Quando nel 1999 vennero firmati gli accordi per la Libera circolazione delle persone tra Svizzera e Unione Europea, parte dei cittadini del Canton Ticino riteneva che tali accordi potessero tradursi in una opportunità. In molti, anche tra i lavoratori autonomi che operavano nell’edilizia e nel connesso settore delle installazioni tecnologiche, credevano nella possibilità di allargare il mercato in Italia, esportando le loro capacità professionali nella vicina e popolosa Lombardia: la dimensione dei profitti che si immaginavano di poterne derivare era notevole, dal momento che il Canton Ticino conta circa trecentomila abitanti, a fronte dei nove milioni di cittadini lombardi. Tuttavia, nel giro di qualche anno, l’improvviso rafforzamento del franco svizzero rispetto all’euro ridusse nettamente i margini di guadagno per i lavoratori ticinesi in Italia che, in aggiunta, non si sentivano persone gradite, risultando concorrenti degli autoctoni nei loro rispettivi settori d’impiego.
Contemporaneamente, a seguito della crisi economica iniziata nel 2008, i frontalieri italiani iniziarono a riversarsi in numero crescente nel Cantone: raddoppiarono in meno di cinque anni, superando quota 65.000 nel 2013. La loro presenza venne così sempre più percepita come una minaccia dai lavoratori ticinesi che consideravano i frontalieri responsabili di un sicuro aumento di disoccupati tra i residenti, mentre ne temevano l’utilizzo come strumenti di pressione al ribasso sui salari. Il 9 gennaio 2014, una pagina di Ticinolive.ch presentava il dumping salariale a danno dei ticinesi come un dato di fatto, riconosciuto trasversalmente da osservatori appartenenti al mondo politico, sindacale e mediatico. La Libera circolazione finiva di rappresentare una opportunità e diventava l’incubo di molti ticinesi. In questo clima si tenne l’iniziativa referendaria del 9 febbraio 2014 che – in Ticino più che in qualsiasi altro cantone – vide la vittoria dei voti ad essa favorevoli. Che alla radice di quel risultato soggiacessero più o meno sensate preoccupazioni di ordine economico, e non tanto sentimenti xenofobi in senso stretto, venne confermato dalle due successive iniziative referendarie. Con la prima, il 28 febbraio 2016, la cittadinanza ticinese, così come a quella elvetica, respinse una proposta di espulsione sistematica degli stranieri che commettono reati. All’inizio del 2016, in sostanza, la Confederazione sembrava meno spaventata dagli stranieri di quanto fosse due anni prima. Nel mese di settembre dello stesso anno, invece, parve di assistere a una nuova inversione di tendenza, con il trionfo dell’iniziativa “Prima i nostri”, voluta dall’Unione Democratica di Centro. In questo caso, però, l’obiettivo dei referendari era quello di introdurre strumenti per la protezione del mercato del lavoro elvetico, ossia norme che obbligassero i datori di lavoro ad assumere cittadini stranieri solo dopo avere dimostrato l’indisponibilità di lavoratori locali per una certa posizione.
Ma, più in dettaglio, quali sono i dibattiti che hanno portato alla maturazione di quelle vittorie? E quali conseguenze ne sono derivate in concreto?
Anzitutto occorre rilevare come le autorità, ticinesi ma non solo, siano state messe in profonda difficoltà, poiché da anni devono misurarsi con iniziative il cui obiettivo è trovare formule che limitino la circolazione risultando contemporaneamente compatibili con il trattato sulla Libera circolazione. Già nel 2014, il Canton Ticino aveva commissionato all’«Istituto federale svizzero per la tecnologia» uno studio che stabilisse il senso, i limiti e i margini di un’operazione volta al contenimento della Libera circolazione stessa. La ricerca restituita alle autorità cantonali evidenziava come la limitazione dell’immigrazione non fosse una misura di per sé auspicabile per la classe dirigente elvetica. Per presupposto condiviso si riteneva opportuno attenersi ai principi della Libera circolazione almeno fino a quando degli indicatori socio-economici specifici avessero esplicitamente dimostrato la sua nocività economica e suggerito l’introduzione di misure di protezione. In questo clima, dal punto di vista attuativo, quanto fatto dalle Camere non consente l’applicazione dei contenuti di alcuna iniziativa, tanto che l’ex-deputato socialista al Gran Consiglio Nenad Stojanovic ha deciso pochi giorni fa di lanciare un referendum proprio per abrogare la legge di attuazione dell’iniziativa del 9 febbraio 2014, appena votata dalle camere, perché la ritiene insufficiente. Secondo Aymo Brunetti, ex-capo economista della Segreteria di Stato dell’economia, occorre invece avere pazienza e attendere che la Libera circolazione venga meno all’interno della UE stessa, sotto la pressione della Brexit e delle masse di rifugiati alle porte dell’Europa: se questo avvenisse rapidamente, come Brunetti ritiene, i contenuti delle iniziative svizzere potrebbero trovare attuazione.
In Ticino, in particolare, il dibattito sull’immigrazione si è trasformato in un dibattito sui frontalieri. Il 5 novembre 2015, il portale del Canton Ticino riportava di una accesa discussione tra Rico Maggi, direttore dell’«Istituto per le ricerche economiche» e docente dell’Università della Svizzera Italiana, e Fabio Losa, ricercatore della «Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana», in merito alla funzione dei frontalieri e all’utilità di un loro eventuale contenimento. Le loro posizioni si fondavano su argomentazioni di ordine metodologico e scientifico, ma riflettevano le due posizioni politiche che dominano il dibattito locale. Secondo Maggi, ai frontalieri non si dovrebbe imputare un “effetto di sostituzione” a danno dei lavoratori del Cantone ma, al limite, uno stimolo al ribasso sui salari. Per Losa, invece, tale effetto esisterebbe in molti settori dell’economia cantonale, a conferma della percezione diffusa tra i cittadini: secondo Losa, cioè, il frontalierato inciderebbe sulla disoccupazione dei residenti, ostacolandone l’ingresso nel mondo del lavoro. Lo stesso studio veniva presentato da bluewin.ch, dove si ricordava che “il mercato del lavoro ticinese negli ultimi anni ha cambiato il proprio orientamento: dal settore secondario al terziario avanzato. Allo stesso tempo l’adozione di politiche più aperte ha favorito una maggiore disponibilità del mercato del lavoro verso l’Italia. I nuovi posti di lavoro creati in Ticino, dal 2002 al 2014, sono 39.000 di cui 5.000 sono andati a cittadini svizzeri, 7.000 a stranieri residenti e 27.000 a lavoratori frontalieri. La percentuale di residenti con formazione inferiore ai 7 anni è, in Ticino, del 12%. In Svizzera dell’8,8%. L'occupazione è in crescita soprattutto nel settore terziario. Tra i lavoratori ticinesi, quelli in possesso di un titolo di studio terziario nel 2000 erano il 13% (16% il dato nazionale), nel 2010 erano il 26% (+1% rispetto alla Svizzera). L’aumento di lavoratori frontalieri avviene soprattutto nel settore terziario. In contrasto con la Svizzera nel suo complesso, la crescita dell'occupazione in Ticino è stata eccezionalmente forte nell'ambito dell’aumento dei frontalieri”. Tale aumento, però, dal punto di vista occupazionale non è andato a svantaggio dei residenti: stando alle statistiche registrate dal Dipartimento delle finanze e dell’economia (aggiornato al novembre del 2016), la disoccupazione nel Ticino nel decennio 2006-2016 non solo non è aumentata, ma è di poco diminuita.
Le riflessioni e le ricerche sviluppate nelle sedi istituzionali sono state ovviamente accompagnate dai dibattiti dei politici, oltre che dalle discussioni delle persone comuni. In questo senso, si deve notare come nel Ticino l’astio nei confronti dei lavoratori frontalieri italiani abbia continuato a crescere. Mentre una parte consistente degli analisti e degli osservatori italiani cercava di offrire un’immagine dei frontalieri come individui scelti per le loro competenze e attitudini non presenti nel Cantone, quei media che hanno sostenuto e favorito la vittoria dei «Sì» nelle iniziative referendarie attaccavano proprio su questo versante. Il Mattinonline, per esempio, scriveva il 6 maggio 2014: “Da tempo la SUPSI, sotto il profilo occupazionale, è diventata terreno di caccia esclusivo per accademici frontalieri in arrivo da Oltreconfine. Questi ultimi, una volta insediatisi comodamente in posizioni di comando a spese degli svizzerotti fessi, assumono soltanto propri compaesani in arrivo da oltremarina, che piazzano in ogni posto disponibile; col risultato che di ticinese alla SUPSI non entra più uno spillo. Poco più di un mesetto fa alla prestigiosa posizione di condirettore del Dipartimento Tecnologie Innovative è infatti stato nominato l’ennesimo accademico in arrivo dalla Fallitalia, tale Emanuele Carpanzano”. Dopo una curiosa riflessione dai tratti marcatamente paranoidi, il giornale concludeva: “E non venite a raccontarci le solite fregnacce sulle “competenze”, sulla “qualità” e sui “profili internazionali”, che tanto non ci crede più nessuno! Se tali storielle fossero vere, infatti, alla SUPSI ci sarebbero luminari da tutto il mondo e non certo solo dalla Lombardia!”.
Un ulteriore effetto del referendum – e dei dibattiti appena descritti – è stata l’interiorizzazione di retoriche sul frontalierato e i suoi danni da parte di enti e realtà pubbliche mosse da scopi propagandistici, o dal desiderio di tutelarsi da facili polemiche. Il comune di Claro, per esempio, già nel 2015 diffondeva un manifesto per rivendicare la scelta di assumere solo personale residente. L’arciprete di Lugano, invece, si è messo alla ricerca di un sagrestano, dichiarando di preferirlo non italiano. A queste iniziative ad alto contenuto simbolico, si devono aggiungere alcune proposte che, con toni più o meno espliciti, intendono rendere più complicata la vita dei lavoratori frontalieri. La strategia per “una mobilità sostenibile” del consigliere di stato leghista Claudio Zali, per esempio, punta a limitare il numero di parcheggi abusivi perché, come racconta Aron D’Errico: “a seguito della libera circolazione e dell’invasione di frontalieri, sono nati dei posteggi abusivi, su terreni privati in zone industriali e commerciali. Il traffico, soprattutto nel Sottoceneri, è gravemente congestionato, con frontalieri che intasano le nostre strade, aumentano l’inquinamento e parcheggiano in aree pubbliche in cui sarebbe vietato”.
Per il resto, gli effetti delle iniziative referendarie non sembrano andare molto oltre. Riflesso di una reale situazione di stress nel mercato del lavoro ticinese – non in relazione alla disoccupazione, ma al livello dei salari e alla qualità delle condizioni di lavoro – le iniziative non hanno portato a interventi nel mercato del lavoro stesso che, del resto, sarebbero possibili solo ipotizzando un’azione statale forte nell’economia e una serie di normative anti-dumping – a partire dall’introduzione di minimi salariali e di una contrattazione collettiva su base non aziendale – indigeribili per il governo e la classe dirigente elvetica. Il numero di frontalieri, ad oggi, non è sceso e le imprese italiane registrate in Ticino nel 2015, nonostante il referendum del 2014, sono addirittura aumentate del 55%, alla ricerca di vantaggi fiscali. In continua crescita sembrano essere solo il risentimento dei lavoratori locali nei confronti dei frontalieri e la strumentalizzazione di quel risentimento per fini politici e propagandistici.
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Analisi, opinioni, fatti e (più di rado) arte da una prospettiva di classe.
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10/01/2017
02/10/2016
Ticino. Riflessioni sul risultato dell’iniziativa “Prima i nostri”
Il risultato del voto sull’iniziativa popolare “Prima i nostri” non è altro che l’ennesimo segnale di un clima politico preoccupante, che non riguarda purtroppo il solo Ticino, bensì si inscrive in una tendenza che trova terreno fertile in tutta Europa. Ovviamente, questo orientamento è declinato in maniera differente e su varie istanze, a dipendenza delle varie regioni e delle criticità date da fattori locali. Questa precisazione non è un tentativo di difendere, giustificare, l’opinione dei cittadini ticinesi, tuttavia desideriamo far meglio comprendere a chi non vive o lavora in questo cantone la portata di quanto si sta analizzando. In uno sforzo di trasposizione, possiamo affermare che lo stesso tipo di politica che ha portato la maggioranza dei ticinesi ad approvare questa iniziativa è quella che trova riscontro nella figura e nel successo di Salvini in Italia.
L’iniziativa in questione la si può pensare come un modo in salsa ticinese per ribadire quanto si è già approvato a livello confederale il 9 febbraio 2014, attraverso un’altra iniziativa dal nome fragoroso e inequivocabilmente xenofobo, il quale dà chiaramente l’idea di quanto in Svizzera si cerchi di cavalcare posizioni di pancia e creare disagio e al limite odio nei riguardi di chi proviene dall’estero: “Stop all’immigrazione di massa”.
In Svizzera, ma soprattutto in Ticino, per questioni utili unicamente al profitto di padroni e capitale, alcuni impieghi sono occupati da lavoratori frontalieri oppure da lavoratori con esperienza e diplomi maturati all’estero. Questo perché in molti settori economici i margini di sfruttamento sono molto ampi e consapevolmente coloro che vogliono trarre maggior profitto sulle spalle dei lavoratori propongono salari che un residente non può accettare in quanto semplicemente non riuscirebbe a far quadrare i conti a fine mese. Oppure aggirano l’obbligo di riconoscere la formazione e l’esperienza poiché conseguite all’estero, in modo tale da avere quindi accesso a manodopera, se non qualificata, almeno esperta del mestiere, abbattendo di parecchio il suo costo.
Il sentimento di concorrenza tra lavoratori e il conseguente timore verso una crescente disoccupazione, sia per sé stessi che per i propri figli sono cresciuti in maniera esponenziale dal momento che anche nel settore terziario o negli impieghi più ambiti è stata messa in atto questa dinamica.
In un contesto in cui esistono poche tutele dei diritti dei lavoratori, in cui si può licenziare senza giusta causa (in Svizzera non è mai esistito nulla di simile allo Statuto dei lavoratori italiano), in cui i salari, negli ultimi dieci/vent’anni, non hanno visto una crescita degna di nota e in linea con l’opulenza elvetica, ma in cui le spese aumentano di anno in anno (ad esempio affitti in crescita e assicurazione malattia privata e obbligatoria sempre più costosa) e un welfare pressoché inesistente, per ovvia conseguenza la preoccupazione cresce, come l’incertezza per il futuro. Il problema, dal nostro punto di vista, sorge però dal momento in cui, al posto di puntare il dito verso chi cavalca questa situazione per trarne profitto, si è cominciato a guardare con sospetto il collega di lavoro o chi viene dall’estero con l’unica speranza di poter arrivare a fine mese con meno patemi d’animo, accettando al contempo una vita di sacrifici, fatta di orari impossibili e viaggi interminabili. Al posto di unirsi, organizzarsi e lottare per i diritti di tutti nella maggior parte dei casi la classe lavoratrice ha individuato la minaccia nei lavoratori provenienti dall’estero. La vecchia dinamica dividi et impera tanto cara a capitale e padronato ancora una volta ha colto nel segno, distogliendo l’attenzione da ciò che davvero è importante e creando una guerra fratricida che non lascia superstiti.
Questa iniziativa, se mai esisteranno basi legali con cui applicarla, nel concreto non porterà sicuramente beneficio ai lavoratori residenti in Ticino, in quanto nessuno dei promotori dell’iniziativa ha mai parlato di diritti, di salari minimi, di protezione contro il licenziamento, di adeguati orari di lavoro. Non a caso parte del comitato promotore era composta da imprenditori e già questo da solo, in un mondo ideale in cui si vota ragionevolmente e non solo di pancia, avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme.
Le stesse aree politiche che hanno promosso quest’iniziativa si sono ben guardate dal promuovere altre iniziative in votazione, sia precedentemente, come l’introduzione di un salario minimo, la difesa delle pensioni, l’aumento delle settimane di vacanza, la cassa malati unica e pubblica, ma hanno addirittura affossato l’iniziativa contro il dumping salariale, vero cancro moderno della classe lavoratrice ticinese, votata al contempo di “Prima i nostri”.
Sempre a proposito di chi ha promosso l’iniziativa in questione, nessuno di loro, ad esempio, ha espresso la benché minima contrarietà di fronte alle proposte di riduzioni di salari o aumento di ore di lavoro gratuito promosse dal padronato industriale all’inizio del 2015, quando con la scusa del franco forte, si è cercato di mettere in atto una strategia volta unicamente alla crescita del profitto del settore. Anzi, chi di loro si è espresso, l’ha fatto unicamente in difesa di chi ha proposto un peggioramento delle condizioni di lavoro e accusando il sindacato e gli operai che con esso si erano mobilitati contro queste manovre.
Oppure nessuno di loro si è mai indignato a fronte della riduzione della manodopera impiegata nel settore dell’edilizia malgrado l’aumento del volume di lavoro, che ha portato alla conseguente crescita della pressione sugli operai, che si sono ritrovati a lavorare nella condizione già da inizio cantiere si è in ritardo rispetto ai termini di consegna, con un calendario che prevede fino a 9 ore e mezza al giorno nei mesi meno freddi.
Di esempi simili ce ne sarebbero molti altri, ma crediamo che la situazione sia già sufficientemente chiara. Inoltre, questo tipo di pressioni risultano essere molte di più quando si ha di fronte una persona che, se dovesse perdere il lavoro, non avrebbe diritto a una disoccupazione decente oppure nei confronti di chi per anni ha dovuto arrangiarsi con una situazione precaria o di assenza di reddito prima di trovare un posto di lavoro in Svizzera.
Urge, in Ticino, in Svizzera, come nel resto dei Paesi europei, trovare la soluzione per riportare la discussione sulla radice delle problematiche, riuscire a fare i passi necessari per fare in modo che meglio si comprenda chi effettivamente è il nemico della classe lavoratrice, per combattere quelle che sono le speculazioni di pochi per i profitti di pochi, scaricate completamente sulle spalle di chi ha il timore di non sapere come arrivare a fine mese o di non trovare il mezzo di assicurarsi una forma di reddito qualsiasi. Perché oggi ci vogliono dividere tra lavoratori residenti e frontalieri, ma altre divisioni create dalle loro discriminazioni sono già presenti: tra lavoratori e lavoratrici che per la stessa mansione ricevono un salario inferiore, tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e l’interinale, tra l’occupato a tempo pieno e il sottoccupato, tra chi ha un diploma e chi non ce l’ha.
Lo si deve fare, anche con una visione internazionalista, perché comprendiamo bene l’indignazione di chi ha appreso l’esito del voto dall’estero, che è la nostra stessa rabbia e delusione, ma non bisogna scordarsi del fatto che le stesse dinamiche si stanno propagando nel resto d’Europa e la soluzione può essere solo quella di uno scambio, una costruzione politica che si opponga a questo clima e che sia condivisa in più territori.
In Ticino si potrebbe cominciare, ricordando, cosa è stato lo “Statuto dello Stagionale” in vigore fino a qualche decina di anni fa in Svizzera, che imponeva condizioni di vita pessime per i lavoratori stranieri, subito anche da una parte di cittadini che oggi sostiene l’iniziativa “Prima i nostri”.
Semplicemente, bisogna tornare a ragionare unicamente negli interessi della nostra classe.
Fonte
L’iniziativa in questione la si può pensare come un modo in salsa ticinese per ribadire quanto si è già approvato a livello confederale il 9 febbraio 2014, attraverso un’altra iniziativa dal nome fragoroso e inequivocabilmente xenofobo, il quale dà chiaramente l’idea di quanto in Svizzera si cerchi di cavalcare posizioni di pancia e creare disagio e al limite odio nei riguardi di chi proviene dall’estero: “Stop all’immigrazione di massa”.
In Svizzera, ma soprattutto in Ticino, per questioni utili unicamente al profitto di padroni e capitale, alcuni impieghi sono occupati da lavoratori frontalieri oppure da lavoratori con esperienza e diplomi maturati all’estero. Questo perché in molti settori economici i margini di sfruttamento sono molto ampi e consapevolmente coloro che vogliono trarre maggior profitto sulle spalle dei lavoratori propongono salari che un residente non può accettare in quanto semplicemente non riuscirebbe a far quadrare i conti a fine mese. Oppure aggirano l’obbligo di riconoscere la formazione e l’esperienza poiché conseguite all’estero, in modo tale da avere quindi accesso a manodopera, se non qualificata, almeno esperta del mestiere, abbattendo di parecchio il suo costo.
Il sentimento di concorrenza tra lavoratori e il conseguente timore verso una crescente disoccupazione, sia per sé stessi che per i propri figli sono cresciuti in maniera esponenziale dal momento che anche nel settore terziario o negli impieghi più ambiti è stata messa in atto questa dinamica.
In un contesto in cui esistono poche tutele dei diritti dei lavoratori, in cui si può licenziare senza giusta causa (in Svizzera non è mai esistito nulla di simile allo Statuto dei lavoratori italiano), in cui i salari, negli ultimi dieci/vent’anni, non hanno visto una crescita degna di nota e in linea con l’opulenza elvetica, ma in cui le spese aumentano di anno in anno (ad esempio affitti in crescita e assicurazione malattia privata e obbligatoria sempre più costosa) e un welfare pressoché inesistente, per ovvia conseguenza la preoccupazione cresce, come l’incertezza per il futuro. Il problema, dal nostro punto di vista, sorge però dal momento in cui, al posto di puntare il dito verso chi cavalca questa situazione per trarne profitto, si è cominciato a guardare con sospetto il collega di lavoro o chi viene dall’estero con l’unica speranza di poter arrivare a fine mese con meno patemi d’animo, accettando al contempo una vita di sacrifici, fatta di orari impossibili e viaggi interminabili. Al posto di unirsi, organizzarsi e lottare per i diritti di tutti nella maggior parte dei casi la classe lavoratrice ha individuato la minaccia nei lavoratori provenienti dall’estero. La vecchia dinamica dividi et impera tanto cara a capitale e padronato ancora una volta ha colto nel segno, distogliendo l’attenzione da ciò che davvero è importante e creando una guerra fratricida che non lascia superstiti.
Questa iniziativa, se mai esisteranno basi legali con cui applicarla, nel concreto non porterà sicuramente beneficio ai lavoratori residenti in Ticino, in quanto nessuno dei promotori dell’iniziativa ha mai parlato di diritti, di salari minimi, di protezione contro il licenziamento, di adeguati orari di lavoro. Non a caso parte del comitato promotore era composta da imprenditori e già questo da solo, in un mondo ideale in cui si vota ragionevolmente e non solo di pancia, avrebbe dovuto essere un campanello d’allarme.
Le stesse aree politiche che hanno promosso quest’iniziativa si sono ben guardate dal promuovere altre iniziative in votazione, sia precedentemente, come l’introduzione di un salario minimo, la difesa delle pensioni, l’aumento delle settimane di vacanza, la cassa malati unica e pubblica, ma hanno addirittura affossato l’iniziativa contro il dumping salariale, vero cancro moderno della classe lavoratrice ticinese, votata al contempo di “Prima i nostri”.
Sempre a proposito di chi ha promosso l’iniziativa in questione, nessuno di loro, ad esempio, ha espresso la benché minima contrarietà di fronte alle proposte di riduzioni di salari o aumento di ore di lavoro gratuito promosse dal padronato industriale all’inizio del 2015, quando con la scusa del franco forte, si è cercato di mettere in atto una strategia volta unicamente alla crescita del profitto del settore. Anzi, chi di loro si è espresso, l’ha fatto unicamente in difesa di chi ha proposto un peggioramento delle condizioni di lavoro e accusando il sindacato e gli operai che con esso si erano mobilitati contro queste manovre.
Oppure nessuno di loro si è mai indignato a fronte della riduzione della manodopera impiegata nel settore dell’edilizia malgrado l’aumento del volume di lavoro, che ha portato alla conseguente crescita della pressione sugli operai, che si sono ritrovati a lavorare nella condizione già da inizio cantiere si è in ritardo rispetto ai termini di consegna, con un calendario che prevede fino a 9 ore e mezza al giorno nei mesi meno freddi.
Di esempi simili ce ne sarebbero molti altri, ma crediamo che la situazione sia già sufficientemente chiara. Inoltre, questo tipo di pressioni risultano essere molte di più quando si ha di fronte una persona che, se dovesse perdere il lavoro, non avrebbe diritto a una disoccupazione decente oppure nei confronti di chi per anni ha dovuto arrangiarsi con una situazione precaria o di assenza di reddito prima di trovare un posto di lavoro in Svizzera.
Urge, in Ticino, in Svizzera, come nel resto dei Paesi europei, trovare la soluzione per riportare la discussione sulla radice delle problematiche, riuscire a fare i passi necessari per fare in modo che meglio si comprenda chi effettivamente è il nemico della classe lavoratrice, per combattere quelle che sono le speculazioni di pochi per i profitti di pochi, scaricate completamente sulle spalle di chi ha il timore di non sapere come arrivare a fine mese o di non trovare il mezzo di assicurarsi una forma di reddito qualsiasi. Perché oggi ci vogliono dividere tra lavoratori residenti e frontalieri, ma altre divisioni create dalle loro discriminazioni sono già presenti: tra lavoratori e lavoratrici che per la stessa mansione ricevono un salario inferiore, tra chi ha un contratto a tempo indeterminato e l’interinale, tra l’occupato a tempo pieno e il sottoccupato, tra chi ha un diploma e chi non ce l’ha.
Lo si deve fare, anche con una visione internazionalista, perché comprendiamo bene l’indignazione di chi ha appreso l’esito del voto dall’estero, che è la nostra stessa rabbia e delusione, ma non bisogna scordarsi del fatto che le stesse dinamiche si stanno propagando nel resto d’Europa e la soluzione può essere solo quella di uno scambio, una costruzione politica che si opponga a questo clima e che sia condivisa in più territori.
In Ticino si potrebbe cominciare, ricordando, cosa è stato lo “Statuto dello Stagionale” in vigore fino a qualche decina di anni fa in Svizzera, che imponeva condizioni di vita pessime per i lavoratori stranieri, subito anche da una parte di cittadini che oggi sostiene l’iniziativa “Prima i nostri”.
Semplicemente, bisogna tornare a ragionare unicamente negli interessi della nostra classe.
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