Lo scorso 14 luglio l’ex presidente Viktor Janukovic, che l’attuale junta golpista accusa di “tradimento della patria” (comincia oggi il dibattimento presso una corte circondariale di Kiev), ha presentato una querela alla procura generale ucraina: formalmente, per “difesa dell’onore, della dignità e della reputazione”; la prima seduta è fissata per il 13 settembre. Concretamente, si tratta dell’avvio di un’indagine sul colpo di stato del febbraio 2014.
Janukovic chiede di accertare la responsabilità nel putsch di vari personaggi di primo piano, tra cui Ministro degli interni Arsen Avakov, sindaco di Kiev Vitalij Klichko, Procuratore generale Jurij Lutsenko, speaker della Rada Andrej Parubij, ex capo dei Servizi di sicurezza Valentin Nalivajcenko, deputato del “Fronte popolare” Sergej Pashinskij, segretario del Consiglio di sicurezza Aleksandr Turcinov, leader di “Svoboda” Oleg Tjagnibok ed ex premier Arsenij Jatsenjuk.
Forse non del tutto stranamente, le informazioni non citano, tra i querelati, l’attuale presidente Petro Poroshenko, che all’epoca non era nelle prime linee del golpe. Il collegio legale che ha preso in carico l’azione dell’ex presidente ucraino avrebbe già pronta anche un’istanza da presentare al Tribunale de L’Aja, in cui i medesimi soggetti vengono accusati non solo del colpo di stato, ma anche di sparatorie di massa a majdan Nezalezhnosti.
Nella cerchia di Janukovic si dice che il deposto presidente, per l’avvio delle azioni legali, avrebbe atteso qualche segnale di mutamento nel clima politico, anche internazionale, attorno al regime golpista e si sottolinea come il collegio legale disponga di centinaia di testimonianze di partecipanti diretti a majdan, secondo i quali la strage fu organizzata scientemente. L’ex attivista di majdan e oggi deputato, Vladimir Parasjuk ricorda come proprio l’attuale Procuratore generale – l’elettrotecnico Lutsenko – esortasse in quei giorni gli ucraini a impadronirsi degli arsenali e a sparare sul Berkut, i reparti speciali del Ministero degli interni, secondo il piano elaborato da Pashinskij e dal boldriniano Parubij.
Parasjuk avrebbe anche detto di non aver intenzione di testimoniare pubblicamente, finché dura l’attuale regime, perché teme per la propria vita e per quella di altri “majdanisti” che pure avrebbero preziose informazioni da rendere pubbliche.
Che il clima politico, anche negli ambienti dei tutor internazionali di Kiev, si stia, se pur impercettibilmente, modificando sembra testimoniarlo anche il fatto che, secondo il servizio stampa dell’esercito ucraino, ripreso da novorosinform.org, dall’inizio dell’anno avrebbero presentato rapporto di dimissioni circa undicimila tra ufficiali e militari a contratto, mentre sempre meno “contrattisti” stranieri sarebbero disposti a sottoscrivere ferme a lunga scadenza e il corpo sottufficiali sembra disporre di appena il 65% degli effettivi.
Da qui a fine anno, secondo la stessa fonte, dovrebbero seguirne l’esempio altri diciottomila uomini; causa prima: insufficienza delle paghe. Il Ministro della difesa Stepan Poltorak avrebbe lamentato una carenza di fondi di 4,5 miliardi di grivne, da destinare alle paghe dei militari nella seconda metà dell’anno. Già la settimana scorsa, le milizie della Repubblica popolare di Donetsk avevano rilevato come, evidentemente proprio in conseguenza dei ritardi nella riscossione delle paghe, i soldati ucraini avessero intensificato la pratica, da tempo in uso, di vendere materiale bellico.
Tale commercio di armi porta spesso a sparatorie tra reparti appartenenti alle stesse brigate, con morti e feriti tra le truppe di Kiev; in qualche caso, per stroncare gli episodi di indisciplina, saccheggio, contrabbando e mercato di armi, i comandi sono stati costretti a ritirare dal fronte anche reparti operativi avanzati.
Sempre secondo le milizie della DNR, vari comandi ucraini al fronte, nei rapporti allo Stato maggiore, amplificano il numero di bombardamenti sui centri del Donbass, per mascherare il commercio di munizionamento, carburanti e lubrificanti. Secondo l’intelligence delle milizie, ad esempio, nelle ultime settimane i comandi di linea avrebbero “certificato” a quelli centrali dai 20 ai 25 bombardamenti quotidiani, contro i 5-7 effettivi. Si tratta, fatti i conti, di diverse tonnellate di carburante venduto agli abitanti delle zone occupate dalle truppe ucraine e decine di munizioni di grosso calibro, contrabbandate a “Pravyj Sektor” e “UDA”, il cosiddetto “Esercito volontario ucraino”, la nuova formazione armata dell’ex leader di “Pravyj Sektor”, Dmitro Jarosh.
Che le cose, per le forze ucraine nel Donbass, non procedano esattamente con linearità, lo testimoniano anche altri episodi. Mentre lungo la linea del fronte, ormai da da diversi giorni, le aree di Dokuchaevsk e Spartak sono sotto il fuoco di mortai pesanti da 120 mm, rispettivamente delle 93° e 92° brigate meccanizzate, la ricognizione della DNR avrebbe accertato, da fonte diretta del battaglione neonazista “Azov”, che responsabili del bombardamento lungo la direttrice Talakovka-Sakhanka, lo scorso 27 luglio, apparentemente dalle posizioni della 36° brigata di fanteria di marina, sarebbero non i fanti, ma i nazisti di “Azov”, che rispondono direttamente al Ministro degli interni Arsen Avakov. Tant’è che quel giorno è stato accertato l’arrivo nella zona di responsabilità della 36° brigata, di un camion con munizioni per mortaio da 120 mm, scortato da un’unità di sicurezza di “Azov”.
Cinque giorni fa, invece, erano state le artiglierie della 36° brigata a bersagliare le posizioni di “Azov”, “Pravyj Sektor” e “UDA”, nell’area di Lebedinskoe. Ciò risponderebbe al piano del comando delle Operazioni delle Forze Riunite (OOS, che ha sostituito la precedente sigla ATO-Operazione anti terrorismo) per accelerare il processo di allontanamento dal fronte dei battaglioni nazionalisti, che invece tendono a rimanere nelle aree in cui più agevoli sono le manovre nazi-affaristiche.
In qualche misura, tale “conflitto” tra comando di OOS e battaglioni neonazisti sembra rispecchiare una certa dicotomia che si avverte da oltre Oceano nei confronti di Kiev: mentre da un lato l’Ucraina continua a servire quale avamposto politico-militare in funzione anti-russa e, in questo senso, i sostanziosi aiuti in soldi e armi sono lontani dall’esaurirsi, dall’altro sembra farsi sempre più strada l’idea della necessità di un ricambio di personaggi ormai del tutto (quasi del tutto: sulle sponde d’Ausonia se ne glorificano ancora le gesta) da mettere da parte.
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30/11/2016
La fuga di Janukovic di fronte a majdan
Si è tenuto ieri a Minsk l'ennesimo incontro del cosiddetto Quartetto normanno, a livello di Ministri degli esteri di Francia, Germania, Russia e Ucraina. Ancora una volta, la discussione tra Jean-Marc Ayrault, Frank-Walter Steinmeier, Sergej Lavrov e Pavel Klimkin, a proposito della road map per una soluzione pacifica nel Donbass, è finita in un vicolo cieco.
Nelle stesse ore, l'ex presidente ucraino Viktor Janukovič teneva una conferenza stampa presso la sede della Tass di Rostov sul Don, per illustrare le linee essenziali delle sei ore di videoconferenza durante le quali aveva esposto, ai “giudici” di Kiev, la sua versione su quanto avvenuto a majdan, prima e dopo il febbraio 2014, fino alla sua fuga dall'Ucraina, per sfuggire a una fine quasi certa, sua e della sua famiglia.
Inizialmente prevista per il 25 novembre, l'udienza era stata rinviata a causa dei gruppi neonazisti che assediavano il tribunale, minacciando di “farla finita” con i miliziani del Berkut che, agli arresti, avrebbero dovuto esservi condotti per il processo. Proprio a proposito del Berkut, che i golpisti accusano per i morti di majdan, Janukovič ha dichiarato che, al contrario, i primi a incitare al ricorso alle armi furono gli attuali caporioni di Kiev. Ma non ha fatto nomi durante il processo (li ha fatti solamente dopo, durante la conferenza stampa: Parubij, Turčinov, Pašinskij, Parasjuk, Kličkò, Škirjak, Navajličenko, il generale Gvozd e, primo tra i primi, l'attuale procuratore capo ucraino Jurij Lutsenko) e così l'elettrotecnico Jurij Lutsenko è immediatamente passato all'attacco e ieri l'altro ha accusato Janukovič di “tradimento, complicità con le autorità russe allo scopo di cambiare i confini ucraini e scatenare una guerra di aggressione". L'ex presidente ha anche ribadito di non aver mai rinunciato all'idea della “eurointegrazione”: anzi, nel corso della successiva conferenza stampa, ha tenuto a precisare che “noi abbiamo condotto una politica di eurointegrazione forse più attivamente di qualsiasi altro governo in tutti gli anni dell'indipendenza”!
Chiamato a testimoniare sui fatti del febbraio 2014, Janukovič ha dichiarato di non essersi mai svestito dei poteri presidenziali, che la risoluzione della Rada del 22 febbraio 2014 sulla "volontaria dismissione dei poteri presidenziali", è illegale, perché egli, a quel tempo, si trovava ancora in territorio ucraino; inoltre, le sparatorie a piazza Indipendenza nel febbraio 2014 furono un'operazione pianificata per rovesciare il governo legittimo e in esse furono coinvolti i partiti ultradestri e oligarchici, con Pravyj Sektor e Svoboda che si inserirono nella cosiddetta “autodifesa di majdan” e dettero il via alle violenze. Ma, soprattutto, l'ex presidente ha detto di non aver dato l'ordine di sparare e, casomai, il Berkut può essere accusato di eccesso di potere, anche se egli non è d'accordo a indicare la milizia, come fanno ora i “giudici” di Kiev, quale unica responsabile per quegli avvenimenti.
Proprio nell'incolpare il Berkut di eccesso di potere, scriveva però ieri Oleg Tsarëv su news-front.info, Janukovič ha definitivamente dimostrato la propria “disutilità e io ho provato vergogna” per il suo comportamento durante l'udienza. Al contrario, afferma Tsarëv, “lui, come testimone per la difesa, avrebbe dovuto fare una dichiarazione in difesa dei ragazzi che proteggevano non solo il paese, ma lui personalmente. Mi sono vergognato per lui, che ha chiesto perdono all'indirizzo sbagliato. Avrebbe dovuto chiedere perdono alle famiglie dei Berkut morti, a cui non furono date le armi, nemmeno dopo che erano stati assaltati i depositi di armi nelle caserme del Servizio di sicurezza e del Ministero degli interni. Avrebbe dovuto chiedere perdono a tutti coloro che sono morti dopo la vittoria di majdan, ai bruciati vivi nella Casa dei sindacati a Odessa, al Donbass bombardato, alle migliaia di prigionieri politici. Doveva chiedere perdono a dio e al popolo per non aver stabilito l'ordine nel paese: e avrebbe potuto farlo, come Allende o Assad”.
Dunque, dice Tsarëv, invano a Kiev si temeva il processo: si temeva non che Janukovič sarebbe stato interrogato, ma che egli avrebbe interrogato i suoi accusatori, che avrebbe fatto i nomi dei responsabili di majdan, portando alle estreme conseguenze la lotta a coltello per il potere che, appena poche settimane fa, faceva temere Porošenko per un nuovo golpe contro di lui. E invece Janukovič si è limitato a balbettare che “dei cecchini che sparavano dagli edifici controllati dall'opposizione io lo appresi dai media... non ho prove... non posso fare nessun nome concreto... le azioni del Berkut furono per me una completa sorpresa...”.
Il processo, che poteva trasformarsi “in un giudizio sul governo di Kiev, è sprofondato invano. Janukovič vi è apparso non come un capo di stato che condanna impostori, ladri e assassini, ma come un piccolo criminale, che fa di tutto per proteggere se stesso. La cosa peggiore è che, con il suo comportamento, ha dimostrato serietà e rispetto verso il tribunale delle nuove autorità ucraine”.
Ha rincarato la dose il segretario del CC del Partito Comunista della DNR, Boris Litvinov, secondo cui è una vergogna che l'ex capo dello stato abbia scaricato la responsabilità per le azioni delle forze di sicurezza solo su di esse e il loro comando ed è stato “disgustoso ascoltare le spiegazioni biascicate dell'ex presidente”. Il Berkut stava adempiendo ai propri doveri, ha detto Litvinov a Novorosinform, ma “quella pappa gelatinosa che abbiamo udito da Janukovič durante l'interrogatorio, ha suscitato disgusto”. Anche l'ex Ministro degli interni “Vitalij Zakharčenko, nella deposizione, ha ricordato come il Berkut, a volte senza cibo, sotto pressione, nelle condizioni più difficili, avesse fatto il proprio dovere. E il fatto che invece sia stato così tradito dall'ex presidente, è una vergogna per l'Ucraina. Oggi, nessuno lo considera più presidente: nemici o alleati, nessuno". Litvinov ha portato l'esempio di Fidel: “ecco un presidente! Anche Allende, quando i colonnelli neri iniziarono il golpe, egli, insieme ai difensori dell'ordine costituzionale, prese il mitra e si difese. Anche oggi, Allende rimane presidente. Janukovič ha perso il diritto di chiamarsi presidente".
Ma Njura Berg, su Antifascist, sposta un po' i termini della questione. Alcuni odiano Janukovič “per non aver disperso majdan, per esser fuggito” scrive; “altri perché personificava gli aspetti da essi più odiati, anche se proprio essi lo dovrebbero adorare, per non aver gettato olio sul fuoco, non averli dispersi con la spada, esser scappato e aver donato loro il paese”. Ma, a ben guardare, scrive Berg, “l'ideologia di trasformare l'Ucraina nell'Antirussia era stata coltivata abilmente, per radicarla tra le masse. Avrebbe potuto Janukovič far girare indietro il tritacarne? Sì, avrebbe potuto liquidare qualche manager, spostarne altri, ma le radici erano già solide e quella ideologia si era già impiantata nelle menti”. E, per quanto riguarda majdan, “avrebbe potuto disperderla, come ci si aspettava, con mano ferma, con la forza, con le armi. Ma, e poi? Pensate davvero che tutto si sarebbe calmato e i radicali sarebbero pacificamente andati a disegnare svastiche sui loro cuscini? Poteva egli fermare il tutto, quando in Galizia già si saccheggiavano i depositi di armi? In teoria, sì, introducendo là l'Azione antiterrorismo. Ma, gli erano fedeli le forze di sicurezza? E i suoi compagni, erano con lui? Conoscete le risposte. Anche quando accettò di tenere elezioni nel dicembre 2014, maidan non fu annullata. Cartagine doveva essere distrutta, e fu distrutta. I legami con la Russia dovevano essere spezzati e lo furono. L'Ucraina doveva diventare un vassallo assoluto dell'Ovest e lo divenne. La gravidanza durava da 25 anni e si concluse con un mostro chiamato majdan. E' accaduto esattamente ciò che doveva accadere; e il fatto che Janukovič si sia comportato come un codardo avido, è solo un dettaglio; che, tuttavia, non lo rende migliore di un millimetro”. Il progetto “Antirussia”, conclude Berg, è stato “scritto in paesi lontani. I suoi ideatori vi si erano ben preparati e, per anni, avevano alimentato a sazietà i direttori esecutivi e la massa degli esecutori. Avrebbe potuto resistere la nostra Cartagine? Qualcuno avrebbe potuto infrangere questo piano gigantesco?”.
Se il quadro così disegnato da Berg ha fondamento per la parte oggettiva della questione, rimane però la constatazione che, per molti versi e con atteggiamenti diversi nella leadership ucraina di allora, la tragedia poi toccata in sorte al Donbass avrebbe potuto essere evitata e decine di migliaia di civili non cadere sotto il piombo dei battaglioni neonazisti. Anche per questo, la quasi totalità degli abitanti della DNR, secondo un'indagine di dnr-news.com, ha solo un'opinione negativa dell'ex presidente, che non ha armato il Berkut per disperdere i nazisti di majdan, è poi fuggito lasciando il Donbass alla mercé di quei nazisti e oggi parla di una riunione del Donbass all'Ucraina.
Una riunione che, certo, a Kiev intendono alla loro maniera; alla maniera dell'ex deputato Eduard Leonov, che propone di isolare in speciali campi di concentramento gli abitanti del Donbass che simpatizzano per le Repubbliche popolari, per “rieducarli”.
Alla faccia della eurodemocrazia.
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Nelle stesse ore, l'ex presidente ucraino Viktor Janukovič teneva una conferenza stampa presso la sede della Tass di Rostov sul Don, per illustrare le linee essenziali delle sei ore di videoconferenza durante le quali aveva esposto, ai “giudici” di Kiev, la sua versione su quanto avvenuto a majdan, prima e dopo il febbraio 2014, fino alla sua fuga dall'Ucraina, per sfuggire a una fine quasi certa, sua e della sua famiglia.
Inizialmente prevista per il 25 novembre, l'udienza era stata rinviata a causa dei gruppi neonazisti che assediavano il tribunale, minacciando di “farla finita” con i miliziani del Berkut che, agli arresti, avrebbero dovuto esservi condotti per il processo. Proprio a proposito del Berkut, che i golpisti accusano per i morti di majdan, Janukovič ha dichiarato che, al contrario, i primi a incitare al ricorso alle armi furono gli attuali caporioni di Kiev. Ma non ha fatto nomi durante il processo (li ha fatti solamente dopo, durante la conferenza stampa: Parubij, Turčinov, Pašinskij, Parasjuk, Kličkò, Škirjak, Navajličenko, il generale Gvozd e, primo tra i primi, l'attuale procuratore capo ucraino Jurij Lutsenko) e così l'elettrotecnico Jurij Lutsenko è immediatamente passato all'attacco e ieri l'altro ha accusato Janukovič di “tradimento, complicità con le autorità russe allo scopo di cambiare i confini ucraini e scatenare una guerra di aggressione". L'ex presidente ha anche ribadito di non aver mai rinunciato all'idea della “eurointegrazione”: anzi, nel corso della successiva conferenza stampa, ha tenuto a precisare che “noi abbiamo condotto una politica di eurointegrazione forse più attivamente di qualsiasi altro governo in tutti gli anni dell'indipendenza”!
Chiamato a testimoniare sui fatti del febbraio 2014, Janukovič ha dichiarato di non essersi mai svestito dei poteri presidenziali, che la risoluzione della Rada del 22 febbraio 2014 sulla "volontaria dismissione dei poteri presidenziali", è illegale, perché egli, a quel tempo, si trovava ancora in territorio ucraino; inoltre, le sparatorie a piazza Indipendenza nel febbraio 2014 furono un'operazione pianificata per rovesciare il governo legittimo e in esse furono coinvolti i partiti ultradestri e oligarchici, con Pravyj Sektor e Svoboda che si inserirono nella cosiddetta “autodifesa di majdan” e dettero il via alle violenze. Ma, soprattutto, l'ex presidente ha detto di non aver dato l'ordine di sparare e, casomai, il Berkut può essere accusato di eccesso di potere, anche se egli non è d'accordo a indicare la milizia, come fanno ora i “giudici” di Kiev, quale unica responsabile per quegli avvenimenti.
Proprio nell'incolpare il Berkut di eccesso di potere, scriveva però ieri Oleg Tsarëv su news-front.info, Janukovič ha definitivamente dimostrato la propria “disutilità e io ho provato vergogna” per il suo comportamento durante l'udienza. Al contrario, afferma Tsarëv, “lui, come testimone per la difesa, avrebbe dovuto fare una dichiarazione in difesa dei ragazzi che proteggevano non solo il paese, ma lui personalmente. Mi sono vergognato per lui, che ha chiesto perdono all'indirizzo sbagliato. Avrebbe dovuto chiedere perdono alle famiglie dei Berkut morti, a cui non furono date le armi, nemmeno dopo che erano stati assaltati i depositi di armi nelle caserme del Servizio di sicurezza e del Ministero degli interni. Avrebbe dovuto chiedere perdono a tutti coloro che sono morti dopo la vittoria di majdan, ai bruciati vivi nella Casa dei sindacati a Odessa, al Donbass bombardato, alle migliaia di prigionieri politici. Doveva chiedere perdono a dio e al popolo per non aver stabilito l'ordine nel paese: e avrebbe potuto farlo, come Allende o Assad”.
Dunque, dice Tsarëv, invano a Kiev si temeva il processo: si temeva non che Janukovič sarebbe stato interrogato, ma che egli avrebbe interrogato i suoi accusatori, che avrebbe fatto i nomi dei responsabili di majdan, portando alle estreme conseguenze la lotta a coltello per il potere che, appena poche settimane fa, faceva temere Porošenko per un nuovo golpe contro di lui. E invece Janukovič si è limitato a balbettare che “dei cecchini che sparavano dagli edifici controllati dall'opposizione io lo appresi dai media... non ho prove... non posso fare nessun nome concreto... le azioni del Berkut furono per me una completa sorpresa...”.
Il processo, che poteva trasformarsi “in un giudizio sul governo di Kiev, è sprofondato invano. Janukovič vi è apparso non come un capo di stato che condanna impostori, ladri e assassini, ma come un piccolo criminale, che fa di tutto per proteggere se stesso. La cosa peggiore è che, con il suo comportamento, ha dimostrato serietà e rispetto verso il tribunale delle nuove autorità ucraine”.
Ha rincarato la dose il segretario del CC del Partito Comunista della DNR, Boris Litvinov, secondo cui è una vergogna che l'ex capo dello stato abbia scaricato la responsabilità per le azioni delle forze di sicurezza solo su di esse e il loro comando ed è stato “disgustoso ascoltare le spiegazioni biascicate dell'ex presidente”. Il Berkut stava adempiendo ai propri doveri, ha detto Litvinov a Novorosinform, ma “quella pappa gelatinosa che abbiamo udito da Janukovič durante l'interrogatorio, ha suscitato disgusto”. Anche l'ex Ministro degli interni “Vitalij Zakharčenko, nella deposizione, ha ricordato come il Berkut, a volte senza cibo, sotto pressione, nelle condizioni più difficili, avesse fatto il proprio dovere. E il fatto che invece sia stato così tradito dall'ex presidente, è una vergogna per l'Ucraina. Oggi, nessuno lo considera più presidente: nemici o alleati, nessuno". Litvinov ha portato l'esempio di Fidel: “ecco un presidente! Anche Allende, quando i colonnelli neri iniziarono il golpe, egli, insieme ai difensori dell'ordine costituzionale, prese il mitra e si difese. Anche oggi, Allende rimane presidente. Janukovič ha perso il diritto di chiamarsi presidente".
Ma Njura Berg, su Antifascist, sposta un po' i termini della questione. Alcuni odiano Janukovič “per non aver disperso majdan, per esser fuggito” scrive; “altri perché personificava gli aspetti da essi più odiati, anche se proprio essi lo dovrebbero adorare, per non aver gettato olio sul fuoco, non averli dispersi con la spada, esser scappato e aver donato loro il paese”. Ma, a ben guardare, scrive Berg, “l'ideologia di trasformare l'Ucraina nell'Antirussia era stata coltivata abilmente, per radicarla tra le masse. Avrebbe potuto Janukovič far girare indietro il tritacarne? Sì, avrebbe potuto liquidare qualche manager, spostarne altri, ma le radici erano già solide e quella ideologia si era già impiantata nelle menti”. E, per quanto riguarda majdan, “avrebbe potuto disperderla, come ci si aspettava, con mano ferma, con la forza, con le armi. Ma, e poi? Pensate davvero che tutto si sarebbe calmato e i radicali sarebbero pacificamente andati a disegnare svastiche sui loro cuscini? Poteva egli fermare il tutto, quando in Galizia già si saccheggiavano i depositi di armi? In teoria, sì, introducendo là l'Azione antiterrorismo. Ma, gli erano fedeli le forze di sicurezza? E i suoi compagni, erano con lui? Conoscete le risposte. Anche quando accettò di tenere elezioni nel dicembre 2014, maidan non fu annullata. Cartagine doveva essere distrutta, e fu distrutta. I legami con la Russia dovevano essere spezzati e lo furono. L'Ucraina doveva diventare un vassallo assoluto dell'Ovest e lo divenne. La gravidanza durava da 25 anni e si concluse con un mostro chiamato majdan. E' accaduto esattamente ciò che doveva accadere; e il fatto che Janukovič si sia comportato come un codardo avido, è solo un dettaglio; che, tuttavia, non lo rende migliore di un millimetro”. Il progetto “Antirussia”, conclude Berg, è stato “scritto in paesi lontani. I suoi ideatori vi si erano ben preparati e, per anni, avevano alimentato a sazietà i direttori esecutivi e la massa degli esecutori. Avrebbe potuto resistere la nostra Cartagine? Qualcuno avrebbe potuto infrangere questo piano gigantesco?”.
Se il quadro così disegnato da Berg ha fondamento per la parte oggettiva della questione, rimane però la constatazione che, per molti versi e con atteggiamenti diversi nella leadership ucraina di allora, la tragedia poi toccata in sorte al Donbass avrebbe potuto essere evitata e decine di migliaia di civili non cadere sotto il piombo dei battaglioni neonazisti. Anche per questo, la quasi totalità degli abitanti della DNR, secondo un'indagine di dnr-news.com, ha solo un'opinione negativa dell'ex presidente, che non ha armato il Berkut per disperdere i nazisti di majdan, è poi fuggito lasciando il Donbass alla mercé di quei nazisti e oggi parla di una riunione del Donbass all'Ucraina.
Una riunione che, certo, a Kiev intendono alla loro maniera; alla maniera dell'ex deputato Eduard Leonov, che propone di isolare in speciali campi di concentramento gli abitanti del Donbass che simpatizzano per le Repubbliche popolari, per “rieducarli”.
Alla faccia della eurodemocrazia.
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