Alle elezioni politiche del 4 marzo 2018 la lista Potere al Popolo ha ottenuto l’1,13 per cento di voti alla Camera e l’1,06 al Senato, non superando la soglia di sbarramento. Da allora il movimento non si è spento, ma anzi è cresciuto e oggi, nove mesi dopo, i sondaggi lo stimano tra il 2,1 e il 2,5 per cento (qui gli ultimi sondaggi).
In pochi lo avrebbero previsto: non era facile sopravvivere al nuovo bipolarismo M5S-Lega. Eppure, il caso di Potere al Popolo ci suggerisce che qualcosa sta continuando a succedere lì fuori, qualcosa che sarebbe sbagliato ignorare, soprattutto per quello che potrebbe significare dopo.
“È stata una sorpresa anche per noi. Avevamo l’augurio di poter durare nel tempo, ma ammetto che non ce lo aspettavamo. Le elezioni però da sempre erano concepite da noi solo come un passaggio, sapevamo di non voler evaporare via dopo”, osserva Viola Carofalo, la portavoce del movimento. Movimento: è lei stessa a chiamarlo così, e non lo fa per caso. “Partito è una parola che non mi piace”, dice.
Sinistra, invece, che parola è?
“Neanche per la parola sinistra ho una passione”.
Comunismo è una parola che va bene?
“Neanche. Se mi definisco comunista io, non posso comunque dire che tutti in Potere al Popolo lo siano”.
Qual è allora la definizione politica che va bene per Potere al Popolo?
“Equità sociale, siamo per l’equità sociale”.
Ricercatrice all’Orientale di Napoli, due dottorati alle spalle, uno in Filosofia Moderna e Contemporanea e l’altro in Filosofia e Politica, Carofalo sul braccio ha tatuato un verso scritto in greco antico: “Preferirei cento volte combattere che partorire sola”, tratto dalla Medea di Euripide.
Nell’immaginario collettivo siete quelli dei “centri sociali”, quelli della rivolta violenta.
“So che esiste questo pregiudizio e penso che possa ferire ogni tanto, ma non l’ho mai vissuto sulla mia pelle. Faccio politica da sempre: prima nei collettivi, poi nei centri sociali, fino all’ex Opg (ex ospedale psichiatrico) di Napoli”.
Il 20 e 21 ottobre a Roma Potere al Popolo ha tenuto l’assemblea nazionale per l’elezione del coordinamento. Oggi la lista nelle intenzioni di voto degli italiani si trova immediatamente sotto a +Europa, stimata al 2,2 per cento, e a Liberi e Uguali, al 2,3 per cento, entrambi partiti che però, a differenza di PaP, hanno già una loro rappresentanza parlamentare. A questo punto per il movimento la soglia di sbarramento del 3 per cento potrebbe essere un obiettivo sempre più raggiungibile per la prossima chiamata alle urne.
C’è stato un cambiamento di profilo tra l’elettore che vi avvicinava nel pre-elezioni e quello che invece riuscite ad attrarre adesso?
“Più che un cambiamento, c’è stato un allargamento. Il nostro obiettivo era parlare a tutti quelli che non avevano più una casa. Una casa politica, un posto dove poter ritrovare un’identità senza la conseguenza di sentirsi spaesati, senza temi in cui riconoscersi. Ma, se dovessi fare una sintesi, dentro PaP c’è soprattutto gente normale, che non ha per forza un passato da attivista, gente che si è sentita accolta”.
Oltre ad avere con voi gente normale, fate anche iniziative normali? Perché, sempre quella legge dell’immaginario porta a pensarvi come rivoluzionari al fronte, come i ribelli a prescindere. Qual è la vostra agenda giornaliera concreta?
“Portiamo pasti alla gente che fatica a provvedere al proprio cibo, offriamo un servizio di doposcuola e di ambulatorio nei centri che abbiamo creato e, a dispetto di quello che si possa pensare, per fare questo collaboriamo anche con realtà di formazione cattolica come gli scout. Diciamo che da noi viene prima quello che facciamo e poi la spiegazione di chi siamo”.
Nella vostra agenda c’è molta difesa dei diritti civili. Cresce tuttavia nel Paese il clima di xenofobia. Questo è da imputare a scelte politiche, ai leader che le incarnano o c’è qualcosa di più profondo, che ha a che fare con questo periodo e con la nostra umanità?
“Salvini rappresenta il nostro inconscio e ha fatto uscire il peggio di noi. È come se in ognuno di noi prima la maggior parte degli istinti peggiori fosse chiuso a chiave in un recinto, Salvini ha aperto i cancelli di questi recinti e ci ha detto ‘via, liberateli, fateli uscire’.
Vedere in una posizione di potere chi incarna questi istinti li ha legittimati anche dentro di noi, dandogli una dignità, un diritto di esistere. Lui è riuscito a darci in poco tempo la sensazione di una catastrofe imminente, di un palazzo in fiamme da cui scappare”.
Ci sono delle realtà o dei diritti che corrono di più il pericolo di essere sacrificati in nome di questi istinti?
“Da donna posso dire che il decreto Pillon mi mette paura e mi imbarazza. E fa sembrare ipocrita anche la presenza dello Stato in giornate come quella contro la violenza di genere il 25 novembre. Se introduci l’obbligo di mediazione familiare, rallentando così il procedimento di separazione, anche per donne abusate e maltrattate è ovvio che poi non credo più agli spot che dicono ‘lo Stato è con te, denuncia’”.
Tornare indietro sarà impossibile?
Non è detto. Non vogliamo fare l’errore di credere di essere superiori gli altri. Le persone non vanno “istruite” ai valori in cui crediamo. Credere di potere “istruire gli altri” è un errore che hanno fatto gli altri. Noi vogliamo metterci in dialogo, creare un confronto, questo potrà portare un’atmosfera nuova”.
Quando parla di altri, parla degli altri a sinistra? È ipotizzabile una coalizione tra di voi?
“No, la sinistra per quello che ha fatto si deve seppellire”
Le elezioni europee saranno il primo palco dove testare la vostra resistenza politica o la vostra evoluzione. Ma anche l’Europa è un valore che volete mettere in discussione.
“Noi non siamo anti-europeisti tout court , ma se l’Europa dovesse rimanere quella di adesso meglio restarne fuori. L’Europa non è un monolite che non può essere messo in discussione, è per questo motivo che non rifiutiamo a priori l’idea di un referendum”.
Mettere in discussione i valori precostituiti, partire dal basso, portare al potere gente comune. Seppur la base politica di provenienza fosse diversa, questi erano e sono anche i comandamenti del M5S, che da quando è arrivato in cima viene spesso tacciato di essere diventato a tutti gli effetti sistema. Una volta al governo, cedereste anche voi alla tentazione?
“Vista la fine che hanno fatto i 5 stelle bisogna stare attenti, ma sui i miei posso metterci la mano sul fuoco”.
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Presentazione
Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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04/12/2018
23/07/2018
Quando siamo diventati cattivi
Siamo sempre stati un popolo di fetenti, un gregge coi denti aguzzi
che trasforma ogni singola ragione in una fabbrica di torti: non c’è
bisogno che leggiate dei libri, eh (Dio ve ne scampi). Perdete giusto
quel paio d’orette a vedere La marcia su Roma,
il capolavoro di Dino Risi con Gassman e Tognazzi. Se poi ancora non
capite, fatti vostri. Però, ripensando a quello che, con un gruppo di
amici, commentavamo ieri su Facebook, mi è venuta in mente una cosa meno
datata. Che è forse il momento della nostra storia recente in cui
abbiamo cominciato a diventare davvero della gente di merda a tutti i
livelli. Quando, cioè, siamo diventati cattivi.
Ve lo ricordate, voi, il governo Monti? Di quel professore che, prima di accettare l’incarico a presidente del consiglio ritenne prudente farsi nominare senatore a vita? Vi ricordate come esordì, il sobrio senator-professor in loden?
Così, esordì.
Dicendo che il posto fisso era monotono, che insomma, bisognava cambiare, e se ci licenziavano era per il nostro bene, per mettere quel pizzico di pepe in vite altrimenti inutili. E non un cane gli rispose che a) uno va a faticare non per sfizio, ma per avere un tetto sulla testa e un piatto da mettere a tavola, b) che se potessimo, col cazzo che andremmo a faticare, ammesso di avere lo stipendio di un senatore a vita. E invece mi ricordo che partirono tutti con quel mantra disgustoso: avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità. E non è che lo dicevano ai ricchi, no. Lo dicevano a quelli che a mezzogiorno mangiano coi buoni pasto da 5 euro, a quelli che guardano con terrore la cassetta della posta, che si fanno marcire i denti in bocca perché curarsi costa.
Ecco, è quello il momento in cui abbiamo cominciato a diventare cattivi.
Si diventa cattivi, ci si comincia a trasformare in pezzi di merda, quando si decide di rinunciare ai diritti. Allora rinunciammo ai nostri, ed è ovvio che un popolo di piecori che butta i suoi diritti nel cesso poi non è disposto ad ammettere che gli altri possano averne. Crepi in mare? Crepa pure, mia madre è crepata in una corsia d’ospedale. Hai fame? Cazzi tuoi, ieri mi hanno licenziato e ho cinquant’anni e tra un po’ mi muoio di fame pure io.
I diritti, tutti i diritti, sono parte integrante della nostra umanità. Quando ci concediamo a quella che quelle bestie assetate di sangue chiamano libero mercato, concorrenza, flessibilità, quando accettiamo di farci trattare come animali, ci trasformiamo in belve pronte ad azzannare i più deboli.
Qua o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno.
Nessuno.
Fonte
Ve lo ricordate, voi, il governo Monti? Di quel professore che, prima di accettare l’incarico a presidente del consiglio ritenne prudente farsi nominare senatore a vita? Vi ricordate come esordì, il sobrio senator-professor in loden?
Così, esordì.
Dicendo che il posto fisso era monotono, che insomma, bisognava cambiare, e se ci licenziavano era per il nostro bene, per mettere quel pizzico di pepe in vite altrimenti inutili. E non un cane gli rispose che a) uno va a faticare non per sfizio, ma per avere un tetto sulla testa e un piatto da mettere a tavola, b) che se potessimo, col cazzo che andremmo a faticare, ammesso di avere lo stipendio di un senatore a vita. E invece mi ricordo che partirono tutti con quel mantra disgustoso: avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità. E non è che lo dicevano ai ricchi, no. Lo dicevano a quelli che a mezzogiorno mangiano coi buoni pasto da 5 euro, a quelli che guardano con terrore la cassetta della posta, che si fanno marcire i denti in bocca perché curarsi costa.
Ecco, è quello il momento in cui abbiamo cominciato a diventare cattivi.
Si diventa cattivi, ci si comincia a trasformare in pezzi di merda, quando si decide di rinunciare ai diritti. Allora rinunciammo ai nostri, ed è ovvio che un popolo di piecori che butta i suoi diritti nel cesso poi non è disposto ad ammettere che gli altri possano averne. Crepi in mare? Crepa pure, mia madre è crepata in una corsia d’ospedale. Hai fame? Cazzi tuoi, ieri mi hanno licenziato e ho cinquant’anni e tra un po’ mi muoio di fame pure io.
I diritti, tutti i diritti, sono parte integrante della nostra umanità. Quando ci concediamo a quella che quelle bestie assetate di sangue chiamano libero mercato, concorrenza, flessibilità, quando accettiamo di farci trattare come animali, ci trasformiamo in belve pronte ad azzannare i più deboli.
Qua o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno.
Nessuno.
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09/03/2018
8 marzo: senza diritti non cè uguaglianza
Ieri anche a Bologna come in altre città,la piattaforma di Non Una di Meno ha riempito le piazze e le vie del centro con dibattiti, azioni comunicative e presidi in occasione della giornata dell’8 marzo.
Dalla mattina molte e molti hanno animato un presidio in Piazza Maggiore per riportare in strada i temi della violenza maschile contro le donne, della violenza di genere e dell’antisessismo, schierandosi contro la discesa dal palazzo comunale di Lucia Borgonzoni, esponente locale della Lega, e respingendo a gran voce la provocazione, poiché la piazza non era aperta a nessun partito portatore di politiche razziste, sessiste e omofobe. “Il #metoo quest’anno ha dato un’enorme spinta alla denuncia contro le malattie sul lavoro, alla denuncia della violenza maschile contro le donne, la violenza di genere. La risposta di Non una di meno è #weetoghether: noi insieme possiamo fare cambiare radicalmente la società. Non accettiamo strumentalizzazioni fasciste e razziste sui nostri corpi, scioperiamo”.
Nel pomeriggio, uno striscione è stato srotolato da Eurostop all’interno di quella piazza con scritto “L’UE licenzia le donne in gravidanza, senza diritti nessuna uguaglianza”. La presenza di Eurostop all’interno della piazza si è così caratterizzato, a Bologna come a Roma, Senigallia e Torino, e ha denunciato la recente sentenza della corte di giustizia UE (leggi qui) che ha di fatto legittimato il licenziamento di una donna in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo, sdoganando così la possibilità per gli stati membri dell’UE di introdurre leggi nazionali che permettono alle aziende il licenziamento in stato di gravidanza. Una sentenza che non ha bisogno di essere commentata e che sancisce, una volta per tutte, il ritorno a politiche che alimentano la disparità di genere, con la benedizione dell’Unione Europea.
“In questo contesto” scrive Eurostop “le lavoratrici sono oggi soggetti sempre più ricattabili: l’assenza di welfare si somma alla difficoltà di accesso al mondo del lavoro e quando ciò avviene, le condizioni si basano su sfruttamento e precarietà. Oltre all’elemento discriminatorio, questa sentenza manifesta la volontà delle istituzioni europee, di sperimentare, in questo caso sulle donne, le formule di abbattimento dei diritti fondamentali dei lavoratori, costruendo un modello in cui la vita e gli interessi delle classi popolari sono subordinate agli interessi del profitto.”
Anche l’USB in piazza a fianco di migliaia di lavoratrici presenti, per denunciare quanto, in un mondo ormai del tutto segnato dal precariato e dall’instabilità, la discriminazione di genere si traduca in disparità salariale, licenziamenti in gravidanza e difficoltà di accesso al mondo del lavoro.
In serata, all’interno dell ormai “tradizionale” corteo di Non Una di Meno si è parlato di aborto, di libertà di genere, di autodeterminazione e di violenza, ma anche temi come il Jobs Act, le politiche di austerity, di diritto al welfare e antifascismo, perché lo sfruttamento della donna, come lo sfruttamento della classe dei lavoratori, trova in questo sistema capitalista e patriarcale il suo nemico da combattere.
Il corteo dal centro della città ha attraversato Bologna fino a piazza dell’Unità, un altro centro, simbolico, della periferia di questa città e si è sciolto nel cuore della Bolognina.
Fonte
Dalla mattina molte e molti hanno animato un presidio in Piazza Maggiore per riportare in strada i temi della violenza maschile contro le donne, della violenza di genere e dell’antisessismo, schierandosi contro la discesa dal palazzo comunale di Lucia Borgonzoni, esponente locale della Lega, e respingendo a gran voce la provocazione, poiché la piazza non era aperta a nessun partito portatore di politiche razziste, sessiste e omofobe. “Il #metoo quest’anno ha dato un’enorme spinta alla denuncia contro le malattie sul lavoro, alla denuncia della violenza maschile contro le donne, la violenza di genere. La risposta di Non una di meno è #weetoghether: noi insieme possiamo fare cambiare radicalmente la società. Non accettiamo strumentalizzazioni fasciste e razziste sui nostri corpi, scioperiamo”.
Nel pomeriggio, uno striscione è stato srotolato da Eurostop all’interno di quella piazza con scritto “L’UE licenzia le donne in gravidanza, senza diritti nessuna uguaglianza”. La presenza di Eurostop all’interno della piazza si è così caratterizzato, a Bologna come a Roma, Senigallia e Torino, e ha denunciato la recente sentenza della corte di giustizia UE (leggi qui) che ha di fatto legittimato il licenziamento di una donna in stato di gravidanza nell’ambito di una procedura di licenziamento collettivo, sdoganando così la possibilità per gli stati membri dell’UE di introdurre leggi nazionali che permettono alle aziende il licenziamento in stato di gravidanza. Una sentenza che non ha bisogno di essere commentata e che sancisce, una volta per tutte, il ritorno a politiche che alimentano la disparità di genere, con la benedizione dell’Unione Europea.
“In questo contesto” scrive Eurostop “le lavoratrici sono oggi soggetti sempre più ricattabili: l’assenza di welfare si somma alla difficoltà di accesso al mondo del lavoro e quando ciò avviene, le condizioni si basano su sfruttamento e precarietà. Oltre all’elemento discriminatorio, questa sentenza manifesta la volontà delle istituzioni europee, di sperimentare, in questo caso sulle donne, le formule di abbattimento dei diritti fondamentali dei lavoratori, costruendo un modello in cui la vita e gli interessi delle classi popolari sono subordinate agli interessi del profitto.”
Anche l’USB in piazza a fianco di migliaia di lavoratrici presenti, per denunciare quanto, in un mondo ormai del tutto segnato dal precariato e dall’instabilità, la discriminazione di genere si traduca in disparità salariale, licenziamenti in gravidanza e difficoltà di accesso al mondo del lavoro.
In serata, all’interno dell ormai “tradizionale” corteo di Non Una di Meno si è parlato di aborto, di libertà di genere, di autodeterminazione e di violenza, ma anche temi come il Jobs Act, le politiche di austerity, di diritto al welfare e antifascismo, perché lo sfruttamento della donna, come lo sfruttamento della classe dei lavoratori, trova in questo sistema capitalista e patriarcale il suo nemico da combattere.
Il corteo dal centro della città ha attraversato Bologna fino a piazza dell’Unità, un altro centro, simbolico, della periferia di questa città e si è sciolto nel cuore della Bolognina.
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07/12/2017
Come una vertenza sindacale può rendere sostenibile lo shopping on line
Si chiama logistica, è un sistema industriale che permette di ordinare merci e riceverle a domicilio. Quando acquistiamo via internet un prodotto, questo viene portato in un grande centro di raccolta, che si chiama piattaforma logistica.
Da lì, nottetempo, viene smistato su un camion che porta quel prodotto in un magazzino vicino alla città di consegna. E’ poi proprio da lì che la mattina presto il prodotto viene caricato su un furgone, quello che vedete quando suonano alla porta per consegnarvelo.
Bel sistema, eh? Tutto parte da un click sulla tastiera del vostro pc. Ma tra il click sulla tastiera e il driiin sul vostro citofono ci sono persone che lavorano sodo: devono fare di tutto per rispettare l’orario di consegna che avete selezionato sul sito dell’azienda che vi ha venduto on line il prodotto.
A questo punto vi starete chiedendo: dov’è la novità che ti spinge a scrivere queste righe?
La novità è una notizia: a Riano Flaminio, vicino Roma, l’azienda che movimenta le merci per conto della multinazionale GLS ha raggiunto un accordo sindacale con i dipendenti: gli si riconoscono i diritti del contratto nazionale collettivo, l’aumento del monte ferie annuo, la stabilizzazione dei precari, il diritto a una lista di precedenza di assunzione tra gli attuali organici a tempo determinato.
Altra domanda: che c’entra tutto questo con il fatto che posso acquistare via internet?
Molto semplicemente è successo che una vertenza sindacale ha reso “sostenibile” l’e-commerce. Vale a dire che chi acquista un prodotto che viene distribuito da quella azienda logistica non viola i diritti sindacali; che chi compra non lo fa a spese della dignità delle persone che lavorano per rendere possibile la soddisfazione di vedersi recapitare puntualmente ciò che si è acquistato con tanto desiderio di possederlo il prima possibile.
Questa è una bella notizia.
La si deve a un sindacato di base che si chiama Usb, Unione sindacale di base. Fu proprio durante una vertenza guidata dall’Usb che perse la vita, schiacciato da un Tir, Abdel Salam, lavoratore egiziano che partecipava a un picchetto davanti ai cancelli della GLS, a Piacenza.
Ho conosciuto la moglie di Abdel Salam in occasione del 22° MedFilm Festival: consegnò un premio intitolato al marito da Ginella Vocca, direttrice di quel prezioso festival di cinema del Mediterraneo, che si svolge a Roma con gran successo di pubblico. L’accompagnava uno dei suoi figli, un adolescente dallo sguardo attento. Questo ragazzo cui è stato strappato il padre, oggi potrebbe essere fiero di lui: il sindacato a cui era iscritto il padre ha ottenuto una importante vittoria per i lavoratori di un’appaltatrice dell’azienda per cui lavorava.
Ho raccontato questa piccola storia perché ha dentro di sé un grande significato.
E’ un buon segno per gli acquirenti, perché sanno che lo sconto per chi compra on line non è un prezzo che paga chi lavora per consegnarglielo; è buono per chi vende, perché fa guadagni senza togliere nulla a nessuno; è buono per l’azienda della logistica perché preferisce accordi intelligenti allo sfruttamento bestiale; è buono per chi ci lavora: per la quasi totalità sono stranieri, che hanno la prova che la loro dignità sta nel rispetto dei loro diritti, per i quali è giusto e possibile lottare e vincere, offrendo in cambio i propri doveri. È la democrazia: cambiando le regole s’impara a rispettarle. Un buon sindacato vale più di mille appelli alla civile convivenza.
Aver reso sostenibile lo shopping on line è un bel colpo.
Se abitate a Roma, non vi resta che sperare che la prossima volta che suonano alla porta a consegnarvi un pacco sia un addetto GLS. Mentre firmate il ritiro, fategli un sorriso. Magari lui non sa perché. Ma di certo voi adesso sì.
Fonte
Da lì, nottetempo, viene smistato su un camion che porta quel prodotto in un magazzino vicino alla città di consegna. E’ poi proprio da lì che la mattina presto il prodotto viene caricato su un furgone, quello che vedete quando suonano alla porta per consegnarvelo.
Bel sistema, eh? Tutto parte da un click sulla tastiera del vostro pc. Ma tra il click sulla tastiera e il driiin sul vostro citofono ci sono persone che lavorano sodo: devono fare di tutto per rispettare l’orario di consegna che avete selezionato sul sito dell’azienda che vi ha venduto on line il prodotto.
A questo punto vi starete chiedendo: dov’è la novità che ti spinge a scrivere queste righe?
La novità è una notizia: a Riano Flaminio, vicino Roma, l’azienda che movimenta le merci per conto della multinazionale GLS ha raggiunto un accordo sindacale con i dipendenti: gli si riconoscono i diritti del contratto nazionale collettivo, l’aumento del monte ferie annuo, la stabilizzazione dei precari, il diritto a una lista di precedenza di assunzione tra gli attuali organici a tempo determinato.
Altra domanda: che c’entra tutto questo con il fatto che posso acquistare via internet?
Molto semplicemente è successo che una vertenza sindacale ha reso “sostenibile” l’e-commerce. Vale a dire che chi acquista un prodotto che viene distribuito da quella azienda logistica non viola i diritti sindacali; che chi compra non lo fa a spese della dignità delle persone che lavorano per rendere possibile la soddisfazione di vedersi recapitare puntualmente ciò che si è acquistato con tanto desiderio di possederlo il prima possibile.
Questa è una bella notizia.
La si deve a un sindacato di base che si chiama Usb, Unione sindacale di base. Fu proprio durante una vertenza guidata dall’Usb che perse la vita, schiacciato da un Tir, Abdel Salam, lavoratore egiziano che partecipava a un picchetto davanti ai cancelli della GLS, a Piacenza.
Ho conosciuto la moglie di Abdel Salam in occasione del 22° MedFilm Festival: consegnò un premio intitolato al marito da Ginella Vocca, direttrice di quel prezioso festival di cinema del Mediterraneo, che si svolge a Roma con gran successo di pubblico. L’accompagnava uno dei suoi figli, un adolescente dallo sguardo attento. Questo ragazzo cui è stato strappato il padre, oggi potrebbe essere fiero di lui: il sindacato a cui era iscritto il padre ha ottenuto una importante vittoria per i lavoratori di un’appaltatrice dell’azienda per cui lavorava.
Ho raccontato questa piccola storia perché ha dentro di sé un grande significato.
E’ un buon segno per gli acquirenti, perché sanno che lo sconto per chi compra on line non è un prezzo che paga chi lavora per consegnarglielo; è buono per chi vende, perché fa guadagni senza togliere nulla a nessuno; è buono per l’azienda della logistica perché preferisce accordi intelligenti allo sfruttamento bestiale; è buono per chi ci lavora: per la quasi totalità sono stranieri, che hanno la prova che la loro dignità sta nel rispetto dei loro diritti, per i quali è giusto e possibile lottare e vincere, offrendo in cambio i propri doveri. È la democrazia: cambiando le regole s’impara a rispettarle. Un buon sindacato vale più di mille appelli alla civile convivenza.
Aver reso sostenibile lo shopping on line è un bel colpo.
Se abitate a Roma, non vi resta che sperare che la prossima volta che suonano alla porta a consegnarvi un pacco sia un addetto GLS. Mentre firmate il ritiro, fategli un sorriso. Magari lui non sa perché. Ma di certo voi adesso sì.
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12/10/2017
“Diritto all’eutanasia” o incentivo al suicidio?
Da qualche anno il tema dell’eutanasia è stato imposto al dibattito politico con una forza e un’insistenza che destavano sospetti. E’ scontato, nella nostra visione, che la volontà di porre fine alla propria vita sia un diritto semplicemente indiscutibile di una persona. Specie in condizioni invivibili. Ma c’era qualcosa di stonato e insincero nei tanti che cianciavano sull’argomento
L’ultimo caso, quello di Loris Bertocco, tra i fondatori dei Verdi italiani e attivista in materia di ambiente e diritti, alza il velo sul punto che fin qui era stato accuratamente nascosto: l’assistenza ai malati. Ovvero lo scarico sui malati e le loro famiglie di quasi tutto il peso economico delle cure.
Nel caso di Bertocco, infatti, questo peso è diventato così insostenibile da portarlo a scegliere di metter fine alla propria vita. Non perché stanco di vivere, ma semplicemente perché diventato troppo povero per potersi continuare a curare.
Stiamo parlando di un condizione doppiamente terribile – malattia ed esaurimento delle risorse economiche – che dovrebbe consigliare il silenzio a tanti “samaritani radicali” che invece blaterano anche in questo caso del “diritto al fine vita”, come se le parole di Bertocco non fossero abbastanza chiare: “Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze.”
Parole che invitano in primo luogo a migliorare l’assistenza, magari “elevando la soglia massima relativa all’Impegnativa di cura domiciliare e fisica oggi fissata a mille euro, ferma al 2004 e quindi anacronistica e del tutto insufficiente per assicurare le collaborazioni indispensabili”.
I tagli alla sanità, ormai dovrebbe essere evidente a tutti, sono una macchina infernale che toglie vita alle persone, in una spirale schizofrenica di dichiarazioni ministeriali puntualmente smentite dai fatti. Anche il più banale dei trucchi amministrativi – non adeguare un’indennità al crescere dell’inflazione reale – diventa così un dispositivo omicida. Una tragedia che da anni proviamo a raccontare con la formula “dovete morire prima”, sintesi di tutti i dispositivi normativi che accompagnano il taglio della spesa pubblica e soprattutto di quella sanitaria.
L’aspetto più insopportabile – lo ripetiamo – è che questo “incentivo alla morte” venga dipinto dai media come “una battaglia di civiltà”, strumentalizzando oscenamente alcuni casi-limite per narrare quasi un’“attenzione premurosa” per i diritti individuali. Come se venire spinti al suicidio – assistito, in questo caso, più “autogestito” nella maggioranza degli altri – fosse un modo di farci un favore...
Qui di seguito stralci della lettera di Loris Bertocco, così come sintetizzata dall’Ansa.
“Mi è difficile immaginare il resto della mia vita in modo minimamente soddisfacente, essendo la sofferenza fisica e il dolore diventati per me insostenibili e la non autosufficienza diventata per me insopportabile. Sono arrivato quindi ad immaginare l’accompagnamento alla morte volontaria, che è il frutto di una lunghissima riflessione”.
È un passaggio di una lunga lettera con cui Loris Bertocco, originario di Fiesso D’Artico (Venezia), paralizzato in seguito a un incidente dall’età di 18 anni e cieco dall’età di 38, spiega a Repubblica le ragioni dell’addio e della scelta di suicidio assistito in Svizzera.
“Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere come un vegetale”, afferma. “Il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata”.
“È necessario alzare la soglia massima relativa all’Impegnativa di cura domiciliare e fisica oggi fissata a mille euro, ferma al 2004 e quindi anacronistica e del tutto insufficiente per assicurare le collaborazioni indispensabili.
Il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologico’ e sul ‘fine vita’. Vi sono situazioni che evolvono inesorabilmente verso l’insostenibilità.
Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ora è arrivato il momento. Porto con me l’amore che ho ricevuto e lascio questo scritto augurandomi che possa essere di aiuto alle tante persone che stanno affrontando ogni giorno un vero e proprio calvario”.
“Avrei voluto che fosse il mio Paese, l’Italia, a garantirmi la possibilità di morire dignitosamente, senza dolore, accompagnato con serenità per quanto possibile. Invece devo cercare altrove questa ultima possibilità. Non lo trovo giusto. Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria, perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità”.
E’ un passaggio dell’addio che Loris Bertocco, 59 anni, ha voluto lasciare prima di morire ieri a Zurigo in una clinica che pratica il suicidio assistito, come riportano anche Corriere Veneto, Gazzettino, Nuova Venezia. La richiesta di accompagnamento alla morte volontaria, spiega Bertocco nella sua lettera ‘testamento’, è frutto “di una lunghissima riflessione”, una scelta meditata da tempo “e alla quale è giunto progressivamente ma in modo irreversibile: sono stato e sono ancora convinto che la vita sia bella e sia giusto goderla in tutti i suoi vari aspetti, sia quelli positivi che quelli negativi”.
La lunga lettera cita i problemi, anche di natura economica, avuti negli ultimi tempi. Dalla ristrutturazione della casa familiare, diventata sempre più onerosa dopo la scomparsa del padre e la malattia della madre, alla separazione dalla moglie, alla malattia della sorella, affetta da una grave sclerosi multipla.
Bertocco, tra i fondatori dei Verdi italiani e attivista in materia di ambiente e diritti, nel suo messaggio parla in particolare dell’aspetto economico. “Dal 2005 ho percepito un contributo di mille euro dalla Regione Veneto per pagare parzialmente un’assistente che mi aiutava nei miei bisogni quotidiani e questo aiuto mi è stato di grande sollievo – sottolinea –. Dal 2011 in poi, mancando il supporto di mia moglie e avendo bisogno di assistenza 24 ore su 24 ho tentato di accedere ad ulteriori contributi straordinari della Regione Veneto per casi di particolare gravità”. E aggiunge: “ho lottato con la Regione per quasi due anni senza ottenere il risultato che speravo”. Duro il suo atto d’accusa: “sono convinto che, se avessi potuto usufruire di una assistenza adeguata, avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni e forse avrei magari rinviato la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ma questa scelta l’avrei compiuta comunque, data la mia condizione fisica che continua progressivamente a peggiorare e le sue prospettive”.
Fonte
L’ultimo caso, quello di Loris Bertocco, tra i fondatori dei Verdi italiani e attivista in materia di ambiente e diritti, alza il velo sul punto che fin qui era stato accuratamente nascosto: l’assistenza ai malati. Ovvero lo scarico sui malati e le loro famiglie di quasi tutto il peso economico delle cure.
Nel caso di Bertocco, infatti, questo peso è diventato così insostenibile da portarlo a scegliere di metter fine alla propria vita. Non perché stanco di vivere, ma semplicemente perché diventato troppo povero per potersi continuare a curare.
Stiamo parlando di un condizione doppiamente terribile – malattia ed esaurimento delle risorse economiche – che dovrebbe consigliare il silenzio a tanti “samaritani radicali” che invece blaterano anche in questo caso del “diritto al fine vita”, come se le parole di Bertocco non fossero abbastanza chiare: “Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze.”
Parole che invitano in primo luogo a migliorare l’assistenza, magari “elevando la soglia massima relativa all’Impegnativa di cura domiciliare e fisica oggi fissata a mille euro, ferma al 2004 e quindi anacronistica e del tutto insufficiente per assicurare le collaborazioni indispensabili”.
I tagli alla sanità, ormai dovrebbe essere evidente a tutti, sono una macchina infernale che toglie vita alle persone, in una spirale schizofrenica di dichiarazioni ministeriali puntualmente smentite dai fatti. Anche il più banale dei trucchi amministrativi – non adeguare un’indennità al crescere dell’inflazione reale – diventa così un dispositivo omicida. Una tragedia che da anni proviamo a raccontare con la formula “dovete morire prima”, sintesi di tutti i dispositivi normativi che accompagnano il taglio della spesa pubblica e soprattutto di quella sanitaria.
L’aspetto più insopportabile – lo ripetiamo – è che questo “incentivo alla morte” venga dipinto dai media come “una battaglia di civiltà”, strumentalizzando oscenamente alcuni casi-limite per narrare quasi un’“attenzione premurosa” per i diritti individuali. Come se venire spinti al suicidio – assistito, in questo caso, più “autogestito” nella maggioranza degli altri – fosse un modo di farci un favore...
Qui di seguito stralci della lettera di Loris Bertocco, così come sintetizzata dall’Ansa.
*****
È un passaggio di una lunga lettera con cui Loris Bertocco, originario di Fiesso D’Artico (Venezia), paralizzato in seguito a un incidente dall’età di 18 anni e cieco dall’età di 38, spiega a Repubblica le ragioni dell’addio e della scelta di suicidio assistito in Svizzera.
“Credo che sia giusto fare questa scelta prima di trovarmi nel giro di poco tempo a vivere come un vegetale”, afferma. “Il muro contro il quale ho continuato per anni a battermi è più alto che mai e continua a negarmi il diritto ad una assistenza adeguata”.
“È necessario alzare la soglia massima relativa all’Impegnativa di cura domiciliare e fisica oggi fissata a mille euro, ferma al 2004 e quindi anacronistica e del tutto insufficiente per assicurare le collaborazioni indispensabili.
Il mio impegno estremo, il mio appello, è adesso in favore di una legge sul ‘testamento biologico’ e sul ‘fine vita’. Vi sono situazioni che evolvono inesorabilmente verso l’insostenibilità.
Sono convinto che se avessi potuto usufruire di assistenza adeguata avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni, e forse avrei magari rinviato di un po’ la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ora è arrivato il momento. Porto con me l’amore che ho ricevuto e lascio questo scritto augurandomi che possa essere di aiuto alle tante persone che stanno affrontando ogni giorno un vero e proprio calvario”.
“Avrei voluto che fosse il mio Paese, l’Italia, a garantirmi la possibilità di morire dignitosamente, senza dolore, accompagnato con serenità per quanto possibile. Invece devo cercare altrove questa ultima possibilità. Non lo trovo giusto. Il mio appello è che si approvi al più presto una buona legge sull’accompagnamento alla morte volontaria, perché fino all’ultimo la vita va rispettata e garantita nella sua dignità”.
E’ un passaggio dell’addio che Loris Bertocco, 59 anni, ha voluto lasciare prima di morire ieri a Zurigo in una clinica che pratica il suicidio assistito, come riportano anche Corriere Veneto, Gazzettino, Nuova Venezia. La richiesta di accompagnamento alla morte volontaria, spiega Bertocco nella sua lettera ‘testamento’, è frutto “di una lunghissima riflessione”, una scelta meditata da tempo “e alla quale è giunto progressivamente ma in modo irreversibile: sono stato e sono ancora convinto che la vita sia bella e sia giusto goderla in tutti i suoi vari aspetti, sia quelli positivi che quelli negativi”.
La lunga lettera cita i problemi, anche di natura economica, avuti negli ultimi tempi. Dalla ristrutturazione della casa familiare, diventata sempre più onerosa dopo la scomparsa del padre e la malattia della madre, alla separazione dalla moglie, alla malattia della sorella, affetta da una grave sclerosi multipla.
Bertocco, tra i fondatori dei Verdi italiani e attivista in materia di ambiente e diritti, nel suo messaggio parla in particolare dell’aspetto economico. “Dal 2005 ho percepito un contributo di mille euro dalla Regione Veneto per pagare parzialmente un’assistente che mi aiutava nei miei bisogni quotidiani e questo aiuto mi è stato di grande sollievo – sottolinea –. Dal 2011 in poi, mancando il supporto di mia moglie e avendo bisogno di assistenza 24 ore su 24 ho tentato di accedere ad ulteriori contributi straordinari della Regione Veneto per casi di particolare gravità”. E aggiunge: “ho lottato con la Regione per quasi due anni senza ottenere il risultato che speravo”. Duro il suo atto d’accusa: “sono convinto che, se avessi potuto usufruire di una assistenza adeguata, avrei vissuto meglio la mia vita, soprattutto questi ultimi anni e forse avrei magari rinviato la scelta di mettere volontariamente fine alle mie sofferenze. Ma questa scelta l’avrei compiuta comunque, data la mia condizione fisica che continua progressivamente a peggiorare e le sue prospettive”.
Fonte
06/10/2017
Torino. Manifestare in piazza non è ancora un reato
In un crescente e isterico clima da stato di polizia, in cui anche le regioni amministrate dalla destra concorrono a voler colpire le libertà politiche, colpiscono invece le motivazioni del giudice di Torino che ha portato alla scarcerazione di due compagni arrestati la sera della manifestazione contro il vertice del G7 a Torino, arrestati a corteo concluso da tempo e sulla base della “flagranza differita”.
“La semplice presenza alla manifestazione anche durante gli scontri, essendo espressione del libro esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, non integra gli estremi di alcun reato”. E’ sulla base di questa valutazione che il gip Irene Gallesio, del tribunale di Torino, ha scagionato Andrea Bonadonna, noto attivista del centro sociale Askatasuna, dall’accusa di violenza a pubblico ufficiale durante gli scontri di Venaria reale in occasione del G7.
Andrea Bonadonna è stato scarcerato e sottoposto all’obbligo di dimora solo per essersi avvicinato agli agenti che stavano bloccando un dimostrante. E’ accusato di resistenza di lesioni a due poliziotti, la cui prognosi è di 7 e di 8 giorni. Andrea Bonadonna, arrestato la sera di sabato, ha fornito la sua versione sull’accaduto (voleva difendere un dimostrante bloccato a terra da due sconosciuti in borghese, e non ha picchiato nessuno), ha negato di avere preso parte agli scontri o al lancio di petardi contro le forze dell’ordine e il giudice gli ha dato ragione.
Fonte
“La semplice presenza alla manifestazione anche durante gli scontri, essendo espressione del libro esercizio di un diritto costituzionalmente garantito, non integra gli estremi di alcun reato”. E’ sulla base di questa valutazione che il gip Irene Gallesio, del tribunale di Torino, ha scagionato Andrea Bonadonna, noto attivista del centro sociale Askatasuna, dall’accusa di violenza a pubblico ufficiale durante gli scontri di Venaria reale in occasione del G7.
Andrea Bonadonna è stato scarcerato e sottoposto all’obbligo di dimora solo per essersi avvicinato agli agenti che stavano bloccando un dimostrante. E’ accusato di resistenza di lesioni a due poliziotti, la cui prognosi è di 7 e di 8 giorni. Andrea Bonadonna, arrestato la sera di sabato, ha fornito la sua versione sull’accaduto (voleva difendere un dimostrante bloccato a terra da due sconosciuti in borghese, e non ha picchiato nessuno), ha negato di avere preso parte agli scontri o al lancio di petardi contro le forze dell’ordine e il giudice gli ha dato ragione.
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09/09/2017
In Italia violate le convenzioni Onu su carceri, tortura, trattamento dei fermati
L’Italia è finita nuovamente sotto il mirino del Comitato per la Prevenzione della Tortura, un organismo europeo che da anni monitora gli abusi commessi dalle autorità di polizia e penitenziarie verso i cittadini di vari paesi. In un documento di 70 pagine diffuso ieri a Strasburgo, il Cpt denuncia la insostenibile situazione nelle carceri italiane, che continua a non essere soddisfacente per il sovraffollamento e le condizioni in cui vivono i detenuti. Il dossier è il risultato delle ispezioni compiute in Italia dall’8 al 21 aprile di quest’anno e denuncia anche i diversi casi dove le persone fermate dalle forze dell’ordine hanno subito maltrattamenti e violenze, con un uso sproporzionato della violenza da parte di polizia e carabinieri, senza che vi siano state sanzioni contro i colpevoli. In tal senso la legge che ha istituito il 5 luglio scorso il reato di tortura nell’ordinamento nazionale viene ritenuta inadeguata, perché non rispetta i precetti della Convenzione Onu contro la tortura del 1984 e, così com’è, “non affronta adeguatamente le questioni sollevate dalla Corte europea dei Diritti dell’Uomo” nelle sentenze sui fatti del G8 di Genova.
Per quanto riguarda la nuova legge sulla tortura, il Cpt critica in particolare il testo (che era ancora in fase di approvazione quando è stato redatto il rapporto) perché prevede che, affinché sussista il reato, “le violenze devono essere reiterate e possono essere commesse da un individuo ordinario”, anziché da pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. “Il fatto che un atto di tortura possa essere compiuto da un pubblico ufficiale non è considerato come un reato in sé, ma piuttosto come un fattore aggravante”, lamenta il rapporto del Cpt (pag. 12, par. 7). Inoltre, secondo la nuova legge “il reato di tortura è soggetto a prescrizione”, contrariamente a quanto prescrive la Convenzione Onu del 1984.
Sui maltrattamenti di detenuti e persone in stato di fermo, “la maggioranza dei detenuti incontrati dalla delegazione del Cpt ha indicato di essere stata trattata correttamente dai pubblici ufficiali. Tuttavia – riferisce il rapporto – sono state ricevute anche accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza, in particolare da parte di esponenti della Polizia di Stato e dei Carabinieri”. I maltrattamenti (“schiaffi, pugni, calci e colpi con manganelli al momento del fermo e dopo il trasferimento” in questura o in caserma) sono stati in diversi casi supportati da documentazione medica. Secondo il Cpt, le autorità dovrebbero indirizzare ai membri delle forze dell’ordine “un chiaro messaggio sul fatto che qualunque forma di maltrattamento fisico è inaccettabile e sarà perseguito e sanzionato di conseguenza”.
Riguardo alle condizioni di detenzione, una menzione negativa particolare è contenuta nel rapporto del Cpt per quanto riguarda le camere di sicurezza della Questura di Firenze, e denunce dei detenuti di maltrattamenti da parte del personale di sorveglianza sono state riportate in tutte le prigioni visitate, con l’eccezione di quella di Ascoli Piceno.
Sul sovraffollamento delle prigioni, il Comitato riconosce gli sforzi compiuti dall’Italia, che ha ridotto la popolazione carceraria di 11.000 unità e aumentato la capacità delle carceri di 2.500 posti nel corso del triennio 2013-2015. Tuttavia, dall’inizio del 2016 la popolazione carceraria ha ripreso a crescere, con un aumento in particolare dei cittadini stranieri, e oggi persiste la condizione di sovraffollamento, con il 16% dei detenuti che hanno a disposizione meno di 4 metri quadri a testa. Nella sua risposta al rapporto, anch’essa pubblicata oggi, il governo italiano riferisce che al 31 dicembre 2016 i detenuti erano 54.653, rispetto ai 52.164 di un anno prima.
Fonte
Per quanto riguarda la nuova legge sulla tortura, il Cpt critica in particolare il testo (che era ancora in fase di approvazione quando è stato redatto il rapporto) perché prevede che, affinché sussista il reato, “le violenze devono essere reiterate e possono essere commesse da un individuo ordinario”, anziché da pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio. “Il fatto che un atto di tortura possa essere compiuto da un pubblico ufficiale non è considerato come un reato in sé, ma piuttosto come un fattore aggravante”, lamenta il rapporto del Cpt (pag. 12, par. 7). Inoltre, secondo la nuova legge “il reato di tortura è soggetto a prescrizione”, contrariamente a quanto prescrive la Convenzione Onu del 1984.
Sui maltrattamenti di detenuti e persone in stato di fermo, “la maggioranza dei detenuti incontrati dalla delegazione del Cpt ha indicato di essere stata trattata correttamente dai pubblici ufficiali. Tuttavia – riferisce il rapporto – sono state ricevute anche accuse di maltrattamenti fisici e uso eccessivo della forza, in particolare da parte di esponenti della Polizia di Stato e dei Carabinieri”. I maltrattamenti (“schiaffi, pugni, calci e colpi con manganelli al momento del fermo e dopo il trasferimento” in questura o in caserma) sono stati in diversi casi supportati da documentazione medica. Secondo il Cpt, le autorità dovrebbero indirizzare ai membri delle forze dell’ordine “un chiaro messaggio sul fatto che qualunque forma di maltrattamento fisico è inaccettabile e sarà perseguito e sanzionato di conseguenza”.
Riguardo alle condizioni di detenzione, una menzione negativa particolare è contenuta nel rapporto del Cpt per quanto riguarda le camere di sicurezza della Questura di Firenze, e denunce dei detenuti di maltrattamenti da parte del personale di sorveglianza sono state riportate in tutte le prigioni visitate, con l’eccezione di quella di Ascoli Piceno.
Sul sovraffollamento delle prigioni, il Comitato riconosce gli sforzi compiuti dall’Italia, che ha ridotto la popolazione carceraria di 11.000 unità e aumentato la capacità delle carceri di 2.500 posti nel corso del triennio 2013-2015. Tuttavia, dall’inizio del 2016 la popolazione carceraria ha ripreso a crescere, con un aumento in particolare dei cittadini stranieri, e oggi persiste la condizione di sovraffollamento, con il 16% dei detenuti che hanno a disposizione meno di 4 metri quadri a testa. Nella sua risposta al rapporto, anch’essa pubblicata oggi, il governo italiano riferisce che al 31 dicembre 2016 i detenuti erano 54.653, rispetto ai 52.164 di un anno prima.
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26/07/2017
Diagnostica specialistica, si può evitare di attendere anni
Le
liste di attesa negli ospedali pubblici, o nei centri convenzionati con
il nostro Servizio Sanitario Nazionale, per fare un esame diagnostico,
per una visita medica specialistica sono molto spesso interminabili,
lunghissime. Noi sappiamo che una persona affetta da patologia deve
avere una risposta in tempi rapidissimi, è una questione fondamentale
per la sua salute, per la sua esistenza. Non si può quindi attendere che
la patologia si aggravi.
La maggioranza delle persone non ha possibilità di rivolgersi a una struttura privata, pagando quindi di tasca propria, per fare una visita medica, o un esame specialistico quali a esempio una TAC, o una Risonanza Magnetica Nucleare, o una Ecografia. La legge parla chiaro e le prestazioni mediche alle quali una persona, un paziente, ha diritto entro tempi sicuri e prestabiliti sono trenta giorni per una visita medica specialistica e sessanta giorni per gli esami diagnostici.
Se questi tempi non vengono rispettati, la persona può e deve pretendere che la stessa prestazione venga prestata dal medico in forma privata, cioè in intramoenia, senza costi aggiuntivi, senza un costo aggiuntivo al ticket che ha già pagato.
Bisogna dire che i limiti temporali di 30 e 60 giorni non sono validi nel caso si tratti di esami d’urgenza, dove non è indispensabile andare al Pronto Soccorso.
In questi casi le prestazioni devono essere prestate, dal momento della richiesta, entro 24 ore o, a seconda dei casi, entro sette giorni dalla presentazione della richiesta.
Va specificato che tale richiesta non deve essere fatta per telefono e tanto meno online, ma direttamente allo sportello della struttura ospedaliera; se una persona è affetta da malattie cardiovascolari, o da tumori, il tempo per l’attesa di un esame diagnostico non deve essere superiore ai 30 giorni. Esiste, per il medico che prescrive tali visite, o accertamenti diagnostici, un CODICE DI PRIORITA’.
Codice U cioè urgente per ottenere la prestazione entro le 72 ore.
Codice B cioè breve per ottenerla entro 10 giorni.
Codice D, o differibile, per ottenere entro 30 giorni la visita specialistica, e 60 giorni per gli esami diagnostici.
Codice P per tutto ciò che è programmabile.
Il Decreto Legislativo numero 124/1998 è molto chiaro e il comma 10 fissa in maniera molto precisa le regole per le liste d’attesa.
«Le regioni disciplinano i criteri secondo i quali i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere determinano, entro trenta giorni dall’efficacia della disciplina regionale, il tempo massimo che può intercorrere tra la data della richiesta delle prestazioni di cui ai commi 3 e 4 e l’erogazione della stessa. Di tale termine è data comunicazione all’assistito al momento della presentazione della domanda della prestazione, nonché idonea pubblicità a cura delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere.»
L’articolo 3 al comma 13 così specifica:
«Qualora l’attesa della prestazione richiesta si prolunghi oltre il termine fissato dal direttore generale ai sensi dei commi 10 e 11, l’assistito può chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, ponendo a carico dell’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e dell’azienda unità sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione, in misura eguale, la differenza tra la somma versata a titolo di partecipazione al costo della prestazione e l’effettivo costo di quest’ultima, sulla scorta delle tariffe vigenti. Nel caso l’assistito sia esente dalla predetta partecipazione l’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e l’azienda unita’ sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione corrispondono, in misura eguale, l’intero costo della prestazione.»
Come si legge tutto è abbastanza chiaro e vantaggioso, questa regolamentazione è conosciuta da pochi e né ospedali, né tantomeno strutture ASL tendono a chiarire e informare le persone dei loro diritti. La persona, il malato in causa, deve presentare una domanda, una richiesta fatta semplicemente in carta semplice per “prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria”. Tale richiesta va indirizzata al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di appartenenza. La richiesta, dove si forniscono anche i propri dati, deve specificare se si tratta di visita specialistica, o di un preciso esame diagnostico, e riferire che il CUP ha comunicato l’impossibilità di effettuare la prenotazione richiesta (indicare esattamente la data ricordandovi i tempi prescritti per le visite e per gli esami dignostici), specificando che la prestazione ha carattere di urgenza.
Ricordate (repetita iuvant) che tale prestazione deve essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale ai sensi del Decreto Legislativo 124/1998 articolo 3 comma 3, chiedendo una immediata comunicazione. In mancanza di prenotazione nel regime di attività libero-professionale intramuraria il malato, la persona effettuerà tale prestazione privatamente, e farà il preavviso per una successiva richiesta di rimborso alla ASL.
Nel caso che tale visita o esami diagnostici abbiano carattere di urgenza e il malato non possa attendere, la persona, il malato DEVE IMPORSI e chiedere alla struttura ospedaliera che gli venga garantita una visita specialistica medica in intramoenia, SENZA IL PAGAMENTO, OLTRE AL TICKET, DI ALCUNA ALTRA SOMMA DI DANARO.
In caso contrario il malato può rivolgersi privatamente chiedendo, in seguito, il rimborso dell’ASL.
Per presentare la vostra istanza al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria oppure all’Azienda Ospedaliera si dovrà compilare un modulo simile al seguente e spedirlo con raccomandata.
Al Direttore Generale
La maggioranza delle persone non ha possibilità di rivolgersi a una struttura privata, pagando quindi di tasca propria, per fare una visita medica, o un esame specialistico quali a esempio una TAC, o una Risonanza Magnetica Nucleare, o una Ecografia. La legge parla chiaro e le prestazioni mediche alle quali una persona, un paziente, ha diritto entro tempi sicuri e prestabiliti sono trenta giorni per una visita medica specialistica e sessanta giorni per gli esami diagnostici.
Se questi tempi non vengono rispettati, la persona può e deve pretendere che la stessa prestazione venga prestata dal medico in forma privata, cioè in intramoenia, senza costi aggiuntivi, senza un costo aggiuntivo al ticket che ha già pagato.
Bisogna dire che i limiti temporali di 30 e 60 giorni non sono validi nel caso si tratti di esami d’urgenza, dove non è indispensabile andare al Pronto Soccorso.
In questi casi le prestazioni devono essere prestate, dal momento della richiesta, entro 24 ore o, a seconda dei casi, entro sette giorni dalla presentazione della richiesta.
Va specificato che tale richiesta non deve essere fatta per telefono e tanto meno online, ma direttamente allo sportello della struttura ospedaliera; se una persona è affetta da malattie cardiovascolari, o da tumori, il tempo per l’attesa di un esame diagnostico non deve essere superiore ai 30 giorni. Esiste, per il medico che prescrive tali visite, o accertamenti diagnostici, un CODICE DI PRIORITA’.
Codice U cioè urgente per ottenere la prestazione entro le 72 ore.
Codice B cioè breve per ottenerla entro 10 giorni.
Codice D, o differibile, per ottenere entro 30 giorni la visita specialistica, e 60 giorni per gli esami diagnostici.
Codice P per tutto ciò che è programmabile.
Il Decreto Legislativo numero 124/1998 è molto chiaro e il comma 10 fissa in maniera molto precisa le regole per le liste d’attesa.
«Le regioni disciplinano i criteri secondo i quali i direttori generali delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere determinano, entro trenta giorni dall’efficacia della disciplina regionale, il tempo massimo che può intercorrere tra la data della richiesta delle prestazioni di cui ai commi 3 e 4 e l’erogazione della stessa. Di tale termine è data comunicazione all’assistito al momento della presentazione della domanda della prestazione, nonché idonea pubblicità a cura delle aziende unità sanitarie locali ed ospedaliere.»
L’articolo 3 al comma 13 così specifica:
«Qualora l’attesa della prestazione richiesta si prolunghi oltre il termine fissato dal direttore generale ai sensi dei commi 10 e 11, l’assistito può chiedere che la prestazione venga resa nell’ambito dell’attività libero-professionale intramuraria, ponendo a carico dell’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e dell’azienda unità sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione, in misura eguale, la differenza tra la somma versata a titolo di partecipazione al costo della prestazione e l’effettivo costo di quest’ultima, sulla scorta delle tariffe vigenti. Nel caso l’assistito sia esente dalla predetta partecipazione l’azienda unità sanitaria locale di appartenenza e l’azienda unita’ sanitaria locale nel cui ambito è richiesta la prestazione corrispondono, in misura eguale, l’intero costo della prestazione.»
Come si legge tutto è abbastanza chiaro e vantaggioso, questa regolamentazione è conosciuta da pochi e né ospedali, né tantomeno strutture ASL tendono a chiarire e informare le persone dei loro diritti. La persona, il malato in causa, deve presentare una domanda, una richiesta fatta semplicemente in carta semplice per “prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria”. Tale richiesta va indirizzata al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria di appartenenza. La richiesta, dove si forniscono anche i propri dati, deve specificare se si tratta di visita specialistica, o di un preciso esame diagnostico, e riferire che il CUP ha comunicato l’impossibilità di effettuare la prenotazione richiesta (indicare esattamente la data ricordandovi i tempi prescritti per le visite e per gli esami dignostici), specificando che la prestazione ha carattere di urgenza.
Ricordate (repetita iuvant) che tale prestazione deve essere a carico del Servizio Sanitario Nazionale ai sensi del Decreto Legislativo 124/1998 articolo 3 comma 3, chiedendo una immediata comunicazione. In mancanza di prenotazione nel regime di attività libero-professionale intramuraria il malato, la persona effettuerà tale prestazione privatamente, e farà il preavviso per una successiva richiesta di rimborso alla ASL.
Nel caso che tale visita o esami diagnostici abbiano carattere di urgenza e il malato non possa attendere, la persona, il malato DEVE IMPORSI e chiedere alla struttura ospedaliera che gli venga garantita una visita specialistica medica in intramoenia, SENZA IL PAGAMENTO, OLTRE AL TICKET, DI ALCUNA ALTRA SOMMA DI DANARO.
In caso contrario il malato può rivolgersi privatamente chiedendo, in seguito, il rimborso dell’ASL.
Per presentare la vostra istanza al Direttore Generale dell’Azienda Sanitaria oppure all’Azienda Ospedaliera si dovrà compilare un modulo simile al seguente e spedirlo con raccomandata.
*****
Al Direttore Generale
dell’Azienda Sanitaria (o Ospedaliera)………
Oggetto: Istanza per prestazione in regime di attività libero-professionale intramuraria.
Il
sottoscritto ………………, nato a ……….. il……………, residente a …………….., in Via
……………., Cod. Fisc.: ….. Premesso-‐che in data ….. gli è stato prescritto
il seguente accertamento diagnostico (o visita specialistica): ………;
- che in data … il CUP ha comunicato l’impossibilità di prenotare la prenotazione richiesta prima del ……;
- che
in data …………. con lettera raccomandata ricevuta il ………………………., il
sottoscritto richiedeva che la prestazione richiesta venisse resa in
regime di attivitàlibero-professionale intramuraria con onere a carico
del SSN ai sensi del D.Lgs. 124/98, art. 3, comma. 13;
- che a tale richiesta codesta Azienda non ha dato alcun riscontro;
- che
la prestazione richiesta, per la sua natura di urgenza incompatibile
con i tempi di attesa previsti, si è dovuta effettuare privatamente, in
data ……….., presso ………;
- che per la suddetta prestazione il sottoscritto ha anticipato la somma di euro ……come da fattura che si allega;
Chiede
che la somma anticipata gli sia rimborsata da codesta Azienda, al netto di quanto eventualmente dovuto a titolo di ticket.
Luogo e data ……
Firma dell’interessato
Prof. Roberto Suozzi
Medico-chirurgo
Farmacologo Clinico
13/06/2017
La precarizzazione sociale
Sono passati quasi vent’anni, ormai, da quando un gruppo di giovani militanti di sinistra, alla fine degli studi, provarono a costruire un soggetto sociale capace di aggregare i lavoratori atipici, e soprattutto di sindacalizzarli, in qualche forma che allora non riuscivamo a mettere a fuoco. Il nostro collettivo si chiamava Agire contro la precarietà e, fatta eccezione per qualche faticosa iniziativa di piazza, le nostre riunioni somigliavano più a sedute di autocoscienza che all’organizzazione di lotte o vertenze.
Ma era già qualcosa, perché nel Duemila, purtroppo, non si riusciva a trasmettere al mondo esterno il disagio della flessibilità come condizione di vita. Il NIdil-CGIL era appena nato, e comunque appariva anch’esso come un esperimento, più che un’organizzazione. I lavoratori stabili, invece – e quindi anche i nostri genitori e parenti – sembravano completamente sordi alle difficoltà incontrate nella condizione del precariato. Gli “atipici” erano colpevolizzati implicitamente per non voler accettare l’inevitabile “gavetta”, o perché non comprendevano fino in fondo la fortuna (sic!) di non essere vincolati a un posto fisso.
Leggere il nuovo libro di Bruno Ugolini (Vite ballerine. Prima e dopo il Jobs Act, Ediesse 2016) mi ha trascinato nel passato, facendomi rivedere volti, storie e affanni. In questo libro vengono raccolti i numerosi articoli accumulati dall’autore, che raccontano storie individuali di ordinaria precarietà, comprese tra il 1999 e il 2016. Tutti i settori professionali sono attraversati da queste biografie lavorative, dalla fabbrica all’editoria, dalla sanità all’universo delle partite IVA. Nelle parti successive del libro si esplorano le principali narrazioni e manifestazioni d’attenzione al fenomeno del precariato, sviluppatesi attraverso il cinema o la letteratura negli ultimi anni, fino a dedicare – in coda – uno spazio ad analisi e interviste, per indagare se e come il Jobs Act abbia modificato quel mondo, e quelle storie.
Il dibattito sul precariato è costantemente deficitario, in realtà. E ancora oggi, nonostante siano trascorsi quasi vent’anni, mi pare che neanche le forze di sinistra riescano a mettere a fuoco il problema, poiché non riescono a mantenere sotto la lente entrambi i lati critici che determinano il dramma del lavoro precario (e che devono essere considerati insieme, e mai separatamente).
Il primo lato del problema è infatti quello dei diritti. Non v’è dubbio, come pure emerge nei racconti di vita proposti da Ugolini, che l’assenza dei diritti alle ferie, alla malattia, ai congedi di maternità e quant’altro, costituisca uno dei principali motivi di disagio del lavoratore atipico. Se un libero professionista capace di importanti guadagni può far fronte all’assenza di quelle tutele con il surplus reddituale che è in grado di produrre, lo stesso non si può dire per il lavoratore precario a basso reddito, il quale è costretto a penare in una condizione di effettiva povertà per molti anni della sua vita. Questa assenza di diritti può provocare drammatiche decisioni nella progettazione della propria esistenza (come la rinuncia ad avere figli) o cattive condizioni di salute.
Ma il precariato non esaurisce qui il suo negativo impatto sociale. Infatti, si ha un bel dire ripetendo che il Jobs Act abbia introdotto nuove tutele per chi prima non ne aveva, perché il problema dei diritti – se isolato – è un falso problema. Tra l’altro l’esplosione dei Voucher (che non può essere separata dall’introduzione delle tutele crescenti, e ne è anzi una conseguenza), dimostra che se per pochi il vecchio contratto da precario si è trasformato nell’aggregazione di alcuni diritti, per moltissimi la condizione di flessibilità è peggiorata drasticamente, in quanto le tutele di un Voucher sono addirittura inferiori ai vecchi rapporti di collaborazione.
Il cuore del problema del precariato è tuttavia un altro, e diventa esplosivo se agganciato alla privazione dei diritti. Il libro di Ugolini insiste poco su questo, sebbene non si esima dall’evidenziarlo.
Il punto chiave è infatti la ricattabilità del lavoratore. Questo concetto la società civile lo capisce poco perché siamo rientrati in una concezione verticale dei rapporti di lavoro – quasi ottocentesca – in cui è percepito come legittimo e pacifico il potere assoluto del datore di lavoro sui suoi sottoposti. Per questa ragione, un lavoratore tenuto al guinzaglio da bassi redditi e contratti precari, quindi costantemente esposto alla perdita del lavoro, è costretto ad accettare qualunque condizione.
La più comune è il lavoro aggiuntivo non pagato. Quante commesse si sentono chiedere di rimanere ancora un po’ fuori orario per “sistemare”? Chi paga? Pochi sono disposti a rischiare di perdere il lavoro o di non superare il “periodo di prova”. Personalmente ho vissuto quattordici anni di precariato, in diversi settori, e posso dire con certezza che una tipica rinuncia dovuta alla ricattabilità sono le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro. Quasi sempre si evita inoltre di contestare procedure che possono apparire equivoche o illegali. Si firma quello che sarebbe meglio non firmare. Si è disposti ad accettare qualunque forma di controllo. Qualcuno – ahimè – è costretto a sottostare anche a molestie personali.
Questo costante ricatto cui è esposto il lavoratore ne lede profondamente la dignità. Il punto cruciale è questo. Certamente l’assenza di diritti impedisce una progettazione di vita. Ma agganciamola alla perdita dell’autostima, di orgoglio nel lavoro, all’essere costantemente in balia del capo.
Gran parte della giornata di un individuo è dedicata al lavoro, e la dimensione del ricatto determina un perpetuo desiderio di fuga dalla propria esistenza. Beh, questo è un male sociale molto profondo, e soprattutto abitua chi lavora all’idea della sudditanza.
Ora, va compreso che il Jobs Act non solo non scalfisce questo punto, ma abolendo di fatto l’articolo 18, determina un’estensione sociale del ricatto gerarchico. Tutti sono licenziabili in qualunque momento. Tutti, quindi, sono precari. E basta licenziarne uno per educarne cento, per creare in azienda un clima di terrore, di obbedienza, di oppressione.
Il precariato, dunque, non è un fenomeno superato. Si è invece moltiplicato fino a prospettarsi come condizione naturale dei rapporti sociali. L’avevamo previsto vent’anni fa, ma non siamo riusciti a far nulla per impedirlo.
Fonte
Ma era già qualcosa, perché nel Duemila, purtroppo, non si riusciva a trasmettere al mondo esterno il disagio della flessibilità come condizione di vita. Il NIdil-CGIL era appena nato, e comunque appariva anch’esso come un esperimento, più che un’organizzazione. I lavoratori stabili, invece – e quindi anche i nostri genitori e parenti – sembravano completamente sordi alle difficoltà incontrate nella condizione del precariato. Gli “atipici” erano colpevolizzati implicitamente per non voler accettare l’inevitabile “gavetta”, o perché non comprendevano fino in fondo la fortuna (sic!) di non essere vincolati a un posto fisso.
Leggere il nuovo libro di Bruno Ugolini (Vite ballerine. Prima e dopo il Jobs Act, Ediesse 2016) mi ha trascinato nel passato, facendomi rivedere volti, storie e affanni. In questo libro vengono raccolti i numerosi articoli accumulati dall’autore, che raccontano storie individuali di ordinaria precarietà, comprese tra il 1999 e il 2016. Tutti i settori professionali sono attraversati da queste biografie lavorative, dalla fabbrica all’editoria, dalla sanità all’universo delle partite IVA. Nelle parti successive del libro si esplorano le principali narrazioni e manifestazioni d’attenzione al fenomeno del precariato, sviluppatesi attraverso il cinema o la letteratura negli ultimi anni, fino a dedicare – in coda – uno spazio ad analisi e interviste, per indagare se e come il Jobs Act abbia modificato quel mondo, e quelle storie.
Il dibattito sul precariato è costantemente deficitario, in realtà. E ancora oggi, nonostante siano trascorsi quasi vent’anni, mi pare che neanche le forze di sinistra riescano a mettere a fuoco il problema, poiché non riescono a mantenere sotto la lente entrambi i lati critici che determinano il dramma del lavoro precario (e che devono essere considerati insieme, e mai separatamente).
Il primo lato del problema è infatti quello dei diritti. Non v’è dubbio, come pure emerge nei racconti di vita proposti da Ugolini, che l’assenza dei diritti alle ferie, alla malattia, ai congedi di maternità e quant’altro, costituisca uno dei principali motivi di disagio del lavoratore atipico. Se un libero professionista capace di importanti guadagni può far fronte all’assenza di quelle tutele con il surplus reddituale che è in grado di produrre, lo stesso non si può dire per il lavoratore precario a basso reddito, il quale è costretto a penare in una condizione di effettiva povertà per molti anni della sua vita. Questa assenza di diritti può provocare drammatiche decisioni nella progettazione della propria esistenza (come la rinuncia ad avere figli) o cattive condizioni di salute.
Ma il precariato non esaurisce qui il suo negativo impatto sociale. Infatti, si ha un bel dire ripetendo che il Jobs Act abbia introdotto nuove tutele per chi prima non ne aveva, perché il problema dei diritti – se isolato – è un falso problema. Tra l’altro l’esplosione dei Voucher (che non può essere separata dall’introduzione delle tutele crescenti, e ne è anzi una conseguenza), dimostra che se per pochi il vecchio contratto da precario si è trasformato nell’aggregazione di alcuni diritti, per moltissimi la condizione di flessibilità è peggiorata drasticamente, in quanto le tutele di un Voucher sono addirittura inferiori ai vecchi rapporti di collaborazione.
Il cuore del problema del precariato è tuttavia un altro, e diventa esplosivo se agganciato alla privazione dei diritti. Il libro di Ugolini insiste poco su questo, sebbene non si esima dall’evidenziarlo.
Il punto chiave è infatti la ricattabilità del lavoratore. Questo concetto la società civile lo capisce poco perché siamo rientrati in una concezione verticale dei rapporti di lavoro – quasi ottocentesca – in cui è percepito come legittimo e pacifico il potere assoluto del datore di lavoro sui suoi sottoposti. Per questa ragione, un lavoratore tenuto al guinzaglio da bassi redditi e contratti precari, quindi costantemente esposto alla perdita del lavoro, è costretto ad accettare qualunque condizione.
La più comune è il lavoro aggiuntivo non pagato. Quante commesse si sentono chiedere di rimanere ancora un po’ fuori orario per “sistemare”? Chi paga? Pochi sono disposti a rischiare di perdere il lavoro o di non superare il “periodo di prova”. Personalmente ho vissuto quattordici anni di precariato, in diversi settori, e posso dire con certezza che una tipica rinuncia dovuta alla ricattabilità sono le condizioni di sicurezza sul posto di lavoro. Quasi sempre si evita inoltre di contestare procedure che possono apparire equivoche o illegali. Si firma quello che sarebbe meglio non firmare. Si è disposti ad accettare qualunque forma di controllo. Qualcuno – ahimè – è costretto a sottostare anche a molestie personali.
Questo costante ricatto cui è esposto il lavoratore ne lede profondamente la dignità. Il punto cruciale è questo. Certamente l’assenza di diritti impedisce una progettazione di vita. Ma agganciamola alla perdita dell’autostima, di orgoglio nel lavoro, all’essere costantemente in balia del capo.
Gran parte della giornata di un individuo è dedicata al lavoro, e la dimensione del ricatto determina un perpetuo desiderio di fuga dalla propria esistenza. Beh, questo è un male sociale molto profondo, e soprattutto abitua chi lavora all’idea della sudditanza.
Ora, va compreso che il Jobs Act non solo non scalfisce questo punto, ma abolendo di fatto l’articolo 18, determina un’estensione sociale del ricatto gerarchico. Tutti sono licenziabili in qualunque momento. Tutti, quindi, sono precari. E basta licenziarne uno per educarne cento, per creare in azienda un clima di terrore, di obbedienza, di oppressione.
Il precariato, dunque, non è un fenomeno superato. Si è invece moltiplicato fino a prospettarsi come condizione naturale dei rapporti sociali. L’avevamo previsto vent’anni fa, ma non siamo riusciti a far nulla per impedirlo.
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28/05/2017
Acqua e sale. Hanno vinto i prigionieri palestinesi
Un carissimo amico palestinese, la mattina di sabato 27 maggio, mi comunica la notizia che i prigionieri politici palestinesi, nelle carceri israeliane, hanno sospeso lo sciopero della fame iniziato il 17 aprile scorso, per la libertà e la dignità. Un attimo di esitazione prima di dire qualcosa, poi, con un grande sollievo, rispondo: hanno vinto, ha vinto la loro volontà contro i loro carcerieri, ha vinto la vita, e la resistenza che continua.
40 giorni di sciopero, il più lungo sciopero di massa nelle carceri israeliane; 1800 prigionieri hanno vissuto nutrendosi solo di acqua e sale, e tanta determinazione e voglia di libertà. Le autorità d’occupazione che hanno girato la faccia dall’altra parte, rifiutando di trattare con la leadership dello sciopero, hanno dovuto piegarsi alla volontà di chi ha come unica arma di lotta ha la propria vita. Il governo israeliano si è visto isolato e sotto pressione a livello popolare in tutto il mondo, un po’ meno a livello dei governi, e ha dovuto rivedere la sua posizione e accettare la trattativa con il leader del movimento dei prigionieri Marwan Barghouti, e gli altri dirigenti dello sciopero. Una trattativa, come riferiscono le fonti ufficiali palestinesi, durata 20 ore nel carcere di Ashkalon. Alla fine i prigionieri hanno ottenuto la firma israeliana sulle loro legittime richieste, e hanno deciso di sospendere lo sciopero.
L’auspicio è che il governo di occupazione rispetti questo accordo. I dubbi non mancano, ma dobbiamo sperare, forti della grande esperienza di questi 40 giorni, che ha ridato vitalità a tutto il movimento nazionale palestinese. Lo dimostrano le manifestazioni in sostegno allo sciopero e di protesta contro l’occupazione in tutta la Palestina, come è stato anche in tantissime città del mondo.
Questi 40 giorni rimarranno incisi nella memoria collettiva palestinese, anche perché il mondo si stava occupando del nuovo presidente americano e dei suoi incontri alla Casa Bianca, anche con il presidente palestinese Abu Mazen, in preparazione di quel viaggio che ha alimentato tante speranze. E poi la visita di Trump in Arabia Saudita e i tre vertici “cucinati” in due giorni: saudita-statunitense, Usa-Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo, e infine vertice arabo-islamico in presenza di Trump. Risultato: commesse americane in armi che ammontano a 460 miliardi di dollari. Politicamente, neanche una parola sui prigionieri in sciopero della fame. Anzi, Trump ha messo anche Hamas insieme a Hezbollah e Iran tra i gruppi terroristi. Quindi la necessità di creare un patto sunnita – americano per combattere l’Iran, o meglio l’asse sciita, relegando la causa palestinese in secondo o in terzo piano; di conseguenza Israele non è più il nemico del mondo arabo. Ancora, Trump vola direttamente da Riyad a Tel Aviv, un fatto mai successo nella storia dei rapporti tra Usa e Sauditi.
In Israele e in Palestina Trump non parla né della soluzione dei due Stati né di Gerusalemme e tantomeno degli insediamenti coloniali. Parla genericamente di pace senza definire questa pace.
In questo contesto di politica regionale, lo sciopero della fame è stato determinante per smascherare la vera faccia dell’occupazione, che non rispetta i diritti umani né le convenzioni internazionali, e ha dimostrato l’impotenza della grande potenza mondiale che non è in grado di esercitare neanche un minimo di pressione sul governo israeliano; allora quali garanzie i palestinesi possono avere dagli Usa o dagli arabi per un futuro negoziato? Se ai nostri prigionieri non vengono riconosciti i minimi diritti umani, chi può garantire che Israele rispetti un futuro accordo con i palestinesi?
La risposta di Al Fatah alle massicce pressioni nei confronti dei prigionieri che fece Trump chiedendo di non pagare il vitalizio ai prigionieri e alle loro famiglie, è che il consiglio rivoluzionario di Fatah ha approvato la proposta del comitato centrale di nominare Younis Karim membro del comitato centrale dell’organizzazione. Karim è stato arrestato nel 1983 e condannato all’ergastolo; doveva essere liberato in base agli accordi tra l’Anp e il governo israeliano, ma quest’ultimo ha rifiutato di rilasciarlo insieme ad altri 14 detenuti. Karim viene considerato il decano dei prigionieri per i suoi 35 lunghi anni in carcere.
L’unità d’azione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è il modello più convincente per l’unità nazionale palestinese. Oggi i prigionieri ci hanno regalato una vittoria sul cammino lungo verso la libertà e la dignità. La lotta continua.
Fonte
40 giorni di sciopero, il più lungo sciopero di massa nelle carceri israeliane; 1800 prigionieri hanno vissuto nutrendosi solo di acqua e sale, e tanta determinazione e voglia di libertà. Le autorità d’occupazione che hanno girato la faccia dall’altra parte, rifiutando di trattare con la leadership dello sciopero, hanno dovuto piegarsi alla volontà di chi ha come unica arma di lotta ha la propria vita. Il governo israeliano si è visto isolato e sotto pressione a livello popolare in tutto il mondo, un po’ meno a livello dei governi, e ha dovuto rivedere la sua posizione e accettare la trattativa con il leader del movimento dei prigionieri Marwan Barghouti, e gli altri dirigenti dello sciopero. Una trattativa, come riferiscono le fonti ufficiali palestinesi, durata 20 ore nel carcere di Ashkalon. Alla fine i prigionieri hanno ottenuto la firma israeliana sulle loro legittime richieste, e hanno deciso di sospendere lo sciopero.
L’auspicio è che il governo di occupazione rispetti questo accordo. I dubbi non mancano, ma dobbiamo sperare, forti della grande esperienza di questi 40 giorni, che ha ridato vitalità a tutto il movimento nazionale palestinese. Lo dimostrano le manifestazioni in sostegno allo sciopero e di protesta contro l’occupazione in tutta la Palestina, come è stato anche in tantissime città del mondo.
Questi 40 giorni rimarranno incisi nella memoria collettiva palestinese, anche perché il mondo si stava occupando del nuovo presidente americano e dei suoi incontri alla Casa Bianca, anche con il presidente palestinese Abu Mazen, in preparazione di quel viaggio che ha alimentato tante speranze. E poi la visita di Trump in Arabia Saudita e i tre vertici “cucinati” in due giorni: saudita-statunitense, Usa-Consiglio di cooperazione dei Paesi del Golfo, e infine vertice arabo-islamico in presenza di Trump. Risultato: commesse americane in armi che ammontano a 460 miliardi di dollari. Politicamente, neanche una parola sui prigionieri in sciopero della fame. Anzi, Trump ha messo anche Hamas insieme a Hezbollah e Iran tra i gruppi terroristi. Quindi la necessità di creare un patto sunnita – americano per combattere l’Iran, o meglio l’asse sciita, relegando la causa palestinese in secondo o in terzo piano; di conseguenza Israele non è più il nemico del mondo arabo. Ancora, Trump vola direttamente da Riyad a Tel Aviv, un fatto mai successo nella storia dei rapporti tra Usa e Sauditi.
In Israele e in Palestina Trump non parla né della soluzione dei due Stati né di Gerusalemme e tantomeno degli insediamenti coloniali. Parla genericamente di pace senza definire questa pace.
In questo contesto di politica regionale, lo sciopero della fame è stato determinante per smascherare la vera faccia dell’occupazione, che non rispetta i diritti umani né le convenzioni internazionali, e ha dimostrato l’impotenza della grande potenza mondiale che non è in grado di esercitare neanche un minimo di pressione sul governo israeliano; allora quali garanzie i palestinesi possono avere dagli Usa o dagli arabi per un futuro negoziato? Se ai nostri prigionieri non vengono riconosciti i minimi diritti umani, chi può garantire che Israele rispetti un futuro accordo con i palestinesi?
La risposta di Al Fatah alle massicce pressioni nei confronti dei prigionieri che fece Trump chiedendo di non pagare il vitalizio ai prigionieri e alle loro famiglie, è che il consiglio rivoluzionario di Fatah ha approvato la proposta del comitato centrale di nominare Younis Karim membro del comitato centrale dell’organizzazione. Karim è stato arrestato nel 1983 e condannato all’ergastolo; doveva essere liberato in base agli accordi tra l’Anp e il governo israeliano, ma quest’ultimo ha rifiutato di rilasciarlo insieme ad altri 14 detenuti. Karim viene considerato il decano dei prigionieri per i suoi 35 lunghi anni in carcere.
L’unità d’azione dei prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane è il modello più convincente per l’unità nazionale palestinese. Oggi i prigionieri ci hanno regalato una vittoria sul cammino lungo verso la libertà e la dignità. La lotta continua.
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27/05/2017
Interrotto lo sciopero della fame dei prigionieri palestinesi. Trattative nella notte
Dopo oltre 40 giorni, a poche ore dall’inizio del mese
islamico di Ramadan, è terminato lo sciopero della fame cominciato lo
scorso 17 aprile nelle carceri israeliane da 1500 prigionieri
palestinesi su appello del leader di Fatah Marwan Barghouti, per
ottenere migliori condizioni di detenzione.
Nel corso della notte, dopo 20 ore di trattative avvenute nel carcere
di Ashqelon, palestinesi, israeliani e la Croce rossa hanno raggiunto
una intesa che prevede ”benefici di carattere umanitario” per i detenuti
politici in Israele. L’accordo è stato confermato da due
dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese, Issa Karake e Qadura
Fares, responsabili per il sostegno ai prigionieri. Karake oggi terrà una conferenza stampa per spiegare i risultati raggiunti dalla protesta.
Secondo quanto si è appreso i detenuti hanno ottenuto
l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni
pubblici nelle prigioni e la possibilità di poter accedere sugli
apparecchi televisivi installati nelle celle ad un maggior numero di
canali in modo da tenersi informati su quanto accade fuori dai penitenziari.
Il governo israeliano, in particolare il ministro per la
sicurezza interna Ghilad Erdan, si è sempre opposto a qualsiasi
trattativa con Barghouti e gli altri detenuti in sciopero della fame. I servizi di sicurezza invece da giorni spingevano per l’apertura di un negoziato
nelle carceri perché consapevoli che il progressivo peggioramento delle
condizioni di salute di molti prigionieri – 18 sono stati ricoverati
in ospedale – aveva fatto salire la tensione nei Territori occupati,
mobilitato migliaia di palestinesi in molte città e villaggi e creato le
condizioni per una protesta di massa contro l’occupazione militare
israeliana.
Il quotidiano israeliano Haaretz riferisce oggi che
la questione dei prigionieri in sciopero della fame sarebbe stata al
centro di un colloquio avuto dal presidente dell’Anp Abu Mazen con Jason Greenblatt,
l’inviato di Donald Trump per la questione israelo-palestinese, durante
il quale si sarebbe discusso di un intervento statunitense sul governo
israeliano per l’accoglimento delle richieste dei detenuti. Da parte
palestinese non ci sono conferme.
AGGIORNAMENTI
Ore 10.15 – ISRAELE: REINTRODOTTA LA SECONDA VISITA MENSILE
Dall’Ips, l’Israeli Prison Service, non giungono commenti in merito
alle varie richieste dei prigionieri effettivamente accettate. Ma si fa
riferimento alle visite familiari: si tornerà a due visite al mese.
L’Ips non dà indicazioni sulle altre importanti richieste dei detenuti:
miglioramento dell’assistenza sanitaria, fine dell’isolamento e della
detenzione amministrativa e accesso al sistema educativo.
Ore 11 – CAMPAGNA FREE BARGHOUTI: “PASSO IMPORTANTE”
In un comunicato la campagna Free Marwan Barghouti, definisce
l’accordo “un importante passo verso il pieno rispetto dei diritti dei
prigionieri palestinesi secondo il diritto internazionale. E’ anche
un’indicazione della realtà dell’occupazione israeliana che non ha
lasciato altra scelta ai detenuti che digiunare per ottenere diritti
basilari”. “I prigionieri palestinesi hanno vinto”, aggiunge.
25/05/2017
I diritti da sapere nello Stato di polizia. Un vademecum da conoscere
Sembrerebbe roba di altri tempi o da altri paesi, ma è l’Italia del 2017, uno Stato di polizia sempre più intrusivo, invadente, coercitivo.
L’Associazione Antigone ha realizzato un opuscolo, una sorta di vademecum, che ogni cittadino o abitante di questo paese è bene che conosca a memoria. Non pare, ma finire nelle grinfie degli apparati coercitivi sta diventando sempre più frequente e sempre più facile, anche per quelli che pensano “io non ho nulla da temere”. Qualche volta la cronaca ci restituisce anche conseguenze gravi, anzi letali, come rivelano i casi Cucchi, Alodrovandi ed altri. Ragione per cui suggeriamo ai nostri lettori di scaricare, leggere e imparare il vademecum.
E’ sempre meglio “viaggiare informati” nelle nostre strade. Non è più l’Italia della Costituzione nata dalla Resistenza, è l’Italia dello Stato penale di Minniti e & Co.
Scarica il vademecum
Nel 2015 in Italia quasi 1 milione di persone sono state arrestate o fermate dalle forze di polizia. Un numero piuttosto impressionante di individui è stato insomma oggetto di provvedimenti temporanei restrittivi della libertà personale ad opera delle forze dell’ordine e si è quindi trovata a transitare in caserme e stazioni di polizia.
Per questo, in collaborazione con Associazione Antigone, abbiamo voluto mettere insieme una guida essenziale che illustri in maniera chiara ed accessibile a tutti i diritti di cui si è titolari davanti alle forze di polizia e durante l’intera durata dello stato di arresto o fermo.
96 ore di vulnerabilità
Quella del trattenimento da parte della polizia è infatti una situazione, che si può prolungare fino a 96 ore, durante la quale l’arrestato/fermato si trova evidentemente in una condizione di particolare vulnerabilità. In questa fase – e soprattutto nelle prime 24 ore, in attesa di essere messo a disposizione del PM e della successiva udienza di convalida con il giudice – il soggetto si trova infatti in uno stato di profonda incertezza per quello che concerne la propria situazione giuridica, gli elementi e le accuse a proprio carico, e soprattutto i propri diritti.
La questione dell’informativa sui diritti
Per lungo tempo in Italia la questione dell’informativa dei diritti per le persone in stato di arresto o fermo ha galleggiato in un vuoto normativo.
Nel nostro paese le cose non andavano insomma come in America. Qui, già negli anni ‘60 una famosa pronuncia della Corte Suprema riconobbe la violazione dei diritti a danno di Ernesto Arturo Miranda, 25enne americano di origini messicane che era stato arrestato e condannato tre anni prima per lo stupro e il rapimento di una ragazza di 17 anni, in quanto questi non era stato informato del suo diritto di avvalersi di un avvocato e di rimanere in silenzio. Da allora quando un poliziotto esegue una misura restrittiva della libertà personale non può esimersi dal recitare la formula di rito con la quale si comunicano allo stesso i suoi diritti fondamentali: “Ha il diritto di rimanere in silenzio. Tutto quello che dirà potrà essere usato e sarà usato contro di lei in tribunale. Ha il diritto a un avvocato. Se non se ne può permettere uno, gliene sarà assegnato uno d’ufficio. Ha capito i diritti che le ho appena letto?”
Il foglio dei diritti non basta
Poi, finalmente, in materia è intervenuto il diritto comunitario che – attraverso una serie di importanti direttive – ha imposto a tutti i paesi della UE omologhi obblighi di informativa sui diritti per soggetti coinvolti in procedimenti penali e/o sottoposti a provvedimenti restrittivi della libertà. A seguito di questa regolamentazione, anche in Italia le persone che vengono arrestate o fermate vengono ritualmente informate dei propri diritti, attraverso la cosiddetta “Letter of Rights” (che è peraltro significativamente più dettagliata della summenzionata formula del “Miranda Warning”).
Quel foglio di carta, però, da solo non basta, ed in pratica le persone in stato di arresto/fermo continuano a trovarsi spesso in una situazione di precarietà, incapaci – per mancata conoscenza – di far valere i propri diritti. Motivo per cui ci pare tanto importante provare a fornire a tutti gli strumenti necessari a tutelarsi attraverso un vademecum.
Fonte
L’Associazione Antigone ha realizzato un opuscolo, una sorta di vademecum, che ogni cittadino o abitante di questo paese è bene che conosca a memoria. Non pare, ma finire nelle grinfie degli apparati coercitivi sta diventando sempre più frequente e sempre più facile, anche per quelli che pensano “io non ho nulla da temere”. Qualche volta la cronaca ci restituisce anche conseguenze gravi, anzi letali, come rivelano i casi Cucchi, Alodrovandi ed altri. Ragione per cui suggeriamo ai nostri lettori di scaricare, leggere e imparare il vademecum.
E’ sempre meglio “viaggiare informati” nelle nostre strade. Non è più l’Italia della Costituzione nata dalla Resistenza, è l’Italia dello Stato penale di Minniti e & Co.
Scarica il vademecum
Nel 2015 in Italia quasi 1 milione di persone sono state arrestate o fermate dalle forze di polizia. Un numero piuttosto impressionante di individui è stato insomma oggetto di provvedimenti temporanei restrittivi della libertà personale ad opera delle forze dell’ordine e si è quindi trovata a transitare in caserme e stazioni di polizia.
Per questo, in collaborazione con Associazione Antigone, abbiamo voluto mettere insieme una guida essenziale che illustri in maniera chiara ed accessibile a tutti i diritti di cui si è titolari davanti alle forze di polizia e durante l’intera durata dello stato di arresto o fermo.
96 ore di vulnerabilità
Quella del trattenimento da parte della polizia è infatti una situazione, che si può prolungare fino a 96 ore, durante la quale l’arrestato/fermato si trova evidentemente in una condizione di particolare vulnerabilità. In questa fase – e soprattutto nelle prime 24 ore, in attesa di essere messo a disposizione del PM e della successiva udienza di convalida con il giudice – il soggetto si trova infatti in uno stato di profonda incertezza per quello che concerne la propria situazione giuridica, gli elementi e le accuse a proprio carico, e soprattutto i propri diritti.
La questione dell’informativa sui diritti
Per lungo tempo in Italia la questione dell’informativa dei diritti per le persone in stato di arresto o fermo ha galleggiato in un vuoto normativo.
Nel nostro paese le cose non andavano insomma come in America. Qui, già negli anni ‘60 una famosa pronuncia della Corte Suprema riconobbe la violazione dei diritti a danno di Ernesto Arturo Miranda, 25enne americano di origini messicane che era stato arrestato e condannato tre anni prima per lo stupro e il rapimento di una ragazza di 17 anni, in quanto questi non era stato informato del suo diritto di avvalersi di un avvocato e di rimanere in silenzio. Da allora quando un poliziotto esegue una misura restrittiva della libertà personale non può esimersi dal recitare la formula di rito con la quale si comunicano allo stesso i suoi diritti fondamentali: “Ha il diritto di rimanere in silenzio. Tutto quello che dirà potrà essere usato e sarà usato contro di lei in tribunale. Ha il diritto a un avvocato. Se non se ne può permettere uno, gliene sarà assegnato uno d’ufficio. Ha capito i diritti che le ho appena letto?”
Il foglio dei diritti non basta
Poi, finalmente, in materia è intervenuto il diritto comunitario che – attraverso una serie di importanti direttive – ha imposto a tutti i paesi della UE omologhi obblighi di informativa sui diritti per soggetti coinvolti in procedimenti penali e/o sottoposti a provvedimenti restrittivi della libertà. A seguito di questa regolamentazione, anche in Italia le persone che vengono arrestate o fermate vengono ritualmente informate dei propri diritti, attraverso la cosiddetta “Letter of Rights” (che è peraltro significativamente più dettagliata della summenzionata formula del “Miranda Warning”).
Quel foglio di carta, però, da solo non basta, ed in pratica le persone in stato di arresto/fermo continuano a trovarsi spesso in una situazione di precarietà, incapaci – per mancata conoscenza – di far valere i propri diritti. Motivo per cui ci pare tanto importante provare a fornire a tutti gli strumenti necessari a tutelarsi attraverso un vademecum.
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31/03/2017
Decreto Minniti, il daspo urbano e la libertà personale
Una delle misure più discusse del decreto legge sulla sicurezza delle città approvato dal Governo il 10 febbraio è il cosiddetto “daspo urbano”. Grazie a questa novità del decreto Minniti, il sindaco può imporre una sanziona amministrativa pecuniaria a “chiunque ponga in essere condotte che limitano la libera accessibilità e fruizione” di certi luoghi cittadini (la norma parla di “aree interne delle infrastrutture, fisse e mobili, ferroviarie, aeroportuali, marittime e di trasporto pubblico locale, urbano ed extraurbano, e delle relative pertinenze”). Chi tiene questi comportamenti viene allontanato dal luogo urbano. L’ordine di allontanamento è un atto scritto e vale per 48 ore. Se il destinatario dell’ordine di allontanamento lo vìola, deve pagare una sanzione pecuniaria doppia di quella che gli è stata irrogata per aver limitato “la libera accessibilità e fruizione” del luogo urbano.
Il decreto è in corso di conversione in legge: è già passato alla Camera e ora viene esaminato dal Senato. Durante la discussione alla Camera è stato attenuato un pochettino il concetto: la sanzione potrà essere irrogata solo a chi impedisce l’accesso ai luoghi (il testo iniziale faceva riferimento a coloro che “limitano” l’accesso). Comunque resta la sostanza della cosa: con un suo provvedimento amministrativo il sindaco può impedire a qualcuno di sostare in certi luoghi della città. La questione tocca delicate corde costituzionali: la libertà di circolazione, il confine fra sanzioni amministrative e sanzioni penali, il concetto di sicurezza, ecc.
Per capire come questo strumento potrebbe concretamente essere usato dai sindaci, conviene guardare a uno dei primissimi provvedimenti. Il 15 marzo scorso il sindaco di Seregno ha emesso un’ordinanza che si basa su alcune disposizioni del decreto sicurezza (ord. 43/2017 “Ordinanza contingibile e urgente in materia di tutela della sicurezza urbana e decoro del centro abitato”). La prima base normativa del provvedimento è la nuova formulazione del potere di ordinanza dei sindaci. Il decreto sicurezza modifica infatti l’art. 50 del Testo unico degli enti locali ampliando non poco tale potere. Finora i sindaci potevano adottare ordinanze solo per “emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale”. Il decreto aggiunge che possono farlo anche “in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti”.
Dunque, l’ordinanza del sindaco di Seregno parte dal nuovo potere di ordinanza e vieta il “bivacco in tutto il centro abitato”; vieta inoltre di “consumare bevande alcoliche, al di fuori delle aree pertinenziali dei pubblici esercizi regolarmente autorizzati”. Il passo successivo dell’ordinanza si basa sulla norma del decreto Minniti che introduce il daspo urbano: chi viola i divieti imposti dall’ordinanza può anche essere allontanato qualora la violazione sia avvenuta nei pressi della stazione ferroviaria. Insomma, l’ordinanza di Seregno agisce in due tempi: prima vieta certi comportamenti che sono considerati contro il decoro urbano (bivaccare e bere alcolici lontano dai locali) e poi dispone l’allontanamento di chi trasgredisce quei divieti. Nel primo caso, applica il nuovo e più ampio potere di ordinanza, nel secondo caso, il nuovo potere di allontanamento provvisorio (il daspo urbano).
Tuttavia, il rafforzamento del potere di ordinanza deve fare i conti con la giurisprudenza della Corte costituzionale che aveva stabilito che tale potere deve essere circoscritto e rispettare il principio di legalità sostanziale (sent. 115/2011). In quel caso la Corte aveva accolto la questione perché le ordinanze incidevano sulla libertà delle persone: “incidono, per la natura delle loro finalità (incolumità pubblica e sicurezza urbana) e per i loro destinatari (le persone presenti in un dato territorio), sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati.”
Il rischio è che anche questa nuova formulazione del potere di ordinanza, collegato a generiche finalità (decoro, vivibilità urbana, incuria, degrado del territorio) possa portare a limitazioni della libertà delle persone. Rischio amplificato quando al potere di ordinanza si somma il potere di allontanare le persone da certi luoghi urbani.
Fonte
Il decreto è in corso di conversione in legge: è già passato alla Camera e ora viene esaminato dal Senato. Durante la discussione alla Camera è stato attenuato un pochettino il concetto: la sanzione potrà essere irrogata solo a chi impedisce l’accesso ai luoghi (il testo iniziale faceva riferimento a coloro che “limitano” l’accesso). Comunque resta la sostanza della cosa: con un suo provvedimento amministrativo il sindaco può impedire a qualcuno di sostare in certi luoghi della città. La questione tocca delicate corde costituzionali: la libertà di circolazione, il confine fra sanzioni amministrative e sanzioni penali, il concetto di sicurezza, ecc.
Per capire come questo strumento potrebbe concretamente essere usato dai sindaci, conviene guardare a uno dei primissimi provvedimenti. Il 15 marzo scorso il sindaco di Seregno ha emesso un’ordinanza che si basa su alcune disposizioni del decreto sicurezza (ord. 43/2017 “Ordinanza contingibile e urgente in materia di tutela della sicurezza urbana e decoro del centro abitato”). La prima base normativa del provvedimento è la nuova formulazione del potere di ordinanza dei sindaci. Il decreto sicurezza modifica infatti l’art. 50 del Testo unico degli enti locali ampliando non poco tale potere. Finora i sindaci potevano adottare ordinanze solo per “emergenze sanitarie o di igiene pubblica a carattere esclusivamente locale”. Il decreto aggiunge che possono farlo anche “in relazione all’urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti”.
Dunque, l’ordinanza del sindaco di Seregno parte dal nuovo potere di ordinanza e vieta il “bivacco in tutto il centro abitato”; vieta inoltre di “consumare bevande alcoliche, al di fuori delle aree pertinenziali dei pubblici esercizi regolarmente autorizzati”. Il passo successivo dell’ordinanza si basa sulla norma del decreto Minniti che introduce il daspo urbano: chi viola i divieti imposti dall’ordinanza può anche essere allontanato qualora la violazione sia avvenuta nei pressi della stazione ferroviaria. Insomma, l’ordinanza di Seregno agisce in due tempi: prima vieta certi comportamenti che sono considerati contro il decoro urbano (bivaccare e bere alcolici lontano dai locali) e poi dispone l’allontanamento di chi trasgredisce quei divieti. Nel primo caso, applica il nuovo e più ampio potere di ordinanza, nel secondo caso, il nuovo potere di allontanamento provvisorio (il daspo urbano).
Tuttavia, il rafforzamento del potere di ordinanza deve fare i conti con la giurisprudenza della Corte costituzionale che aveva stabilito che tale potere deve essere circoscritto e rispettare il principio di legalità sostanziale (sent. 115/2011). In quel caso la Corte aveva accolto la questione perché le ordinanze incidevano sulla libertà delle persone: “incidono, per la natura delle loro finalità (incolumità pubblica e sicurezza urbana) e per i loro destinatari (le persone presenti in un dato territorio), sulla sfera generale di libertà dei singoli e delle comunità amministrate, ponendo prescrizioni di comportamento, divieti, obblighi di fare e di non fare, che, pur indirizzati alla tutela di beni pubblici importanti, impongono comunque, in maggiore o minore misura, restrizioni ai soggetti considerati.”
Il rischio è che anche questa nuova formulazione del potere di ordinanza, collegato a generiche finalità (decoro, vivibilità urbana, incuria, degrado del territorio) possa portare a limitazioni della libertà delle persone. Rischio amplificato quando al potere di ordinanza si somma il potere di allontanare le persone da certi luoghi urbani.
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24/02/2017
“Obiezione di coscienza”, una scorciatoia per lavarsene le mani
Un medico non può e non deve essere obiettore di coscienza in quanto deve “servire” la persona, il paziente nelle problematiche, nel bisogno di salute sia fisica sia psichica, un medico se intende essere obiettore non può farlo nelle strutture pubbliche, nel servizio pubblico e quindi deve farlo al di fuori di questo contesto. Un medico “vero” deve curare tutti, amici o nemici, di qualsiasi colore della pelle, di qualunque ideologia o tendenza politica, di qualunque ceto sociale o ricco o povero. Un medico è un medico. In Italia, nel caso dell’Interruzione Volontaria di Gravidanza, esiste una legge dello Stato (che è costata tante lotte e fatica) che deve essere rispettata ed applicata e le Strutture Pubbliche, gli Ospedali debbono fornire un servizio e quindi hanno una funzione istituzionale. Rispetto le idee del collega medico che fa l’obiettore ma in questo caso egli non deve lavorare, come ho già detto, in questo servizio in una struttura pubblica che appartiene a tutti, in un ospedale.
Un avvocato penalista iscritto nella lista dei difensori d’ufficio difende tutti, al meglio delle sue capacità, anche una persona che fatto una violenza, uno stupro e un assassinio. Come già detto, il medico deve “servire”, curare una persona cioè un paziente, nella salute sia fisica sia psichica. La Corte di Cassazione ha evidenziato che il medico obiettore nel caso della "Legge 194" che, "omettere di prestare l'assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell'aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza": escluso quindi che il diritto di obiezione di coscienza esoneri il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, trattandosi di "interpretazione che non trova alcun appiglio nella chiara lettera della norma". Dunque nel caso di Obiezione di coscienza e in caso di aborto farmacologico in una nota (Nota a Cassazione penale., Sez. VI, 27.11.2012 (dep. 2.4.2013), n. 14979, Pres. de Roberto, Est. Fidelbo).
“In riferimento all'aborto praticato mediante somministrazione della pillola RU486, la Corte di Cassazione ha escluso, in base alla disciplina contenuta all'art. 9l. 194/1978, la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nella fase di espulsione dell'embrione (c.d. di secondamento) in quanto attività di assistenza successiva rispetto all'intervento di interruzione della gravidanza. Tale sentenza è sopraggiunta nel caso di una guardia medica, in servizio in un reparto di Ostetricia e Ginecologia perché questa si era rifiutata, per motivi di coscienza “di assistere una paziente già sottoposta ad un intervento di interruzione della gravidanza attuato mediante somministrazione farmacologica.”
L‘antropologa Silvia De Zordo, in un'indagine da lei effettuata, scrive che:
– Dichiarare l’obiezione di coscienza significa anche, per alcuni, avere la possibilità di evitare un lavoro non particolarmente interessante dal punto di vista tecnico (una volta che si impara a far bene un’aspirazione fare IVG nel primo trimestre diventa effettivamente un lavoro molto semplice e monotono), percepito come un lavoro facoltativo, “in più”, benché i numeri dimostrino che, per quanto i tassi di abortività in Italia siano tra i più bassi d’Europa, l’IVG resta comunque una procedura ginecologica-ostetrica molto comune, la più comune dopo i parti.
– Svolgere le IVG non è gratificante dal punto di vista monetario. L’IVG è l’unica procedura medica che non viene offerta anche in “intra moenia”, quindi dietro pagamento, negli Ospedali italiani. Alcuni ginecologi/e che praticano IVG che ho intervistato sostengono che questa pratica andrebbe normalizzata, e che quindi dovrebbe essere possibile farla anche in “intra moenia”, così che le donne che preferiscono pagare per essere seguite, per esempio, dalla loro ginecologa/o, possano farlo e i medici che fanno IVG abbiano, ogni tanto, delle gratificazioni anche economiche; il dibattito su questo punto è molto acceso in Italia, tra gli operatori di IVG. In altri paesi questo accade già: negli UK l’IVG viene praticata in cliniche indipendenti, private, sovvenzionate dallo Stato e non solo negli ospedali pubblici. Periodicamente sui giornali compaiono casi di ginecologi obiettori, o che lavorano in ospedali che non offrono IVG, che fanno IVG a pagamento nelle loro cliniche private, il che dimostra che l’aspetto pecuniario è importante.
– Fare IVG è percepito come un lavoro non solo “non gratificante”, ma “sporco”, com’è stato definito da molti, inclusi alcuni/e operatori/trici della 194. Il fatto che l’aborto venga definito così dimostra come in Italia esso sia ancora fortemente stigmatizzato, nonostante sia legale dal 1978, e la sua stigmatizzazione ha un impatto importante sia sulle donne che lo praticano sia sui medici che lavorano nei reparti di ginecologia-ostetricia..”. Bisogna poi ricordare che il Parlamento Europeo ha affermato che l’aborto è “un diritto fondamentale delle donne sul proprio corpo”.
Prof Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
23 mag 2015 – In questo articolo Silvia De Zordo offre una sintesi dei risultati della sua ricerca antropologica sui motivi dell'obiezione di coscienza.
Fonte
Ma tu guarda... obiezione di coscienza figlia di bigottismo e pecunia...incredibile!
Un avvocato penalista iscritto nella lista dei difensori d’ufficio difende tutti, al meglio delle sue capacità, anche una persona che fatto una violenza, uno stupro e un assassinio. Come già detto, il medico deve “servire”, curare una persona cioè un paziente, nella salute sia fisica sia psichica. La Corte di Cassazione ha evidenziato che il medico obiettore nel caso della "Legge 194" che, "omettere di prestare l'assistenza prima ovvero successivamente ai fatti causativi dell'aborto, in quanto deve comunque assicurare la tutela della salute e della vita della donna, anche nel corso dell'intervento di interruzione della gravidanza": escluso quindi che il diritto di obiezione di coscienza esoneri il medico dall'intervenire durante l'intero procedimento di interruzione volontaria della gravidanza, trattandosi di "interpretazione che non trova alcun appiglio nella chiara lettera della norma". Dunque nel caso di Obiezione di coscienza e in caso di aborto farmacologico in una nota (Nota a Cassazione penale., Sez. VI, 27.11.2012 (dep. 2.4.2013), n. 14979, Pres. de Roberto, Est. Fidelbo).
“In riferimento all'aborto praticato mediante somministrazione della pillola RU486, la Corte di Cassazione ha escluso, in base alla disciplina contenuta all'art. 9l. 194/1978, la possibilità di sollevare obiezione di coscienza nella fase di espulsione dell'embrione (c.d. di secondamento) in quanto attività di assistenza successiva rispetto all'intervento di interruzione della gravidanza. Tale sentenza è sopraggiunta nel caso di una guardia medica, in servizio in un reparto di Ostetricia e Ginecologia perché questa si era rifiutata, per motivi di coscienza “di assistere una paziente già sottoposta ad un intervento di interruzione della gravidanza attuato mediante somministrazione farmacologica.”
L‘antropologa Silvia De Zordo, in un'indagine da lei effettuata, scrive che:
– Dichiarare l’obiezione di coscienza significa anche, per alcuni, avere la possibilità di evitare un lavoro non particolarmente interessante dal punto di vista tecnico (una volta che si impara a far bene un’aspirazione fare IVG nel primo trimestre diventa effettivamente un lavoro molto semplice e monotono), percepito come un lavoro facoltativo, “in più”, benché i numeri dimostrino che, per quanto i tassi di abortività in Italia siano tra i più bassi d’Europa, l’IVG resta comunque una procedura ginecologica-ostetrica molto comune, la più comune dopo i parti.
– Svolgere le IVG non è gratificante dal punto di vista monetario. L’IVG è l’unica procedura medica che non viene offerta anche in “intra moenia”, quindi dietro pagamento, negli Ospedali italiani. Alcuni ginecologi/e che praticano IVG che ho intervistato sostengono che questa pratica andrebbe normalizzata, e che quindi dovrebbe essere possibile farla anche in “intra moenia”, così che le donne che preferiscono pagare per essere seguite, per esempio, dalla loro ginecologa/o, possano farlo e i medici che fanno IVG abbiano, ogni tanto, delle gratificazioni anche economiche; il dibattito su questo punto è molto acceso in Italia, tra gli operatori di IVG. In altri paesi questo accade già: negli UK l’IVG viene praticata in cliniche indipendenti, private, sovvenzionate dallo Stato e non solo negli ospedali pubblici. Periodicamente sui giornali compaiono casi di ginecologi obiettori, o che lavorano in ospedali che non offrono IVG, che fanno IVG a pagamento nelle loro cliniche private, il che dimostra che l’aspetto pecuniario è importante.
– Fare IVG è percepito come un lavoro non solo “non gratificante”, ma “sporco”, com’è stato definito da molti, inclusi alcuni/e operatori/trici della 194. Il fatto che l’aborto venga definito così dimostra come in Italia esso sia ancora fortemente stigmatizzato, nonostante sia legale dal 1978, e la sua stigmatizzazione ha un impatto importante sia sulle donne che lo praticano sia sui medici che lavorano nei reparti di ginecologia-ostetricia..”. Bisogna poi ricordare che il Parlamento Europeo ha affermato che l’aborto è “un diritto fondamentale delle donne sul proprio corpo”.
Prof Roberto Suozzi
Medico e Farmacologo Clinico
23 mag 2015 – In questo articolo Silvia De Zordo offre una sintesi dei risultati della sua ricerca antropologica sui motivi dell'obiezione di coscienza.
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Ma tu guarda... obiezione di coscienza figlia di bigottismo e pecunia...incredibile!
07/10/2016
Polonia, la lotta paga. Governo rinuncia a restrizioni sull’aborto
In Polonia la grande mobilitazione delle donne e delle correnti progressiste contro la volontà da parte dei settori più reazionari di imporre una limitazione al diritto di aborto in un paese in cui è già in vigore una delle leggi più restrittive del pianeta sembra sortire i primi effetti.
Il Parlamento della Polonia ha infatti bocciato il disegno di legge presentato da un cosiddetto ‘comitato pro-vita’ che di fatto limiterebbe l'interruzione volontaria di gravidanza ai soli casi in cui vi è un grave rischio per la vita del nascituro o della madre, introducendo severe pene detentive per i medici e per le pazienti che dovessero trasgredire.
Dopo il parere contrario espresso dalla apposita Commissione ieri e dopo le massicce proteste di piazza dei giorni scorsi – dagli scioperi delle donne fino alle marce in decine di città – oggi la plenaria della Sejm ha respinto la proposta. 352 deputati della maggioranza di centro destra e dell’opposizione di centrosinistra hanno votato contro il testo, mentre i voti a favore sono stati 58 e le astensioni 18.
Il ripensamento del governo di destra e del partito di maggioranza Diritto e Giustizia (Pis), inizialmente favorevoli all’iniziativa di legge, è arrivato appunto dopo giorni di scioperi e manifestazioni che avevano portato centinaia di migliaia di persone nelle strade di varie città della Polonia.
“Pis è e sarà sempre dalla parte della vita ma l’impatto del divieto di aborto può essere contrario ai risultati desiderati”, ha dichiarato prima del voto decisivo Jaroslaw Kaczynski, il leader del partito reazionario che sostiene il governo di Beata Szydlo. Addirittura molti vescovi polacchi, in un comunicato diffuso ieri, avevano espresso la loro contrarietà alla proposta di introdurre pene detentive per i trasgressori.
“Le polacche hanno vinto sul Pis”, ha titolato in prima pagina il quotidiano Gazeta Wyborcza sottolineando il parziale dietrofront del partito di Kaczynski che, solo pochi giorni fa, il 23 settembre scorso, aveva contribuito all’approvazione in Parlamento del disegno di legge.
Ora una parte del variegato fronte che ha animato la mobilitazione degli ultimi giorni ha annunciato che non si accontenta del pur importante risultato raggiunto e che continuerà a mobilitarsi per ottenere un miglioramento della legge attualmente in vigore e un aumento dei diritti per le donne.
Fonte
Il Parlamento della Polonia ha infatti bocciato il disegno di legge presentato da un cosiddetto ‘comitato pro-vita’ che di fatto limiterebbe l'interruzione volontaria di gravidanza ai soli casi in cui vi è un grave rischio per la vita del nascituro o della madre, introducendo severe pene detentive per i medici e per le pazienti che dovessero trasgredire.
Dopo il parere contrario espresso dalla apposita Commissione ieri e dopo le massicce proteste di piazza dei giorni scorsi – dagli scioperi delle donne fino alle marce in decine di città – oggi la plenaria della Sejm ha respinto la proposta. 352 deputati della maggioranza di centro destra e dell’opposizione di centrosinistra hanno votato contro il testo, mentre i voti a favore sono stati 58 e le astensioni 18.
Il ripensamento del governo di destra e del partito di maggioranza Diritto e Giustizia (Pis), inizialmente favorevoli all’iniziativa di legge, è arrivato appunto dopo giorni di scioperi e manifestazioni che avevano portato centinaia di migliaia di persone nelle strade di varie città della Polonia.
“Pis è e sarà sempre dalla parte della vita ma l’impatto del divieto di aborto può essere contrario ai risultati desiderati”, ha dichiarato prima del voto decisivo Jaroslaw Kaczynski, il leader del partito reazionario che sostiene il governo di Beata Szydlo. Addirittura molti vescovi polacchi, in un comunicato diffuso ieri, avevano espresso la loro contrarietà alla proposta di introdurre pene detentive per i trasgressori.
“Le polacche hanno vinto sul Pis”, ha titolato in prima pagina il quotidiano Gazeta Wyborcza sottolineando il parziale dietrofront del partito di Kaczynski che, solo pochi giorni fa, il 23 settembre scorso, aveva contribuito all’approvazione in Parlamento del disegno di legge.
Ora una parte del variegato fronte che ha animato la mobilitazione degli ultimi giorni ha annunciato che non si accontenta del pur importante risultato raggiunto e che continuerà a mobilitarsi per ottenere un miglioramento della legge attualmente in vigore e un aumento dei diritti per le donne.
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02/10/2016
Ticino. Riflessioni sul risultato dell’iniziativa “Prima i nostri”
Il risultato del voto sull’iniziativa popolare “Prima i nostri” non è altro che l’ennesimo segnale di un clima politico preoccupante, che non riguarda purtroppo il solo Ticino, bensì si inscrive in una tendenza che trova terreno fertile in tutta Europa. Ovviamente, questo orientamento è declinato in maniera differente e su varie istanze, a dipendenza delle varie regioni e delle criticità date da fattori locali. Questa precisazione non è un tentativo di difendere, giustificare, l’opinione dei cittadini ticinesi, tuttavia desideriamo far meglio comprendere a chi non vive o lavora in questo cantone la portata di quanto si sta analizzando. In uno sforzo di trasposizione, possiamo affermare che lo stesso tipo di politica che ha portato la maggioranza dei ticinesi ad approvare questa iniziativa è quella che trova riscontro nella figura e nel successo di Salvini in Italia.
L’iniziativa in questione la si può pensare come un modo in salsa ticinese per ribadire quanto si è già approvato a livello confederale il 9 febbraio 2014, attraverso un’altra iniziativa dal nome fragoroso e inequivocabilmente xenofobo, il quale dà chiaramente l’idea di quanto in Svizzera si cerchi di cavalcare posizioni di pancia e creare disagio e al limite odio nei riguardi di chi proviene dall’estero: “Stop all’immigrazione di massa”.
In Svizzera, ma soprattutto in Ticino, per questioni utili unicamente al profitto di padroni e capitale, alcuni impieghi sono occupati da lavoratori frontalieri oppure da lavoratori con esperienza e diplomi maturati all’estero. Questo perché in molti settori economici i margini di sfruttamento sono molto ampi e consapevolmente coloro che vogliono trarre maggior profitto sulle spalle dei lavoratori propongono salari che un residente non può accettare in quanto semplicemente non riuscirebbe a far quadrare i conti a fine mese. Oppure aggirano l’obbligo di riconoscere la formazione e l’esperienza poiché conseguite all’estero, in modo tale da avere quindi accesso a manodopera, se non qualificata, almeno esperta del mestiere, abbattendo di parecchio il suo costo.
Il sentimento di concorrenza tra lavoratori e il conseguente timore verso una crescente disoccupazione, sia per sé stessi che per i propri figli sono cresciuti in maniera esponenziale dal momento che anche nel settore terziario o negli impieghi più ambiti è stata messa in atto questa dinamica.
In un contesto in cui esistono poche tutele dei diritti dei lavoratori, in cui si può licenziare senza giusta causa (in Svizzera non è mai esistito nulla di simile allo Statuto dei lavoratori italiano), in cui i salari, negli ultimi dieci/vent’anni, non hanno visto una crescita degna di nota e in linea con l’opulenza elvetica, ma in cui le spese aumentano di anno in anno (ad esempio affitti in crescita e assicurazione malattia privata e obbligatoria sempre più costosa) e un welfare pressoché inesistente, per ovvia conseguenza la preoccupazione cresce, come l’incertezza per il futuro. Il problema, dal nostro punto di vista, sorge però dal momento in cui, al posto di puntare il dito verso chi cavalca questa situazione per trarne profitto, si è cominciato a guardare con sospetto il collega di lavoro o chi viene dall’estero con l’unica speranza di poter arrivare a fine mese con meno patemi d’animo, accettando al contempo una vita di sacrifici, fatta di orari impossibili e viaggi interminabili. Al posto di unirsi, organizzarsi e lottare per i diritti di tutti nella maggior parte dei casi la classe lavoratrice ha individuato la minaccia nei lavoratori provenienti dall’estero. La vecchia dinamica dividi et impera tanto cara a capitale e padronato ancora una volta ha colto nel segno, distogliendo l’attenzione da ciò che davvero è importante e creando una guerra fratricida che non lascia superstiti.
Questa iniziativa, se mai esisteranno basi legali con cui applicarla, nel concreto non porterà sicuramente beneficio ai lavoratori residenti in Ticino, in quanto nessuno dei promotori dell’iniziativa ha mai parlato di diritti, di salari minimi, di protezione contro il licenziamento, di adeguati orari di lavoro. Non a caso parte del comitato promotore era composta da imprenditori e già questo da solo, in un mondo ideale in cui si vota ragionevolmente e non solo di pancia, avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme.
Le stesse aree politiche che hanno promosso quest’iniziativa si sono ben guardate dal promuovere altre iniziative in votazione, sia precedentemente, come l’introduzione di un salario minimo, la difesa delle pensioni, l’aumento delle settimane di vacanza, la cassa malati unica e pubblica, ma hanno addirittura affossato l’iniziativa contro il dumping salariale, vero cancro moderno della classe lavoratrice ticinese, votata al contempo di “Prima i nostri”.
Sempre a proposito di chi ha promosso l’iniziativa in questione, nessuno di loro, ad esempio, ha espresso la benché minima contrarietà di fronte alle proposte di riduzioni di salari o aumento di ore di lavoro gratuito promosse dal padronato industriale all’inizio del 2015, quando con la scusa del franco forte, si è cercato di mettere in atto una strategia volta unicamente alla crescita del profitto del settore. Anzi, chi di loro si è espresso, l’ha fatto unicamente in difesa di chi ha proposto un peggioramento delle condizioni di lavoro e accusando il sindacato e gli operai che con esso si erano mobilitati contro queste manovre.
Oppure nessuno di loro si è mai indignato a fronte della riduzione della manodopera impiegata nel settore dell’edilizia malgrado l’aumento del volume di lavoro, che ha portato alla conseguente crescita della pressione sugli operai, che si sono ritrovati a lavorare nella condizione già da inizio cantiere si è in ritardo rispetto ai termini di consegna, con un calendario che prevede fino a 9 ore e mezza al giorno nei mesi meno freddi.
Di esempi simili ce ne sarebbero molti altri, ma crediamo che la situazione sia già sufficientemente chiara. Inoltre, questo tipo di pressioni risultano essere molte di più quando si ha di fronte una persona che, se dovesse perdere il lavoro, non avrebbe diritto a una disoccupazione decente oppure nei confronti di chi per anni ha dovuto arrangiarsi con una situazione precaria o di assenza di reddito prima di trovare un posto di lavoro in Svizzera.
Urge, in Ticino, in Svizzera, come nel resto dei Paesi europei, trovare la soluzione per riportare la discussione sulla radice delle problematiche, riuscire a fare i passi necessari per fare in modo che meglio si comprenda chi effettivamente è il nemico della classe lavoratrice, per combattere quelle che sono le speculazioni di pochi per i profitti di pochi, scaricate completamente sulle spalle di chi ha il timore di non sapere come arrivare a fine mese o di non trovare il mezzo di assicurarsi una forma di reddito qualsiasi. Perché oggi ci vogliono dividere tra lavoratori residenti e frontalieri, ma altre divisioni create dalle loro discriminazioni sono già presenti: tra lavoratori e lavoratrici che per la stessa mansione ricevono un salario inferiore, tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e l’interinale, tra l’occupato a tempo pieno e il sottoccupato, tra chi ha un diploma e chi non ce l’ha.
Lo si deve fare, anche con una visione internazionalista, perché comprendiamo bene l’indignazione di chi ha appreso l’esito del voto dall’estero, che è la nostra stessa rabbia e delusione, ma non bisogna scordarsi del fatto che le stesse dinamiche si stanno propagando nel resto d’Europa e la soluzione può essere solo quella di uno scambio, una costruzione politica che si opponga a questo clima e che sia condivisa in più territori.
In Ticino si potrebbe cominciare, ricordando, cosa è stato lo “Statuto dello Stagionale” in vigore fino a qualche decina di anni fa in Svizzera, che imponeva condizioni di vita pessime per i lavoratori stranieri, subito anche da una parte di cittadini che oggi sostiene l’iniziativa “Prima i nostri”.
Semplicemente, bisogna tornare a ragionare unicamente negli interessi della nostra classe.
Fonte
L’iniziativa in questione la si può pensare come un modo in salsa ticinese per ribadire quanto si è già approvato a livello confederale il 9 febbraio 2014, attraverso un’altra iniziativa dal nome fragoroso e inequivocabilmente xenofobo, il quale dà chiaramente l’idea di quanto in Svizzera si cerchi di cavalcare posizioni di pancia e creare disagio e al limite odio nei riguardi di chi proviene dall’estero: “Stop all’immigrazione di massa”.
In Svizzera, ma soprattutto in Ticino, per questioni utili unicamente al profitto di padroni e capitale, alcuni impieghi sono occupati da lavoratori frontalieri oppure da lavoratori con esperienza e diplomi maturati all’estero. Questo perché in molti settori economici i margini di sfruttamento sono molto ampi e consapevolmente coloro che vogliono trarre maggior profitto sulle spalle dei lavoratori propongono salari che un residente non può accettare in quanto semplicemente non riuscirebbe a far quadrare i conti a fine mese. Oppure aggirano l’obbligo di riconoscere la formazione e l’esperienza poiché conseguite all’estero, in modo tale da avere quindi accesso a manodopera, se non qualificata, almeno esperta del mestiere, abbattendo di parecchio il suo costo.
Il sentimento di concorrenza tra lavoratori e il conseguente timore verso una crescente disoccupazione, sia per sé stessi che per i propri figli sono cresciuti in maniera esponenziale dal momento che anche nel settore terziario o negli impieghi più ambiti è stata messa in atto questa dinamica.
In un contesto in cui esistono poche tutele dei diritti dei lavoratori, in cui si può licenziare senza giusta causa (in Svizzera non è mai esistito nulla di simile allo Statuto dei lavoratori italiano), in cui i salari, negli ultimi dieci/vent’anni, non hanno visto una crescita degna di nota e in linea con l’opulenza elvetica, ma in cui le spese aumentano di anno in anno (ad esempio affitti in crescita e assicurazione malattia privata e obbligatoria sempre più costosa) e un welfare pressoché inesistente, per ovvia conseguenza la preoccupazione cresce, come l’incertezza per il futuro. Il problema, dal nostro punto di vista, sorge però dal momento in cui, al posto di puntare il dito verso chi cavalca questa situazione per trarne profitto, si è cominciato a guardare con sospetto il collega di lavoro o chi viene dall’estero con l’unica speranza di poter arrivare a fine mese con meno patemi d’animo, accettando al contempo una vita di sacrifici, fatta di orari impossibili e viaggi interminabili. Al posto di unirsi, organizzarsi e lottare per i diritti di tutti nella maggior parte dei casi la classe lavoratrice ha individuato la minaccia nei lavoratori provenienti dall’estero. La vecchia dinamica dividi et impera tanto cara a capitale e padronato ancora una volta ha colto nel segno, distogliendo l’attenzione da ciò che davvero è importante e creando una guerra fratricida che non lascia superstiti.
Questa iniziativa, se mai esisteranno basi legali con cui applicarla, nel concreto non porterà sicuramente beneficio ai lavoratori residenti in Ticino, in quanto nessuno dei promotori dell’iniziativa ha mai parlato di diritti, di salari minimi, di protezione contro il licenziamento, di adeguati orari di lavoro. Non a caso parte del comitato promotore era composta da imprenditori e già questo da solo, in un mondo ideale in cui si vota ragionevolmente e non solo di pancia, avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme.
Le stesse aree politiche che hanno promosso quest’iniziativa si sono ben guardate dal promuovere altre iniziative in votazione, sia precedentemente, come l’introduzione di un salario minimo, la difesa delle pensioni, l’aumento delle settimane di vacanza, la cassa malati unica e pubblica, ma hanno addirittura affossato l’iniziativa contro il dumping salariale, vero cancro moderno della classe lavoratrice ticinese, votata al contempo di “Prima i nostri”.
Sempre a proposito di chi ha promosso l’iniziativa in questione, nessuno di loro, ad esempio, ha espresso la benché minima contrarietà di fronte alle proposte di riduzioni di salari o aumento di ore di lavoro gratuito promosse dal padronato industriale all’inizio del 2015, quando con la scusa del franco forte, si è cercato di mettere in atto una strategia volta unicamente alla crescita del profitto del settore. Anzi, chi di loro si è espresso, l’ha fatto unicamente in difesa di chi ha proposto un peggioramento delle condizioni di lavoro e accusando il sindacato e gli operai che con esso si erano mobilitati contro queste manovre.
Oppure nessuno di loro si è mai indignato a fronte della riduzione della manodopera impiegata nel settore dell’edilizia malgrado l’aumento del volume di lavoro, che ha portato alla conseguente crescita della pressione sugli operai, che si sono ritrovati a lavorare nella condizione già da inizio cantiere si è in ritardo rispetto ai termini di consegna, con un calendario che prevede fino a 9 ore e mezza al giorno nei mesi meno freddi.
Di esempi simili ce ne sarebbero molti altri, ma crediamo che la situazione sia già sufficientemente chiara. Inoltre, questo tipo di pressioni risultano essere molte di più quando si ha di fronte una persona che, se dovesse perdere il lavoro, non avrebbe diritto a una disoccupazione decente oppure nei confronti di chi per anni ha dovuto arrangiarsi con una situazione precaria o di assenza di reddito prima di trovare un posto di lavoro in Svizzera.
Urge, in Ticino, in Svizzera, come nel resto dei Paesi europei, trovare la soluzione per riportare la discussione sulla radice delle problematiche, riuscire a fare i passi necessari per fare in modo che meglio si comprenda chi effettivamente è il nemico della classe lavoratrice, per combattere quelle che sono le speculazioni di pochi per i profitti di pochi, scaricate completamente sulle spalle di chi ha il timore di non sapere come arrivare a fine mese o di non trovare il mezzo di assicurarsi una forma di reddito qualsiasi. Perché oggi ci vogliono dividere tra lavoratori residenti e frontalieri, ma altre divisioni create dalle loro discriminazioni sono già presenti: tra lavoratori e lavoratrici che per la stessa mansione ricevono un salario inferiore, tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e l’interinale, tra l’occupato a tempo pieno e il sottoccupato, tra chi ha un diploma e chi non ce l’ha.
Lo si deve fare, anche con una visione internazionalista, perché comprendiamo bene l’indignazione di chi ha appreso l’esito del voto dall’estero, che è la nostra stessa rabbia e delusione, ma non bisogna scordarsi del fatto che le stesse dinamiche si stanno propagando nel resto d’Europa e la soluzione può essere solo quella di uno scambio, una costruzione politica che si opponga a questo clima e che sia condivisa in più territori.
In Ticino si potrebbe cominciare, ricordando, cosa è stato lo “Statuto dello Stagionale” in vigore fino a qualche decina di anni fa in Svizzera, che imponeva condizioni di vita pessime per i lavoratori stranieri, subito anche da una parte di cittadini che oggi sostiene l’iniziativa “Prima i nostri”.
Semplicemente, bisogna tornare a ragionare unicamente negli interessi della nostra classe.
Fonte
11/09/2016
Un sindacato dalla visione lunga. Lo sciopero generale sarà anche “politico”
La tre giorni dell’Usb a San Vito Chietino organizzata in un camping e in collaborazione con il vicino centro sociale Zona 22, ha visto la rappresentazione materiale e se volete potenziale di un sindacato di classe lungimirante e pronto a battersi a tutto campo. I lavoratori e le lavoratrici giunte al meeting (con tanto di pargoli al seguito, i quali hanno ben gradito che una volta tanto le attività dei loro genitori avvenissero in un clima assai diverso da quello di riunioni e stanze chiuse) per due giorni si sono confrontati sui temi principali che incombono sull’agenda sindacale e politica del paese. Una prima tavola rotonda nel pomeriggio di venerdì con Giorgio Cremaschi, Maurizio Scarpa, Pierpaolo Leonardi, Guido Lutrario, Luciano Vasapollo e un delegato dei ferrovieri francesi della Cgt, ha fatto il punto su quale sindacato vada costruito per affrontare le sfide che derivano dalla crisi, dalla destrutturazione industriale e sociale, e dall’attacco frontale ai diritti e alle agibilità sindacali dei lavoratori. Come si ricompone il fronte di classe che anni di ristrutturazioni e misure selvagge hanno disgregato? Il ferroviere francese ha spiegato ad esempio la difficoltà nel coniugare i blocchi dei lavoratori delle fabbriche e dei servizi con le “Nuit Debut” messe in piedi dai giovani francesi contro l’infame Loi Travail. “Un sindacato di classe in qualche modo deve saper diventare un sindacato di popolo” ha affermato Cremaschi. La visione confederale e dunque generale di un sindacato come Usb, è stata sottolineata da Leonardi che ha messo in evidenza l’attenzione con cui si punti alla ricomposizione sul piano del conflitto e dell’organizzazione per chi ha un lavoro ancora stabile e chi invece fa i conti con la precarietà, la disoccupazione o con il problema dell’abitazione e dei servizi.
Nel pomeriggio di venerdì si sono svolti più incontri, dedicati soprattutto alle scadenze dell’autunno – dallo sciopero generale al referendum controcostituzionale voluto da Renzi.
Mentre al centro sociale Zona 22 ci si confrontava con gli attivisti sociali e sindacali di diverse città sul come ampliare il carattere sociale dello sciopero generale, investendo nella mobilitazione anche i settori non direttamente organizzabili nei luoghi di lavoro, in un altro spazio si confrontavano gli operai e i delegati del gruppo Fiat alle prese con un clima da caserma nelle fabbriche dominate dal modello Marchionne.
Successivamente, in una sorta di assemblea conclusiva, ci si è confrontati sul referendum costituzionale che il governo ha messo in cantiere tra novembre e dicembre. A spiegare le ragioni di una battaglia generale – e dunque politica – che non può che vedere impegnato anche il sindacato sono intervenuti Riccardo De Vito (Magistratura Democratica e membro del Comitato nazionale per il NO al referendum), Fabrizio Tommaselli, Daniela Mencarelli, Abubakar Somahouro (Usb) e Carlo Guglielmi (Forum Diritti Lavoro). L’allarme suonato da De Vito, magistrato impegnato difendere la Costituzione, è stato alto e circostanziato. E’ stato proprio Tommaselli a chiarire che lo sciopero generale (sulla data l’orientamento è quello del 21 ottobre) sarà questa volta uno sciopero “politico” che affiancherà alle vertenze aperte sul lavoro e lo stato sociale anche il NO chiaro e tondo al referendum costituzionale – o meglio controcostituzionale – del governo. Un sindacato chiamato dunque a misurarsi anche con la dimensione politica, una tesi questa ribadita anche da Daniela Mencarelli e da Somahouro, proprio perché le brutali modifiche costituzionali coincidono e affiancano con ferocia gli attacchi al diritto del lavoro e dei lavoratori. Su questo aspetto ha insistito molto, giocando efficacemente anche con le parole, il giurista Carlo Guglielmi. Insomma la battaglia per il NO al referendum sarà ben dentro le assemblee dei lavoratori che prepareranno lo sciopero generale di ottobre. Su questo Tommaselli ha fatto riferimento anche all’orientamento emerso nella recente riunione nazionale convocata da Eurostop, ma con una platea di partecipazione assai più ampia, che è quella di far convergere a ridosso dello sciopero generale anche una manifestazione nazionale contro il governo e per il No al referendum, insomma una “due giorni” di mobilitazione sul modello delle giornate di lotta del 18/19 ottobre di tre anni fa che hanno rappresentato il punto più alto e efficace di ricomposizione del conflitto sociale e politico nel paese degli ultimi anni.
Infine, la serata ci è conclusa con la presentazione del libro “Mai senza rete” curato dalla Rete Iside e dedicato alla sicurezza e alla salute sul lavoro. Il libro contiene tredici racconti di scrittori italiani che narrano storie di persone in carne ed ossa, lavoratrici e lavoratori, morti sul lavoro e sui quali spesso diventa anche difficile trovare le parole per denunciare quanto avviene nella guerra quotidiana contro chi lavora e lavorando ci lascia la pelle. Tre dei tredici racconti sono stati letti durante l'incontro da un giovane attore romano e da uno degli autori, Alessandro Pera. Al termine, lo spazio sociale Zona 22 ha ospitato il concerto con Assalti Frontali.
L’impressione ricavata gironzolando nello spazio di questo primo e inedito meeting estivo dell’Usb, tra discussioni di qualità e tuffi in mare o in piscina, tra scadenze di lotta da costruire e fritture di pesce, tra momenti di confronto, ragazzini in libertà e chiacchierate notturne sulle verande dei bungalow, è quella di un sindacato vero, in crescita ma consapevole della posta in gioco e dei limiti da superare. Un sindacato “controcorrente” lo hanno definito in molti ma che ovunque riesce a mettere radici lo fa con una visione generale del conflitto sociale, una visione lunga e non congiunturale. Un sindacato che fa vertenza ma che organizza anche l’amatriciana solidale con i terremotati alla quale partecipano migliaia di persone, che organizza i lavoratori ma guarda anche ai proletari dei territori e delle periferie urbane, che mette in campo piattaforme sociali ma non si sottrae alle sfide imposte dalla politica. Una impostazione che spiega anche l’abbassamento dell’età media degli attivisti e dei delegati con tantissimi giovani che cominciano a “fare sindacato” con modalità inedite. Così come spiega l'arrivo di tanti delegati e lavoratori dalla Cgil in rotta con un sindacato che da molto tempo ha rinunciato ad essere un sindacato conflittuale. Vista così l’Usb sta diventando effettivamente qualcosa di più di un semplice sindacato dei lavoratori, diventa una risorsa per la lotta per l’emancipazione generale degli sfruttati, che abbiano un contratto o meno.
"Autunno, annunciato dalle piogge di settembre torrenziali e piangenti" scriveva il poeta Giuseppe Cardarelli. Ma le piogge di questo settembre annunciano un autunno di lotta che potrebbe mandare a casa uno dei governi più odiosi e feroci prodotti da questi ventiquattro anni di governi conformati o subalterni all'Unione Europea delle banche e delle mutlinazionali. Hanno massacrato i diritti sociali peggiorando la vita di milioni di persone, ed ora vogliono spazzare via anche la Costituzione. Il NO al referendum indica lo spazio possibile per i conflitti sindacali e sociali ma soprattutto per la difesa e l'estensione della democrazia nel nostro paese. Una bella sfida da giocare fino in fondo, in ogni luogo.
Fonte
Nel pomeriggio di venerdì si sono svolti più incontri, dedicati soprattutto alle scadenze dell’autunno – dallo sciopero generale al referendum controcostituzionale voluto da Renzi.
Mentre al centro sociale Zona 22 ci si confrontava con gli attivisti sociali e sindacali di diverse città sul come ampliare il carattere sociale dello sciopero generale, investendo nella mobilitazione anche i settori non direttamente organizzabili nei luoghi di lavoro, in un altro spazio si confrontavano gli operai e i delegati del gruppo Fiat alle prese con un clima da caserma nelle fabbriche dominate dal modello Marchionne.
Successivamente, in una sorta di assemblea conclusiva, ci si è confrontati sul referendum costituzionale che il governo ha messo in cantiere tra novembre e dicembre. A spiegare le ragioni di una battaglia generale – e dunque politica – che non può che vedere impegnato anche il sindacato sono intervenuti Riccardo De Vito (Magistratura Democratica e membro del Comitato nazionale per il NO al referendum), Fabrizio Tommaselli, Daniela Mencarelli, Abubakar Somahouro (Usb) e Carlo Guglielmi (Forum Diritti Lavoro). L’allarme suonato da De Vito, magistrato impegnato difendere la Costituzione, è stato alto e circostanziato. E’ stato proprio Tommaselli a chiarire che lo sciopero generale (sulla data l’orientamento è quello del 21 ottobre) sarà questa volta uno sciopero “politico” che affiancherà alle vertenze aperte sul lavoro e lo stato sociale anche il NO chiaro e tondo al referendum costituzionale – o meglio controcostituzionale – del governo. Un sindacato chiamato dunque a misurarsi anche con la dimensione politica, una tesi questa ribadita anche da Daniela Mencarelli e da Somahouro, proprio perché le brutali modifiche costituzionali coincidono e affiancano con ferocia gli attacchi al diritto del lavoro e dei lavoratori. Su questo aspetto ha insistito molto, giocando efficacemente anche con le parole, il giurista Carlo Guglielmi. Insomma la battaglia per il NO al referendum sarà ben dentro le assemblee dei lavoratori che prepareranno lo sciopero generale di ottobre. Su questo Tommaselli ha fatto riferimento anche all’orientamento emerso nella recente riunione nazionale convocata da Eurostop, ma con una platea di partecipazione assai più ampia, che è quella di far convergere a ridosso dello sciopero generale anche una manifestazione nazionale contro il governo e per il No al referendum, insomma una “due giorni” di mobilitazione sul modello delle giornate di lotta del 18/19 ottobre di tre anni fa che hanno rappresentato il punto più alto e efficace di ricomposizione del conflitto sociale e politico nel paese degli ultimi anni.
Infine, la serata ci è conclusa con la presentazione del libro “Mai senza rete” curato dalla Rete Iside e dedicato alla sicurezza e alla salute sul lavoro. Il libro contiene tredici racconti di scrittori italiani che narrano storie di persone in carne ed ossa, lavoratrici e lavoratori, morti sul lavoro e sui quali spesso diventa anche difficile trovare le parole per denunciare quanto avviene nella guerra quotidiana contro chi lavora e lavorando ci lascia la pelle. Tre dei tredici racconti sono stati letti durante l'incontro da un giovane attore romano e da uno degli autori, Alessandro Pera. Al termine, lo spazio sociale Zona 22 ha ospitato il concerto con Assalti Frontali.
L’impressione ricavata gironzolando nello spazio di questo primo e inedito meeting estivo dell’Usb, tra discussioni di qualità e tuffi in mare o in piscina, tra scadenze di lotta da costruire e fritture di pesce, tra momenti di confronto, ragazzini in libertà e chiacchierate notturne sulle verande dei bungalow, è quella di un sindacato vero, in crescita ma consapevole della posta in gioco e dei limiti da superare. Un sindacato “controcorrente” lo hanno definito in molti ma che ovunque riesce a mettere radici lo fa con una visione generale del conflitto sociale, una visione lunga e non congiunturale. Un sindacato che fa vertenza ma che organizza anche l’amatriciana solidale con i terremotati alla quale partecipano migliaia di persone, che organizza i lavoratori ma guarda anche ai proletari dei territori e delle periferie urbane, che mette in campo piattaforme sociali ma non si sottrae alle sfide imposte dalla politica. Una impostazione che spiega anche l’abbassamento dell’età media degli attivisti e dei delegati con tantissimi giovani che cominciano a “fare sindacato” con modalità inedite. Così come spiega l'arrivo di tanti delegati e lavoratori dalla Cgil in rotta con un sindacato che da molto tempo ha rinunciato ad essere un sindacato conflittuale. Vista così l’Usb sta diventando effettivamente qualcosa di più di un semplice sindacato dei lavoratori, diventa una risorsa per la lotta per l’emancipazione generale degli sfruttati, che abbiano un contratto o meno.
"Autunno, annunciato dalle piogge di settembre torrenziali e piangenti" scriveva il poeta Giuseppe Cardarelli. Ma le piogge di questo settembre annunciano un autunno di lotta che potrebbe mandare a casa uno dei governi più odiosi e feroci prodotti da questi ventiquattro anni di governi conformati o subalterni all'Unione Europea delle banche e delle mutlinazionali. Hanno massacrato i diritti sociali peggiorando la vita di milioni di persone, ed ora vogliono spazzare via anche la Costituzione. Il NO al referendum indica lo spazio possibile per i conflitti sindacali e sociali ma soprattutto per la difesa e l'estensione della democrazia nel nostro paese. Una bella sfida da giocare fino in fondo, in ogni luogo.
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18/05/2016
Starace (Enel): “bisogna terrorizzare i dipendenti”
Con quel cognome lì, sembrava una scorciatoia troppo facile dargli del fascista. E in effetti non sappiamo se Francesco Starace, attuale amministratore delegato dell’Enel, abbia qualche parentela con il più famoso Achille, per otto anni segretario nazionale del partito fascista, dirigente del Coni e di altri enti durante il ventennio. Famoso davvero, nella sua generazione, al punto che Enzo Biagi qualificò come un “refuso” l’apparire sulla scena politica anni ’80 dell’altrettanto fascista Storace.
Ma il discorso da lui tenuto qualche settimana fa agli studenti della Luiss, l’università privata di Confindustria, non si distacca in nulla da quelli dell’omonimo dirigente fucilato il 28 aprile del 1945 e finito a testa in giù insieme all’amato Benito, in quel di Piazzale Loreto.
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”.
Il “potere” che si vuole cambiare, restando all’interno di un discorso da management aziendale, è la capacità dei lavoratori di rappresentarsi collettivamente e dunque contrattare salario e modalità della prestazione lavorativa in una posizione decisamente più favorevole che non sul piano individuale.
E dire che lo Starace elettrico si era fatta una fama da ambientalista, visto che si era dichiarato pronto ad investire soprattutto sulle energie rinnovabili e – soprattutto – mostrando a Matteo Renzi gli impianti appena costruiti in Nevada dalla sua azienda (incidentalmente controllata dallo Stato, dunque neanche “privata”, a rigor di azionariato).
Alla domanda di uno studente sulle migliori metodologie per guidare un’azienda, Starace ha risposto senza troppi giri di parole.
Soprattutto svela senza ipocrisie la sostanza del modo di pensare e di agire del “bravo capitalista”, sia che si parli di diritti del lavoro, sia che si occupi di risanamento ambientale o di sofisticazioni alimentari (o farmaceutiche!).
Mettere paura è il primo comandamento di qualsiasi manuale dello stratega militare, almeno a far data da Sun Tsu. Ma è anche il primo comandamento dell’impresa, in qualsiasi parte del mondo. Se e quando il sistema delle imprese ha accettato qualche livello di mediazione, di contrattazione sistematica, è avvenuto solo in presenza di un movimento operaio altrettanto forte, coeso, pronto alla battaglia in modo organizzato e compatto.
Se questa soggettività non esiste, o comunque se è limitata ad alcuni settori (magari anche grandi, ma non maggioritari) del mondo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine, età e contratto, allora l’impresa scatena i suoi peggiori istinti animali conducendo una lotta di classe dall’alto, come farebbe un pugile professionista di 100 kg a confronto di un bambino al primo giorno di scuola.
La governance aziendale è insomma costitutivamente violenta, bellica e senza regole (se non si è costretti a subirne). Non ha bisogno di ricorrere sistematicamente alle bastonate fisiche, se le è possibile raggiungere l’obiettivo manovrando esclusivamente sul fronte contrattuale, magari con la complicità di qualche sindacato di regime, o col mobbing e le minacce di licenziamento. Ma – come si è visto in alcuni casi, specie nella logistica o nella grande distribuzione – l’impresa non si tira certo indietro anche dal ricorso alla violenza fisica (guardioni e crumiri con le mazze, se non interviene prima la polizia; gomme delle auto squarciate, minacce anonime o palesi, ecc).
Questo avviene oggi. Nel 2016, in pieno regime cosiddetto democratico.
È il regime della paura e del terrorismo. E quello aziendale è molto più diffuso, prossimo e pervasivo di quello dell’Isis...
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Ma il discorso da lui tenuto qualche settimana fa agli studenti della Luiss, l’università privata di Confindustria, non si distacca in nulla da quelli dell’omonimo dirigente fucilato il 28 aprile del 1945 e finito a testa in giù insieme all’amato Benito, in quel di Piazzale Loreto.
“Bisogna distruggere fisicamente i centri di potere che si vuole cambiare”. “Creare malessere all’interno di questi”, “Colpire le persone opposte al cambiamento, nella maniera più plateale possibile, sicché da ispirare paura”.
Il “potere” che si vuole cambiare, restando all’interno di un discorso da management aziendale, è la capacità dei lavoratori di rappresentarsi collettivamente e dunque contrattare salario e modalità della prestazione lavorativa in una posizione decisamente più favorevole che non sul piano individuale.
E dire che lo Starace elettrico si era fatta una fama da ambientalista, visto che si era dichiarato pronto ad investire soprattutto sulle energie rinnovabili e – soprattutto – mostrando a Matteo Renzi gli impianti appena costruiti in Nevada dalla sua azienda (incidentalmente controllata dallo Stato, dunque neanche “privata”, a rigor di azionariato).
Alla domanda di uno studente sulle migliori metodologie per guidare un’azienda, Starace ha risposto senza troppi giri di parole.
“Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando ad essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce perchè alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile”.Queste lezioni di governance possono essere applicate a qualsiasi organizzazione (somiglia abbastanza bene all’irruzione del manipolo renziano nelle istituzioni e nel dispositivo costituzionale) e certo costituiscono da sempre l’abc del bravo capitalista tutto d’un pezzo (oltre 130 anni fa il costruttore di ferrovie Jay Gould diceva, più brutalmente, “Posso assumere metà dei lavoratori perché uccidano l’altra metà”). Ma sentirle pronunciare così, senza alcun imbarazzo, davanti a una platea di studenti – per quanto “predestinati” a eseguire quegli insegnamenti – in una università, fa abbastanza senso.
Soprattutto svela senza ipocrisie la sostanza del modo di pensare e di agire del “bravo capitalista”, sia che si parli di diritti del lavoro, sia che si occupi di risanamento ambientale o di sofisticazioni alimentari (o farmaceutiche!).
Mettere paura è il primo comandamento di qualsiasi manuale dello stratega militare, almeno a far data da Sun Tsu. Ma è anche il primo comandamento dell’impresa, in qualsiasi parte del mondo. Se e quando il sistema delle imprese ha accettato qualche livello di mediazione, di contrattazione sistematica, è avvenuto solo in presenza di un movimento operaio altrettanto forte, coeso, pronto alla battaglia in modo organizzato e compatto.
Se questa soggettività non esiste, o comunque se è limitata ad alcuni settori (magari anche grandi, ma non maggioritari) del mondo dei lavoratori dipendenti di ogni ordine, età e contratto, allora l’impresa scatena i suoi peggiori istinti animali conducendo una lotta di classe dall’alto, come farebbe un pugile professionista di 100 kg a confronto di un bambino al primo giorno di scuola.
La governance aziendale è insomma costitutivamente violenta, bellica e senza regole (se non si è costretti a subirne). Non ha bisogno di ricorrere sistematicamente alle bastonate fisiche, se le è possibile raggiungere l’obiettivo manovrando esclusivamente sul fronte contrattuale, magari con la complicità di qualche sindacato di regime, o col mobbing e le minacce di licenziamento. Ma – come si è visto in alcuni casi, specie nella logistica o nella grande distribuzione – l’impresa non si tira certo indietro anche dal ricorso alla violenza fisica (guardioni e crumiri con le mazze, se non interviene prima la polizia; gomme delle auto squarciate, minacce anonime o palesi, ecc).
Questo avviene oggi. Nel 2016, in pieno regime cosiddetto democratico.
È il regime della paura e del terrorismo. E quello aziendale è molto più diffuso, prossimo e pervasivo di quello dell’Isis...
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