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lunedì 30 luglio 2018

La periferia alle porte

Di Max Ferrero

Viaggio fotografico in un vasto territorio degli USA che porta i segni di una crisi economica e demografica

GILBERTON – PENNSYLVANIA – La chiamano "Rust belt", la cintura di ruggine. È un territorio non perfettamente definito che abbraccia la zona nord-est degli Stati Uniti, partendo dai territori a ovest dello stato di New York, passando per i ricchi giacimenti di carbone della Pennsylvania fino a raggiungere i territori dei grandi laghi e le città industriali di Cleveland, nell'Ohio, e Detroit, nel Michigan. Dalle viscere della Pennsylvania si estraeva la forza motrice per la produzione: il carbone fossile era imbarcato in enormi chiatte che attraversavano i fiumi Monongahela e Allegheny. Pittsburgh e i suoi dintorni erano una distesa infinita di acciaierie attive di giorno e di notte. I fumi e gli scarti della lavorazione appestavano l'aria e le terre, ma la gente lavorava ed era felice di possedere un impiego e una precisa collocazione. Le navi e i carri armati che, nelle due guerre mondiali, hanno impedito il sopravvento degli Imperi Centrali prima e dei nazisti poi, sono state prodotte qui e in questo luogo gli Stati Uniti d'America si sono imposti come prima potenza economica mondiale.

Gilberton, Pennsylvania, © Max Ferrero

Fino al termine degli anni '50 era il cuore pulsante della produttività made in USA, il suo soprannome era di ben altra fattura: "Manufactoring belt" o "Factory belt", la cintura industriale. Poi il lento declino, la delocalizzazione di alcune grandi industrie negli Stati del sud-ovest per sfruttare una mano d'opera dal minor costo e poi, con la stessa cinica imprenditorialità, una successiva dislocazione delle industrie pesanti nei paesi in via di sviluppo.

Ashland, Pennsylvania, © Max Ferrero

ASHLAND – PENNSYLVANIA – Il declino industriale, iniziato negli anni '60, provocò effetti molteplici e concatenati: all'industria seguì la crisi dell'indotto, la mancanza di una qualsiasi politica di welfare obbligò alla fuga la popolazione meno agiata, le città cominciarono a spopolarsi, i comuni percepirono meno introiti dalle tasse e i servizi primari collassarono, spingendo anche la classe media a emigrare. Chiusero anche molti esercizi commerciali, persino la cultura diventò un lusso di cui si poteva fare a meno, nelle città e nei villaggi spopolati rimasero solo gli ultimi. Una popolazione che è ormai a preminenza latina e afroamericana, da sempre abituata a vivere ai margini. È una reazione a catena che ha portato città come Detroit, che nel 1950 contava 1.860.000 abitanti, a perdere oltre il 64% della sua popolazione, arrivando a contare nel 2015 solo 677.000 cittadini.

Il fenomeno non ha colpito solamente i grandi centri urbani, anche i piccoli borghi, sorti e prosperati con il ritmo della produzione dell'acciaio, sono delle "ghost town" che non hanno più nessuna somiglianza a ciò che rappresentavano mezzo secolo fa. Interi quartieri sono inesistenti, le case vengono abbattute dalle amministrazioni oppure trasferite direttamente dai vecchi abitanti in fuga. Molte altre sono abbandonate, lasciate al loro lento declino ai bordi di strade dissestate senza alcuna cura o manutenzione. Alcune abitazioni sono ricoveri di fortuna per poveri disperati che cercano riparo, i passati proprietari se ne sono andati in cerca di fortuna: la loro vecchia abitazione aveva perso valore così velocemente da non lasciar loro nemmeno la speranza di recuperare qualche dollaro per la nuova avventura.

Coloro che rimangono fanno parte di una popolazione demotivata, senza prospettive e incapace di credere in un futuro migliore. Sono la rappresentazione del territorio che li circonda: sospettosi e prudenti difendono all'estremo quei pochi beni di cui dispongono con circospezione.

Solo Pittsburgh sta vivendo una rinascita: sebbene la sua popolazione sia dimezzata rispetto ai floridi anni dell'industrializzazione selvaggia, ha puntato sulla sanità, sull'educazione, sulla tecnologia e il sistema bancario, diventando un simbolo della trasformazione industriale. Nominata "Smoke City", ai tempi dell'industria pesante, quando si accendevano le luci anche di giorno per rischiarare le strade ingolfate di pulviscolo e nebbia, ora è considerata un modello di progresso e rinnovamento. Ma la trasformazione si ferma alla prima periferia, gli altri sobborghi, sorti intorno alla città sono in balia di un declino che pare non aver fine.

Homestead, Pennsylvania, © Max Ferrero

HOMESTEAD – PENNSYLVANIA – Homestead, piccolo paese di circa 3000 abitanti, sorge a sole sei miglia da Pittsburgh, la ferrovia taglia in due il paese: a nord ovest il centro commerciale Waterfront è il parco giochi degli abitanti della metropoli, a sud la desolazione dei quartieri operai semi disabitati. Il centro commerciale, sorto sulle rovine della Homestead Steel Works, osserva divertito le dodici ciminiere davanti all'enorme parcheggio, è tutto ciò che rimane di un'industria che aveva 20.000 lavoratori durante la seconda guerra mondiale e parecchie migliaia fino agli anni '70. Due sole strade ingolfate dal traffico attraversano la ferrovia per collegare la parte sud del borgo. Al di là della strada ferrata il rinnovamento non è mai arrivato, le case che erano il rifugio degli operai sono vuote, semideserte o abbandonate. Si adagiano sulla collina prospiciente alla vecchia fabbrica osservando il parco acquatico e i concertini organizzati davanti ai negozi, così vicini in linea d'aria ma così distanti e separati da quella linea ferroviaria che si trasforma in una demarcazione logistica e sociale.

Rankin, Pennsylvania, © Max Ferrero

RANKIN – PENNSYLVANIA – A Rankin, sobborgo a otto miglia dalla città di Pittsburgh, è possibile visitare la vecchia Carrie Furnace. Gli abitanti del posto l'hanno trasformata in un luogo di memoria e cultura. Ogni fine settimana vengono organizzate delle escursioni guidate all'interno di ciò che un tempo era un'enorme bocca di fuoco. Eric racconta con enfasi i vari passaggi del processo produttivo, descrive con dovizia le particolarità e la professionalità dei lavoratori, ricorda ed elenca tutti i ponti di Pittsburgh costruiti e assemblati con le travi di acciaio speciale prodotte nella fornace Carrie. È troppo giovane per aver lavorato qui ma è emotivamente coinvolto, probabilmente la sua famiglia ha avuto una storia e un benessere prodotti da quest'industria. Ci si accorge della sua forte partecipazione quando comincia a elencare il numero di acciaierie ancora in funzione solo una ventina di anni fa, descrive la vita di decine di migliaia di persone che si recavano al posto di lavoro per poi affermare tristemente che l'unica fabbrica superstite si trova a un solo miglio e i lavoratori si contano in poche centinaia di unità.

Braddock,  Pennsylvania, © Max Ferrero

BRADDOCK – PENNSYLVANIA – L'acciaieria di Braddock è sopravvissuta grazie alla modernizzazione, alla robotizzazione che preserva la produzione ma non i lavoratori. E proprio a un miglio di distanza, dopo aver superato il Rankin bridge che attraversa il fiume Monongahela, s'intravede il "mostro" fumante. Il fiume e le chiatte vuote adibite al trasporto del materiale fanno presagire un ridotto funzionamento dell'impianto. Tutto il paese si adagia sulla collina opposta, un'enorme agglomerato di case basse e fuligginose si addossano antistanti l'industria. Un tempo luogo di riposo dei lavoratori, oggi piattaforma di osservazione per la maggior parte dei residenti, che vive di espedienti e piccole attività saltuarie. L'aria è pesante, le case sono ricoperte di una leggera fuliggine, le ciminiere sputano in continuazione fumi nell'aria; ma la gente pare non accorgersene, tollerando il "piccolo disagio" pur di avere ancora qualche centinaio di buste paga assicurate. Il Sindaco John Fetterman è al suo secondo mandato, afferma che "Nessun altro luogo, oltre a Braddock, ha perso il 90% della popolazione a causa della deindustrializzazione". Da quando è stato eletto ha cercato in vari modi di migliorare l'abitabilità del suo paese incentivando la street art, ha dedicato i primi tre anni del suo mandato a ripristinare il verde pubblico e un campo da basket per l'attività sportiva dei giovani. Attraverso il Braddock Youth Project ha creato una fattoria urbana di quasi un ettaro d'estensione per la produzione di ortaggi. "Avere un luogo più pulito e sano non ha compensato il lavoro perso" ha commentato in un articolo di un giornale locale: una dimostrazione lampante di quanto sia ancora distante la fase di normalizzazione dell'intera area.

Mckeesport, Pennsylvania, © Max Ferrero

MCKEESPORT – PENNSYLVANIA – In altri posti il destino sembra ancora più infelice. A Mckeesport, cittadina di circa 20.000 abitanti, il degrado sembra non aver risparmiato nulla. Il centro cittadino è un insieme di negozi abbandonati. L'hotel Penn McKee con 100 camere per gli ospiti (chiuso nel marzo del 1980) sembra aspettare con impazienza la riapertura delle industrie poste nei suoi pressi, ma la vicina acciaieria US Steel National Tube Works è ferma, immota come tutte le altre fabbriche nei paraggi. Poco più in là, attraversando la Lysle Boulevard, s'incontra il palazzo del quotidiano cittadino: il Daily News, chiuso anch'esso il 31 dicembre del 2015. Nella sua ultima edizione scriveva che non ci sarebbe stato più nessuno a elencare i deceduti, tantomeno annunciare le nascite o i matrimoni. Con esso chiudeva un pezzo d'indiscrezione, il pettegolezzo frivolo e vitale per le piccole città che si sentono grandi. Anche il senso mistico e irrazionale degli americani ha messo il cartello di demolizione: la chiesa dell'Evangelical Congregation Church in Olive Street 409 sarà demolita a breve e il Tempio Massonico è un luogo di culto abbandonato che osserva stancamente i pochi abitanti che passano ai suoi piedi.

Youngstown, Ohio, foto © Max Ferrero

YOUNGSTOWN – OHIO – La cintura e la ruggine continuano, estendendosi da Pittsburgh nell'Ohio. Youngstown, la "città dell'acciaio", è ora un luogo dove la natura sta riprendendo i suoi spazi. I fondi del cosiddetto stimulus package (misure anticrisi varate dall'amministrazione Obama nel 2009) sono stati utilizzati per demolire parte delle case abbandonate e rifugio di "delinquenti" e vagabondi. Interi quartieri sono stati abbattuti o ridimensionati. Youngstown è a tutti gli effetti una città deindustrializzata, il tasso di povertà della sua popolazione si aggira intorno al 70%; nonostante ciò si nota un germoglio di speranza attivato dalla sua stessa crisi. Gli immobili rimasti sfitti o in vendita hanno raggiunto dei prezzi talmente bassi da attirare l'attenzione di una popolazione pioneristica che intende intraprendere una vita alternativa, meno competitiva e alienante. Negli ultimi anni si è riscontrata un'intensa attività di orti urbani sorti come avvicendamento a un sistema di lavoro e di vita basato sul mero consumo. Librerie autogestite offrono in prestito gratuito la cultura dei loro volumi e incoraggiano il book crossing, cioè lo scambio dei volumi come veicolo di aggregazione culturale. Secondo alcuni studiosi la degenerazione strutturale che ha attanagliato la Rust belt non potrà essere ridotta attraverso politiche di reindustrializzazione e ripopolamento, ma sperimentando una migliore gestione degli spazi e delle opportunità. Un'amministrazione comunale non potrà mantenere in ordine le strade di una città che conta 3000 abitanti ma che ha un'urbanizzazione di 20.000. I luoghi si devono ristrutturare, abbattere intere zone abbandonate, lasciare che la natura riprenda i suoi spazi e che le strutture urbane ritornino a dimensioni adatte alla loro popolazione. Il traguardo è distante, ma l'abbandono e lo sconforto non sono più le sole compagne di vita.

È proprio in queste terre del midwest che il motto del presidente Trump "Make America great again", durante la campagna elettorale del 2016, ha raggiunto l'obiettivo di battere la rivale Hilary Clinton. Sempre in Pennsylvania, ma molto più a est, nelle contee di Columbia e di Northumberland la popolazione, per gran parte impiegata nell'estrazione del carbone, ha visto un miglioramento delle proprie condizioni non tanto per qualche politica promessa e mai applicata, quanto per l'uscita dagli accordi di Parigi sui cambiamenti climatici che hanno fatto innalzare il valore del minerale. Dopo più di cinque anni di continuo ribasso, toccando i 65 dollari a tonnellata nel 2015, è bastato l'annuncio del Presidente Trump per recuperare i 90-92 dollari.

Quando chiedo a Robert Shingara Jr, titolare della miniera sotterranea di carbone di Trevorton, se Trump ha realizzato qualcuna delle promesse elettorali, mi risponde candidamente: "No, non ha fatto attualmente nulla, ma nel 2020 voterò ancora per lui".

Trevorton, Pennsylvania, © Max Ferrero

Le foto sottostanti sono parte di un reportage intitolato “La Periferia alle Porte” realizzato da Max Ferrero e Renata Busettini nella zona del Midwest statunitense detta Rust Belt (Cintura di ruggine) luogo dove un tempo la ricchezza era determinata dal lavoro nelle innumerevoli acciaierie ora quasi del tutto scomparse o abbandonate alla disoccupazione. Gli stessi autori sono in partenza per il secondo capitolo del reportage sugli USA di Trump per realizzare “La Frontiera alle Porte”, viaggio lungo il muro che divide il primo mondo degli USA dal resto dell’America meridionale. Il racconto si dipana attraverso dei semplici ritratti di persone comuni dei luoghi visitati.

Trevorton - Pennsylvania (Max Ferrero)

Trevorton - Pennsylvania (Renata Busettini)

Clairton - Pennsylvania (Max Ferrero)

Clairton - Pennsylvania (Renata Busettini)

Aliquippa - Pennsylvania (Max Ferrero)

Ashland - Pennsylvania (Renata Busettini)

Mckeesport - Pennsylvania (Max Ferrero)

Youngstown - Ohio (Max Ferrero)

Detroit - Michigan (Renata Busettini)

Fonte

Quello appena proposto credo sia un contributo di grandissimo valore per comprendere le dinamiche sociali che hanno determinato i fenomeni politici degli ultimi anni (in una parola l'ondata populista) con cui, tanto la classe dirigente "liberale", quanto le compagini progressiste faticano a fare i conti e, in merito a queste ultime, intavolare un'azione che ambisca ad essere risolutiva seppur su tempi che non possono essere quelli istantanei con cui siamo ormai abituati a misurare ogni nostra azione.

Eppure il testo proposto, ma soprattutto le fotografie (per altro, davvero notevoli, segno che al netto dell'abuso di smartphone e dell'effettistica "fotocopia" applicata ad ogni scatto, la fotografia può ancora dare tantissimo all'arte) non lasciano spazio ad alcun fraintendimento: il rancore odierno delle popolazioni è il frutto dell'abbandono che hanno subito da parte di una classe politica votata alla tutela esclusiva di un modo di produzione che ha esaurito la fase in cui la generazione di ricchezza, strutturalmente, ricadeva in parte anche nelle tasche delle braccia di chi contribuiva materialmente a forgiarla.

Quei tempi, che gli USA hanno vissuto con largo anticipo – nel testo si fa riferimento a crisi che fanno data addirittura agli anni '60 con Cleveland andata in bancarotta addirittura nel 1978 – hanno lasciato macerie sociali e demografiche insanabili all'interno dei vigenti rapporti di produzione che, peraltro, si candidano ad esacerbare sempre più la situazione stante il vertiginoso sviluppo dell'automazione ormai applicabile ad ogni ambito produttivo compreso quello "mentale".

C'è dunque tanto da lavorare e imparare, soprattutto ora che quelle dinamiche stanno aprendo voragini anche alle nostre latitudini, magari scrostandosi dalla ricerca di soluzioni all'interno di categorie ormai del tutto ingessate. In questo senso l'arte (la musica in particolare) potrebbe rivelarsi una fonte ispirativa formidabile.

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