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giovedì 26 luglio 2018

Chiudere i porti, spegnere i cervelli. Il caso Sarost

Chiudere i porti. Magari accompagnando la mossa con un bel post sui social in cui il ministro dell’interno figura, cupo e cattivo più che mai, con le braccia conserte e l’espressione di chi non ha intenzione di lasciar spazio ad un briciolo d’umanità.

La ricetta proposta dal “governo del cambiamento” per rilanciare un paese in crisi, finora, pare essere soltanto questa. Una non-ricetta, per dirla tutta; perché se è di tutta evidenza che la crisi che attraversa il nostro paese non è certo determinata da qualche migliaio di persone che ogni anno cercano di sbarcare sulle nostre coste (la maggior parte delle quali, tra l’altro, con l’intenzione di fare dell’Italia solo una tappa necessaria ma temporanea del loro viaggio verso altri paesi europei), è altrettanto lampante che il cambiamento tanto decantato dal nuovo esecutivo non sia nient’altro che un’ennesima, stancante, elaborazione retorica.

Nessuna inversione di tendenza per quanto riguarda la lotta alla povertà, alla crisi del sistema-lavoro, alle diseguaglianze. Solo tante chiacchiere e tanta, tantissima propaganda. Fatta, questo è quel che è più grave, sulla pelle delle persone.

Gli esempi sono stati, in poche decine di giorni, numerosi. La decisione di chiudere i porti, cui facevamo riferimento all’inizio, rappresenta uno dei casi più eclatanti, insieme alla guerra alle ong, descritte ormai come le principali responsabili di un fenomeno – quello dei flussi migratori – vecchio quanto il mondo e, in questo caso particolare, determinato per lo più da politiche scellerate portate avanti negli anni dai “civili e democratici” governi occidentali.

In questo gioco a chi la spara più grossa, ormai, vale tutto: qualsiasi notizia inventata può diventare vera, qualsiasi annuncio può essere disatteso: tanto per dirne una, ancora stiamo aspettando le prove annunciate da Matteo Salvini per dimostrare che la guardia costiera libica non ha responsabilità nell’abbandono in mare di Josephine... Ma ogni giorno “la notizia” è un’altra, e nessun giornalista si ricorda più di chieder conto di quel che è stato detto solo ieri.

Quella di questi giorni, completamente ignorata da gran parte della nostra stampa – oltre che dal mondo politico – riguarda l’imbarcazione Sarost 5, costretta in mare aperto nelle acque antistanti la Tunisia ormai da 15 giorni, senza che vi sia nessuno, in tutto il continente europeo, disposto ad aprire un porto per permettere alla nave di attraccare.

A bordo ci sono 40 persone, partite dalla Libia lo scorso 11 luglio su di un peschereccio finito in avaria e tratte in salvo, dopo 5 giorni di navigazione, proprio dalla Sarost, nave appartenente ad una società che che gestisce una piattaforma di estrazione di petrolio al largo delle coste tunisine.

I viveri a disposizione, divisi tra l’equipaggio e i 40 naufraghi, sono in esaurimento e le condizioni sulla nave peggiorano di ora in ora. A bordo anche due donne incinta, le cui gravidanze sono seriamente a rischio: “Abbiamo chiesto il permesso di trasferire almeno le due donne, ma le autorità non rispondono. I ginecologi dicono che non possono fare nulla al di là del controllo sullo stato di salute delle donne, ma hanno bisogno di fare ecografie e altri test”, ha affermato Monji Slim, membro del comitato regionale Me’dedine della Mezzaluna rossa tunisina.

L’equipaggio della Sarost aveva provato, in un primo momento, a contattare le autorità tunisine, che continuano a rifiutare lo sbarco per timore che questo possa rappresentare un precedente capace di innescare nuovi arrivi nelle prossime settimane; inutili, naturalmente, sono state anche le richieste d’approdo inoltrate a Malta, Francia e Italia.

D’altra parte, ai tempi del governo del cambiamento, la propaganda viene prima di tutto e oggi accogliere 40 disperati da 15 giorni in balia delle onde, sarebbe senz’altro un grave segno di debolezza.

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