forze politiche extraparlamentari, che dovrebbero costruire l’opposizione al clero parassita, maggiore artefice delle politiche liberticide, mentre invece lo assecondano nella adesione alla identica mitologia condivisa, la stessa da cui è derivata l’uccisione delle streghe, ovvero il femminicidio di massa più raccapricciante della storia dell’umanità.
Tuttavia nella storia non c’è potere che non abbia prodotto la sua Resistenza.
L’attacco ai diritti sessuali ha punti di resistenza nel Paese, e le minoranze resistenti sono destinate, con cadenze cicliche, a diventare maggioranze, ad onta del patriarcato imperante.
Fonte
Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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03/07/2020
16/11/2018
La strage dei diritti? Ora tocca all’aborto
Un povero giornalista deve sempre essere pronto a tutto, perché la realtà propone sempre novità inattese. Certo, dover prendere atto di una ferma volontà di ritornare ai secoli bui non sembra proprio una novità. Ma avviene anche questo.
Apriamo la posta come ogni giorno e troviamo una mail di mister Pietro Guerini, che si definisce “fondatore e presidente del Comitato NO194 (vedi www.no194.org), che conta 30.000 aderenti (ben più del 90% degli iscritti a gruppi pro life nazionali), finalizzato alla promozione ed organizzazione di un referendum abrogativo della l. 194”.
Lì per lì viene da pensare che ci sia un errore, qualcuno che ha stilato una mail list di testate prese un po’ a casaccio, senza neppure chiedersi se il destinatario possa essere interessato dall’argomento. O inferocito come noi...
Può darsi che sia così, può darsi che si sentano così trendy da potersi impunemente presentare ovunque a esporre il proprio programma trogloditico.
Del loro “comunicato stampa” le uniche cose che ci sembra importante riportare sono:
– l’entità delle condanne previste per le donne – se fosse abolita la 194 – secondo il progetto di legge che mister Guerini si vanta di aver “redatto personalmente”: “pena edittale per l’aborto volontario la reclusione da 8 a 12 anni (ricordo che per l’infanticidio, eseguito in particolari condizioni di abbandono materiale e morale dalla madre nell’immediatezza della nascita, la sanzione base prevista dal nostro codice penale è la reclusione da 4 a 12 anni)”. L’aborto sarebbe perciò considerato ancora più grave dell’infanticidio vero e proprio, tanto da prevedere una pena minima doppia.
– Il più importante tra i parlamentari iscritti alla demenziale associazione del mister Guerini risulta addirittura ministro: “Tra i nostri iscritti possiamo vantare il Ministro per la Famiglia e della Disabilità Lorenzo Fontana, al quale va il nostro pieno sostegno e del quale raccolsi personalmente l’adesione cartacea, tuttora in mie mani naturalmente, autografa e quindi personalmente sottoscritta, con tutti i dati identificativi e i recapiti, sabato 28-5-2011 a Desenzano, verso le 12, in occasione di un evento pro life. Il modulo di adesione è sempre riportato sul sito.” Il tono è vagamente ricattatorio (“tengo da parte la sua tessera firmata, che non provi a far finta di niente”), ma comunque dobbiamo tener presente che “abbiamo” un ministro della famiglia formato a una scuola di pensiero alquanto arcaica.
– I partecipanti al prossimo corteo promosso da questa congrega innominabile (sabato 24, a Verona), tra cui – diciamo così – “spicca”, per volontà dello stesso mister Guerini, Roberto Fiore, padre-padrone di Forza Nuova, ex latitante a Londra per le inchieste sui terroristi neofascisti (Terza Posizione e Nar), ecc.
Il Medioevo, al confronto, era un tempo bellissimo, di grande civiltà e tolleranza...
Potremmo chiudere qui l’articolo, ma c’è un pensiero che continua a ronzare nella testa: com’è possibile, nel terzo millennio, dopo la secolarizzazione pressoché completa, le rivoluzioni femminili, il cambio di paradigma nelle relazioni tra i sessi, l’estensione quasi senza limiti dei diritti civili, che questa roba non solo esista ancora, ma che possa persino vantare ministri e parlamentari?
La domanda chiede una risposta, visto che esiste anche una “proposta di legge Pillon” (il refuso preme sulle dita...) contro cui, sempre sabato 24, ma a Roma, si mobilitano da tutta Italia su invito del movimento NonUnaDiMeno.
Senza dilungarci in complesse analisi sull’evoluzione antropologica nella crisi del capitalismo globalizzato (che hanno la loro decisività, ma eccedono di gran lunga lo spazio qui disponibile) non si può non pensare all’idiozia totale, suicida e criminogena, di certa “sinistra” nazionale che ha pensato bene – tra gli anni ’80 e oggi – di accettare lo scambio infame proposto dal pensiero unico neoliberista: eliminiamo i diritti dei lavoratori (art. 18 e contratto a tempo indeterminato, libertà di sciopero, salario dignitoso, rappresentanza, fedeltà all’impresa, ecc) e largheggiamo invece in diritti civili.
Le due cose non si compensano, questo è certo. Nessun lavoratore, con nessun tipo di contratto e con un salario comunque basso, costretto a obbedir tacendo sulle linee o in ufficio o alla cassa del supermercato, può sentirsi “meglio” se a qualcun altro (magari persino a lui/lei) viene garantito – giustamente, ci mancherebbe! – di poter sposare chi vuole, adottare bambini, far sesso con chi gli pare, ecc.
I diritti stanno insieme, costituiscono un blocco unitario che definisce l’ambito delle libertà. Un essere umano non può sentirsi o essere libero solo nella “sfera privata”, mentre in quella pubblica e lavorativa – dove si stabiliscono le condizioni materiali della sua sopravvivenza e dignità – deve funzionare come una macchina che non parla, non protesta, non sciopera, non si ammala, non ha tempo (e reddito) per fare figli, ecc.
E infatti, se robaccia trogloditica come i “no194” può aver trovato seguito nel terzo millennio, è perché una massa spaventosa di popolazione al lavoro (o disoccupata cronica) pian piano, confusamente e stupidamente, “è stata fatta persuasa” che i diritti civili son roba per chi se lo può permettere, per chi “ha grilli per la testa”; e “se non ho diritti io, allora non li deve avere nessuno”. Un po’ come quando hanno cercato di creare lo “scontro generazionale” tra vecchi lavoratori “garantiti” e giovani precari abbandonati a se stessi. Alla fine la soluzione è stata precarietà per tutti (via l’art. 18 e tutto il resto).
Se ci sono un Guerini, un Fontana o un Pillon che progettano di riportare le donne a fare le domestiche figlianti, senza più diritto al divorzio e all’aborto, è perché ci sono stati 30 anni di pensiero unico di merda. E la sedicente “sinistra” (in versione Pd, LeU e non solo) ne è stata protagonista o, nel migliore dei casi, complice.
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02/03/2017
8 marzo, Nonunadimeno. Intervista a Licia Pera
Intervista realizzata da Radio Città Aperta.
Come sta andando la preparazione dello sciopero dell'8 marzo?
Dopo la grande manifestazione del 26 novembre, dopo i tavoli partecipatissimi del 27 novembre da cui poi è stato lanciato lo sciopero globale dell’8 marzo su appello delle compagne, delle donne argentine. Noi l’abbiamo raccolto, il movimento ha chiesto a tutti i sindacati di proclamare lo sciopero. Noi abbiamo raccolto la sfida, abbiamo da subito proclamato lo sciopero generale in tutti i settori, privato e pubblico, ma non solo. Noi lo sciopero generale lo stiamo in realtà preparando davvero. Abbiamo decine e decine di assemblee fatte come Usb all’interno dei posti di lavoro, dove invitiamo puntualmente anche le compagne del movimento Nonunadimeno ad interloquire con le lavoratrici e i lavoratori sui posti di lavoro. Quindi arriveremo all’8 marzo forti di assemblee importanti su molti posti di lavoro. Ma crediamo che l’8 sia opportuno stare in piazza con tutto il resto del movimento.
Guardando sul sito dell’Usb ci sono, tra gli altri, gli appuntamenti per tante iniziative di preparazione dello sciopero. E guardando ai punti programmatici, c’è il riferimento naturalmente alla violenza di genere, ai femmiicidi, alle discriminazioni salariali. Proprio da questo punto di vista – delle discriminazioni salariali – come funziona? Perché ogni tanto si dice: le donne guadagnano meno degli uomini, però mai viene spiegato come questo meccanismo venga messo in pratica...
Guarda, i meccanismi di quello che viene definito poi il gap gender, quindi la differenziazione salariale, in verità sono molti e variano tra posti di lavoro. Noi sappiamo ormai per certo che il gap si aggira su circa il 20% di stipendio. In alcuni settori, per esempio il lavoro pubblico, si registra il mancato accesso ad alcuni livelli più alti del lavoro; quindi le donne sono relegate a livelli più bassi del lavoro, e questo dà l’idea della discriminazione. Le donne, non potendo accedere ai gradi più alti, comunque guadagnano di meno. Nel privato, invece, in realtà la discriminazione è molto più pesante perché le donne, per la loro peculiarità, occupano i posti di maggiore precariato; sono obbligate al part-time involontario, quindi guadagnano meno perché sono costrette a lavorare meno, ma non ad avere occupato meno tempo, in realtà. Perché il part-time non è detto che si svolga tutto nella stessa parte della giornata... Quindi, volendo proprio rimanere all’ambito grossolano, diciamo che questi sono i due meccanismi principali: una maggiore precarietà che porta, anche in gioventù, ad una maggiore precarietà. Le donne, per esempio, sono quelle che vengono utilizzate maggiormente dal popolo dei voucheristi, che conduce – anche come previsione – alla fame in vecchiaia. Le donne, si sa, sono quelle che hanno le pensioni più basse, nella fascia dei 500 euro mensili.
Questa mattina (mercoledì 1 marzo, ndr), se non sbaglio, c’è stata un’assemblea indetta dalla Usb sull’8 marzo all’Istituto superiore di Sanità. Si è parlato molto sui giornali di un fatto di cronaca, relativo all’assunzione di due medici che praticassero l’aborto al San Camillo. Su questo si è creato un chiacchiericcio, assolutamente surreale, come se ci fosse qualche cosa di strano che venga assunto qualcuno per fare davvero il lavoro per cui è assunto. Questo per dire che la legge 194, come tutti sanno perfettamente, non viene mai applicata, perché quasi tutti i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Tu, che ci sei stata a lungo nell’ambito della sanità, puoi spiegarci come funziona?
Guarda, sono perfettamente d’accordo con te che è paradossale. Addirittura per l’assunzione di due medici per fare il loro lavoro, che sanno perfettamente, fin da quando sono all’università, come il loro lavoro preveda anche il garantire il diritto alle donne all’interruzione di gravidanza in maniera sicura. Ora c’è questa narrazione, per cui vorrebbero dipingere questi medici obiettori come “vittime di discriminazione”... E invece noi siamo in una regione (Lazio, ndr) che ha il 76% di ginecologi obiettori e il 49% di anestesisti obiettori. Senza contare che spesso si aggiungono gli infermieri obiettori, i biologi obiettori, ecc... Questa è una regione in cui, al pari di molte, l’interruzione volontaria di gravidanza non è di fatto garantita. E se pure lo è, in particolare al San Camillo, le donne sono costrette a fare una lunghissima fila la mattina alle 5 e solo poche di loro riescono, durante la stessa giornata, ad essere visitate e ad avere garantito poi l’interruzione. Zingaretti ha deciso quello che per noi – come dire – è il minimo sindacale, che però garantisce pochissimo. Per lui probabilmente è più un discorso – come dire – di provocazione politica: “io non riesco a garantire questo servizio, per cui faccio un concorso in cui è chiaro che chi vince deve lavorare nel servizio di interruzione di gravidanza. Il problema è che non garantisce nulla questa cosa, perché dopo i tre mesi di prova, dove probabilmente ci si attiene a quanto c’è scritto nel concorso, nessuno li può obbligare a farne ancora. Alla base c’è il fatto che è proprio sbagliata la legge sull’obiezione; è sbagliato che il servizio pubblico si ponga solo il problema di coscienza dei medici. Il quale spesso si smaterializza di fronte alla possibilità che invece venga gestito in intramoenia, quindi con il privato. Questa è una delle rivendicazioni che noi porteremo l’8 marzo, nella manifestazione che la mattina faremo insieme a tutto il resto del movimento sotto la regione Lazio; e attraverso la quale chiederemo un incontro anche a Zingaretti. Uno dei temi è proprio questo; l’altro sarà quello sul finanziamento dei centri antiviolenza di Roma e del Lazio, e poi tutte le vertenze del lavoro, legate in particolar modo alla sanità privata e al mondo degli appalti. Cose su cui Zingaretti deve rispondere, perché da troppo tempo non hanno risposta; e lavoratori e lavoratrici, durante i cambi di appalto, rischiano o il peggioramento delle condizioni di lavoro o il licenziamento.
Un’ultima cosa, Licia. Puoi darci gli appuntamenti per l’8 marzo, se ce ne sono ancora?
Sì, ovviamente quelli sul territorio nazionale sono moltissimi, in tutte le principali città. Per quanto riguarda Roma, si inizia la mattina alle 8 a Casal Boccone, con un presidio delle lavoratrici di Almaviva contro i licenziamenti. Ci sarà poi una piazza della formazione a piazza San Cosimato, che arriverà al Miur. Alle 10 ci sarà una piazza sotto la Regione, che prenderà i tavoli della salute, quello dell’autodeterminazione e quello sulle vertenze del lavoro. Noi, anche le nostre educatrici di Usb che scenderanno in piazza Bocca della Verità, alle 10; poi alle 17 c’è di nuovo l’appuntamento unitario di Nonunadimeno, dove noi confluiremo, al Colosseo, con il corteo cittadino.
Bene, noi ti ringraziamo. Magari ci sentiremo di nuovo subito prima dell’8 marzo, così ci potrai raccontare come è andata.
Sì, ci sentiremo... Anche perché non finirà l’8 marzo. Intanto era necessario riappropriarsi di una data per non lasciarla ai cioccolatini, alle mimose, ai commercianti e ai ristoranti. Però, al di là di questo, il vero obiettivo, è la presentazione di un piano, scritto dal basso in tutti questi mesi, in alternativa al piano governativo contro la violenza; un piano scritto invece da tutte le donne che in questi mesi hanno animato le piazze. Quindi ci sarà modo di sentirci e vederci ancora.
Grazie, grazie molte.
Grazie a voi.
Fonte
Come sta andando la preparazione dello sciopero dell'8 marzo?
Dopo la grande manifestazione del 26 novembre, dopo i tavoli partecipatissimi del 27 novembre da cui poi è stato lanciato lo sciopero globale dell’8 marzo su appello delle compagne, delle donne argentine. Noi l’abbiamo raccolto, il movimento ha chiesto a tutti i sindacati di proclamare lo sciopero. Noi abbiamo raccolto la sfida, abbiamo da subito proclamato lo sciopero generale in tutti i settori, privato e pubblico, ma non solo. Noi lo sciopero generale lo stiamo in realtà preparando davvero. Abbiamo decine e decine di assemblee fatte come Usb all’interno dei posti di lavoro, dove invitiamo puntualmente anche le compagne del movimento Nonunadimeno ad interloquire con le lavoratrici e i lavoratori sui posti di lavoro. Quindi arriveremo all’8 marzo forti di assemblee importanti su molti posti di lavoro. Ma crediamo che l’8 sia opportuno stare in piazza con tutto il resto del movimento.
Guardando sul sito dell’Usb ci sono, tra gli altri, gli appuntamenti per tante iniziative di preparazione dello sciopero. E guardando ai punti programmatici, c’è il riferimento naturalmente alla violenza di genere, ai femmiicidi, alle discriminazioni salariali. Proprio da questo punto di vista – delle discriminazioni salariali – come funziona? Perché ogni tanto si dice: le donne guadagnano meno degli uomini, però mai viene spiegato come questo meccanismo venga messo in pratica...
Guarda, i meccanismi di quello che viene definito poi il gap gender, quindi la differenziazione salariale, in verità sono molti e variano tra posti di lavoro. Noi sappiamo ormai per certo che il gap si aggira su circa il 20% di stipendio. In alcuni settori, per esempio il lavoro pubblico, si registra il mancato accesso ad alcuni livelli più alti del lavoro; quindi le donne sono relegate a livelli più bassi del lavoro, e questo dà l’idea della discriminazione. Le donne, non potendo accedere ai gradi più alti, comunque guadagnano di meno. Nel privato, invece, in realtà la discriminazione è molto più pesante perché le donne, per la loro peculiarità, occupano i posti di maggiore precariato; sono obbligate al part-time involontario, quindi guadagnano meno perché sono costrette a lavorare meno, ma non ad avere occupato meno tempo, in realtà. Perché il part-time non è detto che si svolga tutto nella stessa parte della giornata... Quindi, volendo proprio rimanere all’ambito grossolano, diciamo che questi sono i due meccanismi principali: una maggiore precarietà che porta, anche in gioventù, ad una maggiore precarietà. Le donne, per esempio, sono quelle che vengono utilizzate maggiormente dal popolo dei voucheristi, che conduce – anche come previsione – alla fame in vecchiaia. Le donne, si sa, sono quelle che hanno le pensioni più basse, nella fascia dei 500 euro mensili.
Questa mattina (mercoledì 1 marzo, ndr), se non sbaglio, c’è stata un’assemblea indetta dalla Usb sull’8 marzo all’Istituto superiore di Sanità. Si è parlato molto sui giornali di un fatto di cronaca, relativo all’assunzione di due medici che praticassero l’aborto al San Camillo. Su questo si è creato un chiacchiericcio, assolutamente surreale, come se ci fosse qualche cosa di strano che venga assunto qualcuno per fare davvero il lavoro per cui è assunto. Questo per dire che la legge 194, come tutti sanno perfettamente, non viene mai applicata, perché quasi tutti i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Tu, che ci sei stata a lungo nell’ambito della sanità, puoi spiegarci come funziona?
Guarda, sono perfettamente d’accordo con te che è paradossale. Addirittura per l’assunzione di due medici per fare il loro lavoro, che sanno perfettamente, fin da quando sono all’università, come il loro lavoro preveda anche il garantire il diritto alle donne all’interruzione di gravidanza in maniera sicura. Ora c’è questa narrazione, per cui vorrebbero dipingere questi medici obiettori come “vittime di discriminazione”... E invece noi siamo in una regione (Lazio, ndr) che ha il 76% di ginecologi obiettori e il 49% di anestesisti obiettori. Senza contare che spesso si aggiungono gli infermieri obiettori, i biologi obiettori, ecc... Questa è una regione in cui, al pari di molte, l’interruzione volontaria di gravidanza non è di fatto garantita. E se pure lo è, in particolare al San Camillo, le donne sono costrette a fare una lunghissima fila la mattina alle 5 e solo poche di loro riescono, durante la stessa giornata, ad essere visitate e ad avere garantito poi l’interruzione. Zingaretti ha deciso quello che per noi – come dire – è il minimo sindacale, che però garantisce pochissimo. Per lui probabilmente è più un discorso – come dire – di provocazione politica: “io non riesco a garantire questo servizio, per cui faccio un concorso in cui è chiaro che chi vince deve lavorare nel servizio di interruzione di gravidanza. Il problema è che non garantisce nulla questa cosa, perché dopo i tre mesi di prova, dove probabilmente ci si attiene a quanto c’è scritto nel concorso, nessuno li può obbligare a farne ancora. Alla base c’è il fatto che è proprio sbagliata la legge sull’obiezione; è sbagliato che il servizio pubblico si ponga solo il problema di coscienza dei medici. Il quale spesso si smaterializza di fronte alla possibilità che invece venga gestito in intramoenia, quindi con il privato. Questa è una delle rivendicazioni che noi porteremo l’8 marzo, nella manifestazione che la mattina faremo insieme a tutto il resto del movimento sotto la regione Lazio; e attraverso la quale chiederemo un incontro anche a Zingaretti. Uno dei temi è proprio questo; l’altro sarà quello sul finanziamento dei centri antiviolenza di Roma e del Lazio, e poi tutte le vertenze del lavoro, legate in particolar modo alla sanità privata e al mondo degli appalti. Cose su cui Zingaretti deve rispondere, perché da troppo tempo non hanno risposta; e lavoratori e lavoratrici, durante i cambi di appalto, rischiano o il peggioramento delle condizioni di lavoro o il licenziamento.
Un’ultima cosa, Licia. Puoi darci gli appuntamenti per l’8 marzo, se ce ne sono ancora?
Sì, ovviamente quelli sul territorio nazionale sono moltissimi, in tutte le principali città. Per quanto riguarda Roma, si inizia la mattina alle 8 a Casal Boccone, con un presidio delle lavoratrici di Almaviva contro i licenziamenti. Ci sarà poi una piazza della formazione a piazza San Cosimato, che arriverà al Miur. Alle 10 ci sarà una piazza sotto la Regione, che prenderà i tavoli della salute, quello dell’autodeterminazione e quello sulle vertenze del lavoro. Noi, anche le nostre educatrici di Usb che scenderanno in piazza Bocca della Verità, alle 10; poi alle 17 c’è di nuovo l’appuntamento unitario di Nonunadimeno, dove noi confluiremo, al Colosseo, con il corteo cittadino.
Bene, noi ti ringraziamo. Magari ci sentiremo di nuovo subito prima dell’8 marzo, così ci potrai raccontare come è andata.
Sì, ci sentiremo... Anche perché non finirà l’8 marzo. Intanto era necessario riappropriarsi di una data per non lasciarla ai cioccolatini, alle mimose, ai commercianti e ai ristoranti. Però, al di là di questo, il vero obiettivo, è la presentazione di un piano, scritto dal basso in tutti questi mesi, in alternativa al piano governativo contro la violenza; un piano scritto invece da tutte le donne che in questi mesi hanno animato le piazze. Quindi ci sarà modo di sentirci e vederci ancora.
Grazie, grazie molte.
Grazie a voi.
Fonte
24/02/2017
“Obiezione di coscienza”, una scorciatoia per lavarsene le mani
Un medico non può e non deve essere obiettore di coscienza in quanto deve “servire” la persona, il paziente nelle problematiche, nel bisogno di salute sia fisica sia psichica, un medico se intende essere obiettore non può farlo nelle strutture pubbliche, nel servizio pubblico e quindi deve farlo al di fuori di questo contesto. Un medico “vero” deve curare tutti, amici o nemici, di qualsiasi colore della pelle, di qualunque ideologia o tendenza politica, di qualunque ceto sociale o ricco o povero. Un medico è un medico. In Italia, nel caso dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, esiste una legge dello Stato (che è costata tante lotte e fatica) che deve essere rispettata ed applicata e le Strutture Pubbliche, gli Ospedali debbono fornire un servizio e quindi hanno una funzione istituzionale. Rispetto le idee del collega medico che fa l’obiettore ma in questo caso egli non deve lavorare, come ho già detto, in questo servizio in una struttura pubblica che appartiene a tutti, in un ospedale.
Un avvocato penalista iscritto nella lista dei difensori d’ufficio difende tutti, al meglio delle sue capacità, anche una persona che fatto una violenza, uno stupro e un assassinio. Come già detto, il medico deve “servire”, curare una persona cioè un paziente, nella salute sia fisica sia psichica. La Corte di Cassazione ha evidenziato che il medico obiettore nel caso della "Legge 194" che, "omettere di prestare l'assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell'aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza": escluso quindi che il diritto di obiezione di coscienza esoneri il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, trattandosi di "interpretazione che non trova alcun appiglio nella chiara lettera della norma". Dunque nel caso di Obiezione di coscienza e in caso di aborto farmacologico in una nota (Nota a Cassazione penale., Sez. VI, 27.11.2012 (dep. 2.4.2013), n. 14979, Pres. de Roberto, Est. Fidelbo).
“In riferimento all'aborto praticato mediante somministrazione della pillola RU486, la Corte di Cassazione ha escluso, in base alla disciplina contenuta all'art. 9l. 194/1978, la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nella fase di espulsione dell'embrione (c.d. di secondamento) in quanto attività di assistenza successiva rispetto all'intervento di interruzione della gravidanza. Tale sentenza è sopraggiunta nel caso di una guardia medica, in servizio in un reparto di Ostetricia e Ginecologia perché questa si era rifiutata, per motivi di coscienza “di assistere una paziente già sottoposta ad un intervento di interruzione della gravidanza attuato mediante somministrazione farmacologica.”
L‘antropologa Silvia De Zordo, in un'indagine da lei effettuata, scrive che:
– Dichiarare l’obiezione di coscienza significa anche, per alcuni, avere la possibilità di evitare un lavoro non particolarmente interessante dal punto di vista tecnico (una volta che si impara a far bene un’aspirazione fare IVG nel primo trimestre diventa effettivamente un lavoro molto semplice e monotono), percepito come un lavoro facoltativo, “in più”, benché i numeri dimostrino che, per quanto i tassi di abortività in Italia siano tra i più bassi d’Europa, l’IVG resta comunque una procedura ginecologica-ostetrica molto comune, la più comune dopo i parti.
– Svolgere le IVG non è gratificante dal punto di vista monetario. L’IVG è l’unica procedura medica che non viene offerta anche in “intra moenia”, quindi dietro pagamento, negli Ospedali italiani. Alcuni ginecologi/e che praticano IVG che ho intervistato sostengono che questa pratica andrebbe normalizzata, e che quindi dovrebbe essere possibile farla anche in “intra moenia”, così che le donne che preferiscono pagare per essere seguite, per esempio, dalla loro ginecologa/o, possano farlo e i medici che fanno IVG abbiano, ogni tanto, delle gratificazioni anche economiche; il dibattito su questo punto è molto acceso in Italia, tra gli operatori di IVG. In altri paesi questo accade già: negli UK l’IVG viene praticata in cliniche indipendenti, private, sovvenzionate dallo Stato e non solo negli ospedali pubblici. Periodicamente sui giornali compaiono casi di ginecologi obiettori, o che lavorano in ospedali che non offrono IVG, che fanno IVG a pagamento nelle loro cliniche private, il che dimostra che l’aspetto pecuniario è importante.
– Fare IVG è percepito come un lavoro non solo “non gratificante”, ma “sporco”, com’è stato definito da molti, inclusi alcuni/e operatori/trici della 194. Il fatto che l’aborto venga definito così dimostra come in Italia esso sia ancora fortemente stigmatizzato, nonostante sia legale dal 1978, e la sua stigmatizzazione ha un impatto importante sia sulle donne che lo praticano sia sui medici che lavorano nei reparti di ginecologia-ostetricia..”. Bisogna poi ricordare che il Parlamento Europeo ha affermato che l’aborto è “un diritto fondamentale delle donne sul proprio corpo”.
Prof Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
23 mag 2015 – In questo articolo Silvia De Zordo offre una sintesi dei risultati della sua ricerca antropologica sui motivi dell'obiezione di coscienza.
Fonte
Ma tu guarda... obiezione di coscienza figlia di bigottismo e pecunia...incredibile!
Un avvocato penalista iscritto nella lista dei difensori d’ufficio difende tutti, al meglio delle sue capacità, anche una persona che fatto una violenza, uno stupro e un assassinio. Come già detto, il medico deve “servire”, curare una persona cioè un paziente, nella salute sia fisica sia psichica. La Corte di Cassazione ha evidenziato che il medico obiettore nel caso della "Legge 194" che, "omettere di prestare l'assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell'aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza": escluso quindi che il diritto di obiezione di coscienza esoneri il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, trattandosi di "interpretazione che non trova alcun appiglio nella chiara lettera della norma". Dunque nel caso di Obiezione di coscienza e in caso di aborto farmacologico in una nota (Nota a Cassazione penale., Sez. VI, 27.11.2012 (dep. 2.4.2013), n. 14979, Pres. de Roberto, Est. Fidelbo).
“In riferimento all'aborto praticato mediante somministrazione della pillola RU486, la Corte di Cassazione ha escluso, in base alla disciplina contenuta all'art. 9l. 194/1978, la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nella fase di espulsione dell'embrione (c.d. di secondamento) in quanto attività di assistenza successiva rispetto all'intervento di interruzione della gravidanza. Tale sentenza è sopraggiunta nel caso di una guardia medica, in servizio in un reparto di Ostetricia e Ginecologia perché questa si era rifiutata, per motivi di coscienza “di assistere una paziente già sottoposta ad un intervento di interruzione della gravidanza attuato mediante somministrazione farmacologica.”
L‘antropologa Silvia De Zordo, in un'indagine da lei effettuata, scrive che:
– Dichiarare l’obiezione di coscienza significa anche, per alcuni, avere la possibilità di evitare un lavoro non particolarmente interessante dal punto di vista tecnico (una volta che si impara a far bene un’aspirazione fare IVG nel primo trimestre diventa effettivamente un lavoro molto semplice e monotono), percepito come un lavoro facoltativo, “in più”, benché i numeri dimostrino che, per quanto i tassi di abortività in Italia siano tra i più bassi d’Europa, l’IVG resta comunque una procedura ginecologica-ostetrica molto comune, la più comune dopo i parti.
– Svolgere le IVG non è gratificante dal punto di vista monetario. L’IVG è l’unica procedura medica che non viene offerta anche in “intra moenia”, quindi dietro pagamento, negli Ospedali italiani. Alcuni ginecologi/e che praticano IVG che ho intervistato sostengono che questa pratica andrebbe normalizzata, e che quindi dovrebbe essere possibile farla anche in “intra moenia”, così che le donne che preferiscono pagare per essere seguite, per esempio, dalla loro ginecologa/o, possano farlo e i medici che fanno IVG abbiano, ogni tanto, delle gratificazioni anche economiche; il dibattito su questo punto è molto acceso in Italia, tra gli operatori di IVG. In altri paesi questo accade già: negli UK l’IVG viene praticata in cliniche indipendenti, private, sovvenzionate dallo Stato e non solo negli ospedali pubblici. Periodicamente sui giornali compaiono casi di ginecologi obiettori, o che lavorano in ospedali che non offrono IVG, che fanno IVG a pagamento nelle loro cliniche private, il che dimostra che l’aspetto pecuniario è importante.
– Fare IVG è percepito come un lavoro non solo “non gratificante”, ma “sporco”, com’è stato definito da molti, inclusi alcuni/e operatori/trici della 194. Il fatto che l’aborto venga definito così dimostra come in Italia esso sia ancora fortemente stigmatizzato, nonostante sia legale dal 1978, e la sua stigmatizzazione ha un impatto importante sia sulle donne che lo praticano sia sui medici che lavorano nei reparti di ginecologia-ostetricia..”. Bisogna poi ricordare che il Parlamento Europeo ha affermato che l’aborto è “un diritto fondamentale delle donne sul proprio corpo”.
Prof Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
23 mag 2015 – In questo articolo Silvia De Zordo offre una sintesi dei risultati della sua ricerca antropologica sui motivi dell'obiezione di coscienza.
Fonte
Ma tu guarda... obiezione di coscienza figlia di bigottismo e pecunia...incredibile!
23/09/2013
Obiettori della loro coscienza
di Silvia Mari
In trenta anni i medici obiettori sono cresciuti del 17% e gli aborti diminuiti del 5% in un anno. La relazione del Ministero della Salute relativa alla legge 194 del 1978 documenta un calo degli aborti rispetto ad altri Paesi industrializzati, specialmente per quanto riguarda le donne giovanissime e minorenni. Il Ministro, Beatrice Lorenzin, si dice soddisfatta dei numeri che documenterebbero un'applicazione efficace e di successo della legge.
Il cui scopo principe è sempre stato quello di dare sostegno alle donne e di fornire loro attraverso il consultorio un aiuto ad esplorare tutte le strade praticabili prima di ricorrere all'extrema ratio dell'interruzione di gravidanza e di vagliarne semmai tutte le condizioni che la dovessero rendere assolutamente necessaria per la salute psico-emotiva della donna e tanto più fisica nel caso di condizioni speciali e patologiche. Questa però è la solo la prima parte della storia.
La seconda racconta di un diritto riconosciuto dalla legge, ma spesso inesigibile quando le quote degli obiettori raggiungono livelli di vero e proprio proibizionismo di fatto. Un caso eclatante in tal senso è quello della Regione Lombardia, in cui due ginecologi su tre sono obiettori e per moltissime donne il ricorso all'aborto è di fatto impedito e ostacolato, con tutto quel retaggio di colpevolizzazione che nei reparti le donne che abortiscono ancora vivono e che la legge non è riuscita a sradicare.
Per quanto l'obiezione di coscienza per un medico sia da salvaguardare è altrettanto ovvio che essa su larga scala non può inficiare la garanzia di un diritto individuale e al tempo stesso collettivo normato dalla legge italiana. Oltre ad esserci una menomazione del diritto sussiste un danno economico per la chiamata dei medici esterni contrattisti di cui le strutture ospedaliere sono poi costrette ad avvalersi.
Basterebbe che questi medici decidessero di farsi pagare da ospedali e cliniche private, preferibilmente cattoliche. E comunque gli ospedali dovrebbero avere la possibilità di selezionare solo ginecologi non obiettori, così da garantire il servizio, destinando gli obiettori ad altre attività relative alla prevenzione e controllo.
Dovrebbe
esserci probabilmente un correttivo in merito all'applicazione della
legge che preveda una quota top di obiettori ammessi che non renda
incompatibile la libertà di coscienza individuale con la legge che
tutela la coscienza di tutti.
Nel conflitto tra quella del medico obiettore e quella della donna che intende abortire, non è dato comprendere perché sia quella della donna a soccombere in un ospedale pubblico che invece dovrebbe accoglierla e prendersi cura di lei.
Occorrerebbe semmai rivedere la legge e perfezionarla per restituire alla donna che assume su di sé una scelta tanto complessa una dignità e liceità morale che sostanzialmente non viene ribadita e che ha acconsentito, nel corso del tempo, a dare dell'aborto l'idea comune che si tratti per le donne di una pratica di disperazione, di contraccezione in ritardo o di scarsa comprensione del problema in sé e delle donne che vi ricorrono un'immagine di persone esclusivamente disagiate a tutti i livelli.
Esiste poi un tema filosofico cruciale sul tema delle scelte di vita, quale è quella della nascita o della non nascita, che impone ad un paese laico e pienamente liberale di rimettere al centro dei diritti e della legge la coscienza individuale. E' stato persino Papa Francesco a ribadire, in una lettera aperta ad Eugenio Scalfari, che la salvezza o il peccato di un uomo risiede nella propria coscienza più che in un atto di fede estrinseco alla propria persona. Se in termini di coscienza cristiana una vita è tale fin dal concepimento, in termini laici e scientifici non è così altrimenti l'aborto sarebbe un omicidio anche quando fosse terapeutico e le donne verrebbero portate in prigione.
L'embrione a norma di legge non è una persona ed è la legge dello Stato a dirlo. La donna quindi che sceglie di non mettere al mondo un figlio è una persona che interroga se stessa, i suoi convincimenti, le sue idee e i propri valori di vita. Non può essere il medico il censore del suo diritto tantomeno l'unità di misura della coscienza. Che non è una per tutti, ma per tutti propria.
Fonte
In trenta anni i medici obiettori sono cresciuti del 17% e gli aborti diminuiti del 5% in un anno. La relazione del Ministero della Salute relativa alla legge 194 del 1978 documenta un calo degli aborti rispetto ad altri Paesi industrializzati, specialmente per quanto riguarda le donne giovanissime e minorenni. Il Ministro, Beatrice Lorenzin, si dice soddisfatta dei numeri che documenterebbero un'applicazione efficace e di successo della legge.
Il cui scopo principe è sempre stato quello di dare sostegno alle donne e di fornire loro attraverso il consultorio un aiuto ad esplorare tutte le strade praticabili prima di ricorrere all'extrema ratio dell'interruzione di gravidanza e di vagliarne semmai tutte le condizioni che la dovessero rendere assolutamente necessaria per la salute psico-emotiva della donna e tanto più fisica nel caso di condizioni speciali e patologiche. Questa però è la solo la prima parte della storia.
La seconda racconta di un diritto riconosciuto dalla legge, ma spesso inesigibile quando le quote degli obiettori raggiungono livelli di vero e proprio proibizionismo di fatto. Un caso eclatante in tal senso è quello della Regione Lombardia, in cui due ginecologi su tre sono obiettori e per moltissime donne il ricorso all'aborto è di fatto impedito e ostacolato, con tutto quel retaggio di colpevolizzazione che nei reparti le donne che abortiscono ancora vivono e che la legge non è riuscita a sradicare.
Per quanto l'obiezione di coscienza per un medico sia da salvaguardare è altrettanto ovvio che essa su larga scala non può inficiare la garanzia di un diritto individuale e al tempo stesso collettivo normato dalla legge italiana. Oltre ad esserci una menomazione del diritto sussiste un danno economico per la chiamata dei medici esterni contrattisti di cui le strutture ospedaliere sono poi costrette ad avvalersi.
Basterebbe che questi medici decidessero di farsi pagare da ospedali e cliniche private, preferibilmente cattoliche. E comunque gli ospedali dovrebbero avere la possibilità di selezionare solo ginecologi non obiettori, così da garantire il servizio, destinando gli obiettori ad altre attività relative alla prevenzione e controllo.
Nel conflitto tra quella del medico obiettore e quella della donna che intende abortire, non è dato comprendere perché sia quella della donna a soccombere in un ospedale pubblico che invece dovrebbe accoglierla e prendersi cura di lei.
Occorrerebbe semmai rivedere la legge e perfezionarla per restituire alla donna che assume su di sé una scelta tanto complessa una dignità e liceità morale che sostanzialmente non viene ribadita e che ha acconsentito, nel corso del tempo, a dare dell'aborto l'idea comune che si tratti per le donne di una pratica di disperazione, di contraccezione in ritardo o di scarsa comprensione del problema in sé e delle donne che vi ricorrono un'immagine di persone esclusivamente disagiate a tutti i livelli.
Esiste poi un tema filosofico cruciale sul tema delle scelte di vita, quale è quella della nascita o della non nascita, che impone ad un paese laico e pienamente liberale di rimettere al centro dei diritti e della legge la coscienza individuale. E' stato persino Papa Francesco a ribadire, in una lettera aperta ad Eugenio Scalfari, che la salvezza o il peccato di un uomo risiede nella propria coscienza più che in un atto di fede estrinseco alla propria persona. Se in termini di coscienza cristiana una vita è tale fin dal concepimento, in termini laici e scientifici non è così altrimenti l'aborto sarebbe un omicidio anche quando fosse terapeutico e le donne verrebbero portate in prigione.
L'embrione a norma di legge non è una persona ed è la legge dello Stato a dirlo. La donna quindi che sceglie di non mettere al mondo un figlio è una persona che interroga se stessa, i suoi convincimenti, le sue idee e i propri valori di vita. Non può essere il medico il censore del suo diritto tantomeno l'unità di misura della coscienza. Che non è una per tutti, ma per tutti propria.
Fonte
05/05/2013
Tra quattro anni niente aborti in Italia
Entro tre o quattro anni in Italia sarà impossibile ottenere un aborto. È il grido di allarme lanciato dai (pochi) ginecologi che ancora garantiscono un diritto sancito dalla legge sull’interruzione di gravidanza, la 194. Per evitare di incappare negli obiettori di coscienza e abortire in condizioni vergognose, molte donne preferiscono andare all’estero. Eppure nessuna ha il coraggio di denunciare. Al posto loro hanno deciso di farlo gli esponenti dell’associazione Luca Coscioni, che stanno preparando un esposto contro le regioni e le aziende ospedaliere fuorilegge.
L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza è del 2011 e si riferisce ai dati del 2009. Secondo quel documento, è obiettore il 70,7% dei ginecologi ospedalieri con punte che superano abbondantemente l’80% nelle regioni meridionali. «I dati reali sono ben peggiori» ci dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194. «Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. «Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».
Nei forum dedicati all’aborto terapeutico le donne si scambiano informazioni quasi clandestinamente e offrono persino ospitalità a coloro che devono interrompere la gravidanza in un ospedale molto lontano da casa. «Arrivano molte donne dal Sud in condizioni psicologiche devastanti», conferma Mauro Buscaglia, primario di ostetricia e ginecologia al San Carlo Borromeo di Milano: «Credo sia moralmente ingiusto che un medico abbandoni una paziente quando la diagnosi è infausta e decida di interrompere la gestazione». Buscaglia è uno dei pochissimi primari non obiettori, ed è preoccupato per l’altissimo tasso di obiezione di coscienza in Lombardia dove, sempre secondo il ministero, i ginecologi che si rifiutano di interrompere una gravidanza sono il 63,4%. La realtà è diversa. A Sondrio per esempio c’è soltanto un ginecologo non obiettore e non tre, come invece sostenuto dall’assessorato alla sanità. All’ospedale di Desio è un ginecologo in pensione, pagato extra, a garantire il servizio. Nella provincia di Monza i non obiettori sulla carta sono 29, in realtà sono soltanto sei. Nell’azienda sanitaria di Treviglio gli anestesisti obiettori sono ventiquattro su venticinque. La disparità dei dati è dovuta al fatto che le direzioni sanitarie spediscono al ministero il semplice rendiconto dei professionisti obiettori, senza verificare se i non obiettori nelle strutture ospedaliere praticano davvero le interruzioni di gravidanza oppure svolgono mansioni diverse, come effettuare ecografie.
In attesa che la Laiga renda pubblico un manuale per dare informazioni sulle strutture ospedaliere che davvero si preoccupano del destino delle pazienti, e in attesa anche di un albo degli obiettori, come molti richiedono, si dirigono oltre confine specialmente le coppie che scoprono, dopo il novantesimo giorno di gestazione, di aspettare un bimbo malato o che non avrà possibilità di sopravvivere. La prima meta è la Svizzera. Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni: «Il 40% delle mie pazienti è italiana. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i miei colleghi italiani spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani». Nel caso un feto sia gravemente malformato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».
Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Le Matin titolava: “Gli svizzeri non ne possono più di abortire le italiane”. E nemmeno all’ospedale L’Archet di Nizza, che per qualche anno ha costituito una meta sicura: «Non accettiamo più italiane, erano quasi la metà delle richiedenti. Consigliamo loro di rivolgersi a Marsiglia o a Saint Etienne», ci conferma una ginecologa. In Gran Bretagna le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto. «Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.
Costrette ad abortire tra gli obiettori, molte donne raccontano situazioni agghiaccianti. Come Cecilia, nome di fantasia, che ha abortito da sola, mentre la vicina di letto teneva la sua mano e si improvvisava ostetrica, poiché le infermiere di turno quella notte erano entrambe obiettrici di coscienza e si erano limitate a rimanere sulla soglia della stanza senza intervenire, così come era obiettore il ginecologo di guardia che, portandola in sala operatoria per un raschiamento, le disse con ironia: «I casi della vita portano a soffrire anche ricercatrici universitarie che si cacciano nei guai». Era l’estate del 2010 e Cecilia aveva 38 anni, sposata, e quella era la sua prima gravidanza. Alla ventunesima settimana aveva scoperto che portava in grembo un feto gravemente malformato, il ginecologo leggendo i risultati dell’amniocentesi l’aveva guardata: «Signora, è meglio abortire. Ma vada all’estero, vada a Londra, a Barcellona. Perché se dovesse abortire qui troverebbe una situazione incivile». Ma la donna aveva poco tempo a disposizione e finì in un ospedale romano. E siccome possono volerci molte ore prima che la paziente vada in travaglio, può capitare di essere ricoverate grazie ad un ginecologo non obiettore che però, finito il turno, passa le consegne a personale obiettore. Abbandonata per un’ora e senza assistenza, Cecilia, come altre donne raccontano, ha sofferto una forte emorragia e strappi alla muscolatura dell’utero, senza nemmeno poter ottenere un antidolorifico così come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità.
«Qui entra in ballo la deontologia professionale, stiamo parlando di omissione di soccorso. La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto» tuona Parachini. Per Mario Puiatti, presidente dell’Aied, «queste povere malcapitate dovrebbero denunciare ma è difficile che lo facciano». Per vergogna, per il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ecco perché Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, sta mettendo a punto un esposto nei confronti della Regione Lazio e delle aziende ospedaliere che, in barba alla legge, si rifiutano di applicare la 194: «Si tratta di interruzione di pubblico servizio. L’azione giudiziaria è il nostro nuovo fronte». La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Coscioni avevano spedito una lettera ai Presidenti delle Regioni e agli assessori alla Sanità per sollecitare concorsi dedicati esclusivamente a non obiettori. Secondo sentenze recenti, questo non costituirebbe una discriminazione. Ma nessuno, finora, ha mai risposto.
Fonte
L’ultima relazione del ministero della Salute sulla legge che regola l’interruzione di gravidanza è del 2011 e si riferisce ai dati del 2009. Secondo quel documento, è obiettore il 70,7% dei ginecologi ospedalieri con punte che superano abbondantemente l’80% nelle regioni meridionali. «I dati reali sono ben peggiori» ci dice Silvana Agatone, ginecologa all’ospedale Sandro Pertini di Roma e presidente della Laiga, associazione di medici che vigila sull’applicazione della 194. «Nel Lazio per esempio siamo riusciti a ricostruire che l’obiezione dei ginecologi arriva al 91,3% e non è l’80,2% come indicato sulle carte ufficiali». Nella regione soltanto in dieci strutture su 31 è possibile interrompere la gravidanza, e il numero scende a quattro quando la richiesta è un aborto terapeutico. «Le università non formano nuovi ginecologi all’interruzione della gravidanza, noi stiamo andando in pensione. Credo che entro tre o quattro anni l’aborto, specialmente terapeutico, non sarà più possibile in Italia», conclude Agatone. Eppure secondo il ministero, nel documento che introduce all’ultima relazione sulla 194, «il livello dell’obiezione di coscienza non ha una diretta incidenza sul ricorso all’Ivg».
Nei forum dedicati all’aborto terapeutico le donne si scambiano informazioni quasi clandestinamente e offrono persino ospitalità a coloro che devono interrompere la gravidanza in un ospedale molto lontano da casa. «Arrivano molte donne dal Sud in condizioni psicologiche devastanti», conferma Mauro Buscaglia, primario di ostetricia e ginecologia al San Carlo Borromeo di Milano: «Credo sia moralmente ingiusto che un medico abbandoni una paziente quando la diagnosi è infausta e decida di interrompere la gestazione». Buscaglia è uno dei pochissimi primari non obiettori, ed è preoccupato per l’altissimo tasso di obiezione di coscienza in Lombardia dove, sempre secondo il ministero, i ginecologi che si rifiutano di interrompere una gravidanza sono il 63,4%. La realtà è diversa. A Sondrio per esempio c’è soltanto un ginecologo non obiettore e non tre, come invece sostenuto dall’assessorato alla sanità. All’ospedale di Desio è un ginecologo in pensione, pagato extra, a garantire il servizio. Nella provincia di Monza i non obiettori sulla carta sono 29, in realtà sono soltanto sei. Nell’azienda sanitaria di Treviglio gli anestesisti obiettori sono ventiquattro su venticinque. La disparità dei dati è dovuta al fatto che le direzioni sanitarie spediscono al ministero il semplice rendiconto dei professionisti obiettori, senza verificare se i non obiettori nelle strutture ospedaliere praticano davvero le interruzioni di gravidanza oppure svolgono mansioni diverse, come effettuare ecografie.
In attesa che la Laiga renda pubblico un manuale per dare informazioni sulle strutture ospedaliere che davvero si preoccupano del destino delle pazienti, e in attesa anche di un albo degli obiettori, come molti richiedono, si dirigono oltre confine specialmente le coppie che scoprono, dopo il novantesimo giorno di gestazione, di aspettare un bimbo malato o che non avrà possibilità di sopravvivere. La prima meta è la Svizzera. Il ginecologo Ricardo Silva lavora allo Spital Oberengadin, nel Cantone dei Grigioni: «Il 40% delle mie pazienti è italiana. Ho il dovere di aiutarle, ma spesso ho la sensazione che i miei colleghi italiani spingano queste donne a venire qui per lavarsene le mani». Nel caso un feto sia gravemente malformato, in Svizzera è possibile interrompere la gravidanza entro la ventesima settimana ovvero due settimane prima che in Italia. «Penso che preferiscano andare all’estero perché ottengono informazioni precise e non vengono colpevolizzate», continua Silva, convinto che la diagnosi prenatale in Italia spesso venga «svolta tardivamente da ginecologi antiabortisti per non lasciare alle pazienti la possibilità di ricorrere all’interruzione».
Qualche tempo fa il quotidiano svizzero Le Matin titolava: “Gli svizzeri non ne possono più di abortire le italiane”. E nemmeno all’ospedale L’Archet di Nizza, che per qualche anno ha costituito una meta sicura: «Non accettiamo più italiane, erano quasi la metà delle richiedenti. Consigliamo loro di rivolgersi a Marsiglia o a Saint Etienne», ci conferma una ginecologa. In Gran Bretagna le italiane sono seconde soltanto alle irlandesi (ma in Irlanda l’aborto è ancora penalmente perseguibile) nella classifica delle donne non britanniche che spendono fino a 780 sterline, come nella clinica Leigham di Londra, anche soltanto per ottenere una anestesia generale e non dover rimanere sveglie durante l’operazione, che nel caso dell’aborto terapeutico è un parto. «Esistono metodi avanzati per interrompere una gravidanza eppure molti miei colleghi non li utilizzano», denuncia Mirella Parachini, ex ginecologa del San Filippo Neri e vicepresidente del Fiapac.
Costrette ad abortire tra gli obiettori, molte donne raccontano situazioni agghiaccianti. Come Cecilia, nome di fantasia, che ha abortito da sola, mentre la vicina di letto teneva la sua mano e si improvvisava ostetrica, poiché le infermiere di turno quella notte erano entrambe obiettrici di coscienza e si erano limitate a rimanere sulla soglia della stanza senza intervenire, così come era obiettore il ginecologo di guardia che, portandola in sala operatoria per un raschiamento, le disse con ironia: «I casi della vita portano a soffrire anche ricercatrici universitarie che si cacciano nei guai». Era l’estate del 2010 e Cecilia aveva 38 anni, sposata, e quella era la sua prima gravidanza. Alla ventunesima settimana aveva scoperto che portava in grembo un feto gravemente malformato, il ginecologo leggendo i risultati dell’amniocentesi l’aveva guardata: «Signora, è meglio abortire. Ma vada all’estero, vada a Londra, a Barcellona. Perché se dovesse abortire qui troverebbe una situazione incivile». Ma la donna aveva poco tempo a disposizione e finì in un ospedale romano. E siccome possono volerci molte ore prima che la paziente vada in travaglio, può capitare di essere ricoverate grazie ad un ginecologo non obiettore che però, finito il turno, passa le consegne a personale obiettore. Abbandonata per un’ora e senza assistenza, Cecilia, come altre donne raccontano, ha sofferto una forte emorragia e strappi alla muscolatura dell’utero, senza nemmeno poter ottenere un antidolorifico così come prescrive l’Organizzazione mondiale della sanità.
«Qui entra in ballo la deontologia professionale, stiamo parlando di omissione di soccorso. La legge indica chiaramente che queste pazienti vanno assistite anche dagli obiettori prima e dopo l’intervento, e specialmente in situazioni di emergenza. Purtroppo ormai l’obiezione sconfina anche in atti sanitari che non c’entrano direttamente con l’aborto» tuona Parachini. Per Mario Puiatti, presidente dell’Aied, «queste povere malcapitate dovrebbero denunciare ma è difficile che lo facciano». Per vergogna, per il desiderio di lasciarsi tutto alle spalle. Ecco perché Filomena Gallo, avvocata e segretaria dell’associazione Luca Coscioni, sta mettendo a punto un esposto nei confronti della Regione Lazio e delle aziende ospedaliere che, in barba alla legge, si rifiutano di applicare la 194: «Si tratta di interruzione di pubblico servizio. L’azione giudiziaria è il nostro nuovo fronte». La scorsa primavera l’Aied e l’associazione Coscioni avevano spedito una lettera ai Presidenti delle Regioni e agli assessori alla Sanità per sollecitare concorsi dedicati esclusivamente a non obiettori. Secondo sentenze recenti, questo non costituirebbe una discriminazione. Ma nessuno, finora, ha mai risposto.
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