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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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18/08/2023

Ucraina - Arresti domiciliari e passaporto ritirato per il pacifista Sheliazhenko

Arresti domiciliari, obbligo di reperibilità e firma, ritiro del passaporto. Sono questi i provvedimenti presi il 15 agosto dal giudice Sergienko del Tribunale del Distretto di Solomyanskyi di Kyiv, nei confronti di Yurii Sheliazhenko.

Il pacifista ucraino sta subendo una dura repressione per la sua esposizione mediatica che mostra al mondo l’esistenza di un vasto movimento per la pace in dissenso con la politica del governo Zelensky.

Yurii dovrà rimanere al suo domicilio dalle ore 22 fino alle 6 del giorno successivo (esclusa, bontà loro, la necessità di lasciare l’abitazione in caso di bombardamenti aerei per ricevere assistenza medica d’emergenza), tutti i giorni fino all’11 ottobre prossimo.

Il ritiro del passaporto è un provvedimento beffardo: a tutti i maschi ucraini dai 18 ai 60 anni è già impedito di lasciare il paese.

Le motivazioni della decisione saranno rese note domani, 18 agosto, ma sono la conseguenza delle indagini condotte per più di un anno, con pedinamenti e perquisizioni, dal Servizio di Sicurezza ucraino Sbu, che lo ha accusato di «giustificare la guerra di aggressione russa», reato che comporterebbe una pena di almeno cinque anni di carcere.

La persecuzione del pacifista Sheliazhenko avviene nei giorni in cui il presidente Zelensky ha ordinato il licenziamento di tutti i funzionari regionali incaricati del reclutamento militare «per sradicare un sistema di corruzione che dietro consegna di mazzette consente ai coscritti di sfuggire all’esercito e attraversare illegalmente la frontiera».

Il provvedimento anti-corruzione, dilagante nell’esercito ucraino, vuole nascondere un fatto sostanziale: il diffuso sentimento contrario al reclutamento obbligatorio che riguarda centinaia di migliaia di giovani ucraini.

Yurii non è un caso isolato, ma dà voce a un fenomeno di massa: la renitenza alla leva, la diserzione, l’obiezione di coscienza, il rifiuto dell’arruolamento per essere mandati in guerra, sono al centro dell’azione del Movimento Pacifista ucraino che ha sempre sostenuto queste posizioni antimilitariste e nonviolente, come scritto chiaramente nel documento «Agenda di pace per l’Ucraina e il mondo» che gli è costato l’incriminazione.

«Ho già presentato un ricorso costituzionale contro il falso rapporto della polizia, che mi accusa di cospirazione», ha fatto sapere Yurii Sheliazhenko, che in un video messaggio diffuso su Facebook dice: «Dobbiamo agire contro la vergognosa guerra aggressiva e i crimini dell’esercito russo, ma anche contro la politica militarista del regime Zelensky, responsabile di violazioni dei diritti umani.

La guerra è colpa dell’imperialismo di Putin, ma da parte ucraina c’è puramente una reazione di forza, mancanza di diplomazia e resistenza nonviolenta: vendetta e odio buttano benzina sul fuoco e ci portano all’autodistruzione».

Solidarietà e sostegno a Yurii arrivano da tutto il mondo. L’International Peace Bureau (Ipb) ha annunciato l’intenzione di candidare al Premio Nobel per la Pace 2024 tre organizzazioni: il Movimento russo degli obiettori di coscienza, l’organizzazione bielorussa «Our House» e il Movimento Pacifista ucraino, di cui Yurii è segretario esecutivo, per la costante dedizione nel sostenere il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e nel promuovere i diritti umani e la pace nei rispettivi Paesi.

Grazie alle tre organizzazioni migliaia di giovani bielorussi sono sfuggiti all’esercito di Lukashenko, oltre 700mila ragazzi russi hanno lasciato la Russia di Putin per non essere carne da macello e ora anche in Ucraina chi non vuole essere arruolato da Zelensky trova una dimensione politica senza dover subire l’etichetta di «antipatriota».

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19/12/2022

Guerra in Ucraina - Kiev nega il diritto all’obiezione di coscienza alle armi: 971 incriminati

Non sono soltanto i russi a finire in carcere per essersi rifiutati di imbracciare le armi. In Ucraina l’ultima condanna a carico di un obiettore di coscienza risale a due mesi fa. Il tribunale di Ivano-Frankivsk ha riconosciuto Vitaliy Vasyliovych Alekseienko colpevole in base all’articolo 336 del codice penale ucraino che regola la coscrizione militare e l’ha condannato a un anno di reclusione. Alekseyenko, 52 anni, è un cristiano evangelico che da giovane aveva svolto il servizio alternativo alla leva. Nel corso del processo ha spiegato che sono le sue convinzioni religiose a non consentirgli in alcun modo di arruolarsi.

«Sono pronto a essere punito secondo la legge – ha detto ai giudici – ma non mi pento di aver rifiutato il servizio militare, perché ho agito seguendo la mia coscienza».

Sul suo caso è in corso da settimane una campagna di mobilitazione internazionale lanciata dal Movimento pacifista ucraino. Poco prima dell’estate, una sorte persino peggiore era toccata ad altri obiettori: Andrii Kucher è stato condannato a quattro anni di carcere dal tribunale di Mukachevo mentre Dmytro Mykolayovych Kucherov si è visto comminare una condanna a tre anni dal tribunale di Oleksandria. Entrambi si erano rifiutati di imbracciare le armi per andare a combattere i russi.

Ma il caso senz’altro più noto è quello di Ruslan Kotsaba, il giornalista e obiettore di coscienza accusato di alto tradimento per un video del 2015 in cui invitava a boicottare gli arruolamenti nell’esercito dopo essere stato testimone della guerra in Donbass.

All’epoca scontò quasi due anni di carcere, ma dopo il rilascio venne incriminato di nuovo e un anno fa ha subito una brutale aggressione da parte di alcuni estremisti di destra. Rischia una condanna a quindici anni di galera ma nell’ottobre scorso è riuscito a trovare asilo fuori dal Paese.

Adesso più che mai, in Ucraina, gli obiettori di coscienza e i sostenitori della nonviolenza che vorrebbero svolgere un servizio civile alternativo sono considerati dei criminali da punire con pene esemplari. Secondo le stime del Movimento pacifista ucraino, dall’inizio del 2022 sono già 971 gli uomini e i ragazzi incriminati per aver scelto di non arruolarsi, e da ottobre a oggi è stata registrata una netta accelerazione dei casi.

In totale circa cinquemila persone si sono dichiarate obiettori di coscienza e si rifiutano di imbracciare le armi, nonostante la legge marziale. «Il diritto all’obiezione è riconosciuto a livello internazionale – spiega il portavoce dei pacifisti ucraini Yurii Sheliazhenko – ma purtroppo nel mio Paese veniva negato di fatto anche in tempo di pace, poiché era garantito soltanto a un richiedente su dieci. Adesso, invece, è punito con il carcere da tre a cinque anni».

Il Movimento pacifista ucraino ha chiesto ufficialmente al governo di Kiev di riconoscere il diritto degli obiettori di astenersi dai combattimenti ma il ministero della Difesa ha ribadito che la legge sulla mobilitazione non prevede alcun servizio alternativo a quello militare.

L’Ufficio europeo per l’obiezione di coscienza e l’Ifor – un’associazione internazionale nonviolenta di ispirazione ecumenica – hanno presentato un appello congiunto all’UE affinché tuteli il diritto all’obiezione in Ucraina, in Russia e in Bielorussia e garantisca asilo politico e protezione a chi si rifiuta di combattere.

L’impegno per la difesa degli obiettori continua a unire russi e ucraini in un percorso comune che ha anche il sostegno degli attivisti italiani. L’Ong “Un Ponte Per” ha appena lanciato una raccolta fondi per sostenere le spese legali degli obiettori sotto processo.

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26/06/2022

Repressione e guerra. La resistenza dei comunisti israeliani

Intervento di Noa Levy del Partito Comunista Israeliano (MAKI) in occasione del primo appuntamento della rassegna cinematografica contro la guerra organizzato dal Circolo Granma di Bologna, sull’importanza di fare guerra alla guerra, di lottare contro l’apartheid a cui lo stato israeliano sottopone il popolo palestinese e di sostenere chi fa scelte radicali come gli obiettori di coscienza israeliani, che affrontano lunghi periodi di detenzione piuttosto che servire nell’esercito occupante.

*****

Salve, compagni. Sono molto felice di parlarvi oggi a nome del Partito Comunista di Israele. Un partito arabo ed ebraico, antisionista, anticolonialista e antimperialista.

Il fatto che stiate studiando e sosteniate attivamente la lotta per l’indipendenza della Palestina, la lotta contro l’apartheid, e che siate solidali con essa, ha un’enorme importanza. In Israele viviamo in una situazione costante e quotidiana di quasi guerra.

Il regime militare nei territori occupati sta diventando sempre più brutale. La popolazione nei villaggi è sul punto di essere sfrattata dalle loro case, ogni giorno demoliscono qualcosa.

I posti di blocco impediscono alle persone di recarsi dalle loro case agli ospedali, alle scuole, alle università e la situazione politica palestinese è in un continuo processo di, direi, manipolazione da parte delle autorità israeliane. E noi, come israeliani, combattiamo contro tutte queste azioni crudeli del nostro governo.

Quando ci opponiamo alla guerra e all’occupazione, all’apartheid e al razzismo sistematico spesso ci chiamano traditori. I compagni arabi del mio partito rischiano più di me. Ma tutti noi dobbiamo affrontare la situazione in cui una società militarizzata è sempre più... sempre più felice di vedere l’opposizione come un traditore e come qualcuno che non ha il diritto di parlare nella società.

Oggi guardiamo un film sulla guerra del Libano. La guerra del Libano si è svolta negli anni Ottanta e pochi giorni fa il capo generale dell’esercito israeliano ha tenuto un discorso in cui ha avvertito i cittadini libanesi di oggi, del 2022, che devono stare attenti perché potrebbero essere sfrattati dalle loro case molto presto se la tensione tra i Paesi continuerà a crescere.

Quindi, ancora una volta, viviamo in un Paese in cui ogni giorno il nostro esercito minaccia e attua la pulizia etnica al di fuori dei propri confini.

Il vostro sostegno in questo potrebbe significare molto per noi. Potrebbero significare molto il vostro sostegno, la vostra sensibilizzazione sulla resistenza, l’invio di lettere, le proteste.

Manifestare la vostra opinione contro l’apartheid israeliana, contro la deportazione forzata dei palestinesi dalle loro case e a sostegno degli obiettori di coscienza. So che oggi, dopo molti decenni, i venti di guerra stanno mostrando il loro volto anche in Europa.

E in questo momento, credo che sia ancora più importante sostenere le persone che si oppongono a questa militarizzazione. Per esempio, Shukla, un ragazzo di 19 anni che oggi si trova nella prigione militare israeliana per essersi rifiutato di servire nell’esercito di occupazione.

Altri obiettori di coscienza, altri compagni del nostro partito si uniscono al movimento di rifiuto e si mettono in gioco, rischiando lunghi periodi di detenzione per il loro rifiuto di servire l’occupazione.

Noi siamo lì e siamo orgogliosi di esserlo. Sapendo che solo una combinazione di tre cose porrà fine all’occupazione e all’apartheid: gli israeliani che si oppongono, dicono no e creano un’alternativa all’apartheid stessa; la resistenza palestinese in tutti i modi in cui si manifesta; e il Movimento di solidarietà internazionale, che è vitale e cruciale per la fine dell’occupazione e dell’apartheid.

Grazie mille e a presto.


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02/03/2017

8 marzo, Nonunadimeno. Intervista a Licia Pera

Intervista realizzata da Radio Città Aperta.

Come sta andando la preparazione dello sciopero dell'8 marzo?

Dopo la grande manifestazione del 26 novembre, dopo i tavoli partecipatissimi del 27 novembre da cui poi è stato lanciato lo sciopero globale dell’8 marzo su appello delle compagne, delle donne argentine. Noi l’abbiamo raccolto, il movimento ha chiesto a tutti i sindacati di proclamare lo sciopero. Noi abbiamo raccolto la sfida, abbiamo da subito proclamato lo sciopero generale in tutti i settori, privato e pubblico, ma non solo. Noi lo sciopero generale lo stiamo in realtà preparando davvero. Abbiamo decine e decine di assemblee fatte come Usb all’interno dei posti di lavoro, dove invitiamo puntualmente anche le compagne del movimento Nonunadimeno ad interloquire con le lavoratrici e i lavoratori sui posti di lavoro. Quindi arriveremo all’8 marzo forti di assemblee importanti su molti posti di lavoro. Ma crediamo che l’8 sia opportuno stare in piazza con tutto il resto del movimento.

Guardando sul sito dell’Usb ci sono, tra gli altri, gli appuntamenti per tante iniziative di preparazione dello sciopero. E guardando ai punti programmatici, c’è il riferimento naturalmente alla violenza di genere, ai femmiicidi, alle discriminazioni salariali. Proprio da questo punto di vista – delle discriminazioni salariali – come funziona? Perché ogni tanto si dice: le donne guadagnano meno degli uomini, però mai viene spiegato come questo meccanismo venga messo in pratica...

Guarda, i meccanismi di quello che viene definito poi il gap gender, quindi la differenziazione salariale, in verità sono molti e variano tra posti di lavoro. Noi sappiamo ormai per certo che il gap si aggira su circa il 20% di stipendio. In alcuni settori, per esempio il lavoro pubblico, si registra il mancato accesso ad alcuni livelli più alti del lavoro; quindi le donne sono relegate a livelli più bassi del lavoro, e questo dà l’idea della discriminazione. Le donne, non potendo accedere ai gradi più alti, comunque guadagnano di meno. Nel privato, invece, in realtà la discriminazione è molto più pesante perché le donne, per la loro peculiarità, occupano i posti di maggiore precariato; sono obbligate al part-time involontario, quindi guadagnano meno perché sono costrette a lavorare meno, ma non ad avere occupato meno tempo, in realtà. Perché il part-time non è detto che si svolga tutto nella stessa parte della giornata... Quindi, volendo proprio rimanere all’ambito grossolano, diciamo che questi sono i due meccanismi principali: una maggiore precarietà che porta, anche in gioventù, ad una maggiore precarietà. Le donne, per esempio, sono quelle che vengono utilizzate maggiormente dal popolo dei voucheristi, che conduce – anche come previsione – alla fame in vecchiaia. Le donne, si sa, sono quelle che hanno le pensioni più basse, nella fascia dei 500 euro mensili.

Questa mattina (mercoledì 1 marzo, ndr), se non sbaglio, c’è stata un’assemblea indetta dalla Usb sull’8 marzo all’Istituto superiore di Sanità. Si è parlato molto sui giornali di un fatto di cronaca, relativo all’assunzione di due medici che praticassero l’aborto al San Camillo. Su questo si è creato un chiacchiericcio, assolutamente surreale, come se ci fosse qualche cosa di strano che venga assunto qualcuno per fare davvero il lavoro per cui è assunto. Questo per dire che la legge 194, come tutti sanno perfettamente, non viene mai applicata, perché quasi tutti i ginecologi sono tutti obiettori di coscienza. Tu, che ci sei stata a lungo nell’ambito della sanità, puoi spiegarci come funziona?

Guarda, sono perfettamente d’accordo con te che è paradossale. Addirittura per l’assunzione di due medici per fare il loro lavoro, che sanno perfettamente, fin da quando sono all’università, come il loro lavoro preveda anche il garantire il diritto alle donne all’interruzione di gravidanza in maniera sicura. Ora c’è questa narrazione, per cui vorrebbero dipingere questi medici obiettori come “vittime di discriminazione”... E invece noi siamo in una regione (Lazio, ndr) che ha il 76% di ginecologi obiettori e il 49% di anestesisti obiettori. Senza contare che spesso si aggiungono gli infermieri obiettori, i biologi obiettori, ecc... Questa è una regione in cui, al pari di molte, l’interruzione volontaria di gravidanza non è di fatto garantita. E se pure lo è, in particolare al San Camillo, le donne sono costrette a fare una lunghissima fila la mattina alle 5 e solo poche di loro riescono, durante la stessa giornata, ad essere visitate e ad avere garantito poi l’interruzione. Zingaretti ha deciso quello che per noi – come dire – è il minimo sindacale, che però garantisce pochissimo. Per lui probabilmente è più un discorso – come dire – di provocazione politica: “io non riesco a garantire questo servizio, per cui faccio un concorso in cui è chiaro che chi vince deve lavorare nel servizio di interruzione di gravidanza. Il problema è che non garantisce nulla questa cosa, perché dopo i tre mesi di prova, dove probabilmente ci si attiene a quanto c’è scritto nel concorso, nessuno li può obbligare a farne ancora. Alla base c’è il fatto che è proprio sbagliata la legge sull’obiezione; è sbagliato che il servizio pubblico si ponga solo il problema di coscienza dei medici. Il quale spesso si smaterializza di fronte alla possibilità che invece venga gestito in intramoenia, quindi con il privato. Questa è una delle rivendicazioni che noi porteremo l’8 marzo, nella manifestazione che la mattina faremo insieme a tutto il resto del movimento sotto la regione Lazio; e attraverso la quale chiederemo un incontro anche a Zingaretti. Uno dei temi è proprio questo; l’altro sarà quello sul finanziamento dei centri antiviolenza di Roma e del Lazio, e poi tutte le vertenze del lavoro, legate in particolar modo alla sanità privata e al mondo degli appalti. Cose su cui Zingaretti deve rispondere, perché da troppo tempo non hanno risposta; e lavoratori e lavoratrici, durante i cambi di appalto, rischiano o il peggioramento delle condizioni di lavoro o il licenziamento.

Un’ultima cosa, Licia. Puoi darci gli appuntamenti per l’8 marzo, se ce ne sono ancora?

Sì, ovviamente quelli sul territorio nazionale sono moltissimi, in tutte le principali città. Per quanto riguarda Roma, si inizia la mattina alle 8 a Casal Boccone, con un presidio delle lavoratrici di Almaviva contro i licenziamenti. Ci sarà poi una piazza della formazione a piazza San Cosimato, che arriverà al Miur. Alle 10 ci sarà una piazza sotto la Regione, che prenderà i tavoli della salute, quello dell’autodeterminazione e quello sulle vertenze del lavoro. Noi, anche le nostre educatrici di Usb che scenderanno in piazza Bocca della Verità, alle 10; poi alle 17 c’è di nuovo l’appuntamento unitario di Nonunadimeno, dove noi confluiremo, al Colosseo, con il corteo cittadino.

Bene, noi ti ringraziamo. Magari ci sentiremo di nuovo subito prima dell’8 marzo, così ci potrai raccontare come è andata.

Sì, ci sentiremo... Anche perché non finirà l’8 marzo. Intanto era necessario riappropriarsi di una data per non lasciarla ai cioccolatini, alle mimose, ai commercianti e ai ristoranti. Però, al di là di questo, il vero obiettivo, è la presentazione di un piano, scritto dal basso in tutti questi mesi, in alternativa al piano governativo contro la violenza; un piano scritto invece da tutte le donne che in questi mesi hanno animato le piazze. Quindi ci sarà modo di sentirci e vederci ancora.

Grazie, grazie molte.

Grazie a voi.

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24/02/2017

“Obiezione di coscienza”, una scorciatoia per lavarsene le mani

Un medico non può e non deve essere obiettore di coscienza in quanto deve “servire” la persona, il paziente nelle problematiche, nel bisogno di salute sia fisica sia psichica, un medico se intende essere obiettore non può farlo nelle strutture pubbliche, nel servizio pubblico e quindi deve farlo al di fuori di questo contesto. Un medico “vero” deve curare tutti, amici o nemici, di qualsiasi colore della pelle, di qualunque ideologia o tendenza politica, di qualunque ceto sociale o ricco o povero. Un medico è un medico. In Italia, nel caso dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, esiste una legge dello Stato (che è costata tante lotte e fatica) che deve essere rispettata ed applicata e le Strutture Pubbliche, gli Ospedali debbono fornire un servizio e quindi hanno una funzione istituzionale. Rispetto le idee del collega medico che fa l’obiettore ma in questo caso egli non deve lavorare, come ho già detto, in questo servizio in una struttura pubblica che appartiene a tutti, in un ospedale.

Un avvocato penalista iscritto nella lista dei difensori d’ufficio difende tutti, al meglio delle sue capacità, anche una persona che fatto una violenza, uno stupro e un assassinio. Come già detto, il medico deve “servire”, curare una persona cioè un paziente, nella salute sia fisica sia psichica. La Corte di Cassazione ha evidenziato che il medico obiettore nel caso della "Legge 194" che, "omettere di prestare l'assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell'aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza": escluso quindi che il diritto di obiezione di coscienza esoneri il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, trattandosi di "interpretazione che non trova alcun appiglio nella chiara lettera della norma". Dunque nel caso di Obiezione di coscienza e in caso di aborto farmacologico in una nota (Nota a Cassazione penale., Sez. VI, 27.11.2012 (dep. 2.4.2013), n. 14979, Pres. de Roberto, Est. Fidelbo).

“In riferimento all'aborto praticato mediante somministrazione della pillola RU486, la Corte di Cassazione ha escluso, in base alla disciplina contenuta all'art. 9l. 194/1978, la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nella fase di espulsione dell'embrione (c.d. di secondamento) in quanto attività di assistenza successiva rispetto all'intervento di interruzione della gravidanza. Tale sentenza è sopraggiunta nel caso di una guardia medica, in servizio in un reparto di Ostetricia e Ginecologia perché questa si era rifiutata, per motivi di coscienza “di assistere una paziente già sottoposta ad un intervento di interruzione della gravidanza attuato mediante somministrazione farmacologica.”

L‘antropologa Silvia De Zordo, in un'indagine da lei effettuata, scrive che:

– Dichiarare l’obiezione di coscienza significa anche, per alcuni, avere la possibilità di evitare un lavoro non particolarmente interessante dal punto di vista tecnico (una volta che si impara a far bene un’aspirazione fare IVG nel primo trimestre diventa effettivamente un lavoro molto semplice e monotono), percepito come un lavoro facoltativo, “in più”, benché i numeri dimostrino che, per quanto i tassi di abortività in Italia siano tra i più bassi d’Europa, l’IVG resta comunque una procedura ginecologica-ostetrica molto comune, la più comune dopo i parti.

– Svolgere le IVG non è gratificante dal punto di vista monetario. L’IVG è l’unica procedura medica che non viene offerta anche in “intra moenia”, quindi dietro pagamento, negli Ospedali italiani. Alcuni ginecologi/e che praticano IVG che ho intervistato sostengono che questa pratica andrebbe normalizzata, e che quindi dovrebbe essere possibile farla anche in “intra moenia”, così che le donne che preferiscono pagare per essere seguite, per esempio, dalla loro ginecologa/o, possano farlo e i medici che fanno IVG abbiano, ogni tanto, delle gratificazioni anche economiche; il dibattito su questo punto è molto acceso in Italia, tra gli operatori di IVG. In altri paesi questo accade già: negli UK l’IVG viene praticata in cliniche indipendenti, private, sovvenzionate dallo Stato e non solo negli ospedali pubblici. Periodicamente sui giornali compaiono casi di ginecologi obiettori, o che lavorano in ospedali che non offrono IVG, che fanno IVG a pagamento nelle loro cliniche private, il che dimostra che l’aspetto pecuniario è importante.

– Fare IVG è percepito come un lavoro non solo “non gratificante”, ma “sporco”, com’è stato definito da molti, inclusi alcuni/e operatori/trici della 194. Il fatto che l’aborto venga definito così dimostra come in Italia esso sia ancora fortemente stigmatizzato, nonostante sia legale dal 1978, e la sua stigmatizzazione ha un impatto importante sia sulle donne che lo praticano sia sui medici che lavorano nei reparti di ginecologia-ostetricia..”. Bisogna poi ricordare che il Parlamento Europeo ha affermato che l’aborto è “un diritto fondamentale delle donne sul proprio corpo”.

Prof Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico

23 mag 2015 – In questo articolo Silvia De Zordo offre una sintesi dei risultati della sua ricerca antropologica sui motivi dell'obiezione di coscienza.

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Ma tu guarda... obiezione di coscienza figlia di bigottismo e pecunia...incredibile!

09/02/2017

Hacksaw Ridge. La guerra è giusta anche se fa male

Mancano ancora diversi giorni alla cerimonia di consegna dei premi Oscar del 2017, in programma per il 26 febbraio al Dolby Theatre di Los Angeles, e l'ultimo film di Mel Gibson, Hacksaw Ridge, ha raccolto ben sei nomination, nonché ottimi giudizi sia da parte della critica che del pubblico. Si tratta già di un ottimo risultato per un regista che non realizzava una pellicola da ben dieci anni (l'ultima era stata Apocalypto nel 2006).

Dal punto di vista puramente estetico, bisogna dire che Hacksaw Ridge non apporta niente di particolarmente originale al filone bellico hollywoodiano: una fotografia spettacolarizzante, un montaggio abbastanza lineare, una serie di espedienti “retorici” per enfatizzare il carattere epico della guerra – dal commento musicale trionfalistico, all'insistito uso di slow-motion nelle scene di conflitto. Insomma il classico marchio di fabbrica delle cosiddette “americanate”.

Ciò che è più interessante è il soggetto, tratto dalla personale storia di Desmond Thomas Doss, soccorritore militare dell'esercito statunitense sul fronte del Pacifico, che salvò la vita a 75 soldati feriti durante la battaglia di Okinawa nel '45, e per questo insignito della medal of honor dal presidente degli Stati Uniti, Harry Truman.

Dopo un breve e didascalico prologo sulla sua infanzia, il film ripercorre la sua vicenda, dall'addestramento all'invasione di Okinawa, dando particolare rilievo alla sua obiezione di coscienza, dovuta a motivi religiosi: Doss infatti decide di arruolarsi e partire volontario unicamente per soccorrere i feriti, rifiutando di portare con sé e usare una qualsiasi arma. Una decisione che lo porta inevitabilmente a scontrarsi con i vertici militari, a partire per il fronte con non poche perplessità da parte dei suoi commilitoni, fino alla dimostrazione del suo coraggio sul campo di battaglia. L'obiezione di coscienza è la chiave di volta del film, ma è anche una discreta leva “emozionale” sullo spettatore, anche quello più accorto e meno propenso a bersi qualunque favola gli propini la macchina mitologica hollywoodiana, sempre pronta a sfornare l'eroe giusto per ogni situazione.

È indubbio che il genere bellico sia sempre stato privilegiato dal cinema statunitense per “nazionalizzare” le masse e fondare il mito della Terra dei Liberi, in particolare per mezzo dei film sulla seconda guerra mondiale. Si potrebbe quasi ripercorrere la storia degli USA e dei suoi apparati ideologici passando in rassegna tutti i film di guerra americani. Un compito che chi scrive non ha intenzione di assumersi in questa recensione, per evidenti motivi di tempo e di spazio. Piuttosto è interessante tentare di abbozzare una spiegazione riguardo agli intenti del regista – alquanto noto per le sue idee reazionarie – e alla funzione ideologica che il film può assumere in questa particolare fase di tramonto dell'egemonia statunitense.

Quello che è chiaro ormai a tutti, compreso Mel Gibson, è che non è più tempo di fare film come Il patriota (R. Emmerich, 2000), un orrendo accumulo di falsità storiche e di violenza sacrale in nome della bandiera a stelle e strisce. Non è più tempo di Enduring freedom e di frasi ad effetto che potevano fare proseliti quando gli Usa erano ancora in sella al cavallo della globalizzazione e godevano ancora di un'egemonia internazionale per fare gli sceriffi del mondo. Tutti ormai vedono che il cavallo è stramazzato al suolo, la stella di latta è arrugginita e il western neoliberale somiglia sempre più a Fort Apache.

In questo Hacksaw Ridge risponde alle esigenze ideologiche di questa fase storica: denunciare le violenze della guerra senza metterla in discussione alla radice. Desmond Doss, portato sullo schermo da Andrew Garfield, è una specie di corpo civile di pace “individuale”: è un eroico soldato, ma non tocca le armi; soccorre i feriti, ma si guarda bene dal dubitare che l'intervento USA sia «per combattere Satana» – e non per contendere il controllo del Pacifico all'imperialismo giapponese. L'indubbio coraggio e l'etica individuale (e individualistica) di Doss riscuotono così tanti consensi perché salvano capra e cavoli: la condanna della violenza e la legittimità della guerra, i cui venti soffiano senza posa in troppe parti del mondo.

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25/10/2016

Abiezione di coscienza

Per cominciare, smettiamo di chiamarla obiezione di coscienza.

Siccome la coscienza è per definizione accessibile solo al soggetto, qualsiasi decisione presa in suo nome (e non, mettiamo, in nome della ragione, dell'esperienza, della tradizione o della legge) è supremamente individualista e asociale, oltre che intenzionalmente sottratta alle obiezioni altrui e alle verifiche.

Al pari del gusto, di coscienza non est disputandum.

Troppo comodo che basti invocarla: perché nulla, assolutamente nulla può garantire l'onestà e veridicità del soggetto.

Per cui proporrei di chiamarla "obiezione ideologica" e di pretendere una dimostrazione oggettiva della buona fede di chi ci si appella.

Nel caso degli obiettori alla leva, per esempio, c'era la prigione o un servizio civile più lungo di quello militare, almeno finché il potere non ha deciso che gli conveniva un esercito di mercenari.

Nel caso dei medici dovrebbe esserci una significativa decurtazione dello stipendio, da pagare per i sostituti chiamati a operare al loro posto. Sarei proprio curioso di vedere quanti allora verrebbero a patti con la propria coscienza o semplicemente si scorderebbero di averla, come del resto già fanno nel resto della loro vita; secondo me almeno i due terzi.

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