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martedì 31 luglio 2018

Ucraina: il deposto Janukovic si appella al Tribunale de L’Aja

Lo scorso 14 luglio l’ex presidente Viktor Janukovic, che l’attuale junta golpista accusa di “tradimento della patria” (comincia oggi il dibattimento presso una corte circondariale di Kiev), ha presentato una querela alla procura generale ucraina: formalmente, per “difesa dell’onore, della dignità e della reputazione”; la prima seduta è fissata per il 13 settembre. Concretamente, si tratta dell’avvio di un’indagine sul colpo di stato del febbraio 2014.

Janukovic chiede di accertare la responsabilità nel putsch di vari personaggi di primo piano, tra cui Ministro degli interni Arsen Avakov, sindaco di Kiev Vitalij Klichko, Procuratore generale Jurij Lutsenko, speaker della Rada Andrej Parubij, ex capo dei Servizi di sicurezza Valentin Nalivajcenko, deputato del “Fronte popolare” Sergej Pashinskij, segretario del Consiglio di sicurezza Aleksandr Turcinov, leader di “Svoboda” Oleg Tjagnibok ed ex premier Arsenij Jatsenjuk.

Forse non del tutto stranamente, le informazioni non citano, tra i querelati, l’attuale presidente Petro Poroshenko, che all’epoca non era nelle prime linee del golpe. Il collegio legale che ha preso in carico l’azione dell’ex presidente ucraino avrebbe già pronta anche un’istanza da presentare al Tribunale de L’Aja, in cui i medesimi soggetti vengono accusati non solo del colpo di stato, ma anche di sparatorie di massa a majdan Nezalezhnosti.

Nella cerchia di Janukovic si dice che il deposto presidente, per l’avvio delle azioni legali, avrebbe atteso qualche segnale di mutamento nel clima politico, anche internazionale, attorno al regime golpista e si sottolinea come il collegio legale disponga di centinaia di testimonianze di partecipanti diretti a majdan, secondo i quali la strage fu organizzata scientemente. L’ex attivista di majdan e oggi deputato, Vladimir Parasjuk ricorda come proprio l’attuale Procuratore generale – l’elettrotecnico Lutsenko – esortasse in quei giorni gli ucraini a impadronirsi degli arsenali e a sparare sul Berkut, i reparti speciali del Ministero degli interni, secondo il piano elaborato da Pashinskij e dal boldriniano Parubij.

Parasjuk avrebbe anche detto di non aver intenzione di testimoniare pubblicamente, finché dura l’attuale regime, perché teme per la propria vita e per quella di altri “majdanisti” che pure avrebbero preziose informazioni da rendere pubbliche.

Che il clima politico, anche negli ambienti dei tutor internazionali di Kiev, si stia, se pur impercettibilmente, modificando sembra testimoniarlo anche il fatto che, secondo il servizio stampa dell’esercito ucraino, ripreso da novorosinform.org, dall’inizio dell’anno avrebbero presentato rapporto di dimissioni circa undicimila tra ufficiali e militari a contratto, mentre sempre meno “contrattisti” stranieri sarebbero disposti a sottoscrivere ferme a lunga scadenza e il corpo sottufficiali sembra disporre di appena il 65% degli effettivi.

Da qui a fine anno, secondo la stessa fonte, dovrebbero seguirne l’esempio altri diciottomila uomini; causa prima: insufficienza delle paghe. Il Ministro della difesa Stepan Poltorak avrebbe lamentato una carenza di fondi di 4,5 miliardi di grivne, da destinare alle paghe dei militari nella seconda metà dell’anno. Già la settimana scorsa, le milizie della Repubblica popolare di Donetsk avevano rilevato come, evidentemente proprio in conseguenza dei ritardi nella riscossione delle paghe, i soldati ucraini avessero intensificato la pratica, da tempo in uso, di vendere materiale bellico.

Tale commercio di armi porta spesso a sparatorie tra reparti appartenenti alle stesse brigate, con morti e feriti tra le truppe di Kiev; in qualche caso, per stroncare gli episodi di indisciplina, saccheggio, contrabbando e mercato di armi, i comandi sono stati costretti a ritirare dal fronte anche reparti operativi avanzati.

Sempre secondo le milizie della DNR, vari comandi ucraini al fronte, nei rapporti allo Stato maggiore, amplificano il numero di bombardamenti sui centri del Donbass, per mascherare il commercio di munizionamento, carburanti e lubrificanti. Secondo l’intelligence delle milizie, ad esempio, nelle ultime settimane i comandi di linea avrebbero “certificato” a quelli centrali dai 20 ai 25 bombardamenti quotidiani, contro i 5-7 effettivi. Si tratta, fatti i conti, di diverse tonnellate di carburante venduto agli abitanti delle zone occupate dalle truppe ucraine e decine di munizioni di grosso calibro, contrabbandate a “Pravyj Sektor” e “UDA”, il cosiddetto “Esercito volontario ucraino”, la nuova formazione armata dell’ex leader di “Pravyj Sektor”, Dmitro Jarosh.

Che le cose, per le forze ucraine nel Donbass, non procedano esattamente con linearità, lo testimoniano anche altri episodi. Mentre lungo la linea del fronte, ormai da da diversi giorni, le aree di Dokuchaevsk e Spartak sono sotto il fuoco di mortai pesanti da 120 mm, rispettivamente delle 93° e 92° brigate meccanizzate, la ricognizione della DNR avrebbe accertato, da fonte diretta del battaglione neonazista “Azov”, che responsabili del bombardamento lungo la direttrice Talakovka-Sakhanka, lo scorso 27 luglio, apparentemente dalle posizioni della 36° brigata di fanteria di marina, sarebbero non i fanti, ma i nazisti di “Azov”, che rispondono direttamente al Ministro degli interni Arsen Avakov. Tant’è che quel giorno è stato accertato l’arrivo nella zona di responsabilità della 36° brigata, di un camion con munizioni per mortaio da 120 mm, scortato da un’unità di sicurezza di “Azov”.

Cinque giorni fa, invece, erano state le artiglierie della 36° brigata a bersagliare le posizioni di “Azov”, “Pravyj Sektor” e “UDA”, nell’area di Lebedinskoe. Ciò risponderebbe al piano del comando delle Operazioni delle Forze Riunite (OOS, che ha sostituito la precedente sigla ATO-Operazione anti terrorismo) per accelerare il processo di allontanamento dal fronte dei battaglioni nazionalisti, che invece tendono a rimanere nelle aree in cui più agevoli sono le manovre nazi-affaristiche.

In qualche misura, tale “conflitto” tra comando di OOS e battaglioni neonazisti sembra rispecchiare una certa dicotomia che si avverte da oltre Oceano nei confronti di Kiev: mentre da un lato l’Ucraina continua a servire quale avamposto politico-militare in funzione anti-russa e, in questo senso, i sostanziosi aiuti in soldi e armi sono lontani dall’esaurirsi, dall’altro sembra farsi sempre più strada l’idea della necessità di un ricambio di personaggi ormai del tutto (quasi del tutto: sulle sponde d’Ausonia se ne glorificano ancora le gesta) da mettere da parte.

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