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martedì 24 luglio 2018

Nicaragua - Qualche affare è sgradito a Washington


L’America Latina è tornata centro degli interessi vitali degli Stati Uniti, dopo una brave stagione di relativa “disattenzione” per il tradizionale “cortile di casa”.

Lo si era capito già verso la fine della seconda presidenza Obama, con il ritorno alla vecchia prassi del golpe militare (in Honduras). Ma lo strumento preferito è stato in questi anni il golpe suave, ossia senza l’impegno diretto dei militari dei vari paesi, spesso non completamente affidabili come ai vecchi tempi.

Un elemento fondamentale sono stati in alcuni casi i giudici, formati negli Usa e poi rispediti nei paesi d’origine, che hanno innescato una serie di processi stile “mani pulite” verso i leader dei vari movimenti progressisti arrivati al governo tramite regolari elezioni. Kirchner, Lula, Correa, Lugo sono alcuni degli esempi più noti.

In Venezuela e Nicaragua, vista la storia di questi paesi, non è stato possibile neanche questo strumento e dunque la parola – e soprattutto le armi – è passata a un’opposizione politica strettamente legata al narcotraffico e agli ambienti più criminali della destra interna.

Sul Nicaragua, negli ultimi mesi, la pressione è stata fortemente aumentata con attentati e agguati terroristici interni prontamente trasformati dai media occidentali (Repubblica insegna...) in “repressione feroce delle proteste da parte del governo”. Anche qualche pseudo “sinistro” ha abboccato, vuoi perché le immagini di scontri stimolano identificazioni improprie (era accaduto anche per l’Ucraina, con i cecchini nazisti di Majdan), vuoi perché se non fai parte della mia setta allora sei un nemico.

La situazione è certamente complicata, specie per chi resta a grande distanza. E noi abbiamo provato a fornire qualche ricostruzione degli eventi più vicina ai fatti, dando spazio a voci che arrivano da quel paese.

Ma anche un po’ di analisi sulle ragioni economiche di questa offensiva yankee contro il Nicaragua sandinista – senza mitizzare nulla, sappiamo bene che non tutto è stato laggiù rose e fiori – ci sembra il caso di citarla. Questo articolo, tratto da Gli occhi della guerra, dell’ottobre scorso, fornisce qualche elemento strategico più serio. In fondo, per chi si professa “marxista”, è quasi un dovere, no?

Poi non tutti i progetti qui indicati sono andati o andranno in porto, ma già solo il fatto che possano essere pensati e discussi sembra aver scatenato di nuovo la tempesta sul piccolo Nicaragua.

A seguire, una ricostruzione dei fatti recenti a cura de L’Antidiplomatico.

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Basi alla Russia e investimenti cinesi. Così il Nicaragua sfida gli Stati Uniti

L’America centrale è da sempre considerata un territorio di diritto appartenente alla sfera d’influenza americana. Il “cortile di casa” di Washington, come molti lo hanno definito, che si è trasformato nel tempo nella traduzione fisica della strategia statunitense per cui l’intero continente americano, da nord a sud, dovesse essere esclusivo monopolio della forza degli Stati Uniti. Già solo il fatto che gli Usa si autodefiniscano America, quasi a volersi considerare rappresentanti di tutte le terre emerse tra Atlantico e Pacifico, dimostra quanto sia sentita da parte degli Stati Uniti quest’idea di potenza egemonica. Questo dato è incontrovertibile alla luce della storia recente delle politiche statunitensi nel continente, dove ogni tentativo di sovvertire questi rapporti di forza è stato represso in modo più o meno drastico. Ed è stato altrettanto evidente nel caso in cui una superpotenza rivale abbia tentato di penetrare la rigida sfera d’influenza della Casa Bianca.

Gli ultimi anni hanno però dimostrato una porosità di questa struttura gerarchica. L’ascesa dei governi di stampo socialista in Sud America ha rappresentato un vulnus nell’influenza statunitense su tutta la regione e anche in America Centrale, nonostante la debolezza strutturale degli Stati che la compongono – ad eccezione del Messico – si assiste repentinamente a una penetrazione di altre potenze mondiali che scalfiscono l’eredità secolare dell’egemonia Usa. Parliamo in particolare di Russia e Cina, emblemi del nuovo mondo multipolare che sta nascendo in questi anni. Da un punto di vista militare ed economico, queste due superpotenze hanno da anni avviato una politica d’intromissione in America ed uno Stato, su tutti, può essere considerato un simbolo di quanto sta avvenendo: il Nicaragua. Paese passato alla storia per l’intervento statunitense a sostegno dei controrivoluzionari, i Contras, attraverso finanziamenti illeciti da parte della Cia.

Il Nicaragua negli ultimi anni sta tornando lentamente a essere una spina nel fianco degli Stati Uniti grazie alle relazioni sempre più strette fra il governo di Daniel Ortega con la Russia, in particolare, e in parte con la Cina. Sul fronte delle relazioni tra Cremlino e Nicaragua, la situazione per gli Stati Unit si sta facendo decisamente complicata. L’agenzia spaziale russa, Roscosmos, ha installato in Nicaragua la prima base satellitare d’America per il sistema di geolocalizzazione Glonass, ossia l’alternativa russa al sistema Usa noto come Gps. La base “Chaika” è un punto interrogativo per l’intelligence statunitense nel Paese, ma si sa per certo che riceverà segnali da almeno 24 satelliti russi e che può accedervi solo personale russo. E sono in molti tra gli analisti statunitensi a ritenere che dietro alla copertura dell’utilizzo per Glonass si nasconda in realtà una base per spiare le attività americane nell’area. E in molti sospettano che la base militare di Puerto Sandino si sia trasformata, negli ultimi anni, in una vera e propria base condivisa tra forze nicaraguensi e forze russe, arrivate per la prima volta nel Paese dopo un accordo per l’addestramento delle truppe locali in ambito umanitario. A questi sospetti si aggiungono poi le notizie, questa volta confermate, dell’accordo per l’arrivo di 50 carri armati russi T-72 siglato dai ministeri della Difesa dei rispettivi Stati.

Anche la Cina, negli ultimi tempi, ha iniziato a intavolare dei rapporti con il Nicaragua improntati sulla possibilità d’investimento. Per molto tempo, il governo cinese ha avanzato proposte concrete per la realizzazione di un canale che tagliasse il Paese sul modello di quello di Panama. Un progetto ambizioso che aveva trovato gli investitori cinesi, ma che nel tempo si è completamente paralizzato. Ma già il fatto che i cinesi fossero pronti a investire miliardi di dollari nella costruzione del canale, dimostra che Pechino aveva iniziato a considerare il Nicaragua in un’ottica di penetrazione del mercato infrastrutturale americano. E sembra che i media filoamericani abbiano intrapreso una campagna fortemente contraria alla realizzazione del progetto tanto da condurre il governo a dover evitare di proseguire nelle trattative per escludere possibili sollevazioni popolari. Ma non è detto che non si possano intraprendere nuovi progetti. In particolare dopo che il governo cinese ha avviato contratti di centinaia di milioni di dollari con Panama. La situazione economica nicaraguense non permette di escludere l’arrivo di investitori cinesi. E c’è chi ritiene prossimo l’abbandono del riconoscimento di Taiwan da parte del governo del Paese per poter intraprendere relazioni più solide con Pechino. Cosa che ha già fatto Panama, attraendo su di sé gli investimenti di Pechino nel giro di pochi mesi dalla scelta politica di abbandonare l’isola di Taiwan al suo destino.

* da http://www.occhidellaguerra.it/

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La lunga marcia del Nicaragua sandinista

Il 19 luglio di 39 anni fa, la rivoluzione sandinista entrò vittoriosa a Managua, dopo aver chiamato a raccolta speranze e fucili da ogni parte del mondo

di Geraldina Colotti

Un giorno dopo l’altro, ha preso forma sui media italiani l’ennesima versione di comodo, che questa volta riguarda gli accadimenti in Nicaragua. L’ennesimo “racconto” a senso unico, ad uso consumo e consolazione di una certa sinistra imbelle e disincarnata. Preda della “paura delle masse” che non ha saputo guidare e a cui non sa più parlare, indignata contro “tutte le guerre” senza averne impedito neanche una, ossessionata dal pericolo del “socialismo autoritario” ma incapace di arginare l’autoritarismo vero, questa “sinistra” si abbevera a una sola fonte. Segue sempre lo stesso tipo di pifferai: le veline di polizia diffuse a livello globale.

E così, il passo truce della Conferenza episcopale nicaraguense diventa quello conciliante dei mediatori imparziali, il crocefisso al collo come simbolo di libertà e democrazia. Quello del popolo che grida: “Golpisti, assassini” ai vescovi che hanno benedetto le torture, si trasforma nel passo del paramilitarismo e della tirannia. Responsabile di tutto, la “coppia mefitica” Ortega-Murillo. Uno schema semplicistico, ancora più inutile di quello che vede a tirare le fila un solo attore – l’imperialismo Usa e le sue trame –, e non il coacervo di contraddizioni sociali, interne e internazionali, che muovono il contesto attuale.

Il 19 luglio di 39 anni fa, la rivoluzione sandinista entrò vittoriosa a Managua, dopo aver chiamato a raccolta speranze e fucili da ogni parte del mondo. L’ultima rivoluzione del secolo scorso, quello del grande Novecento, che proietta ancora i suoi “fantasmi” in questa Europa di zombi feroci. Fantasmi da seppellire o risorse per un nuovo futuro?

Nel solco di Cuba, una parte dell’America Latina ha scelto la seconda opzione, scommettendo di nuovo sul socialismo nel XXI secolo. Nell’Europa capitalista, sconfitti i punti più alti della lotta di classe, in primo luogo in Italia, hanno prevalso invece la rimozione, la perdita di riferimenti e di categorie marxiste per spiegare un mondo in frantumi che amplifica le contraddizioni.

Saperle guardare in faccia porterebbe prima di tutto a ridiscutere l’enfasi con la quale si è portato ad esempio e anzi assunto a modello strategico il compromesso tattico che ha consentito di battere le forze conservatrici a livello elettorale in alcuni paesi: dal Brasile, al Nicaragua e anche all’Ecuador. Alleanze istituzionali dai piedi di argilla, quando a far da contrappeso alla presenza dei settori capitalisti non cresce l’organizzazione del potere popolare. Un’organizzazione in dialettica tra il terreno economico e quello politico che miri a costruire nuova egemonia, togliendo sempre più spazio alle forze avverse. Si sa che negli ambiti propri dello Stato e della democrazia borghese, le destre e i loro cloni nella sinistra compatibile con il sistema hanno ben più facile gioco: sostengono i governi progressisti come la corda sostiene l’impiccato, per ricacciarli indietro, quanto più indietro possibile. Lo si vede in Ecuador, lo si è visto in Brasile, mentre non ha funzionato in Venezuela, grazie alla straordinaria vitalità del potere popolare.

Che cosa è accaduto invece in Nicaragua? Fino a pochissimo tempo fa, si è lodato il modello economico nicaraguense, dove tutti sembravano fare affari anche se ai settori popolari venivano al contempo mantenute coperture e garanzie. Con Ortega al governo e grazie all’adesione del Nicaragua all’Alba di Cuba e Venezuela, il paese ha ottenuto l’indice di crescita più elevato dell’America Centrale. Tra il 2005 e il 2014, il progetto Borgen ha ridotto la povertà del 30%. Il salario minimo annuale è aumentato dal 5 al 7% al netto dell’inflazione. Un modello che, a ben vedere, basava la propria solidità più su progetti di economia popolare che di stampo capitalista. A differenza del governo Lula che, in Brasile, ha ridotto il numero dei poveri erogando sussidi diretti alle famiglie meno abbienti, quello di Ortega ha puntato sugli investimenti pubblici per far crescere l’economia popolare.

In Nicaragua i lavoratori del settore privato sono circa il 15% del totale, mentre nel settore informale ve ne solo oltre il 60%. E a questo secondo settore sono andati oltre 400 milioni di dollari, in gran parte provenienti dal Venezuela e dall’Alleanza Bolivariana per i popoli della Nostra America. Finanziamenti diretti ai piccoli e medi agricoltori che hanno consentito al paese di produrre quasi il 90% degli alimenti necessari e di affrancarsi dai prestiti dell’FMI.

Prima con la rivoluzione sandinista e poi con il governo Ortega, si è ampliata la distribuzione della terra, sia a titolo di proprietà individuale che collettiva. Politiche che hanno favorito l’autonomia lavorativa delle donne, facendo scendere le disuguaglianze di genere al livello più basso dell’America Latina (12° posto su 145 paesi, subito dopo la Germania). Sulla scia di quanto è avvenuto con il chavismo in Venezuela, in Nicaragua si sono estese le coperture sanitarie e pensionistiche anche alle lavoratrici e ai lavoratori del settore informale: compreso ai lavoratori delle maquillas, le grandi fabbriche del tessile a sfruttamento intensivo situate nelle zone di libero commercio. Zone di sfruttamento create dai governi neoliberisti precedenti e purtroppo ancora in piena attività. Il governo Ortega, in questo come in molti altri ambiti della gestione politica, non è andato fino in fondo.

Ma proprio la riforma del sistema di Previdenza sociale che gli imprenditori avrebbero voluto imporre per risanare le finanze dell’ente, ha innescato le sanguinose proteste del 18 aprile, continuate anche dopo il ritiro della contestata riforma. Contestata da chi e perché? Certo da una parte dei settori popolari, che avrebbero dovuto contribuire – seppur con lo 0,7% – ai fondi per la pensione e la salute.

Contestata, però, soprattutto dai settori padronali che avrebbero dovuto contribuire con il 3,5%. E aizzata dai terminali dell’FMI, che avrebbero voluto applicare la solita ricetta di lacrime e sangue imposta in Brasile e in Argentina o in Europa: ben più pesante.

La decisione di Ortega – sicuramente poco discussa e affrettata – può essere letta, quindi, come un eccesso di sicurezza nelle possibilità di far pressione nel negoziato con il grande capitale: basata proprio sui dati della crescita economica – aumento del 38% del Pil tra il 2006 e il 2017 – , una crescita costruita principalmente dai piccoli produttori e favorita dalla spesa pubblica.

A saltare sul carro delle proteste, complice una martellante campagna di menzogne ben sostenuta dalle multinazionali dell’umanitarismo e dai loro microfoni internazionali, non sono stati però volti pacifici e puliti, in lotta per trasportare la bandiera sandinista verso una maggior democrazia con più giustizia sociale. Dietro le uccisioni, le violenze e le torture alle quali hanno assistito anche diversi alti prelati, non ci sono organizzazioni contadine e operai. Basta vedere le posizioni di molte organizzazioni contadine e indigene, conosciute a livello internazionale a partire dalla Via Campesina, che appoggiano il governo e dicono: “Nicaragua quiere paz”.

Le figure che guidano l’opposizione al governo Ortega appartengono alle classi dominanti, ai latifondisti, alle gerarchie ecclesiastiche, a quelle oligarchie scalzate dalla rivoluzione sandinista, ma sempre attive. I figli di alcune grandi famiglie hanno partecipato alla rivoluzione sandinista, ma poi se ne sono distaccati. Alcuni di loro oggi animano il Partito MRS, i cui orientamenti sono ormai lontani dal socialismo, promuovono le attività delle ong e delle associazioni, che attribuiscono a Ortega tutte le colpe, ma non si peritano di avvicinarsi sempre più alle posizioni dell’estrema destra nordamericana.

Gli studenti delle università private del movimento 19 aprile sono d’altronde stati ricevuti ed elogiati dai rappresentanti dell’anticastrismo di Miami, sempre in prima fila nel rinnovo dei finanziamenti Usa per “promuovere la democrazia” in paesi come Venezuela, Cuba e Nicaragua: Ileana Ros Lehtinen, Marco Rubio, Ted Cruz, si sono anche riuniti con i rappresentanti del partito ARENA, la destra salvadoregna.

Gli ex sandinisti che scrivono sui quotidiani graditi a una certa “sinistra” europea, mostrano peraltro chiaramente il loro indirizzo, rivolgendo appelli costanti a quei settori dell’imprenditoria che hanno appoggiato il governo Ortega come garanzia di stabilità: il loro – spiegano – sarà il cavallo vincente, supportato dai dollari dell’amministrazione Trump.

Per quale canale arrivino quei dollari, lo spiega un’accurata inchiesta di Global Research. Dal 2014 a oggi, la National Endowment for Democracy (NED) ha stanziato oltre 4.400 milioni di dollari per costruire un’opposizione in Nicaragua, più di 700.000 solo nel 2017. Finanziamenti rivolti soprattutto alle Ong, con l’obiettivo di creare una cassa di risonanza internazionale e influenzare l’opinione pubblica utilizzando a questo fine argomenti apparentemente più di sinistra di chi si presenta come “vero sandinista”.

Secondo Global Research, ricevono borse di studio della NED l’organizzazione femminista Azalea Solis e l’organizzazione contadina di Medardo Mairena, mentre gli studenti del movimento 19 aprile viaggiano e soggiornano con i soldi di Freedom House, altra emanazione di USAID e NED. Una rete di circa 2000 giovani. Oltre al gruppo mediatico Confidencial (quello di Chamorro), la NED finanzia l’Istituto di studi strategici e politiche pubbliche (IEPP), il cui Direttore esecutivo, Felix Maradiaga, è un altro dirigente dell’MRS molto vicino agli USA.

L’elenco di Global Research è lungo e getta una luce ulteriore sulla propaganda di guerra di certe grandi holding umanitarie (compresa Amnesty International), già vista in opera contro il Venezuela bolivariano.

Lo schema messo in atto è sempre quello delle “rivoluzioni colorate”, che funziona anche contro la polizia nicaraguense, fino a ieri acclamata come un esempio di vicinanza al popolo e di rispetto dei diritti umani. A differenza degli altri paesi centroamericani, il Nicaragua è finora stato portato ad esempio anche per l’alto livello di sicurezza e il basso tasso di omicidi.

Ora, il copione utilizzato presenta tratti identici a quello visto in opera nelle proteste del 2014 e del 2017 in Venezuela (le guarimbas): video truculenti costruiti ad arte, morti messi sul conto di una parte sola, aggressioni e attacchi attribuiti a “gruppi paramilitari” al soldo della “coppia Ortega-Murillo” che si vuole cacciare dal governo come pre-condizione per dialogare. “Vogliono cambiare le cose? Lo facciano attraverso il voto”, ha detto Ortega, che nel 2016 è stato riconfermato per un terzo mandato con il 72,4% dei voti e il 66% di partecipazione. Il governo sandinista ha proposto subito un Dialogo nazionale con la mediazione della chiesa cattolica, e si è detto pronto a esaminare tutte le proposte. Intanto, è stata creata una Commissione parlamentare per la verità e la pace e una Consulta indipendente del Ministerio Publico.

Delle scelte politiche, bisognerà discuterne a fondo. Ma senza ingerenze straniere. Nel Foro di San Paolo, che si è svolto a Cuba, Ortega ha ricevuto il sostegno degli altri paesi dell’Alba e dei movimenti popolari che hanno denunciato i piani degli Stati Uniti contro l’integrazione latinoamericana.

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