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lunedì 23 luglio 2018

Quando siamo diventati cattivi

Siamo sempre stati un popolo di fetenti, un gregge coi denti aguzzi che trasforma ogni singola ragione in una fabbrica di torti: non c’è bisogno che leggiate dei libri, eh (Dio ve ne scampi). Perdete giusto quel paio d’orette a vedere La marcia su Roma, il capolavoro di Dino Risi con Gassman e Tognazzi. Se poi ancora non capite, fatti vostri. Però, ripensando a quello che, con un gruppo di amici, commentavamo ieri su Facebook, mi è venuta in mente una cosa meno datata. Che è forse il momento della nostra storia recente in cui abbiamo cominciato a diventare davvero della gente di merda a tutti i livelli. Quando, cioè, siamo diventati cattivi.

Ve lo ricordate, voi, il governo Monti? Di quel professore che, prima di accettare l’incarico a presidente del consiglio ritenne prudente farsi nominare senatore a vita? Vi ricordate come esordì, il sobrio senator-professor in loden?

Così, esordì.

Dicendo che il posto fisso era monotono, che insomma, bisognava cambiare, e se ci licenziavano era per il nostro bene, per mettere quel pizzico di pepe in vite altrimenti inutili. E non un cane gli rispose che a) uno va a faticare non per sfizio, ma per avere un tetto sulla testa e un piatto da mettere a tavola, b) che se potessimo, col cazzo che andremmo a faticare, ammesso di avere lo stipendio di un senatore a vita. E invece mi ricordo che partirono tutti con quel mantra disgustoso: avete vissuto al di sopra delle vostre possibilità. E non è che lo dicevano ai ricchi, no. Lo dicevano a quelli che a mezzogiorno mangiano coi buoni pasto da 5 euro, a quelli che guardano con terrore la cassetta della posta, che si fanno marcire i denti in bocca perché curarsi costa.

Ecco, è quello il momento in cui abbiamo cominciato a diventare cattivi.

Si diventa cattivi, ci si comincia a trasformare in pezzi di merda, quando si decide di rinunciare ai diritti. Allora rinunciammo ai nostri, ed è ovvio che un popolo di piecori che butta i suoi diritti nel cesso poi non è disposto ad ammettere che gli altri possano averne. Crepi in mare? Crepa pure, mia madre è crepata in una corsia d’ospedale. Hai fame? Cazzi tuoi, ieri mi hanno licenziato e ho cinquant’anni e tra un po’ mi muoio di fame pure io.

I diritti, tutti i diritti, sono parte integrante della nostra umanità. Quando ci concediamo a quella che quelle bestie assetate di sangue chiamano libero mercato, concorrenza, flessibilità, quando accettiamo di farci trattare come animali, ci trasformiamo in belve pronte ad azzannare i più deboli.

Qua o ci si salva tutti oppure non si salva nessuno.

Nessuno.

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